Molpa, il promontorio, il fiume, l’antica città scomparsa ed il feudo

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Questo saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulla storia e le origini della Molpa, una collina lungo la costa del basso Cilento, fra Marina di Camerota e Palinuro e la città e casali ivi sorti nei secoli, molti dei quali oggi scompasi e diruti.

Cala del Cefalo

(Fig…) La collina della Molpa, si staglia nel meraviglioso panorama costiero nel Comune di Camerota

La Molpa

(Fig…) La Molpa e Capo Palinuro visti dal satellite (Google Maps)

Tavola del '500 dell'Ordine di Malta che rappresenta il promontorio

(Fig….) Tavola del ‘500 dell’Ordine di Malta rappresentante il promontorio di Capo Palinuro ed il suo entroterra

Il promontorio e l’altipiano della Molpa fino a Capo Palinuro

La Molpa è una grande collina costiera che si affaccia sul mare tra Palinuro e Marina di Camerota che, come si può ben vedere nell’immagine, il suo ampio e lussureggiante promontorio, si protende fino all’altezza dell’Arco Naturale. Il suo promontorio, costeggia l’antico fiume “Melphi”, oggi fiume Lambro che va a sfociare verso l’arenile del vicino Arco Naturale, oggi di Palinuro. Nell’immagine satellitale, illustrata in basso, possiamo vedere che la sua collina ed il suo promontorio, comprende anche una parte del cosiddetto Piano Faracchio, con la spiaggia della Marinella e lo scoglio del Coniglio. Essa, vista dalla spiaggia del Mingardo che corre verso Marina di Camerota, verso le grotte del “Ciclope”, è compresa in un panorama costiero di estrema bellezza e lacchi ameni che, nell’antichità, fu abitata e testimone di alcuni eventi storici di estrema importanza. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ipetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa. Pier Luigi Cavalcanti (…), nel suo portolano ‘Guida del Pilota ecc..‘, a p. 43, scriveva della costa che si estende lungo le pendici del Monte Bulgheria, da Marina di Camerota verso Policastro e, della fascia costiera di Palinuro, in proposito così scriveva che: “Passato il promontorio di Palinuro andando verso il Nord, si vedrà la foce del Fiume Lambro, ove possono ancorarvi piccoli bastimenti restando al ridosso dè venti del Nord a NO. Mezzo miglio più all’Est viene la foce del fiume Trivento, che ha sulla sponda orientale una torre chiamata dell’Arco.”. Si riferiva ad un’antichissima torre marittima di difesa costiera vicino l’Arco naturale di Palinuro. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421); colle sul mare, alto metri 138, si erge tra il Lambro e Mingardo, castello e antico insediamento greco che risale al sec. VI a.C., come attestano tre monete (incusi), rinvenuti nel 1774 e tutte custodite in musei stranieri; la città aveva forma trapezoidale; un tempo sul lato ovest c’era una sorgente; il pianoro era ferace di messi. Il mito narra della sirena Molpè (Canto), qui morta insieme ad altre per non essere riuscita ad irretire Ulisse; la leggenda parla della Grotta delle Ossa, sotto il promontorio, come luogo in cui sono stati tumulati i resti dei naufraghi delle due flotte romane affondate nel 259 e nel 36 a. C.,. Virgilio forse si riferisce a questi avvenimenti quando dice che qui gli scogli erano bianchi di ossa; la città fu scalo lungo la rotta verso Roma e quindi rientra in molte cronache antiche.”. Cosimo De Giorgi (…), in proposito, parlando del fiume Lambro, scriveva che:  “Da questo punto fino al mare scorre nella direzione di tramontana a mezzogiorno, parallelo al corso del Mingardo, tra colline eccc., rasenta le falde della collina denominata ‘Saline di Orlando’. Nel mezzo di questa pianura e in riva al mare si erge, a mò di cono un colle isolato sul quale torreggiano gli ultimi ruderi del ‘Castello di Molpa’, all’altezza di 158 metri sul mare. Il fiume quindi si scarica nel mare senza formare alcun delta alla foce. Ciò deriva dall’insabbiamento prodotto dalla corrente antagonista del Mar Tirreno che la vince su quella della fiumara.”. Sempre il De Giorgi, a p. 154, prosegue la sua descrizione dei luoghi e del suo viaggio: “le zone più alte della collina, discendono nella gola della Dragara e fino al Promontorio di Palinuro. Il Promontorio di Palinuro è un lungo sperone di calcare compatto durissimo che si solleva fino a 200 m. di altezza sul mare e spinge un corno montuoso verso ponente, che poi si ripiega verso tramontana. Tutt’intorno al promontorio vien chiamata i frontoni di Palinuro’, ed a questi potrebbero riferirsi i versi dell’Aleardi. Più in la (dopo la ‘Cala Fetente), sotto la collina della Molpa, è la ‘Cala delle Ossa’. Costruzioni romane si vedono invece, sebbene molto malconcie, sulla vetta della collina di Molpa. Gli eruditi vogliono che qui sorgesse la vetusta ‘Buxentum’, idea combattuta dall’Antonini.”. Devo precisare che il De Giorgi, si accinse a vedere la Molpa, con il sig. Rinaldi. Quando frequentavo spesso Palinuro, mi fu detto della consistenza fondiaria della famiglia Rinaldi di Palinuro. Essi possedevano tutta la Molpa. In alcune carte è indicato “Capo della Foresta”.

Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), etc…”. Bracco, a p. 39, nella nota (24) postillava: “(24) Molpa, come la vicina Palinuro, fu centro indigeno, su cui si stese il controllo greco. Nel sesto secolo a.C. goderono uniti di una propria zecca operante come emanazione di Sibari. La moneta nota, di cui si conoscono alcuni esemplari, è uno statere d’argento incuso, che mostra un cinghiale in corsa, al di sotto del quale è sul dritto la scritta PAL e sul rovescio la leggenda MOL, con evidente riferimento ai due abitati (cfr. P. C. Sestieri, in Greci e Italici in Magna Grecia (Atti del I Convegno di Taranto), Napoli, 1962, pp. 276 seg. e N. F. Parise, in ‘Economia e società della Magna Grecia (Atti del XII Convegno di Taranto), Napoli, 1972, p. 106 e p. 111.).”. Bracco, a p….., continua a postillare che: “Dei due centri quello meglio esplorato è Palinuro….(il cui) abitato sembra che si estendesse sull’altura di Tempa della Guardia…(dove) sono stati messi in luce i resti di alcune abitazioni…ed un tratto delle mura” (cfr. L. Santoro, Fortificazioni della Campania antica, Salerno, Palladio, 1979, p. 76); il luogo di Molpa, lungo il rofilo della costa accidentata, è da riconoscere nei pressi di Capo Palinuro verso Camerota, e scomparso. Similmente il fiume Melpa pare che sia da identificare nel Lambro (cfr. E. Magaldi, op. cit., p. 31 e p. 36). Compresa probabilmente in età romana con Palinuro nel territorio di Velia, Molpa sarebbe stata distrutta nel Medioevo: già nel sesto secolo, come qui vuole l’Eterni o più tardi dai Saraceni, come ripetono altri. Ma un villaggio dello stesso nome dové risorgere e durare per un certo tempo in unione col paese di Camerota: ne abbiamo testimonianze precise per gli anni immediatamente successivi alla battaglia di Benevento (del 1266): cfr. Ebner, Economia e società, I, p. 272 e II, p. 102.”

Molpa

Il mito della Sirena Molpa (“Molpé”)

Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, a pp. 574-576, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: Il mito narra della sirena Molpè (Canto), qui morta insieme ad altre per non essere riuscita ad irretire Ulisse; la leggenda parla della Grotta delle Ossa, sotto il promontorio, come luogo in cui sono stati tumulati i resti dei naufraghi delle due flotte romane affondate nel 259 e nel 36 a. C., Virgilio forse si riferisce a questi avvenimenti quando dice che qui gli scogli erano bianchi di ossa; la città fu scalo lungo la rotta verso Roma e quindi rientra in molte cronache antiche.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 171, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Gli abitanti nei luoghi, cioè, sarebbero stati puniti per l’orrendo misfatto della morte del nochiero di Enea.”. Da Wikipedia leggiamo che: Il nome Molpa deriverebbe dalla mitologia greca: secondo quanto cantato da Licofrone, Apollonio Rodio ed altri poeti greci, Molpé è il nome di una sirena, figlia di Acheloo e della musa Melpomene. Acheloo (in greco antico: Ἀχελῷος, Achelôos) è un personaggio della mitologia greca, un dio-fiume figlio del titano Oceano e della titanide Teti. Padre di Ippodamante ed Oreste avuti da Perimede (figlia di Eolo). A lui viene attribuita anche la paternità delle sirene a volte con Sterope ed altre con Melpomene. Geograficamente, Acheloo corrisponde all’odierno Aspropotamo, il secondo tra i fiumi più lunghi della Grecia. Con il nome Molpé, ossia la leggiadra, i greci designavano il fiume Lambro e per estensione la zona circostante la sua foce, ove sorgeva l’abitato. Secondo i linguisti Giovanni Alessio e Marcello Maria De Giovanni, autori di studi di toponomastica, il nome Molpa deriverebbe dal radicale prelatino melp (variante melf), dal significato incerto (sono stati ipotizzati i significati di “colle, altura” o al contrario “concavità del terreno, voragine”, oppure “fango”). Questa radice verbale è molto ricorrente nella toponomastica meridionale e ad essa risalirebbero le origini del nome di altri città, quali Amalfi, Melfi e Molfetta (anticamente Melphium). Stessa origine potrebbero avere altri toponimi dell’Italia centro-settentrionale, quali il fiume laziale Melfa e la città lombarda Melzo (anticamente Melphum o Melpum), facendo pensare che questo termine fosse comune sia alla lingua degli Enotri che a quella degli Etruschi e dei Liguri. Una sirena è una creatura leggendaria acquatica con l’aspetto di donna nella parte superiore del corpo e di pesce in quella inferiore, che appare principalmente nel folclore europeo, ma che trova comunque figure affini in altre culture. Da tener presente che tale sirena di derivazione medievale si discosta totalmente dalle sirene divine della mitologia e della religione greca, iconograficamente rappresentate con l’aspetto di donna nella parte superiore del corpo e di uccello in quella inferiore. Il Mito delle Sirene, sembra sia comune a tutti i popoli del Mediterraneo, ma è di nostra esclusiva competenza, perché è incontrovertibile che le “allegre signorine” avessero casa in alcune grotte poste lungo la costa Campana. Di notte occupavano, quindi, il loro nido, ma al sorgere del sole, con pochi battiti d’ali, esploravano i Golfi di Napoli e di Salerno…qualcuna si spingeva anche nel Sud Tirreno, ed avvistate le eventuali agognate prede, gorgheggiando, aspettavano gli incauti e malcapitati naviganti. Infatti, accadde così anche quando avvistarono la nave di Odisseo, ma quando quest’ultimo ed i suoi compagni ebbero superato, indenni, gli scogli delle Sirene – gli isolotti dei Galli nella parte nord del Golfo di Salerno – le Sirene, figure mitologiche con corpo di donna-uccello, si gettarono in mare, per la disperazione, perché non erano riuscite a prendere l’eroe omerico ed annegarono . I loro corpi, trasportati dalla corrente, si dissolsero al contatto con il suolo, ma i popoli rivieraschi le onorarono erigendo un cenotafio. Gli studiosi di mitologia individuano tre Sirene e cioè Partenope, Leucosia e Ligea; Partenope, manco a dirlo, fu onorata e venerata a Napoli, Leucosia a Punta Licosa e Ligea in Calabria nei pressi di Nocera Terinese o comunque nella zona del Golfo di Lamezia. Questi luoghi, quindi, divennero i siti ufficiali del culto delle Sirene e per i motivi che dopo vedremo, erano tutti caratterizzati da comuni caratteristiche topomorfiche e cioè un’altura, un isolotto o grosso scoglio a mare, ed un fiume. Tali caratteristiche comuni indicavano che in quei luoghi erano insediati i primi agglomerati umani, perché il luogo era posto sull’altura, posto adatto alla difesa, mentre lo scoglio serviva per l’approdo delle navi e il fiume era la fonte di rifornimento d’acqua e la via per l’interno. Erano quelli i primi agglomerati umani che in quei tempi subivano ancora l’immanenza e l’influenza del Mito. Il canto dell’Eneide di Virgilio è il seguente: ” Vieni, famoso Ulisse, eroe dei greci,  ferma la nave, così potrai ascoltarci.  Nessuno è mai passato di qui senza  fermarsi ad ascoltare il dolce suono del nostro canto,  chi si è fermato se ne è andato dopo avere provato piacere  e acquisito più conoscenza.”. Palinuro è un personaggio della mitologia romana, il mitico nocchiero di Enea, caduto in mare di notte, tradito dal dio Sonno, mentre conduceva la flotta verso l’Italia. L’episodio relativo a Palinuro viene descritto alla fine del Libro V dell’Eneide, nel quale Virgilio individua il punto preciso della vicenda: uno scoglio, riconducibile al tratto di costa campano del Mar Tirreno, dinanzi all’omonimo capo, tra il golfo di Policastro e l’insenatura di Pisciotta, nella subregione attualmente chiamata Cilento. Naufragò dopo aver invocato invano i propri compagni ed esser rimasto per tre giorni in balia del Noto fino all’approdo sulle spiagge d’Italia, dove trovò ad attenderlo non la salvezza ma una fine crudele: catturato dalla gente indigena, viene ucciso e il suo corpo abbandonato in mare scambiandolo per un mostro marino. Secondo quanto riportato da Diodoro Siculo, Molpa fu fondata verso il 540 a.C. dagli Ioni provenienti dalla città di Focea, che alcuni anni prima avevano già fondato la città di Elea (originariamente denominata Hyele e nota ai romani come Velia). Ritrovamenti antecedenti alla data di fondazione di Molpa dimostrano che in realtà questa zona e il vicino Capo Palinuro erano già largamente abitate prima dell’arrivo dei greci, probabilmente dai Tirreni. Sulla roccia ove sorgeva Molpa sono stati ritrovati numerosi incavi circolari e rettangolari dove presumibilmente venivano infissi pali di semplici abitazioni in legno. Inoltre sono stati trovati resti di argilla seccata al sole e resti di utensili in ossidiana, che fanno pensare che qui ci fosse una stazione di commercio con le Eolie da cui proveniva tale materiale. Inoltre, nelle grotte sottostanti l’altura sono stati ritrovati ossa umane e di animali antidiluviani ed anche di armi di selce, che dimostrano come la zona fosse abitata già dall’epoca quaternaria. In particolare, i ritrovamenti più importanti sono stati fatti:

  • nella Grotta Visco, dove gli scavi eseguiti nel 1939 hanno rivelato la presenza di resti musteriani;
  • nella Grotta delle Ossa, detta così per le pareti incrostate di ossa di uomini e di animali.

ENOTRI

Carlo Battisti (…) diceva, tra l’altro: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi.”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ed è significati appunto che quello era il paese del vino o delle viti. Ed è verisimile che quando i coloni greci vennero nella nostra penisola, vi abbiano trovato il popolo degli Enotri e che quindi siano riusciti ad assoggettarlo nelle regioni costiere ove sorse la Magna Grecia. Erano gli Enotri, non v’è dubbio della stirpe che noi chiamiamo italica, e quindi parenti degli Ausoni e degli Opici (1); e non sappiamo se la tradizione latina che li metteva in relazione con i Sabini, i quali nel loro nume progenitore Sabus vedevano il coltivatore di viti o il vendemmiatore, non riflettesse una originaria affinità con quella gente da cui, come si è visto, si facevano derivare i Sanniti. Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Ed. Meyer ‘Gsch. d. Alt. II p. 494”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969 e poi ristampato nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, a p. 89, nel suo capitolo dedicato a “Popolazioni italiche all’arrivo dei Greci”, in proposito scriveva che: “E’ proprio degli Enotri che si può, forse, cominciare a tracciare un tentativo di ricostruzione storica, con l’ausilio delle recenti indagini archeologiche. Un’ampia regione, che ha come confini orientali il Bradano e settentrionali l’Ofanto, e che si estende sino al mare Jonio e al Tirreno, all’incirca coincidente con i confini normalmente assegnati all’Enotria, presenta, a partire dalla fine del nono o i principi dell’ottevo secolo avanti Cristo, un aspetto culturale molto omogeneo, caratterizzato da una ceramica geometrica tutta particolare, aspetto culturale che, da un particolare motivo decorativo della ceramica, chiamiamo ‘decorazione a tenda’. Vedremo meglio quest’area quando discorreremo delle regioni interne della Magna Grecia; segnaliamo per ora che i rinvenimenti di Cancellara, Melfi, Pietragalla, Serra di Vaglio, nel potentino, di Sala Consilina, nel Vallo di Diano, di Palinuro, sul Tirreno, documentano l’unità e l’estensione del territorio enotrio.”Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, ed. Palladio, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “Alcuni storici (14) asseriscono che col termine “lucani s’intendevano più tribù di origine sannitica, inviati come coloni nell’Italia Meridionale per controllare questa regione e/o, anche, per contrapporsi, come poi fu, alla colonizzazione greca, atteso che sin dal II millennio a.C. c’erano frequentazioni micenee in questa zona per scambi commerciali”. Plinio (15) scrive che l’Italia meridionale era tenuta dai Pelasgi, dagli Enotri, dagli Itali, dai Morgeti, dai Siculi e in seguito dai Lucani nati dai Sanniti, comandati da Lucio da cui il nome. Già con questo autore latino i confini della Lucania sono più certi: dal Sele in giù con l’oppidum di Paestum, Velia, Buxentum (già Pyxous), Lao. Strabone asserisce lo stesso (16). Quest’ultimo si riferisce a Timeo, a Posidonio e ad Eratostene, il grande geografo-bibliotecario di Alessandria del secolo III a.C. Ecc…“. Il Gentile, in questo passaggio, parlando dei popoli pre-Italici o italioti, fa un richiamo ai Morgeti ed ai Siculi. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 274 e ssg., nel cap. “I popoli che i greci trovarono nell’Italia meridioale”, in proposito scriveva che: “I. Nella religione e nella mitologia dei coloni greci non si riscontrano che tracce assai tenui della civiltà dei popoli che li precedettero nelle religioni costiere dell’Italia Meridionale; e di codeste vestigia ci siamo via via occupati di proposito nel corso del nostro lavoro. Qui possiamo che riassumere e coordinare il già detto. Il popolo Illirico che, col nome comprensivo di Iapigio, occupava, intorno al 700 a.C., tutta la regione ad oriente del Bradano ecc…3. Ma ecco che, a sud di Crotone le cose cambiano nuovamente aspetto e si ripete uno stato di fatto quasi identico a quello da noi osservato sulle coste apule e salentine. Dopo la fondazione di Crotone, sembra che i coloni greci non vogliano spingersi più a sud, nel Bruzio. Ecc…Chi era dunque codesti barbari, fieri avversari dei Greci, dai quali del resto profondamente differivano per costumi e per istituzioni ? Le poche fonti che ricordano gli abitanti di quell’estremo lembo della penisola, li chiamano Siculi (Thuc. VI, 2, 4; Polyb., XII 5, 10; Polyaen., XII 6) o Itali, ed ascrivono loro origine enotrica (Ant. apd. Dionys. Halic. I 12); e i moderni studiosi non credono si debba negare  del tutto fede a queste notizie, e ammettono in generale che la gente enotrica (di stirpe della Lucania e del Bruzio (Mayer, II 494; Pais, p. 34 sgg.; De Sanctis, I 98. 108) che, oltrepassato lo stretto di Messina, avevano dato anche alla Sicilia la sua popolazione italica (Pais, p. 49. 390; Busolt, I(2) 405; Orsi, Saggi Beloch (Roma 1910), p. 155 sgg.: alquanto diversamente Mayer, Apulien, p. 329 sgg.)(1). Noi per altro, studiando le vestigia che questa gente ha lasciato della sua civiltà fra i coloni greci venuti ad abitare nel Bruzio meridionale, vi abbiamo sorpreso elementi che contrastano notevolmente con quanto conosciamo della cultura degli ario-italici ecc…Di fronte a ciò, non resta che ammettere che le popolazioni enotriche, venute a stabilirsi nell’estremità sud-occidentale dell’Italia, abbiano ivi appreso a praticare istituzioni e costumanze proprie delle genti pre-arie che abitavano quella regione (2). Sulla stirpe di questo popolo pre-italico del Bruzio meridionale è inutile per noi indagare; giacchè la notizia di Filisto (apd. Dionys. Halic. I 22; cfr. Sil. Ital., XIV 37), secondo la quale i Siculi cacciati dall’Italia erano affini ai Liguri, non riceve dalle odierne ricerche altro appoggio all’infuori di quello, certamente non decisivo, di alcuni riscontri toponomastici (letteratura del Pais, p. 56, n. 4; cfr. p. 73. 492 sgg.; cfr. De Sanctis, I 61 sgg 66). E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII  ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo- a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”.

MORGETI

Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania”, nel Discorso X, parte II, ci parla di Morigerati. Antonini, a pp. 414-415, in proposito scriveva che: “Più sopra verso le colline, circa cinque miglia dal mar lontano, trovansi due altri luoghi chiamati Sicilì, e Morigerati, sede un tempo dè Morgeti (I), e dè Sicoli, che conservano nel nome la gloria dè loro antenati (2), siccome nella prima parte di quest’opera da noi fu detto. ‘Samuel Bochart’ nel ‘Chanaam’ al cap. 39. nega quello, che dice Tucidite di esser ancor Sicoli in Italia a suo tempo, e vien così a negare quanto scrive ‘Alicarnasseo’, cioè che duravano finalmente a’ suoi giorni molte vestigia dè medesimi. Che se fosse Bochart avesse saputo trovarsi tuttavia questo monumento di cotal gente, l’avvrebbe approvato, non come conghiettura dipendente da qualche Ebraica, o Fenicia parola, ma come incontrastabil verità. Altra parte di essi era già passata nell’Isola (poi da medesimi detta Sicilia), ed occupato i terreni abbandonati dà Sicani per lo fuoco dell’Etna, lunga guerra vi fecero, sinonchè furono dalle due nazioni stabiliti i confini, siccome dal lib. 5 di Diodoro si vede……Tre miglia sotto alli Morigerati nel luogo detto li Zirzi, e sei lontano da Policastro, sbocca il fiume che ingrottasi vicino Casella, ecc…ecc..”. Dunque, riguardo il popolo dei Morgeti, l’Antonini cita Diodoro Siculo. Dunque, l’Antonini scriveva a proposito di Sicilì e di Morigerati che ha detto dei popoli Siculi e Morgeti nella prima parte della sua ‘Lucania’. L’Antonini, a p. 414, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Sino a pochi anni addietro, questo paese era di rito Greco, e ‘l suo protettore è S. Demetrio della Chiesa Greca. Nell’Archivio della Cattedrale di Policastro viddi diversi registri di dimissioni fatte da quel Vescovo à Preti de’ Morgerati di rito Greco, specialmente due nel 1592, ed una del 1608.”. L’Antonini a p. 414, nella sua nota (2) postillava che: “(2) I moltissimi, e ragguardevoli avanzi di fabbriche laterizie, che veggonsi oggi giorno all’incontro Morgerati di là dal fiume, che cala da Tortorella nel luogo detto Romanù, e che sono di rimotissimi secoli, fanno più vera, e stabiliscono la nostra sentenza: eppure a questa evidenza non si arrende l’Abbate Troilo, che anzi meco ragionando, pretende allogare i Morgeti vicino Matera, ecc…”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4)…..Nell’Etym. Magn. s . v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v . s . p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου 10 credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito . Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s . v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. I Morgeti (in greco antico: Μόργητες, in latino: Morgētes) furono un antico popolo, che faceva parte del gruppo delle cosiddette genti “italiche” che occuparono le aree estreme meridionali della penisola italiana e parte della Sicilia. I Morgeti facevano parte del gruppo delle cosiddette genti “italiche”, che occuparono le aree della Calabria ionica e tirrenica. Secondo alcuni storici si tratterebbe di uno dei tre rami in cui si distinsero gli Enotri (Itali, Morgeti, Siculi). Per altri, invece, furono popoli italici che furono scacciati dalle loro terre dagli Enotri, rifugiandosi poi in Sicilia. Altri ancora, li identificano tra coloro che, tra gli Itali, alla morte del re Italo/Italos accettarono suo figlio Morgete/Morgetes quale suo successore, prendendone il nome. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo, con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma. Queste informazioni sono state dedotte analizzando le fonte antiche, in particolare quanto riferito da Antioco di Siracusa. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. Dalla Treccani on-line leggiamo che i Morgeti era un’antica popolazione italica, scomparsa in età storica, ma ricordata dallo storico siciliano Antioco (in Strabone, VI, 257, 270, e in Dionigi d’Alicarnasso, I, 12) Come abitante un tempo, insieme coi Siculi, quella regione del Bruzio nella quale più tardi sorse Reggio: Siculi e Morgeti sarebbero poi stati cacciati dal Bruzio per mano degli Enotrî e sarebbero passati ad abitare in Sicilia, dove la città di Morganzia ricordava ancora il loro nome. La prima menzione di Morgete/Morgetes si trova nei frammenti di Antioco di Siracusa. In seguito ne parla Tucidide descrivendolo come figlio di re Italo. Dalla Treccani apprendiamo che la nozione geografica di Italia, nella più antica tradizione classica, è sottoposta a oscillazioni. Per Ecateo di Mileto, alla fine del VI sec. a.C., era la regione nella quale i Greci avevano fondato molte colonie costiere, sullo Ionio e sul Tirreno (frr. 89-94 Nenci), ma in cui erano incluse anche Capua e l’isola di Capri (frr. 70-71 Nenci). Per i Greci di Occidente della seconda metà del V sec. a.C. e, in particolare per lo storico Antioco di Siracusa (in Strab., VI, 1, 4), l’Italia era una regione originariamente compresa fra lo Stretto e l’istmo calabro, ma i re che vi si sarebbero succeduti, tutti appartenenti a un orizzonte cronologico precedente la guerra di Troia, avrebbero ampliato tali confini, a cominciare dall’eponimo Italo, di stirpe enotria, cui venivano attribuite funzioni civilizzatrici (Arist., Pol., VII, 10, 5 = 1329 b), il quale avrebbe esteso il territorio fino alla foce del Lao e a Metaponto. Con i re successivi, Morgete e Siculo, l’Italia si sarebbe ampliata fino al golfo di Posidonia sul Tirreno e a Taranto sullo Ionio (FGrHist, 555 F 5), ma le popolazioni derivate da essi, Morgeti e Siculi, sarebbero state poi cacciate in Sicilia dagli Enotri (Strab., VI, 1, 6), ethnos originario degli Itali, e dagli Opici, abitanti della Campania (Thuc., VI, 4, 2). Dionigi di Alicarnasso. Lo stesso Antioco, probabilmente, riferiva anche che codesti Morgeti, durante la  loro permanenza nell’Italia meridionale, avevano, sotto il loro re (eponimo) Morgete, esteso il loro territorio sino alla regione dove poi fu fondata Taranto. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. Dopo la morte del padre, Morgete ne ereditò dunque il potere. E così come Italo aveva chiamato il suo regno “Italia”, a sua volta Morgete chiamò il proprio “Morgetia”. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo, con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che ne sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma (dalla quale venne esiliato) e giunto nella Morgetia, terra degli Enotri. In Calabria, si sarebbe stanziato nell’entroterra, le opere di Proclo, Plinio, Strabone, narrano dell’antico popolo dei Morgeti, e di re Morgete, che secondo le leggende locali avrebbe fondato il castello di San Giorgio Morgeto (edificato nel IX – X secolo). In Sicilia, si sarebbe stanziato nell’entroterra, allontanando i Sicani, fondando nel X secolo a.C. – tra le altre– la città di Morgantina (Morganthion). Difficile è ormai determinare quanto di attendibile vi sia nella tradizione raccolta da Antioco: il nome dei Morgeti sembra però affiorare più volte nella toponomastica, anche moderna, così della regione apula (Morgia, le Murgie) come della Sicilia orientale; sì da far pensare che questi nomi rappresentino il ricordo del popolo dei Morgeti, che Antioco considera come una stirpe enotrica e che si potrebbero pertanto identificare con gli stessi Enotrî (v.), e, in Sicilia, coi Protosiculi della regione orientale dell’isola (M. Mayer). Bibl.: G. De Sanctis, Storia dei Romani, I, Torino 1907, p. 108 segg.; E. Pais, Italia antica, II, Bologna 1922, p. 24; M. Mayer, Die Morgeten, in Klio, XXI (1927), pp. 288-312. Dionigi di Alicarnasso basandosi sullo scritto di Antioco, afferma l’esistenza di una terza Roma antecedente alla fondazione del discentente di Enea, Romolo, e anche alla presenza di Evandro sul Palatino. Una terza Roma — che per antichità sarebbe quindi la prima — dalla quale discenderebbe l’eroe Sikelo. In Calabria, si sarebbero stanziati nell’entroterra. Nel 1595 Abramo Ortelio pubblicò una carta storica del regno dei Morgeti, inserendo Altanum, Medema e Emporum Medeme. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, nell’edizione riveduta del 1963, ed. Sansoni, Firenze, nell’Indice generale, a p. 297, in proposito scriveva che: “Sirio, moglie di Metabos – Metapontos, 83”. Infatti, la leggenda di Siri e di Morgete si connette con la storia di Metaponto che conquistò l’altra colonia magno-greca di Siris.

Nel 560 a.C., il popolo dei SIRINI e la città di Sirino e Siruci (oggi Seluci), popolo dei futuri LUCANI

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: Di seguito si proporrà un breve excursus sulle città più importanti. Siri La città di Siri sorgeva nella regione nord occidentale dell’arco del golfo di Taranto, tra la foce del fiume omonimo (Sinni) e quella dell’Akiris (attuale Angri), in una vasta e fertile pianura chiamata Siritide, in una posizione favorevole ai rapporti sia con le popolazioni della Lucania sia con quelle dell’area tirrenica. Alcune fonti ne assegnano la fondazione ad un gruppo di profughi di Troia; altre testimonianze indicano come città madre la ionica Colofone, da cui si sarebbe allontanato un gruppo di esuli all’epoca dell’invasione di Gige, re della Lidia (ca. 675 a.C.). In seguito la regione risulta abitata dai Coni, popolazione di stirpe enotrica. I Sirini avanzarono ad ovest lungo la valle del Sinni fino al lago e al monte Sirino, presso Lagonegro; fondarono Siruci, (oggi Seluce frazione di Lauria) e si spinsero sino al mar Tirreno, nel nostro golfo. Pixus, se proprio non fu fondata, fu da essi colonizzata e scelta come scalo marittimo e commerciale. La floridezza e la ricchezza di Siri, suscitarono l’invidia ma, soprattutto, la preoccupazione delle vicine città achee di Metaponto, Sibari e Crotone; queste ultime, infatti, non tardarono a porsi contro di essa e la espugnarono dopo il 550 a.C.”. Nel 1743, Giuseppe Gatta (…), figlio di Costantino Gatta (…), pubblicò postumo ‘La Lucania illustrata’ del padre nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania etc..’, per i tipi della Stamperia Muziana. Egli corregge alcuni errori della precedente edizione del padre ed in proposito a Lagonegro a pp. 307-308 scriveva che: “Stà Egli situato quasi nel mezzo dè smisurati Monti ‘Alburno e Sereno’, quello su le sponde del ‘Tanagro’ e ‘Silare’, questo su l’alpestre Valli ove era l’antico ‘Nerulo’ oggi detto ‘Lagonegro’; dè quali alti, precipitosi, aspri e sassosi Monti, e delle loro strabocchevoli Balze, forse favella ‘Livio (a), quando esprime che se Alessandro il Macedone avesse in questi luoghi dirizzato il corso delle sue armi, quivi con perpetua ignominia eclissato avrebbe le sue glorie, per esser quelli luoghi inaccessibili e malgevoli per condurvi uno esercito effeminato e molle, qual fu quello dè Greci sotto la condotta del gran Macedone.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata…….Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel itorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. Etc…”. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello…..Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che era una città dell’Italia antica, di cui si è argomentato l’esistenza, mettendo in relazione la leggenda ΣΙΡΙΝΟΣ delle monete incuse generalmente attribuite a Siri sullo Ionio (v. siri), con i Sirini, menzionati da Plinio (Nat. hist., iii, 15, 97) fra i popoli della Lucania interna, e col toponimo ancora vivo per tutto il massiccio appenninico, che culmina nel Monte del Papa ed a Lagonegro (Potenza) sulle sue pendici occidentali. Si è proposto di identificarla nei ruderi di un vasto abitato sopra uno sperone roccioso, che dai contrafforti del Sirino si protende nella valle di Lauria presso Rivello e ch’è ancora chiamato “La Città”. Popolata presumibilmente da indigeni, fu in rapporti con Siri per la diretta via del fiume omonimo (oggi Sinni) ed alla caduta di questa (560 a. C. circa) si trovò nel territorio dominato da Sibari. Gli stateri d’argento, emessi nella seconda metà del VI sec. in alleanza con Pixunte (v.), mostrano chiaramente l’influsso sibaritico così nel tipo del toro retrospicente, come nel peso. Questi caratteri achei e quelli cronologici delle monete mal si conciliano con le tradizioni ioniche e con la precoce fine di Siri, la cui distanza ne fa per giunta un’alleata poco probabile di Pixunte. Per la sua posizione sulla principale via (che fu poi la Popilia o l’Annia) verso il settentrione e sulla diramazione verso la vicina baia sul Tirreno, “La Città” dové prosperare fino ad età tarda: lo provano i resti tuttora visibili e, meglio, l’abbondante materiale scoperto e disperso nei secoli scorsi. Statuette di bronzo, difficilmente apprezzabili per la corrosione, e monete si recuperano anche oggi, più spesso trascinati a valle dalle acque. Ma soltanto cauti e metodici scavi potranno accertare se l’ipotesi del nome risponde al vero e restituire i documenti della civiltà fiorita in quest’area. Bibl.: Per l’identificazione di S.: P. Zancani Montuoro, in Arch. Stor. Calabria e Lucania, XVIII, 1949, p. 11 ss. Per le monete: J. Perret, Siris, Parigi 1941, p. 21 ss.; L. Breglia, in Annali Ist. It. Numism., I, 1954, p. i ss. Per i rinvenimenti: G. Antonini, La Lucania, Napoli 1795-77, p. 442; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, p. 372; M. Lacava, Del sito di Blanda, Lao ecc., Napoli 1891, p. 20; Not. Scavi, 1952, p. 50 ss.

Due monete (incusi) di due città confederate: PAL-MOL = PALINURO-MOLPA

In epoca greca l’abitato di Molpa, unitamente a Palinuro che all’epoca era un piccolo villaggio sorto sull’omonimo capo, non distante dalla necropoli in località Timpa della Guardia, costituiva la polis di Pal-Mol, come testimoniato dal ritrovamento di una moneta in argento con la figura di un cinghiale in corsa e che presenta da un lato l’incisione PAL (Palinuro) e dall’altro MOL (Molpa). Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…),  a p. 95, dopo aver discorso sul fiume Bussento e dopo aver più volte contraddetto l’Antonini (….), che credeva essere il fiume Mingardo parlando di Buxentum (Policastro Bussentino) e della città di “Pyxous”, in proposito scriveva che: Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”. La colonia probabilmente dipendeva amministrativamente dalla ricca e potente Sibari. Della colonia greca gli scavi hanno portato alla luce resti delle fortificazioni, dell’acropoli e di altre costruzioni e numerosi oggetti (principalmente vasellame, utensili e monili), che dimostrano che per la città fu un periodo di grande splendore e floridezza economica. La polis di Pal-Mol durò il breve periodo di trent’anni: nel 510 a.C. la colonia fu misteriosamente abbandonata, forse a causa di una tremenda epidemia. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo cap. II: “Un kastrum bizantino ad Akropolis”, a p. 57, nella nota (2) postillava che:  “(2) MOLPE, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico Molpie) e Mingardo, ebbe nome dall’omonima sirena (STRABONE, I, 22 0 2, 12). Le sue origini sono da porsi almeno nel VI secolo a. C., quando appare essere stato uno scalo sibaritico come la vicina Palinuro, con la quale coniò in comune una moneta incusa con la leggenda: PAL / MOL. Etc..”. La colonia probabilmente dipendeva amministrativamente dalla ricca e potente Sibari. Della colonia greca gli scavi hanno portato alla luce resti delle fortificazioni, dell’acropoli e di altre costruzioni e numerosi oggetti (principalmente vasellame, utensili e monili), che dimostrano che per la città fu un periodo di grande splendore e floridezza economica. La polis di Pal-Mol durò il breve periodo di trent’anni: nel 510 a.C. la colonia fu misteriosamente abbandonata, forse a causa di una tremenda epidemia. Dalla Treccani on-line leggiamo che riconsiderando la documentazione si osserva, infatti, che il centro indigeno di P. si sviluppa come abitato autonomo soprattutto nella seconda metà del VI sec. a.C. per l’arrivo di genti dal Vallo di Diano, discese sulla costa seguendo le valli del Mingardo, del Bussento e del Noce (nei pressi di Praia a Mare). P. è in questo periodo nell’orbita di Sibari, come si evince dalla moneta d’argento incusa, in tutto, tranne che per l’epìsemon (il cinghiale con la criniera depressa, in luogo del toro retrospiciente) assimilabile alla monetazione di Sibari. Come è noto la moneta reca la doppia leggènda Pal-Mol in cui si è, a torto, vista la symmachìa tra P. e Molpa. Bibl.: E. Greco, Velia e Palinuro. Problemi di topografia antica, in MEFRA, LXXXVII, 1975, pp. 81-108; C. A. Fiammenghi, La necropoli di Palinuro. Elementi per la ricostruzione di una comunità indigena del VI sec. a. C., in DArch, s. III, 1985, 2, pp. 7-16; M. Romito, Un insediamento neolitico a Palinuro, in II Neolitico in Italia. Atti della XXVI Riunione Scientifica dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, Firenze 1985, II, Firenze 1987, pp. 691-695; E. Greco, Serdaioi, in AnnAStorAnt, XII, 1990, pp. 39-57. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 189, in proposito scriveva che: “Gli elleni, stanziati anticamente per questi luoghi, spiegarono, seguendo il loro costume e con gli elementi del proprio idioma, il vecchio nome locale, derivato forse da altro linguaggio; e dalla spiegazione ellenica di una più antica parola nacque la personificazione del “timoniere sagace” (2) e famoso che la leggenda accoppiava ai casi di Enea. Ma, oltre all’eroo o pio sepolcro all’antico nocchiero sul promontorio del suo nome, alcuni scrittori moderni ritengono che ivi esistesse una città, greca, dello stesso nome di Palinuro. La congettura non si fonda altrimenti che sulla leggenda di una singolare moneta, la quale intendono accennasse a federazione tra la città di Molpa e la città di Palinuro; poichè vi leggono, benchè in iscorcio, le prime sillabe dei nomi delle due città. Ma finché altre prove non sorreggano la dubbiezza di quest’una, non ometterò di avvertire, che se le due sillabe si congiungano in un unica parola, scomparirà la nota di PAL-inuro, e non risulterà invece che solo il nome di Mol-pa (3).”. Il Racioppi (…), a p. 189, nella nota (2) postillava che: (2) Da πολυνος ed ουριος “l’uomo sagace che naviga con buon vento,” ovvero da παλαιω, lottare, e in senso passivo essere vinto dal vento – οuρος -? – Corcia (op. cit., III, 55) invece, da παλιν  contra, ed ορος monte, accennando al promontorio.”. Il Racioppi, a p. 189, nella nota (3) postilava: “(3) La congettura di cui si parla nel testo è del SESTINI, Mon. vet. 16 (ap. Corcia, Op. ci., III, 58). La moneta è una incusa di argento: – Tipo: – Cinghiale a dr. ΙΛΠ II Cinghiale a sin. IOM – Inclino a credere, che le dueparole siano parte di un’unica parola che sarebbe ΜΟΛΠΛΙ = Molpai. E ricordo, in appoggio, che sopra una moneta incusa dell’antica Laos, che ha il bue a volto umano dalle due faccie, è scritto dall’una parte ΛΛΙ e dall’altra NOM = Lainos.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 295 e sgg e sgg riferendosi a Pixunte, in proposito scriveva che: Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. In pari modo non sappiamo quali conclusioni cronologiche e storiche sia lecito ricavare da analoghe monete federali, ossia dagli stateri incusi delle due città a noi ignote, in cui sono segnate le sigle “PAL” e “MOL”. Si è pensato che tali nummi vadano riferiti a Palinuro ed a Melphes (Amalfi ?). Siamo purtroppo nel campo delle ipotesi che, come nel caso di Siris e di Pyxous, le monete federali appartengano a città che tentavano analoghi commerci di trasbordo fra l’Ionio ed il Tirreno. Il fatto che di queste due città non vien fatto più tardi memoria suggerisce il pensiero che la loro attività sia stata ben presto soffocata o distrutta da quella delle più potenti città Achee, che non tollerava rivalità commerciali e politiche.”. Giulio Schmiedt (….), nel suo “Antichi porti d’Italia – gli scali Fenicio-Punici. I porti della Magna Grecia”, a p. 76 parlando di Palinuro e riferendosi alla Molpa, in proposito scriveva che: “Essa serviva forse un altro centro ellenizzato (164),che si può collocare sulla sommità della collina di q. 140, dove in epoca medievale sorse un castrum distrutto dai Saraceni nel 1113. Da notare infine, che questi due centri dovevano essere collegati economicamente (ciò sembra documentato da una moneta rinvenuta nel 1774 che reca incisa nell’esergo le lettere PAL e MOL) e costituire per Velia due basi per il controllo delle acque del proprio territorio (165), che probabilmente terminava a punta degli Infreschi.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (161) postillava che: (161) Molto acutamente Virgilio Catalano (cfr. op. cit.) ricorda che la triste fama di capo Palinuro, forse insita nello stesso toponimo greco  Παλν + ονρος = vento generatore di tempeste) è dovuta non solo al mito virgiliano della morte del nocchiero di Enea e al mito della sirena Molpe, ma anche ai terribili naufragi subiti da flotte romane.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (164) postillava che: “(164) Non si hanno sino ad oggi prove archeologiche del centro. R. Nauman (cfr. op. cit. I p. 32), in relazione al rinvenimento a Molpa di cocci neri simili a quelli di Palinuro, avanza l’ipotesi di un borgo portuale della collina ai piedi del fiume. P. Zancani Montuoro (cfr. op. cit., Siris – Sirino – Pixunte, in “Arch. St. Cal. Luc.”, p. 16) vede sulla collina di Molpa una città ellenizzata e dice di avere ritrovato sulla spianata rocciosa che strapiomba sul mare resti di argilla seccata al sole e di legno carbonizzato, forse relativi a muri di mattoni crudi e a pali infissi nei numerosissimi incavi circolari e rettangolari esistenti sul piano della roccia.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (165) postillava che: “(165) L’ipotesi che la Sympoliteia Palinuro-Molpa fosse compresa nel territorio veliense sarebbe confermata dal rinvenimento a Palinuro dei caratteristici mattoni di Velia con i bolli greci e di monete di Velia (350-280 a.C.). Cfr. in proposito R. Nauman, op. cit., II, p. 280 e Catalano, op. cit.”. Sull’opera di Nauman, lo Scmiedt lo spiega nella postilla della nota (163): “(163) Cfr. R. Nauman e B. Nautsch, Palinuro. Ergebnisse der Ausgrabungen, vol. I e II, 1957-1960”. Si tratta di Rudolf Nauman. Riguardo all’opera di Virgilio Catalano, lo Schmiedt che lo cita riferisce “Aspetti e problemi dell’Archeologia Cilentana”, in “Partenope”, fasc. IV, anno II, 1961.

Riguardo la “Molpa”, il termine, Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….nè le tradizioni intorno a ‘Molpa’, sita forse ad un paio di chilometri da Palinuro, nè quelle intorno a Leucosia (4), anche a non tener conto d’altro che dell’onomastica certamente greca, debbono esser ritenute in tutto prove di fondamento (1). Così tutta la costa dal golfo di Policastro a quella di Salerno fu colonizzata dai Greci, e davanti ad essi gl’indigeni non bene armati da poter opporre una forte resistenza, si ritirarono nell’interno (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (4) postillava che: “(4) Plin. N. H., III, 7; etc..Dionigi di Alicarnasso, Antichità romana, (ed. Kiessling e Prou, Parigi 1886), al lib. I dice che Leucosia era cugina di Enea e morì nell’isolotto che è di rimpetto alla punta detta oggi di Licosa.”. Il Carucci, a p. 46, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Champault, op. cit., cerca di determinare le terre toccate da Ulisse nella sua perigrinazione e dimostra che la spiaggia delle Sirene deve ricercarsi presso Punta Licosa e non nelle isolette Sirenuse presso la punta della Campanella. Nè è scarsa di valore la denominazione di un luogo presso Licosa – Teresino – che, anche nella tradizione popolare, significa ‘tre sirene’.”. Il Carucci, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Champault, Pheniciens et Grecs en Italie d’auprès l’Odyssée, Paris, Leoroux, 1896”.

Nel 560 a.C., PIXUNTE e SIRIS, la lega Achea e le monete con la leggenda “SIRINO-PIXUS”

Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a pp. 138-139 parlando di Pixunte, in proposito scriveva che: “I due termini fondamentali della questione stanno invece nella tradizione letteraria riguardante l’origine della città e nella documentazione delle monete. Devesi, anzi, cominciare dal prendere in esame questo secondo punto, il quale è più interessante in quanto concerne un dato di fatto. Poichè, infatti, stateri d’argento di Siri, di circa l’anno 560 a.C. (4) che portano il nome suo con quello della città di Pixunte, della costa occidentale, non solo sono per ogni rispetto simili alle più antiche monete dell’achea Sibari, ma hanno in caratteri achei la leggenda Σιρινος, s’è chiesto a ragione come mai ciò avvenisse in una città di stirpe ionica. E la risposta è stata suggerita dalla constatazione che in quel tempo v’era una monetazione uniforme e federale di pezzi d’argento detti incusi, che attesta l’esistenza della cosiddetta lega achea, della quale appunto faceva parte Siri in quanto sarebbe stata di già soggiogata dalla potente Sibari, con questo di più e di singolare che Siri e Pixunte nel seno della lega stessa avevano un’alleanza più stretta e più particolare, del genere di quelle che ci risulta esservi state fra Metaponto e Posidonia, Sibari e Crotone, Crotone e Pandosia, Crotone e Temesa: alleanza la quale prova indirettamente l’esistenza d’una strada commerciale assai frequentata, che poneva in comunicazione le due città da un mare all’altro attraverso la penisola, molto ristretta in quel punto, risalendo dalla costa orientale il fiume Siri sino alle sorgenti e discendendo di là sul litorale occidentale ove stava Pixunte (1). Per quanto oggi si ignori lo svolgimento storico dei fatti, è lecito supporre che la potente Sibari abbia costretta Siri a riconoscere la sua egemonia per non essere danneggiata nei suoi interessi commerciali, una volta che Siri comunicando con il litorale occidentale veniva ad annullare l’influenza che un’altra città, Scidro, avrebbe potuto esercitare a vantaggio della stessa Sibari, di cui era colonia, e che trovavasi su quella via di comunicazione non lungi da Pixunte (2).”. Il Ciaceri, a p. 138, nella nota (4) postillava che: “(4) v. Head (2) p. 83”. Il Ciaceri, a p. 139, nella nota (1) postillava che: “(1) v. Lenormant I p. 207 sg. “. Il Ciaceri, a p. 139, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di  Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Sempre il Ciaceri, a p. 140 aggiungeva che: E v’è anche da pensare che ad un tentativo di riscossa da parte di Siri, per sottrarsi a codesta forma di egemonia, si dovesse poi l’origine del conflitto con le città achee, le quali avrebbero finito con l’assaltarla e distruggerla. Tutto ciò, infine, varrebbe a spiegare come mai Siri per quanto città ionica avesse monete di tipo e caratteri achei. Nè, d’altra parte il fatto ch’essa era ancora fiorente intorno al 560, come viene attestato dalle monete, e che finiva di esistere prima del 510 a.C., come si deduce dal sapere che intorno a questo anno era distrutta Sibari, etc…”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…), a p. 95, in proposito scriveva che: Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”.

Cattura,,,,

(Fig….) Da Romanelli (…), p. 97: “Statere di Siri e Pyxous con leggenda EIPINOE, 550-530 a.C. (da P.R. Franke – M. Hirmer)”.

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(Fig…) Da Romanelli (…), p. 98: statere (moneta del tempo, incusa) di Pyxoes e Sirinos, il bue con le due epigrafi

Riguardo le bellissime monete, tra le poche testimonianze rimasteci di quel tempo, Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 98 (vedi ristampa a cura di La Greca), in proposito scriveva che: “La moneta incusa col tipo del bue rilevato da una parte, e collepigrafe ΓV+ΟΕΜ, cioè ‘Pyxoes’, e dall’altra la cavità del medesimo bue coll’epigrafe retrograda ΜΟΗΞqsΜ, cioè ‘Sirinos’ (vedi Tav. II, n. 6). Si argomenta da queste epigrafi una federazione, che ripassava tra Bussento, e Siri, siccome da un altra moneta si argomenta altra federazione tra Crotone, e Pandosia.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 275 parlando di Pixunte (attuale Policastro Bussentino scriveva che: “Quando al tempo delle origini di Pixunte, gli stateri stessi, dei quali abbiamo fatto menzione, ne attestano già l’esistenza intorno alla metà del sec. VI; onde puossi ritenere che fosse sorta qualche decennio innanzi;……Nè Sibari, d’altra parte, godè a lungo delle ingenti ricchezze tratte da codesta politica commerciale, che nel Tirreno faceva estendere la sua influenza sino a posidonia, la più autorevole delle sue colonie.”. Emanuele Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (4) cita anche Ettore Pais (…). Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Il Ciaceri citava l’altra opera del Pais ma io possesso la “Storia dell’Italia Antica” del Pais. Infatti, nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, riferendosi alla città greca e Ionica di Sibari in proposito scriveva che: Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 255 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Nel non lungo periodo del suo fiorire Siris si alleò con Pixous (Buxentum) posta sul Tirreno allo sbocco dell’omonimo fiume, e con essa battè moneta federale. Colonia dei Colofoni, Siris era l’esponente del commercio Ionico. Destò quindi la gelosia degli Achei, i quali deliberarono di cacciare d’Italia tutti gli altri Greci, che non fossero della medesima stirpe. Non era soltanto odio di razza, ma anche rivalità di commerci internazionali. Verso il 550 a.C. i Sirini furono sconfitti dai Metapontini, dai Sibariti e dai Crotoniati. Siris non fu, a quanto, pare distrutta, ma, come par dimostrato dale monete, fu occupata dagli Achei o per lo meno obligata a far parte della loro federazione…etc…..Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. In pari modo non sappiamo quali conclusioni cronologiche e storiche sia lecito ricavare da analoghe monete federali, ossia dagli stateri incusi delle due città a noi ignote, in cui sono segnate le sigle “PAL” e “MOL”. Si è pensato che tali nummi vadano riferiti a Palinuro ed a Melphes (Amalfi ?). Siamo purtroppo nel campo delle ipotesi che, come nel caso di Siris e di Pyxous, le monete federali appartengano a città che tentavano analoghi commerci di trasbordo fra l’Ionio ed il Tirreno. Il fatto che di queste due città non vien fatto più tardi memoria suggerisce il pensiero che la loro attività sia stata ben presto soffocata o distrutta da quella delle più potenti città Achee, che non tollerava rivalità commerciali e politiche.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 191, in proposito scriveva che: “Diodoro Siculo lasciò scritto (1) che “Micito di Reggi e di Zancle, fondò la città di Pixo” nel secolo V, verso l’anno 470 a.C. Invece, la numismatica dà argomento che Pixo sia fondazione più antica: perchè esiste una moneta antichissima, incusa, che, con l’impronta del bue, comune tipo alle città di gente acha, ha la greca leggenda di “Pyxoes – Syrinos”; onde s’inferisce un legame di alleanza tra la città di Siri sul Jonio e di questa Pixo sul Tirreno: e ne abbiamo parlato più innanzi. Le monete incuse sono del sesto secolo (2). Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito concludere che la colonizzazione di micito a Pixo etc…”. Il Racioppi, a p. 191, nella nota (2) postillava: “(2) Lenormant, Grande Grèce. I, 207: “Pyxus fondée en 471, cinquante ans environ après l’epoque où avait cessé la fabbrication des espèces incuses.”. Il Racioppi, a p. 191, nella nota (3) postillava: “(3) Πυξεων, Buxentum. FABRETTI, Glossar. Ital. ad v. Buxent.”.

Nel 98 d.C., ai tempi di Nerva, l’epigrafe latina sui boschi rinvenuto al Mingardo dall’Antonini

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” (I ed., 1745), a pp. 370-371 parlando della Molpa in proposito scriveva che: “Per molte diligenze fra quelle ruine, e suoi contorni praticate, affatto non mi è riuscito trovar cosa che sapesse d’antico a riserva dun cippo, che in una vigna al piano del Mengardo è tenuto per dar peso allo strettojo dell’uva: In esso travasi la seguente iscrizione mezo consumata, tanto che appena si è potuta copiare: ……

                                                                                                      XENT IN REM

                                                                                                        VRBIC. SILV.

                                                                                                     IVG. LX. ADSIG.

                                                                                                            DDI. S. K. ….

a qual uso queste selve potessero esser destinate cè ‘l dice ‘Aggeno comment. ad Front. de controv. agr. In tutelam rei urbanae assignatae sunt silvae, de quibus ligna, in reparatoniem pubblicorum moenium traherentur. Hoc genus agri tutelatum dicitur’. Con poc’altre parole, ma forse più chiaramente ‘Igino de limit. conflit. di cotali assegnazioni ragiona: ‘……………………..’. Ma Niccolò Rigaltio, siccome niente contentossi della sentenza di Aggeno, così molto si compiacque di quella d’Igino. Egli nelle note a quest’autore così scrive: ‘Namque in tutelam rei urbanae sunt assegnata, & quae operibus pubblicis fuerunt data, aut destinata, ad unam soli conditionem pertinent, videlicet urbani; & Aggenus ipse in tutelam rei urbanae assignatas esse sylvas ait, da quibus ligna in  reparationem pubblicorum operum traherentur. Liber Arcerii hunc lectionem suggerit, unam Urbani soli, alteram agrestis quod in tutelam agri suerit assignatum; urbani, quod operibus pubblicis datum suerit, aut destinatum’. E finalmente va a dire, che dalla rendita di cotali selve si ricava quello, che bisognava per la riparazione delle pubbliche mura.”.

L’Antonini, a p. 371, nella nota (I) postillava che: Parmi che così iterpretar si possa, rimettendomene al giudizio miglior etc….

                                                                                                         BUXENTO. IN REM.

                                                                                                  URBICARIAM. SILVARUM.

                                                                                                     IUGERA. LX. ADSIGNATA.

                                                                             DESTRA. DECUMANUS. PRIMUS. SINISTRA. KARDO.

Quali poi fossero queste misure, con poche parole ce ‘il dice Plinio, nel c. 3. lib. 18 così: ‘Jugerum vocabatur, quod uno jugo, boum in die exarari posset. Actus in quo boves agerentur cum aratur uno impetu justo. Hic erat CXX. pendum, duplicatusque in longitudinem jugerum faciebant. Vide Authors Rei Agrar.’. E Frontino In expo. sitione. formarum’ lo stesso ci conferma.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “L’antica Bussento – oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale”, a p. 15 parlando dell’antica città di Bussento in proposito scriveva che: “Argomenta l’Antonini che la Molpa sia il Bussento da un frammento epigrafico in un cippo messo a strettoio delle uve, e situato quindi fuori del suo primitivo posto:

                                                                                              ……XENT  IN  REM

                                                                                                      VRBIC.  SILV 

                                                                                                     IVG.  LX. ADSIG.

                                                                                                           DDI. S K…….

che interpreta: ‘Buxento. In. rem. Urbicariam. Silvarum. Jugera. LX. Adsignata. Destra. Decumanus. Primus. Sinistra. Cardo. (11) Ma bisognava dimostrare che sia quello il posto primitivo del cippo e non altro; difatti potè esservi trasportato. Ritenuta poi la interpretazione, e concesso, come pare, che le lettere XENT. siano da supplirsi Buxento, osserviamo che il frammento porta due termini locali, il Bussento ed i sessanta Jugeri; dunque il cippo era terminale perchè non era presso il Bussento, ma sessanta jugeri al di là. Dunque, il luogo dove fu trovato non era il sito del Bussento, ma un confine da esso ben sessanta jugeri lontano. Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”.

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(Fig…..) Gaetani Rocco, op. cit., p. 15 parla del Bussento e della Molpa

Il Gaetani, a p. 28, nella nota (11) di p. 15, postillava di Antonini, La Lucania, p. 370-371, dove l’Antonini ci parla del cippo rinvenuto a Mingardo presso la Molpa. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani dava torto all’Antonini, affermando ed argomentando che il cippo si riferiva a Bussento o Buxentum che si trovava a sessanta jugeri di distanza dal cippo rinvenuto nel fiume Mingardo. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 riporta l’iscrizione dell’Antonini, ed in proposito scriveva che: “Ma non passavano più di sei anni e nuovi coloni furono mandati a Bussento, perchè il Console Spurio Postumio, il quale faceva per l’Italia la famosa inquisizione de’ Baccanali, trovava abbandonata la colonia speditavi prima (3), ed a questi tempi appartenne al certo il seguente frammento epigrafico (4), che serbavaci memoria di quella specie di assegnazione nelle rendite de’ boschi per la riparazione delle pubbliche mura, solta a stabilirsi per le colonie romane (5): etc…”.

                                                                                        ……..BVXENT  IN  REM

                                                                                                      VRBIC.  SILV 

                                                                                                     IVG.  LX. ADSIG.

                                                                                                           DDI. S K…….

Il Corcia, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Liv. XXXIX, 23”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (4) postillava che: “(4) Antonini, op. cit., t. I, p. 370”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (5) postillava che: “(5) Hygin. De limit. const. ap. Frontin. p. 193 seq.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 507: “Le testimonianze di Buxentum sono numerose: le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò “falsae vel alienae” altre due iscrizioni (54), riportate dagli storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi romani vennero alla luce nel secolo scorso, ecc…”. I due studiosi a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. Tra le false o estranee ha interesse la seguente: …….xent. in rem/urbic./iug. LX. adsig./d.d.i.s. K….Fra gli studiosi stranieri il primo che abbia riportato le iscrizioni latine fu C. Tait Ramage (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109), che visitò Policastro nel 1828.”. I due studiosi sempre a p. 507, nella loro nota (55) postillavano che: “(55) Notevole è l’ipotesi che G. Riccio (Storia e topografia antica della Lucania, cit.), avanza sull’iscrizione falsa citata alla nota precedente. Egli riteneva che il frammento si riferisse alla ‘rifazione delle pubbliche mura, la cui spesa si prelevava da una specie di assegnazione sulle rendite de’ boschi’. E’ da precisare che l’iscrizione non fu trovata a Policastro ma sul fiume Mingardo, e ciò farebbe supporre, dando un qualche credito antiscentifico all’iscrizione stessa, che in età Romana il territorio del Golfo di Policastro si nominasse dalla principale colonia, cioè da Buxentum, e che lo stesso territorio fosse regolato secondo gli usuali sistemi della centurazione. L’iscrizione, inoltre, potrebbe anche riferirsi al citato φρουριον, risultato anch’esso in epoca romana.”. I due studiosi si riferivano a Giovanni Riccio (….), nel suo “Storia e topografia antica della Lucania”. Dunque, riepilogando, i due studiosi Natella e Peduto scrivono che il Mommsen raccolse alcune epigrafi riportate dall’Antonini (…) e dal Riccio (…) e scrivono pure che le due epigrafi riportate dall’Antonini e dal Riccio, furono ritenute false dal Mommsen (…) che le inserì tra le iscrizioni “falsae vel alienae”. I due studiosi, i quali, nella loro nota (54) a p. 507 postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. ecc…”. I due studiosi citavano le epigrafi riportate nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (C.I.L.) e, postillavano C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460″. Infatti, la bibliografica intorno alle due epigrafi citate dai due studiosi e che il Mommsen dava per false, ovvero “falsae vel alienae”, sono state citate da Clara Bencivenga Trimllich (….), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a p. 706, dove nella sua nota (20) postillava cosa diversa da Peduto e Natella: “(20) C.I.L., X, I, n° 94.”. Il Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) è un’opera in più volumi che raccoglie antiche iscrizioni in latino. Si pone come fonte autorevole di documentazione epigrafica relativa ai territori compresi nell’Impero romano. Il CIL, come viene comunemente denominato, raccoglie le iscrizioni latine sino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, di qualsiasi natura (pubblica, sacra, sepolcrale, onoraria, rupestre, graffiti etc.), e su ogni supporto epigrafico (per lo più pietra e bronzo). Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 7, in proposito scriveva che: “Roma primitiva era di semplici costumi e di vita sobria; dopo le conquiste accumulò denari e ricchezze. Le terre assoggettate diventarono proprietà dello stato (ager publicus), altre furono vendute a basso prezzo alla famiglie più o meno agiate, altre date in affitto a privati. Diminuì, così, la piccola proprietà, perché i nuovi acquirenti non potendo più sopportare i pubblicani disonesti che abusavano nella riscossione dei tributi, finirono per appropriarsi del terreno che avevano. La maggior parte delle terre era incolta per mancanza di lavoratori, perché i giovani erano impegnati nelle guerre, o era devastata dagli eserciti di Annibale. Infine le terre abbandonate furono popolate da schiavi, duramente trattati, ed i piccoli proprietari, caduti ormai in rovina, non poterono più mantenere le loro famiglie numerose. La sete insaziabile di ricchezza continuò ancora finchè la crisi economica causò la nascita di insurrezioni e di guerre sociali.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel Liber Coloniarum il territorio di Bussento (ager Buxentinus) è posto nel Bruzio (Provincia Brittiorum)(78), e si accenna ad una assegnazione dei lotti ai coloni fatta in epoca graccana o triumvirale, per i veterani.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (78) postillava che: “(78) Liber Coloniarum, I, p. 209 L, 19-20”. Il La Greca si riferisce al testo di ………

Nel 540 sec. a.C., il popolo scomparso dei SERDAIOI o SERDEI o SARDI, popolo pre-italico preesistente alla fondazione delle città magno-greche

Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Posidonia”, a p. 133 e ssg, in proposito scriveva che: “La localizzazione della saga di Eracle nel territorio di Posidonia – dove l’eroe argivo si sarebbe fermato nel viaggio di ritorno dalla spedizione pè buoi di Gerone – può ascriversi agli stessi Trezenii fondatori della città; o, più probabilmente, tenuto conto della data presumibilmente tarda di codesta localizzazione, dovrà riguardarsi come un’irradazione della leggenda di Eracle dalla Campania, dove la saga dell’eroe fu portata dalla corrente migratoria calcidese (1).”. Il Giannelli, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) A proposito delle origini di Posidonia e dei legami che la univano alle origini di Sibari, torna qui in acconcio far menzione dell’epigrafe recentemente scoperta ad Olimpia e pubblicata da E. Kunze nel VII ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). L’iscrizione – databile alla metà del VI sec. a.C., – ci conserva il testo di un trattato di amicizia concluso dai Sibariti e dai loro aleati con un altro popolo, designato col nome – a noi finora ignoto – di ‘Serdaioi’. Sulla identificazione di questo popolo si è già discusso assai e, credo si continuerà a discutere: le diverse ipotesi avanzate dagli studiosi sono lucidamente esposte e commentate da P. Zancani-Montuoro nell’articolo ‘Sibari e Serdei’, pubblicato in “Rendic. Acc. Naz. Lincei” classe sc. morali, sez. VIII, vol. XVII, fasc. 1-2 (1962). A noi interessa qui il fatto che, come garanti della fedeltà dei Sibariti al patto stretto coi Serdei, vengono chiamati “Zeus, Apollo e gli altri dèi, e la città di Posidonia”: ciò che indica la potenza raggiunta dalla città sul Tirreno e la sua piena autonomia dai Sibariti, ma al tempo stesso lo strettissimo legame che la univa a Sibari, e non indebolisce per nulla, anzi rafforza (contrariamente a quanto ritiene la Zancani-Montuoro) la tesi della derivazione di Posidonia da Sibari, così come è stata esposta nel testo.”. Sempre il Giannelli, a p. 278, nelle sue “Conclusioni”, in prposito a questo antico popolo scriveva che: “E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parechi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII  ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo- a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”. Da Wikipedia, alla voce “Sardi” leggiamo che l’etnonimo “S(a)rd” appartiene al substrato linguistico preindoeuropeo (o secondo altri indoeuropeo), e potrebbe derivare dagli Iberi che si stabilirono sull’isola. La più antica testimonianza scritta dell’etnonimo è riportata sulla Stele di Nora, dove la parola Šrdn (Shardan) testimonia la sua esistenza originale nel momento in cui i mercanti fenici arrivarono per la prima volta nelle coste sarde. Secondo il Timeo, uno dei dialoghi di Platone, la Sardegna e i suoi abitanti, “Sardonioi” o “Sardianoi” (Σαρδονιοί or Σαρδιανοί), furono soprannominati così da “Sardò” (Σαρδώ), una leggendaria donna lidia di Sardi (Σάρδεις), nella regione occidentale dell’Anatolia (attuale Turchia). Altri autori, come Pausania e Sallustio, indicano invece che i Sardi discendono da un antenato mitologico, un figlio Libico di Ercole o Makeris (dal berbero imɣur “allevare”) riverito come Sardus Pater Babai (“Padre Sardo” o “Padre dei Sardi”), che diede all’isola il suo nome. È stato anche affermato che gli antichi Sardi nuragici fossero associati anche con gli Shardana (šrdn in egiziano), uno dei Popoli del Mare. L’etnonimo fu romanizzato nella forma singolare maschile e femminile in sardus e sarda. Bibliografia: E.KUNZE, Olympia Bericht VII, Berlin 1961, 207–210; H.BENGTSON, Die Staatsverträge des Altertums, II, München – Berlin 1962, no. 120; M.GUARDUCCI, Osservazioni sul trattato fra Sibari e i Serdaioi, RAL 17, 1962, 199-210; P.ZANCANI MONTUORO, Sibariti e Serdei, RAL 17, 1962, 11-18; S. CALDERONE, Identificati i Serdaioi, Helikon 2, 1962, 633-258;S.CALDERONE, Identificati i Serdaioi, Helikon 3, 1963, 219-258;J.SEIBERT, Metropolis und Apoikie. Historische Beiträge zur Geschichte ihrer gegenseitigen Beziehungen, Würzburg 1963, 94-96;J.ROBERT – L.ROBERT, REG 75, 1963, 137-138 no. 106; REG 79, 1966, 380-381 no. 210; G. PUGLIESE CARRATELLI, Greci d’Asia in Occidente fra il secolo VII e il VI, PP 21, 1966, 155-165 [= ID., Scritti sul mondo antico, Napoli 1976, 307-319];SEG 22, 1967, no. 336;M.BURZACHECHI, Gli studi di epigrafia greca relativi alla Magna Grecia dal 1952 al 1967, in: Acts of the 5th Congress of Greek and Latin Epigraphy, 18th-23rd September 1967, Oxford 1971, 125-134;R.MEIGGS – D.M.LEWIS, A Selection of Greek Historical Inscriptions to the end of the fifth century B.C., I, Oxford 1969, 18-19, no. 10 (trad. inglese).

La Molpa in epoca Romana e post-Romana

Molpa viene rifondata in epoca romana per ragioni difensive: viene munita difatti di stazioni di osservazioni per l’avvistamento di navi cartaginesi. Successivamente la zona fu anche scelta come residenza estiva da diverse famiglie patrizie e, secondo la leggenda, fu anche dimora dell’imperatore Massimiano, che dopo la rinuncia all’impero avvenuta nel 305 d.C. scelse di abitare in questa terra per la bellezza dei luoghi e la bontà dei vini prodotti nella zona. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro:

  • il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso;
  • il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare e perse alcune navi.

Alcuni ipotizzano che nel 420 Molpa abbia dato i natali all’imperatore Libio Severo (anche se le fonti ufficiali indicano quale città di nascita Buxentum, l’attuale Policastro Bussentino). In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi. Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi. In zona, visibili ancora oggi, ci sono altre due chiese a pianta triconca: l’antica cattedrale di Policastro Bussentino e la chiesa di San Nicola de Donnis a Padula.

Il promontorio della Molpa, il capo Spartivento a Palinuro, la ‘Gola del Diavolo’ a San Severino di Centola, tra mito e leggenda

Il codice Vaticano Latino 9239, illustrato nell’immagine di ………., parla dell’origine di alcuni toponimi in Italia meridionale, tra cui quello antichissimo di S. Giovanni a Piro che, secondo l’antico tον απειρον dovrebbe significare (= l’infinito o il remoto). Il nostro territorio, spesso terra di nessuno, a causa del suo isolamento e dell’aspra orografia del suo territorio, venne scelto e preferito a molti altri anche dai monaci italo-greci che ivi vi si stabilirono intorno al secolo VIII. E’ proprio a causa della sua caratteristica e peculiarità di isolamento, il nostro territorio e il ‘basso Cilento’, fu scelto da gruppi di monaci iconoclasti, provenienti da alcune aree dell’Impero bizantino da cui scampavano, venendo a mettere radici sulle nostre terre. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 192-193-194, parlando del probabile luogo o dei luoghi della Vita di S. Nicodemo, citava i luoghi vicini a Palinuro ed in proposito scriveva che: “il …luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Tenendo presenti le coste marittime verso le quali declinano i montuosi focolai di ascetismo bizantino del Mercurion e del Cilento, e precisamente il tratto che corre dalla foce del Mercure-Lao a sud, a quella del Solofrone a nord, ci imbattiamo in tre luoghi dove la leggenda classica ha lasciato i suoi ricordi: la foce del Lao, dove avrebbe approdato Draconte, compagno di Ulisse; il promontorio di Palinuro dove avrebbe naufragato l’omonimo compagno di Enea; la punta di Licosa, dove sarebbe stato portato dalle onde il corpo della sirena Leucosia vinta da Ulisse (39).. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Riguardo i testi citati dal Cappelli nella nota (39) si tratta di: Strabone (…) e la sua ‘Geographia’; Virgilio (…) e la sua ‘Eneide’; Licofrone (…); Alexandra (…) e la sua……………..e G. Alessio (…), nella sua ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958”, Roma, 1958, pp. 19 ss. Il Cappelli (…) continuando il suo discorso sulla sua ipotesi dei luoghi citati nella ‘Vita‘ di S. Nicodemo in proposito scriveva che: Questo capo, dove per i frequenti fortunali si è localizzato il leggendario naufragio del timoniere della nave di Enea e contro le cui rocce si infrangeva, per ricordare un caso, una una buona parte della flotta di Ottaviano che nel 36 a. C. navigava verso la Sicilia contro Sesto Pompeo (43), ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva. Alle quali venivano riferite, come ancora oggi si ritiene dai naturali del luogo, le molte ossa umane e di animali ammucchiate in una prossima grotta che invece appartengono all’età della pietra.. Sempre il Cappelli aggiunge che: Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Fulgenzio: e cioè che il personaggio di Plalinuro corrisponde alle allucinazioni (45).……. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Velleii Paterculi, ‘Historiae’, II, 78.”. Riguardo il testo citato si tratta di Velleio Pacercolo (…) e il suo ‘Historiae’. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Fulgentii, ‘De continentia Vergiliana: vedi il passo che ci interessa in D. Comparetti, ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze, (s.d.), I, p. 136 n. 3.”. Riguardo il testo citato si tratta di Fabio Planciade Fulgenzio (Fulgentii), e del suo ‘De continentia Vergiliana’, ed il passo di D. Comparetti (…) ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze. Sempre il Cappelli scriveva che: Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48).. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII. Sempre il Cappelli ancora scriveva che: Nessun dubbio che questa corrisponde al suggestivo capo azzurro argentato di enormi olivi di Palinuro, se si considera che essa si trovava in un paese latino, ed infatti faceva parte del principato longobardo di Salerno, e se si tiene conto di un elemento di linguistico. E cioè che le due località della Calabria hanno un nome consimile al luogo ricordato dal biografo di S. Saba: il monte Planuda in territorio di Orsomarso e la contrada Palinuro nel comune di Colosimi. Ora, il nome ecc…Se queste mie congetture, circa l’ubicazione del monte Cellerano nei pressi di Palinuro sono, come ritengo, esatte, veniamo a conoscere con precisione anche i luoghi nei quali S. Fantino, abate di uno dei monasteri del mercurion, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (49) postillava che: “(49) P. Zancani-Montuoro, op. cit., p. 16, n. 1”. Riguardo il testo citato si tratta di P. Zancani Montuoro (…) e del suo ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in ‘Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.’, XVIII, (1949). Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (50) postillava che: “(50) G. Rohlfs, ‘Dizionario dialettale delle tre Calabrie’, Halle- Milano, 1932, ss. I, introd., p. 34.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologia Greca, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, p. 250 e s…..

Plinio e il “flumen Melpas”

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 170, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Molpa, Malfa, Melfa (“flumen Melpas” di Plinio (1)…”. Ebner a p. 170 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Plinio, N. H., III, 5,7. “Proximus autem Melpas”.”. Sempre l’Ebner (…), riguardo la leggenda in proposito a p. 171, vol. II, scriveva che: “Gli abitanti nei luoghi, cioè, sarebbero stati puniti per l’orrendo misfatto della morte del nochiero di Enea.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo cap. II: “Un kastrum bizantino ad Akropolis”, a p. 57, nella nota (2) postillava che:  “(2) MOLPE, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico Molpie) e Mingardo, ebbe nome dall’omonima sirena (STRABONE, I, 22 0 2, 12).”. Nei primi del ‘600, il monaco Agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (…), lasciò scritto un anoscritto inedito e da me pubblicato dal titolo ‘Lucania sconosciuta‘, manoscritto inedito oggi conservato alla Bibilioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Il Mannelli (…) dedica due pagine al promontorio di Palinuro e della Molpa, la p. 43r. Il Mannelli ne parla nel cap. X: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume e Terra distrutta, et altri luoghi convicini Cap X”. Il Mannelli in proposito scriveva che: “Uno dei già accennati fiumicelli, che cadono nel Mare presso del Promontorio, ha nome Melfe, e con la solita corrottela dal Volgo molpa. Non però gli fu impedimento la picciolezza alla fama, essendo stato mentovato da molti scrittori, e particolarmente da Plinio, il quale rammentando questo tratto littorale, disse “Promontorius Palinury proximus huic flumen Melphes. Ma più divenne famoso poi per haver quindi ricevuto il nome da quei gloriosi Romani, ritornati da Ragugia, in Italia, che quivi dimorando Melfitani, e poi Amalfitani sorsi à gran potenza eran appellati….ecc…” si veda giù in basso la p. 43r

Mannelli, p. 43r

Le ‘ruine di Melpi’, in una carta del XV secolo

Cattura,4

(Fig….) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio digitale Attanasio). Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2. Forse una delle carte originali viste dal Galiani a Parigi

Come si può vedere nella carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), carta corografica inedita e da me scoperta, forse la più antica carta corografica finora conosciuta, vengono indicati alcuni toponimi locali, di estremo interesse per lo studio in questione. La carta è di probabile epoca Aragonese, e fu compilata molto probabilmente a Napoli, durante il Regno di Alfonso I o Ferrante d’Aragona, da un cartografo anonimo che doveva far parte dell’Accademia Pontaniana. La carta fu compilata molto probabilmente per motivi fiscali, ma i dati in essa contenuti, come alcuni toponimi o nomi di orri marittime e costiere, dovevano essere conosciuti già ai tempi degli Angioini. A questa carta, ho dedicato ivi un mio saggio. Nella carta, si può leggere il toponimo ed un disegno di un centro abitato, forse abbandonato “ruine di Melpi”, che come si vede, sono stati disegnati con il colore rosso un gruppo di edifici, posti in una zona prossima alla foce dei due fiumi Lambro e Mingardo. Inoltre, sempre nella carta in questione si può leggere un altro toponimo “Casale di Amalfi dir.”,  di cui vorrei dire alcune cose.

La ninfa o Sirena ‘Melfis‘ e la I ‘Metamorfosi’ di Bernardino Rota

Riguardo la “leggenda” di Molpa e dei protoamalfitani, Ulrich Schwarz (…), nel suo saggio ‘Amalfi nell’alto Medioevo’, uscito nel 1978, a pp. 31-32, nella sua nota (68) in proposito postillava che: “(68) Per le altre leggende moderne sulla fondazione della città vedi Berza, ‘Origini di Amalfi’, pp. 35 sgg. Esse si fondano in gran parte sulla leggenda medievale (Berza parla di un “ciclo costantiniano”) o inventano una ninfa che avrebbe dato il nome alla città.”. Lo Schwarz, cita il Berza e si riferiva a Michail Berza (…) ed al suo ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, pubblicato nel 1940. Dunque, secondo il Berza (…), le leggende sulle origini di Amalfi prima della sua fondazione, risalenti queste all’epoca medioevale, dice il Berza che “inventano” una “Ninfa che avrebbe dato il nome alla città di Amalfi”. Abbiamo visto prima negli scritti di Vera Falkenhausen (…) e negli scritti di Matteo Camera (…), che i protoamalfitani, ovvero le famiglie profughe di origine Romana, sarebbero approdati in Lucania in un luogo chiamato “Melfis”. Quando il Berza parla di “Ninfa” e leggende medioevali a quale ninfa si riferisce. Si riferisce proprio alla ninfa Melfis. Matteo Camera (…), parlando delle origini di Amalfi, parlando del fiume “Melpes” (Plinio) (l’attuale fiume Lambro), a p….. in proposito scriveva che: “Oggi si ritiene solamente quello di ‘Molpa’, non conosciuti affatto gli altri nomi; e da questo ha improntato il suo nome anche un villaggio detto Molpa (I). Più diffusamente di questa edificazione ne scrisse Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis. “Quae te non fluerunt Nymphae, quae littora Molpis ? Testis erit Molpis tantae pars maxima cladis, Quam Venus in silicem vertit.”. Matteo Camera, parlando di Molpa, cita Manbrin Roseo e le ‘Metamorfosi’ di Bernardino Rota. Il Camera cita pure la Sirena chiamata Molpa. Matteo Camera per l’edificazione della Molpa, del villaggio scomparso, cita Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis”. Il Camera citava anche le ‘Metamorfosi’ di Bernardino Rota. Bernardino) Rota (Napoli, 1509 – Napoli, 26 dicembre 1574) è stato un poeta italiano. Nel 1543 sposò Porzia Capece; la coppia cinque figli maschi e due femmine. Porzia morì di parto nel 1559. Alla moglie dedicò alcuni i sonetti. Con la morte senza eredi dei fratelli maggiori divenne erede dei titoli nobiliari della famiglia. Negli ultimi anni soffriva di gotta. Fece un testamento nel novembre del 1574, in cui c’era un lascito per il Monte di pietà, da destinare ai poveri. Fu sepolto nella chiesa di San Domenico Maggiore. Bernardino Rota (….), nei suoi versi attinge da “leggende” del luogo ed anche in parte da eventi storici. Per esempio la leggenda di “Palinuro” nocchiero di Enea nel’“Eneide” di Virgilio. Le opere di Bernardino (Berardino) Rota, di nobile antica famiglia napoletana, fu cavaliere dell’Ordine di San Jacopo. Le opere poetiche di Bernardino Rota, che consistono in Epigrammi, Elegie, Selve, ovvero Metamorfosi, e Nenie, tutto in latino, ed in ‘Sonetti, Canzoni ed Egloghie Pescatorie’, in italiano, furono raccolte ed impresse a Venezia, pel Giolito, 1567 in 8° indi ristampate a Napoli, 1572, in 4°: edizioni entrambe rare, specialmente la seconda, ch’è bellissima, ma più completa di tutte è quella di Napoli, 1726, vol. 2° in 8°, con varie note di Scipione Ammirato. Nicolò Toppi (….), nel suo “Biblioteca etc…”, vol. III, a p……, in proposito scriveva che: “BERNARDINO ROTA, gentiluomo napoletano……: diede alla luce in Latino: ‘Carmina ab ipso edita. Elegiarum lib. 3. Epigrammatum liber. Sylvarum, seu Metamorphoseon liber. Nania, quae nuncupatur Portia Neap. apud Josephum Cacchium 1572, in 4.. Nella scelta delle Rime di diversi Signori Napolitani nel 1556, in Ven. in 8. etc…”. L’Antonini, a p. 410, nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo capitolo X parlando sempre di Centola, cita Bernardino Rota (…), che la citava spesso per i suoi vini. L’Antonini (…), postillava di Bernardino Rota (…), a proposito dell’altro luogo vicino la ‘Molpa’, che si chiamava Trivento: “Bernardino Rota, pratichissimo, ed innamorato di questi luoghi…..atque imo clamat Triventus ab antro.”. Antonini (…), scriveva che i vini di Centola erano citati da Andrea Baccio (…), nella sua “historia naturale vini, lib. 5″. Antonini (…), a p. 367, continuando il suo racconto sulla città di Molpa, scriveva che ne aveva parlato anche Bernardino Rota (…): “‘Bernardino Rota, nella sua I. Metamorfosi, scherzando chiamolla Molpis.”. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa.”. Gia l’Antonini nella sua ‘Lucania’ a p. 367 parlando di Molpa citò Bernardino Rota. L’Antonini a p. 367, in proposito scriveva che: “‘Bernardino Rota’ nella sua I Metamorfosi’ scherzando chiamolla ‘Molpis’. “Quae te non flerunt Nimphae, quae litora Molpis? Testis erit Molpis tantae pars maxima cladis, Quam Venus in silicem vertit.”. Giuseppe Gatta (…), figlio di Costantino che nel 1743, per i tipi di Muzio pubblicò postumo le “Memorie topografiche storiche della Provincia di Lucania etc….” del padre Costantino (….), che le aveva già pubblicate nel 1732. Costantino Gatta, nel capo IV: “Della Terra di Camerota, ed altre memorie”, solo in questo caso accenna al “Castello della Molpa” e, parlando di Velia e dell’adorazione di Cerere, in proposito scriveva di Camerota e diceva che: “In qual tempo caduta ella fusse dalle antiche grandezze, ……egli è involto fra oscure tenebre della dimenticanza. E’ probabile però che dalle di lei rovine, surte fussero le vicine Castella, spezialmente ‘Camerota’, Terra assai ragguardevole ……: ed oltre di ciò è famosa, e chiara per le memorie delli porti di ‘Palinuro’, e delle rovine, del Castello di ‘Molpa’, ricordato da Plinio e dall”Alberti’.”. Dunque, secondo il Gatta, il castello di Molpa era ricordato da Plinio e dall’Alberti. Dunque, la leggenda della Ninfa di Palinuro deriva da una citazione di Plinio.

Il ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, nella ‘carta del Cilento’ all’ASN

Sempre riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Sebbene il La Greca (7) si riferisse alla carta Parigina, di gran lunga più recente di quella conservata all’ASN, a p. 46 in proposito scriveva che: “Fra le testimonianze medievali, un ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, sulla ‘Montagna della Bulgheria’, lato mare richiama la nota storia della fondazione di Amalfi: alcune famiglie romane, partite per Costantinopoli verso il 339 d.C., sorprese da una tempesta, ripararono dapprima a Ragusa, e poi in Lucania nei pressi di Palinuro, dove fondarono la città di Molpe; in seguito passarono ad Eboli e infine sulla costa rocciosa e inaccessibile, dove fondarono Amalfi (62).”. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (62) postillava che: “(62) Vd. M. Camera, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20.”. Infatti, nelle due carte che ivi pubblico – gli stralci – quella da me rintracciata all’ASN (Fig…) (…), che io credo sia l’originale carta d’epoca Aragonese e, l’altra conservata a Parigi, che io credo sia una copia dalle carte originali d’epoca Aragonese, questa, pubblicata da La Greca (…), dove si distingue nettamente sotto la “Montagna della Bulgaria”, lato mare, internamente al litorale costiero e a destra di Scario, toponimo successivo all’altro detto “le Scalette”, il toponimo di un casale diroccato chiamato sulla carta: “Casale di Amalfi dir.”. Il termine “dir” sta per diroccato. Il toponimo di “Casale di Amalfi dir”, sulla carta conservata all’ASN e su quella Parigina, si trova segnato alle pendici del Monte Bulgheria e potrebbe corrispondere e riferirsi agli attuali abitati di Camerota o di Lentiscosa, quest’ultimo posto un pò più in basso e a metà con il centro della Marina di Camerota. Io credo si possa trattare di un’antico piccolo centro scomparso e diroccato, di cui non si conosce l’esistenza e che come Lentiscosa era abbarbicato sulle pendici del Monte Bulgheria. Questo casale di Amalfi potrebbe esistere e bisognerebbe ulteriormente indagare sul territorio. I due toponimi di Amalfi e di Molpa sono collegati direttamente con una leggenda medioevale sorta intorno alle genti che andarono poi in seguito a fondare la città di Amalfi. Singolare è la presenza sulle due carte del toponimo di “le Scalette” e la vicinanza con quello di Amalfi. Dico singolare perchè sulla costiera Amalfitana troviamo Amalfi e Scala, antica sede vescovile.

Camerota

Casale dell'Amalfi

(Fig….) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio digitale Attanasio). ASN, ……………., stralcio dove è segnato “Casale di Amalfi dir”. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2. Forse una delle carte originali viste dal Galiani a Parigi.

Casale di Amalfi Dir

(Fig….) BNF , ……………., stralcio dove è segnato “Casale de Amalfi”. La carta simile alla prima è stata pubblicata da La Greca e Valerio (…). Si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio digitale Attanasio)

Le marine o porti del litorale fino alla costa di Villammare dipendevano dall’abbazia di S. Giovanni a Piro

Vorrei citare quanto ho letto scritto da Matteo Camera (….), che nel 1876, nel suo capitolo I: “Origine e fondazione di Amalfi ecc.”, del suo “Memorie Storico-Diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, scritta sulla scorta di antichissimi manoscritti raccolti dall’autore, a pp. 4-5 parlando dell’antichissima città di Melphi o Molpa, in proposito scriveva che: “Malgrado il lungo andare dè secoli rimangono, rimangono colà tuttavia dei ruderi dove giaceva l’antica Melfe o Amalfi lucana. Il suo fabbricato stava alquanto discosto dal lido ed in mezzo ad una piccola valle. Abbiamo sott’occhio una vecchia ‘memoria’ forense di contenzioso possedimento territoriale, tra l’Abate di S. Giovanni ‘a Piro’, utile signore di essa terra, contro il conte e la contessa di Policastro, nell’anno 1513; in cui a pagina 113, negli articoli XVII, XVIII, XIX troviamo scritto: “come da tempo immemorabile dal vallone nominato Amalphi la vecchia, verso ponente insino alli scogli di Pretralua verso levante, il mare sempre ha battuto ed al presente batte il territorio della terra detta di san Giovanni, senza che tra il mare et territorio predetto se interponga alcun territorio in mezzo ecc…Item”

Camera, su S. Giovanni , p. 5

In sostanza, lo storico Amalfitano Matteo Camera, scrivendo delle origini della città di Amalfi citava il testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….), il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700 a Roma. Il Di Luccia (….), nei suoi capitoli XVII-XVIII, XIX scriveva del territorio che apparteneva all’antichissima Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro e diceva che questo territorio, che dipendeva da essa, si estendeva dall’antichissima città scomparsa di “Amalphi vecchia” fino al Canale di Mezzanotte, attuale confine con la Basilicata. Dunque, i possedimenti dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, secondo il Di Luccia (…), nell’antichità comprendevano anche la fascia costiera ed il territorio di Sapri. L’antica città di “Petralua” doveva essere l’antica città sepolta di Vibone lucana, attuale Vibonati. Infatti, a Villammare esiste la Torre Petrasia che sorge sull’omonima area. Interessante è ciò che scriveva il Di Luccia (…), a p…..: “come dal sopradetto vallone di Amalphi la vecchia, seu Marcellino, calando verso levante si viene alla marina della grotta del porco, e de là alle marine delle Massete, del Molaro, di Garigliano, dell’Ogliastro, dello Scario et insino alli scogli di Petralua, quale marine sono state, e sono marine della terra di S. Giovanni, e così sono nominate, e sono e si tieneno, trattano, e reputano comunemente e generalmente” ecc..(1).”. Il Di Luccia (….), riportato dal Camera (….), scriveva che l’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva tutte le marine sulla fascia costiera compresa fra la vecchia Molpa, ossia una città scomparsa che ho individuato nella “Carta del Cilento”, una carta d’epoca aragonese fino agli scogli di “Petralua” (Villammare). Il Di Luccia (….), nel suo Trattato si basò sugli atti del processo del 1513 tra il Casale di San Giovanni a Piro ed i Carafa della Spina, Conti di Policastro:

di luccia, p. 113

LA MOLPA NEI CRONICON MEDIOEVALI

Il chronicon del monaco di S. Mercurio

Nicola Corcia (….) dissertando sull’origine Pelasgica della Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano): “E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Interessante è la citazione di Pietro Ebner (…), nel vol. II , a p. 172, quando nella sua nota (12), postillava che Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa.”. L’Ebner (…), nella sua nota (12), si riferisca a Giacomo Racioppi (…), che nel 18…., scrisse ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, dove, secondo l’Ebner (…), riteneva falsa la ‘Cronaca di S. Mercurio’, di cui parlava l’Antonini. Rileggendo l’edizione del 1902, del Racioppi (…), il vol. I, p. 132, non abbiamo trovato nulla in proposito. Ma, il Racioppi (…), effettivamente ci parla della ‘Cronaca di S. Mercurio’, nel vol. I, a p. 525, quando accenna alla città scomparsa di Molpa. Infatti, il Racioppi a p. 525 del vol. I, in proposito scriveva che: “Nient’altro per me noto dell’antica Molpa dei tempi ellenici o romani. Ma agli scrittori napoletani è nota qualcos’altra; ed è un erudito brano di cronaca inedita, che da un monistero del Cilento venne detta di San Mercurio; brano pubblicato dall’Antonini, nella quale cronaca, di un frate celentano del secolo IX, sarebbero le peregrine notizie d’Imperatori romani, che ebbero nascimento e dimora in quella città. La cronaca si dice inedita, ma è del tutto ignota, ed il brano è del tutto falso: e chi dei moderni ne ripete le notizie senza punto di dubbio (1), non ricorda lo stato della cultura nel secolo IX; pel quale è un anacronismo stridente la minuta erudizione del frate, che ivi parla di Pelasgi e di Tirreni! L’Antonini che inventa marmi letterati e titoli notarili a sostegno d’immaginarie città, non si smentisce, se allo stesso tempo inventa cronache del secolo IX.”. Poi, il Racioppi, dopo aver distrutto la figura dell’Antonini continua dicendo che: “E’ probabile che da questa città di Molpa (e non da Melfi della Lucania mediterranea) venne la popolazione che andò a formare Amalfi, in territorio appartenente al Ducato di Sorrento, il vico, l’oppido, il castello ecc..ecc..”. Dunque, il Racioppi non crede alla Cronaca del Monaco S. Mercurio e non crede all’Antonini ma crede nella leggenda del Camera. Di questa cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel IX secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”.

La ‘Cronaca’ manoscritta del monaco Venceslao di Centola

Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 15, nel suo vol. II: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “Stando a quanto scrive don Baldassarre Lupo, la Badia di S. Maria di Centola sorse come eremo (3), l’anno 515-530 ad opera di monaci basiliani (4).”. Il Cammarano (…), a p. 43, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Che abbia visto il passaggio da Cenobio a Badia S. Maria, avvenuto il 700-750 non ci sono notizie a proposito, ma che ne abbia discusso il progetto è probabile. I pochi resti della sua Cronica ci dicono chiaramente che fu una grande mente di studioso e di organizzatore. Non si sa se fosse nativo di Centola, ma dai suoi scritti è chiaro che si mostra un appassionato conoscitore di una terra della quale conosceva tutte le trame ecc.. Proveniva dalla Molpa, i cui abitanti erano di origine greca,….?. E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Masimiliano e suo figlio Massenzio. Dubbia invece è la nascita dell’Imperatore Libio Severo (461-465), che, comunque, vi possedeva una villa. La notizia attinta pure dall’AFL, che vorrebbe Mercurio abate del cenobio omonimo di Roccagloriosa, è destituita di ogni fondamento.”.

La Cronaca di S. Mercurio, secondo il Racioppi

Sul chronicon del monaco di S. Mercurio, forse dell’XI secolo è interessante è la citazione di Pietro Ebner (…), nel vol. II , a p. 172, quando nella sua nota (12), postillava che Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa.”. L’Ebner (…), nella sua nota (12), si riferisca a Giacomo Racioppi (…), che nel 18…., scrisse ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, dove, secondo l’Ebner (…), riteneva falsa la ‘Cronaca di S. Mercurio’, di cui parlava l’Antonini. Rileggendo l’edizione del 1902, del Racioppi (…), il vol. I, p. 132, non abbiamo trovato nulla in proposito. Ma, il Racioppi (…), effettivamente ci parla della ‘Cronaca di S. Mercurio’, nel vol. I, a p. 525, quando accenna alla città scomparsa di Molpa. Infatti, il Racioppi a p. 525 del vol. I, in proposito scriveva che: “Nient’altro per me noto dell’antica Molpa dei tempi ellenici o romani. Ma agli scrittori napoletani è nota qualcos’altra; ed è un erudito brano di cronaca inedita, che da un monistero del Cilento venne detta di San Mercurio; brano pubblicato dall’Antonini, nella quale cronaca, di un frate celentano del secolo IX, sarebbero le peregrine notizie d’Imperatori romani, che ebbero nascimento e dimora in quella città. La cronaca si dice inedita, ma è del tutto ignota, ed il brano è del tutto falso: e chi dei moderni ne ripete le notizie senza punto di dubbio (1), non ricorda lo stato della cultura nel secolo IX; pel quale è un anacronismo stridente la minuta erudizione del frate, che ivi parla di Pelasgi e di Tirreni! L’Antonini che inventa marmi letterati e titoli notarili a sostegno d’immaginarie città, non si smentisce, se allo stesso tempo inventa cronache del secolo IX.”. Poi, il Racioppi, dopo aver distrutto la figura dell’Antonini continua dicendo che: “E’ probabile che da questa città di Molpa (e non da Melfi della Lucania mediterranea) venne la popolazione che andò a formare Amalfi, in territorio appartenente al Ducato di Sorrento, il vico, l’oppido, il castello ecc..ecc..”. Dunque, il Racioppi non crede alla Cronaca del Monaco S. Mercurio e non crede all’Antonini ma crede nella leggenda del Camera.

Nicola Corcia ed il promontorio di ‘Pissunto’ o ‘Bussento’

Pietro Ebner (…), riguardo l’antica città di Bussento (…), e di Molpa (…), citava  Giacomo Racioppi (…) e il Corcia (…). Ebner, cita Nicola Corcia (…), erudito che scrisse sulla Storia della Magna Grecia, e dice che ne ha scritto, nel cap. III, a p. 68, dove (scrive Ebner) che le citazioni storiche contenute nella “Cronica” di Mercurio, dovrebbero farsi intendere e far risalire ad Eutropio, che non parlava di Molpa ma parlava di Lucania. Nicola Corcia, riguardo le notizie storiche sulla città della Molpa citava lo scrittore antico Eutropio le cui notizie probabilmente si era ispirato un chronicon medioevale detto “Cronaca di S. Mercurio” che veniva citato più volte dall’Antonini. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 58, del suo vol. III, in proposito scriveva che: “………………..”.

Corcia, p. 59

Corcia, p. 61

(Figg….) Corcia Nicola (…), pp. 62-63

Le fonti: Eutropio   

Riguardo la citazione di Eutropio, il Corcia che lo cita e postillava del passo 27 del libro IX. Su Eutropio leggiamo da Wikipedia che egli era probabilmente di origine italica (così è citato nella Suda). Ricoprì in due riprese importanti cariche pubbliche sotto vari imperatori. Professava il paganesimo. Prese parte alla campagna sasanide dell’imperatore Giuliano nel 363. Successivamente ricoprì incarichi di estrema importanza a Costantinopoli, al servizio dell’imperatore Valente (364–378), di cui fu segretario e storico (magister memoriae) e su richiesta del quale scrisse il Breviarium ab Urbe condita (“Breviario dalla fondazione di Roma”). Nel 371/372 fu proconsole (governatore) della provincia d’Asia; restaurò alcune costruzioni di Magnesia al Meandro, e fu accusato di tradimento dal suo successore Festo, ma assolto. Sotto Teodosio I fu prefetto del pretorio dell’Illirico nel 380-381, e nel 387 fu console posterior. Un altro storico, Giorgio Codino, nel suo De originibus Constantinopolitanis (“Sulle origini di Costantinopoli”), afferma che Eutropio fu segretario di Costantino I, ma non è chiaro se si tratta della stessa persona. Morì dopo il 387. Il Breviarium ab urbe condita, in dieci libri, è un compendio (breviarium in latino indica una stesura di sintesi) della storia romana, dalla fondazione della città fino alla morte di Gioviano, avvenuta nel 364. L’attenzione dell’autore è concentrata più agli avvenimenti di politica estera, alle campagne e alle guerre di conquista, che alla politica interna. Gli ultimi quattro libri, dedicati alle vicende imperiali, offrono, però, interessanti ritratti dei sovrani. Le fonti utilizzate da Eutropio sono varie: da Tito Livio e Svetonio, fino a cronache a noi non pervenute, come ad esempio la famigerata e dibattuta Enmannsche Kaisergeschichte e ai ricordi personali dell’autore.

Nel 305 d.C., gli Imperatori Massimiano Erculeo e suo figlio Massenzio alla Molpa

Da Wikipedia leggiamo che secondo Orosio, l’Imperatore romano Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato, nell’anno 305 d.C. (IV sec. d.C.) si ritirò nella sua villa in Lucania e, un anno dopo, nel 306 d.C., suo figlio Massenzio ricevette la notizia della sua acclamazione ad Imperatore dell’Impero. Marco Aurelio Valerio Massenzio (in latino: Marcus Aurelius Valerius Maxentius; 278 – Roma, 28 ottobre 312) è stato un imperatore romano autoproclamato, che governò l’Italia e l’Africa tra il 306 e il 312; ebbe il riconoscimento del Senato romano ma non quello degli augusti Galerio e Severo (da lui fatto uccidere), che riconosceranno Costantino mentre Massenzio l’otterrà anche tramite la forza militare, per cui è considerato da molti un usurpatore. Figlio dell’imperatore Massimiano, coregnante di Diocleziano, e di Eutropia. Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculeo, padre dell’Imperatore Massenzio è noto più semplicemente come Massimiano (in latino: Marcus Aurelius Valerius Maximianus Herculius; Sirmio, 250 circa – Massilia, luglio 310), è stato cesare privo di tribunicia potestas (dal luglio 285) e poi augusto (dal 1º aprile 286 al 1º maggio 305) dell’Impero romano. Condivise quest’ultimo titolo con il suo amico, co-imperatore e superiore Diocleziano, le cui arti politiche erano complementari alle capacità militari di Massimiano. Stabilì la propria capitale a Milano, ma passò gran parte del proprio tempo impegnato in campagne militari. Riguardo il suo ritiro su wikipedia leggiamo che: Il 1º maggio 305, in cerimonie separate a Mediolanum e Nicomedia, Diocleziano e Massimiano lasciarono il potere contemporaneamente; la successione, però, non andò esattamente come Massimiano aveva sperato, in quanto, forse per l’influenza di Galerio, i nuovi cesari furono Severo e Massimino, con l’esclusione dunque di Massenzio. Entrambi i nuovi cesari avevano delle lunghe carriere militari ed erano vicini a Galerio: Massimino era suo nipote e Severo un suo vecchio collega nell’esercito. Massimiano rimase subito contrariato dalla nuova tetrarchia, che vide Galerio assumere la posizione dominante già ricoperta da Diocleziano; sebbene Massimiano avesse diretto la cerimonia che aveva proclamato cesare Severo, in due anni l’augusto ritirato era divenuto talmente insoddisfatto da sostenere la ribellione del figlio Massenzio contro il nuovo regime. Diocleziano si ritirò nel suo nuovo palazzo costruito vicino a Salona, nella sua terra natale, la Dalmazia; Massimiano scelse invece delle ville in Campania o Lucania, dove visse una vita di agi e lussi (125). Sebbene lontani dai centri politici dell’impero, Diocleziano e Massimiano rimasero in contatto regolare tra loro. Nella nota (125) si postillava che: Barnes, Constantine and Eusebius, p. 27; Southern, p. 152.”.

Nel 305 (IV sec. d.C.), la villa in Lucania (a Molpa o a Bussento ?) dove si ritirarono gli imperatori Massimiano Erculeo ed il figlio Massenzio

Da Wikipedia leggiamo che Molpa viene rifondata in epoca romana per ragioni difensive: viene munita difatti di stazioni di osservazioni per l’avvistamento di navi cartaginesi. Successivamente la zona fu anche scelta come residenza estiva da diverse famiglie patrizie e, secondo la leggenda, fu anche dimora dell’imperatore Massimiano, che dopo la rinuncia all’impero avvenuta nel 305 d.C. scelse di abitare in questa terra per la bellezza dei luoghi e la bontà dei vini prodotti nella zona. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro:

  • il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso;
  • il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare e perse alcune navi.

Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia, a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 9 parlando dell’area archeologica di S. Croce a Sapri in proposito scrivevo che: Intorno al IV sec. d.C. la zona era ancora frequentata, infatti, recentemente, è stata rinvenuta in località S. Croce una moneta coniata tra il 293 e il 297 d.C., dell’Imperatore romano Massimiano Erculio. Orosio, riferisce che l’imperatore dopo aver abdicato nel 305, si ritirò nella sua villa in Lucania, ove un anno dopo, il figlio Massenzio ricevè la notizia della sua acclamazione ad imperatore. L’Honingman, collocava la villa imperiale tra le due regioni. Sapri è l’unica testimonianza in Campania e Basilicata di villa di lusso costiera del tardo impero.”. Dunque, nel mio studio citavo lo scrittore antico Orosio e Honingman. In alcuni scrittori locali leggo che le strutture murarie d’epoca romana che oggi ancora si possono ammirare in località S. Croce a Sapri dovevano essere una grande villa appartenuta all’Imperatore Massimiano Erculeo. Felice Cesarino (…), nel suo saggio “La residenza di un personaggio eccellente – La villa romana di Sapri”, apparso sulla rivista “I Corsivi”, n. 1, anno 2010, a p. 10 in proposito scriveva che: “Alcuni storici (Eutropio, Zosimo e Orosio) riferiscono che l’Imperatore Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, dopo aver abdicato nel 305 d.C. si era ritirato in Lucania, in una località imprecisata. Emilio Magaldi, in “Lucania Romana”, sostiene che il toponimo ‘Caesariana’ (da taluni identificata con Sapri) farebbe appunto pensare ad un possedimento imperiale in questa regione. Ecc..”. Il Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, a p. 27 in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La Lucania romana, Roma, 1947.”.  Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi.  Infatti, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 281-282, in proposito scriveva che: “Prima di chiudere la rassegna dobbiamo ricordare Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, che, abdicato con lui nel 305, si ritirò in Lucania, dove possedeva una villa (p. 64). E da questa villa egli scappò a Roma, all’annunzio che suo figlio Massenzio era stato gridato imperatore dai pretoriani (27 o 28 ottobre del 306)(9).”. Il Magaldi, a p. 281, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. Eutropio, IX, 27, 2: ‘Tanem uterque uno die privato habitu imperii insigne mutavit, Nicomediae Diocletianus, Herculius Mediolani……Concesserunt tamen Salonas unus, alter in Lucaniam; Zonara, XII, 32: …………………….Suida (Adler), s.v. ……………: “………………..”; Eutropio, X. 2.3: “Romae interea praetoriani excito tumultu Maxentium etc….”; Orosio, VII, 28, 5: ‘praetoriani milites etc….’; Zosimo, II, 10:…..’………..’, Cfr. SEECK, op. cit. di qui a poco, I^, p. 84.”. Il Magaldi, a p. 281, citava p. 64. Infatti il Magaldi a p. 64, in proposito scriveva che: “Anche l’imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (3). La villa in parola secondo uno degli autori antichi si sarebbe trovata in Campania (4), secondo i più di essi in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (5). Fra la Campania e la Lucania le maggiori probabilità sono per la Lucania perchè, come osserva il SEECK, se la Campania, celebre per le sue ville, potè facilmente sostituirsi nella tradizione alla Lucania, il contrario non è ammissibile (6). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, che la villa imperiale si trovava a Molpa (p. 31)(7) non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichipossedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La villa è collocata in Campania da LATTANZIO, de mort. persecut., 26, 7. La collocano invece in Lucania Zosimo, II, 10, ZONARA, XII, 32, EUTROPIO, IX, 27, 2, e X, 2, 3 (riportati in seguito).”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. HONINGMANN, cit., col. 1559. Così pure il commendatore Lattanzio, l. c., nell’edizione del Migne”. Il Magaldi, riguardo la postilla del Lattanzio (…) si riferiva all’opera “De mortibus percecutorum”. De mortibus persecutorum (dal latino, «Le morti dei persecutori») è un trattato in lingua latina attribuito allo scrittore cristiano Lattanzio (….). Composto negli anni immediatamente seguenti all’Editto di Milano, il trattato aveva lo scopo morale di istruire i cristiani su quale fosse la sorte che spettava ai nemici di Dio. Esso narra, con uno stile scorrevole e a tratti molto crudo e vivace, la vita, le sofferenze e la fine tragica di tutti i persecutori del cristianesimo, da Nerone fino a Massimino Daia. L’opera si articola in oltre cinquanta capitoli, i più ricchi dei quali sono quelli dedicati ai tetrarchi e ai loro successori. L’attribuzione del De mortibus persecutorum è stata anche oggetto di dibattito: lo scritto infatti, per il gusto del macabro di molte scene e lo stile ardente e diretto si differenzia dalle altre opere di Lattanzio in cui prevale invece un’eloquenza molto più pacata. Secondo Arnaldo Momigliano l’autore del De mortibus persecutorum è forse l’unico scrittore cristiano dell’epoca che si diffonda su eventi sociali e politici e lo fa con uno spirito conservatore e senatoriale che deve risultare imbarazzante per coloro che identificano i cristiani con l’amore per gli strati sociali più poveri e deboli. Il Migne (….) pubblicò il testo attribuito al Lattanzio. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. I^, p. 84 e Anhang^4, p. 485”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Cfr. CORCIA, o. c., III, p. 58 seg.”. Riguardo la postilla del Corcia, si tratta di Nicola Corcia (…). Infatti, già Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sull’origine Pelasgica della Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano) ed in proposito scriveva che: “Da così nota antichità la città si mantenne insino ai tempi Romani. E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Nicola Corcia (…), a p. 58 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789”, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Eutropio, IX, 27”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Nicola Corcia, riguardo le notizie storiche sulla città della Molpa citava lo scrittore antico Eutropio le cui notizie probabilmente si era ispirato un chronicon medioevale detto “Cronaca di S. Mercurio” che veniva citato più volte dall’Antonini.  Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Riguardo la citazione di Eutropio, il Corcia che lo cita e postillava del passo 27 del libro IX. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel XI secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Riprendendo la postilla di Nicola Corcia (…), sull’Antonini e la Molpa, il barone Giuseppe Antonini (…), a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, in proposito scriveva che: “Ebbe questa picciola Città l’onore di essere stata scelta dall’Imperador Massimiano Erculeo, padre di Massenzio per luogo di riposo, di quiete e di ozio, dopo che rinunziato l’Impero, doveva (2) vivere a se stesso: E quì stavasene, allora che i soldati Pretoriani elessero Imperadore suo figlio: “Costantino in Galliis strenuissime Remp. procurante, Praetoriani milites Romae Maxentium filium Erculii, qui privatus in Lucania morabatur, Augustum nuncupaverunt”, dice Orosio nel lib. 7 ed Eutropio avealo più distintamente scritto nel cap. 2. del lib. 10: “Romae interea Praetoriani, excitato tumultu, Maxentium Herculii filium, qui haud procul ab Urbe in villa publica morabatur, Augustum nuncupaverunt. Quo nuntio Maximianus Herculius ad spem erectus resumendi fastigii, quod invitus amiserat, Romam advolavit e Lucania, quam sedem privatus elegerat, in agris amoenissimis consenescens.”. Dunque, l’Antonini scriveva che Orosio nel suo Libro 7 ed Eutropio nel cap. 2 del Libro 10 scrivevano che: “Nel frattempo a Roma i Pretoriani, avendo fatto tumulto, chiamarono Augusto, figlio di Massenzio, figlio di Ercole, che abitava non lontano dalla città in una villa pubblica. Per mezzo di questo messaggero Massimiano Erculio, eretto nella speranza di riconquistare l’alta posizione, che a malincuore aveva perduto, volò a Roma dalla Lucania, che aveva scelto come residenza privata;”. Antonini continuando il suo racconto scriveva ancora che: “Zosimo nel lib. 2 quasi con le parole stesse il fatto ci narra: “His intellectis (tradotto) Maximinianus Erculius pro filio Maxentio, non abs re follecitus, Lucania relicta, in qua morabatur, Ravennam (in questo solo discorda) contendit.”. La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. Ecc..”. Il barone Giuseppe Antonini (…), citato da Nicola Corcia, a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, dopo aver detto degli Imperatori Massimiliano Erculeo e di suo figlio Massenzio alla Molpa, citava un brano tratto dalla “Cronaca di S. Mercurio” dove si parlava dell’Imperatore Libio Severo a Bussento e scriveva che: La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. Dunque, l’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”. Ecco ciò che scriveva il Gaetani sul passo del Cronicon di S. Mercurio e sulle tesi dell’Antonini. Sul chronicon del “monaco di S. Mercurio”, citato dall’Antonini (…) e nel chronicon di Luca Mannelli (…), ha scritto anche il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…). Il Cammarano (…), a p. 15, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1° e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva  che: E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano e suo figlio Massenzio. Ecc…”. Dunque, secondo il Cammarano, a Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano Erculeo e suo figlio Massenzio. Alcune notizie storiche che riguardano i due Imperatori Romani, Massimiano Erculeo e suo figlio Massenzio rientrano nelle notizie storiche che riguardano l’antica città scomparsa della “Molpa”, città di fondazione greca e poi Romana. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,……….Nel borgo nacque l’Imperatore Massimiliano e suo figlio Massenzio; Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. L’Antonini (…), a p. 370, cita l’‘Anonimo Salernitano’ che nel suo manoscritta ‘Chronicon‘, voleva che gli abitanti di Molpa, avessero fondato Amalfi e Ravello. L’episodio raccontato dall’‘Anonimo Salernitano’ (…), viene citato anche da Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a pp. 171-172, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ (11) dice di alcune famiglie romane in viaggio per l’Oriente sbattute dalla tempesta a Ragusa e poi giunte a Molpa, da dove sarebbero ripartite per fondare Amalfi.”. Ebner, a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235. L’Antonini (…), cita l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “….le frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. L’Antonini non scrive solo della fondazione dell’antica città scomparsa di “Amalphi” ma aggiunge anche le notizie sulle frequentissime incursioni dei Goti. Ma non è questo il passo dell’Antonini che ci parla dei due Imperatori romani. Lo storico Matteo Camera, nel suo ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, pubblicato a Napoli nel 1836 a p. 10, parlando delle origini della città di Amalfi, citavo interessanti notizie sulla Molpa e su un’antico casale di Amalfi li vicino sorto ed in proposito scriveva che: Questa città di Molpa o Melfi nel seno di Palinuro fu totalmente dà barbari distrutta. Al presente però è osservabile colà nelle rupe meridionale una grotta appellata ‘la grotta delle ossa’, dove si vede un cumulo di ossa umane pietrificate e riunite insieme da una materia gessosa stillata dalle viscere del monte superiore. Il dottore Antonini (2) opina che le ossa ammonticchiate in quella grotta furono quelle dè naufraghi Romani di ritorno dall’Africa con 150 navi sotto il Console di S. Servinio Servilio Cepione, e di C. Sempronio Bleso (Orosio lib. 4 cap. 9.) che per ordine di Ottaviano furono ivi riposte. Ecc…”. Dunque, Matteo Camera, sulla fondazione dell’antica città di Amalfi citava l’Antonini che a sua volta citava il libro IV, capitolo IX di Orosio (….). In verità devo precisare che l’Antonini cita Orosio ma quando parlando di Molpa ci parla di alcuni naufragi di alcune flotte Romane. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo,……Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Ecc..”. Dunque, secondo il Cantalupo (…), fu Eutropio nel libro IX, cap. 27 che nell’anno 305 d.C. a Molpa si fosse ritirato l’Imperatore Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato al collega Diocleziano. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”. Riguardo Massimiano Erculeo ha scritto pure il Magaldi. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 116, parlando della Molpa, il Craufurd scriveva che: “Le cronache non spiegano come mai Massimiano, collega di Diocleziano, l’avesse scelta come luogo ove ritirarsi, quando questi due imperatori abdicarono nel 305 d.C.; ed egli vi risiedeva ancora nel 306, quando il figlio Massenzio lo convinse a lasciare il suo esilio in Lucania per riassumere nuovamente la porpora. La città era situata sulla sommità della collina in un luogo veramente piacevole alla vista; a nord guarda verso il fiume della Molpa, a sud verso il fiume Mingardo e ai piedi del monte è circondata dal mare che si stende a perdita d’occhio….Da questa altura scesi verso una piccola pianura dove scorre il fiume Mingardo e rimasi etc….”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 116, parlando della Molpa, il Craufurd scriveva che: “Le cronache non spiegano come mai Massimiano, collega di Diocleziano, l’avesse scelta come luogo ove ritirarsi, quando questi due imperatori abdicarono nel 305 d.C.; ed egli vi risiedeva ancora nel 306, quando il figlio Massenzio lo convinse a lasciare il suo esilio in Lucania per riassumere nuovamente la porpora. La città era situata sulla sommità della collina in un luogo veramente piacevole alla vista; a nord guarda verso il fiume della Molpa, a sud verso il fiume Mingardo e ai piedi del monte è circondata dal mare che si stende a perdita d’occhio….Da questa altura scesi verso una piccola pianura dove scorre il fiume Mingardo e rimasi etc….”. Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), etc…”. Bracco, a p. 39, nella nota (24) postillava: “(24) Molpa, come la vicina Palinuro,……Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato. L’attribuzione, “contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, non ha il sostegno di alcuna citazione classica” (E. Magaldi, Lucania romana, I, Roma, Istituto di Studi Romani, 1947, p. 64 e p. 281); anzi le fonti antiche, che parlano di “agri amoenissimi” (Eutropio, X, 2, 3) e che per giunta son tra loro discordi nell’attribuire la villa alla Campania o alla Lucania, fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione (cfr. V. Bracco, Salerno romana, Salerno, Palladio, 1979, p. 121). “Dei due centri quello meglio esplorato è Palinuro….(il cui) abitato sembra che si estendesse sull’altura di Tempa della Guardia…(dove) sono stati messi in luce i resti di alcune abitazioni…ed un tratto delle mura” (cfr. L. Santoro, Fortificazioni della Campania antica, Salerno, Palladio, 1979, p. 76); etc…”. Dunque, Bracco scriveva che Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato.”. Bracco aggiungeva pure che, le fonti antiche (forse si riferiva ad Eutropio) dicevano che la villa di Massimiano Erculio fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione.”. Vittorio Bracco (….), nel suo “Salerno Romana”, a p. 121 in proposito scriveva che: “In luogo prossimo, sui passi percorsi in altre età da Plozio Planco, che fuggiva ai triumviri (300), o dal Bruttio Presente che, amico di Plinio minore, si beava de suoi ozi campani e lucani (301), aveva fondato o acquistato una sua villa Massimiano Erculio, la quale partecipava della natura delle sue regioni (302)……Passando dopo molti anni, il viaggiatore non poteva non accorgersi di alcune ruvide colonne militari, che scandivano il percorso della via Annia dalle porte di Salerno e lo seguivano fin dentro il Campo Atina fra i monti lucani; quei cippi (304) ripetevano tutti un nome fra gli altri, M. Aurelio Massimiano Erculio, il rude Augusto a cui obbedì l’Italia, finito di morte imposta da Costantino, che poco dopo ringuainava la spada, vincitore agevole nel segno celeste (305) sul vulnerabile Massenzio, a ponte Milvio. Forse era proprio questo, il tracciato secolare che si lasciava il mare alle spalle, il cammino che, riparato per decisione sovrana di cui si toccava ancora il beneficio, irrorava le terre in mezzo alle quali sorgeva l’augusta tenuta abbandonata.”. Bracco, a p. 215, nella nota (302) postillava: “(302) E’ ipotesi moderna, derivante dal fatto che qualche autore cita la villa come situata in Campania, altri in Lucania (cfr. A. Magaldi, Lucania romana, cit., I, cit., p. 64; cfr. pure p. 281).”. Bracco, a p. 215, nella nota (303) postillava: “(303) Ecco il passo di Eutropio (X, 2, 3): Romae interea pretoriani excito tumultu Maxentium, Herculi filium, qui haud procul ab urbe in villa publica morabatur, Augustum nuncupaverunt. Quo nuntio Maximianus Herculius ad spem arrectus resumendi fastigii, quod invitus amiserat, Roman advolavit e Lucania, quam sedem privatus elegerat in agris amoenissimis consenescens….”.

Nel 339 d.C. (IV sec. d.C.), alcune famiglie patrizie Romane, in viaggio verso Costantinopoli fondarono Amalfi vecchia

Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ne a me altro resta da dire, se non che così distrutta etaterrato, pure dagli Scrittori si ricorda tanto l’essere stata culla del nome Amalfetano gli diede fama, quantunque Antonio Magini situarre Amalfi ecc..”. Si tratta di frammenti del manoscritto inedito ‘Lucania sconosciuta’, scritto dal padre maestro Agostiniano Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conservava in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine. Oggi il manoscritto è conservato a Napoli, alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, nella Sezione Manoscritti, con la seguente collocazione: XVIII, 24 – cc. 47-51. Nel 1700, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Sebbene il La Greca (7) si riferisse alla carta Parigina, di gran lunga più recente di quella conservata all’ASN, a p. 46 in proposito scriveva che: “Fra le testimonianze medievali, un ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, sulla ‘Montagna della Bulgheria’, lato mare richiama la nota storia della fondazione di Amalfi: alcune famiglie romane, partite per Costantinopoli verso il 339 d.C., sorprese da una tempesta, ripararono dapprima a Ragusa, e poi in Lucania nei pressi di Palinuro, dove fondarono la città di Molpe; in seguito passarono ad Eboli e infine sulla costa rocciosa e inaccessibile, dove fondarono Amalfi (62).”. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (62) postillava che: “(62) Vd. M. Camera, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20.”. Infatti, nelle due carte che ivi pubblico – gli stralci – quella da me rintracciata all’ASN (Fig…) (…), che io credo sia l’originale carta d’epoca Aragonese e, l’altra conservata a Parigi, che io credo sia una copia dalle carte originali d’epoca Aragonese, questa, pubblicata da La Greca (…), dove si distingue nettamente sotto la “Montagna della Bulgaria”, lato mare, internamente al litorale costiero e a destra di Scario, toponimo successivo all’altro detto “le Scalette”, il toponimo di un casale diroccato chiamato sulla carta: “Casale di Amalfi dir.”. Il termine “dir” sta per diroccato. Il toponimo di “Casale di Amalfi dir”, sulla carta conservata all’ASN e su quella Parigina, si trova segnato alle pendici del Monte Bulgheria verso la fascia costiera tra Scario e gli Infreschi. Io credo si possa trattare di un’antico piccolo centro scomparso e diroccato, di cui non si conosce l’esistenza e che come Lentiscosa era abbarbicato sulle pendici del Monte Bulgheria. Questo casale di Amalfi potrebbe esistere e bisognerebbe ulteriormente indagare sul territorio. I due toponimi di Amalfi e di Molpa sono collegati direttamente con una leggenda medioevale sorta intorno alle genti che andarono poi in seguito a fondare la città di Amalfi. Singolare è la presenza sulle due carte del toponimo di “le Scalette” e la vicinanza con quello di Amalfi. Dico singolare perchè sulla costiera Amalfitana troviamo Amalfi e Scala, antica sede vescovile. Li vicino, infatti vi era il Monastero di S. Iconio, di cui ho già ivi parlato in un altro mio studio. Ecco le due pagine 42r 43v originali ed inedite del manoscritto di Luca Mannelli (…), che riguardano il Cap. X sul “Promontorio di Palinuro e la città di Molpa”. Sulla Molpa scrisse pure Luca Mannelli (…). Ecco le pagine 44v e 45r originali ed inedite, per la prima volta da me pubblicate in un altro mio saggio, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla dell”Anonimo Salernitano’ e di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla ‘Lucania sconosciuta’ sulla Molpa. Luca Mannelli (…), nella sua ‘La Lucania sconosciuta’, al cap. X cita il Malaterra (…) e, di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla Molpa: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume, terra distrutta, ed altri luoghi convicini Cap. X.”. Qui riporto trascritto il testo delle pagine nn. 43r, 44v, 44r, 45v, 45r, 46v del manoscritto del Mannelli (…), conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, con la segnatura Ms.XVIII.24: “Ma più divenne famoso poi per aver quindi ricevuto il nome quei gloriosi Romani, ritornati da Ragusa in Italia che quivi dimorando Melfitani e poi Amalfitani con (?) gran potenza furono appellati. Già fu accennato altrove, che questi primitivi dell’antica Patria, per andare a Popolare la nuova Roma, edificata da Costantino, trattenuti dal Naufragio, che gli costrinse a fermarsi in Ragusa, donde dopo cinque anni si rivolsero ritornandosene in Italia, e quivi giunti si risolsero di più non passar oltre, havendosi edificata una Terra, che dal mome di fiume, chiamarono Melphi dicebatur, Palinuri concedisse Melphim edificasse ac Romano nomine relitto Melphitanos uel Amalphitanos dictos. Già di questo discorsi altrove, ma perchè nonostante che sia affermato da molti grandi Scrittori e soprattutto dalla Cronica stessa Amalfitana, pure si trovò sta cennato ingegno, il quale poco prattico d’antichità si sforzò di mostrare, che non da questo Melfi hoggi di picciolo grido ma dalla Città famosa di tal nome presso il Monte Vulturno confine della Lucania verso la Puglia di Amalfitani prendessero le denominate sase mio peso difendere la gloria di questo Melfe, o fiume, o terra presso di Palinuro, potendosi nel vero recare a gran fortuna l’haver dato nome e ricetto ad Hospiti cotanto nobili e degni. Alle invasioni di gente guerriera quivi vi andarono fermandesi perpetua sede adornande quei scoscesi luoghi ecc… che dall’antica patria dissero Melfi, i poi Malfi, e poi Amalfi chiamata. Quindi ordinarono lo Stato ………., fondando quella Repubblica, che poi divenne tanto ricca e potente, poiché ammandandosi sempre nella marittima, erano poderosi nelle Armi e famosi nella mercantia, non meno che nei tempi moderni  gli Olandesi si scorgono ecc….gli Amalfitani ….la gran perizia di essi che ne cantarono Guglielmo Pugliese antico poeta fra quelli di mezza età. E’ dunque da notarsi quanto scrisse l’Anonimo Salernitano Autore non pure veritiere ma vicino di tempo e di loco che gli Amalfitani intorno a di loro origine. Dice dunque egli che curioso di rinvenirla, usò gran diligenza, dimandandone i più saputi di loro, e facendone diligente vicenda nelle antiche scritture, e finalmente ritrovò che in tal mededo avvenisse Patrizi da Roma gl’Imperador Costantino e di Senato e quanto vi era di maestoso in quella gran città …….nella Tracia per fondare su le ruine dell’antica Bisantio una nuova Roma, che dal suo nome Costantinopoli fu detta imbricando e con la nave, e ad esempio altri più degni cittadini di seguirlo. Per questi alcuni imbarcatesi sopra due grossi navigli a quella volta navigarono, ma nel viaggio assaliti da fiera tempesta naufragarono presso Ragusa, ma con tale accanimento che fatta partire dei legni, e robbe, tutte le persone si salutarono. Non havendo dunque modo di ritornare le navi,…………..quivi fermarsi havendo ritrovato modo cortesi ai loro bisogni i Ragusei, che gli donarono quanto loro facevasi di mestiere, nonché luoco per habitarvi. Appresso da esso l’industriarsi i traffici marittimi e con tal fortuna gli esercitarono che in un processo di tempo in odio quella primiera gentilezza, come l’agrandimento di quei forestieri fusse loro perduta, si che non potendo darsene pace, cominciarono ad opprimerli con diverse angherie. Non sopperirono alla lunga i ……….quei maltrattamenti e risoluti quindi partirsi occuparono le Navi de Nimici et Barcatisi le Mogli, et i figliuoli con quanto havevano loro dispetto scilsero dal Porto di Ragusa, e verso Italia dirizzarono le prore, e con felice corso giunsero in queste Spiagie, e ritrovandole vote (vuote) di habitatori vi si fermarono, e dal luoco chiamato Melfi, Melfitani furono appellati essendo sempre per l’odierno detti col nome originario Romani. Insorta poi turbolenze in questi paesi, non poterono più dimorarsi questi sottoposti a diversi insulti laonde quindi dipartirsi  se ne vennero in Eboli, dove in processo di tempo pure sperimentarono le medesime oppressioni, per lo che ecc……….Facendo ritorno al principio dell’Historia donde la grandezza di rigogliosa Ragusa slicami ha rispostato. Nel ritorno che ferono da Ragusa come pure sognare questo nuovo ritorno, che andassene quei Romani a Melfi di Puglia, essendo questa città lontana più di quaranta dall’adriatico Mare, e molto più dal tirreno …….sbarcarono in qualche riviera di quelle, ma dove e come poterono ritrovare in quelle spiagie tante civette, e bestie da soma per trasportare in si lontano luoco le Mogli et i figliuoli, e le loro case, già dice l’Historico essere partiti da Ragusa Cum Uxoribus et natis comunque super …………………Che cosa fecero dette loro Navi forse le lasciarono in abbandono sarebbe stata follia, poiche con quella per …….dei trafichi si procacciavano il Vitto, e poi furono instromessi di ogni loro grandezza. Non abbandonarono dunque le navi nelle spiagie dell’Adriatico per andare a Melfi di Puglia, che non avevano che fare anzi per segno non vi era come dirò hor hora, ma con quella approdarono al Fiume Melfe della Lucania, e quivi si fermarono attendendo à loro trafichi consueti, havendone già assaggiati gli utili mentre li esercitarono in Ragusa. Dissi che colui il quale sognò l’andata e la dimora di quei Romani a quell’altro Melfi, fuste poco i……..nell’antichità, mentre dimostrerò che tal città non i era ma che molti secoli appresso fù da Normandi edificata, ecc..ecc..”. Il Mandelli riporta la notizia della fondazione di Amalfi vecchia ma fa risalire la fondazione della città di Molpa ai Normanni di Roberto il Guiscardo. L’Antonini, riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c.4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della “Amalfi vecchia” (forse la città di Molpa) fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. La citazione di “Errico Bacmanno”, si tratta di Errico Bacco Alemanno (….) ed il suo “Nuova, e perfettissima descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici Province”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 180, dove parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Detto sig. Antonini ha per favoloso un tal racconto, e più verosimilmente incorsioni de’ Goti, e di altri nuovi Barbari, e le desolazioni, che verso Toscana e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi nella Molpa, luogo allora meno a’ pericoli esposto, e che di là nuvamente cacciati, per trovare un sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Malfi, Ravello e Scala”; giacché Errico Breemanno Cap. 4 e 5 ‘de Republ. Amalph.’, e l’Ughellio vogliono Amalfi edificata nel DC di Cristo. Crede verosimile ancora il citato Antonini, che l’origine di detta Città fusse avvenuta, perche avendo Belisario rovinata la Molpa, parte dei Molpitani fuggiti dalla desolazione della lor Patria.”.  Lucido Di Stefano (….), a p. 180, aggiunge che: “Ma io piuttosto dico,  che distrutto Bussento da Belisario circa il 541 perchè da’ Goti occupato, probabilmente i Bussentini edificarono Pisciotta, il che oscuramente ricavo dalle sopra descritte parole della “Cronaca di San Mercurio: “Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe Pueris, et feminis. Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem Patriae”, credendo, che quel et pauci, fussero stati coloro, che edificarono Pisciotta. Etc…”La frase pubblicata dall’Antonini e tratta dalla Cronaca del Monaco di S. Mercurio tradotta ha il seguente significato: Allo stesso modo fu portato via un gran numero di cittadini, bambini e donne che piangevano da lontano. E alcuni di loro tornarono a casa a causa della distruzione del loro paese”. Sempre il Di Stefano (….) dissertando sulla città di Amalphi la vecchia e della molpa aggiungeva che: “Non essendo probabile la seconda opinione dello stesso Sig. Antonini, di essersi portati detti Melfitani ad edificar Amalfi in tempo della distruzzione della lor Patria fatta da Belisario, perchè in quel tempo, Bussento per l’addotta ragione, non aveva cambiato il primiero suo nome. Questa mia ipotesi la credo più verosimile di ogn’altra, altrimenti la storia dell’edificazione di Amalfi fatta da Melfitani, si rende sospetta, e contradicente.”.

Nel 400 (V sec. d.C.), la Molpa presidio Goto

Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Dopo aver questa Regione sofferto infiniti mali da’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII. di Cristo coll’Italia tutta a respirare un’aria di serena pace; e sotto una serie di otto Re Goti, quasi le antiche speranze riprese (cotanto eran questi inciviliti etc…)”. Antonini, a p. 118, nella nota (I) postillava: “(I) Nostro intendimento non è riferire, quanti mali avessero all’Italia i primi Goti recato, trovandosene piene le storie, solamente scrivere ci giova quelli, op arte di essi, che alla nostra Lucania fecero. I maggiori, ma più brevi danni furono a questa regione fatti da Baduela, e Alarico, il quale nel CDX. secondo la più comune opinione, dopo aver saccheggiato Roma, andando in Sicilia altamente afflisse la Lucania. Ricavasi ciò da Paolo Diacono, o qualunque siasi l’Autor della storia Miscella nel lib. 13, ‘Deinde per Campaniam, Lucaniam, Brutiamque simili strage Gothi bacchantes, &c. Morto Alarico ne’ Bruzi, ritornarono i Goti in Roma, e per istrada ‘si quid residuum suit, more locustarum eradunt. Giornande de reb. Get. ce lo conferma, da’ quali peravventura ‘Peuntingero de inclin. Imp. Rom. trasse le seguenti parole: ‘Campaniam, Lucaniam Brutiam devastando, Consentiae demum (Alaricus Sc.) in fata concessit’. Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc…”. Antonini, a p. 120, in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti in questa Regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Su questo passo dell’Antonini, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, dopo non aver scritto nulla o quasi nulla sui barbari in Lucania, a p. 8, nella nota (2) postillava che: “L’Antonini (La Lucania, etc., Disc. VIII) scrive: “Ebbero i Goti nella nostra regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano e la Molpa, ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Belisario…..”. – Ma da quali fonti abbia egli tratto questo elenco di nomi geografici, non si sa.”.  Giuseppe Antonini (…..), a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. Antonini, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”. 

Nel 410 d.C. (V sec. d.C.), Alarico, re dei Visigoti saccheggiò alcuni luoghi del basso Cilento tra cui Policastro (Buxentum), Roccagloriosa e Fulgenti (Laurino) e Molpa forse presidio Goto

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La città della “Molpa”, oggi scomparsa ma in un tempo era solida città fortificata sull’onima collina della Molpa, vicino il promontorio capo Palinuro o capo Spartivento. Essa era stata conquistata ed occupata in precedenza dai Goti Buti che in seguito furono sconfitti dal generale Belisario. Il geologo Cosimo De Giorgi (….), nel suo “Viaggio nel Cilento – gli uomini, le donne, la terra etc…” con prefazione di Giuseppe Galzerano (….), a pp. 169-170 parlando poi di Laurito e del casale scomparso di “Fulgenti”, in proposito scriveva che: Alcuni posero la loro stabile dimora in un bosco di lauri che stava a ridosso del Monte Fulgenti, e avrebbero creato il paese dandogli il nome di Laurito. Il certo è che per lungo tempo il paese restò diviso in due borgate: quella superiore si vuole surta sulle rovine di ‘Fulgentium’, antica città distrutta dai Goti comandati da Alarico. Etc…”. Dunque, Cosimo De Giorgi voleva che l’antica città di “Fulgentium”, oggi scomparsa era stata distrutta dai Goti di Alarico. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Nell’anno 410 i Visigoti di Alarico, dopo immani saccheggi perpretati nella Campania, giunsero sulle rive del Sele. Qui probabilmente si arrestarono, scoraggiati dalle mura di Paestum e dalle difficoltà oggettive di proseguire la marcia lungo la costa che appariva impervia e non florida. Perciò, dopo aver saccheggiato gli insediamenti delle campagne e delle colline circostanti verso settentrione, risalendo il corso del Sele, del Calore e del Tanagro, si riversarono nel Vallo di Diano, dove attraverso il passo di Buonabitacolo e Sanza, raggiungero il corso alto del Bussento, con l’intento di ridiscenderlo fino a Policastro e saccheggiare gli abitati costieri; quindi imbarcarsi per veleggiare alla volta dell’Africa con la sua flotta che aveva seguito la spedizione. Ma nel tragitto Alarico morì e venne seppellito, ecc…. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “…..al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario etc…”. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo questa Regione sofferto infiniti mali a causa de’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII.”. Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti nella nostra Regione, non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc…La quiete, che in Italia sotto gli ultimi Re Goti godevasi, cessò colla venuta da Langobardi chiamati da’ Narsete, disgustato dall’Imperatore Giustiniano II., circa gli anni di Cristo DLXVIII.”. Antonini, a p. 120, nella nota (I) postillava: “(I) Lucania…I maggiori, ma più brevi danni furono a questa regione fatti da Baduela, e Alarico, il quale nel CDX secondo la più comune opinione, dopo aver saccheggiato Roma, andando in Sicilia altamente afflisse la Lucania. Ricavasi ciò da Paolo Diacono, o qualunque siasi l’Autor della storia Miscella nel lib. 13, ‘Deinde per Campaniam, Lucaniam, Brutiamque simili strage Gothi bacchantes, &c. Morto Alarico ne’ Bruzi, ritornarono i Goti in Roma, e per istrada ‘si quid residuum suit, more locustarum eradunt. Giornande de reb. Get. ce lo conferma, da’ quali peravventura ‘Peuntingero de inclin. Imp. Rom. trasse le seguenti parole: ‘Campaniam, Lucaniam Brutiam devastando, Consentiae demum (Alaricus Sc.) in fata concessit’. Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc…”. Antonini, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”.  Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. L’Antonini, a p. 317 dice che Magliano era tenuto dai Goti come luogo fortissimo. Dunque, secondo l’Antonini , il Monaco di S. Mercurio, nel suo chronicon medioevale aveva scritto che ai tempi del generale bizantino Belisario, i “Gothi” occupavano da tempo la fortezza della Molpa. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva che: La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) e, dalla Cronaca medioevale l’Antonini cita e riporta il seguente brano: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”, il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244” scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) mirum in modum in eà parte, qua versabatur, idest Ponti in litore, creverat.”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg. continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico scriveva che: In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo  e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). Etc…”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Su Magliano e Molpe, vedi nn. 1 e 2, p. 57”. Infatti, riguardo le notizie su Molpa, Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo, …….Fortificata dai Goti e distrutta da Belisario (cfr. Antonin, cit., pp. 372-373), ecc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che ai tempi degli Ostrogoti di Teodorico: Per quanto riguarda il nostro territorio, i Goti fortificarono ‘Manlianus’ (oggi Magliano Nuovo), punto nevralgico per il passaggio dalla Valle dell’Alento a quella del Calore: il ‘castellum’ inglobò anche l’unico stretto passaggio naturale obbligatorio che si apriva fra due grandi rocce dette ancora ‘Préta Perciàta’, che continuerà poi ad essere luogo di dogana per tutto il medioevo. Lungo la costa fortificarono Molpa per il controllo dell’imbocco della principale via di penetrazione verso l’interno, lungo il corso del fiume Lambro e del Mingardo.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che per quanto riguardava il nostro territorio i Goti fortificarono il casale di “Maglianus” (oggi Magliano Nuovo), dove esiste un passaggio molto stretto, una specie di valico scavato nella roccia non molto dissimile ad un altro passaggio che oggi si può vedere percorrendo la SS. 18 nei pressi del Canale di Mezzanotte a Sapri. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che ai tempi degli Ostrogoti di Teodorico: Lungo la costa fortificarono Molpa per il controllo dell’imbocco della principale via di penetrazione verso l’interno, lungo il corso del fiume Lambro e del Mingardo.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Lo storico Procopio di Cesarea, amico e ufficiale di Belisario, raccontò……Belisario con un nuovo esercito sbarcava a Reggio e risaliva la penisola calabra; fu fortificato Bussento e riconquistato il castello di Molpa. Etc…”, segno, dunque che a Molpa vi era un presidio Goto, con un fortificato castello già preesistente alla venuta di Belisario. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Alcune notizie sui generali Bizantini Belisario e Narsete riguardano la città scomparsa della “Molpa” nei pressi della foce del Mingardo. Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ecc…”. Dunque, il monaco Mannelli citava Scipione Mazzella Napolitano che scrisse di Belisario e della Molpa. Il Mannelli (…), si riferiva al testo di Scipione Mazzella Napolitano (…) ed il suo “Descrittione del Regno di Napoli”. Ma nel testo ho trovato la citazione di Belisario riguardo accenni alla storia di Agropoli. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c.4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della “Amalfi vecchia” (forse la città di Molpa) fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. La citazione di “Errico Bacmanno”, si tratta di Errico Bacco Alemanno (….) ed il suo “Nuova, e perfettissima descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici Province”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 180, dove parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Detto sig. Antonini ha per favoloso un tal racconto, e più verosimilmente incorsioni de’ Goti, e di altri nuovi Barbari, e le desolazioni, che verso Toscana e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi nella Molpa, luogo allora meno a’ pericoli esposto, e che di là nuvamente cacciati, per trovare un sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Malfi, Ravello e Scala”; giacché Errico Breemanno Cap. 4 e 5 ‘de Republ. Amalph.’, e l’Ughellio vogliono Amalfi edificata nel DC di Cristo. Crede verosimile ancora il citato Antonini, che l’origine di detta Città fusse avvenuta, perche avendo Belisario rovinata la Molpa, parte dei Molpitani fuggiti dalla desolazione della lor Patria.”.  Lucido Di Stefano (….), a p. 180, aggiunge che: “Ma io piuttosto dico,  che distrutto Bussento da Belisario circa il 541 perchè da’ Goti occupato, probabilmente i Bussentini edificarono Pisciotta, il che oscuramente ricavo dalle sopra descritte parole della “Cronaca di San Mercurio: “Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe Pueris, et feminis. Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem Patriae”, credendo, che quel et pauci, fussero stati coloro, che edificarono Pisciotta. Etc…”La frase pubblicata dall’Antonini e tratta dalla Cronaca del Monaco di S. Mercurio tradotta ha il seguente significato: Allo stesso modo fu portato via un gran numero di cittadini, bambini e donne che piangevano da lontano. E alcuni di loro tornarono a casa a causa della distruzione del loro paese”. Sempre il Di Stefano (….) dissertando sulla città di Amalphi la vecchia e della molpa aggiungeva che: “Non essendo probabile la seconda opinione dello stesso Sig. Antonini, di essersi portati detti Melfitani ad edificar Amalfi in tempo della distruzzione della lor Patria fatta da Belisario, perchè in quel tempo, Bussento per l’addotta ragione, non aveva cambiato il primiero suo nome. Questa mia ipotesi la credo più verosimile di ogn’altra, altrimenti la storia dell’edificazione di Amalfi fatta da Melfitani, si rende sospetta, e contradicente.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva che: “L’opportunità del sito di questa Città ha fatto la sua infelicità, e la sua ruina, potendosi di essa dire ciò che ‘Lucano’ fa dà suoi cittadini dire alla Città di Rimini posta in simile pericoloso sito, esposto à passaggi; poichè non una volta ha sofferto saccheggi e travagli. La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario, ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto; e da quello che dice ‘Jornande de Regn. success.’ e da ciò che scrisse ‘Procopio’ al lib. I. e 8. ‘de bell. Goth.’ par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece. Le parole del primo appena il viaggio c’accennano, onde alcuna conghiettura del di più si forma, ‘Procopio’ poi poco più di lume ce ne dà, dicendo così tradotto: “Rhegio exercitus terrestri itinere per Brutiorum, & Lucanorum oras processit, procedente classe non procul a continente”. La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) chiarisce bastantemente questo fatto. Ecco come il Monaco scrive: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”, il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. L’Antonini a p. 372 della sua “Lucania”, nella sua nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Nei tempi successivi, a causa del malsicuro sito, pericolosamente esposto ai passaggi di barbari e di pirati, Molpa dovette subire più volte saccheggi, devastazioni e tormenti. Nei primi anni della terribile guerra Gotica (535-553 d.C.), il bizantino Belisario, generale dell’Imperatore Giustiniano, dopo aver distrutto il Regno dei Vandali in Africa, sbarcò in Sicilia e si impadronì facilmente dell’isola e di tutta l’Italia meridionale. Diretto a Roma, alla testa dun numerosissimo esercito, Belisario attraversò, con la stessa furia di un fiume in piena, le nostre contrade, lasciando dietro di sè, saccheggi, distruzione e rovina. Da questo suo impeto selvaggio fu distrutta, per la prima volta nella sua storia, Molpa, intorno all’anno 537 d.C., quando essa era dominio del principe ostrogoto Bultino, che qui aveva stabilito un munitissimo presidio. Etc..”. Il Guzzo, afferma che la Molpa, per la prima volta nella sua storia fu distrutta da Belisario nel 537 d.C., ovvero quando egli inziò la sua campagna d’Italia contro i Goti del principe Bultino (che altrove abbiamo visto chiamarsi Totila) ce teneva il presidio munitissmo e fortificato di Molpa. Il Guzzo, a pp. 69-70 continuando il suo racconto sulla Molpa, per giustificare la notizia della prima distruzione di Molpa cita: “Lo storico greco Procopio di Cesarea, morto a Bisanzio nel 565, avendo seguito Belisario in Italia, fu diretto spettatore delle vicende e degli orrori della terribile Guerra Gotica. Egli, nella sua opera “De Bello Gothico”, ci offre una chiara visione della devastazione e della rovina patite dalla Molpa.”. Ma, il Guzzo, proseguendo il suo racconto sulla Molpa, cita la frase tratta dal Cronicon del Monaco di S. Mercurio (e non di Procopio come egli scrive) pubblicata dall’Antonini. Il Guzzo, riferendosi a Procopio scriveva: “Ecco il suo racconto: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. “. Il Guzzo, a p. 70, nella nota (12) postillava: “(12) Procopio – De Bello Gothico – Libro I – cap. VIII.”. Dunque, il Guzzo postilla che il passo è tratto dal “De Bello Gothico” di Procopio di Cesarea, Libro I, cap. VIII, ma come si è detto il passo è lo stesso che cita l’Antonini a p. 370, ovvero il passo tratto dalla cronaca di S. Mercurio. 

Nel 476, il Castello della Molpa, presidio e fortezza dei Goti di Bultino detto Totila

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Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: L’Antonini dice pure che di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15). Certo è che sulla collina della Molpa vi era un ‘castrum’ distrutto dai saraceni (16) e un castello di cui sono visibili i ruderi e del quale è notizia nei ‘Registri angioini’. Infatti, nel 1269 re Carlo I ordinò di avocare alla regia Curia il castello della Molpa, con Camerota e S. Severino, tenuti dal milite Guglielmo Gagliardi (17). Ecc…”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Antonini, cit., p. 374. L’A. (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Maugerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ……………”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Il ‘castrum’ era a quota 140. La cala che si apre a sud del promontorio offre un ancoraggio protetto dai venti del IV quadrante. G. Schmidt, ‘Antichi porti’, cit., p. 322”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, scriveva che: “Castello della molpa: sul colle omonimo a est del fiume Lambro.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 366, in proposito scriveva che: solamente verso settentrione trovasi ancora in piedi un portico di antica struttura cogli archi chiusi modernamente, per farne un ricovero; e perciò chiamasi il Castello, che moltissime miglia da dentro terra si vede per l’altezza, in cui è posto.”. L’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Cosimo De Giorgi (…), in proposito, parlando del fiume Lambro, scriveva che:  “Da questo punto fino al mare scorre nella direzione di tramontana a mezzogiorno, parallelo al corso del Mingardo, tra colline ecc., rasenta le falde della collina denominata ‘Saline di Orlando’. Nel mezzo di questa pianura e in riva al mare si erge, a mò di cono un colle isolato sul quale torreggiano gli ultimi ruderi del ‘Castello di Molpa’.

Nel 461, l’imperatore LIBIO SEVERO SERPENZIO “LUCANO”

Da Wikipedia leggiamo che Libio Severo Serpenzio (in latino: Libius Severus Serpentius; Lucania, 420 circa – Roma, autunno 465) è stato un senatore romano, imperatore d’Occidente dal 461 alla sua morte. Non fu riconosciuto dalla corte orientale né dal governatore della Dalmazia Marcellino, fedele al suo precedessore Maggioriano. Senatore originario della Lucania (2), fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Libius Severus Serventius. Senatore originario della Lucania, fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Dopo la morte dell’imperatore Maggioriano (7 agosto 461), assassinato dal magister militum d’Occidente Ricimero, si aprì una lotta per l’elezione del nuovo imperatore d’Occidente che coinvolse Ricimero, l’imperatore d’Oriente Leone I e il re dei Vandali Genserico. Ricimero voleva porre sul trono d’Occidente un imperatore debole, che potesse controllare: la sua origine barbarica gli impediva infatti di prendere il trono per sé stesso. Genserico aveva rapito durante il Sacco di Roma (455) la moglie e le figlie di Valentiniano III (Licinia Eudossia, Placidia ed Eudocia) e aveva fatto sposare il proprio figlio Unerico con una delle due figlie dell’imperatore deceduto, Eudocia, imparentandosi così con la famiglia imperiale; il candidato di Genserico per il trono d’Occidente era Anicio Olibrio, che aveva sposato l’altra figlia di Valentiniano, Placidia, e che era quindi «uno di famiglia». A tale scopo mise sotto pressione entrambi gli imperi attaccando ripetutamente Italia e Sicilia, affermando che il trattato di pace stipulato con Maggioriano non era più vincolante; Ricimero, che agiva autonomamente, inviò una ambasciata a Genserico chiedendogli di rispettare il trattato, mentre l’imperatore d’Oriente, con una seconda ambasciata, trattò l’interruzione delle incursioni e la riconsegna delle donne di Valentiniano. Ricimero, però, decise di ignorare il candidato di Genserico e mise sul trono Libio Severo, scelto forse per compiacere l’aristocrazia italica, facendolo eleggere imperatore dal Senato il 19 novembre 461, a Ravenna (Severo fu poi riconosciuto dal Senato di Roma, come consuetudine). In Wikipedia, alla nota (2) postilla: “Cassiodoro, Cronaca; Chronica gallica anno 511, 636.”Riguardo alle sue origini lucane ed eventuali possedimenti in Lucania, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: “Dobbiamo ricordare da ultimo un imperatore inetto, tra il fantasma e il fantoccio, che, ci rincresce dirlo, fu di nazione lucano, il solo sicuramente lucano, nella lunga serie degli imperatori romani. E’ Livio Severo che, passivo strumento nelle mani di Ricimero, fu gridato imperatore a Ravenna il 19 novembre 461, ma scomparve quattro anni dopo, senza neppure essere passato, pare, per Ravenna. Il SEECK dice che egli non sapeva scrivere correttamente nemmeno il suo nome, per il fatto che nelle iscrizioni compare ‘Libius’ e non ‘Livius’, ma questo è troppo, e noi non ci sentiamo di firmare il nostro Severo una così severa condanna (1). Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi (…), a p. 282, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cassiodoro, ‘Chronica ad a. DXIX. – a. 461: “Severinus et Dagalaifus. His conss. Maiorianus immissione Ricimeris etc….”; Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. VI, Stuttgart, 1920, p. 349. Cfr. Anhang, p. 482.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Il P. ‘Banduro’, in Nummism.’ di questo Imperatore parlando, così dice: “Libius Severus, Lucanus, Majorano Ricimeris fraude interfecto die VII. Augusti anni CDLXI. ejusdem opera Imper. Ravennae appellatus est die XIX. Novembris, probante quidem Rom. Senatu: At Leone, qui orientem regebat, inconsulto.”. E’ fama, che regnato avesse tre anni, e nove mesi.”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Antonini scriveva che nella Chronaca di Cassiodoro egli scrive che: “Per questi Costantino Majoranus fu estinto per l’invio di Recimeris, al quale fece succedere Severo, per stirpe di Luca, nel regno di Ravenna”. L’Antonini scrive che il padre Banduro (…), nella sua opera “Numismatica” scriveva che: “Libio Severus, Lucanus e Majoranus Ricimeris furono uccisi a tradimento il settimo giorno. Nell’agosto dell’anno 461 le opere dello stesso imperatore. Fu chiamato a Ravenna il 19. novembre, con l’approvazione di Rom. Il Senato: Ma senza consultare Leone che governava l’Oriente”. L’Antonini a p. 378, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Tornato era Majorano dalle Gallie in Italia per opporsi a gli Alani, che di nuova incursione la minacciavano; ed essendo vicino Tortona, Ricimero gli andò incontro coll’esercito Imperiale; e secondo il concerto fatto con Libio Severo, fecelo imprigionare, ed obbligato a rinunziare l’Impero, a capo di tre giorni l’uccise. Era Ricimero maestro dell’una, e dell’altra milizia, Comite, e Patrizio, e Severo era Patrizio solamente. Corso Ricimero in Ravenna; a capo di quattro mesi vi fece dichiarare Imperadore Severo dalle stesse milizie. Nè la Repubblica ebbe a pentirsene, poichè fu un uomo moderatissimo, giusto, e carco di virtù militari; quindi nondiede luogo a Genserico di far ulteriori progressi dell’Isole del Mediterraneo: Ed essendo il Re Beorgor con numerosissime squadre di Alani calato in Italia nell’anno CDLXIV. per mezzo dello stesso Ricimero interamente vicino Bergamo lo sconfisse colla morte anche di Beorgor, con cui finì nelle Gallie il Regno degli Alani. Severo in tanto stando in Roma, nell’anno appresso morì di veleno, occultamente da Ricimero datogli, siccome non pochi autori vogliono; ma, ‘Sidonio’ cede che morisse di malattia. Comunque però si fusse, la di lui morte fu dagl’Italiani altamente compianta, per aver perduto in lui un prode uomo, ed alloora necessarissimo per opporsi a’ moti di Genserico. Vedine Evagr. lib. 2 & 3. Jornande, ed altri. Dell’iscrizione 5. fol. 419. del Sig. Muratori si vede, che Libio Severo fu eletto Imperadore nell’anno MCCXIV. di Roma, e CDLXI di Cristo.”.

Nel 461-465 d.C. (V sec. d.C.), LIBIO SEVERO LUCANO e la sua villa a Buxentum (Bussento) o a Sapri ? 

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che nel 420 Molpa abbia dato i natali all’imperatore Libio Severo (anche se le fonti ufficiali indicano quale città di nascita Buxentum, l’attuale Policastro Bussentino. Ad esempio, le poche e stringate parole di Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..Nel borgo Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Angelo Di Mauro scriveva che l’Imperatore Romano Libio Severo possedeva una villa a Molpa. La notizia è tratta dall’Antonini che a sua volta la traeva da Orosio. Altri sudiosi invece vogliono che la villa di Libio Severo fosse a Buxentum. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel suo cap. “6. A Buxentum nasce un imperatore”, a p. 18 in proposito scriveva che: “Due volte arrise un benevolo destino allo squallore della città. Nei primi anni del sec. V d.C. nacque fra le rovine di Buxentum un bambino, ‘Flavio Libio Severo’ (30) destinato a diventare, nel 461, imperatore romano e vincitore degli Alani nei pressi di Bergamo (31): la vittoria dev’essere stata notevole, perchè gli Alani scompaiono dalla storia come popolo e fanno parte dei Vandali. Il vincitore morì poco dopo, nel 465. A quanto pare, egli eseguì la tradizione romana secondo la quale l’imperatore debba favorire il suo luogo di nascita (32). Deve averlo fatto anche lui, perchè per breve tempo, Buxentum emerge dalle tenebre.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (30), postillava che: “(30) Antonini G., op. cit. Parte II, Discor. VII, p. 378 (Chronicon di S. Mercurio).”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le Invasioni barbariche”, vol. I, a pp. 49 e ssg, riferendosi alla pace stipulata con Genserico dall’Imperatore Maggiorano, in proposito scriveva che: “Questa però non andò oltre l’anno successivo; mentre Recimero faceva uccidere lo stesso Maggiorano ed elevava al soglio imperiale Libio Severo ‘lucano’ (nov. 461 – sett. 465), che, stando ad una tarda testimonianza, era di Bussento (1), si rinnovarono lungo i litorali tirrenici gli assalti dei Vandali. “Ogni anno – scriveva il contemporaneo Sidonio Apollinare – i furori del Caucaso si scatenarono sull’Italia dalle cocenti spiagge della Libia” (2). Etc…”. Il Cantalupo a p. 50, nella sua nota (1) postillava che: “(1) BUXENTUM è il nome latino della città greca di ………..(‘Pyxus; Plinio, N.H., III, 72), la cui origine rimonta almeno al VI secolo a.C., come dimostrano alcune monete di confederazione con l’iscrizione: ‘Sirino / Pissunte’ (v. G. Riccio, Storia…, cit. II, Napoli, 1876, pp. 116 sgg.). A Bussento i Romani dedussero nel 194 a. C. una colonia, che fu rinsaldata otto anni dopo con l’invio di nuovi coloni (T. LIVIO, XXII, 29, 4: XXXIV, 42, 6 e 45, 2; XXXIX, 22, 4; VELLEIO PATERCOLO, I, 15). La città sul finire del IX secolo prese l’odierno nome di Policastro (v. n. 6, p. 99). Il CRONISTA DI S. MERCURIO (IX secolo ?) scriveva che ai suoi tempi in Bussento si vedeva ancora ‘ruinosa domus, ubi natus est imperator Libius Severus’ (v. G. ANTONINI, op. cit., pp. 396 e 408).”. Il Cantalupo nella nota (1) cita l’Antonini che riportava la notizia dell’imperatore Libio Severo lucano, tratta dalla cronaca medioevale del Monaco di S. Mercurio, di cui ho scritto in un altro mio saggio. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel IX secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania- Discorsi”, a p. 396 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: “Il primo si è quello di non trovarsi nè ivi, ne attorno a quel luogo vestigio alcuno d’antiche cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio, dice che ancora in Bussento mostravasi: ‘Ruinosa domus, ubi natus est Imperator Libius Severus’.”. Ancora il Cantalupo cita la p. 408 dell’Antonini, che a p. 408, nel Discorso IX, in proposito a Bussento scriveva che: “…e così ancora circa il nono secolo (di quando crediamo, che sia la Cronaca di S. Mercurio), vedendosi ancora nella Città ‘ruinosa domus’, in cui era nato l’imperador Libio Severo, ci fa credere che non fosse del tutto desolata: e che la total sua ruina accadesse, come sopra detto abbiamo, etc…”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 378 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. L’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo l’Antonini, il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. L’Antonini credeva che il fiume Bussento fosse il fiume Melpi, poi in seguito detto Rubicante, Lambro ed infine Mingardo. L’Antonini credeva che i luoghi a cui accennava a proposito dell’impratore Libio Severo, ovvero la città di Bussento erano la Molpa. Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sulla Molpa, segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito scriveva che: Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Dunque, Nicola Corcia, parlando della città di Buxentum scriveva che l’Antonini “pretendeva” che in questa città fosse nato Libio Severo, che in seguito diventerà Imperatore. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’ scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Dunque Nicola Corcia segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” (cronaca da lui datata al IX secolo) in cui il monaco scriveva che a Bussento vi era la casa natale dell’Imperatore Libio Severo che, nell’anno 460, per opera di “Racimero” successe all’Imperatore Maiorano (….). Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Argomenta l’Antonini che la Molpa sia il Bussento da un frammento epigrafico in un cippo messo a strettoio delle uve…….Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”.Il Gaetani, a p. …., nella nota (12) postillava dell’Antonini, p. 378 e della cronaca di S. Mercurio avutala dal sig. Agostino Carbone. Mi sembra interessante ciò che scrisse l’amico Felice Cesarino  (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, parlando della villa romana e dei resti archeologici in località S. Croce a Sapri, ipotizzando che possa essere la villa dell’Imperatore Massimiano Erculeo, a p. 27, sulla scorta di Emilio Magaldi (….), in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen.”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”.  Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Alle parole del Cesarino “La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica.” preciso che la cronaca ripetuta dello scrittore regionale è la cronaca di S. Mercurio e lo scrittore regionale è l’Antonini, oltre che al Corcia, il quale non si rifaceva solo alla cronaca trascritta in più passi dall’Antonini ma anche a dei passi di Cassiodoro, il quale non è una fonte classica ma resta una fonte autorevole dell’epoca. Ricordiamo che lall’epoca, l’ex segretario di Teodorico si era ritirato nella sua Calabria. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64 e ssg., in proposito scriveva che: “…………………..”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”.  

Nel 493, TEODORICO, re degli Ostrogoti, la città fortezza della Molpa ed il basso Cilento

Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo questa Regione sofferto infiniti mali a causa de’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII.”. Dunque, l’Antonini scriveva che il basso Cilento subì diverse vessazioni dai Goti di Teodorico (Ostrogoti), nell’anno 493, dopo aver sconfitto Odoacre. Da Wikipedia leggiamo che dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La città della “Molpa”, oggi scomparsa ma in un tempo era solida città fortificata sull’onima collina della Molpa, vicino il promontorio capo Palinuro o capo Spartivento. Il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”.  Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Etc…“. Il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti nella nostra Regione, non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc…La quiete, che in Italia sotto gli ultimi Re Goti godevasi, cessò colla venuta da Langobardi chiamati da’ Narsete, disgustato dall’Imperatore Giustiniano II., circa gli anni di Cristo DLXVIII.”. Riguardo la città fortezza della Molpa, il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 372, ci parla della Molpa e del periodo dell’occupazione dei Goti e traendo delle notizie storiche dalla: La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone)”. L’Antonini, riporta un passo della cronaca del monaco di S. Mercurio che scriveva: “…..Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. ”, il cui significato dovrebbe essere che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto.. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca.

Nel 547 d.C. (VI sec. d.C.), il Goto Totila, la conquista della Molpa e la sua distruzione da parte del generale bizantino Belisario

Da Wikipedia leggiamo che la tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. La città della Molpa, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Alcune notizie sui generali Bizantini Belisario e Narsete riguardano la città scomparsa della “Molpa” nei pressi della foce del Mingardo. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 56-57 e ssg., in proposito scriveva che: La guerra in definitiva provocata, e mal condotta, dal re goto Teodato (535-536), fu proseguita tra il 536 ed il 540 dal suo successore Vitige, ma con poca fortuna, sicché Belisario, conquistata e messa sotto il controllo del suo esercito l’Italia centro-settentrionale, poté tornarsene a Costantinopoli nel 540. Dopo la sua partenza però le guarnigioni ed i presìdi bizantini, affidati ad inetti comandanti, mentre con atteggiamento autonomo si diedero ad infierire sulle popolazioni “liberate”, maltrattandole come schiave, si mostrarono incapaci ad opporre un fronte organico all’urto dei Goti, che iniziarono nel 541 la riconquista della Penisola guidati da Baduila, detto ‘Totila’, l’immortale. Chiusi nelle varie piazzeforti, i Bizantini assistettero impotenti all’avanzata del re goto, che da Treviso e da Verona si portò fino in Campania, da dove, occupata Napoli, si diresse in Lucania e nel Bruzio. Sembra che nella Lucania egli allora abbia conquistato e fortificato il borgo di Magliano (1), tra i monti che a sud-est chiudono la Piana del Sele, e quello di Molpe (2), immediatamente a sud di Palinuro.”. Il Cantalupo, a p. 57, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Magliano (‘Maliano’, a. 932; da un prediale lat.: ‘Manli – anus, composto col personale: ‘Manlius’), da identificarsi con l’attuale Magliano, non con Magliano Vetere; di questo grosso borgo, che ancora oggi conserva i resti delle sue fortificazioni, non si hanno notizie sicure prima del 1008, quando era già sededi Contea (v. p. 98).”. Il Cantalupo, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo, ebbe nome dall’omonima sirena (Strabone, I, 22 = 2, 12). Le sue origini sono da porsi almeno nel VI secolo a.C., quando appare essere uno scalo sibaritico come la vicina Palinuro, con la quale coniò in comune una moneta incusa con la leggenda: PAL / MOL. Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Fortificata dai Goti e distrutta da Belisario (cfr. Antonin, cit., pp. 372-373), sembra che abbia subito un saccheggio da parte dei Saraceni nel 1113 (Antonini, ibidem). Il geografo arabo Edrisi la menziona tra il 1139 ed il 1154 con il nome di ‘Molva’ indicandola a 24 miglia da Policastro. Quando, nella seconda metà del XV secolo fu definitivamente distrutta dai corsari Turchi, i suoi abitanti fondarono il casale di S. Serio (cfr. A. Silvestri, La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956, p. XIII.”. Dunque, il Cantalupo, citando l’Antonini scriveva che nel 541 d.C., i Goti, al comando di Totila “Sembra che nella Lucania egli allora abbia conquistato e fortificato il borgo di Magliano (1), tra i monti che a Sud-est chiudono la Piana del Sele, e quello di Molpe (2), immediatamente a sud di Palinuro.”. Il Cantalupo trae la notizia dall’Antonini. Infatti, nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, riguardo la città della Molpa e Belisario a p. 372 in proposito scriveva che: “L’opportunità del sito di questa Città ha fatto la sua infelicità, e la sua ruina, potendosi di essa dire ciò che ‘Lucano’ fa dà suoi cittadini dire alla Città di Rimini posta in simile pericoloso sito, esposto à passaggi; poichè non una volta ha sofferto saccheggi e travagli. La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario, ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto; e da quello che dice ‘Jornande de Regn. success.’ e da ciò che scrisse ‘Procopio’ al lib. I. e 8. ‘de bell. Goth.’ par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece. Le parole del primo appena il viaggio c’accennano, onde alcuna conghiettura del di più si forma, ‘Procopio’ poi poco più di lume ce ne dà, dicendo così tradotto: “Rhegio exercitus terrestri itinere per Brutiorum, & Lucanorum oras processit, procedente classe non procul a continente”. La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) chiarisce bastantemente questo fatto. Ecco come il Monaco scrive: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta dei chronisti Jornande e il “De Bello Gotico” di Procopio di Cesarea scriveva che la città scomparsa di “Molpa” è La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario”, aggiungendo che: “ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto”. Secondo l’Antonini scriveva che la distruzione della città della Molpa ad opera di Belisario è accaduta quando “par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta di Jornande e di Procopio scriveva che il generale bizantino Belisario distrusse la città di Molpa quando venne in Italia nel secondo suo viaggio. Poi, l’Antonini proseguendo il suo racconto cita il racconto tratto dal chronicon “Cronaca del Monaco di San Mercurio”, di cui ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini, che ha letto e copiato da questa cronaca che egli fa risalire all’XI secolo “(il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone)”, riporta il brano tratto dalla cronaca del Monaco di S. Mercurio “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae” che tradotto dice che: “Belisario, il capo dei Romani, avendo sentito in Sicilia, dove fu poi trovato, delle crudeltà che Totila e Badiula stavano commettendo per tutta l’Italia, venne con un grande esercito a piedi, e con molte navi che portavano vettovaglie. A quel tempo Melpa era già stata presa dai Goti, ed era tenuta sotto stretta sorveglianza, come si era detto. Belisario, consapevole di tali cose, venne dalla terra e dalla riva del mare per assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e catturati altri. Paese.”. L’Antonini racconta di aver letto nel Chronicon di S. Mercurio che: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae” il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”L’Antonini, sulla scorta di ciò che aveva letto nel cronicon medioevale del monaco di S. Mercurio, di cui ho parlato in un altro mio saggio, scriveva che, la città fortificata della Molpa, conquistata ed occupata dagli Ostrogoti di Totila, chiamato dal monaco “Badiula” (che l’Antonini chiamava Bultino), fu poi in seguito conquistata dal generale Belisario. L’Antonini a p. 372 della sua “Lucania”, nella sua nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati . Dunque, l’Antonini cita il brano del libro 2 dell’“Istoria” di Agazia (…), che scriveva di questo condottiero Ostrogoto, Bultino che aveva assaltato diversi luoghi e località marittime delle coste Tirreniche della Campania. Baduila, meglio noto con il nome di Totila (Treviso, 516? – Caprara di Gualdo Tadino, luglio 552), fu re degli Ostrogoti dal 541 al 552, durante la guerra greco-gotica. Riuscì a contendere per dieci anni il controllo della penisola italiana all’Impero bizantino. Totila (“l’immortale” in lingua gota) salì al trono dopo la morte di suo zio Ildibaldo e l’assassinio di Erarico, un re dell’etnia dei Rugi, che stava trattando la consegna dell’Italia a Giustiniano. Dopo le pesanti sconfitte subite contro il generale Belisario e dopo la conseguente cattura di Vitige nel 540, gli Ostrogoti riuscirono faticosamente a tenere in vita uno stato a nord del fiume Po. Totila era in quel momento il comandante della truppe gote presso Treviso e fu probabilmente nominato re intorno ai 25 anni, alla fine del 541, dopo pochi mesi di regno di Erarico. Su Totila, vinto in seguito dal generale Belisario, ha postillava l’Antonini. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca.  Sul chronicon del “monaco di S. Mercurio” citato dall’Antonini (…) e nel chronicon di Luca Mannelli (…), ha scritto anche il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…). Il sacerdote Giovanni Cammarano a p. 15, parlando dell’antichissima abbazia di S. Maria di Centola, nel suo vol. II: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “Stando a quanto scrive don Baldassarre Lupo, la Badia di S. Maria di Centola sorse come eremo (3), l’anno 515-530 ad opera di monaci basiliani (4).”. Il sacerdote Giovanni Cammarano (…), a p. 43, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44 e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, primo abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, in proposito scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate……… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Ecc…”. Dunque, il Cammarano, sulla scorta dell’Antonini e del Mannelli scriveva che secondo Venceslao 1°, primo abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, la cronaca di S. Mercurio citava diverse volte il passo di Procopio di Cesarea (….) e del suo “Del bello gothico”, in cui Procopio racconta che la città scomparsa della “Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Dunque, secondo questi autori che citano Procopio, la città della Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554. Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ecc…”. Dunque, il monaco Mannelli citava Scipione Mazzella Napolitano che scrisse di Belisario e della Molpa. Il Mannelli (…), si riferiva al testo di Scipione Mazzella Napolitano (…) ed il suo “Descrittione del Regno di Napoli”. Ma nel testo ho trovato la citazione di Belisario riguardo accenni alla storia di Agropoli. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Le poche guarnigioni bizantine lasciate sul territorio, non furono capaci di far fronte ai Goti che ripresero le ostilità nel 541.”. Sempre il La Greca scriveva che: “Lo storico Procopio di Cesarea, amico e ufficiale di Belisario, raccontò il ‘La guerra gotica’ le vicende di una delle guerre più sanguinose mai combattute e in maniera imparziale, descriveva le depredazioni dei Goti ai danni delle popolazioni lucane, osservando che i Bizantini non furono da meno. Belisario con un nuovo esercito sbarcava a Reggio e risaliva la penisola calabra; fu fortificato Bussento e riconquistato il castello di Molpa. Anche Lucania, sul Monte Cilento, fu occupata: correva l’anno 552. Belisario si affacciava così sul Golfo di Salerno. Sul promontorio che le chiude da sud, fu edificato un castron, cioè una fortificazione, cui fu dato il nome di ‘Acròpolis’, cioè “posta in alto”, con riferimento al fatiscente abitato di Ercula che ormai serviva solo come approdo alla flotta bizantina che appoggiava via mare l’avanzata dell’esercito. A ridosso della piana di Paestum, mentre i profughi della fascia costiera tra Paestum e Velia si rifugiarono sul Monte Cilento (oggi Monte Stella) nella città-fortezza di Lucania apportandone in tal modo un notevole incremento e probabilmente la comunità cristiana di Ercula portò con sé il culto di san Marco che rimmarrà vivo sulla montagna per secoli e sarà affiancato da quello della ‘Vergine Odighitria’ quando nel 552, nel corso della guerra gotico-bizantina, Lucania fu presa dall’esercito di Belisario al seguito del quale, a mò di cappellani militari, vi erano monaci greci, che furono gli antesignani del monachesimo greco nel Cilento.”.

Nel 547, la prima distruzione del presidio goto di Molpa, la distruzione del generale Belisario e la nascita di “Centula”

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Centola nacque sotto la dominazione bizantina di Giustiniano. Da Wikipedia leggiamo che la leggenda vuole che Centola sia stata fondata intorno al XVI secolo da una cosiddetta “centuria” di profughi provenienti dall’antica città di Molpa: da questa “centuria” sarebbe poi derivato il nome al paese. Tuttavia Carla Marcato, ricercatrice dell’Università di Udine, ritiene molto più probabile una discendenza del toponimo da un’unità di misura agraria. Del resto il paese risulta più antico di quanto vorrebbe la leggenda. Da Wikipedia leggiamo che in epoca medioevale ebbe inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti. Alcuni di questi superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle Fontanelle, in un posto riparato e sicuro, detto Vallone. Fu forse dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo che questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. L’Antonini (…), vuole che dopo la prima distruzione di una cittadella sulla collina di ‘Molpa’, i superstiti, rifugiandosi sulle colline più a monte, dove oggi si trova l’odierno paesino di Centola. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella Parte II, nel ‘Discorso VI’, parlando “de’ luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, da pp. 348-349 e s., ci parla di Centola e a p. 348, in proposito scriveva che: “Due miglia da quì, camminando a Mezzogiorno, si trova Centola posta per lungo sopra la collina, che la manca sovrasta al Melpi. Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario. Io non volendo pregiudicarla nella sua antichità, ne toglierne questo pregio, intera, e salva cotale opinione lascio a chi vorrà tenerla, però per non far torto alla verità, convien dire, che il luogo fin dall’anno MDXXIX era Casale di S. Severino, ma smembrato in quanto alla giurisdizione, e credo che si fosse fatto grande dopo l’ultima desolazione della Molpa nel MCDLXIV, poichè i terreni del paese non sono, che quelli della stessa distrutta Città, vasti, ed all’estremo abbondanti di tutto, ma la poca cura e industria de’ Cittadini appena ne fa uso per i generosi vini, e per gli fichi, etc…”.

(Fig…..) Antonini, op. cit., pp. 347-348

Dunque, l’Antonini scriveva che Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario.”. Dunque, l’Antonini riporta la notizia che le origini di Centola derivano da un Centurione dell’esercito bizantino dell’esercito del generale Belisario incaricato dall’Imperatore Costantino di conquistare il regno Goto in Italia. Antonini, sulla scorta del Chronicon di S. Mercurio scriveva pure che questo centurione bizantino ai tempi di Belisario e ai tempi della prima della città della Molpa andò a fondare il casale di Centola con altri cento soldati che ivi si stabilirino. Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola, a p. 192, nel suo vol. IV, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “La Molpa fu distrutta nella seconda venuta in Italia di Belisario 544, donde ripartì il 558. Ora in questi quattro anni è giocoforza collocare la distruzione della Molpa. Tutto sta a precisare l’anno. Per riconquistare la Sicilia e la Magna Grecia è logico assegnare un tempo fino al 547, non sapendo quale mese indicare dell’anno di partenza e dell’anno di arrivo. Quindi l’operazione avrebbe comportato un anno e alcuni mesi. Il 548 Belisario è impegnato nella liberazione di Roma, occupata da Totila. E siccome la Molpa si trovava quasi alla fine della Magna Grecia, la sua distruzione non può non cadere che nel 547, etc…”Inoltre, il Cammarano, a pp. 204-205, in proposito scriveva che:  “Il Cristianesimo si insediò ben presto nella città della Molpa e non è difficile dimostrarlo. E’ certo che nella prima distruzione, 547, già era in massa cristiana. Difatti la laura di Centola sorse molto tempo prima di detta data in virtù di alcuni abitanti della Molpa, che vennero a menare vita eremitica nel luogo dove poi sorse la Badia di S. Maria di Centola.”. Giovanni Cammarano (…), a p. 186, nel suo vol. IV, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “In merito a detto documento dell’Abate Mercurio I, don Baldassarre nelle sue memorie riporta i giudizi anche di portata storica. 1) P. Gregorio Taliento, basiliano (* 1430) annotizia: “Nello scorrere del tempo che va dallo 543 al 554, fu presa la città della Molpa, città della Magna Grecia, occupata dai Goti, dallo generale bizantino, Belisario. I Goti facevano una forte resistenza, affavoriti dalle fortificazioni in muri, che cingevano la città con li posti di fortezza. E così Belisario per menare fuori i Goti, fu costretto dare fuoco e distruggere la città. E così li pochi scampati di quelli tanti abitatori si apportarono nelle terre dello internale. La maggioranza, come dice Mercurio, si fermarono sotto lo monte delle Fontanelle e a quasi lo vallone diedero esistenzia alle prime case del borgo, che chiamarono Centula, è addimostrabile”. (AFL) 2) P. Serafino 1° da Centola, cappuccino (1641+1712) riferisce in un magnifico notiziario: “Lo Abate Mercurio nulla si fece sfuggire nelle sue “Cronache” su tutti gli avvenimenti storici che si succedettero nelle nostre terre. In particolare merita attenzione, studio e riflessione da parte nostra il contenuto della Molpa, il modo poi di vivere della nostra primitiva popolazione stazionata in località “Vallone” e le tristi vicende storiche etc…”. Ancora, il Cammarano (….), a p. 188 scriveva pure che: “Difatti di Mercurio I sappiamo che lasciò la Molpa e se ne andò a fondare una laura a Centola menandovi vita eremitica tra preghiera, studio e lavoro. Di Mercurio II conosciamo solo il nome. E né possono essere chiamati in causa i due martiri di nome Mercurio, uno il 25 novembre e l’altro il 10 dicembre perchè vissuti molto tempo prima.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, parlando di Centola, a p. 712 in proposito scriveva che: “CENTOLA. ‘Centula, Centola, Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini. Università autonoma etc…L’Antonini (1) ricorda la leggenda del centurione che con i suoi cento uomini vi si stabilì ai tempi di Belisario e dopo la prima distruzione di Molpa. Il villaggio s’ingrandì ancora dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464), ma non sappiamo se colà era già un villaggio o se questo s’ingrandì dopo l’arrivo dei monaci italo-greci che costituirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.”. Ebner, a p. 712, nella nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 349.”. Scrive ancora l’Ebner, a p. 714 che: “Centola è ubicata dall’Antonini (10) su una collina e fino al 1529 casale di Sanseverino. ……Il Giustiniani pone Centola a 32 miglia da Salerno e a 3 miglia dal mare di Palinuro, su una collina con circostanti fertili terreni (grano, vino, olio, frutta). Traendone dall’Antonini ricorda anch’egli la leggenda del centurione che andò a stabilirsi temporaneamente ivi ai tempi di Belisario e la prima e la seconda distruzione di Molpa (13).”. Ebner, a p. 714, nella nota (10) postillava che: “(10) Trascrive da A. Baccio (Hist. natur. vin., lib. 5) “Extat novi nominis Centula oppidum, in cuius apricis collibus vinum gignitur, quod in Urbe praesertim Roma, et in communibus mensis, etiam Principatum, fama, atque usu cum Clarello contendit”, il cui significato tradotto è il seguente: “C’è un paese del nuovo nome di Centula, ne’ cui colli assolati si produce un vino, che nella città, specialmente in Roma, e nelle città del mese, anche nei principati, gareggia in fama e pratica col Clarello.”. Ebner, a p. 714, nella nota (12) postillava che: “(12) Giustiniani, cit.: Etc…, i fuochi”. Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: Mercurio …..E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Etc…”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico ragionato del Regno delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “……….”. Amedeo ed Emilio La Greca ed Antonio di Rienzo (….), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 215 parlando di Centola (VI itinerario), in proposito scrivevano che: “E’ tradizione che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa nel 554 ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina (535-553 d.C.). I superstiti si rifugiarono in località detta “Vallone” ove costruirono un piccolo villaggio. Di qui si spostarono gradualmente più a monte dove nel 1207 sorse una Badia Benedettina detta Santa Maria degli Angeli (1). Questa fu il centro della vita economica e religiosa del nuovo paese. I Benedettini, infatti, organizzavano il lavoro, etc…”. I tre autori, a p. 215, nella nota (1) postillavano: “(1) Antonini, p. 387”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Nei tempi successivi, a causa del malsicuro sito, pericolosamente esposto ai passaggi di barbari e di pirati, Molpa dovette subire più volte saccheggi, devastazioni e tormenti. Nei primi anni della terribile guerra Gotica (535-553 d.C.), il bizantino Belisario, generale dell’Imperatore Giustiniano, dopo aver distrutto il Regno dei Vandali in Africa, sbarcò in Sicilia e si impadronì facilmente dell’isola e di tutta l’Italia meridionale. Diretto a Roma, alla testa dun numerosissimo esercito, Belisario attraversò, con la stessa furia di un fiume in piena, le nostre contrade, lasciando dietro di sè, saccheggi, distruzione e rovina. Da questo suo impeto selvaggio fu distrutta, per la prima volta nella sua storia, Molpa, intorno all’anno 537 d.C., quando essa era dominio del principe ostrogoto Bultino, che qui aveva stabilito un munitissimo presidio. Lo storico greco Procopio di Cesarea, morto a Bisanzio nel 565, avendo seguito Belisario in Italia, fu diretto spettatore delle vicende e degli orrori della terribile Guerra Gotica. Egli, nella sua opera “De Bello Gothico”, ci offre una chiara visione della devastazione e della rovina patite dalla Molpa. Ecco il suo racconto: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. “. Il Guzzo, a p. 70, nella nota (12) postillava: “(12) Procopio – De Bello Gothico – Libro I – cap. VIII.”. Dunque, in questo passo il Guzzo trascrive il passo che riguarda la distruzione di Molpa tratto dal testo del “De Bello Gothico” di Procopio di Cesarea e dice Libro I, cap. VIII. Il passo trascritto dal Guzzo e da lui attribuito a Procopio è lo stesso passo che cita il barone Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 3872, ma che attribuisce alla cronaca di S. Mercurio. Dunque, il Guzzo erra nel dire che il passo è di Procopio.

Nel 547 d.C. (VI sec. d.C.), l’Ostrogoto “Baduila” detto Totila

Da Wikipedia leggiamo che la tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Da Wikipedia leggiamo che Baduila, meglio noto con il nome di Totila (Treviso, 516? – Caprara di Gualdo Tadino, luglio 552), fu re degli Ostrogoti dal 541 al 552, durante la guerra greco-gotica. Riuscì a contendere per dieci anni il controllo della penisola italiana all’Impero bizantino. Totila (“l’immortale” in lingua gota) salì al trono dopo la morte di suo zio Ildibaldo e l’assassinio di Erarico, un re dell’etnia dei Rugi, che stava trattando la consegna dell’Italia a Giustiniano. Dopo le pesanti sconfitte subite contro il generale Belisario e dopo la conseguente cattura di Vitige nel 540, gli Ostrogoti riuscirono faticosamente a tenere in vita uno stato a nord del fiume Po. Totila era in quel momento il comandante della truppe gote presso Treviso e fu probabilmente nominato re intorno ai 25 anni, alla fine del 541, dopo pochi mesi di regno di Erarico. Dalla Treccani on-line leggiamo che “Baduila”, re degli Ostrogoti. Baduila apparteneva a una delle Sippen più illustri del suo popolo. Era nipote di Ildibado, che gli Ostrogoti avevano acclamato re dopo la resa di Vitige a Belisario in Ravenna nel maggio 540. E Ildibado era a sua volta nipote di quel Teudi, che Teoderico aveva mandato a governare il regno dei Visigoti, dopo la morte di Alarico II nella battaglia di Vouillé del 507, durante la minore età di Amalarico. Alarico II ed Amalarico erano, rispettivamente, genero e nipote di Teoderico. E dei Visigoti Teudi era divenuto re dopo l’assassinio di Amalarico nel 531. Da Wikipedia leggiamo che Baduila, meglio noto con il nome di Totila (Treviso, 516? – Caprara di Gualdo Tadino, luglio 552), fu re degli Ostrogoti dal 541 al 552, durante la guerra greco-gotica. Riuscì a contendere per dieci anni il controllo della penisola italiana all’Impero bizantino. Sebbene Totila sia quello più usato dagli storici, è in realtà Baduila (o anche Badunila, Baduela) il nome più corretto essendo attestato nella monetazione dell’epoca. La questione dei due nomi non ha ancora trovato una spiegazione esauriente (qualcuno ha ipotizzato una ragione “fonetica”). Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “9. La guerra greco-gotica”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Le disgrazie per i romani non erano ancora finite, nemmeno dopo la fine di Vitige. Belisario, per i soliti intrighi della corte bizantina, era stato richiamato in patria e mandato a combattere di nuovo contro i persiani di Cosroe. I goti approfittarono della sua lontananza per riorganizzarsi sotto la guida di Baduila detto Totila (l’Immortale), abile generale oltre che politico. La riscossa intrapresa da lui conquistò gli animi anche dei contadini italici, che egli liberò dalla servitù ai propri padroni. La nobiltà terriera romana, che era stata alleata infida di Teodorico, fu invece la sua nemica.  Etc…”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 56-57 e ssg., in proposito scriveva che: Dopo la sua partenza però le guarnigioni ed i presìdi bizantini, affidati ad inetti comandanti, mentre con atteggiamento autonomo si diedero ad infierire sulle popolazioni “liberate”, maltrattandole come schiave, si mostrarono incapaci ad opporre un fronte organico all’urto dei Goti, che iniziarono nel 541 la riconquista della Penisola guidati da Baduila, detto ‘Totila’, l’immortale. Chiusi nelle varie piazzeforti, i Bizantini assistettero impotenti all’avanzata del re goto, che da Treviso e da Verona si portò fino in Campania, da dove, occupata Napoli, si diresse in Lucania e nel Bruzio.”. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Dopo aver questa Regione sofferto infiniti mali da’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII. di Cristo coll’Italia tutta a respirare un’aria di serena pace; e sotto una serie di otto Re Goti, quasi le antiche speranze riprese (cotanto eran questi inciviliti etc…)”. Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. Antonini, a p. 118, nella nota (I) postillava: “(I) Nostro intendimento non è riferire, quanti mali avessero all’Italia i primi Goti recato, trovandosene piene le storie, solamente scrivere ci giova quelli, op arte di essi, che alla nostra Lucania fecero. I maggiori, ma più brevi danni furono a questa regione fatti da Baduela, e Alarico, il quale nel CDX. secondo la più comune opinione, dopo aver saccheggiato Roma, andando in Sicilia altamente afflisse la Lucania. Ricavasi ciò da Paolo Diacono, o qualunque siasi l’Autor della storia Miscella nel lib. 13, ‘Deinde per Campaniam, Lucaniam, Brutiamque simili strage Gothi bacchantes, &c. Morto Alarico ne’ Bruzi, ritornarono i Goti in Roma, e per istrada ‘si quid residuum suit, more locustarum eradunt. Giornande de reb. Get. ce lo conferma, da’ quali peravventura ‘Peuntingero de inclin. Imp. Rom. trasse le seguenti parole: ‘Campaniam, Lucaniam Brutiam devastando, Consentiae demum (Alaricus Sc.) in fata concessit’. Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc…”. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120, in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti in questa Regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, Labriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo. Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto i Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero), governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi disperse nelle ‘Varie’ di Cassiodoro; e qualcuna ancora sostenuta dai Longobardi (che appresso li vennero) trovasi tra le loro registrata, specialmente quelli, etc….La quiete che in Italia sotto gli ultimi Re Goti godevasi, cessò colla venuta de’ Longobardi chiamati da Narsete, disgustato dall’Imperador Giustiniano II, circa gli anni di Cristo DLXVIII. Questi, fierissima gente che dalla Germania erano nella Pannonia da quarant’anni venuti, volarono per così dire all’invito di Narsete.”. Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120, nella nota (I) postillava: “(I) Lucania…Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc..”. Antonini, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”. L’Antonini, a p. 317 dice che Magliano era tenuto dai Goti come luogo fortissimo. Dunque, secondo l’Antonini , il Monaco di S. Mercurio, nel suo chronicon medioevale aveva scritto che ai tempi del generale bizantino Belisario, i “Gothi” occupavano da tempo la fortezza della Molpa. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva che: La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) e, dalla Cronaca medioevale l’Antonini cita e riporta il seguente brano: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”, il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 26. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici etc…”, nel vol. I, a p. 346, in proposito scriveva che: “Il re Totila batte i capitani lasciati da Belisario e ripiglia il dominio dell’intera Italia dalle alpi ai Bruzii, rimanendo solo Taranto ai Greci, 541-46…..(Collenuccio p. 31) Belisario ritorna in Italia, sottomette le Romagne e riprende Roma; il suo luogotenente Giovanni è battuto da Totila nel Salentino. Etc…”.

Nel 547 d.C. (VI sec. d.C.), l’Ostrogoto “Baduila” detto Totila, la conquista della Molpa e la sua distruzione da parte del generale bizantino Belisario

Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Dopo aver questa Regione sofferto infiniti mali da’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII. di Cristo coll’Italia tutta a respirare un’aria di serena pace; e sotto una serie di otto Re Goti, quasi le antiche speranze riprese (cotanto eran questi inciviliti etc…)”. Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. Antonini, a p. 120, in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti in questa Regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 56-57 e ssg., in proposito scriveva che: Sembra che nella Lucania egli allora abbia conquistato e fortificato il borgo di Magliano (1), tra i monti che a sud-est chiudono la Piana del Sele, e quello di Molpe (2), immediatamente a sud di Palinuro.”. Il Cantalupo, a p. 57, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Magliano (‘Maliano’, a. 932; da un prediale lat.: ‘Manli – anus, composto col personale: ‘Manlius’), da identificarsi con l’attuale Magliano, non con Magliano Vetere; di questo grosso borgo, che ancora oggi conserva i resti delle sue fortificazioni, non si hanno notizie sicure prima del 1008, quando era già sededi Contea (v. p. 98).”. Il Cantalupo, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo, ebbe nome dall’omonima sirena (Strabone, I, 22 = 2, 12). Le sue origini sono da porsi almeno nel VI secolo a.C., quando appare essere uno scalo sibaritico come la vicina Palinuro, con la quale coniò in comune una moneta incusa con la leggenda: PAL / MOL. Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Fortificata dai Goti e distrutta da Belisario (cfr. Antonini, cit., pp. 372-373), etc…”. Dunque, il Cantalupo, citando l’Antonini scriveva che nel 541 d.C., i Goti, al comando di Totila “Sembra che nella Lucania egli allora abbia conquistato e fortificato il borgo di Magliano (1), tra i monti che a Sud-est chiudono la Piana del Sele, e quello di Molpe (2), immediatamente a sud di Palinuro.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo cap. II: “Un kastrum bizantino: Akropolis”, a pp. 57 e ssg.,  in proposito scriveva che: “Giustiniano fu costretto a mandare nuovamente in Italia Belisario; questi sbarcò a Ravenna nel 544 e, l’anno successivo, inviò verso il centro della Penisola il grosso delle truppe ad incontrare quelle nuove che gli erano state spedite da Costantinopoli, per costituire un grosso fronte contro Totila, che minacciava Roma; egli stesso navigava continuamente dall’una all’altra fortezza marittima, seguendo e coordinando le operazioni. Intanto le nuove milizie bizantine, sbarcate a Reggio, risalivano il Meridione per via terra, attraverso il Bruzio e la Lucania, mentre la flotta  che le seguiva per le vettovaglie si teneva il più possibile sotto costa. Allora le zone tirreniche della Lucania furono liberate dai Goti e, sembra, riconquistata Molpe; poi Belisario provvide a far fortificare il promontorio posto nell’arco meridionale del golfo di Salerno. Evidentemente fu la contingente necessità di un ancoragio per la flotta, che in quel frangente appoggiava le truppe terrestri operanti in Lucania, a mostrare allo stratego la vitale necessità di avere un approdo sicuro e protetto sul versante tirrenico di questa regione, prima di dirigere le operazioni verso Salerno e Napoli, ancora nelle mani dei Goti. Etc…” e poi prosegue su Agropoli. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, riguardo la città della Molpa e Belisario a p. 372 in proposito scriveva che: “L’opportunità del sito di questa Città ha fatto la sua infelicità, e la sua ruina, potendosi di essa dire ciò che ‘Lucano’ fa dà suoi cittadini dire alla Città di Rimini posta in simile pericoloso sito, esposto à passaggi; poichè non una volta ha sofferto saccheggi e travagli. La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario, ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto; e da quello che dice ‘Jornande de Regn. success.’ e da ciò che scrisse ‘Procopio’ al lib. I. e 8. ‘de bell. Goth.’ par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece. Le parole del primo appena il viaggio c’accennano, onde alcuna conghiettura del di più si forma, ‘Procopio’ poi poco più di lume ce ne dà, dicendo così tradotto: “Rhegio exercitus terrestri itinere per Brutiorum, & Lucanorum oras processit, procedente classe non procul a continente”. La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) chiarisce bastantemente questo fatto. Ecco come il Monaco scrive: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta dei cronisti Jornande e il “De Bello Gotico” di Procopio di Cesarea scriveva che la città scomparsa di “Molpa” è La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario”, aggiungendo che: “ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto”. Secondo l’Antonini scriveva che la distruzione della città della Molpa ad opera di Belisario è accaduta quando “par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta di Jornande e di Procopio scriveva che il generale bizantino Belisario distrusse la città di Molpa quando venne in Italia nel secondo suo viaggio. Poi, l’Antonini proseguendo il suo racconto cita il racconto tratto dal chronicon “Cronaca del Monaco di San Mercurio”, di cui ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini, che ha letto e copiato da questa cronaca che egli fa risalire all’XI secolo “(il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone)”, riporta il brano tratto dalla cronaca del Monaco di S. Mercurio “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae” che tradotto dice che: “Belisario, il capo dei Romani, avendo sentito in Sicilia, dove fu poi trovato, delle crudeltà che Totila e Badiula stavano commettendo per tutta l’Italia, venne con un grande esercito a piedi, e con molte navi che portavano vettovaglie. A quel tempo Melpa era già stata presa dai Goti, ed era tenuta sotto stretta sorveglianza, come si era detto. Belisario, consapevole di tali cose, venne dalla terra e dalla riva del mare per assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e catturati altri. Paese.”. L’Antonini racconta di aver letto nel Chronicon di S. Mercurio che: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae” il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”L’Antonini, sulla scorta di ciò che aveva letto nel cronicon medioevale del monaco di S. Mercurio, di cui ho parlato in un altro mio saggio, scriveva che, la città fortificata della Molpa, conquistata ed occupata dagli Ostrogoti di Totila, chiamato dal monaco “Badiula” fu poi in seguito conquistata dal generale Belisario. Lucido Di Stefano (….), nel suo manoscritto “Della Valle di Fasanella nella Lucania – Discorsi del dott. Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Lib. I, a pp. 176-177 cita Totila ed il Gatta ed in proposito scriveva che: “Fu Bussento la prima volta destrutta da Belisario Capitan dell’Imp. Giustiniano, allorchè la seconda volta da Sicilia, contro Totila Re de’ Goti venne in Italia circa l’anni 541. Di questa destruzione, col nome di Molpa parla la ‘Cronica di San Mercurio’, presso il Baron Antonini, part. 2 Disc. VII: ‘Belisarius, crive il Cronista, Dux Romeorum auditis in Sicilia, etc…’. Avendo anche scritto, che ‘prope istum Portum a parte orientis (Palinuri) est civitas Molpae, quam edificaverunt in loco altissimo, et dirupo super mare temporibus antiquis Pelasgi, et Tireni, de genere greco, ob comoditatem maris; quia illi erant omnes Nautae, et vivebant de preda maris, et in hunc diem omnes habitatores prelibate Molpe sunt greci.”. La frase tratta dall’Antonini ha il seguente significato:  “vicino a questo porto dalla parte orientale (Palinuri) è la città di Molpae, che eressero in luogo altissimo e sopra uno scoglio sopra il mare ne’ tempi antichi de’ Pelasgi, e di stirpe tirrenica, per comodità de’ mare; perché erano tutti marinai, e vivevano della preda del mare, e fino ad oggi tutti gli abitanti di Molpe sono greci”. Il Di Stefano, a p. 177, continuando il suo racconto scriveva pure che: “O in questa destruzione, o allorchè fu la Città da’ Goti occupata, dovè il Vescovo abbandonarla, o per ragione della destruzione, o perchè i Goti erano eretici seguaci di Ario; e perchè tra i migliori luoghi della sua Diocesi, era la Città di Policastro; perciò ivi dovè egli ritirarsi; quindi dopo la di lui morte, scrisse San Gregorio la citata Lettera al Vescovo di Agropoli, incarnandogli, secondo l’uso di quei tempi, di visitare le vicine Chiese, vacanti del proprio Pastore, di Velia, di Bussento, e di Blanda, oggi Maratea. Circa questi tempi, credo, quei pochi Cittadini, edificarono Pisciotta, e dal nome della destrutta lor patria la chiamarono ‘Pyxuntum’ , nome, che in Latino, ancora ritiene.”. E’ evidente che in questo passaggio il Di Stefano, governatore di Centola sposava le tesi del Volpe. E’ interessante notare che il D Stefano (….), scriveva che:  “Fu Bussento la prima volta destrutta da Belisario Capitan dell’Imp. Giustiniano, allorchè la seconda volta da Sicilia, contro Totila Re de’ Goti venne in Italia circa l’anni 541.“. Il Di Stefano si rferiva alla città scomparsa della Molpa vicino Palinuro. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 180, dove parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Detto sig. Antonini ha per favoloso un tal racconto, e più verosimilmente incorsioni de’ Goti, e di altri nuovi Barbari, e le desolazioni, che verso Toscana e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi nella Molpa, luogo allora meno a’ pericoli esposto, e che di là nuvamente cacciati, per trovare un sicuro ricetto, venuti fossero a fondare malfi, Ravello e Scala”; giacché Errico Breemanno Cap. 4 e 5 ‘de Republ. Amalph.’, e l’Ughellio vogliono Amalfi edificata nel DC di Cristo. Crede verosimile ancora il citato Antonini, che l’origine di detta Città fusse avvenuta, perche avendo Belisario rovinata la Molpa, parte dei Molpitani fuggiti dalla desolazione della lor Patria.”. Infatti, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c. 4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. La citazione di “Errico Bacmanno”, si tratta di Errico Bacco Alemanno (….) ed il suo “Nuova, e perfettissima descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici Province”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. Lucido Di Stefano (….), a p. 180, aggiunge che: “Ma io piuttosto dico,  che distrutto Bussento da Belisario circa il 541 perchè da’ Goti occupato, probabilmente i Bussentini edificarono Pisciotta, il che oscuramente ricavo dalle sopra descritte parole della “Cronaca di San Mercurio: Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe Pueris, et feminis. Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem Patriae”, credendo, che quel et pauci, fussero stati coloro, che edificarono Pisciotta. Etc…”La frase pubblicata dall’Antonini e tratta dalla Cronaca del Monaco di S. Mercurio tradotta ha il seguente significato: Allo stesso modo fu portato via un gran numero di cittadini, bambini e donne che piangevano da lontano. E alcuni di loro tornarono a casa a causa della distruzione del loro paese”. Sempre il Di Stefano (….) dissertando sulla città di Amalphi la vecchia e della molpa aggiungeva che: “Non essendo probabile la seconda opinione dello stesso Sig. Antonini, di essersi portati detti Melfitani ad edificar Amalfi in tempo della distruzzione della lor Patria fatta da Belisario, perchè in quel tempo, Bussento per l’addotta ragione, non aveva campbiato il primiero suo nome. Questa mia ipotesi la credo più verosimile di ogn’altra, altrimenti la storia dell’edificazione di Amalfi fatta da Melfitani, si rende sospetta, e contradicente.”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca. Il sacerdote Giovanni Cammarano a p. 15, parlando dell’antichissima abbazia di S. Maria di Centola, nel suo vol. II: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “Stando a quanto scrive don Baldassarre Lupo, la Badia di S. Maria di Centola sorse come eremo (3), l’anno 515-530 ad opera di monaci basiliani (4).”. Il sacerdote Giovanni Cammarano (…), a p. 43, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44 e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, primo abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, in proposito scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate……… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Ecc…”. Dunque, il Cammarano, sulla scorta dell’Antonini e del Mannelli scriveva che secondo Venceslao 1°, primo abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, la cronaca di S. Mercurio citava diverse volte il passo di Procopio di Cesarea (….) e del suo “Del bello gothico”, in cui Procopio racconta che la città scomparsa della “Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Dunque, secondo questi autori che citano Procopio, la città della Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554. Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ecc…”. Dunque, il monaco Mannelli citava Scipione Mazzella Napolitano che scrisse di Belisario e della Molpa. Il Mannelli (…), si riferiva al testo di Scipione Mazzella Napolitano (…) ed il suo “Descrittione del Regno di Napoli”. Ma nel testo ho trovato la citazione di Belisario riguardo accenni alla storia di Agropoli. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche. Ecc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Le poche guarnigioni bizantine lasciate sul territorio, non furono capaci di far fronte ai Goti che ripresero le ostilità nel 541.”. Sempre il La Greca scriveva che: “Lo storico Procopio di Cesarea, amico e ufficiale di Belisario, raccontò il ‘La guerra gotica’ le vicende di una delle guerre più sanguinose mai combattute e in maniera imparziale, descriveva le depredazioni dei Goti ai danni delle popolazioni lucane, osservando che i Bizantini non furono da meno. Belisario con un nuovo esercito sbarcava a Reggio e risaliva la penisola calabra; fu fortificato Bussento e riconquistato il castello di Molpa. Anche Lucania, sul Monte Cilento, fu occupata: correva l’anno 552. Belisario si affacciava così sul Golfo di Salerno. Sul promontorio che le chiude da sud, fu edificato un castron, cioè una fortificazione, cui fu dato il nome di ‘Acròpolis’, cioè “posta in alto”, con riferimento al fatiscente abitato di Ercula che ormai serviva solo come approdo alla flotta bizantina che appoggiava via mare l’avanzata dell’esercito. A ridosso della piana di Paestum, mentre i profughi della fascia costiera tra Paestum e Velia si rifugiarono sul Monte Cilento (oggi Monte Stella) nella città-fortezza di Lucania apportandone in tal modo un notevole incremento e probabilmente la comunità cristiana di Ercula portò con sé il culto di san Marco che rimmarrà vivo sulla montagna per secoli e sarà affiancato da quello della ‘Vergine Odighitria’ quando nel 552, nel corso della guerra gotico-bizantina, Lucania fu presa dall’esercito di Belisario al seguito del quale, a mò di cappellani militari, vi erano monaci greci, che furono gli antesignani del monachesimo greco nel Cilento.”Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,…..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Alcune notizie sui generali Bizantini Belisario e Narsete riguardano la città scomparsa della “Molpa” nei pressi della foce del Mingardo. Arturo Carucci (….), nel suo “Opulenta Salernum”, a p. 58, in proposito scriveva che: “L’armata fu posta al comando di Belisario, un gennerale valoroso, intelligente e geniale, al quale bastò solo uno scontro formidabile per abbattere definitivamente l’impero vandalico…….ecc….Ma nel 542 Totila, nuovo re dei Goti, riprese le ostilità e, sconfitto nel 547, riuscì presto a riorganizzare le sue forze e a riconquistare l’intero territorio, compresa Roma. Anche Salerno passò nelle mani dei Goti e vi restò per circa un decennio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 13, in proposito scriveva che: “Ma l’incalzare della guerra gotica (535-553), che predette appena di pochi anni l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20).”. Ebner, a p. 13, nella nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, parlando della “Molpa” (città scomparsa e promontorio), a p. 172, in proposito scriveva che: “E’ dubbio che la popolazione abbia subito danni nel corso della guerra gotica, certamente le locali famiglie ne subirono dalle incursioni saraceniche (12).”. Ebner, a p. 172, nella nota (12) postillava che: “(12) L’Antonini (cit. I, p. 372 sg.) trascrive un brano della ‘Cronaca di S. Mercurio: “Belisario dux Romeorum suditis etc….”. La ‘Cronaca’ (assegnata al IX secolo) è troppo ricca di erudizione sul periodo imperiale di Roma (nascita vivi dell’Imperatore Livio Severo, 461-465, che vi si ritirò dopo l’abdicazione di Massimiliano Eraclio, collega di Diocleziano. Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa. Il Corcia (cit., III, 68) richiama Eutropio che parla della Lucania, non di Molpa. Etc…”. L’Ebner quando non sapeva cosa scrivere così liquidava le notizie storiche. Nicola Cilento (….), nell’Introduzione al testo di “Storia del Vallo di Diano”, vol. II (ed. Laveglia, 1982), a p. 6, in proposito scriveva che: “Nel corso della guerra gotica e prima della riconquista bizantina, attraverso l’episodio cassiodoreo della fiera di Marcellianum presso la chiesa battesimale di S. Giovanni in Fonte, si delinea il processo di isolamento della regione con lo spopolamento degli antichi centri abitati……nell’Alto Medioevo gli unici abitati del Vallo sono i castra preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala in zona elevata, mentre scompaiono gli insediamenti lungo la strada Capua-Reggio fra cui Forum (Polla) e Marcellianum; l’abbandono della piana per le alture è anch’esso un fenomeno che caratterizza quasi dovunque l’alto Medioevo.”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 21, in proposito scriveva che:  “2. La conquista bizantina e la guerra tardo gotica. Il Vallo di Diano diviene così parte integrante del dominio bizantino che, dopo l’espugnazione di Napoli e l’entrata di Belisario a Roma (dicembre 536), si estende a tutte le regioni meridionali del versante adriatico in seguito alla spontanea sottomissione dei suoi abitanti (34). Al pari delle regioni confinanti, fu coinvolto direttamente nella spirale della guerra greco-gotica dopo la conquista bizantina di Ravenna ed il rientro di Belisario a Costantinopoli (540)(35). Infatti, Totila, artefice della ricostruzione del regno ostrogoto, intraprese subito, con piccole unità mobili, la riconquista delle indifese regioni meridionali: Campania, Sannio, Puglia e Salento, Lucania e Calabria (36).”. Il Bulgarella, a p. 21, nella nota (34) postillava che: “(34) B.G., I, 15”. Sempre il Bulgarella, a p. 21, nella nota (35) postillava che: “(35) B.G., II, 29-30”. Il Bulgarella, a p. 20, nella nota (26) postillava: “(26) Procopii Caesarensis,, opera omnia, II, Bellum Gothicum, ed. J. Haury e G. Wirth, Lipsiae 1962, I, 8. Da ora in poi abbr. B.G.”. Angelo Gentile, nel suo “Morigerati”, a pp. 35-36, in proposito così scriveva: “Le truppe dell’Imperatore d’Oriente, al comando di Belisario entrarono in guerra contro gli Ostogoti sconfiggendoli, la flotta aiutò non poco e sbarcò anche a Policastro per raggiungere le zone interne, seguendo le vie antiche già descritte. Via Belisario, gli Ostrogoti ripresero il sopravvento nel 541, ma i Bizantini si fortificarono: ad esempio Policastro fu rafforzata per proteggere la vallata del Bussento e il porto, punto strategico importantissimo. Etc…(4).”. Il Gentile, a p. 47, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Carucci C., La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, pag. 117.. Romaniello Agatangelo (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Successivamente si ebbero altre devastazioni nella zona, durante la guerra gotica condotta dai generali greci Belisario e Narsete, che invasero il Bruzio e la Lucania (31). Inoltre, sconfitti i Goti da Narsete presso Nocera nel 553, ecc…”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Muratori A., Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, a. 296; vedi anno 546; Procopio di Cesarea, De bello Gothorum, III, c. XVIII.”. Dunque, questo passaggio dell’Agatangelo riguarda prima dell’anno 553. L’Agatangelo citava gli Annali d’Italia di Antonio Ludovico Muratori (…), il tomo IV, l’anno 396 (non l’anno 296) e l’anno 546. Il Muratori, a p. 724 del tomo V degli Annali d’Italia, in proposito scriveva che: “Giunte a Durazzo le soldatesche condotte da Giovanni e da Isacco, Belisario di colà con questo rinforzo passò ad Otranto, e di là nel Mediterraneo (I), con giugnere infine al porto Romano, dove si mise ad aspettar Giovanni, che ito per terra, s’impadronì di Brindisi, e poi della Calabria, de Bruzj, e della Lucania, con istrage di quei pochi Goti ch’erano in quelle parti. Ma non attendandosi egli di passare per Capoa, perchè Totila vi aveva inviato trecento dè suoi più valorosi guerrieri, Belisario determinò di soccorrere come potea, ecc…”. Il Muratori, a p. 724, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Proc. De bell. Goth., libro 3, c. 18.”. Dunque il Muratori postillava dell’opera De bello Gotico di Procopio di Cesarea (…), in particolare il capitolo XVIII del libro III. L’Agatangelo citava anche Procopio di Cesarea e l’Antonini di cui parlerò in seguito.

Nel 552 d.C. (VI sec. d.C.), le guerre Gotiche, la Molpa e i generali Belisario prima e Narsete dopo

Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ecc…”. Dunque, il monaco Mannelli citava Scipione Mazzella Napolitano che scrisse di Belisario e della Molpa. Il Mannelli (…), si riferiva al testo di Scipione Mazzella Napolitano (…) ed il suo “Descrittione del Regno di Napoli”. Ma nel testo ho trovato la citazione di Belisario riguardo accenni alla storia di Agropoli. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Le poche guarnigioni bizantine lasciate sul territorio, non furono capaci di far fronte ai Goti che ripresero le ostilità nel 541.”. Sempre il La Greca scriveva che: “Lo storico Procopio di Cesarea, amico e ufficiale di Belisario, raccontò il ‘La guerra gotica’ le vicende di una delle guerre più sanguinose mai combattute e in maniera imparziale, descriveva le depredazioni dei Goti ai danni delle popolazioni lucane, osservando che i Bizantini non furono da meno. Belisario con un nuovo esercito sbarcava a Reggio e risaliva la penisola calabra; fu fortificato Bussento e riconquistato il castello di Molpa. Anche Lucania, sul Monte Cilento, fu occupata: correva l’anno 552. Belisario si affacciava così sul Golfo di Salerno. Sul promontorio che le chiude da sud, fu edificato un castron, cioè una fortificazione, cui fu dato il nome di ‘Acròpolis’, cioè “posta in alto”, con riferimento al fatiscente abitato di Ercula che ormai serviva solo come approdo alla flotta bizantina che appoggiava via mare l’avanzata dell’esercito. A ridosso della piana di Paestum, mentre i profughi della fascia costiera tra Paestum e Velia si rifugiarono sul Monte Cilento (oggi Monte Stella) nella città-fortezza di Lucania apportandone in tal modo un notevole incremento e probabilmente la comunità cristiana di Ercula portò con sé il culto di san Marco che rimmarrà vivo sulla montagna per secoli e sarà affiancato da quello della ‘Vergine Odighitria’ quando nel 552, nel corso della guerra gotico-bizantina, Lucania fu presa dall’esercito di Belisario al seguito del quale, a mò di cappellani militari, vi erano monaci greci, che furono gli antesignani del monachesimo greco nel Cilento.”. Nella prima campagna d’Italia, nel 538, a sessant’anni, Narsete ebbe il comando dei rinforzi che vennero inviati dall’imperatore in Italia, che ammontavano a 2 000 mercenari Eruli e 5 000 soldati bizantini. Narsete andò subito in attrito con Belisario, il generalissimo (strategos autokrator) a cui Giustiniano aveva affidato il comando delle operazioni belliche in Italia. Narsete insistette con Belisario affinché procedesse a salvare il generale e amico Giovanni nipote di Vitaliano, assediato dai Goti a Rimini, ma il generalissimo era contrario a liberare Rimini dall’assedio senza prima aver espugnato Osimo, in quanto temeva un attacco alle spalle da parte della sua guarnigione, e inoltre provava rancore contro Giovanni, il quale aveva in precedenza disobbedito ai suoi ordini, e avrebbe preferito abbandonarlo al suo destino. Alla fine Belisario cedette alle pressioni di Narsete, e l’esercito bizantino marciò in direzione di Rimini, che venne liberata dall’assedio goto. Le truppe di Vitige furono costrette a ritirarsi a Ravenna. Vinto Teia, Narsete decise di tornare ad assediare Cuma, prima di marciare contro le città dell’Etruria ancora in mani gote. (43). La tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. La città della Molpa, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Alcune notizie sui generali Bizantini Belisario e Narsete riguardano la città scomparsa della “Molpa” nei pressi della foce del Mingardo. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 90, parlando di “20 – Melphes fluvius” (fiume Melpi, fiume Lambro), in proposito scriveva che: “Nasce questo fiume da una montagna due miglia al di là da ‘Cuccaro’, detto ‘Lagorosso’, …., donde il fiume con altre termine fu detto ancora ‘Rubicante’. Ecc……Varie notizie ne leggiamo negli autori, e nelle cronicche dè bassi tempi, e specialmente in Malaterra, e, nell’Anonimo Salernitano. L’Antonini ha preteso provare che qui nei prischi tempi fosse qui situato ‘Bussento’, cambiato poi in Molpa, o Melope, ecc…”. Dunque per il Romanelli, si riferiva a questa città di Molpa, la città sorta sorta un’erta collina nel mezzo del seno del fiume Lambro, allora detto Melphes e poi Rubicante, quando cita due episodi raccontati dal cronista normanno Goffredo Malaterra e dal cronista detto Anonimo Salernitano. La città di “Molphes”. Alcune notizie storiche su Belisario e la sua armata vennero citate dall’Antonini ma esse provengono da un chronicon medioevale apocrifo e di dubbia paternità: la cosiddetta “Cronaca del monaco di S. Mercurio”. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel IX secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, riguardo la città della Molpa e Belisario a p. 372 in proposito scriveva che: “L’opportunità del sito di questa Città ha fatto la sua infelicità, e la sua ruina, potendosi di essa dire ciò che ‘Lucano’ fa dà suoi cittadini dire alla Città di Rimini posta in simile pericoloso sito, esposto à passaggi; poichè non una volta ha sofferto saccheggi e travagli. La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario, ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto; e da quello che dice ‘Jornande de Regn. success.’ e da ciò che scrisse ‘Procopio’ al lib. I. e 8. ‘de bell. Goth.’ par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece. Le parole del primo appena il viaggio c’accennano, onde alcuna conghiettura del di più si forma, ‘Procopio’ poi poco più di lume ce ne dà, dicendo così tradotto: “Rhegio exercitus terrestri itinere per Brutiorum, & Lucanorum oras processit, procedente classe non procul a continente”. La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) chiarisce bastantemente questo fatto. Ecco come il Monaco scrive: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”. Dunque, l’Antonini, oltre a citare un passo di Procopio di Cesarea e del suo ‘De bello Gotico’, cita anche un passo del cronicon del Monaco di S. Mercurio di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, l’Antonini racconta di aver letto nel Chronicon di S. Mercurio che: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae” il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a casa a causa della distruzione del nostro paese”Dunque, l’Antonini scriveva che secondo il chronicon medioevale del monaco di S. Mercurio scriveva che, la città fortificata della Molpa, conquistata ed occupata dagli Ostrogoti di Totila, detto dal monaco “Badiula” (che l’Antonini chiamava Bultino), fu poi in seguito conquistata dal generale Belisario. Baduila, meglio noto con il nome di Totila (Treviso, 516? – Caprara di Gualdo Tadino, luglio 552), fu re degli Ostrogoti dal 541 al 552, durante la guerra greco-gotica. Riuscì a contendere per dieci anni il controllo della penisola italiana all’Impero bizantino. Totila (“l’immortale” in lingua gota) salì al trono dopo la morte di suo zio Ildibaldo e l’assassinio di Erarico, un re dell’etnia dei Rugi, che stava trattando la consegna dell’Italia a Giustiniano. Dopo le pesanti sconfitte subite contro il generale Belisario e dopo la conseguente cattura di Vitige nel 540, gli Ostrogoti riuscirono faticosamente a tenere in vita uno stato a nord del fiume Po. Totila era in quel momento il comandante della truppe gote presso Treviso e fu probabilmente nominato re intorno ai 25 anni, alla fine del 541, dopo pochi mesi di regno di Erarico. Su Totila, vinto in seguito dal generale Belisario, ha postillava l’Antonini. L’Antonini a p. 372 della sua “Lucania”, nella sua nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati . Dunque, l’Antonini cita il brano del libro 2 dell’Istoria di Agazia (…), che scriveva di questo condottiero Ostrogoto, Bultino che aveva assaltato diversi luoghi e località marittime delle coste Tirreniche della Campania. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca.  Sul chronicon del “monaco di S. Mercurio”, citato dall’Antonini (…) e nel chronicon di Luca Mannelli (…), ha scritto anche il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…). Il sacerdote Giovanni Cammarano a p. 15, parlando dell’antichissima abbazia di S. Maria di Centola, nel suo vol. II: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “Stando a quanto scrive don Baldassarre Lupo, la Badia di S. Maria di Centola sorse come eremo (3), l’anno 515-530 ad opera di monaci basiliani (4).”. Il sacerdote Giovanni Cammarano (…), a p. 43, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44 e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, primo abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, in proposito scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate……… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Ecc…”. Dunque, il Cammarano, sulla scorta dell’Antonini e del Mannelli scriveva che secondo Venceslao 1°, primo abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, la cronaca di S. Mercurio citava diverse volte il passo di Procopio di Cesarea (….) e del suo “Del bello gothico”, in cui Procopio racconta che la città scomparsa della “Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Dunque, secondo questi autori che citano Procopio, la città della Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554.

Agazia Scolastica

Da Wikipedia leggiamo che Agazia Scolastico (in greco bizantino: Ἀγαθίας Σχολαστικός, in latino: Agathias Scholasticus; Myrina, 536 circa – Costantinopoli, 582 circa) è stato un poeta e uno storico bizantino, fonte principale per parte del regno di Giustiniano I (527-565). Dell’attività come scholasticus é testimonianza da note a margine della Periegesi di Pausania. Infine, é pervenuta Sul regno di Giustiniano (Περί της Ιουστινιανού βασιλείας), un’opera storica in 5 libri che continua la storia di Procopio di Cesarea, di cui imita lo stile e che costituisce la principale fonte per il periodo 552-558. Gli argomenti centrali dell’opera sono le guerre combattute dall’esercito bizantino, agli ordini di Narsete, contro Goti, Vandali, Franchi e Sasanidi. Parlando di Agropoli, di Magliano, della Molpa e di Roccagloriosa, il barone Giuseppe Antonini (…) postillava anche di Agazia (…). Il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 121 postillava che: “(I)……Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“.

Nel 553-554, Bultino, “Butilino” ed il saccheggio della Molpa

Da Wikipedia leggiamo che Butilino o Buccellino (Βουτιλῖνος/Βουσελίνος/Butilinus/Buccellenus) (… – VI secolo) diresse, insieme al fratello Leutari, l’incursione franco-alemanna, che interessò l’Italia negli anni 553-554. Fratello di Leutari, egli e suo fratello vennero appoggiati ufficiosamente dal re franco Teodebaldo (figlio e successore di Teodeberto) nella loro invasione dell’Italia al momento della fine della guerra gotico-bizantina. Nel 553 degli inviati goti giunsero alla corte di re Teodebaldo, chiedendo aiuto contro i Bizantini comandati dal generalissimo Narsete che avevano ucciso in battaglia gli ultimi re goti Totila e Teia e sembravano ormai aver vinto la guerra; pur senza l’appoggio esplicito di Teodebaldo, Butilino e Leutari decisero di aiutare i Goti contro i Bizantini mettendo in campo un esercito di 75.000 uomini (secondo almeno Agazia, ma la cifra è stata messa in dubbio) tra Franchi e Alemanni per invadere l’Italia e conquistarla. Attraversato il fiume Po nell’estate 553, i Franchi occuparono Parma e sconfissero un esercito bizantino condotto dall’erulo Fulcari. Nel corso del 554 l’esercito di Butilino e Leutari avanzò verso l’Italia meridionale, devastando la zona; giunti nel Sannio, l’esercito si divise in due: uno comandato da Butilino, l’altro da Leutari. L’esercito di Butilino invase e devastò il Sannio, la Campania e il Bruzio, giungendo fino a Messina. A questo punto era estate, e Leutari propose al fratello di ritornare con l’intero bottino in patria, ma Butilino rifiutò, essendo determinato a sconfiggere Narsete, e sottomettere l’Italia intera governandola come re dei Goti. Ritornò quindi in Campania, dove si accampò a Capua in attesa di uno scontro decisivo con Narsete che avrebbe decretato il vincitore finale della guerra. Lo scontro avvenne nei pressi del Volturno e vide la vittoria totale di Narsete, facilitata da un’epidemia di dissenteria che aveva colpito i Franchi, e l’uccisione di Butilino. Il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 121 postillava che: “(I)……Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. L’Antonini citava la fonte storica del cronicon di Agazia (….), quando ci parla dei Goti, di Magliano e della Molpa. Antonini a p. 120 postillava che: “Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e queste continuate guerre e miserie ecc..“. Dunque, l’Antonini cita il brano del libro 2 dell’Istoria di Agazia (…), che scriveva di questo condottiero Ostrogoto, Bultino che aveva assaltato diversi luoghi e località marittime delle coste Tirreniche della Campania. In ogni caso la notizia data dall’Antonini è anche quella secondo cui la fortezza della Molpa era Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Ecc…. L’Antonini a p. 372 della sua “Lucania”, nella sua nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati . Dunque, l’Antonini cita il brano del libro 2 dell’“Istoria” di Agazia (…), che scriveva di questo condottiero Ostrogoto, Bultino che aveva assaltato diversi luoghi e località marittime delle coste Tirreniche della Campania. Infatti, è da Agazia che abbiamo queste notizie. L’Antonini ci parla della Molpa e del periodo dell’occupazione dei Goti quando riferendosi alla cronaca del monaco di S. Mercurio a p. 372, in proposito scriveva che: La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone)”. L’Antonini, a p. 372 citando la cronaca del Monaco di S. Mercurio ne riporta il brano che dice: “….Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”.”, il cui significato dovrebbe essere che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese.”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. L’Antonini, a p. 372, nella nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati. L’Antonini, però scriveva che nel chronicon di S. Mercurio, il monaco non lo chiamava “Bultino”  ma lo chiamava “Badiula”. L’Antonini scriveva pure che questo capitano Ostrogoto veniva chiamato da Agazia (…), “Bultinus”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici etc…”, nel vol. I, a p. 347, in proposito scriveva pure: “Anno 553. Leutari e Butilino, Alamanni chiamati in soccorso dai goti prima della morte di Teia, scendono in Italia con un esercito di 75 mila combattenti tra Alamanni e Franchi, depredando quanto incontravano per via. Giunti al Sannio dividono l’armata: Butilino a dritta si avvia desolando e distruggendo Campania, Lucania e Bruzi fino allo stretto; Leutari etc…; Butilino carico di prede e prigioni, incontrato Narsete coll’esercito presso Capua, rimane in battaglia vinto e ucciso con grandissima strage dei suoi (Agatias Hist I, II).”. Angelo Gentile, nel suo “Morigerati”, a pp. 35-36, in proposito così scriveva: Successivamente, passarono i Franchi e gli Alemanni di Buccellino (554) che però dovettero sbrigarsi ad attraversare la zona perchè non trovarono di che cibarsi! (4).”. Il Gentile, a p. 47, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Carucci C., La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, pag. 117.. Si tratta del testo di Carlo Carucci che a p. 117, in proposito scriveva che: “Altri  gravi danni apportarono alle terre salernitane le lotte che si svolsero intorno al Vesuvio tra’ Greci e i Goti, specialmente quando sulle rive del Sarno, per ben due mesi campeggiarono Narsete e Teia, prima della celebre battaglia combattuta ai piedi del monte Lattaro, che segnò la fine della dominazione ostrogota”Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Nei tempi successivi, a causa del malsicuro sito, pericolosamente esposto ai passaggi di barbari e di pirati, Molpa dovette subire più volte saccheggi, devastazioni e tormenti. Nei primi anni della terribile guerra Gotica (535-553 d.C.), il bizantino Belisario, generale dell’Imperatore Giustiniano, dopo aver distrutto il Regno dei Vandali in Africa, sbarcò in Sicilia e si impadronì facilmente dell’isola e di tutta l’Italia meridionale. Diretto a Roma, alla testa dun numerosissimo esercito, Belisario attraversò, con la stessa furia di un fiume in piena, le nostre contrade, lasciando dietro di sè, saccheggi, distruzione e rovina. Da questo suo impeto selvaggio fu distrutta, per la prima volta nella sua storia, Molpa, intorno all’anno 537 d.C., quando essa era dominio del principe ostrogoto Bultino, che qui aveva stabilito un munitissimo presidio. Etc..”. Il Guzzo, afferma che la Molpa, per la prima volta nella sua storia fu distrutta da Belisario nel 537 d.C., ovvero quando egli inziò la sua campagna d’Italia contro i Goti del principe Bultino che, teneva il presidio munitissmo e fortificato di Molpa.

Le origini di Centola secondo la leggenda

Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella Parte II, nel ‘Discorso VI’, parlando “de’ luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, da pp. 347 e s., ci parla di Centola e a p. 348, in proposito scriveva che: “Due miglia da quì, camminando a Mezzogiorno, si trova Centola posta per lungo sopra la collina, che la manca sovrasta al Melpi. Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario. Io non volendo pregiudicarla nella sua antichità, ne toglierne questo pregio, intera, e salva cotale opinione lascio a chi vorrà tenerla, però per non far torto alla verità, convien dire, che il luogo fin dall’anno MDXXIX era Casale di S. Severino, ma smembrato in quanto alla giurisdizione, e credo che si fosse fatto grande dopo l’ultima desolazione della Molpa nel MCDLXIV, poichè i terreni del paese non sono, che quelli della stessa distrutta città, vasti, ed all’estremo abbondanti di tutto, ecc… ”. Da Wikipedia leggiamo che la leggenda vuole che Centola sia stata fondata intorno al XVI secolo da una cosiddetta “centuria” di profughi provenienti dall’antica città di Molpa: da questa “centuria” sarebbe poi derivato il nome al paese. Tuttavia Carla Marcato, ricercatrice dell’Università di Udine, ritiene molto più probabile una discendenza del toponimo da un’unità di misura agraria. Del resto il paese risulta più antico di quanto vorrebbe la leggenda. Da Wikipedia leggiamo che in epoca medioevale ebbe inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti. Alcuni di questi superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle Fontanelle, in un posto riparato e sicuro, detto Vallone. Fu forse dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo che questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Centola nacque sotto la dominazione bizantina di Giustiniano ma, dopo appena undici anni, passò sotto la dominazione longobarda; vide poi susseguirsi le dominazioni dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi, degli Spagnoli e dei Borboni. L’Antonini (…), vuole che dopo la prima distruzione di una cittadella sulla collina di ‘Molpa’, i superstiti, rifugiandosi sulle colline più a monte, dove oggi si trova l’odierno paesino di Centola. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che: “‘Centula’, ‘Centola’. Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini.”. Centola è ubicata dall’Antonini su una collina e fino al 1529 fu casale di Sanseverino, feudo smembrato dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464) e, poi dei Pappacoda, che la governarono col titolo di Principi.

Il manoscritto del Marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito, Principe di Casapesenna)

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87′. leggonsi le seguenti parole: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant”.”. Su questo manoscritto ha scritto Giuseppe Antonini (….), nel 1745 che, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’.”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella. Sempre l’Antonini, riporta un’altra notizia tratta dal “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”. Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”. Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915………”. E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano ecc…”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Su un blog in rete leggiamo che Francesco Vargas-Machuca, nel 1757 sposò donna Vincenza Bonito, figlia di Francesco principe di Casapesenna e Maria Saluzzo Carafa, principessa di Lequile. Nel 1767 fu decorato da re Ferdinando IV di Borbone marchese di Vatolla, feudo ereditato da casa Rocca. Ricordiamo che i Rocca ospitarono Giambattista Vico nel loro palazzo a Vatolla. A Vatolla, nel Palazzo dei Vargas-Machuca (….), vi è il Museo Vichiano. Dunque, Francesco Vargas-Machuca, nel 1756 sposò una Bonito, figlia di Francesco Principe di Casapesenna. Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Riguardo Marcello Bonito, Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643 parlando di Casalvelino, in proposito scriveva che: “…se nel 1640 era già di proprietà della nobile famiglia amalfitana dei Bonito, tra cui Marcello (n. 16 agosto 1631)(21) e Lorenzo, signore di Torchiara. etc..”. L’Antonini cita il manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. Il manoscritto, che all’epoca dell’Antonini (a. 1745, anno della sua prima edizione) sarebbe appartenuto al nipote del marchese Marcello Bonito ovvero al Principe di “Casapisella”. Non si tratta di “Casapisella” ma di Casapesenna. Pompeo Sarnelli (….), nella sua “Guida de’ Forestieri etc…”, del 1697, a p……., in proposito scriveva che: “5. D. Marcello Bonito: Marchese di S. Giovanni, Cavaliere dell’Abito di Calatrava: La sua Libreria è molto rara per molti manoscritti, particolarmente per le cose appartenenti al Regno di Napoli da Carlo d’Angiò a quella parte; e per conseguenza difficili a ritrovarsi in un altro Museo.”. Pietro Ebner (….), a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Di questo autore, e manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I, p. 130. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie).”. Dunque si tratta del marchese Marcello Bonito. Forse l’Antonini si riferiva a Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di “Marchese di S. Giovanni di Celsito”. Nel testo del ……“Della Città e, del Regno di Napoli”, a p. 57, in proposito si scriveva che: “In quest’anno corrente, che si darà alle stampe questo libro, è passato a miglior vita D. Marcello Bonito, buon Cavaliere di Calatrava, il quale oltre essere virtuosissimo Cavaliere, e di forma pontualità ornato, si era con molta fatica applicato nell’Istorie di questo Regno, e nell’intelligenza dei Reali Registri, e perciò fatta radunanza de’ libri e manoscritti di Spesa, ……se ne legge la tradizione in un altro libro dato alle stampe sotto nome d’altr Autore, nacque questo virtuoso Cavaliere da…..Marchese di San Giovanni etc…”. Pietro Ebner a p. 643, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Camera Matteo, cit., p. 645”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, a p. 645, dove ci parla di Marcello Bonito, Archivista della Real Zecca di Napoli e filantropo per l’opera postuma di Carlo De Lellis. Da una ricerca sulla rete ed in particolare su alcune annotazioni di un manoscritto di Giovanni d’Alife del 1760 conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla sua scheda si evince che: Il manoscritto riporta trascrizioni di documenti relativi alla storia del Regno di Napoli e della famiglia d’Alitto di Abruzzo Citra, tratti prevalentemente da manoscritti di Marcello Bonito, come si ricava da un’annotazione a c. 4r: “Da un volume grande M.S del Sig.r D. Marcello Bonito, intitolato Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Dunque secondo la scheda bibliografica di collocazione di un altro manoscritto si evince che Marcello Bonito possedeva un manoscritto di suo notamenti intitolato “Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Marcello Bonito, marchese di S. Giovanni e cavaliere di Calatrava (Napoli 1631-1711), appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi, fu archivista del Regno; incaricò Carlo De Lellis di effettuare numerosi spogli di documenti dell’Archivio della Zecca, che furono raccolti in 30 volumi contenenti i Notamenti della Cancelleria Angioina, le scritture della Cancelleria Aragonese ed altri documenti tratti dai processi del Sacro Regio Consiglio. La collezione del Bonito fu acquistata succesivamente dal Minieri Riccio ed in seguito da una libreria antiquaria di Milano che non ne conservò l’unità. Per le fonti per Marcello Bonito: C. MINIERI RICCIO, “Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori napoletani fioriti nel sec. XVII per Camillo Minieri Riccio. Milano-Napoli, 1875, II, p. 35. Infatti, il Minieri Riccio, nella sua opera sulle biografie degli scrittori a p. 35 del vol. II, in proposito scriveva di Marcello Bonito che: “3° Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido. MS.”. Dunque, il Minieri Riccio scrive che il Marcello Bonito aveva scritto questo manoscritto dal titolo: Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido”, forse proprio il manoscritto da lui acquistato tratto dai notamenti annotati dal De Lellis e citato dall’Antonini. Per le fonti per Marcello Bonito e i manoscritti di Bonito: CONSOLI FIEGO, op. cit., pp. 96-98; per Carlo de Lellis: C. DE LELLIS, “I sunti del Registro 1271 A di Carlo I. D’Angiò…” Caserta, Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893. Sulla Treccani on-line alla voce di Carlo De Lellis leggiamo che il De Lellis si avviò agli studi giuridici e alla poesia, ma presto cominciò ad applicarsi per intero alle ricerche archivistiche, stimolato e protetto da Marcello Bonito, archivario del Regno, mentre le sue amicizie con Niccolò Toppi, ecc..Dunque, Marcello Bonito era Archivista del Regno al Grande Archivio della Zecca a Napoli. Bonito ed altri facilitarono e incentivarono le ricerche di Carlo De Lellis. Nel 1670 il De Lellis aveva pubblicato un’altra opera, il Supplimento all’Historia della famiglia Blanch scritta da D. Camillo Tutini, stampata a Napoli. Tale famiglia era quella materna di Marcello Bonito. Ancora a proposito del Tutini, il De Lellis compose una Apologia contro D. Camillo Tutino per il libro dell’Origine de’ Seggi, in due volumi manoscritti (Napoli, Bibl. naz., X. B. 25 e X. B. 26). Nell’introduzione a quest’opera è inserita una biografia del Tutini, verso il quale il D. non nasconde la sua avversione, accusandolo di ignoranza, di malignità e persino di natura depravata; narra poi il De Lellis, il quale si dimostrò sempre fedelissimo al governo spagnolo, della posizione assunta dal Tutini durante i fatti del 1647, nel corso dei quali, egli afferma, fu prima partigiano del duca di Guisa, poi lo tradì con una lettera al re di Francia nella quale il duca veniva accusato di badare ai suoi interessi e non a quelli della Corona; perseguitato – continua il De Lellis – dai Francesi, che giustiziarono i suoi complici, e dagli Spagnoli, Tutini fu costretto a fuggire a Roma. Il De Lellis, “con una costanza da sbalordire” (De Laurentiis, Manoscritti…, p. 179), eseguì lo spoglio di tutti i volumi ancora reperibili al suo tempo appartenenti alle Cancellerie angioina, aragonese e vicereale, oltre ai più importanti processi trattati innanzi al Regio Consiglio, sulle orme di quanti prima di lui, nella seconda metà del ‘500 e all’inizio del’600, si erano occupati di quel materiale ricavandone genealogie (P. Vincenti, C. Tutini, B. Chioccarelli e altri) o dedicandosi come lui agli spogli dei registri (G. Bolvito, C. Pagano, C. D’Afflitto, ecc.). Per il De Laurentis si tratta di C. De Laurentiis, Manoscritti di scrittori chietini presso l’Arch. di Stato, le biblioteche e i privati in Napoli, in La Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti, XII (1897), pp. 179, 199 s.. Il De Lellis compilò ben 28 volumi di repertori, di cui undici riguardanti la Cancelleria angioina (1266-1435); i primi sette volumi erano tratti dai quattrocentotrentasei registri esistenti a quel tempo, ai quali era stato dato un ordinamento, anche se confuso, nel 1568; i due successivi volumi riguardavano i fascicoli, mentre gli ultimi due le arche in pergamena e quelle in carta; questi ultimi due repertori vennero compilati tra il 1680 e il febbraio 1682, mentre il D. era detenuto a Castel Nuovo. I repertori rimasero, insieme ad altro materiale riunito da Marcello Bonito (e cioè i notamenti compilati da C. Pagano, C. D’Afflitto e G. G. Di Transo), per oltre un secolo e mezzo in casa Bonito, e furono acquistati nel 1850 da C. Minieri Riccio che ne pubblicò parecchi (cfr. Gli atti perduti…, a cura di R. Filangieri, pp. XVIII s.). Nel 1882 li acquistò Angelo Broccoli, che iniziò la pubblicazione dei registri nell’Archivio storico campano (I, 1889), ma si limitò al registro 1271 A della Cancelleria angioina, al secondo privilegio di re Ferrante I d’Aragona (1487-1488) della Cancelleria aragonese, e al primo privilegio del gran capitano (1503) della Cancelleria spagnola. Dagli eredi del Broccoli il materiale fu acquistato dallo Stato nel 1925, e posto nell’Archivio di Stato di Napoli. Parte di esso andò distrutta durante la seconda guerra mondiale. Il De Lellis compilò un repertorio ampio e organico solo di una parte dei registri; di tutti gli altri eseguì un repertorio parziale o relativo solo a qualche documento. Dei registri presi in considerazione, ventidue riguardavano Carlo II (1285-1309), diciannove Roberto d’Angiò (1309-1343), sette Carlo d’Angiò duca di Calabria e ventidue sua figlia Giovanna I; questi ultimi ebbero un repertorio quasi completo solo da parte del De Lellis. Si può ritenere che con questi repertori venne recuperato oltre un terzo del materiale perduto nel 1701, quando, durante i tumulti che seguirono la congiura del principe di Macchia, il popolo in rivolta penetrò in Castel Capuano e incendiò sessanta registri angioini insieme ad altro materiale ivi custodito.

Nell’863 (Antonini), 868 (Porfirogenita), i Saraceni occuparono Rivello, Camerota ed Agropoli, che divennero un loro avamposto

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da p. 129 parlando dei Saraceni in Lucania, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. Dunque, l’Antonini, a p. 129 scriveva che i Saraceni provenienti dalla Sicilia occupata, si erano man mano trasferiti anche nella vicina Calabria, dove, spesso guerreggiarono con i dominatori dell’epoca che erano i Bizantini. La Calabria era sotto il dominio ed il controllo dei Bizantini. I Saraceni però riuscrirono a crearsi dei loro stabili avamposti a Rivello, a Camerota e ad Agropoli. Dunque, lo stabilimento dei Saraceni a Rivello avvenne in epoca longobarda e Bizantina, e secondo l’opinione di Antonini ciò accadde nell’anno 863 o addirittura molti anni prima. L’Antonini scriveva che ciò accadde in seguito all’occupazione Araba della Sicilia. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno.”, e poi aggiunge che: “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Dunque, il Campagna, oltre ad Amantea e Agropoli aggiunge anche Policastro. Orazio Campagna, a p. 77, nella nota (86) postillava: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Orazio Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Da Wikipedia leggiamo che la discesa dei Longobardi venne arrestata dai Bizantini solo con grandi difficoltà: ma Costantinopoli non poté evitare del tutto gli attacchi dei Saraceni. Nell’812 d.C. si registrò la prima incursione saracena sulle coste calabresi, che colpì Reggio, capitale del Thema; l’ultima ci sarà solo nel 1793, a danno di Pizzo e Tropea. Certo la presenza araba fu sempre limitata negli spazi e nel tempo, perlopiù consistendo, appunto, in incursioni e saccheggi. Vennero catturate in modo effimero dagli Arabi Tropea, Santa Severina e Amantea (13) dall’839 all’885. La conquista della Calabria da parte dei guerrieri normanni vassalli del papa emarginò il pericolo arabo. Sotto il dominio bizantino, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, la Calabria fu una delle prime regioni d’Italia a introdurre la produzione di seta in Europa. Secondo André Guillou, i gelsi per la produzione di seta grezza furono introdotti nell’Italia meridionale dai bizantini alla fine del IX secolo. Intorno al 1050, il tema della Calabria contava 24.000 gelsi coltivati per le loro foglie e il loro numero tendeva ad espandersi. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolato (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella nota (85) postillava: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Cod. Cript. β α, XX (395).”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1). Ciò non impedì peraltro, secondo ritenne, sulla scorta di un antico manoscritto, l’Antonini, che non fosse non occupata dai saraceni quando nel secolo IX sbarcarono dalla Sicilia occupando più punti del continente. Doveva essere anzi, egli aggiunse, uno dei 150 ‘munita castra’ che Porfirogeneta nella sua Storia al numero 55, scrive essere nel 868 nelle loro mani, luoghi che poi lasciarono dopo la loro strage, nel 915, al Garigliano (2).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Il Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A riprova della loro permanenza a Camerota, con illazione arbitraria, nel manoscritto si afferma che “adhuc ad nostra tempora huius cives et saracenicos mores conservant”. G. Antonini, op. cit., vol. I, pag. 412.”. In questo passaggio il Pasanisi cita il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’. leggonsi le seguenti parole: ‘Inter caetera oppida (parlando dei Saraceni) ‘occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolim, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudies, & Saracenicos mores conservant.’. Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc…”:

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Dunque, secondo l’Antonini, nel manoscritto del Marchese di S. Giovanni Bonito (…), pagina 87 è scritto che: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant” che tradotto e riferendosi ai Saraceni dovrebbe significare: “Tra gli altri paesi occuparono Camerota al di sopra del mare in luogo alto e sicuro, e neppure al mare di Agropolis;…”. Dunque, l’Antonini cita un passo tratto dal manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito”. Si tratta di un manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. L’Antonini scriveva che questo manoscritto, nel 1745 apparteneva “oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote etc….”. Antonini cita la pagina 87 del manoscritto. Di questo autore e del suo manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia di Amalfi”. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del Marchese Marcello Bonito. Sul manoscritto di Marcello Bonito (….), il “marchese di San Giovanni”, come lo chiama l’Antonini, ho già scritto. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “E mentre i capi Longobardi costituiscono dei ducati, che tendono a distaccarsi dalla sfera del potere regio, i Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantesette anni il tempo del malessere. Ecc…”. Forse in questo passaggio il Ciociano trae le notizie dall’Anonimo Salernitano e dalla sua cronaca che cita subito dopo. Sulla notizia che: Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Ecc..”, aveva scritto Antonini, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “Doveva forse così Camerota esser uno dei cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua storia al num. 55. scrive esser in Italia in mano de’ Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc..”. Antonini, a p. 412, nella nota (I) postillava: “(I) L’autorità di Porirogenneta non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt’

Nell’XI secolo, la Grotta delle Ossa ed il ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, dal titolo “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’

Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari. L’Antonini (…), riguardo il territorio in questione dedicò il cap. VII (Discorso), ‘Palinuro e della Molpa’, da p. 354 a p. 379. L’Antonini (…), a p. 363 in proposito scriveva che:

antonini-p.-363-1

L’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “Chiamansi queste grotte le ‘Grotte delle Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: “Habes & speluncae, sive griptas Ossorum ad mare Molfe eu utroque latere flumini Menicardi: Alique eu illis locantur, ubi mare non est intrasmeabile, relique sunt ad nullum usum, quoniam mare occupat ostium illarum griptarum. Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram lateritiam antiquam, que claudebat tres griptas ubi sunt tumulata ossa Romanorum, qui circa hec colfora naufragaverunt.”. Dunque l’Antonini, a p. 363, riporta un brano tratto dall’antico “Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola” e, a p. 368, nella sua nota (I), in proposito postillava che: “(I) Il titolo che v’è posto sul principio è questo: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’; essendo notabile, che non vi sono affatto dittonghi.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando di Centola e del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18).”. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava del codice Cryptense che contiene i verbali delle visite ai diversi Monasteri da parte del Calkeopoulos e scrive che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. LEbner (…), nello stesso testo, vol. II a p. 267 parlando di ‘Palinuro’, nella sua nota (2) postillava che: “(2)….L’Antonini (I, p. 364) ci informa di un’antica testimonianza sulla grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco. Dal ms. l’Antonini trascrisse la parte che si riferiva a detta grotta. ‘Habet speluncas ecc…ecc…Il manoscritto era in possesso dell’Abate Commendatario Gascone.”. L’antico documento citato dall’Antonini si è perso ?. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Antonini non dice altro sull’antico Censuale. L’Antonini scrive pure che il muro di mattoni che chiudeva la ‘Grotta delle Ossa’ sotto la Molpa, accadde ai tempi “Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram….”, ovvero ai tempi “Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni”, da cui si deduce che il fatto raccontato avvenne ai tempi dell’Abate Giovanni. Chi era Giovanni, abate dell’abbazia benedettina di S. Maria a Centola ? Conosciamo l’anno in cui egli fu abate dell’Abbazia. Questo scriveva l’Antonini, trascrivendo un passo che riguarda la Molpa tratto dal ‘Censuale’ (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola, che lui crede piuttosto essere un Inventario e che dice essere stato conservato dall’allora Abate Gascone, Commendatario dell’Abbazia a suoi tempi ovvero nel 1745, epoca della prima edizione. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 122, in proposito scriveva che: “Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”.

Nell’XI secolo, il ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, dal titolo “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, ai tempi dell’Antonini conservato dall’Abate Gascone

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. L’Archimandrita trovò nel monastero solo un abate di rito latino ed un presbitero senza più monaci. Ecc…”. L’antico documento citato dall’Antonini si è perso ?. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando di Centola e del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18).”. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava del codice Cryptense che contiene i verbali delle visite ai diversi Monasteri da parte del Calkeopoulos e scrive che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. LEbner (…), nello stesso testo, vol. II a p. 267 parlando di ‘Palinuro’, nella sua nota (2) postillava che: “(2)….L’Antonini (I, p. 364) ci informa di un’antica testimonianza sulla grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco. Dal ms. l’Antonini trascrisse la parte che si riferiva a detta grotta. ‘Habet speluncas ecc…ecc…Il manoscritto era in possesso dell’Abate Commendatario Gascone.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Infatti, l’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “Chiamansi queste grotte le ‘Grotte delle Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: “Habes & speluncae, sive griptas Ossorum ad mare Molfe eu utroque latere flumini Menicardi: Alique eu illis locantur, ubi mare non est intrasmeabile, relique sunt ad nullum usum, quoniam mare occupat ostium illarum griptarum. Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram lateritiam antiquam, que claudebat tres griptas ubi sunt tumulata ossa Romanorum, qui circa hec colfora naufragaverunt.” :

Antonini, p. 363

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p. 364

Dunque l’Antonini, a p. 368, riporta un brano tratto dall’antico “Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola” e, a p. 368, nella sua nota (I), in proposito postillava che: (I) Il titolo che v’è posto sul principio è questo: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’; essendo notabile, che non vi sono affatto dittonghi.”. Antonini non dice altro sull’antico Censuale. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro, nella sua nota (20) postillava che: “(20) …..A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula ecc…”. Cos’è il Censuale di un’Abbazia ?. Dovrebbe trattarsi di una specie di Platea dei beni o un inventario: “Nota delli beni censuali in perpetuum delli monaci della congregazione benedettina di Montevergine per estinguere il censo passivo di egual somma che pagano ogni anno all’ospidale della Santissima Annunziata di Napoli”. L’Antonini, di questo Censuale scrive pure che ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I), ecc..”. L’Antonini oltre a scrivere che il Censuale era del XI secolo, scrive pure che ai suoi tempi (a. 1745 anno della sua prima edizione) esso  era (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone”. L’Antonini scrive pure che il muro di mattoni che chiudeva la ‘Grotta delle Ossa’ sotto la Molpa, accadde ai tempi Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram….”, ovvero ai tempi Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni”, da cui si deduce che il fatto raccontato avvenne ai tempi dell’Abate Giovanni. Chi era Giovanni, abate dell’abbazia benedettina di S. Maria a Centola ? Conosciamo l’anno in cui egli fu abate dell’Abbazia. Questo scriveva l’Antonini, trascrivendo un passo che riguarda la Molpa tratto dal ‘Censuale’ (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola, che lui crede piuttosto essere un Inventario e che dice essere stato conservato dall’allora Abate Gascone, Commendatario dell’Abbazia a suoi tempi ovvero nel 1745, epoca della prima edizione. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 122, in proposito scriveva che: Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”. Il Cammarano (…) a p. 45, dice che il terzo abate del monastero di S. Maria a Centola fu “3) Giovanni: dall’AFL si conosce che fu abate, senza poter indicare nè l’anno e nè il suo operato. Di Lui parla l’Antonini in “La Lucania. Ebner in CBPC. scrive che “L’Antonini (I, pag. 364), ci informa di una antica testimonianza sulla Grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium et Censuale monasterii centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico o registro delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco.”. Dunque, il Cammarano a p. 45, lo chiama: “Polittico o registro delle dipendenze” dell’antico monastero italo-greco di S. Maria di Centola e, l’Ebner (…), nella sua nota (18) di p. 720, ci suggerisce l’elenco delle cose ivi conservate e rilevate nella Visita Apostolica di Attanasio Calkeopoulos. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Dunque, secondo l’Ebner (…) nel codice Cryptense Z D XII, al fol. 135 della Le “Liber Visationis” di Calkeopoulos, fosse stato ritrovato questo antico Censuale. Anche se a me non sembra che fra le cose riscontrate ed elencate nel Verbale della visita apostolica dell’Archimandrita Attanasio Calkeopoulos al monastero di S. Maria di Centola vi fosse questo antico documento che poi in seguito sarà citato dall’Antonini. Pietro Ebner parla della visita apostolica nel cap. 5 del vol. I di ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento a p….Il Barra (…), trascrive il Verbale a p. 72 del suo testo citato. Il verbale in questione è il fol. (foglio) 135 del codice cryptense  Z D XII, conservato presso l’Abbazia di Grottaferrata nel Tuscolano e di cui ho già parlato.

Calkeopoulos, Lat. 149, fol. 135, S. Maria di Centola.PNG

(Fig….) fol. 135  – Verbale della visita apostolica del 18 marzo 1458

Girolamo Gascone, l’Abate che mostrò ad Antonini il ‘Censuale’ dell’Abbazia di S. Maria di Centola, un documento che secondo l’Antonini risaliva all’XI secolo. Sull’Abate Girolamo Gascone ho scritto quando ho scritto del ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria di Centola’. Di Giangirolamo Gascone, Abate dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli a Centola che rinunciò a favore dell’Abate Ferdinando Galiani parlo innanzi verso il ‘700.

La Molpa e Marino Freccia

Sulla Molpa e sulla “città di Amalfi” scrisse anche il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – Discorsi‘, edizione del 1745. L’Antonini (…), a p. 369, parlando di Molpa, dopo aver detto di Marino Freccia, disserta che: Alquanto però diversamente narra l’edificazione d’Amalfi, ‘Marino Frezza’ (I) suo Cittadino nel ‘tratt. de subfeud. lib.I. fol. 37. poichè non fa venire i Romani da Ragusa alla Molpa, e da quì a fondare Amalfi, ma dal Cilento citeriore intorno al Silaro, che vuol dire più di cinquanta miglia ad occidente ecc…”. L’Antonini, nella sua nota (2) a p. 369 (ma si riferisce alla nota a p. 368) postillava che: “(2) A dir vero non saprei qual fede prestar si possa a Marino Frezza, che tre pagine prima, cioè alla 77 aveva scritto, che Amalfi, Scala, e Ravello erano stati edificati dai cittadini di Pesto a tempo di sua distruzione, ch’egli scioccamente fa cadere intorno agli anni di Pirro, siccome da noi è stato più minutamente esaminato, anzi vi aggiunge, che Amalfi fu fatta Romana colonia. Troppo novizio della storia esser deve chi tali cose dice, o crede.” Ben’a lungo di queste cose leggesi in alcune nostre lettere in questi mesi stampate scritte in Parigi al chiarissimo S. Egizio nostro gran amico, dove si fanno alcune osservazioni intorno a ciò, che il medesimo Sign. Egizzio aveva scritto contro il ‘Sign. Languet’.”. L’Antonini cita anche Marino Freccia (…) opinando su ciò che scrisse.  Marino Freccia il quale fa risalire la fondazione della città di Amalfi non alla Molpa. Dunque, l’Antonini (…), riguardo l’edificazione di una città di Molpa, citava Marino Freccia (…) e, il suo libro I, fol. 37. Riguardo la notizia del Freccia (…) si tratta del suo ‘De Subfeudis Baronum, & Inuestituris Feudorum’, pubblicato nel 1579. L’Antonini cita il lib. I, fol. 37. Infatti, Marino Freccia (…), sulla scorta di alcuni manoscritti dell’epoca, in proposito nel libro Primo e nel capitolo “De officio Admirtis maris” scriveva che:

Marino Freccia, p. 37

(Fig….) Marino Freccia (…), op. cit., lib. Primo, fol. (p.) 37

Il ‘Chronicon Salernitanum’ o l’Anonimo Salernitano e la Molpa

L’Antonini, riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”.

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c. 4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. La citazione di “Errico Bacmanno”, si tratta di Errico Bacco Alemanno (….) ed il suo “Nuova, e perfettissima descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici Province”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”.

Antonini, p. 368

Dunque l’Antonini (…), a p. 370, cita l’‘Anonimo Salernitano’ che nel suo manoscritta ‘Chronicon‘, voleva che gli abitanti di Molpa, avessero fondato Amalfi e Ravello. L’episodio raccontato dall’‘Anonimo Salernitano’ (…), viene citato anche da Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a pp. 171-172, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ (11) dice di alcune famiglie romane in viaggio per l’Oriente sbattute dalla tempesta a Ragusa e poi giunte a Molpa, da dove sarebbero ripartite per fondare Amalfi.”. Ebner, a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235.

La Molpa nella “Cronaca Amalphitana”

I riferimenti bibliografici citati dal Camera (…), nel suo testo, opera citata, le note da p. 10 a p. 13. Il Camera a p. 10, nella sua nota (I) postillava che: “(I) La ‘Cronica Amalfitana’, ms. conservasi nella libreria dè RR. PP.Teatini di Napoli. Chronici Amalphitani nunquam antea editi fragmentum ab.an. 1294 sta pubblicato dal Ch. Muratori Antiqu. maed. aevi, et antiqui. Ital.to. I. pag. 349 ed Aretii 1773 e nella raccolta del Perger to. I. pag. 143, e dall’Ughelli Italia sacra to. 7 in Archiep. Amalphit.”. Dunque, il Camera cita più volte la cronaca medievale detta “Chronici Amalphitani”, pubblicata dal Muratori (…), dal Perger (…) e dall’Ughelli (…), che vedremo. Il Camera scrive che la ‘Cronaca Amalfitana‘ era un testo antico manoscritto conservato presso “….libreria dè RR. PP. Teatini di Napoli”. Su questi antichissima e ricca libreria, se non ricordo male ha scritto padre Camillo Tutini (…). Il Camera sempre a p. 10, nella sua nota (2) citava di Recco (…) e postillava delle, ‘Notizie di famiglie nobili e Regno della città di Napoli‘, p. 77. Matteo Camera (…), cita anche la Chronaca di “Guglielmo Pugliese al lib. I. de gest. Norman. “Melphia capta fuit; quicquid ecc…”. Un altro testo per lo studio delle origini di Amalfi e dell’insediamento di alcune genti Romane che si fermarono a Molpa o in un luogo posto nei pressi del litorale alle pendici del Monte Bulgheria, prima che si trasferissero ad Eboli e che poi in seguito andassero a fondare la città di Amalfi sull’omonima costiera è il saggio di Vera Von Falkenhausen (…), dal titolo “Il Ducato di Amalfi e gli Amalfitani fra Bizantini e Normanni” che si trova in ‘Istituzioni civili e organizzazione ecclesiastica nello stato medievale Amalfitano, Atti del Congresso Internazionale di Studi Amalfitani (Amalfi, 3-5 luglio 1981). La Falkenhausen, a p. 9 in proposito scriveva che: “Perciò vorrei cominciare con l’analisi della leggendaria storia delle origini della città di Amalfi, nata forse durante il IX secolo (2), e che sicuramente circolava nell’Italia meridionale nella seconda metà del X secolo, quando venne raccolta, dall’anonimo autore del ‘Chronicon Salernitanum’ (3); più tardi, la stessa leggenda fu inclusa nel ‘Chronicon Amalfitanum’, una compilazione tardomedioevale (4): secondo tale testo, gli antenati degli Amalfitani sarebbero stati Romani i quali, seguendo Costantino Magno per installarsi a Costantinopoli, la nuova capitale dell’Impero, fecero naufragio presso Ragusa (5). Chiesero ospitalità agli abitanti del luogo che concessero loro terre per insediarvisi; ma dopo qualche tempo, sentendosi oppressi dai Ragusei, i futuri Amalfitani fuggirono via mare in Italia e presero dimora in una località chiamata Melfis, donde poi il loro nome. In seguito, per fuggire l’invasione di popoli allogeni, da ‘Melfis’ gli Amalfitani si sarebbero ritirati ad Eboli, e di là, mal sopportavano ecc…”. La Falkenhausen a p. 9, nella sua nota (3) postillava: “(3) ed. U. Westerbergh, (Studia latina Stockholmiensia 3), Stockholm, 1956, cc. 87-89, pp. 87-90. La leggenda è stata interpretata sotto aspetti diversi dal Prof. P. Delogu, durante una tavola rotonda tenutasi ad Amalfi nel 1977.”. Sempre la Falkenhausen a p. 10, nella sua nota (4) postillava che: “(4) U. Schwarz, ‘Amalfi in fruhen Mittelalter (9.-11. Jahrundert), Tubigen 1978, pp. 195-197.”. Il testo di Schwarz (…) Schwarz Ulrich, Amalfi nell’alto Medioevo, è stato pubblicato in ristampa a cura del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, con introduzione di Giovanni Vitolo, ad Amalfi, nel 2002. Schwarz pubblicava nel 1978 il testo del “Chronicon Amalfitanum”. Sempre la Falkenhausen, a p. 10, nella sua nota (5) ci fa notare che “(5)….M. Berza, ‘Amalfi preducale’, in “Rivista storica italiana”, s. V., III, 3 (1938),…lo stesso M. Berza, in ‘Le origini di Amalfi’, cit., p. 16, peraltro, ha individuato in vicinanza di Ragusa il toponimo ‘Malfi’. Ecc..”. La Falkenhausen si riferiva al testo di M. Berza, ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, in “Studii italiani”, 6, (1940), pp. 6 s. In un sito sulla storia di Amalfi leggiamo che: “Il toponimo “Amalfi” è, inoltre, di sicura estrazione latina: esso, secondo la saga di origine principale, deriverebbe da Melfi, un villaggio marittimo lucano abbandonato da alcuni profughi romani nel IV d.C.; oppure potrebbe corrispondere al cognome di una gens romana del I secolo d.C. (Amarfia). A seguito delle incursioni germaniche del V secolo d.C. molti profughi romani delle città campane ormai preda delle orde barbariche si rifugiarono sui Monti Lattari e, dopo breve tempo, diedero maggiore impulso al piccolo villaggio di Amalfi, trasformandolo in una città, che era già sede vescovile nell’anno 596.. E qui ritorniamo al centro Lucano di ‘Melfi’ o ‘Molpa’. Riguardo la “leggenda” di Molpa e dei protoamalfitani, Ulrich Schwarz (…), nel suo saggio ‘Amalfi nell’alto Medioevo’, uscito nel 1978, a pp. 31-32, nella sua nota (68) in proposito postillava che: “(68) Nella leggenda medioevale sulla fondazione di Amalfi l’origine della città è messa in relazione con i Romani, ed è significativo che, ugualmente per gli inizi sia tirato in ballo anche Bisanzio. Su di essa vedi Schwarz, ‘Amalfi, pp. 113 sgg. Per le altre leggende moderne sulla fondazione della città vedi Berza, ‘Origini di Amalfi’, pp. 35 sgg. Esse si fondano in gran parte sulla leggenda medievale (Berza parla di un “ciclo costantiniano”) o inventano una ninfa che avrebbe dato il nome alla città.”. Lo Schwarz, cita il Berza e si riferiva a Michail Berza (…) ed al suo ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, pubblicato nel 1940. Sempre la Falkenhausen nel suo saggio in proposito scriveva che: “La fantasiosa odissea dei protoamalfitani contiene, a mio parere, alcuni elementi che ben caratterizzano gli Amalfitani medioevali, e che vorrei trattare in quattro punti: 1) la romanità degli Amalfitani, 2) i loro interessi marittimi, 3) i loro rapporti con Costantinopoli, 4) la struttura della società amalfitana.”. Dunque, la Falkenhausen fa notare un elemento distintivo contenuto nella leggenda su cui bisognerbbe ulteriormente indagare, ovvero “3) i loro rapporti con Costantinopoli”, anzi, perchè mai, mi chiedo, secondo la storia contenuta nel ‘Chronicon Amalfitanum’, i profughi da Ragusa avrebbero dovuto fermarsi sulle coste Lucane ed in particolare lungo le pendici del Monte Bulgheria. Le notizie intorno alla probabile origine dei profughi Romani approdati sulle nostre coste dovrebbe far riflettere e riportarci intorno alle vicende che diedero origine agli stanziamenti di alcuni genti Bulgare da cui il nome della montagna alle cui pendici, in antichità esisteva gia un’antica città sepolta forse di fondazione Romana. All’epoca dei fatti a cui si riferisce la “leggenda”, ovvero agli anni 337-339 d.C., epoca in cui era salito al trono l’Imperatore d’Oriente che il Camera (…), sulla scorta di Guglielmo di Puglia scriveva che: “Basilio Imperatore di cui ha inteso ragionare il Pugliese fu nel 975 col fratello Costantino proclamato Imperador d’orinte, e sono figli di Romano II, che nel nel 979 ricuperarono la Puglia e la Calabria posseduta da Ottone II.”. Certo è che queste notizie bisognarà ulteriormente indagare. Bisognerà meglio indagare quella nostra parte dell’antica lucania Romana le vicende storiche che la distrasero nei primi secoli della Cristianità e dell’Impero Bizantino. La venuta delle popolazioni barbariche sulle coste Lucane, i rapporti dei nostri piccoli centri con Bisanzio e Costantinopoli, i rapporti con i vicini Ducati di Napoli, Gaeta e Benevento, ecc…, tutte questioni non ancora sufficientemente indagate. Ferdinando La Greca (…), riferendosi alle carte Parigine e all’Antonini, cita la storia delle origini della città di Amalfi raccontataci da Matteo Camera (…). Infatti, lo storico Matteo Camera, nel suo ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, pubblicato a Napoli nel 1836 a p. 10, parlando delle origini della città di Amalfi, citavo interessanti notizie sulla Molpa e su un’antico casale di Amalfi li vicino sorto ed in proposito scriveva che: “Noi per ridurre tali favolosi commenti al giusto lor valore ricorriamo alla più sensata e comune opinione tramandataci dai Cronisti (I) sull’origine e fondazione di questa città, la quale fanno rimontare al IV secolo dè tempi di Costantino, ecc…Fondata ch’ebbe questo Principe una novella capitale sul Bosforo della Tracia vi richiamò colà la primaria nobiltà di Roma a lui devota. Cessato egli di vivere nell’anno 337 carico di vittorie e di corone, molte altre nobili famiglie di Roma cercarono trasferirsi nella fortunata metropoli d’oriente (2); quindi nel 339 (secondo le Cronache Amalfitane) imbarcatesi con le più ricche suppellettili sopra cinque navi si diressero per Costantinopoli. Colpite da improvvisa tempesta in sull’altura del mare Jonio, due di esse appena riuscirono campare dal fiero naufragio, e balzare dalle onde nè vicini lidi giunsero ad afferrare terra presso Ragusa in Dalamazia. – E’ facile il supporre con quanta ospitalità e cortesia furono gl’infelici naufraghi in sulle prime accolti dà Ragusei, che dichiaravansi altamente beneficati dal popolo Romano; ma in appresso la restrizione dè confini che lor prescrissero, e l’ubbidienza che del pari tributar doveano a coloro che l’innanzi riguardati aveano come sudditi, divenne per essi un idea poco consolante…..Imbarcatisi eglino su navi Raguesee dopo aver percorso l’Adriatico si soffermarono in sulle spiagge della Lucania vicino Palinuro, che dal naufrago nocchiero il nome prese (I). Il bisogno di custodire le loro vite e sostanze, aggiunto all’avidità di fabbricare una città per loro stabilimento, determinò la Romana colonia di gittar colà le fondamenta d’una nuova città lungo un picciol fiume chiamato anticamente ‘Molpa’ (2) o ‘Melfi’. Di questo fiume fa menzione Plinio (3) dicendo: ‘promontorium Palinurum a quo sinu recente trajectos ad columnam regiam, c.m. pass. proximum autem huic (Palinuro scilicet) flumen Melfes et oppidum Buxentum, gracce Pyxus’ (Pisciotta). Cluverio nel lib. IV dell’Italia antica parimente scrisse. ‘Post Palinurum promontorium sequitur Melphes flumen, vulgo nunc Molfa, et Malfa, et idem Molpa, Malpa, et Melpa adcolis dictum’. Oggi ritiene solamente quello di ‘Molpa’, non conosciuti affatto gli altri nomi; e da questo ha improntato il suo nome anche un villaggio detto Molpa (I). Più diffusamente di questa edificazione ne scrisse Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis. “Quae te non fluerunt Nymphae, quae littora Molpis ? Testis erit Molpis tantae pars maxima cladis, Quam Venus in silicem vertit.”. Questa città di Molpa o Melfi nel seno di Palinuro fu totalmente dà barbari distrutta. Al presente però è osservabile colà nelle rupe meridionale una grotta appellata ‘la grotta delle ossa’, dove si vede un cumulo di ossa umane pietrificate e riunite insieme da una materia gessosa stillata dalle viscere del monte superiore. Il dottore Antonini (2) opina che le ossa ammonticchiate in quella grotta furono quelle dè naufraghi Romani di ritorno dall’Africa con 150 navi sotto il Console di S. Servinio Servilio Cepione, e di C. Sempronio Bleso (Orosio lib. 4 cap. 9.) che per ordine di Ottaviano furono ivi riposte. Fondata adunque la città di Melfi che dal fiume il nome prese, vennero i suoi abitanti conosciuti sotto il nome di Melfitani. Alcuni scrittori poco intesi della situazione particolare dè luoghi hanno scritto che la romana colonia, abbandonata Ragusa, capitasse in Melfi città della Puglia, donde il nome prese Malfitani. Questo è un errore evidente non che contrario a ciò che ne dice un Cronista Amalfitano: “Viaggiando questi Romani per mare; Melfi di Puglia sta dentro terra più di 40 miglia lungi da Palinuro: gli antichi che scrissero questo viaggio avrebbero certamente indicato un luogo marittimo di approdazione” oltre che la città di Melfi in quel tempo non esisteva, e ciò con chiarezza ce lo dice Guglielmo Pugliese al lib. I. de gest. Norman. “Melphia capta fuit; quicquid ecc…”. Basilio Imperatore di cui ha inteso ragionare il Pugliese fu nel 975 col fratello Costantino proclamato Imperador d’orinte, e sono figli di Romano II, che nel nel 979 ricuperarono la Puglia e la Calabria posseduta da Ottone II. Gli scrittori nulla rimarcavando tali differenze si sono lasciati incorrere nel più intollerabile anacronismo.  – Di corta durata fu il soggiorno dè Melfitani nella città da essi colà fabbricata; che per essere poco fortificata e troppo esposta alle barbariche irruzioni difendere ben non si potea. Quindi lasciata Malpa, o Melfi si condussero in ‘Eboli’ vicino Salerno al riferimento della Cronica Amalfitana: ecc..”. Da p. 14, il Camera, continua il suo racconto parlando delle origini di Amalfi e di queste genti Romane che si trasferirono dal casale di Amalfi vicino Palinuro, lo abbandonaro e si trasferirono ad Eboli pe poi andare a fondare Amalfi sull’omonima costiera. Dunque, Matteo Camera, riferisce di questa notizia che riguarda Molpa, la città sepolta (diruta) di Molpa e la città diruta di Amalfi citata nella carta corografica da me scoperta e conservata all’ASN. Vediamo ora i riferimenti bibliografici citati dal Camera (…), nel suo testo, opera citata, le note da p. 10 a p. 13. Il Camera a p. 10, nella sua nota (I) postillava che: “(I) La ‘Cronica Amalfitana’, ms. conservasi nella libreria dè RR. PP. Teatini di Napoli. Chronici Amalphitani nunquam antea editi fragmentum ab.an. 1294 sta pubblicato dal Ch. Muratori Antiqu. maed. aevi, et antiqui. Ital.to. I. pag. 349 ed Aretii 1773 e nella raccolta del Perger to. I. pag. 143, e dall’Ughelli Italia sacra to. 7 in Archiep. Amalphit.”. Dunque, il Camera cita più volte la cronaca medievale detta “Chronici Amalphitani”, pubblicata dal muratori, dal Perger e dall’Ughelli. Il Camera scrive che la Cronaca Amalfitana era un testo antico manoscritto conservato presso “….libreria dè RR. PP.Teatini di Napoli”. Su questi antichissima e ricca libreria, se non ricordo male ha scritto padre Camillo Tutini (…). Il Camera sempre a p. 10, nella sua nota (2) postillava e citava di Recco, ‘Notizie di famiglie nobili e Regno della città di Napoli‘, p. 77. Matteo Camera (…), cita anche la Chronaca di “Guglielmo Pugliese al lib. I. de gest. Norman. “Melphia capta fuit; quicquid ecc…”. Matteo Camera si riferiva alla cronaca dei Normanni scritta da Guglielmo di Aix (…), cronista osservatore e contemporaneo dell’epoca. Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso. Sempre il Camera a p. 11, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Virgilio……………………..”. Il Camera citava anche Ferdinando Ughelli (…). Ferdinando Ughelli (…), nel 1721, per i nuovi tipi (nuova edizione) dell’“Italia sacra”, pubblicò a Venezia la sua opera mastodontica. Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “‘Ferdinando Ughellio, al tomo 9 dell’Italia Sacra, fol. 235, dice quasi lo stesso fino al ritorno da Ragusa; ma soggiugne a fede della ‘Cronaca’ manoscritta (quale in Amalfi conservasi) che colle navi stesse vennero alla Molpa: ‘In loco, qui Melpes dicebatur Palinuri, consedisse’; e che da quì fossero poi passati ad edificare Amalfi.”. Ferdinando Ughelli (…), nel 1659 pubblicò il suo tomo 7° dell'”Italia sacra, Romae, Sumptibus Blasij Deversin, & Zenobij Masotti. Nel suo Tomo VII (non come scriveva l’Ebner nel vol. IX), dell‘”Italia sacra ecc..”, pubblicato nel 1659, l’Ughelli (…) a p. (fol. 235) riporta integralmente un vecchio testo della cronaca Amalfitana o Chronici Amalphitani’. La trascrizione della ‘Cronaca Amalfitana’ pubblicata dall’Ughelli è la seguente: “Antiqua vero Amalphitanorum Chronica de ac civitate, deque eius, Amalphitanorumque nomine & origine haec ………..”Cum a Costantino nova Roma Bizantium appe….ecc…”:

Ughelli, Cronaca Amalfitana, p. 235

Ughelli, Cronaca Amalphitana, p. 237

Sempre a proposito del “Chronicon Amalphitanum”, la nota (19) a p. 18 dell’edizione curata dell’Ente Provinciale per il turismo di Salerno in occasione della Regata storica delle quattro antiche Repubbliche marinare tenutasi in Amalfi nel 1965, ove il testo e la sua revisione critica sono state curate da Leopoldo Cassese (…), si postillava che: “(19) Torna a proposito a questo punto, riportare il brano di un ‘Chronicon Amalphitanum anonymi cuiusdam saeculi XV, praef. (riportato dal Pelliccia, ‘Raccolte di varie croniche etc…, vol. 5 (Napoli, 1782), pag. 143): “Originale chronicae Amalphitanae, quae erat scripta caractere curialistico et in carta membranae, servatum fuisse una cum Tabula prothontina maris in domo familiare Domini Ursi et ex illa cives faciebant sibi copias, ut fuit Dominus Amalfae, ecc…”. Dunque la nota (19) del Cassese a p. 18 citava  Pelliccia (…), ed il suo ‘Raccolte di varie croniche etc..’., vol. 5 (Napoli, 1782), pag. 143

Pelliccia, p. 143, Cronicon Amalphitanum

Pelliccia, Cronicon, p. 165

La ‘Tabula de Amalpha’

Tommaso Gar (…), nel suo ……………………., pubblicò un’antico manoscritto da lui scoperto alla Biblioteca Nazionale di Vienna, ivi traslato dagli Austiaci da Venezia dove esso era conservato. In questo antico codice veneziano Foscariniano fu trascritta la “Tabula de Amalpha”. In seguito, nel ………., il Governo Italiano l’acquistò per …………………..dal Governo Austriaco che la restituì all’Italia ed è oggi conservata nel Comune di Amalfi. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla storia di Amalfi, scrisse che possedeva un’altra “Tabula de Amalpha” simile a quella del codice Foscariniano ma oggi irrimediabilmente andata perduta, forse perchè appartenuta al fondo che Roberto Filangieri Gonzaga chiese e ottenne per l’Archivio di Stato di Napoli e che andò irrimediabilmente perso nel famoso rogo del 1943. Recentemente per i tipi di De Mauro Editore è stata stampata un’edizione curata dell’Ente Provinciale per il turismo di Salerno in occasione della Regata storica delle quattro antiche Repubbliche marinare tenutasi in Amalfi nel 1965. Il testo e la sua revisione critica sono state curate da Leopoldo Cassese (…) che eseguì la trascrizione di un antico testo. Pare che il testo della “Tabula de Amalpha” fosse contenuto in un testo di Alianelli (…), del Leband (…), del Laudati (…), del Racioppi (…) ecc….

La Molpa nella ‘Cronaca Cassinese’

Come possiamo leggere nella mia trascrizione delle pagine del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…) in cui egli parla di Molpa e della città di Melfe, di cui mi scuso per eventuali omissioni o errori (alcuni termini non sono ben comprensibili), egli cita alcuni autori come il Carafa (…), la cronaca Amalfitana (…), la cronaca di Montecassino (…), la cronaca di Guglielmo di Puglia (Guglielmo di Aix) (…), Leandro Alberti (…), Fabio Magini e la sua carta geografica “Tavola in piano di quella Provincia”, la Bolla di Alfano I (…), la cronaca del “Volaterano” (…), del Mazzella (…). Autori questi che cercherò di citare e parlare in questo mio saggio. Per “Voleterrano” il Mannelli intendeva il “Volterrano” (…), nome di cui era appellato Raffaele Maffei (…), che nel ………. pubblicò alcuni scritti sulla geografia d’Italia. Infatti, Raffaele Maffei (Maffeius Raphael) (…), nel 1451-1522 pubblicò il suo “Commentariorum vrbanorum Raphaelis Volaterrani, octo et triginta libri, accuratius quam antehac excusi, praemissis eorundem indicibus secundum tomos ut ab autore conscripti fuerunt: quibus accessit nouus, res ac uoces in philologia explicatas demonstrans, quo superiores editiones carebant hactenus. Item Oeconomicus Xenophontis, ab eodem Latio donatus”. L’Antonini (…), nella sua nota (1) a p. 369 postillava che: “(I) Eccone diverse autorità. La ‘Cronaca manoscritta Cavense’, nell’anno MXCVI parlando dell’assedio di Amalfi (di cui anche ragiona il ‘Malaterra’) dice: “Rogerius ecc…”. Poi nel manoscritto scrive “Rogerius Dux obsedit Amalphiam, & coepit eam: e nell’anno MCXXX vi si legge: “Et …………….”. L’Antonini (…), a p. 370, parlando della Molpa e delle sue origini, nelle sue note postillava citando anche il Mabillon (…) al lib. 58, degli ‘Annali Benedettini’ e cita pure ‘L’ignoto Cassinense’ al num. 7, parlando dell’Imperator Ludovico dice: “Obtinuit Capuam, ingreditur Salerno navigans Malfim, Puteoli utitur lavacris.”.

Matteo Camera, la Molpa e le origini di Amalfi

Di Matteo Camera e della sua prima edizione lo Schwarz (…) a p. 24 del saggio tradotto da Vitolo scriveva che: “Una ristampa eseguita a Cava dè Tirreni nel 1955 presenta diversità nella numerazione delle pagine e delle note). Per la bibliografia e le pubblicazioni del Camera vedi G. Del Giudice, ‘Della vita e delle opere di Matteo Camera’, in ‘Memoria di Camera’, pp. 3-24. Sempre lo Schwarz (…) nel suo saggio a p. 24 in proposito ai testi del Camera scriveva che: “La sua opera principale sono tuttavia le ‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi cronologicamente ordinate e continuate fino al XVIII secolo’, che egli pubblicò in due volumi negli ultimi anni della sua vita (35), facendovi confluire una gran massa di materiale inedito (36).”.

Camera, p. 10

Camera, p. 11

Camera M., p. 12

Camera M., p. 13

(Fig…) Camera Matteo, ‘Istoria ecc..’, op. cit., pp. 10-14

La Molpa in Goffredo Malaterra, cronista d’epoca Normanna

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, a p. 368, in proposito a ciò che scriveva il cronista Normanno Goffredo Malaterra, diceva che: “Ed oltre a questo (locchè più importa) e che Melfi è Città edificata dopo dà Normanni. Giustifica questa verità il citato ‘Malaterra’ nel principio del ‘lib. I.’ col mostrarcene la fondazione sul cominciar del secolo XI. (Eccone le parole: ‘Sed cum fine Castro, quo se tuerentur (Normanni) essent, Castrum, quod Melfa dicitur, construxerunt. Quando all’incontro nell’Epist. 23. di S. Gregorio lib. 6, indict. 14.”. Scrive sempre l’Antonini a pp. 368-369: “Quanto all’incontro nell’Epis. 23 di S. Gregorio, lib. 6, indict. 14., trovasi nell’anno 596, fatta menzione di Pimenio Vescovo d’Amalfi. Sicchè far venire col ‘Capaccio’ da Melfi, ch’era ‘in mente Dei’, la gente all’edificazione d’Amalfi già edificata, è pretendere una cosa affatto ridicola.”. L’Antonini (…), nella sua nota (1) a p. 369 postillava che: “(I) Eccone diverse autorità. La ‘Cronaca manoscritta Cavense’, nell’anno MXCVI parlando dell’assedio di Amalfi (di cui anche ragiona il ‘Malaterra’) dice: “Rogerius ecc…”. Poi nel manoscritto scrive “Rogerius Dux obsedit Amalphiam, & coepit eam: e nell’anno MCXXX vi si legge: “Et …………….”.

Antonini, p. 367

L’Antonini cita di nuovo il cronista d’epoca normanna Goffredo Malaterra, a p. 369, scrivendo che: “E quindi è venuto che Amalfi, siccome anche la Molpa, è stato chiamato indifferentemente ‘Melfa’ (2), Malfa, Melpa, come chiaramente si legge in Malaterra lib. 4., c. 24 nel viaggio Gerosolimitano di Pietro Tudebodo, ed in cento autori di quei secoli.”. L’Antonini, credeva che la ‘Melfi’, citata dal Malaterra, fosse la Molpa di Camerota e Palinuro. Il racconto del Malaterra, riferisce un episodio del 1057. Erano proprio gli anni in cui il normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, insieme ai suoi fratelli, iniziava ad impossessarsi di diversi territori della Calabria. Nell’anno 1058, il Guiscardo, sposerà la sorella di Gisulfo II, principe longobardo di Salerno e, nel 1065, distruggerà per la seconda volta Policastro. L’Antonini (…), a p. 367, continuando il suo racconto su Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose nostre Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto il Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (I), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi Città dello stesso Guiscardo, ed il più forte luogo, ad asilo dè Normanni, dà medesimi frescam ente edificato. (2).”. A questo punto del racconto sulla città di Melfi, o della Molpa, l’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) Agostino Inveges in quanti luoghi occorre ragionar di Melfi, sempre col nome di Amalfi lo chiama, onde gran confusione nasce.”. La notizia dell’origine di alcuni nostri paesi che, come sosteneva il Porfirio, furono: costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani”, dovrebbe connettersi, attestandosi al periodo del primo Guiscardo, alla restaurazione della sede episcopale bussentina, con la nomina a Pietro Pappacarbone, primo vescovo della restaurata sede episcopale suffraganea di Policastro. Il Porfirio (…), faceva riferimento al periodo in cui venne restaurata la sede episcopale Bussentina, diventata da quel momento Paleocastrense, con la nomina di Pietro Pappacarbone a primo vescovo della restaurata sede. I fatti narrati dal Laudisio (…) e poi dal Porfirio (…), ricorrono al tempo di Roberto il Guiscardo prima o dopo il Concilio di Melfi. L’Antonini, scrivendo di Molpa diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (“mercadanti”), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa a Scalea. Si tratta del Libro I, del Cap. XXVI, il Malaterra scriveva (v. Lo Curto, p. 71) che: Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto.”. Inoltre l’Antonini, a p. 368, in proposito a ciò che scriveva il cronista Normanno Goffredo Malaterra, diceva che: “Ed oltre a questo (locchè più importa) e che Melfi è Città edificata dopo dà Normanni. Giustifica questa verità il citato ‘Malaterra’ nel principio del ‘lib. I.’ col mostrarcene la fondazione sul cominciar del secolo XI. (Eccone le parole: ‘Sed cum fine Castro, quo se tuerentur (Normanni) essent, Castrum, quod Melfa dicitur, construxerunt. Quando all’incontro nell’Epist. 23. di S. Gregorio lib. 6, indict.14.”. Scrive sempre l’Antonini a pp. 368-369: “Quanto all’incontro nell’Epis. 23 di S. Gregorio, lib. 6, indict. 14., trovasi nell’anno 596, fatta menzione di Pimenio Vescovo d’Amalfi. Sicchè far venire col ‘Capaccio’ da Melfi, ch’era ‘in mente Dei’, la gente all’edificazione d’Amalfi già edificata, è pretendere una cosa affatto ridicola. Alquanto però diversamente narra l’edificazione d’Amalfi, ‘Marino Frezza’ (I) suo Cittadino nel ‘tratt. de subfeud. lib.I. fol. 37. poichè non fa venire i Romani da Ragusa alla Molpa, e da quì a fondare Amalfi, ma dal Cilento citeriore intorno al Silaro, che vuol dire più di cinquanta miglia ad occidente ecc…”. L’Antonini, cita di nuovo il cronista Normanno Goffredo Malaterra, a p. 369, scrivendo che: “E quindi è venuto che Amalfi, siccome anche la Molpa, è stato chiamato indifferentemente ‘Melfa’ (2), Malfa, Melpa, come chiaramente si legge in Malaterra lib. 4., c. 24 nel viaggio Gerosolimitano di Pietro Tudebodo, ed in cento autori di quei secoli.”.Anche Luca Mannellici parla della Molpa e di ciò che scrisse il cronista del tempo Goffredo Malaterra che ci parlò delle gesta dei primi Normanni. Ecco la pagina 45r originale ed inedita, per la prima volta da me pubblicata, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla del Malaterra e, di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla Molpa: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume, terra distrutta, ed altri luoghi convicini Cap. X.”.

Mannelli, p. 45r, su Malaterra, Melfi e i normanni

Il ‘casale di Amalfi’ vicino Molpa, il Ducato di Amalfi ed i legami con Bisanzio

Manbrin Roseo e le origini della città di Molpa

Il barone Antonini a p. 367, nella sua nota (2) riguardo la Molpa scriveva che: “(2) Un poco più diffusamente di questa edificazione scrive ‘Mambrin Roseo’ nel lib. 7 della ‘Storia del Regno; ma in nulla contraddice il ‘Malaterra’, nè diversamente avealo detto il ‘Collenuccio’ sul principio del lib. 3.”. Dunque, l’Antonini citava Manbrin Roseo’ e il ‘Collenuccio. Il testo è di Pandolfo Collenuccio con le aggiunte di Mambrino Roseo. Anche Matteo Camera (…) parlando di Molpa, cita Manbrin Roseo e le metamorfosi di Bernardino Rota. Camera (…) parlando delle origini di Amalfi, parlando del fiume “Melpes” (Plinio) (l’attuale fiume Lambro), a p….. in proposito scriveva che: “Oggi si ritiene solamente quello di ‘Molpa’, non conosciuti affatto gli altri nomi; e da questo ha improntato il suo nome anche un villaggio detto Molpa (I). Più diffusamente di questa edificazione ne scrisse Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis. “Quae te non fluerunt Nymphae, quae littora Molpis ? Testis erit Molpis tantae pars maxima cladis, Quam Venus in silicem vertit.”. Dunque, il Camera per l’edificazione della Molpa, del villaggio scomparso, cita Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis”. Matteo Camera si riferisce a Manfrin Roseo (…) ed alla sua Storia del Regno di Napoli ed in particolare si riferiva all’opera di Pandolfo Collenuccio (…) di Pesaro e di Mambrin Roseo di Fabriano che nel 1563 pubblicarono il “Compendio dell’Historia del Regno di Napoli di Collenucio da Pesaro”. Si tratta di “Compendio dell’Historia del Regno di Napoli, con le aggiunte di Mambrino Roseo. Il testo citato dall’Antonini è di Pandolfo Collenuccio (…) che si presenterà più tardi, nel………. con le ‘Aggiunte’ di Mambrino Roseo (fino al 1556), Aniello Pacca (fino al 1562) e Tommaso Costo (1610). Nel 1613 quest’ultimo dava alle stampe per l’editore Giunti di Venezia tutti i testi precedenti con sue personali annotazioni e aggiunte. Anche Matteo Camera citava il testo del Collenuccio con le aggiunte di Mambrino Roseo, pubblicati fino al 1556. Il Camera, riguardo il vecchio villaggio abbandonato della Molpa cita il libro VII (7). Antonini e Camera citano il Libro III° che inizia a p. 52. Il capitolo (libro III), del Collenuccio, non parla di Melfi o della città di Molpa vicino il Lambro ma si riferisce a Melfi in Basilicata ed alla presa del potere dei Normanni con Roberto il Guiscardo.

La Molpa nella ‘Cronaca di S. Mercurio’

Matteo Camera (…) a p. 11, nella sua nota (2), postillava che: “(2) ‘Molpe’ ancora è il nome di una delle nostre Sirene, e nei secoli di mezzo ‘Molphe’.”. Il Camera a p. 12, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Presso l’autore della Cronaca di S. Mercurio.”. Sempre il Camera a p. 12, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini la Lucania tom. I., part. 2 disc. 7 pag. 365.”. Interessante è la citazione della ‘Cronaca di S. Mercurio‘ di cui ho parlato ivi in un altro mio saggio. A questa antica Cronaca medievale si rifà più volte l’Antonini che dice di averla vista e avuta da Agostino Carbone di Centola. Il Camera, riporta una notizia riferita dalla ‘Cronaca di S. Mercurio, citata anche dall’Antonini. Il Camera a p. 12 in proposito scrive che: Oggi ritiene solamente quello di ‘Molpa’, non conosciuti affatto gli altri nomi; e da questo ha improntato il suo nome anche un villaggio detto Molpa (I).”. Dunque, la notizia di un villaggio detto ‘Molpa’ proviene da questo ‘Chronicon’. Nicola Corcia, dunque, a p. 58, del suo vol. III, dopo aver parlato di alcuni scrittori antichi che dicevano di Molpa, in proposito scriveva che: “Ma a questi scrittori era ignota la testimonianza di un Cronista, il quale della città di ‘Molpa’ ragionando, attribuendone la fondazione à ‘Pelasgi Tirreni (3), situavala presso il porto di Palinuro all’oriente, e propriamente alla distanza di un miglio dal descritto porto, nel seno della ‘Molpa’. Ed io non dubito che una buona tradizione, così scrivendo, si conservasse, ecc..”. Il Corcia (…), a p. 58, del suo vol. III, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Chronicon S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 71.”. Infatti, l’Antonini (…), nella sua II edizione (Tomberli, 1795), della ‘La Lucania’, Discorso VI, p. 71, citava l”Autore’ della ‘Cronaca di S. Mercurio‘, e riporta un suo passo, dicendo: “Eccone le di lui parola così come sono rozzamente scitte: ‘Prope istum portum a parte Orientis est Civitas Molpa, quam edificaverunt in loco altissimo, et dirupo super mare temporibus antiquis Pelasgi, et Tireni de genere greco, ob comoditatem maris; quia illli erant omnes naute, et vivebant de preda maris, et in hunc diem omnes habitatores prelibate Molpe sunt Greci.’. Ecco che (secondo questo Monaco scrive) nella Molpa furono e Pelasgi, e Tirreni, ecc..”Troviamo una prima citazione a p. 69, dove l’Antonini (…), parlando delle origini della Lucania, in proposito scriveva che:

Antonini, p. 69

(Fig….) Antonini (…), ‘La Lucania’, I edizione 1745, Parte I, p. 69 (stessa cosa II ed., p. 70)

Il Corcia, dissertando sull’origine Pelasgica di Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano): “E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Interessante è la citazione di Pietro Ebner (…), nel vol. II , a p. 172, quando nella sua nota (12), postillava che Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa.”. Credo che l’Ebner (…), nella sua nota (12), si riferisca a Giacomo Racioppi (…), che nel 18…., scrisse ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, dove, secondo l’Ebner (…), riteneva falsa la ‘Cronaca di S. Mercurio’, di cui parlava l’Antonini. Rileggendo l’edizione del 1902, del Racioppi (…), il vol. I, p. 132, non abbiamo trovato nulla in proposito. Nel vol. II del Racioppi (…), a p. 72, Cap. III (e ci troviamo con Ebner), abbiamo trovato solo la citazione di Molpa, quando parla della città Lucana di Melfi. Il Racioppi, parlava di Sibari, e delle sue colonie in Lucania, ma non ci sembra dica nulla sulla ‘Cronaca’ citata dall’Antonini. Il Racioppi (…), ci parla di una ‘bolla’ che lui ritiene spuria ma lo dice a p. 132, ma nel suo vol. II, dove in proposito scriveva che: “Altri sprazzi di luce ci verranno dall’esame di altre carte. La bolla, per le suscitate controversie famosa, che eleva ad Arcivescovo di Acerenza il vescovo Arnoldo, mentre gli conferma la dipendenza di parecchie città della diocesi, accenna anche a monasteri e “pievi e parroccie” greche e latine, ecc..” e poi nella sua nota (1), postillava che: “Presso Ughelli, Italia Sacra, VII, fol. 25, ma di scorrettissima lezione. – Ricorretta sul testo, in parte, ap. Di Meo, Ann. crit. diplom. ad ann. 1068, 7, che la crede spuria. Ma la dubbia autenticità sua non distrugge il fatto, per cui è citata nel testo.”. L’Antonini (…), a p. 396, cita di nuovo la ‘Chronica’ del “Monaco di S. Mercurio” e, dopo aver parlato di ciò che aveva scritto il Cluverio, sulla Molpa, scriveva che: “..cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio, dice che ancora in Bussento mostravasi: ‘Ruinosa domus, ubi natus est Imperator Libius Severus’.”. Dunque, qui l’Antonini, citava il passo della ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, quando nel IX secolo (l’Antonini credeva che detta ‘Chronaca’ manoscritta fosse stata scritta dal monaco nel IX secolo), egli parlava della ‘domus’ (villa o casa) dell’Imperatore Livio Severo, sita nella città scomparsa della Molpa, notizia che sia il Corcia (…) che il Cammarano (…), destituiscono di ogni fondamento. Tuttavia, devo precisare che il Cammarano, rispetto a dette notizie riferite dall’Antonini (…), sulla scorta della citata ‘Chronicon’ di S. Mercurio, vennero messe in dubbio da autori come il Corcia e il Racioppi e poi in seguito da Mario Napoli, che invece scoprì la sede della colonia Eleatica, proprio ripercorrendo alcuni passi di Pietro Ebner (…), che aveva ivi individuato il sepolcro dei resti dell’apostolo Matteo. Il nipote di Antonini (…), Francesco Mazzarella Farao, nella sua opera postuma sulla “La Lucania” (II ° edizione del 1795), nella parte II, a p. 367, del Discorso VII, della sua ‘Lucania’, che, in proposito alla città scomparsa di Molpa, scriveva che ne parlava anche il monaco di S. Mercurio. Pietro Ebner (…), a p. 172, nella sua nota (13), postillava che: “(12) L’Antonini (cit. I, p. 372 sg.), trascrive un brano della ‘Cronaca di S. Mercurio’: Belisario ecc..”. Infatti, l’Antonini (…), nella II edizione della sua ‘La Lucania’, di Mazzarella Farao, parte II, p. 372, in proposito scriveva che:

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(Fig…) Antonini (…), II edizione della ‘La Lucania’, parte II, p. 372

Antonini (…), a p. 132, parlando delle origini di Molpa, citava il ‘Chronicon’ del ‘Monaco di S. Mercurio’ ed in proposito scriveva che: “Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna, a cagione di quel pagamento, che loro si faceva, chiamato ‘DACIUM’ dal ‘Monaco di S. Mercurio’; ecc..”. L’Antonini (…), a p. 368, parte II, II edizione (1795), lo chiama “il Monaco di S. Mercurio”, ed in proposito scriveva che: “E ‘l ‘Monaco’ di S. Mercurio dice di più. che a suo tempo gli abitatori eran Greci. Perchè fosse stata così chiamata, taluno ad alto principio attribuire il vorrebbe, e dinominarla da tempo erettovi a ‘Molpia, ed a Ippone, figlie di Scedaso Beozio, da Paratamida, Putarchida, e Partenio, che l’avevano per forza conosciute, simile all’altro, di cui Pausania fa menzione nè ‘Beotici’ (3): o da Molpi, che per lo bene della patria si offrì ad offere, come fu a Giove sacrificato: ma io mi contenterò meglio confessare di non sapere l’origine di cotal nome, che prenderlo da favole, o da storie niente quì confacenti; tanto più che ‘l nome di Molpa l’è venuto dopodicchè andò in dimenticanza l’antico verace di Bussento. “. Antonini (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini cita il ‘Mambrin Roseo’ nel lib. 7 della Storia del Regno e cita il ‘Collenuccio’, sul principio del lib. 3., e poi cita anche ‘Plutarco’ nella vita di Pelopida. “. L’Antonini (…), nella sua I edizione della ‘Lucania’, pubblicata nel 1745, ed. Gessari,, a p. 408, parte III, Discorso IX, parlando della città scomparsa della “Molpa”, in proposito scriveva che: “;….e così ancora circa il nono  secolo (di quando crediamo, che sia la Chronaca di S. Mercurio), vedendosi ancora nella Città ‘ruinosa domus’ , in cui era nato l’Imperador Libio Severo, ci fa credere che, non fosse del tutto desolata: e che la total sua ruina accadesse, come sopra detto abbiamo, nel MCDLXIV.”. Dunque, qui l’Antonini, citava il passo della ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, quando nel IX secolo (l’Antonini credeva che la detta ‘Chronaca’, manoscritta, fosse stata scritta dal monaco nel IX secolo), egli parlava della ‘domus’ (villa o casa) dell’Imperatore Livio Severo, sita nella città scomparsa della Molpa, notizia che sia il Corcia (…) che il Cammarano (…), destituiscono di ogni fondamento. Tuttavia, devo precisare che il Cammarano, rispetto a dette notizie riferite dall’Antonini (…), sulla scorta della citata ‘Chronicon’ di S. Mercurio, vennero messe in dubbio da autori come il Corcia e il Racioppi e poi in seguito da Mario Napoli, che invece scoprì la sede della colonia Eleatica, proprio ripercorrendo alcuni passi di Pietro Ebner (…), che aveva ivi individuato il sepolcro dei resti dell’apostolo Matteo. L’Antonini (…), a p. 132, parlando delle origini della Molpa, e riferendo diverse notizie storiche, citava la ‘Cronica’ del Monaco di S. Mercurio ed in proposito scriveva che: “Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna, a cagione di quel pagamento, che loro si faceva, chiamato ‘DACIUM’ dal ‘Monaco di S. Mercurio’; ecc..”. L’Antonini (…), a p. 368, parte II, II edizione (1795), lo chiama “il Monaco di S. Mercurio”, ed in proposito scriveva che: “E ‘l ‘Monaco’ di S. Mercurio dice di più. che a suo tempo gli abitatori eran Greci.. Antonini (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini cita il ‘Mambrin Roseo’ nel lib. 7 della Storia del Regno e cita il ‘Collenuccio’, sul principio del lib. 3., e poi cita anche ‘Plutarco’ nella vita di Pelopida. “.

L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a pp. 176-177-178 riferendosi alla città della Molpa, che egli crede essere stata la città vescovile di Bussento, in proposito scriveva che: “Fu Bussento la prima volta destrutta da Belisario Capitan dell’Imp. Giustiniano, allorche la seconda volta da Sicilia, contro Totila Re de’ Goti venne in Italia circa l’anni 541. Di questa destruzione, col nome di Molpa parla la ‘Cronica di San Mercurio’, presso l’Antonini, par. 2, Disc. VII: “Belisarius etc….”. O in questa destruzione, o allorche fu la Città da’ Goti occupata, dov’è il Vescovo abbandonarla, o per ragione della distruzzione, o perchè i Goti erano eretici seguaci di Ario; e perche tra i migliori luoghi della sua Diocesi, era la città di Policastro; percio ivi dov’è egli ritirarsi; quindi dopo la di lui morte, scrisse San Gregorio etc…”.

La Molpa e Raffaele Maffei detto il ‘Volaterrano’

Come possiamo leggere nella mia trascrizione delle pagine del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…) in cui egli parla di Molpa e della città di Melfe, di cui mi scuso per eventuali omissioni o errori (alcuni termini non sono ben comprensibili), egli cita alcuni autori come il Carafa (…), la cronaca Amalfitana (…), la cronaca di Montecassino (…), la cronaca di Guglielmo di Puglia (Guglielmo di Aix) (…), Leandro Alberti (…), Fabio Magini e la sua carta geografica “Tavola in piano di quella Provincia”, la Bolla di Alfano I (…), la cronaca del “Volaterano (…), del Mazzella (…). Autori questi che cercherò di citare e parlare in questo mio saggio. Per “Voleterrano” il Mannelli intendeva il “Volterrano” (…), nome di cui era appellato Raffaele Maffei (Maffeius Raphael) (…), nel 1559 pubblicò il suo “Commentariorum vrbanorum Raphaelis Volaterrani, octo et triginta libri, accuratius quam antehac excusi, praemissis eorundem indicibus secundum tomos ut ab autore conscripti fuerunt: quibus accessit nouus, res ac uoces in philologia explicatas demonstrans, quo superiores editiones carebant hactenus. Item Oeconomicus Xenophontis, ab eodem Latio donatus”. Rocco Gaetani (…) a p. 11, riferendosi a Bussento, in proposito scriveva che: “Carlo Stefano nel suo ‘Dizionario – storico – gografico – politico’ diè vita agli errori del bizantino ed aggiunse di più essere il Bussento un paese nel seno di Posidonia, ed un paese della Lucania ad ‘Laum fluvium; (3) il Valaterrano nei ‘Commentari delle città’ lo stabilì fra Squillace e Metaponto; (4). Ecc..”. Rocco Gaetani (…) a p…., nella sua nota (4) postillava che: “(4) Commentarium Urbanorum Raphaellis Volaterrani, octo et triginta libri. pag. 70. “Deinde (post Veliam) promontorium Palinurus et Pyxuntes, qui etiam et portus et amnis est. Ex altera parte a Scyllaceo usque Metapontum Buxentum civitas”.”.

La Molpa nel cap. X del ms. “Lucania sconosciuta” di Luca Mannelli

Il Mannelli nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ne a me altro resta da dire, se non che così distrutta etaterrato, pure dagli Scrittori si ricorda tanto l’essere stata culla del nome Amalfetano gli diede fama, quantunque Antonio Magini situarre Amalfi ecc..”. Si tratta di frammenti del manoscritto inedito ‘Lucania sconosciuta’, scritto dal padre maestro Agostiniano Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conservava in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine. Oggi il manoscritto è conservato a Napoli, alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, nella Sezione Manoscritti, con la seguente collocazione: XVIII, 24 – cc. 47-51. Il Bracco (…), nella sua nota (59) a proposito del Mandelli, lo scriveva. Il Bracco (…), dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Il manoscritto del Mannelli (…), è rimasto inedito ed introvabile per molto tempo. Si tratta di un esemplare proveniente dalla Biblioteca del Museo di San Martino, ms. S. Mart. 371. Il manoscritto del Mannelli viene citato anche dal Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che dice: “Lucania sconosciuta, (ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51).”. Arturo Didier (…), scriveva in proposito: ”la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un dianese ecc..ecc..”. La ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (…), è stata molto rapportata da Costantino Gatta (…), nel suo ‘La Lucania illustrata ecc..’, edita nel 1723, per i tipi di Antonio Abri a Napoli. In seguito, nel 1743, il figlio Giuseppe Gatta (…), pubblicò l’opera postuma del padre, nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, dove, nel suo capitolo IV, a p. 292, parlando di Camerota, in proposito alla Molpa, scriveva che: “oltre di ciò è famosa e, chiara per le memorie delli porti di ‘Palinuro’, e delle rovine, del Castello di ‘Molpa’, ricordato da ‘Plinio’ e dall’Alberti’.”. Poi scrive del ‘Monistero dè Cappuccini’, fabbricato in amenissimo sito, donde godonsi le vaghe prospettive del mare ecc..”. Li vicino, infatti vi era il Monastero di S. Iconio, di cui ho già ivi parlato in un altro mio studio. Ecco le due pagine 42r 43v originali ed inedite del manoscritto di Luca Mannelli (…), che riguardano il Cap. X sul “Promontorio di Palinuro e la città di Molpa”. Sulla Molpa scrisse pure Luca Mannelli (…). Ecco le pagine 44v e 45r originali ed inedite, per la prima volta da me pubblicate in un altro mio saggio, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla dell”Anonimo Salernitano’ e di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla ‘Lucania sconosciuta’ sulla Molpa. Ecco le pagine originale ed inedite, per la prima volta da me pubblicate, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla del Malaterra e, di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla Molpa: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume, terra distrutta, ed altri luoghi convicini Cap. X.”. Qui pubblico le pagine nn. 43r, 44v, 44r, 45v, 45r, 46v del manoscritto del Mannelli (…), conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, con la segnatura Ms.XVIII.24. Luca Mannelli (…), in proposito così scriveva che: “Ma più divenne famoso poi per aver quindi ricevuto il nome quei gloriosi Romani, ritornati da Ragusa in Italia che quivi dimorando Melfitani e poi Amalfitani con (?) gran potenza furono appellati. Già fu accennato altrove, che questi primitivi dell’antica Patria, per andare a Popolare la nuova Roma, edificata da Costantino, trattenuti dal Naufragio, che gli costrinse a fermarsi in Ragusa, donde dopo cinque anni si rivolsero ritornandosene in Italia, e quivi giunti si risolsero di più non passar oltre, havendosi edificata una Terra, che dal mome di fiume, chiamarono Melphi dicebatur, Palinuri concedisse Melphim edificasse ac Romano nomine relitto Melphitanos uel Amalphitanos dictos. Già di questo discorsi altrove, ma perchè nonostante che sia affermato da molti grandi Scrittori e soprattutto dalla Cronica stessa Amalfitana, pure si trovò sta cennato ingegno, il quale poco prattico d’antichità si sforzò di mostrare, che non da questo Melfi hoggi di picciolo grido ma dalla Città famosa di tal nome presso il Monte Vulturno confine della Lucania verso la Puglia di Amalfitani prendessero le denominate sase mio peso difendere la gloria di questo Melfe, o fiume, o terra presso di Palinuro, potendosi nel vero recare a gran fortuna l’haver dato nome e ricetto ad Hospiti cotanto nobili e degni. Alle invasioni di gente guerriera quivi vi andarono fermandesi perpetua sede adornande quei scoscesi luoghi ecc… che dall’antica patria dissero Melfi, i poi Malfi, e poi Amalfi chiamata. Quindi ordinarono lo Stato ………., fondando quella Repubblica, che poi divenne tanto ricca e potente, poiché ammandandosi sempre nella marittima, erano poderosi nelle Armi e famosi nella mercantia, non meno che nei tempi moderni  gli Olandesi si scorgono ecc….gli Amalfitani ….la gran perizia di essi che ne cantarono Guglielmo Pugliese antico poeta fra quelli di mezza età. E’ dunque da notarsi quanto scrisse l’Anonimo Salernitano Autore non pure veritiere ma vicino di tempo e di loco che gli Amalfitani intorno a di loro origine. Dice dunque egli che curioso di rinvenirla, usò gran diligenza, dimandandone i più saputi di loro, e facendone diligente vicenda nelle antiche scritture, e finalmente ritrovò che in tal mededo avvenisse Patrizi da Roma gl’Imperador Costantino e di Senato e quanto vi era di maestoso in quella gran città …….nella Tracia per fondare su le ruine dell’antica Bisantio una nuova Roma, che dal suo nome Costantinopoli fu detta imbricando e con la nave, e ad esempio altri più degni cittadini di seguirlo. Per questi alcuni imbarcatesi sopra due grossi navigli a quella volta navigarono, ma nel viaggio assaliti da fiera tempesta naufragarono presso Ragusa, ma con tale accanimento che fatta partire dei legni, e robbe, tutte le persone si salutarono. Non havendo dunque modo di ritornare le navi,…………..quivi fermarsi havendo ritrovato modo cortesi ai loro bisogni i Ragusei, che gli donarono quanto loro facevasi di mestiere, nonché luoco per habitarvi. Appresso da esso l’industriarsi i traffici marittimi e con tal fortuna gli esercitarono che in un processo di tempo in odio quella primiera gentilezza, come l’agrandimento di quei forestieri fusse loro perduta, si che non potendo darsene pace, cominciarono ad opprimerli con diverse angherie. Non sopperirono alla lunga i ……….quei maltrattamenti e risoluti quindi partirsi occuparono le Navi de Nimici et Barcatisi le Mogli, et i figliuoli con quanto havevano loro dispetto scilsero dal Porto di Ragusa, e verso Italia dirizzarono le prore, e con felice corso giunsero in queste Spiagie, e ritrovandole vote (vuote) di habitatori vi si fermarono, e dal luoco chiamato Melfi, Melfitani furono appellati essendo sempre per l’odierno detti col nome originario Romani. Insorta poi turbolenze in questi paesi, non poterono più dimorarsi questi sottoposti a diversi insulti laonde quindi dipartirsi  se ne vennero in Ebboli, dove in processo di tempo pure sperimentarono le medesime oppressioni, per lo che ecc……….Facendo ritorno al principio dell’Historia donde la grandezza di rigogliosa Ragusa slicami ha rispostato. Nel ritorno che ferono da Ragusa come pure sognare questo nuovo ritorno, che andassene quei Romani a Melfi di Puglia, essendo questa città lontana più di quaranta dall’adriatico Mare, e molto più dal tirreno …….sbarcarono in qualche riviera di quelle, ma dove e come poterono ritrovare in quelle spiagie tante civette, e bestie da soma per trasportare in si lontano luoco le Mogli et i figliuoli, e le loro case, già dice l’Historico essere partiti da Ragusa Cum Uxoribus et natis comunque super …………………Che cosa fecero dette loro Navi forse le lasciarono in abbandono sarebbe stata follia, poiche con quella per …….dei trafichi si procacciavano il Vitto, e poi furono instromessi di ogni loro grandezza. Non abbandonarono dunque le navi nelle spiagie dell’Adriatico per andare a Melfi di Puglia, che non avevano che fare anzi per segno non vi era come dirò hor hora, ma con quella approdarono al Fiume Melfe della Lucania, e quivi si fermarono attendendo à loro trafichi consueti, havendone già assaggiati gli utili mentre li esercitarono in Ragusa. Dissi che colui il quale sognò l’andata e la dimora di quei Romani a quell’altro Melfi, fuste poco i……..nell’antichità, mentre dimostrerò che tal città non i era ma che molti secoli appresso fù da Normandi edificata, e fatta Regia di tutto il dominio loro so che il Carafa, et altri con lui credessero fusse antica città, mentre scrisse che essendo città naturalmente forte, e ben munita i Normandi la cinsero d’assedio, e finalmente la necessitarono alla resa. Ma di ciò accusar (?) si deve quel Nobile Historico, perché pensò fondassi sopra la Cronica di Montecassino, nella quale si legge di essi Normandi Melphide (?) primitu que caput et janua totiu nidetus Apulie adeunt et sine aligua controversia capiunt. Ma dicesi  dalla Cronica capo, e Posta (?) di Puglia per lo sito, come si vidde perche quindi entravero a fare acquisti si postentesi, havendoni edificato un forte Castello per loro ricovero e sicurezza e poi ampliato in città grandiosa, non già perche ritrovata ui havessero altra habitatione, che un piccolo Borgo fattoni pochi anni addietro da Basilio Imperatore inughito (?) quel sito sorto, et opportuno a dar legge alla Puglia. Di ciò non voglio che ne stiamo alla fede del Volaterano, da chi fu detta Guglielmy cognomento. Veggosi le ruine di Melfe distrutto dai Corsari, come volle Leandro, o pure Belisario, come scrisse il Mazzella, e col nome d’Amalfi vecchio viene sograto da Fabio Magini nella sua Tavola in piano di quella Provincia, nè a me altro resta da dirne, se non che così distrutto, et atterrato, pure dagli Scrittori si ricorda tanto l’essere stata culla del nome Amalfetano, gli tiene fama quantunque Fabio Magini scrivesse Amalfi vecchio di là dal fiume Melfe, vicino il Promontorio Pissunte o di Policastro, del quale si dirà appresso, ma non dobbiamo però noi allontanarsene, mentre gli altri s’accordano in dire che fusse questa Terra presso le ripe del già detto Fiume, dal quale fu denominata. Credesi, che dalle uine di Melfe sorgesse Camerota, Terra assai buona in questa riviera, distante dal fiume Melfe che penserei, che più tosto fusse accresciuta da gli habitatori, che scamparono dalla depredataMelfe, e mel persuade l’antichità di Camerota, havendo da molti inteso essere così antica che non si può rinvenire il principio della sua fondatione, quantunque detta non ne habbia memoria più remota, che dall’anno 1079 in una Bolla di Alfano Arcivescovo di Salerno il quale con autorità del Papa, riergento i Vescovadi in questi paesi già caduti con le primiere Città per l’invasione de Saraceni, determinando le terre, che dovevano soggiacere alla cura del nuovo Vescovo di Policastro già detto Bussento nel secondo luoco nominò Camerota nella parte d’Oriente, dicendo in parte Orientis Omnia Castra cum ipsa Civitate Buxentina que modo Palecastru vocatur, scilicet Castellu de Madelmo Camarota, etc.”.

Mannelli, p. 43v, sul fiume Molpa

Mannelli, p. 44r, su Molpa e le origini di Amalfi

Mannelli, p. 44v, su Molpa

Mannelli, p. 45v, su Amalfi le origini e Molpa

Mannelli, p. 46v, su Molpa ancora e Amalfi

(Fig….) ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito di Luca Mannelli (…), Libro II, Capo X, le pagine nn. 43r, 44v, 44r, 45v, 45r, 46v, inedite, per la prima volta pubblicate (Archivio digitale Attanasio)

Come possiamo leggere nella mia trascrizione delle pagine del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…) in cui egli parla di Molpa e della città di Melfe, di cui mi scuso per eventuali omissioni o errori (alcuni termini non sono ben comprensibili), egli cita alcuni autori come il Carafa (…), la cronaca Amalfitana (…), la cronaca di Montecassino (…), la cronaca di Guglielmo di Puglia (Guglielmo di Aix) (…), Leandro Alberti (…), Fabio Magini e la sua carta geografica “Tavola in piano di quella Provincia”, la Bolla di Alfano I (…), la cronaca del “Volaterano” (…).

Giulio Cesare Capaccio e la Molpa

L’Antonini (…), a proposito di Molpa, a p. 368, in proposito scriveva che: “‘Giulio Cesare Capaccio’ nella ‘Stor. Napoli. lib. I. cap. 14. pretende togliere dalle parole della ‘Cronaca’ quella di ‘Palinuri’; parola, che  a meraviglia distingue il luogo della nostra Molpa un miglio da Palinuro lontana. Forse non sapea (ma non era tanto dabbene) dove mai fosse stata questa ‘Melpes’ appresso tanti Autori nota, e parvegli dover credere che fosse Melfi à confini con la Puglia, senza considerare che questa è mediterranea, e vi volea tutto il valore degli Argonauti per prtare le navi colà;….”. Riguardo questo autore citato dall’Antonini, Guilio Cesare Capaccio (…), pare che l’opera sua a cui si riferisca l’Antonini sia “Neapolitana Historia”. Giulio Cesare Capaccio (…), nel 1771 pubblicò il testo a stampa di “HIstoria Neapolitana” e ho visto che parla della fondazione di Amalfi nel cap. XIII a p. 150 del libro II:

Capaccio, p. 150, lib. II

Il Troyli e la Molpa

Mons. Troyli, insieme al barone Antonini furono tra i primi a comporre una storia strutturata dei nostri luoghi. Il Troyli (…), nel suo “Istoria generale del Reame di Napoli, ecc…”, parla dei nostri luoghi nel Tomo (Vol.) I, Parte II, cap. VI, da p. 129 e s.: “De Luoghi primarj dell’antica Lucania”, dove ci parla di Pesto, Velia e Bussento (vol. I, parte II, p. 135):

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(Fig…) Troyli (…), vol. I, parte II , p. 135

LA MOLPA NELL’INDAGINE CARTOGRAFICA E NEI GEOGRAFI

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(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…).

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(Fig….) L’Italia nel Codice Veneziano Marciano greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…), particolare delle nostre coste e dei toponimi (Archivio Storico Attanasio)

Cattura

(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco.

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(Fig….) L’Italia annessa al Codice greco Vaticano Urbinate greco 83 – particolare delle nostre coste e dei toponimi citati

La ‘Molpa’ (“a b u l ì a h “ (Molva), nel più antico libro conosciuto, del 1154, il ‘Libro di Re Ruggero’

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (…), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (…), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita alcuni toponimi locali tra cui Molpa, Policastro e il porto Sapri. Rileggendo il testo di al-Idrisi, ci siamo accorti che……………….. Il “Libro di Re Ruggero”, è datato dagli studiosi all’anno 1154 e, descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Fu redatto nel 1154, da al-Idrisi, geografo di re Ruggero II d’Altavilla. Secondo i due studiosi Amari e Schiapparelli (….), il geografo arabo al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo scrive della Molpa, forse del suo porto.

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(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi

Abbiamo ritenuto di indagare ulteriormente su questa vicenda in quanto crediamo che vadano ulteriormente approfondite alcune fonti e notizie in merito, come ad esempio la citazione di un toponimo arabo che dovrebbe indicare il luogo di Molpa, o un luogo vicino ad esso. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (…), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (…), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche la Molpa. Secondo i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (…), al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo. La notizia, fu data per la prima volta dagli studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto nel loro “Pixous-Policastro” (…), che parlando del Volpe (…) e delle mura di Policastro Bussentino al tempo dei Normanni del Roberto il Guiscardo, confermavano la notizia di solide mura e fortificazioni a Policastro, nel testo scritto in arabo del Libro del Re Ruggero del 1154, che descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Il testo arabo del 1154, del geografo al-Idrisi, cita anche lo scalo marittimo di Molpa. Secondo la traduzione del testo in arabo di al-Idrisi, del 1154, i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (…), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’,

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(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi

Michele Amari e Schiapparelli (…), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’, nel 1876-77, a p. 97, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, a p. 97, parlando del ‘3 scompartimento e del V clima’, scrivevano in proposito che: “Da Castellammare a b u l ì a h (6) (Molva) tredici miglia. A quella volta si…” . Michele Amari e Schiapparelli (…), a p. 96, nella loro nota (6) di pag. 96, postillavano che: “(6) A, fùliah. Nel testo a p. 106 abbiamo m u l ì a h che può, levando un sol punto, cambiarsi in m ù l b a h ossia Molva, oggi Casal di Molva. Ivi il fiume Mingardo è chiamato “fiume di Molva”.”.

Amari e Schiapparelli, p. 96,,,

Amari e Schiapparelli (…), proseguendo il loro racconto a p. 97, scrivevano che: “…dirige il wàdì sant sim.ri (1) (“fiume San Severino”, fiume Mingardo) e là la mette a mare. Da Molva a b.lì qust.rù (Policastro), ecc..”.

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(Fig….) Amari e Sciapparelli (…), Note bibliografiche al testo di pag. 96

Amari e Schiapparelli (…), a p. 97, nella loro nota (1), postillavano che: “(1)………………………

Amari-chiapparelli, p. 97, note.PNG

(Fig….) Amari e Sciapparelli (…), Note bibliografiche al testo di pag. 97

La ‘Molpa’, nel più antico portolano conosciuto (secolo XIII)

Si tratta del più antico portolano conosciuto, relativo alla totalità del Mediterraneo che sino ad oggi sia stato rinvenuto. Lo studioso medievalista Bacchisio R. Motzo, nella sua opera (Fig…), scriveva in proposito: “Il Compasso de navegare è un’opera italiana composta tra il 1250 e il 1265 all’incirca, in due parti che si completavano a vicenda: il portolano, cioè la guida scritta, per navigare nel Mediterraneo, e la carta nautica del Mediterraneo stesso”. Il Motzo, lo fa risalire alla metà del Duecento sulla base di confronti filologici con altre versioni dello stesso testo  nello stesso periodo della guerra del Vespro e della partecipazione genovese alle operazioni militari (…), infatti, il testo scritto in latino volgare, si apre con l’indicazione: “In nomine Domini Nostri Iesu Christi, amen. Incipit Liber Compassuum MCCLXXXXVI. de mense ianuari fuit inceptum opus istud”. Ma si tratta della data della copia; il testo primitivo del Compasso, secondo il Motzo, sarebbe stato composto quarant’anni prima, esattamente tra il 1250 e il 1265. Rispetto all’originale, il testo presenta tutta una serie di aggiunte minori, di ampliamenti e rifacimenti, oltre a contenere non pochi errori dovuti alla trascuratezza dei successivi copisti e all’aver in più la descrizione delle coste del Mar Nero. Recentemente, ho potuto esaminare de visu l’opera originale medievale annessa al Codice Hamilton 396, (Fig….), conservata alla Biblioteca Municipale di Berlino e, quì riportiamo la pagina 17r del testo medievale (che riguarda le nostre coste), che pubblichiamo le due fotoriproduzioni delle due pagine originali (Fig….) tratte dal Codice Hamilton 396 e, fotografate dalla mia amica fotografa Claudia Obrocki, su cortese autorizzazione immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino (…). Cosa dice il testo originale medievale delle pagine n. 16r e n. 17r del Codice Hamilton 396 (Figg…..)?. Recentemente la studiosa Alessandra Debanne (…), ha rivisto e tradotto, il testo pubblicato dal Motzo (Fig….), pubblicandolo in un suo testo dove cura la traduzione del testo medievale del Codice Hamilton 396 (Figg…..), del testo scritto originale in una gotica minuscola libraria della fine del secolo XIII. L’immagine di Fig…., illustra la traduzione della pagina n. 17r del ‘Lo Compasso de navegare’ (…): Capo d(e) Mene(r)ba. Primariamente d(e) Menerba a Salerno xxx mil (lara) / p(er) greco verlo levante. De Salerno a lo capo de la Li/cosa l mil(lara) entre mecco dì e sirocco. De Licosa /20/ al capo de Palanua l mil(lara) p(er) sirocco ver lo leva(n)te. / De Palanuda a Panicastro xxv mil (lara) per greco v(er)lo levante. De Panicastro a Scalea xxv mil(lara) per / mecco di ver lo sirocco. Sopre Scalea à I° isola ecc…ecc..” (…, pag. 17r) (Fig….).

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(Fig…..) Codice Hamilton 396 – pagina 16v (‘Lo Compasso de navegare’), anonimo, gennaio 1296 (originale). Foto di Claudia Obrocki, 2017, su cortese autorizzazione immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino (…).

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(Fig….) Codice Hamilton 396, pagina 17 r del ‘Compasso de navegare’, anonimo, gennaio 1296 (originale). Foto di Claudia Obrocki, 2017, su cortese autorizzazione per la pubblicazione delle immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino.

Strabone geografo e la Molpa

Strabone è stato un noto geografo. Strabone (in greco antico: Στράβων, Strábōn; in latino: Strabo; Amasea, ante 60 a.C. – Amasea ?, tra il 21 e il 24 d.C.) è stato un geografo, storico e filosofo greco antico. La Geografia (Γεωγραφικά) in 17 libri inizia con un’introduzione, nei libri I e II, in cui Strabone vuole dimostrare che Eratostene ha avuto torto a invalidare l’opera di Omero dal punto di vista geografico. I libri dal III al X descrivono l’Europa, e più in particolare la Grecia antica (libri VIII-X), mentre i libri dall’XI al XVI descrivono l’Asia Minore e il libro XVII si occupa dell’Africa (Egitto e Libia). Se la sua opera, che è il trattato geografico più ampio dell’antichità, riprende talvolta testi di diversi secoli più antichi del suo, tuttavia la sua conoscenza del diritto romano applicato nelle varie città ne fa una fonte essenziale per la conoscenza dell’inizio della romanizzazione in Gallia e nella Penisola iberica, che mostra, soprattutto nei libri III e IV, come a seguito dell’acculturazione graduale delle popolazioni, si stesse sviluppando in queste regioni una nuova, specifica cultura. A differenza della geografia tolemaica, improntata su uno studio ed una analisi più rigidamente matematiche, la Geografia di Strabone presenta un impianto più storico-antropologico. Strabone ci parla del promontorio di Palinuro nel libro VI del volume III,

Strabone

Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Rocco Gaetani a p. 11,dissertando su quanto sosteneva Mons. Nicolaio (…), sulle origini di molpa e di Pisciotta, in proposito, riferendosi a Strabone scriveva che: Il viaggiatore di Amasia, che dall’Armenia descrisse insino ai confini della Tirrenia posti dirimpetto alla Sardegna e mosse dall’Eusino a quelli dell’Etiopia, il geografo Strabone, l’autorità del quale in tel genere di cose è superiore ad ogni altra, chiaramente determina il Bussento così: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi” (segue trascrizione del testo in greco) (9). Si ponga ben mente che il greco scrittore, qui nell’assegnare i confini della Lucania marittima discende dall’occidente all’oriente; dalle foci del Silari vien giù a Poseidonia, all’Isola di Leucosia, al golfo Posidonate, a Velia; ed all’oriente, “appresso, al tergo, dietro” (nel passaggio da un luogo ad un altro, questo significato ha la particella greca ……, usata nel testo) dopo il promontorio, che dal timoniere di Enea “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”, egli il geografo, ritrova il promontorio ‘Pixo’ (…………………………), il porto (…………..), ed il fiume (………….), tutti e tre luoghi omonimi (……………………………); mentre Pisciotta trovasi situata all’occidente di Palinuro, parte opposta del Bussento assegnato tanto precisamente da Strabone, e trovasi in tali circostanze da non poterci in verun modo semplice si fu il Nicolao che si lasciò pigliare dall’apparente ecc…”. Domenico Romanelli (…), nel 1815, pubblicò la sua “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove nella Parte I, Sezione III, vol. I, da pp. 311-439 dedica alla Lucania. Il volume del Romanelli è stato poi ripubblicato da Fernando La Greca (…). Il Romanelli, a pp. 369-370-371 ecc. parla di Bussento, di Molpa, di Pisciotta ecc.. dissertando su ciò che scriveva in proposito l’Antonini e sul passo di Strabone:

Romanelli, su Mlpa, p. 369

Pomponio Mela e la Molpa

Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ipetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa.

Nel 1588, la Molpa in Leandro Alberti

Come possiamo leggere nella mia trascrizione delle pagine del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…) in cui egli parla di Molpa e della città di Melfe, di cui mi scuso per eventuali omissioni o errori (alcuni termini non sono ben comprensibili), egli cita alcuni autori come il Carafa (…), la cronaca Amalfitana (…), la cronaca di Montecassino (…), la cronaca di Guglielmo di Puglia (Guglielmo di Aix) (…), Leandro Alberti (…). Su Leandro Alberti ha scritto pure Rocco Gaetani (…) che confutava ciò che egli aveva scritto su Bussento. Singolare è ciò che scrive Saverio Gatta (…), figlio di Costantino che nel 1732 pubblicò postumo “Memorie topografiche storiche della Provincia di Lucania” del padre Costantino. Il Gatta, figlio a p. 290, nel cap. IV: “Della Terra di Camerota, ed altre memorie”, solo in questo caso accenna al “Castello della Molpa” e, parlando di Velia e dell’adorazione di Cerere, in proposito scriveva di Camerota e diceva che: “In qual tempo caduta ella fusse dalle antiche grandezze, ……egli è involto fra oscure tenebre della dimenticanza. E’ probabile però che dalle di lei rovine, surte fussero le vicine Castella, spezialmente ‘Camerota’, Terra assai ragguardevole ……: ed oltre di ciò è famosa, e chiara per le memorie delli porti di ‘Palinuro’, e delle rovine, del Castello di ‘Molpa’, ricordato da Plinio e dall”Alberti’.”. Dunque, secondo il Gatta, il castello di Molpa era ricordato da Plinio e dall’Alberti. Rocco Gaetani (…) a p. 11, riferendosi a Bussento, in proposito scriveva che: “…………………..”. Il Nicolao (…), parlando di Pisciotta e di Bussento scriveva che: “…..Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Dunque, la leggenda della Ninfa di Palinuro deriva da una citazione di Plinio. Plinio il giovane o Plinio il vecchio ?. Leandro Alberti (…), nella sua opera “Descrittione di tutta Italia di F. Leandro ALberti, Bolognese”, pubblicato nel 1588. L’Alberti parla dei luoghi della ‘Basilicata’, a pp. 198-199, parla delle Isole delle Sirene (Leucosia), Velia (Heiela), Isole Enotrie, Pisciotta, Capo Palinuro, Molfa, ecc..

Interessante è ciò che scrisse Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Altri andarono alla vicina Centola; parte n’andò in Cuccaro nove miglia lontano, e ‘l rimanente ne’ vicini altri luoghi (siccome a ciascuno meglio tornò grado) si disperde. Non dispiaccia nuovamente riferire le parole di ‘Merola’ su di questa distruzione: “Post Palinuri promontorium, in monte, qui mari imminet, ruinae conspiciuntur Oppidi Molpae a praedonibus subversi ad Melphin fluvium praeterfluentem”. Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., onde fresca era allora la memoria di sua ruina. Fece Re Ferrante alte doglianze di questo fatto in Costantinopoli con Maometto II, ma per allora gli fù risposto: che non avendo ecc…”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

Alberti Leandro, p. 199,,,

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

La Molpa per il Merola

Il barone Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Altri andarono alla vicina Centola; parte n’andò in Cuccaro nove miglia lontano, e ‘l rimanente ne’ vicini altri luoghi (siccome a ciascuno meglio tornò grado) si disperde. Non dispiaccia nuovamente riferire le parole di ‘Merola’ su di questa distruzione: “Post Palinuri promontorium, in monte, qui mari imminet, ruinae conspiciuntur Oppidi Molpae a praedonibus subversi ad Melphin fluvium praeterfluentem”. Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., onde fresca era allora la memoria di sua ruina. Fece Re Ferrante alte doglianze di questo fatto in Costantinopoli con Maometto II, ma per allora gli fù risposto: che non avendo ecc…”. L’Antonini, parlando del piccolo e antico borgo di Cuccaro, l’odierno Cuccaro Vetere, egli scriveva che i due autori Merola (….) e Leandro Alberti, ne parlano ma non lo pongono nell’esatto luogo dove si trova. Inoltre aggiunge che Merola e Leandro Alberti scrivono di Cuccaro ma non dicono che Cuccaro figura nella donazione di Maugerio del 908. L’Antonini, citando il “Merula” si riferiva al grande geografo e storico fiammingo Paulo Merola (1558-1607), quando, nel suo “Cosmographiae Generalis” (pubblicato ad Amsterdam, Apud Henricum Hondium, 1621, p. 918), scriveva che: “Post Palinuri promontorium in Monte, qui mari imminet, ruine conspiciuntur Opidi Molphae, a Predonibus subversi ad Melphim fluvium praeterfluentem, cui meminit Plinius”, che tradotto dovrebbe significare che:  “Dopo il promontorio di Palinuro, su un monte a strapiombo sul mare, si vede in rovina il paese di Molpha;”.

La città di ‘Bussento’ secondo il Cluverio e l’Antonini

Riguardo la Molpa, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Francesco Mazzarella Farao, nella Parte II, “Discorso VII”, a p. 353 parla del capitolo intotolato “Di Palinuro, e della Molpa”, e p. 366, in proposito scriveva che: “..oggi ritiene solamente quello di Molpa: dico dopo i primi tempi, perchè l’antico suo nome fu quello di Bussento, come dirassi. Cluverio già citato nel 4. dell’Italia Antica fa di alcuni di questi nomi menzione; ma ci aggiunge tali cose (sia con buona pace di lui che han bisogno di esser corrette da chi è pratico dè luoghi, e il mostreremo da quì a poco facendo parola di Bussento.”. Sempre il barone Giuseppe Antonini (…) ed il nipote Mazzarella Farao, nella parte II, a p. 367, del Discorso VII, in proposito alla città scomparsa di Molpa, scriveva che ne parlava anche il monaco di S. Mercurio, e dopo aggiunge che: ….ma io mi contenterò meglio confessare di non sapere l’origine di cotal nome, che prenderlo da favole, o da storie niente quì confacenti; tanto più che ‘l nome di Molpa l’è venuto dopodicchè andò in dimenticanza l’antico verace di Bussento.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 92, in proposito scriveva che: “Altra più speciosa opinione ci presentò l’Antonini (1), dopo di aver censurato il Cluverio, e qualche altro. Questo autore credette assolutamente, che ‘Pyxus’ città fosse nel sito della distrutta città di Molpa, di cui abbiam parlato ecc..”. L’Antonini (…), disconoscendo ciò che affermavano il Cluverio (…) e, l’Olstenio (…), che indicavano la colonia sibaritica di ‘Pyxous’ e poi Buxenum nell’attuale Policastro, credeva che ‘Bussento’ fosse nel luogo della Molpa. Il Cluverio (…), verrà censurato dall’Antonini, per alcuni suoi errori. Filippo Cluverio (…), ci parla della Molpa, nel suo “Italia antiqua”, lib. IV, cap. 14. Ciò che scrisse Filippo Cluverio (…), fu riveduto dall’Olstenio (…), nelle sue “Note all’Italia Antiqua del Cluverio”, del 16…..L’Antonini (…), nella sua “Lucania” a pp. 330 e ss. parlando di Pisciotta dice alcune cose sia su Pisciotta che sulla Molpa:

Pisciotta, da Antonini, p. 330

Pisciotta da Antonini, p. 331Pisciotta da Antonini, p. 332

Molpa e Bussento secondo Filippo Cluverio

Un altro erudito del tempo che a metà del ‘600 scrisse un’opera rimasta immemorabile è Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italia antiqua”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (…). Filippo Cluveri, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di ‘Buxentum’. Ciò che scrive il Cluverio su Bussento a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (…), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg….). Nel 1624 e poi pure nel 1666, l’olandese Luca Olstenio o Holstenii o Holstenius, pubblicò il testo detto comunemente “Note  all’Italia antiqua di Cluverio” ma il suo vero titolo è  “Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..” (….), l’opera che l’Antonini (…) riferisce e chiama “Geografia Sacra di Carlo di s. Paolo”. L’Olstenio, nell’edizione del 1624,  pp. 266-267-288 parla e commenta le pagine 1260, Lin. 10, Lin. 12 su Pisciotta ecc.. e, Lin. 36 su Capo della Foresta del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua.

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(Figg….) Filippo Cluveri (o), ‘Italia antiqua’, 1624, p. 1263 (…).

Il promontorio e la città scomparsa della Molpa secondo Luca Holstenio

Nel 1624 e poi pure nel 1666, l’olandese Luca Olstenio o Holstenii o Holstenius, pubblicò il testo detto comunemente “Note  all’Italia antiqua di Cluverio” ma il suo vero titolo è  “Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..” (….), l’opera che l’Antonini (…) riferisce e chiama “Geografia Sacra di Carlo di s. Paolo“. L’Olstenio, nell’edizione del 1624,  pp. 266-267-288 parla e commenta le pagine 1260, Lin. 10, Lin. 12 su Pisciotta ecc.. e, Lin. 36 su Capo della Foresta del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua.

Olstenio, Pisciotta, p. 266

Olstenio, pisciotta, p. 287

Il promontorio e la città sepolta della Molpa secondo Domenico Romanelli

Domenico Romanelli (…), nel 1815, pubblicò la sua “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove nella Parte I, Sezione III, vol. I, da pp. 311-439 dedica alla Lucania. Il volume del Romanelli è stato poi ripubblicato da Fernando La Greca (…). Il Romanelli, a pp. 369-370-371 ecc. parla di Bussento, di Molpa, di Pisciotta ecc.. dissertando su ciò che scriveva in proposito l’Antonini.

Romanelli, su Molpa, p. 368

Romanelli, su Mlpa, p. 369

Romanelli, su Bussento e Molpa, p. 370

Romanelli, su Pisciotta e Bussento, p. 371

La Città della Molpa

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi. Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi. I Normanni amministrarono il territorio fino al 1189. A partire da questo anno e fino al 1268 fu sotto la giurisdizione degli Svevi, a cui succedettero gli Angioini fino al 1435. Gli Angioini potenziarono ulteriormente le fortificazioni che formava con i castelli di Palinuro e di San Severino una cinta difensiva che si rivelò di importanza vitale nella guerra contro gli Aragonesi. Le difese però non resistettero all’invasione dei pirati Saraceni, noti come Corsari d’Africa, che all’alba dell’11 giugno 1464 la rasero al suolo, facendo schiava la sua gente (coloro che riuscirono a fuggire trovarono rifugiò nell’entroterra ed in particolare a Centola ed a Pisciotta) e decretando per sempre la fine dell’abitato di Molpa. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 90, parlando di “20 – Melphes fluvius” (fiume Melpi, fiume Lambro), in proposito scriveva che: “Nasce questo fiume da una montagna due miglia al di là da ‘Cuccaro’, detto ‘Lagorosso’, …., donde il fiume con altre termine fu detto ancora ‘Rubicante’. Quindi ingrossato da altre acque si scarica in un piccolo seno, che anche di Molpa ritiene il nome. Qui nè passati tempi sopra un’erta collina si alzò una città collo stesso nome, di cui restano molti avanzi. Varie notizie ne leggiamo negli autori, e nelle cronicche dè bassi tempi, e specialmente in Malaterra, e, nell’Anonimo Salernitano. L’Antonini ha preteso provare che qui nei prischi tempi fosse qui situato ‘Bussento’, cambiato poi in Molpa, o Melope, ma quanto sia errata questa opinione sarà nel seguente articolo discusso.”. Dunque per il Romanelli, si riferiva a questa città di Molpa, la città sorta sorta un’erta collina nel mezzo del seno del fiume Lambro, allora detto Melphes e poi Rubicante, quando cita due episodi raccontati dal cronista normanno Goffredo Malaterra e dal cronista detto Anonimo Salernitano. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421);…. Nel borgo nacque l’Imperatore Massimiliano e suo figlio Massenzio; Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”, di cui parleremo in seguito. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Francesco Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 366, in proposito scriveva che: “donde dii esso sorge un’altra rupe, o sia eminenza, la quale da tre parti inaccessibile, solamente dalla banda di tramontana vi si può montare, e con difficoltà ancora, ed ha sulla cima un falso piano non molto ampio; sulla fine del quale trovasi una piccola sorgiva di acqua dolce, la quale se fosse ben tenuta, potrebbe per numero di gente bastare. Quì era fabbricata la Città, e l’immensa quantità di grossi mattoni, onde quel piano è coverto, colle vestigia di antiche fabbriche, fa vedere, che tutto era abitazione; solamente verso settentrione trovasi ancora in piedi un portico di antica struttura cogli archi chiusi modernamente, per farne un ricovero; e perciò chiamasi il Castello, che moltissime miglia da dentro terra si vede per l’altezza, in cui è posto. Come non aveva il luogo da tre parti bisogno alcuno di mura, per essere straripevoli, ed inaccessibili, così solamente da tramontana si trovano le muraglie di antichissima fabbrica da parte di in parte guaste, ed interrotte. Il sito non può esser ne più bello, nè di migliore aria, perchè da ogni parte ventilato; e sebbene abbia da oriente il fiume Mengardo, e da occidente il Melpi; essendo però ambedue di correnti limpide acque, non potranno mai fare il luogo malsano. A mezzogiorno tiene, come una deliziosissima conca, il ià descritto seno, e da tramontana gode, la veduta di lontane montagne; eppure con tutto ciò non si è trovato dopo l’ultima sua desolazione, chi si fusse arrisciato ad abitarla, per lo già sperimentato pericolo delli corsari. Dopo i primi tempi, fu la Città chiamata Malfa, Melfa, Melpi, e fino (I) Melope; oggi ritiene solamente quello di Molpa.”. L’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Nicola Corcia (…), a p. 59, in proposito scriveva che: “Delle vicende di questa città nè tempi posteriori tornerà altrove il discorso; ora dico soltanto che nel fondo del seno che dalla città stessa prese il nome di ‘Molpa’, sorge un’altra rupe, appena accessibile all’oriente, che in sulla cima ha un falso piano, sul quale la città era posta. Ivi se ne veggono i pochi ruderi con gli avanzi di un portico, del quale si chiusero poi gli archi per farne un recinto che dicesi il ‘Castello’. Essendo il luogo, naturalmente fortificato, soltanto dalla parte di tramontana era difeso da muraglie di antichissima costruzione, che in parte or si veggono abbattute ed interrotte (2). Dopo il fiume Melpi e all’occidente del castello della Molpa, più copioso di acque mette foce nel mare a non molta distanza il ‘Mingardo’.”. Il Corcia (…), nel suo vol. III, a p. 59, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini, op. cit., t. I, p. 366.”. Secondo Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 18-19 in proposito alla città della Molpa scriveva che: “Il sito della Molpa era invece probabilmente al di là dell’omonima collina, ai margini della piana, là dove, del resto, la pone la Mappa Aragonese, e più precisamente nella località indicata dalla platea del 1666 come “il Pedale della Molpa”, località che aveva “da sopra la stessa Molpa, da sotto la piana”. Il toponimo – confermato dal catasto onciario del 1753 – , che deriva dal latino “ad pedem”, indica una fascia collinare, posta in posizione più elevata rispetto alla Piana e alle falde della collina della Molpa (15).“. Il Barra a p. 19 nella sua nota (15) postillava che: “(15) La platea distingue inoltre chiaramente “il poggio della Molpa, vicino il Castello di detta Molpa”. Il catasto onciario del 1753 riporta anch’esso il toponimo “Pedali della Molpa”, ai quali affianca pure quelli di “Coste della Molpa e Scrupula” e “Soscella della Molpa”. Quest’ultimo rivela la coltivazione, tipicamente mediterranea, delle “sciuscelle”, termine dialettale che indica il frutto del carrubo.”.

La Molpa e Bussento per Rocco Gaetani

Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso. Il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli –  in questo primo suo studio (…), fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Il Gaetani, aveva pubblicato altri suoi studi teologici. E’ stato Bibliotecario dell’Archicio Diocesano di Policastro Bussentino al tempo del Vescovo Cione. In seguito pubblicherà altri scritti sulla storia di Torraca e quindi di Sapri: “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca” (…), nel 1906 e poi nel  1914, il saggio su “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” (…), ambedue ristampati a cura della nipote Rossella Gaetani. 

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Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527).

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Rocco Gaetani a p. 11, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “Carlo Stefano nel suo ‘Dizionario – storico – gografico – politico’ diè vita agli errori del bizantino ed aggiunse di più essere il Bussento un paese nel seno di Posidonia, ed un paese della Lucania ad ‘Laum fluvium; (3) il Valaterrano nei ‘Commentari delle città’ lo stabilì fra Squillace e Metaponto; (4) Balbo e con lui Frontino nell’opera ‘De coloniis’ l’assegnò fra i Bruzii; ed a farla breve il Nicolao sostenne che il Bussento fosse Pisciotta, e lo storico Giuseppe Antonini volendo dar termine ad ogni quistione chiamò fuori di ogni opinione, ricercando il Bussento colà ove sono le rovine dell’antica Molpe, città della Lucania. Ai primi, l’abbaglio dei quali è troppo manifesto, non rispondiamo, agli ultimi due, al Nicolao cioè ed all’Antonini con rispettosa critica dimostreremo che il Bussento, senza altro, bisognava investigarlo nel nostro Policastro, che tuttora si distingue con l’aggiunto di ‘Bussentino’ e che i vescovi policastrensi sono leggittimi successori dei vescovi bussentini. In prima, per qual ragione il Nicolao ricercò in Pisciotta l’antico Bussento ? (5). La ragione è nota per sè: perchè appartenendo Pisciotta alla sede di Capaccio-Vallo, la Chiesa Bussentina non sarebbe più quella dell’odierna Policastro, bensì una sede distrutta ed annessa alla Caputaquense di cui il Nicolao era vescovo. (6) Ma si può in Pisciotta ricercare il Bussento ? Non lo credo. Il viaggiatore di Amasia, che dall’Armenia descrisse insino ai confini della Tirrenia posti dirimpetto alla Sardegna e mosse dall’Eusino a quelli dell’Etiopia, il geografo Strabone, l’autorità del quale in tel genere di cose è superiore ad ogni altra, chiaramente determina il Bussento così: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi” (segue trascrizione del testo in greco) (9). Si ponga ben mente che il greco scrittore, qui nell’assegnare i confini della Lucania marittima discende dall’occidente all’oriente; dalle foci del Silari vien giù a Poseidonia, all’Isola di Leucosia, al golfo Posidonate, a Velia; ed all’oriente, “appresso, al tergo, dietro” (nel passaggio da un luogo ad un altro, questo significato ha la particella greca ……, usata nel testo) dopo il promontorio, che dal timoniere di Enea “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”, egli il geografo, ritrova il promontorio ‘Pixo’ (…………………………), il porto (…………..), ed il fiume (………….), tutti e tre luoghi omonimi (……………………………); mentre Pisciotta trovasi situata all’occidente di Palinuro, parte opposta del Bussento assegnato tanto precisamente da Strabone, e trovasi in tali circostanze da non poterci in verun modo semplice si fu il Nicolao che si lasciò pigliare dall’apparente ecc…”. Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”.

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(Fig….) Gaetani Rocco (…), op. cit., pp……..

Mannelli, su Pisciotta, p. 41r

Mannelli, su Pisciotta, p. 42v

(Fig…) Mannelli Luca, op. cit., cap. VIII, su Pisciotta, pp. 41r e 42v

Infatti, Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, del 1601 scriveva che a Camerota, i fuochi erano 183 e che molti volevano che Camerota fosse nata dalle origini di Molpa ed in proposito a p. 73, scriveva che:  “Scorgesi poi sopra un’alto monte Cammerota piccola terra, edificata (come dicono alcuni) dalle reliquie dell’antica Molpa, che poco discosto lì stà. Alquante miglia poi camminando si vede Roccagloriosa ecc…”. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche. Ecc..”.

Pisciotta, congetture sulle sue origini e con le origini della Molpa

Mons. Francesco Nicolaio (…), vescovo di Capaccio, nel suo “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore”, scrisse di Pisciotta e della Molpa. Il Nicolao (o Nicolaio) (…), scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Su questi passi del Nicolaio ci viene incontro l’Antonini (…) che vi dissertò confutando le sue tesi sulle origini di Molpa e di Pisciotta. L’Antonini a p. 331, in proposito scriveva che: “Il semplicissimo Monsignor ‘Nicolao’ Vescovo di Capaccio, in una ‘dissertaz.’ che fece ‘de Episcopo Visitatore fol. IV’ esaminando ‘l’epist. XXIX del ‘lib. II. del Pontefice ‘S. Gregorio’, in cui come si disse, commette a Felice di Agropoli, la cura di Visitar le Chiese, Velina, Blandana e Bussentina (I), suppone, che essendo Pisciotta più di Policastro ad Agropoli vicina, che quella, e non questo fosse il Bussento; tanto più, che in Pisciotta copia grande di bussi si trova, onde gli viene il nome. Non considero il buon Vescovo, che dovendo Felice da Agropoli andare fino a Blanda (che è Maratea) non importava, che per visitar la Chiesa Bussentina, calasse più in Pisciotta, o nel sito fra la molpa, e Camerota, o Policastro, ch’erano molto più di Blanda vicini. Ma di grazia, che importava che Bussento lontano, o vicino fosse, quanto se avesse consumato ecc…”.

Pisciotta da Antonini, p. 331

Sulla Molpa e Pisciotta ha scritto anche Luca Mannelli (…) che dovrebbe essere l’autore di un manoscritto inedito conservato alla BNN. Il Mannelli a pp. 41r e 42v riporta alcune interessanti notizie su Pisciotta e sulla Molpa. Su questi passi ha scritto pure Rocco Gaetani (…), nel 1882, nel suo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527).

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Rocco Gaetani a p. 11, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “….; ed a farla breve il Nicolao sostenne che il Bussento fosse Pisciotta, e lo storico Giuseppe Antonini volendo dar termine ad ogni quistione chiamò fuori di ogni opinione, ricercando il Bussento colà ove sono le rovine dell’antica Molpe, città della Lucania. Ai primi, l’abbaglio dei quali è troppo manifesto, non rispondiamo, agli ultimi due, al Nicolao cioè ed all’Antonini con rispettosa critica dimostreremo che il Bussento, senza altro, bisognava investigarlo nel nostro Policastro, che tuttora si distingue con l’aggiunto di ‘Bussentino’ e che i vescovi policastrensi sono leggittimi successori dei vescovi bussentini. In prima, per qual ragione il Nicolao ricercò in Pisciotta l’antico Bussento ? (5). La ragione è nota per sè: perchè appartenendo Pisciotta alla sede di Capaccio-Vallo, la Chiesa Bussentina non sarebbe più quella dell’odierna Policastro, bensì una sede distrutta ed annessa alla Caputaquense di cui il Nicolao era vescovo (6). Ma si può in Pisciotta ricercare il Bussento ? Non lo credo. Il viaggiatore di Amasia, che dall’Armenia descrisse insino ai confini della Tirrenia posti dirimpetto alla Sardegna e mosse dall’Eusino a quelli dell’Etiopia, il geografo Strabone, l’autorità del quale in tel genere di cose è superiore ad ogni altra, chiaramente determina il Bussento così: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi” (segue trascrizione del testo in greco) (9). Si ponga ben mente che il greco scrittore, qui nell’assegnare i confini della Lucania marittima discende dall’occidente all’oriente; dalle foci del Silari vien giù a Poseidonia, all’Isola di Leucosia, al golfo Posidonate, a Velia; ed all’oriente, “appresso, al tergo, dietro” (nel passaggio da un luogo ad un altro, questo significato ha la particella greca ……, usata nel testo) dopo il promontorio, che dal timoniere di Enea “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”, egli il geografo, ritrova il promontorio ‘Pixo’ (…………………………), il porto (…………..), ed il fiume (………….), tutti e tre luoghi omonimi (……………………………); mentre Pisciotta trovasi situata all’occidente di Palinuro, parte opposta del Bussento assegnato tanto precisamente da Strabone, e trovasi in tali circostanze da non poterci in verun modo semplice si fu il Nicolao che si lasciò pigliare dall’apparente ecc…”.

Mannelli, su Pisciotta, p. 41r

Mannelli, su Pisciotta, p. 42v

(Fig…) Mannelli Luca, op. cit., pp. 41r e 42v

Nel 908, la chiesa (“Ecclesiam”) “Obedientiae” di San Sossio, nei pressi del fiume Mingardo (“Rubicante”)

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario e del casale di Cuccaro, in proposito scriveva che: “Di Cuccaro fan menzione Merula, e Leandro Alberti, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII. fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio, è chiamato ‘Chucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggonsi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero. Notizia, che ci lasciò ‘Pietro Diacono’ nel cap. 101 ‘Dehinc omnes Obedientae Campaneam, Picenum, Sampinium, Lucaniam, atque, Oalabriam captae, atque a jure Coenobii Cassinensis subducatae sunt’; e questo cadde appunto, essendo Abbate Sonioretto, che tenne l’Abbazia dal MCXXVII. per tutto il MCXXXVII.”.

Antonini, p. 342

L’Antonini scriveva che, i monasteri, presumo italo-greci, detti “Obedientiae”, come ad esempio la chiesa “o sia Obedientia” di S. Sossio, presso la Molpa, “veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”, che: queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero”. Scrive sempre l’Antonini che questa notizia è tratta da Pietro Diacono (….), un Abate del Monastero benedettino di Montecassino, e che secondo questo abate accadde che: “Allora tutte le Obbedienze, Campania, Picenum, Sampinius, Lucania ed Oalabria, furono catturate, e furono ricondotte dalla destra del monastero di Cassino”, ovvero che tutti i monasteri italo-greci furono ricondotti alla regola di Montecassino, ovvero alla regola Benedettina, ciò accadde all’epoca dell’Abbate di Montecassino “Sonioretto” che governò l’Abbazia benedettina dal 1127 al 1137. Nella cronostassi degli Abati Cassinensi effettivamente si trova un abate “Sonioretto” che resse l’abazia benedettina dal 1127 al 1137. Pietro Diacono fu un cronista dell’epoca in quanto fu Abate di Montecassino dal 1168 al 1170. In quel periodo Pietro Diacono scrisse diverse cronache del tempo da cui traiamo interessanti notizie. Ritornando alle chiese “Obedientiae”, l’Antonini a p. 343, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Eran questi luoghi chiamati tal volta ‘Obedientiae’, e talvolta ‘Cellae’. In una concessione, che l’Imperador Errico VI. fa ad Odorisio, Abate di S. Giovanni in Venere, sono chiamate ‘Obedientiam S. Martini de Thermulis cum Cellis suis, Obedientiam S. Petri Guastiaimonis cum Cellis suis’. Negli ‘Atti di S. Pietro Pappacarbone’ sono generalmente dette ‘Obedientiae’, e così in tutte le scritture di quei tempi. Vedine l’Abate della Noce’ nelle ‘Note della Cronaca Cassinense’ num. 101. 136. 325. 328. 511. 512., e ‘l confermato ‘Mabillon’ negli ‘Atti de’ Santi Benedettini’, e il Signor ‘Dusresne’ nel suo ‘Glossario’, le di cui parole sono: ecc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 334-335, quando parlando del monastero di S. Nazario e del monastero, riferendosi all’“Autore Greco”, nella “Vita” di S. Nilo (….), in proposito scriveva che: “Quest’autorità mi fa credere, o che essendo quì prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche Cella chimata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, nè dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Anzi dalla stessa ‘Vita’ apparisce, che di là a non molto tempo andossene a star in Montecassino, ed indi per quindeci anni nel Monistero di Valleluce, anche Benedettino verso l’anno 980. essendo Aligerno Abate di Montecassino, onde assolutamente converrà credere, che i Monaci di queste due Religioni, con buona licenza dè loro superiori, potessero andare scambievolmente a dimorare nè Monisterij dell’altra, tanto più volentieri, quanto che la Regola di S. Benedetto (come dice il ‘Mobillon’ nel tom. I, lib. II degli Annali) fu presa da quella di S. Basilio. Ma ci toglie d’ogni impaccio un luogo di ‘Gregorio di Tours’ nel ib. 10 c. 29 dove ragionando del Monistero Atenense, volgarmente detto ‘Asaint Yzier’, ch’era Benedettino, dice: “Ubi non modo Cassiani, verum etiam Basilii, et reliquorum Abbatum, qui Monasticam vitam instituerunt, regulae celebrantur”. Si aggiugne per conferma di tutto ciò il fatto che Eustasio, successore di S. Colombano ecc…”. Sulle chiese “Obedientiae”, ossia “dipendenze” ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati. Più precisamente, non un monastero ma una struttura religiosa che ricadeva nell’ambito di quella, quindi propriamente una ‘grancia’, con le sue pertinenze, che l’Antonini, per coerenza, avendo parlato di un monastero benedettino, riporta con il termine di ‘obedientia’.”. Riguardo, invece, alle origini Benedettine, ipotesi dell’Antonini, Germana Ottati (….), a p. 25 opinava che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 scriveva che: “Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. L’Antonini scriveva che in una carta del 1033 veniva menzionato un piccolo monastero di Benedettini “colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Sulla citazione dell’Antonini, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio etc…”, a p. 48, nella nota (70) postillava che: “(70) L’Antonini (La Lucani, vol. I, p. 331) ricorda che “nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciolo Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae'”, forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”. Dunque, l’Antonini parlava di queste chiese (“Ecclesiam”) “Obedientiae”, come ad esempio la “Ecclesiam Obedientia Sanctae Caterina”, così chiamata, secondo l’Antonini, in una carta del 1033.

Nel 908, la chiesa (“Ecclesiam”) “Obedientiae” di San Sossio, nei pressi del fiume Mingardo (“Rubicante”)

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, vol. I (I edizione, anno 1745), a p. 353, parlando di Molpa e Palinuro (cap. VII), in proposito scriveva che: “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosii ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..” che tradotto dovrebbe significare che: “Do alla mia anima e a mio padre e a mia moglie, per il perdono dei peccati, la chiesa di San Sosii sulle rive del Rubicante vicino al ponte di Cucheri.”, che tradotto dovrebbe significare che: “Do alla mia anima e a mio padre e a mia moglie, per il perdono dei peccati, la chiesa di San Sosii sulle rive del Rubicante vicino al ponte di Cucheri.”. L’Antonini segnalava la donazione del ‘908 di un tale Maugerio che donava la chiesa di S. Sossio nei pressi del fiume “Rubicante” (attuale fiume Mingardo), vicino al ponte di Cuccaro. Infatti, nella suddetta donazione citata dall’Antonini, oltre a citare la chiesa di S. Sossio (“Ecclesiam Sancti Sosii”) cita anche “Cucherus” che dovrebbe identificarsi con piccolo borgo medievale di Cuccaro Vetere. Cuccaro Vetere non è molto distante dal casale di Futani. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario in proposito scriveva che: “Di ‘Cuccaro’ fan menzione ‘Merola’ e ‘Leandro Alberti’, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII. fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio è chiamato ‘Cucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: ecc…”. L’Antonini, parlando del piccolo e antico borgo di Cuccaro, l’odierno Cuccaro Vetere, egli scriveva che i due autori Merola (….) e Leandro Alberti, ne parlano ma non lo pongono nell’esatto luogo dove si trova. Inoltre aggiunge che Merola e Leandro Alberti scrivono di Cuccaro ma non dicono che Cuccaro figura nella donazione di Maugerio del 908. L’Antonini, citando il “Merula” si riferiva al grande geografo e storico fiammingo Paulo Merola (1558-1607), quando, nel suo “Cosmographiae Generalis” (pubblicato ad Amsterdam, Apud Henricum Hondium, 1621, p. 918), scriveva che: “Post Palinuri promontorium in Monte, qui mari imminet, ruine conspiciuntur Opidi Molphae, a Predonibus subversi ad Melphim fluvium praeterfluentem, cui meminit Plinius”, che tradotto dovrebbe significare che:  “Dopo il promontorio di Palinuro, su un monte a strapiombo sul mare, si vede in rovina il paese di Molpha;”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di ‘Palinuro’ scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “…..chiesa di S. Sossio ubicata “juxta pontem Cucheri”, nei pressi del fiume Rubicante (Melpi),….. L’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi” (II edizione), a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario in proposito scriveva che: “Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: ecc..”. La chiesa di S. Sossio era una “Obedientiae” e che questa, ai tempi in cui lui scriveva, nel 1745, si vedono i ruderi  presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”. L’Antonini scriveva che, i monasteri, presumo italo-greci, detti “Obedientiae”, come ad esempio la chiesa “o sia Obedientia” di S. Sossio, presso la Molpa, “veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”. Sulle chiese “Obedientiae”, l’Antonini ne parla nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, riferendosi alla distruzione di Molpa, in proposito scriveva ancora delle chiese “Obedientiae”: colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”.  Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”.  

Nel 908, Maugerio dona al monastero di Montecassino la chiesa ‘Obedientia’ “Ecclesiam Sancti Sosii” di San Sossio, nei pressi del fiume “Rubicante” (Mingardo), nel luogo detto “S. Sossio”, vicino al “ponte ruinato di Cuccheri”

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, vol. I (I edizione, anno 1745), a p. 353, parlando di Molpa e Palinuro (cap. VII), in proposito scriveva che: “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosii ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..” che tradotto dovrebbe significare che: “Do alla mia anima e a mio padre e a mia moglie, per il perdono dei peccati, la chiesa di San Sosii sulle rive del Rubicante vicino al ponte di Cucheri.”.

Antonini, p. 353

(Fig….) Antonini (…), op. cit., p. 353

Dunque, riepilogando la notizia dell’Antonini a p. 353 scriveva che nell’anno ‘908, “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’anno 908, un certo “Maugerio” donò la chiesa di San Sossio al Monastero di Montecassino. Maugerio donò la chiesa di San Sossio che si trovava presso il fiume “Rubicante”. E’ a proposito del toponimo “Rubicante” che l’Antonini scrive che di esso si fa menzione in questo atto di donazione. Chi era questo feudatario chiamato “Maugerio” ?. Su questo “Maugerio”, l’Antonini non dice altro. Egli cita solo la sua donazione. Infatti, l’Antonini, riguardo il feudatario “Maugerio” scrive “un tal Maugerio”. Da dove avesse tratto la notizia l’Antonini non lo dice. Egli scrive pure che in questa donazione del ‘908, veniva citato “Cucherus”. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario in proposito scriveva che: “Di ‘Cuccaro’ fan menzione ‘Merola’ e ‘Leandro Alberti’, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII. fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio è chiamato ‘Cucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: ecc…”.

Antonini, p. 342

Sulla donazione di Maugerio del ‘908 ha scritto pure Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di ‘Palinuro’ scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “L’Antonini (20) assicura di aver letto una donazione (a. 908) della chiesa di S. Sossio ubicata “juxta pontem Cucheri”, nei pressi del fiume Rubicante (Melpi), di cui non si ha nessun’altra notizia e che perciò lascia piuttosto perplessi.. Ebner a p. 270, nella sua nota (20) postillava che: “(20) L’Antonini predetto (p. 154) da al fiume Melpi anche il nome di Rubicante, traendone da una donazione di un certo Maugerio nel 908 al Monastero di Montecassino della chiesa di S. Sossio. Ecc..”. Ebner, a p. 270, vol. II, sulla donazione del 908 scriveva pure che: “Il brano della donazione riportata dall’Antonini, peraltro senza utili indicazioni, è il seguente “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam sancti Sossii ad ripas Rubicantis ab Occidente”. Ecc..”. Dunque, Ebner, riguardo il testo latino della donazione del 908 citata dall’Antonini postillava che: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam sancti Sossii ad ripas Rubicantis ab Occidente”, la cui traduzione dovrebbe essere che: “Do la mia anima per la remissione dei peccati, e a mio padre e a mia moglie la chiesa di S. Sossius sulle rive del Rubicante sul lato ovest”. Pietro Ebner, cita il brano della donazione di Mugerio del 908 al monastero di Montecassino anche, nel vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173, dove, parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante ecc…(15).. Ebner nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) …..L’Antonini (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Mangerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosi ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..”. Documento assai dubbio.”. Sul brano della donazione di Maugerio del 908 citato da Antonini, Pietro Ebner, sempre a p. 270, vol. II, nella sua nota (20) opinava pure che: “A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’.”. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario in proposito scriveva che: “Di ‘Cuccaro’ fan menzione ‘Merola’ e ‘Leandro Alberti’, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII. fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio è chiamato ‘Cucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: ecc…”. L’Antonini, parlando del piccolo e antico borgo di Cuccaro, l’odierno Cuccaro Vetere, egli scriveva che i due autori Merola (….) e Leandro Alberti, ne parlano ma non lo pongono nell’esatto luogo dove si trova. Inoltre aggiunge che Merola e Leandro Alberti scrivono di Cuccaro ma non dicono che Cuccaro figura nella donazione di Maugerio del 908. L’Antonini, citando il “Merula” si riferiva al grande geografo e storico fiammingo Paulo Merola (1558-1607), quando, nel suo “Cosmographiae Generalis” (pubblicato ad Amsterdam, Apud Henricum Hondium, 1621, p. 918), scriveva che: “Post Palinuri promontorium in Monte, qui mari imminet, ruine conspiciuntur Opidi Molphae, a Predonibus subversi ad Melphim fluvium praeterfluentem, cui meminit Plinius”, che tradotto dovrebbe significare che:  “Dopo il promontorio di Palinuro, su un monte a strapiombo sul mare, si vede in rovina il paese di Molpha;”. Chi fosse questo signore chiamato dall’Antonini “Maugerio”, non ci è dato sapere. Antonini pone l’atto di donazione all’anno ‘908, ma può darsi che egli si sbagliasse sulla dataione dell’antico documento da lui visto de visu. Infatti, pochi anni dopo, arrivarono nel mezzogiorno d’Italia diversi normanni e tra questi i figli di Tancredi d’Altavilla. Può darsi che questo “Maugerio” nel documento di donazione del 908 fosse uno dei Normanni che combattè con Pandolfo di Capua e con Guaimario V. Forse uno dei fratelli di Roberto il Guiscardo: “Malgerio”, figlio di Tancredi d’Altavilla. Da Wikipedia leggiamo che Tancredi d’Altavilla, nel 1025 Muriella morì e Tancredi sposò in seconde nozze Fresenda (sorella di Muriella), che gli diede sette maschi (forse otto) e quattro femmine: 

  • Roberto il Guiscardo, conte, poi duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia, morto nel 1085;
  • Malgerio (da Mauger) morto nel 1064

Sempre da Wikipedia leggiamo che  Malgerio d’Altavilla (lat. Malgerius, fr. Mauger) (Cotentin, 1030 circa – 1054 o 1064) è stato un cavaliere normanno; era il fratello minore di Roberto il Guiscardo, essendo il secondo figlio che Tancredi d’Altavilla ebbe dalla seconda moglie Fresenda. Giunse nel Mezzogiorno d’Italia col fratello Guglielmo e il fratellastro Goffredo intorno al 1053. Dal fratellastro Umfredo, conte di Puglia, ricevette la contea di Capitanata. Nella primavera del 1060 occupò la piazzaforte di Oria, cacciandone la guarnigione bizantina che la teneva, mentre il fratello Roberto prendeva Brindisi e Taranto. La controffensiva di Miriarca ad ottobre dello stesso anno li costrinse a lasciare i territori conquistati. Morì nel 1064 secondo il Breve Chronicon Northmannicum (Et mense septembri (1064) mortuus est Malgerus comes, …[1]) oppure anche nel 1054. Il suo feudo passò al fratello Guglielmo, il quale a sua volta lo cedette a Goffredo (per amore fraterno, secondo Goffredo Malaterra). Wikipedia, nella nota (1) postillava che: “(1) Breve Chronicon Northmannicum. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a pp. 51, 128, 157 ci parla di “Maugero di Altavilla”. Il Norwich, a p. 51, ci parla dei tre fratelli Altavilla al servizio dell’odiato Pandolfo, a cui non rimasero a lungo fedele. Proprio Pandolfo, all’epoca attaccava spesso Montecassino intorno al 1035. Intevenne Guaimario V, principe longobardo di Salerno, “deciso ad opporsi alla tirannide dello zio”. Il Norwich, a p. 52, in proposito scriveva che: “Pandolfo, non si sa come, era riuscito a mantenersi fedeli due dei suoi antichi alleati, tra cui il notevole contingente dei normanni ai quali aveva distribuito le terre di Montecassino.”. Sempre il Norwich, a p. 128, in proposito scriveva che: “Goffredo, l’unico fratello maggiore superstite in Italia, non si era distinto in maniera particolare; Guglielmo, conte del Principato e Maugerio, conte della Capitanata, due fratelli minori di recente arrivati, si stavano facendo strada – specialmente Guglielmo, che aveva già tolto il castello di San Nicandro, presso Eboli, al principe di Salerno; ma nè loro, né alcun altro barone normanno, potevano essere paragonati al Guiscardo per potenza e prestigio.”. Sempre il Norwich, a p. 157, in proposito scriveva che: “Anche quando Roberto e il fratello Maugero si presentarono con un esercito frettolosamente raccolto, non furono subito in grado di arrestare l’avanzata dei greci e per la fine di quell’anno gran parte della costa orientale era stata riconquistata e Melfi stessa era cinta d’assedio. Nel gennaio del 1061, furono fatti accorrere d’urgenza Ruggero e il resto delle truppe normanne che si trovavano in Calabria.”.  

Nel 1033, il monastero benedettino e la chiesa dal titolo “Obedientia Sanctae Catarinae'” in località “Pantana” a Caprioli apparteneva alla Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 scriveva che: “Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. L’Antonini scriveva che in una carta del 1033 veniva menzionato un piccolo monastero di Benedettini “colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Sulla citazione dell’Antonini, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio etc…”, a p. 48, nella nota (70) postillava che: “(70) L’Antonini (La Lucani, vol. I, p. 331) ricorda che “nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciolo Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae'”, forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”. Dunque, l’Antonini parlava di queste chiese (“Ecclesiam”) “Obedientiae”, come ad esempio la “Ecclesiam Obedientia Sanctae Caterina”, così chiamata, secondo l’Antonini, in una carta del 1033. Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 scriveva che: “Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. L’Antonini scriveva che in una carta del 1033 veniva menzionato un piccolo monastero di Benedettini “colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Dunque, il barone Giuseppe Antonini parlando di Pisciotta cita un documento dell’anno 1033. Da dove provenisse la notizia citata dall’Antonini non ci è dato sapere. Antonini cita due notizie. La prima è quella di un documento dell’anno 1033 e l’altra è quella di una chiesa “Obedientia” di S. Caterina che viene citata nel documento del 1033. L’Antonini introduce la notizia del documento del 1033 e della chiesa di S. Caterina citando l’autore di una relazione redatta dal notaio Giovanni Antonio Ferrigno, originario di Pisciotta. Infatti, sempre a p. 330, l’Antonini scriveva che: “Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. . Dunque, l’Antonini scriveva che l’area di Caprioli e di Pisciotta, un tempo apparteneva alla città di Molpa che, secondo una cronaca del tempo pare sia scomparsa definitivamente a causa dell’incursione barbaresca dell’11 giugno 1464. Di questa incursione e dei territori interessati ne parla la Relazione del notaio Ferrigno. L’Antonini, a pp. 330-331, nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Su questa relazione e le notizie storiche in essa contenuta ho parlato in un altro mio scritto. Sull’antico documento del 1033, ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti. In località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare) vi era un tempo (a. 1033) un piccolo monastero con la chiesa di S. Caterina (S. Caterina santa greca) nota come “obedientia Sanctae Caterinae”. Riguardo la relazione del Ferrigno o Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Dunque, secondo la Relazione del notaio Giovanni Antonio Ferrigno (….), originario di Pisciotta, citato dall’Antonini, un documento dell’anno 1033 menzionava la “Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”, che si trovava alla Molpa “in località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare)”, che Ebner chiama “La Panta”. La chiesa ed il piccolo Monastero di Benedettini si trovava non molto distante e nel territorio della Molpa che, fino all’anno della sua completa distruzione, 1464, esisteva come piccolo casale e possedeva anche la terra di Pisciotta. Sul titolo alla chiesa dedicata a Santa Caterina, Ebner, a p. 172, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, nel caso dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. Ebner, riguardo questo documento del 1033 citato dall’Antonini, in proposito nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, ecc…”. Ebner parlando dell’antico Monastero di Benedettini e della sua chiesa dedicata a S. Caterina, in proposito scriveva che: “dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. La chiesa che, secondo l’Antonini veniva citata in un documento del 1033 è una “Ecclesiam Obedientiae”.  Sulla località detta “La Pantana”, presso la Molpa dirò in seguito. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola”, a p. 48, dove riferendosi alla carta d’epoca Aragonese da me scoperta e conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, in proposito scriveva che: “….approssimativamente, che la riva interna dell’antica laguna. Di questa restano oggi solo le tracce toponomastiche nei nomi delle contrade Pantano, Lacci e Lago, evidenti derivazioni dal latino ‘lacus’ (70), nonchè nel toponimo, ancor più esplicito, di “Mare Morto”. Dopo il “Promontorio Pissunto”, la carta evidenzia “Pissunta” ecc…”. Il Barra, a p. 48, nella sua nota (70) postillava che: “(70) L’Antonini (La Lucania, vol. I, p. 331) ricorda che “nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio e mezzo dal mar lontano, era un picciol monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del 1033 ‘Obedientia Sanctae Caterina’”, forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”. Dunque, secondo il Barra, la chiesa di S. Caterina (che in una donazione del 1033 era chiamata “Obedientia Sancti Caterina”) ed il “picciol monistero di Benedettini” (come lo chiama l’Antonini), secondo Francesco Barra (…..) doveva essere “forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”, ovvero doveva essere dipendente della vicina Abbazia Benedettina di S. Mauro (oggi un casale detto San Mauro La Bruca). Su Wikipedia leggiamo che Caprioli si trova sulla costa tirrenica, lungo la SS 447. Caprioli è una frazione del comune di Pisciotta, in provincia di Salerno. Dista circa 5 km da Pisciotta e da Palinuro. Il paese è composto dalle contrade di “Valle di Marco” (dov’è la stazione e il celebre Cenotafio di Palinuro, Caprioli “C”, “Fornace” (sempre sul litorale), “Santa Caterina” (in collina, sulla provinciale per San Mauro la Bruca e Futani), “Villa Verde” (dove si può ammirare il golfo di Palinuro) e “Pedali”, dove si trova una sorgente d’acqua. Perchè il Barra mette in relazione il vicino S. Mauro la Bruca con la chiesa di S. Caterina che si trova nella vicina Caprioli ?.  Recentemente Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, ci parla di questo documento citato dall’Antonini e a p. 18 parlando di Caprioli, in proposito scriveva che: “Una terza teoria, infine, è quella che ipotizza la presenza in loco di un antico cenobio basiliano, di cui tuttavia, non sono state rinvenute tracce materiali.”. La Ottati, a p. 23, in proposito scriveva che: “L’attuale chiesa parrocchiale di Caprioli è dedicata a S. Caterina di Alessandria (d’Egitto). Il culto è presente in zona almeno dal VII-VIII secolo, se è vera, come crediamo, l’ipotesi che sia stato portato qui dai monaci bizantini. Ma la prima attestazione la troviamo in un non ben chiaro documento del 1033 e, dopo secoli, in un vicino centro abitato – San Mauro la Bruca – compare per la prima volta una sua immagine, dipinta nel succorpo della chiesa di Sant’Eufemia, che era stata eretta verso la fine del XV secolo dai Cavalieri di Malta (titolari del feudo fin dalla seconda metà del XIII secolo (10) e consacrata nel 1511. La santa è raffigurante nell’affresco (11) del presbiterio ai piedi della croce, in posizione preminente rispetto a quelli laterali che ritraggono momenti del martirio di S. Eufemia.”. La Ottati, a p. 23, nella sua nota (10) postillava che: “(10) A. Pellettieri, Le città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio, Ed. Altrimedia, Roma, 2007”. Sull’Abbazia di San Mauro Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro La Bruca, a pp. 566-567, in proposito scriveva che: “Nessun documento, finora, però, mostra la sicura esistenza di un cenobio in quel luogo e in quei tempi, specialmente se si esclude che il toponimo in parola possa identificarsi nell’omonimo complesso monastico di cui si legge nella donazione all’abbazia cavense del signore di Novi nel 1104, confermata da un successore nel 1186. Nel qual caso cadrebbe anche l’altra interessante ipotesi tendente a vedere appunto in questo di S. Mauro il “vicino” cenobio che l’egùmeno di S. Nazario avrebbe voluto affidare (Bios, 26) a S. Nilo “subito dopo averlo consacrato a Dio con la confessione”……Arminia Carrafa, figlia di Giacomo. Quest’ultimo, in occasione del matrimonio della figliuola le promise come dote i casali di S. Severino di Camerota, S. Mauro e S. Martino (10). Feudi e giurisdizioni di cui fu investito alla morte del padre Ferrante il figliuolo Arminio (a. 1533). Nei repertori (11) è notizia della permuta intervenuta nel 1570 tra il duca di Monteleone e il suo segretario G. Battista Farao di S. Mauro con Abatemarco (v.)(12). Non meno interessanti le notizie dei Cedolari (13) ecc… La Platea dei Celestini di Novi (n. 41) ci informa della vendita avvenuta nel 1353 da parte di Notare Lotterio e di notare Nicola di S. Mauro di ua chiusa di quel casale “ubi dicitur Maurogentilio”, mentre il polittico di S. Barbara di un tel “magister Franciscus de Santo Mauro”. L’Antonini (p. 333) nel confermare l’appartenenza di S. Mauro la Bruca all’Ordine di Malta, così affermava: “Lontano dal corso di questo fiume (Melpi e Rubicante) sulla dritta due miglia, e quattro da Pisciotta, su di un’ennesima collina, trovasi S. Mauro della Bruca, chiamato così a differenza d’altri, che vi sono di questo stesso nome. Appartiene la Terra con Rodio alla Religion di Malta ecc…”. Sempre Ebner a p. 569 scriveva che: “L’11 giugno del 1679 Domenico Tomeo di Castinatelli estinse un debito contratto con il parroco Giacomo Rocca della chiesa di S. Eufemia di S. Mauro “cappelle Sancti Nicolai sitae in territorium feudi Molpae in loco non cupato S. Nicola”. Ebner, a p. 567 cita il Volpi (….) a p. 211. Ebner scriveva  “Le prime notizie sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia dei Vescovi de Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, del 1770, che forniva la notizia a p. 211 dell’appartenenza di S. Mauro e di Rodio al Sovrano Ordine di Malta, già Ordine dei Giovanniti. Ma forse S. Mauro non ha attinenza, come invece sostiene il Barra (…), in quanto recentemente la studiosa Germana Ottati ci parla della vicina Caprioli. La Ottati, a p. 24, in proposito aggiungeva che: “Si potrebbe dunque arguire che il culto della santa sia giunto a Caprioli per merito dei Cavalieri di Malta, titolari del limitrofo feudo di San Mauro la Bruca e Rodio. In realtà queste contingenze vanno considerate in confluenza di altri elementi più antichi che ci rimandano ai monaci basiliani.”. Su questa chiesa “Obedientia”, ossia “dipendenza” di S. Caterina ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Ecc... Riguardo, invece, alle origini Benedettine, ipotesi dell’Antonini, Germana Ottati (….), a p. 25 opinava che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”. Sull’antico documento del 1033, citato dall’Antonini, la Ottati, a p. 26 e sgg., aggiunge che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati. Più precisamente, non un monastero ma una struttura religiosa che ricadeva nell’ambito di quella, quindi propriamente una ‘grancia’, con le sue pertinenze, che l’Antonini, per coerenza, avendo parlato di un monastero benedettino, riporta con il termine di ‘obedientia’.”. La Ottati a p. 26 scriveva pure che: “Se prendiamo in considerazione la data del 1033 unitamente agli elementi connessi riportati dall’Antonini, e li interpretiamo alla luce di quanto accennato sopra, allora possiamo arguire che la grancia fu legata alla badia di San Pietro di Licusati fin dal primo costituirsi di questa come struttura monastica preminente, indubbiamente grazie alla generosa quanto interessata politica condotta dai principi longobardi di Salerno.”. Sempre la Ottati, a p. 29, riferendosi all’Abbazia di San Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “….Cilento e alla Molpa. Nell’ambito di quest’ultimo territorio rientrava la chiesa di Santa Caterina con le sue pertinenze, che indirettamente troviamo documentata per la prima volta nella citata platea del 1480 (23) e che seguì le sorti dell’antico cenobio.”. La Ottati, a p. 29, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner Pietro, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, in Studi sul Cilento, op. cit., Vol. II, pp. 217-33.”. Infatti, Pietro Ebner scoprì nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania una platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Ottati, a p. 29 scriveva che: “Che cosa era accaduto per cui questo si preoccupò di redigere un inventario di tutti i suoi beni? L’avvenimento più prossimo degli anni precedenti, era stata la distruzione di Molpa, l’antica città che sorgeva sull’omonima collina attigua al Capo Palinuro, tra le foci del Lambro e del Mingardo, che cadde l’11 giugno 1464.”. La Ottati, a p. 30 scriveva pure che: “La badia allora, anche in considerazione delle facili usurpazioni che i signorotti locali usavano fare ai danni dei beni eccllesiastici in simili contingenze, nel 1480 fece redigere l’inventario, una platea (“confecta in anno 1480”)(26) dei beni i quali sono per lo più gli stessi che saranno riportati nella successiva del 1613, nella quale la prima è richiamata più volte. E, nello specifico, apprendiamo dell’esistenza di una chiesa di S. Caterina, ‘grancia’ (dipendenza) della badia di San Pietro di Licusati, che nel 1480 possedeva gli stessi beni che avrà ancora nel 1613: in questa platea, infatti, è chiaramente riportato: “Beni che possiede la venerabile abbazia di San Pietro di Licusati nella Terra della Molpa, lì dove è denominato Santa Caterina (come risulta dal vecchio inventario) al foglio 148, e sono nello specifico: anzitutto una Cappella chiamata S. Caterina quale è grancia di detta Abbazia, quale tiene un territorio che confina con li sottoscritti fini, videlicet, confina con il fiume detto di S. Caterina, con la cima di Monti detti la Pietra del Corvo con il Territorio della Molpa detto lo tenimento della Fustella, con il loco detto la Battaglia, confina con l’Ayra di Spirito con la via pubblica et va al casale olim detto Buragano e si congiunge con detto fiume di S. Caterina, fra li quali confini stanno situati li detti beni redditizi a detta Abbazia dagli homini di Pisciotta et altri (27).”. La Ottati, a p. 30, nella sua nota (26) postillava che: “(26) P. Ebner, Dimensione fondiaria, op. cit., p. 217.”.  La Ottati, a p. 30 prosegue il suo racconto analizzando i toponimi citati nella Platea del 1613 pubblicata da Ebner e cita anche la mappa Aragonese da me scoperta presso l’Archivio di Stato di Napoli. Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, a pp. 39-40 in proposito scriveva che: “Dopo appena un ventennio dai disastrosi saccheggi dei pirati turchi, la chiesa di Santa Caterina, con le sue pertinenze (le stesse del 1480), continuerà e seguirà le sorti della badia di San Pietro Licusati, la quale nel 1564 era stata aggregata alla cappella del Presepe della basilica di S. Pietro a Roma con la bolla del papa Pio VI………Tra queste, per quanto ci riguarda, abbiamo già osservato, vi erano alcune terre nel territorio della Molpa che costituivano la ‘grancia di Santa Caterina’, che facevano capo alla chiesa omonima e che vengono elencate nella nuova platea del 1613. Qui, però, la chiesa ci appare riportata non attigua al fiume, come invece indicato nella cartina del Quattrocento, di cui abbiamo detto sopra: tanto, perchè sembra di poter leggere in quel “tiene un territorio che confina…..con il fiume detto di S. Caterina” che fosse il territorio, e non la chiesa a confinare col detto fiume. In realtà, la descrizione dei confini ci dice indirettamente che non vi era più l’abitato de ‘la Pantana’, avvalorando l’ipotesi del suo definitivo abbandono nel 1552, ma al contempo corrisponde con estrema precisione alla topografia odierna.”. La Ottati, a p. 41 scriveva pure che: “La cappella rimase sempre di piccole dimensioni, marginale, per la quale non abbiamo le visite pastorali né altri documenti, in quanto fece sempre parte della badia di San Pietro di Licusati, quindi esente dai vescovi di Capaccio per i quali si conservano gli atti nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Apprendiamo da una nota del Giustiniani che, ancora a fine Settecento, era soggetta all’abate di San Nazario il quale esercitava la giurisdizione episcopale su un ampio territorio nella qualità di vicario pro tempore del Capitolo della basilica romana di San Pietro (47) (sarebbe una fortuna se in questo archivio fossero conservati documenti, sfuggiti all’usura del tempo e all’incuria degli uomini, che fanno riferimento alla nostra chiesa!). E questo fino all’eversione della feudalità e alla soppressione dei monasteri avvenute nel periodo francese. Risulta invece nel catasto provvisorio del 1815, detta ancora semplicemente “cappella di S. Caterina”, rientrante già nell’ambito del territorio del Comune di Pisciotta, ubicata nella località allora detta ‘Catiello’ (48).”. La Ottati, a p. 41, nella sua nota (47) postillava che: “(47) L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, vol. VIII, p. 199; cfr. anche Ebner, Dimensione fondiaria di ….., op. cit., p. 218”.

Nel 1086, il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola da Ruggero Sanseverino che, nel 1305 diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Nel 1113, i Saraceni di Licosa saccheggiarono la Molpa

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” accenna alla notizia della donazione del 1119 e dei Saraceni nel 1113. L’Antonini, a p. 372, in proposito scriveva che: “Mancandoci le notizie dè susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, chtabbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII. Allora cogli altri marittimi luoghi della Lucania fu dà Saraceni saccheggiata; sebbene altra distinzione non se ne sappia, che quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, “ad moenia Molpis”,  ecc…”. L’Antonini cita un antichissimo atto di donazione datato 1119 imprestatogli dall’Abate Gascone dove vi è scritto che i Saraceni saccheggiarono la chiesa di S. Giuliano di Molpa e per questo motivo, come vedremo innanzi, la longobarda Alderuna, abbadessa del Monastero di S. Maercurio di Roccagloriosa e la sorella del conte normanno Manso Leone, donò alla chiesa di S. Giuliano un podere. Da Wikipidia leggiamo che nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. La notizia è tratta dal barone Giuseppe Antonini, che sulla base di un atto di donazione dell’anno 1119, ipotizzava che molto probabilmente nel 1113, la chiesa ebbe dei danni in seguito di un saccheggio operato dai Saraceni, forse di Licosa. In seguito a questo fatto, la chiesa, nel 1119 ricevette un donazione per il ripristino edilizio delle mura, che vennero riparate e la chiesa fu dotata degli oggetti liturgici rubati dai Saraceni. L’Antonini aggiunge che: La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”. Antonini, in questo passo ci parla della prima notizia ovvero che la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni presumibilmente, secondo i suoi alcoli nel 1113. Dunque, l’Antonini, sulla scorta dell’antico documento del 1119, conservato negli Archivi dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola e mostratogli dall’Abate Commendatario Girolamo Gascone, presume che il saccheggio dei Saraceni sia avvenuo qualche anno prima, ovvero dice essere del 1113. L’Antonini avvalora la sua ipotesi rifacendosi pure al ‘Chronicon Cavense’, dove è scritto che: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur”. Il Chronicon Cavense è un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli, antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il Chronicon si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di Annalista Salernitanus, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione.

Nel 1113, i Saraceni e la Molpa

L’Antonini (…), nella parte II, a p. 372, della sua “La Lucania”, dopo aver detto della “Cronaca di S. Mercurio”, parlando della Molpa, scriveva che: “Mancandoci le notizie dè susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro ciò, ch’abbia potuto patir di male questa Città fino all’anno MCXIII. Allora cogli altri marittimi luoghi della Lucania fu dà Saraceni saccheggiata; sebben altra distinzione non …

Antonini ,p. 373.PNG

(Fig….) Antonini, p. 373

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota, scriveva che: “Si è detto poi che i saraceni di Calabria sbarcarono alla marina di Camerota e che risalendo la collina distrussero il villaggio dove “stabilirono una rocca forte”, di cui manca ogni notizia (5). Si è scritto pure (6) che i Saraceni di Agropoli e Camerota saccheggiarono Policastro nel 915.”. Ebner (…), a p. 581, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Guzzo (cit., pp. 80 e 104) malauguratamente non cita la fonte.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, etc’, a p. 80, dopo aver detto che verso la prima metà del IX secolo, i Saraceni dell’Africa settentrionale, nell’anno 845 essi avevano stabilito il loro covo alla Punta della Licosa, ecc.., scriveva che: “Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a tal punto, da fare di questo centro una potentissima roccaforte saracena nell’anno 882 (9).”. Guzzo, nella sua nota (9), postillava che la notizia era tratta da:  “(9) Hirsch F. – Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, pagg. 96-97.”. Il Guzzo, sempre a p. 80, continuando il suo racconto, scriveva che: Qualche anno dopo, altri Saraceni, provenienti dalle coste della Calabria, sbarcavano sulla spiaggia di Camerota, raggiungevano rapidamente il centro abitato e, dopo aver saccheggiato, devastato e dato alle fiamme tutto ciò che vi si trovava, causando sgomento e terrore negli abitanti sfuggiti alla morte, vi stabilivano una nuova roccaforte.”. Effettivamente, come dice l’Ebner, l’interessante notizia dataci dal Guzzo, non è suffragata da un riscontro bibliografico che egli non fornì ma, scrivendo che si riferiva a “qualche anno dopo”, l’anno 882, credo sia una notizia tratta da Hisch e Schipa (…). Il Guzzo (…), ne parla anche a p. 104, dove scriveva che: “Nell’anno 909, altri Saraceni, al seguito del potente Capo arabo Ibrahim-Ibhn-Abhmed, provenienti dalla Calabria, dopo aver saccheggiato ed incendiato Camerota, vi fondarono una nuova, munitissima roccaforte che manda nelle tenebre sinistri bagliori di fuoco, si dirigono minacciosamente su “Skarius” (20).”. Il Guzzo, a p. 105, nella sua nota (20), postillava che: “(20) F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”. Ebner, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli, cit, p. 36. Anche il Cirelli non cita la fonte.”. In proposito, devo segnalare che il Guzzo (…), riguardo questa notizia sui Saraceni a Camerota (…), nella sua nota (19), di p. 104, citava: “(17) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.”. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche.”. Antonini (…), a p. 132, parlando delle origini di Molpa, citava il ‘Chronicon’ del ‘Monaco di S. Mercurio’ ed in proposito scriveva che: “Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna, a cagione di quel pagamento, che loro si faceva, chiamato ‘DACIUM’ dal ‘Monaco di S. Mercurio’; onde forse venne l’Italiana parola ‘Dazio‘. e significava presso à Saraceni quella distribuzione in danaro, che loro si pagava, per rendere un luogo immune dalle scorrerie, e dà saccheggiamenti; ecc..”. Il Vassalluzzo (51), sulla scorta dell’Archivio Cavense (Arca L., n. 23), scrive ancora: “Altre scorrerie essi faranno al tempo di Federico II, di Carlo d’Angiò (57), degli Aragonesi (17) e degli Spagnoli (58). Sempre dal Vassalluzzo (52), leggiamo: “Sappiamo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II d’Altavilla, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave con un tesoro ivi naufragata.“. Il Vassalluzzo, parlando di Molpa, scrive che: “Sappiamo di certo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave ivi naufragata.”.

Nel 1113, la chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis” (chiesa di S. Giuliano a Molpa)

Da Wikipidia leggiamo che in epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi. Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi. In zona, visibili ancora oggi, ci sono altre due chiese a pianta triconca: l’antica cattedrale di Policastro Bussentino e la chiesa di San Nicola de Donnis a Padula. I Normanni amministrarono il territorio fino al 1189. Tutte notizie molto interessanti ma non suffragate da notizie documentate. Secondo quanto ci fa notare il barone Giuseppe Antonini, molto probabilmente nel 1113, la chiesa ebbe dei danni in seguito di un saccheggio operato dai Saraceni, forse di Licosa. In seguito a questo fatto, la chiesa, nel 1119 ricevette un donazione per il ripristino edilizio delle mura, che vennero riparate e la chiesa fu dotata degli oggetti liturgici rubati dai Saraceni. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 209, nel suo vol. IV, della sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo capitolo “8. Le prime chiese”, in proposito scriveva che: “Pur non conoscendo l’anno, sappiamo che nella città della Molpa vi erano tre chiese dedicate a S. Giuliano, S. Giovanni Battista e S. Andrea. (AFL). Delle tre sopravvivono vistosi ruderi della chiesa di San Giuliano, che era la principale e che poi fu sede della parrocchia (AFL). Delle altre due sopravvivono solo i nomi (AFL). Disfarsi della zavorra del passato, ecc….E così i superstiti della Molpa per non dimenticare lo splendore del passato anche della vita cristiana, costruiono a piè del massiccio, su cui sorgeva la molpa, in ricordo di una delle chiese, S. Andrea Apostolo, alla foce del Lambro una cappella, i cui ruderi ancora sono visibili. Come si apprende dall’AFL fu costruita dopo il 1464 da pescatori e mercanti. Essa fu visitata dal Vicario Generale Riccio Pepoli il 20 febbraio 1731 restaurata con l’obolo dei fedeli..”. Sempre il Cammarano, a pp. 211-212, scriveva “11) La parrocchia di San Giuliano. I ruderi di questa chiesa e qualche notizia di storia renderanno certamente piacevole il soffermarsi a parlare di quella che fu sede dell’ex parrocchia della Molpa. Mi sono recato varie volte alla sommità del massiccio, e per fortuna sempre in giornate di sole splendente, di mare calmo e di freschi venti ristoratori e non nascondo che mi sarei fermato a pernottarvi se vi fosse stato un ricovero, tanta è la bellezza del posto. A questa altezzza rievocare il suono della campana ecc..”. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Della chiesa di S. Giuliano avanzano oggi solo pochi ruderi, dai quali sembra dedursi che fosse a pianta quadrata con abside tricora. Una chiesa con lo stesso titolo nei pressi di Caprioli è ricordata nel catasto onciario del 1754.”. La chiesa di San Juliano alla Molpa di Palinuro è di particolare interesse storico in quanto di essa l’Antonini ci informa di un documento risalente all’anno 1119. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a pp. 213-214, nel suo vol. IV, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, riferendosi ai ruderi superstiti della chiesetta di S. Giuliano da lui visitati, in proposito scriveva che: “Difatti i muri perimetrali della chiesa, per tutto il loro svolgersi si sono conservati fino all’altezza di 2 metri. Nonostante i i secoli i muri larghi cm. 70, fatti di pietra calcarea e levigati dal vento e dalla salsedine del mare, sono ben solidi. E’ di forma rettangolare con la lunghezza di m. 23.40 e la larghezza di m. 15. Nella parte ovest, che guarda quindi verso il promontorio, che considero la parte anteriore, si aggancia un prolungamento di 2 muri dalla lunghezza di 7 metri e della larghezza di 1.40 restando tra i due muri uno spazio di m. 2.80. Sommando le misure dei muri e lo spazio si arriva a m. 5.40. Come si vede, rispetto al muro del vano chiesa, che è di m. 15.30 compresi i muri perimetrali, si restringe a m. 5.40 con in meno m. 9.90 rispetto al vano chiesa. Quando fu costruita la chiesa resta uno di quei misteri, di cui è ricca la città. Comunque innanzi a questo rudere imponente…..   

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Doveva essere molto antica questa chiesa parrocchiale posta sul lato est della Molpa, se Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a p. 569, parlando di Centola, scriveva che: “Chiesa di S. Giuliano, chiesa sulla Molpa, oggi con ruderi evidenti a est della cima; nel 1119 riceve la donazione di un podere dentro le mura della Molpa per le riparazioni necessarie alle mura e per la ricostruzione della dote liturgica a seguito della spoliazione operata dai saraceni nel 1113 circa; fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio; per questo sorse controversia tra il vescovo di Pisciotta e l’abate di Centola (Cammarano 133, II, 190 e IV, 198-205-209-211-214).”. Dunque, il Di Mauro (….), ci parla di antichi documenti in cui si parla di donazioni alla chiesa di S. Guiliano, chiesa sulla Molpa di Palinuro. Il Di Mauro (….) scrive che la chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio e per questa ingerenza, scrive il Di Mauro che il Cammarano, sorse una controversia tra il Vescovo di Pisciotta e l’Abate di Centola. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a pp. 574-575 parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421)”. Infatti, il Cammarano (….), a p. 189 del vol. II , in proposito scriveva che: “7. Quarta lite. Si svolse tra il Vescovo Luigi Pappacoda e l’Abate Cesare De Bologna e il reggente della Badia per la sopravvenuta morte dell’Abate Cesare De Bologna. E’ stata possibile ricostruirla dall’esposto alla S. Congregazione, che l’Abate Filicaia (1642) fece a difesa dei privilegi, ecc…”. Il Cammarano a pp. 189-190, del vol. II, in proposito scriveva che: “Le relazioni diventarono tese per una decisione presa da Mons. Pappacoda (248) il quale dispose “che tutto il beneficio dell’ex chiesa parrocchiale S. Giuliano (249) della città della Molpa, venisse trasferito all’arcipretura di Pisciotta, avvalendosi, si disse, che Pisciotta costituì un casale della Molpa e che il feudo della Molpa era posseduto dalla famiglia Pappacoda col titolo di Marchese di Pisciotta e principe di Centola” (AFL)”. Il Cammarano, a p. 190, nella sua nota (249) postillava che: “(249) S. Giuliano: di questa chiesa parrocchiale sopravvivono vistosi ruderi. C’è ancora il perimetro fino all’altezza di due metri. E’ sita nella parte orientale della Molpa e quindi verso il fiume Mingardo.”. Infatti, riguardo il passaggio della parrocchia della chiesa di S. Giuliano a Pisciotta sappiamo che la richiesta del de Leyna non ebbe esito e nel 1578 il feudo di Molpa e Palinuro, con la terra di Pisciotta, fu venduto per 30.000 ducati a don Camillo Pignatelli, viceré di Sicilia. Nel 1583 la proprietà fu venduta dai Pignatelli ad Ettore Maderno di Monteleone, che a sua volta nel 1602 la vendette ad Aurelia della Marra, moglie di Cesare Pappacoda. La famiglia dei Pappacoda terrà il feudo di Pisciotta, Molpa e Palinuro, divenuto frattanto marchesato, fino al 1806. Riguardo il passaggio della parrocchia e della chiesa di S. Guiliano a Pisciotta, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella nota (52) postillava pure che: “(52)…..Dalla platea della Molpa del 1666 risulta che il feudatario versava dieci ducati annui al beneficiario di San Giuliano per le terre da questi a lui censuate.”. La Platea della Molpa del 1666, è stata pubblicata dall’amico Massimino Iannone (….), nel suo “Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX”, pubblicato nel 2016. Francesco Barra, a p. 37, dopo aver parlato del casale di S. Serio alla Molpa e della “La distruzione del 1464 ricordata dall’Antonini, viene sostanzialmente confermata, anche se non si ha certezza precisa dell’anno (52).”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 325 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Il 20 febbraio 1731 proveniente da S. Mauro la Bruca giunse alla parrocchiale il vicario Riccio Pepoli, che chiama Pisciotta Pixunte, ecc….Marina Molpa’: cappella di S. Andrea apostolo (“noviter erectam in Marina Molpae”, nuda, dei fedeli, dopo la messa si asporta ogni cosa perchè la cappella è in aperta campagna) f. 348 t. Tabella messe. Stato economico (f 390): Massa comune d. 272; spese d. 19.4.0; per il clero d. ecc….Quarta. Il Vescovo L. Pappacoda, eletto il 12 febbraio 1635, dispose che tutto il beneficio di S. Giuliano (era parrocchiale) venisse concesso all’arciprete di Pisciotta in beneficio semplice. Distinta entrate delle cappelle e messe relitive”.

Nel 1119, la donazione di Alderuna, sorella del conte Manso Leone a Eufemio, presbitero della chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis” (chiesa di S. Giuliano a Molpa)

Il barone Giuseppe Antonini che, nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando della Molpa ci parla pure della donazione del 1119. Infatti, l’Antonini, a p. 372, in proposito scriveva che: “Mancandoci le notizie dè susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, chtabbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII. Allora cogli altri marittimi luoghi della Lucania fu dà Saraceni saccheggiata; sebbene altra distinzione non se ne sappia, che quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, “ad moenia Molpis, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’. Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore. La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”.

Antonini, p. 373

Dunque la notizia della donazione del 1119, viene dall’Antonini che vedeva un antico documento datato all’anno 1119 mostratogli dall’Abate Commendatario dell’Abbazia di S. Maria di Centola, Girolamo Gascone, che nel 1745, anno della prima edizione della “La Lucania” dell’Antonini aveva conservato nei ricchi archivi dell’antichissima abbazia benedettina. L’Antonini scrive che Gascone gli “imprestasse” l’antico atto di donazione che egli dice essere datato 1119. L’Antonini scriveva che l’antico documento “Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore.”. Dunque, l’antico documento d’epoca Normanna, fu mostrato all’Antonini dall’Abate Gascone, abate dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola, che come si è letto precedentemente possedeva una ricca biblioteca, ricca di testi manoscritti e di documenti e pergamene antichissime come il cosiddetto “Censuale”. Devo però precisare che l’Antonini, nelle precedenti pagine, ci parla di un ‘‘Chronicon’ medievale che egli chiama “Cronica” del Monaco di S. Mercurio e che attribuisce al secolo XII.  Si tratta del chronicon del Monaco di S. Mercurio, di cui il Cammarano scriveva a più riprese che nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola (AFL) se ne conservano le copie degli abbati successivi al monaco Mercurio, ovvero Venceslao I, come lo chiama il Cammarano. Il Cammarano, citando la chiesa di S. Giuliano, di oggi vi sono visibili ancora solo i ruderi, si riferiva al ‘Chronicon del Monaco di S. Mercurio’, di cui ho parlato anche in un altro mio saggio. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 44, nel suo vol. II, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” (Chronicon) di Mercurio 1°, e a proposito della Chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Ecc… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che…….E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. Ecc…”. Dunque, vediamo cosa scriveva in proposito l’Antonini. L’Antonini scriveva che alcune notizie storiche sulla Molpa si possono ricavare dalla “quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, ecc..”. Dunque, l’Antonini la chiama chiesa di San Juliano. L’Antonini scrive di aver visto un’antichissima pergamena che lui dice essere una donazione fatta nell’anno 1119 alla chiesa di S. Giuliano alla Molpa. Riguardol’antica donazione, l’Antonini aggiungeva pure che: La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”. Antonini, in questo passo ci parla della prima notizia ovvero che la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni presumibilmente, secondo i suoi calcoli nel 1113 e, sulla scorta di una notizia tratta dalla Cronaca Cassinese. Antonini scriveva nell’antichissima pergamena della “donazione” alla chiesa di S. Giuliano della Molpa, scritta per metà con greci caratteri”, si riportava o meglio egli leggeva il seguente testo: “ad moenia Molpis’, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’., il cui significato dovrebbe corrispondere al seguente testo: presso le mura di Molpis, e per te il sacerdote Eufemio, già dei Remodii, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, per il mantenimento di torri, calici, polli, crismari e vasi, che gli Agareni avevano recentemente scavato dalle depredazioni di Molpis.”. Il testo in latino cita un presbiterio (un sacerdote) chiamato Eufemio “già dei Remodii”. Egli a Molpa aveva un podere, un piccolo limitato pezzettino di terreno dove i Saraceni scavarono gli oggetti sacri che saccheggiarono presumibilmente nel 1113 e in seguito, nel 1119, avvenne la donazione per ricostituire gli oggetti sacri derubati dai Saraceni. L’Antonini, a p. 373 parla di un sacerdote “Presbitero Euphemio” e poi aggiunge “da Alderuna (I)”. Il barone Antonini (….), a p. 373, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Puotesi credere, che questa Alderuna fosse Longobarda, dal leggersi nel principio della donazione: “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, sapendosi che i Longobardi destinavano un Uomo col nome di Mundualdo per aver cura di non far ingannar le donne: Costume passato a noi, e fino a’ tempi di nostri Avi durato, siccome cogli esempj abbiamo provato altrove.”. “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, ovvero, Mundualdo, uomo longobardo si fermò di fronte ad Alderuna, donna longobarda che condeva al sacerdote Eufemio. Secondo l’Antonini questo uomo longobardo chiamato “Mondualdo” era un uomo che secondo l’antica usanza longobarda doveva aver cura di non far ingannar le donne”. L’Antonini a p. 373, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Quando questa parola ‘Nuper’ non voglia essere presa in troppo stretto senso, può significare: “Da pochi anni in quà”, e tal volta arrivare a dieci ed a venti. Può pastarci per i tempi bassi un luogo di S. Gregorio nel lib. 3 dè Dialoghi c. 26 ove ragionando di un solitario chiamato Mena, così scrive: “Nuper quidam venerabilis vir Menas nomine, solitariam vitam ducebat, qui nostrorum multis cognitus, ante hoc ferè post decennium defunctus”. Per gli antichi senza dubbio sarà sufficiente ‘Cicerone’ nel I. de Orat. Ivi di fresca cosa parlando dice: “In quibus eratis, qui nuper Romae fuit, Menedemus holpes meus.”.”. La notizia riferita dal Di Mauro (….), della donazione del 1119 è interessante ed è tratta dal Cammarano ma sia il Di Mauro che il Cammarano non forniscono riferimenti bibliografici dell’antico documento che risale al 1119, epoca della dominazione Normanna di Ruggero Borsa, ne si danno riferimenti per l’altra notizia dell’incursione e del saccheggio dei Saraceni nel 1113. Riguardo la figura di “Alderuna”, che ricevette la donazione del 1119, recentemente, nel 2017, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 63, parlando del monte “Cellarano” o del toponimo “Kellerana” (Monte Bulgheria), in proposito scriveva che: “Non a caso, del resto, proprio in quest’area di Centola che guarda verso il Mingardo sussistono ancora oggi numerosi toponimi di chiara impronta basiliana: S. Basile, S. Sergio, S. Elia, S. Agata, S. Andrea, oltre che Macchia della Chiesa, storico possedimento fondiario dell’abbazia di S. M. degli Angeli di Centola. Sul lato oposto del Mingardo…….Ma sembra pure che i centri basiliani più importanti della zona fossero quelli, più a nord, di Roccagloriosa, e di Rofrano, il quale ultimo giunse a contare ben undici dipendenze (8).”. Il Barra (….), a p. 63, nella nota (8) postillava che: “(8) Scrive a questo proposito l’Antonini “Sul declinar di questa montagna chiamata di Bulgheria a tramontana trovasi Roccagloriosa; paese grande, ed in bellisimo sito allogato (…..). Nel 1130 Manso Leone Signor de luogo con suo testamento dotò la chiesa (di S. Mercurio) di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina, e volle che fosse femminile, riservandosi alla famiglia il diritto di nomina della badessa dopo la morte d’Alruda sua sorella, che egli nominò per prima; ratifica del conte Guidone suo nipote.”. Dunque, in questo passaggio, il Barra ricorda la donazione di Manso al monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa e della sua sorella “Alruda” che dovette essere la prima badessa di questo antico Monastero di monache clarisse. Dunque, secondo il Barra, “Alruda”, la prima badessa del monastero di monache di Roccagloriosa era la sorella del conte Normanno Leone Manso. Francesco Barra, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) ‘La Lucania’, cit., p. 330. Attendibile ci pare pure l’atto di donazione del 1119 di un podere da parte della longobarda Alderuna al presbitero Eufemio della chiesa di “S. Juliano ad moenia Molpis”, “ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismaterium, et vestamentos que nuper disrobaverunt Agareni in depradatione praecalendatae Molpis”. Il documento proveniente dall’archivio di S. M. degli Angeli di Centola, ecc…”. Il Barra, a p. 37 proseguendo il suo racconto sulla donazione del 1119, in proposito scriveva pure che: “Alderuna può probabilmente identificarsi con quella Alruda che fu la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa, fondato nel 1130 da suo fratello “Manso Leone, Signor del luogo”, che con suo testamento lo dotò “di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina”, riservandosene il diritto di nomina delle badesse (G. Antonini, La Lucania, cit., pp. 385-86).”. Dunque, interessantissimo il passaggio del Barra che ci ricorda il personaggio di Alderuna. Dunque, Francesco Barra, riferendosi alla donazione del conte Manso al monastero di Roccagloriosa scriveva che “Alderuna” era longobarda, sorella del conte Leone Manso e, prima badessa del Monastero di monache clarisse di S. Mercurio a Roccagloriosa, fondato nel 1130 dal fratello Leone Manso. Secondo il Barra, “Alderuna”, era la stessa che nel 1119 donò un podere alla chiesa di S. Juliano a Molpa e che nel 1130 diventerà, per volere del fratello, la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa.

Il Castello della Molpa

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Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: L’Antonini dice pure che di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15). Certo è che sulla collina della Molpa vi era un ‘castrum’ distrutto dai saraceni (16) e un castello di cui sono visibili i ruderi e del quale è notizia nei ‘Registri angioini’. Infatti, nel 1269 re Carlo I ordinò di avocare alla regia Curia il castello della Molpa, con Camerota e S. Severino, tenuti dal milite Guglielmo Gagliardi (17). Ecc…”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Antonini, cit., p. 374. L’A. (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Maugerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ……………”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, da p. 374, in proposito scriveva che: “…..

Ebner, a p. 173, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Il ‘castrum’ era a quota 140. La cala che si apre a sud del promontorio offre un ancoraggio protetto dai venti del IV quadrante. G. Schmidt, ‘Antichi porti’, cit., p. 322”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, scriveva che: “Castello della molpa: sul colle omonimo a est del fiume Lambro.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 366, in proposito scriveva che: solamente verso settentrione trovasi ancora in piedi un portico di antica struttura cogli archi chiusi modernamente, per farne un ricovero; e perciò chiamasi il Castello, che moltissime miglia da dentro terra si vede per l’altezza, in cui è posto.”. L’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Cosimo De Giorgi (…), in proposito, parlando del fiume Lambro, scriveva che:  “Da questo punto fino al mare scorre nella direzione di tramontana a mezzogiorno, parallelo al corso del Mingardo, tra colline ecc., rasenta le falde della collina denominata ‘Saline di Orlando’. Nel mezzo di questa pianura e in riva al mare si erge, a mò di cono un colle isolato sul quale torreggiano gli ultimi ruderi del ‘Castello di Molpa’.”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando della Molpa, a p. 173, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Il ‘castrum’ era a quota 140. La cala che si apre a sud del promontorio offre un ancoraggio protetto dai venti del IV quadrante. G. Schmidt, ‘Antichi porti’, cit., p. 322”

Nel 1128, Ruggero II d’Altavilla, futuro re di Sicilia distrusse e sacchegiò la Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, nella parte II, a p. 375, parlando della Molpa, scrive che i suoi numerosi e sicuri approdi naturali che furono molto utilizzati da Ruggero I d’Altavilla, Gran Conte di Sicilia, nei suoi innumerevoli viaggi da e verso la Sicilia. Antonini, scriveva che: “Non passarono molti anni che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani e Saraceni, nel viaggio di Sicilia: e per vedere verso qual anno probabilmente la cosa succedette; convien sapere che quello molti viaggi fece da Sicilia in Regno, e dal Regno colà. Falcone Beneventano ne riferisce uno nel MCXXVIII (1128), dopo che dal Papa Onorio ebbe il titolo di Duca; etc…”.

Antonini, su Ruggero I e la Molpa, p. 371

Il barone Giuseppe Antonini, nel suo “Lettera D. Matteo Egizio al Sig. Langlet du Fresnoy o siano osservazioni sulla Geografia etc…”, in “Altra lettera del barone Antonini in risposta del Sig. Matteo Egizio scritta da Parigi a 14 settembre 1739”, a p. 137 riferendosi ad Alife (non alla Molpa), in proposito scriveva che: “…e ‘l Vescovo non vi abita per l’aria malsana. Vuò però ben credere che quando nel MCXXIX fu assediata, e bruciata dal Re Ruggieri, avesse avuto ancora belli edifizj etc…”. DaWikipedia leggiamo che Falcone di Benevento (Benevento, 1070 circa – 1144 circa) è stato uno storico longobardo, notaio e giudice della curia pontificia a Benevento durante il dominio papale e autore del Chronicon Beneventanum. Fu un importante cronachista per gli anni tra il 1102 ed il 1144 nel Mezzogiorno. La sua opera, il Chronicon Beneventanum, di cui è andato perduto l’inizio e, probabilmente, anche la fine, racconta in forma annalistica la storia di Benevento e, dal 1127, dell’ascesa di Ruggero II di Sicilia tra le potenze dell’epoca. È abbastanza affidabile in quanto testimone oculare, ma dalla parte dei longobardi e dei beneventani che, da oltre un secolo, avevano visto crescere la potenza dei normanni. Riguardo il “Chronicon” di Falcone di Benevento o Falcone Beneventano, si veda “Falcone Beneventano -Chronicon – Traduzione, introduzione e note di Raffaele Matarazzo”, ed. Thesaurus Rerum Beneventarum, II, anno 2000, Napoli.  Secondo l’Antonini (…) che sulla scorta di Falcone Beneventano (…), re Ruggero II d’Altavilla saccheggiò la città della Molpa, nel 1128, in uno dei suoi frequenti viaggi dalla Sicilia verso Salerno o Napoli, dopo che papa Onorio gli concesse il titolo di Duca. Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, il suo manoscritto pubblicato recentemente dal Comune di Acquara con testo tradotto e a cura di Barra e Capano e altri, parla della Molpa ed in proposito, nel Libro I, a p. 178, in proposito scriveva (sulla scorta dell’Antonini) che: “Fu poi, come scrive il Sig. Antonini, nel 1113 da’ Saraceni saccheggiata con tutta la Regione di Lucania. Appresso fu nuovamente saccheggiata dal Re Ruggiero in uno de’ suoi viaggi da Sicilia, e smantellate le Mura, che la cingevano, dal che ne venne la totale sua ruina e diserzione, e de’ suoi Casali, a riserba di Pisciotta, come scrive il citato Antonini. Etc…”. Inoltre, il Di Stefano dissertava e ragionava sulle date ed infatti aggiungeva che: Di fatto nello scrivere ciò, ho rattrovato nella Storia di Falcone Beneventano, che minutamente, come testimonio di veduta scrisse le guerre da esso Re fatte nel Regno, etc…”. L’Antonini (…), a p. 375, parlando di una città che lui chiama ‘Molpa’, sorta sul promontorio della ‘Molpa’ di Palinuro, di cui oggi restano pochi ruderi. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi.

Nel 1135, Rainulfo di Alife (detto di Airola), feudatario di Molpa al tempo dello scontro con Ruggero II 

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: L’Antonini dice pure che di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15).”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Antonini, cit., p. 374. L’A. (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Maugerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ……………”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, da p. 374, in proposito scriveva che: “….frà i quali anche la Molpa che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: ed essendo Ruggiero velocemente più accorso, nè smantellò le mura.”. Da Wikipedia leggiamo che Rainulfo di Alife, detto de Airola, della famiglia Drengot Quarrel, (1093 circa – Troia, 30 aprile 1139), è stato un nobile normanno, conte di Alife, Caiazzo, Sant’Agata de’ Goti, Telese (1115-1139) e, in fasi alterne, di Avellino, Mercogliano, Ariano e Troia, nonché duca di Puglia (1137-1139). Era figlio del conte Roberto di Alife e di Gaitelgrima. Investito del titolo di conte sin da 1108, quando era ancora un fanciullo, incontrò papa Callisto II a Benevento nel 1120, fornendo atto di omaggio. Ebbe poi una dura lite col pontefice, risolta con la restituzione del monastero di Sancta Maria in Cingla presso Alife all’abbazia di Montecassino. Nel 1127, auspice il papa Onorio II, si alleò con Roberto II di Capua nel tentativo di contrastare la successione di Ruggero d’Altavilla al ducato di Puglia; questi riuscì a imporsi, ma dovette concedere a Rainulfo il possesso feudale della contea di Ariano. Dopo una breve alleanza con il sovrano, presto tornò ad opporglisi: nel febbraio 1130, alla morte di Onorio II, Rainulfo si schierò con il Papa legittimo Innocenzo II, contro l’antipapa Anacleto II. Ruggero, duca di Puglia e di Calabria e padrone della Sicilia, aveva riconosciuto come valida l’elezione di Anacleto ed ebbe in ricompensa la corona di Sicilia, il 25 dicembre 1130. Ma alcuni nobili feudatari normanni, che già da tempo mordevano il freno, non accettarono il nuovo sovrano e da qui si scatenarono gli eventi che portarono allo scontro militare il 24 luglio 1132 sul fiume Sarno presso Scafati. La battaglia di Scafati dapprima favorevole alle truppe regie, terminò in una disastrosa sconfitta per Ruggero. All’agosto del 1132 si fa risalire, secondo la tradizione, l’arrivo da Roma ad Alife delle reliquie di san Sisto, ottenute da Rainulfo che le aveva chieste al papa (Anacleto II). Nella primavera dell’anno seguente Rainulfo e Roberto si recarono a Roma dove prestarono giuramento a Lotario II, sceso in Italia per farsi incoronare imperatore da Innocenzo II (4 giugno 1133). Mentre i due erano assenti, Ruggero tornò alla riscossa catturando la moglie di Rainulfo (sua sorella Matilda) e il figlioletto: Rainulfo e Roberto dovettero rientrare precipitosamente, ma finirono col capitolare (giugno-luglio 1134). Rainulfo ottenne comunque la restituzione dei familiari. Nel luglio 1135, una nuova rivolta capeggiata da Rainulfo provocò la reazione del re, che entrò in Aversa, Capua e Alife con un esercito guidato dal cancelliere Guarino, costringendo Rainulfo a trovare rifugio in Napoli, unica città a resistere. Nel marzo 1136 Rainulfo e il fratello Riccardo di Rupecanina, con l’appoggio del Papa legittimo Innocenzo II, chiamarono in Italia l’imperatore Lotario. Innocenzo II e Lotario II di Supplinburgo, concentrarono a maggio 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole, assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga, quindi conquistarono la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il Pontefice tenne il Concilio di Melfi V nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I Padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore Lotario II di Supplimburgo delegittimò Ruggero II di Sicilia, della rivale Casata Altavilla, in favore di Rainulfo III di Alife, della Casata Drengot, nuovo Duca di Puglia. Poi a Benevento alla fine dell’estate Innocenzo e Lotario investirono Rainulfo del ducato di Puglia, mentre la contea di Alife passava a Riccardo. Ma, ripartito l’imperatore, Ruggero sbarcava di nuovo a Salerno ai primi di ottobre per ristabilire la sua autorità sulle città ribelli. Una nuova battaglia si svolse il 29 ottobre 1137 presso Rignano Garganico, dove il re, nuovamente sconfitto, perse molti soldati e trovò scampo nella fuga. La controffensiva regia, causò il grave saccheggio di Alife e Telese, ma le principali città della Puglia in mano a Rainulfo (Troia, Melfi, Canosa e Bari), non subirono alcun danno. Il Papa l’8 aprile 1139, scomunicò Ruggero, ma il 30 dello stesso mese Rainulfo morì. Solo con la morte di Rainulfo, forse causata da errori medici, Ruggero poté conquistare l’intera Italia Meridionale. Rainulfo sposò Matilde di Altavilla, figlia di Ruggero I di Sicilia, dalla quale ebbe il figlio Roberto e una figlia, Adelicia Drengot, che sposò Rainaldo dell’Aquila, Conte di Avenel. Da Adelicia Drengot e Rainaldo dell’Aquila nacque Matilde Avenel che sposò il Conte di Butera, Costantino II Paterno. Rainulfo era cognato di Ruggero II d’Altavilla. Sulla figura del conte Rainulfo o Ranulfo di Alife, recentemente Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 22, nella nota (23) postillava che: “(23) Scriveva nel 1781 Lucido Di Stefano, governatore baronale di Centola, che “sebbene il Porto del medesimo (il Mingardo) oggi più non esiste, perchè terrapienato, pure il medesimo era appunto ove da marinai si fa la pesca de’ pesci colle sciabiche nella Molpa” (L. Di Stefano, Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro, Centro di Cultura e Studi Storici “Alburnus”, Salerno, 1994, vol. I, p. 173).”. Infatti, Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, il suo manoscritto pubblicato recentemente dal Comune di Acquara con testo tradotto e a cura di Barra e Capano e altri, parla della Molpa ed in proposito, nel Libro I, a p. 178, in proposito scriveva (sulla scorta dell’Antonini) che: “Fu poi, come scrive il Sig. Antonini, nel 1113 da’ Saraceni saccheggiata con tutta la Regione di Lucania. Appresso fu nuovamente saccheggiata dal Re Ruggiero in uno de’ suoi viaggi da Sicilia, e smantellate le Mura, che la cingevano, dal che ne venne la totale sua ruina e diserzione, e de’ suoi Casali, a riserba di Pisciotta, come scrive il citato Antonini. Etc…”. Il Di Stefano, che fu governatore di Centola scriveva soprattutto sulla scorta del Vescovo di Capaccio Mons. Nicolai sostenendo la sua tesi che la Molpa in origine fosse “Bussento”, sede Vescovile. Il Di Stefano, a pp. 233-234 discorrendo della Contea di Capaccio al tempo di re Ruggero II scriveva che: “Il Baron Antonini nella par. 2 Disc. 3, pag. 255 not. (1) scrivendo che “a tempo del Re Ruggieri era tenuta Capaccio dal famoso Ranulfo di Alife, ed allorche (erasi egli già a Ruggieri ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: ‘Capacium munitissimum ejus Oppidum, quo iter assumpserat, timido corde regreditur’, scrive l’Abbate Celesino su’l principio del lib. 3. Dice di più nel Disc. 3, pag. 374, che detto Ruggiero distrusse la Molpa, che da un nipote (238) di esso Conte Rainulfo si teneva Melfi, Troja, Avellino, Alife, ed altri Luoghi, portando nella not. (2) l’opinione dell’Anonimo Cassinese, che ‘Aliphas Rogerius redegit in cinerem’ l’anno 1133, etc…”. Dunque, il Di Stefano cita alcuni passi dell’Antonini. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, a p. 255 (I edizione del 1745, mentre nell’edizione del 1795 è a p. 247) parlando di Capaccio, in proposito scriveva che: “Questo luogo, perchè di sua natura forte, sin da tempo de’ Normanni fu sempre da persone di conto (I) posseduto.”. L’Antonini, a p. 255, nella nota (I) postillava che: “(I) A tempo di Re Ruggieri era tenuto Capaccio dal famoso Ranulfo Conte di Alife; ed allorchè (erasi egli già a Ruggiero ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: “Capaciam munitissimum ejus Oppidum, quo iter assumpserat, timido corde regreditur” scrive l’Abate Celesino sul principio del lib. 3.”. L’Antonini, sulla scorta dell’Abate Celesino scriveva che Capaccio, al tempo di re Ruggero II  era tenuto Capaccio dal famoso Ranulfo Conte di Alife”. L’Antonini scriveva pure che, al tempo di re Ruggero II e, quando il conte Ranulfo si era già a lui ribellato, intuendo che re Ruggero II venisse a punirlo dalla Sicilia, egli “tornò con il cuore timoroso alla città dove aveva preso il suo viaggio, la città più fortificata”. Il Di Stefano, sempre sulla scorta dell’Antonini scriveva pure che l’Antonini, Dice di più nel Disc. 3, pag. 374, che detto Ruggiero distrusse la Molpa, che da un nipote (238) di esso Conte Rainulfo si teneva Melfi, Troja, Avellino, Alife, ed altri Luoghi, portando nella not. (2) l’opinione dell’Anonimo Cassinese, che ‘Aliphas Rogerius redegit in cinerem’ l’anno 1133, etc…”. Questa notizia l’abbiamo analizzata in precedenza. Sempre il Di Stefano ci fa notare che l’Antonini, nella sua Lettera al Signor Egizzio su la ‘Geografia’ del Sig. Langlet pag. 137, la porta dallo stesso Re bruciata nel 1129.”. Il Di Stefano dissertava e ragionava sulle date ed infatti aggiungeva che: Da tale autorità mi surge una difficoltà, che se Guaimario suddetto cedé a Sica sua sorella nel 1137 la Contea di Capaccio, come col Pellegrino scrive il Volpe, come poi, secondo l’opinione dell’Abbate Celesino, Rainulfo era Conte di Capaccio nel 1129 o 1133, in tempo che Alife fu incenerita, cioè, otto, o quattro anni prima, che Guaimario si fé Religioso ? e perciò io pensavo, o la destruzione di Alife seguì dopo detto anno del 1137. Di fatto nello scrivere ciò, ho rattrovato nella Storia di Falcone Beneventano, che minutamente, come testimonio di veduta scrisse le guerre da esso Re fatte nel Regno, che Alife fu destrutta nell’anno 1138; onde resta già sciolta la mia difficoltà.”. Pietro Ebner (….) nel vol. I, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 605, dove, parlando della “Capaccio”, in proposito scriveva che: “Nell’età del re Ruggiero pare (19) che fosse signore di Capaccio Rainolfo di Alife. Nel 1132 l’abate Landone della chiesa di S. Nicola (20), costruita a “casa vetere” sotto il vecchio castello e appartenente a Giovanni, figlio di Gregorio, figlio di Pandolfo di Capaccio, dichiarò che la chiesa possedeva un terreno e un fabbricato fuori la città nuova di Capaccio, non molto lontano dalla “porta que dicitur de pagagno” e che per ordine di Giovanni concedeva a tre fratelli.”. Ebner, a p. 605, vol. I, nella nota (19) postillava che: “(19) Antonini, cit., I, p. 247, n. 2”. Il barone Giuseppe Antonini, ripreso più volte dal Di Stefano citava spesso l’“Abate Celesino”. Io credo che vi fosse un errore di stampa perchè l’autore che cita l’Antonini non è “Celesino”, un abate di chissà quale monastero ma si tratta di Alessandro di Telese detto il “Telesino”, o “Alessandro Telesino” (….). E’ molto strano perchè l’Antonini (….), a p. 375, nella nota (I) parla distintamente dellìAbate Telesino e non “Celesino”.

Postille di Antonini, p. 375

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’

Tuttavia, in Wikipedia leggiamo essere Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136) fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia benedettina del Santissimo Salvatore a Telese, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II. Dunque, il chronicon di Alessandro di Telese (….) è il testo scritto in latino “Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie”, oppure più correttamente il testo “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Gestis Rogerii Siciliae Regis” e “Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium”. Dall’unico manoscritto esistente (Barcellona, Biblioteca Central, cod. 996), una copia redatta a Monte Cassino intorno al 1330 e portata in Spagna al tempo dell’occupazione aragonese, l’antiquario Jerónimo Zurita y Castro trasse la editio princeps nel 1578, priva degli ultimi capitoli (da questa derivano Muratori e Del Re). L’Antonini scriveva che, all’inizio del testo del Libro III egli ci parla di re Ruggero II d’Altavilla e lo scontro con il conte Rainulfo d’Alife. Nel testo “Alessandro di Telese – Ruggero II Re di Sicilia” a cura di Vito Lo Curto (….) pubblicato a Cassino nel 2003, con traduzione e commenti, all’inizio del Libro III. Il Libro III si apre col Cap. I: “Ruggero si ammala. Muore sua moglie Alberia. Essendosi diffusa la falsa notizia della morte del re, il Principe Roberto da Pisa si dirige a Napoli con una schiera di soldati.”. Il cap. II, a p. 143: “Rainulfo, pensando che il re sia morto, cerca di recuperare le terre perdute.”. Dunque, i fatti citati dall’Antonini, narrati da Alessandro di Telese, risalgono a dopo la morte della prima moglie di re Ruggero II d’Altavilla e, subito dopo la conferma a re di Sicilia nel 1130. In particolare l’Antonini, sulla scorta del Telesino scriveva della ribellione del conte Rainulfo e che: Ranulfo Conte di Alife; ed allorchè (erasi egli già a Ruggiero ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero II d’Altavilla sposò prima del 1118 Elvira di Castiglia (circa 1100 – 1135). Morta Elvira, solo nel 1149, cioè dopo ben quattordici anni di vedovanza (con la preoccupazione della successione dinastica dopo la morte in successione dei suoi primi tre figli maschi), si unì in matrimonio con Sibilla di Borgogna (1126 – 1150). Tuttavia, sebbene avessi approfondito le mie ricerche sul nipote del Conte Rainulfo che teneva la fortezza della Molpa al tempo di re Ruggero II d’Altavilla, ancora nulla si sa. Sulla figura del conte Rainulfo o Ranulfo di Alife, Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 97, in proposito scriveva pure che: “….e della città di Benevento che dal Papa si pretendeva, come alla sede Apostolica appartinente, a qual’effetto il Pontefice fé lega con Roberto nuovo Principe di Capoa, e con Rainulfo Conte d’Alife cognato di Ruggiero, del quale ho parlato nel lib. 3 Disc. I chi invasero la Puglia per ordine del Papa, etc…”. Il Di Stefano, nel Libro III parlando della Contea di Capaccio, di Rainulfo di Alife, dei Comite a Capaccio e, sulla scorta di Filiberto Campanile (….), che egli chiama “Il Duca della Guardia”, a pp. 12-13-14, in proposito scriveva che: “Di costui e delle sue prodezze parla lungamente Falcone Beneventano nella ‘Storia del Re Ruggiero’, contro di cui fé cose inaudite chiamandolo però ‘Rainulfo’, ch’era Conte d’Avellino, di Alife, etc. e Principe etc….Aveva Rainulfo in moglie Matilda, sorella dello stesso Re. Venne la nemicizia tra loro, perche avendo Rainulfo un giorno ingiuriata la Contessa sua moglie, ed indi essendo andato a Roma, mandatovi da Ruggiero, questo in tal tempo fattasi venire la medesima col figlio, per vendicarsi, la mandò in Sicilia nel 1132 con detto suo figlio; onde poi cotanto tra loro guerreggiato, che se detto Conte non moriva, difficilmente il Re avrebbe acquistato la Puglia, e l’altre Regioni nostrali. Tolto Salerno al Re dal Som. Pontefice Innocenzo II, e da Lotario Impe., nel 1137 etc…..Morì Rainulfo nella Città di Troja di Puglia nell’anno 1139, e seppellito in quel Duomo etc…Dopo la morte di Rainulfo il Re s’insignorì di tutta la Puglia, del Principato di Capua, e del Ducato di Napoli, etc…”. Dunque, Rainulfo era cognato di re Ruggero II d’Altavilla, in quanto ne aveva sposato la sorella Matilda d’Altavilla, figlia di Ruggero I d’Altavilla e di Adelaide del Vasto detta “Adelasia”. Riguardo il conte Rainulfo, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali etc…”, vol. VIII a pp. 257-258 parlando dell’anno di Cristo 1086 riferendosi alle donazioni e acquisti che l’Abate di Cava, Pietro Pappacarbone faceva in quegli anni, in proposito scriveva che: “vi firmarono etc…., con tutti i signori anche esteri, il Duca …., allo stesso Monistero della Cava, ove l’ora nominato ‘Rainolfo’ (lo stesso ‘Rainone Brittone’ con sua moglie Atta, e suo figlio Joele, che vedremo Duca e Comestabolo, alla presenza del Duca donò a’ Cavesi il casale e Monistero di ‘S. Pietro ad Olivola’, non lungi da S. Agata di Puglia. Il Duca soscrisse questa carta, e la confermò con altro Diploma, aggiungendovi ancora le chiese mezzo dirute etc…Si osservi che in questi tempi ‘Rainolfo, Rainone, Rao, Rainaldo etc..era un nome stesso”.

Nel 1135, il conte “Rainulfo” o “Rainolfo”, feudatario della città di Molpa ai tempi di re Ruggero II e suo nipote che teneva città e fortezza

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi”, vol. II, Parte II, Discorso VII, nel suo “Discorso VII – Di Palinuro, e della Molpa”, a p. 373-374-375 parlando della Molpa e, dopo aver detto di una donazione ad “Alderuna” del 1119, riferendosi a re Ruggero I d’Altavilla, re di Sicilia, in proposito scriveva che: Non passarono molti anni etc…”, quindi dopo l’anno 1119, ovvero forse l’anno……, “che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani e Saraceni, nel viaggio di Sicilia: e per vedere verso qual anno probabilmente la cosa succedette; convien sapere che quello molti viaggi fece da Sicilia in Regno, e dal Regno colà. Etc…”. L’Antonini, a p. 374 proseguendo il discorso sui viaggi che re Ruggero I d’Altavilla intraprese per necessità dalla Sicilia per Napoli doveva far sosta alla Molpa “Quindi si vede che per necessità dovette Ruggieri tant’altre volte tornare quì per ripartirne. Etc…”.

Antonini, Ruggero II distrugge la molpa, p. 374

Sempre a p. 374, l’Antonini proseguendo il suo racconto e scriveva che: “Alcuni per tradizione dicono, che i Molpitani avendo preso ciò che dal naufragio d’una delle navi era al di loro lido approdato, senza volerlo restituire, l’avesse egli nel MCXXXV (1135) per vendetta saccheggiata, e smantellata di mura, che mai più si rifecero. Vogliono altri ( e questa sentenza appare la più verosimile) ch’ essendosi sparsa per Italia novella della morte di Ruggieri, tutti, o la maggior parte dè luoghi del Regno si sollevarono, fra quali anche la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: ed essendo Ruggieri velocemente quì accorso, ne smantellò le mura, come fece a Melfi, a Troia, ad Avellino, ad Allife (2), e ad altri luoghi men forti ancora (3); etc…..Questo smantellamento di mura cagionò alla Molpa l’ultima sua ruina; poichè non essendo più tale, che potesse in quei confusi scelerati tempi sicura mantenervisi la gente, cominciò pian piano a mancar di abitatori, e quei casali (I), ch’erano dalla città dipendenti, pure cominciarono a fare lo stesso, in modo che nella final sua ruina, del MCDLXIV pochi abitati ve n’erano.”. Dunque, secondo l’Antonini che riferisce delle notizie storiche sulla Molpa, ai tempi di re Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, nell’anno 1135, il feudatario del luogo la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: etc…”. Chi era questo feudatario della Molpa nel 1135 ?. L’Antonini scriveva che egli fosse un nipote del conte “Rainulfo” che teneva il luogo per conto di re Ruggero I d’Altavilla. L’Antonini, a p. 374, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Ecco come il Capecelatro, nella sua Storia, part. I, lib. I, il dice: ‘Ed egli imbarcatosi sopra la sua armata, s’avviò per gire in Palermo, ma assalito da fiera tempesta, per lo cammino se gli affogarono in mare ben venti legni carichi di ricche prede, e di prigioni Regnicoli”. Sempre l’Antonini, a p. 374, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Anonimo Cassinese, rapporta la distruzione di Alife all’anno MCXXXIII, in cui dice: “Rogerius Aliphas redegit in cinerem” ”. L’Antonini si riferiva a re Ruggero I d’Altavilla o si riferiva alle frequenti soste che dovette fare re Ruggero II d’Altavilla, suo figlio ?. Angelo Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo:  “Non passarono molti anni e fu nuovamente saccheggiata da Ruggero II il Normanno, il quale cinta la corona di Re di Sicilia e di Puglia nella cattedrale di Palermo, nell’anno 1130 si accinse, con la sua flotta, a raggiungere Napoli. Durante il tragitto, assalite da una furiosa tempesta, venti delle sue navi affondarono con tutto il loro prezioso carico e due di esse furono trascinate dai marosi lungo sul lido della Molpa. I Molpitani, si impossessarono immediatamente di tutto ciò che le due navi contenevano e fecero orecchio di mercante alle reiterate richieste di restituzione avanzate dal Re Normanno. Ruggero II, allora sdegnato ed incollerito per il loro comportamento irrispettoso, decise di punirli severamente e, nell’anno 1133, saccheggiò la Molpa e la smantellò nelle sue mura che non vennero mai più riedificate. Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”.  Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini. Dunque, il Guzzo ci parla di re Ruggero II d’Altavilla e ci parla dell’anno 1135. Angelo Guzzo, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia” parlando della Molpa, a pp. 70-71 scriveva le stesse notizie. Anche in questo caso, il Guzzo, a p. 71, nella nota (15) postillava che: “(15) “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in G. Antonini – Op. cit., – Vol. I – Disc. VII – pagg. 374-375”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: L’Antonini dice……etc….e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15). Certo è che sulla collina della Molpa vi era un ‘castrum’ distrutto dai saraceni (16) e un castello di cui sono visibili i ruderi etc…”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Il ‘castrum’ era a quota 140. La cala che si apre a sud del promontorio offre un ancoraggio protetto dai venti del IV quadrante. G. Schmidt, ‘Antichi porti’, cit., p. 322”. Pietro Ebner (….) nel vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 172 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure…etc…e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15).. Ebner nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) Antonini, cit., p. 374.”. Dunque, Ebner, a p. 172 scriveva che la popolazione di Molpa aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo”. Ebner lo chiama “il conte Rainolfo”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’ rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: Molpa….la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta a più riprese (680-705-802-828-931-1113), dal normanno Ruggero II, che dopo il naufragio del 1133 tra Lambro e Mingardo subì la predazione di oro e argento dai suoi abitanti; nel 1135 se ne vendicò abbattendo le mura della fortezza, che, posseduta dal Conte Rainulfo, s’era ribellata a Ruggero, e ancora etc…”. Dunque, il Di Mauro scriveva che nel 1135, la città della Molpa posseduta dal Conte Rainulfo, s’era ribellata a Ruggero”. Dunque, il Di Mauro scriveva che, nel 1135, nella città della Molpa vi fu uno scontro tra gli abitanti della Molpa e della sua fortezza tenuta dal Conte Rainulfo e un esercito di re Ruggero II d’Altavilla che distrusse la fortezza. Alcune notizie storiche sulla Molpa le ritroviamo nel testo di Francesco Cirelli (….), “Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”; sul testo di Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche.”. Il canonico Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, sulla scorta dell’Archivio Cavense (Arca L., n. 23), a pp. 164-165 parlando della Molpa, in proposito leggiamo che: “Secondo il Malaterra, questa città, fondata dai Normanni, verso l’anno 1507 fu abitata da Mercanti (12). L’archeologia, invece, attenendosi ai reperti, parla di città coeva a Palinuro (13). Sappiamo di certo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II d’Altavilla, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave con un tesoro ivi naufragata.“. Il Vassalluzzo, a p. 165, nella nota (12) postillava che: “(12) Malaterra, lib. I, etc…”. L’Antonini (…), cita anche Rainulfo d’Alife, nemico acerrimo di re Ruggero II d’Altavilla di Sicilia. Secondo l’Antonini (…) che sulla scorta di Falcone Beneventano (…), Molpa, nell’anno 1135, era tenuta da un nipote del Conte Rainulfo di Alife.

Angelo Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo:  Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”.  Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini.

Nel 1135, Ruggero II d’Altavilla distrusse e sacchegiò la Molpa

Pietro Ebner (….) nel vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173, dove, parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15).. Ebner nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) Antonini, cit., p. 374.”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa….dal normanno Ruggero II, che dopo il naufragio del 1133, tra Lambro e Mingardo subì la predazione di oro e argento dai suoi abitanti; nel 1135 se ne vendicò abbattendo le mura della fortezza, che, posseduta dal conte Ranulfo, s’era ribellata a Ruggero, ecc..”. Infatti, l’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, nella parte II, a p. 375, parlando della Molpa, scrive che i suoi numerosi e sicuri approdi naturali che furono molto utilizzati da Ruggero I d’Altavilla, Gran Conte di Sicilia, nei suoi innumerevoli viaggi da e verso la Sicilia.

Antonini, su Ruggero I e la Molpa, p. 371 

L’Antonini (…), a p. 375, parlando di una città che lui chiama ‘Molpa’, sorta sul promontorio della ‘Molpa’ di Palinuro, di cui oggi restano pochi ruderi. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi.

La Molpa

Il Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo:  “Non passarono molti anni e fu nuovamente saccheggiata da Ruggero II il Normanno, il quale cinta la corona di Re di Sicilia e di Puglia nella cattedrale di Palermo, nell’anno 1130 si accinse, con la sua flotta, a raggiungere Napoli. Durante il tragitto, assalite da una furiosa tempesta, venti delle sue navi affondarono con tutto il loro prezioso carico e due di esse furono trascinate dai marosi lungo sul lido della Molpa. I Molpitani, si impossessarono immediatamente di tutto ciò che le due navi contenevano e fecero orecchio di mercante alle reiterate richieste di restituzione avanzate dal Re Normanno. Ruggero II, allora sdegnato ed incollerito per il loro comportamento irrispettoso, decise di punirli severamente e, nell’anno 1133, saccheggiò la Molpa e la smantellò nelle sue mura che non vennero mai più riedificate. Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”.  Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini. Dal punto di vista strettamente bibliografico, la notizia è tratta dalla bibliografia antiquaria ed in particolare dal Capecelatro (…), che sulla scorta dell’Abate Telesino (…), e di Falcone Beneventano, raccontava questo episodio che in seguito fu citato dall’Antonini (…), che nella sua ‘Lucania’, vol. II, Parte II, Discorso VII, a p. 373-374-375. L’Antonini, parlando della città della ‘Molpa’, una città che esisteva sul promontorio della Molpa di Palinuro (vedi immagine), ormai diroccata da quando fu distrutta da re Ruggero II d’Altavilla, scriveva che:

Antonini, Ruggero II distrugge la molpa, p. 374

Antonini, scriveva che: “Non passarono molti anni che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani e Saraceni, nel viaggio di Sicilia: e per vedere verso qual anno probabilmente la cosa succedette; convien sapere che quello molti viaggi fece da Sicilia in Regno, e dal Regno colà. Falcone Beneventano ne riferisce uno nel MCXXVIII (1128), dopo che dal Papa Onorio ebbe il titolo di Duca; un altro nel MCXXX (1130), o secondo altri nel MCXXIX (1129), all’or che andò per coronarsi in Palermo. Un’altro che due anni dopo, appresso la gran rotta, ch’ ebbe nè piani di Nocera (o nel MCXXXI (1131), quando colle navi cariche di spoglie ebbe a sommergersi: “Audivimus praeterea viginti , & octo navigia auro & argento onerata, & mobilium , quae de Civitatibus expoliaverat , in profundo maris se submersisse (1). Quindi si vede che per necessità dovette Ruggieri tant’altre volte tornare quì per ripartirne. Alcuni per tradizione dicono, che i Molpitani avendo preso ciò che dal naufragio d’una delle navi era al di loro lido approdato, senza volerlo restituire, l’avesse egli nel MCXXXV (1135) per vendetta saccheggiata, e smantellata di mura, che mai più si rifecero. Vogliono altri ( e questa sentenza appare la più verosimile) ch’ essendosi sparsa per l’Italia novella della morte di Ruggieri, tutti, o la maggior parte dè luoghi del Regno si sollevarono, fra quali anche la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: ed essendo Ruggieri velocemente quì accorso, ne smantellò le mura, come fece a Melfi ecc..(2). L’Antonini (…), alle sue note (1) e (2), postillava: “Capecelatro, sua Storia, part. I, libro I, e l’Anonimo Cassinese, rapporta la distruzione di Alife all’anno MCXXXIII, ecc..”. L’Antonini (…), cita anche Rainulfo d’Alife, nemico acerrimo di re Ruggero II d’Altavilla di Sicilia. Secondo l’Antonini (…) che sulla scorta di Falcone Beneventano (…), Molpa, nell’anno 1135, era tenuta da un nipote del Conte Rainulfo di Alife.

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(Fig….) Antonini Giuseppe (…), brano tratto da Parte II, Discorso VII, pp. 374-375

Nel 1137 (?), il privilegio dell’Imperatore tedesco Lotario III al “monastero di S. Arcangelo” di S. Severino o Celle di Bulgheria

L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi Cilento un luogo posto fuor del corso dell’Alento, etc…”. Dunque, l’Antonini citava tre fonti da cui egli dice aver tratto le dette notizie. Antonini cita una carta o un diploma conservato presso l’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni; cita pure Scipione Ammirato ed infine cita l’Abate Gattola (…) che ci parla del privilegio di Lotario III. L’Antonini, a p. 279, in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura….e, se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. ”. L’Antonini, sempre sul privilegio di Lotario III, a p. 348 narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra si è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall’Abate Gattola’, ed in questo Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, etc…”. Antonini scriveva pure che questo antico Monastero forse benedettino “se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86.”. Infatti, l’Abate Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86 cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e, nel vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”.  

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L’Antonini a p. 279 della Parte III (e non IV) parla del miracolo di S. Pietro Pappacarbone e del figlio di Ruggiero Sanseverino, leggenda tratta da un racconto della vita di Pietro Pappacarbone di Ugo da Venosa (…). Dunque, l’Antonini, lega il monastero in questione, di cui dice essere nel luogo vicino “le Celle” con la questione dell’antico privilegio di Lotario III e con la questione che secondo lui ivi è accaduto il mircolo del figlio di Ruggero Sanseverino. A questo punto però mi chiedo se, nonostante l’eventuale abbaglio dell’Antonini zio (Giuseppe), il monastero di Benedettini, eventualmente di S. Arcangelo, posto nel luogo, come voleva l’Antonini, detto le Celle, esisteva o non era mai esistito perchè l’Antonini non l’avesse mai conosciuto ?. L’Antonini a p. 279 dice pure che di questo antico monastero di S. Arcangelo posto nel luogo detto le “Celle” : “se ne fa menzione in un privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Stor. Cassinese. fol. 86’.”. L’Antonini, parlando del Monastero di S. Arcangelo cita l’antico privilegio dell’Imperatore Lotario III che era stato “rapportato” dall’Abate Gattola (…) che lo riportava in ‘La Storia Cassinese‘, fol. 86. Infatti, anche il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ecc..”. Si tratta di Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86. Infatti, Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. L’Abate Gattola (…), suo vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”. Dunque, l’Abate Gattola (…), scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che: Il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III.”, poi prosegue e parla di altri monasteri come quello di “S. Pancrazio” etc…Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. Erasmo Gattola (….), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, parlando della storia dei monasteri cassinesi o benedettini, a p. 86, in particolare scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che “il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III”.

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(Fig…) Gattola Erasmo (…), op. cit., fol. (pag.) 86

Dell’antico Privilegio dell’Imperatore Lotario III vi è traccia solo nella citazione del Gattola (…) e, nella“carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava”, che vide l’Antonini. Da Wikipedia leggiamo che  Lotario II (III), detto anche Lotario di Supplimburgo (in tedesco Lothar von Süpplingenburg) (1075 – Breitenwang, 4 dicembre 1137), è stato Rex Romanorum e d’Italia dal 1125 al 1137 e Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1133. Innocenzo II e Lotario II di Supplimburgo concentrarono a maggio nel 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole e si accamparono per tutto il mese. Mentre l’esercito imperiale giunse fino a Bari, che venne devastata. Poi assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga: il Sovrano aveva compreso che non poteva ostacolare l’esercito imperiale e si era rifugiato in Sicilia. Le forze congiunte, Imperiali e Papaline, quindi conquistano la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il pontefice tenne il concilio di Melfi nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore, delegittimò Ruggero II di Sicilia, della Casata Altavilla, in favore di Rainulfo di Alife, della Casata Drengot, nuovo duca di Puglia. Ma ben presto sorsero contrasti tra Lotario e Innocenzo sul possesso del ducato delle Puglie fino all’elezione congiunta del duca Rainulfo, mentre anche nell’esercito serpeggiava il malcontento. L’Antonini, a p. 279 scriveva pure che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che di questo monastero si parla in Scipione Ammirato (…), al suo ‘Delle famiglie nobili napoletane‘, pubblicato nel 1580. Scipione Ammirato (…), parlando dei Sanseverino, ed in particolare del Conte di Marsico Rainaldo Sanseverino, a p….., in proposito scriveva che:….L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura …….una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che del Monastero di S. Arcangelo presso il territorio di S. Severino veniva citato nel testo di Scipione Ammirato (….), “Delle famiglie nobile napoletane” dove egli parla del “Principio della Famiglia Sanseverino”. Di ciò che scrive Scipione Ammirato (…) parlerò in seguito.

Nel 1144, la Molpa nel ‘Catalogus Baronum’, Niel di Pisciotta e Florio di Camerota

Il barone Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “………………”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 318 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Prima notizia sicura del villaggio nel ‘Catalogus baronum’ (8) che come ho dimostrato venne compilato tra il 1144 e il 1148 (9). “Florius de Cammarota”, signore di Corbella, possedeva anche il feudo “quod Niel de Pissocta de eo tenebat”che significa che lo teneva Niel di Pisciotta sottoposto a Florio di Camerota, feudatario della zona.

Molpa e Pisciotta all’epoca di Federico II di Svevia

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 318 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Altre notizie in età Sveva. Galvano Lancia aveva avuto da re Manfredi il Principato di Salerno con il titolo di conte, il castello di Pisciotta, e beni feudali a Giffoni. Oltre questi anche il casale di S. Cecilia di Eboli che re Carlo poi restituì a Filippa, moglie di Gilberto di Fasanella, la quale aveva preso parte con il marito alla congiura contro Federico II e che fortunosamente era riuscita a scampare fuori del Regno (10).”. Ebner, a p. 318, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Capasso, cit., p. 345 sgg.”.

Enrico VI di Svevia

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(Fig….) Pietro da Eboli, miniatura che rappresenta l’Imperatore Enrico VI a Salerno

Enrico VI di Hohenstaufen (Nimerga, 1° Novembre 1165 – Messina, 28 settembre 1197) è stato re di Germania (1190-1197), imperatore del Sacro Romano Impero (1191-1197) e re di Sicilia (1194-1197). Quando Enrico VI successe nel trono al padre (1191), decise subito di riconquistare il Regno di Sicilia, supportato anche dalla flotta della Repubblica pisana, da sempre fedele all’imperatore. Tuttavia, la flotta siciliana riuscì a battere la flotta pisana; l’esercito di Enrico, anche a causa di una serie di eventi sfortunati (fra tutti una pestilenza), fu decimato. Inoltre, Tancredi riuscì a catturare ed imprigionare a Salerno la zia Costanza, moglie di Enrico. Per il rilascio dell’imperatrice Tancredi pretese che l’imperatore scendesse a patti con un accordo di tregua. Quale gesto di buona volontà, acconsentì a consegnare Costanza a papa Celestino III che si era offerto quale mediatore; durante il viaggio verso Roma, però, il convoglio fu attaccato da una guarnigione imperiale e l’Imperatrice liberata. Tancredi perse così il prezioso ostaggio, e la tregua non venne stipulata. Nel febbraio del 1194, Tancredi di Lecce re di Sicilia morì di una malattia non meglio precisata, mentre era impegnato in una campagna nella parte peninsulare del regno per ridurre all’obbedienza i suoi vassalli di fede imperiale. Enrico VI, nel frattempo, col sostegno delle flotte genovesi e pisane e con la forza delle armi, dopo essersi garantito la neutralità dei Comuni lombardi col Trattato di Vercelli del 12 gennaio 1194, sottometteva la Sicilia. Nell’autunno del 1194, ricevette, a Troia, il giuramento di fedeltà dei feudatari rimasti fedeli agli Altavilla. Enrico riuscì a salire al trono di Sicilia insieme alla moglie Costanza, con un sanguinoso intervento armato nel dicembre 1194, destituendo il giovane Guglielmo III, ponendo così fine all’esistenza autonoma del Regno di Sicilia. Lo storico Ettore Bruni (…), riguardo l’Imperatore tedesco Enrico VI di Hoenstaufen (della casata Sveva), nella lotta di successione al Regno di Sicilia tra Tancredi d’Altavilla (Tancredi di Lecce), IV re di Sicilia dopo la morte di re Guglielmo II detto il Buono, scriveva che:  “La buona fortuna sembrò inizialmente accompagnare il Regno di Enrico VI (1190-1197), che stabilì la sua sede a Palermo. In pochi anni già era riuscito a vincere gravi opposizioni nell’Italia meridionale e ad aggiungere alle corone di Germania e d’Italia anche quelle del Regno di Puglia e di Sicilia (dove alla morte di Guglielmo II il Buono, nel 1189, erano sorte aspre contese, specialmente in Sicilia, contro i diritti al trono di Enrico VI). Ma in Sicilia dove aveva compiuto tante stragi per assicurarsi il potere, egli perse la vita).”. Riguardo l’epoca Sveva, Lucio Santoro (…), nel suo  Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli, stampato nel 1982, nella sua nota (14) a p. 31, così postillava in proposito che: “14. Dopo la morte di Guglielmo II, l’imperatore Enrico VI venne in Italia per prendere possesso del Regno spettante alla moglie Costanza ed anche per combattere gli oppositori appartenenti all’altro ramo della casa regnante normanna. Le lotte che avvennero nell’Italia meridionale in quel tempo sono documentate dal ‘Carme’ di Pietro da Eboli, che illustrò nel suo poema le varie fasi della guerra, e dall”Epistola’ di Ugo Falcando a Pietro tesoriere della chiesa di Palermo. Cfr. G.B. Siracusa, ‘Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli secondo il cod. 120 della Biblioteca Civica di Berna, Roma, 1906. Le fonti sono ambedue di grandissima importanza, soprattutto come efficace rappresentazione dello stato politico e morale esistente nel regno nell’atto in cui la dinastia normanna si estingueva e quella sveva si apprestava a succederle. Gli eventi del periodo federiciano sono narrati da Riccardo di S. Germano. La sua ‘Cronaca’ è stata pubblicata per la prima volta in F. Ughelli, ‘Italia sacra, Romae 1664, è successivamente, in E. Gattola, ‘Ad historiam Abbatiae cassinensis accessiones, Venetiis 1734, pp. 770 sgg.”Scriveva Infante (…), che: intanto nel 1186, l’Italia Meridionale, con il matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio di Barbarossa, non era più soggetta al dominio Normanno ma diventava Sveva. In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale”. Scrivono i due studiosi che: “In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…)”. Scrive Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, che: “Soprattutto sotto il regno di Costanza d’Altavilla, sposa e vedova di dell’Imperatore Enrico VI, i feudatari normanni avevano usurpato molti titoli e proprietà, specie a danno del demanio regio e della Badia di Cava.”. Il Cataldo (…),  a pp. 29-30, parlando di Policastro, scriveva che: L’Italia meridionale nel 1186, col matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio del Barbarossa (Federico I di Svevia), usciva dal dominio Normanno e passava definitivamente a quello degli Svevi.”. Infatti, il Cataldo (…), a p. 19, dice che: “Guglielmo II, non avendo figli, cioè eredi, cedè il trono alla Casa di Svevia in seguito al matrimonio della zia Costanza d’Altavilla con Enrico VI di Hohenstaufen, figlio di Federico Barbarossa (1186), ecc..”. Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. II, a p. 362, nella sua ‘Cronologia dei fatti’ per l’anno 1189, in proposito scriveva che: “Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Ruggiero conte d’Andria si oppone colle armi a Tancredi, il quale accorre coll’esercito nella Puglia e sottomette i ribelli. Arrigo Testa maresciallo di Errico VI imp. scende nel regno contro Tancredi con numeroso esercito, e sacchegia tutti i luoghi presi, tra i quali Corneto di Puglia che distrugge dai fondamenti, e se ne ritorna in Alemagna. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi. L’imp. Errico VI ed il re Tancredi proseguono la guerra nel Regno. Muore il re Tancredi, gli succede il figlio Guglielmo III poi Errico VI. L’imp. (a. 1194) Errico VI sottomette la Puglia e la Sicilia, devasta Salerno, vi fa prigioni Guglielmo III e la madre Sibilla, e regna tirannicamente, primo dei Svevi nel regno di Puglia. Nasce ad Esi nella Marca d’Ancona, Federigo II dall’imp. Costanza. Errico VI se ne torna in Alemagna conducendo seco i prigionieri reali ed il ricchissimo tesoro dè re Normanni nonchè i proventi delle confische (a. 1195). L’imp. Errico ritorna in Sicilia con 60 mila Tedeschi e fa crudelissimo  sterminio dè Normanni; ma i baroni sollevati dall’imp. Costanza fanno strage dè Tedeschi e tengono assediato Errico, il quale venuto a patti si pacifica coll’imperatrice (A. 1195). Muore l’imp. Errico VI gli succede il figlio Federico II di tre anni (a. 1197). Ecc..”. La cronologia dei fatti dopo la morte di re Guglielmo II il Buono nel 1189 e l’ascesa di Costanza d’Altavilla e il marito Enrico VI, primo della dinastia Sveva. Non sappiamo tantissimo delle nostre terre a quell’epoca, ovvero dopo l’anno 1189. Il Di Meo (…), riguardo l’epoca della III Crociata e la figura di re Guglielmo II, cita anche i cronisti Pietro da Eboli che gli dedicò un carme e Riccardo di San Germano (…). Riccardo di San Germano (in latino ‘Richardus o Ryccardus de Sancto Germano’; San Germano, ovvero l’odierna Cassino, 1170 circa – 1243) fu un cronista, autore di una ‘Chronica’ dei fatti avvenuti in Italia, ma in particolare nel Regno di Sicilia, tra il 1189 e il 1243. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicilia, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. Per la ‘Chronaca’ di Riccardo di San Germano (…), si veda Ryccardi de Sancto Germano notarii Chronica’, a cura di Carlo Alberto Garufi, Bologna, Nicola Zanichelli, 1937-1938, LIV, 312 p., [4] c. di tav.; facs.; 32 cm; il volume è composto dai fascicoli 296, 301, 317/318; in alcune tirature inizio di stampa 1936, fine 1938, che si trova anche nel “Rerum Italicarum Scriptores”, a cura di Giosue Carducci e Vittorio Fiorini, Tomo VII, ed. Città di Castello, 1916, contenuta anche nell’edizione palatina del Muratori, vol VII. Lo troviamo anche in Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Ad Historiam Abbatiae Cassinensis accessiones’, vol. II, Venezia 1734, pp. 766-820. Di quel tempo, Nicola Acocella (…), nella sua ‘Salerno Medievale d altri saggi a cura di Antonella Sparano’, edito nel …………., a p. 68, parlando delle fortificazioni a Salerno, in proposito nella sua nota (191) postillava che: “Poco più di un sessantenio più tardi, dal 1191 al 1194, quando la maggioranza dei Salernitani, ligia con l’arcivescovo Niccolò d’Aiello alla causa nazionale di Tancredi  d’Altavilla, dovette sottomettere la lotta contro il partito barnale seguace di Enrico VI, si arroccò saldamente proprio nella ‘Turris Maior’ (Pietro da Eboli, ‘De rebus siculis carmen’, ed. Siragusa, Roma, 1905-6, p. 35 sgg.; ed. Rota, R.I.S. 2, cit.,  XXXI, p. I, pp. 64-68).”. Dunque, Nicola Acocella (…), sulla scorta del ‘Carme’ di Pietro da Eboli, scriveva che a quel tempo, tra il 1191 e il 1194, Salerno e credo pure Policastro e tutto il basso Cilento, patteggiarono per la fazione a favore di Tancredi re di Sicilia, che dovette difendersi dall’assalto dell’Imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla per la conquista del Regno di Sicilia. L’Acocella, citava anche Niccolò d’Aiello, Arcivescovo di Salerno, alleato di Tancredi d’Altavilla.  Niccolò d’Aiello (Salerno, … – Salerno, 10 febbraio 1221) arcivescovo di Salerno dal 1181 alla morte. Era il secondogenito del cancelliere del Regno di Sicilia Matteo da Salerno. Fu un consigliere fidato alla corte di Tancredi di Sicilia ed uno degli attori della guerra di successione che contrappose quest’ultimo all’imperatore Enrico VI. Ai tempi in cui Enrico marciava per assediare Napoli nel 1191, le frange dei salernitani fedeli all’imperatore inviarono una lettera al sovrano promettendogli ricovero. L’arcivescovo Niccolò d’Aiello, la cui famiglia era ostile agli Hohenstaufen, dovette allora abbandonare Salerno per Napoli; qui prese il comando per la difesa della città allorché Riccardo di Acerra fu ferito. Insieme all’ammiratus ammiratorum Margarito da Brindisi protessero con successo la città e costrinsero l’imperatore ad abbandonare l’assedio. Tuttavia ciò ebbe poco effetto sugli esiti della guerra. Infatti Enrico fu incoronato il 25 dicembre del 1194 a Palermo ed alla cerimonia furono presenti non solo Niccolò ma anche Riccardo di Acerra, Margarito e la regina Sibilla. Quattro giorni dopo furono tutti arrestati con l’accusa di cospirazione (probabilmente inventata) e trasferiti nelle prigioni tedesche. Qui Niccolò rimase per diversi anni, malgrado le intercessioni di papa Innocenzo III. Enrico, dopo si diresse verso sud per conquistare il regno di Sicilia. In contrasto con i disegni paterni, egli voleva fare del Regno di Sicilia un feudo personale degli Hohenstaufen e con l’assedio di Napoli. Durante questo assedio, Salerno aprì le porte ad Enrico VI, il quale vi lasciò l’imperatrice e consorte Costanza d’Altavilla, poiché la sua inferma salute fosse curata dai famosi medici della città. Tancredi di Lecce, grazie all’abilità del suo ammiraglio Margarito, riuscì anche a catturare e imprigionare Costanza a Salerno. Per il rilascio dell’imperatrice il re normanno Tancredi di Lecce pretese che Enrico VI scendesse a patti con un accordo di tregua. Tancredi, pensò di consegnare Costanza a papa Celestino III che si era offerto quale mediatore; durante il viaggio verso Roma, però, il convoglio fu attaccato da una guarnigione sveva e l’imperatrice liberata. Lo scrittore Salvatore Tramontana (…), parlando di Tancredi di Lecce, al tempo dell’Imperatore Enrico VI, scriveva che: “Le miniature di Pietro da Eboli e un passo del ‘Chronicon Sancti Bartolomei de Carpineto’, farebbero invece pensare ecc.…” e, postillava nella sua nota (13) sugli “Annales Cassinenses, a cura di G. Pertz, MGH, SS, XIX, Hannover, 1866, p. 314.”. Riguardo il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto’ (…). Gli ‘Annales Cassinenses’ o ‘Chronicon Anonimo Casinensis’, di Domenico Alberico, pubblicato dal Muratori A.L. (…), in ‘Rerum Italicarum Scriptores’, Tomo V, p. 135 e sgg, è un’opera tra le più importanti della storiografia medievale italiana, la ‘Chronica monasterii Casinensis’ di Leone Marsicano o Leone Ostiense. Nella sua prima stesura risale agli anni immediatamente successivi al 1099, opera di Leo Marsicanus, noto anche con lo pseudonimo di Leo Ostiense è stato un monaco bibliotecario, cronista e storico dell’Abazia di Montecassino. Di questo ‘Chronicon’ (…), si veda p. 143 del Muratori (…), anni MCXCIII e sgg., nell’immagine ivi:

Muratori, p. 145

(Fig.…) ‘Chronica monasterii Casinensis’ di Leone Marsicano o Ostiense, tratta da ‘Rerum Italicorum Scriptores’, del Muratori (…), anni MCXCIII, p. 143.

Nel 1193, Enrico VI di Svevia distrusse la Molpa

Angelo Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di Molpa, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…), scrivendo:  “Nuovo saccheggio Molpa subì nell’anno 1193, quando l’Imperatore Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa e marito di Costanza d’Altavilla, per vincere le gravi opposizioni e i profondi contrasti sorti al momento della sua ascesa al trono in tutta Italia meridionale, dovette operare distruzioni e stragi per assicurarsi il potere (16).”. Il Guzzo postillava alla sua nota (16) che la notizia era tratta da “Ettore Bruni-Signorelli, I fatti e le Idee, 1967, vol. I, p. 67.”. Devo però precisare che la notizia citata dal Guzzo, non è affatto riportata da Ettore Bruni. Il Bruni (…), citato dal Guzzo (…), non dice nulla della notizia riportata dal Guzzo (…): “Nuovo saccheggio Molpa subì nell’anno 1193, quando l’Imperatore Enrico VI,”. La notizia citata dal Guzzo (…), proviene dall’Antonini (…).  Dal punto di vista strettamente bibliografico, la notizia è tratta dalla bibliografia antiquaria ed in particolare dall’Antonini (…). L’Antonini (…), che nella sua ‘Lucania’, vol. II, Parte II, Discorso VII, a p. 375, parlando della città della ‘Molpa’, una città che esisteva nei pressi dell’attuale promontorio della Molpa di Palinuro, ormai diroccata da quando fu distrutta da re Ruggero II d’Altavilla, scriveva che: “Ma la sua sorte portolla ad esser saccheggiata anche dall’Imperador Arrigo, allora che nel MCXCIII per la seconda volta calò in Italia; e secondo scrive ‘Ottone di S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal sig. Muratori nella sua ‘Scrittori Medii Aevi, molte città del Regno: ‘Aut expugnatas destruxit, aut in deditionem accepit, inter quas praecipue Salernum & c.’ ”. Dunque l’Antonini (…), citava il passo tratto dalla cronaca della di Ottone di S. Biase (…).

Antonini, p. 375, parla di Federico Barbarossa

(Fig….) Antonini Giuseppe (…), brano tratto da: Parte II, Discorso VII, p. 375.

L’Antonini (…), dunque, sulla scorta della ‘Chronaca’ di Ottone di San Biase che scriveva che: Aut expugnatas destruxit, aut in deditionem accepit, inter quas praecipue Salernum & c.”, ovvero che: “Molte città furono distrutte e prese d’assalto, per ricevere la loro resa, le quali innanzitutto Salerno.”. L’Antonini, riguardo la città oggi in ruderi di ‘Molpa’, sosteneva che: “Ma la sua sorte portolla ad esser saccheggiata anche dall’Imperator Arrigo, allora che nel 1193, per la seconda volta calò in Italia;”. L’Antonini (…), sulla scorta di questa ‘Chronaca’ del tempo, il ‘Chronicon’ di Ottone di S. Biase (…), sosteneva che la città della ‘Molpa’, nell’anno 1193, era stata saccheggiata anche dall’Imperatore ‘Arrigo’, quando era sceso per la seconda volta in Italia. L’Antonini si riferiva all’Imperatore Enrico VI di Svevia, figlio di Federico I Barbarossa e marito di Costanza d’Altavilla. L’Antonini (…), citava l’interessante riferimento bibliografico, scrivendo “….e secondo come scrive ‘Ottone da S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal Sig. Muratori fra gli ‘Scrittori Medii Aevi’”. Della terribile repressione dell’Imperatore Svevo, Enrico VI, ‘Arrigo’ per l’Antonini (…), ha accennato lo scrittore Salvatore Tramontana (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi‘, a p. 58-59, dove ci parla di una terribile repressione verso i ribelli nel Regno di Sicilia (Regno di Napoli), messa in atto da Enrico VI, marito di Costanza d’Altavilla, nell’anno 1197. Scrive il Tramontana (…): “Nel mese di giugno, appena tornato dal Levante, Enrico VI soffocava nel sangue una rivolta con la quale anche Costanza sembra fosse connivente.”. Il passo del Tramontana, non si riferiva alla seconda venuta in Italia (a. 1193) dell’Imperatore Enrico VI di Svevia ma era riferito ad un altro episodio, allorquando cioè Enrico VI dovette combattere contro la sua stessa moglie, Costanza d’Altavilla che era a quel tempo reggente del Regno di Sicilia, essendo morto Guglielmo II d’Altavilla, lasciando il Regno senza eredi e Tancredi di Sicilia. Credo che l’Antonini, (…), citando il passo della ‘Chronaca‘ di Ottone di San Biagio (…), si riferisce all’anno 1193, la notizia storica che coinvolge la città della Molpa e forse pure Policastro e ‘Castello di Mandelmo’ (a Castelluccio di Licusati, situato nel Comune di Camerota (vedi immagine). La notizia è da riferirsi a dopo l’incoronazione d’Imperatore di Enrico VI, avvenuta nel 1191 dopo la morte di suo padre Federico I detto il Barbarossa. Scrive il Tramontana (…), a p. 57 che: “Solo alla morte di Tancredi di Lecce, avvenuta a Palermo il 10 febbraio 1194. In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia.”. Credo che la notizia citata dall’Antonini si riferisca all’anno 1193, ovvero a quando l’Imperatore Enrico VI di Svevia, dopo la morte del padre Federico I detto il Barbarossa, cercò di riprendersi il Regno di Sicilia. L’Antonini (…), ci parla dell’Imperatore  Arrigo”, che, sceso in Italia per la seconda volta, nell’anno 1193, mise a ferro e a fuoco molte città del Mezzogiorno Normanno, tra cui, Salerno, la Molpa e Policastro. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), cita i fatti dell’epoca, sono stati raccolti dal monaco benedettino Ottone di S. Biase (…), o  la ‘Chronaca’ di Ottone da San Biase’, come lo chiama l’Antonini. L’Antonini (…), postillava che la ‘Chronaca’ di Ottone da San Biase era stata pubblicata dal Muratori. Il Di Meo (…), diceva che il Pappebrochio (…), scriveva coll’autorità di Ottone di S. Biase. Dunque, secondo il Di Meo (…), lo storico Pappebrochio (…), scriveva sulla scorta di Otone di S. Biase (…). Daniel Papebroch è stato un gesuita, storico e diplomatista belga, chiamato in Italia Pappebrochio (…). Daniele Papebrochio è uno storico e dotto bollandista che nel ‘600, da cui ha attinto lo stesso Antonini (…), il quale nel 1685 pubblicò i ‘Notamenti’ (o Diurnali) di Matteo Spinelli da Giovinazzo, traducendo i testi napoletani in latino, poi riconosciuti nel 1868 da W. Bernardi come una falsificazione. Il monaco citato dall’Antonini (…), Ottone di San Biagio, continuò la ‘Chronica’ di Ottone di Frisinga. La ‘Chronaca’ di Ottone di Frisinga (…), fu continuata fino all’anno 1210 da Ottone abbate di San Biagio. Su Ottone Abate di San Biagio, ha scritto il Tramontana (…), a p. 59, nel suo  ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., postillava su Ottone di San Biagio, alla sua nota (16), scriveva: “Ottone di San Biagio, Chronica, a cura di A. Hofmeister, MGH, Scriptores Rerum Germanicarum in usum scholarum, Hannover-Leipzig, 1912, c. 45, p. 71.”. Il Muratori (…), ha pubblicato la ‘Chronaca’ di Ottone Abate di San Biagio (…), citato dall’Antonini (…), in ‘Rerum Italicarum Scriptores’, vol. VI, p. 863 e sgg., di cui quì riportiamo un estratto: 

muratori, p. 863

(Fig….) Muratori (…), p. 863, vol. VI

Nel Tomo X della Nuova Enciclopedia popolare del 1848, si scrive di Ottone di San Biagio che egli scrisse una ‘Chronaca’, continuando l’opera di un altro prelato dell’epoca Ottone da Frisinga (…), che scrisse una ‘Chronaca’ sulla vita di Federico I detto il Barbarossa fino all’anno in cui egli morì. Di Ottone di Frisinga (…), meglio conosciuta è l’opera di Ottone ‘Gesta Friderici imperatoris’ (Imprese dell’Imperatore Federico), scritta per desiderio di Federico I detto il Barbarossa, e introdotta da una lettera dell’Imperatore stesso all’autore. La ‘Chronaca’ su Federico Barbarossa, scritta da Ottone da Frisenga (…), fu poi continuata fino all’anno 1210 da Ottone Abate di San Biagio (…). Nella ‘Chronaca’ di Ottone Abate di San Biagio (…), citato dall’Antonini (…), nel Cap. XXXIX (39), si legge dell’anno MCXCIII (1193), si legge che: “Anno Dominicae Incarnationis MCXCIII. multis de cismarinis regionibus Cruce peregrinationis accepta, ad auxilium transmarinae Ecclesiae accendutur. Eodem anno Henricus Imperator contracto exercitu secunda vice Alpes transcendit, transitaque Italia & Tuscia in Campania arma  convertit. In quo itinere Richardum de Scerre Comitem sibique praesentatum, apud Capua patibulo suspendit ecc…”, la cui traduzione più o meno è la seguente:  Allo stesso tempo, il secondo anno di Enrico Imperatore, assemblato il suo esercito, ha attraversato le Alpi, transitaque in Campania, Italia e Toscana, rivolto le sue braccia. Richard modo visibile in cui il conteggio si presentò con una suspense croce Capua, ecc … “. Continuando il suo racconto, Ottone scriveva: “Deinde omnes civitates Campaniae, Apuliaeque aut expugnatas destruxit, aut in deditionem accepit: inter quas praecipuè Salernum, Baletum (82), Barram, multasque alias civitates fortissimas nimia inflammatus ira, pervasa inaestimabili praeda subvertit ecc..”.

Muratori, p. 895Muratori, p. 896,,,

(Fig….) ‘Chronaca’ di Ottone, Abate di San Biagio, Cap. XXXIX, p. 896

La cui traduzione è più o meno la seguente: Successivamente, tutte le città della Campania, e, Puglia, furono messe a ferro e a fuoco, o nella console hanno ricevuto la loro resa: fra i quali siamo principalmente a Salerno, Baletum (82), di carpe, e delle molte altre città del più coraggioso della sua troppo grande un trasporto di rabbia, era stata invasa, distrutto il bottino ha prezzo,…”. Il Muratori, nella sua nota (82), postillava che: “C. Ms. Barletum”. Se, come scrive l’Antonini (…), sulla scorta della ‘Chronaca’ di Ottone da San Biagio (…),  restiamo all’anno 1193, si tratta di “Henricus Imperator”, Enrico VI di Svevia. La notizia che riguarda l’anno 1193 in cui vi furono dei flagelli su Policastro da parte dell’Imperatore Enrico VI di Svevia, citata pure dall’Antonini (…), contenuta nella ‘Chronaca’ di Ottone da San Biagio, di cui abbiamo pubblicato l’estratto in Muratori, è citata anche a p. 50, nel testo di don Carlo Calà (…) del 1660, dal titolo Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’, che, sulla scorta di Carlo Sigonio (…), a p. 49, ci parla della storia degli Svevi e dell’Imperatore di Sicilia Enrico VI, padre dell’Imperatore Federico II di Svevia.

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(Fig….) Pag. 49 tratta da ‘Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’ (…)

Nel testo del 1660, si postillava che: “z nell’anno 1193, riferito da Besoldo, fol. 565.”, riferendosi all’anno 1193, scrivendo che: “E benchè Ottone di S. Biase (z) nabbia scritto che la morte del Conte successe nella seconda venuta d’Enrico in Italia, dicendo: “In Secunda in Italiam prosectione Henricus Imperator Riccardum de Scerre Comitem ditissimum apud Capuam suspendit patibulo capite deorsum verso”; con tutto ciò il certo è, che fu l’ultima venuta ecc….dell”Imperator ipse Alemania’ “. Il testo del 1660, scrive che: “Dicono che l’Imperatore venne con intenzione di sterminare totalmente i seguaci, e dipendenti della Casa dè Normanni, per causa delle cospirazioni fatte in sua assenza….Et nelle Croniche di Fossanova, & Annali d’Arnoldo y si legge, che detto Imperatore pose in ordine un’esercito di 60.000 huomini, col quale venne nel Regno di Napoli (ex Regno di Sicilia), e di quà partì per Sicilia, dove arrivò il 16 Gennaio 1197…”.

p. 50 della storia degli Svevi e Federico II.JPG

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(Fig….) Pag. 50 tratta da Carlo Calà (…) ‘Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’ di don Carlo Calà (…) (Archivio Attanasio)

Nel 1238, Nicola Mariconda dona al fratello Giustino

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “Un documento sicuro è invece l’inedito M 37 dell’Archivio Cavense (21), con il quale Nicola detto Mariconda, donò al proprio fratello Giustino, monaco cavense e priore della chiesa di S. Maria de Dommo di Salerno “integram medietatem” del diritto di pesca di aguglie e delle fosse marine nel tratto Salerno-Palinuro. Del territorio furono feudatari i signori di Pisciotta (v).”. Pietro Ebner scriveva che l’Antonini parlava a p. 154 ma sbagliava perchè è p. 353, I edizione, 1745, nel cap. VII. Sempre l’Ebner a p. 271 nella sua nota (21) postillava che: “(21) I, ABC, M 37, settembre anno 1238, XII, Salerno. Nella chiesa di S. Maria de Dommo, presente l’Abate cavense Leonardo e innanzi al giudice Matteo, Nicola, detto Mariconda, figlio del fu Pietro, pure detto Mariconda, ecc…” :

Ebner, vol. II, p. 271

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 33, nella nota (47) postillava che: “(47) Sul tema delle tonnare cfr. B. Centola, Le città del mare. La pesca con le tonnare in Italia, Avagliano, Cava de’ Tirreni 1999; su quelle di Palinuro cfr. pp. 70-72. L’antichità nell’attività è attestata da un documento cavense del settembre 1238, col quale il salernitano Nicola, detto Mariconda, pentito del suo ingiusto procedere, restituiva al fratello Giustino, monaco cavense, “integram medietem de iure acnum (aguglie) et de foveis marinis, in quibus pisces qui cusi et acus vocantur, capiuntur, ab hoc Salernitanam civitate, usque Palinudum” (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, p. 271, n. 21. Un documento angioino del 29 novembre 1269, del quale abbiamo solo il regesto, ricorda l’aggiudicazione della “Cabellam Camarotae, Melopue (sic), et Palinuri pro uncis auri 22″ (A.A. Scotti), Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824, vol. I, n. 8, p. 23”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Da un contratto in greco (20) si ha notizia di un fitto delle gabelle di Camerota, Palinuro e Melope per 23 oncie. Il villaggio continuò a subire danni dalle incursioni barbaresche.”. Ebner, a p. 173, nella nota (20) postillava che: “(20) Trinchera, Syllab. membr. ad r. Siclae pertinente, Napoli 1824, I, p. 23. Il contratto è del 22 novembre 1269.”. Credo che Ebner abbia fatto un errore postillando di Francesco Trinchera perchè il testo in questione non è del Trinchera ma è dello Scotti (…), ovvero A.A. Scotti, “Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824”, mentre il testo del Trinchera (….) è Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae”, Napoli, ed. Cataneo, 1865.  

Nel 1269, la Molpa in un documento pubblicato dal Trinchera

Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 190 e ssg. parlando di “Molpa”, nella nota (2) postillava: “.. – in una carta del 29 novembre 1269 (pubblicata in sommario, nel ‘Syllab. mebran. ad r. Siclae pertinent. Napoli, 1824, vol. I, p. 23) io trovo attestata la esistenza di Molpa; poichè vi si dà atto in fitto, per oncie 22, la gabella di Camerota, di Palinuro e di Melopae’.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Da un contratto in greco (20) si ha notizia di un fitto delle gabelle di Camerota, Palinuro e Melope per 23 oncie. Il villaggio continuò a subire danni dalle incursioni barbaresche.”. Ebner, a p. 173, nella nota (20) postillava che: “(20) Trinchera, Syllab. membr. ad r. Siclae pertinente, Napoli 1824, I, p. 23. Il contratto è del 22 novembre 1269.”. Credo che Ebner abbia fatto un errore postillando di Francesco Trinchera perchè il testo in questione non è del Trinchera ma è dello Scotti (…), ovvero A.A. Scotti, “Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824”. Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 33, nella nota (47) postillava che: “(47) Un documento angioino del 29 novembre 1269, del quale abbiamo solo il regesto, ricorda l’aggiudicazione della “Cabellam Camarotae, Melopue (sic), et Palinuri pro uncis auri 22″ (A.A. Scotti), Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824, vol. I, n. 8, p. 23”. Angelo Antonio Scotto, a p. 23, del suo “Syllabus membranarum ad Regiae Siclae Archivum pertinentium”,  a p. 23 riportava il documento n. 8, dove è scritto: “N. 8 – Olim Arca B. Fasciculus 49 N. 5. – 1269 Novembris 29. Indictione 13. Caroli I. anno V. Camarotae – Iohannes Iudex Camerotae, ut uxsequatur mandatum Ursonis Bombae Vicesecreti Principatus, et Terrae Beneventi, quod excribitur post subhastationem, et fideiussionem locat Thomasio de Salerno, et Nicolao Murmurio, Cabellam Camerotae, Molopae, et Palinuri pro unciis auri 22 ponderis generalis. Per Riccardum Notarium Camerotae.”, il cui significato è il seguente:  Giovanni Giudice di Camerota, per eseguire l’ordine di Ursone Bomba, vicesegretario del Principato, e della Terra di Benevento, che è scritto dopo l’asta, e dà in garanzia a Thomasio de Salerno e Nicolaus Murmurius, i capelli di Camerota , Molopa, e Palinuri per once d’oro di peso complessivo 22. Di Riccardo Notaio di Camerota.”

Nel 1269, Carlo I d’Angiò donò a ‘Gille o Gille de Blèmur’ (Egidio di Blemur) il Castello di Molpa e Camerota

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10). Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11). Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12). Da altri registri notizie di un ribelle locale (13) e della nomina a giudici di Camerota del magnifico Tancredi di Messina e Guglielmo Savarese (14) nonchè dell’ordine all’università di versare al fisco once 19 e tarì sette e mezzo per aver occultati 77 nuclei familiari (15). Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. Dunque l’Ebner riporta i riferimenti bibliografici di un certo Egidio de Blemur a Camerota all’epoca angioina e il castello di Molpa. Ciò che scrive l’Ebner non coincide con la nota (I) dell’Antonini (…) a p. 366. Devo far notare però che ciò che scrive l’Ebner e i studiosi coevi Pollastri (…) e Pispisa (…), riguardo il milite e feudatario Gibel (…) ne parlò Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Dunque, l’Antonini (…), scriveva che Carlo I d’Angiò tolse a Gil de Blemur” il castello della Molpa. Inoltre, l’Ebner si riferisce ad un ‘Egidio de Blemur’, feudatario di Camerota all’epoca angioina, ovvero negli anni 1270-1271-1272.  La stessa discrasia si ripete per il feudatario di Camerota “Gil de Blemur” quando ne parla l’Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. L’Antonini (…), scriveva che Carlo I d’Angiò tolse a Gil de Blemur” il castello della Molpa e invece il documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina pubblicato dal Filangieri (…) e citato dall’Ebner (…) ci dice il contrario.  L’Ebner si riferisce ad un Egidio de Blemur, feudatario di Camerota all’epoca Angioina, ovvero negli anni 1270-1271-1272 e dunque non si poteva trattare dello stesso Gil (normanno) di cui parlano i due studiosi Augurio e Musella (…), di cui parlerò innanzi. I due studiosi Augurio e Musella (…), parlano di “Gibel di Lauria”, feudatario della Contea di Lauria. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un Bartolomeo “Proditor” che possedeva beni a Policastro in epoca Angioina e la notizia di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10).”, e nella sua nota (10) postillava che:  “(10) Reg. ang., 4, f 148 t = vol. I, Napoli 1950, p. 294, n. 407. “Datum in obsitione Luceriae, XX julie, XII ind. “Castel Macopa” = Malopa = Molpa. Cfr. Reg. 14, f 148 = vol. X, Napoli, 1958, p. 10, n. 36. Cfr. pure ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 107 t = vol. II, Napoli, 1951, p. 270, n. 141. Ma vedi ancora ‘ad a. 1271, et Melope in Principatu’ a Egidio di Blemur.”. Riccardo Filangieri (…), nel vol. I della ricostruzione dei Registri Angioini, a p. 287 (e non a p. 294), nel registro n. VI, riguardo il documento n. 407, in proposito scriveva: “407.- (Carlo I ordina che ritornino in possesso della R. Curia i castelli di Macopa (?), Camerota e S. Severino, tenuti già dal fu Guglielmo Gagliardo milite, “Datum in obsidone Lucerie, XX, Julii,  XX ind.”.) (Reg. 4, f. 148 t.).”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’ all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (11) postillava che:  ” (11) Reg. 10, f 41 = vol. VI, p. 132, n. 644. Anno 1270-1271.”Dunque, riguardo la nota (11), postillata da l’Ebner, andando al Registro della Cancelleria angioina n. XXII, a p. 132 del vol. VI, pubblicato dal Filangieri (…) troviamo scritto al n. 644: “644. – (Mandatum ut respondeatur Egidio de Blemur, mil., de iuribus et redditibus castrorum Camerote et Melope in Principatu, per Regem sibi concessorum) (Reg. 10, f. 41 t.).”. Il Filangieri a p. 132 del vol. VI postillava:  “Fonti: Chiarito, rep. cit., f. 57 t.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’ all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (12) postillava che:  “(12) Receptus est de hospitio Regis: Reg. 10, f 186 t = vol. VI, p. 389, 618.”. Dunque, riguardo la nota (12), l’Ebner scriveva che nel medesimo Registro, ovvero si riferiva al Registro della nota (11), ovvero al registro pubblicato da Riccardo Filangieri (…), nel vol. IV della ricostruzione dei Registri Angioini,  n. XXII, p. 389, n. 618. Il Filangieri (…), nel vol. VI della ricostruzione dei registri angioini, a p. 388 (non 389), nell’‘Indice analitico’ riportava: “Blemur (de) Egidio, mil., sig. di Camerota, 92, 131,  132, 339.”. Nel Filangieri (…), vol. VI, a p. 127, al n. 618 del registro XXII, si legge un’altra cosa. Nel Filangieri (…), vol. VI, a p. 92, al documento n. 362 leggiamo: “362. – (Mandatum de solvenda pecunia Egidio de Blemur)(Reg. 13, f. 89), e per il documento postillava: “Fonti: Chiarito, l.c.”. Sempre il Filangieri, vol. VI, a p. 131, citava il documento n. 638, dove è scritto: “638. – (Egidio de Blemur, mil. donat Rex castra Camerote et Malope in Principatu)(Reg. 10, f. 41).”. Per questo dcumento il Filangieri postillava: “Fonti: Sicula, l.c., Chiarito, l.c.”Sempre il Filangieri, vol. VI, a p. 339, nel registro XXII, citava il documento n. 1834, dove è scritto: “1834. – Egidius de Blemur receptus est de hospitio Regis) (ibidem).”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. E’ interessante ciò che scrive l’Ebner (…), su ‘Gil de Blemur’ nella sua nota (16) a p. 582 del vol. I postillava: “(16) Reg. 13, f 244 t = vol. VIII, p. 40, n. 26. I compilatori del vol. VIII misero in dubbio l’ubicazione nel Principato del castello, uno di quelli occupati da Guglielmo nel principato (v. a S. Nicandro). Cfr. Reg. 1272, f 121, X ind. = vol. VIII p. 183, n. 164: “Egidio de Balemur pro castro Camerote et Melope et pro castri sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue.”. Dello stesso documento di cui parla l’Ebner nella sua nota (16), ne parla la studiosa Sylvie Pollastri (…), sulla scorta di Enrico Pispisa (…), ‘Il Regno di Manfredi etc…’. Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc…”. Dunque, la Pollastri (…), cita Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, che a p. …, cita alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina e pubblicati dal Filangieri (…). In particolare il Pispisa (…), cita i documenti angioini pubblicati dal Filangieri (…), nel vol. VIII, da p. 183 a p. 193, dove a pp. 182 e 183 troviamo il documento del Registro XXXVII, che il Filangieri postilla essere tratto da “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668”, e dove troviamo tra i feudatari oggetti di donazioni da parte di Carlo I d’Angiò il: “; Edigius de Blemur pro castro Camerote et Melope et pro castro Sancti Nicandri.”. Lo stesso documento citato da Ebner lo troviamo nel vol. VIII dei Registri Angioini pubblicati da Riccardo Filangieri, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) dove a p. 182, leggiamo il documento integralmente trascritto n. 464 del Registro della Cancelleria Angioina n. XXXVII, dove nella nota a tergo a p. 183, leggiamo tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668.”. Nelle pagine seguenti la Donsì Gentile pubblica anche altri documenti sempre tratti dal Registro n. XXXVII. La Jolanda Donsì Gentile, a p. 112, scriveva che: “XXXVIII. – REGISTRUM CANCELLARIE – E’ questo il quarto ed ultimo registro del Cancelliere Simon De Paris, ed è il più importante perchè oltre a contenere le ‘Extravagantes’ comprendeva ‘Privilegia’ e varie rubriche minori.”. Nel documento integralmente trascritto leggiamo: “…, Comes Rogerius de Sancto Severino pro ipsa baronia Sancti Severini; Jacobus de Brussono pro terra habet in Nuceria ecc…; Egidius de Blemur pro castro Camerote et Malope et pro castro Sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue; ecc..ecc..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (17) postillava che:  ” (17) Reg. 27, f 70 t = vol. XIV, p. 171, n. 240: (“Mentio Egidius de Blemur mil., qui queritur quod, possidens castrum Camarote in Jusritiariatu Principatus, habet de castro ipso nonnula descripta et confinata bona alienata”). Cfr. Reg. 8, f 81 t = vol. XXII, p. 122, n. 91.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10). Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11). Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12). Da altri registri notizie di un ribelle locale (13) e della nomina a giudici di Camerota del magnifico Tancredi di Messina e Guglielmo Savarese (14) nonchè dell’ordine all’università di versare al fisco once 19 e tarì sette e mezzo per aver occultati 77 nuclei familiari (15). Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (10) postillava che:  “(10) Reg. ang., 4, f 148 t = vol. I, Napoli 1950, p. 294, n. 407. “Datum in obsitione Luceriae, XX julie, XII ind. “Castel Macopa” = Malopa = Molpa. Cfr. Reg. 14, f 148 = vol. X, Napoli, 1958, p. 10, n. 36. Cfr. pure ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 107 t = vol. II, Napoli, 1951, p. 270, n. 141. Ma vedi ancora ‘ad a. 1271, et Melope in Principatu’ a Egidio di Blemur.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (11) postillava che:  ” (11) Reg. 10, f 41 = vol. VI, p. 132, n. 644. Anno 1270-1271.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (12) postillava che:  “(12) Receptus est de hospitio Regis: Reg. 10, f 186 t = vol. VI, p. 389, 618.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (13) postillava che:  ” (13) Anni 1269-1272. Reg. 6, ff 151-154 = vol. VII, P. 260.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (14) postillava che:  “(14) Reg. 10, f 41 = vol. VII, p. 15, n. 89.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (15) postillava che:  “(15) Camerota pro focul. XXXVII, unc. XIX, tar. VII et mentium: vol. VIII, p. 239. Cfr. ad Agropoli.”. Di ‘Gil de Blemur’ è interessante ciò che Ebner (…), nella sua nota (16) a p. 582 del vol. I postillava: “(16) Reg. 13, f 244 t = vol. VIII, p. 40, n. 26. I compilatori del vol. VIII misero in dubbio l’ubicazione nel Principato del castello, uno di quelli occupati da Guglielmo nel principato (v. a S. Nicandro). Cfr. Reg. 1272, f 121, X ind. = vol. VIII p. 183, n. 164: “Egidio de Balemur pro castro Camerote et Melope et pro castri sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue.”. Dello stesso documento di cui parla l’Ebner nella sua nota (16), ne parla la studiosa Sylvie Pollastri (…), sulla scorta di Enrico Pispisa (…), ‘Il Regno di Manfredi etc…’. Riguardo i documenti che possono testimoniare a quali feudatari, tra cui quelli delle nostre zone, re Carlo I d’Angiò sequestrò i beni perchè avevano patteggiato con Manfredi, Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc…”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 182, leggiamo il documento integralmente trascritto n. 464 del Registro della Cancelleria Angioina n. XXXVII, dove nella nota a tergo a p. 183, leggiamo tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668.”. Nelle pagine seguenti la Donsì Gentile pubblica anche altri documenti sempre tratti dal Registro n. XXXVII. La Jolanda Donsì Gentile, a p. 112, scriveva che: “XXXVIII. – REGISTRUM CANCELLARIE – E’ questo il quarto ed ultimo registro del Cancelliere Simon De Paris, ed è il più importante perchè oltre a contenere le ‘Extravagantes’ comprendeva ‘Privilegia’ e varie rubriche minori.”. Nel documento integralmente trascritto leggiamo: “…, Comes Rogerius de Sancto Severino pro ipsa baronia Sancti Severini; Jacobus de Brussono pro terra habet in Nuceria ecc…; Egidius de Blemur pro castro Camerote et Malope et pro castro Sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue; ecc..ecc..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (17) postillava che:  ” (17) Reg. 27, f 70 t = vol. XIV, p. 171, n. 240: (“Mentio Egidius de Blemur mil., qui queritur quod, possidens castrum Camarote in Jusritiariatu Principatus, habet de castro ipso nonnula descripta et confinata bona alienata”). Cfr. Reg. 8, f 81 t = vol. XXII, p. 122, n. 91.”. Dunque l’Ebner riporta i riferimenti bibliografici di un certo Egidio de Blemur a Camerota all’epoca angioina e il castello di Molpa. Ciò che scrive l’Ebner non coincide con la nota (I) di Antonini (…) a p. 366. Devo far notare però che ciò che scrive l’Ebner e i studiosi coevi Pollastri e Pispisa (…), riguardo il milite e feudatario Gibel (…) ne parlò Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), etc…”. Vittorio Bracco (…), che, nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 39-40, nella nota (24) postillava che: “(24)…..il luogo di Molpa, lungo il profilo della costa accidentata, è da riconoscere nei pressi di Capo Palinuro verso Camerota, e questo paese è generalmente indicato dalla tradizione come sopravvivenza del centro scomparso……Compresa probabilmente in età romana con Palinuro nel territorio di Velia, Molpa sarebbe stata distrutta nel Medioevo: già nel sesto secolo, come qui vuole l’Eterni o più tardi dai Saraceni, come ripetono altri. Ma un villaggio dello stesso nome dové risorgere e durare per un certo tempo in unione col paese di Camerota: ne abbiamo testimonianze precise per gli anni immediatamente successivi alla battaglia di Benevento (del 1266): cfr. Ebner, Economia e società, I, p. 272 e II, p. 102.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Economia e società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 272 parlando degli “Statuti di Camerota”, in proposito scriveva che: “Con Camerota (v.) il casale venne concesso nel 1271 da re Carlo a Egidio di Blemur.”. Sempre Ebner, a p. 102, vol. II, in proposito scriveva pure che: “Dai Registri angioini (1266-1267) si rileva la concessione di re Carlo “a Gilé de Belmur (di) casal Melope, castel Camerote e casal Sant Gregore”. Nell’archivio cavense una pergamena (ined. ABC, LV 110) del gennaio 1269, XI, segnala la compra-vendita di una vigna effettuata da Guido di Camerota. Nel 1271 il casale era ancora in possesso di Egidio di Blemur.”.

Nel 1459, il casale di S. Sergio (S. Serio), Sigismondo de Sangro, suo barone e la lite con Giacomo Morra, barone di Sanseverino

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”, p. 86, in proposito scriveva che: “Già all’epoca della signoria dei Morra i rapporti dei feudatari con i vassalli non risultarono sempre felici, come pure non mancarono controversie, giurisdizinali e di confini, con i feudatari vicini. Abbiamo ad esempio notizia di una controversia insorta nel 1459 tra Sigismondo de Sangro, barone di S. Sergio, e Giacomo Morra, barone di Sanseverino, a proposito di alcuni abitanti di S. Sergio che desideravano trasferirsi a Centola (20).”. Il Barra, a p. 86, nella nota (20) postillava che: “(20) “Atti del magnifico Gismondo de Sangro, possessore del casale di Sergio (sic), con lo magnifico Iacomo Morra, possessore della Terra di Sanseverino, e casale di Camerota, sopra la petizione di certi vassalli che habiano da rehabitare nel detto casale di Centola – 1459″ (ASN, Processi antichi della Sommaria, f 72, n. 5731).”.

Nel 1464, Camerota origina dalla scomparsa della città della Molpa secondo Scipione Mazzella

Secondo alcuni, l’origine del borgo di Camerota sia dovuta alla distruzione della città della Molpa. Infatti, nel 1601, Scipione Mazzella Napolitano (….), parlando di Camerota e di altri luoghi nel “Principato Citra”, a p. 79, del suo “Descrittione del Regno di Napoli”, in proposito scriveva che: “Scorgesi poi sopra un’alto monte Cammerota picciol terra, edificata (come dicono alcuni) dalle reliquie dell’antica città della Molpa, che poco discosto li stà.”. Sulle parole del Mazzella ha opinato Onofrio Pasanisi. Intanto questo passaggio del Mazzella è interessante perchè ci parla anche della “città” scomparsa della “Molpa” che sappiamo sia esistita. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Dunque, il Pasanisi ci fa notare e opinava che la notizia del Mazzella di una probabile origine del casale di Camerota dovuta alla fuga degli abitanti di Molpa non abbia fondamento in quanto l’ultima distruzione della Molpa avvenne nel 1464, quando le cronache registrano l’incursione barbaresca di Dragut Pascià. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”. Ciociano e prima ancora il Pasanisi facevano notare che nel 1464 Camerota contava diverse famiglie originarie del luogo e l’indagine focatica condotta su documenti anteriori al 1464 dimostra l’esistenza di Camerota da molti secoli prima. Può darsi, coe io credo che la distruzione della città di Molpa, che pure esisteva ed era fiorente, un città sorta alle falde del fiume Mingardo ed in parte sulla collina del promontorio, fece si che i casali vicini come Lentiscosa, Camerota e Licusati fossero scelti dai pochi scampati alla distruzione della Molpa. Sappiamo anche di Centola che si ingrandì proprio in seguito alle prime distruzioni della Molpa. 

Nell’11 giugno 1464, una incursione dei Saraceni d’Africa e la distruzione della Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 375-376-377, in proposito scriveva che: “…ultima sua ruina, poichè non essendo più tale, che potesse in quei confusi, scelerati tempi sicura mantenervisi la gente, cominciò pian piano a mancar di abitatori; e quei casali (I) ch’erano della Città dipendenti, pure cominciarono a fare lo stesso, in modo che nella final sua ruina del MCDLXIV pochi abitati ve ne erano. Finalmente toccolle vedere l’ultima sua desolazione, poichè essendo la notte degli undeci di Giugno MCDLXIV. sbarcati nel porto di Palinuro molti Saraceni d’Africa, sollecitamente e col dovuto silenzio s’avviarono alla Molpa….

Antonini, p. 375

Antonini, p. 376

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”. L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”Sulla distruzione della Molpa e di Pisciotta nel 1474 ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta, nella sua nota (7) postillava che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che fu saccheggiata: “…dai saraceni a più riprese (680-705-802-828-931-1113),…..ed infine dai pirati saraceni nel 1464, quando anche Pisciotta, apparteneva alla Molpa.”. Anche Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”. Su questa distruzione della Molpa, di Camerota ecc.., ha scritto anche Onofrio Pasanisi (…), nel suo saggio ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII. Questa notizia viene riportata pure dal sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, dove, a p. 165 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Alla fine, nel 1464, in occasione del saccheggio da essa subito per mano degli Arabi del Barbarossa, che nella notte dell’11 giugno l’assalirono violentemente, scacciandone gli abitanti e traendone prigionieri altri, i superstiti, dimoranti dapprima in “pagliare”, si ritirarono, come abbiamo detto innanzi, nel casale di Pisciotta (14).”. Il Vassalluzzo, a p. 165, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Silvestri A., La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956, pag. XII.”. E’ strano che il Vassalluzzo chiami questo corsaro d’Africa “Barbarossa”. Il Vassalluzzo, sempre in riferimento a questa notizia, a p. 152, parlando di Pisciotta, in proposito scriveva che: “Il suo sviluppo, questo borgo, lo ebbe verso la seconda metà del XV secolo, quando, nell’anno 1464, assalito e distrutto dai corsari musulmani il castello della Molpa, gli abitanti superstiti si rifugiarono su queste balze e ingrossarono il numero della popolazione già ivi esistente (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 152, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cirelli F., op. cit., pag. 64. Giustiniani L., op. cit., t. VII, p. 205.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, a p. 206, del vol. VII, in proposito scriveva che: “Nel territorio di ‘Pisciotta’ non vi è nessun segno di antico, e si vuole dall’accennato Antonini essere stato dapprima un picciol casale della ‘Molpa’ secondo appare da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2), ed avea pochi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della ‘Molpa’. Quando questa città si distrusse nel 1464, da corsari di Affrica accrebbe poi di popolo la suddivisata ‘Pisciotta’. Nel catalogo dè Baroni sotto Guglielmo II si fa menzione di un tal Niel de ‘Pissocta’.”. Il Giustiniani, a p. 206, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Questa Relazione è negli atti del Duca di ‘Montelione’ nel S.R.C. in banca di ‘Litto’, presso lo scrivano Santelia.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 72, in proposito scriveva che: “I Saraceni, carichi di preda e seguiti da una lunga fila di schiavi, fecero ritorno nel porto di Palinuro e, prima che la notizia della loro feroce aggressione si diffondesse nei luoghi vicini, salparono alla volta dell’Africa (17). Gli abitanti scampati alla loro rapace avidità si diedero precipitosamente alla macchia e, dopo aver dimorato dapprima in “pagliare”, si rifugiarono in vari centri del circondario. La maggior parte di essi andò ad accrescere Pisciotta; altri si stabilirono nella vicina Centola; altri ancora nel piccolo casale di Castelluccio, a Camerota ed altri luoghi ancora (18). Il Re Ferrante (Ferdinando I d’Aragona) mosse lamentele a Maometto II, in Costantinopoli, per la distruzione della Molpa, ma tutto fu inutile, in quanto Maometto si scusò adducendo a discolpa la sua insufficiente autorità a punire che egli aveva nei confronti delle popolazioni dell’Africa (quali erano appunto i Saraceni)(19).”. Il Guzzo, a p. 72, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cirelli F., Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato – Napoli – 1835- p. 64”. Il Guzzo, a p. 72, nella sua nota (19) postillava che: “(19) G. Antonini – Op. cit., Vol. I – pag. 377; Archivio di Stato di Napoli – Sommaria Partium – 21 – c. 151.”. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”. Interessante, a questo proposito è ciò che scrisse il barone Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Altri andarono alla vicina Centola; parte n’andò in Cuccaro nove miglia lontano, e ‘l rimanente ne’ vicini altri luoghi (siccome a ciascuno meglio tornò grado) si disperde. Non dispiaccia nuovamente riferire le parole di ‘Merola’ su di questa distruzione: “Post Palinuri promontorium, in monte, qui mari imminet, ruinae conspiciuntur Oppidi Molpae a praedonibus subversi ad Melphin fluvium praeterfluentem”. Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., onde fresca era allora la memoria di sua ruina. Fece Re Ferrante alte doglianze di questo fatto in Costantinopoli con Maometto II, ma per allora gli fù risposto: che non avendo ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 319, parlando di ‘Pisciotta’ scriveva che: “Sia Cirelli (17) che il Giustiniani (18) ritengono che dopo la distruzione di Molpa ad opera dei corsari d’Africa (1464) si cercasse di rinforzare il più difendibile villaggio di Pisciotta che nel ‘400 faceva parte dei feudi dei Sanseverino, ecc..”.

Nel 1464, Pisciotta, casale di Molpa, distrutto dai corsari d’Africa

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Ebner (…), a p. 318, nella sua nota (7) scriveva che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Riguardo l’antico documento citato da Ebner nella sua nota (7), ovvero il ms. del notaio G.A. Ferillo o Ferrigno, un cronicon sull’origine di Pisciotta, ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”.

Nel 1464, Pisciotta e la Molpa nella ‘Cronaca’ (o Relazione) del notaio Giovanni Antonio Ferrigno o Ferrillo

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Ebner (…), a p. 318, nella sua nota (7) scriveva che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Riguardo l’antico documento citato da Ebner nella sua nota (7), ovvero il ms. del notaio G.A. Ferillo o Ferrigno, un cronicon sull’origine di Pisciotta, ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Il Barone Antonini (…), infatti, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”. Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Due miglia poi sul mare, è la grossa Terra di Pisciotta (I), con un Monistero di Frati Francescani….ed a’ giardini danno, malamente dal Signor Gatta allogata nel ‘Vallo di Novi’ al fol. 300 della sua ‘Lucania Illustrata’. Tutte le frutta, e l’oglio sopra tutto, che in quantità grande produce, io lo ripongo fra i più belli del Regno. Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV fu da Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc... L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “L’Antonini (37) contesta al Gatta ecc…e le rovine di Molpa distrutta nel 1494 dai “Corsari d’Africa”. Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti.”. Riguardo la relazione del Ferrino (….) citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Riguardo questo manoscritto, Pietro Ebner (…), a p. 172, parafrasando l’Antonini, nella sua nota (12), postillava sulla ‘Cronaca di S. Mercurio’, scriveva che: L’Antonini (p. 375) attribuisce a Molpa tre casali (S. Serio, Boregana e Castelluccio) e forse ancora un altro (Trivento), di cui non vi è altra notizia che quella citata dall’Antonini del 1546 (tavola Valente, f. 215, del processo innanzi al SRC tra Anonio Caracciolo e i suoi Creditori).”.

Postille di Antonini, p. 375

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’

L’Antonini (…), a p. 375, riguardo questi luoghi, nella sua nota (2), postillava che: “Questi casali erano S. Serio, Busagano, Castelluccio, siccome vedesi dalla relazione che ne fa nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”. Dunque, riepilogando, se nella sua nota (2), a p. 330, l’Antonini postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”, sempre l’Antonini, a p. 375, nella sua nota (2) postillava che: nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”, ovvero che l’Antonini ci dice che il manoscritto del Notaio originario di Pisciotta Giovanni Antonio Ferrigno doveva essere allegato in un Processo del Sacro Consiglio per Don Antonio Caracciolo…….

Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, a p. 206, del vol. VII, in proposito scriveva che: “Nel territorio di ‘Pisciotta’ non vi è nessun segno di antico, e si vuole dall’accennato Antonini essere stato dapprima un picciol casale della ‘Molpa’ secondo appare da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2), ed avea pochi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della ‘Molpa’. Quando questa città si distrusse nel 1464, da corsari di Affrica accrebbe poi di popolo la suddivisata ‘Pisciotta’. Nel catalogo dè Baroni sotto Guglielmo II si fa menzione di un tal Niel de ‘Pissocta’.”. Il Giustiniani, a p. 206, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Questa Relazione è negli atti del Duca di ‘Montelione’ nel S.R.C. in banca di ‘Litto’, presso lo scrivano Santelia.”.

Nel 1484, S. Serio (S. Sergio), casale vicino la Molpa, viene proposto al re per l’esenzione fiscale per la peste, mortalità e povertà

Su S. Serio ha scritto anche Vittorio Bracco (…), che, nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 39-40, nella nota (24) postillava che: “(24)…..il luogo di Molpa, lungo il profilo della costa accidentata, è da riconoscere nei pressi di Capo Palinuro verso Camerota, e questo paese è generalmente indicato dalla tradizione come sopravvivenza del centro scomparso……Compresa probabilmente in età romana con Palinuro nel territorio di Velia, Molpa sarebbe stata distrutta nel Medioevo: già nel sesto secolo, come qui vuole l’Eterni o più tardi dai Saraceni, come ripetono altri. Ma un villaggio dello stesso nome dové risorgere e durare per un certo tempo in unione col paese di Camerota: ne abbiamo testimonianze precise per gli anni immediatamente successivi alla battaglia di Benevento (del 1266): cfr. Ebner, Economia e società, I, p. 272 e II, p. 102.”. E quì il Bracco ci dice di Gillé de Blemur e della guerra del Vespro nel periodo Angioino di cui ho già detto. Inoltre, sempre accennando al casale di S. Serio, Bracco scriveva pure che: “Leggo poi che nel 1484 “i 6 fuochi di San Serio, già abitanti in Molpa distrutta dai mori e dimoranti in ‘pagliare’, per la loro estrema povertà venivano proposti al re…. per l’esenzione da ogni pagamento” (A. Silvestri, La popolazione del Cilento nel 1489, a cura della Camera di Commercio, Salerno, 1956, p. XII). Quanto alla famiglia Marchese, insignorita su Camerota, su di essa si diffonderà nel Settecento il Gatta (cfr. Gatta, Memorie, pp. 292-294).”. Dunque, Bracco scriveva che, nel 1484, in seguito alla distruzione dei casali ad opera dei Saraceni d’Africa ed in occasione del Censimento dei fuochi del 1488 (“ultima numerazione generale dei fuochi, effettuata sotto il dominio degli aragonesi”), i preposti proponevano il casale di S. Serio per l’esenzione della tassazione del casale per i gravi danni subiti.  Bracco citava il testo di Alfonso Silvestri (….), il suo “La popolazione del Cilento nel 1489”, dove, a p. XII, in proposito è scritto: “I 6 fuochi di San Serio, già abitanti di Molpa distrutta dai mori e dimoranti in “pagliare”, per la loro estrema povertà venivano proposti al re, nel 1484, per l’esenzione da ogni pagamento (17).”. Silvestri, a p. XII, nella nota (17) postillava: “(17) Sommaria, Partium, vol. 21, c. 151”. Devo però precisare che Silvestri, a p. XII aggiungeva che: “Ed una supplica tendente ad ottenere un simile privilegio inoltrava al re, nel medesimo anno, il casale di Alfano a causa della peste “per la quale ‘nce morèro più de sptanta dui homini, adeo che poco ‘ncende so’ remasi, et quilli poco remasi sono tanto poveri che ad pena possono vivere, per el che possono pagare il pagamenti fiscali”, aggiungendo che per “la penuria grande de dicto casale so’ morti di fame”.”. Pietro Ebner (…), a p. 172, parafrasando l’Antonini, nella sua nota (12), postillava sulla ‘Cronaca di S. Mercurio’, scriveva che: L’Antonini (p. 375) attribuisce a Molpa tre casali (S. Serio, Boregana e Castelluccio) e forse ancora un altro (Trivento), di cui non vi è altra notizia che quella citata dall’Antonini del 1546 (tavola Valente, f. 215, del processo innanzi al SRC tra Anonio Caracciolo e i suoi Creditori).”.

Postille di Antonini, p. 375

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’

L’Antonini (…), a p. 375, riguardo questi luoghi, nella sua nota (2), postillava che: “Questi casali erano S. Serio, Busagano, Castelluccio, siccome vedesi dalla relazione che ne fa nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”. Dunque, riepilogando, se nella sua nota (2), a p. 330, l’Antonini postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”, sempre l’Antonini, a p. 375, nella sua nota (2) postillava che: nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”, ovvero che l’Antonini ci dice che il manoscritto del Notaio originario di Pisciotta Giovanni Antonio Ferrigno doveva essere allegato in un Processo del Sacro Consiglio per Don Antonio Caracciolo.

Nel 20 maggio 1504, Pisciotta, la Molpa ecc….vengono cedute a Bernardo di Villammare

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 319, parlando di ‘Pisciotta’ scriveva che: “…. (il) villaggio di Pisciotta che nel ‘400 faceva parte dei feudi dei Sanseverino, ai quali anche Pisciotta venne avocato al fisco al tempo della congiura dei Baroni. Feudo, come è noto, poi restituito, ma avocato ancora quando Guglielmo Sanseverino aderì alla frazione francese (19), poi restituiti e di nuovo avocati. Infatti, il 20 marzo 1504 il re donò Pisciotta a Bernardo di Villammare “in remuneratione de suoi servitii”. Il villaggio fu poi venduto nel 1515 ad Alfonso Caracciolo, cui successe (1517) il figlio Baldassarre. Ecc..”. Su questa notizia ha scritto pure Guglielmo Passarelli (….), nel suo saggio su Cuccaro e Pisciotta (in Rassegna Storica Salernitana, II, anno ………), a pp. 180-181, in proposito scriveva che: “Seconchè dopo pochi anni il conte Guglielmo ricadde nel medesimo errore, ed allora lo stesso Re, il 20 maggio 1504, ne riprese tutto il patrimonio e lo donò a Don Bernardo da Villammari in ‘remuneratione de suoi servitii’, comprendendovi anche le dette terre di Pisciotta, ‘pro se suisque et successoribus ex suo corpore legittimi discendentibus etc’ (1).”. Il Passarelli (….), a p. 181, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pandetta Principato Citra”.

Nel 1516, Gianalfonso di Sangro vendette il feudo della Molpa a Giannicola Origlia

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 83 e s., in proposito scriveva che: “Diverse furono le vicende feudali della Molpa. Dopo vari passaggi di mano, Gianalfonso de Sangro vendè nel 1516 il feudo a Giannicola Origlia, per poi ritornare per ragioni ereditarie ai de Sangro, signori di Camerota (9).”. Il Barra, a p. 83, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. ‘L’Historia dell’Illustrissima Famiglia Di Sangro scritta dal Signor Filippo Campanile’, nella Stamperia di Tarquinio Longo, Napoli 1615, pp. 66-67.”. Di Giannicola Origlia ne parla Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Camerota, a p….., in proposito scriveva che: “…….

Nel 1532, Sigismondo de Sangro ed i casali di Molpa e Pisciotta

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 83 e s., in proposito scriveva che: “Diverse furono le vicende feudali della Molpa. Dopo vari passaggi di mano, …….per poi ritornare per ragioni ereditarie ai de Sangro, signori di Camerota (9). Sequestrato nel 1528, il feudo fu concesso a un dignitario fiammingo di Carlo V, Stefano Croppen (10). Nel 1539 i de Sangro vendettero per 9600 ducati la Molpa e Pisciotta al nobile italo-spagnolo Ferrante Bisbal, il quale aveva effettuato l’acquisto per conto di suo nipote Antonio Caracciolo.”. Il Barra, a p. 83, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. ‘L’Historia dell’Illustrissima Famiglia Di Sangro scritta dal Signor Filippo Campanile’, nella Stamperia di Tarquinio Longo, Napoli 1615, pp. 66-67.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1532 il re investì Sigismondo di Sangro, per la morte del padre Alfonso, dei suddetti casali, con tutti i loro diritti, giurisdizioni, mero e misto imperio e cognizione delle prime cause. Il compilatore dei Quinternioni (5) tenne a segnalare che i predetti casali vivevano “iure Langobardorum”. Nel ‘Cedolario’ Capizzo, Casaletto e Centola risultavano tassati per l’adoa a Ippolita di Sangro (6).”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Quint. 4, f 268: ‘cum omnibus eorum iuribus, et iurisdictionibus, mero etc. cognitione primarum causarum et cum integro eorum statu in quibus vivitur iure Longobardorum”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (6) postillava che: “(6) Il Cedulare (f 50 e 16) Adohae taxatur Ippolita de Sangro pro Casaletto Capizzo et Centula.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (7) postillava che: “(7) Quint., 30, f 248”. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Ecc…”.

Nel 1546, Boregana e S. Serio, casali della Molpa, nella carta inedita e nel Tavolario Valente

Sempre nella carta in questione (…), sotto il casale di Centola posta più in alto, si possono vedere i casali, posti più in basso, di “Buragano”, che doveva essere un piccolo casale di Molpa o di Centola. Forse il toponimo Buragano, vorrebbe indicare un luogo abitato (si vedono disegnate edifici, con il colore rosso). Su questo toponimo, segnato nella carta in questione, possiamo dire che l’Antonini (…), lo cita, chiamandolo a p. 375: “Boregana”. Riguardo il casale di S. Serio, casale della Molpa, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 42, parlando della diminuzione focatica (delle famiglie), nel basso Cilento, e dai primi censimenti Aragonesi, nella sua nota (22), postillava che: “V. a p. XI sg., sempre il Silvestri, sulla diminuzione della popolazione dei casal di S. Marina di Policastro (a. 1480), di S. Giovanni a Piro (a. 1482) e S. Serio (a. 1484), cioè l’antica Molpa, che chiedeva al re la completa  esenzione essendosi il casale ridotto ad appena 6 famiglie viventi in “pagliare”.”. Ebner (…), nella sua nota (22) di p. 42, si riferiva ad Alfonso Silvestri (…), La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956. Alcuni dei toponimi che ivi possiamo leggervi e che sono ivi riportati, sono stati citati dall’Antonini e dal Gatta, quando ci parlano della Molpa ed infatti, Pietro Ebner (…), a p. 172, parafrasando l’Antonini, nella sua nota (12), postillava sulla ‘Cronaca di S. Mercurio’, scriveva che: L’Antonini (p. 375) attribuisce a Molpa tre casali (S. Serio, Boregana e Castelluccio) e forse ancora un altro (Trivento), di cui non vi è altra notizia che quella citata dall’Antonini del 1546 (tavola Valente, f. 215, del processo innanzi al SRC tra Anonio Caracciolo e i suoi Creditori).”.

Postille di Antonini, p. 375

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’

L’Antonini (…), a p. 375, riguardo questi luoghi, nella sua nota (2), postillava che: “Questi casali erano S. Serio, Busagano, Castelluccio, siccome vedesi dalla relazione che ne fa nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”. Sul Tavolario Valente, citato dall’Antonini, si veda la nostra nota (…). Anche il toponimo indicato “ruine di Melpi”, è indicato con un gruppo di edifici, disegnati con il colore rosso. Inoltre, questo toponimo è posto tra i due fiumi che poi vanno a sfociare verso l’attuale sito chiamato Arco Naturale che si trova sulla vicina fascia costiera del Mingardo. I due fiumi indicati nella carta, vengono indicati con i nomi di “Fiume Mingardo”, a oriente, mentre vicino ad Occidente, vediamo il fiume che scende da Centola e da “Buragano”: il fiume detto “la Melpa f.”, che stà per fiume Melpa. Il fiume Melpa, l’attuale fiume Lambro, nella carta illustrata, costeggia la collina di “Trivento”, che si estende con il suo promontorio verso l’attuale “Piano Faracchio”, ovvero verso la punta del promontorio che si conclude oggi con la Stazione Meteorologica di Palinuro.E’ da notare che nella carta in questione, lo scoglio del Coniglio è chiamato “la Gaisella”, mentre il seno dove sfociano i due fiumi Lambro e Mingaro è detto: “Il Porto di Molpa”. Riguardo questo fiume, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, a p. 353, in proposito scriveva che: “Ma per andar da Centola al porto di Palinuro, che n’è lontano presso a tre miglia, convien passare il fiume Melpi, che oltre di questo nome, e quello di Rubicante, n’ebbe ancora altri simili, come si può vedere nell”Italia antica’ di Cluverio, il quale scrive: Post Palinurum sequitur Melphes flumen, vulgo nunc Molfa, & Melfa (I), & idem Molpa, & Malpa adcolis dictum; oggi ritiene solamente quello di Molpa, affatto non conosciuti gli altri. Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII, Maugerio fa al Monistero di Montecassino della Chiesa di Sossio. Ha questo fiume, siccome si disse nel ‘Discorso precedente’, sua prima, e maggiore origine nella montagna di Lagorosso; ed accresciuto coll’acque, che calano dall’Antilia, e dalle colline degli Eremiti, e S. Nazario, mettendosi al piano, va ad Occidente della Molpa nel suo seno a scaricarli. “. L’Antonini, a p. 353, nella sua nota (I), postillava che di questo fiume ne parlava anche Plinio (…), Mario Nigro (…) e, il Gatta (…). Nella carta in questione, possiamo leggere sul promontorio della Molpa, un toponimo interessante, scritto “Sepolchro” o “Sepolcreto”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Francesco Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, dopo aver parlato e descritto alcune cale e grotte poste lungo la costa del promontorio della Molpa, a p. 365, ci parla di essa ed in proposito scriveva che: “Lontano dal già descritto basso porto di Palinuro, verso mezzogiorno per terra camminando quasi un miglio (poichè per mare è due volte tanto) sta il seno del mare, detto della ‘Molpa’, posto fra due fiumi, il Melpi, o Rubicante ad occidente, da ‘Plinio’ nel cap. 5. nel lib. 3 chiamato Melphes (I), e Mengardo, o Menicardo ad oriente, che nel seno stesso si scaricano: seno, che nè remoti secoli sicurissimo porto esser dovea; e così da Strabone nel ‘principio’ del 6 lib. è chiamato. Fassi qui abbondantissima pesca di alici ecc…che ne prischi secoli fosse stato uno dè porti Velini.”.  

Nel 1552, la leggenda di Isabella Villamarino, moglie dello sfortunato Ferrante Sanseverino che si gettò dalla Molpa dove, secondo la leggenda aleggia ancora il suo fantasma

Da Wikipedia leggiamo che la più nota è la storia di donna Isabella Villamarino, aristocratica e, secondo la leggenda, bellissima fanciulla (anche se in realtà pare fosse di statura non molto alta e neanche troppo graziosa). All’età di soli dieci anni, per volere del padre Bernardo, conte di Capaccio, ammiraglio e luogotenente del regno, Isabella sposò il coetaneo Ferrante Sanseverino, principe di Salerno e discendente dei Sanseverino, la prima delle sette grandi Case del Regno di Napoli. Da questo matrimonio di interessi nacque però una splendida storia d’amore, che si interruppe bruscamente nel 1552 quando Ferrante litigò col viceré don Pedro de Toledo, che lo accusò di infedeltà all’imperatore Carlo V. Lo sposo, condannato a morte e alla confisca dei beni, fu costretto ad abbandonare il Regno di Napoli, non riuscendo a tornare dalla moglie, la quale privata del suo amore si gettò dalla collina della Molpa. La leggenda vuole che il fantasma di donna Isabella continui ad aggirarsi sulla Molpa in cerca del suo perduto amore. Isabella Villamarina, o Villamarino (1503 – Madrid, 14 ottobre 1559), è stata una letterata e nobile italiana, ultima principessa di Salerno. Figlia di Isabella di Cardona e del catalano Bernardo Villamarino, grande ammiraglio del Regno di Napoli e conte di Capaccio, dopo la morte di lui, avvenuta nel 1512, ereditò il feudo di Capaccio e Altavilla. Insieme a Ferrante Sanseverino, principe di Salerno, giovane orfano affidato da Ferdinando II alla famiglia Villamarino, fu educata dai migliori istitutori dell’epoca, fra cui l’umanista Pomponio Gaurico. Nel 1552, la coppia dovette separarsi: Ferrante, caduto in disgrazia presso il Viceré Don Pedro de Toledo, accusato di eresia, di sodomia, di furto e di aver tramato contro la Spagna, fu condannato a morte: scappò e trovò appoggio presso la corte di Francia, mentre Isabella, spogliata di tutti i suoi beni, si rifugiò dapprima presso sua nipote, Maria de Cardona, al castello di Avellino, e poi a Castel Nuovo di Napoli. Conservate in parte presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, sono giunte a noi lettere poetiche in cui Isabella canta il dolore per la separazione e la lontananza, in particolar modo in una fitta corrispondenza tenuta con l’arcivescovo di Salerno Girolamo Seripando. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 8, a p. 176 in proposito al Periodo del Viceregno Spagnolo, riferendosi alla consorte di Ferrante Sanseverino, ultimo dei Sanseverino, la bella Isabella Villamarino dei Conti di Capaccio che dopo la morte del marito era caduta in disgrazia, piena di debiti si era recata da Carlo V a madrid a chiedere protezione, scriveva che: “La triste novella della sua morte fu accolta con grande dolore in Napoli, in Salerno ed in tutti ifeudi della nobile gentildonna, di cui tutti ricordavano le grazie del volto, l’amabilità dell’animo e i larghi benefizi. X.”. Il Mazziotti, racconta della sfortunata donna, moglie di Ferrante Sanseverino, ultimo principe di Salerno caduto in disgrazia a causa dell’odio del vicerè spagnolo che lo perseguitò. Su donna Isabella moglie di Ferrante Sanseverino, ultimo della nobile famiglia, ha scritto anche Carlo Pesce, sulla scorta del Racioppi (…) e due scrittori locali, il Alessandro Falcone (…) ed il Tortorella (…) che scrissero due manoscritti inediti. Il manoscritto del Falcone fu pubblicato recentemente in una edizione di Zaccara. Carlo Pesce riferendosi alla successione del Saragusio e della figlia Giovanna, nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 221, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “Così è riportata negli Atti del Grande Archivio di Napoli la serie dei Feudatari di Lagonegro; tuttavia è duopo far osservare – secondo quanto riferisce il Tortorella – che in un istrumento rogato nel 1515 dal Notar Nicola De Pierri e dal Giudice a contratti Ruggiero Grisolia, per la revisione di certi confini tra le Unità di Lagonegro, Montesano e Tortorella – interviene un certo ‘Francesco Celso’, il quale si asserisce utile padrone di Lagonegro. Inoltre, in un altro istrumento in pergamena, rogato dal Notar Berardino Rossano nel 14 Gennaio 1518 – secondo riferisce il Falcone – interviene il Magnifico ‘Francesco De Munchis’ – ed anche questi s’asserisce utile padrone di Lagonegro – insieme con Donna Isabella (3) di Cordova, Contessa di Capaccio, per dirimere un’altra controversia insorta tra le Unità di Lagonegro e di Lauria per un territorio alla contrada Serra della Giumenta, e per ratificare e confermare altro istrumento stipulato nell’anno antecedente dal Notar d’Itri di Napoli. Potrebbero forse essere questi due signori Celso e De Munchis essere successivi mariti di Giovanna Saragusio, ma null’altro c’è dato conoscere su ciò. Le notizie riferite trovano pure riscontro nel ‘Dizionario Geografico del Regno di Napoli’, di Lorenzo Giustiniani, il quale nel vol. V, discorrendo di Lagonegro, scrive in succinto per la parte feudale: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 ecc…ecc..”. Il Pesce (…), a p. 221, nella sua nota (3) postillava di Donna Isabella di Cordoba” e si riferiva a Isabella Villamarino, la moglie dell’infelice Ferrante Sanseverino a cui furono tolti tutti i numerosi feudi e beni del marito dal Vicerè spagnolo. Il Pesce postilava che: “(3) A proposito di ‘Donna Isabella’ corrono ancora nel nostro popolo i seguenti versi, che han fatto ritenere che ella fosse stata moglie del nostro Feudatario espulso: “Num mi chiamati cchiù Ronna Sabella, Chiamatimi Sabella a svinturata, Ch’aggiu perduti trentasei castella. La puglia e tutta la Basilicata.”. Ma quei versi sono ripetuti in molti luoghi, ed il Racioppi (Op. cit. Vol. II, p. 394) ritiene che la Donna Sabella, così miseramente travagliata dalla fortuna, fosse la Regina Isabella d’Aragona, moglie di Renato d’Angiò, che, vinta da Alfonso I, perdè tutto e si ritrasse in esilio.”. Dunque, il Pesce (…), riportando le strofe della nota novella cantata in diversi luoghi del Cilento si riferiva, sulla scorta del Racioppi alla Regina Isabella d’Aragona moglie di Roberto d’Angiò che perse il Reame di Napoli conquistato da Alfonso I d’Aragona. Io invece credo si tratti di due prestanome di Ferrante di Sanseverino, marito di Isabella di Villamarino e contessa di Capaccio che insieme al marito caddero in disgrazia a causa delle continue controversie sorte proprio in quegli anni con il Vicerè Spagnolo don Parafan De Ribera. La Villamarino era la principessa di Salerno, coltissima, bellissima e ricchissima, oggi definita “la principessa del Rinascimento”. Isabella, da poco aveva perso tutti i suoi beni per ribellione toltigli dal Vicerè Spagnolo e di cui ha scritto il Mazziotti (…).

Nel 1626, il cabreo redatto dai Cavalieri di Malta per Pisciotta e S. Mauro la Bruca

Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, a pp. 40-41 in proposito scriveva che: “Di lì a qualche anno, nel 1626, anche i titolari del limitrofo feudo di San Mauro la Bruca, i Cavalieri di Malta, elaborano il loro cabreo, segnando con precisione i confini (45).”. La Ottati, a p. 40, nella sua nota (45) postillava che: “(45) A. Pellettieri, Le città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio, Ed. Altrimedia, Roma, 2007, pp. 71 ss.”. La Ottati, a p. 40 scriveva pure che: “….come anche il cabreo del 1626 da parte dei Cavalieri giovanniti, siano stati fatti per definire i propri limiti territoriali, ecc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro La Bruca, a pp. 566-567, parlando del casale di S. Mauro, in proposito scriveva che: L’Antonini (p. 333) nel confermare l’appartenenza di S. Mauro la Bruca all’Ordine di Malta, così affermava: ecc….”. Ebner, a p. 567 cita il Volpi (….) a p. 211. Ebner scriveva  “Le prime notizie sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia dei Vescovi de Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, del 1770, che forniva la notizia a p. 211 dell’appartenenza di S. Mauro e di Rodio al Sovrano Ordine di Malta, già Ordine dei Giovanniti. Giuseppe Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 333, in proposito a S. Mauro la Bruca scriveva che: “Lontano dal corso di questo fiume (Melpi e Rubicante) sulla dritta due miglia, e quattro da Pisciotta, su di un’ennesima collina, trovasi S. Mauro della Bruca, chiamato così a differenza d’altri, che vi sono di questo stesso nome. Appartiene la Terra con Rodio alla Religion di Malta ecc…”.

Nel 1666, la ‘Platea dei beni e del feudo della Molpa’

La Greca e Di Rienzo (…), sulla cui scorta Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., nella sua nota (13) a p. 67 parlando del piccolo casale di S. Nicola di Centola postillava che: “(13) La platea del feudo della Molpa del 1666 ricorda la “Chiesa di Santo Nicola nuovo” reddente alla camera feudale per la concessione enfiteutica di una terra alla “Tempa del Curcio”, da sopra via pubblica, da sotto fiume corrente”.”. Dunque, il Barra (…) a  p. 67 cita una Platea del 1666, senza dare ulteriori indicazioni, dice solo che si tratta della “Platea del feudo della Molpa”. Si tratta di una documentazione conservata all’Archivio di Stato di Salerno – Notaio Tommaso del Gaudio di Cuccaro del 1666, 25 febbraio – “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”. Pare che questa interessantissima notizia il Barra l’avesse tratta dalla “Platea del feudo della Molpa del 1666, pubblicata dal Prof. Massimino Iannone. Riguardo questa Platea dei beni del 1666 ha scritto Massimino Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’ – Elementi documentati di storia’, pubblicato nel 2016. Proprio Massimino Iannone (…) a p. 215 parlando della Cappella di S. Antonio di Palinuro, in proposito a questa “Platea dei beni del 1666” scriveva che: “La cappella, situata in prossimità del porto di Palinuro, era stata costruita, sicuramente prima del 1666, per comodità dei naviganti e per devozione da d. Francesco Buglios, Segretario di Guerra presso la Corte del Regno di Napoli, “al tempo che capitò qui una galera, con la quale corse tempesta di mare e si ricoverò nel porto…” (197).”. Iannone a p. 215, nella sua nota (197) postillava che: “(197) ASS, Atto del notaio Tommaso del Gaudio del 25 febbraio 1666.”. Sempre il Barra (…) riguardo a questa Platea dei beni del 1666, scriveva che:  “Non ci dice molto sul paesaggio agrario di Palinuro, perchè da essa risulta che la difesa di Palinuro era stata presa nel 1636 a censo perpetuo – come si è detto – “da molti particolari cittadini di Centola”, che versavano annualmente a titolo di canone 250 ducati al feudatario.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”.

Nel 1666, la “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”

Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 178 scriveva che a Palinuro vi era un’antica laura basiliana dal titolo originario “S. Maria di Loreto”, poi secoli dopo, nel 1600 cambiato in “S. Maria Laurentana”, come si evince da una platea dei beni del 1666. Pare che questa interessantissima notizia il Barra l’avesse tratta dalla “Platea del feudo della Molpa del 1666”, pubblicata dal Prof. Massimino Iannone. infatti sempre il Barra (…) riguardo a questa Platea dei beni del 1666, scriveva che:  “Non ci dice molto sul paesaggio agrario di Palinuro, perchè da essa risulta che la difesa di Palinuro era stata presa nel 1636 a censo perpetuo – come si è detto – “da molti particolari cittadini di Centola”, che versavano annualmente a titolo di canone 250 ducati al feudatario.”. Dunque, secondo la Platea del 1666 dei beni di Centola e Pisciotta, a Palinuro vi era un piccolo eremo, in origine basiliano, “un’antica laura” (come scrive il Barra) che dipendeva dall’Abbazia di S. Nicola a Bosco. Il Barra (…), a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “L’Avvocato fiscale della R. Udienza di Salerno. Questi così riferì il 28 agosto 1792: …” e quindi, il Barra, a p. 182 pubblica la risposta della R. Camera di S. Chiara trasmessa al sovrano: “Che vi esiste una Cappella sotto il titolo di S. M. Lauretana eretta in un fondo della Badia del Bosco soggetta al Capitolo di S. Pietro di Roma, con due altari, senza che però vi fosse custodita per conservarsi il SS. Sacramento dell’Eucarestia, e senza che vi fosse luogo destinato per la conservazione dell’Oglio Santo, nè fonte battesimale. Che in tal Cappella nè giorni festivi si celegra una Messa, quando però la stagione e il buon tempo lo permettono, dal Cappuccino residente nel Convento di Centola, con licenza e permesso del Vicario del Bosco, dal quale niente se li corrisponde per detta celegrazione di Messa, ma quei poveri abitatori, per quanto le loro debolezze le comportano, l’uniscono ecc…” Riguardo a questa ‘Platea di Beni’ del 1666 pubblicata dal Prof. Massimino Iannone (….) di Pisciotta, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., nella sua nota (13) a p. 67 parlando del piccolo casale di S. Nicola di Centola postillava che: “(13) La platea del feudo della Molpa del 1666 ricorda la “Chiesa di Santo Nicola nuovo” reddente alla camera feudale per la concessione enfiteutica di una terra alla “Tempa del Curcio”, da sopra via pubblica, da sotto fiume corrente”.”. Dunque, il Barra (…) a  p. 67 cita una ‘Platea di beni’ del 1666, senza dare ulteriori indicazioni, dice solo che si tratta della “Platea del feudo della Molpa”. Si tratta di una documentazione conservata all’Archivio di Stato di Salerno – Notaio Tommaso del Gaudio di Cuccaro del 1666, 25 febbraio – “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”. Riguardo questa Platea dei beni del 1666 ha scritto Massimino Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’ – Elementi documentati di storia’, pubblicato nel 2016. Proprio Massimino Iannone (…) a p. 215 parlando della Cappella di S. Antonio di Palinuro, in proposito a questa “Platea dei beni del 1666” scriveva che: “La cappella, situata in prossimità del porto di Palinuro, era stata costruita, sicuramente prima del 1666, per comodità dei naviganti e per devozione da d. Francesco Buglios, Segretario di Guerra presso la Corte del Regno di Napoli, “al tempo che capitò qui una galera, con la quale corse tempesta di mare e si ricoverò nel porto…” (197).”. Iannone a p. 215, nella sua nota (197) postillava che: “(197) ASS, Atto del notaio Tommaso del Gaudio del 25 febbraio 1666.”

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2. Forse una delle carte originali viste dal Galiani a Parigi.

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

La Greca e Vladimiro

(…) La Greca Fernando e Vladimiro Valerio, Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano. Le terre del Principato Citra, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 2013; in questo testo si parla delle carte conservate alla Bibilioteca Nazionale di Francia, molto simili a quella da me scoperta e pubblicata

(…) Blanc Antonio Carlo, Industrie Musteriane e Paleolitico superiori nelle due fossili e nelle dune fossili e nelle grotte litoranee del Capo Palinuro, in Atti della Reale Accademia d’Italia. Rendiconti, fasc. 10, Roma, 1940, pp. 602-16

(…) Cammarano Giovanni, Storia di Centola, La Badia di S. Maria, vol. II, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 1993 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Visconti Pietro, Paesaggi Salernitani, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1954

(…) Litta Pompeo, Famiglie celebri italiane, fascicolo unico, Basadonna, Torino

(…) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.

(…) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

(….) Trattasi del già citato portolano pubblicato da B. R. MOTZO sotto il titolo: Il Compasso da Navigare, opera italiana detta metà del secolo XIII, stà in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, Cagliari, voI. VIII, 1947, pag. 166; la pagina del testo originale del 1296, quì riportata e tradotta da Debanne A., Lo Compasso de navegare, Edizione del Codice Hamilton 396, Editore Peter Lang Gmbh, Internationaler Verlag Der W, 2011, pag. 48. la pagina del testo originale del 1296, quì riportata e tradotta da Deban- ne è la pagina n. 17 r (Fig. 4).

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(…) De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, pag. 193. Del ‘Compasso de navegare’ (….), ne parlano anche le insigne studiose francesi Monique De La Ronciere e Michel Mollat du Jourdin che, nel loro libro per i tipi di Bramante (…), riferendosi al navigante del XIII secolo, così scrivono in proposito: “Egli dispone tra l’altro di un libro del mare, una specie di manuale nautico che risale ai peripli dell’Antichità. Il più antico attualmente esistente, il Compasso da navigare, è custodito alla Biblioteca municipale di Berlino ( Ms Hamilton 397) per il marinaio di allora esso era ciò che il “portolano” era per il navigatore dei nostri giorni. Porta la data di gennaio 1296 e sarebbe dello stesso periodo della ‘Carta pisana’. Secondo il professor Motzo, proprio quella stessa carta (o una simile) gli era aggiunta. Nonostante siano complementari, il manuale e la carta avranno fortune diverse; attualmente il manuale antico è molto più raro della carta nautica di cui contiamo , per il XIV e XV secolo, un centinaio di esemplari.”. 

(…) ( Fig….) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in Monumenta Italia Cartographica, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Appendice I, I – Coste liguri e tirreniche della penisola, p. 68.

(…) ibidem, questa carta riprodotta nel testo di Almagià R., op. cit., tav. III, p. 3, crediamo fosse riportato ‘Sapra‘ e non Saprì. Noi pubblichiamo quella tratta dal testo di De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, Tav. 1.

(…) (Figg…..) tratta da Brotton J., Le grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, pagg. 52, 53

(…) (Fig….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia.

Luca Mannelli

Luca Mannelli, manoscritto

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (…) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926; dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Attanasio).

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(….) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio), p….

(…) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; vedi pure Vassalluzzo M., Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p. 39; vedi pure Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p…..

(…) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117.

(…) De Giorgi, Guida dell’Italia.

(…) Cavalcanti P.L., ‘Guida del Pilota ecc..‘, a p. 43 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972, tav. XVII .

(…) Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79;

(…) Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ com- pilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition. Il testo di Amari e Schiapparelli, può essere scaricato dal sito: https://ia802604.us.archive. org/16/items/litaliadescritta00idrsuoft/litaliadescritta00idrsuoft.pdf. , che resta un’ottima traduzione del testo arabo scritto da Edrisi. Si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(…) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, dattiloscritto inedito, 1973 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(…) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 120 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Giannone P., Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Venezia, 1766, ed. Pasquali, …………

(…) ‘Ottone da San Biase’, Cronaca, stà in Muratori A.L. (…), Antiquitate Italiae Medii Aevi. In effetti, l’Antonini (…), riporta le notizie sulla Molpa e su Policastro, fornisce anche un interessante riferimento bibliografico, citando e scrivendo “….e secondo come scrive ‘Ottone da S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal Sig. Muratori fra gli ‘Scrittori Medii Aevi’”. A chi si riferiva l’Antonini nel citare la ‘Chronaca’ scritta da un certo Ottone da S. Biase ?.

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Cattur

Ottone di San Biagio, continuò la ‘Chronica’ di Ottone di Frisinga. Di Ottone di Frisinga, meglio conosciuta è l’opera di Ottone Gesta Friderici imperatoris’ (Imprese dell’Imperatore Federico), scritta per desiderio di Federico I detto il Barbarossa, e introdotta da una lettera dell’Imperatore stesso all’autore. Le Gesta sono composte da quattro libri, dei quali i primi due furono scritti dallo stesso Ottone. Il secondo libro si apre con l’elezione di Federico I nel 1152, e si sviluppa con la storia, abbastanza dettagliata, dei suoi primi cinque anni di regno, soprattutto per quel che riguarda le vicende in Italia. Da questo punto in poi (1156) il suo lavoro viene proseguito da Ragewin. Il latino di Ottone è eccellente, e nonostante una certa partigianeria a favore della casata Hohenstaufen e alcune piccole inesattezze, le Gesta sono state giustamente descritte come un buon modello di composizione storica. Codesta ‘Chronaca’ fu continuata fino all’anno 1210 da Ottone abbate di San Biagio. Su Ottone Abate di San Biagio, ha scritto il Tramontana (…), a p. 59, nel suo  ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc..,postillava su Ottone di San Biagio, alla sua nota (16), scriveva: “Ottone di San Biagio, Chronica, a cura di A. Hofmeister, MGH, Scriptores Rerum Germanicarum in usum scholarum, Hannover-Leipzig, 1912, c. 45, p. 71.”. Il Di Meo, scriveva che il Pappebrochio, scriveva coll’autorità di Ottone di S. Biase. Nel Tomo X della Nuova Enciclopedia popolare del 1848, si scrive di Toone da San Biase che egli scrisse una ‘Chronaca’, continuando l’opera di un altro prelato dell’epoca Ottone da Frisenga.

Muratori, Rerum ..., vol. VI, p. 861.JPG

Il Muratori in ‘Rerum Italicarum Scriptores, vol. VI, p. 863 e sgg., pubblicava la Chronaca di Ottone Abate di San Biagio, in particolare la notizia citata dall’Antonini è  nel Cap. XXXIX (39), si legge dell’anno MCXCIII (1197). 

(…) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, a cura di Francesco Volpe, ed. E.S.I., Napoli, 2003; si veda pure dello stesso autore: Ventimiglia F.A., Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.

(…) Bruni Ettore, I fatti e le Idee, ed. Signorelli, Milano, 1967, vol. I, p. 67.

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

(…) Annales Cassinenses o ‘Chronicon Anonimo Casinensis’, di Domenico ALberico, pubblicato dal Muratori A.L. (…), in ‘Rerum Italicarum Scriptores, Tomo V, p. 135 e sgg., è un’opera tra le più importanti della storiografia medievale italiana, la ‘Chronica monasterii Casinensis’ di Leone Marsicano o Leone Ostiense. Nella sua prima stesura risale agli anni immediatamente successivi al 1099, opera di Leone Marsicanus, noto anche con lo pseudonimo di Leone Ostiense è stato un monaco bibliotecario, cronista e storico dell’Abazia di Montecassino. Di questo ‘Chronicon’ (…), si veda p. 143 del Muratori (…), anni MCXCIII e sgg., nell’immagine ivi:

(…) Pietro da Eboli (in latino Petrus de Ebulo; nato ad Eboli, 1150 e morto intorno al 1220, è stato un poeta e cronista, vissuto a cavallo del XII e XIII e vicino alla corte sveva. Fedele alla politica di Enrico VI, gli dedicò il Liber ad honorem Augusti (noto anche come Carmen de Rebus Siculis o Carmen de motibus Siculis), opera in distici e in tre libri, nella quale celebrò la conquista del Regno di Sicilia, tessendo le lodi dell’Imperatore. Con Pietro da Eboli ha inizio il processo di mitizzazione  della figura di Federico II di Svevia: già Liber ad honorem Augusti, attraverso i ‘presagia’ che scandiscono la nascita dell’erede Hohenstaufen, iniziano a prendere corpo letterario e cronachistico le attese escatologiche che si concentrarono sull’agire storico di Federico II, e ne accompagnarono la figura ben oltre la morte. Nell’opera sembra presente anche un’allusione a un doppio nome ricevuto dello svevo, Federico Ruggero, una circostanza riportata dagli Annali di Montecassino ma negletta in genere dalle altre fonti. Si veda Fulvio Delle Donne, Pietro da Eboli, Enciclopedia Federiciana, Vol. II, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani.

(…) ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’ . Il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto‘. Scrive lo scrittore Salvatore Tramontana (…), che, in questa ‘Chronaca’ del tempo, si fa menzione dei fatti storici che riguardano l’Imperatore Enrico VI di Svevia e Tancredi di Lecce: “In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia.” . Su questo manoscritto, lo scrittore Tramontana (… si veda pp. 56 e ssg.), parlando di Tancredi di Lecce, al tempo dell’Imperatore Enrico VI, scriveva che: “Le miniature di Pietro da Eboli e un passo del Chronicon Sancti Bartolomei de Carpineto, farebbero invece pensare ecc.…”. Sul finire del XII secolo, Alessandro, monaco Benedettino del cenobio di San Bartolomeo di Carpineto, ogg in Provincia di Pescara, si accinse a raccogliere in un’opera la storia del suo monastero ed a trascrivere, in forma estesa e abbreviata, i documenti regi, pontifici e privati, che costituivano la base giuridica delle proprietà e delle prerogative del Monastero stesso. Su questo manoscritto, si veda Alexandri Monachi, Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei De Carpineto, a cura di Berardo Pio, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Roma, 2001. Bernardo Pio, nella sua prefazione al testo (…), scriveva che: “L’opera del monaco è costituita da n. 6 libri di cronaca che narrano gli eventi dal 962 al 1194, anno in cui muore Tancredi di Lecce (IV re di Sicilia) e prende l’avvento l’Imperatore Enrico VI di Svevia. Poiché il 6° libro si conclude con la benedizione pontificia dell’abate Gualtiero di Civitaquana, avvenuta il 28 settembre 1194, è evidente che i sei libri delle chronache furono completati poco dopo tale data. Comunque, la parte narrativa fu sicuramente completata prima del mese di Aprile dell’anno 1195, perché nell’ultimo libro della ‘Chronaca’ non si fa alcun riferimento alla lettera con la quale Enrico VI, imperatore tedesco e re di Sicilia, accordava la sua protezione al monastero (28).”.

(…) Alessandro Telesino (…), a cui probabilmente si rifà l’Ughelli (…), Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136), fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico dell’epoca Normanna. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia che copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. Fu scritta su commissione della sorella del sovrano, Matilda, moglie di Rainulfo di Alife, e si tratta senz’altro di propaganda a favore del re normanno, anche se Rainulfo era il peggior nemico di Ruggero. Si abbina bene con la cronaca del suo contemporaneo Falcone Beneventano, che si oppone invece a Ruggero. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”, il Muratori, dice di pubblicare nel suo libro IV, il manoscritto del Telesino, le gesta del re Ruggero di Sicilia, a p. 607. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Rebus Gestis Rogerii Siciliae Regis e Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium in: ‘Rerum Italicarum Scriptores’ a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, pp. 609–645. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. “Alexandri Telesini De rebus gestis Rogerii Siciliae regis”, è stato pubblicato in Giuseppe Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, vol. I, Napoli 1845, pp. 82–156. Per Alessandro di Telese, Storia di Ruggero II, I, 2 (si dovrebbe trattare del Del Re).

(…) Del Re Giuseppe, Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol. I, si veda da p. 90.

(…) Sigonio Carlo, Historiarum del Regno Italiae, Tip. Bonon., 1580

(…) L’Antonini (…), nella sua nota (2), citava il ‘Tavolario Valente’. Il ‘Tavolario Valente’, citato dall’Antonini (…), abbiamo trovato in un testo ‘Allegazioni’ di Giuseppe Pasquale Cirillo (…), Tomo VI, p. 112, che si parla del ‘Tavolario Vecchione’, dove si parla di una causa del 1755, vertente tra i Conti di Policastro e il Principe Palazzuolo, su cui dovremo indagare ulteriormente. In buona sostanza si tratta di una sorta di Registro Catastale, utilizzato anche nella Causa citata dall’Antonini e che riguardava il territorio e la proprietà della Molpa “vedesi dalla relazione che ne fa nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del ‘S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia’, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”.

Cirillo, tomo 6, p. 112

Sui tavolari, si scrive nella rivista Napoli Nobilissima, diretta da Raffaele Mormone, che dice: “Il corpo dei tavolari creato in età aragonese, comprendeva esperti nell’apprezzo dei beni burgensatici o feudali e nella … tra il ‘600 e il ‘700, si annoverano i tavolari Onofrio Tango, Giuseppe Parascandolo, Pietro Vinaccia e Luca Vecchione.”. Scrive Giovanni Brancaccio (…) che: “Nato come ufficio della Gran Corte della Vicaria, il Collegio dei Tavolari dopo la fondazione del Sacro Regio Consiglio fu … Il 21 febbraio 1739, gli Eletti del Tribunale di San Lorenzo nominavano l’ingegnere regio Luca Vecchione tavolario di …”. Da Wikipedia leggiamo che Tavolario era il nome che veniva dato a un corpo di tecnici (ingegneri e architetti), nominati dalla Città di Napoli ma dipendenti dal Sacro regio consiglio, che nel Regno di Napoli erano incaricati di redigere perizie, apprezzi, mappe accurate del territorio. Essi possono essere considerati i padri del catasto. La competenza dei tavolari in una materia così tecnica era indiscussa. Anche quando subentrò la legislazione napoleonica l’autore di un testo sulle servitù prediali mise in copertina la sua cessata carica di tavolario. Il gran numero di atti redatti dai tavolari, che si qualificano con tale loro carica, e tuttora reperibili permette anche allo storico contemporaneo di accedere ad un grande numero di notizie. Erano riuniti in un Collegium tabulariorum e la loro attività era regolata da una serie di prammatiche che disciplinavano la loro elezione, i loro compiti, minacciava sospensioni e ammende. In altri testi compaiono le suppliche alle autorità.

(…) Brancaccio G., Geografia, cartografia e storia del Mezzogiorno, Napoli, p. 241.

(…) Alberto di Aix, Alberto di Aquisgrana ((LA) Albericus o Albertus Aquensis; fine dell’XI secolo – post 1120) fu un cronachista della Prima Crociata. Era canonico e custode della chiesa di Aquisgrana. Non si conosce altro della sua vita, tranne che fu l’autore della ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, chiamata anche ‘Chronicon Hierosolymitanum’ de bello sacro o ‘Liber Christianae expeditionis pro ereptione, emundatione, restitutione sanctae Hierosolymitanae ecclesia’. Un’opera in latino, costituita da dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150, che inizia con l’Appello di Clermont, racconta le fortune della Prima Crociata e l’inizio della storia del Regno di Gerusalemme e termina piuttosto bruscamente nel 1121. Era ben conosciuta durante il Medioevo, e fu largamente usata da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, per i primi sei libri della sua “Belli sacri historia”. In epoca moderna è stata accettata senza riserve per molti anni dalla maggior parte degli storici, incluso Edward Gibbon. Più recentemente, il suo valore storico è stata impugnata seriamente, ma il verdetto dei maggiori accademici sembra essere che in generale esso costituisce un registrazione veritiera degli eventi della Prima Crociata, sebbene contenga qualche materiale leggendario. Alberto non visitò mai la Terra Santa, ma sembra aver avuto una considerevole quantità di colloqui con i crociati di ritorno dalla Terra Santa, ed aver avuto accesso ad una notevole corrispondenza. La prima edizione della cronaca fu pubblicata ad Helmstedt nel 1584; una buona edizione è in Recueil des historiens des croisades, tomo IV, Parigi 1879.

(…) Annalista Salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

(…) Pratilli F. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Santoro Paolo Emilio, Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, che racconta la storia del Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). Del Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. E’ molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”. Interessantissima la ricostruzione storica che fa il Santoro, che possiamo leggere nella traduzione di Marcello Spena (42), parlando della storia del Monastero del Carbone, ci narra di S. Nilo da Rossano e di S. Luca e di S. Bartolomeo da Rossano, poi ci parla dei Normanni, del Guiscardo ecc.. In questo testo, si parla delle donazioni dei principi normanni, di Tancredi di Lecce e di Enrico VI (Arrigo).

(…) Spena Marcello, Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859 (Archivio Storico Attanasio da Google libri), che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”.

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. A dispetto del nome che la tradizione ci ha consegnato, non c’è materiale sufficiente per stabilire una sua origine pugliese(longobarda; Guglielmo non cela mai un certo astio invece nei confronti dei bizantini) o normanna, né tanto meno per affermare che egli fosse un uomo di Chiesa. L’opera, dedicata al figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, che ne fu il committente, ha come protagonista proprio il Guiscardo e si concentra su vicende pugliesi e sui rapporti dei Normanni con l’impero bizantino: proprio in ambiente pugliese, dunque, forse fu composta, come pure fa pensare il silenzio riguardo a fatti calabresi e campani. Guglielmo fa apparire la vicenda del Guiscardo come la naturale prosecuzione della secolare lotta compiuta dai Longobardi (visti come i “legittimi” signori del territorio) contro i Greci (signori dispotici ed “effeminati”) per il controllo dell’Italia meridionale. In sostanza Guglielmo cerca in questo modo di legittimare la conquista del Mezzogiorno da parte dei Normanni, rappresentando questi ultimi come continuatori del ruolo che era stato dei Longobardi (quello cioè, nella sua visione, di liberare il territorio dai Greci unificandolo sotto un unico dominio), come gli eredi della loro politica e della loro ideologia, e in definitiva della loro funzione storica. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso.

(…) Cusa S., I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicato nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, p. 558 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Il Chronicon Cassinese o ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense o Leone Marsicano. La Chronica sacri monasterii casinensis (“Cronaca del sacro monastero cassinese”), anche conosciuta come Chronica monasterii casinensis (“Cronaca del monastero cassinese”) o semplicemente Chronicon casinense (“Cronaca cassinese”), è una cronaca medievale redatta da Leone Marsicano (1046-1115) e poi “continuata” da Pietro Diacono (1107/1110-1159). Il testo tratta della storia dell’Abbazia di Montecassino dalla fondazione, ad opera di Benedetto da Norcia nel 529, fino al XII secolo, nonché delle vicende del territorio sottoposto all’Abbazia, ovvero lo stato feudale medievale della Terra Sancti Benedicti. La Chronica è suddivisa in quattro libri, l’ultimo dei quali venne redatto da Pietro Diacono diversi anni dopo la morte di Leone Marsicano. Per la redazione di questa cronaca medievale, Leone Marsicano, si servì della Chronaca di Romualdo Guarna Salernitano (…). L’originale in latino: “Chronica sacri monasterii casinensis”, Lutatiae Parisiorum, Ex Officina Ludovici Billaine 1668. Il Chronicon Cassinese, di Leone Ostiense, La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata dal Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, pp. 135.

(…) Il Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum è una cronaca di fatti occorsi nel Mezzogiorno d’Italia dall‘anno 855 al 1102 attribuita a Lupo Protospada: gli eventi più antichi furono attinti certamente dagli ‘Annales Barenses’, mentre maggiori dettagli si riscontrano per il periodo dal 1082 al 1102, in quanto contemporanei allo scrittore, in particolare, Lupo riporta con una certa attenzione, oltre a calamità e curiosità astronomiche (terremoto del 1087, cometa del 1098), gli eventi storici che portarono alla conquista normanna del sud e fatti di rilevanza religiosa (il terzo Sinodo di Melfi del 1089 e quello tenutosi a Bari nel 1099). Il Chronicon di Lupo fu poi utilizzato dall’Anonimo Barese per la stesura della sua Cronaca. Il Chronico di Lupo Protospada, fu una delle principali fonti storiografiche che utilizzò il cronista dell’epoca Romualdo Guarna Salernitano, nella stesura del suo ‘Chronicon sive Annales’. Romualdo Guarna, fu la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata da Antonio Caracciolo, Antiqui chronologi quatuor Herempertus Langobardus, Lupus Protospata, Anonymus Cassinensis, Falco Beneventanus cum appendicibus historicis, Napoli 1626, e dal Muratori, “Lupi Protospatae Rerum in Regno neapolitano gestarum ab anno sal. 860 usque ad 1102 Breve Chronicon“, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, p. 145.

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(Fig….) Motzo B. R., Il Compasso da navegare, Cagliari, Università, 1947 (…).

(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

Tancredi di Lecce (IV re di Sicilia) e l’Imperatore Enrico VI di Svevia e re di Sicilia

Quando, Guglielmo II il Buono morì il 16 novembre 1189, a soli 36 anni di cui 25 di regno, non essendovi figli o discendenti diretti, si pose il problema della successione. Enrico VI di Svevia, Imperatore, re dei Romani e di Sicilia, figlio secondogenito dell’imperatore Federico I Barbarossa e di Beatrice di Borgogna e fratello maggiore Federico, duca di Svevia, morto nel 1169, fu escluso dalla successione a causa della debole costituzione fisica. Dal 1174 al 1178 il giovane Enrico, partecipò alla quinta spedizione del padre Federico Barbarossa in Italia. Enrico VI era figlio di Federico Barbarossa e della seconda moglie Beatrice di Borgogna. Il 29 ottobre 1184 ad Augusta fu accordato tra il padre e il sovrano di Sicilia Guglielmo II di Sicilia il suo fidanzamento con Costanza, figlia di re Ruggero II d’Altavilla e zia di Guglielmo II di Sicilia. Nel dicembre del 1193, all’età di 19 anni, morì re Ruggero III di Sicilia, amatissimo primogenito del re siciliano Tancredi di Lecce (IV re di Sicilia), che lo aveva da un anno associato al regno come suo futuro erede. Tancredi designò come futuro re di Sicilia l’altro figlio, il secondogenito Guglielmo III, di soli 9 anni, affidando la reggenza alla moglie Sibilla. Lo stesso Tancredi, che non riuscì a sopportare a lungo il dolore cagionatogli dalla perdita del figlio primogenito, si ammalò e morì poco dopo, il 20 febbraio del 1194 a 55 anni. In virtù del suo matrimonio con Costanza d’Altavilla, Enrico rivendicava per sé il trono di Sicilia. Liberatosi dei Guelfi e favorito dalle luttuose circostanze, Enrico VI calò nuovamente in Italia quattro mesi dopo, nel giugno del 1194 con un poderoso esercito, sicuro questa volta di non incontrare nessuna resistenza nel regno normanno. Col sostegno delle flotte genovesi e pisane e con la forza delle armi, dopo essersi garantito la neutralità dei Comuni lombardi col Trattato di Vercelli del 12 gennaio 1194, l’imperatore sottomise gran parte del regno di Sicilia. Nell’autunno del 1194, ricevette a Troia il giuramento di fedeltà dei feudatari rimasti fedeli agli Altavilla. In quella sede l’imperatore nominò Cancelliere del regno di Sicilia e Puglia il vescovo Gualtiero di Pagliara. Temendo che, mentre lui logorava le sue forze sotto le mura del castello di Caltabellotta, il regno così conquistato si ribellasse, Enrico VI ricorse al tradimento e fece sapere alla regina Sibilla che, se avesse deposte le armi e la corona, lui avrebbe restituito a Guglielmo la paterna contea di Lecce e gli avrebbe concesso il principato di Taranto. Sibilla si recò così con il figlio a Palermo, fece atto di sottomissione e depose la corona. La notte di Natale del 1194 Enrico VI fu incoronato Re di Sicilia e poté annettere il regno al Sacro Romano Impero. La moglie Costanza, trattenuta a Jesi dalla gravidanza, il giorno dopo l’incoronazione di Enrico partorì l’attesissimo erede, il futuro Federico II, al quale fu imposto il nome di Federico Ruggero in onore dei due illustri nonni: Federico Barbarossa di Hohenstaufen e Ruggero II d’Altavilla. L’atto indegno perpetrato da Enrico nel dicembre 1194 a Palermo, comunque, in alcuni nobili siciliani risvegliò un senso di ribellione, ed era proprio quello che si aspettava l’imperatore per scoprire tutti coloro che gli erano contro, per eliminarli e metterli in prigione. Così dopo due anni, nel 1196 scoppiò un’insurrezione generale in Italia meridionale, quando l’imperatore era in Germania. Enrico tornò in Sicilia la sua risposta fu tremenda: il giorno di Natale del 1196, di ritorno dalla Germania, tenne una solenne corte in Capua, nella quale, secondo una prassi antica, dette alcuni esempi di Schrecklichkeit (terribilità): Riccardo di Acquino, catturato da Diopoldo, dopo essere stato trascinato a coda di cavallo per tutte le vie di Capua, fu appeso alla forca per i piedi. Soltanto dopo tre giorni, un buffone dell’imperatore, ne ebbe pietà e ne affrettò la fine. E’ proprio a questo periodo e a questi fatti che si riferiscono alcune notizie storiche sulle nostre terre ed in particolare sulla ennesima distruzione di una città scomparsa chiamata ‘Molpa’ e forse su Policastro, citata dall’Antonini, di cui parlerò. Scrive lo storico Salvatore Tramontana, a p. 57 del suo ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi’ (…): “Dopo i primi rapidi risultati Enrico VI, a causa di taluni disordini in Germania e di una sua malattia, era però costretto a rinviare l’offensiva che riprendeva solo alla morte di Tancredi d’Altavilla, avvenuta a Palermo il 10 febbraio 1194. In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia. Il 28 ottobre era già in Messina e la notte di Natale del 1194 cingeva la corona del Regno di Puglia e di Sicilia nella cattedrale di Palermo.”. Scrive Berardo Pio, nella sua prefazione al ‘Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei De Carpineto’ (…), una cronaca del tempo scritta dal monaco Alexandro del Cenobio pescarese, che: “Questi eventi, si svolsero nel pieno della lotta per la successione fra Enrico VI di Svevia e Tancredi d’Altavilla. Dopo un primo momento di sbandamento, Tancredi, riuscì a prendere il controllo di tutto il regno, e verso la fine del 1191, raggiunse l’Abruzzo dove sottomise il conte Rainaldo che era uno dei principali fautori di Enrico e Costanza.”. Tancredi morì di una malattia non meglio precisata nel febbraio del 1194, mentre era impegnato in una campagna nella parte peninsulare del regno per ridurre all’obbedienza i suoi vassalli di fede imperiale. La sua successione fu molto travagliata: il primogenito Ruggero era morto nel 1193 e al suo posto venne designato re di Sicilia il fratello minore Guglielmo III, di nove anni, con la reggenza della madre Sibilla di Medania sino alla maggiore età. L’Imperatore tedesco Enrico VI, nel frattempo, col sostegno delle flotte genovesi e pisane e con la forza delle armi, dopo essersi garantito la neutralità dei Comuni lombardi col Trattato di Vercelli del 12 gennaio 1194, sottometteva la Sicilia. Nell’autunno del 1194, ricevette, a Troia, il giuramento di fedeltà dei feudatari rimasti fedeli agli Altavilla. Enrico riuscì a salire al trono di Sicilia insieme alla moglie Costanza, con un sanguinoso intervento armato nel dicembre 1194, destituendo il giovane Guglielmo III, ponendo così fine all’esistenza autonoma del Regno di Sicilia. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. L’Ebner, a p. 227, alla sua nota (55), riguardo Policastro, postillava: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Scriveva Infante (…), che: “intanto nel 1186, l’Italia Meridionale, con il matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio di Barbarossa, non era più soggetta al dominio Normanno ma diventava Sveva. In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale”. Il Cataldo (…), parlando di Policastro, scriveva che: “L’Italia meridionale nel 1186, col matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio del Barbarossa (Federico I di Svevia), usciva dal dominio Normanno e passava definitivamente a quello degli Svevi.”. Scrive sempre il Cataldo (…), sulla scorta del Laudisio (…), che: “Policastro restò sempre Contea e i suoi vescovi furono sempre insigniti del titolo baronale: ‘N.N. Episcopus Polycastrensis terrarum Turris Ursajae et Castri Rogerii atque feudis Seleucii utilis Dominus ac Baro’“. Il Cataldo (…), scrivendo del Campanile della Cattedrale di Policastro, sulla scorta del Laudisio (…), scriveva a p. 18 del suo dattiloscritto inedito: “La data di erezione è del 1167, sotto il vescovado di Giovanni, III vescovo di Policastro, e il dominio del re Normanno Guglielmo II il Magnifico, come si legge dalla lapide, ancora esistente, incassata nel parapetto sottostante alla scalea che conduce alla porta laterale della sagrestia. Detta lapide s’interpreta così: “Nel tempo del Re Guglielmo II il Magnifico, Giovanni III (Vescovo di Policastro) fece fare quest’opera (dedicandola) a Maria nel 1167. Mons. Laudisio ne spiega la dicitura: “Tempore Magnifici W (lielmi) secundi regis Joannes III Episcopus Domino et Beatae Mariae) hoc opus fieri fecit MCLXVII anno Incarnationis Christi m(ense) aprili XV ind (ictione) II.”.

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Scrive Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, che: “Soprattutto sotto il regno di Costanza d’Altavilla, sposa e vedova di dell’Imperatore Enrico VI, i feudatari normanni avevano usurpato molti titoli e proprietà, specie a danno del demanio regio e della Badia di Cava.”.

(…) Mons. Nicolaio,

(…) Corcia Nicola, Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789, Napoli, p…..(Archivio Storico Attanasio)

(…) Romanelli Domenico, ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, Napoli, 1815, p…, stà in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di Ferdinando La Greca, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 2000 (Archivio Storico Attanasio)

Holstenio,

(…) Holstenius (Olstenio) Lucas, (Note  all’Italia antiqua di Cluverio (18)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22  e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’. Si veda pu- re: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942.

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(Fig….) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199.

(…) Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII, p. 199. L’antico testo di Mario Nigro o Dominicus Marius Niger, Veneto, commenta il libro XI della Geografia di Strabone

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(…) Cluverio Filippo, Italia antiqua, 1624, Lugduni Batavorum, Elsevier, 1624, II, p. 1263, parla di Porto de Sapri e di Blanda. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca.

Pomponio Mela mappamondo xilografia veneziana 1482

(…) Pomponio Mela, De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV. Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione dall’originale del testo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Monaco in Austria. Il geografo latino Pomponio Mela (…), secondo il Cluverio (…), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc.., ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2007 (Archivio Storico Attanasio)

Camera

(…) Camera Matteo, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20; di questa edizione lo Schwarz (…) a p. 24 del saggio tradotto da Vitolo scriveva che: “Una ristampa eseguita a Cava dè Tirreni nel 1955 presenta diversità nella numerazione delle pagine e delle note). Per la bibliografia e le pubblicazioni del Camera vedi G. Del Giudice, ‘Della vita e dele opere di Matteo Camera’, in ‘Memoria di Camera’, pp. 3-24. Sempre lo Schwarz nel suo saggio a p. 24 in proposito ai testi del Camera scriveva che: “La sua opera principale sono tuttavia le ‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi cronologicamente ordinate e continuate fino al XVIII secolo’, che egli pubblicò in due volumi negli ultimi anni della sua vita (35), facendovi confluire una gran massa di materiale inedito (36).”.

La Greca e Vladimiro

(…) La Greca Ferdinando Valerio Vladimiro, Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra, ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 2008 (Archivio Attanasio)

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Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso. Il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli –  in questo primo suo studio (…), fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Il Gaetani, aveva pubblicato altri suoi studi teologici. E’ stato Bibliotecario dell’Archicio Diocesano di Policastro Bussentino al tempo del Vescovo Cione. In seguito pubblicherà altri scritti sulla storia di Torraca e quindi di Sapri: “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca” (…), nel 1906 e poi nel  1914, il saggio su “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” (…), ambedue ristampati a cura della nipote Rossella Gaetani. Buona lettura.

(….) Cassese Leopoldo, La Tabule de Amalpha, ed. Di Mauro, Ente Provinciale per il Turismo di Salerno, 1965 (Archivio Attanasio)

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(…) Schwarz Ulrich, Amalfi nell’alto Medioevo, ristampa a cura del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, con introduzione di Giovanni Vitolo, Amalfi, 2002 (Archivio Attanasio)

(…) AA.VV., Istituzioni civili e organizzazione ecclesiastica nello stato medievale Amalfitano, Atti del Congresso Internazionale di Studi Amalfitani (Amalfi, 3-5 luglio 1981), Amalfi, ed. Presso la sede del Centro, 1986

(…) Berza Michail, ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, in “Studii italiani”, 6, (1940), pp. 6 s.; si veda il testo di Schwarz

Marino Freccia

(…) Freccia Marino, De Subfeudis Baronum, & Inuestituris Feudorum, 1579

Collenuccio e Mambrino Roseo 

(…) Collenuccio Pandolfo, Compendio dell’Historia del Regno di Napoli composta da M. Pandolfo Collenutio Iuriconsulto in Pesaro, con la giunta di M. Mambrino Roseo da Fabriano ecc…,

(…) Maffei Raffaele detto il ‘Volaterrano’, Commentariorum vrbanorum Raphaelis Volaterrani, octo et triginta libri, accuratius quam antehac excusi, praemissis eorundem indicibus secundum tomos ut ab autore conscripti fuerunt: quibus accessit nouus, res ac uoces in philologia explicatas demonstrans, quo superiores editiones carebant hactenus. Item Oeconomicus Xenophontis, ab eodem Latio donatus’, Basilea,………

(….) Capaccio Giulio Cesare, ‘Historiae Neapolitanae‘, ed. Gravier, 1771; la prima edizione di questo libro è intorno al 1609. Fra le sue varie attività, si occupò anche di antiquariato, ma il suo apice lavorativo lo ottenne nel 1607: venne nominato da don Juan Alonso Pimentel de Herrera, viceré del regno di Napoli, Segretario della città di Napoli, con il compito, tra le varie mansioni, di distribuire olio e grano alla popolazione. Durante il suo incarico pubblicò numerose opere di storia e geografia riguardanti l’area partenopea, fra cui Neapolitana Historia, la sua principale opera, infatti è considerato lo storico più accreditato della città di Napoli, dagli inizi fino all’epoca Barocca, e fu il primo ad iniziare gli scavi archeologici nella Magna Grecia di Pesto, oggi Paestum, sito archeologico ubicato sul territorio del Comune di Capaccio (SA).

(…) Barra Francesco, ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: “Ferdinando Galiani e la Badia di S. Maria degli Angeli di Centola” stà in “Il Picentino”, a. CX, nn. 1-2, gennaio-giugno 1975, pp. 13-19

Scotti A.A., Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824, vol. I,

Origini del Cristianesimo, chiese, diocesi e vescovi nel Cilento

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli.

Introduzione

La diffusione dell’opera di cristianizzazione, con la venuta, dopo il suo ultimo viaggio dell’Apostolo S. Paolo, la diffusione, verso l’VII e VIII secolo dell’anacoratismo ascetico e dei primi monaci basiliani, scampati alle persecuzioni iconoclaste degli Imperatori d’Oriente, l’opera di costituzione e restaurazione delle prime Diocesi ed enclavi cattolici con l’opera di papa Stefano IX, che scriveva al vescovo di Paestum Felice (di Agropoli), la costituzione dei primi calogerati italo-greci e la diffusione dei monasteri italo-greci, in un territorio solo in parte bizantino, ma quasi totalmente Longobardo (il Ducato di Benevento prima e poi Principato di Salerno), la diffusione della baronia dell’Abbazia benedittina di Cava dè Tirreni con la venuta dei Normanni d’Altavilla, e la ricostruzione di alcune Diocesi come quella di Bussento che diventa Paleocastrense (di Policastro), sono tutti fenomeni che hanno caratterizzato e condizionato, sin dal I secolo d. C., la storia di queste terre. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulle origini e la diffusione dell’opera di Cristianizzazione nel basso Cilento, le prime comunità cristiane ed i primi enclavi cattolici e cristiani nell’area, la nascita delle prime diocesi di Velia, Bussento, Blanda, Talao. In questo saggio cercherò di fare il punto delle notizie su queste città ma non della loro localizzazione geografica di cui mi sono occupato in altri singoli saggi ma vorrei chiarire gli aspetti legati alla nascita delle loro comunità cristiane che la tradizione attribuisce a S. Paolo.

FONTI

Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive dellaRegione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”:

Lanzoni, p. 319

Lanzoni, p. 320

lANZONI, P. 329

Pietro Ebner (…, nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a p. 26 nella sua nota (114) postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) postillava e citava “Jaffé-Ewald”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) cita l’opera di Jaffé-Ewald (…), ma si tratta della stessa opera a cui si riferiva Francesco Lanzoni (…) nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323. Il Lanzoni (…) – come pure l’Ebner (…) – come scrive Orazio Campagna (…) a p. 257, nella nota (64) scriveva che: : “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Infatti, il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. L’opera citata è ‘Regesta Pontificum Romanorum’ che è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198, pubblicata la prima volta a Berlino nel 1851, dallo storico e filologo tedesco Philipp Jaffé. Il titolo completo dell’opera è ‘Regesta pontificum romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, a cura di Philipp Jaffé, Berlino 1851. Il Regesta Pontificum Romanorum è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198, pubblicata la prima volta a Berlino nel 1851, dallo storico e filologo tedesco Philipp Jaffé. Il Lanzoni e l’Ebner si riferivano all’edizione del 1851 che è stata riveduta, corretta ed ampliata in due occasioni nel 1885-1888 da S. Loewenfeld, F. Kaltenbrunner e P. Ewald. Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé. L’opera riveduta e corretta a cui si riferiva l’Ebner (…) e il Lanzoni è Jaffé-Loewenfeld (…), ‘Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888.

Jaffé-Loewenfeld

Il C.I.L. Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum

Il Lanzoni (…) per il vescovo Iulianus cita (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899.”.

CIL

Il CIL raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia).

Urb.gr.82,

(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…)

La Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

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(Fig….) L’Italia nel Codice Veneziano Marciano greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…), particolare delle nostre coste e dei toponimi (Archivio digitale Attanasio)

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(Fig…..) La carta dell’Italia nel Codice greco Codex Vidobonensis (Vind-Hist), particolare delle nostre coste (…)

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(Fig….) Carta d’Italia annessa al Codice Vaticano latino 5698, manoscritto, il più antico Codice latino conosciuto. Immagine tratta dal Mazzetti (…)

Cattura

(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco

Castore e Polluce – il tempio a Bussento

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, a p. 11 parlando di Bussento, in proposito scriveva pure che: “I Bussentini del I° secolo, stanchi ormai delle patite sciagure, sfiduciati nelle istituzioni di un impero avviato al declino e quindi avversi al culto dei falsi dei Castori e Polluce, cui avevano invano affidato la protezione sul mare, accettarono con tutto il cuore la fede cristiana (133). Infatti, sulla “Porta del Mare” fecero apporre questa famosa iscrizione, in latino: “Cristus Rex venit in pace. Amen”. Questa lapide esisteva ancora nel 1700 (134).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (133) postillava: “(133) Di Luccia Pietro Marcellino: L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale, Roma, Luca Antonio Characas, 1700, p. 7”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (134) postillava: “(134) ibidem: pp. 7-8 – Documenti Antichi (A. D.P.: I – Orig. – 1400).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (135) postillava: “(135) Tradizione orale (interviste)”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a pp. 5-6-7 parlando di “Pesto”, in proposito scriveva che: “Vogliono, che questa Città fosse stata una delle quattordici colonie de’ Romani in Italia, che qui fossero vissuti Zenofonte e Parmenide celebri Filosofi, secondo il parere di Dionisio e Diodoro, che M. Tullio Cicerone vi havesse fatto una Villa, e che li suoi cittadini havessero guerreggiato con Annibale, Alarico, Gensorico, e Totila, e con gran valore havessero resistito ad Alessandro Molosso Rè degli Epiroti, & a Pirro suo figliolo. In questa città fiorì anche la Santità, mentre ebbe S. Vito Martire, che morì per la Fede di Cristo, come vuole Paolo Reggio Vescovo di Vico Equense, e dopo tante, e altre sue tralasciate glorie nell’ano 930, fu invasa da Saraceni, e da quelli abbattuta in modo che di una Città sì bella tenuta inespugnabile per molti secoli, e del suo circuito di quattro miglia, non furono lasciati, se non le mura in piedi.”. Il Di Luccia, a p. 6 parlando di Velia scriveva che: “Tra l’altre città della Lucania veniva annoverata Bussento…..Velia era la terza città detta Veleia, & in Greco detta Eleia,…..Haveva questa Città bellissimi porti, mentre ‘Virgilio nel lib. 6 dell’Enead. dice ‘Portusque require Velinos’.”. Ancora, il Di luccia, a p. 7 parlando di Bussento scriveva che:E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”. Dunque, la notizia del tempio dedicato ai due Dioscuri adorati a Bussento proviene dal Di Luccia. Sulla rete troviamo scritto che la mitologia classica descrive i due gemelli come inseparabili, guerrieri intrepidi e abili domatori di cavalli. Sia i Greci che i Romani considerano i Dioscuri i protettori degli uomini da ogni pericolo e in ogni difficoltà, sulla terra e sul mare. Eroi spartani per eccellenza, Castore e Polluce vissero poco prima della guerra di Troia. Angelina Montefusco (….), nel suo “La Cattedrale nella Storia e nell’Arte” (in AA.VV., Chiesa Cattedrale di Policastro- La Storia e Restauri)”, a p. 25, in proposito scriveva che: “C’è ancora chi, trascinato dal fascino dei resti dell’antichissima cittadina, che tra le sue mura “ciclopiche” accolse Greci e Romani, vuole la chiesa eretta sul tempio pagano di Castore e Polluce e la sede vescovile di Policastro fondata dall’apostolo Paolo nel I secolo, durante il suo viaggio da Reggio a Pozzuoli. In realtà del tempio pagano di non si ha alcun ricordo e per quanto riguarda una primitiva chiesa cristiana il più antico documento esistente risale al 501 e ricorda la presenza del vescovo Rustico al III sinodo romano. A quell’epoca la comunità religiosa di Bussento doveva incontrarsi in una “domus ecclesiae”, privata o pubblica, che era luogo abituale di riunione dei primi secoli del cristianesimo ed è documentata in altre zone d’Italia. Etc…”. 

Prime Diocesi e Chiese contermini

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “2. Le prime notizie sulla presenza di cristiani nel territorio sono rintracciabili solo nella seconda metà del III secolo. Esse si collegano al movimento religioso avviato dall’apostolo Paolo (11) e diffusosi in Italia, particolarmente a Roma. La critica moderna, cioè, tende a focalizzare il Cristianesimo come fenomeno conosciuto soltanto a Roma intorno agli anni 49-51 e cioè quando Claudio, secondo la testimonianza di Svetonio (12), con provvedimento di polizia, motivato da tumulti scoppiati nella sinagoga palestinese, ordinò l’espulsione dei giudei di Roma. E’ solo nel 54 (18-19 luglio) a proposito dell’incendio di Roma che s’infittiscono le notizie, quando si ritiene che anche Pietro venisse crocefisso (13). Notizie più precise sull’esistenza di nuclei cristiani nel territorio risalgono al rescritto costantiniano del 319 (14), nel quale si fa esplicitamente menzione di chiese organizzate nel Mezzogiorno. Ciò trova conferma anche negli ‘Acta sanctorum’ (15) a proposito del siciliano Vito, detto ‘Vitus lucanus’, decollato sulle rive del Sele il 15 giugno 304-305. La presenza di cristiani a Paestum, a Velia e a Bussento intorno al IV secolo si desume non solo dalla tradizione che evoca appunto riunioni di credenti nel tempio di Athena, cosiddetto di Cerere, e dai resti di una primitiva basilica pestana (17), ma anche dalla presenza, già nel 501, di un vescovo a Bussento e dei resti di una basilica di Velia eretta su un originario oratorio cristiano. Anche nella Valle del Tanagro dovevano esservi cristiani se papa Marcello (308-310) elevò un borgo di Consilina a sede di diocesi che prese appunto il nome di Marcellianum….I vescovi in questo contesto si avvalevano di ampi margini di autonomia (18) entro cui si adoperavano per far convivere, senza ledere la sostanza del loro mandato, abitudini  mentalità cristiane. Ciò evidentemente non solo per ottenere il confronto tra le due culture, la pagana e l’incipiente cultura cristiana, ma anche per fronteggiare e deviare le persecuzioni contro la nuova fede, frequentissime nei primi due secoli (19). Ciò fino alla’avvento dell’editto di Costantino (a. 313) che, come è noto, rovesciò il rapporto tra professione di fede cristiana e realtà socio-politica del tempo, con una netta prevalenza della prima sulla seconda.. Ebner, a p. 15, nella nota (11) postillava: “(11) Paolo (inizi I secolo – 65 o 67 Roma) giunse a Roma nella primavera del 61, quando venne prosciolto dalle accuse mosse in Oriente contro di lui (Atti, 27-28).”. Ebner, a p. 15, nella nota (12) postillava: “(13) ….lettera ai Corinzi di papa Clemente (76-83) da Roma. Vi è ricordo del martirio di Pietro e di Paolo. Il Cristianesimo si diffuse di più da Traiano a Commodo. Ai tempi di quest’ultimo i cristiani avevano già un distinto cimitero con la tolleranza della polizia. Con Diocleziano il Cristianesimo si diffuse ovunque prima del capovolgimento della sua politica.”. Ebner, a p. 16, nella nota (14) postillava: “(14) Il rescritto del 21 otobre 319 è diretto al ‘Corrector Lucania et Bruttiorum’. Si tenga presente che solo tra il 211-249 (la lunga pace) venne acquistato un terreno a Roma per edificarvi una chiesa. Ma già alla fine del II- primi del III si costruivano a Roma cimiteri cristiani.”. Ebner, a p. 17, nella nota (18) postillava: “(18) S. Paolino da Nola, ad esempio, fece riprendere il suono delle campane per chiamare alla ‘plebs’ i fedeli…”. Ebner, a p. 17, nella nota (19) postillava: “(19) Di Teodosio è il famoso editto (27 febbraio 380): “vogliamo che tutti i popoli sottoposti al nostro governo professino la religione che l’apostolo Pietro ha trasmesso ai roani”, Cod. Theodos., XVI, I, 2. Cfr. Nelle ‘Novellae’ (A. Perez, Commento al Codice di Giustiniano, Amsterdam, 1653) di Giustiniano, il quale affermava etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a pp. 16-17, scriveva che: “La tradizione insiste nel ritenere che le locali diocesi furono tra le prime ad essere costituite in Italia. Cosa che non meraviglia se si pensa che proprio tra le popolazioni greche delle antiche ‘poleis’ della Penisola si diffuse per prima il cristianesimo, soprattutto nelle città greche del Mezzogiorno, di cui alcune, come Velia (70), costituivano tappe obbligate per coloro che giungevano dalla Sicilia e dall’Oriente. Ciò si spiega con il fatto che i primi tempi, almeno fino a quelli dell’africano papa Vittore I (a. 185), la predicazione del Vangelo e le pratiche di culto venivano celebrate in greco. Si spiega perciò il persistente ricordo della fondazione della dicesi di Velia e di Bussento da parte di San Paolo, e di quelle di Marcellianum e di Paestum ad opera dello stesso principe degli apostoli (71). Ma poichè le diocesi vennero senz’altro fondate dai loro discepoli (72) e quella di Marcellianum da papa Marcello I (308-319), evidente è il tentativo della tradizione di nobilitarle con l’attribuirne ad esse il crisma dell’ “apostolicità” (73).”. Ebner (…), nella sua nota (70), postillava che:  “(70) Cfr., nelle lettere a Trebazio, ecc..”. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che:  “(71) Ughelli, op. cit., c. 465.”. Ebner (…), nella sua nota (72), postillava che:  “(72) Ebner, Storia, cit., p. 271 e sgg.”. Ebner, citava le lettere all’amico Trebazio che scrisse Marco Tullio Cicerone. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che: “(71) Ughelli, op. cit., p. 465.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nella sua nota (71), si riferiva all’“Italia Sacra” di Ferdinando Ughelli (…), ma alla seconda edizione, Coleti, vol. VII, che a p. 465, ci parla del “Caputaquenses Episcopi”, interno al Capitolo dedicato a “Campanienses Episcopi”, in cui parlava delle prime Diocesi Veline e Policastrensi. Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, tra le prime diocesi conosciute in Campania e chiese contermini erano conosciute le seguenti: “1) – Acerra; 2) – Alife; 3) – Ariano Irpino; 4) – Avellino; 5) – Benevento; 6) – Calvi; 7) – Teano; 8) – Capua; 9) – Napoli; 10) – Nocera de’ Pagani; 11) – Nola; 12) Bussento (Policastro). Fondata da S. Paolo nel I secolo (66), se ne ricordano solo due vescovi: Rustico (501) e Sabbazio (649)(70); 13) – Pozzuoli; 15) Salerno; 16) – Sessa Aurunca;”. Sempre il Cataldo, nello stesso opuscolo nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, in proposito scriveva che: “Passiamo in rassegna, brevemente, alcune località dove la religione cristiana arrivò per prima e delle quali abbiamo qualche ricordo. Esse sono: paestum, Agropoli, Capaccio, Velia, Bussento (Policastro B.), Roccagloriosa, Teggiano, Atena Lucana, Sala Consilina, Lagonegro e Blanda. Gli ultimi cinque nuclei, essendo limitrofi al Cilento, ebbero rapporti immediati con le nostre zone.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, trascorsero molti anni prima che i vescovi venissero riconosciuti privilegi e prerogative tra cui la loro inclusione negli organi dello stato che avviò quel movimento di unificazione degli usi e di coordinamento della dottrina affermatisi sotto il pontefice d’Innocenzo III (1198-1216). I vescovi abusarono ben presto della loro autonomia tanto che diversi concili dovettero intervenire per ridimensionare gli abusi di potere.”Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26). La costruzione di regolari diocesi si forma in Italia Meridionale soltanto un secolo più tardi. Il vescovo Elia (27) partecipa al Concilio di Calcedonia, nel 451: non è Blanda, ma dev’essere di Bleandro, in Asia Minore (28), come osserva argutamente Francesco Russo. In questo periodo la Magna Grecia è già provincia di scarsa importanza. Nel 592 il Papa S. Gregorio Magno deve intervenire per provocare l’elezione di vescovi nelle gloriose città di Velia, Buxentum e Blanda, ormai ridotte a pochi abitanti, alla miseria, ad una scarsa vita spirituale e culturale (29). L’incaricato di Gregorio Magno è il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: ” (27) Ibidem”. Il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”.

PAOLO DI TARSO (S. PAOLO) 

Paolo di Tarso, nato con il nome di Saulo e noto come san Paolo per il culto tributatogli (Tarso, 4[Nota 2] – Roma, 64 o 67[Nota 3]), è stato uno degli apostoli. È stato l’«apostolo dei Gentili», ἐθνῶν ἀπόστολος,[1] ovvero il principale (secondo gli Atti degli Apostoli non il primo) missionario del Vangelo di Gesù tra i pagani greci e romani. Secondo i testi biblici, Paolo era un ebreo ellenizzato, che godeva della cittadinanza romana. Non conobbe direttamente Gesù, e, come tanti connazionali, avversava la neo-istituita Chiesa cristiana, arrivando a perseguitarla direttamente. Sempre secondo la narrazione biblica, Paolo si convertì al cristianesimo mentre, recandosi da Gerusalemme a Damasco per organizzare la repressione dei cristiani della città, fu improvvisamente avvolto da una luce fortissima e udì la voce di Gesù che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Reso cieco da quella luce divina, vagò per tre giorni a Damasco, dove fu poi guarito dal capo della piccola comunità cristiana di quella città, Anania. L’episodio, noto come “conversione di Paolo”, diede l’inizio all’opera di evangelizzazione di Paolo.  Come gli altri primi missionari cristiani, rivolse inizialmente la sua predicazione agli ebrei, ma in seguito si dedicò prevalentemente ai «Gentili». I territori da lui toccati nella predicazione itinerante furono in principio l’Arabia (attuale Giordania), poi soprattutto l’Acaia (attuale Grecia) e l’Asia minore (attuale Turchia). Il successo di questa predicazione lo spinse a scontrarsi con alcuni cristiani di origine ebraica, che volevano imporre ai pagani convertiti l’osservanza dell’intera legge religiosa ebraica, in primis la circoncisione. Paolo si oppose fortemente a questa richiesta e, con il suo carattere energico e appassionato, ne uscì vittorioso. Fu fatto imprigionare dagli ebrei a Gerusalemme con l’accusa di turbare l’ordine pubblico. Appellatosi al giudizio dell’imperatore – come era suo diritto, in quanto cittadino romano – Paolo fu condotto a Roma, dove fu costretto per alcuni anni agli arresti domiciliari, riuscendo però a continuare la sua predicazione. Morì vittima della Persecuzione di Nerone e venne decapitato nel 64 o nel 67 d.C.. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38): – “A proposito dell’apostolo Paolo, quanto tempo fu legato alla catena a Roma dal centurione che lo vigilava? Per ben due anni, riprende Pesiliano; però in questo frattempo egli andava dove voleva, predicava l’Evangelo dinanzi il Pantheon come presso il Palazzo di Cesare e la catena impostagli accresceva splendore alla sua parola. Egli vuolsi, che dopo, assoluto da Cesare, si fosse recato in Ispagna e di là passando per le Gallie fosse ritornato in Oriente. Egli predicò in molte città Orientali ed infine da Nicopoli*) riprese il viaggio per l’Italia ove fondò molte chiese tra le quali quella di Vibone (l’odierno Monteleone = Vibo Valentia) nel Bruzio, di Bussento e di Velia sul litorale lucano”. Etc…….Il passo di S. Epifanio, Padre della Chiesa Orientale, è generico e non scende a tanti particolari; ma è la chiave di volta di tutta una tradizione, indubbiamente autorevole. Etc…”. Dunque, secondo il Cataldo, il Curzio si rifece ad alcuni passi di S. Epifanio. Non esistono riferimenti archeologici diretti (come epigrafi) o testimonianze di autori extra-cristiani che si riferiscano direttamente alla vita e all’operato di Paolo. Le fonti storiche sono sostanzialmente di quattro tipi. Gli Atti degli Apostoli, parte del Nuovo Testamento, tradizionalmente attribuiti a Luca, ritenuto, secondo la dottrina, autore anche dell’omonimo vangelo. Da Wikipedia leggiamo che Epifanio di Salamina, o anche Epifanio di Costanza di Cipro (Eleuteropoli, 315 circa – 403), è stato un vescovo e scrittore greco antico venerato dalle Chiese cattolica, ortodossa e ortodossi orientali come santo e Padre della chiesa. Condusse per trent’anni vita monastica nel suo paese natale e nel 367 fu eletto metropolita di Cipro e vescovo di Salamina. Fu contrario all’adorazione dei santi e lasciò scritto che non si devono onorare i santi oltre il loro merito perché soltanto Dio è colui cui dobbiamo adorazione. Di grande importanza è Ancoratus, ovvero l’uomo ben ancorato, tradotto in italiano con L’ancora della fede, un buono e solido catechismo dell’epoca, scritto nel 374. Subito dopo (374-377) scrisse la sua opera più nota, il Panarion (tradotto in latino con il titolo: Adversus omnes haereses), dove sono considerate e combattute circa 80 eresie diverse. Il titolo Panarion indica la cassetta di pronto soccorso con le medicine contro il veleno dei serpenti. Fu un enorme compendio delle eresie diffuse al suo tempo, ricco di citazioni di opere pervenute in frammenti e altrimenti andate perdute. Era fortemente contrario all’uso delle immagini sacre nella Chiesa. Nei primi capitoli, fornisce accesso ai lavori contro le eresie, del martire Giustino, del greco Ireneo Contro le eresie, e il Syntagma di Ippolito Il Panarion è stato tradotto in inglese per la prima volta tra il 1987 e il 1990. Epifanio fece notare che quando viaggiava in Palestina entrò in una Chiesa per pregare e vide una tenda con un’immagine di Cristo o di un Santo che egli strappò. Egli disse al vescovo Giovanni che tali immagini erano “opposte… alla nostra religione” (vedi sotto). Questo evento fece germogliare i semi del conflitto che generarono la disputa tra, da una parte, Rufino e Giovanni contro, dall’altra, San Girolamo ed Epifanio. Epifanio alimentava questo conflitto, ordinando presbitero il fratello di Girolamo a Betlemme, sconfinando quindi nella giurisdizione di Giovanni. Questa disputa continuò durante il 390, in particolare nelle opere letterarie di Rufino e Girolamo, attaccandosi l’un l’altro. Infatti, Sofronio Eusebio Girolamo invece riferisce, verso la fine del IV secolo, che Paolo di Tarso o S. Paolo era originario di “Giscala di Giudea” (attuale Jish in arabo, Gush Halav in ebraico, nell’attuale Galilea) ed emigrò a Tarso con i parentes (genitori o nonni) quando la città fu conquistata dai Romani. Non è chiara la fonte (“favola”) dalla quale attinge Girolamo. Il dettaglio della conquista romana della città è verosimilmente un anacronismo: vere e proprie operazioni militari romane in Giudea sono testimoniate sotto Gneo Pompeo Magno (63 a.C.) e soprattutto durante la prima guerra giudaica (66-74), che vide la cattura di Giscala nel 67 per resa all’allora generale Tito. Per questo gli studiosi contemporanei rigettano l’ipotesi della nascita a Giscala, sebbene rimanga possibile un’origine galilaica dei suoi antenati, probabilmente nonni, poi trasferitisi a Tarso.[senza fonte]. 

BLANDA E BACCHILO, VESCOVO DI MESSINA

Oltre al Gagliardo (…), citato dal Laudisio e dal Tancredi, un’altra notizia simile che riguarda l’apostolo San Paolo che, fonderà la Diocesi di Bussento, la conosciamo da Nicola Curzio (…) che, nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, edito nel 1910, parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo (…), primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo la tradizione, la diocesi sarebbe stata eretta da san Paolo di Tarso che ordinò il primo vescovo della diocesi di Messina, san Bacchilo. Secondo il Curzio (…), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…).

Riguardo Bacchilo, primo vescovo di Messina che si recò a Blanda, in Wikipedia leggiamo che l’arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela (in latino: Archidioecesis Messanensis-Liparensis-Sanctae Luciae) è una sede metropolitana della Chiesa cattolica in Italia appartenente alla regione ecclesiastica Sicilia. Secondo la tradizione, la diocesi sarebbe stata eretta da san Paolo che ordinò il primo vescovo, san Bacchilo. Tuttavia, si hanno notizie storicamente documentabili solo dal V secolo: il primo vescovo noto è Eucarpo I presente al sinodo romano del 502. Dalle lettere dei papi Pelagio I e Gregorio Magno si conoscono i nomi di altri vescovi: Eucarpo II, Felice e Dono. Altri vescovi messinesi sono presenti ai concili ecumenici celebrati in Oriente: Benedetto, Gaudioso e Gregorio. Sempre in Wikipedia, nella nota (23) postillava che, nella cronostassi dei Vescovi di Messina, il primo a comparire è Bacchilo, dove è scritto che: “Protovescovo della diocesi messinese, la prima menzione della sua memoria liturgica appare in: G. Buonfiglio e Costanzo, Messina Città Nobilissima, Venezia, 1606, p. 79: «…a’ venticinque dell’istesso [gennaio] della conversione di S. Paolo, in memoria della sua predicatione, et elettione di Barchirio primo Vescovo della Città» (Mellusi, Dalla Lettera della Madonna alla Madonna della Lettera, p. 257). Alcuni storici hanno fatto di Bacchilo e Barchirio due vescovi distinti (D’Avino, Cenni storici…, p. 335). Inoltre, nella nota (24) postillava che: “Secondo la tradizione Barchirio fu il primo vescovo consacrato da san Paolo prima di subire il martirio a Roma: Filippo Giacomo d’Arrigo (abate), La verità svelata nel dritto restituito a chi si deve, overo Prerogative, e privilegj della nobile,, Venezia, Domenico Tobacco, 6 gennaio 1733, p. 124. URL consultato il 2 maggio 2019 (archiviato il 2 maggio 2019).. Titolo esteso: “La verità svelata nel dritto restituito a chi si deve, overo Prerogative, e privilegj della nobile, esemplare città di Messina capitale del Regno di Sicilia. Opera dell’abbate d. Filippo Giacomo d’Arrigo dottore di sagra teologia, dedicata all’eccellentiss. signor d. Michele Ardonio… per Michele Ardoino, con licenza dei superiori”.

I due autori, nel loro “Messina, Città Nobilissima”, a p. 79, lo chiamavano “Barchirio”. In un blog sulla città di Messina leggiamo però che Barchirio fu successore di Bacchilo nella sede di Messina, dove fu consacrato vescovo nell’anno 68 d.C.. Il blog dice che il nome di Barchirio si trova citato in un manoscritto greco conservato nel Monastero basiliano di Santa Maria a Reggio. In Wikipedia leggiamo che a Messina, secondo la tradizione cattolica, San Paolo, nel corso delle sue peregrinazioni per il Mediterraneo alla volta di Roma per diffondere la Buona Novella, sarebbe approdato nell’anno 41 d. C. a Messina, città già allora molto fiorente dal punto di vista economico grazie al suo porto. Qui egli, predicando la dottrina cristiana, avrebbe infiammato subito i cuori di molti messinesi e, tra essi, dei Senatori cittadini del tempo, i quali, saputo dall’Apostolo delle Genti dell’esistenza, a Gerusalemme, della Madre del Signore, decisero subito di recarvisi per chiedere la sua benedizione sulla Città. In un altro blog leggiamo che Bacchilo fu discepolo dell’Apostolo San Paolo, Bacchilo fu dallo stesso consacrato vescovo di Messina nel 42 d.C. Secondo la tradizione fu lui ad inviare l’ambasciata alla Vergine Maria, per annunziarle la conversione della Città, a cui la Vergine rispose con una lettera chiusa fra i suoi capelli in cui fra l’altro diceva: Benediciamo voi e la vostra città (come si legge sul monumento posto nel mare dello stretto). Rimase a capo della Chiesa messinese per molti anni e morì vecchio nella seconda metà del I secolo. Barchirio, fu successore di Bacchilo nella Sede di Messina, fu consacrato vescovo circa nel 68 d.C. Il nome si ritrova in un manoscritto greco conservato nel Monastero basiliano di Santa Maria a Reggio. Morì alla fine del I secolo, dopo circa 20 anni di episcopato.

Nel 62 d.C. (I sec. d.C.), S. Paolo, le prime comunità Cristiane e le prime diocesi

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 116, traendo il passo dagli “Atti degli Apostoli: c. 28°: 11-15”, riportava il passo “A) – Viaggio di S. Paolo Apostolo e suo approdo alle coste tirreniche nel febbraio del 60 d.C.”, scriveva che:  “Fu dopo tre mesi che c’imbarcammo su una nave alessandrina all’arme dei Dioscuri, che aveva svernato nell’isola. Approdati a Siracusa, vi facemmo una sosta di tre giorno: poi da lì, con una traversa ad arco, arrivammo a Reggio Levatosi dopo un giorno un vento dal sud, giungemmo l’indomani a Pozzuoli, dove trovammo dei fratelli e avemmo la consolazione di trattenerci presso di loro una settimana; e finalmente arrivammo a Roma.”. Sempre il Cataldo (…), nel 1973, a p. 15, scriveva in proposito che: “Anche nelle nostre terre si diffuse la religione nuova. La portarono i più grandi Apostoli: S. Pietro, giunto a Roma nel 42 e S. Paolo, sbarcato a Pozzuoli ed entrato a Roma nel febbraio del 61 d.C. L’Apostolo delle Genti, approdato nella Campania Felix dopo il viaggio di un giorno da Reggio Calabria (Atti degli Apostoli: XXVIII, 11-16), in seguito all’appello dell’Imperatore Nerone, si recò a Roma, dove era stato inviato da Festo per ulteriore inchiesta su di lui. S. Paolo, fiero della cittadinanza romana e molto più ancora della sua missione divina, sofferta una prima prigionia a Roma (61-64), esercitò il suo apostolato per le varie regioni, sia dell’Italia (Lazio, Campania, ecc..), sia dell’Occidente (Spagna), come dell’oriente (Creta, Efeso, Macedonia, Nicopoli: 64-66 d.C.). Dopo una seconda prigionia, fu decapitato sulla via Ostiense nel 67, il 29 giugno. S. Pietro fu crocefisso lo stesso giorno. Del viaggio in Oriente parlano le ‘Lettere a Timoteo’ e a Tito (I-II Tim: passim; i, 5 e 3, 12). Dei viaggi nelle nostre regioni parla la tradizione. Secondo un anticihissimo documento, risalente al IV secolo (Haereses di Epifanio, Vescovo di Costanza, in  Cipro, Cap. XXVII), sappiamo che i due Apostoli, fissata la loro sede in Roma, viaggiarono per l’Italia per predicare; fondarono le prime comunità cristiane (ecclesiae), i cui centri furono certamente le prime Diocesi, alcune ancora esistenti. S. Paolo, tornato da Nicopoli nel 66 d.C., fondò, tra le varie chiese o diocesi, VIBONE (Vibo Valentia o Monteleone del Bruzio), VELIA e BUSSENTO. Dunque, la fondazione (scrive il Cataldo), la fondazione della sede Vescovile di Bussento, risale al 66 d.C. per opera di S. Paolo, al ritorno da Nicopoli, dopo l’ultimo viaggio in Oriente, l’anno prima della sua morte. Detta notizia, conservata nell’opera classica di Carlo Gagliardi di Bella (Pz), ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 273, parlando delle Diocesi Caputaquensi, scriveva che: “La tradizione narra che ad Agropoli fosse approdato S. Paolo dove vi convertì due fanciulli, poi lapidati, e che nel 1222 vi sbarcasse anche S. Francesco d’Assisi cui fu dedicato poi un monastero (12).”. Ebner a p. 273 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazziotti, cit., p. 28.”. Ebner si riferiva all’opera di Matteo Mazziotti, ‘La Baronia del Cilento etc…’, p. 28. Infatti, Matteo Mazziotti (…), nella sua opera citata, a p. 28, parlando della fondazione di Agropoli e delle leggende intorno ad essa, in proposito scriveva che: “Una leggenda popolare racconta che in Agropoli approdò l’apostolo San Paolo nel recarsi da Reggio a Pozzuoli per diffondere la nuova fede, e che due fanciulli da lui convertiti furono lapidati in un luogo, che anche ora porta il nome del santo (2). Essi sarebbero stati dipoi sepolti da alcuni pietosi in un posto detto Santa Maria dell’Acqua nel comune di Laurana ove, a ricordo dei martiri, sorse dipoi una chiesa con tale titolo. Narra anche la leggenda che in Agropoli, nel 1222, predicò San Francesco d’Assisi e che nel luogo ove egli predicava fu innalzato il monastero tuttora esistente a lui dedicato. Ecc…”. Il Mazziotti, a p. 28, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Gian Nicola Del Mercato, ‘Commento a gli Statuti del Cilento’, opera inedita esistente presso i discendenti di lui.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a pp. 16-17, scriveva che: “La tradizione insiste nel ritenere che le locali diocesi furono tra le prime ad essere costituite in Italia. Cosa che non meraviglia se si pensa che proprio tra le popolazioni greche delle antiche ‘poleis’ della Penisola si diffuse per prima il cristianesimo, soprattutto nelle città greche del Mezzogiorno, di cui alcune, come Velia (70), costituivano tappe obbligate per coloro che giungevano dalla Sicilia e dall’Oriente. Ciò si spiega con il fatto che i primi tempi, almeno fino a quelli dell’africano papa Vittore I (a. 185), la predicazione del Vangelo e le pratiche di culto venivano celebrate in greco. Si spiega perciò il persistente ricordo della fondazione della dicesi di Velia e di Bussento da parte di San Paolo, e di quelle di Marcellianum e di Paestum ad opera dello stesso principe degli apostoli (71). Ma poichè le diocesi vennero senz’altro fondate dai loro discepoli (72) e quella di Marcellianum da papa Marcello I (308-319), evidente è il tentativo della tradizione di nobilitarle con l’attribuirne ad esse il crisma dell’ “apostolicità” (73).”. Ebner (…), nella sua nota (70), postillava che:  “(70) Cfr., nelle lettere a Trebazio, ecc..”. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che:  “(71) Ughelli, op. cit., c. 465.”. Ebner (…), nella sua nota (72), postillava che:  “(72) Ebner, Storia, cit., p. 271 e sgg.”. Ebner, citava le lettere all’amico Trebazio che scrisse Marco Tullio Cicerone. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che: “(71) Ughelli, op. cit., p. 465.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nella sua nota (71), si riferiva all’“Italia Sacra” di Ferdinando Ughelli (…), ma alla seconda edizione, Coleti, vol. VII, che a p. 465, ci parla del “Caputaquenses Episcopi”, interno al Capitolo dedicato a “Campanienses Episcopi”, in cui parlava delle prime Diocesi Veline e Policastrensi. Ebner (…), nella sua nota (72), postillava che: “(72) Ebner, Storia di un feudo ecc.., op. cit., p. 271.”. Tuttavia, pur trattando lo stesso argomento, a p. 271, Ebner, ci parla di Paestum ma dice quasi niente sulle nostre diocesi. Invece, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 13 del vol. I, scriveva che: “La tradizione attribuisce agli apostoli la fondazione di alcune diocesi del Mezzogiorno della Penisola. S. Paolo, nel suo viaggio da Reggio a Pozzuoli (1) ne avrebbe erette due: quella di Velia e di Bussento (Policastro) e addirittura S. Pietro avrebbe fondata la diocesi di Paestum (2).”. Ebner (…), a p. 13, nella sua nota (1), postillava che: “(1) L’Agostiniano Luca Mandelli (La Lucania sconosciuta, ms. seicentesco già nella libreria del convento agostiniano di Salerno e poi nella BNN, ms. n. X D, I, f. 78) confuta l’arrivo nel luogo di S. Paolo, perchè “non può pensarsi che la nave, giunta al promontorio Leucosio, gonfia di un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia (Agropoli) dove alcun porto non fu mai”.”. Ebner (..), nella nota (2), postillava che: “(2) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc…, p. 271.”. Sull’Apostolo di Gesù, San Paolo di Tarso, gli storici credono che, dopo la sua conversione al Cristianesimo, Paolo, fu condotto a Roma, dove fu costretto per alcuni anni agli arresti domiciliari. Prima di morire probabilmente decapitato tra l’anno 64 d.C. al 67 d. C. a causa delle persecuzioni dell’Imperatore Nerone, Paolo (e anche Pietro), riuscirono a continuare la loro predicazione, tanto che, come scriveva il Laudisio (…): “Fissata la loro sede a Roma, i due principi degli apostoli, dopo aver pregato Lino e Cleto di fare le loro veci, incominciarono a percorrere diverse regioni, e fra queste anche la nostra Lucania in Magna Grecia. Pietro, infatti, fondò le chiese di Napoli, di Benevento, di Pozzuoli ed anche altre; Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”Un’altra notizia che riguarda l’apostolo San Paolo che fonderà la Diocesi di Bussento, la conosciamo da Nicola Curzio (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38): – “A proposito dell’apostolo Paolo, quanto tempo fu legato alla catena a Roma dal centurione che lo vigilava? Per ben due anni, riprende Pesiliano; però in questo frattempo egli andava dove voleva, predicava l’Evangelo dinanzi il Pantheon come presso il Palazzo di Cesare e la catena impostagli accresceva splendore alla sua parola. Egli vuolsi, che dopo, assoluto da Cesare, si fosse recato in Ispagna e di là passando per le Gallie fosse ritornato in Oriente. Egli predicò in molte città Orientali ed infine da Nicopoli*) riprese il viaggio per l’Italia ove fondò molte chiese tra le quali quella di Vibone (l’odierno Monteleone = Vibo Valentia) nel Bruzio, di Bussento e di Velia sul litorale lucano”. Questo racconto, in 24 capitoletti, narra la storia di due fidanzati: Melania di Blanda e Pesiliano, novella leva dell’esercito imperiale di Nerone. Essi hanno abbracciato con gioia la nuova religione di Cristo, grazie alla missione degli Apostoli Pietro e Paolo. L’autore, versato nelle discipline classiche e nelle ricerche storiche all’inizio del sec. XX, mette in luce una delle tante testimonianze della nostra fede. Il passo di S. Epifanio, Padre della Chiesa Orientale, è generico e non scende a tanti particolari; ma è la chiave di volta di tutta una tradizione, indubbiamente autorevole. Questa tradizione è bene illustrata dall‘insigne canonista Carlo Gagliardo, il quale, sulla scorta di innumerevoli documenti e fonti, apre profondi spiragli in un panorama che lascia intravvedere fin dal primo momento la fitta e minuziosa rete delle istituzioni apostoliche, nonostante l’azione deleteria del tempo abbia travolto gran parte del materiale storico nell’oblio. La chiesa di Bussento non è espressamente menzionata; ma il Laudisio e il Curzio la sottolineano (il che è provato da un altro documento valido perciò a mettere in evidenza la sua antica istituzione.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (*), postillava che: “(*) La data è l’anno 66, secondo la cronologia di G. Racciotti, Paolo Apostolo, ed. Coletti, Roma, 1957, pag. 146.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a pp. 15-16, a poposito della notizia della sede episcopale a Vibona, riferisce e parla delle stesse notizie citate dal Tancredi (…), circa una Diocesi di Vibone, fondata dall’Apostolo S. Paolo e, scriveva che: “S. Paolo, tornato da Napoli nel 66 d.C., fondò, tra le varie chiese o diocesi, VIBONE (Vibo Valentia o Monteleone del Bruzio), VELIA (Velia-Scavi) e BUSSENTO (Policastro Bussentino). Dunque la fondazione della chiesa e della sede vescovile di Bussento risale al 66 per opera di S. Paolo, al ritorno da Nicopoli, dopo l’ultimo viaggio in Oriente, l’anno prima della sua morte. Detta notizia, conservata nell’opera classica di Carlo Gagliardi di Bella (PZ)(1710-1778), Vescovo di Muro Lucano: Institutionum Juris Canonici (lib. I, tit. 18, Noap. 1848), è citata nella ‘Synopsis di Monsignor Nicola Laudisio.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: “Per dare un quadro completo delle notizie su Vibona, dobbiamo ancora riferire una voce che ci lascia un pò perplessi. Vibona sarebbe stata sede di Diocesi. Lo riferisce Carlo Gagliardo, il quale afferma che il fondatore della diocesi sia stato l’apostolo S. Paolo in persona (7). Su questa circostanza esiste un documento che non si dovrebbe ignorare, perchè ognuno di noi l’ha a portata di mano: negli Atti degli Apostoli (8) S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelizzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15.”.  Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Tancredi (…), oltre a citare il Laudisio (…), citava Carlo Gagliardo (…), che nel 1848, nel suo ‘Institutiones Juris Canonici, Napoli’, nel suo Tomo I, tit. 18, da p. 173 e s., nel Tit. XVIII, “de Episcopis (7)”, a pp. 177-178, scriveva in proposito che: “Episcopi permultis in urbibus ordinando. Medanae, Vibonae, Veliae. A divo Marco Evangelista Aulalium in Ecclesia S. Marci, ecc…”. Sarà il Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, che indicherà il giusto riferimento bibliografico del Gagliardo (…): “Ad signum ancorae, 1848, Tomo I, tit. XVIII: De Episcpis, n. IV, pag. 177-178”, dove troviamo scritto che: “Cristo Signore mandò gli Apostoli non a governare determinate Chiese, ma in tutto il mondo (Marco, XVI: v. 15 e 20: “Andate nel mondo intero a predicare il Vangelo e tutte le creature…Ed essi se ne andarono a predicare dappertuto, colla cooperazione del Signore…) – Tuttavia ciascuno di essi, non avendo potuto predicare il Vangelo dovunque, percorsero separatamente le varie regioni, nelle quali ordinarono i Vescovi con podestà di ordinare altri (l’Apostolo Paolo, scrivendo a Tito, Vescovo di Creta, (c.I, v. 5) disse: “poichè tu dia l’ultima mano a ciò che resta da fare e faccia in modo che in ogni città ci sia qualche presbitero, secondo le disposizioni che ti ho dato”) e fondarono le Sedi Vescovili. I Santi Pietro e Paolo approdarono ambedue disintamente due volte in Italia (Atti degli Apostoli, XXVIII: 11-14); essi stessi furono soliti penetrare in moltissime province specialmente in questo Regno di Napoli (S. Epifanio: Haereses, 27 tramanda : “S. Pietro e S. Paolo, eretta la sede vescovile in Roma, di là costumarono percorrere le varie regioni del mondo e, affinchè Roma non restasse priva di vescovo, affidarono il loro ufficio a Lino e a Cleto”), ordinando moltissimi vescovi nelle città: principalmente: Brindisi, Otranto, Bari, Trani, Oria, Andria, Conversano, Siponto, Reggio Calabria, Crotone, Napoli, Pozzuoli, Capua, Sessa Aurunca, Atina, Benevento, fra le rimanenti città in mezzo alle predette regioni. Infatti, una antica tradizione dice che dallo stesso S. Pietro fu dato ai Napoletani il primo vescovo S. Aspreno, ai Resinesi vicino Napoli Ampellone, ai Pozzolani S. Patroba, ai Capuani S. Prisco, ai Suessani S. Simisio, agli Atinesi S. Marco, ai Beneventani S. Fotino, od altri, i cui nomi andarono perduti per i travolgimenti dei tempi. Parimenti da S. Paolo, nella Puglia Peucezia, che si chiama anche Calabria, che si estende da Brindisi fino a Taranto, si dice che fu annunziata la fede evangelica e che ivi stesso furono ordinati molti vescovi: particolarmente S. Stefano Niceno a Reggio Calabria, il B. Sveda a Locri, altri a Gerace, e i manenti dei quali non si sa il nome, a Taurianova, a Metauro, a Medana, a Vibona (“Vibonae”) e a Velia (‘Veliae’). Da S. Marco Evangelista u ordinato Aulalio nella chiesa di S. Marco Argentano, e Amasiano a Taranto (4).”. (Cfr. P. Fiore: Della Calabria illustrata, e Bartolomeo Chioccarelli, de Episcopis et Archiepiscopis Neapolitanis).”. Dunque, il Gagliardo (…), sulla scorta di S. Epifanio (…), citava le due Diocesi di Vibone e di Velia, ovvero le due diocesi fondate da S. Paolo. Il Gagliardo (…), a p. 178, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Videndi ad id Ughellius in Italia sacra, P. Io: Fiore Capuccinus tom. 2 della Calabria illustrata, Auberius Miraeus in ‘notitie episcopat. Orbis Christiani, Philipp. Ferrarius in cathalogo Sanctorum Italiae, Petr. de Natalibus in cathalogo, B. Chioccarell. de Episcop. et Archiep. Neap.”. Il Gagliardo, nella sua nota, postillava i suoi riferimenti bibliografici e cita l’Italia Sacra dell’Ughelli, il tomo II della “Della Calabria Illustrata” del Fiore (…), Filippo Ferrario (…) e, il Bartolomeo Chioccarelli (…). Il Gagliardo (…), citava Vibona e Velia fra le diocesi fondate dall’Apostolo San Paolo di Tarso. Il Gagliardo (…), nel suo racconto a p. 178, cita il passa tratto da S. Epifanio: “…(S. Epifanio: Haereses, 27 tramanda : “S. Pietro e S. Paolo, eretta la sede vescovile in Roma, di là costumarono percorrere le varie regioni del mondo e, affinchè Roma non restasse priva di vescovo, affidarono il loro ufficio a Lino e a Cleto”), ordinando moltissimi vescovi nelle città:…”. Il Gagliardo (…), traeva il passo dal “Adversus Haereses” (παναριον), di S. Epifanio, Vescovo di Costanza in Cipro dal 367 al 403: “Adversus Haereses” (παναριον):, Lib. I°, tomo II: haeresis VII, vel XXVII Contra Carpocrasios (Patrologiae Cursus Completus: serius graeca, tomus XLI: J.P. Migne, Parisiorum, 1858: col. 376-374, n. 107-A”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, leggiamo che: “Il primo autore è S. Epifanio, Vescovo di Costanza in Cipro (367-403). Nella sua famosa opera “Contro le eresie” del IV secolo (cap. 27°), dice che i Santi Pietro e Paolo, eretta la sede vescovile di Roma, di là costumarono percorrere le varie regioni del mondo e, affinchè Roma non restasse priva di vescovo, affidarono parte del loro ufficio a Lino e Cleto (30). Infatti S. Lino fu il primo collaboratore di S. Pietro dal 56 e primo successore del pontificato (67-76), cui seguirono s. Cleto (Anacleto)(76-88) e S. Clemente (88-97) (31).”, poi il Cataldo, prosegue il suo racconto e sulla scorta del Gagliardo (…), scriveva che: “Paolo, invece, fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, e così pure quella di Bussento, che è confinante con esse” (33).”. Il Cataldo (…), nella sua nota (30), postillava che:  “(30) S. Epifanio, Adv Haereses, 27; Gagliardi C.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (31), postillava che:  “(31) AA.VV., Storie della Chiesa e si veda anche Annuario Pontificio, ed. Vaticana, 1986”. Il Cataldo (…), nella sua nota (33), postillava che:  “(33) Laudisio N.M., op. cit., p. 20”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, proseguendo il suo racconto, scriveva che: “Mons. Nicola Curzio, scrittore locale di Lauria nel suo prezioso opuscolo “Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai Sette Colli” – Racconto storico del primo secolo dell’Era Cristiana (estr. dal “Pensiero Cattolico – inizio del sec. XX – ) sostiene: “….a proposito dell’Apostolo Paolo…egli andava dove voleva, predicava l’Evangelo dinanzi al Pantheon come presso il Palazzo di Cesare e la catena impostagli accresceva splendore alla sua parola….predicò in molte città orientali ed infine da Nicopoli, riprese il viaggio per l’Italia ove fondò molte chiese e tra le quali quella di Vibone (l’odierna Monteleone = Vibo Valentia) nel Bruzio, di Bussento e di Velia sul litorale lucano” (34). La data della fondazione, secondo la cronologia di Ricciotti, che nota il viaggio da Nicopoli, è l’anno 66 d.C. (35).”. Il Cataldo (…), nella sua nota (34), postillava che:  “(34) Curzio Nicola, ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai Sette Colli- Racconto storico del I secolo dell’Era Cristiana’ , estratto dal “Pensiero Cattolico”, Manduria, 1910, Cap. XIV, p. 38.” e, nella sua nota (35), postillava che:  “(35) Ricciotti Giuseppe, ‘Paolo Apostolo’, Roma, ed. Coletti, 1957, p. 146; si veda pure Curzio N., op. cit., p. 38.”. Diciamo subito che nella nota (33), il Cataldo, postillava che si trattava di una notizia tratta dal Gagliardi (…). Ma il Gagliardi non parlerà della fondazione di Vibo Valentia ma egli ci parla della fondazione di Vibone. Il Laudisio (…), nel 1838, nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis’,  a p. 7 (si veda la versione della ‘Synopsi’, curata dal Visconti), scriveva che: “…ibique sede fixa partibus suis suis Lino et Cleto domandatis, varias inde Apostolorum principes peragrarunt regiones (13); quas inter nostram Lucaniam, in Magna Graecia. Fundavere enim Petrus Neapolitanam, Beneventuanam, Puteolanam, aliasque, Paulus vero, inter coeteras, Vibonensem, Velinam, et sic ipsis finitimam, Buxentinam, Ecclesias.”. Il Laudisio a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.” e, nella sua nota (14, la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, p. 238.”. Il Laudisio (…), sulla scorta del Gagliardi (…) nella versione curata dal Visconti (…), rifrendosi ai due apostoli S. Piero e S. Paolo, scriveva che: “Fissata la loro sede a Roma, i due principi degli apostoli, dopo aver pregato Lino e Cleto di fare le loro veci, incominciarono a percorrere diverse regioni, e fra queste anche la nostra Lucania in Magna Grecia. Pietro, infatti, fondò le chiese di Napoli, di Benevento, di Pozzuoli ed anche altre; Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”. Dunque, secondo il Laudisio (…), San Paolo (insieme a San Pietro), dopo aver affidato a Lino e Cleto, le loro veci in loro assenza e, prima di essere fatti decapitare dall’Imperatore romano Nerone, nell’anno 66 d.C.,  si allontanarono da Roma e iniziarono la loro opera di evangelizzazione in diverse regioni d’Italia, tra cui anche la nostra Lucania, dove si dice che San Paolo fondò le Diocesi di Velia, Bussento e Vibona. Nel suo viaggio in Sicilia, San Paolo, ordinò Bacchilo, Vescovo di Messina, che, secondo il Curzio (…), nell’anno 68 d.C., qualche anno dopo la fondazione di Blanda, ivi, lo inviò per visitarla.  A lungo gli storici hanno dibattuto sulla ‘Vibonem’ episcopio fondata da S. Paolo apostolo, al rientro da un viaggio a Nicopoli, nel lontano Oriente. Sulla fondazione delle Diocesi di Velia, Bussento e di ‘Vibonem’, ha dunque scritto Mons. Carlo Gagliardo (…), Vescovo di Muro Lucano che, nel 1848, nel suo ‘Institutiones Juris Canonici’, nel suo Tomo I, tit. 18, da p. 173 e s., nel Tit. XVIII,“de Episcopis (7)”, a p. 178, scriveva in proposito che: “Episcopi permultis in urbibus ordinando. Medanae, Vibonae, Veliae. A divo Marco Evangelista Aulalium in Ecclesia S. Marci, ecc…” e, veniva citato dal Laudisio (…), a p. 7 (v. Visconti), della sua nota (f)(si veda nota (49) della versione curata dal Visconti). Il Gagliardo (…), scriveva che S. Paolo, ordinò Vescovi in diverse città, anche della nostra antica Lucania: a Velia, Bussento e a Vibone (diceva Laudisio: confinante con le altre due di Bussento e Velia). Dunque, il Gagliardo (…), citava Vibona e Velia fra le diocesi esistenti. Il Tancredi (…), però, dubitando della notizia, scriveva che bisognava analizzare gli Atti degli Apostoli (…), dove “S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelazzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. L’Avv. Pesce Carlo (…), nel suo ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, nel cap. IV, a p. 191, in proposito alle diocesi fondate dall’apostolo San Paolo di Tarso, scriveva che: “La pia tradizione vuole i due grandi Apostoli Pietro e Paolo, approdati dall’Oriente a Brindisi o a Reggio, abbiano attraversato tutta la regione fino al Tevere diffondendo i primi germi della parola del Vangelo…..Benchè di questi primi Cristiani, di questi anacoreti non sia traccia nella nostra Città, ci pare riferire quello che lasciò scritto il Falcone sul proposito: “Un’antica tradizione, continuata e non interrotta, corre in questa patria tramandata dai padri ai figli, che la Grotta di Cervaro, dove sono molte stanze ecc…ecc…”. Il Pesce (…), cita un manoscritto di Mons. Carmelo Nicola Falcone (…), che fu citato anche dal Laudisio (…). Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””. Infatti il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi etc..‘ a p. 101 (vedi versione del Visconti) in proposito scriveva che: “Ma anche in altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Felice, S. Teodoro e S. Donato.”.

Nel 64 d. C. (I sec. d.C.), LETONIA di Blanda, vedova del patrizio romano Novio ritornò a Velia

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini” parlando di Velia, a p. 9, in proposito scriveva che: “Il Curzio, nella sua “Melania di Blanda”, parla di Letonia, oriunda di Blanda e vedova del patrizio Novio, morto in prigione per tradimenti politici. Letonia, trascorsi alcuni anni a Roma, avendo saputo che San Pietro vi predicava una religione nuova, capace di lenire il dolore, volle ascoltarne la voce e si fece cristiana. Continuò ad abitare in Roma fino al tempo di Nerone, ma, inorridita dalle crudeltà di costui, ritornò a Velia, dove visse in meditazione ed in preghiera, liberò gli schiavi ed istruì nella fede la giovane Melissa (110). La fede cristiana aveva messo radici sante e salde nel cuore di Letonia che, alla visita di cari ospiti che le consigliavano sacrifici agli dei per il suo defunto marito, potè rispondere: “Oh!…..non profferite più questi nomi di dei falsi e bugiardi. Nella mia casa non vi sono più dei Mani, come non vi sono più Lari e Penati. V’è semplicemente il timore di un Dio Eterno, Giusto, Onnipotente” (111).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (110) postillava: “(110) Curzio, op. cit. p. 18”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (111) postillava: “(111) Curzio, op. cit. p. 19”. Il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”.

Nel 65 d.C. (I sec. d.C.), VELIA (l’antica colonia magno-greca di Elea) che, S. Paolo la eresse sede Vescovile

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, tra le prime diocesi conosciute in Campania e chiese contermini erano conosciute le seguenti: “1) – Acerra; 2) – Alife; 3) – Ariano Irpino; 4) – Avellino; 5) – Benevento; 6) – Calvi; 7) – Teano; 8) – Capua; 9) – Napoli; 10) – Nocera de’ Pagani; 11) – Nola; 12) Bussento (Policastro). Fondata da S. Paolo nel I secolo (66), se ne ricordano solo due vescovi: Rustico (501) e Sabbazio (649)(70); 13) – Pozzuoli; 15) Salerno; 16) – Sessa Aurunca;”. Sempre il Cataldo, nello stesso opuscolo nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, in proposito scriveva che: “Passiamo in rassegna, brevemente, alcune località dove la religione cristiana arrivò per prima e delle quali abbiamo qualche ricordo. Esse sono: paestum, Agropoli, Capaccio, Velia, Bussento (Policastro B.), Roccagloriosa, Teggiano, Atena Lucana, Sala Consilina, Lagonegro e Blanda. Gli ultimi cinque nuclei, essendo limitrofi al Cilento, ebbero rapporti immediati con le nostre zone.”. Il Cataldo, parlando di Velia scriveva pure che: “4) – VELIA. Città celebre edificata dai Focesi al tempo di Servio Tullio, 6° re di Roma, rinomata per la scuola filosofica (Eleatica), fiorita per merito di illustri pensatori, come Senofane, Parmenide, Zenone e Leucippo, e patria di Papinio, padre di Stazio (101), e di Trebazio, amico di Cicerone, fu centro di villeggiatura, e tappa obbligata, col suo porto, per i mercanti d’Oriente e d’Occidente (102). Evangelizzata da S. Pietro nel 55 al tempo di Nerone, ebbe i primi testimoni della fede (103). Dieci anni dopo vi passò S. Paolo e vi eresse la sede Vescovile (104). Sono ricordati almeno due presuli: Agnello (sec. V) ed un ignoto (592), già defunto al tempo di papa S. Gregorio Magno (105).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (105) postillava che: “(108) Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. I, pp. 14 e 25”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 730 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d.C. (scomparsa della basilica paleo-cristiana e della villa della famiglia Gavinio).”.  Inoltre, Ebner, a p. 724, in proposito scriveva che: “Certo è che Velia era diocesi già nel 500 d.C., come è certo che in età longobarda (30) (lo si desume da un diploma del 950) il luogo era noto solo per la chiesa “ai due fiumi”, l’Alento e il Palistro, alle cui foci, poi congiunte erano i due porti settentrionali di Velia, come conferma l’aereofotografia. Del resto una chiesa cattedrale fu sempre poi a Velia: ne rimane traccia nei tre scalini e nel tronetto di quella attuale (verrà adibita a museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo) su un’altra più antica, come testimoniano due magnifici capitelli medioevali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicata a divinità femminile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, etc…”. Ebner, a p. 724, nella nota (30) postillava che: “(30) P. Ebner, Storia cit., ID. ID., Economia e società cit.”. Ebner, a p. 724, nella nota (31) postillava che: “(31) P. Ebner, Agricoltura e pastorizia, cit., p. 69”. Ebner, a p. 724, nella nota (32) postillava che: “(32) CDC, I, 179, novembre a. 950, Salerno: ecclesia sanctae dei genitricis virginis marie. Cfr. Ebner, Agricoltura, cit., p. 62 sg.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a pp. 5-6-7 parlando di “Pesto”, in proposito scriveva che: “Vogliono, che questa Città fosse stata una delle quattordici colonie de’ Romani in Italia, che qui fossero vissuti Zenofonte e Parmenide celebri Filosofi, secondo il parere di Dionisio e Diodoro, che M. Tullio Cicerone vi havesse fatto una Villa, e che li suoi cittadini havessero guerreggiato con Annibale, Alarico, Gensorico, e Totila, e con gran valore havessero resistito ad Alessandro Molosso Rè degli Epiroti, & a Pirro suo figliolo. In questa città fiorì anche la Santità, mentre ebbe S. Vito Martire, che morì per la Fede di Cristo, come vuole Paolo Reggio Vescovo di Vico Equense, e dopo tante, e altre sue tralasciate glorie nell’ano 930, fu invasa da Saraceni, e da quelli abbattuta in modo che di una Città sì bella tenuta inespugnabile per molti secoli, e del suo circuito di quattro miglia, non furono lasciati, se non le mura in piedi.”. Il Di Luccia, a p. 6 parlando di Velia scriveva che: “Tra l’altre città della Lucania veniva annoverata Bussento…..Velia era la terza città detta Veleia, & in Greco detta Eleia,…..Haveva questa Città bellissimi porti, mentre ‘Virgilio nel lib. 6 dell’Enead.dice ‘Portusque require Velinos’.”. Ancora, il Di luccia, a p. 7 parlando di Bussento scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.

Nel ’41 e nel ’68 d. C. (I sec. d.C.), TILENO a Blanda e BACCHILO a Bussento (su ordine di S. Paolo si recò a Bussento e poi a Blanda)

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, scriveva in proposito che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo  ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Pubblicato nel 1910, scriveva che il luogo di Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (…), il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “Bussento”, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: Sempre dal Curzio, si apprende che dell’esistenza di Bussento (Ecco là Bussento come primeggia sul Golfo. Che ridente posizione! (Cap. III, p. 10), la quale, con i ridenti centri marittimi della Magna Grecia, forma “una ghirlanda di gemme, la cui greca bellezza è ammirata nel mondo intero!…” (p. 11), offrendo ai naviganti una incantevole veduta (131). Questa cittadina fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina (mandatovi da S. Paolo nell’anno 41 ed ivi vissuto fino al 68), assieme alle altre comunità costiere. Bacchilo, partito da Blanda, attraversando le falde del monte Coccovello su un cavallo grigio, raggiunse Bussento, dove parlò in nome dell’Apostolo Paolo, esercitando sugli animi un fascino indicibile ed inebriandoli delle divine bellezze della fede cristiana (p. 29 e 30). Da Bussento il venerando presule passò a visitare la comunità vicina di Vibone ad Sicam (132).”. Sempre il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Il Curzio, nel citato racconto del I° secolo dell’era cristiana (Melania di Blanda), ne parla spesso, accennando alla comunità cristiana guidata dal Presbiterio Tileno e visitata da Bacchilo, Arcivescovo di Messina, mandatovi da S. Paolo qualche anno dopo la fondazione, nel 68: – “Il dì seguente a notte inoltrata giunse a Blanda il venerando Bacchilo. La notizia del suo arrivo si sparse in breve per tutta la città, appena che l’alba ebbe nella dimane fugate le tenebre della notte, tanto che in poco d’ora s’erano già radunati nell’atrio della casa di Tileno i pochi fedeli di Blanda. Il vescovo incomincia la sua evangelica allocuzione. Il suo dire esercita ugli animi un fascino indicibile. Tutti pendono dal suo labbro. Egli parla in nome dell’Apostolo Paolo, e dopo aver descritte le dolcezze della vita mistica al lume della fede, incoraggia i fedeli a star sempre in guardia acciocchè non fossero assaliti dal principe delle tenebre. Fa loro comprendere che la vita dell’uomo sulla terra è una milizia e che il vessillo sotto cui militano i cristiani è l’insegna di nostra redenzione. Operato quindi il sacrificio incruento e distribuito ai fedeli il pane eucaristico, il venerando vescovo si accinge a partire per Bussento”(195)”. Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (131), postillava che:  “(131) Curzio N., op. cit., pp. 10-11”. Il Cataldo (…), nella sua nota (132), postillava che:  “(132) Curzio N., op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (132) postillava che: “(132) Curzio, op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo a p. 22, nella nota (195) postillava: “(195) Russo Francesco: Storia della Diocesi di Cassano al Jonio, Laurenziana, Napoli, 1968, vol. III, pp. 17-19”. Il Cataldo (…), nella sua nota (193), postillava che:  “(193) Curzio N., op. cit., pp. 30.”. Il Cataldo (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”.

L’antica “Bibo” (“Vibonem”) di Velleio Patercolo

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’,del 1978, pp. 64-65 parlando della “Vibone Lucana”, in proposito scriveva che: “Aveva anche perduto la sua ragione di vita, perchè la nuova formazione del terreno la fece inusabile come porto e il nuovo porto (del quale parleremo) risentiva della desolata decadenza della regione. Che un’altra città, ribattezzata dai Romani col nome di “Potentia”, sia da identificare con Vibona Lucana, riteniamo improbabile, questa Potentia (della quale non sappiamo proprio nulla, fuorchè del nome) doveva trovarsi più a sud; ed è anche questa Potentia ha creato un mondo di confusioni: si cercava il porto marino di Blanda, perchè era vicino a Potenza, capoluogo della Lucania, fondata pure dai Romani (15).“. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (15), postillava che:  “(15) Velleio Patercolo, Historiae Romane, libro I, 15 (Da una colonna si legge: “Potentia Romanorum huc nos relegavit”). Fu colonia romana dal 189 a.C.”. Il Tancredi, continuando il suo racconto a p. 64, in proposito scriveva pure che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova un villaggio, detto ‘Petrasia’ (17), che poco dopo scompare e rimase col nome di ‘Villammare’ (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. dal Troyli, Tomo I, P. II, p. 178 in “Additions ad Calepinum” la dice “Bibone”.”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13.”. Sulla “Vibone” (lucana), antica sede Episcopale ha scritto anche il Tancredi che faceva interessanti ipotesi. Il Tancredi (…), però, dubitando della notizia, scriveva che bisognava analizzare gli Atti degli Apostoli (…), dove “S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelazzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Gaetani (…), nel suo introvabile libretto sull’antica diocesi di Bussento, a riguardo scriveva che a Buxentum, nel 501, appare un Vescovo chiamato Rustico. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”.

Nel 66 d. C., PESILIANO, centurione che vigilava su S. Paolo e fidanzato con MELANIA di Blanda, si convertirono al cristianesimo

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38): Etc…..Questo racconto, in 24 capitoletti, narra la storia di due fidanzati: Melania di Blanda e Pesiliano, novella leva dell’esercito imperiale di Nerone. Essi hanno abbracciato con gioia la nuova religione di Cristo, grazie alla missione degli Apostoli Pietro e Paolo. L’autore, versato nelle discipline classiche e nelle ricerche storiche all’inizio del sec. XX, mette in luce una delle tante testimonianze della nostra fede. Il passo di S. Epifanio, Padre della Chiesa Orientale, è generico e non scende a tanti particolari; ma è la chiave di volta di tutta una tradizione, indubbiamente autorevole. Etc…”.  Dunque, secondo il Cataldo, che scrive sulla scorta del sacerdote Nicola Curzio, il centurione di Nerone che, vigilava sulle catene a S. Paolo, insieme alla fidanzata Melania di Blanda, si convertirono al Cristianesimo.

Nel ’41 e nel ’68 d. C. (I sec. d.C.), TILENO a Blanda e BACCHILO a Bussento (su ordine di S. Paolo si recò a Bussento e poi a Blanda)

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, scriveva in proposito che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo  ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Pubblicato nel 1910, scriveva che il luogo di Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (…), il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “Bussento”, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: Sempre dal Curzio, si apprende che dell’esistenza di Bussento (Ecco là Bussento come primeggia sul Golfo. Che ridente posizione! (Cap. III, p. 10), la quale, con i ridenti centri marittimi della Magna Grecia, forma “una ghirlanda di gemme, la cui greca bellezza è ammirata nel mondo intero!…” (p. 11), offrendo ai naviganti una incantevole veduta (131). Questa cittadina fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina (mandatovi da S. Paolo nell’anno 41 ed ivi vissuto fino al 68), assieme alle altre comunità costiere. Bacchilo, partito da Blanda, attraversando le falde del monte Coccovello su un cavallo grigio, raggiunse Bussento, dove parlò in nome dell’Apostolo Paolo, esercitando sugli animi un fascino indicibile ed inebriandoli delle divine bellezze della fede cristiana (p. 29 e 30). Da Bussento il venerando presule passò a visitare la comunità vicina di Vibone ad Sicam (132).”. Sempre il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Il Curzio, nel citato racconto del I° secolo dell’era cristiana (Melania di Blanda), ne parla spesso, accennando alla comunità cristiana guidata dal Presbiterio Tileno e visitata da Bacchilo, Arcivescovo di Messina, mandatovi da S. Paolo qualche anno dopo la fondazione, nel 68: – “Il dì seguente a notte inoltrata giunse a Blanda il venerando Bacchilo. La notizia del suo arrivo si sparse in breve per tutta la città, appena che l’alba ebbe nella dimane fugate le tenebre della notte, tanto che in poco d’ora s’erano già radunati nell’atrio della casa di Tileno i pochi fedeli di Blanda. Il vescovo incomincia la sua evangelica allocuzione. Il suo dire esercita ugli animi un fascino indicibile. Tutti pendono dal suo labbro. Egli parla in nome dell’Apostolo Paolo, e dopo aver descritte le dolcezze della vita mistica al lume della fede, incoraggia i fedeli a star sempre in guardia acciocchè non fossero assaliti dal principe delle tenebre. Fa loro comprendere che la vita dell’uomo sulla terra è una milizia e che il vessillo sotto cui militano i cristiani è l’insegna di nostra redenzione. Operato quindi il sacrificio incruento e distribuito ai fedeli il pane eucaristico, il venerando vescovo si accinge a partire per Bussento”(195)”. Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (131), postillava che:  “(131) Curzio N., op. cit., pp. 10-11”. Il Cataldo (…), nella sua nota (132), postillava che:  “(132) Curzio N., op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (132) postillava che: “(132) Curzio, op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo a p. 22, nella nota (195) postillava: “(195) Russo Francesco: Storia della Diocesi di Cassano al Jonio, Laurenziana, Napoli, 1968, vol. III, pp. 17-19”. Il Cataldo (…), nella sua nota (193), postillava che:  “(193) Curzio N., op. cit., pp. 30.”. Il Cataldo (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”.

Nel 66 d.C. (I sec. d.C.), S. Paolo fonda le prime diocesi, tra cui quella di ‘VIBONA’

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa una sede Episcopale a Vibona. Come ho detto, le vicende della fondazione di una diocesi a Vibona (forse “Vibone Lucana”), sono legate al viaggio di San Paolo, che fondò anche altre diocesi: Velia, Bussento e Blanda. Le notizie intorno ad una diocesi di Vibona, si possono legare a quelle di Bussento e di Blanda. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1838, nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis’,  a p. 7 (si veda la versione della ‘Synopsi’, curata dal Visconti), scriveva che: “…ibique sede fixa partibus suis suis Lino et Cleto domandatis, varias inde Apostolorum principes peragrarunt regiones (13); quas inter nostram Lucaniam, in Magna Graecia. Fundavere enim Petrus Neapolitanam, Beneventuanam, Puteolanam, aliasque, Paulus vero, inter coeteras, Vibonensem, Velinam, et sic ipsis finitimam, Buxentinam, Ecclesias.”. Il Laudisio a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.” e, nella sua nota (14, la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, p. 238.”. Il Laudisio (…), sulla scorta del Gagliardi (…) e tradotto dal Visconti, rifrendosi ai due apostoli S. Piero e S. Paolo, scriveva che: “Fissata la loro sede a Roma, i due principi degli apostoli, dopo aver pregato Lino e Cleto di fare le loro veci, incominciarono a percorrere diverse regioni, e fra queste anche la nostra Lucania in Magna Grecia. Pietro, infatti, fondò le chiese di Napoli, di Benevento, di Pozzuoli ed anche altre; Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”. Dunque, secondo il Laudisio (…), San Paolo (insieme a San Pietro), dopo aver affidato a Lino e Cleto, le loro veci in loro assenza e, prima di essere fatti decapitare dall’Imperatore romano Nerone, nell’anno 66 d.C.,  si allontanarono da Roma e iniziarono la loro opera di evangelizzazione in diverse regioni d’Italia, tra cui anche la nostra Lucania, dove si dice che San Paolo fondò le Diocesi di Velia, Bussento e Vibona. A lungo gli storici hanno dibattuto sulla ‘Vibonem’ episcopio fondata da S. Paolo apostolo, al rientro da un viaggio a Nicopoli, nel lontano Oriente. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: “Per dare un quadro completo delle notizie su Vibona, dobbiamo ancora riferire una voce che ci lascia un pò perplessi. Vibona sarebbe stata sede di Diocesi. Lo riferisce Carlo Gagliardo, il quale afferma che il fondatore della diocesi sia stato l’apostolo S. Paolo in persona (7). Su questa circostanza esiste un documento che non si dovrebbe ignorare, perchè ognuno di noi l’ha a portata di mano: negli Atti degli Apostoli (8) S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelizzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15.”.  Il Tancredi (…), scriveva che: “Per dare un quadro completo delle notizie su Vibona, dobbiamo ancora riferire una voce che ci lascia un pò perplessi. Vibona sarebbe stata sede di Diocesi. Lo riferisce Carlo Gagliardo, il quale afferma che il fondatore della diocesi sia stato l’apostolo S. Paolo in persona (7).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a pp. 15-16, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino e a poposito della notizia della sede episcopale a Vibona, riferisce e parla delle stesse notizie citate dal Tancredi (…), circa una Diocesi di Vibone, fondata dall’Apostolo S. Paolo e, scriveva che: “S. Paolo, tornato da Napoli nel 66 d.C., fondò, tra le varie chiese o diocesi, VIBONE (Vibo Valentia o Monteleone del Bruzio), VELIA (Velia-Scavi) e BUSSENTO (Policastro Bussentino). Dunque la fondazione della chiesa e della sede vescovile di Bussento risale al 66 per opera di S. Paolo, al ritorno da Nicopoli, dopo l’ultimo viaggio in Oriente, l’anno prima della sua morte. Detta notizia, conservata nell’opera classica di Carlo Gagliardi di Bella (PZ)(1710-1778), Vescovo di Muro Lucano: Institutionum Juris Canonici (lib. I, tit. 18, Noap. 1848), è citata nella ‘Synopsis di Monsignor Nicola Laudisio.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, che indicherà il giusto riferimento bibliografico del Gagliardo (…): “Ad signum ancorae, 1848, Tomo I, tit. XVIII: De Episcopis, n. IV, pag. 177-178”, dove troviamo scritto che: I Santi Pietro e Paolo approdarono ambedue distintamente due volte in Italia (Atti degli Apostoli, XXVIII: 11-14); essi stessi furono soliti penetrare in moltissime province specialmente in questo Regno di Napoli (S. Epifanio: Haereses, 27 tramanda: ….Parimenti da S. Paolo, nella Puglia Peucezia, che si chiama anche Calabria, che si estende da Brindisi fino a Taranto, si dice che fu annunziata la fede evangelica e che ivi stesso furono ordinati molti vescovi: particolarmente S. Stefano Niceno a Reggio Calabria, il B. Sveda a Locri, altri a Gerace, e i manenti dei quali non si sa il nome, a Taurianova, a Metauro, a Medana, a Vibona (“Vibonae”) e a Velia (‘Veliae’)”. Il Cataldo, aggiunge (Cfr. P. Fiore: Della Calabria illustrata, e Bartolomeo Chioccarelli, de Episcopis et Archiepiscopis Neapolitanis).”. Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15.”.  Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Anche il Cataldo (…), citava le notizie tratte da Carlo Gagliardo (…) e, riportate per la prima volta dal Laudisio (…). Tuttavia, sebbene il Cataldo, riportasse la notizia di S. Paolo, riferita dal Laudisio (…), non parlava di una “Vibone Lucana”, che il Tancredi credeva doversi riferire a Vibonati, ma parlava di una Vibo Valentia. Dunque, sulla base di ciò che riportava il Laudisio (…), anzi ciò che scriveva il Gagliardo (vedi le note (14)), ci chiediamo se il documento trascritto dal Gagliardo (…), si possa riferire ad una Vibo Valentia, anzicchè a Vibonati, essendo una sede episcopale prossima alle altre due Velia e Bussento. Sulla fondazione delle Diocesi di Velia, Bussento e di ‘Vibonem’ ha scritto Mons. Carlo Gagliardo (…), Vescovo di Muro Lucano che, nel 1848, nel suo ‘Institutiones Juris Canonici’, nel suo Tomo I, tit. 18, da p. 173 e s., nel Tit. XVIII,“De Episcopis (7)”, a p. 178, scriveva in proposito che: “Episcopi permultis in urbibus ordinando. Medanae, Vibonae, Veliae. A divo Marco Evangelista Aulalium in Ecclesia S. Marci, ecc…” e, veniva citato dal Laudisio (…), a p. 7 (v. Visconti), della sua nota (f)(si veda nota (49) della versione curata dal Visconti). Secondo la traduzione del Visconti (..), nella versione curata della ‘Synopsi’ del Laudisio, , il Gagliardo scriveva che: Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”. Il Laudisio, il Cataldo ed il Tancredi citavano Carlo Gagliardi (….). Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Laudisio (….), nella sua ‘Sinopsi’ a p. 7, nella sua nota (14), vedi versione a cura del Visconti, nella sua nota ((14), la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, (Caroli Gagliardi, Institutionum Iuris Canonici Communis et Neapolitani libri, Neapoli, 1766, lib. I, p. 238: “Divi Petrus et Paulus bis in Italiam uterque seiunctim appulere plurimasque huius potissimum regni Neapolitani provincias peragrare ipsi consueverunt, episcopos permultis in urbibus ordinando”).”, la cui traduzione è “S. Pietro e Paolo giunsero in Italia due volte, uno dopo l’altro, ed essi stessi erano soliti percorrere molte province, specialmente di questo regno di Napoli, ordinando vescovi in ​​moltissime città ecc..”. Secondo la tradizione dunque, S. Pietro e S. Paolo ordinarono Vescovi in diverse città della Campania e Lucania. Il Tancredi, circa la notizia di una sede episcopale a Vibona, oltre a citare il Laudisio (…), citava Carlo Gagliardo (…), che nel 1848, nel suo ‘Institutiones Juris Canonici, Napoli’, nel suo Tomo I, tit. 18, da p. 173 e s., nel Tit. XVIII, “Tit. XVIII. De Episcopis (7)”, a p. 178, riferendosi a S. Paolo scriveva in proposito che: “A Divo item Paulo in Peucetia, quae modo Calabria vocitatur, a Brundusio usque ad Tarentum patens, Fidem evangelii annunciatam, et Episcopos inibi plures ordinatus ferunt: et praecique S. Stephanum Nicaenum Rhegii, B. Svedam Locride, alios Hieracii, cetero ignotos Taurinae, Metauri, Medanae, Vobonae, Veliae. A divo Marco Evangelista Aulalium in Ecclesia S. Marci, alias Argentani, et Amasianum Tarenti (4).”, ovvero che: “Anche da San Paolo in Peucezia, che ora si chiama Calabria, estendendosi da Brundusium a Taranto, fu annunziata la fede del vangelo, e si dice che in essa furono ordinati diversi vescovi: Metauro, Medana, Vobona, Velia. Da San Marco Evangelista, Sala dei Santi nella Chiesa di San Marco, alias Argentino e Amasiano di Taranto. (4).”.

Gagliardo, p. 178

(Fig….) Gagliardo Carlo, Institutionum Iuris Canonici Communis et Neapolitani libri, Neapoli, 1766, lib. I, p. 178 (Archivio Attanasio)

Il Gagliardo citava Vibona e Velia fra le diocesi esistenti. Carlo Gagliardo (….), sulla scorta di S. Epifanio, scriveva di Vibone e di Velia, ovvero le due diocesi create da S. Paolo. Il Gagliardo (…), a p. 178, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Videndi ad id Ughellius in Italia sacra, P. Io: Fiore Capuccinus tom. 2 della Calabria illustrata, Auberius Miraeus in ‘notitie episcopat. Orbis Christiani, Philipp. Ferrarius in cathalogo Sanctorum Italiae, Petr. de Natalibus in cathalogo, B. Chioccarell. de Episcop. et Archiep. Neap.”. Dunque, il Gagliardo, nella sua nota, postillava i suoi riferimenti bibliografici e cita l’“Italia Sacra” dell’Ughelli, il tomo II della “Della Calabria Illustrata” del Fiore (…), Filippo Ferrario (…) e, il Bartolomeo Chioccarelli (…). Carlo Gagliardo a p. 178, nella sua nota (4) postillava di Ughelli, di Fiore (….), Filippo Ferrarius in “Cathalogo Sanctorum Italiae” e del Cioccarelli: “De Episcop. et Archiep. Neapol.”. Si riferiva all’opera di Cioccarelli. Il Gagliardo (…), citava Vibona e Velia fra le diocesi fondate dall’Apostolo San Paolo di Tarso. Il Gagliardo (…), scriveva che S. Paolo, ordinò Vescovi in diverse città, anche della nostra antica Lucania: a Velia, Bussento e a Vibone (diceva Laudisio: confinante con le altre due di Bussento e Velia). Dunque, il Gagliardo (…), fra le città esistenti nei Bruzi (Calabria), che all’epoca era una parte della Lucania romana, citava ‘Vibona’ e ‘Velia’. Il Gagliardo (….) scriveva che S. Paolo, nel suo viaggio di ritorno da “Nicopoli” si fermò sulle nostre coste ed ordinò vescovi anche nella città della Calabria di “Vibonae” e “Veliae”, città poste molto vicine subito dopo la città di “Medanae”. Dunque doveva trattarsi non della città di Vibo Valentia. Come vedremo, Gagliardo, non parla di ‘Vibo Valentia’ ma, cita un documento tratto da S. Epifanio (…), che cita un Vibonae”. Riguardo il Carlo Gagliardo di Bella (….), il Laudisio (…), nel 1838, nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis’, a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.”. Dunque, il Laudisio citava S. Epifanio (…) e la sua opera “Haer., 27”. Di cosa si tratta ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, che indicherà il giusto riferimento bibliografico del Gagliardo (…): “Ad signum ancorae, 1848, Tomo I, tit. XVIII: De Episcopis, n. IV, pag. 177-178”, dove troviamo scritto che: I Santi Pietro e Paolo approdarono ambedue distintamente due volte in Italia (Atti degli Apostoli, XXVIII: 11-14); essi stessi furono soliti penetrare in moltissime province specialmente in questo Regno di Napoli (S. Epifanio: Haereses, 27 tramanda:….ecc…”. Dunque, il sacerdote Cataldo (…), scriveva che il Gagliardo traeva queste notizie da un passo di S. Epifanio: “(S. Epifanio: Haereses, 27)”. Il Cataldo scriveva che S. Epifanio: “tramanda: ….Parimenti da S. Paolo, nella Puglia Peucezia, che si chiama anche Calabria, che si estende da Brindisi fino a Taranto, si dice che fu annunziata la fede evangelica e che ivi stesso furono ordinati molti vescovi: particolarmente S. Stefano Niceno a Reggio Calabria, il B. Sveda a Locri, altri a Gerace, e i manenti dei quali non si sa il nome, a Taurianova, a Metauro, a Medana, a Vibona (“Vibonae”) e a Velia (‘Veliae’)”. Dunque, il Cataldo aggiunge in più a ciò che aveva postillato il Laudisio che il Gagliardo traeva alcune notizie su S. Paolo dal testo di S. Epifanio e che S. Epifanio (…), nella sua opera “Haereses”, al n. 27 tramandava che S. Paolo giunto in “Peucezia”, che si chiamava anche Calabria, continuò la sua opera di evangelizzazione delle genti e ordinò diversi Vescovi, tra cui quelli a Taurianova, a Metauro, a Medana, a Vibona (“Vibonae”) e a Velia (‘Veliae’). A quale opera di S. Epifanio si riferivano il Curzio (…), il Laudisio (….) e gli storici locali come il Tancredi ed il Cataldo ?. Essi si riferivano all’opera chiamata “Haereses”. L’opera in questione è attribuita a Sant’Epifanio Vescovo di Salamina e di Cipro. Epifanio di Salamina, o anche Epifanio di Costanza di Cipro (Eleuteropoli, 315 circa – 403), è stato un vescovo e scrittore greco antico venerato dalle Chiese cattolica, ortodossa e ortodossi orientali come santo e Padre della chiesa. Di grande importanza è Ancoratus, ovvero l’uomo ben ancorato, tradotto in italiano con L’ancora della fede, un buono e solido catechismo dell’epoca, scritto nel 374. Subito dopo (374-377) scrisse la sua opera più nota, il Panarion (tradotto in latino con il titolo: Adversus omnes haereses), dove sono considerate e combattute circa 80 eresie diverse. Il titolo Panarion indica la cassetta di pronto soccorso con le medicine contro il veleno dei serpenti. Fu un enorme compendio delle eresie diffuse al suo tempo, ricco di citazioni di opere pervenute in frammenti e altrimenti andate perdute. Era fortemente contrario all’uso delle immagini sacre nella Chiesa. Nei primi capitoli, fornisce accesso ai lavori contro le eresie, del martire Giustino, del greco Ireneo Contro le eresie, e il Syntagma di Ippolito. Il Panarion è stato tradotto in inglese per la prima volta tra il 1987 e il 1990. In totale, elenca e confuta 80 diverse eresie, molte delle quali nominate soltanto nella sua opera. È una importante risorsa di informazioni sulla Chiesa del IV secolo, e sul cosiddetto Vangelo degli Ebrei, che circolava tra gli Ebioniti e Nazareni, e fra i seguaci di Cerinto. Il Panarion è un trattato fondamentale per conoscere la Storia della Chiesa e delle prime comunità cristiane. Panarion adversus omnes haereses è il capolavoro di Epifanio di Salamina (310/20-403) scritto contro tutte le eresie dell’epoca. L’Autore si propone di confutare le eresie che attecchivano allora all’interno delle comunità cristiane e ne considera e combatte nel testo circa 80 eresie diverse. Ad ogni eresia associa l’immagine di un serpente velenoso per il quale suggerisce un siero, da cui il titolo dell’opera “Panarion” ovvero “cassetta dei medicinali” da utilizzare nella lotta “contro il veleno dell’errore”. Anche se è stato molto discusso dai posteri per la faziosità che talora l’attraversa, è un trattato prezioso per la quantità di notizie e documenti che riporta.

Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Alle anzidette tradizioni vanno aggiunti altri indizi che confermano l’esistenza di nuclei cristiani in Lucania (Lucania Augustea). Dal rescritto di Costantino del 21 ottobre 219 al ‘corrector Lucania et Bruttiorum’ (77) si rileva l’esistenza di chiese organizzate nella regione da collegare con quanto si afferma negli ‘Acta Sanctorum’ (78) sul siciliano Vito, detto però “Vitus lucanus”, decollato sulle rive del Sele il 15 giugno 304-5 etc..”. Ebner, a p. 18, nella nota (77) postillava: “(77) Lanzoni, cit., p. 319. Va ricordato che con la dominazione normanna l’antica lucania scomparve definitivamente.”.

La nascita dei PAGI e dei VICI o VICUS

Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “4- Origini di Comunità Cristiane e sedi vescovili antiche”, a p. 5, in proposito scriveva che: “L’ascolto della parola di Dio ed il battesimo costituivano la nascita dei cristiani; l’accrescimento del loro numero faceva sorgere la “comunità cristiana” in ogni paese (55). I centri abitati di facile accesso (porti, punti strategici, scali commerciali) erano evangelizzati per primi; le località interne del retroterra, dei monti o di difficile accesso, a motivo del ritardo o dell’attaccamento ai culti antichi, erano nuclei rurali detti “pagi”, e perciò “pagani”, o anche “vici” (es. Sapri – Vicum Saprinum)(56).”. Il Cataldo, a p. 18, nella nota (56) postillava: “(56) Ebner, op. cit., I, pp. 18-19”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Nelle diocesi di Paestum, di Velia, di Bussento e di Marcellianum agivano fin dai primi tempi, come abbiamo accennato, oltre ai vescovi anche nuclei di “presbiteri” e di “diaconi”(20) con un rapporto centrato sostanzialmente nel ruolo del vescovo quale perno e fuoco della Chiesa locale (21), così come insegnavano Ignazio di Antiochia (22), Cipriano, vescovo di Cartagine (200-258), Agostino (350-430) e tanti altri minori. La figura del vescovo costituiva quindi il fuoco intorno a cui ruotavano le prime comunità cristiane. La cattedrale, chiesa ‘baptismalis’, rappresentava l’unico spazio sacro entro cui confluivano non solo i cristaini delle antiche città costituenti il territorio episcopale (paronoicheia), ma anche i fedeli dei suburbi e dei ‘vici’. E nella cattedrale che il vescovo celebrava i sacri riti assistito dai presbiteri. L’incremento demografico delle comunità cristiane rese necessario, nel tempo, la creazione di altri luoghi di riunione. Etc…3. La configurazione delle prime comunità cristiane risulta chiaramente delineata in alcune parti degli ‘Atti’ degli Apostoli (IV, 32) etc…Nel II secolo esse cominciarono però ad assumere sembianze più istituzionalizzate con assemblee giudate da ecclesiastici, presbiteri e vescovi, con poteri che tendevano a dilatarsi verso comunità limitrofe sia della ‘civitas’ che dei ‘vici’ da essa dipendenti.”.

BLANDA SITA NEL PORTO DI SAPRI ?

Mario Nigro, il Cluverio, l’Holstenio e Costantino Gatta ritenevano che l’antico sito della città di Blanda fosse nel ‘Porto di Sapri’

Nel 1557, Mario Nigro su Safri e su Blanda

Alcuni studiosi della bibliografia antiquaria come il Volpe (41), il Volpi (42) e, l’Antonini (27), si basarono e trassero molte notizie alcuni eruditi e studiosi del ‘500, come ad esempio Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII che, nel 1557, a p. 199, indica nell’indice del testo la pagina in cui parla di Blanda.  Infatti, nell’antico testo di Mario Nigro, del 1557, nelle sue note, alla voce Sapri, lo chiama ‘Safri castellum’ (33) e a p. 199 scrive: “Mox Talaus urbis fuit Sybaritarum colonia paululum à mari semota, prope cuius locum in litore maris castellu est quod iuniores Paleocastrum uocant, Talao finui imminens, ubi & ammis Talaus Dianius nunc in radicibus Apenini exortus apud Masecum castellum: ad leva penes se alterum Sallam nomine relinques penetratos suterraneis speluncis monte in mare it. Inde Safri: Malatia castella. Postea Laus amnis in mare uadit, Laino modo nomine in quo ager Lucanius terminatur. In mediterraneo aut haec habentur, Ulci Compsas antiqua oppida. Item aliud Potentia no in celebre cui nomen ad hoc tepus restat, non procul à fonte Pyxi cui adiacent. Inde Blanda oppidum fuit situ ualidum.”, che tradotto dal latino sarebbe: Poco dopo la città di Talau fu colonia de’ Sibariti, un po’ discosta dal mare, presso il cui luogo è un forte in riva al mare, che i più giovani chiamano Paleocastrum, che sovrasta l’estremità di Talau, dove e sulle rive di Talau Dianius, che ora sorge nelle radici dell’Appennino presso il forte di Masecum, penetrata nelle caverne sotterranee, la montagna andò nel mare. Poi Safri: i forti di Malatia. Successivamente il fiume Laus sfocia nel mare, sotto il nome di Lainus, dove finisce il campo di Lucanius. Nell’interno ci sono questi, gli antichi borghi di Ulci Compsas. Allo stesso modo, non c’è altra Potentia nel famoso il cui nome rimanga in questo luogo, non lontano dalla fonte di Pyxis, a cui sono adiacenti. Da quel momento in poi Blanda fu una città in una posizione forte”. Le interessantissime notizie riportate da scrittori testimoni del loro tempo andrebbero ulteriormente indagate.

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(Figg. ……) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199 (33)

Nel 1600, Blanda secondo Filippo Cluverio

Un altro erudito del tempo che a metà del ‘600 scrisse un’opera rimasta immemorabile è Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italia antiqua”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (35). Filippo Cluveri, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di ‘Blanda opidum’. Ciò che scrive il Cluverio su Blanda a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (35), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg. 6-7).

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(Figg. 6-7) Filippo Cluveri(o), ‘Italia antiqua’, 1624, p. 1263 (35).

Anche Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studii storico-Archeologici”, ed. Ercolano, Rionero, 1888, a pp. 12-13 del vol. II, in proposito scriveva che: “Blandae, oppidum. Secondo il Cluverio questa città era sita sul Tirreno alla dritta del fiume Noce sull’altura un miglio sopra Maratea. Ecc..”. Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italiae antiquae”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (…). Filippo Cluveri (…) (o Philppi Clvveri), nel cap. XIV, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di Blanda opidum’. Ciò che scrive il Cluverio su Blanda a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (…), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg…..). Infatti, il noto umanista Filippo Cluverio o Philipp Cluver (…), nella sua “Italiae Antiquae”, nel vol. II, Lib. IIII (IV), a p. 1263 parla di “Blanda oppidum” dove scriveva che: “BLANDA ‘oppidum’ ridiculè Barrius facit ‘Belvedere’ (ni sorsan ‘Maratéa’!) Praeter Tabulam, Melae quoque & Plinio memoratur; & plurali numero Livio BLANDAE; ut infrà videre est in Ancis, post Grumentum. In Lucanorum Blandas suisse finibus, cis Laum amnem, etiam ex Tabula pater. Falsus igitur heic quoque, ut saepè in aedem Lucanià posteà, Plinius, qui Brutiis adscripsit, dicto lib. III, cap. V. ‘Oppidum’, inquit, ‘Buxentum’; Gracè Pyxùs. Laùs amnis. fuit & opidum eodem nomine. Ab eo Brutium litus; opidum Blanda; flumen Batum’. Mela, lib. II, cap. IV, litus hoc in Lucanorum & Brutiorum nomina non distinguit. Adverso itinere incedens: ‘Hippo’, inquit, ‘nunc Vibon, Temesa, Clampesia, Blanda, Buxentum, Velia’. Ecc…”:

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(Figg…..) Filippo Cluveri (o), ‘Italia antiqua’, 1624, Libro III, p. 1263 (…)

Il Cluverio (…), parla della città di Blanda e del porto di Sapri nel Libro IIII (IV), Cap. XIV, a p. 1263. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (…), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (…). Il Cluverio scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Il Cluverio (…) nella sua opera geografica si rifece ad alcune carte geografiche pubblicate dal cartografo Abramo Ortellio (…), ed in particolare all’atlante “Theatrum Orbis terrarum” del ……..Il Theatrum Orbis Terrarum (“Teatro del mondo”) è considerato il primo vero atlante moderno; redatto da Abramo Ortelio, consisteva in una raccolta di mappe con testi a supporto, che formavano un libro impreziosito dall’aggiunta di lamine di rame incise specificatamente. Il Theatrum Orbis Terrarum di Abramo Ortelio venne dato alle stampe per la prima volta il 20 maggio 1570, da Gilles Coppens de Diest, ad Anversa. Tre edizioni in latino, oltre a una in olandese, una in francese e una in tedesco, fecero la loro comparsa prima della fine del 1572; ben 25 edizioni furono pubblicate prima della morte di Ortelius avvenuta nel 1598 e molte altre furono pubblicate dopo la sua scomparsa tanto che l’atlante continuò ad essere richiesto fino al 1612.

Filippo Cluverio

(Fig….) Filipp Cluver (Cluverio), carta d’Italia per la prima volta pubblicata nel 1630

Cluverio, p. 1209, cap. X, la mappa dell'Ortellio

(Fig….) Filippo Cluverio (…), op. cit., p. 1209 stralcio della carta geografica di Ortellio

Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore, riferendosi al Barrio che fu ripreso dal Cluverio in proposito scrivea che: “E dell’averla descritta oltre al Lao, siccome ne fu da ‘Cluverio’ ripreso, così noi pigliammo poco sopra la libertà di darne la verace lezione in questa maniera: “Oppidum Buxentum, graece Pixus, Oppidum Blanda, Flumen Batum, Laus amnis; fuit, & Oppidum eiusdem nominis. Ab eo Brutium litus &. Ecc..”.

Nel 1666, Luca Holstenio

Un altro erudito del tempo che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (28) (Figg. ). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, ‘Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii’, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (35)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (28), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (35). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (35)(Figg. 6-7), l’Holstenio (28), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, e a p. 288, scrive le note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (35) dice in proposito: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. L’Holstenio, sempre a p. 288, nelle note alla pagina 1263 dell”Italia antiqua’ di Cluverio e dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”In seguito, nella sua prima edizione del 1745 della sua ‘Lucania’, curata da Guglielmo Goesio, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (27), disserta su ciò che aveva scritto l’Holstenio (28) che, abbiamo integralmente riportato in latino e, scrive in proposito: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti a- vea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.” (27). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge che: L’accuratissimo Olstenio (28)… ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. In buona sostanza, l’Antonini, restò un pò basito delle parole dell’Holstenio sul ‘Porto de Sapri‘ e sulla collocazione del sito di Blanda, ma non riteniamo – come dicono alcuni – che non fosse totalmente d’accordo con l’Holstenio, il quale aveva fatto dissertato sul libro più antico del Cluverio (18)(Fig. 6-7). Intanto la notazione di pagina 22 dell’Holstenio che il Cluverio, indicava: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. E’ il Cluverio (35) che lo denomina ‘Porto de Sapri’ e, questo ci deve far riflettere. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli (11); gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine.. ….dunque Blanda non fu una città dell’entroterra come invece comunemente si crede”. Il Visconti (18), nelle sue note (nota 10, p. 88) al testo del Laudisio (17), parlando di Blanda, riferisce: Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio (4), che afferma che fu espugnata dai Romani, durante la seconda guerra punica (ex Lucanis Blanda et Apolorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età Augustea prese il nome di Blanda Julia (C.I.L., X, 125).”.

Nel 1624, Luca Holstenio, Blanda e il Porto di Sapri

Giuseppe Antonini nella sua ‘Lucania’ (27) riporta alcune notizie tratte da alcuni eruditi del tempo, che meritano un maggiore approfondimento. Sono interessanti le notizie storiche e bibliografiche riferiteci dall’Antonini (27) che, parlando di Sapri e di Blanda (Fig. 2), riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella sua ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (27), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ curata da Guglielmo Goesio, parlando di Sapri, riferisce degli autori a lui precedenti che avevano scritto e collocato l’antica città di Blanda a Sapri, come ad esempio Luca Holstenio (28) che voleva che le vestigia di Blanda erano quelle che si vedevano nel porto di Sapri: “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, ‘Blandae vestigia eius apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire’, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: (I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. Sempre l’Antonini (…) a p. 439 parlando di Maratea e di Blanda in proposito scriveva che: Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e cn esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Ecc…”. L’Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439 postillava che: Questo stesso autore nelle ‘note a Carlo di S. Paolo’, dimenticatosi di quanto si dice, scrisse, che Blanda era al porto di Sapri; e nelle ‘note ad Ortelio, fol. 32. dove questo dice: ‘Blandam Lucanis fuisse ad scriptum’, egli soggiunse: ‘Recte, nam X. M.P. disiabat Buxento. Vestigia eius maxima apparent ad portum Sapri.”. Un altro erudito del tempo che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (28) (Figg. ). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geografi- cum ortelii, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (35)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (28), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (35). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (35)(Figg. 6-7), l’Holstenio (28), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, e a p. 288, scrive le note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (35) dice in proposito: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. L’Holstenio, sempre a p. 288, nelle note alla pagina 1263 dell”Italia antiqua’ di Cluverio e dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”In seguito, nella sua prima edizione del 1745 della sua ‘Lucania’, curata da Guglielmo Goesio, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (27), disserta su ciò che aveva scritto l’Holstenio (28) che, abbiamo integralmente riportato in latino e, scrive in proposito: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti a- vea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.” (27). L’Antonini, nella sua nota (1) ag- giunge: “L’accuratissimo Olstenio (28)… ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. In buona sostanza, l’Antonini, restò un pò basito delle parole dell’Holstenio sul ‘Porto de Sapri‘ e sulla collocazione del sito di Blanda, ma non riteniamo – come dicono alcuni – che non fosse totalmente d’accordo con l’Holstenio, il quale aveva fatto dissertato sul libro più antico del Cluverio (18)(Fig. 6-7). Intanto la notazione di pagina 22 dell’Holstenio che il Cluverio, indicava: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. E’ il Cluverio (35) che lo denomina ‘Porto de Sapri’ e, questo ci deve far riflettere. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli (11); gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine.. ….dunque Blanda non fu una città dell’entroterra come invece comunemente si crede”. Il Visconti (18), nelle sue note (nota 10, p. 88) al testo del Laudisio (17), parlando di Blanda, riferisce: Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio (4), che afferma che fu espugnata dai Romani, durante la seconda guerra punica (ex Lucanis Blanda et Apolorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età Augustea prese il nome di Blanda Julia (C.I.L., X, 125).”.

Nel 1723, Costantino Gatta: nel mare di Sapri fu ingoiata l’antica sede vescovile di Blanda

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Sapri”, a pp. 590-591, in proposito scriceva che: “….e del Gatta (5) che ubica Blanda a Sapri. Egli insiste sulle “sue ruine” e dei “grandi avanzi di fabbriche (6) che asserisce di aver visto personalmente. Il Laudisio (7), però, dopo aver detto della chiesa di Sapri fu elevata a parrocchia nel 1725 (8), continua richiamando anch’egli l’opinioe dell’Holstenius che ivi “fuisse olim sitam antiquam Blandam, urbem episcopalem”, affermando pure lui l’esistenza di resti archeologici (9), tra cui, “nella piazza di Sapri”, l’epigrafe di Lucio o Sempronio Prisco (10), trascritta dall’Antonini nelle lettere a Matteo Egizio e nella Lucania, p. 434. Il Laudisio mostra di essere dell’opinione di dell’Holstenius esclamando “non ergo mediterranea civitas, ut contra opinatur”. Ivi era perciò, conclude il Laudisio, l’antica città di Blanda (11), sede vescovile, di cui è detto nella nota lettera di Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, residente ad Agropoli.”. Ebner, a p. 590, nella nota (5) postillava che: “(5) Gatta, cit., p. 305 sg. “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”. Ebner, a p. 590, nella nota (6) postillava che: “(6) Antonini cit., I, p. 431: “due augusti acquedotti (….), una lunga strada larga circa nove palmi (….) una continuata muraglia d’opera reticolata (….), molte piccole stanze rovinate (….), chiarissimi indizi di pitture etc….”Ebner, a p. 590, nella nota (7) postillava che: “(7) Laudisio cit., p. 33 sg.”. Ebner a p. 590, nella nota (8) postillava che: “(8) Laudisio, ibidem, Ecclesiam Portus Saprorum anno 1725 in Parochialem erexerat, ma un documento dell’Adp ANTICIPA L’EREZIONE AL 1719.”. Ebner, a p. 590, nella nota (9) postillava che: “(9) Laudisio, ibid., Enim vero extant adhuc hodie moenium ruinae lepidibus que vere antiquitatem praeseferunt et praedicant vetustam.”. Infatti, il Visconti (….), nelle sue note alla ‘Synopsi’ del Laudisio (17), riferiva che Blanda era stata citata dal Costantino Gatta (….) che, la identifica con Sapri. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie istorico-topografiche della Provincia di Lucania”, a p. 306, in proposito scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”.

Gatta, p. 306

Costantino Gatta (….), a p. 306, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Il Gatta si riferisce a Lucas Holstenio (….) ed alla sua note all’Italia antica di Cluverio”. Il Gatta, parlando di Blanda, riferisce due notizie interessanti. La prima è quella che Blanda era da lui creduta a Sapri che a quel tempo, si chiamava ‘Porto de Sapri’ . Infatti, risulta sui documenti notarili ed ecclesiastici che nel ‘600 e ‘700, il piccolo centro costiero di Sapri, veniva denominato con il toponimo di ‘Porto di Sapri’ , come ad esempio i cartigli della Principessa Carafa, oppure sui documenti notarili del Barone Palamolla. Il Gatta, parlandoci di Blanda, riferisce anche una seconda notizia, ovvero, riferendosi alla città di Blanda:  Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare”. Si tratta della notizia di una catastrofe naturale o un maremoto accaduto nell’antichità che vine raccontato dalla tradizione orale popolare.

Nel 64 d.C. (I sec. d.C.), LETONIA di Blanda e vedova del patrizio romano Novio ritornò a Velia

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini” parlando di Velia, a p. 9, in proposito scriveva che: “Il Curzio, nella sua “Melania di Blanda”, parla di Letonia, oriunda di Blanda e vedova del patrizio Novio, morto in prigione per tradimenti politici. Letonia, trascorsi alcuni anni a Roma, avendo saputo che San Pietro vi predicava una religione nuova, capace di lenire il dolore, volle ascoltarne la voce e si fece cristiana. Continuò ad abitare in Roma fino al tempo di Nerone, ma, inorridita dalle crudeltà di costui, ritornò a Velia, dove visse in meditazione ed in preghiera, liberò gli schiavi ed istruì nella fede la giovane Melissa (110). La fede cristiana aveva messo radici sante e salde nel cuore di Letonia che, alla visita di cari ospiti che le consigliavano sacrifici agli dei per il suo defunto marito, potè rispondere: “Oh!…..non profferite più questi nomi di dei falsi e bugiardi. Nella mia casa non vi sono più dei Mani, come non vi sono più Lari e Penati. V’è semplicemente il timore di un Dio Eterno, Giusto, Onnipotente” (111).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (110) postillava: “(110) Curzio, op. cit. p. 18”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (111) postillava: “(111) Curzio, op. cit. p. 19”. Il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”.

Nel 66 d.C., PESILIANO, centurione che vigilava su San Paolo, fidanzato con MELANIA di Blanda, si convertirono al cristianesimo

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38): – “A proposito dell’apostolo Paolo, quanto tempo fu legato alla catena a Roma dal centurione che lo vigilava? Per ben due anni, riprende Pesiliano; però in questo frattempo egli andava dove voleva, predicava l’Evangelo dinanzi il Pantheon come presso il Palazzo di Cesare e la catena impostagli accresceva splendore alla sua parola. Egli vuolsi, che dopo, assoluto da Cesare, si fosse recato in Ispagna e di là passando per le Gallie fosse ritornato in Oriente. Egli predicò in molte città Orientali ed infine da Nicopoli*) riprese il viaggio per l’Italia ove fondò molte chiese tra le quali quella di Vibone (l’odierno Monteleone = Vibo Valentia) nel Bruzio, di Bussento e di Velia sul litorale lucano”. Questo racconto, in 24 capitoletti, narra la storia di due fidanzati: Melania di Blanda e Pesiliano, novella leva dell’esercito imperiale di Nerone. Essi hanno abbracciato con gioia la nuova religione di Cristo, grazie alla missione degli Apostoli Pietro e Paolo. L’autore, versato nelle discipline classiche e nelle ricerche storiche all’inizio del sec. XX, mette in luce una delle tante testimonianze della nostra fede. Il passo di S. Epifanio, Padre della Chiesa Orientale, è generico e non scende a tanti particolari; ma è la chiave di volta di tutta una tradizione, indubbiamente autorevole. Etc…”. Il Cataldo (…), nella sua nota (*), postillava che: “(*) La data è l’anno 66, secondo la cronologia di G. Racciotti, Paolo Apostolo, ed. Coletti, Roma, 1957, pag. 146.”. Dunque, secondo il Cataldo, che scrive sulla scorta del sacerdote Nicola Curzio, il centurione di Nerone che, vigilava sulle catene a S. Paolo, insieme alla fidanzata Melania di Blanda, si convertirono al Cristianesimo. Il Curzio racconta che S. Paolo, apostolo di Gesù, quando per due anni fu legato alla catena a Roma dal centurione Pesialiano. Scrive il Curzio che però S. Paolo andava dove voleva predicando il Vangelo davanti al Pantheon o nei pressi del Palazzo di Cesare Nerone: e la catena impostagli accresceva splendore alla sua parola”.    Nella cronologia della vita di S. Paolo, in Wikipedia leggiamo che verso la fine, ovvero, secondo la voce “San Paolo” nell’Enciclopedia Cattolica, egli, nel 60-62 d.C., a Roma fu agli arresti domiciliari per almeno due anni.  Ciò si evince anche dalla lettera ai Colossesi, Efesini e Filemone, negli Atti degli Apostoli 28,17-31. Poi, nell’anno 62-66 vi fu la libertà e predicazione a Roma, il viaggio in Spagna (vedi lettera a Tito in Macedonia nel 65 d.C.).

Colossesi, Efesini, Filemone?

Nel ’41 e nel ’68 d.C. (I sec. d.C.), TILENO a Blanda e BACCHILO a Bussento (su ordine di S. Paolo si recò a Bussento e poi a Blanda)

Oltre al Gagliardo (…), citato dal Laudisio e dal Tancredi, un’altra notizia simile che riguarda l’apostolo San Paolo che, fonderà la Diocesi di Bussento, la conosciamo da Nicola Curzio (…) che, nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, edito nel 1910, parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo (…), primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo la tradizione, la diocesi sarebbe stata eretta da san Paolo di Tarso che ordinò il primo vescovo della diocesi di Messina, san Bacchilo. Secondo il Curzio (…), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Discepolo dell’Apostolo San Paolo, Bacchilo fu dallo stesso consacrato vescovo di Messina nel 42 d.C. Secondo la tradizione fu lui ad inviare l’ambasciata alla Vergine Maria, per annunziarle la conversione della Città, a cui la Vergine rispose con una lettera chiusa fra i suoi capelli in cui fra l’altro diceva: “Benediciamo voi e la vostra città” (come si legge sul monumento posto nel mare dello stretto). Rimase a capo della Chiesa messinese per molti anni e morì vecchio nella seconda metà del I secolo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, scriveva in proposito che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo  ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Pubblicato nel 1910, scriveva che il luogo di Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (…), il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “Bussento”, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: Sempre dal Curzio, si apprende che dell’esistenza di Bussento (Ecco là Bussento come primeggia sul Golfo. Che ridente posizione! (Cap. III, p. 10), la quale, con i ridenti centri marittimi della Magna Grecia, forma “una ghirlanda di gemme, la cui greca bellezza è ammirata nel mondo intero!…” (p. 11), offrendo ai naviganti una incantevole veduta (131). Questa cittadina fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina (mandatovi da S. Paolo nell’anno 41 ed ivi vissuto fino al 68), assieme alle altre comunità costiere. Bacchilo, partito da Blanda, attraversando le falde del monte Coccovello su un cavallo grigio, raggiunse Bussento, dove parlò in nome dell’Apostolo Paolo, esercitando sugli animi un fascino indicibile ed inebriandoli delle divine bellezze della fede cristiana (p. 29 e 30). Da Bussento il venerando presule passò a visitare la comunità vicina di Vibone ad Sicam (132).”. Sempre il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Il Curzio, nel citato racconto del I° secolo dell’era cristiana (Melania di Blanda), ne parla spesso, accennando alla comunità cristiana guidata dal Presbiterio Tileno e visitata da Bacchilo, Arcivescovo di Messina, mandatovi da S. Paolo qualche anno dopo la fondazione, nel 68: – “Il dì seguente a notte inoltrata giunse a Blanda il venerando Bacchilo. La notizia del suo arrivo si sparse in breve per tutta la città, appena che l’alba ebbe nella dimane fugate le tenebre della notte, tanto che in poco d’ora s’erano già radunati nell’atrio della casa di Tileno i pochi fedeli di Blanda. Il vescovo incomincia la sua evangelica allocuzione. Il suo dire esercita ugli animi un fascino indicibile. Tutti pendono dal suo labbro. Egli parla in nome dell’Apostolo Paolo, e dopo aver descritte le dolcezze della vita mistica al lume della fede, incoraggia i fedeli a star sempre in guardia acciocchè non fossero assaliti dal principe delle tenebre. Fa loro comprendere che la vita dell’uomo sulla terra è una milizia e che il vessillo sotto cui militano i cristiani è l’insegna di nostra redenzione. Operato quindi il sacrificio incruento e distribuito ai fedeli il pane eucaristico, il venerando vescovo si accinge a partire per Bussento”(195).”. Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (131), postillava che:  “(131) Curzio N., op. cit., pp. 10-11”. Il Cataldo (…), nella sua nota (132), postillava che:  “(132) Curzio N., op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (132) postillava che: “(132) Curzio, op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo a p. 22, nella nota (195) postillava: “(195) Russo Francesco: Storia della Diocesi di Cassano al Jonio, Laurenziana, Napoli, 1968, vol. III, pp. 17-19”. Il Cataldo (…), nella sua nota (193), postillava che:  “(193) Curzio N., op. cit., pp. 30.”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”.

Nel ’72 (I sec. d.C.), il ‘VICUM SAPRINUM’ nelDe Coloniis libellus’ di Giulio Sesto Frontino

Assume particolare importanza la citazione di un ‘Vicum Saprinum’ in Frontino (….) nel suo de ‘Coloniis’ (…). E’ l’Antonini (…) che, parlando di Sapri, riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: Nel 72 d.C., Frontino (67), riferisce di un “Vicum Saprinum” in una non meglio precisata “Mappa Albanensium”: “In mappa Albanensium invenientur haec: praeterea Vicum Saprinum et Clinivatium.”. Etc…”. Nella mia nota (67) postillavo che: “(67) Frontino, De Coloniis (citato dall’Antonini, op. cit.)”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucaniadiscorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427,428. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella ‘Lucania’, per i tipi di Gessari (….)(1745), a p. 430 riferisce: “In ‘Frontino de Coloniis’, leggiamo che Sapri fosse stato solamente un Vico:  “IN MAPPA ALBANENSIUM INVENIENTUR HAEC: PRAETEREA VICUM SAPRINUM ET CLINIVATIUM. In terra voratos, e Sardiatos testimoniis dividi, ripis, rivis &c.”, etc…”. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio.  Il significato letterale di questa frase contenuta (secondo l’Antonini) nel testo di Giulio Sesto Frontino (….) è il seguente: “Questi luoghi: il Vicum Saprinum ed il Vicum Clinivatium, si trovano segnati nella Mappa Albanense. Nella terra dei divorati, divisa dalle testimonianze dei Sardi, da sponde e torrenti ecc…”.

Antonini.page6

Nel 72 d.C., Frontino (1 bis), riferisce di un “Vicum Saprinum” in una non meglio precisata “Mappa Albanensium: “In mappa Albanensium invenientur haec: praeterea Vicum Saprinum et Clinivatium.. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: Guglielmo Goesio, curatore dell’edizione seicentesca della “Lucania” dell’Antonini (68), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibi factam nescio mentionem”. Nella mia nota (68) postillavo che: “(68) Antonini G., op. cit., parte II, disc. XI, p. 430.”. Preciso che in questo passaggio vi è un errore di trascrittura. Si tratta di Guglielmo Goesio che non è il curatore dell’edizione seicentesca della “Lucania” dell’Antonini, la cui edizione del barone Antonini è del 1745. La stessa notizia, in precedenza era stata pubblicata dal prof. Felice Cesarino (….), in uno dei suoi saggi pubblicati sui bollettini del Gruppo Archeologico di Sapri, di cui facevo parte. Il Cesarino (…), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione della Storia antica di Sapri”, in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro”, (anno 1979), a pp. 25-35, senza fornire alcun riferimento bibliografico come si era solito fare all’epoca, in proposito scriveva che: “L’informazione di Frontino (‘De Coloniis’ – 1° sec. a.C.), relativa ad un ‘vicum saprinum’ citato in una non meglio precisata ‘mappa Albanensium’, non ci consente alcuna illazione, laddove lo stesso curatore dell’edizione seicentesca postilla al riguardo: “cuius alibi factam nescio mentionem”.”. Devo però precisare che correttamente il Cesarino riferendosi a Guglielmo Goesio (…) scriveva che era il “curatore dell’edizione seicentesca” del testo “De Coloniis” di Giulio Sesto Frontino (…) e non come ho scritto  curatore dell’edizione seicentesca della “Lucania” dell’Antonini”. Nel 1560 Guglielmo Goesio (….), pubblicò il testo in cui si riporta il testo di Giulio Sesto Frontino. Dopo la pubblicazione di Guglielmo Goesio (…), molti intrapresero a studiare il testo di Frontino. Dunque, l’informazione dell’Antonini è interessante. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella ‘Lucania’, per i tipi di Gessari (….)(1745), a p. 430 riferisce: “….e come non si trova, che altri avesse mai parlato di Sapri, perciò Guglielmo Goesio scrisse: “cuius alibi factam nescio mentionem.”. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio e scrive che Goesio (….), nella sua opera, in proposito scriveva che la menzione di un “Vicum Saprinum” era stato per la prima volta menzionato da Frontino. Guglielmo Goesio (…), curatore dell’edizione seicentesca del testo “De Coloniis libellum” di Giulio Sesto Frontino (….), secondo l’Antonini (….), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibi factam nescio mentionem”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri – giovane e antica” parlando del “Vicus Saprinus” menzionato da Frontino, a p. 25, in proposito scriveva che: “Circa il “Vicus saprinus”, menzionato nel 72 a.C., non si hanno notizie precise; si suppone che abbia avuto un certo ruolo, perché spesso citato. Ne parla Frontino nell’opera ‘De coloniis’ “In mappa Albanensium invenientur haec: praeter Vicum Saprinum et Clinivatium”. Precedentemente tale nome non era apparso, stando a quel che asserisce Goesio: “Cuius alibi factam nescio mentionem”. Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore e filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’, “Piccola gemma dei mari del Sud”.”. Sempre il Tancredi, sul “Vicus saprinus”, a p. 24, in proposito scriveva pure che: “Ecco perché non possiamo recepire quanto affermato da un ignoto autore in una ‘Critica dello sviluppo della civiltà italica dalla colonizzazione greca all’età imperiale’, conservata nell’Archivio storico di Napoli: “Vicus Saprinus, nel Sinus Buxentum, ospitò i Sibariti sfuggiti alla distruzione della loro città”. Dunque, il Tancredi, citando la frase di Guglielmo Goesio (….) citato dall’Antonini, che postillando “Cuius alibi factam nescio mentionem”, ovvero Non conosco la menzione di cui è stata fatta altrove” che come scrive il Tancredi, “Precedentemente tale nome non era apparso, stando a quel che asserisce Goesio”. Infatti, io stesso scrissi, “Guglielmo Goesio, …..postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta”, riferndomi al nome di “Vicum Saprinum” apparso su Frontino. Antonini sulla scorta di Guglielmo Goesio (….) cita il “Vicum Saprinum”, cita Giulio Sesto Frontino e, cita l’opera di Frontino “De Coloniis” che cita un “Vicum Saprinum”. Chi era Frontino?. Giulio Sesto Frontino (….), De Coloniis (I secolo d.C.). Leggiamo da Wikipedia che Giulio Sesto Frontino (in latino: Sextus Iulius Frontinus; 40 circa – 103/104) è stato un politico, funzionario e scrittore romano. Tra le maggiori sue opere vi è gli Strategemata sono commentari di una sua opera perduta, il De re militari, e consistono in quattro libri di stratagemmi militari. Poi anche il De aquaeductu urbis Romae è un trattato sugli acquedotti ed è l’opera più importante di Frontino, una buona e concreta trattazione, svolta in due libri, dei problemi di approvvigionamento idrico a Roma. Frontino era stato curatore delle acque, cioè il responsabile degli acquedotti e dei servizi connessi, e il trattato riflette la serietà e lo scrupolo del suo impegno. L’opera contiene notizie storiche, tecniche, amministrativo-legislative e topografiche sui nove acquedotti esistenti all’epoca, visti come elemento di grandezza dell’Impero Romano e paragonati, per la loro magnificenza, alle piramidi o alle opere architettoniche greche. L’opera si è conservata nel codice Cassinensis 361 di mano di Pietro Diacono (XII secolo), ritrovato nell’Abbazia di Montecassino da Poggio Bracciolini nel 1429. Tra le opere di Frontino troviamo quella citata da Antonini (…), il ‘De Coloniis libellus’. Sex. Iulius Frontini De coloniis libellus, un testo latino presumibilmente pubblicato postumo nel 1560.

Frontino, De Coloniis

Il significato letterale di questa frase contenuta (secondo l’Antonini) nel testo di Giulio Sesto Frontino (….) è il seguente: “Questi luoghi: il Vicum Saprinum ed il Vicum Clinivatium, si trovano segnati nella Mappa Albanense. Nella terra dei divorati, divisa dalle testimonianze dei Sardi, da sponde e torrenti ecc…”. A quale passo di Frontino contenuto nel testo pubblicato da Guglielmo Goesio si riferiva l’Antonini ?. Vediamo ora l’opera di Guglielmo Goesio (….) a cui si riferiva Giuseppe Antonini. Si tratta di Guglielmo Goesio. Guglielmo Goesio nella Prefazione alla Raccolta “Rei agraria Auctores , legesque varia” . Ediz. di Amsterdam del 1674. Egli è citato nel prodromo nelle “Memorie etc..” di Francesco Antonio Ventimiglia (….). Guglielmo Goesio, nel 1674, insieme ad altri testi pubblicò il “De Coloniis libellus” che egli attribuì a Giulio Sesto Frontino (…). Il testo del Goesio è il  “Rei agraria Auctores, legesque varia”. Vediamo il testo di Guglielmo Goesio (….) del 1674, in cui riportava il “De Coloniis libellum”.

Goesio Guglielmo

Nell’edizione di Guglielmo Goesio (….), a p. 102 fu plubblicato il “De Coloniis libellus – ex commentario Claudio Cesaris subsequitur” e a pp. 145-146-146-147 troviamo il passo di Giulio Sesto Frontino sul “Vicum Saprinum” che fu citato dall’Antonini. Il Goesio (….), a p. 145 riportando il passo di Frontino scriveva che: “IN MAPPA e ALBANENSIUM INVENIENTUR HAEC. – Ager ecc…”, ovvero “Questi saranno trovati sulla Mappa di Albanensium” : infatti, a pp. 146-147, dopo aver parlato della “Provincia Calabra”, nella “Provincia Dalmatiarum” scrive che: “d. F. Interpolatos. vel, internotatos. PRAETEREA VICUM SAPRINUM & Clinivatium. d In terra voratos & sardiatas testimoniis dividi, ripis, rivis, arboribus antemissis ut supra dixi, loca, pali sacrificales, tumor terrae, in effigiem limitis constitutus. aliquotiens enim petras quadratas inscriptas. non enim omnis titulus inscriptionibus indutus est, nam & ipsi montes sic terminantur. Alia subseciva sunt, quae in mensura non venerunt, si convenerit inter possessores, possident: si non convenerit remanent potestati. Alia loca sunt praefectoria quae, ad publicum ius pertinent.” che, tradotto significa: “Oltre le strade di Saprina e più pendente. d. Nella terra divorata e inaridita da testimonianze divise, argini, ruscelli e alberi, come ho detto sopra, luoghi, pali sacrificali, il rigonfiamento della terra, stabilito a somiglianza del confine poichè a volte sono inscritte rocce quadrate poiché non tutti i titoli sono rivestiti di iscrizioni, poiché le montagne stesse sono così delimitate. Ci sono altre cose successive che non sono venute nella misura, se è concordato tra i possessori, lo possiedono: se non è concordato, rimangono in potere. Altri luoghi sono prefetture che appartengono al diritto pubblico”. Il termine “Clinivatium” significa: “pendenza”.

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(Fig….) Giulio Frontino tratto da Guglielmo Goesio (….), p. 146-147

Dunque, nell’edizione di Guglielmo Goesio del De Coloniis di Frontino troviamo confermato ciò che scriveva Frontino. Frontino scriveva che nella mappa “Albanensium”, dopo aver elencato i luoghi della “Provincia Calabra” (che all’epoca doveva corrispondere alla Puglia), scriveva che nella “Provincia della Dalmazia” vi era il “Vicum Saprinum“, del quale scriveva che: “D. F. Interpolato. o, internato. OLTRE LE STRADE DI SAPRINA E CLINIVATIUS. d Nella terra divorata e inaridita da testimonianze divise, argini, ruscelli e alberi, come ho detto sopra, luoghi, pali sacrificali, il rigonfiamento della terra, stabilito a somiglianza del confine. poiché a volte sono inscritte rocce quadrate. poiché non tutti i titoli sono rivestiti di iscrizioni, poiché le montagne stesse sono così delimitate. Ci sono altre cose successive che non sono venute nella misura, se è concordato tra i possessori, lo possiedono: se non è concordato, rimangono in potere. Altri luoghi sono prefetture che appartengono al diritto pubblico.“. Riguardo la citazione di Frontino (…), l’Antonini lo cita pure quando a p. 423 ci parla della città scomparsa di “Vibone”. Giuseppe Antonini, ne parla nella sua ‘Lucania’, parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427, 428. Antonini (…), a p. 424, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) parlando di “Vibone”, in proposito scriveva che: “…e per quanto ne scrisse Strabone ci pare avere bastantemente soddisfatto alla verità, chiaramente comprovata, ed autenticata dal nome ch’ancor oggi il luogo conserva di Vibonati. Ma perchè altri non abbia motivo di caricarci di presunzione, e di autorità, vi aggiugneremo, che ‘Frontino’ lo mette unitamente con Bussento così: AGER VIBONENSIS ACTUS. N.X. G.P. XXV. E sebben ponga Bussento ne’ Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia….”. La citazione di Frontino che fa l’Antonini la confermo in Guglielmo Goesio a p. 91. L’Antonini scrive a riguardo che: E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia. Ecc..”. Proseguendo il suo racconto l’Antonini aggiunge che: “In terra voratos, e Sardiatos testimoniis dividi, ripis, rivis ecc., ecc…”. Dunque, Frontino pone Bussento nei Bruzi. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” parlando dei “Documenti sull’antichità che riguardano il sito di Pixous”, a p. 48 in proposito scriveva che: “F) Frontino: ‘De Coloniis’: “In provincia Brittinorum centuriae quadrate in jugera CC. et caetera in laciniis sunt praecisa post demortuos milites. Ager Buxentinus sextertianus est assignatus in cancellationem limitibus maritimis”. = Nella provincia dei Bruzii dopo la strage dei soldati le centurie quadrate furono divise per 200 iugeri di terreno e il resto rimase ai margini in pezzi non assegnati. L’agro bussentino preso a sesterzi fu destinato come barriera nei confini marittimi.”. Dalla Treccani leggiamo che è “falsa è l’attribuzione a F. del De coloniis, dove si nomina Adriano, mentre F. visse prima.”. Roberto Almagià (….), nella sua “Monumenta Italiae Cartographica” pubblicò (tav. VI, 3) una “Carta d’Italia”  di Jacques Signot, del 1515. La carta del Signot (….) fu stampata a Parigi, è annessa al ‘La totalle et vraye description des tous les passaiges qui sont de Gaules en Italie’.  Questa carta è stata pubblicata da Andrea Borri (….), Carta 17, p. 33. Pare che in questa carta fosse segnato un Bibone ed un Vicus, forse il Vicus Saprinum di Frontino in de Coloniis.

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(Fig……) Carta d’Italia di Jacques Signot, del 1515, dove è segnato un Bibone ed un Vicus, forse il Vicus Saprinum nel ‘de Coloniis’ di Frontino di cui ci parlava l’Antonini (….)

La via San Paolo che collega Vibonati, Sapri e Policastro

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(Fig…) Via S. Paolo, veduta della via sopra le campagne sapresi

Da secoli esiste un collegamento stradale che, nell’antichità, univa alcuni centri della corolla collinosa a ridosso della fascia costiera. Si tratta di una strada interpoderale che corre lungo la dorsale costiera, chiamata via S. Paolo. Nel territorio saprese, un tempo facente parte del feudo dei Palamolla di Torraca, si imbocca all’altezza dell’attuale locale ‘Capannelle’, che si può ritrovare lungo la SS. che da Sapri corre verso Torraca. Come si può vedere dalla vista del satellite di google maps, la via S. Paolo, corre lungo la dorsale costiera e collega le campagne Sapresi, con Vibonati e da lì porta a S. Marina. L’attuale località vicino il locale ‘le Capannelle’, denominata ‘Torrette Tempe’, molto vicina alla contrada dei ‘Codici’, è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri.

la via s. paolo da vibonati cimitero alle capannelle

(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arriva oltre Vibonati, fino a S. Marina

Nel 185 d.C. (II sec. d.C.) , papa Vittore I ed il rito greco

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a pp. 16-17, scriveva che: Ciò si spiega con il fatto che i primi tempi, almeno fino a quelli dell’africano papa Vittore I (a. 185), la predicazione del Vangelo e le pratiche di culto venivano celebrate in greco.. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che:  “(71) Ughelli, op. cit., c. 465.”.

Nel 214 d.C. (III sec. d.C.), secondo Tito Livio, ‘BLANDA’ ai tempi della 2° guerra Punica contro Annibale

Bisognerebbe ulteriormente indagare intorno ad alcune notizie circa l’antica città di Blanda, città Lucana citata da Mela (…), Plinio e, Tito Livio (…). Da Tito Livio si evince che Blanda era una città lucana e che durante la II° Guerra Punica tra i Romani e i Lucani essa fu espugnata da Fabio insieme a Telesia, Cossa, Melae, Fuisulae, Orbitania ecc…Il sacerdote Nicola Curzio (…) che, nel 1934, nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, a p. 7, in proposito scriveva che: “Le città più antiche e più vicine al sito di Lauria che avessero coniate monete proprie furono Laino ed Hipponium (o Vibo ad Sicam) sul mare della Lucania occidentale, la quale ultima si ebbe per distintivo sulle monete di argento una prua di nave. Dopo il periodo delle piccole repubbliche della Magna Grecia si eclissò Laino, in seguito a sconvolgimenti politici e tellurici ed emerse Blanda, città ricordata da Livio, la quale fin dai primi secoli dell’Era Cristiana divenne città vescovile.”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Ecc…”. Dunque, Mons. Curzio scriveva che Tito Livio (….) ricordava l’antica città di “Blanda”, “la quale fin dai primi secoli dell’Era Cristiana divenne città vescovile.”. Secondo il Curzio (…), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Ecc..”. Mons. Laudisio (…), nella sua ‘Sinopsi’ parlando di Sapri a p. 88 (vedi versione a cura del Visconti) in proposito scriveva che: “; dopo Policastro c’è Sapri, dove si dice che fosse la città di Blanda. Dunque Blanda non fu una città dell’entroterra, come invece comunemente si crede (10).”. Il Laudisio, a p. 88, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio, che afferma che fu espugnata dai Romani durante la seconda guerra punica (‘ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età augustea prese il nome di ‘Blanda Iulia’ (C.I.L., X 125). Anche Costantino Gatta (op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306) la identifica con Sapri: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e frà di lui vescovi vi è memoria di Pasquale ecc..ecc..”. Nel testo della ‘Sinopsi’ del Laudisio, nella versione a cura del Visconti, nella nota (10) egli postillava che: “Essa sorgeva più a sud di Sapri, su uno dei colli lungo la strada che da Praia a Mare conduce a Tortora (si veda la ‘Treccani’ e la ‘Cattolica, ad vocem)(n.d.T.)“. Ma a noi interessa ciò che scriveva il Laudisio. Il Laudisio, riferendosi alla città di Blanda scriveva che Tito Livio “afferma che fu espugnata dai Romani durante la seconda guerra punica (‘ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età augustea prese il nome di ‘Blanda Iulia’ (C.I.L., X 125). Anche Costantino Gatta (op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306) la identifica con Sapri: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e frà di lui vescovi vi è memoria di Pasquale ecc..ecc..”. Nel testo della ‘Sinopsi’ del Laudisio, nella versione a cura del Visconti, nella nota (10) egli postillava che: “Essa sorgeva più a sud di Sapri, su uno dei colli lungo la strada che da Praia a Mare conduce a Tortora (si veda la ‘Treccani’ e la ‘Cattolica, ad vocem)(n.d.T.)“. Ma a noi interessa ciò che scriveva il Laudisio. Il Laudisio scriveva che Tito Livio ‘ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6″. Il passo di Tito Livio su Blanda espugnata dai Romani nel libro XXIV (24), 20, 5-6 è riportato anche da Pietro Ebner e prima ancora dal barone Antonini (…), nella sua Lucania. Il barone Giuseppe Antonini (…), a pp. 439-440, parlando di Maratea e di Blanda scriveva che: “‘Livio’ nel ‘lib. 24. dice, che Fabio prese le seguenti Città, e pur mette Blanda frà i Lucani: ”Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Cossa, Melae, Fuisulae, & Orbitanium. Ex Lucanis Blandae, & Ancae oppugnatae'”. Tito Livio (…), nel XXIV (libro 24), 20, 5-6 narra che ex Lucanis Blanda est Apolorum Accae oppugnatae’.”  e l’Antonini scrive che “‘Livio’ nel ‘lib. 24. dice, che Fabio prese le seguenti Città, e pur mette Blanda frà i Lucani: ”Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Cossa, Melae, Fuisulae, & Orbitanium. Ex Lucanis Blandae, & Ancae oppugnatae'”  (Ebner Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, cap. 20, 5-6), ovvero che durante la seconda Guerra Punica fu espugnata insieme ad Anxia da Fabio Massimo. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 590 e 591 parlando di Sapri e riferendosi al Laudisio, in proposito scriveva che: “Il Laudisio mostra di essere dell’opinione dell’Holstenius esclamando “non ergo mediterranea civitas, ut contra opinatur”. Ivi era perciò, conclude il Laudisio, l’antica città di Blanda (11), sede vescovile ecc….Opinioni respinte dalla critica moderna che ubica Blanda (12) nei pressi di Maratea e Scidro (13) oltre Policastro.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (11) a p. 590 postillava che: “(11) Livio, XXIV 20, 5-6: ‘ex Lucanis Blanda est Apolorum Accae oppugnatae’.”. Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studii storico-Archeologici”, ed. Ercolano, Rionero, 1888, a pp. 12-13 del vol. II, in proposito scriveva che: “Blandae, oppidum. E’ nominata come città lucana da Livio, Mela, Plinio ed altri scrittori. Livio narra che nella seconda Punica fu oppugna con Anxia da Fabio Massimo. L’antica città, come opina l’Antonini, era alquanto entro terra nel sito detto ‘S. Venere’, ove s’incontrano molti ruderi e sepolcri con vasi, monete ed altre cose antiche; ecc…”. La seconda guerra punica (chiamata anche, fin dall’antichità, guerra annibalica) fu combattuta tra Roma e Cartagine nel III secolo a.C., dal 218 a.C. al 202 a.C., prima in Europa (per sedici anni) e successivamente in Africa. La guerra cominciò per iniziativa dei Cartaginesi, che intendevano recuperare la potenza militare e l’influenza politica perduta dopo la sconfitta subita nella prima guerra punica; è stata considerata anche dagli storici antichi il conflitto armato più importante dell’antichità per il numero delle popolazioni coinvolte, per i suoi costi economici e umani, soprattutto per le decisive conseguenze sul piano storico, politico e quindi sociale dell’intero mondo mediterraneo. Evento decisivo per la guerra in Italia fu la conquista di Taranto (213-212 a.C.). Annibale, con l’aiuto di un traditore, prese la città ma non la rocca che bloccava il porto, che, rimasta in mani romane, poteva essere rifornita dal mare. Così Annibale non poteva usare lo scalo, più capiente di quello di Locri (già in suo possesso) per ricevere i necessari aiuti da Cartagine. Nel 209 a.C. Quinto Fabio Massimo in persona marciò su Taranto e la riconquistò, grazie anche all’aiuto dell’esercito proveniente dalla Sicilia, che era sbarcato a Brundisium, e a un tradimento, prima che il Cartaginese potesse arrivare in suo soccorso; i Romani si comportarono brutalmente e 30.000 abitanti furono venduti come schiavi. Asdrubale condusse con abilità la marcia del suo esercito verso l’Italia; dopo avere attraversato senza grandi difficoltà i Pirenei e le Alpi giunse in Gallia cisalpina agli inizi del 207 a.C. con 20.000 armati, dove poté rafforzare il suo esercito con mercenari galli (per un totale ora di 30.000 armati), ma perse tempo prezioso assediando inutilmente Placentia; la situazione di Roma appariva molto grave, il console Marco Livio Salinatore si diresse a nord per fermare la marcia di Asdrubale, mentre l’altro console Gaio Claudio Nerone cercava di bloccare Annibale nel Bruzio, ma il condottiero cartaginese riuscì a muovere verso l’Apulia, respingendo i Romani nella battaglia di Grumento, e con una marcia laterale raggiunse prima Venosa e poi Canosa, dove si fermò attendendo notizie sui piani del fratello Asdrubale. Scullard aggiunge che con quattro legioni di fronte (Claudio Nerone) e due alle sue spalle a Taranto, Annibale non poteva avanzare oltre Canosa senza correre seri pericoli. Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, pubblicato nel 1976, a p. 16, parlando di Blanda, in proposito a Tito Livio scriveva che: “Ma notizie più interessanti fornisce lo storico Tito Livio (14) (59 a.C. – 17 d.C.) nel rievocare le imprese compiute dal console Quinto Fabio Massimo nella seconda guerra punica (219-201 a.C.): “Fabius………………………………………” “Fabio mosse in territorio sannita a devastare i campi e a piegare con la forza delle armi le città che erano passate dalla parte dei Cartaginesi. Il territorio dei Sanniti di Caudio fu devastato in modo disastroso: i campi furono incendiati per vasto tratto, si fece gran botino di bestiame e d’uomini. Furon conquistate con la forza le città fortificate Compulteria, Telesia (presso i Caudini), quindi Compsa (degli Irpini), Fagifulae e Orbitanium; fra le città lucane fu espugnata Blanda, tra quelle apule Aecae. In queste città furon fatti prigionieri o uccisi 25.000 nemici e ne furono presi 370 che s’eran dati alla fuga. Costoro, mandati a Roma dal console, furono tutti fustigati a sangue alla presenza del popolo e precipitati da una rupe. Queste le imprese compiute da Q. Fabio nello spazio di pochi giorni”. Questo dice il Fulco traducendo Tito Livio. Il Fulco a p. 16 scriveva ancora che: “Dalla testimonianza di Livio – valutata nel contesto di tutto il XXIV libro – si desume: 1) che Blanda era centro lucano di primaria importanza se viene citata tra le città che nella seconda guerra punica si schierarono dalla parte di Annibale; 2) che nel 214 a.C. fu espugnata da unità del Console Quinto Fabio Massimo, lo stesso che aveva conquistato Taranto (15), per essersi alleata con i Cartaginesi al fine di contrastare l’espansione romana nell’Italia meridionale; 3) che anche i Blandani subirono la sorte degli abitanti di altre città lucane, espugnate per non aver rispettato gli accordi sanciti nell’alleanza con Roma stipulata nel 298 a.C. (16). Blanda è inoltre citata da Claudio Tolomeo (179, cosmografo del II sec. d.C., come città lucana nel seguente ordine: Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum, ed è considerata città mediterranea della Lucania. Ciò s’accorda con la testimonianza di Livio e non contrasta con quella di Pompeo Mela, che la vuole città rivierasca.”. Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26). La costruzione di regolari diocesi si forma in Italia Meridionale soltanto un secolo più tardi.”.  Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: ” (27) Ibidem”.

BLANDA JVLIA

Nel ‘250-320 d.C. (III sec. d.C.), BLANDA e GIULIANO (“Iulianus”), suo Vescovo in una stele di Aieta

Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che,  parlando di Blanda in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); “Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26).”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18. Il Tancredi (…), riguardo l’antica sede vescovile di Blanda Iulia, citava il testo di padre Francesco Russo (…), ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, il Tancredi citava il vol. III a p. 18 dove infatti il Russo parla dei vescovi di Blanda Iulia. Francesco Russo (…), nel vol. III a p. 18 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito scriveva che: “Blanda Julia, cittadina del litorale tirrenico della Calabria (1), al confine con la Lucania, ha il privilegio – insieme con Tauriano – di aver conservato il titolo più antico, che si ricordi un Vescovo di Bruzio. 1) GIULIANO (sec. III-IV). Risulta dalla seguente epigrafe, trovata nell’agro di Aieta, in cui si crede ubicata l’antica Blanda: “: 

                                                                                   IN DD. ET. SPIRITU. SANCTO. IVLIANO.

                                                                                 EPP. C. QVI. VIXIT. ANNIS. L . MENSIBVS.

                                                                                       III. D. II. FELICIANE. CONIVGI. BENE

                                                                                   MERENTI. FECIT. JVLIANO. IN PACE (2)

Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a p. 326, in proposito scriveva che: Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora…….Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). Ecc..”. Il Magaldi (…) a p. 327, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Si ricordi che nel volume del ‘Corpus’ che a noi interessa sono riportate le iscrizioni latine anteriori al VII sec., salvo qualche eccezione……Cfr. C.I.L., X, 458 (addit., p. 964) (= Diehl, 1010): In D(omino) D(eo) et spirito Santo Iuliano ep(isco) p (u)s / qui vixit annis L mensibus / III d(iebus) II Feliciane coiugi bene/merenti ecc…..Pure cristiano è il frammento C.I.L., X, 177 da Potenzia, da cui non si ricava quasi nulla. Ma che l’iscrizione sia cristiana si ricava dal segno della croce, che è ben chiaro.”. Riguardo la notizia di un primo Vescovo dell’antica sede vescovile di Buxentum, chiamato Giuliano (“Iulianus”) anche il Lanzoni (…) a p. 323, in proposito scriveva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458)..

C.I.L., vol. X, p. 964

Dunque, il Lanzoni per il vescovo ‘Iulianus’ cita (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899.”. Il CIL raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia). Francesco Russo (…), a p. 18, continuando il suo racconto scriveva che: “Si tratta, come si vede, di un Vescovo coniugato, la cui età è assegnabile all’epoca immediatamente precostantiniana, presumibilmente tra il 250 e il 320. Ci troviamo perciò di fronte ad una veneranda antichità: e non è detto che Giuliano sia il primo o uno dei primi Vescovi di Blanda. Il fatto poi che sia un ‘Julianus’ di Blanda che il ‘Leucosius’ di Tauriano appartengano a cittadine della costa – conferma – ancora una volta – che il Cristianesimo, venuto dall’Oriente via.mare, ha raggiunto prima le zone marittime e poi, ma solo dopo, le zone interne.”. Il Russo a p. 17 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Viene ubicata nell’agro di Tortora, in contrada “Piarelli”, presso l’imboccatura del fiume Noce. Cfr. M. Lacava, ‘Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1891; ‘Notizie degli Scavi’, 1897, p. 176.”. Il Russo, a p. 18, nella sua nota (2) postillava che: “(2) T. Momsen, ‘Corpus Inscriptionum Latinarum’, XI, 458; ‘Bull. d’Archeologia Cristiana, 1876, p. 92; A. Crispo, ‘Antichità Cristiane della Calabria prebizantina, in A.S.C.L., XIV, 16; Fulco, ‘Memorie St. di Tortora, 44.”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 69, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: “Nel corso del IV o V secolo si diffuse il cristianesimo nel territorio e Blanda divenne cristiana e sede vescovile. Si fa risalire a quest’epoca una lapide funeraria rinvenuta ad Aieta, riportata dal Momsen nel ‘Corp. Inscr. Lat.’ dedicata al vescovo Iulianus. Nonostante il nome latino, il vescovo sembra di rito greco-bizantino poichè nell’iscrizione si nominava la moglie ‘Feliciana’ e si accennava ai figli. Nel rito greco-bizantino infatti presbiteri ed episcopi potevano essere, e in maggioranza lo erano, sposati. Nel rito latino, invece, era già prassi che i vescovi e i presbiteri fossero scelti tra celibi. La crisi politica e militare dell’Impero d’Oriente determinò un graduale passaggio di poteri civili e giudiziari nelle mani del vescovo.”. Alcune notizie sul vescovo di Blanda Iulia, Giuliano (“Iulianus”) provengono dal sacerdote Francesco Lanzoni (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

Lanzoni.PNG

(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Un antichissimo edificio religioso a Tortorella

Riguardo Tortorella, in un blog curato dal Comune di Tortorella, tratto dalla rete, troviamo la Chiesa della Sacra Famiglia, troviamo scritto “Il sacro edificio, semplice nell’armonia delle linee e delle tinte, delle luci e delle ombre, è di epoca molto remota. Già nel  XV secolo era aperto al culto e definito Ecclesia et hospitale S. Marie Annunciata (a Porta Suctana). Topograficamente è disposto sul versante Sud-Est dell’abitato, a quota di 550 metri s. l. m. Ubicato lungo le antiche mura di cinta del paese, è prossimo all’entrata detta Porta Suctana, da cui il suo antico nome e quello del quartiere al quale essa appartiene. La Chiesa, di modeste dimensioni, è a pianta rettangolare, ad unica navata con porta principale contrapposta all’abside, porta di servizio laterale, una piccola finestrella verso il mare. Complessivamente la struttura riecheggia lo stile romanico. L’antico portale d’ingresso, in muratura intonacata, non presentava particolari degni di interesse. La copertura era a due falde poggiante su capriate lignee. La disposizione eliotermica dell’edificio, i resti di un affresco monocromo a tinte povere raffigurante il Cristo Redentore, sito nell’abside semicircolare, la povertà costruttiva della struttura e dell’ambiente, privo di qualsiasi elemento di valore artistico-architettonico, confermano l’origine basiliana del tempio. L’indicazione quattrocentesca “Ecclesia et hospitale” lascia presumere che esistesse un piccolo ricovero per anziani ed infermi costituente parte dell’attuale Chiesa.”

chiesa della sacra famiglia a Tortorella

(Fig….) Tortorella – Chiesa della Sacra Famiglia

Nel……., Nerulum (Lagonegro)

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “Lagonegro”, a p. 14, in proposito scriveva che: “10) – Lagonegro. Questo centro lucano, immediatamente confinante col Vallo di Diano e colla Campania, chiamato dagli antichi scrittori “Nerulum”, fu conquistato dai Romani nel 317 a.C. (181). Nel vecchio castello fu rinvenuta la memoria del culto di Giano, Giunone e Venere. Gli abitanti videro la luce della fede verso l’inizio del secolo IV, nell’ultima persecuzione di Diocleziano e Massimiano (182). Un’antica e non interrotta tradizione afferma che la grotta del M. Cervaro sia stata rifugio ed asilo ai cristiani, dopo il martirio di S. Vito presso il fiume Sele (183). Negli antichi templi pagani passò il culto cristiano: in quello di Venere fu eretta la chiesa di S. Michele Arcangelo ed in quello di Giunone il tempio di S. Cataldo (184). La località S. Venere, oltre a ricordare la dea, menziona la “martire Parasceve” del 140 sotto l’Imperatore Antonino (185). Quando dal secolo VII in poi i popoli iniziarono a praticare la devozione ai Santi Protettori, i Lagonegresi (detti così per l’esistenza di un oscuro lago sotto i boschi: Lacus Niger) scelsero come patroni prima San Vito, nei primi anni, S. Cataldo, dopo il VI secolo, e S. Nicola di Bari, nel secolo XI (186).”. Il Cataldo, a p. 22, nelle sue note postillava di Raele Raffaele, La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buonos Aires, 1944, p….. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 189-190 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Sonosi pure rinvenute, scolpite rozzamente su pietra, varie iscrizioni di carattere greco, che fanno ritenere che i Greci abbiano avuto stanza in Lagonegro come in molti altri luoghi della regione. Questi popoli non s’hanno da confondere con gli antichi Elleni delle fiorenti città della Magna Grecia; essi furono dei Greci Bizantini, venuti per lo più in abiti di frati dall’Oriente donde emigrarono, principalmente dopo le persecuzioni iconoclaste del secolo VIII, e continuarono a parlare e a scrivere la lingua greca in mezzo a popolazioni che parlavano l’italico od il basso latino. Gli storici patrii surriferiti riportano qualche breve iscrizione greca, desunta qua e là da antiche lapidi, che sono andate disperse. In una lapide ‘affissa nel frontespizio dell’Ospedale di S. Maria delle Grazie’ – che fu diroccato dal terremoto del 1836 – il Falcone riferisce che era scolpita una strana epigrafe, che da alcuni ‘virtuosi’ era ritenuta di ‘caratteri negromantici (?) usati per rendere oscura l’èra’, ma che dallo stesso Mons. Falcone fu interpretata per greco latina così: ‘Crux Iusu – λυσον την δουλην χριστου libera servam Christi’. “.   

La Grotta e la Madonna a Praia a Mare

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a pp. 226-227, in proposito scriveva che: “Con la diffusione del Cristianesimo, che sulla costa ebbe certamente origine apostolica, il culto della Gran Madre fu sostituito da quello cristiano di S. Maria. Fu sostituzione lenta, e con adattamento al passato e tolleranza, almeno nella forma, da parte della nuova religione (134). Il simulacro ligneo della Madonna, che era stato sbarcato da un “bastimento raguseo” nel 1326 (135), fu rinvenuto da un pastorello ajetano sulla pietra levigata della Grotta. L’episodio è pervaso di alone leggendario. L’introduzione in Calabria di Madonne di fattura orientale, esempio classico ne è l’Hodigitria, è da collegarsi a diaspore monastiche basiliane dall’Athos, dall’Illyria e dall’Epiro, a causa delle persecuzioni iconoclastiche di Leone III Isaurico, 726, che si concludevano col massacro degli iconolatri (basso clero), con la chiusura dei monasteri e la confisca dei beni, con l’esilio delle comunità disciolte. La politica iconoclastica, in Oriente, si protrasse fino alla metà del IX secolo (136). E’ certa la presenza di basiliani nei pressi del Santuario della Grotta (137), forse già dai primordi del basilianesimo, in epoca pacomiana. Furono questi monaci eremiti che vivificarono il culto di S. Maria su vetuste reliquie d’un paganesimo, che non esauriva più le esigenze di genti perseguitate e indifese. Nonostante l’influenza di fedeli al Santuario, la “Piana”, soprattutto a causa delle incursioni saracene, ma anche per gli acquitrini che ne ammorbavano l’aria non è stata mai eccessivamente popolata, difatti come nara il Marafioti, agli occhi del padrone del bastimento, in quel lontano 1326, si presentò uno spettacolo desolante: un lido deserto, poche capanne ed una barchetta da pesca. Tre anni dopo, però ritornandovi, vide nella Grotta una cappella con altare, e, al piano, tuguri con numerosi abitanti. Come tutte le marine, anche quella di Praia aveva subito lo spopolamento a causa delle incursioni saracene, ad iniziare dalla metà del IX secolo, e, ripetutesi a singhiozzo, fino alle conquiste normanne. Etc…“. Il Campagna, a p. 226, nella nota (135) postillava che: “(135) Così afferma il Marafioti (Sacra Iconologia, etc., op. cit.) L’episodio è riportato da V. Lomonaco e dagli storici successivi. La statua della Madonna è stata trafugata dal Santuario della Grotta nella primavera del 1079.”. Il Campagna, a p. 226, nella nota (136) postillava che: “(136) Monaci basiliani che avevano lasciato l’Epiro nel 750, cacciati da Costantino Capronimo, fondarono il cenobio, nullius dioceseos, di S. Joannis ab Epyro, fiorentissimo fino al XVI secolo (P.M. Di Luccia, l’Abbazia di S. Giovani a Piro, etc., Roma (Stamp. L.A. Chracas), 1700; F. Palazzo, Il Cenobio Basiliano di S. Giovanni a Piro, etc., Salerno 1960. Su Madonne greche nel Sud, G. Schirò, Vita di S. Luca, etc., Palermo, 1954; B. Cappelli, Iconografie bizantine della Madonna in Calabria, op. cit.; Idem, Madonne in Calabria, in “Almanacco calabrese”, 1962. Cessate le persecuzioni iconoclastiche, l’Illyria divenne esportatrice di icone, soprattutto in Calabria. G. Arcieri, Il Regno delle Due Sicilie, etc., II ediz. (Tip. Nobile), Napoli, 1853; A. Campolongo, Il culto della Schiavonea nella Valle del Mercure-Lao, in “CL”, a. XXIV, n. 1-2-3; F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, I, Napoli (Ed. Laurenziana), 1964.”. Il Campagna, a p. 226, nella nota (137) postillava che: “(137) V. Lomonaco, Monografia di Nostra Donna della Grotta, etc., op. cit.; D.L. Mattei Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, a. VIII (1938).”.

La chiesa monastica di S. Vito a Maratea

Una delle sue particolarità è il fatto di essere stata costruita sopra un grosso masso. Capitava a volte che gli edifici sacri, chiese o cappelle, venissero edificate sopra grossi sassi, o comunque nei pressi, per un ben preciso motivo; strutturalmente la costruzione richiedeva più impegno architettonico e non si faceva fatica per nulla. I “sassi” scelti da preti o vescovi come luogo idoneo per costruirvi le chiese, erano sempre oggetti di culti pagani, espressioni dell’energia della terra che affiorava attraverso questi enormi massi. A volte “l’utilizzo magico della pietra” era semplice e consisteva ad esempio nell’appoggiarvi la schiena per ricevere benefici dalla terra, sia per la salute che per la fecondità. In altre occasioni i culti potevano essere più complessi laddove le pietre erano posizionate secondo una disposizione astronomica o per accogliere corpi di defunti importanti. E’ proprio vero il detto “Se queste pietre potessero parlare…”. I nuovi cristiani edificavano le chiese sopra questi luoghi per prendere possesso, inscatolare come in uno scrigno l’energia e magari assorbirla direttamente sostituendosi ad essa. Anche San Vito risulta costruita su un masso, ben visibile all’esterno e all’interno in prossimità del muro destro, riferimento dunque al fatto che questo era un luogo sacro ben prima della venuta del Cristianesimo. Attorno alla costruzione esistono grotte, sorgenti sotterranee che affiorano in un pozzo poco distante e grandi massi emergenti dal terreno.

Il Martirologio romano e la storia di beati, anacoreti e i martiri della chiesa

Il Martirologio Romano è un libro liturgico e costituisce la base dei calendari liturgici che ogni anno determinano le feste religiose del cattolicesimo. La prima edizione ufficiale, risalente al XVI secolo, fu approvata da papa Gregorio XIII nel 1584. Nei primi tempi della storia del Cristianesimo si prese uso di conservare memoria di coloro che morirono per causa della loro fede: i martiri. Ogni chiesa particolare aveva un suo martirologio, cioè un elenco di martiri; ben presto si diede importanza al giorno della loro morte, intesa come passaggio-nascita alla “nuova” vita eterna (detto per questo dies natalis), e si prese a commemorare il giorno della loro morte per celebrare la loro memoria, particolarmente nel luogo ove riposavano le loro spoglie. Nel XVI secolo si decise di unificare i vari martirologi in un solo elenco nel quale trovassero posto tutti i santi e i beati riconosciuti come tali dall’autorità della Chiesa cattolica: la grande opera di revisione fu affidata da papa Gregorio XIII e dal cardinale Guglielmo Sirleto al cardinale Cesare Baronio che la completò nel 1586: venne allora pubblicato il primo Martyrologium Romanum (1). Successivamente vi furono apportate aggiunte e modifiche (le prime già nel 1593, 1602 e poi nel 1613) e furono realizzate nuove edizioni: fondamentali le revisioni volute dai papi Urbano VIII (1630), Clemente X (1673) e Benedetto XIV (1749). Nella nota (1) si postilla del seguente testo del Baronio: Martyrologium Romanum ad novam kalendarii rationem, et ecclesiasticae historiae veritatem restitutum. Gregorii XIII pontificis maximi iussu editum. Accesserunt notationes atque tractatio de Martyrologio Romano. Auctore Caesare Baronio Sorano, ex typographia Dominici Basae, Romae 1586; poi anche apud Petrum Dusinellum, Venetiis 1587. Edizioni simili erano già uscite a stampa nel 1583.

Reliquie di santi e di martiri nel basso Cilento

Nicola Maria Laudisio (…), nella sua Sinossi della Diocesi di Policastro”, (si veda edizione curata da GG. Visconti), a pp. 98-99, in proposito scriveva che: “Oltre le sacre reliquie che in tutta la diocesi sono venerate anche come le insegne della diocesi stessa, a Lagonegro è pure venerata con grande pietà una delle spine della corona di Cristo e preso i frati minori cappuccini di S. Maria degli Angeli il corpo di S. Placido martire; inoltre il sacro corpo di Celestino martire, di cui abbiamo già parlato, è conservato nella chiesa parrocchiale ed è esposto alla venerazione dei fedeli proprio come il corpo del già citato S. Giocondo martire coservato nella cattedrale di Policastro. Ma anche altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Flelice, S. Teodoro e S. Donato.”. Il Laudisio, a p. 45, scriveva pure che: “I corpi di queste sette santi ‘sono sepolti in pace, e i loro nomi vivranno in eterno; agli occhi degli stolti parve che essi morissero, ma essi, sono nella pace'”. Infatti, il Laudisio (v. versione a cura del Visconti), a p. 45, in proposito scriveva che: “Septem corpora Sanctorum ‘in pace sepulta sunt, et vivent nomina eorum in aeternum; visi sunt oculis insipientium mori, illi autem sunt in pace (154).”. Il Laudisio, a p. 45, nella nota (154) postillava che: “(154) ‘Sapient.’, 3, 2, 3 (Visi sunt oculis insipientium mori’, et aestimata est afflictio exitus illorum. Et quod a nobis est iter, exterminium; ‘illi autem sunt in pace’.”. Il Laudisio, a p. 45, postillava “Sapient.”. Sui martiri e le reliquie, il Laudisio (….), a p. 100, ci dice che: “Anche a Lauria c’era un’abbazia benedetina, quella di S. Filippo; ma, essendo nei secoli scorsi andato in rovina il monastero, è divenuta di patronato regio sin dal 1400. Ne rimane soltanto la cappella, ma è ora priva di beni, e la reliquia del Santo è stata portata nella chiesa di S. Giacomo della stessa città di Lauria.”. Il Visconti nella versione curata della Sinossi del Laudisio, nell’Indice dei nomi, a pp. 138-139, in proposito scriveva: “Regione, località del basso Cilento, 71: reliquie: di S. Nicola nella Chiesa Madre di Rivello, 84; di S. Giocondo nella cattedrale di Policastro, 93, 98; di S. Celestino nella Chiesa madre di Lagonegro, 93, 98; una delle spine della corona di Cristo a Lagonegro, 98; di S. Placido nella Chiesa di S. Maria degli Angeli dei frati Minori Capuccini di Lagonegro, 98; di S. Mansueto nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello, 98; di S. Felice nella Chiesa di Tortorella, 98-99; di S. Teodoro nella chiesa di Sicilì, 99; di S. Donato nella chiesa di Torre Orsaia, 99; di S. Filippo nella chiesa di S. Giacomo a Lauria, 100.”. Infatti, il Laudisio, a p. 93, in proposito scriveva che: “Lo stesso vescovo Ludovici ottenne dalla Santa Sede il santo corpo del martire Giocondo che stava nelle catacombe, ed ora queste sacre reliquie, coperte da una veste mirabilmente ricamata in oro, sono venerate nella Cattedrale. La sedonda domenica dopo Pasqua si celebra la festa di questo santo a cui accorre un gran numero di abitanti dei paesi vicini. Portò con sé da Roma anche un altro corpo di un santo martire, chiuso in una teca munita di sigilli che ne attestavano l’autenticità, e che donò al clero di Lagonegro. Il 26 luglio 1819 nella Chiesa Madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo del reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora pro-vicario generale ed ora degnissimo vicario dell’abbazia nullius* di S. Pietro di Licusati. Nella teca fu trovato ed uffcicialmente riconosciuto il corpo di S. Celestino martire, e a parte, in una ampolla di vetro, rappreso, il suo sacro sangue. Le ossa di questo sacro corpo furono subito offerte alla venerazione dei fedeli e ancora oggi non sono state anatomicamente ricomposte.”. Il Laudisio, a p. 84, in proposito scriveva che: “Sotto l’edificio della Chiesa Madre, di cui abbiamo già fatto cenno, vi è un ipogeo davvero meraviglioso sorretto, con una magnifica realizzazione architettonica, da due ordini di diciotto colonne ciascuno. Nell’ipogeo si innalza un altare consacrato a S. Nicola di Mira, patrono della città, e alla destra dell’altare vi è sulla parete, a testimonianza perenne per i posteri, una lapide, con la data 8 ottobre 1752, che tramanda che in quell’ipogeo parecchie volte è sgorgato da ogni parte quell’umore soprannaturale che ogni giorno sgorga dalle ossa del Santo nella basilica di Bari (6); perciò il clero ed il popolo, dopo aver raccolto il denaro, hanno ornato più splendidamente di prima l’ipogeo che, già da tempo consacrato a S. Nicola strenuo difensore della fede (7), era poi caduto in uno stato di squallore e di abbandono. Questo attesta don Nicola Woli, avvocato del foro ecclesiastico di Napoli e in quel tempo prefetto dell’Urbe. Infine, nell’ipogeo è conservata una reliquia autentica del Santo. Una fonte d’acqua non molto distante oggi comunemente fontana dei Longobardi, mentre un’altra, posta sul declivio su cui s’innalza l’abitato, è invece chiamata da tutti fontana dei Greci in base ad un’antica tradizione. “. Il Laudisio, a p. 84, nella nota (6) postillava: “(6) E’ un liquido oleoso, detto “manna di S. Nicola”, che quotidianamente emana dalle ossa del Santo conservate nella basilica di Bari (n.d.T.).”. Il Laudisio, a p. 84, nella nota (7) postillava: “(7) L’Autore allude probabilmente alla leggenda secondo la quae, nel Concilio di Nicea del 325 d.C., S. Nicola avrebbe schiaffeggiato l’eretico Ario (n.d.T.).”.

A Sicilì (o a Morigerati ? sono conservate le reliquie di S. Teodoro

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: “Anche Sicilì non è compreso tra i villaggi inclusi nella ricostruita diocesi di Policastro dall’arcivescovo Alfano di Salerno. Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””. Infatti il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua Sinossi della Diocesi di Policastro”, (si veda edizione curata da GG. Visconti), a pp. 98-99, in proposito scriveva che: Ma anche altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Flelice, S. Teodoro e S. Donato.”. Il Visconti nella versione curata della Sinossi del Laudisio, nell’Indice dei nomi, a pp. 138-139, in proposito scriveva: “Regione, località del basso Cilento, 71: reliquie:….di S. Teodoro nella chiesa di Sicilì, 99; di S. Donato nella chiesa di Torre Orsaia, 99; di S. Filippo nella chiesa di S. Giacomo a Lauria, 100.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 59, del Discorso V, in proposito scriveva che: “Considerando alcune circostanze di fatto, ci è paruto meglio seguitar la sentenza di Antioco, che l’altra di Ellanico; e la più rimarchevole si è quella che due miglia, vicino al paese de’ Morgeti, e dove oggi l’accennata terricciuola, detta Morgerati, conserva ancora l’antichissima memoria de’ suoi Avoli, evvi un’altra terra chiamata Sicilì, la quale saldamente conferma la nostra opinione etc…”. Dunque, nella chiesa di Sicilì sono conservate alcune reliquie del corpo di S. Teodoro. Secondo il Laudisio, le reliquie dei corpi di alcuni Santi, come ad esempio quello di Teodoro furono traslate dai sacelli che si trovavano nelle catacombe. Essi, tra cui Teodoro erano dei martiri. Da Wikipedia leggiamo che San Teodoro di Amasea, Martire m. Amasea (Turchia) tra il 306 e il 311. Leggendaria e controversa la storia della sua vita, anche se vi sono prove attendibili dell’esistenza di un martire di nome Teodoro, ucciso ad Amasea. É considerato il terzo “soldato santo” dell’Oriente dopo san Giorgio e san Demetrio. Si arruola nell’esercito romano. Sotto l’imperatore Galerio Massimiano, viene trasferito con la sua legione nei quartieri invernali ad Amasea.Viene imposto a tutti i soldati di fare sacrifici agli dèi pagani. Teodoro, essendo cristiano, si rifiuta nonostante che i suoi commilitoni cerchino con insistenza di convincerlo a cedere. Gli vengono concessi dei giorni per ripensarci: non solo non torna indietro nel suo proposito, ma ne approfitta per incendiare il tempio della madre degli dèi, Cibele, che si trova al centro di Amasea, vicino al fiume Iris. Viene sottoposto alla tortura del cavalletto e poi messo in carcere a morire di fame: è confortato da visioni celesti. Alla fine viene arso vivo. Fino al XII secolo è patrono di Venezia, poi sostituito con san Marco. Secondo la tradizione il suo corpo è venerato nella cattedrale di Brindisi. Tuttavia devo precisare che le reliquie del santo si trovano in una chiesa a Morigerati, la Chiesa della SS. Annunziata costruita agli inizi del XVI sec. nel quale si conservano le reliquie di San Teodoro e di San Biagio Martiri.

A Rivello, il corpo di S. Mansueto venerato nella chiesa di S. Maria del Poggio

Il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi etc..’ a p. 101 (vedi versione del Visconti) in proposito scriveva che: “Ma anche in altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Felice, S. Teodoro e S. Donato.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””.

Nel 15 giugno 304 d.C. (III sec. d.C.), S. Vito ed il suo martirio

Aveva sui sette anni, quando cominciò a fare prodigi e quando nel 303 scoppiò in tutto l’impero romano, la persecuzione di Diocleziano contro i cristiani, Vito era già molto noto nella zona di Mazara. Il padre non riuscendo a farlo abiurare, si crede che fosse ormai un’adolescente, lo denunziò al preside Valeriano, che ordinò di arrestarlo; che un padre convinto pagano, facesse arrestare un suo figlio o figlia divenuto cristiano, pur sapendo delle torture e morte a cui sarebbe andato incontro, è figura molto comune nei Martirologi dell’età delle persecuzioni, che come si sa, sotto vari titoli furono scritti secoli dopo e con l’enfasi della leggenda eroica. Il preside Valeriano con minacce e lusinghe, tentò di farlo abiurare, anche con l’aiuto degli accorati appelli del padre, ma senza riuscirci; il ragazzo aveva come sostegno, con il loro esempio di coraggio e fedeltà a Cristo, la nutrice Crescenzia e il maestro Modesto, anche loro arrestati. Visto l’inutilità dell’arresto, il preside lo rimandò a casa, allora il padre tentò di farlo sedurre da alcune donne compiacenti, ma Vito fu incorruttibile e quando Valeriano stava per farlo arrestare di nuovo, un angelo apparve a Modesto, ordinandogli di partire su una barca con il ragazzo e la nutrice. Durante il viaggio per mare, un’aquila portò loro acqua e cibo, finché sbarcarono alla foce del Sele sulle coste del Cilento, inoltrandosi poi in Lucania (antico nome della Basilicata, ripristinato anche dal 1932 al 1945). Vito continuò ad operare miracoli tanto da essere considerato un vero e proprio taumaturgo, testimoniando insieme ai due suoi accompagnatori, la sua fede con la parola e con i prodigi, finché non venne rintracciato dai soldati di Diocleziano, che lo condussero a Roma dall’imperatore, il quale saputo della fama di guaritore del ragazzo, l’aveva fatto cercare per mostrargli il figlio coetaneo di Vito, ammalato di epilessia, malattia che all’epoca era molto impressionante, tale da considerare l’ammalato un indemoniato. Vito guarì il ragazzo e come ricompensa Diocleziano ordinò di torturarlo, perché si rifiutò di sacrificare agli dei; qui si inserisce la parte leggendaria della ‘Passio’ che poi non è dissimile nella sostanza, da quelle di altri martiri del tempo. Venne immerso in un calderone di pece bollente, da cui ne uscì illeso; poi lo gettarono fra i leoni che invece di assalirlo, diventarono improvvisamente mansueti e gli leccarono i piedi. Continua la leggenda, che i torturatori non si arresero e appesero Vito, Modesto e Crescenzia ad un cavalletto, ma mentre le loro ossa venivano straziate, la terra cominciò a tremare e gli idoli caddero a terra; lo stesso Diocleziano fuggì spaventato. Comparvero degli angeli che li liberarono e trasportarono presso il fiume Sele allora in Lucania, oggi dopo le definizioni territoriali successive, scorre in Campania, dove essi ormai sfiniti dalle torture subite, morirono il 15 giugno 303; non si è riusciti a definire bene l’età di Vito quando morì, alcuni studiosi dicono 12 anni, altri 15 e altri 17. Vito continuò ad operare miracoli tanto da essere considerato un vero e proprio taumaturgo, testimoniando insieme ai due suoi accompagnatori, la sua fede con la parola e con i prodigi, finché non venne rintracciato dai soldati di Diocleziano, che lo condussero a Roma dall’imperatore, il quale saputo della fama di guaritore del ragazzo, l’aveva fatto cercare per mostrargli il figlio coetaneo di Vito, ammalato di epilessia, malattia che all’epoca era molto impressionante, tale da considerare l’ammalato un indemoniato. Vito guarì il ragazzo e come ricompensa Diocleziano ordinò di torturarlo, perché si rifiutò di sacrificare agli dei; qui si inserisce la parte leggendaria della ‘Passio’ che poi non è dissimile nella sostanza, da quelle di altri martiri del tempo. Venne immerso in un calderone di pece bollente, da cui ne uscì illeso; poi lo gettarono fra i leoni che invece di assalirlo, diventarono improvvisamente mansueti e gli leccarono i piedi. Continua la leggenda, che i torturatori non si arresero e appesero Vito, Modesto e Crescenzia ad un cavalletto, ma mentre le loro ossa venivano straziate, la terra cominciò a tremare e gli idoli caddero a terra; lo stesso Diocleziano fuggì spaventato. Comparvero degli angeli che li liberarono e trasportarono presso il fiume Sele allora in Lucania, oggi dopo le definizioni territoriali successive, scorre in Campania, dove essi ormai sfiniti dalle torture subite, morirono il 15 giugno 303; non si è riusciti a definire bene l’età di Vito quando morì, alcuni studiosi dicono 12 anni, altri 15 e altri 17. La leggenda racconta che Vito, da bambino, abbia guarito il figlio dell’Imperatore romano Diocleziano, suo coetaneo, ammalato di epilessia. Purtroppo bisogna dire che il martirio in Lucania è l’unica notizia attendibile su S. Vito, mentre per tutto il resto si finisce nella leggenda. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo inedito dattiloscritto ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, del 1973, anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), parlando dei “Primi Martiri locali”, scriveva che: “Fra i martiri locali, solo quattordici appaiono nella storia. I primi due furono dei giovanetti evangelizzati da S. Paolo a Laureana Cilento (75). Seguirono altri undici: S. Vito, Modesto e Crescenza, presso il fiume Sele, assieme ai compagni: ecc.. Il più noto è S. Vito. Di origine siciliana, era già cristiano ed operava molti miracoli, quando fu carcerato e torturato dal preside Valeriano. Liberato da un Angelo, si recò in Lucania con i suoi educatori, Modesto e Crescenza. Conosciuto da Diocleziano per far liberare il proprio figlio dal demonio, fu fatto torturare, perché si era rifiutato di sacrificare agli dei. Liberato di nuovo dall’angelo, ritornò presso il fiume Sele, in Campania, dove subì il martirio il 15 giugno del 304, e qualche giorno dopo i suoi compagni. Una pia donna, Florenza, seppellì i loro corpi nel luogo detto “Mariano” (78).”. Il Cataldo (…), nella sua nota (75), postillava che:  “(75) Ebner P., op. cit., p. vol II, p. 68.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (78), postillava che:  “(78) Ebner P., op. cit., vol. I, p. 16; si veda pure: ‘Acta Sanctorum’, Venezia, 1742, p. 1015”. Infatti, sul martirio di San Vito, il ragazzo siciliano, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 17, scriveva che: “Tuttavia va ricordato che le vessazioni contro i cristiani si protrassero ancora dopo il 313 (Milano: decreto di tolleranza di Costantino) e fino al 375, quando Graziano, primo tra gli imperatori, rifiutò il titolo di pontefice massimo.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. I, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Alle anzidette tradizioni vanno aggiunti altri indizi che confermano l’esistenza di nuclei cristiani in Lucania (Lucania Augustea). Del rescritto di Costantino del 21 ottobre 219 al ‘corrector Lucania et Bruttiorum’ (77) si rileva l’esistenza di chiese organizzate nella regione da collegare con quanto si afferma negli ‘Acta Sanctorum’ (78) sul siciliano Vito, detto però “Vitus lucanus”, decollato sulle rive del Sele il 15 giugno 304-305 con i suoi istruttori Modesto e Crescenzia, i cui corpi vennero raccolti secondo la tradizione da una pia donna (“Florentia”) mentre passeggiava lungo il fiume. Sepolti “in loco qui dicitur Marianus” (79), ivi fu eretta una cappella di cui tutt’ora esistono i resti in un’abside a doppia struttura esterna (preromanica) dedicata appunto a San Vito sul Sele, poi protettore di Capaccio.”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (77), postillava che: “(77) Lanzoni, op. cit., p. 319. Va ricordato che con la dominazione normanna l’antica Lucania scomparve definitivamente.”. Pietro Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Venezia, 1742, p. 319.”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Diverse le trascrizioni, ‘Malianus, Marianus, Cfr. Natella, cit. p. 12 anche per la cappella preromanica.”.

San Vito Martire o S. Vito “Lucano”

Non si conosce la sua origine, anche se secondo una “Passio” nacque in Sicilia da padre pagano e fu incarcerato a sette anni, su denuncia del genitore, perché cristiano. L’unica notizia attendibile su di lui si trova nel Martirologio Gerominiano (…), da cui risulta che Vito visse in Lucania. Popolarissimo nel medioevo, egli fu inserito nel gruppo degli Ausiliatori, i santi la cui intercessione veniva considerata molto efficace in particolare occasioni e per sanare determinate malattie. È invocato per scongiurare la lettargia, il morso di bestie velenose o idrofobe e il “ballo di San Vito”. San Vito, protegge i muti, i sordi e singolarmente anche i ballerini, per la somiglianza nella gestualità agli epilettici. Per il grande calderone in cui fu immerso, è anche patrono dei calderai, ramai e bottai. San Vito fa parte dei 14 Santi Ausiliatori, molto venerati nel Medioevo, la cui intercessione veniva considerata particolarmente efficace nelle malattie o specifiche necessità. Gli altri tredici Ausiliatori sono: Acacio, Barbara, Biagio, Caterina d’Alessandria, Ciriaco, Cristoforo, Dionigi, Egidio, Erasmo, Eustachio, Giorgio, Margherita, Pantaleone. Il suo culto si diffuse in tutta la Cristianità, colpiva soprattutto la giovane età del martire e le sue doti taumaturgiche, è invocato contro l’epilessia e la corea, che è una malattia nervosa che dà movimenti incontrollabili, per questo è detta pure “ballo di san Vito”; poi è invocato contro il bisogno eccessivo di sonno e la catalessi, ma anche contro l’insonnia ed i morsi dei cani rabbiosi e l’ossessione demoniaca. Per secoli la figura di san Vito ha alimentato ed esaltato la fede popolare: si pensi per esempio alla protezione per la quale veniva invocato, in modo particolare nella speranza di ottenere guarigione da patologie quali la Corea di Sydenham, una forma di encefalite nota come ballo di San Vito (in quanto può presentare postumi come tic, tremori, etc.), dall’idrofobia, da malattie degli occhi (in slavo la parola Vid = vista fu associata al suo nome, e in quelle terre il culto di san Vito pare avesse sostituito l’antico culto di Svetovit), dalla letargia. Tuttavia la nascita del suo culto e la relativa tradizione agiografica non sono stati ancora studiati in maniera ampia e approfondita.

Il culto di San Vito

Il culto per S. Vito è attestato dalla fine del V secolo, ma le notizie sulla sua vita sono poche e scarsamente attendibili. Alcuni antichi testi lo dicono lucano, ma la ‘Passio’ leggendaria del VII secolo, lo dice siciliano; nato secondo la tradizione a Mazara del Vallo in una ricca famiglia, rimasto orfano della madre, fu affidato ad una nutrice Crescenzia e poi al pedagogo Modesto, che essendo cristiani lo convertirono alla loro fede. San Vito, venerato anche come san Vito martire o san Vito di Lucania (Mazara, III secolo – Lucania, 15 giugno 303), fu un giovane cristiano che subì il martirio per la fede nel 303 ed è venerato come santo da tutte le chiese che ammettono il culto dei santi. La memoria liturgica è da ricordare nei giorni 15 giugno e 20 marzo. Quasi al centro della Piana del Sele, nella contrada S. Cecilia, sorge la chiesa di S. Vito, ricordata tra le più antiche del territorio. Essa venne edificata per raccogliere, custodire e venerare le spoglie mortali dei Santi Vito, Modesto e Crescenza, martirizzati a Roma sotto Diocleziano. La notizia più antica sulla chiesa di S. Vito al Sele è del 1042 ove è riportata tra i beni della Chiesa Salernitana. Nel 1067, Guglielmo d’Altavilla, usurpatore dei beni della Chiesa Salernitana, già scomunicato da Papa Alessandro II, dovette sottomettersi al Pontefice, di passaggio per Salerno, restituendo all’Arcivescovo di Salerno, insieme ad altri beni, anche la Chiesa ed i beni di S. Vito al Sele. Nel 1080, Roberto il Guiscardo, principe di Salerno, per intercessione della moglie Sichelgaita, confermò all’Arcivescovo Alfano i beni che la chiesa Salernitana possedeva in territorio di Eboli: “ecclesiam S. Viti de Silare cum corte et silvis et pertinentiis ipsorum. Nel 1090 è menzionata dal Paesano (…) “…cum curte sua et teri in eadem loco (fluvio Syleris esistentibus); nel 1168 risulta nella Bolla “Licet nobis” di Papa Alessandro III; nell’anno 1221, Federico II di Svevia emanò un privilegio a favore della Chiesa Salernitana, col quale confermò tutte le concessioni che i principi suoi predecessori avevano fatto. In tale privilegio sono compresi territori siti nella terra d’Eboli e nel 1255 Alessandro IV conferma la sua appartenenza alla Chiesa Salernitana. Vi era una cappella dedicata a San Vito Martire anche a Felitto, un casale del Cilento, ed era situata ai confini tra il territorio di Felitto e quello di Bellosguardo, nei pressi del fiume Pietra molto probabilmente per ricordare il luogo del martirio, ricompensa per avere liberato il figlio dell’imperatore Diocleziano dal demonio, che alcuni individuato alla foce del Sele. L’originaria cappella non esiste più perché fu distrutta da una inondazione, quella che possiamo vedere oggi risale al 1850 ed è stata edificata grazie all’aiuto di una signora Italo-americana. Il Cataldo (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), parlando dei “Primi Martiri locali”, scriveva che: “Fra i martiri locali, solo quattordici appaiono nella storia. I primi due furono dei giovanetti evangelizzati da S. Paolo a Laureana Cilento (75). Seguirono altri undici: S. Vito, Modesto e Crescenza”. Il Cataldo (…), nella sua nota (75), postillava che:  “(75) Ebner P., op. cit., p. vol II, p. 68.”. Presso il fiume Sele sorge un’antica chiesa dedicata al santo, nel luogo dove fu sepolto presso Eboli. Ancora oggi, presso il luogo del martirio indicato dalla tradizione, sorge la chiesa di San Vito al Sele. Molti comuni della Valle del Sele (Caposele, Calabritto, Quaglietta, Senerchia, Oliveto Citra, Colliano, ecc.) hanno, in memoria del martire, o conservano toponimi e luoghi di culto dedicati a san Vito, testimonianza del primitivo culto che Vito ebbe in queste zone e che poi si diffuse in tutta la Cristianità. A Capaccio Scalo in provincia di Salerno, si svolgono annualmente i “Solenni Festeggiamenti in onore di San Vito Martire” nella Chiesa madre del paese, a lui dedicata. La tradizione narra che proprio quel luogo sia stato fondamentale nella predicazione del martire. I riti iniziano la sera del 14 giugno con i solenni “primi vespri” per concludersi ai “secondi vespri” con la Grande concelebrazione Eucaristica e la grandiosa processione alla presenza di numerose autorità civili e religiose. Purtroppo bisogna dire che il martirio in Lucania è l’unica notizia attendibile su s. Vito, mentre per tutto il resto si finisce nella leggenda. Il suo culto si diffuse in tutta la Cristianità, colpiva soprattutto la giovane età del martire e le sue doti taumaturgiche, è invocato contro l’epilessia e la corea, che è una malattia nervosa che dà movimenti incontrollabili, per questo è detta pure “ballo di san Vito”; poi è invocato contro il bisogno eccessivo di sonno e la catalessi, ma anche contro l’insonnia ed i morsi dei cani rabbiosi e l’ossessione demoniaca. Protegge i muti, i sordi e singolarmente anche i ballerini, per la somiglianza nella gestualità agli epilettici. Per il grande calderone in cui fu immerso, è anche patrono dei calderai, ramai e bottai. Secondo una versione tedesca della leggenda, nel 756 l’abate Fulrad di Saint-Denis, avrebbe fatto trasportare le reliquie di san Vito nel suo monastero di Parigi; poi nell’836 l’abate Ilduino le avrebbe donate al monastero di Korway nel Weser, che divenne un centro importante nel Medioevo, della devozione del giovane martire. Durante la guerra dei Trent’anni (1618-48), le reliquie scomparvero da Korwey e raggiunsero nella stessa epoca Praga in Boemia, dove la cattedrale costruita nel X secolo, era dedicata al santo; a lui è consacrata una splendida cappella. Bisogna dire che delle reliquie di san Vito, è piena l’Europa; circa 150 cittadine, vantano di possedere sue reliquie o frammenti, compreso Mazara del Vallo, che conserva un braccio, un osso della gamba e altri più piccoli. Nella città ritenuta suo luogo di nascita, san Vito è festeggiato ogni anno con una solenne e tipica processione, che si svolge fra la terza e la quarta domenica d’agosto. Il “fistinu” in onore del santo patrono, ricorda la traslazione delle suddette reliquie, avvenuta nel 1742 ad opera del vescovo Giuseppe Stella. La processione, indicata come la più mattiniera d’Italia, inizia alle quattro del mattino, con il trasporto della statua d’argento del santo, posta sul Carro trionfale, trainato a braccia dai pescatori, fino alla chiesetta di San Vito a Mare, accompagnato da una suggestiva fiaccolata e da fuochi d’artificio; da questo luogo si crede sia partito con la barca per sfuggire al padre e al preside Valeriano. Una seconda processione è quella celebre storica-ideale a quadri viventi, è una serie di carri, su cui sono rappresentate da fedeli con gli abiti dell’epoca, scene della sua vita e del suo martirio, chiude la processione il già citato carro trionfale. “U fistinu” si conclude nell’ultima domenica d’agosto, con un’ultima processione del carro trionfale diretto al porto-canale e da lì il simulacro di s. Vito, viene issato su uno dei pescherecci e seguito da un centinaio di altri pescherecci e barche, giunge fino all’altezza della Chiesetta di S. Vito al Mare, per ritornare infine al porto. A Roma esiste la chiesa dei santi Vito e Modesto, dove in un affresco oltre il giovanetto, compaiono anche Modesto con il mantello da maestro e Crescenzia in aspetto matronale con il velo. Nell’area germanica s. Vito è rappresentato come un ragazzo sporgente da un grosso paiolo, con il fuoco acceso sotto. Il santuario in cui è venerato nell’allora Lucania, oggi nel Comune di Eboli in Campania, denominato S. Vito al Sele, era detto “Alecterius Locus” cioè “luogo del gallo bianco”; nella vicina città di Capaccio, nella chiesa di S. Pietro, è custodita una reliquia del santo, mentre nella frazione Capaccio Scalo, è sorta un’altra chiesa parrocchiale dedicata anch’essa a S. Vito; la diocesi di questi Comuni in cui il culto di S. Vito è così forte, perché qui morì con i suoi compagni di martirio, si chiama tuttora Vallo della Lucania, pur essendo in provincia di Salerno. Il santo è anche patrono di Recanati e di Mascalucia (CT) e nella sola Italia, ben 11 Comuni portano il suo nome. Nella Chiesa Madre dei Santi Apostoli Pietro e Paolo in Pisciotta, si venera una insigne reliquia del sangue di San Vito, custodito in un’ampolla di vetro. Detto sangue si liquefa ogni anno in occasione della festività del martire, solitamente durante la processione in suo onore. Secondo la tradizione la reliquia proverrebbe dalla chiesa abbaziale di Taranto e sarebbe stata traslata per opera del vescovo di Lecce mons. Luigi Pappacoda, nativo di Pisciotta. Infatti sul reliquiario che custodisce il sangue di San Vito è inciso lo stemma della famiglia Pappaccoda, marchesi di Pisciotta. I Pappacoda, è stata anche una famiglia che aveva come feudo quello di Torraca, ed è questo forse uno dei motivi della venerazione di S. Vito a Sapri. Io credo vi sia un legame tra il culto di S. Vito martire, Capaccio, Pisciotta, i Pappacoda, i Palamolla e Sapri. Pisciotta, apparteneva alla Diocesi di Capaccio e a Capaccio S. Vito martire pure viene venerato.Se non mi sbaglio, i Pappacoda erano imparentati con i Palamolla di Torraca e di Scalea. Orazio Campagna (…), a p. 219, parlando di Aieta, un piccolo ma antichissimo borgo sulla costa Tirrenica della Calabria e non lontana da Praja a mare, in proposito scriveva che: “Antichissimo culto è quello del patrono S. Vito, lucano di Paestum, martirizzato con dieci compagni presso il fiume Sele il 15 giugno del 305 d.C.”. Sempre lo studioso Orazio Campagna (…), a p. 236, parlando di Tortora, un piccolo ma antichissimo borgo sulla costa Tirrenica della Calabria e non lontana da Praja a mare, in proposito scriveva che: “le cappelle di S. Vito martire, ecc…, costituiscono, anche se con con differenze cronolocighe enormi, testimonianze del mondo basiliano” che poi come scrive sempre il Campagna, a p. 243 “i frati minori assorbirono le ultime reliquie del monachesimo basiliano, S. Vito, ecc..ecc..”. Sempre il Campagna (…), a p. 249, parlando di Maratea, ci informa che: “A queste diaspore si deve il ripopolamento di Maratea-Castello, l’insediamento eremitico nella grotta di S. Michele, la successiva costruzione della chiesa di S. Basilio, demolita nel 1836 (24), l’insediamento delle grotte di S. Vito”. Il Campagna, a p. 249, nella sua nota (24), postillava che: “(24) D. Damiano, Maratea nella storia, etc, op. cit., p. 131.”. Sempre Orazio Campagna, a p. 253, parlando di Sapri, del “Portus”, in proposito scriveva che: “Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), a p. 219, parlando di Aieta, un piccolo ma antichissimo borgo sulla costa Tirrenica della Calabria e non lontana da Praja a mare, in proposito scriveva che: “Antichissimo culto è quello del patrono S. Vito, lucano di Paestum, martirizzato con dieci compagni presso il fiume Sele il 15 giugno del 305 d.C.”.

Nel 308-319 d.C. (I sec. d.C.) , la fondazione della sede episcopale di Marcellianum da papa Marcello I

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a pp. 16-17, scriveva che: Ciò si spiega con il fatto che i primi tempi, almeno fino a quelli dell’africano papa Vittore I (a. 185), la predicazione del Vangelo e le pratiche di culto venivano celebrate in greco. Si spiega perciò il persistente ricordo della fondazione della diocesi di Velia e di Bussento da parte di San Paolo, e di quelle di Marcellianum e di Paestum ad opera dello stesso principe degli apostoli (71). Ma poichè le diocesi vennero senz’altro fondate dai loro discepoli (72) e quella di Marcellianum da papa Marcello I (308-319), evidente è il tentativo della tradizione di nobilitarle con l’attribuirne ad esse il crisma dell’ “apostolicità” (73).”. Ebner (…), nella sua nota (70), postillava che:  “(70) Cfr., nelle lettere a Trebazio, ecc..”. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che:  “(71) Ughelli, op. cit., c. 465.”. Ebner (…), nella sua nota (72), postillava che:  “(72) Ebner, Storia, cit., p. 271 e sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Polla, a p. 347, in proposito scriveva che: “Il murato (2) abitato di Polla, …..Nei pressi del forum, fiorente ancora ai tempi di Cassiodoro, era ‘Marcellianum’, sede di diocesi,….Del ‘forum’ è notizia dal famoso ‘lapis Pollae, l’elogium (6) inciso su un cippo posto davanti la “Taverna del passo” e ancora in sito.”. Ebner, a p. 347, nella nota (5) postillava: “(5) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV, 1958, p. 193 sgg. e Polla cit., p. 41 sg. e p. 79. Sugli affreschi del battistero, poi cappella, simili a quelli di S. Angelo in Formis, v. Bracco, Polla, lineee di una storia, Salerno, 1976, p. 79 e 550 (n. 165).”. Ebner, a p. 347, nella nota (7) postillava: “(7) E. Magaldi, Lucania romana, Roma, 1948, p. 179 sgg.”. Da Wikipidia leggiamo che Papa Marcello I (Roma, … – 16 gennaio 309) è stato il 30º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica dal 27 maggio 308 al 16 gennaio 309. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalle Chiese ortodosse. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “7- Polla – Sala Consilina”, a p. 13, in proposito scriveva che: Papa S. Marcello, verso il 310, poichè la Valle del Tanagro era piena di Cristiani, elevò Marcellianum, borgo di Consilina, e sede vescovile, vi eresse l’Episcopio e la Basilica e benedisse una ventina di battisteri nelle aree paleocristiane (167).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “7- Polla – Sala Consilina”, a p. 13, in proposito scriveva che: “Antico centro romano del 153 a.C., all’inizio della Valle del Tanagro e di Diano, era noto per il suo mercato e per le locande (162). Al tempo di Cassiodoro aveva il Foro, di cui oggi resta l’Elogium inciso su un cippo davanti alla “Taverna del passo” (163). Presso il foro sorgeva “Marcellianum”, sede vescovile dove si vedono i resti del Battistero paleocristiano (164). Nelle acque del Marcellianum, suburbio di “Consilinum”,….Accanto al battistero sorsero il “Castrum di Polla” e di Consilina. Papa S. Marcello, verso il 310, poichè la Valle del Tanagro era piena di Cristiani, elevò Marcellianum, borgo di Consilina, e sede vescovile, vi eresse l’Episcopio e la Basilica e benedisse una ventina di battisteri nelle aree paleocristiane (167). Recenti studi archeologici hanno permesso la ricostruzione plastica del Battistero di S. Giovanni: esso era formato da un vasto ambiente absidato costruito da quattro arcate, con una vasca quadrangolare al centro coperta da una cupola. Della basilica cattedrale e dell’episcopio non si sa ancora nulla (168).”. Il Cataldo, a p. 21, nelle note postillava di Pietro Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 472-475. Il Cataldo, a p. 21, nelle note postillava di Pietro Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 472-475.  Il Cataldo, a p. 21, nella nota (162) postillava: “(162) Ebner P., op. cit., vol. II, p. 347.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (163) postillava: “(163) C.I.L., X, 6950 – Ebner P., op. cit., p. 347.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (164) postillava: “(164) Bracco Vittorio: Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di Archeologia Cristiana”, Città del Vaticano, XXXIV, 1958, p. 193.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (165) postillava: “(165) Bihlm – Tuechle, op. cit., pp. 259 e 308.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (166) postillava: “(166) Bracco V., Mondo Archeologico.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (167) postillava: “(167) Ebner P., op. cit., vol. I, p. 16.”. Nel 1928, infatti, venne alla luce un’epigrafe in seguito al crollo di un muro: l’epigrafe era parte di una tomba imperiale recante la scritta D(is) M(anibus)/ MARC/ELLIN/O FILIO /PARENT(es) / FECER(unt). Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 473 ci parla di “Marcelliana” parlando di Sala Consilina e non di Padula. Ebner, a p. 473, in proposito scriveva che: “Di Marcelliana e del battistero di S. Giovanni in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol.. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede sia stata un borgo di Sala. Anche il Gatta (59) scrive che ect…”. Ebner, a p. 473, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Antonini, cit., II, p. 113”. Ebner, sull’iscrizione, a p. 472 scriveva che: “Il Patroni (43) nel 1899 rinvenne un frammento di epigrafe di cui fu poi messa a luce la parte mancante, etc…”. Ebner, a p. 472, nella sua nota (43) postillava che: “(43) G. Patroni, “Atti R. Acc. Lincei, S. V., Scienze morali e storiche, III, Roma, 1910”. Ebner, nel vol. II, a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65). Su S. Giovanni in Fonte e sulla destinazione dell’edificio ivi esistente a battesimo, v. gli scritti di Vittorio Bracco.”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Nel 1852 Ferdinando di Borbone lì donò alla Certosa di S. Stefano del Bosco amministrati dalla Certosa di Padula per la lontananza della Certosa calabra. ‘Contra’ il Gatta, p. 72, che afferma che ai suoi tempi la commenda apparteneva ai Cavalieri di Malta. Scrive Vittorio Bracco (‘Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di Archeologia cristiana”, n. 1,4, Città del Vaticano, 1958, p. 17 estr.) “sappiamo che S. Giovanni in Fonte era ormai commenda, passata dai Templari ai Cavalieri di Malta”. Cfr. pure Sacco, cit., I, p. 209 sg.”. Riguardo la citazione di “Sacco” si tratta di Antonio Sacco (….) e la sua “La Certosa di Padula”. Riguardo invece la citazione di Vittorio Bracco (….) si tratta della sua opera “Marcellianum e il suo battistero”, in la rivista “Archeologia cristiana”, n. 1, 4, Città del Vaticano, 1958 (credo sia il testo vol. I di P. Testini, ed. Desclee & C.). Pietro Ebner, a p. 475, nella sua nota (66) postillava che: “(66) ‘Bona Ecclesiae sancti Joanni de Fontibus’ è detto nell’istrumento di vendita del feudo di S. Angelo di Sala (25 marzo 1508) di Roberto Sanseverino alla Certosa di Padula.”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini, a pp. 106-108, in proposito scriveva che:  “Proprio per la sua posizione baricentrica questa parte de Vallo è stata fin dai secoli tardo-antichi sede privilegiata di mercati e fiere annuali. Tra l’alveo del Tanagro e le pendici occidentali di Padula, doveva estendersi ‘Marcellianum’, il suburbio dell’antica ‘Cosilinum’ romana identificata nei resti ancora visibili sulla collina della ‘Civita’, alle spalle dell’abitato odierno. E in stretta relazione con il suburbio di ‘Marcellianum’ si devono verosimilmente interpretare gli avanzi, rinvenuti negli anni Cinquanta del secolo scorso, di un importante complesso paleocristiano edificato sulle strutture di una preesistente villa romana di età imperiale (3).”. La Alaggio, a p. 106, nella nota (3) postillava: “(3) M. Romito, Un nuovo documento della cristianizzazione nella valle del Tanagro, in “Apollo”, XII (1966), pp. 10-17.”.

Nel 325, il Concilio di Nicea I

Da Wikipedia leggiamo che il concilio di Nicea, tenutosi nel 325, è stato il primo concilio ecumenico cristiano. Venne convocato e presieduto dall’imperatore Costantino I, il quale intendeva ristabilire la pace religiosa e raggiungere l’unità dogmatica, minata da varie dispute, in particolare sull’arianesimo; il suo intento era anche politico, dal momento che i forti contrasti tra i cristiani indebolivano anche la società e, con essa, lo Stato romano. Con queste premesse, il concilio ebbe inizio il 20 maggio del 325. Data la posizione geografica di Nicea, la maggior parte dei vescovi partecipanti proveniva dalla parte orientale dell’Impero. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, dove, l’alto prelato, già Vescovo della Diocesi di Policastro, a p. 68 (si veda il testo a cura di G. G. Visconti, v. p. 9 in latino), scriveva che: “Perciò nel Concilio di Nicea del 325, che stabilì con le disposizioni canoniche XV, XVI e XVII i confini di ciascuna diocesi, partecipò assieme ad altri 318 vescovi anche Marco, vescovo di Calabria (22) – allora la Lucania e la Calabria costituivano una provincia sola (23) Etc..”.  Il Laudisio (v. versione di Visconti), a p. 9, nella nota (22) postillava che: “(22) Gagl. cit., lib. I, tit. 18, num. 9 (p. 242, nota b: Nicaenae I synodo subscripsit Marcus Calabriae episcopus).”. Il Laudisio, a p. 9, nella nota (23) postillava che: “(23) Troyl. tomo I, part. 2, cap. 8, num 3 (Abate Placido Troyli, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, p. 190: (Reggio Calabria) fu capo di tutto il paese de’ Bruzj, quando in tempo degli Imperatori romani i Lucani ed i Bruzj una provincia unita faceano, risedendo in Salerno il comun correttore quando nella Lucania dimorava (….), ed in Reggio allorache nel paese de’ Bruzj ritrovavasi)”.

Nel 380 e 392 (editto di Costantinopoli), con Teodosio la religione cristiana divenne religione di Stato

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, dattiloscritto inedito del 1986 parlando di “7- Polla – Sala Consilina”, a p. 13, in proposito scriveva che: “…la religione cristiana era diventata con Teodosio, nel 380, ufficiale di stato (165). Ecc... Il Cataldo, a p. 21, nella nota (165) postillava: “(165) Bihlm – Tuechle, op. cit., pp. 259 e 308.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, trascorsero molti anni prima che i vescovi venissero riconosciuti privilegi e prerogative tra cui la loro inclusione negli organi dello stato che avviò quel movimento di unificazione degli usi e di coordinamento della dottrina affermatisi sotto il pontefice d’Innocenzo III (1198-1216). I vescovi abusarono ben presto della loro autonomia tanto che diversi concili dovettero intervenire per ridimensionare gli abusi di potere.”.

Nel 380 (Valentiniano II) e 445 (IV sec. d.C.), il decreto dell’Imperatore Valentiniano III

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 16, in proposito scriveva che: “Successivamente il decreto di Valentiniano (a. 445) ricompose sotto un’unica autorità, precisamente quella romana, tutta la Chiesa occidentale, con una ulteriore affermazione di prestigio della sede apostolica. Di ciò evidentemente si avvalsero i vescovi meridionali con punte a volte eccedenti gli ambiti spirituali delle loro diocesi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Da Wikipedia leggiamo che l’editto di Tessalonìca, conosciuto anche come Cunctos populos, venne emesso il 27 febbraio 380 dagli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II (quest’ultimo all’epoca aveva solo nove anni). Il decreto dichiara il cristianesimo secondo i canoni del credo niceno la religione ufficiale dell’impero, proibisce in primo luogo l’arianesimo e secondariamente anche i culti pagani. Per combattere l’eresia si esige da tutti i cristiani la confessione di fede conforme alle deliberazioni del concilio di Nicea. Il testo venne preparato dalla cancelleria di Teodosio I e successivamente venne incluso nel Codice teodosiano da Teodosio II. La nuova legge riconobbe alle due sedi episcopali di Roma e Alessandria d’Egitto il primato in materia di teologia. L’editto, pur proclamando il Cristianesimo religione di Stato dell’impero romano, non stabiliva alcuna direttiva specifica a proposito. Bisognerà attendere i cosiddetti decreti teodosiani, promulgati dallo stesso Teodosio I, che tra il 391-392 normarono l’attuazione pratica dell’editto di Tessalonica. Flavio Valentiniano (latino: Flavius Valentinianus), meglio conosciuto come Valentiniano II (Treviri, 371 – Vienne, 15 maggio 392) è stato un imperatore romano, dal 375 fino alla sua morte. Successivamente, l’imperatore Valentiniano III emanò (17 luglio 445) un editto che contribuì in maniera determinante all’affermazione dell’autorità e del primato della sede vescovile di Roma in Occidente. Questo editto, che non era valido nella parte orientale dell’Impero, riconosceva pienamente il primato giurisdizionale del papato, perché «Nulla deve essere fatto contro o senza l’autorità della Chiesa romana».

Le origini della Chiesa di Buxentum (BUSSENTO)

Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 97, in proposito scriveva che: “Le Decretali dei Pontefici Innocenzo I e Gelasio I mostrano chiaramente che nel Bruzio esisteva un’organizzazione ecclesiastica fin dal secolo V e che questa era alla diretta dipendenza del Papa. Questo risulta ancor meglio dall’Epistolario di S. Gregorio Magno, etc…”. Sempre il Russo, a p. 115, in proposito scriveva che: “L’assenza di vestigia di cimeli cristiani e la scarsissima suppellettile paleocristiana, affiorata nella zona, avvalorano l’ipotesi che il Cristianesimo vi si è affermato in epoca tardiva e che, probabilmente, vi erano ancora dei pagani, specie nell’interno, alla caduta dell’Impero Romano. Nè ciò deve far meraviglia, se S. Benedetto ne trovò ancora a Montecassino più di mezzo secolo dopo. Se ne può avere conferma negli inconvenienti denunziati dai Papi Innocenzo I e Gelasio I nel V secolo (1). Ma, durante le dominazioni barbariche, non affiora nulla del genere, nemmeno nella vasta produzione cassiodoriana. Solo nel secolo IX, Cassano e Laino vengono ricordati come sedi di Castaldi longobardi, senza tuttavia che si spenda una sola parola sulla loro attività spirituale.”. Il Russo, a p. 115, nella nota (1) postillava: “(1) Taccone-Gallucci, Regesti, p. 3 ss.”.  Si tratta del testo di Domenico Taccone-Gallucci (….), Regesti dei romani pontefici per la chiesa della Calabria fino al secolo XII, Roma, 1901.  Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, dattiloscritto inedito del 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, a p. 11 parlando di Bussento, in proposito scriveva pure che: “I Bussentini del I° secolo, stanchi ormai delle patite sciagure, sfiduciati nelle istituzioni di un impero avviato al declino e quindi avversi al culto dei falsi dei Castori e Polluce, cui avevano invano affidato la protezione sul mare, accettarono con tutto il cuore la fede cristiana (133). Infatti, sulla “Porta del Mare” fecero apporre questa famosa iscrizione, in latino: “Cristus Rex venit in pace. Amen”. Questa lapide esisteva ancora nel 1700 (134). Altri cimeli sono alcune monete costantiniane, colla figura della Croce a bracci uguali e quattro fiammelle agli angoli, trovate fra gli scavi in Piazza Duomo, presso la fontana di Pescefritto; come anche resti di lucerne battesimali di terracotta, fittili, di forma caratteristica ed istoriate nella parte superiore, con frasi greche, rinvenute negli scavi fatti in occasione di lavori pubblici (strada e ferrovia) (135). Esiste un cipo battesimale tronco, con frase: A Ω INI (tium et finis)”. Del secondo periodo (sec. VI-X) restano le memorie dei primi vescovi storici (Rustico e Sabbazio), degli effetti funesti delle invasioni barbariche, sia pre incompleti, della Chiesa primitiva di fattura bizantina (136).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (133) postillava: “(133) Di Luccia Pietro Marcellino: L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale, Roma, Luca Antonio Characas, 1700, p. 7”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (134) postillava: “(134) ibidem: pp. 7-8 – Documenti Antichi (A. D.P.: I – Orig. – 1400).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (135) postillava: “(135) Tradizione orale (interviste)”.

Kehr, Italia pontificia, vol. VIII, p. 371

(Fig….) Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371

Dunque, Wikipidia ci dice che Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, ci parla del vescovo Arnaldo, che figura nell’anno 1111. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122 ecc..”. Dunque, per il Gams, il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro (che successe a Pietro Pappacarbone) è: 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211;” dunque, nel 1110 e morto nel 1211. Secondo il Gams (….), Arnaldo fu vescovo della Diocesi di Policastro dal 1110 e morì nel 1211.

Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, in proposito scriveva che: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231) adnotantur Petrus et Oto Paleocastrenses episcopi et in Necrologio eiusdem ecclesiae sub die iul. 25 a. 1139 depositio Goffridi Paleocastrensis ep. et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74). Etc..”. Dunque, il Kehr citava il vescovo Giovanni e scriveva che nel testo: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231)” veniva annotato da C. A. Garufi (vedi fig….) che: “……et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74).”, che tradotto significa: “e il giorno di agosto 1 a. 1172 La morte di Giovanni di Polecastro ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), la cui iscrizione ne conserva la memoria sul campanile della chiesa cattedrale (ed. Laudisio p. 74).”. Dunque, il Kehr rimanda al testo di Carlo Alberto Garufi ed al suo ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI)’ :

Garufi, p. 230-231

(Fig…..) Garufi C.A., ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, pp. 230

Riguardo la citazione del Garufi si tratta di Carlo Alberto Garufi (….), ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, stà in‘Fonti per la storia d’Italia’, LVI, anno 1922, p. 231. Il Garufi ci parla del “Diptychon o Liber Vitae (dei secoli XI-XII)”, un antico codice membranaceo conservato nel Capitolo della Cattedrale di S. Matteo a Salerno. Il Garufi (….), nel suo ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI)’, a p. 100, in proposito scriveva che: “Luglio 23. X K. A……..A.D.I….MC. nonagesimo .II. .ob. Manso Depositio Iohannis cler. indizione XIIa. magistri (d) et presbiteri”. A p. 104, invece leggiamo: “Agosto I. K. A. Depositio//Malfride Fasanelle a.D.   MCIII – Anni D.  MCXXXIIII. Indictione .XII. depositio domini Iohannis de Guarna Archidiaconus (…) Salernitanus. A. D.  MCLX Floresia ob.    A.D.I.   MCLXIII ob. Iohannes Policastrensis episcopus.”. Il Garufi (….), nei “Nomi non identificati”, a p. 401 riporta un “Iahannis Policastrensis episcopi. ( + 1172), 104 27.”. Si veda Fig….. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122; Giovanni di Castellomata 1221 ecc..”. Dunque, il Gams, nella serie dei Vescovi di Policastro si ferma a Guglielmo de Licio per saltare a Giovanni Castellomata. Nel 2004, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel testo “Visibile latente – Il Patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro”, nel suo “L’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino”, a p. 52, in proposito scriveva che: “Altri eventi memorabili furono: l’erezione della chiesa paleocristiana ad opera dei Bizantini nel secolo VI (14), oggi visibile nella Cripta; etc..”. Il Cataldo, a p….., nella nota (14) postillava: “(14)……………

Nel 352 (IV sec. d.C.), o 370, o 390 ?, GAVINIO (GAVINUS), Praefectus classis dell’Imperatore Valentiniano III

Da Wikipedia leggiamo che a metà del quinto secolo, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. Qui il corpo San Matteo, a cura dei fedeli, fu custodito in un oratorio appositamente costruito, nella casa di un uomo molto autorevole, forse lo stesso Gavinio. Qui restò per lungo tempo, costantemente venerato. Passano quattrocento anni circa. Vandali, Goti, Bizantini, Saraceni, in ultimo i Longobardi devastano le nostre contrade. Distruggono a Velia quanto era sfuggito alla furia delle alluvioni, spargendovi morte e desolazione, e si perde perfino il ricordo della presenza delle sacre reliquie dell’Apostolo. Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet). Per ospitare le reliquie del santo, in questo luogo venne costruito un monastero. Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. In questo luogo rimasero per circa quattro secoli. Nella villa della famiglia Gavinio, fra Pestum e Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati, molti secoli dopo dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento. Da Wikipedia leggiamo che nel 370 d.C. un pestàno, Gavinio, vi portò il corpo dell’apostolo San Matteo. Sempre da Wikipedia leggiamo che per Praefectus classis (dal latino Classis = flotta) si intendeva il comandante in capo di una delle tante flotte dislocate nel Mediterraneo o nel Ponto Eusino o lungo i grandi fiumi europei, facente parte dell’esercito romano. Apparteneva all’ordine equestre e faceva parte delle prefetture romane. Il suo più stretto collaboratore, ed in casi particolari suo sostituto era il subpraefectus classis. Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet). Per ospitare le reliquie del santo, in questo luogo venne costruito un monastero. Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. In questo luogo rimasero per circa quattro secoli. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo. L’Atenolfi, a p. 43, in proposito scriveva che: “Un Gabinio, ci riferisce il “Sermo”, “praeerat navibus” il che non pare voglia dire che era specialmente il “praefectus classis”, ma soltanto che aveva il comando della spedizione, così come il centurione romano che appare poco più avanti nella narrazione, non era necessariamente un centurione “classarius”, cioè soltanto comandante con quel titolo di una delle navi (188). Forse anche per questo motivo non s’incontra il nome di Gabinio nelle pur numerevoli iscrizioni misenati o portuensi relative a gente di mare (189). Dall’altra parte è certa che la gente Gabinia, sebbene, come sembra, originaria del Lazio, era diramata nella Campania e nella Lucania. Uno stabile “Gabinianum” si trova a Pompei (190) ed una moneta di Paestum con l’effige della Dea Mente Bona, recante sul verso l’epigrafe attribuita ad un Numerio Gavinio duumviro della città, è stata pubblicata (191). Anche qesti elementi concorrono a confermare il carattere storico dello scritto paoliniano, che sebbene con le distorsioni ed alterazioni con cui fu adoperato, concorse a formare le fonti della tradizione brètone.”. L’Atenolfi, a p. 43, nella nota (189) postillava: “(189) cfr. Ermanno Ferrero “L’ordinamento delle armate romane”. L’Atenolfi, a p. 43, nella nota (190) postillava: “(190) cfr. Fiorelli “Descrizione di Pompei”, Napoli, 1875″. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentato con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia.”. Su Gavinio scrisse anche Giuseppe Antonini (…., nel suo “La Lucania – Discorsi”, edito nel 1745, ed in quella edita dal nipote, Mazzarella Farao, seconda edizione del 1795, sia nella Parte II che nell’altro testo che raccoglie la Parte III. L’Antonini, a p. 247, in proposito scriveva che: “Fra gli Uomini ragguardevoli, che in appresso ebbe Pesto, potrebbe riporsi (I) Gavinio, che trovandosi Generale dell’Imperador Valentiniano, ebbe la forte (seondo che ‘l volgo crede) di avere i Bretagna il corpo del glorioso S. Matteo, e trasportarlo in Lucania verso gli anni di Cristo CCCLXX.”. l’Antonini, a p. 247, nella nota (I) postillava: “(I) Trovasi nei bassi secoli memoria di questa famiglia Gavinia, poichè Reinesio nei Monumenti Cristiani nel CCCVIII. riporta la seguente D. GAVIN. VAL. SCOLASTICE. E. INNOCENTISSIME. Q. V. ANN. P. VAL. SCOLASTICVS. ET. GAVINIA. X. PARENTES FILIAE. DVLCISSIMAE. E la se fosse la stessa, che la Gabinia (siccome io credo essendo frequente la mutazione in B. in V. e dell’V in B) mille volte nella Storia Romana, in Cicerone, ed in altri autori Uomini di questa antichissima Famiglia si fa menzione.”. L’Antonini, a p. 248, in proposito scriveva: “La sciocca volgar gente crede, che in Pesto fosse stato trovato il corpo dell’Apostolo S. Matteo, dove Gavinio il condusse di Bretagna, come s’è detto. Accreditò questa voce l’Arcivescovo Marsilio Colonna, che scrisse della traslazione di quella in Salerno.”. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a p. 226, in proposito scriveva che: “Era (dice l’Arcivescovo nel capo 6 della ‘Vita’ del Santo) Re di Brettagna (dove da Etiopia era stato trasportato il corpo di S. Matteo) Salomone (I), il quale aveva in moglie la figlia di Flavio Patrizio. Ed essendo stato da proprj Vassalli ucciso, Flavio, che per la propria dignità e per l’amicizia con l’Imperador Valentiniano assai potente era, lo spinse a pigliarne vendetta. Ordinato dunque pr l’Imperial volere numerosa armata da Puglia, Calabria, e Lucania, e dall’altre marittime città d’Italia, tosto carica di bravi soldati, sotto fedeli sperimentati Capitani (fra quali era Gavinio) in Brettagna mandolla. Etc…”. L’Antonini continua il racconto che fa l’Arcivescovo di Salerno, Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, ….(14).“. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna, etc..”. Dunque, il Di Ruocco, ci informa che nel testo dell’arcivescovo Marsilio Colonna, Gavinus è detto “Prefetto dei Bruzi di Bretagna”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “….Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna …(15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 65, in proposito scriveva che: Conservavasi nel rispettabile Archivio della SS. Trinità dela Cava la seguente manoscritta notizia: “In territorio Cilenti etc….ex seguenti Epigraphi marmoreo in mausoleo sculpta legitur: ‘Divus Apostolus et Aevangelista Matthaeus in Ethiopia praedicans, jussu Hirtai Tyranni Regis martyr exstitit, et montibus in parte sepultus Gavinus Eques Lucanus, Veliae Civis, Valentini Imperatoris militiae Praefectus Generalis, etc…”, che tradotto è: “…e di Gavino Eques Lucanus, cittadino di Velia, comandante in capo delle milizie dell’imperatore Valentino, che fu deposto nel versante dei monti, già conquistato dalla Britannia, trasferì qui il corpo del grande apostolo Matteo nell’anno del signore 352.”. Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Il Magnoni, a p. 66 prosegue: “Il solo Michele Zappulli pensò prima, che questo sacro deposito fusse stato trovato in Pesto, ove lo volle trasportato da Bretagna dallo stesso Gavinio, che ej fece Cavalier Pestano. Non vi è dubbio che fuvvi in Pesto questa famiglia Gavinia, e che onorati posti occupò. Ho presso di me una bellissima monetuccia di Pesto colla effige della Dea Mente Bona, ed in essa dall’altra parte si legge l’epigrafe di ‘Nummerio Gavinio Duumviro’.”. Dunque, secondo il Magnoni, la famiglia Gavinia o la ‘gens’ Gavinia era originaria di Paestum. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “..traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (1), postillava che: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351); Cfr. pure Antonini, cit., p. 166., n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia nelle epigrafi, etc…”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Gavinio, comandante della spedizione (praefectis classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale?).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA…..Nel 370 Gavinio di Velia, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, ….(106). Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Dunque, il Cataldo, sulla scorta dell’Ebner, scriveva che nel 370 Gavinio di Velia, prefetto dell’Imperatore “Valentino” traslò le spoglie del Santo. Dunque, il Cataldo non scrive “al tempo dell’Imperatore Valentiniano III” ma scrive che Gavinio era prefetto dell’Imperatore “Valentino”. Il Cataldo scrive che solo in seguito, “…sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”, è il periodo a cui è ascrivibile la basilica paleocristiana rinvenuta in occasione degli scavi condotti dal Sestieri e di cui parla Ebner. Infatti, la basilica paleocristiana è postuma all’oratorio sito nella villa d’epoca romana di Gavinio, appartenuta alla sua gente, la gens Gavinia. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso IV, a p. 205, in proposito a Pelagia ed Attanasio scriveva che: “Per dilucidare alcuni dubj, che su’l’epoca dello scovrimento di detto Sacro Deposito insorgono, stimo necessario descrivere sommariamente la Storia di tale scovrimento, come lo leggiamo nelle antichissime ‘Lezioni dell’Offizio divino della vita del Santo’, che nella Cattedrale di Salerno si recita…..Liegi…somma venerazione fu da quel Re Salomone ricevuto, e drizzatogli un magnifico Tempio. Fu venerato in essa Città sino all’anno 370, quando essendo stata la Città da Gavinio Generale dell’Imp. Valentiniano destrutta, per aver i suoi Cittadini ammazzato detto Re, ripigliò egli il Gavinio detto Sacro Corpo, per rivelazione fattane dal sacerdote Emilio Britannico colà priggioniero, e ne caricò la sua Nave, la quale data alle vele, e giunta nel porto romano, nell’esserne precorsa la fama, mosso da invidia, il Prefetto di Cesare, si dispose ad invadere l’Armata navale di Gavinio, per togliergli quel Sagro Tesoro.”.

Nel 352 (IV sec. d.C.), o 370, o 390 ?, GAVINIO (GAVINUS), Praefectus classis dell’Imperatore Valentiniano III ed il corpo di San Matteo martire, apostolo di Gesù

Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, spostò dalla Bretagna a Paestum il Corpo dell’Apostolo S. Matteo, deponendolo in una Cappella, sita nel luogo detto “ad duo flumina” (14).“. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna, etc..”. Dunque, il Di Ruocco, ci informa che nel testo dell’arcivescovo Marsilio Colonna, Gavinus è detto “Prefetto dei Bruzi di Bretagna”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna – itinere terrestri proficiscitur – e poco dopo: ut credamus, in Ecclesia quapsiam regionis maritimae collocatur” (15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Infatti, il canonico Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 65, in proposito scriveva che: “Conservavasi nel rispettabile Archivio della SS. Trinità dela Cava la seguente manoscritta notizia: “In territorio Cilenti etc….ex seguenti Epigraphi marmoreo in mausoleo sculpta legitur: ‘Divus Apostolus et Aevangelista Matthaeus in Ethiopia praedicans, jussu Hirtai Tyranni Regis martyr exstitit, et montibus in parte sepultus Gavinus Eques Lucanus, Veliae Civis, Valentini Imperatoris militiae Praefectus Generalis, a Britannia jam expugnata, divi Mathei Apostoli corpus huc transtulit anno domini 352. Anno vero Christi Domini 412 a Barbaris invasis Lucanis, aliisqui Provinciis penitus dextructis, habitatoribus mortuis, et fugatis, ignotum hoc in loco Casalitii etc…”, che tradotto è: “Matteo, il grande apostolo ed evangelista, predicando in Etiopia, fu martirizzato per ordine del re tiranno Hirtai, e di Gavino Eques Lucanus, cittadino di Velia, comandante in capo delle milizie dell’imperatore Valentino, che fu deposto nel versante dei monti, già conquistato dalla Britannia, trasferì qui il corpo del grande apostolo Matteo nell’anno del signore 352. Ma nell’anno del signore di Cristo 412 i barbari invasero la Lucania ed altre Province furono completamente distrutte, gli abitanti morti, e scacciati, il corpo del divino Apostolo rimase sconosciuto in questo luogo di Casalicchio per seicento anni.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (1), postillava che: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351); Cfr. pure Antonini, cit., p. 166., n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia nelle epigrafi, etc…”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britanniam” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia, p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (praefectis classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale?).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA…..Nel 370 Gavinio di Velia, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, fece spostare dalla Bretagna a Paestum il corpo di S. Matteo, deponendolo in una cappella sita nel luogo detto “Ad duo flumina”, cioè ai due fiumi, l’Alento e il Palistro (106). Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Dunque, il Cataldo, sulla scorta dell’Ebner, scriveva che nel 370 Gavinio di Velia, prefetto dell’Imperatore “Valentino” traslò le spoglie del Santo.Dunque, il Cataldo non scrive “al tempo dell’Imperatore Valentiniano III” ma scrive che Gavinio era prefetto dell’Imperatore Valentino. Il Cataldo scrive che solo in seguito, “…sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”, è il periodo a cui è ascrivibile la basilica paleocristiana rinvenuta in occasione degli scavi condotti dal Sestieri e di cui parla Ebner. Infatti, la basilica paleocristiana è postuma all’oratorio sito nella villa d’epoca romana di Gavinio, appartenuta alla sua gente, la gens Gavinia. Dunque, è corretto l’anno 352. Il Cataldo scrive ancora che:  “Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, il quale, rinvenute le reliquie, le nascose nella predetta chiesa sita “ai due fiumi” (108). Infatti, ritrovate le reliquie, fra le rovine di Paestum, dopo breve sosta a Capaccio, per volere di Gisulfo I nella Cattedrale di Salerno il 6 maggio 954 furono definitivamente collocate (109).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (108) postillava che: “(108) Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 514-515″. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a pp. 229-230, discorrendo sulle notizie tratte dal testo del Cardinale Colonna, in proposito scriveva che: “Questa storia che dall’Arcivescovo Marsilio,…..Primieramente gli anni di Valentiniano del IV secolo non s’accordano affatto col Salomone Re, o Duca di Brettagna, che fu nel cadere del IX. In oltre per relazione del Cronista di S. Matteo presso il Labbè nel tomo primo della Bibliot. sappiamo che nel 857 appunto al tempo di questo Salomone fu il corpo del Santo dall’Etiopia in Brettagna portato; sichè non v’era, nè vi poteva essere a tempo di Valentiniano. General opinione è stata, e forse ancor dura in Cilento, che il Corpo di S. Matteo fosse stato in Pesto ritrovato, dapoichè bruciata la Città nel CMXV da Saraceni di Agropoli etc…”. L’Antonini, nelle seguenti pagine discorre dei dubbi che egli ha sul periodo di arrivo a Pesto o a Velia delle sacre spoglie di S. Matteo, ovvero quando Gavinio, dalla Bretagna li trasportò in Lucania.

Nel V sec. d.C., (epoca di Valentiniano III 419-455 d.C.), GAVINIO traslò nella sua villa a Velia, i resti di S. Matteo

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo.L’Atenolfi, a p. 37, in proposito scriveva che: “Lo scritto paoliniano ci narra l’uccisione del “rex” Salomone nella cattedrale di Legio, negli anni di Valentino Cesare, essendo nelle Gallie il “patrizio Flavio”. Cesare di quel nome nel V° secolo non può essere che Valentiniano III°, che nato nel 419 tenne l’impero dal 425, prima nominalmente sotto la tutela della madre Galla Placidia, poi, forse dopo il 435, da solo fino al 455, anno della sua morte. Quanto a Flavio, è certo etc…Ora, non si comprende come chi ha preso a considerare la vicenda narrata da Paolino, non abbia portato, per quanto sembra, la propria attenzione sul maggior personaggio di quell’epoca che ebbe nome Flavio: su Flavio Ezio, ultimo difensore dell’impero d’Occidente e della romanità delle Gallie. Nondimeno è proprio nei fatti di Ezio che si avrebbe una conferma di quelli narrati nel “Sermo”.”. Da alcuni codici manoscritti leggiamo che Gavinio, traslò le sacre spoglie di S. Matteo nell’anno 352 (IV sec. d.C.), mentre in altri e con altri autori, questi fatti vengono fatti risalire al V secolo all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III che inviò il Prefetto Gavinio a sedare una rivolta in Bretagna. Se i fatti si riferiscono all’anno 352 non può trattarsi di una spedizione fatta all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III, il quale, Flavio Placido Valentiniano, meglio noto come Valentiniano III (in latino: Flavius Placidus Valentinianus; Ravenna, 2 luglio 419 – Roma, 16 marzo 455), è stato imperatore romano d’Occidente dal 425 alla sua morte. Come imperatore appartenente alla dinastia teodosiana e a quella valentiniana, Valentiniano III fu il simbolo dell’unità dell’impero, la figura attorno alla quale si coagula la lealtà dei sudditi; in realtà, però, il potere fu esercitato da Flavio Ezio, il magister militum (comandante in capo dell’esercito), al quale va ascritta la politica che tenne unito l’impero malgrado le forze centrifughe che lo sconquassavano. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A stare allo scritto paoliniano la reliquia dell’Evangelista sarebbe giunta in Lucania intorno o almeno non molto oltre il 446, cioè durante l’ultimo tormentato periodo, dell’impero di Valentiniano III° dominato dal terrore delle invasioni unniche e dal decadimento dello Stato e della società romana.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “Sia per queste circostanze, sia perchè la reliquia sottratta ad un altro popolo cristiano era stata oggetto, come narra Paolino, di un tentativo di trasferirla nella città di Roma, l’avvenimento sembra essersi svolto tacitamente né pare trovarsene traccia contemporanea…..E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “. Riguardo le fonti per la storia delle ossa sacre del martire S. Matteo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, riferendosi ai resti d’epoca romana di una villa e di una basilica paleocristiana a Velia, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, pp. 385-389: ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste (386, sgg.), ‘Sermo venerabili Paulini (385). Ma cfr. pure ‘Passio’ dello pseudo Abia (VI sec.) che tratta della predicazione di S. Matteo nell’Etiopia del primo sec. d.C. regione dell’Asia settentrionale lambita dal mar Nero. Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Pare difficile ammettere interpolazioni o manipolazioni dato che i codici vennero cercati e usati ai fini agiografici e liturgici dopo il trasferimento a Salerno.”. Dunque, l’Ebner scriveva in proposito e citava i sermoni di Paulino contenuti nel Codice Cassinese, come vedremo innanzi ed anche il ‘Sermo’ di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (fine IX secolo) che racconta che i resti dell’apostolo di Gesù, S. Matteo, furono portati dall’Etiopia in Bretagna e dalla Bretagna furono portate in Lucania, da Gavinio, nella sua villa d’epoca romana, dalla sua flotta di navi inviata in Bretagna dall’Imperatore Valentiniano III per sconfiggere i Bretoni che si erano ribellati. Dunque, secondo il Codice Cassinese (…), 101, la traslazione delle ossa di S. Matteo, dalla Bretagna a Velia accadde all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi” e, riferendosi alla testimonianza tratta, questa volta dal “Chronicon salernitanum”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Però, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 514, in proposito scriveva che: “Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (‘praefectus classis’?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351). Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “S. Mattero ad duo flumina”, a p. 514, in proposito scriveva che: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (‘praefectus classis’ ?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca. Etc…”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351). Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Ebner, a p. 514, nella nota (2) postillava: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicata ‘sancte dei genitricis virginis marie’, di cui nel diploma di Gisulfo I (CDC, I, 179, novembre a. 950 – o 951 ? – , IX, Salerno), sita nella “hiscla”, nell’isola di terreni – la golena donata era estesa quattro miglia di lato e perciò comprendeva gli stessi ruderi di Velia – donata dal principe al suo confessore (“padri nostro”) Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto e probabilmente da lui ricostruita (nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 “. Nella villa della famiglia Gavinio, a Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento.  Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia dal monaco Attanasio e poi traslati a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Ebner, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britanniam” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia cit., p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (‘praefectus classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale ?). La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi” e, riferendosi alla testimonianza tratta, questa volta dal “Chronicon salernitanum”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 27, vol. I, in proposito alla villa della gens Gavinia scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Della chiesa cristiana risalente molto propabilmente al V sec. d.C., parlerò innanzi. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Pietro Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: (52) ….Naturalmente ve ne dovettero essere anche della gens Gavinia (v. PdP 1970, fasc. 130-133; p. 265).”. Riguardo la citazione di “PdP” si tratta della “La parola del Passato”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 27, in proposito scriveva: “Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima portate in Bretagna, a seguito di una concatenazione di eventi pare fossero state traslate da Gavinio (70), comandante della spedizione (‘praefectus classic ?) romana contro i Bretoni, in Lucania e a Velia.”. Ebner, a p. 27, nella nota (70) postillava: “(70) E’ notizia di una gens Gabinia originaria del Lazio, sparsasi poi in Campania e Lucania (CIL, X 351). Cfr. G. Antonini, La Lucania, Napoli, 1795, p. 166 no. 2 e p. 167; v. pure P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66. Per Velia, v. PdP, XXV, 1970, p. 265, sulla grande lastra di marmo perlaceo ivi rinvenuta che ricorda questa famiglia.”. Della villa romana di Gavinio, ne parla meglio l’Ebner (…), del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 29, dove cita il passo dell’autore della ‘Traslatio’ (77), per averlo constatato di persona, che in “Lucania partibus”, e cioè nel territorio circostante la chiesa anzidetta. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) ….e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos’, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Dunque, secondo il Magnoni, la famiglia Gavinia o la ‘gens’ Gavinia era originaria di Paestum. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”.

Nel 446, l’oratorio cristiano a Velia, nella villa della gens Gavinio

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A stare allo scritto paoliniano la reliquia dell’Evangelista sarebbe giunta in Lucania intorno o almeno non molto oltre il 446, cioè durante l’ultimo tormentato periodo, dell’impero di Valentiniano III° dominato dal terrore delle invasioni unniche e dal decadimento dello Stato e della società romana.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A starne allo scritto paoliniano….Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avvenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentato con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia. Secondo l’uso frequente della Chiesa antica, nella casa stessa venne eretto un oratorio, quello i cui resti vedremo particolareggiatamente descritti nella “Translatio” al momento del ritrovamento della reliquia in Velia. E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “. Dunque, l’Atenolfi, sulla scorta del racconto paoliniano ci dice che la reliquia di S. Matteo fu deposta da Gavinio a Velia, forse nella villa della sua gente e lì sorse, un oratorio, pratica comune per i primi cristiani a quei tempi. Scrive l’Atenolfi che, stando al racconto paoliniano le spoglie del santo arrivarono a Velia, in questo oratorio appositamente allestito, intorno all’anno 446. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…..mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio. E precisamente quando Velia era ancora una via obbligata di transito per coloro che giugevano dall’Oriente e vi si parlava e si scriveva in greco, come documentano le epigrafi (54). Se poi dovesse risultare vero quanto supposto da Mario Napoli circa la trasformazione di un ambiente dell’attiguo complesso termale in un’aula per catecumeni, in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, etc…”. Ebner, a p. 28, nella nota (54) postillava che: “(54) P. Ebner, Nuove epigrafi di Velia, “PdP” 1966, fasc. 108-110, p. 336 sg. Id Id., Nuove iscrizioni di Velia, “PdP” 1970, fasc. 130-133, p. 262 sgg. Id. Id., Altre iscrizioni e monete di Velia, “PdP” 1978, fasc. 178 p. 61 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, etc…”. Ebner, a p. 27, scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Della chiesa cristiana risalente molto propabilmente al V sec. d.C., parlerò innanzi. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Pietro Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Sempre Ebner, a p. p. 27-28, scriveva pure che: “I caratteri più ignificati del predetto edificio sono stati evidenziati ancor meglio dalla successiva ricostruzione in pianta. La basilica era a navata unica e a forma rettangolare. Si presume che in fondo all’ampio catino absidale vi si innalzasse la cattedra del vescovo, affiancata a sinistra da sedili in pietra per i presbiteri, mentre i diaconi, come si sa, assistevano in piedi ai sacri riti. Davanti la cattedra si elevava l’altare che onorava i resti dell’evangelista, al cui nome fu dedicata la basilica come si soleva fare per consuetudine. Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia. Egli infatti così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”. Ebner, a p. 724, scriveva pure che: “Certo è che Velia era diocesi già nel 500 d.C., …….Del resto, una chiesa cattedrale fu sempre poi a Velia (verrà adibita a Museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo), su un’altra più antica, come tstimoniano due magnifici capitelli medievali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicato a divinità femminile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, ecc…”. Ebner, a p. 724, nella nota (30) postillava che: “(30) P. Ebner, Storia cit., ID. ID., Economia e società cit.”. Ebner, a p. 724, nella nota (31) postillava che: “(31) P. Ebner, Agricoltura e pastorizia, cit., p. 69”. Ebner, a p. 724, nella nota (32) postillava che: “(32) CDC, I, 179, novembre a. 950, Salerno: ecclesia sanctae dei genitricis virginis marie. Cfr. Ebner, Agricoltura, cit., p. 62 sg.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA….Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″.

Nel 445 (IV sec. d.C.), il decreto dell’Imperatore Valentiniano III

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 16, in proposito scriveva che: “Successivamente il decreto di Valentiniano (a. 445) ricompose sotto un’unica autorità, precisamente quella romana, tutta la Chiesa occidentale, con una ulteriore affermazione di prestigio della sede apostolica. Di ciò evidentemente si avvalsero i vescovi meridionali con punte a volte eccedenti gli ambiti spirituali delle loro diocesi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”.

Nel IV sec. d.C., Macrobio nei suoi “Saturnali” cita lo scrittore antico “Pestano” cittadino di Vibone

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucaniadiscorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, p. 428, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) parlando di ‘Vibone’ scriveva che: Fu cittadino di ‘Vibone’, Pestano, antico scrittore, di cui ‘Macrobio’ nè ‘Saturnali’ al lib. 6 fa menzione. Verisimilmente il porto dè Vibonesi doveva esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi ed antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che Macrobio (…), nella sua opera “Saturnali” (libro 6) citava lo scrittore antico “Pestano” che fu cittadino di Vibone. Antonini non dice nulla di più. E’ una notizia interessante che dobbiamo ulteriormente indagare. Su questo cittadino di “Vibone” detto “Pestano” e citato dall’Antonini ha scritto Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico ecc…”, alla voce “BONATI, o Libonati”, a pp. 313-314-315, vol II, in proposito scriveva che: “Ne’ Quinternioni ella è detta ‘Bonati’, seu ‘Bonatorum’, e li ‘Bonati’, o Libonati’, come nelle situazioni del 1648 e 1669, e mai ‘Vibonati’ secondo si vuole appellare da ‘Giuseppe Antonini’, e che in latino detta si fosse nell’antichità ‘Vibo ad Sicam’, o ‘Siccam’, da un’unisoletta, che le sta all’incontro poche miglia all’oriente di ‘Maratea’, anche addì nostri chiamata ‘Sicca’ a differenza di ‘Vibo Valentia’, ch’è ‘Monteleone’, detto già ‘Ipponium’, o ‘Hypponium’ (1). ‘Pasquale Magnoni’ (2), e l’eruditissimo ab. D. Francescantonio Soria’ (3) rilevarono però questa svista dell’Antonini, poichè siccome per passo di ‘Cicerone’ (4), che prima della correzione ‘Granoviana’ corrottamente leggeasi in ‘Macrobio’ (5), il dotto ‘Barrio’ (6) dè golfi ‘Pestano’, e ‘Vibonese’ coniò uno scrittore col nome di ‘Pestanus Vibonensis’, che poi fu seguito da tutti gli altri scrittori ‘Calabresi’, a segno, che il P. Amato (7) avvisò che questo personificato golfo fosse stato poeta, oratore, ed anche filosofo per aver scritto un trattato ‘de ventis’ (8), per cui con molta lepidezza il suddivisato ‘Soria’ gli dice che ecc..ecc…”. Insomma, il Soria dà torto all’Antonini. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Magnoni, letera critica al Barone Antonini, p. 22”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Soria, Lettera intorno alle sviste di alcuni autori, nel vol. LXXV, del Giornale Letterati di Napoli “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ciceron. Ad Atticum, l. 16, epist. 6”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Macrobio, Saturnali, lib. 6, cap. 4 “.  Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Barrio, De antiquit. de situ Calabrie, lib. 2, cap. 12 “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Amato nella sua ‘Pantopologia Calabra’ “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Si legga la lettera del mio dotto amico D. Michelangelo Macrì nel vol. LIX, del citato Giornale dei Letterati di Napoli “

giustiniani, p. 313

giustiniani, su vibonati, 314

(Figg…) Lorenzo Giustiniani (…), su ‘Bonati’, vol. II, pp. 313-314-315

Riguardo ai ‘Saturnalia‘ di Macrobio vorrei citare una citazione del sacerdote Luigi Tancredi (….), che nel 1978, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a p. 47 parlando dei passi di Diodoro Siculo (nel Libro XI, pp. 471-72) che parlava di Micito, signore di Reggio e di Zancle che si dice avesse fondato la città di Pixunte (Pyxous), il Tancredi scriveva che: “Conferma la proibità di Micito la Macrobio in “Saturnal. 11: “Anaxilas Messenus, qui Messanam in Sicilia condidit, fuit Reginorum tyrannus. Is quum parvulos relinqueret liberos, Micytho servo suo commendasse contentus est ecc.. Anassilao messeno, che fondò Messina di Sicilia, fu tirannodi Reggio. Egli, allorchè lasiò i figliuoli piccoli, chiese istantaneamente che fossero affidati al suo servo Micito. Questi ne curò coscienziosamente la tutela: e con tanta clemenza ottenne il governo, che i Regini non disdegnavano (di essere comandati) da un servo del Re. Quando i fanciulli ebbero raggiunta l’età, affidò loro il supremo comando e i beni; ed egli raccolse le poche cose occorrenti per il viaggio, partì e con somma tranquillità invecchiò in Olimpia.”. Il passo di Macrobio citato da Tancredi è interessante ma a me pare strano che egli abbia scritto “Saturnal. 11”, in quanto i libri contenuti nei Saturnalia di Macrobio sono 7 e non 11. Tuttavia, se la notizia e la citazione del Tancredi è veritiera è la riprova che nei ‘Saturnalia’ Macrobio raccontava anche dell’antichissima città di “Pixunte” che gli storici dicono essere fondata da Micito di Reggio e, quindi la citazione dell’Antonini può essere corretta.

Nel  IV sec. d.C., la S. Elena o “S. Eliena” (Consalvo) che viveva in una grotta a Laurino e che a volte si recava nel cenobio di S. Maria di Rofrano

Su Wikipedia alla voce monumenti di Laurino troviamo scritto la chiesa di Santa Elena Consalvo, vergine ed anacoreta di Laurino, che visse nella grotta di Pruno. Elena Consalvo (Laurino, 509 – Pruno, 530) è stata una santa italiana. Vergine anacoreta, è la santa patrona di Laurino. Nonostante nel paese natale sia venerata il 22 maggio, il martirologio romano prevede la sua ricorrenza il 20 aprile (1). La nascita della giovane è tradizionalmente collocata agli inizi del VI secolo, più precisamente nel 509; tuttavia nuovi studi la ricollocherebbero tra l’VIII e il IX secolo. Secondo la tradizione proveniva da una famiglia molto devota e di umili origini. Costretta da maldicenze locali ad allontanarsi dal paese natale, intraprese una vita di ascetismo e preghiera in una grotta di Pruno (frazione di Laurino), luogo in cui morì all’età di 21 anni. Inizialmente le reliquie della santa erano conservate nella città di Ariano, dove erano state portate, secondo la tradizione, da sant’Elzearo da Sabrano; tuttavia, l’urna con la statua distesa di Sant’Elena e le stesse ossa furono trasferite a Laurino nel 1882 dal vescovo di Ariano. In Wikipedia alla nota (1) si postilla un blog dove si può scaricare il Martirologio Romano di Cesare Baronio (….). Amedeo ed Emilio La Greca con Antonio Di Rienzo (…..), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 200, in proposito scrivevano che: “Rofrano. Quivi fin dall’VIII-IX secolo vi dimoravano monaci orientali, nelle loro “laure”. La pia tradizione popolare ricorda Sant’Elena, la donna-eremita del Monte Pruno, che spesso si recava, alla badia per servire ai monaci, in cambio di un pò di cibo.”. I tre autori, a p. 204 parlando di Laurino scrivevano che: “Laurino…..La tradizione rimase tanto a lungo che le grotte continuarono ad essere il rifugio di eremiti. Tra questi la leggenda ascrive anche una donna, Santa Elena, che visse per molti anni in una grotta del Monte Pruno. La patrona di Laurino è Sant’Elena (dialetto: Santa Lena) che si festeggia il 18 agosto. La tradizione vuole che la Santa per conservare la sua verginità si fosse rifugiata fino alla morte in una grotta. Quando dopo molto tempo dalla sua morte fu trovato il corpo della Santa, i contadini lo posero su un carro trainato da due buoi non appoggiati, in modo che le bestie potessero andare a Teggiano, a piaggine o a Laurino liberamente. E così “Santa Lena”, quando fu sera e le bestie contavano la stanchezza del girovagare, giunse a Laurino dove ancora oggi è venerata come patrona.”. Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, a proposito di Rofrano, è il secondo a parlare, dopo il Muratori (…), scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofrano vetere, e molte ruine ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. Vi si ridusse ancora quella gente, che abitava fra certe balze fra Laurito, e Rofrano, chiamate Fugento, onde la terraaccresciuta di abitatori venuti a stabilirvisi da i due testè nominati luoghi, motivi ebbero i Padri d’esserne contenti.”.

Antonini, p. 388

Dunque, l’Antonini scriveva che il nuovo Rofrano, quello dell’abbazia di S. Maria, era cresciuto di popolazione grazie a due siti abbandonati ma esistenti in origine: “Rofrano Vetere” dove si stanziarono genti provenienti dalle vicine “balze fra Laurito e Rofrano”, ovvero dal vicino “Fugenti”. Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario Historico-ragionato del Regno‘, nel vol. VIII, pp. 61-62, scriveva su Rofrano: “Questa terra fu edificata dagli abitanti di Rofrano Vecchio, vedendosi tuttavia gli avanzi nel luogo, ove chiamano ‘Rofrano-vetere’. Non saprei la ragione di sua distruzione. Si avvisa l’Antonini (2), p. 388, che l’avessero fatta edificare i PP. Basiliani, i quali vi avevano un Romitorio, richiamandovi ad abitare anche taluni che erano in certe balze fra ‘Laurito’, e Rofrano detto ‘Fugento’. Etc…. Domenicantonio Ronsini (…..), nel 1873, nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano” parlando di Rofrano Vetere, a p. 13, in proposito scriveva che: “Questo era sito circa quattro miglia al Nord-ovest del Nuovo, sotto il monte Rotondo. Era in piedi almeno il suo Cenobio, a’ tempi di Teodosio, ed Onorio, e forse anche a tempi di S. Benedetto, come può raccogliersi dalla vieta di S. Eliena. ‘Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’. Ne avanza il nome conservato nel linguaggio comune, ed in molti antichi documenti, e sul luogo i ruderi del Cenobio, e della Chiesa, e sparsi rottami di mattoni, embrici, e creta cotta. Gli diedero un tal nome per quel naturale pendio, che hanno le nazioni migranti a’ novelli luoghi da essi posseduti un qualche nome, che loro rammenti quelli che furono abbandonati, e dove pur tante memorie carissime lasciarono.”. Proseguendo il suo racconto il Ronsini ci parla di Rofrano nuovo che sorse in un altro luogo, ovvero dove si trova ora. Il Ronsini riteneva che ai piedi del monte Rotondo, un tempo vi fosse un luogo, che all’epoca fosse già da secoli abbandonato chiamato “Rofranovetere”. Il Ronsini scrive che in Rofranovetere, un casale posto ai piedi del monte Rotondo, nel IV secolo, ai tempi di Teodosio e dell’Imperatore Onorio “Era in piedi almeno il suo Cenobio”. Sempre secondo il Ronsini, “….e forse anche a tempi di S. Benedetto, come può raccogliersi dalla vieta di S. Eliena. ‘Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’…vi sono sparsi ruderi e rottami”. Dunque, il Ronsini, forse sulla scorta dell’Antonini scriveva che dal ‘Bios’ di S. Elena si desumono alcune notizie, oltre che sulla Santa che sull’origine di questo antico eremo o cenobio basiliano ai tempi di S. Benedetto da Norcia. Secondo il Ronsini, sul Bios di S. Elena è scritto: “Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’. Dunque, il Ronsini scriveva che nella “vita” della Santa “Eliena” di Laurino l’antico paese di Rofrano vetere era detto “Horreum Rofrani”. Domenicantonio Ronsini, nel 1873, a p. 14 scriveva sulle origini di Rofrano nuovo: “Egli è naturale che Rofrano nuovo sia derivato dall’antico. Esso si formò intorno ad un Cenobio di Basiliani sito presso la Chiesa di Grotta Ferrata, dove ora torreggia il palazzo Baronale. Quivi si ridussero gli abitanti di Rofrano Vetere, e vi si formarono una mediocre agglomerazione con altre avveniticci di un paese, sito su di una balza tra Rofrano, e Laurino che vien chiamato Fugento in ‘Diploma di Ruggiero (Antonini, Lucania). Etc…”. Dunque, secondo il Ronsini, “Rofranovetere” dovrebbe corrispondere ad un casale il cui antico toponimo sarebbe “Fujenti”, come si evince dal “Crisobollo di re Ruggero II”. Sempre il Ronsini, a p. 14, in proposito scriveva pure che: “Quindi le antichità di Rofrano Nuovo si riduce a quella del Basiliano Cenobio. Or in qual’anno questo fu fondato ? Ruggero II primo Re di Sicilia con suo Diploma etc….(Documento A) etc…Dunque il Cenobio di Rofrano esisteva già nella seconda metà del Secolo XI.”. Il Ronsini, a pp. 17-18, in proposito scriveva che: “In Rofrano Vetere esistono i ruderi di un Monastero, che è ricordato nella vita di S. Elena, o Eliena di Laurino. Secondo la leggenda del suo Uffizio visse in una Grotta sopra Rofrano Vetere: il pio Abate di quel Cenobio offriva qualche cibo alla parca mensa dell’austera Anacoreta, che lo retribuiva cucendo o rattoppando le tonache de’ Monaci nell’ore che risecava alle sue sante occupazioni. Morì in quella Grotta or convertita in Oratorio sacro al suo nome. Il corpo fu deposto nella Chiesa di Laurito sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. ‘Ibique tandiu quievit, donec varios post casus Autisiodorum translatum, uti ex Martyrologio R. 11 Kal: Junii: La traslazione delle reliquie secondo il Volpi (Cronologia dei Vescovi Pestani p. 234)(1) avvenne circa l’anno 534. Or sottratti gli anni necessarii allo sviluppo delle molte vicende accennate nella leggenda, e sottratti gli anni, che la Santa passò presso quel Cenobio, deve conchiudersi, che quel Cenobio di Rofrano Vetere esisteva già prima del 480, in cui nacque S. Benedetto. Dunque, il Cenobio non era ancora dei Benedettini, la culla de’ quali fu Montecassino fondato nel 529, ma sibbene di Basiliani, che dall’Oriente ben presto si diffusero in queste Meridionali Provincie allor soggette al Greco Imperatore. Anzi il Baronio nelle note al Martirologio R. scrive che S. Elena fiorì ai tempi di Teodorico il Grande, e di Onorio 379 a 423. ‘De eadem Helene Virgine item hac die Beda Vsuardus, Ado, et Petrus in Catalogo’ L. II. Mentio habetur de eadem in rebus gestis S. Amatoris. Vixit temporibus Theodosii Senioris, et Honorii ejus filii, ut ex iisdem actis colligitur’. Etc…”.

Cattura

Cattura 7

(Fig…..) Ronsini Domenicantonio, pp.

Il Ronsini, proseguendo il suo ragionamento sulle origini del monastero di Rofrano Vetere, a p. 18, in propsito aggiunge che:  Ho qui contraria la leggenda dell’Uffizio, e molti valenti scrittori di Laurino, tra i quali Niccolò Politi, che attribuiscono a’ Benedettini quel Cenobio. Non amo di cozzare se non come i flutti, che ricadono congiunti etc…”. Il Ronsini prosegue il suo racconto dissertando sull’origine del Cenobio di Laurino e adducendo che non credeva fosse stato un monastero Benedettino, come invece adduceva Niccolò Politi (….) che egli stessa cita e per avvalorare la sua tesi cita il Mabillon (….). Inoltre, il Ronsini, a p. 17, nella nota (1) postillava: “(1) Di questa Santa parlan pure Monsignor D’Asti, Note al Martirologio R….L’Abate Pacicchelli, il Regno in Prospett. P. I. pag. 219, Costantino Gatta Lucania Illustrata P. II. c. I Niccolò Politi Fortezza Trionfante. Girolamo Bascapè Efemeridi sacre. Rosario Riccio Pepoli, Pratica Curiale, Ottavio Beltrano in verbo Laurino. P. Sisto delle Piaggine. Officio, e lezioni in Pergamena, con anfone, Capitolo, Versiculi, Respensioni, ed orazione. Sinodi Diocesani di Ariano.”.  Sempre il Ronsini, a p. 18, in proposito scriveva che: “Mabillon nella Prefazione agli annali Benedettini assicura “che sino a San Benedetto, nel secolo VI, spesso ad arbitrio del superiore si adottava una nuova Regola, e spesso nello stesso Cenobio erano in vigore più regole, e si aggiungeva, e toglieva ciò che richiedevano le diverse circostanzedi tempo, e di luogo. Quindi era facile, e promiscuo il passaggio da un Cenobio all’altro non solo de’ Latini fra loro, ma anche tra Latini, e Greci”. Anzi mi pare  che il costume vigeva anche dopo S. Benedetto; altrimenti non può spiegarsi quel che narra lo stesso Mabillon, cioè che verso l’anno 720 in Montecassino ‘officium faciebant Graeci, et Latini, cioè Basiliani e Benedettini. E neppure può spiegarsi la dimora di S. Nilo Basiliano tra Benedettini di Rocca Gloriosa, di S. Nazario di Montecassino e di Casaluce. Può dunque dirsi, che i Cenobiti di Rofrano Vetere erano Basiliani in origine, ma all’apparir del Celebre S. Benedetto o ne adotarono per qualche tempo la Regola, o l’unirono all’altra di S. Basilio. O se assolutamente si vogliono Benedettini di origine, potrà dirsi, che un maggior numero di Basiliani lor si contrappose nel Cenobio. Etc..”.  Sempre il Ronsini, a pp. 18-19 concludendo scriveva che: “Adunque senza moltiplicar Cenobii, può senza grave ostacolo ammettersi che i medesimi Basiliani di Rofrano Vetere migrarono col popolo nel Nuovo, spinti da motivi, che non si sanno con precisione, ma che spinsero tanti altri abitanti di luoghi piani, come Rofrano Vetere, a ridursi in Rocce per arte o per natura inaccessibili, qual’è Rofrano Nuovo. Nei secoli VII. VIII, e IX, in cui cader dovrebbe la migrazione, i paesi della Lucania furono schermo infelice de’ Greci, de’ Longobardi, e de’ Saraceni: presi or dagli uni, or dagli altri, per sottrarsi al ferro nemico cercavano asilo, come le acquile sulle creste de’ monti, ed in luoghi inaccessibili. Ma non sappiamo determinar l’anno con precisione: l’orma del sandalo impresse sul nostro suolo da’ Basiliani furon cancellate dal tempo: e si avvera qui pur una volta, che un mistero avvolge come la generazione, così tutte le origini.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432, in proposito scriveva che: “Mancano altre notizie su Rofrano vetere, eccetto il cenno nella leggendaria vita di S. Elena di Laurino. La santa anacoreta in cambio del poco cibo offerto dai monaci avrebbe loro rattoppato le tonache. Rofrano nuovo sorse intorno alla chiesa di S. Maria. Alle famiglie che lo costituirono si unirono quelle di Rofrano e quelle dello scomparso Fugento, un abitato esistente tra Rofrano e Laurino e di cui è cenno nell’anzidetto diploma di re Ruggiero.”. Dunque, Ebner scriveva che un cenno del vecchio abitato di Rofrano vetere si trova nella leggendaria vita dell’anacoreta e Santa Elena di Laurino che rattoppò le tonache o sai dei monaci di Rofrano che gli offrivano del cibo. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Laurino”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Volpi ricorda pure la “romitella S. Elena (47) di Laurino”, i cui resti dapprima vennero trasportati in Francia, “intorno all’anno 1310″, da S. Elisario della famiglia Sabrana, conti di Ariano. Il vescovo di Ariano Giacinto della Calce, donò una reliquia della santa al suo vicario Rosario Riccio Pepoli di Piaggine, il quale l’offrì alla chiesa di S. Maria Maggiore di Laurino, dove si celebra annualmente la sua vestività il 22 maggio.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”. Ebner, a p. 88, nella sua nota (47) postillava che: “(47) ‘Beata Eliana non de eximia prosapia sed de infimis parentibus Laurini orta est’ si ritirò in una grotta del monte Pruno a 8 miglia da Laurino, sopra Rofrano vetere, un miglio più in su del cenobio italo-greco, di cui vi erano ancora ruderi nel 1890, a dire di G. Pecori, in una ‘criptam quae vocatur specus iuxta horreum veteris Rofrani propinqui monasterii’. Va ricordato che per le incursioni saraceniche il primo cenobio già nell’XI secolo era stato abbandonato dai monaci italo-greci, i quali si ritirarono su un colle fortificandovivisi (Rofrano nuovo). Etc…”. Dunque, Ebner, sulla scorta di Giustino Pecori scriveva che la grotta o l’eremo di S. Elena i trovava ad 8 miglia da Laurino, sopra il paese, oggi scomparso, di Rofrano Vetere, in una ‘criptam quae vocatur specus iuxta horreum veteris Rofrani propinqui monasterii'”. Inoltre, Ebner scrive di Rofrano Vetere, un casale oggi scomparso e dice che questo casale si trovava sotto la grotta sul monte Pruno e pure  un miglio più in su del cenobio italo-greco, di cui vi erano ancora ruderi nel 1890″. Ebner scrivendo del cenobio italo-greco di cui si vedevano i ruderi ancora nel 1890 si riferiva alla Relazione di Giustino Pecori. Inoltre, Ebner scriveva del cenobio italo-greco anche che: Va ricordato che per le incursioni saraceniche il primo cenobio già nell’XI secolo era stato abbandonato dai monaci italo-greci, i quali si ritirarono su un colle fortificandovivisi (Rofrano nuovo). Etc…”. Dunque, non molto distante da Rofrano Vetere vi era un primitivo cenobio basiliano di cui però Ebner scrive solo che se ne vedevano i ruderi ancora nel 1890. Forse Ebner (….), parlando di Laurino, si riferiva al cenobio italo-greco quando a pp. 85-86 scriveva che: “Va ricordato pure che a sinistra del fiume Calore, a oltre due miglia da Laurino, erano ruderi, ancora nel ‘700, di un cenobio (41) benedettino dedicato a S. Simeone. Nella bolla (42) di Eugenio III, all’abate Marino, viene confermata alla Badia anche “Ecclesiam S. Symeonis in Laurino”, poi usurpata dai vescovi di Capaccio e riconosciuta soggetta alla Badia cavense con diploma di Tommaso di Santomagno nel 1362 (43).”. Ebner, a p. 85, nella nota (41) postillava che: “(41) Guillaume, cit., p. LXXXVIII: segnala il priorato di “S. Simeon de Laurino (fondazione) 1093 (di cui è notizia nel) De Blasi, Add. 678 a t (di cui non è più notizia nel) 1501”. Giustino Pecori (….), “Attestato giurato su Sant’Elena da Laurino” del 1891 che Pecori, Real Ispettore alle Antichità per la Provincia di Salerno redisse nel 1891. La sua relazione la troviamo sul blog “Zadalampe”. Sul sito o blog troviamo scritto che: “L’anno milleottocentonovantuno, addì del mese di Settembre. Il sottoscritto, preso ad esame i monumenti relativi alla vita ed al culto della Beata Eliena od Elena Vergine anacoreta e concittadina di Laurino, sotto la santità del giuramento, o per la verità Attesta Notizie Biografiche della Beata Eliena. Che la leggenda dell’Uffizio di detta Beata, ed i numerosi biografi della sua vita, umanimi concordano: Che Ella nacque in Laurino da umili ma onesti parenti, nei primordi del secolo VI° II° che giovinetta prese stanza negli orrori d’una spelonga del monte e Bosco di Pruno, 16 chilom. da Laurino, 2 da Rofrano Vetere e dal quel Cenobio di P.P. Benedettini, ove visse da Anacoreta, ed ove santamente mori. III° Che in quel tempo il Cenobio era abitato dai P.P. Benedettini, i quali offrivano qualche cibo alla scarsa mensa dell’austera anacoreta che li retribuiva cucendo o rattoppando le loro tonache.  IV° Che il Suo Santo corpo tumolato in pria nella detta spelonga e di poi esumato dal Vescovo Pestano nel 534 veniva trasportato nella sua Chiesa Cattedrale.  Che nel luogo detto Gorgonero sul fiume Calore, ove l’aria con la salma della Beata veniva formata, il detto Vescovo ordinava in quel sito la costruzione d’una Cappella sacra in suo nome VI° Che mano ignota rapiva dalla Cattedrale di Pesto e trasportava in Auxerre il santo corpo, e che nel 1310 S. Elgiario Conte di Ariano riportatolo nel regno ne arricchiva quella sua chiesa (Volpi Cron. Vesc. Pest. P. 234; Garrasi Abate Luigi, vicende storiche della Beata Gatta Lucania illustrata p. 78 De Stefano Lucido di Valle di Fasanella in verba Laurini m.s.) VII° Che in Ariano, in occasione della consacrazione di quella cattedrale, ai tempi di Monsignor Giacinto della Calce 1714 furono le sue reliquie scoperte con l’autentica, logora dal tempo portante la scritta S. ELENA VERGINE CONCITTADINA DI LAURINO, come rilevasi dalla relazione manoscritta contemporanea del detto antiquario Reginaldo Mazzei del 1714 (v. la relaz. Giurata del sottoscritto 12 dicembre 1890 Ricci Pepoli, pratica Ecclesiastica p.) VIII° Che finalmente il Vescovo d’Ariano D. Francesco Trotta, alle insistenti premure della cittadinanza Laurinese e del zelante e dotto abate Chiesa Collegiata di S. Maria, D. Luigi Garrasi, permise che le reliquie ritornassero nella sua patria diletta, ove addì 8 ottobre del 1882 fecero il loro solenne ingresso.”. Sempre in “Zadalanpe” vi è scritto che il Pecori parla dei seguenti documenti antichi: “10 Dall’Ufficio della Beata in carta membranacea. 11 Da due frammenti della sua vita in carattere longobardo. 12 Da tre incisione in rame. 13 Dal Cenobio di Rofrano Vetere, ove dimorarono ai tempi della Beata Eliena i P.P. Benedettini, ricordati dall’Ufficio già detto, e dai suoi numerosi biografi.”. Il Pecori scriveva pure che: “MONUMENTI PALEOGRAFICI. Presi in esame primieramente i monumenti scritti. I più vetusti codici sono i due antichi frammenti della leggenda della sua vita in carattere longobardo, ed il suo ufficio in carta membranacea con antifone, capitoli, versicoli respensori ed orazioni in carattere romano bastardo. Un minuto esame paleografico dei codici suddetti può menare alla conclusione della lor epoca, quantunque la scrittura longobarda ha durata con si poco cambiamento per vari secoli, che spesso la paleografia è costretta a limitarsi ad alcune congetture. Esaminati e messi a confronto detti frammenti con le tavole di Bernard, e di Norton uno di essi sembra più antico del secolo IX° mentre l’altro ha già le lettere che cominciano a presentare quella specie di angoli che indicano un avviamento alla forma gotico, e che non può appartenere che alla fine del secolo XI°. L’Ufficio poi della Beta Eliena, quantunque copia di altro più antico, non va oltre il secolo XV°.”. Su Giustino Pecori, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. II , a p. 211, in proposito scriveva che: “Il Mezzacane dice che la copia manoscritta conservata nel Comune era da attribuirsi a Giustino Pecori che nel 1890 scrisse 227 pp. su ‘Laurino e l’omonimo suo stato’ (copia dattiloscritta nella Biblioteca del museo provinciale di Salerno che non contiene però gli Statuti), dal quale trasse le notizie su Laurino (generiche le note sugli statuti). La copia del Foglia ecc…”. Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, sulla scorta del Ronsini, scriveva sui Cenobi e monasteri sorti nell’area, a p. 10 e ssg. , in proposito scriveva che: “Fin dal 400 d.C. l’area che va da Laurino a Rofrano fu all’avanguardia del Cristianesimo: vi si innalzarono numerosi templi: sotto Gisulfo, in una grotta del monte ‘Costa della Salvia’ fu innalzato un altarino in legno a S. Michele, a devozione del Santo protettore dei Longobardi. In quell’epoca si levò la voce e l’esempio di S. Eliena (detta comunemente Elena) da Laurino, “Beata Eliena non de eximia prosapia sed de infimis parentibus Laurini orta est”, la quale consacratasi all’amore di Dio, della penitenza di una grotta in località ‘Pruno’ nei pressi di Rofrano Vetere, non lontano da un Cenobio di monaci Basiliani, soffrì e pregò per i peccatori fino al giorno della morte. “L’Abate di quel Cenobio offriva qualche cibo alla parca mensa dell’austera Anacoreta, che lo retribuiva cucendo e rattoppando le tonache de’ monaci nell’ore che risecava alle sue sante occupazioni” Morì nella sua grotta nel territorio di Rofrano Vetere ed il corpo fu poi deposto nella chiesa di Laurino sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. La traslazione avvenne circa l’anno 534. Il Baronio nelle note del Martirologio Romano scrive che S. Eliena nacque ai tempi di Teodosio il Grande e di Onorio cioè ta il 379 e il 423 (8).”. Il Barra, a p. 11, nella nota (8) postillava che:  “(8) Ronsini, pp. 17-18. Molti storici riportano che il Cenobio di Laurino era dei Benedettini. Ciò non è possibile perchè San Benedetto è nato nel 480 e Montecassino, patria del monachesimo Benedettino, è stato fondato nel 529, quando Eliena era già morta. Uno dei tanti che ha commesso questo errore è stato Bruno, p. 11. Consecutivamente il cenobio Basiliano di Rofrano Vetere passò all’ordine dei Benedettini. Quando erano in uso i cenobi italo-greci ed essi vi stanziavano dei Benedettini, questi potevano liberamente celebrare in latino come accadeva anche per i Basiliani quando andavano dai Benedettini. Un monastero poteva cambiare ordine se i superiori lo ritenevano necessario e questo è accaduto fino all’inizio del XVI secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 308 riferendosi al Vescovo della Diocesi di Capaccio-Vallo, mons. Siciliani, in proposito scriveva che: “Né, afferma è possibile fare “appello alla pietà degli abitanti, perché quasi tutti indigenti”. Il vescovo riferì da Capaccio (13 giugno 1867) pure sul culto di S. Elena a Laurino. Il 12 novembre 1868, poi, nel richiamare la sua prima e “satis accuratam relationem de statu Caputaquensi ac Vallensis ecclesiae”, osservava che non “sine ingenti animo dolore cognitum est, quanto cum furore tempestas quae nunc universam concutit Italiam, in istam dioecesim, incubuerit”.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 108, in proposito scriveva che: “Tra i castelli elencati, vi è quello di Laurino (“castrum Lorini”)(6) sede della contea ai tempi di Gisulfo I che l’assegnò a Landolfo, figlio dell’omonimo principe spodestato da Capua (7). Casale racchiuso in poterose mura, tuttora ben individuabili, nonostante le insidie del tempo.”. Ebner, a p. 108, nella nota (6) postillava che: “(6) CDS, I, pp. 157-158: “Castrum Lorini (anche Laurini) debet reparari per homines baronie Fasanella (nel 1294, Faxanella), per homines Corveti (il Carucci l’ubica a Corleto Monforte, ma Corneto – sulla collina, etc…”. Riguardo la Santa ha scritto anche l’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 329 e ssg., dove parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Giuseppe Volpe nella ‘Cronologia de’ Vesc. di Capaccio’, pag. 40 e 50.”. Egli a pp. 332-333 scriveva pure che: “E’ stato per verità questa Terra un Seminario di Uomini illustri. Sua Cittadina fu Santa Eilena, o Elena Vergine Romita. Ella in un’aspra Spelonca distante da Laurino miglia otto, ch’è appunto nel Bosco deto ‘Pruno’, santamente visse, e giovanetta morì nell’anno di nostra Salute 530. Fu il suo Corpo circa gli anni 534, o 536 trasferito in Isiodoro di Francia. Da colà poi S. Elizario Sabrana Conte di Ariano circa l’anno 1310 lo riportò, e riposelo nella Cattedrale di quella Città, ove in un Urna si venerano sett’ossa del suo Corpo, e riposta su l’Altare maggiore a 3 ottobre 1713 da Mons. Simone Viglino Vescovo di Trevico allorche quella Cattedrale consacrò, come si legge nella Sinodo Diocesana di Ariano, celebrata nel 1714 sotto Mons. della Calce, da cui ne fu uno di detti Ossi donato all’Insigne Collegiata di S. Maria Maggiore, con celebrarsi il dilui dì festivo a 21 di maggio. Le gloriose gesta di questa Santa, oltre gli altri Autori, le scrisse in un Drama, o sia opera sacra il P. Generale da Laurino, stampato in Napoli presso il Pace nel 1721.”. Forse il testo consigliato è Alessandro Vimercati, Vita de’ gloriosissimi santi Elzeario, e Delfina conti d’Ariano, a cura di Pietro Antonio Sapiente, Torino, Santo Officio, 1736. La congiuntura con Ariano, attuale Comune di Ariano Irpino credo sia dovuta al fatto che nel 1495 la contea è comprata da Alberico Carafa, il quale tre anni più tardi otterrà da re Ferdinando II di Napoli il titolo di duca di Ariano e che nel frattempo aveva acqistato il feudo o lo Stato di Laurino. Il Di Stefano, sulla scorta del Volpe (….) scriveva che le reliquie della Santa, settanta ossa, furono traslate nell’anno 534 o 536 trasferiti in Isidoro di Francia.  Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, sulla scorta del Ronsini, scriveva sui Cenobi e monasteri sorti nell’area, a p. 10 e ssg. , in proposito scriveva che: Morì nella sua grotta nel territorio di Rofrano Vetere ed il corpo fu poi deposto nella chiesa di Laurino sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. La traslazione avvenne circa l’anno 534. Il Baronio nelle note del Martirologio Romano scrive che S. Eliena nacque ai tempi di Teodosio il Grande e di Onorio cioè ta il 379 e il 423 (8).”. Dunque, le reliquie della santa anacoreta, intorno al 530 furono traslate in Auxerre in Francia. Auxerre (pron. /o’sɛʁ/) è una città francese di 38.791 abitanti capoluogo del dipartimento della Yonne nella regione della Borgogna-Franca Contea. Scrive il Di Stefano ed il Ronsini che “Da colà poi S. Elizario Sabrana Conte di Ariano circa l’anno 1310 lo riportò, e riposelo nella Cattedrale di quella Città”. Da Auxerre, in Francia, nel 1310, il Conte di Ariano li fece riportare ad Ariano nella chiesa di S. Elizario Sabrana. Da Wikipedia leggiamo che la Cattedrale di Maria Assunta ad Ariano è stata dedicata a sant’Elzeario da Sabrano (compatrono), le cui statue troneggiano sui portali, mentre gli interni sono ricchi di opere d’arte di varia epoca. Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, nel capitolo quarto: “Nasce Padula”, a p. 42, in proposito scriveva che: “Nei pressi di ‘San Luca’ l’indicazione di ‘Santèrna’ (112), e precisamente alla Cupa soprana (“Cupa soprana seu santerna), può suggerire che il luogo riferisca d’un ormai dimenticato e lontano culto tributato a Sant’Elena, la madre dell’imperatore Costantino, se s’accetta l’evoluzione di ‘Elena’ in ‘Elna’ e, quind, in ‘Erna’, per fenomeno tipico della fonetica dialettale locale (113). Gli onori assegnati dai Greci alla Santa insieme con San Costantino (114) già negli anni dell’impero di questi, con un incremento nell’avanzare del quarto secolo, quando si diffondono le storie dell’Invenzione della Santa Croce per interessamento di Elena – ragion per cui si legano al suo nome anche dedicazioni alla Santa Croce, come quella, detta in Gerusalemme, a Roma (115) – troviamo riscontro in due contrade fra i tenimenti di Polla e di Brienza, nella provincia potentina, Sant’Elena e San Costantino, vicine tra loro e con avanzi di fabbriche e iscrizione d’età imperiale (116): volgarmente la prima è detta ‘Sandèlla’ – con un’evoluzione simile e parallela a quella considerata di Padula – , cosa che attribuisce vigore alla congettura relativa al toponimo padulese. E’ questo un interessante indizio della comunità del grecismo nelle contrade meridionali, a cui già s’è fatto riferimento, a partire dalla suaprima diffusione, con punte di maggiore intensità negli anni ‘d’oro’ che segnarono la storia dell’Impero orientale. Nel medesimo luogo, a oriente di ‘Santerna’, sui primi rilievi del monte Romito, era una Santa Maria dell’Alvanéta (117), inserita nel quadro d’insediamenti religiosi di cui s’è detto, particolarmente se il toponimo testimonia la presenza d’estnie slave (118).”. Il Tortorella, a p. 57, nella nota (113) postillava: “(113) Si tratta della caduta della vocale interconsonantica davanti a liquida e della confusione della consonante laterale con la vibrante: vedi il mio ‘A l’us’ andicu cit. (“I dialetti”), p. 300.”. Il Ronsini, a p. 17, in proposito a S. Elena di Conversano scriveva che: “La traslazione delle reliquie secondo il Volpi (Cronologia dei Vescovi Pestani, p., 234)(1) avvenne circa l’anno 534.”. Il Ronsini si riferiva al testo di Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, a p. 234.  Il Ronsini, a p. 17, nella nota (1) postillava: “(1) Di questa Santa parlan pure Monsignor D’Asti, Note al Martirologio R….L’Abate Pacicchelli, il Regno in Prospett. P. I. pag. 219, Costantino Gatta Lucania Illustrata P. II. c. I Niccolò Politi Fortezza Trionfante. Girolamo Bascapè Efemeridi sacre. Rosario Riccio Pepoli, Pratica Curiale, Ottavio Beltrano in verbo Laurino. P. Sisto delle Piaggine. Officio, e lezioni in Pergamena, con anfone, Capitolo, Versiculi, Respensioni, ed orazione. Sinodi Diocesani di Ariano.”. Costantino Gatta (….), nel suo “Lucania illustrata”, a p….., cap. II, in proposito scriveva che: “…………

Nel 412, gli abitanti di Patrizia si spostarono verso la Rocca

Romaniello Agatangelo (….) parla della fondazione del nuovo casale di Roccagloriosa, nell’anno 410, ai tempi di Alarico, ovvero 14 anni dopo la venuta di Stilicone. Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Intanto gli abitanti di Patrizia e i vari nuclei di Stilicona pensarono di riparare in un luogo più sicuro e più adatto alla difesa contro eventuali nemici. Avevano già ricevuto la religione cristiana probabilmente per il buono esempio di alcuni soldati dell’esercito di Stilicone: e, nell’anno 412, sulla cima del monte roccioso che stà a guardia delle vallate del Mingardo e del Bussento, poco distante da Patrizia, costruirono una chiesetta che dedicarono alla “Gloriosa Madre di Dio benedetto”: si raggrupparono intorno ad essa e costituirono la nuova città chiamata Rocca (30).”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (30) postillava dell’appellativo di “Gloriosa”. Gli abitanti di Patrizia, in seguito ai saccheggi perpretati dalle truppe del generale Stilicone furono costretti a fondersi col nucleo originario: da questa unione nacque un nuovo insediamento, intorno ad una chiesetta del 412 dedicata alla Madonna, zona ancora oggi chiamata Rocca. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini” parlando di “Roccagloriosa”, a pp. 11-12, in proposito scriveva che : “…..; Patrizia (fino al 396 d.C.); Stiliconia (inizio sec. V)(145). Trascorsi ormai cinque secoli di pace, Stilicone, generale dell’imperatore Onorio, dop di avere inseguito i Goti della Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel Golfo di Policastro (146). Accampatosi nella Valle del Mingardo colle sue truppe, consentì ai soldati di rifarsi con le sostanze che si trovavano, per cui in pochi mesi il luogo rimase in precarie condizioni per le continue depredazioni. (147). Gli abitanti di Patrizia, già in opposizione, sopravvissuti e uniti ai pochi di Stiliconia, ripararono in luogo più sicuro e difeso contro possibili nemici. Essi avevano ricevuto la religione cristiana per il buon esempio dei soldati di Stilicone, che avevano fatto parte dell’esercito di Teodosio e del figlio Onorio, imperatori cristiani (148); perciò, nell’anno 412 sulla cima della roccia, tra i fiumi Mingardo e Bussento, costruirono una cappella intitolata alla “Gloriosa Madre di Dio”, l’Assunta (149).”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (149) postillava: “(149) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, (a. 296).”.

Nel 451 d.C. (V sec.), BLANDA ed ELIA, suo Vescovo che partecipa al Concilio di Calcedonia

Il sacerdote Nicola Curzio (…) che, nel 1934, nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, a p…., in proposito a Blanda scriveva che: “Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); Ecc…”Le prime notizie risalenti all’età alto-medievale riguarda l’antica sede vescovile di Blanda: nell’anno 451, un vescovo di BLanda Iulia era presente al Concilio di Calcedonia. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 18 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito scriveva che: “2) ELIA (451). – Un ‘Elias, episcopus Blandanensis’, figura al Concilio Ecumenico di Calcedonia del 451 (3). E’ vero che a quel Concilio parteciparono anche Vescovi italiani, quali quelli di Palermo, di Ascoli ecc…; ma l’assegnazione di Elia a ‘Blanda Julia’ non sembra giustificata. Nell’edizione degli atti conciliari presso il Mansi, si trova indicato come “Bleandri civitatis episcopus” (4). Si tratterebbe perciò di un Vescovo orientale. Difatti soscrive tra quelli della provincia di Lidia.”. Il Russo (…), nella sua nota (3) a p. 18 postillava che: “(3) Labbe, IV, 1247-1248, 1330.”. Il Russo (…), nella sua nota (4) a p. 18 postillava che: “(4) Mansi, VI, 574”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi……Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ….”Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il vescovo Elia (27) partecipa al Concilio di Calcedonia, nel 451: non è Blanda, ma dev’essere di Bleandro, in Asia Minore (28), come osserva argutamente Francesco Russo. In questo periodo la Magna Grecia è già provincia di scarsa importanza. Ecc..”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: “(27) Ibidem”. Il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”. Il Lanzoni (…), parlando di ‘Blanda Iulia’ non citava affatto questo vescovo, Elia, presente al Concilio Ecumenico di Clacedonia. Il Tancredi (…), riguardo al vescovo Elia presente al Concilio Ecumenico di Clacedonia, citava il testo di padre Francesco Russo (…), ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, il Tancredi citava il vol. III a p. 18 dove infatti il Russo parla dei vescovi di Blanda Iulia. Nel testo di Jaffé-Loewenfeld (…), dove, nell’indice dei papi nel vol. II a p. VII-VIII, per l’anno 451, si riferisce a papa “S. Leo” a p. VIII scriveva che: “…………………. Nel vol. I a p. 67 del testo di Jeffé-Loewenfeld (…), per l’anno 451 troviamo un Rustico ravennate:

Jaffé-Loewenfeld, vol. I, p. 67, anno 451

(Fig…) Jaffé-Loewenfeld (…), op. cit., p. 67, vol. I sull’anno 451

Riguardo la notizia di un vescovo Elia di ‘Blanda Iulia’, il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”, dove, alla colonna 574 parla del Concilio di Nicea del 451:

Mansi J., vol. IV, col. 574

Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: La costruzione di regolari diocesi si forma in Italia Meridionale soltanto un secolo più tardi. Il vescovo Elia (27) partecipa al Concilio di Calcedonia, nel 451: non è Blanda, ma dev’essere di Bleandro, in Asia Minore (28), come osserva argutamente Francesco Russo. In questo periodo la Magna Grecia è già provincia di scarsa importanza. Etc…”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: ” (27) Ibidem”. Il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”.

Nel 492-496 d.C. (V sec. d.C.), i Vescovi in Lucania all’epoca di papa Gelasio

Giacomo Racioppi (…) nel vol. II del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Le prime notizie sicure degli ordinamenti gerarchici della Chiesa nella nostra regione sono del secolo V e del VI. Un arcidiacono della chiesa grumentina è ricordato in una lettera di papa Gelasio (492-496) del secolo V; un’altra di papa Pelagio del secolo VI, ci dà notizia di vescovi a Potenza, a Grumento e a Marcelliana o Consilino: nei primi anni del secolo stesso intervengono ai concilii di Roma vescovi di Acerenza, di Venosa, di Potenza; Ecc………Da questi sparsi dati di fatto si può trarre argomento che nel primo e più buio periodo della storia ecclesiastica della regione, tutte le antiche città lucane di qualche importanza, con ambito intorno di vici o villaggi dipendenti, ebbero a capo della propria chiesa un vescovo, ma con giurisdizione più estesa della propria città e contado.”. Il Racioppi a p. 213 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Epist. 29, lib. II, di papa Gregorio del 599, che dice: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine, ecc..’ – Le lettere di papa Pelagio (il primo di tal nome pontificò dal 555 al 560, il secondo dal 578 al 590) sono nel ‘Decret. Gratiani’, parte I, distin. 76, can. 12; e distin. 63, can. 14 – Le lettere di papa Gelasio, ‘Ibid., parte II, ‘Causa’ XII, questio I, e causa XIII.”. Il Racioppi a p. 214, nella sua nota (1) postillava che: “‘Pascalis Blandanus, Sabatus Buxentinus, Johannes Paestanus….Nel Mansi, ‘Ampla Collect.”. Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 97, in proposito scriveva che: “Le Decretali dei Pontefici Innocenzo I e Gelasio I mostrano chiaramente che nel Bruzio esisteva un’organizzazione ecclesiastica fin dal secolo V e che questa era alla diretta dipendenza del Papa. Questo risulta ancor meglio dall’Epistolario di S. Gregorio Magno, etc…”.

VELIA, BUXENTUM, BLANDA, VIBONE, TALAO, SEDI EPISCOPALI

Nel V secolo, a Velia, l’interramento dell’area e la scomparsa della villa della gens Gavinio e della basilica paleocristiana

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 729 parlando di Velia, in proposito scriveva che: Così, il succedersi di non comuni fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III sec. a.C. e nella seconda metà del I sec. (62 d.C.), travolsero il quartiere meridionale ripetutamente seppellendolo. Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico d’un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un’erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell’irruente fiumara sempre più verso l’odierno. L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, secondo l’Ebner, la villa della famiglia Gavinio si ebbe con l’ultimo sensibile interramento del quartiere meridionale della città che si ebbe alla fine del V secolo d.C..Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, in proposito scriveva che: “Un organismo dissoltosi a Velia nel VI secolo per carenza demografica e per la morte del vescovo, forse ucciso dagli invasori longobardi etc…”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Su Velia dopo i lavori ben noti del Munter, Luynes, Schlemming, Lenormant, oggi parla la diretta ricerca archeologica. Etc..”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “.

Nel VI sec., le rinate diocesi e sedi episcopali: Paestum, Bussento, Blanda

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, trascorsero molti anni prima che i vescovi venissero riconosciuti privilegi e prerogative tra cui la loro inclusione negli organi dello stato che avviò quel movimento di unificazione degli usi e di coordinamento della dottrina affermatisi sotto il pontefice d’Innocenzo III (1198-1216). I vescovi abusarono ben presto della loro autonomia tanto che diversi concili dovettero intervenire per ridimensionare gli abusi di potere.”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento per aver partecipato al Concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653). Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellianum (92).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Il Gaetani (9), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”.

Nel 499 d.C. (V sec. d.C.), FIORENTINO vescovo di Paestum

Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 54 e ssg, in proposito scriveva che: “Il porto dell’antica e florida Poseidonia andava, ormai inutilizzato, sempre più sprofondato dal mare, segnando per sempre la fine dell’importanza politica e strategica della città alle soglie della Lucania classica (1); il suo vescovo Fiorentino, il primo di cui abbiamo notizia (2) partecipò a Roma sia al Concilio del 1 marzo 499, sia al Sinodo Palmare del 23 ottobre  501, sinodo a cui era presente anche Rustico, vescovo di Bussento, ma la città, di cui un tempo i poeti cantavano i roseti della doppia fioritura, entrava in agonia ai principi di quel secolo VI. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), ecc… (91)…”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’.”.

Nel V sec. d.C., il Vescovo Agnello della Diocesi di Velia

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, in proposito scriveva che: Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, il vescovo Agnello, citato nella lettera di papa Gregorio I a Cipriano, potrebbe essere stato un Vescovo della Diocesi di Velia nel V secolo, ovvero precedentemente all’invasione Longobarda. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Ecc…”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”. Sul Vescovo Agnello aveva scritto anche il Gaetani (….). Sul Vescovo Agnello ha scritto anche il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a p. 19, in proposito scriveva che: “Dunque, nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione S. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accettarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, solo potremmo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e il IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato riconoscere le poche lieti fasi della Chiesa Bussentina. Ecc…”. E subito dopo a seguire il racconto del Gaetani sulla lettera di papa Gregorio I a Felice. Il Gaetani, a p….., nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lib. 4, Ep. VI.”. Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini” parlando di Velia scriveva pure che: “4) – VELIA. Sono ricordati almeno due presuli: Agnello (sec. V) ed un ignoto (592), già defunto al tempo di papa S. Gregorio Magno (105).”.  

Nel V secolo d.C., Vescovi e Vescovadi nel basso Cilento

Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono. A tal proposito ci conviene ricordare che sulla scorta del Paolo Diacono (che scrisse la biografia di Carlo Magno e di cui esiste una Cronistoria allegata), il Troyli afferma che i Visigoti o Goti scesero in Italia nel 401 d.C. con il loro capo Alarico e che attraverso il Cilento, devastando e saccheggiando, si diresse in Africa (1). A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (…). Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (….). Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che tra il 440 ed il 460 i Vandali di Genserico saccheggiarono Licosa, Erculam, Sapri, Velia e Bussento e che si salvarono dalla distruzione solo Velia e Bussento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, riferendosi alla prima lettera del 592 di papa Gregorio I indirizzata a Cipriano, in proposito scriveva che: del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, il vescovo Agnello, citato nella lettera di papa Gregorio I a Cipriano, potrebbe essere un Vescovo della Diocesi di Velia. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Ecc…”. Ebner continuando il suo racconto e riferendosi al VI secolo con l’invasione Longobarda, in proposito scriveva che: “Capaccio rimase a lungo sede diocesana nonostante che i vescovi continuassero a risiedere in altri centri (Agropoli, Sala Consilina (8), Diano-Teggiano, Novi, Vallo) ecc….”. Ebner, a p. 15, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Sala venne scelta per fruire più facilmente dal servizio postale”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia.”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius ad fuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen‘.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (…), a p. 21 riguardo l’Ughelli (…) e il Vescovo Landus di Marcellianum nella sua nota (92), postillava che: “(92) Vol. X., p. 127 sgg. Cfr. Bracco, ‘Antiquitates’, cit., p. 338.”. Dunque, l’Ebner scriveva che per il V secolo si hanno solo i Vescovi Sabino per Marcellianum, o Sala Consilina, forse Florentino per Paestum ed il vescovo Agnello di Velia. Anche il sacerdote Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli anticihi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1).. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che, sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento.”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Le origini del Cristianesimo nella regione sono oscure, per riconoscimento del miglior conoscitore della storia della Lucania (4). Nulla si sa di concreto, ove si eccettui la zona venusina che, per quest’epoca, rimane fuori della nostra trattazione, dell’esistenza di quei nuclei giudaici, che furono i centri propulsori della nuova fede, che essi accolsero per i primi (1). E’ soltanto con la fine del sec. V, che si hanno le prime notizie sicure intorno agli ordinamenti ecclesiastici in Lucania. Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). Ecc…”. Poi il Magaldi aggiunge che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Dunque, il Magaldi citava come l’Ebner il Lanzoni che scriveva che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Ecc..”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”.

Nel V sec. d.C, le prime diocesi: Paestum, Bussento, Blanda

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento per aver partecipato al Concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653). Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellianum (92).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Ecc..”. Il Gaetani (9), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”.

Ms.V F 32 07

(Fig….) Tav. VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, tratta dalla Cosmographia di Nicolò Germanico (…)

Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che tra il 440 ed il 460 i Vandali di Genserico saccheggiarono Licosa, Erculam, Sapri, Velia e Bussento e che si salvarono dalla distruzione solo Velia e Bussento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, riferendosi alla prima lettera del 592 di papa Gregorio I indirizzata a Cipriano, in proposito scriveva che: del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, il vescovo Agnello, citato nella lettera di papa Gregorio I a Cipriano, potrebbe essere un Vescovo della Diocesi di Velia. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Ecc…”. Ebner continuando il suo racconto e riferendosi al VI secolo con l’invasione Longobarda, in proposito scriveva che: “Capaccio rimase a lungo sede diocesana nonostante che i vescovi continuassero a risiedere in altri centri (Agropoli, Sala Consilina (8), Diano-Teggiano, Novi, Vallo) ecc….”. Ebner, a p. 15, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Sala venne scelta per fruire più facilmente dal servizio postale”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia.”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius ad fuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen‘.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (…), a p. 21 riguardo l’Ughelli (…) e il Vescovo Landus di Marcellianum nella sua nota (92), postillava che: “(92) Vol. X., p. 127 sgg. Cfr. Bracco, ‘Antiquitates’, cit., p. 338.”. Dunque, l’Ebner scriveva che per il V secolo si hanno solo i Vescovi Sabino per Marcellianum, o Sala Consilina, forse Florentino per Paestum ed il vescovo Agnello di Velia. Anche il sacerdote Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli anticihi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1).. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che, sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento.”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Le origini del Cristianesimo nella regione sono oscure, per riconoscimento del miglior conoscitore della storia della Lucania (4). Nulla si sa di concreto, ove si eccettui la zona venusina che, per quest’epoca, rimane fuori della nostra trattazione, dell’esistenza di quei nuclei giudaici, che furono i centri propulsori della nuova fede, che essi accolsero per i primi (1). E’ soltanto con la fine del sec. V, che si hanno le prime notizie sicure intorno agli ordinamenti ecclesiastici in Lucania. Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). Ecc…”. Poi il Magaldi aggiunge che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Dunque, il Magaldi citava come l’Ebner il Lanzoni che scriveva che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Ecc..”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a pp. 60-61 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa constatazione, di per sé quasi ovvia, è suffragata dall’unica fonte che ci parli della Lucania in questi anni, l’epistolario di Gregorio Magno. Gli effetti dell’invasione dei Longobardi su alcune diocesi del Mezzogiorno sembrano essere stati desolanti: nel luglio del 592, infatti, il pontefice doveva incaricare Felice vescovo di Agropoli di compiere una visita pastorale con ampi poteri di intervento “quoniam Velina, Buxentina et Biandana ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine” (29). Si tratta delle diocesi di ‘Velia’ (identificata con Castellammare della Bruca, presso Pisciotta), ‘Buxentum’ (Capo della Foresta, presso Policastro, o Pisciotta nella Valle di Novi) e ‘Blanda Iulia’ (probabilmente Porto di Sapri), tutte nel Cilento, e quindi nei confini della Lucania tardo-antica (30): e la mancanza di vescovi e sacerdoti, per quanto non necessariamente collegata a vicende militari recenti, è un indizio abbastanza chiaro della situazione difficile della regione, senza dubbio connessa con i torbidi seguiti all’occupazione longobarda.”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (29) postillava che: “(29) Gregorio Magno, Registrum epistolarum, II, 35, vol. I, p. 120”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (30) postillava che: “(30) Cfr. F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604, “Studi e testi”, 35, Faenza, 1935, pp. 322-23″.

Il battistero paleocristiano di “Marcellianum”, oggi detto di S. Giovanni in Fonte a Padula

Cattura

Il Battistero paleocristiano di San Giovanni in Fonte fu eretto nel IV secolo d. C. ed è situato a Padula, a poca distanza dalla Certosa di San Lorenzo. E’ uno dei più antichi battisteri cristiani di tutto l’occidente. Esso anticamente faceva parte del borgo di Marcellianum, suburbio dalla Civita di Cosilinum (oggi Padula e non Sala Consilina come si potrebbe credere) nella regione della Lucania e dei Bruzii. Inoltre Marcellanium era sede di una importante fiera che si svolgeva ogni anno il 14 o il 16 di settembre, in occasione della festa di San Cipriano e che richiamava gente da tutta la Lucania ed oltre. Fu chiamato così in onore di Papa Marcello che nel corso del suo breve pontificato (308-309) riprese il difficile programma di dare una organica sistemazione religiosa al territorio, interrotta dalla feroce persecuzione di Diocleziano. Papa Marcello nel quadro di una estensione dell’organizzazione della chiesa cattolica istituì nuove diocesi, nominò altri vescovi e favorì la costruzione di un battistero per ogni diocesi. L’unicum di questo monumento è rappresentato dal fatto che la vasca battesimale, anzichè essere riempita artificialmente come di solito avveniva negli altri edifici, riceveva l’acqua in maniera naturale perchè realizzata su una sorgente perenne, permettendo il battesimo per immersione. Questo rende il Battistero paleocristiano di San Giovanni di Marcellianum unico nel mondo della cristianità. Il fatto, già singolare, diveniva miracoloso quando ogni anno puntualmente, durante la notte di Pasqua, riservata ai battesimi, la sorgente si gonfiava e l’acqua riempiva la vasca. Il prodigio richiamava folle di fedeli sempre più numerosi, desiderosi di assistere al miracolo delle acque. Proprio questo prodigio faceva di Marcellianum un luogo santo, meta di pellegrini in cerca di segni divini. Il borgo di Marcellianum fu abbandonato probabilmente intorno al VI secolo a causa della guerra greco-gotica e la successiva invasione longobarda, oppure, secondo un’altra ipotesi, nel IX secolo a seguito delle incursioni saracene. Il battistero passò ai benedettini, che gli diedero l’attuale nome e poi ai cavalieri dell’ordine dei Templari. L’edificio originario è a pianta quadrata con arcate in mattoni e corrisponde all’ambiente in cui si trova la grande vasca battesimale fiancheggiata da due ambulacri, mentre le altre strutture, come la cappella ed il portico, sono di epoca posteriore. Nella cappella si possono vedere i resti di affreschi raffiguranti gli apostoli, probabilmente di matrice bizantina. A Padula vi è un’antica fonte battesimale d’epoca paleocristiana chiamato “Battistero di S. Giovanni alla Fonte”, posto nei pressi della Certosa di Padula. Pur in assenza di fonti storiche, si può supporre che l’edificazione del Battistero risalga al V secolo e che sia da considerarsi legata all’evangelizzazione della zona operata da S. Prisco e da S. Paolino. La prima menzione dell’edificio, come Commenda di S. Giovanni in Fonte, compare per la prima volta nel periodo normanno, quando fu concesso da Ruggero II ai Cavalieri Templari, protettori dei luoghi sacri della Terra Santa. Stranamente questo edificio a Padula, non è menzionato neanche nei documenti della certosa di S. Lorenzo, la più autorevole istituzione religiosa della regione. Non vi sono  fonti storiche che ne attestino l’origine ma è presumibile che la costruzione del Battistero sia da collocare nel V secolo e che sia legata all’evangelizzazione dei santi Prisco e Paolino nel territorio valdianese. La “Commenda di San Giovanni in Fonte” è in assoluto la sua prima menzione e risale al periodo normanno quando Ruggero II affidò la cura dell’edificio ai Cavalieri Templari, già protettori dei luoghi di culto in Terra Santa. Costantino Gatta (….), “Memorie storiche topografiche della Provincia di Lucania – opera postuma messa in luce dal figlio Giuseppe Gatta”, Napoli, 1743 (che posseggo) parlando di “Marcelliana”, a p. 68 leggiamo che: “Non altrove che quivi vi era sì famoso Tempio con il Fonte prodigioso, perchè quivi appunto erano i suborghi della città di Marcelliana, come a sufficienza provato abbiamo nella nostra ‘Lucania illustrata (b), e nelle ‘memorie Topografiche-storiche (c), ed al presente vi è una Chiesa consegrata a S. Gio: Battista entro cui sorge un Fonte di cristalline, ed abbondanti acque, che è celebre Commenda dè Cavalieri Gerosolomitani, e chiamasi S. Giovanni in Fonte.”. Giuseppe Gatta, a p. 68, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Lucania illust. cap. 3.”. Gatta a p. 68, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Mem. Topograf. della Prov. di Luc. par. I. cap. 9.”. Costantino Gatta (….), nel 1723, nel suo “Memorie storico topografiche della Provincia di Lucania”, parte I, cap. IX, a p. 72, in proposito scriveva che: “ma quivi è assai manifesto, sendovi uno meraviglioso Fonte di freddissime e limpidissime acque in uno Tempio al presente consegrato al Precursore di Cristo, e già famosa Commenda dè Cavalieri di Gerosolomitani”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (a) postillava che: “(a) lib. Variar., VI I, cap. 33.”. Gatta a p. 52, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Giulio Sesto Frontino nel lib. de colon.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Filip. Clu. Ital. antica, tomo 2, fol. 1190, e fol. 1304.”. Gatta, a p. 52, nella sua nota (d) postillava che: “(d) Cassiodor. lib. variar.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda…Ricorda inoltre che la località era allietata da un fonte d’acqua “nimio candore perspicua”, per la cui “habeat et Lucania Jordanem suum”, il battistero paleocristiano di Marcellianum.”. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco cit., p. 8”. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso IV, a p. 206 parlando di Capaccio e della sua Cattedrale, in proposito scriveva che: “…….”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “Dal ‘Liber pontificalis’ (cronache del papato) si apprende che S. Marcello nei due anni del suo pontificato consacrò ventuno vescovi e benedisse altrettanti battisteri, tra cui quello “in acqua corrente” di Marcellianum per cui “habeat in Lucania Jordanum suum” in una località dove sorge “aemulabatur serenum diem acqua subtilissima” ricca di pesci vietati alla pesca “pro reverentia loci”. Da una puntuale ricostruzione in plastica del battistero risulta che esso era formato da un vasto ambiente absidato (“naturalis antri apsidis fabricata concavitas”) composto di quattro arcate con al centro una vasca quadrangolare (“lacum quem non dubitas esse plenissimum”) sovrastata da una cupola poggiante su arcate. Fino ad oggi non si sa nulla dell’episcopio nè della chiesa cattedrale, presumibilmente attigui al battistero.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, senza dubbio tra i più interessanti esempi di architettura paleocristiana pervenutici, complesso scoperto due decenni fa da Vittorio Bracco. Del sacro fonte parla anche Cassiodoro nella lettera inviata a Teoderico (primi del VI secolo) perché facesse predisporre un servizio d’ordine in Lucania (rozzi villani derubavano i ‘negotiationes’), in occasione della famosa fiera annuale di fine settembre (26, S. Cipriano). Cassiodoro descrive, con singolare vivezza, l’accorrere festoso di gente che “industriosa mittit Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”. Il potente ministro di due re si riferisce a Marcellianum “suburbanum quoddam consolinatis antiquissimae civitatis”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Polla, a p. 347, in proposito scriveva che: “Il murato (2) abitato di Polla, …..Nei pressi del forum, fiorente ancora ai tempi di Cassiodoro, era ‘Marcellianum’, sede di diocesi, di cui sono ancora visibili i resti del paleocristiano battistero (5) ad acqua corrente, di cui scrisse anche il potente ministro di due re. Acque ricche di pesci, intoccabili “pro reverentia loci”, che rendono più suggestivo il luogo che rivisse l’antica mistica grandezza qualche decennio fa, quando venne scoperto e illustrato da v. Bracco.”. Ebner, a p. 347, nella nota (5) postillava: “(5) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV, 1958, p. 193 sgg. e Polla cit., p. 41 sg. e p. 79. Sugli affreschi del battistero, poi cappella, simili a quelli di S. Angelo in Formis, v. Bracco, Polla, lineee di una storia, Salerno, 1976, p. 79 e 550 (n. 165).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 473 ci parla di “Marcelliana” parlando di Sala Consilina e non di Padula. Ebner, a p. 473, in proposito scriveva che: “Di Marcelliana e del battistero di S. Giovanni in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol.. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede sia stata un borgo di Sala. Anche il Gatta (59) scrive che ect…”. Ebner, a p. 473, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Antonini, cit., II, p. 113”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, dattiloscritto inedito del 1986 parlando di “7- Polla – Sala Consilina”, a p. 13, in proposito scriveva che: “Presso il foro sorgeva “Marcellianum”, sede vescovile dove si vedono i resti del Battistero paleocristiano (164). Questo fonte ad acqua corrente era ricco di pesci, mai pescati per riverenza al luogo che rende bello l’ambiente e ne rievoca la mistica meravigliosa grandezza. Nelle acque del Marcellianum, suburbio di “Consilinum”, ricevevano il battesimo le nuove famiglie convertite dal paganesimo, sull’esempio di altre già praticanti, dopochè la religione cristiana era diventata con Teodosio, nel 380, ufficiale di stato (165). Questo battistero di Polla era singolare, perchè, fondato sopra una sorgente perenne, sulla via Annia, vi scendevano direttamente i catecumeni per rivevere il sacramento (166). Accanto al battistero sorsero il “Castrum di Polla” e di Consilina. Il battistero prese il nome di “S. Giovanni in Fonte”, in memoria di S. Giovanni Battista, etc…. Il Cataldo, a p. 21, nelle note postillava di Pietro Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 472-475.  Il Cataldo, a p. 21, nella nota (162) postillava: “(162) Ebner P., op. cit., vol. II, p. 347.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (163) postillava: “(163) C.I.L., X, 6950 – Ebner P., op. cit., p. 347.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (164) postillava: “(164) Bracco Vittorio: Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di Archeologia Cristiana”, Città del Vaticano, XXXIV, 1958, p. 193.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (165) postillava: “(165) Bihlm – Tuechle, op. cit., pp. 259 e 308.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (166) postillava: “(166) Bracco V., Mondo Archeologico.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (167) postillava: “(167) Ebner P., op. cit., vol. I, p. 16.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), è menzionata ancora nella lettera con la quale nel 527 il re dei Goti, Atalarico, ordina a Severo, ‘corrector’ della Lucania e del Bruzio, di garantire l’incolumità dei mercanti che ogni anno, in occasione della festa di S. Cipriano (14 settembre), accorrevano alla fiera che si teneva in un ‘suburbanum quoddam Consilinatis antiquissime civitatis’, vale a dire a ‘Marcellianum (7). In questa località, chiamata oggi S. Giovanni in Fonte, c’era anche una fonte, su cui era stata costruita una vasca con sette gradini, alla qule la notte del Sabato Santo o, come propone F. Bulgarella, nella veglia dell’Epifania (8), i catecumeni affluivano per ricevervi il battesimo. In quell’occasione, narra Cassiodoro (9), avveniva anche un miracolo: appena il sacerdote pronunciava le prime parole del rito battesimale, l’acqua cresceva di volume fino a ricoprire tutti i gradini della vasca, per poi ritornare all’altezza di prima, per cui lo scrittore, riferendosi al fiumicello che scaturiva da quella miracolosa sorgente, esclama: “Habet et Lucania Iordanem suum” (10).”. Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (7) postillava: “(7) Cassidori, Variarum liber VIII, epistola 33, in Monumenta Germaniae historica, Auctore antiquissimi, XII, p. 262.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. in questo volume F. Bulgarella, Tardo antico e alto Medioevo bizantino e longobardo.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (9) postillava: “(9) Cassidori, op. cit., pag. 263: “Nam cum die sacratae noctis precem baptismatis coeperit sacerdos effundere et de ore sancto sermonum fontes emanare, mox in altum unda prosiliens aquas suas non per meatus solitos dirigit, sed in alti tudinem cumulunque transmittit. erigitur brutum elementum sponte sua et quadam devotione solemni praeparat se miraculis, ut sanctificatio maiestatis possit ostendi. nam cum fons ipse quinque gradus tegat eosque tantum sub tranquillitate possideat, aliis duobus cernitur crescere, quos numquam fluenta labentia sic ad humanos sermones vel star vel crescere, ut eis credas audiendi studium minime defuisse”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (10) postillava: “(10) Ivi. Su S. Giovanni n Fonte v. V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, 34 (1958), pp. 193-207; A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, pp. 558 ss.”. Vitolo, a p. 129, nella nota (12) postillava: “(12) V. sopra, p. 49, n. 34”. Vitolo, a p. 129, nella nota (13) postillava: “(13) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del sec. VII (a. 604)(Studi e Testi, 35), Faenza 1927, p. 323; IP VIII, p. 370.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini, a pp. 106-108, in proposito scriveva che:  “Proprio per la sua posizione baricentrica questa parte de Vallo è stata fin dai secoli tardo-antichi sede privilegiata di mercati e fiere annuali. Tra l’alveo del Tanagro e le pendici occidentali di Padula, doveva estendersi ‘Marcellianum’, il suburbio dell’antica ‘Cosilinum’ romana identificata nei resti ancora visibili sulla collina della ‘Civita’, alle spalle dell’abitato odierno. E in stretta relazione con il suburbio di ‘Marcellianum’ si devono verosimilmente interpretare gli avanzi, rinvenuti negli anni Cinquanta del secolo scorso, di un importante complesso paleocristiano edificato sulle strutture di una preesistente villa romana di età imperiale (3).”. La Alaggio, a p. 106, nella nota (3) postillava: “(3) M. Romito, Un nuovo documento della cristianizzazione nella valle del Tanagro, in “Apollo”, XII (1966), pp. 10-17.”.

Nel 494-5 (V sec. d.C.), la sede episcopale di MARCELLIANA (Marcellianum) ed il vescovo Sabino

Nel 1928, infatti, venne alla luce un’epigrafe in seguito al crollo di un muro: l’epigrafe era parte di una tomba imperiale recante la scritta D(is) M(anibus)/ MARC/ELLIN/O FILIO /PARENT(es) / FECER(unt). Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 127 e ssg., in proposito scriveva che: “Anche per il Vallo di Diano, come per tante altre regioni del Mezzogiorno e dell’Occidente in generale, non sono note le prime fasi di penetrazione del Cristianesimo, anche se non è difficile congetturare che essa sia avvenuta lentamente; e ciò a causa della resistenza che la diffusione della nuova religione incontrò tra i contadini, legati agli antichi culti pagani ed ai riti propriziatori ad essi connessi (1). Quello che è certo è che nell’ultimo decennio del sec. V è documentato un ‘Marcellianensis sive Consilinatis urbem antistitem’ nella persona di Sabino, il quale è menzionato in quattro lettere di papa Gelasio I scritte tra il 492 ed il 496 (2). Dopo di lui la carica vescovile fu ricoperta da Latino etc..”. Vitolo, a p. 127, nella nota (2) postillava: “(2) IP VIII, nr. 1-4, pp. 486 s.”. Il Vitolo, per “IP” intendeva il testo di (v. nota: “IP – P.F. Kehr, Italia Pontificia. VIII. Regnum Normannorum-Campania’, Berolini 1935.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), etc..”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “2…. Anche nella Valle del Tanagro dovevano esservi cristiani se papa Marcello (308-310) elevò un borgo di Consilina a sede di diocesi che prese appunto il nome di Marcellianum….I vescovi in questo contesto si avvalevano di ampi margini di autonomia (18) entro cui si adoperavano per far convivere, senza ledere la sostanza del loro mandato, abitudini  mentalità cristiane. Ciò evidentemente non solo per ottenere il confronto tra le due culture, la pagana e l’incipiente cultura cristiana, ma anche per fronteggiare e deviare le persecuzioni contro la nuova fede, frequentissime nei primi due secoli (19). Ciò fino alla’avvento dell’editto di Costantino (a. 313) che, come è noto, rovesciò il rapporto tra professione di fede cristiana e realtà socio-politica del tempo, con una netta prevalenza della prima sulla seconda.. Ebner, a p. 17, nella nota (18) postillava: “(18) S. Paolino da Nola, ad esempio, fece riprendere il suono delle campane per chiamare alla ‘plebs’ i fedeli…”. Ebner, a p. 17, nella nota (19) postillava: “(19) Di Teodosio è il famoso editto (27 febbraio 380): “vogliamo che tutti i popoli sottoposti al nostro governo professino la religione che l’apostolo Pietro ha trasmesso ai roani”, Cod. Theodos., XVI, I, 2. Cfr. Nelle ‘Novellae’ (A. Perez, Commento al Codice di Giustiniano, Amsterdam, 1653) di Giustiniano, il quale affermava etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a pp. 16-17, scriveva che: Si spiega perciò il persistente ricordo della fondazione della dicesi di Velia e di Bussento da parte di San Paolo, e di quelle di Marcellianum e di Paestum ad opera dello stesso principe degli apostoli (71). Ma poichè le diocesi vennero senz’altro fondate dai loro discepoli (72) e quella di Marcellianum da papa Marcello I (308-319), evidente è il tentativo della tradizione di nobilitarle con l’attribuirne ad esse il crisma dell’ “apostolicità” (73).”. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che:  “(71) Ughelli, op. cit., c. 465.”. Ebner (…), nella sua nota (72), postillava che:  “(72) Ebner, Storia, cit., p. 271 e sgg.”. Ebner, citava le lettere all’amico Trebazio che scrisse Marco Tullio Cicerone. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che: “(71) Ughelli, op. cit., p. 465.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nella sua nota (71), si riferiva all’“Italia Sacra” di Ferdinando Ughelli (…), ma alla seconda edizione, Coleti, vol. VII, che a p. 465, ci parla del “Caputaquenses Episcopi”, interno al Capitolo dedicato a “Campanienses Episcopi”, in cui parlava delle prime Diocesi Veline e Policastrensi. Ebner (…), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) ………………….”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 scrive sostanzialmente le stesse cose. L’Ebner però a p. 21, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), etc…”. Ebner, a p. 25, vol. I, aggiunge che: “…soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Ebner, ci dice che nella sede episcopale di Marcellianum, nel V secolo e precisamente nell’anno 494-5, risultava (egli dice “è cenno”) un vescovo “Sabino”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 21, in proposito scriveva che: “Del territorio in oggetto non si sa quasi nulla. Abiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-5), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (90) (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabazio di Bussento per aver partecipato al concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653). Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellinum (92).”. Ebner, a p. 21, nella nota (92) postillava: “(92) Vol. X, p. 127 sgg. Cfr. Bracco, Antiquitates cit., p. 338.”. Si tratta del testo di Vittorio Bracco (…) e del suo “Antiquitates nuper repertae. Stabianam perforasti et patefecisti scaenam“, “Latinitas”, 17, IV 1969, pp. 67-70; oppure il suo “Marcellianum e il suo battistero”, in “Rivista di Archeologia cristiana”, 1958, estratto. Ebner, a p. 21, nella nota (90) postillava: “(90) Il Kehr, cit., p. 297, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla Diocesi di Plesta (Umbria).. Su Sabino, vescovo di Marcellianum, Ebner scrive ancora nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, postillava nella nota (90) che: “F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Infatti, mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive dellaRegione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 324, in proposito scriveva che: “Consilinum, Marcellianum (Sala Consilina in Val di Tamagro ?). 1. Sabinus: 494-5 (J.L. 653); 495 (?)(J.L. 678); 496 (?) (J.L., 710; 727). 2. Latinus, electus (558-60)(J.L., 1015; 1017). – Nelle ‘Gesta S. Laverii’ di Grumentum (BHL 4801) vien detto: “Latinus de Theodora, custos sacrae aedis sanctissimi martyris Laverii”; ma ignorasi per quale ragione Latino così venga appellato.”. Dunque, il Lanzoni ci parla anche dell’altro Vescovo di Marcellianum nell’anno 558-560, Latino di Teodora). Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico, riferendosi aghli Eruli di Odoacre scriveva che: In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo  e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). Ecc..”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (2) postillava che: “(2)Vedi n. 2, p. 43”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (3) postillava che: “(3)  Cassiodoro (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto Vivarium”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Casiodoro, è nelle ‘Variarum: I, 3”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. ROMANO / SOLMI, op. cit., pp. 167-68”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula, continuò negli ultimi tempi del basso Impero romano la città di CONSILINUM, che già nel I secolo d.C. appariva spopolata (PLINIO, N.H., III, 5, 70) e che fu probabilmente distrutta dai Visigoti. Marcelliana, indicata anche nell’Itinerario della Tabula Peuntingeriana, è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a p. 58 e ssg., in proposito scriveva che: “In Lucania, pochi anni dopo la fine della guerra, viene eletto un nuovo vescovo. Papa Pelagio I scrive infatti a Pietro, vescovo di Potenza, di inviare a Roma il diacono Latino, vescovo eletto di Marcellianum (presso l’attuale Padula, nel Vallo di Diano), per ricevere l’ordinazione: siamo nel 559, e la notizia, per quanto isolata, è un indizio dell’esistenza di condizioni normali di vita. Ma non c’è altro.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Sala Consilina e quindi di “Cosilinum” ci parla di “Marcelianum”, (egli dice “Marcelliana”), a pp. 473-474 ed in proposito scriveva che: “Di Marcelliana e del battistero di S. Giovanni in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede che sia stato un borgo di Sala. Il borgo era menzionato (XXIX) nell’Itinerario dell’Imperatore Antonino (53). Ricordato dal Baudrand (54), il Lenormant (55) l’ubica in località Civita, per opinione comune sede di ‘Consilinum’. La collocazione è respinta dal Riccio (56) che pone Marcelliana nella valle del Calore sulla collina Pruno tra Bellosguardo e Roscigno. Il Racioppi (57) l’ubica da Cassiodoro “come prossima anzi suburbana alla città di Consilino”, non lontano al ponte detto di “Siglia” sul Tanagro (dagli eruditi del passato detto di Silla) in località “Cozzo di Civita”. L’Antonini, che parla del mercato di cui dice Cassiodoro a Licosa, non nei pressi di Marcelliana, venne ripreso dal Magnoni (58) che affermò che era “il luogo sobborgo di Consilino. Anche il Gatta (59) scrive che “in questa vaga e amena Pianura (Valle del Tanagro) era situata ‘Marcelliana’ celebre città, per essere stata sede Vescovile (….) come per essere Ella surta dalle rovine dell’antichissima ‘Consilina’, come si ha per testimonio Cassiodoro”(59). Dalla lettera di papa Pelagio (60) si apprende che dal vescovo Latino di Teodora (61) noto per essere stato custode del tempio di S. Laviere. Il Corcia (62) designa Marcelliana una “grossa borgata anziché città, come qualche topografo scrive, e non più antica de’ tempi in cui la Lucania ormai obbediva a’ Romani. Tralasciamo l’origine del nome che Cassiodoro attribuiva al fondatore del fonte di S. Giovanni (S. Giovanni in Fonte), detto pure “aja Marciliana” (63), e che fu appunto papa Marcello, egli l’ubica nei pressi di Sala. Suglia altri vescovi di Marcelliana, di cui è notizia, v. quanto ne ho detto altrove (64). Dagli “Atti” dei martiri è notizia di Marcelliana nel viaggio dei prigionieri Hadrumentini da Cosenza per Squillace, Grumento “et die altero Marcellianum properantes ad civitatem Potentia”.”. Ebner, a p. 473, nella nota (52) postillava che: “(52) Antonini, op. cit., II, p. 117”. Ebner, a p. 473, nella nota (53) postillava che: “(53) Vetra romanorum itineraria, sive Antonini augusti itinerarium, Amsterdal 1725, p. 110”. Ebner, a p. 473, nella nota (54) postillava che: “(54) M. A. Baudrand, Lexicon Geogr.: ‘Marcelliano locus est Lucaniae apud Atinam oppidum, teste Celso cittadino, inter Calorem et Caesariam.”. Ebner, a p. 473, nella nota (55) postillava che: “(55) Lenormant, op. cit., II, p. 113″. Ebner, a p. 473, nella nota (56) postillava che: “(56) Riccio cit., Osservazioni ecc., p. 34 sgg.”. Ebner, a p. 473, nella nota (57) postillava che: “(57) Racioppi, cit., ibiden”. Ebner, a p. 473, nella nota (58) postillava che: “(58) Magnoni, cit., p. 63”. Ebner, a p. 473, nella nota (59) postillava che: “(59) Cassiodoro, Variar. VIII, e p. 33: ‘Est cum locus ipse camporum amoenitate distensus, suburbanus quoddam consolinatis antiquissimae civitatis, qui a conditore sanctorum fontium Marcilianum nomen accepit”. Ebner, a p. 473, nella nota (60) postillava che: “(60) Decretum Gratiani, I, 72.12: ‘Pietro episcopo potentino (…) Latinum ecclesiae Grumentinae diaconum ad episcopatum Marcellianensis (….) ecclesiae electum.”. Ebner, a p. 474, nella nota (61) postillava che: “(61) Ibid. I, 63.14 è detto ancora: ‘Latinum diaconum tuum ad episcopatum ecclesiae Marcellianensis a Clero et omnibus qui illi conveniunt postulari’ era stato posto.”. Ebner, a p. 474, nella nota (62) postillava che: “(62) Corcia, cit., III, p. 103.”. Ebner, a p. 474, nella nota (63) postillava che: “(63) Gatta, Lucania illust., p. 55 segnala che Sala era anche detta ‘Laterina’, p. 103 n. 7, per le rovinate fabbriche laterizie.”. Ebner, a p. 474, nella nota (64) postillava che: “(64) Ebner P., Economia e Società cit., I, p. 21; v. Ebner, Aree geografiche, culturali e religiose dell’antica lucania, relazione in “Società e religione in Basilicata”, I, Roma, 1978, p. 350; v. pure Ebner, L’assistenza religiosa nel gastaldato di Lucania, in “Studi di storia sociale e religiosa, scritti in onore di Gabriele De Rosa”, Napoli, 1980, p. 950.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Sala Consilina e quindi di “Cosilinum” ci parla di “Marcelianum”, (egli dice “Marcelliana”), a pp. 473-474 ed in proposito scriveva che: Di Marcelliana e del battistero di S. Giovanni in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede che sia stato un borgo di Sala…... Ebner, a p. 473, nella nota (52) postillava che: “(52) Antonini, op. cit., II, p. 117”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania- Discorsi”, nel Discorso VIII parla della Valle di Diano e a pp. 113-114, in proposito scriveva che: “Fra la Sala e la Padula era la città di Consilina, ed ivi stesso (mancata questa) forse Marcelliana, o sia Marcelliano, ch’ebbero ambedue il loro Vescovo, etc…Luca Olstenio, nelle ‘Note a Carlo di S. Paolo’, così ne scrive: “Consilina, antiquissima Lucaniae Civitas,  sive Marcellianum, unde Marcellianensis Episcopus, et Consilinas promisque dicebatur: Latinum eius Episcopum suisse electum docent rescripta Pelagii Papae apud Ivonem decret. par. 6 cap. 112, et Gratian. distin. 76 cap. 12, et apud Anselmun lib. 7 cap. 57. Io però, con buona pace di un tant’uomo, non vuò credere, che Marcelliano fosse stato subborgo di Consilina, mentre Etico nella sua ‘Cosmografia’, ragionando delle Città ragguardevoli d’Europa dice: etc…e finisce: ‘Corsinios, Lupias, Marcellianum, Idrunto, Canusium, Salernum’, onde si scorge che Marcelliana, non era tanto da poco, quanto egli ce la descrive; e quindi m’uniformo al sentimento d’Ughellio, che crede essere state queste due Città una cosa sola. Anzi, questo chiarissimo autore ha preso diversi altri abbagli, intorno a Consilina e Marcelliana, da noi notati al fol. 483.”. Ebner, vol. II, a p. 473, scriveva a riguardo che: “L’Antonini, che parla del mercato di cui dice Cassiodoro a Licosa, non nei pressi di Marcelliana, venne ripreso dal Magnoni (58) che affermò che era “il luogo sobborgo di Consilino.”. Ebner, a p. 473, nella nota (58) postillava che: “(58) Magnoni, cit., p. 63”. L’Antonini, fu ripreso da Pasquale Magnoni (….) e l’Ebner si riferiva agli “Opuscoli” di Pasquale Magnoni. In questa lettera indirizzata all’Antonini il Magnoni confuta alcune cose che l’Antonini aveva scritto intorno alla chiesetta di “S. Matteo ad duo flumina” (che egli pone a Casalicchio) e dove nel 974 pare che il monaco Attanasio avesse traslato e deposto le sacre spoglie di S. Matteo. Il Magnoni, per argomentare il suo discorso parla delle origini di Paestum (di “Pesto”) e ci parla di ciò che l’Antonini diceva sull’isolotto di Licosa e su un mercato che si teneva nel luogo. Il Magnoni argomentava su ciò che aveva scritto l’Antonini a p. 348. L’Antonini aveva criticato monsignor Marsilio Colonna. Ebner, a p. 473, nella nota (58) postillava che: “(58) Magnoni, cit., p. 63”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna…. e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Ebner, a p. 473, continuando il suo discorso scriveva pure che: “Anche il Gatta (59) scrive che “in questa vaga e amena Pianura (Valle del Tanagro) era situata ‘Marcelliana’ celebre città, per essere stata sede Vescovile (….) come per essere Ella surta dalle rovine dell’antichissima ‘Consilina’, come si ha per testimonio Cassiodoro” (59).”. Ebner, a p. 473, nella nota (59) postillava che: “(59) Cassiodoro, Variar. VIII, e p. 33: ‘Est cum locus ipse camporum amoenitate distensus, suburbanus quoddam consolinatis antiquissimae civitatis, qui a conditore sanctorum fontium Marcilianum nomen accepit”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (a) postillava che: “(a) lib. Variar., VI I, cap. 33.”. Gatta a p. 52, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Giulio Sesto Frontino nel lib. de colon.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Filip. Clu. Ital. antica, tomo 2, fol. 1190, e fol. 1304.”. Gatta, a p. 52, nella sua nota (d) postillava che: “(d) Cassiodor. lib. variar.”. Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, nel 1974 pubblicava un rapporto del 1903 di monsignor Luis Duchesne (…), ovvero il suo I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde). (L’opera del Duchesne si trova in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365–399 (cfr. p. 367)). Il Barni la pubblica a p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370. L’opera del Duchesne riprendeva in parte anche lo studio di Monsignor Laudisio, vescovo di Policastro (…). Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “L’antica Regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia (Potenza, Grumentum (che riteneva essere Grumento Nova) e Consilinum (Marcelliana = che riteneva essere l’odierna Civita, presso Padula); sulla costa tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia ( che ritiene essere attualmente la zona archeologica presso Marina di Casalvelino), etc…Sul sito web “Monaci in cammino” leggiamo che il battistero si trovava a Marcellianum soburbio dell’antica città di Cosilinum, lungo uno snodo viario particolarmente importante. In questo punto, sull’antica via Popilia, si innestava un percorso trasversale che raggiungeva la Valle dell’Agri, confluendo nella via Erculea, altra importante arteria che garantiva i collegamenti tra il golfo di Taranto e la Basilicata settentrionale.  Proprio per questa collocazione strategica Marcellianum  era sede di una fiera annuale che si teneva il giorno della festività di S. Cipriano (26 settembre). Il fonte battesimale di S. Giovanni in Fonte fu chiamato così in onore di Papa Marcello che nel corso del suo breve pontificato (308-309) riprese il difficile programma di dare una organica sistemazione religiosa al territorio, interrotta dalla feroce persecuzione di Diocleziano. Papa Marcello nel quadro di una estensione dell’organizzazione della chiesa cattolica istituì nuove diocesi, nominò altri vescovi e favorì la costruzione di un battistero per ogni diocesi. Il borgo di Marcellianum fu abbandonato probabilmente intorno al VI secolo a causa della guerra greco-gotica e la successiva invasione longobarda, oppure, secondo un’altra ipotesi, nel IX secolo a seguito delle incursioni saracene. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: Così nel Vallo di Diano gli unici centri abitati nell’alto Medioevo furono i ‘castra’ preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala che, se nell’appellativo di Consilina, assunto nel 1863, si richiama alla ‘Consilinum’ romana, era in realtà un centro nuovo, sorto a poca distanza da essa, ma in luogo più elevato. Spariscono invece gli insediamenti sorti lungo la strada Capua-Reggio, fra cui il ‘Forum’, nei pressi di Polla, e ‘Marcellianium’, presso Sala Consilina (3). Etc…”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1).”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (1) postillava che: “(1)………….

Il Vitolo, a p. 44, scriveva pure che: “….la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”. Nicola Cilento (….), nell’Introduzione al testo di “Storia del Vallo di Diano”, vol. II (ed. Laveglia, 1982), a p. 6, in proposito scriveva che: “Nel corso della guerra gotica e prima della riconquista bizantina, attraverso l’episodio cassiodoreo della fiera di Marcellianum presso la chiesa battesimale di S. Giovanni in Fonte, si delinea il processo di isolamento della regione con lo spopolamento degli antichi centri abitati……nell’Alto Medioevo gli unici abitati del Vallo sono i castra preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala in zona elevata, mentre scompaiono gli insediamenti lungo la strada Capua-Reggio fra cui Forum (Polla) e Marcellianum; l’abbandono della piana per le alture è anch’esso un fenomeno che caratterizza quasi dovunque l’alto Medioevo.”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1).”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (1) postillava che: “(1)…….”.

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini, a pp. 106-108, in proposito scriveva che:  “Proprio per la sua posizione baricentrica questa parte de Vallo è stata fin dai secoli tardo-antichi sede privilegiata di mercati e fiere annuali. Tra l’alveo del Tanagro e le pendici occidentali di Padula, doveva estendersi ‘Marcellianum’, il suburbio dell’antica ‘Cosilinum’ romana identificata nei resti ancora visibili sulla collina della ‘Civita’, alle spalle dell’abitato odierno. E in stretta relazione con il suburbio di ‘Marcellianum’ si devono verosimilmente interpretare gli avanzi, rinvenuti negli anni Cinquanta del secolo scorso, di un importante complesso paleocristiano edificato sulle strutture di una preesistente villa romana di età imperiale (3).”. La Alaggio, a p. 106, nella nota (3) postillava: “(3) M. Romito, Un nuovo documento della cristianizzazione nella valle del Tanagro, in “Apollo”, XII (1966), pp. 10-17.”.

VELIA, BUXENTUM, BLANDA, VIBONE, TALAO, SEDI EPISCOPALI

L’EPISCOPATO DI BUXENTUM o BUSSENTO

Il sacerdote Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo X (edizione Coleti), a p. 32 parlava dell’antica diocesi scomparsa di Buxentum (Bussento):

Ughelli, Buxentum, p. 32, tomo X

Il Cappelletti (…), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che:

Il Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli antichi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1). III. Sabbazio, che nel 649 trovavasi al concilio romano del papa Martino I contro i monoteliti. Nè di più se ne sa.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (….), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum, vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. La studiosa Clara Bencivenga Trillmich, nel suo ‘Pyxous-Buxentum’, a p. 704, parlando di Bussento, scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501, i vescovi Rustico e per il 542 il vescovo Agnello (10).”. La Trillmich (…), nella sua nota (9), postillava che: “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.e, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Gaetani Rocco, L’Antica Bussento, oggi Policastro Bussentino’, in Gli studi in Italia’, Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 376.”. La Trillmich (…), dunque sulla scorta del Gaetani (…), citava Stefano Bizantino (…): “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.. In epoca Bizantina, in base a notizie fornite da Stefano di Bisanzio, si sa che il centro rimase attivo anche in epoca bizantina: alla dominazione di Bisanzio si deve il nome di Palaiokastron, e la fortificazione sommitale che residuano tutt’oggi nel castello medievale. Scavi condotti negli anni 2010-2012, sotto la direzione dell’archeologa Elena Santoro, hanno iniziato a portare alla luce gli strati archeologici di epoca Romana. Il sacerdote Rocco  Gaetani (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, parlando di Bussento e di Policastro leggiamo in proposito scriveva che “Ritrovasi mentionata ancora questa città nella Lucania da …Stefano Bizantino disse sia città di Sicilia (2 – si veda nota Stef. de Urbihus), havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”.

Nel 501, papa Simmaco ed il Concilio Romano

Da Wikipedia leggiamo che Papa Simmaco (Sardegna, … – Roma, 19 luglio 514) è stato il 51º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo. Il suo papato durò dal 22 novembre 498 alla sua morte. È noto in particolare per lo scisma causato dalla sua lotta contro Lorenzo, considerato antipapa. Il Synodus Palmaris. Tuttavia, il partito bizantino, guidato dai due senatori Festo e Probino, rimase ostile a Simmaco e continuava a coltivare la speranza di rovesciare il papa e guadagnare la sede di Roma a Lorenzo. L’occasione si presentò l’anno seguente, il 501. Simmaco celebrò la Pasqua il 25 marzo, secondo l’antica usanza romana, mentre i bizantini osservavano la festività il 22 aprile, secondo il nuovo conteggio. La fazione di Lorenzo si appellò a Teodorico contro Simmaco, aggiungendo altre accuse oltre a questa sulla celebrazione della Pasqua. Teodorico convocò Simmaco che partì per incontrarlo; a Rimini, però, venne a conoscenza che le vere accuse erano ben altre (rapporti con donne e sperpero delle proprietà della Chiesa) e, rifiutando di riconoscere il re quale suo giudice, tornò a Roma. Il partito avversario si rinforzò ed occupò il Palazzo Laterano. Simmaco fu costretto a trasferirsi nei pressi della basilica di san Pietro in Vaticano, fuori dalle mura cittadine. I suoi oppositori invitarono il re a convocare un sinodo per indagare sulle accuse e a nominare un reggente per la sede di Roma. Simmaco acconsentì alla convocazione del sinodo, ma protestò contro l’invio di un reggente, che Teodorico, tuttavia, scelse nella persona di Pietro, vescovo di Altinum, ed inviò a Roma per amministrare la Chiesa al posto del papa incriminato. Pietro giunse a Roma e, contravvenendo alle disposizioni del re, prese posizione in favore di Lorenzo e confiscò le proprietà pontificie. Nel maggio 501 il sinodo si riunì nella basilica Giuliana (Basilica di Santa Maria in Trastevere). Il papa dichiarò di fronte all’assemblea che si era presentato di sua spontanea volontà e che era pronto a rispondere alle accuse di fronte al sinodo, a condizione che il reggente fosse rimosso e lui fosse ristabilito come amministratore dei beni della Chiesa confiscati. La maggior parte dei vescovi acconsentì a queste richieste, ma Teodorico rifiutò e richiese, in primo luogo, un’indagine sulle accuse contro il papa. Una seconda sessione del sinodo, si riunì il 1º settembre nella basilica Sessoriana (Basilica di Santa Croce in Gerusalemme), dove fu letto, dalla minoranza, l’atto d’accusa redatto dalla fazione laurenziana.

Nel 501-502 d.C. (VI sec. d.C.), BUSSENTO e RUSTICO (“RUSLICUS”), suo Vescovo, presente al Concilio romano di papa Simmaco

La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda Policastro: nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (Bussento) (…). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Cassiodoro, ‘Variae’, p. 400, 407, 435, 454 (ed. Mommsen) presso Lanzoni, o. c., p. 4.”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che, sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento.”. Il Gaetani (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, scriveva che : Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani (…), nel suo introvabile libretto sull’antica diocesi di Bussento, a riguardo scriveva che a Buxentum, nel 501, appare un Vescovo chiamato Rustico. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Ecco due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: Rustico sulla fine del V secolo e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi Rusticus Episcopus Buxentinus;…. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel Vescovo Agnello di cui fa menzione S. Gregorio nel suo ‘Libro 4, ep. VI’, scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo di Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro, scriveva: Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus.. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 64, così scriveva di ‘Bussento’: “Fiorente era tuttavia ‘Bussento’ almeno sino alla metà del VI secolo, quando era decorata da sede vescovile (1); ma non ne rimane ricordanza più oltre del tempo del Pontefice S. Gregorio, quando la chiesa bussentina era priva del suo pastore (2); Ecc…”. Il Corcia (…) a p. 64, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nel III sinodo romano celebrato nel 501 da Simmaco soscrisse Rustico, vescovo di ‘Bussento’; e nel ecc….”. Il Corcia (…) a p. 64, nella sua nota (2) postillava che: “(2) S. Gregorio, Epist. II, 29.

Corcia, p. 64

(Figg….) Corcia Nicola (…), p. 64

Uno studioso che ha parlato del Vescovo Rustico dell’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Buxentum’ è il sacerdote Francesco Lanzoni (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

Lanzoni.PNG

(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 74 scriveva che: “In più sappiamo che l’evangelizzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona.. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 su Pyxous.”. Il Tancredi (…) a p. 18 nella sua nota (33), parlando di Pyxous postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale’, in “Gli studi in Italia”, Roma, an. V, vol. I, p. 376″. Sempre il Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “Nel 501 c’è un vescovo a Buxentum: ‘Rustico’, che partecipava ad un sinodo romano (33). Alla fine dello stesso secolo, non c’è vescovo nella città. Ecc..”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (33), postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale, in gli “Studi in Italia”, Roma, 1882, an. V., vol. I, p. 376.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Tancredi, a p. 19, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Russo Francesco, ‘Storia della Diocesi di Cassano’, vol. III, Laurenziana, Napoli, 1968, pp. 17-19.”. Il Tancredi, nella sua nota (36) a p. 19, postillava che:  “(36) Gaetani R., op. cit., p. 376.”. Il sacerdote Rocco Gaetani è il primo che ci parla in modo organico dell’origine della sede episcopale di Bussento (“Buxentum”) prima della ricostruzione che fece Alfano I.  Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro, scriveva: Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’.. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando di ‘Buxentum’ credeva fosse “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?).”. Il Lanzoni (…), per ‘Buxentum’ (Bussento’) citava un primo vescovo chiamato “Rusticus e scriveva che:  “1. Rusticus: 501; 502.”. Il Lanzoni, dunque, poneva questo primo vescovo di ‘Bussento’ negli anni 501-502 ma senza dare dei riferimenti bibliografici. Almeno io credo non si riferisca al testo di Jaffé-Loewenfeld (…), dove, nell’indice dei papi nel vol. II a p. VII-VIII, per l’anno 501-502, si riferisce a papa “Symmachus” a p. VIII scriveva che: “Symmachus (498-514) I., 96; II, 736.”. Infatti, apparirà proprio nel III Concilio Lateranense dell’anno 501-502 di papa Simmaco che appare un vescovo di Buxentum, Rustico. Nel vol. I a pp. 97-98 del testo di Jeffé-Loewenfeld (…), troviamo papa Simmaco.

Jaffé-Loewenfeld, p. 97, vol. I

Jaffé-Loewenfeld, vol. I, p. 98

(Fig….) Jaffé-Loewenfeld (…), op. cit., vol. I, pp. 97-98

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), ecc… (91)…”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Il sacerdote Rocco Gaetani, a pp. 19-20, nel suo introvabile ed in mio possesso: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ‘Rustico’ sulla fine del V e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus; e ‘Sabbazio’, che nella metà del secolo VII governava il Bussento, e nel 649 sedeva nel Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro i monoteliti, trovandosi sottoscritto: ‘Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi’. Dunque nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia e di Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, non potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato riconoscere le poche fasi della Chiesa Bussentina, ecc…”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando di Policastro riferiscono che: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco ecc…. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 74 scriveva che: “In più sappiamo che l’evangelizzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona.. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 su Pyxous.”. Il Tancredi (…) a p. 18 nella sua nota (33), parlando di Pyxous postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale’, in “Gli studi in Italia”, Roma, an. V, vol. I, p. 376″. In effetti il sacerdote Rocco Gaetani è il primo che ci parla in modo organico dell’origine della sede episcopale di Bussento (“Buxentum”) prima della ricostruzione che fece Alfano I°. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “Nel 501 c’è un vescovo a Buxentum: ‘Rustico’, che partecipava ad un sinodo romano (33). Alla fine dello stesso secolo, non c’è vescovo nella città. Ecc…”. Il Tancredi (…), nella nota (33) postillava che: “(33) Rocco Gaetani, L’antica Bussento e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, Roma, 1882, an. V, vol. I, p. 376.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71).. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, op. cit.”. La studiosa Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo ‘Pyxous-Buxentum’, a p. 704, parlando di Bussento, scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501, i vescovi Rustico e per il 542 il vescovo Agnello (10).”. La Trillmich (…), nella sua nota (9), postillava che: “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς. e, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Gaetani Rocco, L’Antica Bussento, oggi Policastro Bussentino’, in Gli studi in Italia’, Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 376.”. La Trillmich (…), dunque sulla scorta del Gaetani (…), citava Stefano Bizantino (…): “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a pp. 60-61 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa constatazione, di per sé quasi ovvia, è suffragata dall’unica fonte che ci parli della Lucania in questi anni, l’epistolario di Gregorio Magno. Gli effetti dell’invasione dei Longobardi su alcune diocesi del Mezzogiorno sembrano essere stati desolanti: nel luglio del 592, infatti, il pontefice doveva incaricare Felice vescovo di Agropoli di compiere una visita pastorale con ampi poteri di intervento “quoniam Velina, Buxentina et Biandana ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine” (29). Si tratta delle diocesi di ‘Velia’ (identificata con Castellammare della Bruca, presso Pisciotta), ‘Buxentum’ (Capo della Foresta, presso Policastro, o Pisciotta nella Valle di Novi) e ‘Blanda Iulia’ (probabilmente Porto di Sapri), tutte nel Cilento, e quindi nei confini della Lucania tardo-antica (30): e la mancanza di vescovi e sacerdoti, per quanto non necessariamente collegata a vicende militari recenti, è un indizio abbastanza chiaro della situazione difficile della regione, senza dubbio connessa con i torbidi seguiti all’occupazione longobarda.”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (29) postillava che: “(29) Gregorio Magno, Registrum epistolarum, II, 35, vol. I, p. 120”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (30) postillava che: “(30) Cfr. F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604, “Studi e testi”, 35, Faenza, 1935, pp. 322-23″.

Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Brevi notizie Storiche sulla Diocesi di Policastro” (in AA.VV., Chiesa Cattedrale di Policastro – La Storia e i Restauri”, a p. 19, in proposito scriveva che: “Bussento vide fiorire le prime comunità cristiane, mentre sorgevano altre sedi vescovili vicine, come Velia, nel Cilento, e Vibo Valentia, in Calabria. Non conosciamo il primo Vescovo, nè la patria sua, nè la prima serie dei presuli bussentini, perchè le invasioni barbariche, tra cui quella dei Vandali con Genserico nel 440, ne distrussero le memorie (7). Il vescovado, restaurato la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (8), ebbe poca fortuna perchè i Longobardi, tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo la città (9). ..Della seconda serie dei Vescovi conosciamo: Rustico, presente al Concilio Romano III nel 502, e Sabbazio, presente al Concilio Lateranense nel 649 (11). La sede restaurata, succeduta a Buxentum e suffraganea di Salerno, fu chiamata per la prima volta “Polycastrum” (da Polis-Castrum=città fortificata)(12). Oggi se ne vedono i resti monumentali nella Chiesa Paleocristiana del VI secolo, etc…”. Il Cataldo, a p. 22, nella nota (7) postillava: “(7) Ghisleri Arcangelo: Testo-Atlante di geografia storica, Bergamo, 1952, I, 14”. Il Cataldo, a p. 22, nella nota (8) postillava che: “(8) Moroni Gaetano: Dizionario di erudizione stor. eccl., Venezia, 1852, LIV, 26”. Il Cataldo a p. 23, nella nota (9) postillava che: “(9) Volpe G., Notizie storiche etc…”. Il Cataldo, a p. 23, nella nota (11) postillava che: “(11) Binius Severino, Concilia generalia et provincialia etc.., Colonia, 1606, Vol. IV, 736.”. ll Cataldo, a p. 23, nella nota (12) postillava: “(12) Laudisio, op. cit., pag. 25-26”. Angelina Montefusco (….), nel suo “La Cattedrale nella Storia e nell’Arte” (in AA.VV., Chiesa Cattedrale di Policastro- La Storia e Restauri)”, a p. 25, in proposito scriveva che: “La storia più antica della cattedrale, che, nonostante i rimaneggiamenti barocchi, denuncia chiaramente l’originario carattere romanico della costruzione adattata ad una predente fabbrica altomedioevale, affonda le sue radici nella leggenda, frutto com’è di tradizioni antiche e incontrolate etc….C’è ancora chi, trascinato dal fascino dei resti dell’antichissima cittadina, che tra le sue mura “ciclopiche” accolse Greci e Romani, vuole la chiesa eretta sul tempio pagano di Castore e Polluce e la sede vescovile di Policastro fondata dall’apostolo Paolo nel I secolo, durante il suo viaggio da Reggio a Pozzuoli. In realtà del tempio pagano di non si ha alcun ricordo e per quanto riguarda una primitiva chiesa cristiana il più antico documento esistente risale al 501 e ricorda la presenza del vescovo Rustico al III sinodo romano. A quell’epoca la comunità religiosa di Bussento doveva incontrarsi in una “domus ecclesiae”, privata o pubblica, che era luogo abituale di riunione dei primi secoli del cristianesimo ed è documentata in altre zone d’Italia. Molto probabilmente la situazione era la stessa anche quando, di lì a mezzo secolo, sopraggiunsero i Bizantini, che occuparono la romana bussento dandole il nome di Policastro e innalzarono, oltre al castello, una cella triabsidata chiamata tricora, utilizzata, per lo meno all’inizio, per la celebrazione dei soli riti funerari. Questa tricora, la cui forma è chiaramente visibile sia all’interno che all’esterno dell’attuale presbiterio, è indicata da A. Venditti (1) come la iniziale costruzione della cattedrale e si può, approssimativamente ascrivere alla fine del VI secolo, epoca della maggiore diffusione di tale tipologia in Italia, oppure alla prima metà del secolo successivo. La tricora sorse nelle zona del foro romano e venne a chiudere il decumano massimo corrispondente, almeno in parte, all’attuale via Vescovado.”. La Mntefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Campania, Lucania, Calabria, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous-Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII – n. 3 – 1973.”.

Nel 501, FIORENTINO, vescovo di Agropoli e RUSTICO, vescovo di Bussento al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco prima della guerra Gotica

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, dove, l’alto prelato, già Vescovo della Diocesi di Policastro, a p. 68 (si veda il testo a cura di G. G. Visconti, v. p. 9 in latino), scriveva che: “Perciò nel Concilio di Nicea del 325, che stabilì con le disposizioni canoniche XV, XVI e XVII i confini di ciascuna diocesi, partecipò assieme ad altri 318 vescovi anche Marco, vescovo di Calabria (22) – allora la Lucania e la Calabria costituivano una provincia sola (23) – Così pure Rustico, vescovo di Bussento, partecipò al III Concilio Romano indetto nel 502 dal pontefice S. Simmaco (24); e successivamente Sabbazio, vescovo di Bussento, partecipò al Concilio Lateranense dei centoquattro vescovi, che al tempo del pontefice S. Martino condannarono nel 649 i monoteliti *, come risulta dal Binnio (tomo IV, p. 736.).”. Il Laudisio (v. versione di Visconti), a p. 9, nella nota (22) postillava che: “(22) Gagl. cit., lib. I, tit. 18, num. 9 (p. 242, nota b: Nicaenae I synodo subscripsit Marcus Calabriae episcopus).”. Il Laudisio, a p. 9, nella nota (23) postillava che: “(23) Troyl. tomo I, part. 2, cap. 8, num 3 (Abate Placido Troyli, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, p. 190: (Reggio Calabria) fu capo di tutto il paese de’ Bruzj, quando in tempo degli Imperatori romani i Lucani ed i Bruzj una provincia unita faceano, risedendo in Salerno il comun correttore quando nella Lucania dimorava (….), ed in Reggio allorache nel paese de’ Bruzj ritrovavasi)”. Il Laudisio, a p. 9, nella nota (24) postillava che: “(24) Const. Gatt., Mem. Luc., cap. 2, pag. 34 (parte III, capo VI, p. 303, nota a : Rusticus, episcopus Buxentinus, subscripsit tert. syn. Rom. sub Symmaco.”. Il Laudisio citava Costantino Gatta (…..) e l’Abate Placido Troyli (….). Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania”, a p. 303, in proposito scriveva che: “(a) ….& Carlo di S. Paolo, p. 60 ‘Rusticus Episcopus Buxentinus subscripsit tert. syn. Rom. sub Symmaco.”. Il Gatta riferiva la notizia del vescovo Rustico da “Carlo di S. Paolo, p. 60”.

Gatta, p. 306

Il Gatta si riferiva a Luca Olstenio (…), o Holstenius (Olstenio) Lucas, (Note  all’Italia antiqua di Cluverio (18)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624. Luca Olstenio, in questo libro parla e commenta le pagine del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’.  La notizia dovrebbe essere in “Annotationes” della “Annotationes in Geographia Sacram Caroli a’ S. Pavlo” di Filippo Cluverio.

Troyli, p. 135.PNG

(Fig…) Troyli (…), vol. I, parte II , p. 135

Il Laudisio (…), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (…), dalle ‘Memorie Lucane’, Cap. II, p. 34 del Gatta (…), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (…), e dal Barrio (…), a p. 72 (si veda versione curata dal Visconti), nel 1831, in proposito che: Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.

Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a pp. 19-20, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ‘Rustico’ sulla fine del V e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus; etc….Dunque, nel secolo VII, ed anche prima nel secolo V, esisteva la sede bussentina. Se poi quel vescovo Agnello di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Busseno, ovvero di Velia o Blanda, è incerto né si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accertarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, solo potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e il IV secolo;  ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato di conoscere le poche lieti fasi della Chiesa Bussentina poichè per buona sorte abbiamo il documento importantissimo della lettera di S. Gregorio Magno etc…”.    

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Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, etc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”.  Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 54 parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “Il porto dell’antica ed una volta florida Posidonia andava, ormai inutilizzato, sempre più sprofondando nel mare, segnando per sempre la fine dell’importanza politica e strategica della città alle soglie della lucania classica (1); il suo vescovo Fiorentino, il primo di cui abbiamo notizia (2), partecipò a Roma sia al Concilio del 1 marzo 499, sia al Sinodo Palamare del 23 ottobre 501, sinodo a cui era presente anche Rustico, vescovo di Bussento, ma la città, di cui un tempo i poeti cantavano i roseti dalla doppia fioritura, entrava in agonia ai principi di quel secolo VI.”. Il Cantalupo, a p. 54, nella nota (2) postillava che: “(2) Il DE ROSA (op. cit., p. 191, n. 3) ed il MELLO (op. cit., p. 167), sulla scia del LANZONI, (Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII, Faenza, 1927, I, p. 323), credono che Fiorentino, menzionato come: Florentinus episcopus Plestanus’, sia stato piuttosto vescovo di ‘Plestia’ (od. Colfiorito, in Umbria); essi però non hanno considerato che i toponimi in -ia (cfr. Bant-ia, Nucer-ia, Sign-ia, Florent-ia, Aeser-ia, Placent-ia, etc…) formano l’aggettivo (e l’etnico) in -inus oppure in -iensis, mai in -anus (Bant-inus, Nucer-inus, Sign-inus, etc..). Pertanto, se in corrispondenza del toponimo Plestia possiamo avere solo Plestinus, Plestanus, non è altro che un’erronea trascrizione di ‘Paestanus’. “. Il Cantalupo, a p. 46, nella nota (2) postillava di: “(2) Gabriele De Rosa (La Chiesa della SS. Annunziata a Paestum’, in G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 189-201), il quale, dopo aver precisato (p. 190) che: “…l’anica basilica, risalente agli inizi del V secolo, era del tipo “basilica aperta”, trasformata in “basilica chiusa” a fine del V secolo e inizi del VI,” (?!), fa voti (p. 201) affinché etc…”. Gabriele De Rosa (….), nel suo “Vescovi, popolo e magia nel Sud”, a pp. 190-191, in proposito scriveva su Fiorentino e sul passaggio dalla Chiesa Pestana alla Diocesi di Capaccio: “Intanto possiamo dire che l’antica basilica, risalente agli inizi del V secolo, era del tipo “basilica aperta”, trasformata in “basilica chiusa” a fine V secolo e inizi del VI, che è la forma che noni oggi conosciamo. La basilica fu costruita in un luogo molto vicino all’antico tempio di Cerere. Paestum etc….Capaccio etc…Una cronologia dei vescovi pestani fu scritta da don Giuseppe Volpi nel 1720, a richiesta di mons. Francesco de Niccolò (o de Nicolai, come trovo scritto negli atti della Congregazione del S. Concilio), già vescovo di Capaccio e poi arcivescovo di Conza (2), ma da essa non si ricava molto che possa aiutarci a ricostruire la storia di questa chiesa. Il Volpi riporta quanto ai suoi tempi si diceva attorno ai vescovi di Paestum: che il primo, di cui si ricordi il nome, sarebbe stato certo Fiorentino, che avrebbe partecipato al terzo sinodo romano convocato nell’anno 501, ma la notizia, come sappiamo è erronea (3). Aggiunge il Volpi che ancora all’epoca di Gregorio Magno, come si deduce da una lettera del 599 del papa a Felice, vescovo di Agropoli, la diocesi di Pesto era distinta da quella di Bussento, Velia e Agropoli; che nel concilio ordinato nel 652 dal povero Martino I, il papa che pagò per l’esilio a Cherson l’avere lottato contro il monotelismo e il crudele Imperatore d’Oriente Costante II, si annovera tra i partecipanti Giovanni, vescovo pestano: “Quindi a molti secoli dopo – aggiunge il Volpi – non trovavo alcun pastore di questa città; perchè distrutta la città di Pesto dalle barbarie dei Saraceni etc…”. Il De Rosa, a p. 191, nella nota (3) postillava che: “(3) P. F. Kehr, Regesta pontificum romanorum. Italia pontificia, vol. VIII, p. 367. Non ‘postanus’ ma ‘plestanus’ (Plestia in Umbria) fu il Fiorentino. Cfr. Lanzoni, p. 322.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che tra il 440 ed il 460 i Vandali di Genserico saccheggiarono Licosa, Erculam, Sapri, Velia e Bussento e che si salvarono dalla distruzione solo Velia e Bussento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, riferendosi alla prima lettera del 592 di papa Gregorio I indirizzata a Cipriano, in proposito scriveva che: del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, il vescovo Agnello, citato nella lettera di papa Gregorio I a Cipriano, potrebbe essere un Vescovo della Diocesi di Velia. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Ecc…”. Ebner continuando il suo racconto e riferendosi al VI secolo con l’invasione Longobarda, in proposito scriveva che: “Capaccio rimase a lungo sede diocesana nonostante che i vescovi continuassero a risiedere in altri centri (Agropoli, Sala Consilina (8), Diano-Teggiano, Novi, Vallo) ecc….”. Ebner, a p. 15, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Sala venne scelta per fruire più facilmente dal servizio postale”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia.”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius ad fuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen‘.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (…), a p. 21 riguardo l’Ughelli (…) e il Vescovo Landus di Marcellianum nella sua nota (92), postillava che: “(92) Vol. X., p. 127 sgg. Cfr. Bracco, ‘Antiquitates’, cit., p. 338.”. Dunque, l’Ebner scriveva che per il V secolo si hanno solo i Vescovi Sabino per Marcellianum, o Sala Consilina, forse Florentino per Paestum ed il vescovo Agnello di Velia. Anche il sacerdote Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli anticihi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1).. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che, sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento.”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Le origini del Cristianesimo nella regione sono oscure, per riconoscimento del miglior conoscitore della storia della Lucania (4). Nulla si sa di concreto, ove si eccettui la zona venusina che, per quest’epoca, rimane fuori della nostra trattazione, dell’esistenza di quei nuclei giudaici, che furono i centri propulsori della nuova fede, che essi accolsero per i primi (1). E’ soltanto con la fine del sec. V, che si hanno le prime notizie sicure intorno agli ordinamenti ecclesiastici in Lucania. Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). Ecc…”. Poi il Magaldi aggiunge che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Dunque, il Magaldi citava come l’Ebner il Lanzoni che scriveva che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Ecc..”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), ecc..”. Il Campagna (…), nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, op. cit.”. Dunque, il Campagna (…), a p. 75, sulla scorta di Francesco Russo (…), scriveva che il monachesimo nelle nostre terre era molto diffuso al tempo di papa Pelagio I. Pelagio I, è stato il 60º vescovo di Roma e Papa della chiesa cattolica dal 16 aprile 556 alla sua morte. Dunque, durante il pontificato di papa Pelagio I, a metà del secolo VI, secondo il Russo (…), il monachesimo era molto diffuso. Il Campagna (…), scriveva pure che dopo il pontificato di Pelagio I (dopo l’anno 556), il monachesimo che, nelle nostre terre, in occasione della calata del longobardo Zotone, al tempo di papa Gregorio Magno subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, op. cit.”. A parlarci degli anni di papa Pelagio I, è il Duchesne (…) che dice che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Il Duchesne (…), sulla scorta delle epistole di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese.”. Dunque, il Duchesne (…), ci infoma che le tre Diocesi di Paestum, Velia e Buxentum, sono menzionate nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017). Papa Pelagio I, verso l’anno 560, scrisse una serie di epistole (lettere), indirizzate ad alcuni vescovi. Il 17 dicembre 546 Totila riuscì ad entrare nella città, Pelagio lo incontrò in San Pietro e lo convinse a risparmiare la vita della popolazione, benché la città venne sistematicamente saccheggiata. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, riferendosi alle lotte iconoclaste ed ai monaci che provenivano dall’Oriente, in proposito scriveva che: “……si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche. Ecc…”.

Nel 559 d. C., le prime diocesi: Paestum, Velia, Bussento e Blanda e Marcellianum

Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a p. 58 e ssg., in proposito scriveva che: “In Lucania, pochi anni dopo la fine della guerra, viene eletto un nuovo vescovo. Papa Pelagio I scrive infatti a Pietro, vescovo di Potenza, di inviare a Roma il diacono Latino, vescovo eletto di Marcellianum (presso l’attuale Padula, nel Vallo di Diano), per ricevere l’ordinazione: siamo nel 559, e la notizia, per quanto isolata, è un indizio dell’esistenza di condizioni normali di vita. Ma non c’è altro.”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 19, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ‘Rustico’ sulla fine del V e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus; e Sabbazio’, che nella metà del secolo VII governava il Bussento, e nel 649 sedeva nel Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro i Monoteliti, trovandosi sottoscritto: ‘Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi’. Dunque, nel secolo VII, ed anche prima nel secolo V, esisteva la sede bussentina. Se poi quel vescovo Agnello di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto né si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accertarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, solo potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e il IV secolo;  ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato di conoscere le poche lieti fasi della Chiesa Bussentina poichè per buona sorte abbiamo il documento importantissimo della lettera di S. Gregorio Magno etc…”.    

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(Fig….) Gaetani Rocco, op. cit., p. 19

Il Gaetani (….), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (….), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpe (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfiriola chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, a p. 73 scriveva che: “Blanda o Blandae è ricordata da Tito Livio (XXIV, 20) nelle guerre dei Romani in Lucania (2), ed un altro titolo epigrafico (Corp. I L. X, n. 125) l’indica come colonia romana dè tempi Augustei. E’ ricordata fino al sec. VI, come sede di vescovo. Nell’anno 649 ‘Pascalis episcopus S. Ecclesiae Blandanae’ prende parte al concilio Lateranense.”. Il Dito (…), a p. 73, nella sua nota (2) postillava che: “(2) E’ ricordata pure da Tolomeo (II, 1, 70), da Plinio (III, X), dal Mela (II, IV).”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 126, in proposito scriveva dell’epoca dei primi Longobardi nella regione, verso l’anno 590, scriveva che: “All’epoca, dunque, il territorio situato tra i Monti Alburni, Agropoli e Maratea (l’attuale Cilento), rimase saldamente nelle mani dei Bizantini, che controllavano anche altri centri ben fortificati, tali Magliano, Molpa e Capaccio che si stava formando a ridosso della insalubre piana e fatiscente Paestum. Ma la regione rimaneva sempre isolata; e furono i vescovi le uniche autorità che ancora una volta dovettero provvedere a riorganizzarla, coordinati dall’energico papa Gregorio Magno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che…..: Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli. Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore. Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Il Gaetani (….), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (….), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpe (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense(…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfiriola chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, a p. 73 scriveva che: “Blanda o Blandae è ricordata da Tito Livio (XXIV, 20) nelle guerre dei Romani in Lucania (2), ed un altro titolo epigrafico (Corp. I L. X, n. 125) l’indica come colonia romana dè tempi Augustei. E’ ricordata fino al sec. VI, come sede di vescovo. Nell’anno 649 ‘Pascalis episcopus S. Ecclesiae Blandanae’ prende parte al concilio Lateranense.”. Il Dito (…), a p. 73, nella sua nota (2) postillava che: “(2) E’ ricordata pure da Tolomeo (II, 1, 70), da Plinio (III, X), dal Mela (II, IV).”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 126, in proposito scriveva dell’epoca dei primi Longobardi nella regione, verso l’anno 590, scriveva che: “All’epoca, dunque, il territorio situato tra i Monti Alburni, Agropoli e Maratea (l’attuale Cilento), rimase saldamente nelle mani dei Bizantini, che controllavano anche altri centri ben fortificati, tali Magliano, Molpa e Capaccio che si stava formando a ridosso della insalubre piana e fatiscente Paestum. Ma la regione rimaneva sempre isolata; e furono i vescovi le uniche autorità che ancora una volta dovettero provvedere a riorganizzarla, coordinati dall’energico papa Gregorio Magno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”.  Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che…..: Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli. Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore. Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Nel 507 (VI sec. d.C.)(ogni 26 settembre), la festa di San Cipriano tra Sala Consilina e Padula

Il Vallo di Diano, crocevia di traffici mercantili. Cassiodoro, uno storico del tempo che proprio sotto Teodorico aveva ricoperto la carica di correttore della Lucania e dei Bruzii, narra che a quei tempi si svolgeva tra Padula e Montesano uno dei più importanti mercati del sud. Era la fiera di San Cipriano, che aveva luogo ogni anno il 6 di Settembre e richiamava mercanti e mercanzie da tutte le regioni limitrofe. Cassiodoro racconta come ancora in questo mercato si vendessero giovani ragazzi come schiavi! Un fatto molto interessante, che indica la permanenza della schiavitù, nonostante essa non fosse più l’asse portante dei modelli economici – come era stata ad esempio in epoca tardo repubblicana ed imperiale, quando grandi masse di uomini/merce affluivano dall’Europa e dal Mediterraneo per essere utilizzati nei latifondi, nell’allevamento e nelle industrie manifatturiere, nonchè nei cantieri imperiali e nelle economie domestiche cittadine. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…in Lucania (rozzi villani derubavano i ‘negotiationes’), in occasione della famosa fiera annuale di fine settembre (26, S. Cipriano). Cassiodoro descrive, con singolare vivezza, l’accorrere festoso di gente che “industriosa mittit Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”. Il potente ministro di due re si riferisce a Marcellianum “suburbanum quoddam consolinatis antiquissimae civitatis”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) etc..”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Già nel primo medioevo, nella zona, le fiere erano diffuse, come quella di S. Cipriano (26 settembre) che si teneva tra Sala Consilina e Padula (67) in “locus ipse camporum amoenitate distensus”. Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda l’accorrere festoso di gente dalla “industriosa Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”, e segnala a Teodorico l’esigenza d’impedire che la fiera venisse turbata da “rozzi villani” che derubavano i ‘negoziatores’ (68).. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco, op. cit., p. 8.”. L’opera del Bracco citatata da Ebner è Vittorio Bracco (…) ed il suo “Inscriptiones Italiae”, Roma, 1974. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (68) postillava: “(68) Fin dai tempi della repubblica romana, come oggi, i mercanti concludevano i loro negozi nelle fiere con la consueta stretta di mano (sulle mani strette, le rispttive altre due una sull’altra) che i documenti segnalano con la formula “manu fidem facere”, “manum facere”. * O. Bartolini, I papi e le relazioni politiche di Roma con i ducati longobardi di Spoleto e di Benevento, etc… “. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Nei casali, nodi viari obbligati, si tenevano mercati periodici (‘nundinae’) o permanenti (‘fora’) nei centri più grandi. La loro importanza non è solo di carattere economico ma anche sociale e culturale in quanto rappresentavano un’occasione di incontro e di scambio di idee nonché di aggiornamenti tecnici. Essi, normamente si svolgevano di domenica, malgrado le proibizioni che lo Stato e la Chiesa sovente imponevano. Lo stesso Carlo Magno fu costretto a consentire che “ubi antiquitus fuit” il mercato continuasse a tenersi “in die dominico” (66).”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), è menzionata ancora nella lettera con la quale nel 527 il re dei Goti, Atalarico, ordina a Severo, ‘corrector’ della Lucania e del Bruzio, di garantire l’incolumità dei mercanti che ogni anno, in occasione della festa di S. Cipriano (14 settembre), accorrevano alla fiea che si teneva in un ‘suburbanum quoddam Consilinatis antiquissime civitatis’, vale a dire a ‘Marcellianum (7).”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (7) postillava: “(7) Cassidori, Variarum liber VIII, epistola 33, in Monumenta Germaniae historica, Auctore antiquissimi, XII, p. 262.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. in questo volume F. Bulgarella, Tardo antico e alto Medioevo bizantino e longobardo.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (9) postillava: “(9) Cassidori, op. cit., pag. 263: “Nam cum die sacratae noctis precem baptismatis coeperit sacerdos effundere et de ore sancto sermonum fontes emanare, mox in altum unda prosiliens aquas suas non per meatus solitos dirigit, sed in alti tudinem cumulunque transmittit. erigitur brutum elementum sponte sua et quadam devotione solemni praeparat se miraculis, ut sanctificatio maiestatis possit ostendi. nam cum fons ipse quinque gradus tegat eosque tantum sub tranquillitate possideat, aliis duobus cernitur crescere, quos numquam fluenta labentia sic ad humanos sermones vel star vel crescere, ut eis credas audiendi studium minime defuisse”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (10) postillava: “(10) Ivi. Su S. Giovanni n Fonte v. V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, 34 (1958), pp. 193-207; A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, pp. 558 ss.”. Vitolo, a p. 129, nella nota (12) postillava: “(12) V. sopra, p. 49, n. 34”. Vitolo, a p. 129, nella nota (13) postillava: “(13) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del sec. VII (a. 604)(Studi e Testi, 35), Faenza 1927, p. 323; IP VIII, p. 370.”. Vitolo, a p. 129, scriveva pure che: “Furono proprio la presenza della fonte miracolosa e la rinomanza della fiera, alla quale si conveniva oltre che dalla Lucania anche dalla Campania, dal Bruzio e dall’Apulia, unite alla posizione dell’abitato, più vicino alla strada Capua-Reggio, a determinare il maggiore sviluppo di ‘Marcellianum’ rispetto al centro antico da cui aveva avuto origine: infatti nelle lettere papali la sede vescovile è definita quasi sempre ‘episcopatum Marcellianensis ecclesiae sive Consilinatis’, dove, come si vede, il primo nome alla diocesi è dato da ‘Marcellianum’, ed una volta, nella prima lettera di Pelagio I, si parla soltanto di ‘episcopatum ecclesiae Marcellianensis’.”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a pp. 13-14, in proposito scriveva che:  “1. La fiera di ‘Marcellianum’ e l’epilogo della dominazione gotica……Già ‘corrector Lucaniae et Brittorium’ (507-511 circa) – provincia di cui era originario e in cui la sua famiglia aveva cospicui interessi patrimoniali e politico-clientalari (6) – , Cassiodoro ha indubbiamente una conoscenza diretta della fiera, del luogo in cui essa si svolge e della peculiare situazione economica e sociale della regione. Perciò indulge nei particolari topografici, che hano trovato puntuale conferma nei dati dell’archeologia, come provano i recenti studi sul battistero di ‘Marcellianum’ (7). E rievoca il suggestivo portento delle acque che spontaneamente crescono nel fonte – vero Giordano della Lucania – mentr vi si celebra il rito battesimale durante la veglia dell’Epifania (8). Ci traccia, inoltre, una colorita descrizione del mercato che è “l’ultimo esempio di fiera dell’Italia antica”(9): in mezzo alla distesa dei campi coltivati, i padiglioni provvisori con tetti di fronde d’albero formano una vera e propria città che, pur non essendo in muratura, ricalca tuttavia un modulo urbanistico preodinato ed ospita la moltitudine avventizia di gente eterogenea e festeggiante (10).”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (7) postillava: “(7) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in Rivista di Archeologia cristiana, XXXIV (1958), pp. 193-207. Cfr. A. Ventitti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, p. 55 ss.”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (8) postillava: “(8) Escludo decisamente che il ‘dies sacrate noctis’ corrisponda al Natale, come suppone Th. Mommsen nella sua edizione delle ‘Variae’ (M.G.H., Auctorum Antiquissimorum XII, p. 535, s.v. ‘dies festi’). Infatti, la storia della liiturgia offre due soluzioni possibili: l’Epifania e la pasqua, entrambe festività con veglia liturgica e con riti battesimali etc..”. Bulgarella, a p. 15, nella nota (9) postillava: “(9) E. Gabba, art. cit., p. 159.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini, a pp. 106-108, in proposito scriveva che:  “Proprio per la sua posizione baricentrica questa parte de Vallo è stata fin dai secoli tardo-antichi sede privilegiata di mercati e fiere annuali.”. La Alaggio, a p. 108, in proposito scriveva pure che: “In questa stessa area, non lontano dal battistero di San Giovanni in Fonte, descritto in una lettera di Cassiodoro, si teneva la fiera annuale di ‘Marcellianum’, frequentata da Camapni, Lucani, Apuli, Bruzzi; un evento la cui importanza ribadisce “quel ruolo e quella funzione di mercato interno ricoperti dal Vallo di Diano fin dall’antichità” (4). Funzione che sembra confermata anche per i secoli medievali quando, presso il ponte dell”Altomuzio’, verosimilmente crocevia dei flussi appena descritti, risulta ancora documentato lo svolgimento di un altro importante evento fieristico (5).”. La Alaggio, a p. 108, nella nota (4) postillava: “(4) M. Romito, Un nuovo documento della cristianizzazione nella valle del Tanagro, in “Apollo”, XII (1966), Ibidem, p. 16. La Lettera di Cassiodoro che descrive sia lo svolgimento della fiera che il battistero di San Giovanni in Fonte si data al 527 d.C. (‘Variarum’, VIII). Sullo stesso complesso si veda l’articolo di Vittorio Bracco che per primo ne individuò i resti (Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di Archeologia Cristiana”, XXIV (1958), pp. 193-207); i lavori di P. Peduto, Insediamenti altomedievali e ricerca archeologica, in Guida alla Storia di Salerno e alla sua provincia, a cura di A. Leone e G. Vitolo, II, Salerno, 1982, p. 461; e di F. Bulgarella, Tardo antico e alto medioevo, cit. pp. 13-41.”. La Alaggio, a p. 108, nella nota (5) postillava: “(5) Per la fiera presso il ponte dell’Altomuzio si veda A. Tortorella, A’ l’us andi’cu…’ Le tradizioni nel Vallo di Diano, Salerno, 1992, in particolare p. 93.”.

Nel 527, Atalarico re,  (figlio di Teodorico) ordinò a Severo, correttore della Lucania invitandolo a prendere iniziative di ordine pubblico per la fiera di S. Cipriano a Marcellianum 

Da Wikipidia, alla voce “Cassiodoro” leggiamo che tra le fonti vi è una lettera indirizzata dallo statista ed erudito lucano Cassiodoro al re Atalarico nel 527 per chiedere l’intervento dell’autorità pubblica al fine di ristabilire l’ordine, poichè in occasione della fiera di quell’anno si erano verificati gravi disordini che avevano impedito il regolare svolgimento delle negotiationes con danno degli abitanti della regione e dei negotiatiores colà convenuti dalla Campania, dall’Apulia, dal Bruzio e dalla Calabria, Cassiodoro stesso dà una descrizione del posto e accenna al miracolo delle acque che crescevano miracolosamente durante la veglia pasquale. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a pp. 13-14, in proposito scriveva che:  “1. La fiera di ‘Marcellianum’ e l’epilogo della dominazione gotica. Dobbiamo a Cassiodoro Senatore una preziosa testimonianza su un particolare aspetto della vita economica del Vallo di Diano – allora parte integrante della provincia ‘Lucaniae et Bruttiorum’ – all’epilogo dell’età gotica (2). Nel 527, Atalarico, che regnava sotto la reggenza della madre Amalasunta, ordinò a Severo, ‘corrector’ di quella provincia (3), di garantire l’ordinato svolgimento della fiera che aveva luogo ogni anno a ‘Marcellianum’ – suburbanum quoddam Consilinatis antiquissimae civitatis’ -, l’odierno San Giovanni in Fonte, nella ricorrenza della festa di San Cipriano (14 o16 settembre)(14). Poiché i contadini (‘rustici’) ed i pastori indigeni con atti di brigantaggio attentavano alla sicurezza e ai beni dei numerosi mercanti lì convenuti, al ‘corrector’ è fatto obbligo di tutelare l’ordine pubblico con adeguate misure di polizia e in collaborazione con i possessori e gli affittuari (‘conductores’) delle grandi ‘massae’ private e regie della zona. Probabilmente sollecitate e redatte da Cassiodoro – che allora ‘magister officiorum’ (523-527) dei sovrani ostrogoti, dei quali sarà, poi, ‘praefectus praetorio’ (523-527) – , tali disposizioni ci sono pervenute in un’epistola che egli stesso inserì – certo dopo averne rifinito la forma letteraria – nella raccolta delle ‘Variae’, pubblicata nel 537/38 mentrela sua vicenda politica ed il regno ostrogoto volgevano all’epilogo (5).. Bulgarella, a p. 14, nella nota (6) postillava: “(6) Var., XI, 39. A. Russi, art. cit., p. 1940. Anche il padre, in precedenza, aveva ricoperto quella carica: ivi, p. 1939”. Bulgarella, a p. 13, nella nota (2) postillava: “(2) Magni Aurelii Cassidori, Variarum libri XII, ed. A. J. Fridh, Turnholti, 1973 (Corpus Christianorum, Series Latina XCVI), VIII, 33 (da ora in poi per le ‘Variae’ abbr. Var.)”. Bulgarella, a p. 13, nella nota (3) postillava: “(3) Su Severo: ‘Var., 31, 32 e 33; J.R. Martindale, The Prosopography of the Later Roman Empire, II, A. D. 395-527, Cambridge, 1980, p. 1004 (Severus n. 16)”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (4) postillava: “(4) Il luogo della fiera era stato in tempi pagani sede del culto di Leucothea, divinità conessa con le acque, ed ora la fiera coincideva con il giorno del martirio di San Cipriano (14 o 16 settembre). La festività cristiana continuava molto probabilmente quella pagana e si può supporre che anche la fiera risalisse a tempi molto più antichi”: E. Gabba, Mercati e fiere nell’Italia romana, in Studi classici e orientali, XXIV (1975), pp. 160-1 “. Bulgarella, a p. 14, nella nota (5) postillava: “(5) Su Cassiodoro: A. Momigliano, s.v. Cassiodoro, in Dizionario Biografico degli Italiani, XXI, pp. 494-504, in part. pp. 495-6; J.R. Martindale, op. cit., pp. 265-8. Sulla data di pubblicazione delle ‘Variae’: A. J. Fridh, Indroductio’ all’ed. cit., p. X”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (6) postillava: “(6) Var., XI, 39. A. Russi, art. cit., p. 1940. Anche il padre, in precedenza, aveva ricoperto quella carica: ivi, p. 1939”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: Del sacro fonte parla anche Cassiodoro nella lettera inviata a Teoderico (primi del VI secolo) perché facesse predisporre un servizio d’ordine in Lucania (rozzi villani derubavano i ‘negotiationes’), in occasione della famosa fiera annuale di fine settembre (26, S. Cipriano). Cassiodoro descrive, con singolare vivezza, l’accorrere festoso di gente che “industriosa mittit Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”. Il potente ministro di due re si riferisce a Marcellianum “suburbanum quoddam consolinatis antiquissimae civitatis”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 390, in proposito scriveva che: “Pietro riteneva, dimostrando poi le spiccate sue capacità d’imprenditore agricolo come abate di Cava, che l’opera ‘in agris’ (44), etc…”. Ebner, a p. 390, nella nota (44) postillava: “(44) La regola non è certo una carta economica, ma un programma di perfezione spirituale (v. La bonifica Benedettina, Roma, s.d. passim.), tuttavia Cassiodoro (Instit., I, 28, ed. Mynors, p. 71) dice: ‘Nec ipsum est a monachis alienum ortos colere, agros exercere et pomorum fecunditate granulari’.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 12, in proposito scriveva che: “Si abbandonarono così le terre, un tempo verdi e fiorenti poi coperte di pruni selvatici, di spine (13). Un editto di Teodorico (14), verso la fine del V secolo, informa di centinaia di migliaia di iugeri di terre incolte nella sola Campania. Il sovrano ostrogoto (493-526) intervenne per ovviare a tanta iattura con sgravi d’imposte e concessioni di terre che stimolarono, anche per il trentennale periodo di pace, una certa ripresa agricola. Né è conferma (15) l’ordine ai “navicularii” lucani di far affluire grano nella Gallia affamata. Evidentemente a Velia doveva essere vissuto qualcuno degli antichi “Collegia” di mercanti e padroni di navi che per l'”Annona” eseguivano trasporti di derrate, la cui produzione e raccolta doveva essere curata dagli stessi proprietari se Atalarico (526-533) scriveva a Severo (16), forse il “Correttor Lucania et Bruttiorum”, di ordinare a “possessores et curiales” (17) di lasciare le campagne per gli agglomerati urbani.”. Ebner a p. 12, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cassiodoro, Variar., VI 5: anni 508-511”. Ebner, a p. 12, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cassiodoro, Variar., VIII, 31: anno 527 circa. Diversamente da quanto faranno i Longobardi, i sovrani ostrogoti, in quanto federati dell’Impero, continuarono a fruire dell’hospitalitas, cioè dell’uso di un terzo delle case e dei terreni della regione dove giungevano con le loro truppe, per alloggi e provviste.”.  Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 48, in proposito scriveva che: “Eppure, a salvaguardia delle vie erano sorti posti fortificati, per ordine di Teodorico (41) ricostruite le mura delle antiche città e per volere di ‘stratigoi’ bizantini fortificati alcuni villaggi (42).”. Ebner, a p. 48, nella nota (41) postillava: “(41) Cassiodoro, cit., I, 28.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Polla, a p. 347, in proposito scriveva che: “Il murato (2) abitato di Polla, …..Nei pressi del forum, fiorente ancora ai tempi di Cassiodoro, era ‘Marcellianum’, sede di diocesi, di cui sono ancora visibili i resti del paleocristiano battistero (5) ad acqua corrente, di cui scrisse anche il potente ministro di due re. Acque ricche di pesci, intoccabili “pro reverentia loci”, che rendono più suggestivo il luogo che rivisse l’antica mistica grandezza qualche decennio fa, quando venne scoperto e illustrato da v. Bracco. Del ‘forum’ è notizia dal famoso ‘lapis Pollae, l’elogium (6) inciso su un cippo posto davanti la “Taverna del passo” e ancora in sito.”. Ebner, a p. 347, nella nota (5) postillava: “(5) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV, 1958, p. 193 sgg. e Polla cit., p. 41 sg. e p. 79. Sugli affreschi del battistero, poi cappella, simili a quelli di S. Angelo in Formis, v. Bracco, Polla, lineee di una storia, Salerno, 1976, p. 79 e 550 (n. 165).”. Ebner, a p. 347, nella nota (7) postillava: “(7) E. Magaldi, Lucania romana, Roma, 1948, p. 179 sgg.”. Il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti….Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc... Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Ecc…”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a p. 97, in proposito scriveva che: “Costituito il dominio dei Goti con Teodorico nell’anno 489 dopo Cristo, venne dato un nuovo ordinamento alle provincie, e la Lucania formò con i Bruzii la terza provincia del regno che ebbe la fortuna di avere al suo governo, tra i correttori che si succedessero durante quel regno, il celebre Cassiodoro, uno dei più importanti personaggi dell’epoca (2) e che vuolsi nativo di Pesto.”. Mazziotti, a p. 97, nella nota (2) postillava: “(2) Giannone, vol. I, pag. 469.”. Da Wikipedia leggiamo che al padre di Cassiodoro furono indirizzate alcune lettere delle Variae, il che ci offre più dati su di lui; ricoprì il ruolo di comes rerum privatarum e successivamente di comes sacrarum largitionum nel governo di Odoacre, mantenne la propria posizione di funzionario d’amministrazione anche sotto Teodorico, tanto da diventare governatore provinciale. Attorno al 490 lo si ritrova governatore della Sicilia, e dopo essere entrato nelle grazie di Teodorico, governatore della Calabria[“Calabria” in senso moderno o nel significato antico di Salento?] fino al 507, quando si ritirerà a vita privata. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie dell’antico etc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…” pubblicato nel 1743, nel suo cap. I, a p. 17, parlando della Lucania, in proposito scriveva che: “Passata poi ella come altre Provincie d’Italia sotto il Regno de’ Goti non vi fu mutazione, ma il Governo amministravasi nell’antica forma, come in tempo de’ Romani, eleggevansi i Consoli, e nelle Provincie reggevano i Correttori (b), come notò Cassiodoro.”. Il Gatta figlio, a p. 17, nella nota (b) postillava che: “(b) Furono Correttori della Lucania, e Bruzj in tempo del Regno de’ Goti specialmente Venanzio, e Cassiodoro, come questo medemo avvisa al lib. varar. lection.”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Ecc..”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg, riferendosi agli Eruli di Odoacre, nella sua nota (3) postillava di Cassiodoro e scriveva che: “(3) CASSIODORO (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto ‘Vivarium’.”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Cassiodoro, è nelle ‘Variarum’, I, 3.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico, riferendosi aghli Eruli di Odoacre scriveva che: Restò immutato l’ordinamento delle province; tra queste la lucania, sempre in unione col Bruzio, costituì la XV del nuovo regno (2) e conservò la suprema magistratura dei ‘Correttori’, fra i quali vengono ricordati Venanzio ed il famoso Magno Aurelio Cassiodoro (3), segretario di Teodorico e da questi inviato a governare per un certo tempo la nostra provincia, come apprendiamo da una lettera dello stesso re: “Lucaniae et Bruttiorum tibi dedimus mores regendos,….” (4).”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (3) postillava che: “(3)  Cassiodoro (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto Vivarium”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Casiodoro, è nelle ‘Variarum: I, 3”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VIII, 33”.  Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VI, 5.”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (3) postillava che: “(3) MARCINA è da identificarsi con Vietri sul Mare, …..Sulla distruzione di Marcina vedi CASSIODORO, Chronica, II, 156”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 5, in proposito scriveva che: “Il territorio, che è ricco di acque per i numerosi torrenti precipiti da un groviglio di monti (11) e colline, manca di grandi fiumi etc…”. Ebner, a p. 5, nella nota (11) postillava: “(11) Sull’interno montuoso etc..; Cassiodoro, Var., XI, 3. 9”. Ebner, a p. 13, in proposito scriveva: “Sotto i sovrani ostrogoti, dopo la distruzione di Alarico e dei Vandali di Genserico, si ebbe una certa ripresa produttiva dovuta, forse, anche al ritorno dei proprietari nelle campagne. …..Cassiodoro riferisce dell’ordine di Atalarico a “possessores et curiales” del vicino Bruzzio (57) di lasciare le campagne per far ritorno nelle città.”. Ebner, a p. 13, nella nota (57) postillava: “(57) Cassiod., Var., VIII, 31: a. 527 circa. L’editto è indirizzato a Severo, ‘vir spectabilis’, forse il ‘Corrector Lucaniae et Bruttiorum’, Cfr. pure Var., 1, 16, dopo il 10 aprile 580; VII, 31 e 33 anno 527; XII, 5. 15 aa. 533 e 537.”. Ebner, a p. 13, nella nota (56) postillava: “(56) Cassiod., Var., IV, 5: aa. 508-511”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Già nel primo medioevo, nella zona, le fiere erano diffuse, come quella di S. Cipriano (26 settembre) che si teneva tra Sala Consilina e Padula (67) in “locus ipse camporum amoenitate distensus”. Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda l’accorrere festoso di gente dalla “industriosa Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”, e segnala a Teodorico l’esigenza d’impedire che la fiera venisse turbata da “rozzi villani” che derubavano i ‘negoziatores’ (68). Ricorda inoltre che la località era allietata da un fonte d’acqua “nimio candore perspicua”, per la cui “habeat et Lucania Jordanem suum”, il battistero paleocristiano di Marcellianum.”. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco cit., p. 8”. Ebner, a p. 41, in proposito scriveva che: “…i monaci erano tenuti in base ai precetti di S. Basilio di Cesarea (154).”. Ebner, a p. 41, nella nota (154) postillava: “(154) In Oriente alcuni monaci univano la preghiera al lavoro: Cassiodoro, Collectiones, X, 7.”. Ebner, a p. 44, in proposito scriveva che: “Non i complessi nel significato moderno del termine o il ‘Vivarium’ di Cassiodoro, da considerare come un efficiente istituto universitario, ma il rustico “monasterio villanu de monaci greci” dei documenti (165).”. Sempre l’Ebner, a p. 117, in proposito scriveva: “Naturalmente tutti costoro (149), anche se non avevano nulla a che vedere con il tabellionato romano (150), ripetevano nei loro atti formule che richiamavano quelle romane del basso impero (‘notarii civitatis et ecclesiarum’) (151). Formule (152) che i notai ecclesiastici, etc…”. Ebner, a p. 117, nella nota (152) postillava: “(152) Raccolte di formule (‘ars dictandi’), precetti ed esempi si leggono negli scritti del monaco, francese Marculfo (seconda metà del VII secolo, nelle ‘Variae’ di Cassiodoro, etc…”. Ebner, a p. 391, in proposito scriveva: “La loro nota dominante fu la coltivazione dei campi (43) (“monasterio villano de monachi greci”), etc..”. Ebner, a p. 391, nella nota (43) postillava: “(43) ….e Cassiodoro (Instit., I, 28) che prescriveva ai suoi monaci del ‘Vivarium’: Nec ipsum est a monachi alienum hortis colere, agros exercere et pomarum fecunditate gratulari”. Ebner, a p. 397, nella nota (63) postillava: “(63) L’impianto di un mulino…..Sul mulino ad acqua, Vitruvio, X, 257, e Plinio XVIII, 23, e Cassiodoro, De insitutione’, c 29”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), è menzionata ancora nella lettera con la quale nel 527 il re dei Goti, Atalarico, ordina a Severo, ‘corrector’ della Lucania e del Bruzio, di garantire l’incolumità dei mercanti che ogni anno, in occasione della festa di S. Cipriano (14 settembre), accorrevano alla fiea che si teneva in un ‘suburbanum quoddam Consilinatis antiquissime civitatis’, vale a dire a ‘Marcellianum (7).”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (7) postillava: “(7) Cassidori, Variarum liber VIII, epistola 33, in Monumenta Germaniae historica, Auctore antiquissimi, XII, p. 262.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. in questo volume F. Bulgarella, Tardo antico e alto Medioevo bizantino e longobardo.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (9) postillava: “(9) Cassidori, op. cit., pag. 263: “Nam cum die sacratae noctis precem baptismatis coeperit sacerdos effundere et de ore sancto sermonum fontes emanare, mox in altum unda prosiliens aquas suas non per meatus solitos dirigit, sed in alti tudinem cumulunque transmittit. erigitur brutum elementum sponte sua et quadam devotione solemni praeparat se miraculis, ut sanctificatio maiestatis possit ostendi. nam cum fons ipse quinque gradus tegat eosque tantum sub tranquillitate possideat, aliis duobus cernitur crescere, quos numquam fluenta labentia sic ad humanos sermones vel star vel crescere, ut eis credas audiendi studium minime defuisse”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (10) postillava: “(10) Ivi. Su S. Giovanni n Fonte v. V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, 34 (1958), pp. 193-207; A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, pp. 558 ss.”. Vitolo, a p. 129, nella nota (12) postillava: “(12) V. sopra, p. 49, n. 34”. Vitolo, a p. 129, nella nota (13) postillava: “(13) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del sec. VII (a. 604)(Studi e Testi, 35), Faenza 1927, p. 323; IP VIII, p. 370.”. Vitolo, a p. 129, scriveva pure che: “Furono proprio la presenza della fonte miracolosa e la rinomanza della fiera, alla quale si conveniva oltre che dalla Lucania anche dalla Campania, dal Bruzio e dall’Apulia, unite alla posizione dell’abitato, più vicino alla strada Capua-Reggio, a determinare il maggiore sviluppo di ‘Marcellianum’ rispetto al centro antico da cui aveva avuto origine: infatti nelle lettere papali la sede vescovile è definita quasi sempre ‘episcopatum Marcellianensis ecclesiae sive Consilinatis’, dove, come si vede, il primo nome alla diocesi è dato da ‘Marcellianum’, ed una volta, nella prima lettera di Pelagio I, si parla soltanto di ‘episcopatum ecclesiae Marcellianensis’.”.

Nel……, i Goti di Totila conquistano la città di Marcelliana

Lucido Di Stefano (….), nel suo manoscritto “Della Valle di Fasanella nella Lucania – Discorsi del dott. Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Lib. I, a p. 167 cita Totila ed il Gatta ed in proposito scriveva che: “Costantino Gatta nella sua ‘Lucania’ cap. 3 parlando della destruzione della Città di Marcelliana anche Vescovile, così scrive: “Detta Città creder si può essere stata destrutta nella commune desolazione d’Italia da Totila re dè Goti, sotto la cui barbara condotta devastante furono quasi che tutte le nobili Contrade d’Italia, come riferisce Procopio, quale desolazione cominciò da Roma, ove quel Barbaro cagionò rovine tali, e ne publici, e privati edificii, che la miserevol Città ne restò affatto disabitata; indi piegando le vittoriose bandiere alla volta della Lucania, e del Paese dè Bruzj, qual improvviso fulmine, …..devastò molte Città di dette Provincie, etc…”….Io però credo, che detta Città di Marcelliana, piuttosto da’ Saraceni fu destrutta, che da Totila perchè esisteva regnando Pelagio I Som. Pontef., che reggè la Cattedra di S. Pietro, secondo il Platina, dall’anno 556 sino a marzo 567, *** e Totila regnò in Italia prima come dalle sue ‘Decretali scritte’, la prima ‘Can. Literas Charitatis’, Dist. 63 diretta a Giulio Vescovo di Grumento, e la seconda nel Can. Dilectionis tuae’, Dist. 66 drizzata al Vescovo di Potenza Pietro dall’Ughellio, e dallo stesso Gatta citate, ove si fa menzione di Latino Teodoro, Diacono di Grumento etc…”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie dell’antico etc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicato nel 1743, nel suo cap. I, a p. 17, parlando della Lucania, in proposito scriveva che: “Passata poi ella come altre Provincie d’Italia sotto il Regno de’ Goti non vi fu mutazione, ma il Governo amministravasi nell’antica forma, come in tempo de’ Romani, eleggevansi i Consoli, e nelle Provincie reggevano i Correttori (b), come notò Cassiodoro.”. Il Gatta figlio, a p. 17, nella nota (b) postillava che: “(b) Furono Correttori della Lucania, e Bruzj in tempo del Regno de’ Goti specialmente Venanzio, e Cassiodoro, come questo medemo avvisa al lib. varar. lection.”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52-57 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; …..Detta Città creder si può esser stata distrutta nella comune desolazione d’Italia da Totila Rè de Goti, sotto la cui barbara condotta devastate furono quasi, che tutte le nobili contrade d’Italia, come riferisce Procopio, qual desolazione cominciò da Roma, ove quel Barbaro cagionò rovine tali, e ne pubblici, e privati edificij, che la miserevol Città ne restò affatto disabitata; indi piegando le vittoriose bandiere alla volta della Lucania, e del Paese dè Bruzj, qual improvviso fulmine, …..devastò molte Città di dette Provincie, etc…”. Sulla notizia di Gatta che Marcelliana fu distrutta dai Goti, posso solo aggiungere che Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p. 25, in proposito scriveva che: “Come pure la distruzione di Consilinum sulla “civita”, nei cui pressi sorse la ‘sala’ di un aristocratico longobardo, e l’incendio a Velia, etc..”. Ebner, a p. 25, nella nota (112) postillava che: “(112) Oltre Benevento e Conza possedevano efficienti difese solo Napoli e Cuma. La stessa Capua era diventata una borgata aperta. In Lucania solo Acerenza era una piazzaforte. Fortificata però doveva essere anche Agropoli se le bande di Zottone non l’espugnarono. Nel Bruzio era fortificata solo Rossano. Più in giù Crotone e Reggio. Lo Hirsh ricorda pure le rovine per la guerra Gotica e quelle dei franchi ed alemanni condotti da Butilino e Leutari che devastarono la Penisola “fino agli estremi confini”. Riguardo Cassiodoro, Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni etc…”, vol. II, a p. 473, nella nota (59) postillava: “(59) Cassiodoro, Variar. VIII, e p. 33: Est etc…”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: Così nel Vallo di Diano gli unici centri abitati nell’alto Medioevo furono i ‘castra’ preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala che, se nell’appellativo di Consilina, assunto nel 1863, si richiama alla ‘Consilinum’ romana, era in realtà un centro nuovo, sorto a poca distanza da essa, ma in luogo più elevato. Spariscono invece gli insediamenti sorti lungo la strada Capua-Reggio, fra cui il ‘Forum’, nei pressi di Polla, e ‘Marcellianium’, presso Sala Consilina (3). A sconvolgere l’assetto della Valle, quale si era venuto formando nel corso dell’età romana, contribuirono certamente le invasioni barbariche, soprattutto dei Visigoti, dei Vandali e, dopo gli orrori della guerra greco-gotica, dei Longobardi…..etc…..Tuttavia se i dati finora noti, presi singolarmente, non permettono di giungere a conclusioni sicure circa il passaggio dei Saraceni per il Vallo di Diano, nel loro insieme mi sembra che lo rendano alquanto probabile, per cui non è da escludere che anch’essi abbiano potuto avere la loro parte nel provocare la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) C. Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, 1723, p. 57; F. Lenormant, A’ travers l’Apulie et la lucanie, Paris, 1883, vol. II, p. 70.”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”.  Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico scriveva che: In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo  e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). La regione comunque godette di un lungo periodo di sicurezza, che, dopo le distruzioni dei Vandali, il pauroso spopolamento e la desolazione delle campagne (4), favorì una notevole ripresa economica, specie nel Vallo di Diano (5), sicchè ai principi del VI secolo i ‘navicularii’ lucani erano in grado di trasportare grano nella gallia afflitta dalla carestia (6). Ecc..”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. ROMANO / SOLMI, op. cit., pp. 167-68”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula, continuò negli ultimi tempi del basso Impero romano la città di CONSILINUM, che già nel I secolo d.C. appariva spopolata (PLINIO, N.H., III, 5, 70) e che fu probabilmente distrutta dai Visigoti. Marcelliana,…..(v. Antonini, op. cit., p. 484”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Su Magliano e Molpe, vedi nn. 1 e 2, p. 57”.

Nel 529 (VI sec. d.C.), S. Benedetto da Norcia e la fondazione del monastero benedettino di Montecassino

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “8. S. Benedetto”, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: “Le principali notizie sulla vita di S. Benedetto sono tratte dal II libro dei ‘Dialoghi’ di S. Gregorio Magno. Nacque a Norcia attorno al 480 da nobile famiglia. Giovane, fu inviato dai genitori a Roma per seguire gli studi letterari, ma “appena posto il piede sulla soglia del mondo, si accorse che molti correvano pei dirupi dei vizi”. Abbandonò Roma, gli studi e il patrimonio paterno, e si ritirò ad Affile, un borgo sui colli della Sabina. Ma il luogo non gli sembrò ancora adatto a quel bisogno di raccoglimento in Dio, che lo aveva spinto a lasciare il mondo della città. Si nascose a Subiaco, dove incontrò un monaco di nome Romano, che gli impose l’abito monastico e l’aiutò a vivere nascosto in uno speco, come uno di quei monaci orientali che per i sacrifici a cui sottoponevano il fisico finivano per assomigliare nell’aspetto a bestie selvatiche. Così lo scoprirono alcuni pastori: “l’avevano intravveduto vestito di pelli in mezzo ai cespugli e lo avevano preso per una bestia selvatica; ma riconosciutolo poi per servo di Dio, molti di loro, ch’eran quasi bestiole, mutati dalla grazia, si diedero a santa vita”. Uscito dalla fase anacoretica, Benedetto si diede, come scrive San Gregorio, a custodire i “i vasi sacri”, cioè le anime dei fedeli. Fu invitato a dirigere una comunità di monaci a Vicovaro, dove vanamente tentò di imporre una regola e una disciplina. Avendo i monaci tentato di avvelenarlo, se ne tornò nel suo rifugio a Subiaco, ma questa volta non rimase solo, perchè attorno a lui si riunirono altri giovani monaci di estrazione anche nobile. Divise i suoi discepoli in gruppi, secondo il modello offertogli da S. Pancomio: a ciascun gruppo assegnò un abbate. Il successo che accompagnava la fondazione monastica creata da Benedetto fece ingelosire un prete sublacense, tale Fiorenzo, che cercò di combatterlo con odio. Anche Fiorenzo, tentò di avvelenare Benedetto, il quale, per una seconda volta, abbandonò il luogo. Benedetto intraprese a cercare un nuovo luogo dove continuare la sua opera. Questo luogo fu Cassino, sul cui monte sorgeva “un vetustissimo tempio, dove la superstizione del popolo campagnolo praticava il culto di Apolllo, per inveterata consuetudine pagana. Era l’anno 529. Benedetto distrusse l’antico tempio e al suo posto “edificò un oratorio dedicato a San Martino, e all’ara di Apollo sostituì un altare dedicato a San Giovanni. Edificò infine il celebre monastero, dove andò a trovarlo Totila (542), che si raccomandò alle sue preghiere. Vicino a questo è l’altro monastero, femminile, della sorella di lui, Scolastica. Benedetto impose ai suoi monaci una ‘Regola’ concepita come un codice di vita e di lavoro per la sua comunità religiosa, ecc…”.

ASCETERI E LAURE IN EPOCA BIZANTINA

Nel VI secolo d.C., i monaci d’Oriente, le persecuzioni Iconoclaste e le origini delle cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’ e del basso Cilento

Cattura...........

(Fig…) Monte Pittari a Caselle in Pittari

Nel 535 d.C. (VI sec.), le origini del monachesimo nelle nostre contrade

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc..”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Ancora l’Ebner (….), in un altro suo testo ci parla di quel periodo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 34 parlando dei monaci provenienti dall’Oriente, in proposito scriveva che: “I monaci (68) d’Oriente conoscevano questa zona essendovi arrivati soprattutto al seguito delle truppe di Belisario e Narsete e che potremmo definire i primi cappellani militari. Furono essi a trasmettere ai loro correligionari d’Oriente informazioni e impressioni sulle località del Mezzogiorno climaticamente simili a quelle orientali, idonee quindi alla vita ascetica e alle consuetudini loro proprie. Fu a Velia, infatti, che sbarcarono i primi religiosi bizantini sfuggiti alle persecuzioni di Leone III Isaurico ecc…ecc..”. Dunque, Ebner scriveva che già prima dell’anno 726, i monaci d’Oriente conobbero le nostre contrade nel 535, allorquando, in qualità di cappellani militari delle truppe del generale bizantino Belisario si dovettero recare per prestare servizio presso l’esercito bizantino dell’Imperatore Giustiniano. Ebner ripete questo concetto anche nell’altra sua opera: “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, dove a p. 18 parlando dell’antichissima colonia focea di Velia (l’antica Helea), in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete.”. Sebbene la tradizione e le fonti attribuiscano il ritrovamento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, attribuito al monaco Attanasio, all’anno 927, già all’epoca della venuta dell’esercito bizantino di Giustiniano a Velia esisteva una basilica Paleocristiana che attesta la frequentazione del sacello dell’apostolo Matteo. Dunque, la nostra zona ricca di testimonianze dell’antichità era conosciuta dai monaci d’Oriente che vi si recavano in pellegrinaggio e in seguito vi si fermarono allorquando questi monaci vennero al seguito degli esercti bizantini di Giustiniano. Ebner a p. 34, vol. I, nella sua nota (68) postillava che: “(68) ‘Monachus’ = eremita, anacoreta. Il fondatore del primo monastero fu Pancomio (tra il 315-320). Il vero fondatore del monachesimo greco fu S. Basilio, il legislatore della vita monastica, e si deve a S. Atanasio la diffusione della vita monastica in Occidente (a. 339), come a S. Eusebio, vescovo di Vercelli, si deve la diffusione degli stati clericlali e monastici (a. 370) Ecc…”. Sempre Pietro Ebner (…), in un suo pregevole saggio su Velia, in Rassegna Storica Salernitana del 1965, a p. 60, in proposito scriveva che: “A Velia si continuava a parlare il greco ancora nel III secolo come mostrano le iscrizioni e le epigrafi…..Ma il greco forse non sparì mai da Velia se è vero vi si fossero fermato monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete, i quali aprirono la via alle diverse ondate che si riversarono nell’odierno Cilento nell’VIII, IX e X secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, riferendosi alle orde Longobarde di Zotone parlava di Agropoli all’epoca di Narsete e scriveva che: “…..era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Pietro Ebner, nel suo Vol. I,  a p. 26, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Bell. Goth., I, 14.”. L’Ebner si riferiva all’opera De Bello Gothico (ossia “La guerra gotica” o “La guerra dei Goti”) è un poema epico latino ad opera del poeta Claudio Claudiano (…). Il poemetto è incentrato sulla vittoria di Stilicone su Alarico nella battaglia di Pollenzo. Sempre l’Ebner nello stesso scritto a p. 62, in proposito scriveva che: “Il Mezzogiorno, nel frattempo, cominciava ad essere percorso da monaci d’Oriente giunti in Italia (VI secolo) con le armate di Belisario e Narsete (Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, Napoli, 1963, p. 15 sgg.; non nel Gay, It. merid. e imp. bizant., Firenze, 1917, p. 125 ss). Ecc…”. Riguardo al citazione di Julius Gay (….), egli tratta il periodo dell’invasione bizantina al tempo dei Longobardi, ovvero al temp del secolo VIII che in questo caso no interessa. Biagio Cappelli, nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini Calabro- Lucani”, a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “Il primo afflusso ascetico basiliano penso che abbia seguito di pari passo le armate condotte da Belisario e da Narsete contro i goti ariani in una guerra che, come tutte le altre imprese militari intraprese dall’impero di Oriente, aveva senza dubbio un carattere religioso (8). In seguito probabilmente altri nuclei monastici affluirono nel mezzogiorno italiano dalla penisola balcanica, sconvolta alla fine del VI secolo dall’invasione avara, mentre nella metà del secolo seguente si aveva un più vasto movimento immigratorio (9). Il quale era costituito da quei monaci costretti ad abbandonare le regioni nel medio Oriente e l’Egitto, su cui si abbatteva la conquista araba, e nello stesso tempo a sfuggire la politica religiosa inaugurata dall’imperatore Eraclio, fautore dell’eresia monotelita. Nella prima metà del secolo VIII era ancora la politica religiosa bizantina a spingere altre ondate monastiche verso i porti italiani: verosimilmente dell’Italia longobarda. Ecc…”. Il Cappelli, a p….., nella sua nota (8) postillava che: “(8) Ch. DIEHL, I grandi problemi della storia bizantina, Bari, 1957, p. 124; M. Schipa, op. cit., p. 17.”. Riguardo il citato testo di Michelangelo Schipa (…), il Cappelli intendeva “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Bari, 1923, passim.”. Infatti, Michelagelo Schipa, nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, a pp. 17-18 riferendosi alla città di Napoli, in proposito scriveva che: “Già, stando alla tradizione, che, trasmessa oralmente, fu scritta nel IX secolo, per tempo la città ne ebbe come rinforzato e sviluppato il corpo così accresciuta e modificata la popolazione. Si narrò infatti che Belisario, rampognato a Roma dal Pontefice Silverio per gli eccidi commessi nella città espugnata, vi ritornasse pentito a farne ammenda; che, trovatevi spopolate e vuote le case, le riempisse d’uomini e donne, chiamatevi da Cuma, da Pozzuoli, da Sorrento, da Stabia, da Nola ecc..e da altri luoghi meno vicini; che vi erigesse sette torri, parte quadrate, parte esagonali; che, dopo di lui, Narsete prolungasse la città fino al mare, aggiungendo nuove fortezze a difesa del porto. Certo è che da allora cominciò qui un afflusso continuo di greci, laici ed ecclesiastici; i quali nella nuova patria  poterono rinvenire tracce della lingua e delle usanze loro. Certo è che, dopo qualche tempo, la popolazione di Napoli riapparve bilingue come altra volta; che chiese e monasteri greci sorsero accanto alle chiese e ai monasteri latini; che nei luoghi sacri e per le pubbliche vie si udì salmodiare nell’una e nell’altra lingua. Ecc…”. Dunque, immagino che il Cappelli citando questo passo dello Schipa volesse intendere che stesse sorti subirono le popolazioni del Cilento allorquando vi si stabilirono, soprattutto nella fascia costiera, i bizantini di Giustiniano. Anche qui nacquero chiese ed eremi greci e come scrive lo stesso Cappelli, nel Cilento e nell’area del Bulgheria sorsero diversi eremi e laure cenobitiche, luoghi questi scelti dai monaci d’Oriente che vi si stabilirono.

La grotta e la cappella rupestre di S. Biagio a Camerota in contrada San Vito

La “grotta” di San Biagio si nasconde su una maestosa terrazza appoggiata su l’altissima rupe dell’Armu, sottostante l’antica chiesa di rito greco di San Daniele. La cappella rupestre, è particolarmente impressionante e unica dal punto di vista architettonico, perché è scolpita artificialmente dentro un vena di morbido e delicato tufo, rarissimo in questa parte della Campania. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”.

La cappella votiva in una grotta a Camerota.PNG

Il dott: Michael Shano, segnalava che:
“Mi fa piacere segnalare un sito archeologico negato a Camerota nel Cilento per il progetto del T.C.I. Diversi studiosi della storia d’arte, competenti per il periodo dell’alto medioevo, affermano che la struttura rappresenta un rarissimo esempio di cappella rupestre Campana. Scolpita con raffinatezza in una vena di tufo, dentro un cubo con 5 nicchie e fuori una facciata decorata in rilievo, la struttura potrebbe risalire a più di mille anni fa, quando il territorio di Camerota era nell’orbita culturale bizantina. Durante gli ultimi 40 anni la facciata ha subito un grave degrado, come si nota da una foto scattata circa 40 anni fa. Posso spedire questa foto in uno secondo tempo. Adesso un cancello la protegge dal vandalismo ma ne impedisce la visita. Sarebbe necessario un sopralluogo e uno studio approfondito. Il Comune di Camerota certamente assisterebbe in un tentativo di valorizzazione per capire meglio il suo significato e il valore culturale. Si trova adesso fra due edifici scolatici al Rione San Vito al di sotto della collina un monastero del seicento. Questa “cappella”, che non era una grotta, è stata realizzata scavando nel costone tufaceo che si trova in località San Vito, presso Camerota. Sopra il costone si trova il monastero dei Cappuccini; vicino vi è la scuola elementaree media. In questa zona, ove prevale la roccia calcarea, il tufo è rarissimo.”. Nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 63, si scriveva che: “In realtà non abbiamo testimonianze dirette di ‘basiliani’ o comunque di monaci greci qui nel nostro territorio se non a partire da qualche secolo più tardi, a meno che non si ipotizzi in precedenza una loro presenza nelle grotte di Camerota (San Biagio, San Vito, San Cono). Queste, apparendo molto simili a quelle della Cappadocia dove trovarono riparo i primi anacoreti, forse, nell’immaginario collettivo indussero a pensare ad un simile fenomeno di insediamenti che in realtà si concretizzarono a partire dal VI secolo, per radicalizzarsi poi nel IX.”. Poi, nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 65, scrivevano che: “Forse, per quanto ci riguarda più da vicino, non è da escludere che la grotta di S. Biagio a Camerota con l’omonima chiesa rupestre nonchè quelle di S. Vito e di San Conone possano essere state in origine rifugi di taluni dei suddetti anacoreti.”. La “grotta” di San Biagio si nasconde su una maestosa terrazza appoggiata su l’altissima rupe dell’Armu, sottostante l’antica chiesa di rito greco di San Daniele. La cappella rupestre, è particolarmente impressionante e unica dal punto di vista architettonico, perché è scolpita artificialmente dentro un vena di morbido e delicato tufo, rarissimo in questa parte della Campania. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79, apprendiamo che in un non precisato periodo (nel seguito del racconto si parla del periodo di Guglielmo il Buono), il duca di Camerota, di cui non si conosce il nome, fa delle donazioni alla chiesa di Camerota e le dota di alcuni beni e dipendenze: “Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”. In ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78, nella nota (71), si postillava che: “(71) A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”.

Nel 540 (VI sec. d.C.), Cassiodoro e la fondazione del monastero “Vivarium” a Squillace in Calabria

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “7. Boezio e Cassiodoro”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Quando Vitige fu sconfitto da Belisario nel 540 e il sogno di un regno romanizzato fu definitivamente infranto, Cassiodoro, non dimentichiamolo, contemporaneo di S. Benedetto, si ritirò nella sua Calabria, dove fondò nei pressi di Squillace il monastero di ‘Vivarium’, che egli organizzò come comunità economicamente autosufficiente, dedita non tanto alla contemplazione, quanto alla conservazione e trascrizione dei libri antichi, nello scrupolo di sottrarre alla violenza barbarica le testimonianze della cultura antica. Alla base di questa attività monastica sono le ‘Institutiones divinarum lectionum’ e le ‘Institutiones humanorum lectiorum’, dove la concezione cassiodoriana del monastero come “saecularis eruditio” e non solo come “salus animae” emerge chiaramente. Tale concezione della vita monastica rientra anch’essa in una forma di esercitazione della pietà in senso lato, pietà che avrebbe dato in seguito frutti prodigiosi. Si pensi ai tanti maestri che chiusi nelle loro celle trascrivevano, correggevano e diffondevano la scienza antica in quegli anni di sconvolgimento, che andarono dalla guerra greco-gotica alla dominazione longobarda. Questo lavoro silenzioso ebbe un’iportanza fondamentale nella formazione della cultura medievale dell’Occidente. La differenza pertanto del monachesimo cassiodoriano da quello di S. Benedetto fu notevole: la spiritualità benedettina ecc…Vivarium è un centro, una scuola di erudizione, prima che un monastero in senso proprio. Vivarium, dunque, divenne uno dei più grandi e benemeriti centri di erudizione che la storia conosca. Anche quando nel secolo IX fu distrutto, i segni della sua presenza nella cultura cristiana e umanistica dell’Occidente continuarono a vivere nei suoi codici disseminati nelle biblioteche di mezza Europa.”. Da Wikipedia leggiamo che al termine della guerra gotica si stabilì in via definitiva presso la nativa Squillace, dove fondò il monastero di Vivarium con la sua biblioteca. Il periodo di fondazione di Vivarium non è certo, benché si tenda a considerare il 544 come una probabile datazione, coincidente con il ritorno di Cassiodoro da Costantinopoli. Inoltre esiste la possibilità che un primo abbozzo di ciò che sarebbe diventato il monastero esistesse già da tempo, presente nei territori di Squillace da una data sconosciuta e utilizzato come residenza da Cassiodoro solo al ritorno in patria dopo la guerra gotica. A ogni modo non aiuta nelle varie ipotesi il silenzio delle fonti, poiché le Variae erano state già pubblicate e nessuna delle opere dell’ormai ex politico trattò di questa fondazione; nulla si conosce sul parto di questo progetto, né quando quest’idea fosse stata concepita. Nonostante si intuisca dalle ultime opere di Cassiodoro un avvicinamento potente alla fede cristiana (si pensi al De anima e all’Expositio Psalmorum), il monastero di Vivarium nacque con uno scopo differente dal celebre Ora et labora: l’obiettivo principale del nucleo monastico fu infatti la copiatura, la conservazione, scrittura e studio dei volumi contenenti testi dei classici e della patristica occidentale. La caratteristica di Vivarium era quindi la sua forma di scriptorium, con le annesse problematiche di rifornimento materiali, studio delle tecniche di scrittura e fatiche economiche; i codici e manoscritti prodotti nel monastero raggiunsero una certa popolarità e furono molto richiesti. Le forme entro cui si espresse invece l’organizzazione monastica dal punto di vista religioso sono ben poco chiare, né aiuta l’assenza di riferimenti alla vicina esperienza di Benedetto da Norcia; forse Cassiodoro non ne conobbe neppure l’esistenza, o potrebbe averne parlato in opere non giunteci. Alcuni storici avanzano l’ipotesi che la Regula magistri, su cui si basa la Regola benedettina, sia addirittura opera dello stesso Cassiodoro; questo presunto rapporto tra i due è però generalmente rigettato dagli studiosi, anche alla luce di alcune citazioni provenienti dalle Institutiones che chiariscono le norme monastiche adottate da Vivarium.

Nel 552, Buxentum viene conquistata dai Bizantini e diventa la bizantina Policastro

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Il termine, a volte toponimo ‘kastrum’, in greco bizantino vuol significare ‘Fortezza’. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), parlando di Policastro, a p. 187, scriveva in proposito che: “Alcuni vogliono derivare il nome della città medievale, Policastro, da Castore e Polluce; altri dalla catena dei castelli che cingevano la città; altri invece, forse più semplicisticamente, da una etimologia che pensiamo non possa essere accolta ‘Polis’, (città) e ‘castrum’ (fortezza) = città-fortezza) per il fatto che il termine ‘Polis’ si trova sempre posposto al primo nome. Nè si può ricorrere all’ipotesi di molte fortezze, perchè è stato archeologicamente accertato che i castelli di epoca greca, romana e medievale sono sorti sempre sulla base della vecchia fortificazione risalente ad epoca Italica. Perciò noi, seguendo una ipotesi più probabile, perchè basata su elementi archeologici e sull’aleternanza vocalica, riteniamo che Policastro debba derivarsi da ‘palaion’ = antico, e ‘castron’ = castello. Quindi, ‘Policastro’ = antica fortezza.“. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando dei ruderi del ‘Kastrum’ di Castrocucco, nell’antica Lucania, a p. 245, in proposito scriveva che: “intorno a un castello fu costruito il nucleo bizantino di Castrocucco. A parte l’etimo, che come abbiamo visto, è un composto, dal bizantino “Kastron” e dall’arcaico “Cucco”, l’agglomerato-fortezza è di epoca medievale (4)…..L’agglomerato fuori le mura fu di chiara estrazione bizantina, forse databile al periodo della riconquista, tra la fine del IX secolo e i primi del X.”. Il Campagna, a p. 245, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Da “Caico”, il fiume microasiatico sulle rive è posta, alla confluenza col Mysius, la città di Pergamo.”.

La “trichorae” della cattedrale di Policastro Bussentino

Trichora abside

(Fig….) Policastro Bussentino – Cattedrale – Abside e navate laterali – esterno (foto Attanasio)

Nel VI-VII sec. d. C., i Bizantini, dopo la sconfitta dei Goti costruirono la chiesa ‘trichora martyrium’ corrispondente all’abside del duomo di Policastro 

A Policastro (da Polis-Castrum) Bussentino ( ex colonia marittima greca detta Pyxous e poi colonia marittima romana detta Buxentum o Bussento), toponimo di derivazione bizantina, vi è una ‘Triphora’, chiesa di architettura bizantina, individuata nella parte absidale del Duomo di Policastro, forse risalente al VI sec. d.C. Da Wikipedia, alla voce “La cattedrale di Santa Maria Assunta (Policastro Bussentino)” leggiamo che “incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. Etc…La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig…..). L’interno della cattedrale era a tre navate fino ai rifacimenti settecenteschi. Oggi si presenta con un’unica navata con altari laterali e la cappella del Santissimo Sacramento (1627); il presbiterio è rialzato per la cripta sottostante. Da ricordare, infine, le lapidi sepolcrali dei tre vescovi Giacomo Lancellotto di Tropea, Nicola e del nobile Giacinto Camillo Maradei di Laino. La cripta, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. Il duomo di Policastro, aggiunto all’antica Trichorae, etc…”.  In Wikipidia leggiamo che la cattedrale “Incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La costruzione romanica subì importanti interventi di restauro in senso barocco nel Settecento (tra il 1709 ed il 1716), interventi che riguardarono soprattutto gli interni. “. Sempre in Wikipidia leggiamo che “La cripta, come si presenta oggi, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento).”. Il titolo di ‘Odeghitria’, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale (22) e tale rimase il titolo dell’abside della Cattedrale del Bussento fino al 1848. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense, sebbene il Porfirio (18) sia convinto che il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina (4) “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Nel testo di autori vari della Soprintendenza Per i Beni Ambientali Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino (….), “Chiesa cattedrale di Policastro – La Storia e i restauri”, che, nel saggio di Angelina Montefusco (….), “La Cattedrale nella storia e nell’arte”, a p. 25 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa tricora, la cui forma è chiaramente visibile sia all’interno che all’esterno dell’attuale presbiterio, è indicata da A. Venditti (1) come la iniziale costruzione della cattedrale e si può, approssimativamente, ascrivere alla fine del VI secolo, epoca della maggiore diffusione di tale tipologia in Italia, oppure alla prima metà del secolo successivo. La tricora sorse nella zona del foro romano e venne a chiudere il decumano massimo corrispondente, almeno in parte, all’attuale via Vescovado. Etc..”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria”, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII  n. 3 – 1973.”. Silvia Pellecchi (….), nel suo “Pixus-Buxentum – Policastro Bussentino, dalle prime frequentazioni al XVI secolo”, a p.  15, in proposito scriveva che: “Le fonti ricordano che nel 592 la città era rimasta priva del vescovo (28). La situazione non dovette, però, protrarsi a lungo se già nel 649, un vescovo di Policastro, Sabazio, è attestato tra i partecipanti al concilio Lateranense (29). Al periodo compreso tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo d.C. risale, forse, l’impianto di un fortilizio sulla sommità del colle, cui vengono ipoteticamente riferiti i resti di una muratura – poi inglobata nelle strutture del castello – datata sulla base del rinvenimento di una seriedi monete neo-greche (30). Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32). Più sicure appaiono le notizie secondo le quali, dopo un periodo di vacanza, nel 1079 a Policastro fu ripristinato l’episcopio e venne consacrato il duomo che, nel frattempo, era stato annesso alla vecchia trichora (33).”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (31) postillava che: “(30) Panebianco 1964, p. 364. Cfr. Natella, Peduto 1973, pp. 494 e 520.” e nella nota (31) postillava: “(31) Ibid., p. 508.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Punto della questione in Ibid., p. 512, con bibliografia precedente.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Ibid., p. 512 con bibliografia.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Ibid., p. 505, fig. 21″. Dunque, la Pellecchi riferendosi al VII secolo d. C. scriveva che: “Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32).”. Dunque, la Pellecchi citava Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 508, in proposito scrivevano che: “La datazione della Cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ del mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. Infatti, i due autori, a p. 508, nella nota (59) postilleranno che:  “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”.  Dunque, sulla scorta della lettera di papa San Gregorio Magno al Vescovo pestano Felice del 601 (VII sec. d.C.), di cui abbiamo ampiamente detto in altri saggi, i due autori fanno rialire la costruzione della ‘trichorae’ (chiesa con sottostante cripta che ritroviamo costruita alla fine del decumano maggiore (attuale via Vescovado) e, quindi costruzione avvenuta evidentemente dopo il 601 d.C…E’ probabile che l’attuale cripta era l’antica “domus ecclesiae” del VII secolo d.C. e che in seguito, nel VII sec. d.C. è stata costruita la trichora, corrispondente nell’impianto all’attuale presbiterio rialzato per la presenza della cripta.  Sul macellum di Buxentum scrisse Vittorio Bracco (…..), nel suo “Il macellum di Buxentum”, in ‘Epigraphica’, XLV, 1983, PP. 109-115. Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum approfondì mirabilmente sul ‘kastra’ bizantino di Policastro. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). La Trillmich, a p. 704, in proposito scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI sec. d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10). Passata, al termine della guerra greco-gotica, sotto il dominio dei bizantini, ai quali si deve il nuovo nome greco di Παλλιοκαστρον, la città fu munita di un fortilizio sul punto più elevato della collina – cui si è avanti accennato e la cui datazione è stata recentemente (1961- 62) confermata dal rinvenimento di monete neo-greche di VI-VII secolo in saggi esplorativi condotti da V. Panebianco all’interno del castello (11) – e di una chiesa, sotto forma di ‘trichora’ (12), inglobata nell’attuale duomo trecentesco, che ha peraltro conservato fino al 1848 il bel nome greco di S. Maria di Hodeghitria.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (10) postillava che: “(10) Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino in gli ‘Studi in Italia. Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 386.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (11) postillava che:  “(11) Natella Peduto, op. cit., p. 494 e 520.”. Riguardo la nota (11) su Venturino Panebianco, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 494, in proposito scrivevano che: “Recenti scavi nel castello (1961-62), promossi da Venturino Panebiaco, direttore dei Musei Provinciali del Salernitano, erano stati deliberati per riconoscere in questo sito altre tracce di murazione antica. I risultati, però, furono negativi; delle fosse escavate al di sotto e ai fianchi della torre trecentesca e degli ambienti comitali vicino alla cappella vennero alla luce le basi del castello stesso, con una cronologia quindi del tutto medioevale. Al di fuori delle mura castellane si reperirono, inoltre, monete d’età bizantina, attribuibile alla prima occupazione neo-greca.”. I due autori, a p. 507, nella nota (57) postillava che: “(57) Cfr. rispettivamente V. Panebianco, Policastro di S. Marina, in “Apollo” (Salerno), III-IV, 1963-1964, pp. 191-192; id. Policastro di S. Marina, Saggi esplorativi, in “Bolettino d’arte d. Ministero d. P. I.”, s. IV, XLIX, 1964, IV, p. 364 (rifer. in “Fasti Archeologici”, XVIII-XIX, 1968, p. 517″. La Trillmich, a p. 704, nella nota (12) postillava che:  “(12) Per la datazione della primitiva chiesa bizantina al VI-VII secolo, si vedano oltre a Natella-Peduto, p. 508, I. G. Kalby, Contributi e note su nuova documentazioni paleocristiane nella Camapnia meridionale, in Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Matera, 1969, Roma, 1971, p. 252 e A. Venditti, Architettura Bizantina nell’Italia Meridionale, Torino, 1967, p. 541.”. Riguardo la nota (12), i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 494 in proposito scrivevano che: “….com’è riscontrabile nella planimetria storica, al retro della trichora. Quest’ultima, infine, espressione della fase tardo-romana della città, venne a chiudere il decumano massimo solo quando i bizantini del VI secolo d.C. pensarono di ricondurre Buxentum al primitivo ruolo di città fortificata, rinforzando le mura e iniziando un castello sul monte che fin dalla toponomastica (o Παλνιοκαστρον), doveva ricordare una funzione vitale, anche ai fini della sicurezza religiosa, per l’intera zona del golfo tirrenico. La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. I due autori, a p. 516, in proposito scriveva pure che: “Duomo di Policastro. Si è accennato alle vicende del contesto urbano, e come in esso la primitiva sede ecclesiastica fosse stata creata sulla linea del decumano maggiore. Il dato protobizantino del duomo di Policastro risulta dal presbiterio sollevato che un dì, alla fine del VI sec., doveva rappresentare, insieme con una elementare aula, sull’esempio di simili risultati architettonici campani (Cimitile), la sola costruzione culturale del complesso oggi visibile. Il presbiterio è, infatti, una ‘trichora martyrium’, che si presenta all’interno con una larga cupola il cui estradosso è nascosto da un cubo poggiante sui pennacchi delle ‘chorae’.”. Quello che, a mio parere, non viene detto in questi scritti, che la forma della ‘trichora’, ovvero tre lobi, tre chore, molto probabilmente doveva essere quadrilobata cioè con un impianto a croce greca, e così rimase fino all’epoca della latinizazzione in cui l’impianto si allungò in facciata aggiungendo tre navate, una centrale più larga e le altre due più strette. Natella e Peduto, a p. 520, in proposito aggiungevano pure che: “Nel secolo XI il duomo ricevette altra struttura: alla piccola aula risultante dallo spazio interno della ‘trichora’ fu aggiunta, secondo la prassi romanica del tempo, una lunga navata unica centrale, affiancata da altre due navatelle, che tuttavi a nulla servirono se non ad accentuare, dietro una parvenza di voluta romanicità di gusto corrente, la preminenza ancora in fondo bizantina dell’aula allungata e della terminazione trichorense tardo antica.”. I due autori, a p. 520, in proposito scrivono pure che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d.C.. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato, non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di esso si può vedere la presenza di un muro di quella età.”. Orazio Campagna, a p. 257, ancora scriveva che:  “Un lungo silenzio avvolge la storia di Policastro, ad iniziare dalla seconda metà del VII secolo. Oltre alla sostituzione del toponimo (66), coi Bizantini avvenne la grecizzazione della lingua e del rito. Aveva subito distruzioni vandaliche, ma non così atroci come le longobarde (67). Non da meno furono le incursioni saracene, anzi nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Pyxous, il nome era passato dal fiume all’agglomerato, divenne Buxentum coi Romani, Polis-Kastrum (città-fortezza) o, meno probabilmente, Paleocastrum (antica fortezza) coi Bizantini.”. Dunque, il Campagna (…), riteneva che, il vecchio nome di Pixo o Pyxous,   con i Bizantini, mutasse in “Polis-Kastrum’ = città-fortezza”, o in “Paleocastrum”.  Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (67), postillava che:  “(67) Già dalla guerra gotica, la terza regione d’Italia, Lucania e Bruzi, era stata paurosamente spopolata, in Procopio, ‘Guerra Gotica’, III, 18 (J. Haury, Procopii Caesareensis opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913, ed. rec., Leipzig, 1962-64). I Longobardi distrussero del tutto le colonie per dare l’avvio a quel particolarismo pre-feudale, che avrà per emblema il castello.”. Orazio Campagna (…), a p. 257, dopo aver parlato delle distruzioni vandaliche subite da Policastro, citava quelle dei Saraceni e, in proposito scriveva che: nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”, senza però darci il riferimento bibliografico. Il Campagna (…) a p. 257, nella nota (64), faceva citava il Lanzoni (…) e scriveva: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”.

Nel 16 aprile 556, Papa Pelagio I

Pelagio I, nato Pelagio Vicariani (Roma, … – 4 marzo 561), è stato il 60º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica dal 16 aprile 556 alla sua morte. Pelagio morì il 4 marzo 561, dopo quattro anni, dieci mesi e diciotto giorni di pontificato. Fu sepolto nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Il suo epitaffio lo celebra come rector apostolicae fidei, che in un secolo terribile si è preso cura della Chiesa, si è adoperato per rendere chiare le decisioni dei Padri, ha risolto molte povertà sociali. Di papa Pelagio I e del suo tempo ha scritto Ferdinand Gregorovius (…). La Prammatica Sanzione (Pragmatica sanctio pro petitione Vigilii) da poco promulgata da Giustiniano, conferiva al papa quelle funzioni civili di amministratore delle finanze e della giustizia anche laica che, in mancanza di un potere centrale visibile, gli consentirono di limitare le sofferenze della popolazione.

Nel 555-560 e 578-590 d.C. (VI sec. d.C.), Vescovi e vescovadi in Lucania all’epoca di papa Pelagio I

Notizie di Vescovi e di Vescovadi nella nostra regione si iniziano ad avere anche nel periodo che riguarda il papato di Pelagio I. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “Ma l’incalzare della guerra gotica (535-553), che precedette appena di pochi anni l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. Ecc…. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Del territorio in oggetto non si sa quasi nulla. Le fonti (cronache e documenti), quelle poche che esistono, sono prevalentemente di provenienza ecclesiastica. Malgrado ciò, nulla o quasi nulla si conosce sulle abitudini, sulla pratica morale e sulle pratiche devozionali delle popolazioni locali nei primi secoli. Poco si sa dei vescovi, di cui ci è pervenuto solo qualche nome. Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (490-5), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (90) (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Dunque, Pietro Ebner ci parla di Latino di Teodora, consacrato Vescovo da papa Pelagio I (555-560). L’Ebner a p. 21, nella sua nota (90) postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Florentius invece di ‘Florentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia, 1722, c. 156) ‘Florentius adfiut Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polistin. pro Paestanen”. Credo che qui l’Ebner si riferisca a Paul Fredolin Kehr (….) ed al suo ‘Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935. Sempre l’Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni, cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Riguardo i vescovi ai tempi di papa Pelagio I, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 scrive sostanzialmente le stesse cose. L’Ebner però a p. 21, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Sul Vescovo Agnello aveva scritto anche il Gaetani (….). Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Le origini del Cristianesimo nella regione sono oscure, per riconoscimento del miglior conoscitore della storia della Lucania (4). Nulla si sa di concreto, ove si eccettui la zona venusina che, per quest’epoca, rimane fuori della nostra trattazione, dell’esistenza di quei nuclei giudaici, che furono i centri propulsori della nuova fede, che essi accolsero per i primi (1). E’ soltanto con la fine del sec. V, che si hanno le prime notizie sicure intorno agli ordinamenti ecclesiastici in Lucania. Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). Ecc…”. Poi il Magaldi aggiunge che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Dunque, il Magaldi citava come l’Ebner il Lanzoni che scriveva che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Ecc..”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a p. 326, in proposito scriveva che: Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1).”. Il Magaldi (…), a p. 326, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213, 237, 248 e I, p. 499. Cfr. dello stesso ‘L’agiografia di S. Laverio del MCLXII, Roma, 1881, p. 36 e ssg.”. Infatti Giacomo Racioppi (…) nel vol. II del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Le prime notizie sicure degli ordinamenti gerarchici della Chiesa nella nostra regione sono del secolo V e del VI. Un arcidiacono della chiesa grumentina è ricordato in una lettera di papa Gelasio (492-496) del secolo V; un’altra di papa Pelagio del secolo VI, ci dà notizia di vescovi a Potenza, a Grumento e a Marcelliana o Consilino: nei primi anni del secolo stesso intervengono ai concilii di Roma vescovi di Acerenza, di Venosa, di Potenza; Ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 75, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori: i Longobardi ed in proposito scriveva che: Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70) postillava che: “(70) F. Russo, Regesto Vaticano, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71) postillava che: “(71) F. Russo, Regesto Vaticano, op. cit.”. Il Campagna si riferiva all’opera di Francesco Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. Mons. Luis Duchesne (….), nel 1903 (Duchesne Luis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni Gianluigi, op. cit. (8), da pagg. 361 a 390 (a noi interessa p. 383: Duchesne Luis, I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, stà in Barni Gianluigi,  I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383, parlando della Regione III, in proposito scriveva che: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello diPaestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. Iprimi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Ecc…”. La citazione di Gianluigi Barni di verso il 560 (J., 969, 1015, 1017)”, riguarda il testo di Jaffé-Loewenfeld (….), Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888. Dunque, il Barni (….) postillava che in questo testo si veda la n. 969, 1015, 1017. Mons. Duchesne scriveva che al tempo di Papa Pelagio I, intorno al 560, sulla costa Tirrenica, Paestum, Velia, Buxentum e Blanda, figurano nella corrispondenza di Papa Pelagio I, come unici Vescovadi esistenti sulla costa Tirrenica. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, parlando delle stragi dei primi Longobardi scriveva che: Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Ecc…”Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, op. cit.”. Sempre il Campagna, a p. 75, scriveva che: “Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato, tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) Reg. Epist., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (75), postillava che:“(75) Reg. Epist., IX, 127.”. Il Campagna postillava dell’opera di Francesco Russo (….). Si tratta del suo “Regesto Vaticano per la Calabria”, I, Roma, 1974.

Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 97, in proposito scriveva che: “Le Decretali dei Pontefici Innocenzo I e Gelasio I mostrano chiaramente che nel Bruzio esisteva un’organizzazione ecclesiastica fin dal secolo V e che questa era alla diretta dipendenza del Papa. Questo risulta ancor meglio dall’Epistolario di S. Gregorio Magno, il quale interviene direttamente nelle questioni locali e provvede alla visita e, a volte, anche alla provviste di Chiese vacanti. Al suo tempo il Bruzio era sotto il dominio dei Bizantini da diversi anni; nondimeno nulla dimostra che se ne fosse iniziata l’ellenizzazione sia nella lingua che nella liturgia. Dopo la morte di S. Gregorio (603), le cose incominciarono a prendere una nuova piega. Le sottoscrizioni ai Concili del tempo mostrano chiaramente che il Bruzio, ormai divenuto Calabria, si era avviato alla riellenizzazione e che questa era gia quasi completa alla fine del secolo VII. Difatti, mentre al Sinodo di Papa Martino del 649 figurano promiscuamente vescovi del Bruzio greci e latini, a quello di Papa Agatone del 679 la prevalenza dei greci è notevole. Che anzi, quelli fra questi, che nell’anno successivo si recarono a Costantinopoli, erano tutti greci e firmarono solo in greco. La partecipazione dell’episcopato calabrese sia al Concilio Romano del 679 sia a quello Ecumenico di Costantinopoli dell’anno seguente, dimostra ancora che fino a quel tempo non era stata introdotta nessuna novità nella posizione della gerarchia calabrese: i vescovi – sia greci sia latini – sono ancora alla diretta dipendenza del Papa e si muovono su di un piede di assoluta parità, senza l’ombra di un qualsiasi diritto di precedenza o di supremazia da parte di qualcuno di essi.”. 

Il Campanile del Duomo di Policastro è bizantino

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81).. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig….). Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Castello, però, fu voluto dai bizantini nel VI-VII sec. d.C. (17).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit.,  pag. 520.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e a p. 520, parlando del Castello di Policastro, in proposito scrivevano che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d. C. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di essa si può vedere la presenza di un muro di quell’età, preesistente all’altro che nel secolo XIV si eresse all’altro a maggiore rinforzo della primitiva costruzione. Come oggi il castello appare è opera trecentesca.”.

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(Fig….) Policastro – campanile della Cattedrale prima del restauro

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(Fig…) Policastro Bussentino – Torre campanaria dopo il restauro

Nel VI sec. d.C., le prime diocesi: Paestum, Velia, Bussento e Blanda

Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (….), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpe (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Luigi Tancredi (…) che, in un suo scritto su Sapri affermava: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, a p. 73 scriveva che: “Blanda o Blandae è ricordata da Tito Livio (XXIV, 20) nelle guerre dei Romani in Lucania (2), ed un altro titolo epigrafico (Corp. I L. X, n. 125) l’indica come colonia romana dè tempi Augustei. E’ ricordata fino al sec. VI, come sede di vescovo. Nell’anno 649 ‘Pascalis episcopus S. Ecclesiae Blandanae’ prende parte al concilio Lateranense.”. Il Dito (…), a p. 73, nella sua nota (2) postillava che: “(2) E’ ricordata pure da Tolomeo (II, 1, 70), da Plinio (III, X), dal Mela (II, IV).”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”.

Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 126, in proposito scriveva dell’epoca dei primi Longobardi nella regione, verso l’anno 590, scriveva che: “All’epoca, dunque, il territorio situato tra i Monti Alburni, Agropoli e Maratea (l’attuale Cilento), rimase saldamente nelle mani dei Bizantini, che controllavano anche altri centri ben fortificati, tali Magliano, Molpa e Capaccio che si stava formando a ridosso della insalubre piana e fatiscente Paestum. Ma la regione rimaneva sempre isolata; e furono i vescovi le uniche autorità che ancora una volta dovettero provvedere a riorganizzarla, coordinati dall’energico papa Gregorio Magno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”.  Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che…..: Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli. Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore. Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”.

Nel ‘542 d.C. (VI sec. d.C.), AGNELLO, vescovo di Bussento (?)

Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, riferendosi al pontefice Gregorio Magno, in proposito scriveva che: Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3).”. Il Magaldi (…) a p. 326, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Lanzoni, o. c., p. 4”. Riguardo questo Vescovo chiamato Agnello ne ha parlato Pietro Ebner (…), che però lo pone a Velia. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia. Ecc..”. Dunque l’Ebner pone Agnello come Vescovo di Velia e non da alcun riferimento bibliografico. Ebner (…), vol. I a p. 21 parlando del vescovo Florentino di Paestum (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florntius adfuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen’.”. La studiosa Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo ‘Pyxous-Buxentum’, a p. 704, parlando di Bussento, scriveva che: “La città è menzionata …..per il 542 il vescovo Agnello (10).”. La Trillmich (…), nella sua nota (9), postillava che: “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.” e, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Gaetani Rocco, L’Antica Bussento, oggi Policastro Bussentino’, in Gli studi in Italia’, Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 376.”. Infatti, il sacerdote Rocco Gaetani, a pp. 19-20, nel suo introvabile ed in mio possesso: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 in proposito scriveva che: “Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia e di Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo. Ecc..”. Il Gaetani (…), nella sua nota (18) a p. 29 postillava che: “(18) Lib. 4, Epist. VI. In questo passo il Gaetani ci parla di un Vescovo chiamato Agnello che verrà menzionato in una lettera di papa San Gregorio Magno (…) che, nell’anno 592 d.C. (VII sec. d.C.), scrive al Diacono e Rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia. La lettera che il Gaetani cita è l’Epistola n. VI contenuta nel Libro 4. Si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Aleesandro Di Meo (…), nel suo “Annali Critico-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 135 del vol. I, in proposito scriveva che:

Annali, p. 135

Di Meo, su Agnello, p. 136

(Fig…) Di Meo Alessandro (…), Annali etc., vol. I, pp. 135-136

Nel 568 d.C. (VI secolo d.C.), la “Vibonem” in Lucania donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino

Il barone Giuseppe Antonini (….) che nella sua “Lucania”, a p. 428 dissertando sull’antica “Vibone ad Siccam” in proposito scriveva che: “Vorressimo pertanto, che siccome i Lucani non invidiando il lor Vibone à Bruzj, gliel lasciano, come fu illustre, nobile Municipio, e prima Colonia, così i Bruzj, contendandosi del lor ‘Vibo Valentia’, lasciassero à Lucani il ‘Vibone ad Siccam’; tanto più volentieri, quanto che sin nei secoli bassi c’è notizia esser Vibone stato dentro la Lucania: Nell”Epitoma della Cronaca Cassinese’ data in luce dal chiarissimo ‘Sig. Muratori, Rer. Ital. tomo 2, par. I, fol. 353 si legge tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: IN LUCANIA MARCELLIANAM, VIBONEM; nome che ancor ritiene in quello di Vibonati. Or questo Vibone, qualunque si fosse nei trasandati secoli, non sappiamo da chi fosse fondato. Ecc..“. Dunque, l’Antonini cita l’Epitoma della cronaca Cassinese che lui dice essere stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori (…), nel suo “Rerum Italicarum Scriptores” (tomo 2°, parte I, pag. 353). Nel testo della Chronaca Cassinese pubblicato dal Muratori troviamo scritto che: “tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: ….” che: “In Calabria, Grumentum, Summuranum, Nicoteram. In Lucania, Marcellianum, Vibone, & medietatem Laci Lucrini ecc..”. Dunque, nel passo della cronaca Cassinese si legge che fra le donazioni fatte dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia benedettina di Montecassino, il Lucania vi sono Marcellianam e “Vibonam”. Dunque secondo questo passo della cronaca Cassinese, “Vibonam” era il Lucania e fu donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino. Questa notizia è interessante perchè ci conferma che nel XII secolo, al tempo in cui scriveva Pietro Diacono, monaco benedettino di Montecassino, la città di “Vibone” esisteva in Lucania, ovvero nella nostra zona e non solo ci conferma che essa esistesse al tempo dell’Imperatore Giustino II. Dalla citazione dell’Antonini trae la stessa notizia. Infatti, Fernando La Greca (….), nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’ parlando delle “carte del Cilento” (quelle parigine) e del toponimo di “Bibo ad Sicam odie ruin (ato)”, nella sua nota (41) postillava pure che: ” (41)…..‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’).”. Dunque, il La Greca scrive che nell’opera ‘Epitome chronicorum Casinensium’ a p. 353 viene citata “Vibonam”. A quale versione di quest’opera si riferivano l’Antonini ed il La Greca ?. L’’Epitome chronicorum Casinensium’ da Pietro Diacono fu fatta passare come opera di Anastasio Bibliotecario (L.A. Muratori, RIS, II, Mediolani 1723, coll. 351-370). L’opera, il codice Cassinense è invece ascritta da Erich Caspar (….) al monaco di Montecassino Pietro (Diacono) (Petrus Diaconus, 1909, pp. 111-121). Già agli anni del soggiorno ad Atina risale la sua prima produzione letteraria rappresentata dalla Passio beatissimi Marci et sociorum eius, corrispondente a quella attribuita ad Adenulfo vescovo di Capua (Bloch, 1998, pp. 139-155), che Erich Caspar (Petrus Diaconus, 1909, pp. 128 s., 134-138), sulla base del testo edito da Ferdinando Ughelli (Italia Sacra, VI, Venetiis 1720, pp. 408-417), dimostrò essere appunto opera di Pietro Diacono, al quale è da ascrivere pure, come seguito della prima, la Passio sanctorum martyrum Marci, Passicratis, Nicandri et Marciani (ibid., pp. 419-422; Bloch, 1998, pp. 189-214). Particolarmente assidua fu da parte di Pietro Diacono la frequentazione dei classici, se solo si pensi all’influsso determinante di Livio (Bloch, 1984, pp. 69-79) in un’opera come il Catalogus regum, consulum, dictatorum, tribunorum, patriciorum ac imperatorum gentis Troianae (cod. Casin. 257, pp. 1-21). Nel codice Casinense 361 Pietro ha inoltre lasciato la trascrizione dell’Epitoma rei militaris di Vegezio (libri I-IV), del De aquaeductu urbis Romae di Frontino, capostipite dell’intera tradizione di quest’opera, e di un frammento del De lingua latina di Varrone. ‘Epitome chronicorum Casinensium’, auctore, ut fertur, Anastasio Bibliothecario (…), nunc primum edita e MStis Codicibus, pp. 345-370. Anastasius Bibliothecarius, Charolus. Infatti, il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio, nella sua “Synopsis etc…” (Sinossi)(vedi versione a cura di Gian Galeazzo Visconti), citava Anastasio Bibliotecario (…) e a p. 10, in proposito nella sua nota (28) postillava che: “(28) ‘Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Historia haer., tomo 2, saec. 8, pag. 399 (Domenico Bernino, ‘Historia di tutte l’eresie’, Venezia 1711: ecc…”. Il breve chronicon medioevale oltre ad essere stato pubblicato dal Muratori (….) può essere letto anche nel testo di Bernino (….). Troviamo l’opera di Anastasio Bibliotecario in Domenico Bernino (….), “Historia di tutte l’eresie etc…”, pubblicato a Venezia nel 1711.  Il Laudisio cita Anastàsio quando a p. 68 e 69, riferendosi alla conquista dei Longobardi che assoggettarono in Lucania ed in Campania molti territori che erano sotto il dominio degli Imperatori Bizantini, come Giustino II. Il Laudisio cita Anastàsio anche per la Diocesi di “Bussento” all’epoca in cui papa Gregorio Magno scrive al vescovo di Agropoli Felice per la calata dei Longobardi. Questo passaggio storico è stato da me analizzato in altri miei saggi. Dunque, Il Laudisio riferisce di alcune notizie storiche tratte da Anastàsio ma riguardano il VII e VIII secolo e non riguardano la notizia citata dall’Antonini che risale al VI secolo d.C., epoca dell’Imperatore bizantino Giustino II. Concludendo, credo che la notizia di un luogo chiamato “Vibonem” e donato al monastero di Montecassino, insieme alla cittadina di ‘Marcellianam’ dall’Imperatore Giustino II nel VI secolo d. C., potrebbe rimandare ai due saggi successivi. Io credo che le notizie intorno a delle sedi religiose o addirittura vescovili di “Vibonem” e di “Marcellianam” attengano alle notizie che riguardano l’opera di evangelizzazione nelle nostre terre che, secondo alcuni scrittori risalgono proprio al I sec. d.C.., epoca della venuta di S. Pietro e S. Paolo.

Nel 582 (VI sec. d.C.), morì un Vescovo della Diocesi di Grumento (“Agromonte”)

Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli antichi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1). Ecc….. Dunque, il Cappelletti, a p. 368 (vol. XX), scriveva che a Buxentum, nell’anno 582 troviamo un vescovo i cui non si conosce il nome e che esso era morto nell’anno 582. Scrive senpre il Cappelletti che per questo vescovo di Bussento, papa Gregorio I raccomandava al Vescovo di “Agromento” (forse Grumento), di visitare la diocesi di Bussento e poi cita la lettera di papa S. Gregorio Magno, dicendo di cui sopra (1). Il Cappelletti, a p. 368, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pag. 328”. Vediamo questa lettera che ci presenta il Cappelletti. A p. 328, il Cappelletti, riporta il testo della lettera di papa S. Gregorio Magno (Gregorio I): “Gregorius Felici Episcopi de Acropoli”: “Quoniam Velina, Buxentina et Blandana ecclesiae, quae tibi etc….”, tratta dal Libro 2, Epistola n. 42. Tuttavia, sebbene il Cappelletti, nella sua nota (1) avesse postillato di questa lettera, egli a p. 367, in proposito scriveva che: “Ma ne assicura una lettera del metropolita Alfano, scritta al clero di Bussento, l’anno XXII del suo pastorale governo; il qual anno corrisponderebbe al 1079: e con questa lettera l’arcivescovo da notizia al clero di quella chiesa di avere consacrato vescovo di Policastro il celebre Pietro Pappacarbone, monaco del monastero di Cava.”. Dunque, riepilogano ciò che affermava il Cappelletti che, secondo lui, nell’anno 582, era morto il vescovo di Policastro, di cui non si conosce il nome e, che, alla morte di questo vescovo, essendo la sede vescovile di Bussento vacante, nell’anno 582, papa S. Gregorio Magno raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1).”. In primo luogo devo precisare che la nota lettera di papa Gregorio I non è del 582 ma è stata scritta nell’anno 592; in secondo luogo, la lettera non fu indirizzata al vescovo di Agromento o Grumento ma è una lettera indirizzata al vescovo di Capaccio (che si era rifugiato ad Agropoli), Felice. In terzo luogo, la lettera di Alfano I, Arcivescovo di Salerno, non centra nulla con la lettera di papa S. Gregorio Magno al vescovo Felice. Infatti, padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parlando di Blanda, e non di Bussento, in proposito scriveva che: “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Ecc…”. Dunque, anche il Russo faceva riferimento alla lettera “Quoniam Velinae, Buxentina et Blandana ecclesiae, quae tibi etc….”, tratta dal Libro 2, Epistola n. 42.

S. Sofia

(Fig…) S. Sofia

S. Sofia

Secondo la Passio, il cui manoscritto più antico, conservato a Londra, è in siriaco e risalirebbe al V secolo ed il cui originale greco potrebbe essere del IV secolo, Sofia era una illustre matrona di origine italica, forse milanese, sposa di un senatore di nome Filandro e madre di tre figlie, a cui aveva dato i nomi delle tre virtù teologali: Pistis, Elpis, Agape. Traducendo in italiano questi nomi di origine greca, si può dire che la madre si chiamasse Sapienza e le figlie si chiamassero Fede, Speranza e Carità. Questo ha fatto nascere in alcuni studiosi il sospetto che non siano figure storiche, ma allegoriche; tuttavia le testimonianze del culto sono molto antiche e sembrerebbero smentire l’ipotesi allegorica. Sofia, dopo la morte del marito Filandro, da lei convertito al cristianesimo, soccorse con i suoi beni i poveri e svolse opera di proselitismo a Roma dove viveva con le figlie di 12, 10 e 9 anni. Denunciata dal prefetto di Roma, Antioco, all’imperatore Adriano, perché con la sua predicazione aveva indotto alcune donne sposate a vivere castamente, confessò davanti a lui la sua fede cristiana e rifiutatasi di adorare gli idoli, egli le fece imprimere sulla fronte il marchio d’infamia e la fece fustigare. Sperando di costringerla a rinnegare Cristo, Adriano fece torturare e decapitare una dopo l’altra le sue figlie sotto gli occhi della madre, che le esortava a restare salde nella fede cristiana, nella speranza della vita eterna. Compiuto il martirio delle figlie, le furono consegnati i loro corpi, che lei seppellì al diciottesimo miglio sulla Via Aurelia, dove morì tre giorni dopo, mentre pregava e piangeva sulla loro tomba, nella quale fu sepolta anche lei. L’anno del martirio fu il 122 d. C., durante il pontificato del papa San Sisto I. Gli Itinerari per pellegrini altomedievali segnalano la tomba di Sofia e delle figlie in un cubicolo (antro) della catacomba di San Pancrazio sulla via Aurelia, dove è tuttora visibile. Le prime notizie del loro culto finora conosciute risalgono al VI secolo e sono contenute nell’Index oleorum del presbitero Giovanni, che per incarico di San Gregorio Magno (590-604) prelevò gli olei dalle lampade che ardevano sulle tombe dei martiri da inviare alla regina Teodolinda a Monza. Nell’elenco figurano anche Santa Sofia e le sue tre figlie sulla Via Aurelia. La loro memoria fu inserita in vari Martirologi in due date diverse: le figlie al 1º agosto e la madre al 30 settembre. Tali date furono recepite anche dal Baronio nella sua edizione del Martirologio Romano. Nel Medioevo la memoria di Santa Sofia era celebrata nella chiesa romana di San Martino ai Monti il 15 maggio. Le Chiese Orientali, invece, celebrano la madre e le figlie in un’unica memoria, il 17 settembre.

Il culto di S. Sofia nel basso Cilento

In diverse località del Cilento, il 15 maggio si festeggia Santa Sofia. La vergine e martire è protettrice dei centri di Celle di Bulgheria (frazione Poderia), Alfano ed Albanella e si venere anche a Terradura (Ascea) e Piano Vetrale (Orria). A caratterizzare queste festività è la processione in stile cilentano che si snodo lungo le principali vie del paese. Talvolta in concomitanza si tiene anche una fiera, come accade ad Alfano. In serata, invece, i rituali religiosi cedono il posto alle programmazioni civili, con concerti musicali. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”.

Il culto di S. Sofia a Poderia, a Roccagloriosa e a Torraca

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Il Natella e Peduto scrivono: ”Il Gaetani (18), ricorda come esistessero nella Diocesi di Policastro, a Poderia, a Roccagloriosa e a Torraca, chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia.”.  Il Gaetani (…), in un suo pregevole saggio sulla storia di Policastro, scriveva: “è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, …si disputa fra gli storici. La S. Sofia celebrata da tutti è tradizionalmente legata a memorie greche, ….che la S. Sofia di provenienza greca altra non fosse che quella medesima, a cui l’imperatore Giustiniano dedicò il celeberrimo tempio di Costantinopoli ecc..E’ tutt’ora in Torraca un luogo che chiamasi di S. Sofia, ove la santa in un tempietto a lei inalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto dalle scarsissime carte del nostro Archivio, che al 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso, che mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine de’ Cortici, a S. Rocco ed a S. Sofia, di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.” . In seguito, il Falco (…), hanno scritto sulle reliquie bizantine in Roccagloriosa (con tarde pitture di quello stile)”,……….Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, op. cit., pp. 24-25.”. Infatti, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica Bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 (v. Fig….), che posseggo. Parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, a pp. 24-25, scriveva che: “La seconda cosa degna di molto studio per gli agiografi è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, che ha un culto così esteso nelle chiese occidentali d’Italia, ed in modo particolare…….Checchè sia delle varie opinioni sulla santa Sofia, nella Diocesi di Policastro, precipuamente in Poderia, in Roccagloriosa ed in Torraca è celebre il culto di una santa Sofia. Fattisi i nostri ad indagare chi Ella fosse, a niuno meglio potevano rivolgersi che al dottissimo ellenista ed agiografo, il chiarissimo abate di Grottaferrata D. Giuseppe Cozza Luzi, il quale soddisfece ampiamente alla richiesta dell’illustre arciprete canonico Giovanni De Sanctis, facendo conoscere la memoria di una insigne s. Sofia greca, della quale benchè gli atti non esistano, pure il nome è celebratissimo, ed attesa la moltitudine dei prodigi nel restituire la sanità gl’infermi fu distinta col nome di ‘Sofia’ ………(curatrice), il perchè si disse dai greci ‘Thaumaturga’. (24).”. Il Gaetani, nella sua nota (24), a p. 29, postillava che: “(24) Cf. l’Officia recitanda in civit. et dioec. Polycastrensi. Die XV Maij. In festo s. Sofiae. Monitum ad futuram rei memoriam. – E’ tuttora in Torraca un luogo che chiamasi s. Sofia, ove la Santa in un tempietto a lei innalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto delle scarsissime carte del nostro Archivio, che ai 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso che crudelmente mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine dè Cortici, a s. Rocco ed a s. Sofia di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto, scrivendo che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….”. Il Gaetani (…), cita il Cozza Luzi Giuseppe (…), che, nel 1880, scrisse ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ovvero scrisse la storia delle vite dei due santi Macario e Saba, che passarono nel Cilento e da cui si possono trarre interessanti notizie sui monaci basiliani come S. Fantino e S. Nilo, qui nel basso Cilento. Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso.

Nel 590 (VI sec. d.C.), papa GREGORIO MAGNO e i Longobardi di Zottone

Pietro Giannone (…), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, scriveva che: “Una eco delle scorrerie di Zottone nel Mezzogiorno, si rintraccia anche negli scritti di Gregorio Magno, il quale appunto con la sua lettera “Quoniam velina” (a. 592) sollecitava il vescovo pestano Felice, rifugiatosi nella vicina Agropoli (114), a visitare le diocesi di Velia, Bussento e Blanda (presso Maratea) prive di pastori, probabilmenti sorpresi dalle orde longobarde come propendono gli storici. L’esplicito ed esclusivo riferimento del papa al vescovo Felice perchè riorganizzasse l’assistenza religiosa nelle predette diocesi e non in quella pestana lascia appunto presumere che il vescovo Felice era sfuggito a Zottone in quanto era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (114) postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) postillava e citava “Jaffé-Ewald”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (115) postillava che: “(115) ‘Bell’ Goth.’, I, 14.”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (116) postillava che: “(116) Epist., II, 14. 50”. Pietro Ebner (…), per questo travagliato periodo, cita il Lanzoni (…), e ne consiglia la lettura di pp. 316-329 sulla diffusione del Cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana. La tesi potrebbe essere quella che in un certo periodo, come afferma il Lanzoni (…): «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti, Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, scriveva che: “I vescovi per l’alternarsi di invasioni e incursioni cui erano esposte le città, finirono col non avere una residenza stabile, come afferma il Lanzoni là dove dice (p. 323) che “si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome”. Le uniche testimonianze sicure pervenuteci sono le lettere del ‘Consul Dei’, di Gregorio Magno (590-604) in cui appunto si fa cenno dell’invasione longobarda (105) e riferiscono con accenti drammatici gli eventi occorsi nel Mezzogiorno dopo la calata delle orde di Zottone, il più pagano tra i Longobardi e primo duca di Benevento (571-591). Le sue efferate schiere pare abbiano infierito più sulle chiese e sugli ecclesiastici (106) che sulle popolazioni civili. Ciò spiega il lungo silenzio ( circa un secolo per lo Hirsch) che per molti anni avolse vescovi e vescovadi locali (107).”. Ebner (…), a p. 25, nella sua nota (107), scriveva che lo Hirsch (…), affermava di non aver rinvenuto altre notizie sul Mezzogiorno dal 601 al 604 (morte di Gregorio Magno) e che solo nell’anno 625 è notizia della presa di Salerno per accordi con il vescovo Grazioso. Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, scriveva che: “Una eco delle scorrerie di Zottone nel Mezzogiorno, si rintraccia anche negli scritti di Gregorio Magno, il quale appunto con la sua lettera “Quoniam velina” (a. 592) sollecitava il vescovo pestano Felice, rifugiatosi nella vicina Agropoli (114), a visitare le diocesi di Velia, Bussento e Blanda (presso Maratea) prive di pastori, probabilmenti sorpresi dalle orde longobarde come propendono gli storici. L’esplicito ed esclusivo riferimento del papa al vescovo Felice perchè riorganizzasse l’assistenza religiosa nelle predette diocesi e non in quella pestana lascia appunto presumere che il vescovo Felice era sfuggito a Zottone in quanto era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Blanda ed al vescovo Felice, così scriveva: “…..La “vacatio sedis” di tre diocesi rispecchia quale era la situazione italiana con le guerre gotiche prima e le bizantino-longobarde dopo; d’altra parte così viene esplicitamente evidenziata dallo stesso Gregorio Magno: “Le città sono spopolate, i villaggi travolti, le chiese bruciate, i monasteri di uomini e di donne distrutti, i campi abbandonati dagli uomini sono privi di chi li coltivi, la terra è deserta nella solitudine, e nessun proprietario la abita…la fine del mondo non solo si annunzia, ma già si mostra in atto” (Dial., III, 38).”. Poi il Campagna, postillava che: “(Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Barni (…), scriveva che i Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro. Zottone fu il duca Longobardo che guidò la prima fase dell’occupazione longobarda nel Mezzogiorno d’Italia, negli anni immediatamente successivi all’invasione della Penisola (a. 568). Fu il fondatore del ducato di Benevento nel 571 e primo duca di Benevento, secondo quanto riportato da Paolo Diacono (…). Con le sue truppe, penetrò in Campania nell’agosto del 570, affrontando i Bizantini e sconfiggendoli ripetutamente. Si accampò a Benevento, che diventò la capitale del nuovo ducato. Provò a conquistare Napoli, ma fallì e dovette togliere l’assedio nel 581. Come duca era semi-indipendente, mentre il nord della Penisola era sotto il controllo del re longobardo Autari, che aveva poca influenza nel sud. Si piegò all’autorità reale nel 589. Morì nel 591 circa e gli successe Arechi I. Paolo Diacono, ‘Historia Longobardorum’ (‘Storia dei Longobardi’, cura e commento di Lidia Capo, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992). Si veda pure: Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. Del VII secolo, il L. Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905, attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (….), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: “I Longobardi trovarono le nostre regioni semideserte (dal 566 infuriava la peste)(63), anche se Paolo Diacono menziona lungo “il corno destro dell’Italia”, in Lucania e Brettia, le città di “Pesto, Laino, Cassiano, Cosenza e Reggio” (64), ma di città dovevano conservare soltanto il nome; forse un agglomerato di casupole a ridosso dei ruderi di antichi edifici romani. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Popolazioni già sottomesse seguivano i Longobardi (66). Longobardi, la cittadina della costa tirrenica cosentina, rivela nel toponimo la presenza longobarda nell’estremo Mezzogiorno, dando così, una certa concretezza storica alla leggenda della “colonia di Autari” (67). Nell’estate del 596, la stessa Crotone era caduta sotto il potere longobardo (68). Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato , tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 63, nella sua nota (…), postillava che: “(63) P. Diacono, H.L., II, 4”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (64), postillava che: “(64) P. Diacono, H.L., II, 17; N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, in Rassegna Storica Salernitana, 1962.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (65), postillava che: “(65) P. Diacono, H.L., II, 26; Procopio, Goth., IV, 33.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (66), postillava che: “(66) P. Diacono, ibidem”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (67), postillava che: “(67) P. Diacono, H.L., III, 32.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (68), postillava che: “(68) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (69), postillava che: “(69) P. Diacono, H.L., II, 32”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (72), postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le Diocesi d’Italia, op. cit..”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (73), postillava che: “(73) P. Diacono, H.L., IV, 9.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) Reg. Epist., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (75), postillava che: “(75) Reg. Epist., IX, 127.”. Il Nicolaio (…), scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”Pietro Giannone (…), in proposito, scriveva che: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Il Gaetani (…), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (…), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (…), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(…), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Interessante è ciò che scrisse il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a p. 22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, per modo che le chiese ne restarono abbandonate e deserte, il clero ed il popolo ne fuggirono e i sacri vasi furono occultati; lo che trova riscontro nell’altra lettera di Cipriano, di sopra citata, in cui s’allude a così fatte invasioni fatte nella Lucania, come pare, dai Longobardi, e precisamente da Zottone duca di Benevento per estendere i suoi domini nella Campania, nella Lucania, nella Calabria e nelle Puglie. Nè mancano altri riscontrii di simili scorrerie su quei littorali a quel tempo, ed il medesimo S. Gregorio ricorda quelle fatte sui lidi campani nella sua lettera ad Adeodato abate del monastero di s. Sebastiano di Napoli, ove dice che i monaci del Falcidio di Pozzuoli, e quelli del Cratere di Napoli non erano sicuri per le incursioni che i barbari facevano su questa spiaggia (20). Ordina però s. Gregorio ad Adeodato di raccogliere con sè nel suo monastero di s. Sebastiano i monaci Falcidiesi e i Crateresi, soggiungendogli che quando i lidi fossero sgombri dal pericolo delle incursioni barbariche rimandasse di tratto in tratto nei rispettivi monasteri quei monaci a mantenervi il culto divino. Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Il Gaetani a p. 29, nella sua nota (20) postillava che: “(20) I monaci Falcidiesi abitavano l’antico pretorio di Falcidio, ove era la basilica di s. Stefano o di s. Procolo detta pure del Trivio. di cui tuttora si vedono i ruderi all’estremo della via Campana. I Crateresi poi avevano il loro cenobio ove oggi è la Villa di Napoli, il quale negli ultimi tempi si disse di s. Leonardo a Chiaja; ora è interamente distrutto.”. Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Mons. Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (…). Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro, scriveva: sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’..

Nei primi del VII sec. d.C., la ‘Bricia’ (parte del basso Cilento) amministrata dai Vescovi dipendenti dal Ducato bizantino di Napoli

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, ci parla della Lucania e della Bricia ed in proposito scriveva che: Questa riorganizzazione che allora dovette sembrare temporanea, ma che era destinata a conservarsi a lungo, deteminò, stando ai dati che si possono rilevare solo da posteriori condizioni effettuali, una lenta serie di modifiche nelle ripartizioni e nelle denominazioni territoriali. La Lucania romana, che nel frattempo era caduta quasi interamente sotto il dominio dei Longobardi, perchè il suo nome (5), esso si restrinse ad indicare soltanto quella sua parte occidentale che si affaccia sul Tirreno e che è possibile circoscrivere, in modo approssimativo, entro i confini costituiti: a Nord-ovest da Agropoli, a Nord e ad Est dai corsi superiori dei fiumi Calore ed Alento ed a Sud da Velia ed il suo entroterra. Questa regione che noi possiamo chiamare Lucania Occidentale o Minore, per distinguerla dall’antica, e maggiore, Lucania romana, subì in seguito alcune modifiche territoriali (1), ma conservò sempre il nome di ‘Lucania’ fino all’XI secolo, per poi assumere quello odierno di Cilento (2). La conquista longobarda, costituendo un caposaldo a Laino, aveva fra l’altro scisso le terre intorno a Blanda da quelle restanti del Bruzio (3); queste però mantennero il nome di Bruzio, nome che, nella forma: ‘Britia’, e successivamente ‘Bricia (4), si estese gradualmente a comprendere prima le terre nel golfo di Policastro, poi quelle fino all’Alento (5). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 65, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Sul problema cfr. G. Racioppi, Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1899, II, p. 11.”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. p. 75 e carta geografica, I”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. pp. 126-127.”. In queste pagine il Cantalupo parla dei toponimi ‘Cilento’ e di ‘Lucania’ che si alternavano soprattutto dopo i Longobardi in epoca Normanna.

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(Fig…) Il grafico è tratto da Piero Cantalupo, op. cit. ,vol. I, p. 75

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. In tale periodo si attuava nel nostro Meridione un processo di “bizantinizzazione” in base la quale le popolazioni ancora dipendenti dall’Impero Romano d’Oriente divennero profondamente grecizzate nella lingua, negli usi, nei costumi e nel rito religioso; esso iniziò nella seconda metà del VI sec. d. C., quando l’Italia meridionale servì come rifugio delle genti elleniche della penisola balcanica e della Grecia ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, parlando del Bruzio e ‘Britia’, a p. 66, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il Bruzio antico, i larga parte assorbito dai Longobardi che ne occuparono il territorio fra Laino e Cosenza, conservò il suo nome fino all’epca dell’imperatore bizantino Costante II (641-663); riassettandosi allora i territori bizantini, ad esso fu dato il nome di Calabria, che fino a quel tempo aveva indicato la penisola Salentina, la quale, a sua volta, incominciò a chiamarsi ‘Longobardia’ in concomitanza con la penetrazione longobarda in quelle terre. (Cfr. M. Schipa, ‘La migrazione del nome “Calabria”, estr. dall’Archivio Storico della Calabria, I, 1912.“. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La forma: BRITIA (VIII sec.) è riportata da Paolo Diacono (‘Historia Longobardorum’, II, p. 17: ecc..; la forma BRICIA (XI sec.) è registrata da Romualdo Guarna (‘Chonicon, in RR. II., SS. (2), VII, P. I ecc…”. Il Cantalupo (…),  p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Il Cantalupo (…), a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Dunque, secondo il Cantalupo, Buxentum (Bussento) mutò il suo nome in Policastro solo dopo l’occupazione Bizantina del IX secolo dell’Imperatore Niceforo Foca.

Carlo Carucci (…), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, nel suo capitolo “Costituzione del principato longobardo di Salerno”, a pp. 119-120, in proposito scriveva che: “Quando nel 640 il duca Arechi di Benevento tolse ai Greci, sul Tirreno, il territorio da Cuma ad Agropoli, la regione salernitana, la quale pure aveva sofferto non poco dalle prime incursioni dei Longobardi (1), ben presto ebbe ad avvantaggiarsi del nuovo dominio e soprattutto Salerno, che Arechi desiderò divenisse il porto del suo stato. Fatta allora oggetto di speciali cure, Salerno divenne la più cospicua città del Ducato (2) e la sua importanza si accrebbe poi di molto, quando il duca Arechi II, genero del re Desiderio, si proclamò principe di Benevento, e per prepararsi a resistere contro una probabile invasione franca (3), rese più sicure le mura e le torri di Salerno (1) e vi costruì un palazzo (2). Nell’840 poi, morto il pricipe Sicardo di Benevento, gli Amalfitani insorsero, si ordinarono in repubblica, e incitarono ecc…”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (1) postillava che: “(1) HERCHEMP., in R.I.S.T. vedi cap. 24, ricorda i saccheggi delle terre da Nocera a Sorrento e tali saccheggi son pure ricordati da Gregorio Magno, Epist. XI, 72”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lo studio più pregevole su questo periodo della storia salernitana è ‘Il principato longobardo di Salerno’ di M. Schipa, pubblicato nell’Archivio Stor. per le prov. nap. l’anno 1887. L’opera fu fatta sulla scorta sorattutto dei documenti dell’archivio della SS. Trinità di Cava.”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Herchemp., op. cit., cap. III: “Francorum territus metu, inter Lucaniam et Nuceriam, (Salernum) urbem munitissimam et praexcelsam in modum tutissimi castri, idem Arechis opere munifico munivit, et nova fabrica reparavit.”. Il Carucci, a p. 120, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Dice GREGOROVIUS – ‘Storia di Roma, trad. it. II, 426 – che Arechi, quando seppe che Carlo era presso Capua, si rifugiò a Salerno e la fortificò. Invece dal passo citato di Erchemperto, come pure per altri documenti del tempo (V. pure Eginardo, M.G.H., SS. 1, 169) rilevasi che la città era già fortificata e che Arechi dovè soltanto riparare e migliorare le fortificazioni esistenti.”. Sul dominio di Arechi I, su Wikipedia leggiamo che prese Salerno nell’anno 620, mentre il Crucci scrive che Arechi (riferendosi ad Arechi I) “Quando nel 640 il duca Arechi di Benevento tolse ai Greci, sul Tirreno, il territorio da Cuma ad Agropoli, ecc…”. Dunque, nell’anno 640, almeno Agropoli e credo anche altre città marittime come Velia (che nel frattempo avevano perso di importanza) e Bussento restarono sotto il controllo giuridico-amministrativo dei Vescovi che erano direttamente collegati attraverso il Papato al Ducato bizantino di Napoli. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) riferendosi al Cilento scriveva in proposito che: “….verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Ecc..”. Dunque, nel VII secolo e fino alla fine del VII secolo, buona parte dei territori, escluso l’area salernitana, rimmasero saldamente in mano ai Bizantini, soprattutto la fascia costiera che va da Agropoli fino a Salerno. Nel 1898, monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974), a p. 384, in proposito scriveva che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno“. Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. E’ interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 330, dove, parlando di Buxentum e della lettera di papa Gregorio Magno che invitava il Vescovo Felice di Paestum a recarsi presso le sedi vacanti di vescovi a Velia, a Buxentum e a Blanda, in proposito scriveva che: “Ne è manzione nella lettera “Quod Velina” di papa Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, rifugiatosi, come si è detto, nella bizantina Agropoli (v.) per sfuggire all’irrompere delle orde longobarde di Zotone. Con essa il grande papa invitava il vescovo a visitare Velia, Policastro e Blanda prive di pastori, a ripristinarvi il culto e a tenerle in amministrazione apostolica, giurisdisdizione che, dopo l’ultimo vescovo Sabbazio (a. 640) continuò ad essere mantenuta salvo un brevissimo periodo nell’XI secolo (14), dai vescovi pestani fino ai primi del XII secolo (15).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. il mio ‘Pietro da Salerno'”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. Monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne Louis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), riferendosi ai fatti accaduti negli anni successivi la venuta delle orde longobarde di Zottone,  in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. I due studiosi si riferivano all’opera di Giuseppe Volpe (….), Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes). Il Volpe, continuando il suo racconto a p. 117, dopo aver detto di Bussento nel VI secolo scriveva pure del Mannelli (….): “Il che mi fa inferire come Bussento non solo riteneva in quel tempo antico e primiero suo nome, ma era esente dalle sventure, cui soggiacquero le città interne per opera principalmente dè goti e dei longobardi, i quali, come scrive il Mannelli (18), “essendo venuti dai paesi settentrionali, non havevano alcuna peritia dell’arte marittima; sicchè tutta la barbarie dei loro sforzi si sfogò contro le città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali, tanto più che potevano ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’impero greco, che haveva nel mare potente armata”. Ma nè tempi successivi dilatandosi le invasioni barbariche ancora nè luoghi littorani, non poche città incontrarono lacrimevole e totale sterminio: soprattutte Bussento subendo gli effetti così delle prospere come delle avverse vicende, provatasi invano di porre forte argine all’irrompente invasione, s’ebbe pur essa la sorte di essere intieramente eguagliata al suolo e ridotta ad un mucchio di rovine, e non si riebbe se non assai dopo col nome di ‘Policastro-Paleocastrum’ e ‘Pellicastrum’ (19). Più tardi, nè primi del decimo secolo ecc…”. Il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli citato dal Volpe (….), parlando di Policastro non dice nulla della probabile distruzione da parte forse dei Longobardi nell’anno 640. Come vedremo, riporto qui il passo integrale del Mannelli che per la parte di Policastro fu integralmente trascritto dal Gaetani. Il manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (….), per la parte che riguarda Policastro fu integralmente trascritta da Rocco Gaetani, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino nella storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel Sac. Rocco Gaetani”,  del 1880, Napoli, a pp. 20-21-22 scriveva che: “…; nè da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tanti altri di questi paesi trovasi scritto. Ne ciò sarà difficile a credersi, se ricordarci vogliamo, quel che altre volte accennai, che essendo queste fiere Nationi venute dai paesi settentrionali, non haveano alcuna peritia dell’arte maritima, sicchè tutta la barbarie dè loro sforzi si sfogò contro le Città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali; tanto più che potevan ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’imperio Greco, che havea nel mare potente armata. Laonde questa città maritima e tanto fuor di mano da essi non fu assalita, ma fu posseduta da Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Il monaco Luca Mandelli (…), nel suo manoscritto che stà alla Biblioteca Nazionale di Napoli, è l’unico autore che riferisce notizie circostanziate circa la presenza bizantina nella nostra area. Il Mandelli è chiaro. Egli parlando di Policastro scrive che i Bizantini, che chiama “Greci”, possedettero Policastro, anchi per la precisione egli scrive che non solo Policastro non fu conquistata dai longobardi e che all’epoca fu difesa dalle foze marittime dei Bizantini: ma fu posseduta da Greci Monarchi.”. Riguardo quell’epoca, riguardo il VII secolo d.C., il Mandelli o Mannelli scrive che Policastro, che nel frattempo aveva già mutato il suo nuovo nome, ebbe le prime sciagure solo grazie alle incursioni dei Saraceni. Il Mandelli forse si riferiva ai Saraceni che assoldò più tardi il principe Longobardo Arechi II. Il Mandelli scriveva che: Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Pare che il duca longobardo di Benevento Arechi I si sia servito di Saraceni e di Bulgari per conquistare una parte dei ducati Amalfitani e delle temata Bizantina da Salerno ad Agropoli. Il Mannelli, continuando il suo racconto sui Saraceni d’Africa, a pp. 22-23, in proposito scriveva che (vedi Gaetani): “Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia ch’havevano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono ed abbatterono quasi tutte le maritime di questo e dell’altro lido del mare Ionio, e particolarmente questa di Buxento, restando nelle sue rovine anche sepolto il nome. Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Sarraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo dè Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere particolarmente avendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute 1079 ecc…. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), citato dai due studiosi Natella e Peduto, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento’, del 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc….Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc…..Il Volpe, a p. 117, citava anche il testo di Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini),  del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Il Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 9 (si veda versione a cura del Visconti), ruarda il Gatta e Policastro, postillava che: “(24) Constant. Gatta, Memor. Luc., cap. 2, pag. 34 (parte III, capo VI, p. 303, nota (a): Rusticus, episcopus Buxentinus, subscripsit tert. syn. Rom. sub Symmaco).”. Il Visconti che curò la nota riedizione del Laudisio si riferiva a Costantino Gatta (….), “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini), alla nota (a), p. 304, del cap. VI, dove il Gatta, postillava che: “(a) Livio nel lib. 34…….Livio lib. 39. Utrumque littus Italiae desertas Colonias, Sipontum Supero, Buxentum Infero mari in venisse &c. Carlo di San Paolo pag. 60 Rusticus Episcopus Buxentinus subscripsit tert. Syn. Rom. sub Symmaco.”. Dunque, nella sua nota (a) a p. 304 il Gatta postillava che Bussento è citato in “Carlo di San Paolo pag. 60″, dove scrive che: “Rusticus Episcopus Buxentinus subscripsit tert. Syn. Rom. sub Symmaco.”, riferendosi al testo di Luca Holstenio (….), “Note alll’Italia Antiqua” del Cluverio (….), di cui ho già parlato in un altro mio saggio. Il testo di Luca Holstenio è “Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii etc….”. Si tratta delle riflessioni postume al lessico geografico di Ortelio, alla Geografia Sacra di Carlo da S. Paolo e le riflesioni sull’Italia antica del Cluverio. L’Holstenio, nell’edizione del 1666, non scrive a p. 60, ma troviamo scritto su Buxentum a p. 22, parlando della Lucania scrive: “Buxentium &c. vulgo) Policastro…….Blanda &c. hodie ) Porto de Sapri”, mentre nelle sue riflessioni all’Ortellio: “Thesaurum Geographicum Annotationes a…”, a p. 60 non leggiamo ciò che postillava il Visconti. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini), a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“. Anche se riguarda gli anni sul finire del VI secolo è interessante l’analisi del Cantalupo. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 62-63, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Insediatisi nelle terre del golfo di Salerno, dove a Nord, la stessa Salerno resterà imprendibile per altri quarant’anni ed a Sud, Agropoli non sarà mai occupata, i Longobardi avanzarono lungo la solita via Annia nel vallo di Diano; lasciate momentaneamente tranquille le località a ridosso dei Monti Alburni e distrutta Marcelliana (4), si condussero tra il 590 ed il 591 nell’entroterra del golfo detto oggi di Policastro. Le scorrerie portate allora nei territori di Velia, Bussento e di Blanda, probabilmente col solo scopo di fare incetta di vettovaglie (5), determinarono l’abbandono dei vescovadi di questa città da parte del clero, rifugiatosi altrove, forse in Sicilia, dove avevano trovato scampo allo stesso pericolo anche molte monache della Lucania, come ricorda san Gregorio Magno in una sua lettera del 593 (1).”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V., n. 2, p. 53. Dell’abitato di Marcelliana (‘Marcellianum’) non si hanno notizie dopo il VI secolo, per cui è lecito mettere in relazione la sua scomparsa con la conquista longobarda.”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Zottone (o Zotto; … – 591 circa) è stato un condottiero e duca longobardo, primo duca di Benevento dal 571 circa al 591 circa. Dunque, Zottone regnò fino a il 591 circa ed il Cantalupo, in proposito citando il testo di Hirsch (….), “Il ducato di Benevento” (in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67), ricorda che Hirsch scriveva che: “dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, secondo il Cantalupo che citava Hirsch, nella nostra zona, durante tutto il VII secolo (da sul finire del VI secolo), per circa cento anni, di tutta la chiesa cattolica o l’ordinamento ecclesiastico non si hanno più notizie.

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Riguardo la Diocesi di Velia, papa Gregorio I, scrivendo la seconda lettera al Vescovo Felice, nell’anno 593, ci parla anche di Velia. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, in proposito scriveva che: “…..Più importante la seconda che informa della crisi demografica (21), che già verso la fine del VI secolo travagliava Velia. Il papa invitava il vescovo pestano Felice (22), rifugiatosi nel castello di Agropoli bizantina per l’incombente minaccia longobarda, a visitare le diocesi di Velia, Bussento (Policastro) e Blanda (Maratea) prive di Vescovi. Ma, se la partecipazione a successivi Concili dei vescovi di queste ultime due diocesi informa della loro ricostituzione, il silenzio dei vescovi di Velia mostra la scomparsa di questo organismo diocesano. Evento che fu determinato anche dalle rovinose alluvioni che, distruggendo i terreni resi già fecondi dagli uomini, sconvolsero ancora una volta l’abitato cittadino (VIII secolo). La furia delle acque, che travolse il quartiere meridionale (23), seppellì, sotto masse di limo, la stessa basilica. “. Sulla diocesi di Velia al tempo di papa Gregorio I, Pietro Ebner a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…..ordinava a “Felici Episcopo de Acropoli” di visitare le tre chiese abbandonate dal clero, il che conferma l’occupazione di Velia e del territorio da parte dei Longobardi di Zottone, ecc…“. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Per ciò che attiene alla sede della diocesi, si può senz’altro convenire che nel VI secolo essa da Paestum venne trasferita ad Agropoli, fondata dai bizantini negli anni seguenti il 533, epoca dell’arrivo di Belisario in Italia. In questa ben fortificata testa di ponte bizanina si rifugiarono i vescovi pestani per sfuggire all’orrore dell’invasione delle bande di Zotone, primo duca di Benevento (571-591) e il più pagano tra i Longobardi. Non sappiamo con precisione quando i vescovi ritornarno a Paestum……Capaccio rimase a lungo sede diocesana nonostante che i vescovi continuassero a risiedere in altri centri (Agropoli, Sala Consilina (8), Diano-Teggiano, Novi, Vallo) ecc….”. Ebner, a p. 15, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Sala venne scelta per fruire più facilmente dal servizio postale”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, scriveva che: “Una eco delle scorrerie di Zottone nel Mezzogiorno, si rintraccia anche negli scritti di Gregorio Magno, il quale appunto con la sua lettera “Quoniam velina” (a. 592) sollecitava il vescovo pestano Felice, rifugiatosi nella vicina Agropoli (114), a visitare le diocesi di Velia, Bussento e Blanda (presso Maratea) prive di pastori, probabilmenti sorpresi dalle orde longobarde come propendono gli storici. L’esplicito ed esclusivo riferimento del papa al vescovo Felice perchè riorganizzasse l’assistenza religiosa nelle predette diocesi e non in quella pestana lascia appunto presumere che il vescovo Felice era sfuggito a Zottone in quanto era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (114) postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus”. Nella sua nota si faceva riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) postillava e citava “Jaffé-Ewald”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (115) postillava che: “(115) ‘Bell’ Goth.’, I, 14.”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (116) postillava che: “(116) Epist., II, 14. 50”.

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Non pochi documenti, però mostrano che i vescovi tornassero spesso ad Agropoli, non perchè sede di circoscrizione ecclesiastica, di cui sarebbe ben difficile stabilire i confini data la vicinanza con le più antiche di Paestum e di Velia, ma perchè Agropoli, con i suoi casali, costituiva il feudo dei vescovi di Capaccio. Anche il Kehr (pp. 367 e 370) conviene sul temporaneo trasferimento ad Agropoli del vescovo pestano, aggiungendo solo ch’è difficile stabilire l’epoca del ritorno a Paestum. Dello stesso parere il Duchésne. Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave giunta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Pietro Ebner scriveva che nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo”. Ebner scriveva pure che “Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno.”. Ebner scriveva pure che: Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 63-64, in proposito scriveva che: “In questa prima fase espansionistica i Longobardi Beneventani……La regione così individuata, venutasi a trovare separata dai restanti domini greci d’Italia, ebbe l’immediata necessità di organizzarsi; a questo dovettero però provvedere i Vescovi, perchè i Bizantini erano allora impossibilitati ad occuparsi concretamente dei problemi della Penisola (1). Sedeva sul soglio pontificio, dal settembre del 590, Gregorio Magno, l’uomo energico che giustamente si preoccupò, nel generale sfacelo, di arginare in qualche modo la situazione, coodinando l’azione dei Vescovi onde evitare maggiori danni alle popolazioni, ai beni della Chiesa e, soprattutto, ostacolare l’estendersi del dominio longobardo a spese dei residui possedimenti italici di Costantinopoli. Poichè l’unico vescovo presente nell’area ancora bizantina tra i golfi di Salerno e di Policastro, era quello della diocesi pestana, Felice (2), allora residente ad Agropoli (‘episcopus de Agropoli’), a lui il Papa inviò nel luglio del 592 un lettera, in cui lo sollecitava a prendersi cura dei vescovati di Velia, Bussento e Blanda, rimasti privi della guida di presuli, affidandogli il personale ancora in sede di quelle diocesi e raccomandandogli le suppellettili sacre delle stesse chiese: “Gregorio a Felice, vescovo di Agropoli. Poichè si sa che le Chiese di Velia, Bussento e Blanda, che si trovano nelle tue vicinanze, sono prive della guida di un Vescovo, ti incarichiamo fraternamente di visitarle secondo l’usanza; avvertendoti soprattutto di questo, che, ove tu trovassi diaconi e religiosi di dette Chiese o delle loro diocesi, ti preoccupi di ammonirli a vivere sotto ogni rapporto con rigore ed in modo conforme alla regola. Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 64, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Dalla metà alla fine del VI secolo la penisola balcanica e la Grecia furono invase a più riprese dalle popolazioni barbare degli Slavi e degli Avari; ai principi del secolo VII esse riuscirono anche a sfondare la linea del Danubio e, insediatesi nella prima metà dello stesso secolo sia nel Peloponneso che in parte della Grecia, nel 626 assediarono Costantinopoli. La città fu salvata allora dall’intervento della flotta bizantina, nonostante la minacciosa presenza dell’esercito persiano intervenuto in quell’assedio (cfr. OBOLENSKY, Il Commonwealth bizantino, Bari, 1974, pp. 72-74)”. Il Cantalupo, vol. I, a p. 64, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Dato il breve lasso di tempo intercorrente fra l’occupazione longobarda di Paestum (590 c.) e la lettera del Papa a Felice (592), quest’ultimo è quasi sicuramente il vescovo sfollato di quella città”. Il Cantalupo, a p. 64, nella sua nota (3) postillava che: “(3) GREGORII M., Reg., II, 42 (= II, XLIII in Migne, Patrol. Lat., LXXVII, col. 581): Gregorius Felici Episcopi de Acropoli. Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi etc…”. Dunque, il Cantalupo, a p. 63 scriveva che: “Restava così al di fuori dalla conquista longobarda il vasto territorio situato tra Agropoli, i Monti Alburni e Blanda, dove, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi pp. 93 sgg.”. Il Cantalupo, a p. 93, in proposito scriveva che: “Il “Castellum Caputaquensis”. Cap. V, il Cantalupo ci parla di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. pp. 69 sgg.”. Il Cantalupo, a p. 69 e ssg., in proposito scriveva ed argomentava intorno ad un’antica città di Lucania sorta all’epoca dei primi Longobardi, di cui aveva argomentato lo studioso Emilio Guariglia (….), ed in parte Nicola Acocella (….) con alcune varianti. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (5) postillava che: “(5) V. n. 2, p. 110.”. Riguardo lo studio di Emilio Guariglia (….), si tratta dell’articolo o saggio “La città di Lucania” apparso sulla rivista ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno V (1944).  Il Cantalupo, a p. 110, stessa cosa il Cantalupo argomentava sul nome di Cilento di cui qui non voglio dilungarmi. Sempre il Cantalupo (….), nel suo vol. I, a pp. 65-66, in proposito scriveva che: “Enorme fu l’importanza rivestita da Agropoli in quel frangente, quando pochissime erano le città in grado di tener testa ai barbari sempre minacciosi; le sue fortificaioni avevano stabilito la nuova sede alla classe dirigente pestana, i cui membri allora probabilmente tentarono di ridare ordine alle terre circostanti, ricostruendovi una qualche forma di amministrazione, coadiuvati in ciò dalla presenza di un funzionario bizantino (forse un ufficiale inferiore, detto ‘tribuno’)(1), che, come capo della guarnigione ivi stanziata, si occupava dei problemi strettamente militari. Su tutti esercitava la sua sorveglianza il Vescovo, trasformato dalla legislazione di Giustiniano in un prestigioso rappresentante del potere civile (2).”. Il Cantalupo, a p. 65, nella sua nota (1) postillava che: “Cfr. Romano/Solmi, op. cit., pp. 253 e 345.”. Il Cantalupo si riferiva al testo di Romano Giacinto e Solmi A., ‘Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888)’, ed. Vallardi, Milano, 1940. Infatti, i due autori, Solmi e Romano, nel capitolo IV: “L’Italia bizantina e la controversia monotelitica”, a p. 342, in proposito scrivevano che: “f) Ducato di Napoli. Era costituito dal resto della Campania non aggregato al ducato di Roma,……….g) Sparsi frammenti di dominio bizantino erano ancora nella Lucania, nel Bruzio, nell’Apulia e nella Calabria. Nella Lucania i Greci conservarono solo Agropoli. Più solidamente invece si mantennero nel Bruzio, dove le conquiste longobarde non andarono più in là di Cosenza (680). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. pp. 126-127”.

Riguardo questa importante lettera di papa Gregorio I (S. Gregrio Magno), il Russo (….) a p. 18, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Registrum Epistolarum’, II, 42; Labbe, VI, 801; Mansi, IX, 1099; Migne, P.L. LXXVII, 581; Ughelli-Coleti, X, 29; M.G.H., ‘Epist.’, I, 141; J.L., n. 1195; Fulco, op. cit., 38, 39.”. Riguardo i vescovi di Blanda Julia il Russo (…) citava Joseph (Giuseppe) Mansi (…), ovvero la sua opera ‘Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio’, pubblicata a Firenze nel 1759-98 e citava il vol. IX p. 1099, la lettera n° 43a:

Pietro Ebner (…), per questo travagliato periodo, cita il Lanzoni (…), e ne consiglia la lettura di pp. 316-329 sulla diffusione del Cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana. La tesi potrebbe essere quella che in un certo periodo, come afferma il Lanzoni (…): «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, scriveva che: “I vescovi per l’alternarsi di invasioni e incursioni cui erano esposte le città, finirono col non avere una residenza stabile, come afferma il Lanzoni là dove dice (p. 323) che “si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome”. Le uniche testimonianze sicure pervenuteci sono le lettere del ‘Consul Dei’, di Gregorio Magno (590-604) in cui appunto si fa cenno dell’invasione longobarda (105) e riferiscono con accenti drammatici gli eventi occorsi nel Mezzogiorno dopo la calata delle orde di Zottone, il più pagano tra i Longobardi e primo duca di Benevento (571-591). Le sue efferate schiere pare abbiano infierito più sulle chiese e sugli ecclesiastici (106) che sulle popolazioni civili. Ciò spiega il lungo silenzio ( circa un secolo per lo Hirsch) che per molti anni avolse vescovi e vescovadi locali (107).”. Ebner (…), a p. 25, nella sua nota (107), scriveva che lo Hirsch (…), affermava di non aver rinvenuto altre notizie sul Mezzogiorno dal 601 al 604 (morte di Gregorio Magno) e che solo nell’anno 625 è notizia della presa di Salerno per accordi con il vescovo Grazioso. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Blanda ed al vescovo Felice, così scriveva: “…..La “vacatio sedis” di tre diocesi rispecchia quale era la situazione italiana con le guerre gotiche prima e le bizantino-longobarde dopo; d’altra parte così viene esplicitamente evidenziata dallo stesso Gregorio Magno: “Le città sono spopolate, i villaggi travolti, le chiese bruciate, i monasteri di uomini e di donne distrutti, i campi abbandonati dagli uomini sono privi di chi li coltivi, la terra è deserta nella solitudine, e nessun proprietario la abita…la fine del mondo non solo si annunzia, ma già si mostra in atto” (Dial., III, 38).”. Poi il Campagna, postillava che: “(Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Barni (…), scriveva che i Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro.

Del VII secolo, il L. Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905, attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (….), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese.

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: “I Longobardi trovarono le nostre regioni semideserte (dal 566 infuriava la peste)(63), anche se Paolo Diacono menziona lungo “il corno destro dell’Italia”, in Lucania e Brettia, le città di “Pesto, Laino, Cassiano, Cosenza e Reggio” (64), ma di città dovevano conservare soltanto il nome; forse un agglomerato di casupole a ridosso dei ruderi di antichi edifici romani. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Popolazioni già sottomesse seguivano i Longobardi (66). Longobarda, la cittadina della costa tirrenica cosentina, rivela nel toponimo la presenza longobarda nell’estremo Mezzogiorno, dando così, una certa concretezza storica alla leggenda della “colonia di Autari” (67). Nell’estate del 596, la stessa Crotone era caduta sotto il potere longobardo (68). Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato, tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 63, nella sua nota (…), postillava che: “(63) P. Diacono, H.L., II, 4”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (64), postillava che: “(64) P. Diacono, H.L., II, 17; N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, in Rassegna Storica Salernitana, 1962.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (65), postillava che: “(65) P. Diacono, H.L., II, 26; Procopio, Goth., IV, 33.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (66), postillava che: “(66) P. Diacono, ibidem”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (67), postillava che: “(67) P. Diacono, H.L., III, 32.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (68), postillava che: “(68) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (69), postillava che: “(69) P. Diacono, H.L., II, 32”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (72), postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le Diocesi d’Italia, op. cit..”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (73), postillava che: “(73) P. Diacono, H.L., IV, 9.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) Reg. Epist., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (75), postillava che: “(75) Reg. Epist., IX, 127.”.

Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”.

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (…), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (…), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(…), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum, vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, per modo che le chiese ne restarono abbandonate e deserte, il clero ed il popolo ne fuggirono e i sacri vasi furono occultati; lo che trova riscontro nell’altra lettera di Cipriano, di sopra citata, in cui s’allude a così fatte invasioni fatte nella Lucania, come pare, dai Longobardi, e precisamente da Zottone duca di Benevento per estendere i suoi domini nella Campania, nella Lucania, nella Calabria e nelle Puglie. Nè mancano altri riscontrii di simili scorrerie su quei littorali a quel tempo, ed il medesimo S. Gregorio ricorda quelle fatte sui lidi campani nella sua lettera ad Adeodato abate del monastero di s. Sebastiano di Napoli, ove dice che i monaci del Falcidio di Pozzuoli, e quelli del Cratere di Napoli non erano sicuri per le incursioni che i barbari facevano su questa spiaggia (20). Ordina però s. Gregorio ad Adeodato di raccogliere con sè nel suo monastero di s. Sebastiano i monaci Falcidiesi e i Crateresi, soggiungendogli che quando i lidi fossero sgombri dal pericolo delle incursioni barbariche rimandasse di tratto in tratto nei rispettivi monasteri quei monaci a mantenervi il culto divino. Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Il Gaetani a p. 29, nella sua nota (20) postillava che: “(20) I monaci Falcidiesi abitavano l’antico pretorio di Falcidio, ove era la basilica di s. Stefano o di s. Procolo detta pure del Trivio. di cui tuttora si vedono i ruderi all’estremo della via Campana. I Crateresi poi avevano il loro cenobio ove oggi è la Villa di Napoli, il quale negli ultimi tempi si disse di s. Leonardo a Chiaja; ora è interamente distrutto.”.

Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Il Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (…). Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro, scriveva: sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’.. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (10), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (8-9). Infatti, il Romanelli (25) ed il Troyli (6), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(11), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune genti Bulgare a seguito del quale, nacquero o si popolarono alcuni centri posti intorno al Monte Bulgheria.

Il Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (?) (…). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (…) che, nel 1831, pubblicò (…) Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (…). Il Laudisio (…), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (…), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (…) ed il Gatta (…) e, poi in seguito citate da Ebner (…) e Acocella (…). La principale notizia che il Laudisio (…) e poi il Duchesne (…) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (…). L’interessantissima lettera del papa Gregorio Magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (…). Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe di informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia,…”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Ecc…”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous”. Il Tancredi nella nota n. 34 di Pyxous a p. 18 postillava che: “(34) Migne J.P., ‘Patologiae Corsus compl.’, Tomo 78, Libro II, Ep. 43a, c. 581, Paris 1849.”. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parlando di Blanda, e non di Bussento, in proposito scriveva che: “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Ecc…”. Dunque, anche il Russo faceva riferimento alla lettera “Quoniam Velinae, Buxentum e Blanda etc…”, continuando il suo racconto scriveva che: “Come si vede, le Chiese di Agropoli, Velia (Vallo della Lucania), Buxentum (Policastrum Bussentino) e Blanda sono tutte città che si susseguono in ordine topografico – da nord a sud – lungo il litorale tirrenico meridionale. Per questo il compito della Visita, affidato al Vescovo Felice, non doveva presentare grandi difficoltà, trattandosi di Chiese, “quae tibi in vicino sunt constitutae”. Nessun indizio sul nome del Vescovo blandano defunto. Conosciamo invece il nome del Vescovo, che dovette essere eletto con l’intervento di Felice.”. Il Russo a p. 18, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Registrum Epistolarum’, II, 42; Labbe, VI, 801; Mansi, IX, 1099; Migne, P.L. LXXVII, 581; Ughelli-Coleti, X, 29; M.G.H., ‘Epist.’, I, 141; J.L., n. 1195; Fulco, op. cit., 38, 39.”. Riguardo i vescovi di Blanda Julia il Russo (…) citava Joseph (Giuseppe) Mansi (…), ovvero la sua opera ‘Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio’, pubblicata a Firenze nel 1759-98 e citava il vol. IX p. 1099:

Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro, parlando dei Longobardi, Gianluigi Barni (…), nel suo “I Longobardi in Italia”, a pp. 366 e ssg. pubblicò il testo di Monsignor Luois Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…). Del VII secolo, il Louis Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905.  Monsignor Duchesne (….)(vedi il testo di Barni, a pp. 382-383, parlando della Regione II (Napoletano), in proposito scriveva che: “In effetti non è possibile dimostrare che, nelle località di questa regione, rimaste fino al VII secolo più o meno inoltrato sotto il dominio dei Bizantini, si sia conservato un solo Vescovado. Al declino del VII secolo quello di Benevento fu ricostruito; più tardi si vedono riapparire quelli di Lucera, Conza, Canosa, Acerenza. Il primo fu assorbito da quello di Benevento. Quelli di Benevento, Canosa (Bari), Conza, Acerenza, si conservarono e diventarono persino, in seguito alla suddivisione della diocesi, delle metropoli ecclesiastiche.”. Continuando il suo racconto sulla “Regione III”, il Duchesne a p. 383 in proposito scriveva che: “L’antica regione III comprendeva la lucania ed il ‘Brutium’. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che ‘Potentia’, ‘Grumentum’ e ‘Consilinum’ (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia (4), Buxentum (5) (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (6) (il Duchesne la pone a Maratea)Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (7). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di ‘Grumentum’ viveva ritirato in Sicilia (nota 8 = Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (9), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come ‘Episcopus de Acropoli’. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata d’Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (….). Nel Barni (….), a p. 383, nella sua nota (7) postillava che: “(7) J. , 969, 1015, 1017).”. Con questa nota il Barni postillava di R. Jaffé (….) ed il suo “Regesta pontificum romanorum”, Lipsia, 1885. Oppure Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888. Dunque, il Barni postillava che in questo testo si veda la n. 969, 1015, 1017.  Nel Barni, a p. 383, nella nota (8) postillava che: “(8) Ep., IX, 209, luglio 599”. Nel Barni, a p. 383, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Ep., II, 42, luglio 592.”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…). Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323 in proposito scriveva che: “1. Felix: 592 (J-L, 1195) – Questa lettera su scritta “Felici Episcopi de Acropoli visitatori provinciae Lucaniae”, cui il papa ingiunse la “visitatio Velinae, Buxentinae, et Blandanae ecclesiarum”, le quali “sacerdotis regimine vacabant”. Il Crivellucci (“Studi Storici”, an. 1897, p. 591, credette che la diocesi di Paestum fosse distinta da quella ‘de Acropoli’, ma io penso con Mons. Duchesne (Les evéchés d’Italie ec., II, 367) che Felix fosse il vescovo stesso di Paestum, rifugiatosi causa l’invasione longobarda, con il presidio greco, nell’Acropolis. Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della diocesi e da questa seconda residenza presero il nome.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di……. e Felice di Paestum nel 592 (91).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius adfuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen’.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Si tratta di due lettere (“epistole”) scritte da papa San Gregorio Magno (…) a Felice, Vescovo di Paestum e rifugiatosi ad Agropoli. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, scriveva che: “Le uniche testimonianze sicure pervenuteci sono le lettere del ‘Consul Dei’, di Gregorio Magno (590-604) in cui appunto si fa cenno dell’invasione longobarda (105) e riferiscono con accenti drammatici gli eventi occorsi nel Mezzogiorno dopo la calata delle orde di Zottone, il più pagano tra i Longobardi ecc…”. Si tratta di due lettere di papa Gregorio Magno (…), contenute nel ‘Registro Episcopale’, scritto tra il 590 e il 604. Si tratta dell’epistola  n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona. Si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982. Si veda Epistola 2, 42 o 43′ (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Pietro Ebner, op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando della città di Buxentum (Bussento) si riferivano alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…).

Del VII secolo, il L. Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905, attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (….), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che, dopo di lui non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Ebner Pietro, op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…).

Nel 592 Blanda subì un’incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal Vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio Magno. La notizia è tratta da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (17-18) e poi dal Duchesne (14). La città viene infine ricordata in alcune epistole di papa Gregorio Magno. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Il Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (?) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) ed il Gatta (…) e, poi in seguito citate da Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). L’interessantissima lettera del papa Gregorio Magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe di informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia,…”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11).

Nel ‘592 (VI sec. d.C.), Sapri

E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel VII secolo, come ricorda il Cappelletti (12) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda, affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (11). Nicola Acocella (22), affermava in proposito: “La Velina ecclesia era già, all’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti”, faceva riferimento alla nota lettera di Papa Gregorio Magno a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (‘Epistulae, II, 29′)(11), la mancanza di titolare della sede bussentina. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (13). Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Aggiunge Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) la Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) e, poi in seguito pubblicate da studiosi locali come Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) Duchesne L. (…), ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne’, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde).  Il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14). Scrive la Bencivenga –  Trimllich (40), sulla scorta del Gaetani (9), a proposito di Bussento che “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10).”. Sempre dal Gaetani (9), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (19), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, leggiamo in proposito che “Ritrovasi mentionata ancora questa città nella Lucania da …Stefano Bizantino disse sia città di Sicilia (2 – si veda nota Stef. de Urbihus), havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”. Il Gaetani (….), proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani (9), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, a pp. 19-20, in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: Rustico sulla fine del V secolo e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus’; e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel Vescovo Agnello di cui fa menzione S. Gregorio nel suo ‘Libro 4, ep. VI’, scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo di Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo.”. Sempre il Gaetani (9), nello stesso saggio, scriveva: “Giuseppe Volpi (10), fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimondi, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : ‘Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus’”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi di Giuseppe Volpi (10), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(42), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum, vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”Il Laudisio (17-18), sulla scorta di Pietro Giannone (41), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Pietro Giannone (41), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Il Laudisio (17-18), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (19), dalle ‘Memorie Lucane’, Cap. II, p. 34 del Gatta (3), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (6), e dal Barrio (21), scriveva nel 1831 in proposito: Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.

Nel ‘592 (VI sec. d.C.), Sapri

E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel VII secolo, come ricorda il Cappelletti (12) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda, affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (11). Nicola Acocella (22), affermava in proposito: “La Velina ecclesia era già, all’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti”, faceva riferimento alla nota lettera di Papa Gregorio Magno a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (‘Epistulae, II, 29′)(11), la mancanza di titolare della sede bussentina. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (13). Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Aggiunge Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) la Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) e, poi in seguito pubblicate da studiosi locali come Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) Duchesne L. (…), ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne’, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde). Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, nel 1974 pubblicava un rapporto del 1903 di monsignor Luis Duchesne (…), ovvero il suo I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde). (L’opera del Duchesne si trova in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365–399 (cfr. p. 367)). Il Barni la pubblica a p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370. L’opera del Duchesne riprendeva in parte anche lo studio di Monsignor Laudisio, vescovo di Policastro (…). Il Duchesne (14), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “L’antica Regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia (Potenza, Grumentum (che riteneva essere Grumento Nova) e Consilinum (Marcelliana = che riteneva essere l’odierna Civita, presso Padula); sulla costa tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia ( che ritiene essere attualmente la zona archeologica presso Marina di Casalvelino), etc…Il Duchesne continuando il suo racconto scriveva pure che: “…, sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14).

Scrive la Bencivenga –  Trimllich (40), sulla scorta del Gaetani (9), a proposito di Bussento che “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10).”. Sempre dal Gaetani (9), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (19), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, leggiamo in proposito che “Ritrovasi mentionata ancora questa città nella Lucania da …Stefano Bizantino disse sia città di Sicilia (2 – si veda nota Stef. de Urbihus), havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”. Il Gaetani (….), proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani (9), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, a pp. 19-20, in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: Rustico sulla fine del V secolo e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus’; e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel Vescovo Agnello di cui fa menzione S. Gregorio nel suo ‘Libro 4, ep. VI’, scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo di Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo.”. Sempre il Gaetani (9), nello stesso saggio, scriveva: “Giuseppe Volpi (10), fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimondi, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : ‘Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus’”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi di Giuseppe Volpi (10), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(42), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum, vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”Il Laudisio (17-18), sulla scorta di Pietro Giannone (41), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Pietro Giannone (41), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Il Laudisio (17-18), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (19), dalle ‘Memorie Lucane’, Cap. II, p. 34 del Gatta (3), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (6), e dal Barrio (21), scriveva nel 1831 in proposito: Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.

Nel VII sec. d.C., i monaci Bulgari fuggiaschi ed il rito d’Oriente

Anche attraverso dall’indagine glottologica provengono ulteriori conferme della presenza di grecismi e di ellenismi nella nostra area che fanno ritenere un’influsso poderoso all’epoca bizantina.  Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) riferendosi al Cilento scriveva in proposito che: “….verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”. E’ invece in un altro testo che il Gaetani (…), ci parla di questo periodo storico. Si tratta del testo manoscritto del padre Agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel il sacerdote Rocco Gaetani”, che pubblicò a Napoli nel 1880. Il Gaetani, a p. 21 così trascrive un passo del Mannelli: “a credersi, se ricordarci vogliamo, quel che altre volte accennai, che essendo queste fiere Nationi venute dai paesi settentrionali, non haveano alcuna peritia dell’arte marittima, si che tutta la barbarie dè loro sforzi si sfogò contro le Città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali; tanto più che potean ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’imperio Greco, che havea nel mare potente armata. Laonde questa città marittima e tanto fuor di mano da essa non fu assalita, ma fu posseduta dà Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia ecc…”. Dunque, il monaco Agostiniano Mannelli scriveva addirittura che Policastro fu posseduta dagli Imperatori d’Oriente (Greci-Bizantini).

Nel 592 (VI sec. d.C.), la lettera di papa Gregorio I (S. Gregorio Magno) a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “Ma l’incalzare della guerra gotica (535-553), che precedette appena di pochi anni l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Sulla lettera di papa Gregorio I (papa San Gregorio Magno), ha scritto anche il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, per modo che le chiese ne restarono abbandonate e deserte, il clero ed il popolo ne fuggirono e i sacri vasi furono occultati; lo che trova riscontro nell’altra lettera di Cipriano, di sopra citata, in cui s’allude a così fatte invasioni fatte nella Lucania, come pare, dai Longobardi, e precisamente da Zottone duca di Benevento per estendere i suoi domini nella Campania, nella Lucania, nella Calabria e nelle Puglie. Ecc…”. Di questo passo del Gaetani ho già scritto parlando dell’invazione dei Longobardi del duca Zottone nel 568. Il Gaetani fa rilevare che è proprio da una delle prime lettere di papa Gregorio I (S. Gregorio Magno) del 592 a Cipriano, rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia che si rileva delle terribili stragi fatte dai Longobardi di Zottone nel 568. Sulla lettera a Cipriano (….), il sacerdore Rocco Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a p. 19, in proposito scriveva che: “Dunque, nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione S. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accettarlo.”. E subito dopo a seguire il racconto del Gaetani sulla lettera di papa Gregorio I a Felice. Il Gaetani, a p….., nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lib. 4, Ep. VI.”.

Nel 593 (VI sec. d.C.), Cipriano, rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia al tempo di papa Gregorio I

Dalla Treccani on-line leggiamo che “Cipriano” non si conosce nulla della famiglia di C., diacono, rettore del Patrimonio di Sicilia dal 593 al 598, ed è possibile ricostruire la sua biografia solo per gli anni in cui.ricopre questa carica. La sua attività, è documentata dal Registro di Gregorio Magno, in cui sono conservate le lettere che il papa gli invia durante il suo incarico, e dalla Vita dello stesso Gregorio, scritta da Giovanni Diacono, nella quale C. è ricordato nell’elenco dei rettori dei patrimoni ecclesiastici. Nel luglio del 593 è nominato per la prima volta nel Registro di Gregorio Magno, già con il titolo di rettore del riunificato Patrimonio di Sicilia. A questa carica doveva essere stato appena eletto, se, nell’agosto dello stesso anno, non aveva ancora occupato la sede a cui era stato destinato. C. come rettore non è soltanto l’amministratore dei beni della Chiesa, nel territorio affidatogli, ma è anche il rappresentante e l’intermediario ufficiale del papa. La sua autorità è riconosciuta dai vescovi della regione. Per la salvaguardia degli interessi economici della Chiesa si occupa nell’ottobre del 593 della raccolta, presso i singoli vescovi, dei vasi e arredi sacri portati in Sicilia dai sacerdoti fuggiti dalla penisola a causa dell’invasione longobarda, che per la morte. o l’incuria di questi andavano dispersi. Nel febbraio del 595 opera un controllo sul testamento di Teodoro, vescovo di Lilibeo, affinché non depauperi le ricchezze dei suo vescovato. Sempre nel febbraio del 595 riceve da Gregorio istruzioni, estremamente precise, anche se non ufficiali, sul candidato più idoneo alla successione di Mariniano, vescovo di Siracusa. Infatti nell’ottobre dello stesso anno darà tutto il suo appoggio e aiuto al nuovo vescovo di questa diocesi. Più volte deve far rispettare le decisioni disciplinari che riguardano la vita interna della Chiesa e la sua organizzazione. Ma si preoccupa anche di mantenere i migliori rapporti con il pretore bizantino, massima autorità amministrativa dell’isola, in modo che questi permetta ai vescovi della regione di recarsi a Roma ogni cinque anni. Fin dai primi mesi del suo incarico s’únpegna in un’opera di apostolato per la conversione di manichei ed ebrei, in modo speciale di quelli che si trovano nei possedimenti ecclesiastici, e per il soccorso di coloro che versano in disagiate condizioni economiche o di quelli che hanno subito soprusi e violenze. Resta a capo del Patrimonio di Sicilia fino all’ottobre del 598 quando ritorna a Roma. Dopo di lui il Patrimonio siciliano sarà definitivamente diviso in due parti, una che comprendeva la zona di Siracusa, Catania, Milazzo e Agrigento, l’altra con il suo centro a Palermo che comprendeva la Sicilia occidentale. Dopo la fine del suo mandato Cipriano sarà nominato ancora in tre lettere datate tra l’ottobre e il dicembre del 598. Trascorso questo periodo non si ha più nessuna notizia su di lui. Fonti e Bibl.: Gregorii I Papae Registrum Epistolarum, in Mon. Germ. Histor., Epistolae, I, 2, a cura di P. Ewald-L. M. Hartmann, Berolini 1887-1891, pp. 214-217, 237 s., 248, 288 s., 302-304, 308 s., 312-314, 383, 392, 398 s., 412-414, 462 s., 487, 489; II, a cura di L. M. Hartinann, ibid. 1893-1899, pp. 9 s., 51, 70, 74 s., 85; Sancti Gregorii Magni Vita a Ioanne diacono scripta libris quattuor, in Migne, Patrol. lat., LXXV, col. 110 A.

Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 97, in proposito scriveva che: “Le Decretali dei Pontefici Innocenzo I e Gelasio I mostrano chiaramente che nel Bruzio esisteva un’organizzazione ecclesiastica fin dal secolo V e che questa era alla diretta dipendenza del Papa. Questo risulta ancor meglio dall’Epistolario di S. Gregorio Magno, il quale interviene direttamente nelle questioni locali e provvede alla visita e, a volte, anche alla provvista di Chiese vacanti. Al suo tempo il Bruzio era sotto il dominio dei Bizantini da diversi anni; nondimeno nulla dimostra che se ne fosse iniziata l’ellenizzazzione sia nella lingua che nella liturgia.”. Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “In questo periodo la Magna Grecia è già provincia di scarsa importanza. Nel 592 il Papa S. Gregorio Magno deve intervenire per provocare l’elezione di vescovi nelle gloriose città di Velia, Buxentum e Blanda, ormai ridotte a pochi abitanti, alla miseria, ad una scarsa vita spirituale e culturale (29). L’incaricato di Gregorio Magno è il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: ” (27) Ibidem”. Il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”.

Nel luglio del ‘593 (VI sec. d.C.), papa Gregorio Magno scrive e ordina a Felice, vescovo di Paestum di visitare le antiche Diocesi vacanti (senza Vescovo) di Velia, Bussento e Blanda

Andrebbero ulteriormente indagate le notizie della venuta nelle nostre terre, nel VI secolo, di alcune orde barbariche e di alcune diocesi abbandonate, tratte soprattutto da alcune testimonianze come le lettere di papa San Gregorio Magno che indirizzerà al vescovo di Paestum. In particolare bisognerebbe meglio indagare sulla figura di Felice, Vescovo di Paestum che a quei tempi si rifugiò nella vicina Agropoli. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda Policastro: nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (Bussento) (…). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di Buxentum in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo. Nel 592 Blanda subì un’incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal Vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio Magno. La notizia è tratta da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (…) e poi dal Duchesne (…). La città viene infine ricordata in alcune epistole di papa Gregorio Magno. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). La principale notizia che il Laudisio (…) e, in seguito anche il Duchesne (…), è la citazione della  lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (…). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (…). Papa Gregorio I, detto papa Gregorio Magno ovvero ‘il Grande’ (Roma, 540 circa – Roma, 12 marzo 604), è stato il 64º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica, dal 3 settembre 590 fino alla sua morte. Papa Gregorio Magno. Sebbene il suo pontificato si sia svolto in uno dei periodi più bui della storia italiana, conservò una incrollabile fiducia nella forza del Cristianesimo; una delle anime più luminose del Medioevo europeo svolse il suo ministero racchiusa in un corpo minuto e sempre malato, ma dotato di una grandissima forza morale. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…).

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “….. l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. …..Più importante la seconda che informa della crisi demografica (21), che già verso la fine del VI secolo travagliava Velia. Il papa invitava il vescovo pestano Felice (22), rifugiatosi nel castello di Agropoli bizantina per l’incombente minaccia longobarda, a visitare le diocesi di Velia, Bussento (Policastro) e Blanda (Maratea) prive di Vescovi. Ma, se la partecipazione a successivi Concili dei vescovi di queste ultime due diocesi informa della loro ricostituzione, il silenzio dei vescovi di Velia mostra la scomparsa di questo organismo diocesano. Evento che fu determinato anche dalle rovinose alluvioni che, distruggendo i terreni resi già fecondi dagli uomini, sconvolsero ancora una volta l’abitato cittadino (VIII secolo). La furia delle acque, che travolse il quartiere meridionale (23), seppellì, sotto masse di limo, la stessa basilica…..3. Ma fu l’occupazione longobarda del territorio che segnò la fine della città. Nessun dubbio sull’arrivo del luogo di quelle genti che, lasciata la Pannonia il 2 aprile del 568 s’incamminarono verso l’Italia con le loro famiglie (‘farae’), le antiche ‘sippe’ germaniche, non per una temporanea scorreria, ma per stanziarvi. Lo intuì subito Gregorio Magno: “Io non so ciò che accade altrove, ma so che in questa parte della terra da noi abitata, la fine del mondo si annuncia chiaramente”. Della fine del vecchio mondo, anche in questa parte del Mezzogiorno, è cenno nelle lettere del grande pontefice, come si è visto, e nella scomparsa della diocesi.”. Ebner, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21) La diminuzione del numero dei fedeli bisognosi di assistenza spirituale rendeva inutile la presenza di un vescovo. S. Gregorio Magno (Reg., II, 42: “Quoniam Velina; Buxentina et Blandina Ecclesiae sibi in vicino constitutae Sacerdotis noscuntur vacare regimine, propterea fraternitati tuae earum sollemniter operam visitationis ingiungimus”; Jaffe-Ewald, Regesta pontif. Roman., n. 1195) ordinava a “Felici Episcopo de Acropoli” di visitare le tre chiese abbandonate dal clero, il che conferma l’occupazione di Velia e del territorio da parte dei Longobardi di Zottone, uno dei 36 duci longobardi d’Italia, al quale Alboino aveva concesso il ducato di Benevento. A questo duca seguì Arechi, nobile longobardo del Friuli, che tenne il ducato per 50 anni. Il “Felici episcopo de Acropoli” non indica, come vedremo, una locale sede vescovile. Ecc…. Nelle altre due diocesi menzionate nella lettera al vescovo Felice, i Longobardi non si trattennero se i due vescovi, con quello di Paestum ma non di Agropoli, parteciparono al Concilio romano del 649 (Martino I).. Ebner, a p. 13, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Gregorio Magno, Epist., VI, 6”.

Nel luglio del ‘592 (VII sec. d.C.), papa Gregorio Magno scrive e ordina a Felice, vescovo di Paestum di visitare le antiche Diocesi vacanti (senza Vescovo) di Velia, Bussento e Blanda

Andrebbero ulteriormente indagate le notizie della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune orde barbariche e di alcune diocesi abbandonate, tratte soprattutto da alcune testimonianze come le lettere di papa San Gregorio Magno che indirizzerà al vescovo di Paestum. In particolare bisognerebbe meglio indagare sulla figura di Felice, Vescovo di Paestum che a quei tempi si rifugiò nella vicina Agropoli. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda Policastro: nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (Bussento) (…). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di Buxentum in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo. Nel 592 Blanda subì un’incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal Vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio Magno. La notizia è tratta da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (…) e poi dal Duchesne (…). La città viene infine ricordata in alcune epistole di papa Gregorio Magno. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). La principale notizia che il Laudisio (…) e, in seguito anche il Duchesne (…), è la citazione della  lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (…). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (…). Papa Gregorio I, detto papa Gregorio Magno ovvero ‘il Grande’ (Roma, 540 circa – Roma, 12 marzo 604), è stato il 64º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica, dal 3 settembre 590 fino alla sua morte. Papa Gregorio Magno. Sebbene il suo pontificato si sia svolto in uno dei periodi più bui della storia italiana, conservò una incrollabile fiducia nella forza del Cristianesimo; una delle anime più luminose del Medioevo europeo svolse il suo ministero racchiusa in un corpo minuto e sempre malato, ma dotato di una grandissima forza morale. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). Il Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (?) (…). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (…) che, nel 1831, pubblicò (…) Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (…). Il Laudisio (…), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (…), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (…) ed il Gatta (…) e, poi in seguito citate da Ebner (…) e Acocella (…). La principale notizia che il Laudisio (…) e poi il Duchesne (…) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (…). L’interessantissima lettera del papa Gregorio Magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (…). Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe di informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia,…”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Ecc…”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous”. Il Tancredi nella nota n. 34 di Pyxous a p. 18 postillava che: “(34) Migne J.P., ‘Patologiae Corsus compl.’, Tomo 78, Libro II, Ep. 43a, c. 581, Paris 1849.”. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Come si vede, le Chiese di Agropoli, Velia (Vallo della Lucania), Buxentum (Policastrum Bussentino) e Blanda sono tutte città che si susseguono in ordine topografico – da nord a sud – lungo il litorale tirrenico meridionale. Per questo il compito della Visita, affidato al Vescovo Felice, non doveva presentare grandi difficoltà, trattandosi di Chiese, “quae tibi in vicino sunt constitutae”. Nessun indizio sul nome del Vescovo blandano defunto. Conosciamo invece il nome del Vescovo, che dovette essere eletto con l’intervento di Felice.”. Il Russo a p. 18, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Registrum Epistolarum’, II, 42; Labbe, VI, 801; Mansi, IX, 1099; Migne, P.L. LXXVII, 581; Ughelli-Coleti, X, 29; M.G.H., ‘Epist.’, I, 141; J.L., n. 1195; Fulco, Op. cit., 38, 39.”. Riguardo i vescovi di Blanda Julia il Russo (…) citava Joseph (Giuseppe) Mansi (…), ovvero la sua opera ‘Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio’, pubblicata a Firenze nel 1759-98 e citava il vol. IX p. 1099:

Mansi J., op. cit., vol. IX, p. 1099

Mons. Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea)Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono comple- tamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (….). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…). Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323 in proposito scriveva che: “1. Felix: 592 (J-L, 1195) – Questa lettera su scritta “Felici Episcopi de Acropoli visitatori provinciae Lucaniae”, cui il papa ingiunse la “visitatio Velinae, Buxentinae, et Blandanae ecclesiarum”, le quali “sacerdotis regimine vacabant”. Il Crivellucci (“Studi Storici”, an. 1897, p. 591, credette che la diocesi di Paestum fosse distinta da quella ‘de Acropoli’, ma io penso con Mons. Duchesne (Les evéchés d’Italie ec., II, 367) che Felix fosse il vescovo stesso di Paestum, rifugiatosi causa l’invasione longobarda, con il presidio greco, nell’Acropolis. Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della diocesi e da questa seconda residenza presero il nome.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di……. e Felice di Paestum nel 592 (91).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius adfuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen’.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Si tratta di due lettere (“epistole”) scritte da papa San Gregorio Magno (…) a Felice, Vescovo di Paestum e rifugiatosi ad Agropoli. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, scriveva che: “Le uniche testimonianze sicure pervenuteci sono le lettere del ‘Consul Dei’, di Gregorio Magno (590-604) in cui appunto si fa cenno dell’invasione longobarda (105) e riferiscono con accenti drammatici gli eventi occorsi nel Mezzogiorno dopo la calata delle orde di Zottone, il più pagano tra i Longobardi ecc…”. Si tratta di due lettere di papa Gregorio Magno (…), contenute nel ‘Registro Episcopale’, scritto tra il 590 e il 604. Si tratta dell’epistola  n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona. Si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982. Si veda Epistola 2, 42 o 43′ (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Pietro Ebner, op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando della città di Buxentum (Bussento) si riferivano alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…). Del VII secolo, il L. Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905, attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (….), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, scriveva che: “Una eco delle scorrerie di Zottone nel Mezzogiorno, si rintraccia anche negli scritti di Gregorio Magno, il quale appunto con la sua lettera “Quoniam velina” (a. 592) sollecitava il vescovo pestano Felice, rifugiatosi nella vicina Agropoli (114), a visitare le diocesi di Velia, Bussento e Blanda (presso Maratea) prive di pastori, probabilmenti sorpresi dalle orde longobarde come propendono gli storici. L’esplicito ed esclusivo riferimento del papa al vescovo Felice perchè riorganizzasse l’assistenza religiosa nelle predette diocesi e non in quella pestana lascia appunto presumere che il vescovo Felice era sfuggito a Zottone in quanto era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (114) postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (115) postillava che: “(115) ‘Bell’ Goth.’, I, 14.”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (116) postillava che: “(116) Epist., II, 14. 50”.

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(Fig….) Epistola n. 43 di Papa Gregorio Magno, immagine tratta da Pietro Ebner (…)

Ebner (…), nella sua nota (114), postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: “Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus.”. Nicola Acocella (…), affermava in proposito: La Velina ecclesia era già, all’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti”, faceva riferimento alla nota lettera di Papa Gregorio Magno a Felice, Vescovo di Agropoli (…). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (‘Epistulae, II, 29′)(…), la mancanza di titolare della sede bussentina. Il Duchesne (…), sulla scorta delle epistole di papa Gregorio Magno, riferendosi alle Diocesi costiere delle nostre terre, scriveva che: “In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (…), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14). Scrive la Bencivenga –  Trimllich (…), sulla scorta del Gaetani (…), a proposito di Bussento che “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (…), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (…).”. Il sacerdote Rocco Gaetani, a pp. 19-20, nel suo introvabile ed in mio possesso: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 in proposito scriveva che: “Dunque nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia e di Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, non potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato riconoscere le poche fasi della Chiesa Bussentina, poichè per buona sorte abbiamo il documento importantissimo della lettera di s. Gregorio Magno, la quale ci mostra la nostra Chiesa a somiglianza di altre finitime prive di pastori e desolata come una tempestosa incursione barbarica……gli raccomanda di usare con moderazione delle sue facoltà, perchè in nessuna guisa potesse essere ripreso ed incolpato, di far perseverare i diaconi e le altre religiose persone nelle proprie costumanze, ed esercizi, ‘ne passim eis in qualibet ecc…’: gli concede la facoltà di ordinare presbiteri e diaconi coloro che ne fossero stimati degni, ‘presbyteros quoque vel diaconos, si in aliquibus ecc…’: ed infine assai caldamente gli raccomanda di ricercare le sacre suppellettili, necessarie alla celebrazione dei santi misteri, e rinvenutele, gliele dia tosto relazione per lettere, per vedere che dovesse farsi, ‘ministeria vero Ecclesiarum (i vasi sacri) ubi sint recondita ecc…’ (19).”. Il Gaetani a p. 29, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Lib. 2, Epist. XLIII”Il Gaetani a p. 22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda. Il Gaetani (…) a p. 22 in proposito scriveva che: “…..Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. . Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Blanda ed al vescovo Felice, così scriveva: “Con l’avvento del Cristianesimo, divenne sede vescovile. Difatti, viene ricordata in una lettera di Gregorio Magno, luglio 592, diretta a Felice, vescovo di Agropoli, affinchè visiti le diocesi, temporaneamente vacanti, di Velia, di Bussento e di Blanda, in F. Russo, Regesto, etc., cit. I, pag. 37. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (72), postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le Diocesi d’Italia, op. cit..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 74 scriveva che: Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…) a p. 18 nella sua nota (34), parlando di Pyxous postillava che: “(34) Migne J. P., Patrologiae Cursus compl., Tom. 78, Libro II, Ep. 43a, c. 581, Paris 1849”. Il Tancredi parlando delle lettere di papa S. Gregorio Magno, cita il Migne (….) che nel 1849 raccolse buona parte delle antiche epistole (lettere) dei papi al tempo dell’avvento dei Longobardi. Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, sempre a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”. Il Lanzoni però, pur credendo la Diocesi Lucana di Blanda Iulia nel porto di Sapri cita un primo vescovo chiamato ‘Iulianus’ (Giuliano), ponendolo in “età incerta (secolo V-VI)” e riferendosi a “CIL, XI, 1 e 3)”. Il Lanzoni (…), riguardo la Diocesi di Blanda Iulia, ci parla anche del vescovo Romano nell’anno 595 e, poi per egli aggiunge: “L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando di ‘Buxentum’ credeva fosse “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?).”. Riguardo l’antica sede vescovile di ‘Buxentum’, Mons. Francesco Lanzoni (…), a p. 323 in proposito scriveva che: “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). Dunque, i Lanzoni scriveva che a ‘Buxentum’: Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Il Lanzoni (…), dunque citava il riferimento bibliografico  del documento n. 1195 nel testo di Jaffé-Loewenfeld (…), dove leggiamo che nell’anno 592 la Chiesa vacante ovvero nell’anno 592 d.C., la sede vescovile di Bussento, secondo il documento n. 1195 in Jaffé-Loewenfeld (…) era vacante e non vi era alcun vescovo. Il Lanzoni, nelle sue note si riferisce all’anno 1195 della citata opera. Il Jaffé-Loewenfeld (…), si occupa del documento n. 1195 a p. 153 del vol. I, parlando di papa Gregorio I (“S. GREGORIUS I. 590-604”):

Jaffé-Loewenfeld, vol. I, p. 153

(Fig…) Jaffé-Loewenfeld (…), op. cit., vol. I, p. 153

Il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. Il Lanzoni (…) – come pure l’Ebner (…) – come scrive Orazio Campagna (…) a p. 257, nella nota (64) scriveva che: : “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Infatti, il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. L’opera citata è ‘Regesta Pontificum Romanorum’ che è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198. Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé. L’opera riveduta e corretta a cui si riferiva l’Ebner (…) e il Lanzoni è Jaffé-Loewenfeld (…), ‘Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888. Aleardo Dino Fulco (…), nel suo ‘Blanda, sul Paleocastro di Tortora’, a p. 19, scriveva che: “Si sa, inoltre, che Blanda fu sede vescovile  fin dai primi secoli del Cristianesimo. Nel 592 S. Gregorio Magno (23) indirizzò una lettera a Felice, Vescovo di Agropoli, per ingiungergli di visitare la comunità di fedeli blandani (di Blanda) temporaneamente privi di Pastore. “Quoniam – scrive S. Gregorio nella lettera – Velina, Buxentina, et Blandana ecclesia, quae tibiin vicino sunt constitutae, Sacerdotes noscuntur vacare regimine: propterea fraternitate tuae earum solemniter operam visitationis iniunximus…”. “Poichè si sà che le Chiese di Velia, Bussento, e Blanda, che si trovano nei tuoi paraggi, sono prive di Pastori, t’ingiungiamo formalmente di visitarle…”. Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due Sinodi svoltisi negli anni 595 e 601 (24). Nel 649 continuava ad essere sede vescovile, come dimostra un documento dell’epoca. In quell’anno, infatti, si svolse il Sinodo romano indetto da papa Martino, in cui si ripudiò l”Ecclesia’ di Eraclio e il ‘Typos’ di Costante II. Al Sinodo partecipò il Vescovo Pasquale, che si sottoscrisse ‘Pascalis Episcopus Sanctae Ecclesiae Blandanae’ (25). Un altro Sinodo indetto da Papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da ‘Gaudiosus Blandarum Episcopus’ (26). Da allora le vicende storiche di Blanda restano avvolte nelle tenebre dei secoli.”. Il Fulco (…), nella sua nota (24) a p. 54, postillava che: “(24) F. Labbe, Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343.”. Il Fulco, a p. 19, nella sua nota (25), a p. 54, postillava che: “(25) F. Labbe, Sacrosanta Concilia, 79, 381.”. Riguardo la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: Nel 592 il Papa S. Gregorio Magno deve intervenire per provocare l’elezione di vescovi nelle gloriose città di Velia, Buxentum e Blanda, ormai ridotte a pochi abitanti, alla miseria, ad una scarsa vita spirituale e culturale (29). L’incaricato di Gregorio Magno è il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, ecc…”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 590 e 591 parlando di Sapri e riferendosi al Laudisio, in proposito scriveva che: “Il Laudisio mostra di essere dell’opinione dell’Holstenius esclamando “non ergo mediterranea civitas, ut contra opinatur”. Ivi era perciò, conclude il Laudisio, l’antica città di Blanda (11), sede vescovile, di cui è detto nella nota lettera di Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, residente ad Agropoli. Il ‘Consul Dei’ invitava Felice a visitare quella diocesi priva di pastore, quasi certamente ucciso dalle orde Longobarde di Zotone. Opinioni respinte dalla critica moderna che ubica Blanda (12) nei pressi di Maratea e Scidro (13) oltre Policastro.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (11) a p. 590 postillava che: “(11) Livio, XXIV 20, 5-6: ‘ex Lucanis Blanda est Apolorum Accae oppugnatae’. Prese il nome di ‘Blanda Juilia’ (CLIL, X, 125).”. Riguardo la citazione di Tito Livio (…), l’Ebner (…), a p. 591 nella sua nota (13) parlando di Scidro, in proposito postillava che: “Innanzi tutto Sapri non ha nulla a che vedere con il Sapriporto di Livio, XXVI, 39, 1-19 che scrive della sconfitta della quadra romana al comando di Decio Quinzio (scortava un convoglio di grano dalla Sicilia al presidio di Taranto) ad opera della squadra tarantina al comando di Democara. G. Lugli, (Il sistema del sistema stradale della Magna Grecia, “Atti 2° Convegno intern. di Taranto”, 1962, Napoli, 1963) attribuisce la fondazione di Scidro ai Sibariti che per via terra raggiunsero il Tirreno, mentre A. Adamesteanu ecc…”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (12) A P. 591 postillava che: “(12) Blanda, stazione XVI nella Tavola Peuntingeriana’ tra Vibona ‘Valentia’ e Salernum’ ha scritto anche M. Lacava, ‘Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana. Ecc..”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2)…….In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5)……In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Clabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli. Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore.”. Giacomo Racioppi (…) nel vol. II del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Le prime notizie sicure degli ordinamenti gerarchici della Chiesa nella nostra regione sono del secolo V e del VI. Un arcidiacono della chiesa grumentina è ricordato in una lettera di papa Gelasio (492-496) del secolo V; un’altra di papa Pelagio del secolo VI, ci dà notizia di vescovi a Potenza, a Grumento e a Marcelliana o Consilino: nei primi anni del secolo stesso intervengono ai concilii di Roma vescovi di Acerenza, di Venosa, di Potenza; e dalle lettere di papa Gregorio Magno, al declinare del secolo VI, si ha notizia delle chiese episcopali di Blanda, di Velia e di Bussento, le quali orbe di pastore, il gran Pontefice dà incarico di visitarle a Felice, vescovo di Agropoli (1). Infine i vescovi di Blanda, di Velia e di Pesto intervengono al Concilio lateranese del 648 contro i Monoteliti (1). Da questi sparsi dati di fatto si può trarre argomento che nel primo e più buio periodo della storia ecclesiastica della regione, tutte le antiche città lucane di qualche importanza, con ambito intorno di vici o villaggi dipendenti, ebbero a capo della propria chiesa un vescovo, ma con giurisdizione più estesa della propria città e contado.”. Il Racioppi a p. 213 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Epist. 29, lib. II, di papa Gregorio del 599, che dice: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine, ecc..’ – Le lettere di papa Pelagio (il primo di tal nome pontificò dal 555 al 560, il secondo dal 578 al 590) sono nel ‘Decret. Gratiani’, parte I, distin. 76, can. 12; e distin. 63, can. 14 – Le lettere di papa Gelasio, ‘Ibid., parte II, ‘Causa’ XII, questio I, e causa XIII.”.

Nel ‘592 d.C. (VI sec. d.C.), FELICE, vescovo di Paestum, esegue l’ordine di Papa S. Gregorio Magno e si reca a visitare le comunità cristiane e le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda

E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo.  Il Vescovo di Paestum, Felice, rifugiatosi ad Agropoli a causa delle frequenti scorrerie dei Longobardi, nell’anno 592 d.C. ricevette da papa Gregorio Magno delle lettere in cui veniva invitato a visitare le sedi vescovili di Velia, Bussento e di Blanda, allora vacanti. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Come si vede, le Chiese di Agropoli, Velia (Vallo della Lucania), Buxentum (Policastrum Bussentino) e Blanda sono tutte città che si susseguono in ordine topografico – da nord a sud – lungo il litorale tirrenico meridionale. Per questo il compito della Visita, affidato al Vescovo Felice, non doveva presentare grandi difficoltà, trattandosi di Chiese, “quae tibi in vicino sunt constitutae”. Nessun indizio sul nome del Vescovo blandano defunto. Conosciamo invece il nome del Vescovo, che dovette essere eletto con l’intervento di Felice.”. Il Russo a p. 18, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Registrum Epistolarum’, II, 42; Labbe, VI, 801; Mansi, IX, 1099; Migne, P.L. LXXVII, 581; Ughelli-Coleti, X, 29; M.G.H., ‘Epist.’, I, 141; J.L., n. 1195; Fulco, Op. cit., 38, 39.”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando della città di Buxentum (Bussento) in proposito scrivevano che: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Ecc….e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…). Il sacerdote Nicola Curzio (…), in proposito di ‘Blanda Iulia’ scriveva che: “ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Ecc…”Il sacerdote Rocco Gaetani, a pp. 19-20, nel suo introvabile ed in mio possesso: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 in proposito scriveva che: Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, non potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato riconoscere le poche fasi della Chiesa Bussentina, poichè per buona sorte abbiamo il documento importantissimo della lettera di s. Gregorio Magno, la quale ci mostra la nostra Chiesa a somiglianza di altre finitime prive di pastori e desolata come una tempestosa incursione barbarica. Il santo Pontefice scrive a Felice vescovo di Agropoli di visitare le chiese vicine di Velia, di Bussento, e di Blanda situate successivamente dopo Agropoli, di richiamarvi il disperso clero ed i fedeli, e di ristabilirvi il culto, e la regolare vita. ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesia, quae ecc…’:

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Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Blanda ed al vescovo Felice, così scriveva: “Con l’avvento del Cristianesimo, divenne sede vescovile. Difatti, viene ricordata in una lettera di Gregorio Magno, luglio 592, diretta a Felice, vescovo di Agropoli, affinchè visiti le diocesi, temporaneamente vacanti, di Velia, di Bussento e di Blanda, in F. Russo, Regesto, etc., cit. I, pag. 37. La “vacatio sedis” di tre diocesi rispecchia quale era la situazione italiana con le guerre gotiche prima e le bizantino-longobarde dopo; d’altra parte così viene esplicitamente evidenziata dallo stesso Gregorio Magno: “Le città sono spopolate, i villaggi travolti, le chiese bruciate, i monasteri di uomini e di donne distrutti, i campi abbandonati dagli uomini sono privi di chi li coltivi, la terra è deserta nella solitudine, e nessun proprietario la abita…la fine del mondo non solo si annunzia, ma già si mostra in atto” (Dial., III, 38).”. Poi il Campagna, postillava che: “(Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc..”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando di ‘Blanda Iulia’ in proposito scriveva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): …..Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195).; Ecc…. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi……ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli;”Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 74 scriveva che: Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…) a p. 18 nella sua nota (34), parlando di Pyxous postillava che: “(34) Migne J. P., Patrologiae Cursus compl., Tom. 78, Libro II, Ep. 43a, c. 581, Paris 1849. Qui il Tancredi parlando delle lettere di papa S. Gregorio Magno, cita il Migne (….) che nel 1849 raccolse buona parte delle antiche epistole (lettere) dei papi al tempo dell’avvento dei Longobardi. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “Alla fine dello stesso secolo, non c’è vescovo nella città. Felice esegue l’incarico (a. 592) e, poco dopo, vediamo apparire una fila secolare di vescovi a ‘Blanda’ (35), nei sinodi romani. Ecc..”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Tancredi, a p. 19, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Russo Francesco, ‘Storia della Diocesi di Cassano’, vol. III, Laurenziana, Napoli, 1968, pp. 17-19.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato , tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (72), postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le Diocesi d’Italia, op. cit..”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (73), postillava che: “(73) P. Diacono, H.L., IV, 9.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) Reg. Epist., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (75), postillava che: “(75) Reg. Epist., IX, 127.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “…..Felice esegue l’incarico (a. 592) e, poco dopo, vediamo apparire una fila secolare di vescovi a ‘Blanda’ (35), nei sinodi romani. Possiamo immaginare che Felice trovò una Blanda molto ridotta dalla sua passata gloria, ma ancora esistente e quindi possibile, come sede vescovile. Buxentum, invece, non dava la possibilità d’un insediamento vescovile e Felice andò oltre, meditando sulla caducità delle cose umane.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (33), postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale, in gli “Studi in Italia”, Roma, 1882, an. V., vol. I, p. 376.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Tancredi, a p. 19, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Russo Francesco, ‘Storia della Diocesi di Cassano’, vol. III, Laurenziana, Napoli, 1968, pp. 17-19.”. Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda…… Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (…).

VIBONEM AD SICCAM

Nel 568 d.C. (VI secolo d.C.), la “Vibonem” in Lucania donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino

Fernando La Greca (….), nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’ parlando delle “carte del Cilento” (quelle parigine) e del toponimo di “Bibo ad Sicam odie ruin (ato)”, nella sua nota (41) postillava pure che: ” (41)…..‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’).”. Dunque, il La Greca scrive che nell’opera ‘Epitome chronicorum Casinensium’ a p. 353 viene citata “Vibonam”. La citazione del La Greca è tratta dall’Antonini (….) che nella sua “Lucania”, a p. 428 dissertando sull’antica “Vibone ad Siccam” in proposito scriveva che: “Vorressimo pertanto, che siccome i Lucani non invidiando il lor Vibone à Bruzj, gliel lasciano, come fu illustre, nobile Municipio, e prima Colonia, così i Bruzj, contendandosi del lor ‘Vibo Valentia’, lasciassero à Lucani il ‘Vibone ad Siccam’; tanto più volentieri, quanto che sin nei secoli bassi c’è notizia esser Vibone stato dentro la Lucania: Nell”Epitoma della Cronaca Cassinese’ data in luce dal chiarissimo ‘Sig. Muratori, Rer. Ital. tomo 2, par. I, fol. 353 si legge tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: IN LUCANIA MARCELLIANAM, VIBONEM; nome che ancor ritiene in quello di Vibonati. Or questo Vibone, qualunque si fosse nei trasandati secoli, non sappiamo da chi fosse fondato. Ecc..“. A quale versione di quest’opera si riferivano l’Antonini ed il La Greca ?. L’’Epitome chronicorum Casinensium’ da Pietro Diacono fu fatta passare come opera di Anastasio Bibliotecario (L.A. Muratori, RIS, II, Mediolani 1723, coll. 351-370). L’opera, il codice Cassinense è invece ascritta da Erich Caspar (….) al monaco di Montecassino Pietro (Diacono) (Petrus Diaconus, 1909, pp. 111-121). Già agli anni del soggiorno ad Atina risale la sua prima produzione letteraria rappresentata dalla Passio beatissimi Marci et sociorum eius, corrispondente a quella attribuita ad Adenulfo vescovo di Capua (Bloch, 1998, pp. 139-155), che Erich Caspar (Petrus Diaconus, 1909, pp. 128 s., 134-138), sulla base del testo edito da Ferdinando Ughelli (Italia Sacra, VI, Venetiis 1720, pp. 408-417), dimostrò essere appunto opera di Pietro Diacono, al quale è da ascrivere pure, come seguito della prima, la Passio sanctorum martyrum Marci, Passicratis, Nicandri et Marciani (ibid., pp. 419-422; Bloch, 1998, pp. 189-214). Particolarmente assidua fu da parte di Pietro Diacono la frequentazione dei classici, se solo si pensi all’influsso determinante di Livio (Bloch, 1984, pp. 69-79) in un’opera come il Catalogus regum, consulum, dictatorum, tribunorum, patriciorum ac imperatorum gentis Troianae (cod. Casin. 257, pp. 1-21). Nel codice Casinense 361 Pietro ha inoltre lasciato la trascrizione dell’Epitoma rei militaris di Vegezio (libri I-IV), del De aquaeductu urbis Romae di Frontino, capostipite dell’intera tradizione di quest’opera, e di un frammento del De lingua latina di Varrone. ‘Epitome chronicorum Casinensium’, auctore, ut fertur, Anastasio Bibliothecario (…), nunc primum edita e MStis Codicibus, pp. 345-370. Anastasius Bibliothecarius, Charolus. Infatti, il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio, nella sua “Synopsis etc…” (Sinossi)(vedi versione a cura di Gian Galeazzo Visconti), citava Anastasio Bibliotecario (…) e a p. 10, in proposito nella sua nota (28) postillava che: “(28) ‘Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Historia haer., tomo 2, saec. 8, pag. 399 (Domenico Bernino, ‘Historia di tutte l’eresie’, Venezia 1711: ecc…”. Il breve chronicon medioevale oltre ad essere stato pubblicato dal Muratori (….) può essere letto anche nel testo di Bernino (….). Dunque, l’Antonini cita l’Epitoma della cronaca Cassinese che lui dice essere stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori (…), nel suo “Rerum Italicarum Scriptores” (tomo 2°, parte I, pag. 353). Nel testo della Chronaca Cassinese pubblicato dal Muratori troviamo scritto che: “tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: ….” che: “In Calabria, Grumentum, Summuranum, Nicoteram. In Lucania, Marcellianum, Vibone, & medietatem Laci Lucrini ecc..”. Dunque, nel passo della cronaca Cassinese si legge che fra le donazioni fatte dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia benedettina di Montecassino, il Lucania vi sono “Marcellianam” e “Vibonam”. Dunque secondo questo passo della cronaca Cassinese, “Vibonam” era il Lucania e fu donata dall’Imperatore Giustino II° all’Abbazia di Montecassino. Questa notizia è interessante perchè ci conferma che nel XII secolo, al tempo in cui scriveva Pietro Diacono, monaco benedettino di Montecassino, la città di “Vibone” esisteva in Lucania, ovvero nella nostra zona e non solo ci conferma che essa esistesse al tempo dell’Imperatore Giustino II. Dalla Treccani leggiamo che Giustino II imperatore d’Oriente. – Nipote (m. 578) di Giustiniano, cui successe nel 565. Rimase del tutto inerte di fronte all’invasione dell’Italia da parte dei Longobardi (568); fu vinto anche dagli Avari e dai Persiani sino a quando gli insuccessi ripetuti gli fecero perdere la ragione. Così nel 574 il governo fu affidato a Tiberio, capo della guardia palatina, da Giustino adottato come figlio e nominato Cesare: e a Tiberio passò il potere imperiale pochi giorni prima della morte di Giustino. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dunque, esisteva in Lucania una città chiamata “Vibonem” che l’Antonini chiama “Vibonem ad Siccam” dalle note epistole di Cicerone ad Attico. E’ la storia delle nostre terre ad essere stata poco indagata per il periodo della caduta dell’Impero Romano e la dominazione Bizantina fino all’epoca Longobarda. Giustino II (520 – 5 ottobre 578) è stato un imperatore bizantino dal 565 al 578. Fu nipote e successore di Giustiniano I. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia, ne parla Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. La notizia di una donazione all’epoca Bizantina al Monastero potrebbe avere un fondamento. Fondata nel 529 da San Benedetto da Norcia sul luogo di un’antica torre e di un tempio dedicato ad Apollo, situato a 516 metri sul livello del mare, ha subito nel corso della sua storia un’alterna vicenda di distruzioni, saccheggi, terremoti e successive ricostruzioni.Sulle sue origini ne ha parlato papa S. Gregorio Magno. Attorno al 580, durante l’invasione dei Longobardi, il monastero venne distrutto per la prima volta dai longobardi di Zetone e la comunità dei monaci, con le spoglie del santo fondatore, dovette riparare a Roma, trovando ospitalità presso il Palazzo del Laterano. Ricostruita intorno al 718 sotto l’impulso di Petronace di Montecassino. Ne ha parlato il monaco Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. Dal Chronicon cassinese di Leone Marsicano sappiamo che l’abate Desiderio impiegò sforzi e capitali notevoli per la ricostruzione della chiesa abbaziale, compiuta nei soli cinque anni dal 1066 al 1071, utilizzando materiali lapidei provenienti da Roma e facendo venire da Costantinopoli anche mosaicisti e artefici vari. La maggior parte delle decorazioni – della chiesa e dei nuovi ambienti del monastero successivamente riedificati – erano costituite da pitture, in maggior parte perdute e delle quali conosciamo soltanto alcuni soggetti, come le Storie dell’Antico e Nuovo Testamento nell’atrio, di cui si conservano interamente i tituli scritti dall’arcivescovo di Salerno Alfano.

L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, da p. 419 e s., dedica molte pagine a Vibonati ed al suo toponimo e, disserta sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva e confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco (…) e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di Vibone’, dà torto a Barrio (…) e cita anche Pomponio Mela. L’Antonini, però, non fa alcuno accenno alle notizie storiche che abbiamo riferito e, riguardo all’origine greca ci parla solo di Trecchina. Oltre a Plutarco, di Vibone parlò anche Tito Livio e poi ancora Cicerone che, scappando dall’Imperatore Ottaviano e scrivendo al suo amico Attico, riferiva che da Velia in barca raggiunse ‘Vibone ad Sicam’. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, alla pagina 424, disserta sul toponimo di  ‘Vibone‘, credendo che si riferiva a Sapri, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, quando scriveva e citava nelle sue Epistole il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘ e, dedica molte pagine a Vibonati, dissertando sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva essere la Vibo Valenzia in Calabria e, confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di ‘Vibone’, dava torto a Barrio e cita anche Pomponio Mela (…), Tito Livio (…) e Plinio (…). L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, da p. 419 e s., dedica molte pagine a Vibonati ed al suo toponimo e, disserta sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva e confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco (…) e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di Vibone’, dà torto a Barrio (…) e cita anche Pomponio Mela. Nel 1975, lo studioso  Giulio Schmiedt (…), pubblicò un interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (…), (Fig…), lo Schmiedt (…), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato ‘Vibo ad Sicam’ che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino”. Ma, dal punto di vista strettamente bibliografico e, storiografico, il primo a riferire del toponimo “Bibo ad Sicam”, è stato il Barone di S. Biase (natio di Cuccaro Vetere), Giuseppe Antonini, nella sua ‘Lucania’ (2). Nel 1745 e in seguito, nel 1795, il nipote Matteo Egizio, pubblicò la “Lucania – I Discorsi”, Giuseppe Antonini che, ci parla per la prima volta di un Bibo ad Sicam o ‘Siccam’ (…), citata da Cicerone (…). Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per latro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”.

Nel 592 d.C. (VI sec. d.C.), RUFINO e VENANZIO, vescovi dell’antica diocesi di VIBONE (per Barrio, Laudisio, Lanzoni, ecc..)

Andrebbero ulteriormente indagate le notizie sulle origini e la localizzazione di un vescovado a Vibona o Vibone o ‘Hipponion’ (?). La notizia, tratta dall’epistola di papa Gregorio magno (papa Gregorio I°), secondo cui nel 592 d.C. papa Gregorio Magno scrive (Epistola n. 49 ed epistola n. 18), scrisse a due Vescovi di Vibone o Vibona (“Vibonem”): RUFINO e VENANZIO. Gli studiosi del passato si sono arrovellati intorno a questo antico toponimo ed hanno cercato di avanzare delle ipotesi plausibili intorno alla localizzazione dell’antica sede vescovile ma anco prima al sito dell’antica colonia o città di origine greca. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, pubblicato nel 1831 e in seguito nel 1976 ristampato da Gian Galeazzo Visconti (…), citava un’altra notizia che suffragava l’ipotesi di una sede Episcopale a Vibone e, scriveva che:  “…antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, ecc…” e, nella sua nota (49), il Laudisio (…), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Il Laudisio (…), citava due lettere (epistole) di Papa Gregorio Magno. Si tratta di due lettere che papa Gregorio Magno, scrisse ad alcuni Vescovi della Lucania. Ritornando al Tancredi (…), egli, a p. 74, nelle sue note, citava il sacerdote Rocco Gaetani, che pure, sulla scorta del Laudisio (…), parlava e citava queste due lettere di papa Gregorio Magno. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Dunque, il Tancredi, riguardo la notizia di un vescovado a Vibona, postillava nella sua nota (7), del Gagliardo (…) e, del Laudisio (…), a p. 20. Dunque, cerchiamo di analizzare ciò che scriveva il Laudisio (…), tradotto in seguito dal Visconti (…). Sulla notizia della sede vescovile di Vibona, il Laudisio a p. 73 (p. 17, versione latino della versione curata dal Visconti): “…a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città ecc..”. Il Visconti (…), nella traduzione alla ‘Synopsi’ del Laudisio (….), nella sua nota (49), fa riferimento alle epistole (lettere) di papa S. Gregorio Magno: Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′. Il Laudisio (…), riportando la notizia “…sorte sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati.”, il Laudisio (…), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”, egli citava due epistole (lettere) di Papa Gregorio Magno (papa Gregorio I) e, aggiungeva: “l’antica Vibona (Vibonam)….che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati.”. Dunque, il Laudisio (…), crede ed avanza l’ipotesi che l’antica sede Vescovile di Vibonem sia da porsi a Vibonati piccolo borgo medievale non lontano da Policastro. L’ipotesi del Laudisio è fatta sulla base etimologica del toponimo di Vibonati. Dal punto di vista storiografico però la notizia non viene dal Laudisio (…), ma proviene dal Barrio (…) nel suo “De Antiquitate et Situ Calabriae etc..”. Rileggendo il testo di Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73, apprendiamo che: “…l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità  fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti (…), a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, nella sua nota (48), postillava che: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, nella nota (49), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.. A proposito di questa notizia, ne parla anche il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…), affermava: ”Da qui l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi in grazia dell’etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco esse si ebbero alcune di queste ancorate famiglie.” . Il Porfirio (…), nella sua nota (2), trae la notizia dall’epistola di Papa S. Gregorio Magno: “Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18”. Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che:

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Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (2), si riferiva alle origini di alcuni nostri centri, come ad esempio Vibonati (li Bonati): “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, ……altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio Magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Il Porfirio si riferiva alle epistole papali ed è la stessa identica nota riportata dal Laudisio (…). La notizia citata dal Laudisio (…) e dal Volpe (…), è tratta dal Binio (…) e dal Gatta (…). Secondo il Laudisio (…), l’epistola (lettera) è la Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′ (…), dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi dell’antica sede vescovile di ‘Vibona’. Sulle epistole (lettere) di papa Gregorio Magno, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona. Secondo il Laudisio (…), l’epistola (lettera) è la Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi a Venanzio, vescovi dell’antica sede vescovile di ‘Vibona’La nota (f), del Laudisio (…), a cui si riferiva il Tancredi (…), è la nota (48), della versione della ‘Synopsi’ del Laudisio, curata dal Visconti, e stà in detta versione a p. 73, che corrisponde alla p. 17 della verione scritta in latino.Per le due Epistole di papa S. Gregorio Magno I° si veda pure Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Il Laudisio (…) e il Porfirio citavano le due Epistole di Gregorio I°: Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′. Il testo di Binius Severino (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia etc…’, pubblicato a Colonia nell’anno 1606 (I° edizione)(forse si tratta del  tomo II, cap. III, p. 736). Il Laudisio (…), nella sua nota (49) postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Dunque si tratta delle due Epistole di papa S. Gregorio Magno I°: l’epistola n° 49 nel Libro VIII e, l’epistola n° 18. Per queste due epistole (lettere papali) di papa S. Gregorio Magno I° si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Binius Severino (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia’, Colonia, 1606. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.. Dunque, si tratta dell’epistola n° 49 nel Libro III (come scrive il Porfirio) o il Libro VIII come scrive il Laudisio ?. A questa vi è pure l’epistola n° 18 nel Libro XI.

Nel 599 (VI sec. d.C.), Venerio di Vibo

Riguardo Vibona, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 75, riferisce  che: “Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato, tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) …………………”. Il Campagna (…), nella sua nota (75), postillava che: “(75) Reg. Epist., IX, 127.”.

Nel 5 luglio ‘595-‘601 d.C. (VII sec. d.C.), BLANDA IULIA ed il suo vescovo ROMANO presente al Concilio Romano

Il sacerdote Nicola Curzio (…) che, nel 1934, nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, a p…., in proposito a Blanda scriveva che: “Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: ……Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Ecc…”Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 19 scriveva che: “4) ROMANO (592-640 ) ?. – Nel Concilio Romano del 5 luglio 595 sottoscrive ‘Romanus episcopus civitatis Blentanae (6). L’edizione maurina del ‘Registrum’ di S. Gregorio Magno, al posto di ‘Blentanae’, porta ‘Bleranae’, cioè di Blera-Bieda in Provincia di Viterbo. La variante è stata accertata dall’Ughelli-Coleti. Tuttavia questa sembra piuttosto arbitraria, perchè nel Sinodo Romano del 601, ritorna lo stesso Romano, come “Episcopus ecclesiae Blantanae” (7). Non sappiamo quanto tempo Romano abbia governato; ma non ci sarebbe da meravigliarsi chesia pervenuto fino a verso il 640, probabile anno del suo successore.”. Il Russo a p. 19 nella sua nota (6) postillava che: “(6) Labbe, VI, 917; Ughelli-Coleti, X, 30.”. Il Russo a p. 19 nella sua nota (7) postillava che: “(7) Labbe, VI, 1343.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Blanda Iulia, in proposito così scriveva: “Con l’avvento del Cristianesimo, divenne sede vescovile. Difatti, viene ricordata in una lettera di Gregorio Magno, luglio 592, diretta a Felice, vescovo di Agropoli, affinchè visiti le diocesi, temporaneamente vacanti, di Velia, di Bussento e di Blanda, in F. Russo, Regesto, etc., cit. I, pag. 37.”. Il Campagna (…), continua il suo racconto su Blanda e, scrive che:  “Tre anni dopo però, nel 595, viene ricordato Romano, nel 649 Pasquale, e nel 743 Gaudioso, vescovi blondani (Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Campagna (…) citava Francesco Russo (…), ovvero il suo…………..Ma, le notizie intorno all’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Blanda Iulia’, sono state citate dal sacerdote Francesco Lanzoni. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, sempre a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. Il Lanzoni (…) – come pure l’Ebner (…) – come scrive Orazio Campagna (…) a p. 257, nella nota (64) scriveva che: : “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Infatti, il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. L’opera citata è ‘Regesta Pontificum Romanorum’ che è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198. Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé. L’opera riveduta e corretta a cui si riferiva l’Ebner (…) e il Lanzoni è Jaffé-Loewenfeld (…), ‘Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888. Il Lanzoni, nelle sue note si riferisce all’anno 1195 della citata opera. Il Jaffé-Loewenfeld (…), si occupa dei documenti n. 1195 da pp. 610 e s.  Riguardo la notizia di un Vescovo Rustico (“Rusticus”) a Buxentum, Mons. Francesco Lanzoni (…), a p. 323 in proposito scriveva che: “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Dunque, i Lanzoni scriveva che a ‘Buxentum’ credeva fosse “Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?”. Poi aggiungeva che a ‘Buxentum’ (Bussento) il primo vescovo fosse: 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Il Lanzoni scriveva che da un documento n. 1195 in Jafé-Loewenfeld (…), troviamo nell’anno 592 la Chiesa vacante ovvero nessun Vescovo. Del VII secolo, il Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (…), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Scrive sempre il Duchesne (…) che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi…..; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601;….”Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due sinodi svolti nel 595 e 601 (24).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (24) postillava che: “(24) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343”.

Nel 640-649 (?) (VII sec. d.C.), la bizantina Policastro e la sua probabile prima distruzione da parte dei Longobardi

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: “Una prima distruzione da parte dei Longobardi (60), dovrebbe essere avvenuta soltando dopo tale ultima data (640), e comunque tra la fine del VII e la prima metà dell’VIII sec. Ecc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (60) postillavano che:  “(60) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”, che vedremo. Da una qualche parte avevo erroneamente scritto che il Duchesne (si veda Barni a pp. 383-384) in proposito alla Regione III scriveva che: “Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (….).”, ma forse non si tratta di Duchesne ma si tratta di Natella e Peduto. In seguito vedremo ciò che scrisse Mons. Duchesne (….), trascritto nel testo di Gianluigi Barni. Sull’affermazione che: “…ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII, ecc..”, che leggo da qualche parte dei miei scritti aver copiato dal Duchesne, ma ciò non è così, è interessante la notizia secondo cui Policastro o l’antica Buxentum avesse subito una prima distruzione nell’anno 640, forse ad opera dei primi Longobardi che cercarono di impossessarsi di un territorio ancora controllato dai Bizantini. E’ interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 330, dove, parlando di Buxentum e della lettera di papa Gregorio Magno che invitava il Vescovo Felice di Paestum a recarsi presso le sedi vacanti di vescovi a Velia, a Buxentum e a Blanda, in proposito scriveva che: …..che, dopo l’ultimo vescovo Sabbazio (a. 640) continuò ad essere mantenuta salvo un brevissimo periodo nell’XI secolo (14), dai vescovi pestani fino ai primi del XII secolo (15).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. il mio ‘Pietro da Salerno’”. Dunque, in questo passaggio, l’Ebner ricorda che dopo la lettera di papa Gregorio Magno, Policastro avrebbe avuto un ultimo vescovo nell’anno 640: il vescovo Sabbazio. E’ forse da questo fatto che i due studiosi Natella e Peduto ci dicono che: “Una prima distruzione da parte dei Longobardi (60), dovrebbe essere avvenuta soltando dopo tale ultima data (640), e comunque tra la fine del VII e la prima metà dell’VIII sec. Ecc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (60) postillavano che:  “(60) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”, ma come vedremo Giuseppe Volpe, riferendosi al manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (….), no dice nulla dell’eventuale distruzione di Policastro nell’anno 640. Insomma, si fa ritenere che una probabile prima distruzione di Policastro sia avvenuta nell’anno 640 in quanto l’ultimo Vescovo di Policastro di cui siamo a conoscenza (prima della restaurazione della rinata Diocesi), sia Sabbazio. Nel 1898, monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974), a p. 384, in proposito scriveva che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno“. Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “……nel 649 al concilio romano,……..A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Dunque, secondo il Duchesne, il Vescovo di ‘Buxentum’, “Sabbazio”, partecipò e figura al Concilio dei Vescovi Romani del 649. La figura di Sabbazio l’analizzeremo in seguito. Il Duchesne (….), scrive pure che “nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Dunque, secondo il Duchesne, dopo il 679, ed in particolare dopo l’anno 649, con Sabbazio non si sa più nulla di Policastro, forse ancora chiamata Buxentum. Il Mannelli, continuando il suo racconto sui Saraceni d’Africa, a pp. 22-23, in proposito scriveva che (vedi Gaetani): “Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia ch’havevano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono ed abbatterono quasi tutte le maritime di questo e dell’altro lido del mare Ionio, e particolarmente questa di Buxento, restando nelle sue rovine anche sepolto il nome. Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Sarraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo dè Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere particolarmente avendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute 1079 ecc…“. Dunque, il Mannelli nel suo manoscritto inedito arriva all’anno 1079 quando dice che Policastro, col suo nuovo nome e già in mano ai Normanni fu elevata a Diocesi per la seconda volta. Dunque, è proprio questo il passaggio a cui si riferiva il Volpe (…). Il Mannelli attribuisce ai Vandali d’Africa, “anzi della vicina Sicilia che avevano occupata”, le frequenti incursioni sulle nostre coste del Tirreno e del mare Ionio, e dice pure “e, particolarmente la città marittima di Buxento”. Forse si riferiva ai Vandali d’Africa di Genserico ma se così fosse non si tratta dell’anno 640, ma ciò accadde al tempo di Genserico ovvero verso il VI secolo. Tuttavia il Mannelli scrive:  “Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi;”. Dunque, il Mannelli scrive che Buxentum (ancora non era Policastro) fu di sicuro distrutta dai Saraceni d’Africa ma non sa dire quando questo avvenne. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, proseguendo il suo racconto sui Bizantini e Longobardi, a p. 39 scriveva che: “I rappresentanti dell’Imperatore d’Oriente rimasero ancora per anni nel Golfo di Policastro anche dopo la venuta di Arechi (640) che tolse loro i territori da Agropoli in su. Mentre Salerno risorgeva per opera di Arechi II che la fortificava e l’abbelliva il territorio del Golfo veniva ancora tormentato, questa volta, dalle reiterate incursioni dei Saraceni.”.

Nel 641 d.C. (VII sec. d.C.), l’Imperatore Eraclio divise l’Impero bizantino in ‘themata’

Nel 641, la perdita delle province meridionali in favore degli Arabi, rese più forte l’ortodossia nelle province rimanenti. Eraclio divise l’impero in un sistema di province militari chiamate themata per fronteggiare gli assalti permanenti, con la vita urbana che declinava al di fuori della capitale, mentre Costantinopoli continuava a crescere consolidando la sua posizione di città più grande (e civilizzata) del mondo. I tentativi arabi di conquistare Costantinopoli fallirono di fronte alla superiorità della marina bizantina e al suo monopolio di una tuttora misteriosa arma incendiaria, il fuoco greco. Dopo aver respinto gli iniziali assalti arabi, l’Impero iniziò un progressivo e parziale recupero delle sue posizioni. Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della provincia della Lucania”, del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Egli a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“.

NEL 649, PAPA MARTINO I ED IL CONCILIO LATERANENSE

Nel 649 d.C. (VII sec. d.C.), papa Martino I ed il Concilio (Sinodo) Lateranense

Giacomo Racioppi (…) nel vol. II del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: Infine i vescovi di Blanda, di Velia e di Pesto intervengono al Concilio lateranese del 648 contro i Monoteliti (1). Da questi sparsi dati di fatto si può trarre argomento che nel primo e più buio periodo della storia ecclesiastica della regione, tutte le antiche città lucane di qualche importanza, con ambito intorno di vici o villaggi dipendenti, ebbero a capo della propria chiesa un vescovo, ma con giurisdizione più estesa della propria città e contado.”. Il Racioppi a p. 213 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Epist. 29, lib. II, di papa Gregorio del 599, che dice: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine, ecc..’ – Le lettere di papa Pelagio (il primo di tal nome pontificò dal 555 al 560, il secondo dal 578 al 590) sono nel ‘Decret. Gratiani’, parte I, distin. 76, can. 12; e distin. 63, can. 14 – Le lettere di papa Gelasio, ‘Ibid., parte II, ‘Causa’ XII, questio I, e causa XIII.”. Il Racioppi a p. 214, nella sua nota (1) postillava che: “‘Pascalis Blandanus, Sabatus Buxentinus, Johannes Paestanus….Nel Mansi, ‘Ampla Collect.”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., parlando della sede di Velia in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che,………Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore. Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Papa Martino I, nell’anno 649, senza aspettare il benestare dell’autorità Imperiale Bizantina di Costante II, fu consacrato papa, un paio di mesi dopo la morte del suo predecessore, papa Teodoro I, che lo aveva tenuto in grande considerazione.  Uno dei primissimi atti ufficiali di Martino fu la convocazione, tra il 5 e il 31 ottobre dopo la sua elezione, di un sinodo (il primo concilio Lateranense, il primo anche ad essere stato indetto senza l’autorizzazione dell’imperatore), per contrastare l’eresia monotelita. I 150 vescovi convenuti condannarono sia l’Ekthesis, il documento promulgato nel 638 dall’imperatore Eraclio I con il quale si approvava il monotelismo e, per mettere a tacere le tante posizioni pro o contro, si proibivano ulteriori discussioni sull’argomento, sia il Typos, un altro editto emanato dallo stesso Costante II. Quest’ultimo proibiva in tutto l’impero (e quindi anche a Roma) la discussione su questioni riguardanti l’interpretazione di definizioni controverse, pena gravissime sanzioni. Il Typos si configurava di fatto come una proibizione, rivolta soprattutto al papa, di intervenire su opinioni teologiche diverse da quelle della Chiesa di Roma. La condanna dei due documenti aveva, implicitamente, anche il valore di una condanna rivolta allo stesso imperatore. In seguito, Martino I, dopo aver sofferto una prigionia devastante e il dileggio pubblico fino al marzo del 655, venne infine esiliato a Cherson in Crimea, dove morì il 16 settembre dello stesso anno. Il concilio, causato dal conflitto che opponeva Costante II alla Chiesa di Roma in merito all’eresia monotelita, si riunì nella chiesa del Laterano e vi presero parte 105 vescovi (principalmente provenienti da Italia, Sicilia e Sardegna, più alcuni dall’Africa e da altre aree), si svolse in cinque sessioni, dette secretarii, dal 5 ottobre al 31 ottobre 649. Il sinodo produsse venti canoni di condanna dell’eresia monotelita, dei suoi autori, e degli scritti che questa aveva promulgato. Nella condanna erano incluse non solo le Ectesi, ovvero le esposizioni di fede del patriarca Sergio I, delle quali si era fatto sostenitore l’imperatore Eraclio, ma anche il Tipo del patriarca Paolo II (641-653) – successore di Pirro I (638-641), successore di Sergio – che godeva del supporto dell’imperatore regnante; inoltre «sancì l’esistenza in Cristo di due volontà e di due capacità operative». Anche se il concilio si opponeva agli atti imperiali si ebbe «cura di usare espressioni del più grande rispetto verso le persone degli imperatori e di contenere il dissenso nell’ambito più spiccatamente religioso». Al concilio Lateranense del 649 d.C., fra i 150 vescovi intervenuti, figurano anche alcuni vescovi delle nostre diocesi. Al concilio furono presenti, oltre al papa, 105 vescovi. Il seguente elenco è quello che appare nella prima sessione conciliare, secondo l’edizione critica edita da Rudolf Riedinger nel 1984 (si veda: ‘Concilium Lateranense a. 649 celebratum’, pp. 3-7). Risultano presenti i vescovi: 38 – Luminoso di Salerno; 39 – Sabbazio di Bussento; 52 – Pasquale di Blanda; 23 – Romano di Cirella. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Per l’anno 649 d.C., il Lanzoni (…) non cita nessun Vescovo ma, nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323, parlando del vescovo Felice (“Felix”) di Agropoli e, riferendosi all’anno 649, in proposito scriveva che: Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della diocesi e da questa seconda residenza presero il nome.”. Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie ecc….Nel 649 continuava ad essere sede vescovile, come dimostra un documento dell’epoca. In quell’anno, infatti, si svolse il Sinodo romano indetto da papa Martino, in cui si ripudiò l”Ecclesia’ di Eraclio e il ‘Typos’ di Costante II. Al Sinodo partecipò il Vescovo Pasquale, che si sottoscrisse ‘Pascalis Episcopus Sanctae Ecclesiae Blandanae’ (25).”Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (25) postillava che: “(25) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia’, 79, 381”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Alle anzidette tradizioni vanno aggiunti altri indizi che confermano l’esistenza di nuclei cristiani in Lucania (Lucania Augustea). Del rescritto di Costantino del 21 ottobre 219 al ‘corrector Lucania et Bruttiorum’ (77) si rileva l’esistenza di chiese organizzate nella regione da collegare con quanto si afferma negli ‘Acta Sanctorum’ (78) sul siciliano Vito, detto però “Vitus lucanus”, ecc…”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (77), postillava che: “(77) Lanzoni, op. cit., p. 319. Va ricordato che con la dominazione normanna l’antica Lucania scomparve definitivamente.”. Riguardo alla nota (77) di Ebner in cui citava il Lanzoni (…): “(77) Lanzoni, op. cit., p. 319″, devo citare anche lo studioso Orazio Campagna (…) che a p. 257, nella nota (64), lo citava ed in proposito scriveva che: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Il testo del Lanzoni (…) è ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604)’. Forse è a questa citazione che, nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, si riferiva affermando che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. La notizia è interessantissima perchè ci fa ritornare agli albori della storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla a riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. Biagio Tarantini (…), di Maratea, nel suo ‘Blanda e Maratea – saggio di monografia storica’, a p. 26, citava il Fimiani (…) e, scriveva che: “poichè il Fimiani dice: “Episcopales Lucaniae urbes sunt Potentia Buxentum, Paestum, Agropolis, Blanda, Velia etc (11). S. Gregorio istesso più volte parla del vescovado di Blanda nell’epistola 29 lib. 2 che leggesi negli atti del concilio Lateranense, tenuto sotto il Papa Martino nell’anno 1549, nel quale intervenne Pasquale vescovo di Blanda. E Fimiani, nel capo III dice di Paschalis Blandanus epscopus intervenne al concilio Lateranense.”. Il Tarantini (…), a p. 26, nella sua nota (11), postillava che:  “(11) Fimiani, De Ortu et Progressus metropoleon Ecclesiasticorum, Napoli.”.

Fimiani, pp. xl-xli

Dobbiamo precisare che in Tarantini (…), è scritto che il Concilio Lateranense sotto Papa Martino I°, fu nell’anno 1549, è un evidente errore, in quanto esso è avvenuto nell’anno 649. La notizia ci viene confermata poi in seguito dal Duchesne (…) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (11) e, aggiunge: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (14). Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria).”. Il Duchesne, scriveva pure che: “Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (14) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (14).”. Non riesco a capire a quale autore si riferisca la nota (14). Ancora il Duchesne scriveva pure che: “Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blando. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte…..di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’ eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (14).”. Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, parlando delle orde barbariche del Longobardo Zotone, scriveva che: Ciò spiega il lungo silenzio ( circa un secolo per lo Hirsch) che per molti anni avolse vescovi e vescovadi locali (107).”. Ebner (…), a p. 25, nella sua nota (107), scriveva che lo Hirsch (…), affermava di non aver rinvenuto altre notizie sul Mezzogiorno dal 601 al 604 (morte di Gregorio Magno) e che solo nell’anno 625 è notizia della presa di Salerno per accordi con il vescovo Grazioso. Dunque, sappiamo da Hirsch (…) che, si hanno notizie delle nostre terre solo dopo la presa Longobarda di Salerno, nel 625.

Nel ‘649 (VII sec. d.C.), per Lanzoni l’ubicazione di “BLANDA JULIA”, nel Porto di Sapri, che aveva una comunità cristiana

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dal sacerdote Luigi Tancredi (2) che, nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (….), riguardo questa notizia che ci riporta di secoli indietro nella ricostruzione storiografica di Sapri, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Certamente, la notizia che nell’anno 649, esistesse a Sapri una ‘comunità cristiana’, fa ritornare di molti secoli prima la datazione di un centro abitato saprese. Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Vorrei invece approfondire la notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando delle antiche Diocesi crisiane, oltre a citare quella di “Buxentum”, cita quella di “Blanda Julia (Porto di Sapri)”. La notizia citata dal Tancredi (….) è tratta dal Lanzoni (…..). Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Vorrei invece approfondire la notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Le notizie intorno all’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Blanda Iulia’, sono state citate dal sacerdote Francesco Lanzoni. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, sempre a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. Il Lanzoni (…) – come pure l’Ebner (…) – come scrive Orazio Campagna (…) a p. 257, nella nota (64) scriveva che: : “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Orazio Campagna (…) che a p. 257, nella nota (64), lo citava ed in proposito scriveva che: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”Riguardo Sapri, il Lanzoni, a p. 323, in proposito scrive che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195).; 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanne” : 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse Bleranae (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”. Infatti, il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. L’opera citata è ‘Regesta Pontificum Romanorum’ che è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198. Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé. L’opera riveduta e corretta a cui si riferiva l’Ebner (…) e il Lanzoni è Jaffé-Loewenfeld (…), ‘Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888. Il Lanzoni, nelle sue note si riferisce all’anno 1195 della citata opera. Il Jaffé-Loewenfeld (…), si occupa dei documenti n. 1195 da pp. 610 e s.  Riguardo la notizia di un Vescovo Rustico (“Rusticus”) a Buxentum, Mons. Francesco Lanzoni (…), a p. 323 in proposito scriveva che: “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Dunque, i Lanzoni scriveva che a ‘Buxentum’ credeva fosse “Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?”. Poi aggiungeva che a ‘Buxentum’ (Bussento) il primo vescovo fosse: 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Il Lanzoni scriveva che da un documento n. 1195 in Jafé-Loewenfeld (…), troviamo nell’anno 592 la Chiesa vacante ovvero nessun Vescovo. Del VII secolo, il Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (…), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Scrive sempre il Duchesne (…) che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi…..; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601;….”Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due sinodi svolti nel 595 e 601 (24).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (24) postillava che: “(24) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343”. Come abbiamo visto nella pagina 323, il Lanzoni (…), a p. 323, sebbene scrivesse “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): ecc..ecc.., non riporta vescovi nell’anno 640 o 649. Il Lanzoni, scrive di Blanda Iulia, e di un suo vescovo chiamato Romano, presente il 5 luglio al sinono romano dell’anno 595, ma non dice nulla del sinodo romano dell’anno 640 o 649 a cui invece partecipò un altro vescovo di Blanda Iulia. Nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (2), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, affermava che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. La notizia è interessantissima perchè ci fa ritornare agli albori della storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla a riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. La notizia di un vescovo di Blanda Julia, che nell’anno 640-649, partecipò al sinodo romano, è del sacerdote Nicola Curzio (…), che nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, pubblicato nel 1910, in proposito scriveva che: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Dunque, riepilogando, secondo il Curzio (…), nell’anno 640-649 (secolo VII d.C., epoca Longobarda), a Blanda Iulia, forse il “Portus” di Sapri, come credeva il Lanzoni (…), vi erano due vescovi: il primo chiamato “Pasquale”, presente al Sinodo romano di papa Martino, e nell’anno 743, l’altro vescovo chiamato “Gaudioso” presente al Sinodo romano di papa “Zaccaria”. Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (15) che, sulla scorta del Duchesne (14), in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). La notizia, era stata confermata dal Duchesne (14) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (11). Il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda…… Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (…). Dunque, alla citazione che faceva il Curzio (…), che nell’anno 640-649, vi fosse un vescovo di Blanda Iulia al Sinodo romano, il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Riguardo la citazione del Mansi (…), si tratta di Giovanni Domenico Mansi, Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, vol. X, Florentiae 1764, coll. 863-1188. Del VII secolo, il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (11), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Scrive sempre il Duchesne (14) che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Dal punto di vista storiografico, ci chiediamo quale fosse l’origine dell’interessantissima notizia riferitaci dal Tancredi (2), secondo cui: “Sapri, aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (2), riguardo questa notizia, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Da quale autore il Tancredi traeva l’interessantissima notizia ?. Domenico Romanelli (….) ed l’abbate Troyli (….) parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649. (….). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa me-moria il Laudisio (6) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: ” …e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino ( che si svolse nell’anno 649). Riguardo questa notizia, il Laudisio la trae da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736”. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo (di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò G.G. Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio – 18) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice ‘S. Martino’, vi partecipò il suo vescovo Sabbazio, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Notizia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600. Da Wikipedia, riguardo Blanda, sede vescovile leggiamo che:  La diocesi è ancora attestata nel 649, quando il vescovo Pasquale prese parte al sinodo indetto in quell’anno da papa Martino I. Un altro sinodo indetto da papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da Gaudeosus Blandas, chiamato anche Gaudioso Blaudero; la «presenza di questo vescovo testimonierebbe il passaggio della Calabria settentrionale al dominio longobardo, poiché in quel periodo ai vescovi bizantini del resto della regione era impedita la partecipazione ai consessi indetti dai pontefici». Sono stati sollevati dubbi sull’appartenenza di tutti questi vescovi a Blanda. Ferdinando Ughelli, per esempio, e gli autori che ne dipendono (Gams e Cappelletti) attribuiscono i vescovi Romano e Gaudioso alla diocesi di Blera nella Tuscia. Alcuni storici poi ipotizzano che, distrutta Blanda, i vescovi si siano trasferiti a Cirella, il cui vescovo Romano avrebbe preso parte al sinodo romano del 649.  Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. Ecc…”. Il Cantalupo (…),  p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Dunque, il Cantalupo, ci dice che risultano al Concilio Romano dell’anno 649, troviamo Pasquale Vescovo di Blanda e Sabazio vescovo di Bussento, insieme al Vescovo Pestano Giovanni. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. La notizia, era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Sempre il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”.  Un altro erudito, Nicola Curzio (….), parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (43), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (43). Il Curzio, dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “.

Nel 649 (VII sec. d.C.), il Concilio Lateranense sotto Papa Martino I, i vescovi PASQUALE, vescovo di Blanda e SABBAZIO, vescovo di Bussento

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…..Nelle altre due diocesi menzionate nella lettera al vescovo Felice, i Longobardi non si trattennero se i due vescovi, con quello di Paestum ma non di Agropoli, parteciparono al Concilio romano del 649 (Martino I).. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). Il Concilio Lateranense di Papa Martino I, riguardo le notizie sulla nostra zona fu citato anche da Mons. Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, dove, l’alto prelato, già Vescovo della Diocesi di Policastro, a p. 68 (si veda il testo a cura di G. G. Visconti), scriveva che: “Perciò nel Concilio di Nicea del 325, che stabilì con le disposizioni canoniche XV, XVI e XVII i confini di ciascuna diocesi, partecipò assieme ad altri 318 vescovi anche Marco, vescovo di Calabria – allora la Lucania e la Calabria costituivano una provincia sola – Così pure Rustico, vescovo di Bussento, partecipò al III Concilio Romano indetto nel 502 dal pontefice S. Simmaco; e successivamente Sabbazio, vescovo di Bussento, partecipò al Concilio Lateranense dei centoquattro vescovi, che al tempo del pontefice S. Martino condannarono nel 649 i monoteliti *, come risulta dal Binnio (tomo IV, p. 736.).”. Dunque, il Laudisio (….) scriveva che, secondo il Binnio (….) il vescovo di Bussento, Sabbazio, nell’anno 649 partecipò insieme ad altri 104 vescovi al Concilio Lateranense indetto da Papa Martino I. Dunque, il Laudisio si riferiva al testo di Severino Binio (….), “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt”, vol. IV, p. 736, del 1606. Ma come vediamo in questa pagina è molto probabile che non sia corretta la postilla del Laudisio. Il concilio Lateranense fu tenuto dal 5 all’31 ottobre 649 nella Basilica lateranense sotto la presidenza di Papa Martino I. Il concilio, causato dal conflitto che opponeva Costante II alla Chiesa di Roma in merito all’eresia monotelita, si riunì nella chiesa del Laterano e vi presero parte 105 vescovi (principalmente provenienti da Italia, Sicilia e Sardegna, più alcuni dall’Africa e da altre aree), si svolse in cinque sessioni, dette secretarii, dal 5 ottobre al 31 ottobre 649. Il sinodo produsse venti canoni di condanna dell’eresia monotelita, dei suoi autori, e degli scritti che questa aveva promulgato. Nella condanna erano incluse non solo le Ectesi, ovvero le esposizioni di fede del patriarca Sergio I, delle quali si era fatto sostenitore l’imperatore Eraclio, ma anche il Tipo del patriarca Paolo II (641-653) – successore di Pirro I (638-641), successore di Sergio – che godeva del supporto dell’imperatore regnante; inoltre «sancì l’esistenza in Cristo di due volontà e di due capacità operative». Anche se il concilio si opponeva agli atti imperiali si ebbe «cura di usare espressioni del più grande rispetto verso le persone degli imperatori e di contenere il dissenso nell’ambito più spiccatamente religioso». Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò il Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio (18) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Mons. Curzio (….), dice in proposito di Blanda: Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Domenico Romanelli (….) ed il Troyli (….), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. La notizia, era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne Louis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Sempre il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. Ecc…”. Il Cantalupo (…),  p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, il Cantalupo, ci dice che risultano al Concilio Romano dell’anno 649, troviamo Pasquale Vescovo di Blanda e Sabazio vescovo di Bussento, insieme al Vescovo Pestano Giovanni. Domenico Romanelli (….) ed l’abbate Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa memoria il Laudisio (….) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: “…e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino ( che si svolse nell’anno 649). Il Laudisio, trae questa notizia da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736″. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che collaborò con il Visconti (….) alla stesura del testo del Laudisio (….) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino (….), “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc…”, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Giuseppe Volpe (….), citato dai due studiosi Natella e Peduto, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento’, del 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. Il Binnio a p. 148, del vol. II scrive del Quinto Concilio Romano. Il Volpe citava il testo di Severino Binnio, il vol. II, p. 148. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc…Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Dunque, anche il Gaetani scriveva che nel VII secolo, dopo il vescovo di Bussento, Sabbazio, non troviamo notizie della Diocesi per un certo periodo. Anche il sacerdote Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli anticihi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1). III. Sabbazio, che nel 649 trovavasi al concilio romano del papa Martino I contro i monoteliti. Nè di più se ne sa.”.

Nel 679 (VII sec. d.C.), la scomparsa delle prime Diocesi cristiane di Velia, Bussento e Blanda

Dopo la metà del VII secolo non si hanno più notizie della diocesi, che fu probabilmente soppressa al tempo delle guerre iconoclaste, che a partire dall’VIII secolo hanno sottratto parte dell’Italia meridionale alla giurisdizione ecclesiastica di Roma per unirla a quella del patriarcato di Costantinopoli. Questo determinò, almeno nel Cilento, la scomparsa delle antiche diocesi sostituite da eparchie monastiche, tra cui si ricordano quelle del Mercurion, del Latinianon e del Lagonegro. Due cenobi monastici, San Pietro e San Giovanni Battista, furono eretti a Policastro dal patriarca Polieucte di Costantinopoli e molti furono i monasteri greci che sorsero nella regione, tra cui quelli di San Giovanni a Piro e San Cono di Camerota. Scrive Gianluigi Barni (8), dopo aver parlato della Diocesi di Bussento al tempo del vescovo Felice di Agropoli (di Capaccio), in proposito che: “….ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (7). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (….). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 69, dopo aver detto delle conquiste del territorio salernitano da parte dei Longobardi Beneventani, in proposito scriveva che: “I Bizantini erano in gravissime difficoltà in Oriente (1) ed avevano praticamente abbandonata a se stessa l’Italia; forse fu allora la flotta di Napoli, presente nelle acque della Lucania ‘Occidentale’, a garantire strettamente la sopravvivenza di Agropoli, a non fu in grado di arginare la penetrazione beneventana del massiccio del Cilento. La regione, unitamente alla limitrofa Britia, costituivano gli ultimi baluardi greci frapposti tra i possedimenti longobardi della Campania e quelli di Calabria, sicchè vennero investiti negli anni tra il 671 ed il 677, al tempo del duca Romualdo, lo stesso che strappò ai Bizantini vasti territori della Puglia (2), dando al Ducato Beneventano quell’estensione che, con poche variazioni, avrebbe conservata anche in seguito. La precaria situazione delle due regioni è documentata dal fatto ce nel Concilio Romano del 679 furono assenti non solo il vescovo “pestano” di Agropoli, ma anche quelli di Blanda e di Bussento. La conquista ebbe un assetto definitivo solo nei primi tempi del ducato di Arechi II, ecc…”. La notizia era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni Gianluigi, op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, p. 384), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Sulla Diocesi di Bussento, il Laudisio scrive pure che in quel periodo in cui arrivarono i monaci italo-greci dall’Oriente, “la chiesa di Bussento, benchè ancora affidata alla reggenza del vescovo di Agropoli e con la diocesi quasi spopolata, rimase fedelmente soggetta alla Santa Sede Apostolica di Roma (28). Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; ecc…”Sempre il Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro” a p. 537, continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: In mezzo a tutte queste peripezie, Bussento, ora Policastro (4), che tutte aveva provate le sventure di questo avvicendamento di signoria, ebbe a sperimentarne delle nuove, ma di questa natura: il cielo, se pure è il cielo quello che manda la distruzione sulla terra, o non piùttosto il malvagio talento degli ambiziosi, vollero con nuovi guai travagliarla. Ecc... Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Pare incontestabile l’opinione di quelli che riportano a quest’epoca il mutameno del nome di ‘Bussento’ in quello di ‘Policastro’ quasi ‘Paleocastro’ che in greco non suona altro che vecchio castello, come ‘Neocastro’ significa nuovo.”. A quell’epoca, in un territorio ancora sotto le mire espansionistiche dei Greci-bizantini ed in piena guerra iconoclasta, ‘i frati basiliani’ che avevano contribuito a formare nelle nostre terre vere e proprie cittadelle ascetiche. Ferdinando Palazzo (….), nel suo “Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro”, a p….., sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (….), in proposito scriveva che: cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’ Imperatore Costantino Copronimo che succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove, essendo stati reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Ecc…”.

Nel 649 d.C. (VII sec. d.C.), SABBAZIO, Vescovo di Bussento, presente al Sinodo Lateranense di papa Martino I

Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 64, così scriveva di ‘Bussento’: “Fiorente era tuttavia ‘Bussento’ almeno sino alla metà del VI secolo, quando era decorata da sede vescovile (1); ma non ne rimane ricordanza più oltre del tempo del Pontefice S. Gregorio, quando la chiesa bussentina era priva del suo pastore (2); Ecc…”. Il Corcia (…) a p. 64, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nel III sinodo romano celebrato nel 501 da Simmaco soscrisse Rustico, vescovo di ‘Bussento’; e nel 649 nell’altro romano Concilio raccolto da Martino I intervenne Sabazio, vescovo della città istessa.”. Il Corcia (…) a p. 64, nella sua nota (2) postillava che: “(2) S. Gregorio, Epist. II, 29”.

Corcia, p. 64

(Figg….) Corcia Nicola (…), p. 64

Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (…) che, sulla scorta del Duchesne (…), in proposito riteneva Sabazio Vescovo di Bussento che intervenne al Concilio Latranense di papa Martino I° nel 649 e non come dice il Curzio (…) – come vedremo. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò il Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio (…) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. La notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649, ne fa memoria il Nicola Maria Laudisio (…) nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 che, parlando della Diocesi di Policastro a p. 68 (vedi versione curata dal Visconti che corrisponde a p. 9 del Laudisio) scriveva che: “; e successivamente Sabbazio, vescovo di Bussento, partecipò al Concilio Lateranense dei centoquattro vescovi, che al tempo del pontefice S. Martino condannarono nel 649 i monoteliti *, come risulta dal Binnio (tomo IV, p. 736).”. Infatti, su questo punto a p. 9 del Laudisio è scritto: “contra monotelitas, an. 649 ut ex Binnio ‘tom.’ IV, pag. 736.” Il Laudisio (…), parlando del vescovo di Bussento, “Sabbazio” e del Concilio Lateranense di papa Martino I (dove vennero condannati i Monoteliti), trae questa notizia da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736″. Il Laudisio (…) a p. 9 della sua ‘Synopsis etc…’, si riferiva all’opera di Binius Severino (…), Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 oppure il Binii Severini (Severin Binius; Severino Bini) ‘Concilia Generalia et Prouincialia (Provincialia) graece et latine quae reperiri portuerunt omnia. Etc..’.

Binio Severino, tomo IV, p. 736 su Sabbazio ed il Concilio Latranense di papa Martino I

(Fig….) Binius Severini, op. cit., tomo IV, p. 736 su Sabbazio ed il Concilio di papa Martino I

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento per aver partecipato al Concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653). Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellianum (92).”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius adfuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen’.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. La notizia, era stata confermata dal Duchesne (…) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Ecco due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ……e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Ecc…”. Il sacerdote Rocco Gaetani, a pp. 19-20, nel suo introvabile ed in mio possesso: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ………..e ‘Sabbazio’, che nella metà del secolo VII governava il Bussento, e nel 649 sedeva nel Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro i monoteliti, trovandosi sottoscritto: ‘Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi’. Dunque nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. …….Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, non potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato riconoscere le poche fasi della Chiesa Bussentina, ….”. Il Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Ecco due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ……..e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Ecc….”. Il  sacerdote Rocco Gaetani (…) a p. 21 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda. Il Gaetani (…) a p. 21 in proposito scriveva che: Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. La notizia, era stata confermata dal Duchesne (…) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (…) e, aggiunge: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (…). Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (…). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blando. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte….di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (…). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando della città di Buxentum (Bussento) in proposito scrivevano che: “…..e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(11), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Il Gaetani a p. 21 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “A Buxentum niente, salvo un isolato ‘Sabbazio’, nel 649 (36). Possiamo immaginare che Felice trovò una Blanda molto ridotta dalla sua passata gloria, ma ancora esistente e quindi possibile, come sede vescovile. Buxentum, invece, non dava la possibilità d’un insediamento vescovile e Felice andò oltre, meditando sulla caducità delle cose umane.”. Il Tancredi, nella sua nota (36) a p. 19, postillava che:  “(36) Gaetani R., op. cit., p. 376.”. Il Gaetani (…) a p. 22 in proposito scriveva che: Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “….(a. 592) e, poco dopo, vediamo apparire una fila secolare di vescovi a ‘Blanda’ (35), nei sinodi romani. A Buxentum niente, salvo un isolato ‘Sabbazio’, nel 649 (36). Ecc…”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (33), postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale, in gli “Studi in Italia”, Roma, 1882, an. V., vol. I, p. 376.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Tancredi, a p. 19, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Russo Francesco, ‘Storia della Diocesi di Cassano’, vol. III, Laurenziana, Napoli, 1968, pp. 17-19.”. Il Tancredi, nella sua nota (36) a p. 19, postillava che:  “(36) Gaetani R., op. cit., p. 376.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento per aver partecipato al Concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Il Gaetani (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, riferendosi a Bussento, scriveva Nell’ anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”.

Nel 649 d.C. (VII sec.), PASQUALE, Vescovo di BLANDA IVLIA (nel Porto di Sapri per alcuni), presente al Sinodo Lateranense di papa Martino I

Il sacerdote Nicola Curzio (…) che, nel 1934, nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, a p…., in proposito a Blanda scriveva che: “Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: …..Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e….”Nel 649, anno in cui si svolse il Sinodo romano, Blanda continuò ad essere sede vescovile, come dimostra la presenza del suo vescovo Pasquale. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 19 scriveva che: “5) PASQUALE (640) ?. – Ricorre nel Sinodo Romano di Papa Martino del 649, in cui si sottoscrive: “Paschalis episcopus ecclesiae blandanae” (8). Non conosciamo altro.”. Il Russo a p. 19 nella sua nota (8) postillava che: “(8) Labbe, VII, 79, 381; Harduin, III, 690, 928; Mansi, X, 866. Cfr. anche Ughelli-Coleti, X, 29”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi……Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino ecc…”Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Blanda Iulia, in proposito così scriveva: “Con l’avvento del Cristianesimo, divenne sede vescovile. Difatti, viene ricordata in una lettera di Gregorio Magno, luglio 592, diretta a Felice, vescovo di Agropoli, affinchè visiti le diocesi, temporaneamente vacanti, di Velia, di Bussento e di Blanda, in F. Russo, Regesto, etc., cit. I, pag. 37.”. Il Campagna (…), continua il suo racconto su Blanda e, scrive che:  “Tre anni dopo però, nel 595, viene ricordato Romano, nel 649 Pasquale, e nel 743 Gaudioso, vescovi blondani (Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Campagna (…) citava Francesco Russo (…), ovvero nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a pp. 17-18-19. Ma, le notizie intorno all’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Blanda Iulia’, sono state citate dal sacerdote Francesco Lanzoni. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323, parlando del vescovo Felice (“Felix”) di Agropoli e, riferendosi all’anno 649, in proposito scriveva che: “1. Felix: …..io penso con Mons. Duchesne (Les evéchés d’Italie ec., II, 367) che Felix fosse il vescovo stesso di Paestum, rifugiatosi causa l’invasione longobarda, con il presidio greco, nell’Acropolis. Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della diocesi e da questa seconda residenza presero il nome.”. Come dice il Lanzoni (…), a causa delle continue incursioni Longobarde, nel VII secolo, alcune città lucane preesistenti (di cui parla Tito Livio), che intorno al V e VI secolo d.C., iniziarono a costituirsi giovani nascenti comunità cristiane, come l’antica città di Blanda che, a causa delle frequenti incursioni longobarde, dovettero trasferirsi in luoghi vicini ma più sicuri come poteva essere il Porto di Sapri’ e ad indurre il papa S. Gregorio Magno (…) ad affidarne la cura al Vescovo Felice di Paestum (trasferitosi ad Agropoli fortificata). Devo però precisare che il Lanzoni (…), poneva Blanda nel porto di Sapri ma con il dubitativo. E’ solo un’ipotesi. Ma come abbiamo visto nella pagina 323, il Lanzoni (…), a p. 323, scriveva che “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): ecc..ecc….Inoltre, il Lanzoni (…), non riporta vescovi di Blanda per gli anni 640 e 649. Il Lanzoni, scrive di ‘Blanda Iulia’, e di un suo vescovo chiamato Romano, presente il 5 luglio al sinodo romano dell’anno 595, ma non dice nulla del sinodo romano dell’anno 640 o 649 a cui invece partecipò un altro vescovo di Blanda Iulia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “A Buxentum niente, salvo un isolato ‘Sabbazio’, nel 649 (36). Possiamo immaginare che Felice trovò una Blanda molto ridotta dalla sua passata gloria, ma ancora esistente e quindi possibile, come sede vescovile. Buxentum, invece, non dava la possibilità d’un insediamento vescovile e Felice andò oltre, meditando sulla caducità delle cose umane.”. Il Tancredi, nella sua nota (36) a p. 19, postillava che:  “(36) Gaetani R., op. cit., p. 376.”. Nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, affermava che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Dunque, il Tancredi (…) scrive che nel VII secolo d.C., e precisamente nell’anno 649, a Sapri vi era un porto “chiaramente menzionato nel ‘649” e vi era una comunità Cristiana. Il Tancredi (…), riguardo questa notevolissima notizia che ci riporta di secoli indietro nella ricostruzione storiografica di Sapri, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Certamente, la notizia che nell’anno 649, esistesse a Sapri una ‘comunità cristiana’, fa ritornare di molti secoli prima la datazione di un centro abitato saprese. La notizia è interessantissima perchè fa risalire la storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. La notizia dataci dal Tancredi (…), senza riferimenti bibliografici, l’abbiamo ritrovata nel Lanzoni (…) che credeva e poneva l’antica diocesi (sede vacante nell’anno 592) di Blanda Iulia nel porto di Sapri. Riguardo l’anno 649 di cui alla notizia del Tancredi (…), il Lanzoni, sulla scorta del Crivellucci (….) e del Duchesne (…) scriveva che: “Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome.”. Un altro erudito, il Curzio (….), ci parlò dell’antica città di Blanda.  Il sacerdote Nicola Curzio (…), parlando di ‘Blanda Iulia’, in proposito scriveva che: “….; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino ecc…”La notizia di un vescovo di Blanda Julia, che nell’anno 640-649, partecipò al sinodo romano, è del sacerdote Nicola Curzio (…), che nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, pubblicato nel 1910, parlando di ‘Blanda Iulia’, in proposito scriveva che: “…. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Dunque, riguardo gli anni 640 e 649, il Curzio scrive che a ‘Blanda Julia’ vi era un vescovo chiamato Pasquale presente al Sinodo romano di papa Martino e. ecc…”. Dunque, riepilogando, secondo il Curzio (…), nell’anno 640-649 (secolo VII d.C., epoca Longobarda), a Blanda Iulia, forse il “Portus” di Sapri, come credeva il Lanzoni (…), vi erano due vescovi: il primo chiamato “Pasquale”, presente al Sinodo romano di papa Martino. Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (…) che, sulla scorta del Duchesne (…), in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). La notizia, era stata confermata dal Duchesne (…) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno(…). Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studii storico-Archeologici”, ed. Ercolano, Rionero, 1888, a pp. 12-13 del vol. II, in proposito scriveva che: “Blandae, oppidum…..L’antica città, come opina l’Antonini, era alquanto entro terra nel sito detto ‘S. Venere’, ove s’incontrano molti ruderi e sepolcri con vasi, monete ed altre cose antiche; ricorda inoltre che questa città esistesse il 649 dell’era, poichè un vescovo di Blanda intervenne al Concilio Lateranense convocato da Papa Martino I. La storia di Blanda è del tutto ignota.”. Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie ecc….Nel 649 continuava ad essere sede vescovile, come dimostra un documento dell’epoca. In quell’anno, infatti, si svolse il Sinodo romano indetto da papa Martino, in cui si ripudiò l”Ecclesia’ di Eraclio e il ‘Typos’ di Costante II. Al Sinodo partecipò il Vescovo Pasquale, che si sottoscrisse ‘Pascalis Episcopus Sanctae Ecclesiae Blandanae’ (25).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (25) postillava che: “(25) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia’, 79, 381”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 73, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: Longobardi, o ad essi graditi, infatti furono, quasi sicuramente, i vescovi di Blanda del periodo successivo, come sembra attestato sia dai nomi sia dalla partecipazione dei vescovi blandani di rito latino Pasquale al concilio latranense del 649 d.C. ecc…La presenza di un vescovo a Blanda fa ragionevolmente supporre che essa fosse un centro cospicuo, seppur sparso, se consideriamo il VI canone del sinodo di Sardica (342 o 343 d.C.) che vietava l’erezione di vescovadi ‘in vico aliquo, at in modica civitate, cui sufficit unus presbiter,…’, o in una modesta città ecc…Canone non ignorato da Gregorio Magno e al quale egli certamente si attenne nel sollecitare nel 592, d.C. la nomina del vescovo di Blanda (1).”. Il Pucci (…) a p. 74, nella sua nota (1) postillava che:“(1) G. Fiaccadori, Storia della Calabria Antica – Età Italica e Romana – Gangemi editore, 1994, p. 713.”. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Queste tante ruine m’ han posto in dubbio, che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si volgia credere, che fosse Maratea più presso al mare.”. L’Antonini a p. 441 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Nè libri dè battezzati della Parrocchia di S. Maria del Poggio dopo il vol. 13. si trova una ricevuta, che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati di ducati nove, e tre terreni al Clero di Rivello per otto Preti Greci”. Dal punto di vista storiografico, ci chiediamo quale fosse l’origine dell’interessantissima notizia riferitaci dal Tancredi (…), secondo cui: “Sapri, aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (…), riguardo questa notizia, non cita nessuna fonte storica o archivistica ma io credo che il Tancredi, tragga l’interessante notizia da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (…) e poi dal Duchesne (…). Infatti, il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (…)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa memoria Nicola Maria Laudisio (…) nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 che, parlando della Diocesi di Policastro a p. 88 (vedi versione curata dal Visconti che corrisponde a p. 33 del Laudisio) parlando di Blanda in proposito scriveva che:  “Luca Holstenius sostiene che dove c’è ora la suddetta Sapri vi fu nel passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. E difatti ancora oggi sono visibili a Sapri i resti di mura costruiti da grossi massi squadrati che veramente ne confermano l’antichità e che dimostrano che Sapri ha origini lontane nel tempo. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli; gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine. Del resto sul medesimo litorale, dopo Agropoli – andando a Sud – sorgeva Velia presso il promontorio di Palinuro, come già abbiamo detto; dopo Velia c’era Bussento, che è ora Policastro; dopo Policastro c’è Sapri, dove si dice che fosse la città di Blanda. Dunque Blanda non fu una città dell’entroterra, come invece comunemente si crede (10).”. Nella ‘Synopsis etc…’, il Laudisio a p. 33 (vedi la versione curata dal Visconti) nella sua nota (106) postillava dell’Olstenio (…) e citava il Cluverio (…), ovvero postillava che: “(106) ‘Annot. in Ital’, pag. 22.”. Il Laudisio (…) nella sua nota (106) si riferiva all’opera di Filippo Cluverio (…) al suo “Annotazione all’Italia Antiqua di Filippo Cluverio.”, di cui parlerò. Nella ‘Synopsis etc..’ in latino a p. 88 (che corrisponde alla p. 33 in latino) a cura del Visconti si legge nella sua nota (10) che: “(10) Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio, che afferma che fu espugnata dai Romani durante la seconda guerra punica (“ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnatae” XXIV 20, 5-6); nell’età augustea prese il nome di ‘Blanda Iulia’ (C.I.L., X, 125). Anche Costantino Gatta (‘op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306) la identificava con Sapri: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e frà di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi ‘Il Porto di Sapri’. Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifizi sommersi entro il mare”.”. Sempre nella sua nota (10), il Visconti continuando a postillare scriveva che: “Ma la identificazione di Blanda con Sapri (o anche con Maratea, come suggerisce una nota a matita aggiunta sul testo della ‘Synopsis’ che abbiamo sotto mano) non è esatta. Essa sorgeva più a sud di Sapri, su uno dei colli lungo la strada che da Praia a Mare conduce a Tortora (si veda la ‘Treccani’ e la ‘Cattolica’, ad vocem (n.d.T.).”. Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo (di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò G.G. Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio –…), afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo Pasquale, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino (…). Nell’ VIII secolo, Blanda passò in mano ai Longobardi. Il Lanzoni, riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Aggiunge Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Il sacerdote Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “…..(a. 592) e, poco dopo, vediamo apparire una fila secolare di vescovi a ‘Blanda’ (35), nei sinodi romani….. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (33), postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale, in gli “Studi in Italia”, Roma, 1882, an. V., vol. I, p. 376.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Tancredi, a p. 19, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Russo Francesco, ‘Storia della Diocesi di Cassano’, vol. III, Laurenziana, Napoli, 1968, pp. 17-19.”. Il Tancredi, nella sua nota (36) a p. 19, postillava che:  “(36) Gaetani R., op. cit., p. 376.”. Biagio Tarantini (…), a p. 26, del suo ‘Blanda e Maratea, saggi di monografia storica’, scriveva su Blanda che: “..sia stata città vescovile; nè menomamente possiamo noi dubitare del ‘vescovado di Blanda’, poichè Fimiani, dice: “Episcopales Lucaniae urbes sunt Potentia Buxentum, Paestum, Agropolis, Blanda, Velia etc.” (11). S. Gregorio spesso parla del vescovado di Blanda nell’epistola 29 lib. 2 che leggesi negli atti del concilio Lateranense, tenuto sotto il papa Martino nell’anno 549, nel quale intervenne Pasquale vescovo di Blanda. E Fimiani (op. cit.), nel capo III dice che ‘Paschalis Blandanus episcopus’ intervenne al concilio Lateranense. Ma Barrio mentisce anche nel citar Plinio, il quale situò Blanda tra Lao e Bato fra i quali è distanza di tre miglia, mentre il Bato, dista circa 10 miglia dal Belvedere, dando uno smacco a Tolomeo e Ligorio.”. Il Tarantini (…), a p. 26, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Fimiani. De Ortu et Progressus metropoleon Ecclesiasticorum, Napoli.”. Si tratta del testo di Carmine Fimiani (…), De Ortu et Progressus metropoleon Ecclesiasticorum, Napoli. Dobbiamo precisare che in Tarantini (…), è scritto che il Concilio Lateranense sotto Papa Martino I, fu nell’anno 1549, è un evidente errore, in quanto esso è avvenuto nell’anno 649.

Fimiani, pp. xl-xli

(Fig…) Fimiani (…), op. cit., cap. III, pp. XL, XLI

Il Fimiani (…), nel suo cap. III, a pp. XL e XLI scriveva che: “Curam sullecitudinemque universae provinciae gerere, & suffraganeorum negligentiam arguere atque supplere, metropoliticum munus est. Gregorius M. (21) Rufino Vibonensi episcopo permittit in ecclesia Massae Nicoteranae presbyterum ordinare, qui episcopi in poenitentiam deputati vice baptizet, Missasque celebret. Iohanni Scyllaceno episcopo (22) praecipit, ut Castelliensis monasterii ecc…”. Il Fimiani (…) a p. XLI, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Libro VI, Ep. XLI”. Il Fimiani (…) a p. XLI, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Libro VIII, Ep. XXXIV.”Dunque il Fimiani parla di un Rufino vescovo di Vibone nella chiesa di Nicotera, credo sulla scorta del Barrio (…). Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Si sa, inoltre, che Blanda fu sede vescovile fin dai primi secoli del Cristianesimo. Nel 592 S. Gregorio Magno (23) indirizzò una lettera a Felice, Vescovo di Agropoli, per ingiungergli di visitare la comunità di fedeli blandani temporaneamente priva di Pastore. “Quoniam – scrive S. Gregorio nella lettera – Velina, Buxentina, et Blandana ecclesia, quae tibi in vicino sunt constitutae, Sacerdotes noscuntur vacare regimine: propterea fraternitate tuae earum solmniter operam visitationis iniunximus…”. “Poichè si sa che le Chiese di Velia, Bussento e Blanda, che si trovano nei tuoi paraggi, sono prive di Pastori, t’ingiungiamo formalmente di visitarle…”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Reg. II, 42”. Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due sinodi svolti nel 595 e 601 (24).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (24) postillava che: “(24) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 73, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: “La supposizione ad opera dei Saraceni, corrente prima delle indagini archeologiche, non è più sostenibile poichè in questo secolo i Saraceni ancora non esistevano. L’era islamica ebbe inizio in Arabia nel 622 d.C., ….Con le risultanze degli scavi coincidono le conclusioni che si deducono dalla lettera di Gregorio Magno (592 d.C.), nella quale il papa prega il vescovo di Agropoli Felice di intervenire a sostegno dei fedeli di Blanda privi di clero, che, essendo di origine e rito bizantino, aveva abbandonato la zona per sfuggire alle persecuzioni dei Longobardi (1). A questo periodo risalgono lo spostamento dell’abitato a San Brancato, nei pianori adiacenti, forse anche Julitta, e nelle zone agricole montane dell’attuale Tortora, di Ajeta, di Massa di Maratea, e in quelle collinari di Santo Nicola, di Santo Stefano, di piano delle Vigne, della Foresta in territorio dell’attuale Praia a Mare, di Vennefora ecc….”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: “Questa Terra in così elevato luogo posta, (quando non sia la Città inferiore) fu creduta esser la ‘Blanda’ (3) ecc..”. L’Antonini a p. 438 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Dalle parole che si leggono nella tante volte citata ‘pistola di S. Gregorio’ indirizzata a Felice Vescovo di Agropoli, commettendogli la visita delle Chiese di Velia, di Bussento, e di Blanda chiaramente si scorge che per questi contorni Blanda fosse: ‘Quoniam Velina, Buxentina, & Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae’.”. L’Antonini (…) a pp. 440-441, riguardo ciò che scriveva il Barrio di Blanda scriveva che: Se mai Blanda fosse stata quella, che oggi chiamasi Belvedere, avrebbe dovuto ‘Barrio’ dire ancora, che sia stata Città Vescovile; ed i paesani alcuna memoria, o tradizione almeno ne consevarebbero; giacchè non si mette in dubbio, che Blanda avesse avuto il suo Vescovo, mostrandocelo la più volte citata ‘epistola 29. lib. 2. di S. Gregorio’, e ‘l leggersi negli atti del Concilio Lateranense sotto il Papa Martino nell’anno DCXLIX. intervenirvi Pascale Vescovo di Blanda (2). All’incontro qualch’ uomo di conto di Maratea ha sempre tenuto, che vi fosse stata la Sede Vescovile, e sebben queste tradizioni spesso sian fallaci, e volgari, pure talvolta sono state tenute in considerazione (I).”. L’Antonini a p. 440 nella sua nota (1) postillava che: “(I) su Barrio.”. L’Antonini a p. 440 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Quest’intervento di Pasquale Vescovo di Blanda nel Concilio fa vedere, che Blanda (come altrove si disse) era al Pontefice Romano soggetta, anche in vigore del Canone VI. del Concilio Niceno, e per quanto Zonara, e lo stesso Balsamone ci han confermato.”.

Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.“. L’Antonini a p. 441 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Nè libri dè battezzati della Parrocchia di S. Maria del Poggio dopo il vol. 13. si trova una ricevuta, che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati di ducati nove, e tre terreni al Clero di Rivello per otto Preti Greci”.

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, a p. 442, nella sua nota (I), postillava in proposito che: “(I) Fu Conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II, conosciuto da Corrado, per uomo di gran senno e di consumata prudenza, fu destinato per la riformazione del Regno. Il ‘Collenuccio lo chiama erroneamente Enrico  e nel lib. 4 di sua ‘Storia’, dice che fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”.

Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: Nel 592 il Papa S. Gregorio Magno deve intervenire per provocare l’elezione di vescovi nelle gloriose città di Velia, Buxentum e Blanda, ormai ridotte a pochi abitanti, alla miseria, ad una scarsa vita spirituale e culturale (29). L’incaricato di Gregorio Magno è il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”Il Gaetani (…), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (…), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (…)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: “sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (…)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa memoria il Laudisio (…) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: “…e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino (che si svolse nell’anno 649). Il Laudisio (….), nella sua ‘Synopsis etc..’ a p. 88 (versione curata dal Visconti) in proposito scriveva che: “….dopo Policastro c’è Sapri, dove si dice che fosse la città di Blanda. Dunque Blanda non fu una città dell’entroterra, come invece comunemente si crede (10).”. Nella ‘Synopsis etc..’ in latino a p. 88 (che corrisponde alla p. 33 in latino) a cura del Visconti si legge nella sua nota (10) che: “(10) Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio, che afferma che fu espugnata dai Romani durante la seconda guerra punica (“ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnatae” XXIV 20, 5-6); nell’età augustea prese il nome di ‘Blanda Iulia’ (C.I.L., X, 125). Anche Costantino Gatta (‘op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306) la identificava con Sapri: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e frà di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi ‘Il Porto di Sapri’. Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifizi sommersi entro il mare”.”. Sempre nella sua nota (10), il Visconti continuando a postillare scriveva che: “Ma la identificazione di Blanda con Sapri (o anche con Maratea, come suggerisce una nota a matita aggiunta sul testo della ‘Synopsis’ che abbiamo sotto mano) non è esatta. Essa sorgeva più a sud di Sapri, su uno dei colli lungo la strada che da Praia a Mare conduce a Tortora (si veda la ‘Treccani’ e la ‘Cattolica’, ad vocem (n.d.T.).”. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo  ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, un dattoliscritto del 1973, inedito che posseggo. Il Cataldo (…), Archivista della Diocesi di Policastro, è stato citato da Gian Galeazzo Visconti (…), nell’edizione da lui curata della ‘Sinopsi’ del Laudisio (…). Il Cataldo, collaborò molto con Visconti, sulla stesura delle note al testo del Laudisio. Il Cataldo, sulla scorta del Laudisio (…), parlando della sede vescovile di ‘Buxentum’, affermava che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia’, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Pietro Ebner (…), in proposito, scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653)“. La notizia, era stata confermata dal Duchesne (…) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (…) e, aggiunge: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (…). Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (…). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blando. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte….di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (…). Il Gaetani (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, scriveva che: ” Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento per aver partecipato al Concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653).”. Aleardo Dino Fulco (…), nel suo ‘Blanda, sul Paleocastro di Tortora’, a p. 19, scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due Sinodi svoltisi negli anni 595 e 601 (24). Nel 649 continuava ad essere sede vescovile, come dimostra un documento dell’epoca. In quell’anno, infatti, si svolse il Sinodo romano indetto da papa Martino, in cui si ripudiò l”Ecclesia’ di Eraclio e il ‘Typos’ di Costante II. Al Sinodo partecipò il Vescovo Pasquale, che si sottoscrisse ‘Pascalis Episcopus Sanctae Ecclesiae Blandanae’ (25). Un altro Sinodo indetto da Papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da ‘Gaudiosus Blandarum Episcopus’ (26). Da allora le vicende storiche di Blanda restano avvolte nelle tenebre dei secoli.”. Il Fulco (…), nella sua nota (24) a p. 54, postillava che: “(24) F. Labbe, Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343.”. Il Fulco, a p. 19, nella sua nota (25), a p. 54, postillava che: “(25) F. Labbe, Sacrosanta Concilia, 79, 381.”. Il Fulco (…), nella sua nota (26), postillava che: “(26) ……………………..”. Il testo citato dal Fulco, è il testo di Labbe (…), …………………………………….

Nel ‘649 d.C. (VII sec. d.C.), ‘Blanda’, sede vescovile nel porto di Sapri (secondo Luca Holstenio che corresse Filippo Cluverio)

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dal Tancredi (…) che, in un suo scritto su Sapri affermava: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Le giovani nascenti comunità cristiane, come l’antica città di Blanda che, a causa delle frequenti incursioni longobarde, dovettero trasferirsi in luoghi vicini ma più sicuri come poteva essere il ‘Porto di Sapri’ e ad indurre il papa S. Gregorio Magno (…) ad affidarne la cura al Vescovo Felice di Paestum (trasferitosi ad Agropoli fortificata). Dal punto di vista storiografico e bibliografico il primo a citare un “Safri castellum” in riferimento ad un’antica città di Blanda è Mario Nigro (o Dominicus Marius Niger, Veneto)(…), nel suo ‘Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII, p. 199. L’antico testo di Mario Nigro o Dominicus Marius Niger, Veneto, commenta il libro XI della Geografia di Strabone. Mario Nigro (…), nel 1557, nelle sue note, alla voce Sapri, lo chiama Safri castellum’ (…) e a p. 199 scrive: “Mox Talaus urbis fuit Sybaritarum colonia paululum à mari semota, prope cuius locum in litore maris castellu est quod iuniores Paleocastrum uocant, Talao finui imminens, ubi & ammis Talaus Dianius nunc in radicibus Apenini exortus apud Masecum castellum: ad leva penes se alterum Sallam nomine relinques penetratos suterraneis speluncis monte in mare it. Inde Safri: Malatia castella. Postea Laus amnis in mare uadit, Laino modo nomine in quo ager Lucanius terminatur. In mediterraneo aut haec habentur, Ulci Compsas antiqua oppida. Item aliud Potentia no in celebre cui nomen ad hoc tepus restat, non procul à fonte Pyxi cui adiacent. Inde Blanda oppidum fuit situ ualidum.”. Che tradotto dal latino sarebbe: Poco dopo, Talon della città era un sibarita, una colonia un po ‘dal mare diminuisce con l’altezza, nei pressi del luogo di cui ci, sulla riva del mare, villaggio è che il giovane Paleocastrum sono chiamati, di Talaus i seni della, che si affaccia sul, e dove ha animis Talon Dianius ora ai piedi delle piste della sorto tra Masecum il villaggio, alla mano sinistra è nelle mani di lui c’era un altro Sallam il nome del sarà per la penetrare grotte auterra montagna al mare. Poi castelli (i villaggi) Safri, Malatia. Dopo questo, la lode del fiume sfocia nel mare, ‘va’, il campo di ‘Laino Lucanius’, del modo in cui termina nel nome del. Queste parole si trovano al suo interno, o, punizione dell’iniquità: Compsam antiche città. Famosa anche per nessun altra forza il cui nome rimane a questo momento, non lontano dalla fonte Pyxi cui è adiacente. Dopo Blanda questo è liscia dalla lingua è stata la città la situazione del soggiorno.”. Le interessantissime notizie riportate da scrittori testimoni del loro tempo andrebbero ulteriormente indagate.

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(Fig….) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199 (…).

Mi chiedo quale fosse l’origine dell’interessantissima notizia riferitaci dal sacerdote Luigi Tancredi (…) che, nel suo ‘Sapri giovane e antica’, ed. a p. 34, in proposito scriveva che: Sapri, aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. E’ dalla citazione che faceva il Curzio (…), che nell’anno 640-649, vi fosse un vescovo di ‘Blanda Iulia’ al Sinodo romano, il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (…) non solo scriveva che il “porto” di Sapri, nel VII secolo e precisamente nell’anno ‘649, veniva menzionato e diceva pure che il porto di Sapri aveva una comunità cristiana. Ovviamente detto così è come dire tutto e niente. La notizia è interessantissima per la storia di Sapri, risalendo essa all’anno ‘649 d.C. (VII secolo d.C.), ovvero alle notizie storiche che riguardano il Concilio Lateranense di papa Martino I° di cui ho già parlato. Ma di Sapri non mi sembrava che – tranne queste due righe riportate dal Tancredi, non mi sembrava esserci altro. Il Tancredi (…), riguardo questa notizia che ci riporta di secoli indietro nella ricostruzione storiografica di Sapri, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Certamente, la notizia che nell’anno 649, esistesse a Sapri una ‘comunità cristiana’, fa ritornare di molti secoli prima la datazione di un centro abitato saprese. Il Tancredi (…), riguardo questa notizia, non cita nessuna fonte storica o archivistica ma come io credo la notizia ha un suo fondamento e origine bibliografica. Indagando ulteriormente invece ho trovato i giusti e corretti riferimenti biblografici. La notizia come vedremo fu riportata dall’Antonini (…), dal Gatta (…) e dal Lanzoni (…). La notizia riguardo a una città sede vescovile chiamata Blanda situata nel porto di Sapri fu citata dal Barone Giuseppe Antonini (…). Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di Sapri e del suo porto cita Filippo Cluverio o Philpp Cluver (…): “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae ecc…. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Ecc... Dunque, l’Antonini (…), e poi in seguito pure il Laudisio citavano Luca Holstenio e la sua opera geografica “Note all’Italia Antiqua del Cluverio”. Infatti, dal punto di vista storiografico e bibliografico il primo che riferisce questa interessante notizia è Luca Holstenio (Olstenio) (…), nella sua “note sull”Italia Antiqua’ del Cluverio etc…”.

Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di Sapri e del suo porto riporta alcune notizie tratte da alcuni eruditi del tempo, che meritano un maggiore approfondimento. Sono interessanti le notizie storiche e bibliografiche riferiteci dall’Antonini (….) che, parlando di Sapri e di Blanda (….), riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella sua ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (…), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ curata da Guglielmo Goesio, parlando di Sapri, riferisce degli autori a lui precedenti che avevano scritto e collocato l’antica città di Blanda a Sapri, come ad esempio Luca Holstenio (…) che voleva che le vestigia di Blanda erano quelle che si vedevano nel porto di Sapri a p….. scriveva che: “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, ‘Blandae vestigia eius apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire’, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.”. L’Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439, riferendosi a Luca Holstenio (o Olstenio) postillava che: Questo stesso autore nelle ‘note a Carlo di S. Paolo’, dimenticatosi di quanto si dice, scrisse, che Blanda era al porto di Sapri; ecc…..

Antonini, p. 439 su maratea ecc

(Fig….) Antonini (…), p. 439

Dunque, l’Antonini (…), scriveva che Luca Holstenio (…), nelle sue “note a Carlo di S. Paolo”, scriveva che: Blanda &c. hodie: Porto de Sapri”, ovvero “Blanda è oggi il porto di Sapri“. L’Antonini si riferiva all’opera di Luca Holstenio (Olstenio) (…), ovvero alla sua: ‘Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..’, (Note all’Italia antiqua di Cluverio (…)), pubblicato del 1666. Luca Olstenio (…), annotò il testo di Filippo Cluverio (…), ovvero al suo ‘Italia antiqua’, pubblicato nel  1624, Lugduni Batavorum, Elsevier. Infatti, il primo erudito che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (…). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geografi- cum ortelii, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (…)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come “Theatrum Orbis Terrarum”, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (…), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (…). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (…), l’Holstenio (…), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, ovvero “Blanda è oggi nel porto di Sapri. Dunque, secondo l’Holstenio (o Olstenio) l’antichissima città sede vescovile di Blanda (scomparsa) era sita nel porto di Sapri.

Holstenio, annotazioni a S. Paolo, p. 22

(Fig….) Holstenio (…), op. cit., p. 22

Holstenio, p. 288

(Fig…) Holstenio, op. cit., p. 288

Tra le opere di Olstenio effettivamente pubblicate sono le sue note sull’Italia antiqua di Filippo Cluverio (1624); un’edizione dei frammenti di Porfirio con una dissertazione sulla sua vita e le sue opere (1630). Dopo la sua morte, tra le sue carte furono trovate e pubblicate le collezioni di sinodi e monumenti ecclesiastici, la Collectio romana bipartita (1662), oltre agli Atti di Perpetua e Felicita, di Bonifacio, di Taraco, Probo e Andronico (1663) e le Notae et castigationes in Stephani Byzantini ethnica (1684). Luca Olstenio (…), a p. 288, riferendosi alla pagina 1263 delle note dell”Italia antiqua’ del Cluverio, in proposito scriveva che: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”. Il barone Giuseppe ‘Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439, riferendosi a Luca Holstenio (o Olstenio) postillava che: “….e nelle ‘note ad Ortelio, fol. 32. dove questo dice: ‘Blandam Lucanis fuisse ad scriptum’, egli soggiunse: ‘Recte, nam X. mill. pass. distabat Buxento. Vestigia eius maxima apparent ad portum Sapri.”. Infatti, come si può vedere nell’immagine in basso (pag. 32), l’Holstenio nelle sue “Annotationes” a p. 32 scriveva che: “‘Blanda, &. at Lucanis adscribit Belvedere) Rectè, nam. x. mil. pass. distabat Buxento. Vestigia ejus maxima apparent ad portum Sapri.”.

Holstenio, op. cit., p. 32 su Ortellio

(Fig…) Holstenio (…), op. cit., p. 32 delle note (“Annotationes”) al Cluverio (…)

Anche in questo caso l’Holstenio (…), ci parla di Blanda nel porto di Sapri: “Molto bene, perché 10 mila passi è la distanza Buxentum. Le orme del suo più grande appaiono nel porto di Sapri.”. Dunque, la notizia di una città vescovile di Blanda nel porto di Sapri è dell’Holstenio: Blanda &c. hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. L’Holstenio (…), sempre nella sua opera delle note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (…) a p. 288 scriveva che: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. Riguardo l’autorità di Holstein o Olstenio ha scritto il Corcia. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 65, parlando di Scidro citava l’Holstenio ed in proposito scriveva che: “Senza investigarne veramente il sito, sospettava il Mazzocchi che sorgese nelle vicinanze di ‘Lao’ (3); nè prima di quel celebre archeologo ne determinava meglio la posizione l’Holstein, il quale situava a ‘Cetraro’, all’oriente del fiume ‘Lao’ o ‘Laino’ (4), senza considerare ch’esser doveva una città marittima, al pari dell’altra città vicina, anche colonia dei ‘Sibariti’. Perciò con più di verisimiglianza avvisavasi l’Antonini che sorgesse nel porto di Sapri ecc..”. Dunque, il Corcia dava ragione all’Antonini che voleva essere nel porto di Sapri la città di Scidro e dava per sbagliato l’Olstenio che voleva nel porto di Sapri la città di Blanda. Infatti, l’Antonini (…), confutava e dissertava su ciò che aveva scritto l’Holstenio sul porto di Sapri dove credeva si trovasse l’antica sede vescovile di Blanda. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: (I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. Sempre l’Antonini (…) a p. 439 parlando di Maratea e di Blanda in proposito scriveva che: Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse anche dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana‘, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e con esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Ecc…”. L’Antonini (…), dunque, non credeva alla tesi dell’Holstenio secondo cui la città vescovile di Blanda fosse da ubicare nel porto di Sapri e cercò di confutare questa tesi parlando dei riferimenti cartografici a cui si era rifatto l’Holstenio e prima ancora il Cluverio (…) che invece collocava Blanda a Maratea. Anche Nicola Maria Laudisio (…) riporta la notizia dell’Olstenio (…) che aveva confutato la tesi del Cluverio che a sua volta molto tempo prima aveva confutato la tesi del Barrio (…). La notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa memoria Nicola Maria Laudisio (…) nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 che, parlando della Diocesi di Policastro a p. 88 (vedi versione curata dal Visconti che corrisponde a p. 33 del Laudisio) parlando di Blanda in proposito scriveva che“Luca Holstenius (106) sostiene che dove c’è ora la suddetta Sapri vi fu nel passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. E difatti ancora oggi sono visibili a Sapri i resti di mura costruiti da grossi massi squadrati che veramente ne confermano l’antichità e che dimostrano che Sapri ha origini lontane nel tempo. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli; gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine. Del resto sul medesimo litorale, dopo Agropoli – andando a Sud – sorgeva Velia presso il promontorio di Palinuro, come già abbiamo detto; dopo Velia c’era Bussento, che è ora Policastro; dopo Policastro c’è Sapri, dove si dice che fosse la città di Blanda. Dunque Blanda non fu una città dell’entroterra, come invece comunemente si crede (10).”. Nella ‘Synopsis etc…’, il Laudisio a p. 33 (vedi la versione curata dal Visconti) nella sua nota (106) postillava dell’Olstenio (…) e citava il Cluverio (…), ovvero postillava che: “(106) ‘Annot. in Ital’, pag. 22.”. Il Laudisio (…) nella sua nota (106) si riferiva all’opera di Luca Holstenio (Olstenio) (…) al suo “Annotazione all’Italia Antiqua di Filippo Cluverio.”. Nella ‘Synopsis etc..’ in latino a p. 88 (che corrisponde alla p. 33 in latino) a cura del Visconti si legge nella sua nota (10) che: “(10) Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio, che afferma che fu espugnata dai Romani durante la seconda guerra punica (“ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnatae” XXIV 20, 5-6); nell’età augustea prese il nome di ‘Blanda Iulia’ (C.I.L., X, 125). Anche Costantino Gatta (‘op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306) la identificava con Sapri: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e frà di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi ‘Il Porto di Sapri’. Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifizi sommersi entro il mare“.”. Sebbene il Laudisio (…) avesse riportato correttamente la tesi dell’Holstenio e quella del Gatta (…) che vedremo, nella sua nota (10), il Visconti (…) continuando a postillare scriveva che: Ma la identificazione di Blanda con Sapri (o anche con Maratea, come suggerisce una nota a matita aggiunta sul testo della ‘Synopsis’ che abbiamo sotto mano) non è esatta. Essa sorgeva più a sud di Sapri, su uno dei colli lungo la strada che da Praia a Mare conduce a Tortora (si veda la ‘Treccani’ e la ‘Cattolica’, ad vocem (n.d.T.).”. Dunque, il Visconti opina su ciò che aveva scritto il Laudisio (…) sulla scorta di Filippo Cluverio e dell’Olstenio (…) e riportava alcune scellerate notizie circa l’ubicazione di Blanda nel Comune di Tortora. La notizia del Laudisio (…), viene più tardi ripresa dal Lanzoni (…). Alcune notizie sul vescovo di ‘Blanda Iulia‘, Giuliano (“Iulianus”) provengono dal sacerdote Francesco Lanzoni (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Riguardo la notizia di un primo Vescovo dell’antica sede vescovile di Buxentum, chiamato Giuliano (“Iulianus”) provengono dal Lanzoni (…) che a p. 323 scriveva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Dunque, il Lanzoni per il vescovo ‘Iulianus’ cita (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, voll. XV, Berlino, 1863-1899.”. Il ‘CIL’ raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia). Ma l’autore che insieme a Mario Nigro e, all’Olstenio ci parlò di una città vescovile di Blanda scomparsa nelle acque del Porto di Sapri è Costantino Gatta (…). Il Laudisio (…) riguardo l’antica città vescovile di Blanda e del porto di Sapri citava Costantino Gatta (…). Il Visconti (…), nelle sue note alla ‘Synopsis etc…’ del Laudisio (…), riferiva che Blanda era stata citata dal Costantino Gatta (….) che, la identifica con Sapri ed in proposito  – il Laudisio- scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il Porto di Sapri. Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare. Infatti, Costantino Gatta (…), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania”, a p. 306 nel cap. VI, in proposito scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la Città di ‘Blanda’ anche Sede Vescovile, e frà di lui Vescovi vi è memoria di ‘Pasquale’, che intervenne al concilio Lateranense sotto il Pontificato di Martino: Era situata detta Città in quel seno di Mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggosi i di lei Edifizj sommersi entro il mare.”.

Gatta, p. 306

La notizia più importante che riporta il Gatta (…) parlando di Sapri è quella secondo cui a Sapri vi era l’antica sede vescovile di Blanda. Costantino Gatta (…), nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Dunque anche Costantino Gatta si riferiva all’opera geografica di Luca Olstenio (…), ovvero alla sua  ‘Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..’, Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Costantino Gatta (…), nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Dunque, anche il Gatta (…) parlando di Blanda si riferiva a ciò che nel 1624 aveva scritto Luca Holstenio (…) e cioè che l’antica sede vescovile di Blanda – scomparsa – era situata nel porto di Sapri e che questa era scomparsa perchè: Era situata detta Città in quel seno di Mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggosi i di lei Edifizj sommersi entro il mare.”. Costantino Gatta (…), parlando di Blanda, riferisce due notizie interessanti. La prima è quella che Blanda era situata a Sapri ed esattamente “in quel seno di mare chiamato il Porto de Sapri’ . Ma, rispetto all’Holstenio il Gatta (…), riferendosi al Porto di Sapri aggiungeva che: “(a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggosi i di lei Edifizj sommersi entro il mare.”. La notizia della città di Blanda nel porto di Sapri è dell’Olstenio ma la notizia che questa antichissima città fosse stata ingoiata dal mare non è dell’Olstenio ma è stata riportata dal Gatta che scriveva che: “Ella fu ingojata dalle onde marine”. La notizia di ciò che segnalava Costantino Gatta potrebbe collegarsi alla notizia di una catastrofe naturale o un maremoto avvenuto in tempi remotissimi e che viene raccontato dalla tradizione orale popolare ma riferita all’antica città scomparsa di Avenia, a cui ho ivi pubblicato un mio saggio e a cui rinvio per gli opportuni approfondimenti. L’antica sede vescovile di Blanda (citata dal papa S. Gregorio Magno (…), che nell’anno ‘649 aveva il vescovo Pasquale al Concilio Lateranense) nel VII-VIII secolo d.C., sia da riconnettersi ad una catastrofe naturale. Costantino Gatta (…) sul porto di Sapri e, riferendosi alla città vescovile di Blanda, aggiunge l’ulteriore notizia che: Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare. Sull’evento di un maremoto o un fenomeno naturale come il bradisismo e su un’antica città sepolta dalle acque, Felice Cesarino (…), in un suo saggio in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro” a p. 49, dopo aver lodato il pessimo – dico io – intervento voluto dall’allora Sovrintendente da Werner Johannoswkj (…) del “restauro” delle Camerelle “effettuato in tufo che ha restituito alle costruzioni romane il loro aspetto originario” e, al contrario – dico io – modificandone irrimediabilmente il suo aspetto originario, parlando dell’ipotesi di una città scomparsa sotto l’acqua, scriveva che: “Il mare di Sapri è sempre stato ostile all’opera dell’uomo: una leggenda locale vuole che il centro d’età romana sia sommerso sotto le acque. Alcuni anni orsono il prof. Mario Napoli ha accertato nella zona la presenza in mare di strutture non portuali: un fenomeno di bradisismo avrebbe cancellato le tracce di un antico insediamento. E ci ha confidato di aver visto sul fondo, a pochi metri dalla riva, il pavimento in mattoni di una casa. Testimonianze di sub locali parlano di un rudere sommerso al largo di Punta del Fortino. La fotografia area potrebbe sicuramente chiarire questa situazione se, come dice lo Schmiedt, essa “ha portato contributi decisivi ecc…”. Il Loppel, un fotogiornalista genovese, in una ricerca subacquea sul posto, riferisce: “ripulendo per un tratto il fondo dalle alghe, ho liberato un pezzo di fondazione che doveva appartenere ad una piccola costruzione eretta a ridosso del molo. Probabilmente un posto di guardia (15). Sergio Loppel (…), fotogiornalista e documentarista, genovese di adozione, in proposito a delle immersioni subacquee nel 1976, pubblicò ‘Ricerche subacquee – Sapri archeologica, stà in ‘Mondo Archeologico’, 1976, pp. 24-25, n° 7, in proposito scriveva che: “iniziai così le mie ricerche a Sapri. Le esplorazioni del fondale, ormai abbondantemente insabbiato, portarono al ritrovamento soltanto di rari cocci tra il groviglio delle radici delle posidonie. Le tracce più evidenti sono invece visibili all’interno, nella parte occidentale della baia, al limite della spiaggia ove oggi vengono tirate in secco le barche dei pescatori. Ecc…Ripulendo per un tratto il fondo dalle alghe ho liberato un pezzo di fondazione che doveva appartenere ad una piccola costruzione eretta a ridosso del molo. Pobabilmente un posto di guardia. E’ l’unica traccia di fondamenta appartenenti ad abitazione trovata immersa. Nel rimuovere la sabbia, è stata rinvenuta una pietra rotonda di granito bianco, del diametro di circa 35 centimetri, molto levigata, con incisa diagonalmente la parola LIVIO, recante le tracce di due supporti bronzei tronchi alla base e cementati in essa. Data anche la sua pesantezza, dovrebbe trattarsi della base di una statuetta. Mi risulta, infatti, da informazioni avute sul posto, che dei sub, poche settimane prima, fossero stati visti uscire dall’acqua, nei pressi e, assai furtivamente, scomparire con una non meglio identificata statuetta. Proseguendo in immersione verso il molo, il fondale poco profondo e sabbioso non ha rilevato la presenza di alcun reperto.”. Strano che il Cesarino non abbia fatto cenno della base di granito di 35 centimetri di diametro trovata sotto la sabbia dal Loppel e che non si sappia più nulla della eventuale statuetta di bronzo. Sempre il Loppel (…), a p. 27 del n. 7, aggiungeva una cronologia sull’origine del toponimo interessante ed alquanto discutibile, egli scriveva che: “Ricercando nella storia, vediamo che la città di Sapri affonda le sue radici nel VII secolo a.C. quando, fondata dai Sibariti, divenne una delle prime colonie della Magna Grecia sulle rive del Tirreno con il nome di Sapros. Più tardi, conquistata dai Lucani, si trasformò in Scidrus, nome derivato dal greco che significa “pantano”, come Erodoto ci tramanda nel suo Nono Libro delle Storie. Sottomessi questi alla storia di Roma, il suo nome cambiò ancora e divenne Vicus Saprinum; ne dà testimonianza una Epistola di Cicerone, attualmente custodita presso la Biblioteca Vaticana. Da questo nome, infine, per ovvio neologismo, ne deriva quello attuale della città.”. Riguardo il nome di “Scidrus” e di “Vicus Saprinum” posso confermare ma è discutibile il Loppel quando scrive che: “Ricercando nella storia, vediamo che la città di Sapri affonda le sue radici nel VII secolo a.C. quando, fondata dai Sibariti, divenne una delle prime colonie della Magna Grecia sulle rive del Tirreno con il nome di Sapros.”. Dunque, le preesistenze segalateci dal Loppel rilevate nel corso di alcune immersioni nel braccio di mare antistante il molo detto …………….., si aggiungono alle esigue testimonianze di resti di costruzioni  forse d’epoca romana sotto il mare e insabbiati che potrebbero confermare un’evento catastrofico di tipo naturale che in epoca remota sconvolse i litorali ed ingoiò – come vuole la tradizione – la città dei Romani – di origine etrusca – come diceva il Tancredi. Di testimonianze del passato che suffragassero questa ipotesi alle confidenze dello scomparso Mario Napoli (…), aggiungo anche ciò che in proposito scriveva il dott. Nicola Gallotti (…), nel suo “Sapri nella storia e nella tradizione popolare”, pubblicato nel 1899. ………………………………..

L’ipotesi di un’evento naturale e catastrofico che abbia sepolto l’antichissima città di Avenia – raccontata e tramandata dalla tradizione orale degli anziani – la “leggenda” come la chiama giustamente il Cesarino, trova conforto anche nelle parole di Antonio Scarfone che nella sua nota (9) in proposito postillava che: “(8) Un indizio relativo all’evento naturale potrebbe trovarsi nella narrazione delle cronache del “terremoto che accompagnò il sollevamento del Mare Novo presso Pozzuoli, il 5 settembre del 1538″ quando a seguito degli effetti sismici “il mare si ritirò, così che l’intero Golfo di Baia rimase per qualche tempo all’asciutto, quindi ritornò, tutto rovinando” (Gatta, 1984) verosimilmente con effetti anche lungo le coste del Golfo di Policastro.”. Dunque, per molti storici ed archeologi si era delineata l’idea che il porto di Sapri custodisse un’antichissima città – per Gatta era Blanda città vescovile – e, l’antichissima città di Velia per altri.

Nel 679 (VII sec. d.C.), la scomparsa delle prime Diocesi cristiane di Velia, Bussento e Blanda

Dopo la metà del VII secolo non si hanno più notizie della diocesi, che fu probabilmente soppressa al tempo delle guerre iconoclaste, che a partire dall’VIII secolo hanno sottratto parte dell’Italia meridionale alla giurisdizione ecclesiastica di Roma per unirla a quella del patriarcato di Costantinopoli. Questo determinò, almeno nel Cilento, la scomparsa delle antiche diocesi sostituite da eparchie monastiche, tra cui si ricordano quelle del Mercurion, del Latinianon e del Lagonegro. Due cenobi monastici, San Pietro e San Giovanni Battista, furono eretti a Policastro dal patriarca Polieucte di Costantinopoli e molti furono i monasteri greci che sorsero nella regione, tra cui quelli di San Giovanni a Piro e San Cono di Camerota. Scrive Gianluigi Barni (8), dopo aver parlato della Diocesi di Bussento al tempo del vescovo Felice di Agropoli (di Capaccio), in proposito che: “….ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (7). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (….). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 69, dopo aver detto delle conquiste del territorio salernitano da parte dei Longobardi Beneventani, in proposito scriveva che: “I Bizantini erano in gravissime difficoltà in Oriente (1) ed avevano praticamente abbandonata a se stessa l’Italia; forse fu allora la flotta di Napoli, presente nelle acque della Lucania ‘Occidentale’, a garantire strettamente la sopravvivenza di Agropoli, a non fu in grado di arginare la penetrazione beneventana del massiccio del Cilento. La regione, unitamente alla limitrofa Britia, costituivano gli ultimi baluardi greci frapposti tra i possedimenti longobardi della Campania e quelli di Calabria, sicchè vennero investiti negli anni tra il 671 ed il 677, al tempo del duca Romualdo, lo stesso che strappò ai Bizantini vasti territori della Puglia (2), dando al Ducato Beneventano quell’estensione che, con poche variazioni, avrebbe conservata anche in seguito. La precaria situazione delle due regioni è documentata dal fatto ce nel Concilio Romano del 679 furono assenti non solo il vescovo “pestano” di Agropoli, ma anche quelli di Blanda e di Bussento. La conquista ebbe un assetto definitivo solo nei primi tempi del ducato di Arechi II, ecc…”. La notizia era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni Gianluigi, op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, p. 384), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Sulla Diocesi di Bussento, il Laudisio scrive pure che in quel periodo in cui arrivarono i monaci italo-greci dall’Oriente, “la chiesa di Bussento, benchè ancora affidata alla reggenza del vescovo di Agropoli e con la diocesi quasi spopolata, rimase fedelmente soggetta alla Santa Sede Apostolica di Roma (28). Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; ecc…”Sempre il Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro” a p. 537, continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: In mezzo a tutte queste peripezie, Bussento, ora Policastro (4), che tutte aveva provate le sventure di questo avvicendamento di signoria, ebbe a sperimentarne delle nuove, ma di questa natura: il cielo, se pure è il cielo quello che manda la distruzione sulla terra, o non piùttosto il malvagio talento degli ambiziosi, vollero con nuovi guai travagliarla. Ecc... Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Pare incontestabile l’opinione di quelli che riportano a quest’epoca il mutameno del nome di ‘Bussento’ in quello di ‘Policastro’ quasi ‘Paleocastro’ che in greco non suona altro che vecchio castello, come ‘Neocastro’ significa nuovo.”. A quell’epoca, in un territorio ancora sotto le mire espansionistiche dei Greci-bizantini ed in piena guerra iconoclasta, ‘i frati basiliani’ che avevano contribuito a formare nelle nostre terre vere e proprie cittadelle ascetiche. Ferdinando Palazzo (….), nel suo “Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro”, a p….., sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (….), in proposito scriveva che: cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’ Imperatore Costantino Copronimo che succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove, essendo stati reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Ecc…”.

L’antica città d’Avenia secondo alcuni città etrusca inghiottita dal mare

Dalla notizia della scomparsa di un’antica città di Velia sul nostro territorio si connette un’altra notizia di una città scomparsa chiamata “Avenia”.  Ma da dove nasce questa ulteriore notizia di una città ingoiata dal mare o del porto di Sapri – che il Gatta sulla scorta dell’Holstenio voleva essere l’antica sede vescovile di Blanda ? Di sicuro non nasce dall’Holstenio (o Olstenio) perchè l’Olstenio non scriveva che l’antica città di Blanda fosse ingoiata dal mare. La notizia riferita da Costantino Gatta (…) viene citata per la prima volta da Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas. La notizia storica riferita da Costantino Gatta di una città ingoiata dalle acque, è la stessa leggenda di cui ho parlato nel mio saggio ivi pubblicato “La città d’Avenia e il maremoto che l’inghiottì” dove parlo della Città d’Avenia, leggenda di cui si parla nella “Platea dei beni etc…” dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e riferita anche dal Di Luccia (…), nella sua opera sul Cenobio Basiliano. Si tratta del documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, che fu redatto nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano (…), 1695-96, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro e a cui abbiamo dedicato uno studio ivi pubblicato e a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti (Fig…..)(…). L’originale di questo importantissimo documento conservato nell’Archivio della Diocesi di Policastro (….) era inedito ed è stato da me pubblicato per la prima volta. Il documento fu citato per la prima volta da Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo “Trattato historico ecc…”, ma fu poi esainato anche da Rocco Gaetani (…), di cui parlerò. Il documento redatto nel 1695-96 è importantissimo per la storia di Sapri in quanto riporta alcuni beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che si trovavano nel tenimento “Terra” di Torraca, ma in sostanza si trovavano nel territorio Saprese, all’epoca sotto la baronia dei Palamolla di Torraca. Nel documento che sicuramente fu visto e citato dal Di Luccia (…), si parla di una Città di Velia” e del porto di Sapri.

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Il documento (…), citato dal Gaetani (…), scritto nel 1695-96, dal notaio Domenico Magliano, che censiva i  beni e le rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni Battista di San Giovanni a Piro, dopo aver descritto lo stato di conservazione della ‘Cappella di San Infantino’, ubicata nel territorio Saprese — allora facente parte ed appartenente a Torraca – parlando della ‘Grancia di San Fantino’ (posta nel territorio Saprese), ne descrive limiti e confini e dice che doveva appartenere alla Badia di San Giovanni a Piro e che “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia. Il Gaetani (…), pubblicando la trascrizione dell’antico documento (…), scriveva correttamente e, come si vede nel particolare del documento originale: “La Venerabile Cappella di S. Infantini sita et posita in Terra Torracae……Nota sul Porto di Sapri, scriveva: “….stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare: la detta cappella era diruta, senza tetto, ecc.. ecc…“. Il Gaetani (…), non parla di ‘Avenia’ – come ha voluto scrivere il Tancredi (…), ma parla della città di Velia’.

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, particolare in cui si parla della Cappella di S. Fantino.

Prima ancora del Guzzo e del Tancredi il sacerdote Rocco Gaetani (…), pubblicando la trascrizione dell’antico documento (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, parlando della storia di Torraca e di Sapri e della “ricca Granciadi S. Fantino”, a pp. 152-153 (vedi nuova edizione) scriveva correttamente come si vede nel particolare del documento originale: “La Venerabile Cappella di S. Infantini sita et posita in Terra Torracae……Nota sul Porto di Sapri, scriveva: “….stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare: la detta cappella era diruta, senza tetto, ecc.. ecc…”. Il Gaetani (…), non parla di ‘Avenia’ – come ha voluto scrivere il Tancredi (…), ma parla della città di Velia’. Infatti, nel 1906, il sacerdote Rocco Gaetani (…), in un suo pregevole studio sulla storia di Torraca e del territorio Saprese, sulla scorta del Di Luccia (…), parlando dell’antica Cappella di San Fantino nel territorio Saprese, cita la città di ‘Velia’, citata in un antico documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96(…), redatto dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il Gaetani (…), che pubblicò alcuni passi del documento del Notaio Magliano, non parla di ‘Avenia’ ma parla della città di ‘Velia’, mentre invece il Tancredi (…) che, nel pubblicare il documento notarile al posto di Velia, riporta “Avenia (…). Il Tancredi (…), nel pubblicare la trascrizione di un antico documento notarile del Notaio Magliano, parlando della Cappella di S. Fantino e del Porto di Sapri, al posto di Velia, riporta “Avenia (…). Il documento (…) – di cui ivi ho riportato la trascrizione del Gaetani (…) e che sicuramente vide il Di Luccia (…) dalle cui notizie trasse il Gatta (…) , non parla della “città d’Avenia” ma parla di Velia e dice che la città di Velia “…distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri. Dunque, dal punto di vista bibliografico e storiografico il primo documento in nostro possesso che riporti e parli della notizia secondo cui – la città di Velia – non la città di Blanda – e, non la città di Avenia – fu distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, fu il documento redatto per la curia vescovile di Policastro dal notaio Domenico Magliano nel 1695-96 (vedi Fig….). Dunque, secondo la curia vescovile di Policastro che la commissionò nel 1695-96 al notaio Magliano, nel porto di Sapri fu distrutta ed ingoiata dal mare l’antica diocesi vescovile di Velia. Il documento, in quegli anni fu certamente conosciuto da Pietro Marcellino Di Luccia (…) il quale nel 1700 diede alle stampe la sua opera  ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’’ dove, come vedremo citava la “Platea dei beni etc…” da cui si potranno ricavare diverse notizie storiche molto interessanti anche sulla storia di Sapri. Credo che sarà proprio l’opera del Di Luccia (…), data alle stampe nel 1700 da cui, Costantino Gatta (…), nella sua prima edizione della sua ‘La Lucania illustrata ecc..’, pubblicata nel 1723, oltre a ricavare alcune notizie su Blanda antica sede vescovile secondo l’Olstenio (…) affermò pure che essa era stata ingoiata dalle onde del mare. Però vi sono delle differenze che devo far notare. La ‘Platea dei beni etc…’ – a cui probabilmente attingeva il Di Luccia (…) – non parlava di “città d’Avenia” ma parlava della “città di Velia”. Come vedremo, la notizia dell’antica città scomparsa di ‘Avenia’, non deriva dal documento notarile del Magliano dell’anno 1695-95, ma è una esclusiva illazione del sacerdote Luigi Tancredi (…) che, sulla scorta della tradizione popolare orale – di cui parleremo e che tramanda l’esistenza di una antichissima ‘città di Avenia’, trasformava ‘Velia’ (citata nel documento Notarile del Magliano), in ‘Avenia’. Ritorniamo ora alla ‘Platea dei beni etc…’ del notaio Magliano e al Di Luccia (… che sicuramente la lesse. In effetti, queste notizie intorno ad una città di Velia a Policastro o nel porto di Vibona – come vedremo – forse il porto di Sapri – sono state alimentate da alcuni scrittori del ‘500 e più tardi da altri. Sulla scomparsa dell’antica città di Velia secondo la nostra tradizione orale scomparsa ed inghiottita nel mare del porto di Sapri ha scritto pure l’Abbate Pacichelli (…), nel 1703 a p. 288, nel suo “Regno di Napoli in prospettiva” che, parlando di Maratea diceva che: “Al Porto di ‘Sapri’, che aperto è fama inghiottisse la celebre ‘Velia’, raccordata dal Poeta dopo ‘Palinuro’, nel Golfo di ‘Policastro’, à dodeci miglia nè confini del ‘Superior Principato’ prende nome, la Marina, e piccola Spiaggia di ‘Maratea’, ecc…”.

Pacichelli, Maratea, p.

Sulla città scomparsa di “Avenia” secondo una leggenda che si narra che essa “venne inghiottita dalle acque” ed il riferimento a “Velia” o i “porti Velini” di cui accennava il poeta Vigilio nella sua Enedide, ne ha parlato anche l’abate Pacichelli (…) nel 1703, prima del Gatta (…), da cui molto probabilmente il Gatta (…), nel 1723 trasse la notizia. L’abbate Pacichelli (…) che nel 1703, nel suo ‘Regno di Napoli in Prospettiva’ , parlando di Maratea, aveva scritto (forse sempre sulla scorta del Di Luccia) a p. 288, che: “credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia”. E poi ancora a p. 288, il Pacichelli (…) scrive: “Al Porto di Sapri, che è aperto è fama inghiottisse la celebre Velia, raccordata dal Poeta dopo Palinuro, nel Golfo di Policastro, à dodici miglia nè confini del Superior Principato ecc..ecc..”. Il Pacichelli cita il “Poeta” in riferimento alla posizione di Palinuro “raccordata dal Poeta, dopo Palinuro ecc..”. L’Antonini (…), a p. 432 nella sua nota (2) accenna al Pacichelli ed in proposito scriveva che: “Vedasi se può leggersi senza stomaco quello che dice l’Abate Pacicchelli nel suo Regno in prospettiva dove parlando di Maratea scrive ‘Dal porto di Sapri, ch’è aperto, è fama che inghiottisse la celebre Velia: Quanti spropositi in due parole; e tanto più grandi, quanto parlando di Acerno, Città mediterranea, e fuori della Lucania dice: ‘ecc…ecc..”. Dunque l’Antonini riguardo la notizia di Blanda, di Velia e del Porto di Sapri cita il Pacichelli dicendo che parlava a sproposito. Anche l’Alfano (…), nel suo ‘Istorica descrizione del Regno di Napoli’, del 1823, a proposito di Sapri dice: “Credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia; ma è più probabile che avendo i Crotoniati distrutta la città di Sibari nella Calabria, alcuni Sibariti fuggiti andarono a edificarvi un castello col nome di Sibaron, poi Sipron, e finalmente Sapri, nominato anche Safri.”. Riguardo ciò che scriveva il Pacichelli (…), nel 1703 sul porto di Sapri che inghiottiva la celebre città di Velia, sempre il Pacichelli (…), a p…., parlando di Policastro citava Leandro Alberti (…) ed in proposito scriveva che: “…la giudica sostituita all’antica Pissunta vicina a Palinuro: il P. Alberti s’ingegna provare, che sia sorto dalla cadenza di Velia, Colonia famosa dè Sibariti.”. Dunque il Pacichelli nel 1703 scriveva sulla scorta del geografo Leandro Alberti. Dunque dovremo vedere cosa scrivesse il geografo Leandro Alberti (…) nella sua descrizione dell’Italia. Leandro Alberti (…), nella sua opera, “Descrittione di tutta l’Italia, et isole pertinenti ad essa. Di fra Leandro Alberti bolognese. Nella quale si contiene il sito di essa, l’origine, & le signorie delle citta, & de’ castelli; co’ nomi antichi, & moderni; i costumi de popoli, & le conditioni de paesi”; Stampatore: Paolo Ugolino; Venezia, nel 1596, secondo il Di Luccia (…), a p. 7 scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione dell’Italia, vuole che Policastro fosse stata edificata usando le rovine della suddetta Velia; ecc..”. Anche il Di Luccia (…) che scriveva nel 1700 – a cui probabilmente si riferirono il Pacichelli prima – nel 1703 – e dopo il Gatta – nel 1723, si riferiva al geografo Leandro Alberti. Sul testo del Di Luccia (…), a p. 7 in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione dell’Italia, vuole che Policastro fosse stata edificata usando le rovine della suddetta Velia; e benchè tra gli antichi Scrittori vi sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, oppure nei Bruzi, tuttavia io aderendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che senza dubbio fosse edificata nella Lucania, e che venisse dagli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua “Italia” dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “……………..”, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone ‘libro 6’ e così narra Ferdinando Ughelli nella “Italia Sacra”; e che ciò sia possibile, si corrobora anche da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possa essere quello di Velia, secondo come dice Virgilio: “Portusque require Velinos”.”, che tradotto significa “e cercherai i porti Velini..” (traduzione del Fariello). Leandro Alberti, nel suo testo a p. 199 in proposito scriveva che:

Alberti, p. 196 su Policastro

(Fig…) Leandro Alberti, op. cit., p. 199

Sempre l’Alberti a p. 199, in riferimento a Policastro cita “Rafael Voleterrano”. L’Alberti si riferiva al libro 6 dei ‘Commentari Urbani’ di Raffaele Maffei (…) detto da alcuni il Volterrano. Si tratta dell’opera: “Commentariorum Urbanorum Raphaelis Volaterrani, octo & triginta libri’, pubblicato nel 1544 a Basilea. Il Maffei (…), parlando di Policastro e di questa parte della Lucania a p. 70 scriveva che:

Maffei (Volterrano), p. 70 su Policastro

Il Di Luccia, sulla scorta dell’Alberti citava il passo del poeta Virgilio (…) e sempre a p. 7 scriveva che: “Velia era la terza città della Veleia……Aveva questa città bellissimi porti mentre Virgilio nel libro 6 dell’Eneide dice: …aut tu mihi terram inice// namque potes, Portusquee require Velinos.”. Dunque secondo il Di Luccia, il Porto di Sapri possa essere uno dei “porti Velini” lo farebbe derivare dalla frase del libro VI dell’Eneide di Virgilio. Il Di Luccia cita il Burdonio (…), Alfonso Bonacciuoli (…) e Ferdinando Ughelli e la sua “Italia Sacra”. Il Di Luccia (…) a p. 7 scriveva che: “...che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possa essere quello di Velia, secondo come dice Virgilio: “Portusque require Velinos”.”. Il sacerdote Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo X (edizione Coleti), a p. 29 parlava dell’antica diocesi scomparsa di Blanda:

Ughelli su Blanda, p. 29, tomo X

Dell’esistenza di una città antichissima nel sito attuale di Sapri è dimostrata da alcuni riferimenti oltre che da alcune fonti storiche. Secondo alcuni, nel luogo detto ‘Marina di Torraca, sarebbe sorta in tempi remoti un grande  centro popolato di nome ‘AVENIA’, di origine etrusca. Narra una locale leggenda tramandata oralmente dalla tradizione locale, che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda con gli etruschi di Avenia ma, questa città, fu travolta da un violento maremoto tanto che scomparse definitivamente e nessuno dei due popoli che se la contendevano riusci a sottometterla. Inoltre, dell’esistenza di un’antica città scomparsa ce ne parlano gli anziani del luogo che, attraverso la tradizione orale popolare vuole che, in seguito ad un violento maremoto, fosse stata inghiottita la celebre ‘città d’Avenia. Fu allora, a seguito di questo violento cataclisma, che il nome mutò in Saprì (si aprì) e poi in Sapri. Lo studioso locale, Josè Magaldi (…) che, nel 1928, su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in occasione in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, scrisse un libretto rimasto indedito e di cui possediamo la copia originale donataci dall’autore: “Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni”. Il Magaldi (…), riprendendo il Gallotti (…), disserta – fra le numerose notizie – sulle origini di Sapri e, scriveva in proposito alla città d’Avenia, di cui ha sempre parlato la tradizione orale popolare:  “La collina rocciosa che da Santa Domenica a Santo Martino scende al mare e si estende fino al Faro ‘Pisacane’ e alla ridotta del Fortino era segnalata dai vecchi del luogo, fino al secolo scorso, come il punto dove in antichi tempi, sorgeva una città antica che impropriamente essi chiamavano l’antica città di Avenia, ma che giustamente ritenevano sommersa, giacchè la denominavano anche “la città dei romani. Il Magaldi (…) anche sulla scorta del Gallotti (…) accenna alla notizia tramandata oralmente – forse una leggenda – di un’antichissima città romana scomparsa a seguito di un maremoto. Questa città scomparsa veniva chiamata anticamente “città d’Avenia”. Secondo la tradizione orale locale che ancora si tramanda e secondo alcuni studiosi della bibliografia antiquaria, pare che nel nostro territorio vi fosse una città chiamata ‘Avenia’ e che essa fosse scomparsa in seguito ad un maremoto. Sulla città di “Avenia” ha scritto anche Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri etc…”, a p. 220 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Secondo una notizia poco nota e di assai scarsa attendibilità, su tutta la fascia costiera saprese compresa tra gli odierni rioni di “Santa Croce” e della “Marinella”, sarebbe sorto, in tempi remoti, un grande centro popolato di nome “Avenia”, di origine etrusca. Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda tra i due popoli, ma la città contesa non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri in quanto un triste giorno colpitada un terribilesisma, venne inghiottita dal mare con tutti i suoi abitanti (8). Col passare del tempo, della catastrofe si perse ogni notizia e, quando il mare si ritrasse e le paludi si andarono prosciugando, solo pochi ruderi apparvero della antichissima città. In seguito, i numerosi pastori dei monti circonvicini ecc..”. Il Guzzo a p. 220 nella sua nota (8) postillava che: “(8) L. Tancredi  – Il Golfo di Policastro -Napoli – 1976 – pag. 58”. Il Guzzo sempre a p. 220 sciveva che: “Così, sulle rovine dell’antica “Avenia”, cominciò a rinascere la vita e si venne pian piano formando un nuovo centro.”. Dunque la notizia è stata scritta dal Guzzo e prima ancora dal Tancredi nel 1976. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Il Golfo di Policastro’, Napoli, 1976, e si veda pure ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, pp. 19 e 23. Secondo Scarfone il Tancredi ne parla in “Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.. Il Tancredi, nel pubblicare il documento notarile (…) al posto di “Velia”, erroneamente riporta “Avenia”, p. 23. Il Tancredi (…), poi rimanda alla sua nota (1 – Cfr. Platea della Badia di S. Giovanni a Piro, pag. 137 MS.). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 23, in proposito scriveva che: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimane in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare. Col passare del tempo, quando il mare si ritrasse e le paludi si andarono prosciugando, apparvero i relitti della città scomparsa. Non è possibile precisare il sito della città di ‘Avenia’, che sarebbe poi, diventata la marina di Torraca e, quindi, Sapri; è certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Il Tancredi ed il Guzzo (…), non riportano alcun riferimento bibliografico sull’origine di questa notizia. Il Tancredi (…), nel 1978 nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” non cita affatto la città di “Avenia” ma parla del porto di Sapri “Vibona”. Il Tancredi (…), continuando il suo racconto e la sua ricostruzione della storia di Sapri faceva delle ipotesi sui Sibariti, sull’antico porto di ‘Pyxous’ e affemava che il porto di Sapri poteva essere il porto dell’antica Vibona. Il Tancredi riferiva dell’antica leggenda che si narra oralmente a Sapri e di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Il Tancredi (…), nella sua nota (4) si riferiva alla “Platea dei beni e delle rendite etc…” del 1695-96 di cui ho parlato che però non parla della città di Avenia come scrive il Tancredi ma cita la “città di Velia”. Recentemente lo studioso Antonio Scarfone (…), nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, sulla scorta del Tancredi cita la stessa notizia riportata dal Tancredi (…) che, non riporta solo la leggenda tramandata oralmente ma aggiunge delle notizie sulla città di Avenia di cui la tradizione orale non dice. La tradizione orale parla di un violento cataclisma, anzi parla di un “Maremoto” che ingiottì la città antica di “Avenia”, ma non dice nulla sulla città di Avenia se non il suo toponimo. Scarfone (…), a p. 448, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Una ulteriore ipotesi lega Sapri ad un centro etrusco, ‘Avenia’, per il cui importante strategico possesso si scatenò una furiosa quanto vana lotta tra Etruschi e Romani. Narra una locale legenda (6) (Tancredi, 1985) che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. L’origine di questo cataclisma generatosi all’improvviso rimane misteriosa (7). Con il passare dei secoli, quando i suoi effetti sismici, probabilmente seguiti da una coseguente ingressione marina, si rarebbero lentamente attenuati, sarebbe rimasta un’area costiera paludosa, putrida e melmosa, in seguito asciugatasi e poi bonificata.”. Scarfone a p. 448, nella sue note (6 e 7) postillava che:

Scarfone, note 6 e 7

Recentemente, Scarfone (…), a proposito di ‘Avenia’, cita il Tancredi (…) e nella sua nota (6), scrive: “L’origine di questa antica leggenda locale si perde nella notte dei tempi. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. È il caso di una resoconto trascritto, nel 1695, dal notaio Domenico Magliano al fine di un censimento dei beni e delle rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni a Piro ubicata nell’omonimo centro urbano di San Giovanni a Piro (SA) distante circa 20 km da Sapri (SA). Lo stesso, dopo aver descritto lo stato di conservazione della cappella di San Infantino ubicata questa nel territorio di Torraca (SA) avanza anche un probabile periodo di costruzione affermando che […] tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Avenia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina et Porto di Sapri, perché s’aprì il monte et entrò il mare […]. Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.. Il documento a cui rimanda Scarfone (….), non è stato riportato dal sacerdote Luigi Tancredi che peraltro ne ha malamente trascritto un passo che peraltro non riguarda la “città d’Avenia”, come scrive il Tancredi ma come si può vedere nel documento che noi abbiamo tratto dagli Archivi Diocesani e che abbiamo pubblicato vi è scritto “citta di Velia”. Il documento a cui rimanda il Tancredi (…) – da cui probabilmente trae queste notizie sulle origini dell’antica città di ‘Avenia’, è l’antico documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…). Il Tancredi (…) a p. 280 riporta il documento n. 2 ovvero la trascrizione della pagina che riguarda Torraca (vedi Fig…) e la cappella di S. Fantino nella “Platea dei beni e delle rendite etc…” del Notaio Magliano del 1695-96 ma sbaglia a trascriverlo perchè non è scritto “città d’Avenia” ma è scritto “città di Velia”. Il documento è stato da me pubblicato per la prima volta. L’antico documento del notaio Magliano non parla della “città di Avenia” ma dice “città di Velia distrutta et ingoiata dal mare,, che hoggi vien detta la marina et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte et entrò il mare.”.

S.Fantino2

(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, particolare in cui si parla della Cappella di S. Fantino

Scarfone (…) in proposito così si esprimeva: Poco valida è l’intepretazione ‘Saprì’, cioè si aprì: la terra si sarebbe aperta ed avrebbe inghiottito, appunto per evento sismico,  il primitivo agglomerato (1)”Il Tancredi (…), continua il suo racconto sulla città d’Avenia sempre sulla scorta dell’antico documento (…) del 1595-96. Dunque, da ciò che ho scritto si evince due cose: 1 – la prima è quella che nel XVIII secolo si delineò – forse nella Curia Paleocastrense e in alcuni eruditi la notizia di una città di Velia scomparsa tra le acque e l’altra che ancora oggi è raccontata oralmente è quella di una città di Avenia o dei romani sepolta tra le acque nel porto di Sapri a seguito di un violento maremoto. Certo è che la tesi sostenuta da alcuni come l’Holstenio (…) e Costantino Gatta (…) che credevano l’antica città di Blanda (di cui parla anche il papa S. Gregorio Magno (…)), fosse ubicata nel paese chiamato ai primi del ‘600 Porto di Sapri’, è sostenuta da alcune testimonianza storiche. Non sono riuscito a saperne di più circa le notizie su Avenia tratte dal Tancredi (…) che il Guzzo dice averne parlato nel 1975 nel suo “Golfo di Policastro” a p. 58. Oggi, oltre a rimandare all’altro mio saggio ivi sulla città di Avenia posso dire che tutte le notizie riferite dal Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 23, in proposito scriveva che: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimane in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare. Ecc..”, non saprei da dove provenga. L’Holstenio riferiva della città scomparsa di Blanda nel porto di Sapri. Il Gatta riferiva della città di Blanda ingoiata dalle onde marine. Ma la notizia di un centro etrusco chiamato città di Avenia dataci dal Tancredi da dove proviene ?. Antonio Scarfone (…) a p. 449, nel suo studio sulle origini della città di Avenia aggiungeva  che:

Cataldo,,,

Dunque, Antonio Scarfone (…), in proposito aggiungeva che: “L’unico dato certo è che una ‘Gens Avenia’ era presente a Roma nel I secolo d.C. e che il cognome ‘Avenia’ è esistito nei secoli scorsi nel vicino centro rurale di Torraca (SA), oggi a pochi chilomeri da Sapri.”. Dunque, Scarfone parla di ‘Gens Avenia’. Antonio Scarfone cita il sacerdote Biagio Cataldo (…) e lo studioso Felice Cesarino (…) , riferendosi a due loro studi. Lo studio di Cataldo (…) a cui si riferiva Scarfone è del 1976.

Dal punto di vista storiografico l’unico riferimento ad una città di origine etrusca – notizia citata dal Tancredi – è l’iscrizione riportata dall’Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” a p. 435. L’iscrizione, si trova oggi esposta a Sapri in Piazza del Plebiscito. Di quella iscrizione scritta in caratteri latini, ci parla Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 66, che parlando di ‘Scidro’ sulla scorta dell’Antonini scriveva che: “Notabile nella prima di queste iscrizioni è il pronome di ‘LARTIA’, il quale, corrisponde a ‘domina’, si legge in molti titoli sepolcrali etruschi, nè so se s’incontra in altre epigrafi latine: certo è che i due titoli dimostrano il luogo abitato nè tempi romani; ma che la città fosse abbandonata o distrutta ai primi tempi dell’impero si può raccogliere dal non  essere ricordata nè da Strabone nè dà geografi posteriori.”.

Corcia, su Scidro, p. 66, cap. III

Dunque, secondo il Corcia (…) vol. III, a p. 66, l’iscrizione latina riportata dall’Antonini vista a Sapri, riguarda una testimonianza etrusca. Sulla storia di Sapri ha scritto anche il dottor Nicola Gallotti nel 1899 che pubblicò “Sapri nella storia e nella tradizione popolare – brevi cenni”, e sebbene parlasse delle origini di Sapri anche sulla scorta di studiosi come Nicola Corcia, il Curcio-Rubertini (…) e il Tropea (…), in “Storia dei Lucani”, non si accenna mai alla città di Avenia ed al racconto della tradizione orale locale di una città inghiottita dalle acque a seguito di un “maremoto”. Lo stesso Corcia (…) accenna a origini etrusche e ad una “città dei Romani” riferendosi al pronome latino di “Lartia” che si trova nell’iscrizione lapidea – la stele marmorea – che oggi si trova in Piazza del Plebiscito. Lo stesso barone Giuseppe Antonini (…) che ne parla a p….. e che aveva visto prima della sua prima edizione nel 1745. Vedi immagine sotto.

marmor

(Fig…) Stele marmorea con epigrafe latina scolpita, oggi in Piazza del Plebiscito a Sapri (Foto Attanasio)

Una delle testimonianze storiche sull’ubicazione di Blanda nel ‘Porto di Sapri’, potrebbe essere rappresentata dalle origini del barone di Torraca Decio Palamolla che era originario di Scalea. ‘Porto di Sapri’, era la denominazione di Sapri negli antichi documenti notarili dell’epoca come ad esempio un documento del 1719 pubblicato dal Gaetani (…), sulle decime versate dalla popolazione per la Madonna dei Cordici. Il fatto che Decio Palamolla fosse di Scalea e che su un prospetto dell’insigne studioso Almagià (….), su una delle più antiche carte nautiche fino a noi giunte, la carta nautica di Pietro Vesconte del 1311 (….), alla voce del toponimo di Maratea, risulta un ‘nome cancellato’, mentre troviamo un ‘Porto de La Scalea’, subito dopo il toponimo di ‘Saprà’. Oppure, sulla più antica carta nautica conosciuta, la ‘Carta Pisana’ (….), come si può vedere chiaramente e confermata nel prospetto dell’Almagià (….), non si legge alcun toponimo scritto di Blanda o di Maratea ma, subito dopo il toponimo di “Saprà” si legge il toponimo di un ‘Porto de La Scalea’.

Nel ‘743-745 d.C. (VIII sec. d.C.), BLANDA e GAUDIOSO (“Gaudiosus”), suo Vescovo al Sinodo romano

Il sacerdote Nicola Curzio (…) che, nel 1934, nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, a p…., in proposito a Blanda scriveva che: “Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: …….e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa alcuni Vescovi di alcune diocesi delle nostre terre presenti ad alcuni Concili romani come quello tenutosi nell’anno 745 d.C. di cui si ha notizia nelle cronache locali di un vescovo Gaudioso Vescovo della diocesi di Blanda. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a pp. 19-20 scriveva che: “6) GAUDIOSO (743)- – Nel Sinodo Romano di Papa Zaccaria del 743, accanto ad Anteramo di Bisignano e Pelagio di Cosenza, figura anche un ‘Gaudiosus Blandas episcopus (9). In quel tempo la Calabria era soggetta a Bisanzio e perciò i suoi Vescovi, sottomessi al Patriarca di Costantinopoli, non potevano intervenire ai Sinodi Romani. Ma le Chiese della Valle del Crati mantenevano ancora la loro soggezione a Roma, perchè era occupata dai longobardi, che vi avevano eretto dei gastaldati. Ciò spiega perchè i suddetti Vescovi poterono presenziare al Sinodo del 743, mentre non vi figura nessun altro Prelato della Calabria. Questo Gaudioso però è l’ultimo Vescovo di Blanda, di cui affiori la memoria. Dopo di lui di Blanda si perdono le tracce e sembra più che probabile che sia stata distrutta nella seconda metà del sec. VIII. Non conosciamo le vicende posteriori della sua Chiesa; ma abbiamo ritenuto che, verosimilmente, i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano. Se ciò non si fosse verificato, noi non sapremmo specificare a quale Pastore fosse stata affidata la cura di tutto il litorale tirrenico, che si estendeva da Belvedere a Maratea (10). L’esistenza della chiesa di ‘S. Maria de Episcopio’ in Scalea, consacrata nel 1167, potrebbe costituirne una conferma, perchè il titolo non potrebbe aver altro riferimento all’infuori dell’antica residenza vescovile. Questo titolo infatti non dovette spuntare all’atto della sua consacrazione del 1167, ma, con molta probabilità, dovette provenire dalla vecchia costruzione preesistente, la quale doveva essere adiacente o incorporata all’antico vescovado di Blanda, funzionante in Scalea. Era infatti nella prassi dei Normanni di ingrandire o di restaurare le vecchie chiesette bizantine, dotandole anche con grande generosità  “. Il Russo a p. 19 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Mansi, XII, 369; Ughelli-Coleti, X, 30, che l’assegna a Blera “. Il Russo a p. 20 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. Russo, Storia della Diocesi di Cassano, I, p. 81.”. Riguardo la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “……perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82 postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”, dunque citava la stessa citazione del Russo, ovvero il Mansi (…).

Mansi J., vol. XII, p. 369

(Fig….) Mansi J.D., op, cit., vol. XII, p. 369 parla di Gaudioso e di Blanda

Dunque, il Tancredi (…) riguardo Gaudioso, Vescovo di Blanda, citava il Mansi (…), ovvero l’opera di Giuseppe Domenico Mansi (…) e la sua…………, dove nel cap…. del vol. XII a p. 369 parlava del Concilio tenuto da papa Zaccaria. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di ‘Blanda Iulia’, in proposito così scriveva: “Con l’avvento del Cristianesimo, divenne sede vescovile. Difatti, viene ricordata in una lettera di Gregorio Magno, luglio 592, diretta a Felice, vescovo di Agropoli, affinchè visiti le diocesi, temporaneamente vacanti, di Velia, di Bussento e di Blanda, in F. Russo, Regesto, etc., cit. I, pag. 37.”. Il Campagna (…), continua il suo racconto su Blanda e, scrive che:  “Tre anni dopo però, nel 595, viene ricordato Romano, nel 649 Pasquale, e nel 743 Gaudioso, vescovi blondani (Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Campagna (…) citava Francesco Russo (…), ovvero il suo……………..Ma, le notizie intorno all’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Blanda Iulia’, sono state citate dal sacerdote Francesco Lanzoni. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323. Il Concilio di Roma (Concilium Romanum) è un sinodo locale che si è tenuto a Roma nell’ottobre 745, con la partecipazione di sette tra vescovi, presbiteri e diaconi, presieduti da Papa Zaccaria. Il concilio ha condannato l’irlandese vescovo Clemente, in quanto padre di figli adulterini e l’arcivescovo Adalberto di Magdeburgo, accusato di compiere opere di magia tramite l’invocazione di angeli. Edward H. Landon, A Manual of Councils of the Holy Catholic Church, John Grant, Edimburgo 1909, vol. 2, p. 97. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi……Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Un’altro Sinodo indetto da Papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da ‘Gaudiosus Blandarum Episcopus (26).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (26) postillava che: “(26) G. Mansi, ‘SS. Conciliorum nova apmplissima collectio, XII, 369”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 73, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: Longobardi, o ad essi graditi, infatti furono, quasi sicuramente, i vescovi di Blanda del periodo successivo, come sembra attestato sia dai nomi sia dalla partecipazione dei vescovi blandani di rito latino Pasquale al concilio latranense del 649 d.C. e Gaudioso al sinodo romano del 745.”. Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “….perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellianum (92).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (…), a p. 21 riguardo l’Ughelli (…) e il Vescovo Landus di Marcellianum nella sua nota (92), postillava che: “(92) Vol. X., p. 127 sgg. Cfr. Bracco, ‘Antiquitates’, cit., p. 338.”.

Lande Edward, p. 97

Nel VIII sec., la scomparsa della Diocesi di Blanda Julia e del suo ultimo vescovo Gaudioso

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa alcuni Vescovi di alcune diocesi delle nostre terre presenti ad alcuni Concili romani come quello tenutosi nell’anno 745 d.C. di cui poi in seguito non si ha più notizia come ad esempio la diocesi di Blanda Iulia dopo la scomparsa dell’ultimo suo Vescovo Gudioso.  Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III, a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a pp. 19-20 scriveva che: “6) GAUDIOSO (743)- – Questo Gaudioso però è l’ultimo Vescovo di Blanda, di cui affiori la memoria. Dopo di lui di Blanda si perdono le tracce e sembra più che probabile che sia stata distrutta nella seconda metà del sec. VIII. Non conosciamo le vicende posteriori della sua Chiesa; ma abbiamo ritenuto che, verosimilmente, i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano. Se ciò non si fosse verificato, noi non sapremmo specificare a quale Pastore fosse stata affidata la cura di tutto il litorale tirrenico, che si estendeva da Belvedere a Maratea (10). L’esistenza della chiesa di ‘S. Maria de Episcopio’ in Scalea, consacrata nel 1167, potrebbe costituirne una conferma, perchè il titolo non potrebbe aver altro riferimento all’infuori dell’antica residenza vescovile. Questo titolo infatti non dovette spuntare all’atto della sua consacrazione del 1167, ma, con molta probabilità, dovette provenire dalla vecchia costruzione preesistente, la quale doveva essere adiacente o incorporata all’antico vescovado di Blanda, funzionante in Scalea. Era infatti nella prassi dei Normanni di ingrandire o di restaurare le vecchie chiesette bizantine, dotandole anche con grande generosità. “. Il Russo a p. 19 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Mansi, XII, 369; Ughelli-Coleti, X, 30, che l’assegna a Blera “. Il Russo a p. 20 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. Russo, Storia della Diocesi di Cassano, I, p. 81.”. Dunque, secondo gli studi di Francesco Russo, l’antica diocesi di Blanda – di cui non si hanno più notizie posteriori al 743 dell’ultimo (?) suo Vescovo Gudioso, forse diventava Diocesi di Scalea che a sua volta scomparve per diventare Diocesi di Cassano Jonico. Il  sacerdote Rocco Gaetani (…) a p. 22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda. Il Gaetani (…) a p. 22 in proposito scriveva che: Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Sempre il Gaetani (…) a p. 22, racconta che: “Alcuni patrii scrittori si credettero avventurosi di segnare nei fasti della Chiesa nostra una memoria ricavata dai dialoghi di s. Gregorio, ove il santo Pontefice racconta il miracolo accaduto a suoi tempi di un morto ritornato a vita per intercessione di un monaco, che ogni anno dal monte Argentaro, luogo di una sua dimora, attraversando la regione Aurelia, per recarsi alla basilica del Principe degli Apostoli, si fermava ad ospitare presso un certo Quadragesimo suddiacono ‘Ecclesiae Buxentinae’, che nell’Aurelia guardava il suo gregge (21). Confesso che ancor io mi conpiacqui di vedere tra le scorse memorie della Chiesa mia questo fatto, e quasi mi doleva che non avessi avuto io per primo la ventura di riconoscerlo; ma invece mi dovetti disingannare, quando invano ricercando nel territorio Bussentino la regione Aurelia, ritrovava nelle dotte note dell’Holstenio al Cluverio, che il nome ‘Buxentinae’ fosse per errore detto invece di ‘Bulcentinae’ o ‘Vulcentinae’ ch’è è l’antica Vulceja città dell’Enotria, a cui s’appartiene l’intera narrazione, perchè ivi colla regione Aurelia è il monte Argentaro (22). La correzione fu riconosciuta dal Campanari nelle sue notizie di Vulceja e dal Gerhard negli Annali dell’Istituto di Corrispondenza archeologica (23).. Il Gaetani a p. 29 nella sua nota (21) postillava che: “(21) Dial. 1. 3, c. 17”.

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Dopo la metà del VII secolo non si hanno più notizie della diocesi, che fu probabilmente soppressa al tempo delle guerre iconoclaste, che a partire dall’VIII secolo hanno sottratto parte dell’Italia meridionale alla giurisdizione ecclesiastica di Roma per unirla a quella del patriarcato di Costantinopoli. Questo determinò, almeno nel Cilento, la scomparsa delle antiche diocesi sostituite da eparchie monastiche, tra cui si ricordano quelle del Mercurion, del Latinianon e del Lagonegro. Due cenobi monastici, San Pietro e San Giovanni Battista, furono eretti a Policastro dal patriarca Polieucte di Costantinopoli e molti furono i monasteri greci che sorsero nella regione, tra cui quelli di San Giovanni a Piro e San Cono di Camerota. Scrive il Barni (…), dopo aver parlato della Diocesi di Bussento al tempo del vescovo Felice di Agropoli (di Capaccio), in proposito che: “….ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (7). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (…). Il Barni (…), a p…., nella sua nota (7), postillava che: “(7)………………………..”. Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, dopo aver parlato del Sinodo romano dell’anno 743 e del Vescovo di Blanda Gaudioso, in proposito scriveva che: Da allora le vicende storiche di Blanda restano avvolte nelle tenebre dei secoli. E’ tuttavia convinzione comune degli studiosi che Blanda, come quasi tutte le città costiere dell’Italia meridionale, fu saccheggiata e distrutta dalle frequenti incursioni dei Saraceni.”.

Nel 1624, Luca Holstenio, Blanda e il Porto di Sapri

Giuseppe Antonini nella sua ‘Lucania’ (27) riporta alcune notizie tratte da alcuni eruditi del tempo, che meritano un maggiore approfondimento. Sono interessanti le notizie storiche e bibliografiche riferiteci dall’Antonini (27) che, parlando di Sapri e di Blanda (Fig. 2), riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella sua ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (27), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ curata da Guglielmo Goesio, parlando di Sapri, riferisce degli autori a lui precedenti che avevano scritto e collocato l’antica città di Blanda a Sapri, come ad esempio Luca Holstenio (28) che voleva che le vestigia di Blanda erano quelle che si vedevano nel porto di Sapri: “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia eius apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: (I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. Sempre l’Antonini (…) a p. 439 parlando di Maratea e di Blanda in proposito scriveva che: Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e cn esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Ecc…”. L’Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439 postillava che: Questo stesso autore nelle ‘note a Carlo di S. Paolo’, dimenticatosi di quanto si dice, scrisse, che Blanda era al porto di Sapri; e nelle ‘note ad Ortelio, fol. 32. dove questo dice: ‘Blandam Lucanis fuisse ad scriptum’, egli soggiunse: ‘Recte, nam X. M.P. disiabat Buxento. Vestigia eius maxima apparent ad portum Sapri.”. Un altro erudito del tempo che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (28) (Figg. ). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geografi- cum ortelii, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (35)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (28), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (35). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (35)(Figg. 6-7), l’Holstenio (28), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, e a p. 288, scrive le note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (35) dice in proposito: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. L’Holstenio, sempre a p. 288, nelle note alla pagina 1263 dell”Italia antiqua’ di Cluverio e dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”In seguito, nella sua prima edizione del 1745 della sua ‘Lucania’, curata da Guglielmo Goesio, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (27), disserta su ciò che aveva scritto l’Holstenio (28) che, abbiamo integralmente riportato in latino e, scrive in proposito: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti a- vea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.” (27). L’Antonini, nella sua nota (1) ag- giunge: “L’accuratissimo Olstenio (28)… ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. In buona sostanza, l’Antonini, restò un pò basito delle parole dell’Holstenio sul ‘Porto de Sapri‘ e sulla collocazione del sito di Blanda, ma non riteniamo – come dicono alcuni – che non fosse totalmente d’accordo con l’Holstenio, il quale aveva fatto dissertato sul libro più antico del Cluverio (18)(Fig. 6-7). Intanto la notazione di pagina 22 dell’Holstenio che il Cluverio, indicava: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. E’ il Cluverio (35) che lo denomina ‘Porto de Sapri’ e, questo ci deve far riflettere. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli (11); gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine.. ….dunque Blanda non fu una città dell’entroterra come invece comunemente si crede”. Il Visconti (18), nelle sue note (nota 10, p. 88) al testo del Laudisio (17), parlando di Blanda, riferisce: Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio (4), che afferma che fu espugnata dai Romani, durante la seconda guerra punica (ex Lucanis Blanda et Apolorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età Augustea prese il nome di Blanda Julia (C.I.L., X, 125).”.

Nel 1723, Costantino Gatta: nel mare di Sapri fu ingoiata l’antica sede vescovile di Blanda

Il Visconti (….), nelle sue note alla ‘Synopsi’ del Laudisio (17), riferiva che Blanda era stata citata dal Costantino Gatta (….) che, la identifica con Sapri. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie istorico-topografiche della Provincia di Lucania”, a p. 306, in proposito scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”. Costantino Gatta (….), a p. 306, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Il Gatta si riferisce a Lucas Holstenio (….) ed alla sua note all’Italia antica di Cluverio”.

Gatta, p. 306

Il Gatta, parlando di Blanda, riferisce due notizie interessanti. La prima è quella che Blanda era da lui creduta a Sapri che a quel tempo, si chiamava ‘Porto de Sapri’ . Infatti, risulta sui documenti notarili ed ecclesiastici che nel ‘600 e ‘700, il piccolo centro costiero di Sapri, veniva denominato con il toponimo di ‘Porto di Sapri’ , come ad esempio i cartigli della Principessa Carafa, oppure sui documenti notarili del Barone Palamolla. Il Gatta, parlandoci di Blanda, riferisce anche una seconda notizia, ovvero, riferendosi alla città di Blanda:  Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare”. Si tratta della notizia di una catastrofe naturale o un maremoto accaduto nell’antichità che vine raccontato dalla tradizione orale popolare.

Nell’VIII sec. d.C., la Chiesa e le Diocesi della Calabria

Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 98, in proposito scriveva che: “Le cose però presero una piega differente el secolo VIII. L’eresia iconoclasta, sostenuta tenacemente dagli imperatori bizantini Leone III Isaurico e Costantino Copronimo, se trovò delle facili acquiescenze in Oriente, incontrò invece una tenace resistenza in Occidente, specie nei Papi Gregorio II (715-731) e Gregorio III (731-741), l’ultimo dei quali scomunicò gli Iconoclasti nel Sinodo Romano del 731. Leone Isaurico allora, per rappresaglia, confiscò il patrimonio immobiliare della Chiesa Romana in Calabria e Sicilia, aggregandolo al demanio imperiale (1). Il suo successore andò anche oltre, sottraendo le Chiese della Calabria e della Sicilia alla soggezione di Roma e aggregandole a quella del Patriarcato di Costantinopoli (2). Tale aggregazione comportava con sè l’adozione delle istituzioni, della lingua e del rito di Bisanzio. Difatti, nella seconda metà del secolo VIII tutte le Chiese della Calabria risultano ellenizzate, ad eccezione di quelle della Valle del Crati, che mantengono la lingua e il rito latino, perchè sotto il dominio dei Longobardi. Un altro passo fu compiuto alla fine dello stesso secolo. Il Basileus o il Patriarca di Costantinopoli, constatando la difficoltà della nomina e della consacrazione dei Vescovi, che erano tanto lontani dalla Capitale, istituì la Provincia ecclesiastica della Calabria, elevando Reggio alla dignità di Metropoli con giurisdizione su tutte le Diocesi allora esistenti nella regione. Le cose restarono così per un secolo. Avutasi una nuova riorganizzazione amministrativa e religiosa verso la fine del secolo IX, le Metropoli divennero due (Reggio e Santa Severina) e le Diocesi si moltiplicarono sensibilmente, con l’aggiunta di una decina di Chiese di nuova erezione. In questo duplice assetto non figurano Chiese autonome in Calabria e non ne figureranno durante tutta la dominazione bizantina: l’autonomia invece (diretta soggezione alla . Sede) si avrà con l’avvento dei Normanni e sarà applicata su larga scala. E’ perciò un dato di fatto che anche la Chiesa di Cassano fu costituita, fin dalla fondazione, quale suffraganea di Reggio, alla stessa maniera di Rossano, di Nicastro, di Bisignano e di Amantea.”.

Nel……., le Diocesi di Talao (Scalea) e di di Cassano Ionico

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), continuando a scrivere sull’attribuzione delle 15 località alla Diocesi di Cassano Jonico diceva pure che: “Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti (37). Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi a sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Dunque, secondo il Laudisio, l’antica “Didascalea”, toponimo che appare sulla “bolla di Alfano I” è Scalea, località non molto distante dall’Isola di Dino. Poi, il Laudisio aggiunge pure che non molto distante da Scalea vi era l’antica città di “la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti (37)”. Il Visconti (…), nell’edizione curata della ‘Synopsi’ del Laudisio (…), a p. 14, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. Antiq (Gabriello Barrio, ‘Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: ‘Scalea, Talaus olim dicta. De qua Strabo: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”. Ma, il Laudisio, sulla scorta del Barrio (…) parlava di Scalea che una volta si chiamava “Talao”. Il Laudisio si riferiva a Gabriele Barrio (….) ed al suo “De antiquitate et situ Calabrie”, libro 2, Roma, 1571.

Barrio, p. 83

(Fig….) Barrio, op, cit., p. 837

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “….papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, Cassano Jonico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. Ecc…”. La notizia dell’aggregazione di alcune nuove sedi vescovili, tutte suffraganee a quella Metropolita di Salerno, tra cui pure la sede “suffraganea” di Cassano Ionico. Il Campagna a p. 241, nella sua nota (187), postillava che: “(187) ……Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”. Il Campagna riporta altre notizie di quel periodo storico sempre sulla scorta del Russo. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, in proposito scriveva che: “Difatti, nel 1079, e per poco meno di un ventennio, la parrocchia di Tortora fece parte della diocesi di Policastro, restaurata; probabilmente fino al 1098, quando fu aggregata a Cassano. La diocesi latinizzata di Policastro doveva, così, procedere alla reintegrazione del rito latino, certamente col beneplacido di Ruggero Borsa (187).”. Il Campagna, a p. 241, nella sua nota (187), postillava che: “(187) ……Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”. Dunque, il Campagna (…), affermava, forse sulla scorta del Guillou (…) che Tortora fu aggregata alla Diocesi di Cassano Ionico nel 1098. Infatti, secondo Andree Guillou (…), nel suo ‘Geografia amministrativa del Katepanato, etc.’, il catepanato di Basilicata o di Lucania fu istituito intorno al 968-970. Dunque, se la ricostruzione storica del Campagna è corretta significa che le ultime quindici località citate nella ‘Bolla di Alfano I’, aggregate solo in un primo momento, nel 1079 alla Diocesi di Policastro, in seguito, nel 1098 saranno aggregate alla Diocesi di Cassano. Dunque, Orazio Campagna (…), a p. 91, sulla scorta del sacerdote Francesco Russo in proposito scriveva che: “…..nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).” e, nella sua nota (59) postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro (96).”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Dunque, secondo il sacerdote Francesco Russo (…), l’antica Diocesi di Cassano Jonico, fu aggregata nel 1058 da papa Stefano IX alla “Metropolia” di Salerno ed in seguito, nel 1098, le 15 località assegnate al vescovo di Policastro dal primate Alfano I furono di nuovo assegnate al vescovo di Cassano Jonico. Riguardo il toponimo di “Talao”, Angelo Bozza (…), nella sua “La Lucania etc…”, a p. 215 del vol. II, parlando di Scalea scrive che: “Si vuole che quì sia stata l’antica città di Lao, o Talao; ed avvalora un tal sospetto l’esservi rinvenute fuor delle mura dell’attuale edifizio, molti ruderi di acquedotti, di mura, di ipogei, ed un tempietto con un titolo di marmo, fatto spezzare da un’arciprete intollerante, con altre anticaglie.”. Secondo l’antica tradizione tramandatasi oralmente a Scalea, riferitaci da Gabriello Barrio (….), appena nata la Diocesi di Talao, fu soppressa perchè il primo vescovo fu ucciso e accadde pure che le 15 località invece di tornare all’altra antica Diocesi di Policastro, “….ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico”. Il Laudisio, riferisce pure della Diocesi di Cassano Ionico, la quale secondo il racconto di Gabriele Barrio, “quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica.”. Dunque, Gabriele Barrio, riferisce che la Diocesi di Cassano Ionico, per espresso volere del papa dipendeva direttamente dalla Santa Sede Apostolica di Roma e, questo, come abbiamo visto accadde nel 1098. Sulla Diocesi di Cassano Jonico, abbiamo già visto in precedenza che questa Diocesi, insieme ad altre diocesi fu aggregata alla “Metropolia” di Salerno, retta da Alfano I e direttamente dipendente dalla Santa Sede Apostolica. Infatti, Orazio Campagna (….), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Dunque, il Campagna trae la notizia da Francesco Russo (….). Sulla Diocesi di Cassano Jonico, il sacerdote Francesco Russo (….), nel suo vol. I, a p. 37 nel cap. I, del suo testo: “La Diocesi di Cassano al Jonio” scriveva che: “Le Diocesi confinanti sono quelle di Rossano, di Bisignano e di San Marco a mezzogiorno, di Anglona e Tursi e di Policastro a settentrione. Il territorio della Diocesi Cassanese è l’unico in Italia, che si estende da un mare all’altro; per cui è stata definita “La Diocesi dei due mari”. Fino al principio del secolo XX, era uno dei più vasti di tutta la Calabria, perchè comprendeva anche il territorio di Maratea, poco a sud di Sapri, e la massima parte dell’attuale Eparchia o Diocesi bizantina di Lungro. Pur così mutilata, conserva tuttavia un’entità notevole, estendendo la sua giurisdizione anche su alcuni paesi della limitrofa Lucania, in Provincia di Potenza; al contrario, diversi paesi della Calabria, che fanno parte civilmente della Provincia di Cosenza, sono aggregati alla limitrofa Diocesi di Anglona e Tursi: incongruenza questa, che si perpetua da secoli e che non si è voluto mai eliminare, malgrado i considerevoli vantaggi, che ne deriverebbero ecc…”. Dunque, in questo passo introduttivo il Russo (…), chiarisce la stratificazione dei confini e delle relative sedi aggregate nei secoli e trasmigrate da una Diocesi all’altra.

A Scalea l’Episcopio o casa del Vescovo non distante dalla chiesa di S. Maria d’Episcopio

Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano al Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a pp. 19-20 riferendosi al vescovo di Blanda “Gaudioso”, nell’anno 743, in proposito scriveva che: “6) Dopo di lui di Blanda si perdono le tracce e sembra più che probabile che sia stata distrutta nella seconda metà del sec. VIII. Non conosciamo le vicende posteriori della sua Chiesa; ma abbiamo ritenuto che, verosimilmente, i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano. Ecc..“. Dunque, secondo il sacerdote Francesco Russo, i vescovi di Blanda, dopo l’ultimo vescovo chiamato Gaudioso (anno 743), si sarebbero rifugiati nell’antica diocesi di Scalea, che altri studiosi hanno scritto fosse quella di Talao. Come abbiamo già visto in altri miei saggi, l’antica città di Blanda, antichissima sede vescovile, poi da ricostruire secondo le lettere di papa Gregorio Magno, sarebbe stata individuata da alcuni non lontana da Maratea e da Tortora. Forse ad Ajeta. Dunque, il Russo, a proposito dell’antica sede vescovile di Blanda scriveva che non si conoscevano le vicende posteriori della sua Chiesa dopo l’VIII secolo. Russo ipotizzava che dopo l’VIII secolo, “i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano”. Dunque, secondo Russo, dopo l’VIII secolo è probabile che le località che erano amministrate dai vescovi di Blanda siano state assegnate ai vescovi di Talao (Scalea) e poi in seguito alla Diocesi di Cassano Jonico. Infatti, scrive sempre il Russo che: “Se ciò non si fosse verificato, noi non sapremmo specificare a quale Pastore fosse stata affidata la cura di tutto il litorale tirrenico, che si estendeva da Belvedere a Maratea (10).”. Il Russo, si chiedava cosa fosse accaduto alle diocesi scomparse e vacanti di Bussento e di Blanda dopo l’VIII secolo e scrive che l’unica spiegazione è quella secondo cui i vescovadi si spostarono in sedi più sicure come ad esempio nel caso di Blanda, i suoi vescovi, si spostarono a Scalea. Infatti, il Russo aggiunge che: “L’esistenza della chiesa di ‘S. Maria de Episcopio’ in Scalea, consacrata nel 1167, potrebbe costituirne una conferma, perchè il titolo non potrebbe aver altro riferimento all’infuori dell’antica residenza vescovile. Questo titolo infatti non dovette spuntare all’atto della sua consacrazione del 1167, ma, con molta probabilità, dovette provenire dalla vecchia costruzione preesistente, la quale doveva essere adiacente o incorporata all’antico vescovado di Blanda, funzionante in Scalea. Era infatti nella prassi dei Normanni di ingrandire o di restaurare le vecchie chiesette bizantine, dotandole anche con grande generosità. “. Il Russo a p. 19 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Mansi, XII, 369; Ughelli-Coleti, X, 30, che l’assegna a Blera “. Il Russo a p. 20 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. Russo, Storia della Diocesi di Cassano, I, p. 81.”. Dunque, secondo gli studi di Francesco Russo, l’antica diocesi di Blanda – di cui non si hanno più notizie posteriori al 743 dell’ultimo (?) suo Vescovo Gudioso, forse diventava Diocesi di Scalea che a sua volta scomparve per diventare Diocesi di Cassano Jonico.

Le due epigrafi sul campanile della chiesa di S. Maria d’Episcopio di Scalea, provenienti da Lavinium e simili a quelle del campanile di Policastro

Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 48, in proposito scriveva che: “Nella vallata del Lao, poco a sud di Laino, doveva trovarsi la città di ‘Skidros’, che insieme con Laos accolse i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. Era certamente nel golfo del Lao, oggi detto di Policastro, e a breve distanza dal mare. Al tempo dell’Impero forse non esisteva più o aveva più o aveva perduto la sua importanza.”. Riguardo la città di Laos, il Russo, a p. 49, in proposito specificava che: “Sembra invece accertato che, presso la foce del Lao, poco più a sud di Scalea, era la città magno-greca di Laos, colonia di Sibari e importantissimo emporio commerciale sul Tirreno. Questa città sopravvisse alla metropoli; ma con la conquista romana decadde e fu sostituita da ‘Lavinium Bruttiorum’, che era a 16 miglia da Blanda e ad 8 da Cirella. Il suo sito è stato recentemente identificato in contrada “Marcellina”, nei pressi della stazione ferroviaria di Verbicaro-Orsomarso (44).”. Il Russo, a p. 49, nella nota (44) postillava che: “(44) O. Dito, Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Bruzi, Roma, 1882, u. 78 ss.; E. Galli, Livinium Bruttiorum, in “Notizie di Scavi”, VIII, S.  VI, f.7-9, pp. 328-363; B. Cappelli, Gli Statuti di Laino, in A.S.C.L., I., 405-410; Dito, La Calabria, 167-168″. Padre Russo, a p. 49, in proposito scriveva pure che: “E’ probabile che da ‘Laos’ provengano le due iscrizioni, di epoca imperiale, che furono impiegate nella costruzione del campanile normanno di S. Maria de Episcopio in Scalea. Le riporto per la loro rarità e perchè possano servire di base ad ulteriore ricerche e deduzioni sulla latinizzazione della celebre colonia di Sibari:

                                                                                                          GERMANICO. CESARI

                                                                                                             TI. AVC. F. DIVI. AUG.

                                                                                                          DIVI. IVLI. PRO II A. V. C.

                                                                                                          COS. II. IMPERATORI. II

                                                                                                                 AVGUSTAE – IVLIA

                                                                                                                              DRVSI. F.

                                                                                                                      DIVI – AVGVSTI 

Dunque, padre Russo citava le due iscrizioni o epigrafi latine d’epoca imperiale che egli dice “furono impiegate nella costruzione del campanile normanno di S. Maria de Episcopio in Scalea”. La notizia è molto interessante, non solo perchè padre Russo dice che le due iscrizioni provenissero dall’antica Laos, colonia magno greca colegata con Sibari, ma anche perchè le due iscrizioni da egli riportate sono simili alle due iscrizioni o epigrafi latine che ritroviamo murate sul campanile della cattedrale di Policastro Bussentino. Dunque due iscrizioni simili murate sui due campanili, quello “normanno” della chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea e quello bizantino della chiesa di S. Maria a Policastro Bussentino.

La notizia di padre Russo è interessante perchè ci dice che nella chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea vi era murata una epigrafe, forse scritta in caratteri gotici, molto simile alla epigrafe che oggi si trova murata su una scaletta adiacente al campanile della cattedrale di Policastro Bussentino. Padre Francesco Russo (….), nel vol. I, a p. 291, in proposito scriveva che: “Scalea ha due chiese di origine medievale: S. Maria de Episcopio e S. Nicola de Platea. ‘S. Maria de Episcopio’ fu costruita o, quanto meno consacrata, nel 1167. E’ andata però soggetta a vari rifacimenti; per cui conserva ben poco della struttura originale. Si è tuttavia salvata l’abside con una magnifica finestra gotica, divisa in due da una colonnina, con trabeazione sormontata da decorazione multilobata, di bellissimo effetto, messa in luce dall’Arch. Gisberto Martelli nel 1950. Notevole anche il campanile, in cui lo stesso Martelli ha scoperto dei conci, con iscrizioni romane del I secolo dell’E. V. L’architettura di questa chiesa, come quella “del presumibile Episcopio con pseudo-loggia normanna”, che vi è adiacente, viene collegata alle correnti artistiche campane del secolo XII-XIII (33).”. Padre Russo, nel vol. I, a p. 291, nella nota (33) postillava: “(33) G. Martelli, Architetture Campane in Calabria, in “Atti del Congresso di Storia dell’Architettura di Caserta”, Roma 1956, pp. 296-300; Martelli, Chiese monumentali di Calabria, in “Calabria nobilissima”, X, 37-88″. La notizia del ritrovamento di alcune epigrafi latine murate sulla chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea, molto simili alle epigrafe di Policastro che annuncia la costruzione del Campanile della Cattedrale, ci vengono confermate da Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo – cenni storici”, dove, a p. 24 parlando di Ruggero I d’Altavilla, in proposito scriveva che: “Promosse una serie di costruzioni atte a migliorare l’efficienza e l’estetica del paese. Vennero completate, ampliate, abbellite le chiese di S. Maria d’Episcopio e la parte inferiore della chiesa di S. Nicola in Plateis, che prendevano grosso modo l’aspetto di oggi. Venne tra l’altro costruito il papazzo con pseudo loggiato, ancora visibile in via S. Maria, probabilmente sede di pubblici uffici. Venne istituito lo “spedale”, i cui resti sono ancora in via Ospedale. Morto Ruggero i suoi domini, compreso Scalea, andarono a suo figlio Ruggero II, che regnò da Palermo, capitale del nuovo stato formato dai ducati di Puglia, Calabria, Sicilia. Dopo la morte di Ruggero II, a cui succedettero Guglielmo I il Malo e Guglielmo II il Buono.”. Altro autore locale ci parla della chiesa di S. Maria dell’Episcopio. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a p. 70 e ssg., in proposito scriveva che: “Si può supporre, infatti che nella seconda metà del secolo X, cioè dopo la costituzione della diocesi di Cassano, nel sito urbano di Scalea, a poca distanza dal cenobio dei Siracusani, sia sorto un terzo monastero greco, che successivamente diede origine alla chiesa matrice di Santa Maria, detta un tempo “della Scala”, “dell’Ospedale” o “dell’Annunziata”, oggi chiesa parrocchiale con il titolo di Santa Maria ‘de Episcopio’. Al momento, però, il documento più antico sul luogo sacro rimane una bolla dell’antipapa Anacleto II, collocabile fra il 1130 e il 1137, che confermava a Simeone, abbate della S.ma Trinità di Cava ‘apud Scaleam monasterium Sancti Petri et ecclesiam Sanctae Mariae cum hospitali’, mentre la più antica attestazione del titolo ‘de Episcopio’, a quanto ci risulta, risale al 1545. Di conseguenza la chiesa è stata generalmente considerata una nuova fondazione di epoca normanna, sorta cioè per iniziativa dei nuovi conquistatori, che ne avrebbero affidato la costruzione e il possesso all’Ordo Cavensis. Proprio la nascita come monastero, però, lascia perplessi: è davvero sostenibile l’ipotesi che i benedettini abbiano creato ‘ex novo’ la chiesa e l’annesso monastero ? Pare poco verosimile. I Normanni, infatti, secondo una prassi ben documentata, il più delle volte assegnavano ai religiosi latini istituzioni bizantine preesistenti abbandonate dai monaci, di cui si erano impadroniti per diritto di conquista.”.  Amito Vacchiano, a p. 92 ci parlava del palazzo con il pseudo-loggiato. Egli, in proposito scriveva: “All’epoca normanna va ascritto poi un palazzo, i cui resti ormai fatiscenti sono ancora visibli di fronte alla chiesa di Santa Maria ‘de Episcopio’. Caratterizzato da un rustico peseudo-loggiato dai rilievi ad archi intrecciati ricavati con muratura di frammenti laterizi, è un edificio di grande interesse perchè, come afferma Gisberto Martelli, “costituisce la più cospicua testimonianza superstite di architettura ciile normanna in Calabria e forse si tratta del Palazzo Episcopale ricordato nella dedicazione della Chiesa (S. Maria d’Episcopio). Queste strutture non trovano riferimento alcuno in Calabria etc….”.  Barbara Visentin (…..), nel suo “Fondazioni Cavensi nell’Italia Meridionale (secoli XI-XV)”, a p. 336, in proposito scriveva che: “3. Santa Maria. Sanctae Mariae (96). Le vicende della chiesa di Santa Maria di Scalea incrociano quelle della SS. Trinità di Cava in una data imprecisata prima del maggio 1149, quando compare tra i beni confermati al monastero dal pontefice Eugenio III, munita di un ricovero per pellegrini, poveri e sofferenti (97). Nel 1168 però si rintraccia il secondo ed ultimo atto che la menzione, è la bolla di Alessandro III che, nel gennaio di quell’anno, la esenta dalla giurisdizione vescovile (98). Le tracce materiali di questa cappella sembra si possano riconoscere nel cuore del centro antico di Scalea, dove svetta il campanile della cosidetta chiesa di sopra, dedicata a Santa Maria d’Episcopio, il cui nucleo originario risalirebbe addirittura all’VIII secolo. Lungo il lato meridionale della chiesa si conserva un edificio caratterizzato da un elegante loggiato riferibile al XII secolo e, per tradizione, indicato come il “palazzo del Vescovo”. La Visentin, a p. 336, nella nota (97) postillava: “(97) AC, H 7: apud Diascaleam….ecclesiam sanctae Mariae cum ospitali’, edito da Guillaume, Essai, Appendice, pp. XXXII-XXXV; Kehr, IP VII, p. 325, nr. 23”. La Visentin, a p. 336, nella nota (98) postillava che: “(98) Apud Diascoleam…ecclesiam Sanctae Mariae’, la menzione dell’ospedale è scomparsa, cfr. AC, H 50 falso e P. 24: transunto del marzo 1399 – H 51: transunto – I 1: transunto, per la genuinità del testo di questo documento si veda Kehr, IP VIII, p. 326.”.

TALAO (SCALEA), antichissima Diocesi (che, secondo il Bozza ebbe solo un Vescovo)

Angelo Bozza (…), nella sua “La Lucania etc…”, a p. 215 del vol. II, parlando di Scalea scrive che: “Si vuole che quì sia stata l’antica città di Lao, o Talao; ed avvalora un tal sospetto l’esservi rinvenute fuor delle mura dell’attuale edifizio, molti ruderi di acquedotti, di mura, di ipogei, ed un tempietto con un titolo di marmo, fatto spezzare da un’arciprete intollerante, con altre anticaglie.”. Nicola Maria Laudisio (4), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (17), dalle “Memorie Lucane”, cap. II, p. 34 del Gatta (14), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (16), e dal Barrio (31), scriveva nel 1831 in proposito: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dal Laudisio (…) e tratta dal Barrio (…), secondo cui quindici località citate nella nota lettera pastorale o ‘Bolla di Alfano I’, nel 1831, al tempo in cui scriveva il Laudisio, appartenevano alla Diocesi di Cassano Ionico, ma che, secondo un’antica tradizione che si narra a Scalea, nella vicina Calabria, un tempo le quindici località, fossero appartenute all’antichissima diocesi di Talao, citata anche da Strabone, e che secondo la tradizione locale, in questa Diocesi, il primo suo vescovo fu ucciso, la sede vescovile su subito soppressa e le quindici località non furono più restituite alla Diocesi di Policastro. Il Laudisio, aggiungeva e citava la leggenda che si narra a Scalea sull’antica diocesi di Talao. Dunque, il Laudisio (…), continuando il suo racconto cita un’antica tradizione che si narra a Scalea secondo la quale: “la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località;”. Dunque, secondo questa leggenda orale, a Scalea si dice che le ultime quindici località elencate nella ‘Bolla di Alfano I°’, nell’antichità facessero parte dell’anticihissima diocesi cristiana di Talao che però – sempre secondo la leggenda – ebbe solo un vescovo il quale fu ucciso. Vediamo quali sono queste quindici località che poi in seguito furono tolte alla Diocesi di Policastro. Nella ‘Bolla di Alfano’ le ultime quindici località in ordine sono le seguenti: 15) Latronicum – 16) Agrimonte – 17) S. Athanasium – 18) Vimanellum – 19) Rotunda – 20) Languenum – 21) Rosolinum – 22) Avena – 23) Regione – 24) Abb. Marcu – 25) Mercuri – 26) Ursimarcu – 27) Didascalea – 28) Castrocucco – 29) Turtura – 30) Laeta Marathia. Dunque, secondo la leggenda citata dal Laudisio, queste 15 località facevano parte della diocesi di Talao e poi furono aggregate nel 1079 alla restaurata diocesi di Policastro. Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71, nel Laudisio (…) la traduzione della ‘Bolla di Alfano I°’ si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Dunque, nella ‘Bolla di Alfano I°’ i limiti ed i confini della restaurata Diocesi Paleocastrense sono: “Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro”. Tutte le località che si trovano a sud del fiume Fuienti (era un piccolo fiume ancora esistente tra gli attuali borghi di Rofrano e Alfano, forse corrisponde all’attuale fiume Alento). Inoltre, lungo il corso del fiume Alento sale sino alla località dove sorse il villaggio di Fujenti (un piccolo borgo oggi scomparso i cui abitanti secondo il Ronsini (…) andarono a fondare Rofrano Vetere e che nel 1079, come dice la ‘Bolla di Alfano’ “oggi è detto le Petrocelle”. Sul borgo delle “Petrocelle” io credo che si riferisca all’attuale Torre Orsaia, antica “Petrasia”. Inoltre, dice: dalle Petrocelle sino al castello che fu costruito sul ‘Monte Tufolo’. Si sviluppa poi verso Oriente e comprende oltre Bussento, che in quel momento si chiama Policastro con tutte le altre trenta località : “Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea“.

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(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)

Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a p. 8 in proposito scriveva che: “L’originale della lettera di Alfano è andato perduto nel corso dei secoli, ma se ne conosce ugualmente il contenuto attraverso alcune riproduzioni, la più antica delle quali è conservata nella Biblioteca Vaticana. Eccone il testo (10).”. Il Moliterni a p. 8 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Si è cercato di riprodurre il testo che segue nel modo più fedele possibile, conservando l’uso delle ecc..”. Il Moliterni si riferisce alla trascrizione della Bolla di Policastro’, come la chiama lui, conservata in un codice latino conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Il Moliterni a p. 10 scrive che: “Il documento è inserito nei fogli 30r – 32r del cosiddetto “Manoscritto Patetta 1621″, un codice membranaceo di ridotte dimensioni (mm. 175 x 105) ecc..”. Nel testo trascritto dal Moliterni le 30 località citate nella ‘Bolla di Policastro’ sono: “….Scilicet castellum quod dicitur de Madelmo, Cammarota, Arriuso, Caselle, Turturella, Turracca, Portu, Lacunigru. Revellu. Triclina. Ylice (12). Soluci. Latronicu. Agrimonte. Sanctum Athanasium. Vimanellum. Rotunda. Laguenum. Trolotinum. Avena. Regione. Abbatemarcu. Mercuri. Ursimarcu. Didascalea. Castrucuccu. Turtura. Laita. Marathia. cum ecc…”. Queste le trenta località elencate nella trascrizione della ‘bolla di Policastro’ in Biagio Moliterni tratta dal “Manoscritto Patetta”. Tuttavia ritengo che alcuni centri o località così elencate dal Moliterni non corrispondono a quelli effettivamente elencati nel “Manoscritto Patetta” e ritengo pure che molti dei toponimi elencati nel “Manoscritto Patetta 1621” non corrispondono ad altre ‘bolle di Alfano I°’ descritte da altri autori. Tuttavia, ritornando agli ultimi quindici centri elencati essi sono: “Sanctum Athanasium. Vimanellum. Rotunda. Laguenum. Trolotinum. Avena. Regione. Abbatemarcu. Mercuri. Ursimarcu. Didascalea. Castrucuccu. Turtura. Laita. Marathia“. Queste quindici località, nel 1079 dipendevano dalla Diocesi di Policastro restaurata nell’anno 1079, come dice la lettera pastorale detta ‘Bolla di Alfano I’ e nel 1098 secondo il Campagna, come vedremo entreranno a far parte della Diocesi di Cassano Ionico. Il Visconti (…), nell’edizione curata della ‘Synopsi’ del Laudisio (…), a p. 14, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. Antiq (Gabriello Barrio, ‘Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: ‘Scalea, Talaus olim dicta. De qua Strabo: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”.

Barrio, p. 83

(Fig….) Barrio, op, cit., p. 837

Dunque anche il Laudisio, vescovo di Policastro, si chiedeva quali fossero gli esatti confini in antichità della rinata diocesi Paleocastrense e afferma che le località, quasi tutte calabresi, che nel 1888, erano 15 e non facevano più parte della diocesi di Policastro ma di quella di Cassano Jonico. Il Laudisio scrive che il reale motivo per cui nel 1067 quindici località facessero parte della diocesi di Policastrosi perdeva nella notte dei tempi. Dunque, il Laudisio, sulla scorta di un’antica leggenda che si narrava a Scalea, voleva che le ultime quindici località passarono alle dipendenze della Diocesi di Cassano Ionico. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”. Ma il Laudisio sulla scorta del Barrio (…) parlava dell’origine sibaritica di Scalea.  Sulla questione ci viene incontro lo studioso Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro (96).”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (96) postillava che: “(96) Nei primi dell’inverno del 1067-1068 (non nel 1070- o 1079 come si crede) Benedetto Alfano, arcivescovo di Salerno, nominò vescovo di Policastro il benedettino cavense Pietro da Salerno ecc..”. Dunque, il Campagna, anche sulla scorta di Ebner scriveva che con la Restaurazione della Diocesi di Policastro di cui venne nominato vescovo Pietro Pappacarbone, anche Laeta figura nei toponimi elencati nella “Bolla di Alfano I°”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, in proposito scriveva che: “Difatti, nel 1079, e per poco meno di un ventennio, la parrocchia di Tortora fece parte della diocesi di Policastro, restaurata; probabilmente fino al 1098, quando fu aggregata a Cassano. La diocesi latinizzata di Policastro doveva, così, procedere alla reintegrazione del rito latino, certamente col beneplacido di Ruggero Borsa (187).”. Il Campagna, a p. 241, nella sua nota (187), postillava che: “(187) ……Vedi L. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941; N. Acocella, ‘La figura e l’opera di Alfano I di Salerno’, in “RSS, XIX, 1958. Ancora intorno al 1572 il vescovo di Policastro, Ferdinando Spinelli, ingiungeva ai sacerdoti greci della diocesi di conformarsi al rito latino, in N.M. Laudisio. Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”. Dunque, il Campagna (…), affermava, forse sulla scorta del Guillou (…) che Tortora fu aggregata alla Diocesi di Cassano Ionico nel 1098. Infatti, secondo Andree Guillou (…), nel suo ‘Geografia amministrativa del Katepanato, etc.’, il catepanato di Basilicata o di Lucania fu istituito intorno al 968-970. Dunque, se la ricostruzione storica del Campagna è corretta significa che le ultime quindici località citate nella ‘Bolla di Alfano I°’, aggregate solo in un primo momento, nel 1079 alla Diocesi di Policastro, in seguito, nel 1098 saranno aggregate alla Diocesi di Cassano. Dunque, Orazio Campagna (…), a p. 91, sulla scorta del sacerdote Francesco Russo in proposito scriveva che: “…..nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).” e, nella sua nota (59) postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Dunque, secondo il sacerdote Francesco Russo (…), l’antica Diocesi di Talao (individuata oggi nel territorio di Scalea) nell’anno 1058 papa Stefano IX l’aggregava alla più recente Diocesi di Cassano Jonico o allo Jonio. Il Campagna, forse sulla scorta del Russo (…) scriveva che nell’anno 1058 papa Stefano IX aggregava la nuova restaurata Diocesi di Cassano Ionico a quella metropolita di Salerno e aggiunge che solo dopo l’anno 1098 alcune di queste località come Tortora furono assegnate alla Diocesi di Cassano Ionico. Il Campagna (…), nella sua nota (59) citava Francesco Russo (…) che, nel vol. I, a p. 37 nel cap. I: “La Diocesi di Cassano al Jonio” scriveva che: “Le Diocesi confinanti sono quelle di Rossano, di Bisignano e di San Marco a mezzogiorno, di Anglona e Tursi e di Policastro a settentrione. Il territorio della Diocesi Cassanese è l’unico in Italia, che si estende da un mare all’altro; per cui è stata definita “La Diocesi dei due mari”. Fino al principio del secolo XX, era uno dei più vasti di tutta la Calabria, perchè comprendeva anche il territorio di Maratea, poco a sud di Sapri, e la massima parte dell’attuale Eparchia o Diocesi bizantina di Lungro. Pur così mutilata, conserva tuttavia un’entità notevole, estendendo la sua giurisdizione anche su alcuni paesi della limitrofa Lucania, in Provincia di Potenza; al contrario, diversi paesi della Calabria, che fanno parte civilmente della Provincia di Cosenza, sono aggregati alla limitrofa Diocesi di Anglona e Tursi: incongruenza questa, che si perpetua da secoli e che non si è voluto mai eliminare, malgrado i considerevoli vantaggi, che ne deriverebbero ecc…”.Dunque, in questo passo introduttivo il Russo (…), chiarisce la stratificazione dei confini e delle relative sedi aggregate nei secoli e trasmigrate da una Diocesi all’altra. La notizia dell’aggregazione di alcune nuove sedi vescovili, tutte suffraganee a quella Metropolita di Salerno, tra cui pure la sede restaurata di Cassano Ionico, si aggiunge a ciò che scriveva il vescovo Nicola Maria Laudisio (…), quando raccontava che: “Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. In questo passo il Laudisio (…), chiedendosi il perchè dell’aggiunta delle ultime 15 località alla restaurata sede vescovile di Policastro, raccontava che un’antica tradizione narra dell’antica sede vescovile della città di “Talao” (Scalea) fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località”. Dunque, secondo il Laudisio, nell’antichità le ultime 15 località tra cui pure quelle di Tortora e di Castrocucco, vennero assegnate all’antica sede vescovile di Talao poi soppressa dopo che il primo vescovo fu ucciso non vennero più restituite all’antica sede vescovile di Buxentum. Dunque, secondo ciò che scrive il Laudisio, all’antica sede vescovile di Buxentum (…) vi erano aggregate ache le località di: …………………………..In seguito, fu creata la sede vescovile di Talao a cui furono aggregate le 15 località, ma essa fu subito soppressa perchè il vescovo fu ucciso. Nel 1079, con la creazione della restaurata sede vescovile di Policastro (ex “Buxentum”), le 15 località vennero aggregate alla sede di Policastro ma queste, restarono dipendenti dalla sede di Policastro fino a quando, nell’anno 1098 furono aggregate alla sede vescovile di Cassano Ionico, restaurata nel 1058. Dell’antica sede episcopale Bussentina ho parlato in un altro mio saggio. Ad un certo punto però con la venuta dei primi Longobardi le prime sedi diocesane fondate da S. Paolo scomparvero. Ma cosa accadde nelle nostre terre nei tre secoli successivi fino all’arrivo dei Normanni nel X secolo ?. Le notizie intorno alle prime sedi diocesane, si anno con le lettere di Papa Gregorio Magno. Ma dopo cosa accadde ?. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a pp. 19-20 scriveva che: “6) GAUDIOSO (743)- – Questo Gaudioso però è l’ultimo Vescovo di Blanda, di cui affiori la memoria. Dopo di lui di Blanda si perdono le tracce e sembra più che probabile che sia stata distrutta nella seconda metà del sec. VIII. Non conosciamo le vicende posteriori della sua Chiesa; ma abbiamo ritenuto che, verosimilmente, i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano. Se ciò non si fosse verificato, noi non sapremmo specificare a quale Pastore fosse stata affidata la cura di tutto il litorale tirrenico, che si estendeva da Belvedere a Maratea (10). L’esistenza della chiesa di ‘S. Maria de Episcopio’ in Scalea, consacrata nel 1167, potrebbe costituirne una conferma, perchè il titolo non potrebbe aver altro riferimento all’infuori dell’antica residenza vescovile. Questo titolo infatti non dovette spuntare all’atto della sua consacrazione del 1167, ma, con molta probabilità, dovette provenire dalla vecchia costruzione preesistente, la quale doveva essere adiacente o incorporata all’antico vescovado di Blanda, funzionante in Scalea. Era infatti nella prassi dei Normanni di ingrandire o di restaurare le vecchie chiesette bizantine, dotandole anche con grande generosità. “. Il Russo a p. 19 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Mansi, XII, 369; Ughelli-Coleti, X, 30, che l’assegna a Blera “. Il Russo a p. 20 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. Russo, Storia della Diocesi di Cassano, I, p. 81.”. Dunque, secondo gli studi di Francesco Russo, l’antica diocesi di Blanda – di cui non si hanno più notizie posteriori al 743 dell’ultimo (?) suo Vescovo Gudioso, forse diventava Diocesi di Scalea che a sua volta scomparve per diventare Diocesi di Cassano Jonico.

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fosse stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

L’origine di alcuni centri del basso Cilento che la tradizione vuole dovuta alla fuga dei superstiti della distruzione della città di Velia, l’antica Elea che fuggirono nei luoghi interni della Lucania come Rivello

Da Wikipedia, alla voce di “Rivello” leggiamo che a differenza di quanto si possa pensare, l’attuale borgo sorge di fronte il nucleo insediativo originario che si era sviluppato alcuni secoli prima sulla collina di Serra Città. Quest’ultimo, dice la leggenda, sarebbe scomparso a causa di un’invasione di formiche giganti e l’odierno abitato si sarebbe costituito tra il VI e VIIII secolo d.C. Più o meno nello stesso periodo era stata distrutta sulla costa campana, ad opera dei pirati saraceni, la città di Velia, la vecchia Elea greca dove era sorta la scuola filosofica di Parmenide che da essa aveva preso il nome. Osservando lo stemma del paese si legge la scritta: “Iterum Velia Renovata Rivellum” (VeIia di nuovo ricostruita è Rivello), nonché sul frontespizio della chiesa di San Nicola un’altra iscrizione riporta: “Olim Velia, Nunc Renovata Rivellum”. Questi fatti fanno dunque pensare che i Velini fuggiaschi avrebbero fondato “Re-Velia”, come risulta chiamato il paese nel primo documento ufficiale risalente all’XI secolo (Bolla di Alfano I arcivescovo di Salerno – 1079, atto costitutivo della diocesi di Policastro). Resistono ancora nella toponomastica (“Fonte dei Lombardi” e “Piazza dei Greci”), riferimenti alle due etnie contrapposte, che diedero vita alla città: longobardi, sicuramente stanziatisi a seguito delle invasioni barbariche, e greci, probabilmente provenienti, a seguito della sua distruzione da parte dei Saraceni, dalla vicina Velia da cui si dice derivi il nome moderno (Rivello ovvero Re-Velia). Difatti, il motto del comune recita ancor oggi “Iterum Velia renovata Revellum” (Una volta Velia, rinnovata in Rivello). Un’altra probabile origine etimologica del nome, va ricercata in una formazione del tipo iterativo “Re + Vallare” cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo Revallo; dall’analogia con “ripa”, “riva” (che darebbe la forma intermedia Rivallo) potrebbe aver portato, per metafonia A>E, alla forma Rivello. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc... Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.“.

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, proseguendo il suo racconto sulla visita a Rivello, parla di antiche e numerose rovine tanto da fargli dubitare che l’antica città di Blanda non fosse a Maratea da ubicarsi ma a Rivello. l’Antonini (…), a p. 441, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ne libri dè battezzati della Parocchia di S. Maria del Poggio, dopo il fol. 13, si trova una ricevuta che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati nove, e tre tareni al Clero di Rivello per otto Preti Greci.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, (nel 1700, dunque, molto prima dell’Antonini e del Laudisio), a p. 6 parlando di Policastro ai tempi dell’antica romana Buxentum (Bussento), a p. 7, in proposito  scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) (Figg. 1) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

(…) (Figg….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (Archivio digitale Attanasio)

(…) Troyli P. P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53

(…) Plinio il vecchio, Historia naturalis, libro III, 72. Gaio Plinio Secondo (Gaius Plinius Secundus), conosciuto come Plinio il Vecchio. Si veda anche: Plinio il Vecchio, Historia naturalis, 70 d.C., circa, Napoli, Biblioteca Nazionale, MS, V. A.,3., ristampato a Firenze nel 1465.

(…) Tolomeo Claudio, ‘Geographia’, tab. VI Europa (III, 1, 70)

(…) Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, cap. 20, 5-6. L’Ebner dice che Livio parla di un ‘Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19

(…) Alberti Leandro, “Descrittione di tutta l’Italia, et isole pertinenti ad essa. Di fra Leandro Alberti bolognese. Nella quale si contiene il sito di essa,l’origine, & le signorie delle citta, & de’ castelli; co’ nomi antichi, & moderni; i costumi de popoli, & le conditioni de paesi”; Stampatore: Paolo Ugolino; Venezia, 1596

Jaffé-Loewenfeld

(…) Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888 (Archivio digitale Attanasio)

(….) BINII, SEVERINI (SEVERIN BINIUS; SEVERINO BINI)
Concilia Generalia et Prouincialia (Provincialia) graece et latine quae reperiri portuerunt omnia. Item epistolae decretales, et Romanorum Pontificum vitae.Opera et studio… Codicibus inter se collatis aucta & recognita, notis illustrata, et historia methodo disposita. Opus nunc primum in Gallia diligentius quam antea & accuratis editum… in tomus nonus distributum; Indicibus item suis locupletatum: uno Rerum verborum & Pontificum, Epistol. decretalium & Conciliorum, ordine alphabetico dispositorum; altero locorum Sacrae Scripturae.
(…) Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 Laudisio trae la notizia da:  “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736”

(…) Jaffé-Ewald. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) postillava e citava “Jaffé-Ewald”. Il Regesta Pontificum Romanorum è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198, pubblicata la prima volta a Berlino nel 1851, dallo storico e filologo tedesco Philipp Jaffé. L’edizione del 1851 è stata riveduta, corretta ed ampliata in due occasioni:

  • nel 1885-1888 da S. Loewenfeld, F. Kaltenbrunner e P. Ewald
  • recentemente da Klaus Herbers in un’opera di cui, finora, sono usciti i primi tre volumi, che coprono il periodo dagli inizi fino al 1024.

Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé.

(….) CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899. Il Lanzoni per il vescovo Iulianus cita (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899.”. Il CIL raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia).

(…) Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 ( rist.), pp. 371-372, oppure ed. Berolini, 1935, p. 371. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (vedi nota 70 che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I).

(…) Baumund P.M., Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385

(…) Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581.

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888; Tip. Buona Stampa, 1888, Cimitile (Archivio Attanasio).

(…) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(…) Lenormant Francois, La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant, Vol. I, Cosenza, ed. ‘Casa del Libro’, dott. Gustavo Brenner, 1961 (citato da Gay J., op. cit., a p. 270, si veda p. 308 (Archivio Attanasio)

(…) Anastasi Bibliotecarii, De Vitis Romanorum Pontificum a B. Petro Apostolo, ad Nicolaum I. Romae, Salvioni, M DCC XVIII in 4.

(…) Bernino Domenico, L’Historia di tutte l’Heresie descritta da Domenico Bernino, Roma, Stamperia Bernabò, 1719 (Archivio Storico Attanasio), si veda vol. II, secolo 8, pag. 399 (noi però abbiamo trovato il paragrafo che parla di Papa Paolo I, nel vol. II, secolo VIII, p. 191).

(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (…), p. 136 nota (c); Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di ‘Paleocastren’. Il Cappelletti (…), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.

(…) Romanelli Domenico, Antica topografia istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, p…

(….) Antonini Giuseppe, La Lucania – discorsi, discorso XI, parte II, ed. Tomberli, Napoli, 1797.

(…) Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII, p. 199. L’antico testo di Mario Nigro o Dominicus Marius Niger, Veneto, commenta il libro XI della Geografia di Strabone (Archivio digitale Attanasio)

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(Figg…..) Filippo Cluveri(o), ‘Italia antiqua’, 1624, p. 1263 (…)

(…) Filippo Cluverio, Italia antiqua, 1624, Lugduni Batavorum, Elsevier, 1624, II, p. 1263, parla di Porto de Sapri e di Blanda. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca.

(…) Holstenius (Olstenio) Lucas, (Note  all’Italia antiqua di Cluverio (18)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22  e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’. Si veda pu- re: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942.

(…) Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 17.

(…) Duchesne Louis, I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, stà in Barni Gianluigi,  I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383 (Archivio Attanasio)

(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 (Archivio Attanasio)

(…) Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968 (Archivio Attanasio)

Lanzoni Giuseppe, Le origini delle Diocesi d'Italia

(…) Lanzoni Francesco, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323 (Archivio digitale Attanasio)

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, 12 voll. Roma, ed. G. Gesualdi, 1974-1993; Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, 1974, si veda I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.

(…) Russo P. Francesco, Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968 (Archivio Attanasio, vol. III)

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Attanasio).

(…) Magaldi Emilio, Lucania Romana, ed. Istiituto di Studi Romani, Roma, 1917, vol. I-II (Archivio Attanasio)

(…) Duchesne Louis, I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde), in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365–399 (cfr. p. 367), stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370.

(…) Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581; su Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di ‘Pyxous’, in Tancredi, p. 18)

(…) Gregorio Magno papa, Registro Episcopale, scritto tra il 590 e il 604; si veda anche: Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(…) Gregorio Magno papa, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(…) Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…)

(…), Gagliardo Carlo, (…) Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; “cfr. Laudisio (vedi versione a cura del Visconti), op. cit.,  p. 20, nota (f)”.

(…) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15

(…) Fimiani, De Ortu et Progressus metropoleon Ecclesiasticorum, Napoli,

(…) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574; Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”.

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Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso. Il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli –  in questo primo suo studio (…), fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Il Gaetani, aveva pubblicato altri suoi studi teologici. E’ stato Bibliotecario dell’Archicio Diocesano di Policastro Bussentino al tempo del Vescovo Cione. In seguito pubblicherà altri scritti sulla storia di Torraca e quindi di Sapri: “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca” (…), nel 1906 e poi nel  1914, il saggio su “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” (…), ambedue ristampati a cura della nipote Rossella Gaetani. Buona lettura. Il Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito:

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Traducendo il testo del manoscritto del Mannelli (…), le cui pagine inedite, ho pubblicato ivi, in un altro mio saggio, in originale, il Gaetani (…), da p. 17, inizia a parlare della bolla di Alfano I, citando l’Antonini (…), dove parlava della rinata Diocesi Paleocastrense. Il Mannelli (…), a p. 17, secondo il Gaetani, scriveva che: “Basta leggere la lettera di Alfano, anzi la sola intitolazione, ecc…” (si veda fig….).

(…) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, 1906; sulla scorta di questa notizia, il Tancredi (Tancredi L., Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e antica’. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); e, Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (6) che ricopiò da un’esemplare di Scipione Volpicella; in particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano I (…), la cita allo stesso modo del Mannelli (…), riportandone solo l’intestazione.

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Attanasio)

d'avino-porfirio

(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848,  a p. 538 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

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(…) De Rosa Gabriele, Vescovi popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174 (Archivio Attanasio)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio)

(…) Bernino Domenico, Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino, Roma, 1709

(…) Delahaye M., Synax Costantinopolitani della Vergine, (scrive Ebner a p. 587, vol. I) si veda col. 511, 5 marzo: “ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron. Martire 4 marzo, col. 509: O aghios.”.

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

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(…) Tancredi Luigi, Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, pp. 19, 23 e 34 (Archivio Attanasio); si veda pure Tancredi Luigi, Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e si veda pure Tancredi Luigi, nel pubblicare il documento notarile (2) al posto di Velia, riporta “Avenia, p. 23.

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

(…) De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963

Pomponio Mela mappamondo xilografia veneziana 1482

(…) Pomponio Mela, De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (35), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV. Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione dall’originale del testo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Monaco in Austria.

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(…) Beguinot Corrado, Il Cilento, problemi urbanistici, (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cilento Nicola, Le incursioni saraceniche in Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, …….; dello stesso autore si veda pure: ‘I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X’ – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.

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(…) Carucci Carlo, La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato, Storia diplomatica, Subiaco, ed. Tipografia dei Monasteri, 1934 XII (Archivio Attanasio)

(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Attanasio).

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’, ed. G. Caldo, Napoli, 1964, p. 7; dello stesso autore si veda pure: ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ITEA, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, a. XII (1951), 1-4, pp. 93-108; dello stesso autore si veda pure: ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro’, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, IV, 1934 (Archivio Attanasio).

(…) D’Auria A., L’omicidio di mons. Marchese dei feudatari di Camerota, stà in “Annali Cilentani”, a. XIII, n. 2, Luglio-Dicembre 2001, pp. 179-208 (Archivio Attanasio)

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della Memoria, luoghi e leggende, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2007, p. 234 (Archivio Attanasio

(…) Cardinale Sirleti (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Il Sirleti (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177 (vedi nota (51), di Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’.

(…) Cappelletti Giuseppe, Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp…….

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi“, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

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(…) Acocella Nicola, La traslazione di San Matteo, stà in ‘Documenti e testimonianze’, ed. Di Giacomo, Salerno, 1954 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, Ente per le Antichità e i Monumenti della Provincia di Salerno, Salerno, 1963 (Archivio Storico Attanasio), Parte II, p. 7 (su S. Matteo). Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”

(…) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i ‘Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(Fig…) La ‘Lucania Sconosciuta’, Capo XI, manoscritto inedito di Luca Mannelli (…).

(…) (Fig….) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine dell’ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sconosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato a Napoli, alla Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Il manoscritto inedito di Luca Mannelli, ‘Lucania sconosciuta’ ( di cui pubblichiamo una delle pagine del Capo XI, illustrato in Fig. 4), ci parla della storia della Lucania ed in particolare al Capo XI del Libro II, ci parla di Camerota e della storia dell’antica Bussento e di Policastro. Recentemente abbiamo ottenuto la fotoriproduzione digitale delle dieci pagine contenute nel Libro II del Capo XI del manoscritto ‘Lucania Sconosciuta’ del Mannelli, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli con la seguente collocazione: BNN, Ms. XVIII.24, che abbiamo pubblicato integralmente su un altro nostro studio ivi: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli” e a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. L’Ebner (5), nel suo saggio  Pietro da Salerno e il monachesimo Italo-greco nel Cilento, a p. 92, nella nota (4), afferma che nel manoscritto del Mannelli, si parla e si cita la bolla di Alfano I, nei ff. 23 e 42 è ripetuto ricordo della bolla e nel II (v. Policastro): “Per lo che Alfano concedendo alle preghiere di quel Popolo per primo Vescovo Pietro Pappacarbone come nella sua bolla, che dianzi accennai si legge.”. Il manoscritto del Mannelli, è stato trascritto sia dal Gatta (14) che dal Gaetani (9). Nel Gaetani (9), troviamo il passo del Mannelli, citato dall’Ebner (5), a p. 23.

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(…) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, (cap. XIV, p. 29; si veda pure dello stesso autore: ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, Lauria, Tip. Editrice Francesco Rossi & figli, 1934 (Archivio Attanasio)

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(…) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’ ( a cura di A. La Greca, A. Capano, D. Chieffallo, G. Chirichiello), ed. Cento di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2013, p. 42 (Archivio Attanasio).

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Attanasio)

(…) Crisci G. e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.

(…) Mosca Gaspare, De Salernitanae Ecclesiae Episcopis et Archiepiscopis catalogus, Neapoli, 1591

(…) Scandone Francesco, Documenti per la storia dei Comuni dell’Irpinia, vol. I, Avellino, 1956

(….) Chioccarelli Bartlomeo, ‘de Episcopis et Archiepiscopis Neapolitanis’

(….) Crispo Anna, ‘Antichità Cristiane della Calabria prebizantina, in A.S.C.L., XIV, 16

(…) Di Luccia P. M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (23) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(…) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA

(…) (Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (22) e dal Cataldo (23). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (24) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (2), a p. 154, alla nota 4 (nota 1) e, pare che trae questo antico documento dal Canonico Giuseppe Menta, che troviamo citato su un antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Riguardo poi al documento in questione, ne parla anche il Cataldo (23), che, nelle sue note (p. 19, nota n. 71) in proposito scrive che il documento è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Infatti, per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, si veda pure Cataldo (16). Il documento è citato anche dal Tancredi in Sapri giovane e antica (3), p. 19, che nella sua nota (1) dice: (1 – Cfr. Platea della Badia di S. Giovanni a Piro, pag. 137 MS.). Il Cataldi (…) affermava che l’antico documento notarile manoscritto del 1695-96 (5), è conservato all’Archivio diocesano di Policastro (…) e, pare che il Gaetani (…), l’abbia tratto dal Canonico Giuseppe Menta – suo carissimo amico – ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”. Il Laudisio non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: “ come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “.

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(…) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Magaldi scrisse detta relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, con Sindaco il dott. Nicola Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti.

(…) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Autore (Archivio Attanasio), p. 29; si veda pure: Cataldo Giuseppe, Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (2), si veda p. 19, nota 71.

(…) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA

(…) Loppel Sergio, Ricerche subacquee -Sapri archeologica, stà in ‘Mondo Archeologico’, 1976, pp. 24-25, n° 7 (Archivio Attanasio)

(…) Fulco Aleardo Dino ‘Blanda sul Paleocastro di Tortora’, edizioni Grafiche Moderne, Scalea, 1976 (Archivio Attanasio)

(…) Nissel Heinrich, Italianische landeskunde, vol. II, ed. Weidmannsche Buchhandlung, Berlino, 1902; Ebner parlando di Scidro lo cita e dice vol. II ed. 1899-1902, p. 898, ecc..ma sarà una diversa edizione perchè p. 898 non c’è nel mio testo che arriva fino a p. 480; nella mia Relazione (1) nella nota (42) postillavo che: “Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22 e, (43) Mommsen, CIL, X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da Russi A. in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. Lucania,

Rivello ed i suoi monasteri italo-greci di S. Pietro e quello di S. Gaudioso

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sui cenobi italo-greci e basiliani, i monasteri e le Abbazie sorte a Rivello, le loro origini ed altro. Il presente saggio, vuole rappresentare la ricerca di testimonianze del passato, che siano scritti, documenti originali ed altro utile a poter ricostruire un quadro sintetico e storiografico.

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(Fig….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…)

Carta del Cilento

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Attanasio)

Da Wikipedia, alla voce di “Rivello” leggiamo che le origini della città si fanno risalire all’Alto Medioevo; tuttavia, i numerosi reperti archeologici (rinvenuti nella contrada detta, appunto, “Città”) fanno supporre che Rivello sia l’erede della città lucana – esistente già dal periodo preromano – di Sirinos. Notoria è la divisione, a partire dal medioevo, della città in due distinti quartieri, quello superiore, i cui abitanti, detti bardàv’ti, erano legati uno alla chiesa di rito latino (San Nicola di Bari) e quello inferiore, i cui abitanti, bardàsci, erano fautori della parrocchia di rito greco (Santa Maria del Poggio). Leggiamo pure che a differenza di quanto si possa pensare, l’attuale borgo sorge di fronte il nucleo insediativo originario che si era sviluppato alcuni secoli prima sulla collina di Serra Città. Quest’ultimo, dice la leggenda, sarebbe scomparso a causa di un’invasione di formiche giganti e l’odierno abitato si sarebbe costituito tra il VI e VIIII secolo d.C. Più o meno nello stesso periodo era stata distrutta sulla costa campana, ad opera dei pirati saraceni, la città di Velia, la vecchia Elea greca dove era sorta la scuola filosofica di Parmenide che da essa aveva preso il nome. Osservando lo stemma del paese si legge la scritta: “Iterum Velia Renovata Rivellum” (VeIia di nuovo ricostruita è Rivello), nonché sul frontespizio della chiesa di San Nicola un’altra iscrizione riporta: “Olim Velia, Nunc Renovata Rivellum”. Questi fatti fanno dunque pensare che i Velini fuggiaschi avrebbero fondato “Re-Velia”, come risulta chiamato il paese nel primo documento ufficiale risalente all’XI secolo (Bolla di Alfano I arcivescovo di Salerno – 1079, atto costitutivo della diocesi di Policastro). Resistono ancora nella toponomastica (“Fonte dei Lombardi” e “Piazza dei Greci”), riferimenti alle due etnie contrapposte, che diedero vita alla città: longobardi, sicuramente stanziatisi a seguito delle invasioni barbariche, e greci, probabilmente provenienti, a seguito della sua distruzione da parte dei Saraceni, dalla vicina Velia da cui si dice derivi il nome moderno (Rivello ovvero Re-Velia). Difatti, il motto del comune recita ancor oggi “Iterum Velia renovata Revellum” (Una volta Velia, rinnovata in Rivello). Un’altra probabile origine etimologica del nome, va ricercata in una formazione del tipo iterativo “Re + Vallare” cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo Revallo; dall’analogia con “ripa”, “riva” (che darebbe la forma intermedia Rivallo) potrebbe aver portato, per metafonia A>E, alla forma Rivello. A testimoniare la presenza di queste popolazioni rimangono ancora visibili i resti di due fontane, quella dei Longobardi e quella dei Greci costruite nelle zone da essi rispettivamente occupate, dove le donne dell’epoca andavano ad attingere acqua e a lavare quando non avevano grossi carichi da portare al fiume e che servivano anche per abbeverare gli animali. Alla scissione del Ducato di Benevento, Rivello fu incorporato nel Principato di Salerno. Quando i Normanni conquistarono l’Italia meridionale, gli abitanti del paese si schierarono con essi, poi passò nelle mani degli Angioini ed infine fu feudo dei Sanseverino, dei Ravaschiero e dei Pinelli. Queste terre rivestono un’importanza fondamentale per lo studio dell’anacoretismo dell’Italia meridionale tanto da indurre alcuni studiosi, a credere che quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (…) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (…).

Nel 560 a.C., il popolo dei SIRINI e la città di SIRINO e Siruci (oggi Seluci), popolo che darà origine ai LUCANI

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: Di seguito si proporrà un breve excursus sulle città più importanti. Siri La città di Siri sorgeva nella regione nord occidentale dell’arco del golfo di Taranto, tra la foce del fiume omonimo (Sinni) e quella dell’Akiris (attuale Angri), in una vasta e fertile pianura chiamata Siritide, in una posizione favorevole ai rapporti sia con le popolazioni della Lucania sia con quelle dell’area tirrenica. Alcune fonti ne assegnano la fondazione ad un gruppo di profughi di Troia; altre testimonianze indicano come città madre la ionica Colofone, da cui si sarebbe allontanato un gruppo di esuli all’epoca dell’invasione di Gige, re della Lidia (ca. 675 a.C.). In seguito la regione risulta abitata dai Coni, popolazione di stirpe enotrica. I Sirini avanzarono ad ovest lungo la valle del Sinni fino al lago e al monte Sirino, presso Lagonegro; fondarono Siruci, (oggi Seluce frazione di Lauria) e si spinsero sino al mar Tirreno, nel nostro golfo. Pixus, se proprio non fu fondata, fu da essi colonizzata e scelta come scalo marittimo e commerciale. La floridezza e la ricchezza di Siri, suscitarono l’invidia ma, soprattutto, la preoccupazione delle vicine città achee di Metaponto, Sibari e Crotone; queste ultime, infatti, non tardarono a porsi contro di essa e la espugnarono dopo il 550 a.C.”. Nel 1743, Giuseppe Gatta (…), figlio di Costantino Gatta (…), pubblicò postumo ‘La Lucania illustrata’ del padre nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania etc..’, per i tipi della Stamperia Muziana. Egli corregge alcuni errori della precedente edizione del padre ed in proposito a Lagonegro a pp. 307-308 scriveva che: “Stà Egli situato quasi nel mezzo dè smisurati Monti ‘Alburno e Sereno’, quello su le sponde del ‘Tanagro’ e ‘Silare’, questo su l’alpestre Valli ove era l’antico ‘Nerulo’ oggi detto ‘Lagonegro’; dè quali alti, precipitosi, aspri e sassosi Monti, e delle loro strabocchevoli Balze, forse favella ‘Livio (a), quando esprime che se Alessandro il Macedone avesse in questi luoghi dirizzato il corso delle sue armi, quivi con perpetua ignominia eclissato avrebbe le sue glorie, per esser quelli luoghi inaccessibili e malgevoli per condurvi uno esercito effeminato e molle, qual fu quello dè Greci sotto la condotta del gran Macedone.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato in parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata…….Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel litorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. Etc…”. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello…..Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Poco o niente scrive Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove a p. 236 parlando della Sibaritide, di Eraclea dopo la distruzione di Siris, in proposito scriveva che: ‘’Tutto cio ci fa comprendere ciò che dovette essere la Siritide, sia dopo la distruzione di Siris che dopo la fondazione di Eraclea, e qualche problema speifico, come quello della moneta collegata con Pixunte, può trovare migliore inquadramento, e l’altro della popolazione indigena dei Sirini, ricordata da Plinio (N.H., III, 10, 98) e dei vari toponimi affini può suggerirci stimolanti sospetti.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “In prosieguo, nel secolo VIII avanti l’era volgare, quivi approdarono le prime colonie Elleniche, che fondarono fiorenti e rinomate città sulle spiagge del Ionio: Sibari, Turii, Siri, Eraclea, Pandosia e Metaponto; e sulle rive del Tirreno: Posidonia, Velia, Palinuro, Molpa, Pixo e Lao, onde la regione fu denominata nobilmente Magna Grecia…….e ricordare che altri popoli, degni di nota nella storia cittadina, furono i popoli Sirini, o figli dell’antica Siri, la bella città italiota che fior’ alla destra del Sinni fra Novasiri e Rotondella, e che vuolsi fondata da alcuni profughi Troiani. Già s’è riferito nel cap. XV che la città di Siri abbia preso il nome dal fiume Siris o Sinni, e che l’etimologia originaria di questo sia derivata dalla radice snscrita, sar, fluere, scorrere. Quando poi la città di Siri nel secolo V a.C. fu vinta e distrutta dai Tarantini, gli abitatori, cacciati dal loro territorio detto Siritide, furono costretti ad emigrare, e risalendo il corso del fiume Siri, o Sinni, vennero a chiedere ai barbari dell’Enotria qualche lembo di terra, che la fraterna gente dell”Ellade aveva loro negato…..e dal nome della madre patria furono detti Popoli Sirini, e diedero, alla loro volta, il nome al monte Sirino, attorno a cui avevano preso stanza. D’essi fa pure menzione Plinio noverandoli fra gli undici popoli Lucani. A tal proposito scrive il Corcia nella Storia delle due Sicilie (Vol. III, p. 310): “Poichè di Siri appena rimanevano le rovine ai tempi di Plinio, i Popoli Sirini, di cui parla il geografo e che dal fiume stesso si nominarono, nei primi tempi dell’Impero sono da supporre nella parte superiore del suo corso, dove forse abitarono spicciolati in villaggi, come rimane tuttavia l’antico suo nome al monte Sirino sopra di Lagonegro, nella cui parte orientale ha le fonti”.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che era una città dell’Italia antica, di cui si è argomentato l’esistenza, mettendo in relazione la leggenda ΣΙΡΙΝΟΣ delle monete incuse generalmente attribuite a Siri sullo Ionio (v. siri), con i Sirini, menzionati da Plinio (Nat. hist., iii, 15, 97) fra i popoli della Lucania interna, e col toponimo ancora vivo per tutto il massiccio appenninico, che culmina nel Monte del Papa ed a Lagonegro (Potenza) sulle sue pendici occidentali. Si è proposto di identificarla nei ruderi di un vasto abitato sopra uno sperone roccioso, che dai contrafforti del Sirino si protende nella valle di Lauria presso Rivello e ch’è ancora chiamato “La Città”. Popolata presumibilmente da indigeni, fu in rapporti con Siri per la diretta via del fiume omonimo (oggi Sinni) ed alla caduta di questa (560 a. C. circa) si trovò nel territorio dominato da Sibari. Gli stateri d’argento, emessi nella seconda metà del VI sec. in alleanza con Pixunte (v.), mostrano chiaramente l’influsso sibaritico così nel tipo del toro retrospicente, come nel peso. Questi caratteri achei e quelli cronologici delle monete mal si conciliano con le tradizioni ioniche e con la precoce fine di Siri, la cui distanza ne fa per giunta un’alleata poco probabile di Pixunte. Per la sua posizione sulla principale via (che fu poi la Popilia o l’Annia) verso il settentrione e sulla diramazione verso la vicina baia sul Tirreno, “La Città” dové prosperare fino ad età tarda: lo provano i resti tuttora visibili e, meglio, l’abbondante materiale scoperto e disperso nei secoli scorsi. Statuette di bronzo, difficilmente apprezzabili per la corrosione, e monete si recuperano anche oggi, più spesso trascinati a valle dalle acque. Ma soltanto cauti e metodici scavi potranno accertare se l’ipotesi del nome risponde al vero e restituire i documenti della civiltà fiorita in quest’area. Bibl.: Per l’identificazione di S.: P. Zancani Montuoro, in Arch. Stor. Calabria e Lucania, XVIII, 1949, p. 11 ss. Per le monete: J. Perret, Siris, Parigi 1941, p. 21 ss.; L. Breglia, in Annali Ist. It. Numism., I, 1954, p. i ss. Per i rinvenimenti: G. Antonini, La Lucania, Napoli 1795-77, p. 442; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, p. 372; M. Lacava, Del sito di Blanda, Lao ecc., Napoli 1891, p. 20; Not. Scavi, 1952, p. 50 ss.

La città sepolta di Irie

Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda. In seguito, per distinguerlo dall’altro Lauro che trovasi in provincia di Avellino e che anche faceva parte del principato di Salerno, lo chiamarono Laurum Iriae, come Saponara Grumenti, per ricordare ai posteri l’antica origine, senonchè il nome Iraiae venne incorporato a Lauro e si formò una sola parola Lauria. Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. Quando venne poi distrutto Siluci questo castello di Lauro aveva già assunto il nome di Lauria come nota lo stesso storico Placido Troilo, il quale così si esprime: “Essendo stata sopra Lauria la terra di Siruci che in lingua del paese si addimanda presentemente Siluci, questa fu poi distrutta e gli abitanti andarono ad abitare a Lauria. In feudo nobile il luogo si permutò ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.” Troilo Abbate Placido libro 1 pag. 171. Colla distruzione di Seleucio venne dunque d ingrandirsi il territorio di Lauria Superiore il cui abitato era limitato alle antiche case dei cosiddetti Cafari Pinti e di S. Veneranda ed aveva una cinta di mura presso la cui porta trovavasi la chiesetta di S. Giovanni, oltre alla porta di S. Antonio Abate nell’altra cinta dei Cafari Pinti. I cittadini di Lauria Superiore accolsero gli abitanti di Seleucio (corrotto Siluci) e così formarono un sol dialetto. I cittadini di Lauria inferiore oriundi da Blanda ebbero un altro dialetto che anche attualmente porta le desinenze dei verbi simili a quelle di Tortora e di Maratea, paesi che accolsero anche parte dei profughi di Blanda. Lauria dunque fu primariamente detta Laurum oppidum ex lauro arbore, dice un antico manoscritto della storia degli Abati del Sagittario che a tempo del Vescovo Leonasi conservavasi nella curia vescovile di Tursi. Lo conferma la carta geografica dei Longobardi del seolo IX – lo conferma ancora lo stemma di Lauria su cui risalta il verde alloro al quale si accoppia un uccello favoloso, il basilisco, ciò che dimostra che Lauro si chiamò Lauria quando questo lembo dell’antica Lucania aveva perduto il suo nome ed aveva assunto il nome di Basilicata, onde molti paesi adottarono nella regione sullo stemma il basilisco. La leggenda dei capitani greci che avessero fondato Lauria non resiste alla severa critica di un oculato archeologo. Questa leggenda fu inventata di sana pianta da un presunto erudito che trovavasi di passaggio per Lauria interpellato da alcune persone. Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel itorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. I figli di Iria (detta in latino Uria) i figli di Blanda e gli abitanti di Seluci, riunitisi in queste balze per difendersi da elementi ostili, edificarono una cappella che dedicarono alla Madonna delle Armi come prima di ingrandirsi col rione inferiore ne avevan costruita un’altra dedicata a S. Maria alla Porta (1). Quest’ultima dimostra infatti che l’antico Lauro incominciava proprio da questa cappella ove era una delle porte delle mura di cinta dell’abitato e che in poco tempo venne accresciuto della grossa borgata di Lauria Inferiore, ciò che non poteva avvenire senza una nuova colonizzazione.”.

Nel 560 a.C., PIXUNTE e SIRIS (?) o la città di SIRINO, la lega Achea e le monete con la leggenda “SIRINO-PIXUS”

Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a pp. 138-139 parlando di Pixunte, in proposito scriveva che: “I due termini fondamentali della questione stanno invece nella tradizione letteraria riguardante l’origine della città e nella documentazione delle monete. Devesi, anzi, cominciare dal prendere in esame questo secondo punto, il quale è più interessante in quanto concerne un dato di fatto. Poichè, infatti, stateri d’argento di Siri, di circa l’anno 560 a.C. (4) che portano il nome suo con quello della città di Pixunte, della costa occidentale, non solo sono per ogni rispetto simili alle più antiche monete dell’achea Sibari, ma hanno in caratteri achei la leggenda Σιρινος, s’è chiesto a ragione come mai ciò avvenisse in una città di stirpe ionica. E la risposta è stata suggerita dalla constatazione che in quel tempo v’era una monetazione uniforme e federale di pezzi d’argento detti incusi, che attesta l’esistenza della cosiddetta lega achea, della quale appunto faceva parte Siri in quanto sarebbe stata di già soggiogata dalla potente Sibari, con questo di più e di singolare che Siri e Pixunte nel seno della lega stessa avevano un’alleanza più stretta e più particolare, del genere di quelle che ci risulta esservi state fra Metaponto e Posidonia, Sibari e Crotone, Crotone e Pandosia, Crotone e Temesa: alleanza la quale prova indirettamente l’esistenza d’una strada commerciale assai frequentata, che poneva in comunicazione le due città da un mare all’altro attraverso la penisola, molto ristretta in quel punto, risalendo dalla costa orientale il fiume Siri sino alle sorgenti e discendendo di là sul litorale occidentale ove stava Pixunte (1). Per quanto oggi si ignori lo svolgimento storico dei fatti, è lecito supporre che la potente Sibari abbia costretta Siri a riconoscere la sua egemonia per non essere danneggiata nei suoi interessi commerciali, una volta che Siri comunicando con il litorale occidentale veniva ad annullare l’influenza che un’altra città, Scidro, avrebbe potuto esercitare a vantaggio della stessa Sibari, di cui era colonia, e che trovavasi su quella via di comunicazione non lungi da Pixunte (2).”. Il Ciaceri, a p. 138, nella nota (4) postillava che: “(4) v. Head (2) p. 83”. Il Ciaceri, a p. 139, nella nota (1) postillava che: “(1) v. Lenormant I p. 207 sg. “. Il Ciaceri, a p. 139, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di  Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Sempre il Ciaceri, a p. 140 aggiungeva che: E v’è anche da pensare che ad un tentativo di riscossa da parte di Siri, per sottrarsi a codesta forma di egemonia, si dovesse poi l’origine del conflitto con le città achee, le quali avrebbero finito con l’assaltarla e distruggerla. Tutto ciò, infine, varrebbe a spiegare come mai Siri per quanto città ionica avesse monete di tipo e caratteri achei. Nè, d’altra parte il fatto ch’essa era ancora fiorente intorno al 560, come viene attestato dalle monete, e che finiva di esistere prima del 510 a.C., come si deduce dal sapere che intorno a questo anno era distrutta Sibari, etc…”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…), a p. 95, in proposito scriveva che: Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”.

Cattura,,,,

(Fig….) Da Romanelli (…), p. 97: “Statere di Siri e Pyxous con leggenda EIPINOE, 550-530 a.C. (da P.R. Franke – M. Hirmer)”.

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(Fig…) Da Romanelli (…), p. 98: statere (moneta del tempo, incusa) di Pyxoes e Sirinos, il bue con le due epigrafi

Riguardo le bellissime monete, tra le poche testimonianze rimasteci di quel tempo, Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 98 (vedi ristampa a cura di La Greca), in proposito scriveva che: “La moneta incusa col tipo del bue rilevato da una parte, e collepigrafe ΓV+ΟΕΜ, cioè ‘Pyxoes’, e dall’altra la cavità del medesimo bue coll’epigrafe retrograda ΜΟΗΞqsΜ, cioè ‘Sirinos’ (vedi Tav. II, n. 6). Si argomenta da queste epigrafi una federazione, che ripassava tra Bussento, e Siri, siccome da un altra moneta si argomenta altra federazione tra Crotone, e Pandosia.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 275 parlando di Pixunte (attuale Policastro Bussentino scriveva che: “Quando al tempo delle origini di Pixunte, gli stateri stessi, dei quali abbiamo fatto menzione, ne attestano già l’esistenza intorno alla metà del sec. VI; onde puossi ritenere che fosse sorta qualche decennio innanzi;……Nè Sibari, d’altra parte, godè a lungo delle ingenti ricchezze tratte da codesta politica commerciale, che nel Tirreno faceva estendere la sua influenza sino a posidonia, la più autorevole delle sue colonie.”. Emanuele Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (4) cita anche Ettore Pais (…). Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Il Ciaceri citava l’altra opera del Pais ma io possesso la “Storia dell’Italia Antica” del Pais. Infatti, nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, riferendosi alla città greca e Ionica di Sibari in proposito scriveva che: Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 255 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Nel non lungo periodo del suo fiorire Siris si alleò con Pixous (Buxentum) posta sul Tirreno allo sbocco dell’omonimo fiume, e con essa battè moneta federale. Colonia dei Colofoni, Siris era l’esponente del commercio Ionico. Destò quindi la gelosia degli Achei, i quali deliberarono di cacciare d’Italia tutti gli altri Greci, che non fossero della medesima stirpe. Non era soltanto odio di razza, ma anche rivalità di commerci internazionali. Verso il 550 a.C. i Sirini furono sconfitti dai Metapontini, dai Sibariti e dai Crotoniati. Siris non fu, a quanto, pare distrutta, ma, come par dimostrato dale monete, fu occupata dagli Achei o per lo meno obligata a far parte della loro federazione…etc…..Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. In pari modo non sappiamo quali conclusioni cronologiche e storiche sia lecito ricavare da analoghe monete federali, ossia dagli stateri incusi delle due città a noi ignote, in cui sono segnate le sigle “PAL” e “MOL”. Si è pensato che tali nummi vadano riferiti a Palinuro ed a Melphes (Amalfi ?). Siamo purtroppo nel campo delle ipotesi che, come nel caso di Siris e di Pyxous, le monete federali appartengano a città che tentavano analoghi commerci di trasbordo fra l’Ionio ed il Tirreno. Il fatto che di queste due città non vien fatto più tardi memoria suggerisce il pensiero che la loro attività sia stata ben presto soffocata o distrutta da quella delle più potenti città Achee, che non tollerava rivalità commerciali e politiche.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 191, in proposito scriveva che: “Diodoro Siculo lasciò scritto (1) che “Micito di Reggi e di Zancle, fondò la città di Pixo” nel secolo V, verso l’anno 470 a.C. Invece, la numismatica dà argomento che Pixo sia fondazione più antica: perchè esiste una moneta antichissima, incusa, che, con l’impronta del bue, comune tipo alle città di gente acha, ha la greca leggenda di “Pyxoes – Syrinos”; onde s’inferisce un legame di alleanza tra la città di Siri sul Jonio e di questa Pixo sul Tirreno: e ne abbiamo parlato più innanzi. Le monete incuse sono del sesto secolo (2). Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito concludere che la colonizzazione di micito a Pixo etc…”.

SCIDRO, LAO, PIXUNTE E PESTO ERANO CITTA’ CONQUISTATE DAI LUCANI

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: La colonia di Micito non durò a lungo: nel V e IV secolo si moltiplicarono le invasioni barbariche che minacciarono seriamente la civiltà greca. Alcune tribù appenniniche (Sanniti, Irpini, Japigi, Lucani, Messapi, Frentani ecc.) migrarono a più riprese a sud e si estesero fino alla Puglia e alla Calabria. In Calabria i Bruzii insorsero contro i Lucani dominatori, e, con l’aiuto di Alessandro d’Epiro, li sconfissero nella grande battaglia di Paestum nel 330 a.C. Di certo in questo anno i fuggitivi di Paestum ripararono a Pixunte. Da questo momento i lucani si ritirarono definitivamente nella regione situata tra i quattro fiumi principali (Sele, Lao, Crati e Bradano), cioè la Lucania.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…).. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 269, parlando di Palinuro, in proposito scriveva che: “Ho già detto (vedi a Molpa) del contrario avviso di M. Napoli circa l’evento prodigioso. Pertanto solo gli scavi potranno portare ulteriori elementi atti a chiarire in via definitiva l’affascinante problema.”. Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (19).. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: All’immigrazione degli Enotri, degli Elleni, e degli altri popoli minori, tenne dietro, nel VI secolo a.C. quella più numerosa e forte dei Lucani. Appartenevano questi alla razza Sabellica o Sannita o Sabina, e provenivano dal Sannio, o meglio dalle vicine sponde del Silaro o Sele. Nel distaccarsi , per cresiuta popolazione, dai padri Sanniti, presero allora il nome di Lucani, o dal loro duce Lucio o Lucilio, come riferisce Plinio, o dal vocabolo greco ………lupo, col poco leggiadro significato di terra di lupi, o dal vocabolo latino lucus, bosco, quasi terra di boschi, o, infine dall’altra parola sabellica o latina lux, luce, cioè terra posta verso la plaga del cielo, onde loro veniva la luce, o terra orientale, perchè, scrive il Racioppi, “i Lucani, mossi dalle regioni abitate dalle stirpi osco-sabelliche, per occupare le terre poste alla sinistra del fiume Silaro, vennero in un paese, che è posto appunto all’oriente delle sedi originarie, onde essi uscirono”. (Vol. I pag. 14). Di qui il motto fatidico di Strabone, quasi simbolo di civiltà e di progresso: ‘Non a Lucio, sed a luce!’. “Allorchè i Sanniti – scrive il barone Antonini nell’opera succitata – per alleggerire di gente il loro paese mandarono i propri figliuoli in questa regione, la trovarono abitata dagli Enotri, da altri Greci e dai Coni, onde furon costretti, con lunga guerra, da essa cacciarli”. E infatti, come gli Enotri avevano respinto a sud i Siculi, sovrapponendosi ad essi, come i lucani, più valorosi, forti e audaci, soggiogarono e respinsero gli Enotri, estendendo rapidamente le loro conquiste fino all’estremo della penisola, fin nel paese dei Bruzii, donde, in seguito dovettero ritirarsi.”. Parlando del toponimo “Scidro”, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” scriveva che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana….Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. Etc…” Dunque, il Battisti, riguardo il toponimo di “Scidro” scriveva che detto toponimo non solo era “pre-italiano” ma è probabile che il toponimo “Scidros” possa essere un toponimo “traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32)  Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Sul periodo pre-lucano vi sono delle evidenze archeologiche ed altro. Lo studioso locale Felice Cesarino (….), in proposito scriveva che: “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”.  Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, in proposito scriveva che: Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); etc…”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a p. 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Etc…”. Dunque, in questo passaggio, il Ciaceri, sulla scorta del Pais (….) dice che le piccole città italiote di Pissunte, Scidro e Lao, “da lungo tempo eran state occupate dai Lucani”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”. Dunque, Pixunte, poi in seguito Bussento, Scidro e Lao erano già città soggette ai Lucani. Da Wikipedia leggiamo che Paestum, fino al 1926 Pesto, è un’antica città della Magna Grecia, chiamata dai Greci Poseidonia in onore di Poseidone, ma devotissima ad Atena ed Era. Dopo la sua conquista da parte dei Lucani venne chiamata Paistom, per poi assumere, sotto i Romani, il nome di Paestum. L’estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura greche, così come modificate in epoca lucana e poi romana. In una data collocabile tra il 420 a.C. e 410 a.C., i Lucani presero il sopravvento nella città, mutandone il nome in Paistom. A parte sporadici riferimenti nelle fonti, non si conoscono i particolari bellici della conquista lucana, probabilmente perché non dovette trattarsi di una conquista repentina. È un processo che è possibile riscontrare in altre località (ad esempio nella non distante Neapolis), dove vi fu una lenta, graduale, ma costante infiltrazione dell’elemento italico, dapprima richiamato dagli stessi Greci per i lavori più umili e servili, per poi divenir parte della compagine sociale mediante il commercio e la partecipazione alla vita cittadina, fino a prevalere e a sostituirsi nel potere politico della città. Sebbene letterati e poeti greci riportino il rimpianto dei Poseidoniati per la perduta libertà e per la decadenza della città, l’archeologia testimonia che il periodo di splendore proseguì ben oltre la “conquista” lucana, con la produzione di vasi dipinti (talora firmati da artisti di prim’ordine quali Assteas, Python e il Pittore di Afrodite), con sepolture copiosamente affrescate e preziosi corredi tombali. Tale ricchezza doveva derivare in larga misura dalla fertilità della piana del Sele, ma anche dalla produzione stessa di oggetti di grande qualità, parte cospicua di quei commerci instauratisi durante il periodo precedente. Neanche il carattere greco della città scomparve del tutto, come attestano, oltre la produzione dei vasi dipinti, anche la costruzione del bouleuterion e la monetazione, che preservò le sue prerogative elleniche. Breve parentesi fu aperta nel 332 a.C., quando Alessandro il Molosso, re dell’Epiro – giunto in Italia su richiesta di Taranto in difesa contro Bruzi e Lucani – dopo aver riconquistato Eraclea, Thurii, Cosentia, giunse a Paistom. Qui si scontrò con i Lucani, sconfiggendoli e costringendoli a cedergli degli ostaggi. Ma il sogno del Molosso di conquistare l’Italia meridionale ebbe breve durata: la parentesi si chiuse nel 331 a.C., con la sua morte in battaglia presso Pandosia. Paistom ritornò così sotto il dominio lucano.

La via Popilia

Riguardo le vie di comunicazione, le strade dell’epoca, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando delle strade in epoca romana, a pp. 43-44, nella sua nota (14), postillava che: “Tralasciando la viabilità minore tra la Puglia e la Campania ricordiamo che i collegamenti di queste regioni con la Calabria e la Sicilia avvenivano attraverso la strada costiera da Taranto a Reggio Calabriae la ‘via Popilia’. Quest’ultima partiva da Napoli proseguendo da Pompei, Nocera, Salerno, Auletta, Rotonda, Morano, Tarsia, Cosenza, Nicastro, Monteleone, (ora Vibo Valentia), Nicotera, Regio. Da Salerno c’era il raccordo (per Paestum, Policastro, Sapri) attraverso il Cilento fino alla ‘Popilia’, mentre su questa (presso Rotonda) esisteva il bivio con la strada (per Laino, Cirella, Amantea) che si ricollegava alla ‘Popilia’ a sud di Nicastro. Ecc…”. La Via Capua – Regium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia o Via Popilia Lenate , è un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno infatti la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. La strada si staccava dalla via Appia a Capua e raggiungeva Nola, Nuceria Alfaterna (Nocera Superiore) e poi Salernum (Salerno) sul mare Tirreno. Da qui la strada si dirigeva verso la piana del Sele attraversando la città di Eburum, l’odierna Eboli. Dopo aver toccato la confluenza tra il fiume Sele e il Tanagro, la via Popilia puntava a sud risalendo il percorso di quest’ultimo fino a raggiungere il Vallo di Diano, un altopiano dove all’epoca erano situate le città romane di Atina (Atena Lucana), Tegianum (Teggiano), Consilinum (Padula), Sontia (Sanza) e i pagi di Marcellianum e Forum Anni, poi Forum Popilii. Molti di questi insediamenti furono devastati da Alarico nel 410 e solo alcuni sono stati ricostruiti in epoca medievale, come per esempio Forum Popilii ricostruita in posizione più difendibile con il nome usato anche modernamente di Polla. Lasciato il Vallo di Diano, la strada si dirigeva a sud verso la antica città, ora scomparsa, di Nerulum e da qui Muranum, l’odierna Morano Calabro. Nel percorso fino a Regium, la strada attraversava il territorio di Interamnium (San Lorenzo del Vallo) e le città di Caprasia, individuata nella posizione della C.da Ciparsia del Comune di Castrovillari, Consentia (Cosenza) e Mamertum, la città oggi conosciuta come Martirano e nota nelle cronache romane per la resistenza dei suoi abitanti alleati di Roma contro Pirro nelle guerre dette guerre pirriche e per aver dato origine al nome di Mamertini, soldati mercenari famosi soprattutto per aver giocato un ruolo di primo piano nello scoppio della Prima guerra punica. Da Mamertum, percorrendo la via Popilia continuando verso sud, si raggiungeva l’importante nodo fluviale di Ad Sabatum Flumen, un passaggio obbligato e di importanza strategica per i collegamenti nella zona e per raggiungere l’antica Vibona, ora Vibo Valentia. Proseguendo lungo l’antica strada romana, si raggiungeva Hipponium, città ribattezzata dopo le guerre pirriche Valentia e unita con Vibo nel comune moderno di Vibo Valentia. Prima di raggiungere la sua città di arrivo, la via Capua-Regium toccava Nicotera e l’importante porto di Scyllaeum (Scilla).

Nel III sec. d.C., “CESERMAE” (Sapri ?) nell’Itinerario Antonino

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Altri studiosi precedenti prendono in considerazione l’Itinerario Antonino (uno stradario del III secolo in forma di testo) e molte altre rielaborazioni di una carta stradale antica dell’impero romano. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”.

A Rivello o a Sapri, CESARIANA per il Racioppi

Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……Nel suo territorio si scavano molto antichi ruderi ed anticaglie varie, onde è tenuto paese antico, succeduto secondo taluni a Velia, quindi detto Ri-vello, quasi Rivelia; altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; M.G. Racioppi mette Cesariana nel sito della ‘civitas’. Si conserva ancora nelle sue vicinanze un antico tempietto od eroo, e vi si veggono le vestigia di un anfiteatro. Fu uno dei molti paesi del regno occupati dai Saraceni nel corso del nono secolo.”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. I, a pp. 476-477 riferendosi alla stazione di “ad Tanarum” citata nell’Itinerario Antonino, in proposito scriveva che: ” ….( o come in altro codice) ‘Canarum’. Questa stazione era, a mio avviso, presso alla fiumana che anche oggi è detta “Sammaro” accosto al paese odierno di Sacco; dessa è uno dei corsi originarii del Calore; e da questa stazione ‘ad Samarum’ giungeva a Marrcelliana, che indubbiamente era nello estremo superiore orientale del bacino o pianoro di Tegiano; e da Marcelliana piegava a destra per a Cesariana (non ancora di sicuro allogata) sia a Rivello, sia a Sapri o Acqua-fredda (1). Forse il tronco della strada per la valle del Calore a Marcelliana sostituì la strada per la valle del Tanagro a Marcelliana e Nerulo, sia perchè parve di più breve e diretto percorso, sia per le ricorrenti inondazioni della pianura Pollana.”.

Nel III-IV sec. d.C., l’“Itinerario Antonino” 

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: 9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”. Da Wikipedia leggiamo che l’Itinerarium Antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’altro. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano.[senza fonte] L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo.

Nell’863 (Antonini), 868 (Porfirogenita), i Saraceni occuparono Rivello, Camerota ed Agropoli, che divennero un loro avamposto

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da p. 129 parlando dei Saraceni in Lucania, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. Dunque, da ciò che leggiamo, sembrerebbe che l’Antonini, a p. 129 si riferisse ai Longobardi ma egli si riferiva ai Saraceni che, provenienti dalla Sicilia da loro occupata, si erano man mano trasferiti anche nella vicina Calabria, dove, spesso guerreggiarono con i dominatori dell’epoca che erano i Bizantini. Infatti, l’Antonini scrive che “Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. La Calabria era sotto il dominio ed il controllo dei Bizantini. I Saraceni però riuscrirono a crearsi dei loro stabili avamposti a Rivello, a Camerota e ad Agropoli. Dunque, lo stabilimento dei Saraceni a Rivello avvenne in epoca longobarda e Bizantina, e secondo l’opinione di Antonini ciò accadde nell’anno 863 o addirittura molti anni prima. L’Antonini scriveva che ciò accadde in seguito all’occupazione Araba della Sicilia. Mons. Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’. leggonsi le seguenti parole: ‘Inter caetera oppida (parlando dei Saraceni) ‘occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolim, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudies, & Saracenicos mores conservant.’. Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., etc…”. Nel manoscritto del marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito ?) è scritto: “Fra le altre città (parlando del dio saraceno) occuparono Camerota sopra il mare in luogo alto e sicuro, e neppure vicino al mare Agropolis, ed i suoi cittadini sono ancora rozzi ai nostri tempi, e conservano i costumi del Saraceni.”:

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Dunque, secondo l’Antonini, nel manoscritto del Marchese di S. Giovanni Bonito (…), pagina 87 è scritto che: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant” che tradotto e riferendosi ai Saraceni dovrebbe significare: “Tra gli altri paesi occuparono Camerota al di sopra del mare in luogo alto e sicuro, e neppure al mare di Agropolis;…”. Dunque, l’Antonini cita un passo tratto dal manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito”. Si tratta di un manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. L’Antonini scriveva che questo manoscritto, nel 1745 apparteneva “oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote etc….”. Antonini cita la pagina 87 del manoscritto. Di questo autore e del suo manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia di Amalfi”. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del Marchese Marcello Bonito. Sul manoscritto di Marcello Bonito (….), il “marchese di San Giovanni”, come lo chiama l’Antonini, ho già scritto. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “E mentre i capi Longobardi costituiscono dei ducati, che tendono a distaccarsi dalla sfera del potere regio, i Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantesette anni il tempo del malessere. Ecc…”. Forse in questo passaggio il Ciociano trae le notizie dall’Anonimo Salernitano e dalla sua cronaca che cita subito dopo. Sulla notizia che: Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Ecc..”, aveva scritto Antonini, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “Doveva forse così Camerota esser uno dei cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua storia al num. 55. scrive esser in Italia in mano de’ Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc..”. Antonini, a p. 412, nella nota (I) postillava: “(I) L’autorità di Porirogenneta non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt’. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1). Ciò non impedì peraltro, secondo ritenne, sulla scorta di un antico manoscritto, l’Antonini, che non fosse non occupata dai saraceni quando nel secolo IX sbarcarono dalla Sicilia occupando più punti del continente. Doveva essere anzi, egli aggiunse, uno dei 150 ‘munita castra’ che Porfirogeneta nella sua Storia al numero 55, scrive essere nel 868 nelle loro mani, luoghi che poi lasciarono dopo la loro strage, nel 915, al Garigliano (2).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Il Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A riprova della loro permanenza a Camerota, con illazione arbitraria, nel manoscritto si afferma che “adhuc ad nostra tempora huius cives et saracenicos mores conservant”. G. Antonini, op. cit., vol. I, pag. 412.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno.”, e poi aggiunge che: “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Dunque, il Campagna, oltre ad Amantea e Agropoli aggiunge anche Policastro. Orazio Campagna, a p. 77, nella nota (86) postillava: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Orazio Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolato (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella nota (85) postillava: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Cod. Cript. β α, XX (395).”.

L’origine di alcuni centri del basso Cilento che la tradizione vuole dovuta alla fuga dei superstiti della distruzione della città di Velia, l’antica Elea che fuggirono nei luoghi interni della Lucania come Rivello

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc... Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante..

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, proseguendo il suo racconto sulla visita a Rivello, parla di antiche e numerose rovine tanto da fargli dubitare che l’antica città di Blanda non fosse a Maratea da ubicarsi ma a Rivello. l’Antonini (…), a p. 441, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ne libri dè battezzati della Parocchia di S. Maria del Poggio, dopo il fol. 13, si trova una ricevuta che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati nove, e tre tareni al Clero di Rivello per otto Preti Greci.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, (nel 1700, dunque, molto prima dell’Antonini e del Laudisio), a p. 6 parlando di Policastro ai tempi dell’antica romana Buxentum (Bussento), a p. 7, in proposito  scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 180 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Il nostro Falcone riferisce che “tuttochè siano trascorsi più di due mila anni, a questi abitatori di Nerulo è rimasta fissa la tradizione continuata e non interrotta, che i fondatori di questa patria furono alcuni fuggitivi o banditi” – che egli suppone provenienti dalla distrutta Velia, ovvero dai Coni, i quali erano pure quivi accasati assieme con gli Enotri. Noi non possiamo andare tanto oltre, poichè, fuori della sufferita ragione filologica, nessuna altra guida abbiamo nel tenebroso cammino circa la fondazione e la denominazione dell’antico Nerulo.”. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; etc…”.

Nel ‘914, Blanda, secondo il Troyli fu distrutta dai Saraceni

Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; etc…”. L’identificazione di Blanda con il sito di Maratea, fu ripresa nel secolo successivo da Placido Troyli (10), dall’Antonini (27) e più tardi da Domenico Romanelli (25): « Non in altro sito adunque convien riporre Blanda, che a Maratea, un miglio distante dal mare, siccome opinò saggiamente l’Olsteino, esatto dal detto di si degno amico a credere che Maratea fusse l’antica Blanda, non potrà persuadermelo altri, per il motivo di anzi accennato ». Il Romanelli (25) ed il Troyli (10), credono il sito di Blanda sia quello di Maratea, riferendosi alla lettera del papa (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile…e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11). Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 9-10 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,….Lo storico Troilo dice che i Saraceni fierissimi nemici dei Cristiani, dopo di aver devastate le marine del regno, distrussero anche nella Lucania, Grumento, Blanda, Tebe, Pandosia nel 914 dell’Era Cristiana. Il coro di Blanda, in legno di noce, venne trasportato a Tortora ove si conservò fino a 28 anni or sono, ma attualmente si trova nel museo di Budapest, come opera preziosa venduta inconsciamente da un incompetente ecclesiastico agli stranieri.…..Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. …..(scrive a p. 12): Troilo Abate Placido libro 1 pag. 171.”. Il Curzio si riferiva all’opera dell’abate Placido Troyli (….), “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. I, parte II, dove a p. 171 ci parla dei popoli Sirini, Orsentani, Sontini e Volcentani e sempre a p. 171 parlando dei popoli “Sirini” egli scriveva che: “..( o Sirino come altri lo chiamano) abitavano e sorsi sovra Lauria, vicino alle foci del Fiume Siri detto in oggi corrottamente ‘Sinno’. Essendo ivi stata anticamente la Terra di Siruci, che in lingua del paese presentemente si addimanda ‘Siluci’. Quale poi distrutta, e gli Abitatori giti ad abitare in Lauria; in Feudo nobile il Luogo si permutò, ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.. Dunque, la citazione del Curzio non ha senso perchè il Troyli si riferisce alla distrutta e antica città di Siluci ed a Lauria non alla distruzione dei Saraceni. Il Troyli parla di Blanda a pp. 162 e ssg., ma non dice nulla della distruzione dei Saraceni. Monsignor Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934 scrisse la stessa notizia di Lauria, ed in proposito a p. 11 scriveva che: ‘’Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro.…..(scrive a p. 12): Troilo Abate Placido libro 1 pag. 171.”. L’identificazione di Blanda con il sito di Maratea, fu ripresa nel secolo successivo da Placido Troyli (10), dall’Antonini (27) e più tardi da Domenico Romanelli (25): « Non in altro sito adunque convien riporre Blanda, che a Maratea, un miglio distante dal mare, siccome opinò saggiamente l’Olsteino, esatto dal detto di si degno amico a credere che Maratea fusse l’antica Blanda, non potrà persuadermelo altri, per il motivo di anzi accennato ». Il Romanelli (25) ed il Troyli (10), credono il sito di Blanda sia quello di Maratea, riferendosi alla lettera del papa (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile…e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11).

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fosse stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

Reliquie di santi e di martiri nel basso Cilento

Nicola Maria Laudisio (…), nella sua Sinossi della Diocesi di Policastro”, (si veda edizione curata da GG. Visconti), a pp. 98-99, in proposito scriveva che: “Oltre le sacre reliquie che in tutta la diocesi sono venerate anche come le insegne della diocesi stessa, a Lagonegro è pure venerata con grande pietà una delle spine della corona di Cristo e preso i frati minori cappuccini di S. Maria degli Angeli il corpo di S. Placido martire; inoltre il sacro corpo di Celestino martire, di cui abbiamo già parlato, è conservato nella chiesa parrocchiale ed è esposto alla venerazione dei fedeli proprio come il corpo del già citato S. Giocondo martire coservato nella cattedrale di Policastro. Ma anche altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Flelice, S. Teodoro e S. Donato.”. Il Laudisio, a p. 45, scriveva pure che: “I corpi di queste sette santi ‘sono sepolti in pace, e i loro nomi vivranno in eterno; agli occhi degli stolti parve che essi morissero, ma essi, sono nella pace'”. Infatti, il Laudisio (v. versione a cura del Visconti), a p. 45, in proposito scriveva che: “Septem corpora Sanctorum ‘in pace sepulta sunt, et vivent nomina eorum in aeternum; visi sunt oculis insipientium mori, illi autem sunt in pace (154).”. Il Laudisio, a p. 45, nella nota (154) postillava che: “(154) ‘Sapient.’, 3, 2, 3 (Visi sunt oculis insipientium mori’, et aestimata est afflictio exitus illorum. Et quod a nobis est iter, exterminium; ‘illi autem sunt in pace’.”. Il Laudisio, a p. 45, postillava “Sapient.”. Sui martiri e le reliquie, il Laudisio (….), a p. 100, ci dice che: “Anche a Lauria c’era un’abbazia benedetina, quella di S. Filippo; ma, essendo nei secoli scorsi andato in rovina il monastero, è divenuta di patronato regio sin dal 1400. Ne rimane soltanto la cappella, ma è ora priva di beni, e la reliquia del Santo è stata portata nella chiesa di S. Giacomo della stessa città di Lauria.”. Il Visconti nella versione curata della Sinossi del Laudisio, nell’Indice dei nomi, a pp. 138-139, in proposito scriveva: “Regione, località del basso Cilento, 71: reliquie: di S. Nicola nella Chiesa Madre di Rivello, 84; di S. Giocondo nella cattedrale di Policastro, 93, 98; di S. Celestino nella Chiesa madre di Lagonegro, 93, 98; una delle spine della corona di Cristo a Lagonegro, 98; di S. Placido nella Chiesa di S. Maria degli Angeli dei frati Minori Capuccini di Lagonegro, 98; di S. Mansueto nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello, 98; di S. Felice nella Chiesa di Tortorella, 98-99; di S. Teodoro nella chiesa di Sicilì, 99; di S. Donato nella chiesa di Torre Orsaia, 99; di S. Filippo nella chiesa di S. Giacomo a Lauria, 100.”. Infatti, il Laudisio, a p. 93, in proposito scriveva che: “Lo stesso vescovo Ludovici ottenne dalla Santa Sede il santo corpo del martire Giocondo che stava nelle catacombe, ed ora queste sacre reliquie, coperte da una veste mirabilmente ricamata in oro, sono venerate nella Cattedrale. La sedonda domenica dopo Pasqua si celebra la festa di questo santo a cui accorre un gran numero di abitanti dei paesi vicini. Portò con sé da Roma anche un altro corpo di un santo martire, chiuso in una teca munita di sigilli che ne attestavano l’autenticità, e che donò al clero di Lagonegro. Il 26 luglio 1819 nella Chiesa Madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo del reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora pro-vicario generale ed ora degnissimo vicario dell’abbazia nullius* di S. Pietro di Licusati. Nella teca fu trovato ed uffcicialmente riconosciuto il corpo di S. Celestino martire, e a parte, in una ampolla di vetro, rappreso, il suo sacro sangue. Le ossa di questo sacro corpo furono subito offerte alla venerazione dei fedeli e ancora oggi non sono state anatomicamente ricomposte.”. Il Laudisio, a p. 84, in proposito scriveva che: “Sotto l’edificio della Chiesa Madre, di cui abbiamo già fatto cenno, vi è un ipogeo davvero meraviglioso sorretto, con una magnifica realizzazione architettonica, da due ordini di diciotto colonne ciascuno. Nell’ipogeo si innalza un altare consacrato a S. Nicola di Mira, patrono della città, e alla destra dell’altare vi è sulla parete, a testimonianza perenne per i posteri, una lapide, con la data 8 ottobre 1752, che tramanda che in quell’ipogeo parecchie volte è sgorgato da ogni parte quell’umore soprannaturale che ogni giorno sgorga dalle ossa del Santo nella basilica di Bari (6); perciò il clero ed il popolo, dopo aver raccolto il denaro, hanno ornato più splendidamente di prima l’ipogeo che, già da tempo consacrato a S. Nicola strenuo difensore della fede (7), era poi caduto in uno stato di squallore e di abbandono. Questo attesta don Nicola Woli, avvocato del foro ecclesiastico di Napoli e in quel tempo prefetto dell’Urbe. Infine, nell’ipogeo è conservata una reliquia autentica del Santo. Una fonte d’acqua non molto distante oggi comunemente fontana dei Longobardi, mentre un’altra, posta sul declivio su cui s’innalza l’abitato, è invece chiamata da tutti fontana dei Greci in base ad un’antica tradizione. “. Il Laudisio, a p. 84, nella nota (6) postillava: “(6) E’ un liquido oleoso, detto “manna di S. Nicola”, che quotidianamente emana dalle ossa del Santo conservate nella basilica di Bari (n.d.T.).”. Il Laudisio, a p. 84, nella nota (7) postillava: “(7) L’Autore allude probabilmente alla leggenda secondo la quae, nel Concilio di Nicea del 325 d.C., S. Nicola avrebbe schiaffeggiato l’eretico Ario (n.d.T.).”.

A Rivello, il corpo di S. Mansueto venerato nella chiesa di S. Maria del Poggio

Il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi etc..’ a p. 101 (vedi versione del Visconti) in proposito scriveva che: “Ma anche in altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Felice, S. Teodoro e S. Donato.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””.

Nel VII-VIII sec. d.C., i Longobardi a Rivello ed il castello della Motta

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 188-189 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Nessuna traccia troviamo, nella nostra città, del dominio dei Longobardi, i quali in molti paesi ebbero stabile sede ed imperio. Nel vicino Comune di Rivello i Longobardi occuparono la parte superiore attorno al Castello, detto tuttora Motta – nome che nel Medio Evo era dato ad ogni fortezza – mentre contemporaneamente i Greci occupavano il rione inferiore; ed è strano che i due popoli, differenti di razza, d’indole, di tradizioni, di linguaggio e d’istinti, abbiano potuto così vivere a contatto, benchè in continuo antagonismo fra di loro. Colà tutt’ora si conservano queste tradizioni, come permangono i nomi di piazza e di fontana dei Longobardi, nonchè d’altra parte piazza e fontana dei Greci.. Da Wikipedia leggiamo che  resistono ancora nella toponomastica (“Fonte dei Lombardi” e “Piazza dei Greci”), riferimenti alle due etnie contrapposte, che diedero vita alla città: longobardi, sicuramente stanziatisi a seguito delle invasioni barbariche, e greci, probabilmente provenienti, a seguito della sua distruzione da parte dei Saraceni, dalla vicina Velia da cui si dice derivi il nome moderno (Rivello ovvero Re-Velia). Difatti, il motto del comune recita ancor oggi “Iterum Velia renovata Revellum” (Una volta Velia, rinnovata in Rivello). Un’altra probabile origine etimologica del nome, va ricercata in una formazione del tipo iterativo “Re + Vallare” cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo Revallo; dall’analogia con “ripa”, “riva” (che darebbe la forma intermedia Rivallo) potrebbe aver portato, per metafonia A>E, alla forma Rivello. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), sulla scorta di Pietro Giannone (….), riferendosi alle città di Velia e di Rivello, cita alcune notizie riguardo la dominazione bizantina e poi Longobarda e, in proposito scriveva che: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati.”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Secondo il Laudisio, gli abitanti dell’antica città di Velia, posta sul promontorio di Palinuro, a seguito della sua distruzione avvenuta nell’anno 915 ad opera dei Saraceni, si rifugiarono nel castello longobardo di Rivello, dove vi fondarono la nuova Revelia. Il Laudisio (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), credeva l’antica città di Velia, sorta sul promontorio di Palinuro (forse confondendola con l’antica città della Molpa). Secondo il Laudisio (…), dopo la distruzione saracena dell’anno 915 (anno che cita pure il Volpe (…)), gli abitanti superstiti di Velia (Molpa?), si rifugiarono nel castello di Rivello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi”. Dunque, secondo il Laudisio, il castello di Rivello, fu fortificato nel VI secolo dai Longobardi al tempo di Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. La notizia di un castello fortificato dai Longobardi nel VI secolo, è di enorme importanza per queste terre. Ricordiamo tutte le notizie che abbiamo intorno al VI secolo e la nascita di alcuni enclavi cattolici, come Paestum, Velia e Buxentum. Dal punto di vista strettamente storiografico, la prima notizia di un’origine Eleatica dell’antica Rivello, non viene solo dal Laudisio (…) che, oltre a trarla dagli antichi documenti esistenti nella stessa sua Diocesi, l’aveva presa da Scipione Mazzella Napolitano e dallo stesso Antonini (…), che parlarono pure della ‘Lucania’. Scipione Mazzella Napolitano (…), ed il suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, edito nel 1601, a p. 124, descriveva del promontorio di Palinuro e poi a p. 130, in proposito alla voce ‘Riviello’, scriveva che: “fuochi 546”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda. In seguito, per distinguerlo dall’altro Lauro che trovasi in provincia di Avellino e che anche faceva parte del principato di Salerno, lo chiamarono Laurum Iriae, come Saponara Grumenti, per ricordare ai posteri l’antica origine, senonchè il nome Iraiae venne incorporato a Lauro e si formò una sola parola Lauria. Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. Etc..”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 64-65, in proposito scriveva che: “53. Lagonegro. Un tempo fu creduto che l’antico Nerulun fosse a Lagonegro, onde la vecchia opinione che questo nome derivasse direttamente da quello. Ma ragioni di distanze itinerarie sospingendo il posto di Nerulum assai più lontano dall’odierno Lagonegro, è forza ritenere questo nome di origine relativamente moderne. A due miglia, o poco più dal paese è un lago perenne di una ceta estensione: non è impossibile che la zona di terra, su cui ebbe oriine il paese, fosse stata un latifondo, una massa, un dominio feudale, di un gasindo longobardo o franco, o normanno, e che avesse tolto il suo complessivo nome dal lago. Un’antica tradizione paesana ricorderebbe un lago o stagno non lontano dal castello che è a cavaliere della città; e il lago, dalle ombre degli abeti che li circondavano, prendeva la qualifica di nero. Ma la topografia attuale del castello non consente alla tradizione.”. Non si capisce bene se la tradizine si riferisca al Lago Sirino o al Lago Laudemio o al Lago Remmo, non molto distanti dal monteSirino e da Lagonegro. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello. – Si trova nel m. e anche ‘riballus’ per ‘rivellus, rivulus,’. Ma più probabilmente è derivato da ‘racina’ (fr. rovine), racinello, ravello; e “ravina” è identico a Gravina. I Gravi o Gravine indicano, in certi dialetti, luoghi scoscesi e dirupati; e ‘grava’, medievale, è dal tedesco ‘graven’, ‘fodere’. Mutazione dell’a in i, per distinguerla da Ravello sulla costa di Amalfi.  – L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……Nel suo territorio si scavano molto antichi ruderi ed anticaglie varie, onde è tenuto paese antico, succeduto secondo taluni a Velia, quindi detto Ri-vello, quasi Rivelia; altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; M.G. Racioppi mette Cesariana nel sito della ‘civitas’. Si conserva ancora nelle sue vicinanze un antico tempietto od eroo, e vi si veggono le vestigia di un anfiteatro. Fu uno dei molti paesi del regno occupati dai Saraceni nel corso del nono secolo.”. Da Wikipedia leggiamo che le origini di Rivello si fanno risalire all’Alto Medioevo; tuttavia, i numerosi reperti archeologici (rinvenuti nella contrada detta, appunto, “Città”) fanno supporre che Rivello sia l’erede della città lucana – esistente già dal periodo preromano – di Sirinos. Notoria è la divisione, a partire dal medioevo, della città in due distinti quartieri, quello superiore, i cui abitanti, detti bardàv’ti, erano legati uno alla chiesa di rito latino (San Nicola di Bari) e quello inferiore, i cui abitanti, bardàsci, erano fautori della parrocchia di rito greco (Santa Maria del Poggio). Resistono ancora nella toponomastica (“Fonte dei Lombardi” e “Piazza dei Greci”), riferimenti alle due etnie contrapposte, che diedero vita alla città: longobardi, sicuramente stanziatisi a seguito delle invasioni barbariche, e greci, probabilmente provenienti, a seguito della sua distruzione da parte dei Saraceni, dalla vicina Velia da cui si dice derivi il nome moderno (Rivello ovvero Re-Velia). Difatti, il motto del comune recita ancor oggi “Iterum Velia renovata Revellum” (Una volta Velia, rinnovata in Rivello). Un’altra probabile origine etimologica del nome, va ricercata in una formazione del tipo iterativo “Re + Vallare” cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo Revallo; dall’analogia con “ripa”, “riva” (che darebbe la forma intermedia Rivallo) potrebbe aver portato, per metafonia A>E, alla forma Rivello. Da Wikipedia leggiamo che San Costantino è una frazione del Comune di Rivello. Situata in collina ad un’altitudine media di 400 m. s. l. m., la frazione comprende, sul versante orientale, anche il rione Medichetta dal quale è separata da un lungo e profondo canale che, partendo da un’altitudine di 613 m. s. l. m. al bivio del Palazzo, ne delimita la parte sud-orientale e raggiunge la costa tirrenica dell’abitato di Sapri. La particolare posizione geografica consente un’ampia veduta del golfo di Policastro. San Costantino ha una popolazione di circa 150 abitanti, distribuita in diversi rioni (Ariola, Vallinoto, Girone, Roccazzo, Carpineta, San Giuseppe, Timpone, Calanghe, Palazzo, Medichetta); il nucleo abitativo più compatto è formato da diversi palazzi signorili, edificati nella prima metà del secolo scorso grazie soprattutto alle rimesse degli emigrati del Brasile, dell’Argentina, del Venezuela e della Spagna. Circondato da boschi e in posizione baricentrica rispetto al golfo di Policastro e al massiccio del Sirino e del monte Coccovello.

Nel X secolo, Rivello e la sua chiesa di rito greco

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ughel.,  cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra sive etc…”, vol. VII, ed. Coleti, a p. 542 parlando della “Dioecesis Polycastrensis”, in proposito scriveva che: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….”, che tradotto significa che: “La Diocesi di Policastro (…) è composta da ventiquattro comuni, di cui due primari, Lauria con collegiata (…), l’altro è Rivellus con due parrocchie. amministrare i riti con il clero, secondo l’usanza della loro nazione etc…”. Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (1), immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da quì l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Dunque, anche il sacerdote Gaetano Porfirio, sulla scorta del Laudisio scriveva che: “Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”.

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia….Nè men degna di ricordanza è quella benedetina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio VI unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2). Ed abbenchè, per ragion di unione avvenuta dopo il concilio di Trento, il vescovo di Policastro non possa accedere alla visita delle parrocchie, pure il vicario dell’abbazia non può istituire concorso di parrocchie senza l’intervento di quegli esaminatori che sono stati adoperati nel concilio sinodale di Policastro (3), e di riceversi dal vescovo suddettosì gli oli santi come gli esemplari della bolla della crociata (3), per apostolico indulto di papa Pio VI agli abitanti di questo regno per la prima volta concessa. Dopo il detto fin quì (il tutto che si è venuto fatto di raccogliere sulla Chiesa policastrense) chiuderemo questo articolo notando i luoghi su i quali si estende la giurisdizione episcopale. Essi sono: ‘Acqua della Vena’, Bosco, Battaglia, Camerota, Capitello, Celle, Casaletto, Lentiscosa, Lauria, Latronico, Lagonegro, Morigerati, Poderia, Policastro, Roccagloriosa, Rocchetta, Rivello, Spani Sicilì, Sapri, S. Costantino, S. Cristoforo, Santa Marina, S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Trecchiena, Torraca, Tortorella, Vibonati'”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Concilio Tridentino, Sessione 24, Capitolo 18, ‘de Reformat’.”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex Bull., 21 novem. anno 1777.”.

Porfirio, p. 539 (in D'Avino)

(Fig…) Porfirio G., op. cit., p. 539

Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 367-377, dove ci parla della Diocesi di Policastro. Il Cappelletti, a p. 375, continuando il suo racconto sulla Diocesi di Policastro, ci parla della chiesa greca di Rivello e scriveva che: “Noterò da ultimo, che circa il IX secolo fu introdotto in Rivello, città di questa diocesi, il rito greco. Ivi anzi sorsero due insigni collegiate: una di santa Maria del Poggio, numerosa di clero greco e presieduta da un arciprete, e l’altra di san Nicolò uffiziata da clero latino. Nei primi tempi i parrochi dei due riti vivevano in buona armonia tra loro. I greci, non avendo vescovo del loro rito, ricevevano le sacre ordinazioni dal diocesano. Ma nei primi anni del secolo XVI il rito greco andò in decadenza per le molestie, che gli ecclesiastici ne soffrivano dai latini; cosicchè andando in lungo di troppo questo disordine, i greci nel 1572 domandarono di passare al rito latino. Ecc... I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 508, in proposito, scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (61), postillavano che: (61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, ecc.., op. cit., pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62), postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri Bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda, p. 2.”.

Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola

Germano Giovannelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).”. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”.

Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102, ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata.

Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: “…tori Leone Isaurico e Costantino Capronimo, acerrimi distruttori di immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, delle quali non ultima al certo fu quella con cui Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime Chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò, e non ostante fondazione di due abbazie, addimandata una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (‘ab Epyro’), levatevi dà Calogeri orientali, quivi dalla persecuzione cacciati, pure dalla Chiesa bussentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua sede di Roma (3). Ma non ebbero qui termine i duri travagli in chè traboccò l’infelice regione Lucana. Leone detto il sapiente (a. 887) confermò l’atto di violenza, nel secolo anteriore dal patriarca Anastasio consumato, e fece che le chiese strappate alla devozione di Roma alla costantinopolitana sede fosse in perpetua soggette.”. Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Anast. Bibl. in papa Paulo, apud Bern. hist.haer. tom. 2. seculo 8, pag. 399.”. Il Porfirio (…), nella sua nota (3), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Porfirio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. (si veda p. 191).

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A Rivello, il corpo di S. Mansueto venerato nella chiesa di S. Maria del Poggio

Il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi etc..’ a p. 101 (vedi versione del Visconti) in proposito scriveva che: “Ma anche in altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Felice, S. Teodoro e S. Donato.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””.

L’indagine glottologica, conferma la presenza di monasteri italo-greci nell’area

Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia,  “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e “nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano diversi Registri di dimissione rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 ed una del 1608″ (Volpe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132).”. Giuseppe Volpi (…) in proposito dice che “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes).  Il Volpi (…), ci parla della notizia citata dal Racioppi, quando a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100. Il Gaetani (22), sempre nel suo saggio sul manoscritto del Mannelli (…), a pp. 24-25, riporta il passo del Mannelli, quando l’Agostiniano analizza la notizia tratta dal libro III, Cap. VIII del Malaterra (…), in cui si parla degli Africani che distruggono la città calabrese di Nicotera: “Africani Saraceni e familia Regis Punicis ex ejus edicto navibus per naves Piratarum more vela ventis committentes maritima litora versus Siciliam, et Calabriam insidiatum vadunt; sique Junio mense in vigilia B. Petri apud Nicotrum ecc..”. 

Nel 1079, ‘Revelia’ fra le trenta parrocchie nella ‘Bolla di Alfano I’

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(Fig….) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (…), copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio Attanasio)

La seconda ricostituzione della sede Episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’Ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. Il Cappelli (25), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), così scriveva in proposito: mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (…), si citavano quelli di: Fujenti (Mingardo o Rofrano in origine), Castrum (Roccagloriosa), Laeta (Aieta), Castellum de Mandelmo (Castello di Licusati), Languenum (Laino borgo), Porto o Portu (Sapri), Turraca o Turracca (Torraca), Ulia (Lauria), Vimanellum (Viggianello), Abbatemarcu (Abbatemarco fiume) Mercuri (fiume affl. Lao), Triclina (Trecchina), Revelia (Rivello), ecc..

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(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…).

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(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…).

L’Abbazia minore basiliana di San Giovanni Battista a Rivello posta sotto la giurisdizione di S. Giovanni a Piro

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ne rimanevano sino a poco tempo fa solo i pubblici oratori aperti a tutti, e che oggi sono ridotti quasi a un mucchio di rovine, invece i beni di queste due abbazie furono assegnate alla Chiesa Madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa. (51)”. Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che a Camerota e a Rivello vi erano due abbazie minori di basiliani. Quali erano queste due abbazie poste una a Camerota e l’altra a Rivello. Il Laudisio scriveva che a Camerota quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, da come leggiamo, secondo il Laudisio l’abbazia minore basiliana a Rivello deve essere “….e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, secondo il Laudisio (….), a Rivello vi era un’abbazia minore basialiana dal titolo di S. Giovanni Battista. Sempre secondo il Laudisio l’abbazia minore di basiliani dal titolo di S. Giovanni Battista era stata posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro.”. Non è proprio così come vedremo. A Rivello vi era un antico monastero che poi diventerà grangia dell’antico monastero di S. Giovanni a Piro e che quindi dipenderà dall’archimandrita del monastero o Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro. Si tratta del monastero di S. Pietro a Rivello. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Il Laudisio, alla sua nota (50) a p. 17 postillava che: “(50) Ughel., cit. loc., tom. 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: Diocesesis Polycastrensis (…) quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Dunque, il Visconti, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) postillava e citava l’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli, II° ed., ed. Coleti, tomo VII, p. 542. Il Laudisio (…), nella sua nota (50), a p. si riferiva alla seconda edizione, edizione Coleti, 1721,  vol. VII, dell’‘Italia Sacra’ di Ughelli (…), che a p. 542, ci parla dei Vescovi della Diocesi di Policastro “Episcopi Polycastrensi”. Ma di queste citazioni e autori parlerò in seguito. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento cita i: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”Domenico Martire (…), dopo aver parlato dei Monasteri soggetti al monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), citava ben due monasteri a Rivello: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Ruggero al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella Vita di S. Nilo di Rossano: 7. S. Pietro di Rivello.”. Dunque, secondo Domenico Martire, la grangia dipendente dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, a Rofrano, era il monatero di S. Pietro di Rivello. Il Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemento 8° alla basilica, cioè: ecc..”. La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di ….

La chiesa ed i monasteri italo-greci a Rivello

Nel 1982, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Rivello, a p. 205, scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, la contea di Lauria, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29)”. Il Campagna, a p. 205, nella sua nota (29), postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 222.”. Infatti il Pesce (…), forse anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 222, scriveva della Contea di Lauria, e di notizie tratte dal Giustiniani (…), circa la terra vicina di Lagonegro, posseduta dalla famiglia Sanseverino, nel 1463, quando Vincislao, ammogliò la figlia, dandogli in dote la contea di Lauria, consistente anche in Rivello. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102, ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel vol. II, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia,  “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, ecc..”. I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio “Pyxous-Policastro”, a p. 508, in proposito, scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (61), postillavano che: (61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, ecc.., op. cit., pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62), postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri Bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda, p. 2.”. I due studiosi si riferivano a Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 367-377, dove ci parla della Diocesi di Policastro. I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio “Pyxous-Policastro”, a p. 508, in proposito, scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (61), postillavano che: (61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, ecc.., op. cit., pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62), postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri Bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda, p. 2.”. I due studiosi si riferivano a Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 367-377, dove ci parla della Diocesi di Policastro. Il Cappelletti (…), a p. 375, continuando il suo racconto sulla Diocesi di Policastro, ci parla della chiesa greca di Rivello e scriveva che: “Noterò da ultimo, che circa il IX secolo fu introdotto in Rivello, città di questa diocesi, il rito greco. Ivi anzi sorsero due insigni collegiate: una di santa Maria del Poggio, numerosa di clero greco e presieduta da un arciprete, e l’altra di san Nicolò uffiziata da clero latino.”. Come giustamente ritenevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…).

Il monastero italo-greco di San Gaudioso a Rivello, grangia dipendenza dell’Abbazia di San Giovanni a Piro

Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del Laudisio (….), a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina, com’oggi si osserva involta di erbe e roveti. Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni. La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza ecc…”. Dunque, è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Dunque, il Gaetani parlando dell’Abbazia italo-greca di S. Giovanni a Piro dice che essa possedeva il Monastero o la Grancia di San Gaudioso a Rivello. Biagio Cappelli (…), citava anche Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti,…”:

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(Figg…) Martire D. (…), pp. 150-151

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, secondo Domenico Martire, la grangia dipendente dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, a Rivello, era il monatero di S. Gaudioso. Il Martire (…), nel suddetto elenco, aggiunge che vi erano: “11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Basilica del Presepio di Roma: 15. S. Gaudioso a Rivello.”. Il Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemento 8° alla basilica, cioè: ecc…”. Il Martire (…), prendeva queste notizie da Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo Trattato Historico-Legale sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Infatti, anche Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 305, in proposito all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “il cenobio di S. Giovanni da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, …..di S. Gaudioso di Rivello ecc…”. Anche il Cappelli (…), le notizie sull’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, le traeva dal ‘Trattato Historico-legale di Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse nel 1700. Il Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..”:

Di Luccia, p....(Fig…) Di Luccia (…), p. 3

La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di ….

Nel 1131, la Terra di “Rebellum” posseduta dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano e poi da quella di Grottaferrata nel Tuscolano

Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parla di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a p. 442, così parlava di Rivello, scrivendo che avesse visto tantissime ruine e resti di edifici, in proposito scriveva che: “Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potes’essere stata l’antica Blanda.”. Su Rivello, l’Antonini, continuando il suo racconto scriveva che: “Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Soffermiamoci sul passo dell’Antonini, dove a proposito di Rivello, ci parla della carta di Re Ruggero II d’Altavilla, del 1131, a cui ho dedicato il saggio: “Il Crisobollo di Re Ruggero II del 1131”, ivi pubblicato nel mese di Aprile 2018. In questa antichissima pergamena datata anno 1131, il nome di Rivello appare col toponimo di ‘Rebellum’, forse perchè, come scrive l’Antonini, si riferisse alla ribellione del suo concittadino, il Conte Guglielmo di Rivello, su cui indagheremo meglio. Secondo l’antico documento Normanno del 1131, re Ruggero II, confermò alla terra di Rofrano ed alla sua Abbazia (o a quella di Tuscolo), i precedenti privilegi dei suoi parenti Normanni, gli Altavilla. L’Antonini (….), parlando di Rofrano, citava l’antichissimo documento Normanno che la Follieri (…), chiamerà “Crisobollo” di Re Ruggero II. L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, dell’antichissimo documento Normanno e, in proposito scriveva che: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monistero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.. L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Poi nell’altra nota, l’Antonini, disserta sulla datazione dell’antico documento. Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Prime notizie sicure al diploma di Re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (5) – che fu pubblicato dal Ronsini (5), “Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (…). Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Germano Giovanelli (…), nel suo  ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, del 1955, a p. 133 (vedi ristampa), ci parlava del ‘Crisobollo di Re Ruggero’, a cui ho dedicato ivi un mio saggio. L’elenco o inventario dei beni, è di estremo interesse per le nostre terre e per i possedimenti che in esso vengono elencati, per la toponomastica dei luoghi. Dal privilegio del Re Ruggero II, e dalla Platea dei beni, il ‘Regestum Bessarionis’,  apprendiamo che l’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, aveva possedimenti e tenute e grange disseminate sul nostro territorio. Risultano monasteri, Abbazie e grange a Salerno e Benevento, a Policastro, a Rofrano, a Laurito, a Diano, a Sassano, a Montesano, nel tenimento di Campora, nel tenimento di Rivello, a Scalea e a Sanza. Enrica Follieri (…), scrive che nell’antico documento illustrato in Figg…..: Aggiunge, per precisare l’estensione del feudo, un dettagliato περιορισμδς (restrizione) dei terreni appartenenti alla chiesa di Rofrano, nonchè l’elenco delle nove grange (…) e delle abitazioni civili (…) di sua proprietà, per lo più collocate nel Cilento. Concede inoltre alla chiesa e al monastero il diritto di asilo e di giurisdizione criminale. La ‘sanctio’ minaccia ‘l’indignatio’ del sovrano, e fissa la pena pecuniaria in mille once d’oro, da versare per metà al monastero, per metà all’erario regio. Segue l’indicazione della data (aprile, ind. IX, a.m. 6639) e la ‘subscriptio grossioribus litteris’ (come nota il transunto del 1465), la cui versione è ‘Rogerius Pius et Potens in Christo Deo Rex et Christianorum adiutor’.”. Il Giovannelli (…), fa notare che nell’antico documento dell’anno 1131, è citata la “Grangia di S. Pietro in terra di Rivello”. In questo antichissimo documento, vengono elencate i beni e le proprietà confermare da Re Ruggiero II d’Altavilla, all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. I beni che vengono confermati all’Abbate Leonzio, sono quelli che il monastero o Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, già possedeva. Fra i beni posseduti dal monastero di Rofrano, vi era anche la grangia di S. Pietro in terra di Rivello:

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(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata.

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(Figg…..) ‘Crisobollo di Ruggero II’, dell’Aprile 1131 (…), pubblicato dal Ronsini (…), nell’appendice al suo testo: ‘Documento A’, p. 69 e s.

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, continuando il suo racconto sulla Platea del Bessarione in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111). Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di….ecc….quello di Santa Maria ‘de Vitis’ nel territorio di Laurino che nell’ottobre del 1443 venne concesso in enfiteusi a tal ‘Jacobo Rivellense’ di Montesano (c. 58r9); quello di San Pietro di Thimusso in Montesano, che pure nell’ottobre del 1443 venne locato ad un tal ‘Petro Revellense’ (c. 60r). Ecc..”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter'”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tamusso, di Campora con la chiesa di Sant’Angelo, di Policastro con la chiesa di San Matteo e infine di Sanza con la chiesa di Santa Maria di Siripi (tutti in provincia di Salerno). Tra il Cilento e la Lucania si localizza invece la grangia di San Pietro in territorio di Rivello (oggi in provincia di Potenza), mentre nella Calabria settentrionale è Scalea con la chiesa di San Nicola di Siracusa (oggi in provincia di Cosenza). La grancia di San Nicola si trova invece a Benevento (1). Del feudo facevano parte anche alcune case di Salerno, ubicate presso la Porta Nova e presso la Giudaica, poste quindi sotto la giurisdizione dell’abate di Rofrano. Queste ultime sono documentate sin dal X secolo, in quanto localizzate nella “Judaica, tra il muro e il muricino” (2). Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3). Rofrano. Anche la storia civile ed ecclesiatica di Rofrano si identifica con la storia della badia, della quale i normanni furono investiti per circa quattrocento anni. Quando, nell’aprile del 1131, il re Ruggero II di Sicilia concedeva a Leonzio, l’abate basiliano che si era appositamente recato a Palermo, la badia e il feudo di Rofrano, tale possesso doveva già figurare fra i beni di Grottaferrata.”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (1) postillava che: “(1) La chiesa di S. Nicola di Benevento è ricordata nel privilegio di Innocenzo III (‘Documenta’, 2 c. 41v).”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Marongiu, 1937.”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Arcangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territorio Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancta Mariae de Scripti in territorio Sanse”; concludono l’elenco le case presso Porta Nuova e Judaica in Salerno. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’efettivo ruolo di abate ricoperto dal citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”.

Nel 1253, Guglielmo, Conte di Rivello, al tempo di Corrado di Svevia

Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parla di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a p. 442, continuando il suo racconto su Rivello, a p. 442, nella sua nota (I), posillava in proposito che: “(I) Fu Conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II, conosciuto da Corrado, per uomo di gran senno e di consumata prudenza, fu destinato per la riformazione del Regno. Il ‘Collenuccio lo chiama erroneamente Enrico  e nel lib. 4 di sua ‘Storia’, dice che fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”Per i fatti, di cui ha parlato anche l’Antonini a p. 443 della sua ‘Lucania’, prendendo le mosse dal racconto che fece lo storico della fine del ‘600, Pandolfo Collenuccio (…), nel libro IV del suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’, edito nel 1591. Il Colenuccio (…), nel suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’ (ed. del 1613), nel cap. IV, a p. 57 a, parla di ‘Guglielmo, ribelle di Federico II’. Il Collenuccio (…), ci parla del ribelle Guglielmo, Conte di Lauria (dice l’Antonini), che secondo l’Antonini “…fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Il Collenuccio, nel cap. IV a p. 57, in proposito alla ‘Congiura di Capaccio’, scriveva di questo Guglielmo: “Capi del trattato erano Pandolfo da Fasanella, & Giacomo da Morra; Compagni nel tradimento erano Tebaldo, Guglielmo, & Francesco da S. Severino, ecc..”. Federico II di Svevia, morì a Ferentino di Puglia, nel 1250. Ma chi era questo Corrado di cui parla l’Antonini, dove dice che egli, dopo la morte di Federico II di Svevia, conosciuto Guglielmo Conte di Rivello, gli lascio la restaurazione del Regno. Il Collenuccio, a p. 60, in proposito scriveva che: “Lasciò erede universale nel Regno di Napoli, et in tutto l’Imperio di Roma, suo figlio Corrado Re d’Alemagna. Ad Enrico, minor figliuolo ancora legittimo, lasciò il Regno di Sicilia: oltra il Faro, il qual però havesse a tenere secondo la volontà di Corrado predetto, et lasciolli centomila once d’oro. ecc…ecc…”. Il Collenuccio (…), a p. 62, in proposito scriveva che: “Avuto adunque Napoli in questo modo Corrado, fu  Re universale del Regno senza alcuna contradittione, et la riformatione di esso, commise ad Enrico, vecchio Conte di Rivello, et il governo di Napoli. Stando adunque in istato pacifico volto ai piaceri, Enrico fanciullo suo fratello, figliuolo della Regina Isabella, partì di Sicilia, à chi Federico l’havea lasciata, per venire a far riverenza al Re. In sua compagnia vi era un Capitano Saracino detto Giovanni Moro, ecc…ecc..”. Dunque, l’Antonini (…), riguardo a Rivello, sulla scorta del Collenuccio, in proposito scrive che Guglielmo, Conte di Rivello, fu conosciuto da Corradino di Svevia, come uomo di gran senno e di consumata prudenza, destinandolo alla riformazione del Regno. L’Antonini (…), scrive pure che il Collenuccio, l’aveva chiamato erroneamente Enrico, il quale (secondo il Collenuccio), era stato uno dei primi a ribellarsi durante la Congiura dei Baroni contro Federico II di Svevia. Intanto l’Antonini, ci parla di Lagonegro, l’antica ‘Nerulo’, ‘Lagonegro e sue montagne’, p. 183, Parte II, Discorso I. Corrado IV di Svevia, alla morte del padre l’Imperatore Federico II, insieme a suo fratello Manfredi, ereditò gran parte dei Regni del padre. La successione al trono del Regno di Sicilia, avvenuta dopo la morte dell’Imperatore Federico II, nel 1250, di cui venne a conoscenza probabilmente in gennaio, procurò a Corrado la successione in tre Regni ma peggiorò anche notevolmente la sua posizione. Corrado, scomunicato dal papa il 13 aprile 1251, decise di partire per l’Italia per trasferire la sua base nel Regno di Sicilia, del quale rivendicava l’eredità. Corrado, per punire la ribellione di Napoli ne trasferì l’Università a Salerno. Corrado, ridusse i diritti di sovranità al fratello Manfredi, restandogli il principato di Taranto e, negò il proprio consenso ad alcuni provvedimenti di governo di Manfredi, in primo luogo i ricchi infeudamenti dei Lancia, suoi parenti per parte di madre. Nell’estate del 1252, Corrado, diede inizio all’offensiva contro i ribelli e, nel 1253, bandì i Lancia dal Regno minacciandoli di punizioni, con la sola esclusione di Bertoldo di Hohenburg, marito di Isotta Lancia. Ricordiamo che, dopo la ‘Congiura di Capaccio’, contro l’Imperatore Federico II di Svevai, e lo sterminio dei Sanseverino – fatto prigioniero ed esule alla corte del Papa, il piccolo Ruggero unico sopravvissuto – Galvano Lancia, fu investito della Contea del Cilento dall’Imperatore Federico II, di cui abbiamo già parlato ivi in un altro saggio dedicato alle nostre terre al tempo di Federico II di Svevia. Corrado IV, morì il 21 maggio 1254, e si disse che fosse stato avvelenato da Manfredi. A quel tempo, scrive Pietro Ebner nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), parlandoci di Policastro, in proposito scriveva che: Nel 1254, come vedremo in seguito, vi fu mandato il vescovo salernitano Giovanni Castellomata, che restò a capo della diocesi per un paio di anni, e dopo, per tutto il secolo XIII, si ricordano i nomi di Mario, Fabiano e Bartolomeo. Quest’ultimo è ricordato per l’anno 1278, e dopo di lui, fino al 1358, non si hanno documenti attestanti che nomine si sian fatte.”. L’Ebner, continuando il suo racconto, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 274), scriveva che: Il 13 ottobre 1254 Innocenzo IV, da Anagni, ordinò a Guglielmo di S. Eustachio, cardinale diacono e legato del Capitolo di Policastro per la nomina a vescovo di quella diocesi di Giovanni Castellomata medico e canonico salernitano. Nell’informare il cardinale che si attendeva una nomina immediata si augurava che quel canonico, con i suoi amici e parenti, gli fossero utili in un affare impreso a trattare a Salerno.. Nelle sue disposizioni testamentarie, Corrado IV, prima di morire, nominava come proprio successore il figlio Corradino di Svevia, nato in Baviera il 25 marzo 1252 dopo la sua partenza per l’Italia. Il Collenuccio e l’Antonini, si riferivano a Corrado IV, o si riferivano forse a Corradino di Svevia figlio di Corrado IV di Svevia ?. Nell’anno 1266, dopo la morte di Re Manfredi, nel settembre del 1267 discese in Italia il giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, ultimo degli Hohenstaufen, chiamato dai partigiani dell’Impero. In seguito a lunghe trattative con i papi Urbano IV e Clemente IV, quest’ultimo nel 1265 scelse come nuovo re di Sicilia Carlo I d’Angiò. Il 22 febbraio 1266 Manfredi fu sconfitto e ucciso nella battaglia di Benevento. I suoi sostenitori meridionali si rivolsero quindi a Corradino che decise di scendere in Italia e rivendicare il trono di Sicilia. Accolto trionfalmente a Roma, ma il 23 agosto 1268, presso Scurcula Marsicana (Fucino), Corradino venne sconfitto da re Carlo d’Angiò. Scampato alla battaglia venne poi catturato presso la Torre di Astura e consegnato a Carlo, che lo fece condannare a morte (Napoli, piazza del Mercato, 29 ottobre 1268). In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito citava una lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 (7). Ebner, in proposito alla citata lettera, postillava nella sua nota (7) e, in proposito scriveva che: “ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell’Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia.”. Poi l’Ebner, continuando il suo racconto a proposito della lettera di Carlo d’Agiò, scriveva che: “Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, Carlo d’Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all’approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, i predetti si recarono a incontrare il vascello imperiale. Ricevuti i sopravvenuti come capitani, questi furono condotti nel feudo di Tortorella e venne affidato nelle loro mani l’amministrazione e il governo dell’università. Alla venuta di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste. Dopo la sconfitta di Corradino, re Carlo ordinò a Ruggiero Sanseverino, conte di Marsico, di fare arrestare i traditori di Tortorella, i quali si erano già messi in salvo con la fuga. Carlo I d’Angiò, ordinò di distruggere le loro case, svellere le loro vigne, distruggere i raccolti e dare i loro beni in amministrazione, prima ad un certo Arduino, e poi a Giovanni Gallina, i quali se ne erano già impadroniti. Il Re pertanto ordinò al giustiziere di estromettere costoro prendendo in consegna tali beni. Vi è pure notizia che Margherita Guarna, vedova del fu Matteo di Padula, concesse l’annua “previsione” di once XX sui beni del ribelle Giovanni da Procida, in cambio dei casali di Tortorella e di Casalnuovo quae tenebat pro dodario (8). È del 1289 un ordine perentorio di Re Carlo II ai salernitani Riccardo de Ruggiero e Riccardo D’Aiello di recarsi immediatamente, sotto pena di confisca dei loro beni, rispettivamente al castello di Tortorella e a quello di Sanza, di cui erano possessori, per custodirli diligentemente “ne gravetur ab hostibus” (9)”. Ebner, a p. 676, nella sua nota (7), postillava che il documento è “(7) Reg. 33, f. 93 = vol. XX, p. 141, n. 324, a. 1279.”. Sempre l’Ebner, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 1272, XV ind. f. 88 = vol. VIII, p. 163, n. 312.”. Ancora Ebner, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”.

Tra il 1308-1310, il ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

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Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.

Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)

  • Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
  • Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV

Foglio 250 (v)

  • Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
  • Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV

Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studi e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…Dal 1583 la badia di Rofrano fu annessa alla Diocesi di Capaccio, mentre in precedenza essa aveva fatto parte di quella di Salerno. Ne sono testimonianza le decime versate negli anni 1308-1310 dalla grangia di Santa Maria di Grottaferrata in Rofrano, insieme a quelle richieste alle chiese del ‘castrum Dyani’ (oltre alla chiesa arcipresbiteriale, Sant’Eustachio, Santa Maria de Castro, San Pietro, S. Nicola), a quelle del ‘castrum Montissani’ (San Nicola, Sant’Andrea, Santa Maria de Cadossa), a quelle del ‘castrum Sanso’ (Santa Maria, San Pietro) e a quelle del ‘castrum Laurini’ (Santa Maria, San Pietro, San Matteo, Ognissanti). Il territorio di Campora era compreso nella diocesi di Capaccio, mentre ricadeva in quella di Policastro il ‘castrum Rivelli’ (12). Nel XVIII secolo il patronato delle chiese di Rofrano, Santa Maria di Grottaferrata, San Nicola de Mira, San Giovanni Battista e Santa Maria dei Martiri, fu attribuito al comune stesso, a cura del quale vennero attuati successivi interventi di restauro (13).”. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (12) postillava che: “(12) ‘Rationes decimarum’ 1939, pp. 383-385, 460-461.”. Susanna Passigli a p. 387 nella sua nota (13) postillava che: “(13) Sulle chiese Ronsini 1873, p. 76 ss.”. Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a p. 153, in proposito scriveva che: “I secoli XIII e XIV sono scarsamente documentati. Sono noti i documenti pubblicati da Nicola Barone nel 1905 tratti dai Registri angioini dell’Archivio di Stato di Napoli in cui è manifesta la protezione dei re angioini a favore del monastero di Rofrano contro altri baroni che occupavano con prepotenza alcune grange (208). Nei registri vaticani delle Collettorie risultano, per gli anni 1308-1310, le decime assegnate alla chiesa di Rofrano pari a 40 once: “grangia Gricte Ferrate de Urbe cum duabus grangiis suis”, “valent unc. XL” (209). Non compaiono, invece, le grange indipendenti.”. Falcone, a p. 153, nella nota (208) postillava: “(208) N. Barone, La badia di Grottaferrata sotto la protezione dei re angioini di Napoli, im “Archivio della Società di Storia patria”, XXVII (1905), pp. 217-222.”. Falcone, a p. 154, nella nota (209) postillava che: “(209) Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Campania, a cura di M. Inguanez, L. Mattei-Cerasoli, P. Sella, 1942, p. 461”.

Nel 1341 o 1345 (?), la pergamena o istrumento in cui i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati (il Laudisio scrive “di Camerota”) e di S. Giovanni a Piro passano alla chiesa madre di  Rivello

Ferdinando Ughelli parlando della Diocesi di Policastro e delle chiese di rito greco parlava di una pergamena del 1341 conservata presso la chiesa di Rivello. Forse un istrumento o un atto con cui i beni di due importanti abbazie in origine monasteri italo-greci passarono alla Chiesa Madre di Rivello. Si tratta dei monasteri italo-greci di S. Pietro di Licusati e quello di S. Giovanni a Piro. La notizia fu riferita anche dal Laudisio.  Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ne rimanevano sino a poco tempo fa solo i pubblici oratori aperti a tutti, e che oggi sono ridotti quasi a un mucchio di rovine, invece i beni di queste due abbazie furono assegnate alla Chiesa Madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa. (51).”. Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che vi erano due abbazie minori di basiliani: quella di “S. Pietro a Camerota” e quella di Rivello. Dunque, secondo il Laudisio, a Camerota vi era l’abbazia minore dei padri Basiliani detta di “S. Pietro” di Camerota. Mi chiedo se il Laudisio si riferiva ad un’altra abbazia o monastero di S. Pietro “a Camerota”, un ulteriore monastero o abbazia italo-greca a Camerota (oltre a quello di S. Iconio o S. Cono) oppure, il Laudisio si riferiva al monastero italo-greco di S. Pietro di Licusati ponendolo impropriamente a Camerota ?. A questa domanda ha scritto Onofrio Pasanisi (….). Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe. Di esse non esistono che ruderi.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio riporta anche un altra interessante notizia. L’antica abbazia basiliana o italo-greca detta dal Laudisio di “S. Pietro di Camerota”, in epoca Nomanna era stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma ecc..” e poi in seguito  I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Il Laudisio, alla sua nota (50) a p. 17 postillava che: “(50) Ughel., cit. loc., tom. 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: Diocesesis Polycastrensis (…(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Dunque, il Visconti, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) postillava e citava l’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli, II° ed., ed. Coleti, tomo VII, p. 542. Il Laudisio (…), nella sua nota (50), a p. si riferiva alla seconda edizione, edizione Coleti, 1721,  vol. VII, dell’‘Italia Sacra’ di Ughelli (…), che a p. 542, ci parla dei Vescovi della Diocesi di Policastro “Episcopi Polycastrensi”:

Ughelli, vol. VII, p. 541-542.PNG

(Fig….) Ferdinando Ughelli (…), ‘Italia Sacra’, I° ed., vol. VII, p. 542

Il Visconti (….), nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) a p. 17 postillava e scriveva che l’Ughelli scriveva che: “…..(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”Dunque, l’abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua ‘Italia Sacra‘ parlando dei monasteri e delle chiese della Diocesi di Policastro con rito greco ed amministrate da sacerdoti che seguivano il rito greco scriveva che: “sono contenute nelle ventiquattro città, la principale delle quali due, Lauria On. una Collegiata (…), e le altre due avevano Parrocchia Rivellia, in quella latina della Bibbia archipresbyer, la lingua greca ad altre persone con clericale amministra i loro riti di Nazione ….”. Il Visconti (….), a p. 17, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (51) (vedi versione del Visconti) postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Bibl. Vat., num. 2101, pag. 177.”. Dunque, il Laudisio per queste notizie intorno alla chiesa madre di Rivello ed i suoi monasteri associati citava il card. Sirleti ovvero il codice Vaticano Latino n. 2101, pag. 177 conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. Lo storico locale, Biagio Ferrari (…), nel suo ‘Ipotesi etimologiche su Rivello, e sugli altri paesi della Valle del Noce’, edito da Rizieri di Lauria, a p. 15, scriveva che: Dai documenti esistenti nelle due chiese parrocchiali, il più antico è una pergamena del 1345, che trovasi presso la chiesa di S. Nicola, risulta sempre ‘Rivellum’; in un resto di volume indice (mancano gli altri undici volumi), che trovasi presso la Diocesi di Policastro, si legge: “Indic. dei monasteri, e delle chiese, e delle Celle….che si contengono negli undici precedenti volumi – Rivello in Diocesi di Policastro, in Principato citro Pandolfo di Revello è in Palermo, 1089.”. Il Porfirio (…), a p. 539, in proposito scriveva pure che: “La Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini in Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello ecc..”. Il Porfirio (…), parlando della Diocesi di Policastro a p. 538, col. dx, parlando della Diocesi di Policastro, scriveva che: “Non è tanto da passare sotto silenzio, come quivi a questi tempi, esistessero due badie, dette minori, dell’ordine basiliano, uno di S. Pietro e l’altra di S. Giovanbattista; con soggezione la prima all’archimandrita dell’Abbadia di Grotta-Ferrata nel Tuscolano, e la seconda a quello di S. Giovanni a Piro. Poscia, non ne avanzarono che gli oratori, de quali al presente non si veggono che poche vestigia: quanto a’ beni, essi furono devoluti a beneficio della chiesa madre di Rivello, giusta un istrumento in pergamena a gotici caratteri dell’anno 1341, ed un altro del 1685, che nell’archivio della suddetta chiesa tuttora si conservano.  Un così fatto rimescolamento facendo nascere il giusto timore del greco scisma, fu dalla santa sede opporunamente giudicato di permettere che i chierici greci potessero essere agli ordini sacri promossi dal vescovo di Policastro, quantunque di rito latino (3). Così fu preclusa ogni sorta di comunione coll’eresia venuta di Costantinopoli….”. Il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli parlando della Diocesi di Policastro a p. 538, col. dx, parlando della Diocesi di Policastro, scriveva che: “….quanto a’ beni, essi furono devoluti a beneficio della chiesa madre di Rivello, giusta un istrumento in pergamena a gotici caratteri dell’anno 1341, ed un altro del 1685, che nell’archivio della suddetta chiesa tuttora si conservano. Ecc..“. Dunque, il Porfirio, sulla scorta dell’Ughelli e del Laudisio scriveva che i beni delle due abbazie minori basiliane di S. Pietro di Licusati e di S. Giovanni a Piro secondo l’istrumento del 1341 (scritto a caratteri gotici) furono assegnate alla chiesa madre di Rivello. Il Porfirio (…), nella sua nota (3), postillava che:  “(3) Apud. Card. Sirleti, in biblioteca Vat. n. 2101, pag. 177.”. Il Porfirio, citava la stessa notizia del Laudisio sul Cardinale Sirleti. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), nella sua nota (51), postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Biblioteca Vaticana, num. 2101, pag. 177.”. Secondo il Laudisio, sulla scorta del Cardinale Sirleto o Sirleto (…) e, sulla scorta di due Atti notarili, del 1341 e, l’altro del 1685, che dice conservati nella Chiesa di Rivello, i beni delle due Abbazie di S. Pietro di Licusati (che dice dipendesse dall’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo) ed i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, “furono assegnati alla chiesa madre di Rivello”. Il Laudisio (…), nella sua nota (51), ed il Porfirio (…), postillavano che la notizia proveniva dal testo del Cardinale Sirleti (…), e rimanda al codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Da Wikipedia leggiamo che il Cardinale Guglielmo i chiamava Sirleto. Guglielmo Sirleto (Guardavalle, 1514 – Roma, 6 ottobre 1585) è stato un cardinale italiano. Il Cardinale Guglielmo Sirleto, il 16 settembre 1566 fu nominato vescovo di S. Marco nella Calabria Citeriore. Trasferito a Squillace il 27 febbraio 1568, governò quel vescovato per mezzo del nipote Marcello sino al 15 aprile 1573, quando vi rinunciò in favore di lui. Nel 1569 fu chiamato a far parte della commissione preposta da Pio V all’edizione della ‘Vulgata’, e cooperò all’edizione della Bibbia greca dei Settanta e alla Poliglotta di Anversa. Il Cervini, divenuto papa, lo nominò custode della Biblioteca Apostolica Vaticana e gli affidò l’educazione dei nipoti. Da custode della biblioteca apostolica, Sirleto compilò uno dei primi cataloghi descrittivi, con un indice descrittivo completo dei manoscritti in lingua greca e portò a termine una nuova edizione della Vulgata. Da custode della biblioteca apostolica, Sirleto (…) compilò uno dei primi cataloghi descrittivi, con un indice descrittivo completo dei manoscritti in lingua greca e portò a termine una nuova edizione della ‘Vulgata’. Presso la Biblioteca Apostolica Vaticana dopo un’iniziale dispersione, è conservata la sua ricca raccolta di manoscritti, e la corrispondenza che il cardinale tenne con i più illustri personaggi del suo tempo. Nelle more della nomina di Cervini a cardinale bibliotecario (28 ottobre 1548), Paolo III affidò la cura della Biblioteca Vaticana al cardinale Bernardino Maffei, il quale incaricò Sirleto del riordino del patrimonio librario, impoverito da furti e prestiti non restituiti, del restauro e dell’inventariazione, mai terminata, dei codici della Biblioteca. Nel contempo egli si prodigò nell’acquisto di manoscritti per Cervini e per la Biblioteca e nell’aiuto a studiosi, quali Pietro Vettori, Gentian Hervet, Nicola Maiorano e altri che a lui ricorrevano in vista della stampa di opere patristiche e bibliche. Inoltre, in assenza di Cervini da Roma curava la formazione dei nipoti Riccardo ed Erennio. Il Cardinale Guglielmo Sirleto (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177, scriveva che: “…………”. Questo codice è intitolato “Aristotelis Ethicorum ad Nicomachum libri X atque Politicorum libri VIII nec non pseudo-Aristotelis Oeconomicorum libri I, III in Latinum sermonem per Leonardum Brunum Aretinum translati. Eiusdem Leonardi commentum in praedictos libros Oeconomicorum. sec. XV” :

Cod. Vat. Lat. 2101

(Fig….) Codice Vaticano Latino 2101, p…..

La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Camerota, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), potrebbe essere confermata da ciò che scriveva Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’ e riferendosi al cenobio italo-greco di S. Giovanni a Piro scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Anche Biagio Cappelli (…), sulla scorta del Di Luccia e del Martire (…), scriveva che dal “Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie” come quella di ‘S. Gaudioso a Rivello’. Dunque il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Dunque, il Cappelli (…), citava Pietro Marcellino Di Luccia (….), citava Teodoro Minisci (….) e citava  il Martire (…) che, a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè:…”. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”.

Martire D., p. 150

(Figg…) Martire D. (…), pp. 150-151

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, al n. 31, tra i monasteri della Basilicata è citato un monastero basiliano, che lui chiama “Monastero di S. Pietro di Camerata. Monastero di S. Croce di detta Terra di Camerata”. Ora posto che in Basilicata esistesse un casale detto ‘Camerata’, io credo che il Martire (…), sebbene abbia scritto impropriamente “di detta Terra di Camerata”, riferendosi al casale di Camerota, si riferiva al nostro monastero in origine italo-greco e poi in seguito divenuto benedettino detto di S. Pietro di Licusati. Il Martire (…), cita anche Pietro di Lucca e la suaHistoria del Monastero di S. Giovanni a Pero’. Tuttavia queste notizie andranno ulteriormente indagate. Dunque il Cappelli (…), sulla scorta del Di Luccia (…) e del Martire (…), scriveva che dal “Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie” come quella di ‘S. Gaudioso a Rivello’. La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Camerota, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), vengono confermate dunque da Teodoro Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopilo ad alcune Abbazie del nostro territorio. Gli Atti delle visite apostoliche di Attanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco (40)”. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci).

Nel 25 aprile 1346, viene alienato il possesso di Rivello

Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II ed in particolare ai possedimenti dell’Abbazia Tuscolana di Grottaferrata che possedeva Rofrano aggiungeva che: Una prima alienazione di parte dei beni del feudo dovette avvenire nel XIV secolo. Infatti il 25 aprile 1346 l’abate cedette i possessi di Rivello, ad eccezione della chiesa di S. Pietro, in permuta all’arciprete Tommaso Rossani della stessa terra, dal quale ricevette in cambio vigne e terre in località Castel de Paoli, località assai più vicina agli altri possessi della badia di Grottaferrata (9)”. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (9) postillava che: “(9) ‘Instrumenta, 1, cc. 222r-224v.”.

L’indagine demografica ed i primi censimenti della popolazione in epoca Aragonese

Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino. Il figlio del povero Gaspare, Francesco, che si era schierato apertamente con Alfonso d’Aragona, riuscì a recuperare la maggior parte delle terre tolte dai D’Angiò-Durazzo al padre. Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

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Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza.

Liber Focorum ...

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova

Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che  il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle numerazioni dei fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori,  le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: “Oggi per nostra fortuna, se siamo in possesso di dati demografici per il sessantennio aragonese e per il primo censimento vicereale, lo dobbiamo alla pazienza e alla solerzia di Alfonso Silvestri (…), il quale raccogliendo in volume le carte risparmiate dalla distruzione che subì l’Archivio di Stato di Napoli nell’ultima guerra, ha messo alla portata di tutti la ‘Numeratio terre Castris Abbatis Casalibus’, dalla quale attingiamo le notizie dei fuochi del periodo Aragonese e del primo censimento vicereale, limitatamente ai Casali dipendenti al Castello dell’Abate, e la ‘Numerazione Rocce Cilenti cum Casalibus’”.

I Quinternioni feudali del Regno di Napoli

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…... Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava  “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage,  enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.

Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo

Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].

1414 –  GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli

Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). opo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”.

Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna I d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria

Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….

Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”

Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria

Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…,  donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.

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Di Luccia, p. 77

(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.

Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.

Nel 1430, Benedetto de Principato e Nicola Principato Vescovo di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.

Nel 1443, l’abate Pietro Vitali di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano affitta due grange a Iacobus Revellese

Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Le grange elencate nel privilegio di Ruggero II sono adesso censite per località, come tutti i beni descritti nel resto della platea: “In civitate Salernitana (….), In civitate Beneventi (….). In civitate Policastri (….). In castro Rofrani (….). In terra Laurini (….), In terra Diani (….). In tenimento Montissani (….). In tenimento Campore (….). In tenimento Rivelli (….). In tenimento Scalee (…..). In tenimento Sanse (….)”(215).”. Falcone, a p. 155, nella nota (215) postillava: “(215) AMNG, Monastero di Santa Maria di Grottaferrata, Platee, 1, c. 56r.-63r. Edizione in ‘Regestum Bessarionis’, cit. pp. 155-158. Osserviamo che, da Rofrano in poi, l’ordine geografico seguito corrisponde a quello del crisobollo, coe si legge nella versione latina del 1465. Da questa osservazione ne deriverebbe che la Platea del Bessarione, o almeno le ultime pagine dedicate ai beni di Rofrano, potrebbe essere stata redatta dopo la traduzione latina del crisobollo, cioè dal 1465 in poi. Tuttavia considerata la conoscenza della lingua greca sia del Bessarione che del suo segretario e vicario Niccolò Perotti, autore della platea, si può anche presumere la loro capacità di tradurre il privilegio greco indipendentemente dalla versione autentica del vescovo Domenico.”. La Falcone, a p. 156, in proposito scriveva pure: “Per alcune di esse Niccolò Perotti annota anche interessanti informazioni risalenti a due abati precedenti, Francesco Mellini e Pietro Vitali che, rispettivamente nel 1426 e nel 1443 si recarono presso quelle dipendenze e rinnovarono i contratti di affitto. In particolare l’abate Pietro affitta le grange di Laurino e Montesano ad una persona di montesano, Iacobus Revellese, con l’incarico di curarle nello spirituale e nel temporale (216).”. Falcone, a p. 156, nella nota (216) postillava: “(216) AMNG, Monastero di Santa Maria di Grottaferrata, Platee, 1, c. 56r.-63r. Edizione in Regestum Bessarionis’, cit., pp. 156-158.”.

Nel 24 dicembre 1461, il monaco fratel Nilo, nominato rettore e governatore di Rofrano dall’abate Pietro Vitali (‘dominus utilis‘ procuratore dell’abbazia di Grottaferrata) risiedeva per lunghi periodi nel monastero di S. Pietro de Tumusso a Montesano

Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a pp. 154, in proposito scriveva pure: “La documentazione di fa più cospicua nel sec. XV. Alcuni documenti, in copia semplice coeva, risalgono al 1461 e al 1463 e sono conservati presso l’Archivio Segreto Vaticano (210). Riguardano l’Abate Pietro Vitali, ultimo superiore monastico prima che venisse introdotto a Grottaferrata il regime della commenda (211). L’abate Pietro, in qualità di ‘dominus utilis’ del castello di Rofrano, dopo un periodo di cattiva amministrazione affidata ad un laico, nomina il 24 dicembre 1461 fratel Nilo, monaco professo di Grottaferrata, ‘rectorem et gubernatorem’ del castello affidandogli piena potestà in ‘spiritualibus et temporalibus’ ordinario al giudice ed al sindaco dell’università di Rofrano ed ai procuratori presso tutte le grange di assicurargli la loro obbedienza (212). Seguono due lettere indirizzate all’abate Pietro dal maestro massaro di Rofrano (213), ricevute di denari riscossi da fratel Nilo, quindi istruzioni impartite dal cardinale Bessarione all’arciprete ed ai preti di Rofrano nel maggio 1463.”. Falcone, a p. 154, nella nota (210) postillava: “(210) ASV, Armadio XXXIV, 7, ff. 146r-149v.”. Falcone, a p. 154, nella nota (211) postillava: “(211) M. Mandalari, Pietro Vitali ed un documento inedito riguardante la storia di Roma (secolo XV), 1887. L. Pera, Un patrimonio ricomposto, in Santa Maria di Grottaferrata e il cardinale Bessarione…cit…, pp. 35-39”. Falcone, a p. 154, nella nota (212) postillava: “(212) ASV, Arm. XXXIV, t. 7, c. 146r.”. Falcone, a p. 154, nella nota (213) postillava: “(213) Ibid., ff. 147r e 148r.”. Falcone, a p. 156, in proposito scriveva che: “Ma dopo un periodo di affidamento dei beni a persone del luogo, come attestano i documenti dell’Archivio Vaticano, lo stesso abate Pietro Vitali decise di mantenere all’abbazia la gestione diretta di quelle dipendenze nominando fratel Nilo procuratore ed inviandolo a risiedere presso il monastero di Rofrano. Il cardinale Bessarione……Per Rofrano il 4 settembre 1462 conferma l’amministrazione di fratel Nilo affidandogli la podestà di stitulare contratti, agire in giudizio, compiere tutti gli atti legali ritenuti necessari, in particolare potrà confermare o rimuovere gli ufficiali esistenti, rivedere i conti di tutti coloro che hanno amministrato i beni, in particolare quelli di ‘Giovanni de Ribulutio’, ultimo amministratore (217).”. Falcone, a p. 156, nella nota (217) postillava: “(217) ANMG, Monastero di Santa Maria di Grottaferrata, Instrumenta, 1, cc. 47r-48v. Edizione di G. Falcone, Le abbreviature dei notai Stephanus Thegliatius, Nicolaus Iodici e Iohannes de Heesboem, in Santa Maria di Grottaferrata, cit., p. 166-168. Documento in ‘Atti e carteggio dei procuratori, (1).”. Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a p. 161, in proposito scriveva che: “La documentazione prodotta a Montesano dall’amministrazione dei procuratori e pervenuta in possesso dell’abbazia di Grottaferrata subito dopo la vendita dei beni nel 1728, ha richiesto un minuzioso lavoro etc…La prima serie è denominata “Atti e carteggio dei procuratori” e comprende il ricco materiale di carte sciolte formato da atti notarili, scritture contabili etc…a cominciare da fratel Nilo nominato nel lontano 1461 dall’abate Pietro Vitali.”. Falcone, a p. 161, in proposito scriveva pure che: “Come già detto, l’amministrazione delle chiese un tempo dipendenti da S. Maria di Rofrano, risulta affidata dall’abate di Grottaferrata, già nel 1461, ad un monaco procuratore incaricato di curare l’amministrazione economica dei beni e di agire in giudizio, se necessario, inviato a risiedere stabilmente presso quei luoghi, prima a Rofrano poi presso la grangia di S. Pietro del Tumusso nella terra di Montesano, anche per lunghi periodi. I procuratori erano monaci sacerdoti laici. La ricerca di notizie biografiche sugli stessi è stata nella maggior parte dei casi impossibile a causa della esiguità della documentazione riguardante la comunità monastica, soprattutto anteriormente al sec. XVIII. Solo per 12 dei 30 procuratori riscontrati è stato possibile rinvenire notizie o conoscere l’attività, perché titolari di un ufficio nel monastero. In particolare nove di essi avevano rivestito la carica di procuratore o cellerario a Grottaferrata, come attestato nei “Libri dell’introito ed esito” del monastero. I loro nomi sono: Luca Felici, etc…”

Nell’ottobre del 1443, Pietro Vitali, abate di S. Maria di Grottaferrata affittava la grangia del Monastero di S. Pietro de Thimusso “in Tenimento Montissani”

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 37, in proposito scriveva che: “Pietro Vitali continuò l’opera del Mellini e sembra che anch’egli si recasse nei lontani possedimenti calabresi perchè leggiamo nella ‘Platea’ che l’8 ottobre del 1443 locava il monastero di S. Maria de Vitis nella terra di Laurino e che, nello stesso mese, l’abate affittava alle medesime condizioni la grangia del monastero di S. Pietro de Thimusso “in tenimento Montissani” (14).”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Per le due notazioni vedi ‘Platea’, c. 58r e c. 60r.”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (13) postillava che: “(13) ‘Platea’, c. 56r.”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Per le due notazioni vedi ‘Platea’, c. 58r e c. 60r.”. Infatti Loredana Pera (…),  a p. 57, continuando il suo racconto sulla Platea del Bessarione in proposito scriveva che: “Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di S. Nicola a Benevento (112); quello di Santa Maria ‘de Vitis’ nel territorio di Laurino che nell’ottobre del 1443 venne concesso in enfiteusi a tal ‘Jacobo Rivellense’ di Montesano (c. 58r); quello di San Pietro di Thimusso in Montesano, che pure nell’ottobre del 1443 venne locato ad un tal ‘Petro Revellense’ (c. 60r).”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Per le due notazioni vedi ‘Platea’, c. 58r e c. 60r.”. Loredana Pera (…), nel suo, ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’, a pp. 156-157 e s. in proposito trascriveva alcune pagine del Codice Z.d.XII, riportava il documento pagina “c. 60r” che: “In tenimento Montissani. Monasterium predictum habet infrascripta bona videlicet monasterium sive grangiam quod vocatur Sanctus Petrus de Thimusso, ordinis Sancti Basilii, cum omnibus iuribus et pertinentiis suis. Anno Domini Mccccxliii de mense octobris, vii indictioe, Petrus abbas locavit dictam grangiam domino Petro Revellense cum eiusdem conditionibus cum quibus supra apparet locatam esse grangiam in terra Laurini.”.

Il Cenobio basiliano di S. Iconio o S. Conore o S. Conone o S. Cono a Camerota

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcuni monasteri italo-greci, sorti nel basso Cilento, come quello di San Conone o San Cono a Camerota.

Urb.gr.82,

(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…).

Camerota

Costantino Gatta (…), nella sua ‘Lucania illustrata’ e nell’opera postuma scritta dal figlio ‘Mamorie topografico-storico della Provincia di Lucania’ (vedi ristampa di Forni Editore, Bologna), a p. 292, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Questa Terra col titolo di Marchesato, si possiede della Famiglia ‘Marchese’, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine dà Principi Normanni, (a) dalla qual generosa prosapia, ne fun sorti uomini valorosi, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: frà militari fu celebre ‘Tancredi’, figlio di Gio: ‘Marchese’, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) nè fu minore nella virtù militare ‘Astone marchese’, che sconfisse nella Puglia una schiera di 4000 Saraceni. Ecc..”. Giuseppe Gatta figlio ed anche il padre Costantino Gatta (…), parlando di Camerota, ed io penso sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (vedi nella nota (a), dove egli postillava (‘Nel Registro della Regia Zecca di Napoli’), citava Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, noto per la partecipazione alla I Crociata in Terra Santa. Credo che il Gatta, si riferisca a Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia, che si imbarcarono con un grande esercito per la conquista di Gerusalemme. Chi fosse il Tancredi che il Gatta chiama Giovanni, ne ho parlato nel mio saggio “I Marchisio e i Florio”, ivi pubblicato. Il Gatta (…), ci dà anche un’altra importante notizia sulla Crociata e di personaggi legati a Camerota, quando nella sua nota (b), postillava che: “(b) L’Arcivescovo di Tiro nella Guerra Sacra”. Il Gatta, nella sua nota (b), si riferiva ad una cronaca del tempo scritta dall’Arcivescovo di Tiro (…). Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme’, “Belli sacri historia”, dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo. Guglielmo di Tiro, utilizzò largamente un’altra cronaca del tempo ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, di Alberto di Aix o di Aquisgrana (…). E’ forse da questa opera, da questo ‘Chronicon’ che proviene la notizia secondo cui i Crociati sostavano al monastero di S. Cono di Camerota e al monastero di S. Pietro di Licusati di Camerota, per poi imbarcarsi per la I Crociata organizzata da Boemondo d’Altavilla e Ruggero Borsa, fratellastri e figli di Roberto il Guiscardo, portando con se anche il nipote Tancredi d’Altavilla? O forse la notizia riguardava un’altra Crociata organizzata anni dopo. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. II, a pp. 580-581 parlando di Camerota scriveva che: “E’ probabile, perciò, che il toponimo “Camerota” sia derivato appunto dalla presenza di tali grotte adibite a camere (‘Kamarotos’ = fatto a volte) e magazzini (2). Il villaggio ubicato su una collina era da tre lati difeso da aspri dirupi. A ovest del castello era il monastero di S. Cono che mostra l’esistenza nel luogo di monaci italo-greci. E’ più che probabile che i primi monaci bizantini giunti nel luogo avessero preso dimora nei diversi ambienti (‘Kamarotos’) delle grotte (I fase, asceteri).”. Ebner, a p. 580, nella sua nota (2) postillava che: “(2) O. Pasanisi (Camerota e i suoi casali, Napoli, 1964, p. 7) lo deriva dagli archi e grotte esistenti sulle pendici rocciose della collina. Il Gatta (cit., p. 292) origina il villaggio da Velia. Guzzo (cit. p. 78) ne colloca l’impianto nel V secolo, a seguito delle incursioni barbariche. Ecc..”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “Ignote ne sono le origini, (greco però è il nome), ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1). Ecc…”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Καμαρωτον, tutto ciò che è fatto ad archi, a volta. Non si esclude, con questo nome, un riferimento alle numerose grotte della contrada. Ecc…”.

La grotta o “chiesa”, anzi ‘cappella‘ di S. Vito a Camerota

La cappella votiva in una grotta a Camerota

Dunque, Ebner, sulla scorta del Pasanisi parlando delle grotte e asceteri a Camerota cita il Pasanisi, il Gatta ed il Guzzo. Ma procediamo per ordine. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 586 parlando di Camerota scriveva che: “Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più in giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, ecc…”. Dunque, Ebner scriveva che a Camerota vi era il Castello (il castello marchesale) e poco più giù, nella contrada o rione di S. Vito vi era la “chiesa” di S. Vito di cui alla lettera del papa di cui parlerò in seguito. Ebner scriveva che nel rione di S. Vito a Camerota vi erano diversi artigiani che lavoravano i vasi di terracotta (“vasai”). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 162-163 riferendosi alla lettera o bolla di papa Giovanni XXI, del 1317, in cui si evince di “Matteo di Camerota” (forse un discendente di Florio di Camerota, signore di Corbella) e, Abbate nel 1317 dell’Abbazia benedettina di S. Cono di Camerota che, avrebbe avuto: “…il possesso della chiesa di S. Vito di Camerota (v.) fondata dalla locale università e la cui provvista era pertinenza papale.”. In questo passaggio, Ebner riferisce due notizie interessanti. La prima è quella della bolla papale e di un abbate dell’Abbazia di S. Cono a cui scrisse il pontefice da Avignone, Giovanni XXI, nel secondo anno del suo pontificato e poi l’altra notizia secondo cui la chiesa di S. Vito a Camerota fu fondata dalla Università di Camerota di cui la sua  “provvista era pertinenza papale”.

La “grotta” di San Biagio si nasconde su una maestosa terrazza appoggiata su l’altissima rupe dell’Armu, sottostante l’antica chiesa di rito greco di San Daniele. La cappella rupestre, è particolarmente impressionante e unica dal punto di vista architettonico, perché è scolpita artificialmente dentro un vena di morbido e delicato tufo, rarissimo in questa parte della Campania.

Il dott: Michael Shano, segnalava che:
“Mi fa piacere segnalare un sito archeologico negato a Camerota nel Cilento per il progetto del T.C.I. Diversi studiosi della storia d’arte, competenti per il periodo dell’alto medioevo, affermano che la struttura rappresenta un rarissimo esempio di cappella rupestre Campana. Scolpita con raffinatezza in una vena di tufo, dentro un cubo con 5 nicchie e fuori una facciata decorata in rilievo, la struttura potrebbe risalire a più di mille anni fa, quando il territorio di Camerota era nell’orbita culturale bizantina. Durante gli ultimi 40 anni la facciata ha subito un grave degrado, come si nota da una foto scattata circa 40 anni fa. Posso spedire questa foto in uno secondo tempo. Adesso un cancello la protegge dal vandalismo ma ne impedisce la visita. Sarebbe necessario un sopralluogo e uno studio approfondito. Il Comune di Camerota certamente assisterebbe in un tentativo di valorizzazione per capire meglio il suo significato e il valore culturale. Si trova adesso fra due edifici scolatici al Rione San Vito al di sotto della collina un monastero del seicento. Questa “cappella”, che non era una grotta, è stata realizzata scavando nel costone tufaceo che si trova in località San Vito, presso Camerota. Sopra il costone si trova il monastero dei Cappuccini; vicino vi è la scuola elementaree media. In questa zona, ove prevale la roccia calcarea, il tufo è rarissimo.”. Nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 63, si scriveva che: “In realtà non abbiamo testimonianze dirette di ‘basiliani’ o comunque di monaci greci qui nel nostro territorio se non a partire da qualche secolo più tardi, a meno che non si ipotizzi in precedenza una loro presenza nelle grotte di Camerota (San Biagio, San Vito, San Cono). Queste, apparendo molto simili a quelle della Cappadocia dove trovarono riparo i primi anacoreti, forse, nell’immaginario collettivo indussero a pensare ad un simile fenomeno di insediamenti che in realtà si concretizzarono a partire dal VI secolo, per radicalizzarsi poi nel IX.”. Poi, nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 65, scrivevano che: “Forse, per quanto ci riguarda più da vicino, non è da escludere che la grotta di S. Biagio a Camerota con l’omonima chiesa rupestre nonchè quelle di S. Vito e di San Conone possano essere state in origine rifugi di taluni dei suddetti anacoreti.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, parlando dei ‘Monasteri e Badie di Camerota, riferendosi all’antica Abbazia di S. Pietro di Licusati, scriveva in proposito che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”

I Monasteri italo-greci del ‘basso Cilento’

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79, apprendiamo che in un non precisato periodo (nel seguito del racconto si parla del periodo di Guglielmo il Buono), il duca di Camerota, di cui non si conosce il nome, fa delle donazioni alla chiesa di Camerota e le dota di alcuni beni e dipendenze: “Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”. In ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78, nella nota (71), si postillava che: “(71) A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…). Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicata nel 1831 (si veda l’edizione curata dal Visconti), a pp. 67-68, dopo aver parlato della rinata Diocesi di Bussento e del Vescovo Felice, in proposito scriveva che: “Quante sofferenze d’allora in poi, quante angosce nei secoli del medio evo, particolarmente nell’ottavo in questo nostro regno, quando in numero stragande i bizantini furono costretti a cercarsi rifugio perchè Leone l’Isaurico e suo figlio Costantino Copronimo infierivano contro i cultori delle sacre immagini! Quando il patriarca Anastasio, forte del sostegno dell’autorità imperiale, si impadronì di moltissime nostre chiese ponendole impudentemente sotto la sua giurisdizione! Ma anche se alcuni venerabili monaci orientali, per sfuggire alle persecuzioni, giunsero pure nella diocesi di Bussento e fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerota e su uno sperone a picco sul mare l’abbazia di S. Giovanni che fu chiamata ab Epyro perchè S. Giovanni era il santo protettore della loro patria, ecc….ecc…(28).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (28), postillava che: “(28) Anast. Bibl. in papa Paulo, apud Bern. hist.haer. tom. 2. seculo 8, pag. 399 (Domenico Bernino, Historia di tutte le l’heresie, Venezia, 1711: (Paulus pontifex) monachorum congregationem construens et Grecae modulationis psalmodiam, coenobium esse decrevit atque Domino nostro omnipotenti sedule ac indesinenter laudes statuit persolvendas).”. Il Laudisio (….), nella sua nota (28), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Laudisio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. e p. 198, cap. IX su Leone Isaurico. Secondo il Laudisio (…), nella nota (28), curata dal Visconti, scriveva che il Bernino (…), parlando di papa Paolo I, scriveva che: monachorum congregationem construens et Grecae modulationis psalmodiam, coenobium esse decrevit atque Domino nostro omnipotenti sedule ac indesinenter laudes statuit persolvendas).” che, tradotto è: fondò una congregazione di monaci, e ottimamente qualificati e la modulazione dei salmi che cantano, le lodi al monastero ha deciso di effettuare un decreto, e senza cessare di Dio, e tu sei stato attento a recitare il nostro Dio onnipotente. Il Laudisio (…), a p. 10, sulla scorta del Bernino (…), scriveva che il monastero (lui le chiama Abbazie) di San Cono a Camerota e quello di S. Giovanni a Piro, sorsero ad opera di alcuni “venerabili” monaci orientali, scampati alle persecuzioni iconoclaste degli Imperatori d’Oriente (bizantini) Leone Isaurico e Costantino Copronimo, giunsero nella Diocesi di Bussento. Era l’VIII secolo, nel periodo della lettera del vescovo Felice di Agropoli. Papa Paolo I, si adoperò quindi nel sostegno dei perseguitati, accogliendone molti a Roma; mise inoltre a disposizione dei monaci greci esiliati da Costantino V il monastero dei Santi Stefano e Silvestro.

Il monastero di San Cono a Camerota

Abbiamo detto del monastero dei padri Cappuccini a Camerota e del luogo dove esso sorgeva. Sorgeva nel rione S. Vito, non lontano dal Castello Marchesale di Camerota e su di un terrazzamento che si trovava quasi sopra un banco tufaceo dove era stata ricavata una scaletta e una grotta, la “Cappella di S. Vito”. Ma questo luogo aveva un legame con l’antichissimo cenobio e poi Abbazia benedettina di S. Cono a Camerota, forse dipendente dall’Abbazia benedettina di S. Pietro a Licusati ?. Cerchiamo di capire. Dove si trovava l’antico monastero di S. Cono o S. Conone ?. Il luogo dove esso sorgeva corrisponde allo stesso terrazzamento dove nel 1602 fu eretto il Monastero dei Cappuccini ?. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 410 e ssg. ci parla di Camerota ed in proposito scriveva che a Camerota, vi era un Monastero che sorse prima del Monastero dei Cappuccini, infatti scrive che: “…..e prima vi fu l’altro bastantemente celebrato di Benedettini col titolo di S. Cono, siccome apparisce da una Bolla d’Innocenzo VI. data in Avignone: ‘IV. ‘Idibus Octobris Pontificatos nostri anno II, ridotto oggi in Commenda.”. Dunque, l’Antonini, nel 1745, nella sua prima edizione scriveva che a Camerota vi era pure un altro Monastero “bastantemente celebrato di Benedettini col titolo di S. Cono,….”. Dunque, Antonini scriveva che a Camerota prima del monastero dei Cappuccini vi era sorto il più antico e celebrato Monastero Benedettino di S. Cono che, all’epoca sua (anno 1745) era ridotto in Commenda. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. II, a pp. 580-581 riferendosi al villaggio di Camerota scriveva che: “A ovest del castello era il monastero di S. Cono che mostra l’esistenza nel luogo di monaci italo-greci. Pare che ancora nel secolo scorso si scorgessero i ruderi del cenobio (4) sorto più tardi (III fase, cenobitica).”. Ebner, a p. 581, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cirelli, cit., p. 138.”. Riguardo alla citazione del Cirelli, Ebner a p. 581, nella sua nota (….), si riferiva a Filippo Cirelli (….), ed al suo “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, Napoli, 1855, si veda vol. V. Principato Citeriore. Ebner scrive di guardare p. 138. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, parlando dei “Monasteri’ di Camerota, in proposito scriveva che: “Sul monastero di S. Conore (49), comunemente detto di S. Cono, quanto ho detto innanzi cap. V, 5. Il monastero Italo-greco venne visitato dall’archimandrita Atanasio Calkeopilo nel 1458. Ecc..”. Pietro Ebner, nel vol. I, parlando di Camerota e del monastero di S. Cono, a p. 587, nella sua nota (49) postillava che: “(49) ‘Sinax. Costantinopol. (Delehaye), col. 511, 5 marzo: ‘ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron’. Martire 4 marzo, col. 509: ‘O aghios’.”. Dunque, Ebner cita il testo di H. Dalahaye (….). Ebner, a p. 758, nell’indice del vol. II scrive: “Delahaye H., p. 26, p. 587”. Dunque si tratta di DELAHAYE H. Infatti, Ebner, nel vol. I, a p. 26, nella sua nota (52), parlando di S. Matteo postillava che: “(52) H. Delehaye (Les legéndes hagiography, Bruxelles, 1927.”. Dunque, Ebner postillava di Hippolyte Delehaye (….), e del suo “Les legéndes hagiography”. Joseph Hippolyte Marie Delehaye, S.J. (Anversa, 19 agosto 1859 – Bruxelles, 1º aprile 1941), è stato un gesuita e storico belga. Dal 1901 fece parte della Società dei bollandisti, di cui fu anche presidente dal 1912. Minisci (…), in proposito postillava che il termine “Conore”, deriva dal testo di Martine (?) Delahaye (…) nel suo ‘Synax Costantinopolitani della Vergine’. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe…..Cominciato intanto il declino, perduta la data, secondo si usava allora, assieme a quella di S. Nazzaro in Cuccaro, al Cardinale Alessandro Farnese che la rassegnò poco dopo al papa. Dovendo intanto la Santa Sede restituire delle somme al Capitolo di S. Pietro, avute in occasione del sacco di Roma, Pio IV con bolla del 12 luglio 1564, assegnò dette due badie, in uno alle loro rendite, al menzionato capitolo che trasferì la chiesa abaziale delle due badie in Bosco. Nel 1818 la badia di S. Pietro di Licusati fu messa alla dipendenza del vescovo di Policastro. La metà dei beni passò al Comune di Camerota in seguito alla divisione dei demani. Anche la badia di S. Iconio, col passar degli anni decadde, i frati si allontanarono, ed i beni seguirono la stessa sorte della prima. Di essa è rimasta il nome alla contrada, detta comunemente di S. Cono.”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, nel 1975, a p. 174, scriveva in proposito che: “Nell’VIII secolo, ad ovest di Camerota, a circa due chilometri, esisteva un monastero dei Basiliani, dedicato a S. Cono (4).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 174, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Cessata la vita di quel Cenobio, i beni passarono al seminario di Policastro.”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, sull’Abbazia di San Pietro di Licusati, a p. 234, non dice delle donazioni ma parla delle chiese a lui soggette e dice: “Affermatosi economicamente e culturalmente, il monastero era esarchico pechè sottratto alla giurisdizione vescovile. Alla badia erano soggette le chiese di San Pietro e San Nicola a Licusati, le cappelle di S. Maria Maddalena, di S. Biagio, di S. Vito con annesso ospedale in Camerota, di San Giuliano e Sant’Antonio a Lentiscosa, di Santa Maria nel porto di Palinuro, di San Nicola a Bosco..

Camerota origina dalla scomparsa della città della Molpa secondo Scipione Mazzella

Secondo alcuni, l’origine del borgo di Camerota sia dovuta alla distruzione della città della Molpa. Infatti, nel 1601, Scipione Mazzella Napolitano (….), parlando di Camerota e di altri luoghi nel “Principato Citra”, a p. 79, del suo “Descrittione del Regno di Napoli”, in proposito scriveva che: “Scorgesi poi sopra un’alto monte Cammerota picciol terra, edificata (come dicono alcuni) dalle reliquie dell’antica città della Molpa, che poco discosto li stà.”. Sulle parole del Mazzella ha opinato Onofrio Pasanisi. Intanto questo passaggio del Mazzella è interessante perchè ci parla anche della “città” scomparsa della “Molpa” che sappiamo sia esistita. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Dunque, il Pasanisi ci fa notare e opinava che la notizia del Mazzella di una probabile origine del casale di Camerota dovuta alla fuga degli abitanti di Molpa non abbia fondamento in quanto l’ultima distruzione della Molpa avvenne nel 1464, quando le cronache registrano l’incursione barbaresca di Dragut Pascià. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”. Ciociano e prima ancora il Pasanisi facevano notare che nel 1464 Camerota contava diverse famiglie originarie del luogo e l’indagine focatica condotta su documenti anteriori al 1464 dimostra l’esistenza di Camerota da molti secoli prima. Può darsi, coe io credo che la distruzione della città di Molpa, che pure esisteva ed era fiorente, un città sorta alle falde del fiume Mingardo ed in parte sulla collina del promontorio, fece si che i casali vicini come Lentiscosa, Camerota e Licusati fossero scelti dai pochi scampati alla distruzione della Molpa. Sappiamo anche di Centola che si ingrandì proprio in seguito alle prime distruzioni della Molpa.

Il manoscritto del Marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito, Principe di Casapesenna)

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87′. leggonsi le seguenti parole: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant”.”. Su questo manoscritto ha scritto Giuseppe Antonini (….), nel 1745 che, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’.”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella. Sempre l’Antonini, riporta un’altra notizia tratta dal “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”. Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”. Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915………”. E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano ecc…”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella.  Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Su un blog in rete leggiamo che Francesco Vargas-Machuca, nel 1757 sposò donna Vincenza Bonito, figlia di Francesco principe di Casapesenna e Maria Saluzzo Carafa, principessa di Lequile. Nel 1767 fu decorato da re Ferdinando IV di Borbone marchese di Vatolla, feudo ereditato da casa Rocca. Ricordiamo che i Rocca ospitarono Giambattista Vico nel loro palazzo a Vatolla. A Vatolla, nel Palazzo dei Vargas-Machuca (….), vi è il Museo Vichiano. Dunque, Francesco Vargas-Machuca, nel 1756 sposò una Bonito, figlia di Francesco Principe di Casapesenna. Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Riguardo Marcello Bonito, Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643 parlando di Casalvelino, in proposito scriveva che: “…se nel 1640 era già di proprietà della nobile famiglia amalfitana dei Bonito, tra cui Marcello (n. 16 agosto 1631)(21) e Lorenzo, signore di Torchiara. etc..”. L’Antonini cita il manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. Il manoscritto, che all’epoca dell’Antonini (a. 1745, anno della sua prima edizione) sarebbe appartenuto al nipote del marchese Marcello Bonito ovvero al Principe di “Casapisella”. Non si tratta di “Casapisella” ma di Casapesenna. Pompeo Sarnelli (….), nella sua “Guida de’ Forestieri etc…”, del 1697, a p……., in proposito scriveva che: “5. D. Marcello Bonito: Marchese di S. Giovanni, Cavaliere dell’Abito di Calatrava: La sua Libreria è molto rara per molti manoscritti, particolarmente per le cose appartenenti al Regno di Napoli da Carlo d’Angiò a quella parte; e per conseguenza difficili a ritrovarsi in un altro Museo.”. Pietro Ebner (….), a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Di questo autore, e manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I, p. 130. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del marchese Marcello Bonito. Forse l’Antonini si riferiva a Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di “Marchese di S. Giovanni di Celsito”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 332 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad anno 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ms (18).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Dunque, secondo il Giustiniani in questo manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, ci parla delle incursioni dei Saraceni a p. 121. Nel testo del ……“Della Città e, del Regno di Napoli”, a p. 57, in proposito si scriveva che: “In quest’anno corrente, che si darà alle stampe questo libro, è passato a miglior vita D. Marcello Bonito, buon Cavaliere di Calatrava, il quale oltre essere virtuosissimo Cavaliere, e di forma pontualità ornato, si era con molta fatica applicato nell’Istorie di questo Regno, e nell’intelligenza dei Reali Registri, e perciò fatta radunanza de’ libri e manoscritti di Spesa, ……se ne legge la tradizione in un altro libro dato alle stampe sotto nome d’altr Autore, nacque questo virtuoso Cavaliere da…..Marchese di San Giovanni etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Camera Matteo, cit., p. 645”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, a p. 645, dove ci parla di Marcello Bonito, Archivista della Real Zecca di Napoli e filantropo per l’opera postuma di Carlo De Lellis. Da una ricerca sulla rete ed in particolare su alcune annotazioni di un manoscritto di Giovanni d’Alife del 1760 conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla sua scheda si evince che: Il manoscritto riporta trascrizioni di documenti relativi alla storia del Regno di Napoli e della famiglia d’Alitto di Abruzzo Citra, tratti prevalentemente da manoscritti di Marcello Bonito, come si ricava da un’annotazione a c. 4r: “Da un volume grande M.S del Sig.r D. Marcello Bonito, intitolato Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Dunque secondo la scheda bibliografica di collocazione di un altro manoscritto si evince che Marcello Bonito possedeva un manoscritto di suo notamenti intitolato “Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Marcello Bonito, marchese di S. Giovanni e cavaliere di Calatrava (Napoli 1631-1711), appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi, fu archivista del Regno; incaricò Carlo De Lellis di effettuare numerosi spogli di documenti dell’Archivio della Zecca, che furono raccolti in 30 volumi contenenti i Notamenti della Cancelleria Angioina, le scritture della Cancelleria Aragonese ed altri documenti tratti dai processi del Sacro Regio Consiglio. La collezione del Bonito fu acquistata succesivamente dal Minieri Riccio ed in seguito da una libreria antiquaria di Milano che non ne conservò l’unità. Per le fonti per Marcello Bonito: C. MINIERI RICCIO, “Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori napoletani fioriti nel sec. XVII per Camillo Minieri Riccio. Milano-Napoli, 1875, II, p. 35. Infatti, il Minieri Riccio, nella sua opera sulle biografie degli scrittori a p. 35 del vol. II, in proposito scriveva di Marcello Bonito che: “3° Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido. MS.”. Dunque, il Minieri Riccio scrive che il Marcello Bonito aveva scritto questo manoscritto dal titolo: Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido”, forse proprio il manoscritto da lui acquistato tratto dai notamenti annotati dal De Lellis e citato dall’Antonini. Per le fonti per Marcello Bonito e i manoscritti di Bonito: CONSOLI FIEGO, op. cit., pp. 96-98; per Carlo de Lellis: C. DE LELLIS, “I sunti del Registro 1271 A di Carlo I. D’Angiò…” Caserta, Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893. Sulla Treccani on-line alla voce di Carlo De Lellis leggiamo che il De Lellis si avviò agli studi giuridici e alla poesia, ma presto cominciò ad applicarsi per intero alle ricerche archivistiche, stimolato e protetto da Marcello Bonito, archivario del Regno, mentre le sue amicizie con Niccolò Toppi, ecc..Dunque, Marcello Bonito era Archivista del Regno al Grande Archivio della Zecca a Napoli. Bonito ed altri facilitarono e incentivarono le ricerche di Carlo De Lellis. Nel 1670 il De Lellis aveva pubblicato un’altra opera, il Supplimento all’Historia della famiglia Blanch scritta da D. Camillo Tutini, stampata a Napoli. Tale famiglia era quella materna di Marcello Bonito. Ancora a proposito del Tutini, il De Lellis compose una Apologia contro D. Camillo Tutino per il libro dell’Origine de’ Seggi, in due volumi manoscritti (Napoli, Bibl. naz., X. B. 25 e X. B. 26). Nell’introduzione a quest’opera è inserita una biografia del Tutini, verso il quale il D. non nasconde la sua avversione, accusandolo di ignoranza, di malignità e persino di natura depravata; narra poi il De Lellis, il quale si dimostrò sempre fedelissimo al governo spagnolo, della posizione assunta dal Tutini durante i fatti del 1647, nel corso dei quali, egli afferma, fu prima partigiano del duca di Guisa, poi lo tradì con una lettera al re di Francia nella quale il duca veniva accusato di badare ai suoi interessi e non a quelli della Corona; perseguitato – continua il De Lellis – dai Francesi, che giustiziarono i suoi complici, e dagli Spagnoli, Tutini fu costretto a fuggire a Roma. Il De Lellis, “con una costanza da sbalordire” (De Laurentiis, Manoscritti…, p. 179), eseguì lo spoglio di tutti i volumi ancora reperibili al suo tempo appartenenti alle Cancellerie angioina, aragonese e vicereale, oltre ai più importanti processi trattati innanzi al Regio Consiglio, sulle orme di quanti prima di lui, nella seconda metà del ‘500 e all’inizio del’600, si erano occupati di quel materiale ricavandone genealogie (P. Vincenti, C. Tutini, B. Chioccarelli e altri) o dedicandosi come lui agli spogli dei registri (G. Bolvito, C. Pagano, C. D’Afflitto, ecc.). Per il De Laurentis si tratta di C. De Laurentiis, Manoscritti di scrittori chietini presso l’Arch. di Stato, le biblioteche e i privati in Napoli, in La Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti, XII (1897), pp. 179, 199 s.. Il De Lellis compilò ben 28 volumi di repertori, di cui undici riguardanti la Cancelleria angioina (1266-1435); i primi sette volumi erano tratti dai quattrocentotrentasei registri esistenti a quel tempo, ai quali era stato dato un ordinamento, anche se confuso, nel 1568; i due successivi volumi riguardavano i fascicoli, mentre gli ultimi due le arche in pergamena e quelle in carta; questi ultimi due repertori vennero compilati tra il 1680 e il febbraio 1682, mentre il D. era detenuto a Castel Nuovo. I repertori rimasero, insieme ad altro materiale riunito da Marcello Bonito (e cioè i notamenti compilati da C. Pagano, C. D’Afflitto e G. G. Di Transo), per oltre un secolo e mezzo in casa Bonito, e furono acquistati nel 1850 da C. Minieri Riccio che ne pubblicò parecchi (cfr. Gli atti perduti…, a cura di R. Filangieri, pp. XVIII s.). Nel 1882 li acquistò Angelo Broccoli, che iniziò la pubblicazione dei registri nell’Archivio storico campano (I, 1889), ma si limitò al registro 1271 A della Cancelleria angioina, al secondo privilegio di re Ferrante I d’Aragona (1487-1488) della Cancelleria aragonese, e al primo privilegio del gran capitano (1503) della Cancelleria spagnola. Dagli eredi del Broccoli il materiale fu acquistato dallo Stato nel 1925, e posto nell’Archivio di Stato di Napoli. Parte di esso andò distrutta durante la seconda guerra mondiale. Il De Lellis compilò un repertorio ampio e organico solo di una parte dei registri; di tutti gli altri eseguì un repertorio parziale o relativo solo a qualche documento. Dei registri presi in considerazione, ventidue riguardavano Carlo II (1285-1309), diciannove Roberto d’Angiò (1309-1343), sette Carlo d’Angiò duca di Calabria e ventidue sua figlia Giovanna I; questi ultimi ebbero un repertorio quasi completo solo da parte del De Lellis. Si può ritenere che con questi repertori venne recuperato oltre un terzo del materiale perduto nel 1701, quando, durante i tumulti che seguirono la congiura del principe di Macchia, il popolo in rivolta penetrò in Castel Capuano e incendiò sessanta registri angioini insieme ad altro materiale ivi custodito.

Nell’863 (Antonini), 868 (Porfirogenita), i Saraceni occuparono Rivello, Camerota ed Agropoli, che divennero un loro avamposto

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da p. 129 parlando dei Saraceni in Lucania, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. Dunque, l’Antonini, a p. 129 scriveva che i Saraceni provenienti dalla Sicilia occupata, si erano man mano trasferiti anche nella vicina Calabria, dove, spesso guerreggiarono con i dominatori dell’epoca che erano i Bizantini. La Calabria era sotto il dominio ed il controllo dei Bizantini. I Saraceni però riuscrirono a crearsi dei loro stabili avamposti a Rivello, a Camerota e ad Agropoli. Dunque, lo stabilimento dei Saraceni a Rivello avvenne in epoca longobarda e Bizantina, e secondo l’opinione di Antonini ciò accadde nell’anno 863 o addirittura molti anni prima. L’Antonini scriveva che ciò accadde in seguito all’occupazione Araba della Sicilia. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno.”, e poi aggiunge che: “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Dunque, il Campagna, oltre ad Amantea e Agropoli aggiunge anche Policastro. Orazio Campagna, a p. 77, nella nota (86) postillava: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Orazio Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Da Wikipedia leggiamo che la discesa dei Longobardi venne arrestata dai Bizantini solo con grandi difficoltà: ma Costantinopoli non poté evitare del tutto gli attacchi dei Saraceni. Nell’812 d.C. si registrò la prima incursione saracena sulle coste calabresi, che colpì Reggio, capitale del Thema; l’ultima ci sarà solo nel 1793, a danno di Pizzo e Tropea. Certo la presenza araba fu sempre limitata negli spazi e nel tempo, perlopiù consistendo, appunto, in incursioni e saccheggi. Vennero catturate in modo effimero dagli Arabi Tropea, Santa Severina e Amantea (13) dall’839 all’885. La conquista della Calabria da parte dei guerrieri normanni vassalli del papa emarginò il pericolo arabo. Sotto il dominio bizantino, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, la Calabria fu una delle prime regioni d’Italia a introdurre la produzione di seta in Europa. Secondo André Guillou, i gelsi per la produzione di seta grezza furono introdotti nell’Italia meridionale dai bizantini alla fine del IX secolo. Intorno al 1050, il tema della Calabria contava 24.000 gelsi coltivati per le loro foglie e il loro numero tendeva ad espandersi. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolato (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella nota (85) postillava: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Cod. Cript. β α, XX (395).”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1). Ciò non impedì peraltro, secondo ritenne, sulla scorta di un antico manoscritto, l’Antonini, che non fosse non occupata dai saraceni quando nel secolo IX sbarcarono dalla Sicilia occupando più punti del continente. Doveva essere anzi, egli aggiunse, uno dei 150 ‘munita castra’ che Porfirogeneta nella sua Storia al numero 55, scrive essere nel 868 nelle loro mani, luoghi che poi lasciarono dopo la loro strage, nel 915, al Garigliano (2).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Il Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A riprova della loro permanenza a Camerota, con illazione arbitraria, nel manoscritto si afferma che “adhuc ad nostra tempora huius cives et saracenicos mores conservant”. G. Antonini, op. cit., vol. I, pag. 412.”. In questo passaggio il Pasanisi cita il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’. leggonsi le seguenti parole: ‘Inter caetera oppida (parlando dei Saraceni) ‘occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolim, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudies, & Saracenicos mores conservant.’. Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc…”:

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Dunque, secondo l’Antonini, nel manoscritto del Marchese di S. Giovanni Bonito (…), pagina 87 è scritto che: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant” che tradotto e riferendosi ai Saraceni dovrebbe significare: “Tra gli altri paesi occuparono Camerota al di sopra del mare in luogo alto e sicuro, e neppure al mare di Agropolis;…”. Dunque, l’Antonini cita un passo tratto dal manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito”. Si tratta di un manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. L’Antonini scriveva che questo manoscritto, nel 1745 apparteneva “oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote etc….”. Antonini cita la pagina 87 del manoscritto. Di questo autore e del suo manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia di Amalfi”. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del Marchese Marcello Bonito. Sul manoscritto di Marcello Bonito (….), il “marchese di San Giovanni”, come lo chiama l’Antonini, ho già scritto. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “E mentre i capi Longobardi costituiscono dei ducati, che tendono a distaccarsi dalla sfera del potere regio, i Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantesette anni il tempo del malessere. Ecc…”. Forse in questo passaggio il Ciociano si riferisce alla cronaca dell’Anonimo Salernitano che cita più avanti. Sulla notizia che: Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Ecc..”, aveva scritto Antonini, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “Doveva forse così Camerota esser uno dei cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua storia al num. 55. scrive esser in Italia in mano de’ Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc..”. Antonini, a p. 412, nella nota (I) postillava: “(I) L’autorità di Porirogenneta non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt’.

Nel 870, i ribat (“munita Oppida”) di Venosa, Matera e Canosa furono conquistati dai Bizantini

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “…..’munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che lor furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Proseguendo il suo racconto l’Antonini scrive sui “munita Oppida” di cui parlava il Porfirogenneta e dice che: “che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879 ecc…”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Dunque, la notizia riferita dal Pasanisi prima e da Ebner e dal Vassalluzzo e dal Guzzo dopo è tratta da un passo di Porfirogenita (….) che è riportato dall’Antonini. Chi era Porfirogenita citato da Antonini ?. Da Wikipedia leggiamo che Costantino VII dedicò gran parte della propria vita allo studio della letteratura classica greco-romana, redigendo personalmente quattro opere; il De cerimoniis aulae byzantinae, il De administrando imperio, il De thematibus, ed un’estesa biografia sul nonno Basilio I. Tuttavia la sua attività è considerata rilevante non perché espanse la conoscenza della civiltà bizantina nei vari campi del sapere, ma perché puramente “compilatoria”, atta cioè alla preservazione della cultura classica o greco-medievale; al fine di educarlo dedicò inoltre i propri scritti al figlio Romano II. Secondo il Porfirogenita (….), Camerota, nell’anno 868 doveva essere uno dei 150 luoghi, che chiama “munita Oppida” occupati dai Saraceni o musulmani stanziatisi pure ad Agropoli.

Nel 879, Niceforo Foca che conquistò i ribat (“munita oppida”) di Amantea, Tropea, e S. Severina

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “…..’munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che lor furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Sulle incursioni Saracene sul nostro territorio ha scritto pure Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu il secolo delle più feroci devastazioni nel sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Tropea, Santa Severina e, a Nord di Policastro, Agropoli (86). Ecc..“. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86) postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse un ricordo, venera “Santo Foca”.

Nel 882, i Saraceni ad Agropoli

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 30, riferendosi ai Saraceni ed ad Agropoli, in proposito scriveva che: Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8).”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella sua nota (7), riferendosi agli anni precedenti al 914 postillava che: “(7) HIRSCH F., – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Ecc… Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiati neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco quanto si trova scritto in Orlando, op. cit., p. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, ecc..ec…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141.

Nel 882 o nell’892, Camerota e la roccaforte dei Saraceni

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota,  riferendosi al Guzzo ed al Cirelli scriveva che: “Si è detto poi che i saraceni di Calabria sbarcarono alla marina di Camerota e che risalendo la collina distrussero il villaggio dove “stabilirono una rocca forte”, di cui manca ogni notizia (5). Si è scritto pure (6) che i Saraceni di Agropoli e Camerota saccheggiarono Policastro nel 915.”. Ebner (…), a p. 581, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Guzzo (cit., pp. 80 e 104) malauguratamente non cita la fonte.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, etc’, a p. 80, dopo aver detto che verso la prima metà del IX secolo, i Saraceni dell’Africa settentrionale, nell’anno 845 essi avevano stabilito il loro covo alla Punta della Licosa, ecc.., scriveva che: “Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a tal punto, da fare di questo centro una potentissima roccaforte saracena nell’anno 882 (9).”. Guzzo, nella sua nota (9), postillava che la notizia era tratta da:  “(9) Hirsch F. – Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, pagg. 96-97.”. Il Guzzo, sempre a p. 80, continuando il suo racconto, scriveva che: Qualche anno dopo, altri Saraceni, provenienti dalle coste della Calabria, sbarcavano sulla spiaggia di Camerota, raggiungevano rapidamente il centro abitato e, dopo aver saccheggiato, devastato e dato alle fiamme tutto ciò che vi si trovava, causando sgomento e terrore negli abitanti sfuggiti alla morte, vi stabilivano una nuova roccaforte.”. Il Guzzo, mentre nella prima notizia dei musulmani a Licosa citava Hirsch e Schipa, in questa notizia, invece, non fornisce alcun riferimento. Il Guzzo scrive che qualche anno dopo l’anno 882, altri “Saraceni”, provenienti dalla Calabria, sbarcarono su una spiaggia di Camerota e dopo aver raggiunto il piccolo borgo lo incendiarono e lo saccheggiarono. Purtroppo il Guzzo non forniva nessul riferimento bibliografico. In proposito, devo segnalare che il Guzzo (…), riguardo questa notizia sui Saraceni a Camerota (…), nella sua nota (19), di p. 104, citava: “(17) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.”. I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, in «Archivio storico per le Province Napoletane», N.S. , XXXVIII (1958), pp. 109–122. Riedito con il titolo Le incursioni saraceniche nell’Italia meridionale, in Italia Meridionale Longobarda, c. VIII, pp. 175–189 e in Italia Meridionale Longobarda, II ed., cap. IX (I parte), pp. 135–148. Infatti, Nicola Cilento (….), nel suo cap. VIII “Le incursioni saraceniche nell’Italia meridionale”, nel suo ‘Italia Meridionale Longobarda’, prima edizione, a p. 184, in proposito scriveva che: “Una nuova lega Campana promossa dal papa li batte e li costringe a ritirarsi ad Agropoli (882). Di lì, in seguito ad altre complicazioni della politica degli stati campani e particolarmente per le lotte domestiche che dilaniano la contea di Capua, e poi ancora per la politica aggressiva del conte Pandolfo che minaccia Gaeta, i Saraceni invitati da Docibile si accampano alle foci del Garigliano (883), dove organizzano la più pericolosa delle loro colonie dalla quale per oltre 30 anni “innumerabilia circumquaque mala gesserunt, multumque Christicolarum sanguinem effunderunt”.”.

Nel 892, i Saraceni di Sicilia assalirono Paestum, secondo Ebner e l’Anonimo Salernitano

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 47, parlando della “Diocesi e clero dopo il Mille”, citava Matteo Camera (…) ed il manoscritto citato dall’Antonini scrivendo che: “Nella notte di S. Giovanni del 892 i musulmani di Sicilia pare abbiano assalito Paestum devastandolo e incendiandolo. Essi si fermarono a Licosa, secondo Erchemperto (vedi G. Diacono “Licosa latitabant”) e poi ad Agropoli, importante osservatorio geografico proiettato sul golfo Salernitano (4)”. Ebner a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Vediamo il Camera cosa dice in proposito. Dunque, si tratta di un “manoscritto” di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, cavaliere di Calatrava appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi e Scala. Sull’attacco e la devastazione di Paestum da parte dei Saraceni del ribat di Agropoli, Ebner cita il manoscritto di Marcello Bonito e dice che questo accadde nell’anno 892, nella notte di S. Giovanni, mentre, come vedremo innanzi, Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 non parla dell’anno 892 ma scrive che l’attacco a Paestum avvenne nella notte del 23 giugno 916. Il Camera, però a p. 130, introduce l’altra notizia che riguardava il ribat di Agropoli, ed i Saraceni, prima della strage del Garigliano:  I quali dopo tante gelosia, congiure, guerre ed esautorazioni scambievoli, rimasi indeboliti, fecero risoluzioni affatto disperate e barbare, con chiamare in soccorso i Saraceni, che non dovevan essere troppo viaggiare per giungere dalle coste dell’Africa o dalla Sicilia (vedi pag. 100). D’altronde, cosa poteva attendersi da quegli Infedeli che non conoscevano alcun vincolo morale…..Sempre avidi di preda e di conquista essi vi vennero assolutamente per rovir tutto: loro riuscendo di approfittarsi della debolezza dei Principi di quel tempo,…..Se si univano coi Salernitani, danneggiavano il territorio di Napoli e di Capua, e se si confederavano coi Napoletani, Benevento e Salerno erano rovinate dalle loro scorrerie: “Agareni omnia denudabunt. Et quando cum Salernitanis pacem inebant, Neapolitanos, Capuanosque graviter affligebant; et quando Neapolitanis pacem debant, urbem Salernitanam, seu Beneventanam hostiliter atterebant” (1).”. Il Camera a p. 130, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Anonymi Salernitani, Chronic., cap. 145.”.

Nel 909, Ibrahim-Ibhn-Abhmed, proveniente dalla Calabria occupò Camerota che diventò una sua roccaforte

Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 104, dove scriveva che: “Nell’anno 909, altri Saraceni, al seguito del potente Capo arabo Ibrahim-Ibhn-Abhmed, provenienti dalla Calabria, dopo aver saccheggiato ed incendiato Camerota, vi fondarono una nuova, munitissima roccaforte che manda nelle tenebre sinistri bagliori di fuoco, si dirigono minacciosamente su “Skarius” (20).”. Il Guzzo, a p. 105, nella sua nota (20), postillava che: “(20) F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”. Ebner, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli, cit, p. 36. Anche il Cirelli non cita la fonte.”.

Nel giugno del 915, i Saraceni abbandonarono il ribat (“munita Oppida”) di Camerota e saccheggiarono Policastro

La prima notizia della distruzione di Policastro da parte dei Saraceni, nell’anno 915, ci viene dal barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”. Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915…………Cum proinde resciverint ex duedecim Ismaelitis, qui in parva navicula eruperant, occidionalem pugnam ad flumen Garelianum, timentes amplius in Agropoli permanere, Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae tacito pede venientes nocturno aggressu Civitatem sonnolentam (cioè Pesto) capium atque discripiunt, et discedentes, ignem submittunt. Inde coaduvatis fratis de Camerota, eodem filentio discedunt, et Pellicastrum capiunt, et depraedantur, eorum navigia de praeda onerando ad litora Africae consugerunt.”.”. L’Antonini, nella sua nota (2), a pp. 416-417 postillava riportando il brano tratto dal ‘manoscritto’ del Marchese di S. Giovanni, di cui ho parlato in un altro mio saggio. Secondo l’Antonini, il marchese Giovanni Bonito (….), Marchese di Calatrava, in un suo manoscritto, di cui ho già parlato, nel fol. 121, parlando della distruzione di Paestum da parte dei Saraceni, dopo la sconfitta subita sul Garigliano nel 915, riportava la seguente notizia: “Nell’anno 915…………. Come seppero dai dodici Ismaeliti, che si erano precipitati fuori su una piccola barca, la battaglia all’estremità occidentale del fiume Gareliano, temendo di continuare più in l’Agropoli s’impossessano della città, risuonando, e quando se ne vanno, si sottomettono al fuoco. Di là, radunati i fratelli di Camerota, si recano nello stesso silenzio, prendono Pellicastrum e lo depredano; le loro barche, cariche di bottino, si rifugiarono sulle coste dell’Africa.”. Dunque, l’Antonini, riguardo la notizia del saccheggio di Policastro nel 915 dei Saraceni di Agropoli e di Camerota traeva la notizia dal manoscritto del marchese di San Giovanni (….), di cui ho già parlato in precedenza. E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “I Longobardi, che estendono l’invasione fino all’Italia meridionale non sono tanto forti da poter sostituire i Bizantini in tutta la penisola, che resta divisa tra gli uni e gli altri. I Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantasette anni: il tempo del malessere. E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano, è orribile, nella lotta organizzata dal pontefice Giovanni X. E prima di far ritorno in Africa, depredano Paestum, Velia, Molpa e Policastro. “Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae” dell’anno 916, saccheggiano Paestum. Dopo Velia, che subirà tante altre piraterie barbaresche, da indurre gli abitanti ad un esodo continuo, anche per l’insicurezza delle coste, l’inefficienza dei porti e l’inquinamento della zona….I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464…….I saccheggi dei Saraceni, quelli del 915 terminano a Policastro Bussentino, con fatti drammatici che vanno oltre il fantastico.”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Dunque, secondo il Giustiniani in questo manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, ci parla delle incursioni dei Saraceni a p. 121. Sul “manoscritto” del marchese di S. Giovanni ho già scritto ma non è stata approfondita la notizia del Ciociano che riteneva quel passo su Camerota fosse stato tratto dall’Anonimo Salernitano. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Ecc….; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..” e, proseguendo il suo racconto scriveva che: “…; nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29 di p. 10 versione Visconti). “. Infatti, per l’altra notizia, quella di Niceforo Foca, il Laudisio, a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Card. de Luc., Annot. ad Concil. Trid., disc. 8, num. 25, et disc. 14, n. 21.”. Questi passaggi storici, furono poi in seguito ripetuti dal sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (1).”. Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…).Ma come abbiamo visto la citazione del Cardinale De Luca (….), riguarda l’altro notizia, quella di Niceforo Foca e l’anno 968. La notizia del Laudisio (….), fu tratta dal Volpi (….), che a sua volta l’aveva tratta dal manoscritto di Luca Mannelli (…). Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (….)“. I due studiosi nella loro nota (63) postillavano che: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (….), nel suo Adnotationes ad Concilium Tridentinum’disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferita dal sacerdote Giuseppe Volpe (…), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (…) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (…). Dopo il Laudisio ed il Volpe, pare che la notizia fosse stata riportata anche dal Giustiniani (….). Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio e riferendosi alla migrazione di monaci dalla Sicilia verso la Calabria e da questa regione a causa delle frequenti scorrerie dei Saraceni a p. 18 in proposito scriveva che: Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Calabria, nel corso dell’IX secolo furono costretti a spostarsi di nuovo a causa del “…succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “…………………………”.

Nel 968, l’Imperatore Niceforo Foca ed il patriarca Attanasio e la costituzione del calogerato di S. Cono a Camerota

Nel 968, l’Imperatore d’Oriente Alessio Niceforo Foca, con il patriarca Anastasio, tenta di imporre il rito greco a quello latino. I due studiosi Natella e Peduto (….), nel loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 511, in proposito, scrivevano che: “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio, si sforzò disostituire al latino il rito greco in tutta la zona (64), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.”. I due studiosi, nella loro nota (64), postillavano che la notizia era tratta dal Porfirio (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Ecc…”. L’Ebner (…), nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica…….Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, ……..Ecc…”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Il sacerdote Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Qui il Volpi, scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Il Laudisio (…), a p. 69, proseguendo il suo racconto, scriveva che: “Nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29), postillava che: “(29) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (…), nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684), citata anche al Laudisio (…), dove si raccontava che nel 968, L’Imperatore d’Oriente (bizantino) Alessio Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), ne parla nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, p……., riferisce alcune notizie circa la fondazione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, riferendo ciò che aveva già scritto il Laudisio (…). Pietro Ebner (…), scriveva che in età bizantina, venne costituito il calogerato di S. Cono, però mette fra parentesi che si trattava della Badia di S. Pietro. La Badia di S. Pietro, come vedremo e, di cui ho scritto in un altro saggio ivi, è l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Licusati è un paese che da sempre faceva parte dell’Università o Comune di Camerota a poi in seguito diventò Comune autonomo. Infatti, nel territorio di Camerota, esisteva anche la Badia di S. Giovanni, grangia dell’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Tuttavia, qualche notizia in più sull’antico cenobio basiliano di S. Cono o S. Iconio, possiamo ricavarla dalle ‘visitatio Episcopali’, eseguite dai vescovi di Policastro prima del ‘600. In ogni caso, centri monastici, come il Monastero di S. Cono a Camerota, soppresso, ed ormai scomparso e di cui forse rimangono pochi ruderi, esisteva ancora nel 1458, anno in cui fu toccato dalla visita apostolica di Atanasio Calkeopoulos. Biagio Cappelli (…), riferendosi al 1458, anno della visita apostolica ordinata da papa Callisto III, a p. 400, scriveva che: “Il che ci porta a considerare come, venuti meno quelli che furono gli importanti centri monastici arroccati intorno a Cerchiara e ad Oriolo e nella valle del Sarmento, ancora riuscivano a mantenersi i monasteri dell’asprissima regione di monte Mula, ecc…, nonchè gli altri del montuoso Cilento, S. Maria di Centola, S. Cono di Camerota, S. Giovanni a Piro e S. Maria di Pattano. Circostanza questa che non avrebbe potuto verificarsi se nei predetti luoghi il basilianesimo non avesse avuto lontane e robuste radici. E che inoltre ci indica come ancora nel quattrocento la regione di monte Mula veniva ad essere in relazione ed in contatto con l’altra del Cilento i cui monasteri estendevano le loro propaggini in terra calabrese: dato che a Majerà ed a Grisolia, le quali rimangono rimangono immediatamente alle spalle del luogo dove sorgeva il cenobio di S. Ciriaco, esistevano due grangie dipendenti dal monastero di S. Giovanni a Piro (8) dominante il luminoso golfo di Policastro.”. Il Cappelli (…), a p. 400, nella sua nota (8), postillava che la notizia era tratta dal Di Luccia (…), a p. 312, nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’, nel 1700. Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota.  Giovannelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” ( I monaci greci in Calabria ecc.., v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Dunque, nel 1760, il Rodotà (…), sulla scorta di padre Agresta (…), fra i monasteri di rito greco, non cita il monastero di S. Cono di Camerota.

Nel X secolo, Camerota e la sua comunità di rito greco

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ughel.,  cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra sive etc…”, vol. VII, ed. Coleti, a p. 542 parlando della “Dioecesis Polycastrensis”, in proposito scriveva che: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….”, che tradotto significa che: “La Diocesi di Policastro (…) è composta da ventiquattro comuni, di cui due primari, Lauria con collegiata (…), l’altro è Rivellus con due parrocchie. amministrare i riti con il clero, secondo l’usanza della loro nazione etc…”. Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (1), immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da quì l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Dunque, anche il sacerdote Gaetano Porfirio, sulla scorta del Laudisio scriveva che: “Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”.

Porfirio-p.-538.png

(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia….Nè men degna di ricordanza è quella benedetina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio VI unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2). Ed abbenchè, per ragion di unione avvenuta dopo il concilio di Trento, il vescovo di Policastro non possa accedere alla visita delle parrocchie, pure il vicario dell’abbazia non può istituire concorso di parrocchie senza l’intervento di quegli esaminatori che sono stati adoperati nel concilio sinodale di Policastro (3), e di riceversi dal vescovo suddettosì gli oli santi come gli esemplari della bolla della crociata (3), per apostolico indulto di papa Pio VI agli abitanti di questo regno per la prima volta concessa. Dopo il detto fin quì (il tutto che si è venuto fatto di raccogliere sulla Chiesa policastrense) chiuderemo questo articolo notando i luoghi su i quali si estende la giurisdizione episcopale. Essi sono: ‘Acqua della Vena’, Bosco, Battaglia, Camerota, Capitello, Celle, Casaletto, Lentiscosa, Lauria, Latronico, Lagonegro, Morigerati, Poderia, Policastro, Roccagloriosa, Rocchetta, Rivello, Spani Sicilì, Sapri, S. Costantino, S. Cristoforo, Santa Marina, S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Trecchiena, Torraca, Tortorella, Vibonati'”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Concilio Tridentino, Sessione 24, Capitolo 18, ‘de Reformat’.”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex Bull., 21 novem. anno 1777.”.

Porfirio, p. 539 (in D'Avino)

(Fig…) Porfirio G., op. cit., p. 539

I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 508, in proposito, scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (61), postillavano che: (61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, ecc.., op. cit., pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62), postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri Bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda, p. 2.”.

Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, ancora oggi a distanza di molti secoli, nel dialetto o nei grecismi presenti nei toponimi di origine greca; nei titoli di molte chiese (…), nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda (…), sulle forme architettoniche di alcune delle chiese, nelle grotte e nei cenobi (…). Le carte riportano chiese di rito greco a Policastro, Roccagloriosa, Cuccaro, Morigerati (…), mentre il Racioppi (…), annovera Maratea e Sapri. Culturalmente i monaci guardavano alle tradizioni greco-siriane-palestinesi e di Alessandria della patristica orientale come San Giovanni Crisostomo, San Basilio Magno, e San Gregorio Nazienzeno. Se disponevano di un’équipe di amanuensi, come nella vicina San Giovanni a Piro, disponevano anche di loro libri scritti nella lingua greca (koinè) del medioevo. Il codice monumentale da San Giovanni a Piro dal 1020 è adesso nella Biblioteca Laurenziana di Firenze; le ‘scriptoria’ monastici del Cilento erano di alto livello artistico e in sintonia con l’arte contemporanea tanto bizantina quanto beneventana e araba. La moderna storiografia professionale ha archiviato l’opinione diffusa 50 anni fa che c’era una politica aggressiva di latinizzazione dei monasteri italo-greci nel Mezzogiorno nell’XI e XII secolo. L’importante era solo che le chiese secolari episcopali riconoscevano la giurisdizione canonica di Roma invece di Costantinopoli. Il vescovo di Policastro poteva ordinare preti latini sia greci. I candidati potevano essere sposati, come previsto dalla disciplina bizantina, ma essenziale era che il candidato sapesse leggere e scrivere. (vedi la Bolla dell’arcivescovo Alfano datato 1079 che ricostituiva la diocesi). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia) e, pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota.

Nell’XI secolo, Roberto il Guiscardo ed i monasteri del tempo Normanno

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, sulla scorta di Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platina (…), ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1573 (vedi sua nota (47)), a p. 16 (vedi p. 73, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che intorno al XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati…”. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 16, nella sua nota (47), postillava in proposito che: “(47) Platin. In vita Steph. papae IX.”. Il Laudisio (…), alla sua nota (47), postillava che la notizia era stata tratta da Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’ che,  stà in Bartolomeo Platina (…), Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573, dove a p. 150 parla della vita di papa Stefano IX:

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(Fig…) Bertolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1573, p. 150

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: In questo periodo di Enrico III posto il padre di Enrico era morto sostituito, e Alessio Niceforo Foca succedette a Imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo aveva conquistato i greci, una grande battaglia, e Calabria a tutti di guidare, lasciando solo il modo di Greci, ai sacerdoti, che sono venuti anche ai giorni nostri, la lingua della penna veloce a casa con il loro carattere.Il Platina (…), ci parla della conquista delle Calabrie da parte di Roberto il Guiscardo che sconfisse i greci (i bizantini) in una violenta battaglia contro l’Imperatore Niceforo Foca e, scrive pure che il Guiscardo lasciò: “….solo isacerdoti greci, che erano in fondo alla nostra lingua preservano il suo carattere. accettare di essere diminuita.”

Il cenobio basiliano di S. Iconio (S. Conore o S. Cono) a Camerota

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati e di alcuni Cenobi o monasteri italo-greci (bizantini o basiliani), del nostro entroterra. In questo saggio parlo dell’antichissimo monastero di San Cono (cosiddetto) a Camerota, dove nel suo territorio esisteva un altro monastero detto di S. Pietro (ma questo si trovava a Licusati), all’epoca casale di Camerota. Del monastero di S. Pietro di Licusati, ho già parlato in un altro mio saggio ivi pubblicato. Le rovine dell’antico monastero o “cenobio” (VIII-IX sec.). Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicata nel 1831 (si veda l’edizione curata dal Visconti), a pp. 67-68, dopo aver parlato della rinata Diocesi di Bussento e del Vescovo Felice, in proposito scriveva che: “Quante sofferenze d’allora in poi, quante angosce nei secoli del medio evo, particolarmente nell’ottavo in questo nostro regno, quando in numero stragande i bizantini furono costretti a cercarsi rifugio perchè Leone l’Isaurico e suo figlio Costantino Copronimo infierivano contro i cultori delle sacre immagini! Quando il patriarca Anastasio, forte del sostegno dell’autorità imperiale, si impadronì di moltissime nostre chiese ponendole impudentemente sotto la sua giurisdizione! Ma anche se alcuni venerabili monaci orientali, per sfuggire alle persecuzioni, giunsero pure nella diocesi di Bussento e fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerotae su uno sperone a picco sul mare l’abbazia di S. Giovanni che fu chiamata ab Epyro perchè S. Giovanni era il santo protettore della loro patria, ecc….ecc…(28).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (28), postillava che: “(28) Anast. Bibl. in papa Paulo, apud Bern. hist.haer. tom. 2. seculo 8, pag. 399.”. Il Laudisio (….), nella sua nota (28), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Laudisio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. (si veda p. 191). Dunque, in questo passo, il Laudisio, scriveva che il monastero (lui le chiama Abbazie) di San Cono a Camerota e quello di S. Giovanni a Piro, sorsero in seguito alle persecuzioni iconoclaste degli Imperatori bizantini Leone Isaurico e Costantino Copronimo. Il Laudisio (…), a p. 69, proseguendo il suo racconto, scriveva pure che: “Nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29), postillava che: “(29) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (…): “Pyxous-Policastro”, a p. 511, in proposito, scrivevano che: “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio, si sforzò disostituire al latino il rito greco in tutta la zona (64), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.”. I due studiosi, nella loro nota (64), postillavano che la notizia era tratta dal Porfirio (…), di cui parleremo. Costruito dai monaci basiliani in fuga dalla persecuzione iconoclasta, parzialmente convertito in rifugio dai pastori. Il Cenobio di Sant’Iconio fu fondato dai monaci basiliani nell’VIII sec. sfuggiti dalla regione greca dell’Epiro, dalle aspre lotte iconoclaste e trovarono rifugio nel Cilento accolti dai longobardi. L’accesso attuale al sentiero è stato spostato rispetto all’originale, ed oggi risulta molto ripido, a seguito della costruzione della strada statale che costeggia il fiume, detta Mingardina. Qui i monaci introdussero le piante di liquirizia. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, scriveva che: “Il Gatta (52) scrive del “monastero dè Cappuccini fabbricato in amenissimo sito, donde godonsi le vaghe prospettive del Mare, dè Seni, e Promontorij e nel quale vi è una ricca Libreria, colma di dotti e di eruditi volumi. depositati quivi da vari Letterati, specialmente da Monsignor Maradei. Il Gatta si diffonde poi a parlare della famiglia Marchese.”. Infatti, il figlio del Gatta (…), Costantino, nella sua opera postuma ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.….’, nel 1743, a pp. 292, scriveva su Camerota: “Nel monistero dè Cappuccini, fabbricato in amenissimo sito, donde godonsi le vaghe prospettive del Mare, dè Seni, e Promontorj, vi è una ricca Libreria, colma di dotti, ed eruditi Volumi, depositati quivi da varj Letterati, speziallmente da Monsignor ‘Maradei’.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 267, in proposito scriveva che: “Avvenuta la soppressione dei monasteri, i libri della biblioteca di Camerota furono portati a Policasto, per essere custoditi in quel vescovado (136).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(136) G. Cataldo, Notizie storiche, etc.,  op. cit.”. Dunque, il Gatta (…), parlava del monastero dei Cappuccini, costruito in un sito ameno e panoramico nel territorio di Camerota ed ivi si trovava una ricca biblioteca di dotti volumi. Il Gatta, dice che il monastero di Cappuccini, si trovava ubicato in un sito ameno da cui si poteva godere la meravigliosa vista di un meraviglioso paesaggio. Il figlio del Gatta (…), parlando del monastero dei Cappuccini a Camerota, si riferiva al cenobio basiliano di S. Cono o al monastero di S. Pietro di Licusati, che all’epoca era casale di Camerota?.

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(Fig…) Cala del Cefalo, l’Arco Naturale e la collina della Molpa nel territorio di Camerota

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 362, in proposito scriveva che: “‘A PINETA RE SANT’ANTONIO o PINETA SANT’ICONIO o PINETA ‘NCENZO, a Camerota, attestata nel 1534 in ASS notar G. Greco di Camerota, fs 28 pag. 8 (3 b/4 a/b), 150/400 slm., tutta la collina a nord della spiaggia del Mingardo fino al convento di San Cono per un’estensione di 358 ettari; i basiliani derivavano dai pini incenso (col sistema usato poi per la gomma) che trasportavano poi alla Calanca in botti di legno, pinoli per la fermentazione, ‘a zappina’, una polvere fine della corteccia per tingere i mantelli dei monaci e le reti da pesca, una bevanda fatta di fiori di pino e liquirizia, ceralacca (con incenso ed altri incredienti), legna da ardere; nel secolo scorso l’Esercito raccoglieva l’incenso da cui ricavava bombe incendiarie (C. Rocco e G. Reda), la raccolta avveniva con ‘a sciotta’ (coltello), con cui si incideva la corteccia del pino, poi si incastrava una lamina di ferro sotto il taglio ed un piccolo vaso di creta, sostenuto da un chiodo infisso sotto la lamina; i tagli procedevano verso l’alto; gli asini trasportavano le cassette di 25 kg di incenso al deposito di San Vito; ecc..”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 398-399, parlando della visita apostolica del 1458, dell’Archimandrita Atanasio Calkeopuolos, in proposito scriveva che: “; l’altro di S. Cono, del quale rimangono le rovine tra i monti di Camerota ed il mare di Palinuro, era in possesso di quattro codici compreso un Evangeliario che destò l’ammirazione dei visitatori.”. Sovrastante la spiaggia della Cala del Cefalo, è una collina ammantata da pino d’Aleppo ricoperta di euforbie, di finocchio di mare e dell’endemica(esclusiva) Primula Palinuri. Tra Capo Palinuro e Marina di Camerota, sulla costa che sovrasta la Cala del Cefalo e il letto del Fiume Mingardo, sorge una delle emergenze naturalistiche e botaniche più importanti del Cilento e di tutto il bacino del Mediterraneo: il Bosco di San Cono, uno degli ultimi boschi spontanei di Pino D’Aleppo. Superando il primo, notevole dislivello e risalendo la folta pineta, si arriva in cima al costone roccioso che sovrasta la Cala del Cefalo e la sua lunga spiaggia. Il panorama è spettacolare: il fiume Mingardo, la collina della Molpa e la Marinella, l’Arco Naturale, il promontorio di Capo Palinuro. A metà percorso, nel bosco di San Cono vero e proprio, sorge lo “iazzo” di San Cono, imponente struttura architettonica rurale, un Cenobio Basiliano, una distesa di ulivi secolari e un campo di liquirizia spontanea, particolarità botanica introdotta dagli stessi monaci basiliani cui si deve il Cenobio. Oltre lo ‘iazzo’, si arriva poi alla Cappella di Sant’Antonio, dove si apre un panorama capace di abbracciare chilometri e chilometri di costa. Sulla strada ci sono la piccola chiesa di Sant’Antonio e le rovine del monastero basiliano di San Cono che contiene alcuni resti di affreschi bizantini (nonostante non siano effettivamente visibili). Questo sentiero conduce, attraverso la “macchia”, a diversi venerabili ulivi e alla pineta di Aleppo, dal paese di Camerota fino alla foce del fiume Mingardo, seguendo il vecchio sentiero che collega Camerota con il vicino paese di Palinuro. La notizia di cui parlava il Laudisio (…), tratta dal Bartolomeo Platina (…), riguardava la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di S. Giovanni a Piro, ai tempi di Niceforo Foca (…) e, del Patriarca greco Athanasio. La stessa notizia è riferita da Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, che p. 332 che, diceva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista).”. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Gatta, cit., p. 292 egg. Il Gatta non dice di Prospero di Sangro che concorse con propri armati alla difesa del Regno contro i francesi di Lautrec.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: “Ai primi del ‘600 (1616) esisteva in posizione selvaggia e incantevole a Punta degli Infreschi, solo una chiesetta (S. Nicola, in località “pozzo”) e un frantoio con magazzini del feudatario di Camerota, marchese di Sangro, che aveva fatto costruire la chiesetta (46).”. Ebner, nella sua nota (46), postillava che: “(46) Pasanisi, cit., 49.”. L’opera citata da Ebner (…), a p. 586, nella sua nota (31), vol. I, era quella di Onofrio Pasanisi (…). Onofrio Pasanisi (…), ha scritto diversi saggi su Camerota ed il suo territorio, come ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, oppure, ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI’, oppure ‘I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, oppure ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’ ma,  Pietro Ebner, a p. 584, nella sua nota (31), vol. I, si riferiva a “Pasanisi O., Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro.. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, egli, parlando delle Torri marittime e costiere, nel territorio di Camerota e, accennando alla terribile incursione del turco Dragut Rais Bassà (…), che il 12 luglio 1552, saccheggiò e bruciò Camerota ed i suoi casali di Lentiscosa e di Licusati, a p. 278, scriveva che: “Anche Camerota aveva subito il saccheggio. (1) La torre della marina era stata presa ed arsa. Il signore del luogo, don Placido de Sangro, l’aveva rifatta e riarmata a proprie spese (2) nè avevano contribuito alla prima costruzione le università convicine.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe…..Cominciato intanto il declino, perduta la data, secondo si usava allora, assieme a quella di S. Nazzaro in Cuccaro, al Cardinale Alessandro Farnese che la rassegnò poco dopo al papa. Dovendo intanto la Santa Sede restituire delle somme al Capitolo di S. Pietro, avute in occasione del sacco di Roma, Pio IV con bolla del 12 luglio 1564, assegnò dette due badie, in uno alle loro rendite, al menzionato capitolo che trasferì la chiesa abaziale delle due badie in Bosco. Nel 1818 la badia di S. Pietro di Licusati fu messa alla dipendenza del vescovo di Policastro. La metà dei beni passò al Comune di Camerota in seguito alla divisione dei demani. Anche la badia di S. Iconio, col passar degli anni decadde, i frati si allontanarono, ed i beni seguirono la stessa sorte della prima. Di essa è rimasta il nome alla contrada, detta comunemente di S. Cono.”. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 56, apprendiamo che, Camerota, fu venduta dal marchese Di Sangro a Paolo Marchese, nel 1587. Dunque la costruzione della chiesa di S. Nicola, da parte dei De Sangro, dovette avvenire prima del 1587 ed ancora prima dell’incursione di Dragut Rais Bassà, qualche anno prima o qualche anno dopo del 1552. Dunque, l’Ebner (…), sulla scorta del Pasanisi (…), scriveva che alla fine del ‘600, il monastero era scomparso ed esisteva “in posizione selvaggia a Punta degli Infreschi”, solo la chiesetta di S. Nicola in località “pozzo” e un frantoio con magazzini di proprietà del marchese Placido de di Sangro, che aveva fatto costruire la chiesetta di S. Nicola. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, sulla scorta di Filippo Cirelli (…), scriveva pure che: “Il monastero di S. Cono era a ovest del castello, dove se vedano i resti ancora nel secolo scorso (Cirelli, cit. 138).. Ebner si riferiva all’opera di Filippo Cirelli (…), ‘Il Regno delle due Sicilie descritto e illustrato’. Ebner (…), sulla scorta del Cirelli (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota, scriveva che: “Il villaggio ubicato su una collina era da tre lati difeso da aspri dirupi. A ovest del castello era il monastero di S. Cono che mostra l’esistenza nel luogo di monaci italo-greci. E’ più probabile che i primi monaci bizantini giunti nel luogo avessero preso dimora nei diversi ambienti (‘kamarotos’) delle grotte (I fase, asceteri). Pare che ancora nel secolo scorso si scorgessero i ruderi del cenobio (4) sorto più tardi (III fase cenobitica).”. Ebner, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Cirelli, cit., p. 138.”. Dunque, Ebner, sulla scorta del Cirelli (…), scriveva che il monastero di San Cono, era sito ad ovest del castello.  Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, nel 1975, a p. 174, scriveva in proposito che: “Nell’VIII secolo, ad ovest di Camerota, a circa due chilometri, esisteva un monastero dei Basiliani, dedicato a S. Cono (4).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 174, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Cirelli F., op. cit., pag. 38. Di questo monastero, nel secolo scorso, erano in piedi le sole mura della chiesetta. Cessata la vita di quel Cenobio, i beni passarono al seminario di Policastro. Dopo l’abolizione della feudalità, nel decennio francese, metà di quei beni furono dati al Comune di Camerota che ne vantava gli usi civici. Con la soppressione, anche i Cappuccini dovettero sloggiare da Camerota e la ricca biblioteca, almeno quello che di essa era avanzato in seguito al saccheggio dei Francesi, fu portata al seminario di Policastro.”. Dunque, Pietro Ebner (…), ed anche il Vassalluzzo (…), che scrivevano sulla scorta di Filippo Cirelli (…) e, del Pasanisi (…), il monastero di San Cono era sito a due chilometri ad ovest da Camerota, dove oggi si vede solo la Chiesa di S. Nicola a Camerota, che Ebner dice essere in località “pozzo”. Inoltre, il Vassalluzzo (…), a p. 174, nella sua nota (4), cita il Pasanisi (…), Camerota e i suoi casali, Napoli, 1964, p. 7, dove l’autore ci da uno spaccato dell’incursione dei Francesi del generale Lemarque a Camerota. Di Mons. Maradei, Vescovo di Policastro, ne ha parlato anche il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, dove dice che Giacinto Camillo Maradei, fu nominato vescovo di Policastro nel 1696 e morì il 2 settembre 1705. Scrive il Laudisio (…), a p. 86 (vedi versione curata da Visconti), che: “Con un lascito testamentario donò la sua magnifica biblioteca al convento dei Cappuccini di Camerota.”, che come abbiamo appreso dal Gatta (…) “nel quale vi è una ricca Libreria, colma di dotti e di eruditi volumi. depositati quivi da vari Letterati, specialmente da Monsignor Maradei”. Dunque, nel 1705, con lascito testamentario il Convento dei Cappuccini, di Camerota, arricchiva la sua bella biblioteca di dotti volumi. Ma si trattava del monastero di San Cono ?. Il monastero di S. Cono, dopo la visita apostolica del 1458, divenne in seguito, un Convento di Cappuccini? Ritornando all’ubicazione del monastero di S. Cono a Camerota, tutti gli autori citati, il Gatta, il Cirelli, il Vassalluzzo, volevano che il monastero di S. Cono fose posto ad ovest di Camerota, a circa due chilometri, esisteva un monastero dei Basiliani, dedicato a S. Cono (4).”Guardando però la carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), illustrata nell’immagine sopra di Fig. 1, possiamo notare che fra i toponimi elencati nell’area in questione, è citato un “S.to Cono”. La carta in questione (…), è una carta corografica del Regno di Napoli, delineata molto probabilmente per motivi fiscali all’epoca della casa regnante degli Aragona, una carta inedita da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli. La toponomastica ivi segnata è di estrema importanza per le nostre zone e non solo, in quanto molti luoghi, e S. Cono è uno di questi. Il toponimo di “S.to Cono”, come possiamo leggere sulla carta in questione (…), si trova segnato ad ovest di Camerota e non verso la Cala del Cefalo o verso il Mingardo, che sono alla sinistra della carta. Guardando la carta, frontalmente troviamo il promontorio di Punta Infreschi ed un rigagnolo che risalendo arriva a Camerota paese, dove, molto più in alto a Lentiscosa che è posta sulla sua destra, troviamo il toponimo di “S.to Cono”. Ancora più su poi, troviamo sopra “Camerota”, troviamo “Cusati” e,  ancora più su, sulla stessa dorsale troviamo “Poderia”. Stranamente, sulle colline che si affacciano sul promontorio di Punta Infreschi, invece, troviamo un “li Ispani” e un “la Fenosa”.

Licusati

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Attanasio)

Anche queste notizie, intorno alle origini dei due calogerati di S. Cono e di S. Giovanni a Piro, andranno ulteriormente indagate. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, scriveva di due monasteri nel territorio di Camerota, distinguendoli nettamente fra loro. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista).”. La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di “Santa Maria dei Martiri a Lentiscosa”, non dice nulla sull’antico Monastero di S. Cono di Camerota, ma a p. 278, ci parla di “Caritone (Iconio, III secolo; Betlemme, 350″A lui si attribuisce la prima codificazione delle leggi monastiche che passarono nel ‘Typicon’, ossia nel formulario di San Sabae del monastero costantinopolitano di Stoudion, anche ad opera di Sant’Eutimio il Grande, di San Teodosio il Cenobriarca. Da giovane, sotto l’Imperatore Aureliano, ecc..ecc..”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, scriveva che: “Sul monastero di S. Conore (49), comunemente detto di S. Cono, quanto ho detto innanzi cap. V, 5.. Dunque, l’Ebner, qui, lo chiamava monastero di San Conore e nella sua nota (49), a p. 587, postillava che: “(49) Sinax. Costantinopol. (Delahaye), col. 511, 5 marzo: “ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron. Martire 4 marzo, col. 509: O aghios.”.

Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, scriveva che: “Sul monastero di S. Conore (49), comunemente detto di S. Cono, quanto ho detto innanzi cap. V, 5.”. Ebner (…), si riferiva al Capitolo V del vol. I “Monasteri e Chiese ricettizie”, a p. 149, dove per certi versi si riferisce al Rodotà (…). Ebner (…), a pp. 162-163, sul monastero di S. Cono, in proposito scriveva che: “A Camerota vi era un monastero dedicato a S. Conore, comunemente detto di S. Cono, da non confondere con il benedettino morto a Diano, il cui corpo, rinvenuto nel monastero di Cadossa nel 1261, venne traslato e tumulato nella chiesa di S. Maria Maggiore di Diano. S. Conore era un santo orientale dichiarato protettore da parte dei monaci bizantini anche di molti paesi calabri..

Ebner (…), forse sulla scorta del Minisci (…), postillava che il termine “Conore”, deriva dal testo di M. Delahaye (…) nel suo ‘Synax Costantinopolitani della Vergine’. Il Laudisio (…), però, ci dava anche notizie sull’Abbazia di San Cono di Camerota, scrivendo che, i moltissimi monaci, cacciati dalla Calabria e dalla Puglia da Roberto il Guiscardo (a. Mille) “…giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati…”. Dunque, secondo il Laudisio (…), l’Abbazia di S. Cono di Camerota, insieme a quella di S. Giovanni a Piro, furono fondate dai monaci basiliani che si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), continuando il suo racconto, scriveva pure che: “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa (51).”. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), nella sua nota (51), postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Biblioteca Vaticana, num. 2101, pag. 177.”. Il Laudisio (…), nella sua nota (51), postillava che la notizia proveniva dal testo del Cardinale Sirleti o Sirleto (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 46 (vedi p. 99, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro ecc….Vi erano anche le abbazie benedettine. La prima, quella di S. Pietro di Licusati, fu unita dal pontefice Pio IV alla SS. Basilica Vaticana con un’ordinaria, quasi vescovile giurisdizione e con un proprio territorio (156). ecc..”. Il Laudisio (…), a p. 46, nella sua nota (156), postillava che: “(156) Ex bull. XII Kalend. Iul. an. 1564.”Il Laudisio (…), prima parla dell’Abazia di S. Cono di Camerota e poi dice che sempre a Camerota e a Rivello, vi erano due Abazie minori di basiliani, distinguendole nettamente. Il Laudisio, scrive che una delle due Abbazie minori di basiliani che si trovava a Camerota si chiamava l’Abbazia di S. Pietro, forse proprio l’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui abbiamo già scritto e, che il Laudisio dice essere stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma.”. Dunque, il Laudisio (…), distingue chiaramente i due monasteri di S. Cono di Camerota e quello di S. Pietro di Licusati. Alcune notizie riguardo l’antichissimo monastero di San Cono di Camerota, le ritroviamo in Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: “…tori Leone Isaurico e Costantino Capronimo, acerrimi distruttori di immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, delle quali non ultima al certo fu quella con cui Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime Chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò, e non ostante fondazione di due abbazie, addimandata una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (‘ab Epyro’), levatevi dà Calogeri orientali, quivi dalla persecuzione cacciati, pure dalla Chiesa busentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua sede di Roma (3). Ma non ebbero qui termine i duri travagli in chè traboccò l’infelice regione Lucana. Leone detto il sapiente (a. 887) confermò l’atto di violenza, nel secolo anteriore dal patriarca Anastasio consumato, e fece che le chiese strappate alla devozione di Roma alla costantinopolitana sede fosse in perpetua soggette.”. Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Anast. Bibl. in papa Paulo, apud Bern. hist.haer. tom. 2. seculo 8, pag. 399.”. Il Porfirio (…), nella sua nota (2), si riferiva all’epistola papale, ecc…Il Porfirio (…), nella sua nota (3), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Porfirio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. (si veda p. 191). Dunque, in questo passo, il Porfirio, sulla scorta del Laudisio (…), scriveva che il monastero (lui le chiama Abbazie) di San Cono a Camerota e quello di S. Giovanni a Piro, sorsero in seguito alle persecuzioni iconoclaste degli Imperatori bizantini Leone Isaurico e Costantino Copronimo.

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (2), si riferiva alle origini di alcuni nostri centri, come ad esempio Vibonati (li Bonati): “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da quì l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Il Porfirio si riferiva alle epistole papali ed è la stessa identica nota riportata dal Laudisio (…). Sempre il Porfirio (…), a p. 539, in proposito scriveva pure che: “La Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini in Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non che le già menzionate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima dipoi divenne di patronato e collazione regia.”. Biagio Cappelli (…), riguardo i due monasteri di S. Cono di Camerota e quello di S. Giovanni a Piro, citava anche Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti,…”, e li elencava. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemento 8° alla basilica, cioè: 35. Monastero di S. Pietro di Camerata. Monastero d Santa Croce di detta Terra di Camerata.”. Dunque, Domenico Martire, sulla scorta del Di Luccia (…), era questo l’autore chiamato “Pietro di Lucca”, scriveva ” 35. Monastero di S. Pietro di Camerata”, chiamando Camerota: ‘Camerata’. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, al n. 31, tra i monasteri della Basilicata è citato un monastero basiliano, che lui chiama “Monastero di S. Pietro di Camerata. Monastero di S. Croce di detta Terra di Camerata”. Posto che, in Basilicata esistesse un casale detto ‘Camerata’, io credo che il Martire (…) abbia confuso un Monastero di Camerata Picena con il monastero di S. Cono a Camerota. Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Dunque, anche il Cataldo, distingueva nettamente le due comunità benedettine delle due Abbazie di S. Pietro di Licusati e quella del monastero o Abbazia di S. Cono di Camerota e poi poneva l’Abbazia di S. Cono a Camerota come benedettina e non basiliana. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…) che, a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, diceva che il Monastero di S. Cono di Camerota era detto: “….il Cenobio di S. Giovanni a Piro…. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;…. Dunque Biagio Cappelli (…), riguardo il monastero di S. Cono di Camerota, scriveva che fu toccato dalla visita Apostolica di Athanasio Calkeopulos, che esso era prossimo a quello di S. Giovanni a Piro, chiamandolo S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;…. Biagio Cappelli, a p……, nella sua nota (39), postillava che “(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), nella sua nota (39), si riferiva al monaco T. Minisci (…), ed al suo: ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’ e si riferiva a Pierre Batiffol (…), nel suo ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Il Cappelli (…), a p. 305, sulla scorta del Minisci (…) e, del Batiffol (…), scriveva che riguardo il monastero di S. Cono a Camerota, vi era una chiesa triabsidata (a tre absidi) e che localmente veniva detta S. Iconio. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, a p. 232, così in proposito scriveva che: “Abbadia di S. Iconio o Abatie Sancti Conj o San Cono o San Conore, a Camerota, (3 b), 346 slm, cenobio basiliano sul pendio S. Iconio, sito a sud della collina Malaspina, e a ovest del monte Sant’Antonio. I ruderi si incontrano sull’antica strada per Palinuro che parte a Sud del Ponte Sant’Angelo a Camerota e va verso occidente discendendo il Mingardo. La località è detta anche Difesa. L’Ebner parla di monastero italo-greco e di numerosi insediamenti rupestri di anacoreti basiliani, da ricondurre alla prima fase o degli asceteri (Ebner IV 581). Secondo alcuni sorge intorno all’896 insieme a San Pietro di Licusati, secondo altri la fondazione risale agli anni 750-775 ad opera di basiliani dall’Epiro (D’Angelo 12). Il vescovo di Policastro, Laudisio scrive che nel 1065 Roberto il Guiscardo espulse dalla Calabria e dalla Puglia una ‘Turba Graecorum plurima’ e si rifugiò all’abbazia di San Giovanni a Piro e ‘….ad alteram S. Coni Camerotae (Laudisio 34) dove è probabile ci fosse già un’antica laura. I Normanni donarono poi la zona denominata ‘Difesa’ ai basiliani. Alla Santa Visita del 1457/58 risulta in possesso di quattro codici miniati e di un ‘evangelario mirabile’; insieme alla chiesa di San Pietro a Licusati e alla più antica chiesa di San Giovanni a Piro compone il triangolo della Trinità, venerata nel rito greco, (Cappelli 399, Ciociano III 29, Cirelli 138, . Volpe 183). Nel 1418 è attestata come appartenente all’Ordine dei Premostratensi, nel nel 1424 passa all’Ordine di San Basilio nella diocesi di Policastro, al cui vescovo paga la tassa generale (H. Hoberg, 183), nel 1548 risulta proprietaria di un frantoio e un ‘cammarellus’ a Camerota (in ASS ‘notar G. Greco, fs 28, lib. II, pag. 50); il frantoio nel 1693 è sito presso la chiesa di S. Maria delle Grazie a Camerota come risulta dal ‘Libro delle entrate ed esiti della cappella del SS. Rosario’ (ASC SS. Rosario, 3); è attestata anche nel 1709; nel 1753 è affidata dalla Santa Sede al reverendo di Licusati Marco Crocco per la qual cosa pende giudizio innanzi alla Curia romana; ecc…I beni della Badia nel 1857 risultano intestati per metà al Seminario diocesano di Policastro e per metà al Comune per usi civici (Cirelli, 38). Ecc…”. Dunque, l’autore del saggio, Angelo Di Mauro (….), cita Biagio Cappelli (….) ed il suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro lucani” e cita pure Ciociano (….), ovvero Giovanni Ciociano (….), che nel suo “Storie Camerotane”, a p. 20, in proposito scriveva che: “La prima Badia sorge sul pendio occidentale del colle ad ovest di Camerota, riparata dalla tramontana ed aperta alla vista del mare. E’ dedicata a S. Cono o Sant’Iconio, che i fedeli invocano: – “Libera devotos et patriam a peste, fame et bello et a tiranica dominatione” – Invocazione da aggiornare…….Come la chiesa di S. Daniele Profeta, ad una sola navata con dieci cappelle, di rito greco fino al XVIII secolo. Quasi cmpletamente crollata, si riedifica, nel 1797, con rilevanti modificazioni, per la somma di ducati 1.200, ricavati dalla vendita, per decisione popolare, degli ‘ex voto’ e dal contributo, in ragione di ducati 500, del vescovo di Policastro, mons. Ludovico Ludovici. Dalle abazie basiliane si diffonde il culto in onore di santi di origine orientale: a Camerota, S. Barbara, S. Vito, S. Nicola e S. Pantaleone, il medico soprannominato ‘anargirio’, cioè senza argento, perchè non esigeva alcun compenso dai pazienti. Primo patrono della comunità camerotana, S. Pantaleone scendere al secondo posto della graduatoria devozionale, con l’avvento del santo domenicano Vincenzo Ferreri: il confratello dei padri predicatori, Tommaso e Vincenzo Malatesta da Camerota, consacrati vescovi, il primo di Vestina e Viesti nel 1580, il secondo di Betlemme nel 1589. La statua di S. Pantaleone, conservata nella cappella del castello, e donata alla parrocchia di S. Maria delle Grazie dal feudatario Ottavio Marchese ecc…”.

Nel 1057, Roberto il Guiscardo e la Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (…), nel Discorso VII, a p. 367, della sua ‘La Lucania- Discorsi’, dove, parlando dell’antica città scomparsa della Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercadanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (2), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi dello stesso Guiscardo.”. L’Antonini, a p. 367, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Un poco più diffusamente di questa edificazione scrive ‘Mambrin Roseo’, nel lib. 7 della Storia del Regno; ma in nulla contraddice al Malaterra, ne diversamente avealo detto il Collenuccio sul principio de lib. 3.”. Dunque, in questa sua nota l’Antonini postillava di Mambrin Roseo, postillava del Malaterra e postillava del Collenuccio. Vediamo il primo: Mambrin Roseo. Da Wikipedia leggiamo che Mambrino Roseo (Fabriano, ca. 1500 – tra 1573 e 1580) è stato un notaio, letterato e traduttore italiano. Roseo fu notaio nella sua città e a Perugia e partecipò all’assedio di Firenze al servizio di Malatesta Baglioni. Riguardo il testo citato dall’Antonini, io credo che egli, nel 1745, si riferisca al testo “Del Compendio dell’Istoria del Regno di Napoli aggiunto da Mambrino Roseo da Fabriano libro settimo”, che troviamo a p. 402 e ssg. nel testo di Pandolfo Collenuccio (….), nel suo “Raccolta de piu rinomati scrittori dell’istoria generale del Regno di Napoli etc…”, pubblicato a Napoli, stamperia Gravier, nel 1770, tomo 17°, pag. 402.  L’Antonini, scrivendo di Molpa, diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (mercadanti), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa Scalea. Si tratta del Libro I, del Cap. XXVI, il Malaterra scriveva (v. Lo Curto, p. 71) che: Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto.”.

Nel 1097, Boemondo, Ruggero Borsa e la I Crociata in Terra Santa

Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Nel 1096 Boemondo, insieme a suo zio Ruggero I il Gran Conte di Sicilia, stava assediando Amalfi che s’era rivoltata contro il duca Ruggero, allorché bande di Crociati cominciarono ad attraversare l’Italia per dirigersi in Terra Santa. Lo zelo crociato conquistò Boemondo: è possibile che egli abbia visto nella Prima Crociata l’opportunità di realizzare la politica paterna di una espansione verso oriente e avesse sperato, in una prima fase, di ritagliare per se stesso un principato orientale. Goffredo Malaterra con schiettezza afferma che Boemondo prese la Croce con l’intenzione di razziare e conquistare terre greche. Boemondo radunò un contingente normanno, forse la miglior compagine dello stuolo crociato, nonostante i numeri modoesti (il suo contingente assommava all’incirca a 500 uomini su un totale di circa 35.000 crociati). Alla testa del suo esercito egli traversò, partendo da Trani, il Mare Adriatico e, dopo essere sbarcato a Durazzo, si diresse per la Via Egnatia alla volta di Costantinopoli percorrendo, sotto la prudente scorta di Peceneghi inviatagli incontro dall’Imperatore di Costantinopoli, la via che egli aveva tentato di seguire nel 1084. Fece grande attenzione a osservare un atteggiamento “corretto” nei confronti di Alessio e quando arrivò a Costantinopoli nell’aprile 1097 rese omaggio feudale all’Imperatore. Si recò a Gerusalemme nel Natale del 1099, quando Dagoberto da Pisa fu eletto patriarca, forse al fine di impedire la crescita di un forte potere lotaringio nella città. Tutto faceva sembrare che Boemondo fosse destinato a gettare le fondamenta di un grande principato ad Antiochia che avrebbe potuto contenere Gerusalemme. Aveva un buon territorio, una buona posizione strategica e un esercito forte. Doveva però fronteggiare due grandi forze: l’Impero bizantino, che reclamava tutti i suoi territori appoggiato nella sua pretesa da Raimondo di Tolosa, e le forti municipalità musulmane del nord-est della Siria. Contro queste forze egli fallì. Nel 1100, nella battaglia di Melitene fu catturato dai Danishmendidi di Sivas e languì in prigione fino al 1103. Il cugino Tancredi prese il suo posto ma nel frattempo Raimondo s’installava con l’aiuto di Alessio a Tripoli e riusciva così a contenere l’espansione verso sud di Antiochia. Tancredi era figlio di Oddone Bonmarchis, detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato, e di Emma di Altavilla sorella di Roberto il Guiscardo. – Emma era anche il nome di una sorella di Boemondo I d’Altavilla, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale nipote di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo cugino – Da: Tancredus di Rodolfo di Caen.

Nel 1104, l’Ordine degli Hospitalieri o Cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme

I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Paul Guillaume (…), sulla scorta di alcune fonti come Guglielmo di Tiro (…), e Ugo da Venosa (…), ed altri, sosteneva l’origine dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, dalla fondazione del monastero di S. Maria della Latina a Gerusalemme e dell’Ospedale annesso fondati da alcuni frati neri che dipesero dall’Abazia di Cava dei Tirreni, e dal loro abate, Pietro Pappacarbone. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai Historique sur l’Abbaye de Cava etc…”, a p. 77 (si veda p. 84 edizione a cura di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Gli ‘Ospidalieri di S. Giovanni di Gerusalemme’ erano appena nati in Palestina (1104). Dei pii mercanti di Amalfi avevano d’apprima fondato, nel 1084, (96) col consenso del Califfo d’Egitto, nei pressi del Santo Sepolcro, un monastero, conosciuto sotto il nome di ‘S. Maria della Latina’, come un ospizio o asilo per accogliere i poveri pellegrini. Al fine di attendere ad entrambi gli scopi, come attesta ‘Guglielmo da Tyr’, essi fecero trasferire dal loro paese a Gerusalemme dei monaci con il loro abbate. (97). Questi monaci, secondo ‘Giovanni da Vietri’, portavano l’abito nero (98). Essi seguivano, inoltre, la Regola di S. Benedetto secondo la Costituzione di Cluny; fatto che gli valse, da parte dell’abbate di Cluny, ‘Pietro il Venerabile’ (1123-56) delle lettere di felicitazione. (99) “Ora, chi non distinguerebbe, da tutti questi segni, i religiosi di Cava? Gli arditi navigatori Amalfitani, che a quell’epoca percorrevano il Mediterraneo facendo con l’Oriente un commercio così attivo, sapevano molto bene quali erano i meriti dei discepoli di Sant’Alferio Pappacarbone, la cui dimora principale non era che a qualche ora dal loro paese natale, e che, sulle stesse coste di Amalfi, avevano già molte chiese e priorati. (100)”. Così quando ebbero finito di costruire il monastero e lo spizio di ‘S. Maria della Latina’, essi si diressero, come è tradizione a Cava, dall’abate Pietro, pregandolo di voler prendere la direzione della loro istituzione…..il santo Abate il giorno in cui spedì in Palestina, accanto al sepolcro di Gesù Cristo, una colonia benedetina di Cava. (101). E non è tutto. Sempre secondo ‘Guglielmo di Tyr’, quando i Crociati si impadronirono di Gerusalemme (1099), trovarono nell’ospizio annesso al monastero di ‘Santa Maria della Latina’, un santo uomo, chiamato Gerardo, il quale, durante il tempo delle ostilità, ‘per ordine dell’abate e dei monaci’, serviva umilmente i poveri, (102) cosa che continuò a fare fino alla morte (1021). Il successore di Gerardo, ‘Raimondo du Puy’, cambiò un pò l’ordine nascente, e allo scopo di venire più efficacemente in aiuto ai pellegrini, ‘armò i frati dell’ospizio’. Da quì l’origine, insieme religiosa e militare, degli ‘Ospedalieri di S. Giovanni’ di Gerusalemme, meglio conosciuti tuttavia, a causa dei luoghi che in seguito abitarono, sotto il nome dei ‘Cavalieri di Rodi’ o ‘Cavalieri di malta’. Senza volerci occupare qui della questione, molto dibattuta, di saper se Gerardo, soprannominato Tom, fosse originario del villaggio di Scala, al di sopra di Amalfi, oppure di Marigues, in Provenza, notiamo che universalmente viene riconosciuto come il fondatore e il primo Gran Maestro dei ‘Fratelli Ospedalieri di S. Giovanni’. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva.”.

Guillaume, p. 77

(Fig…) Guillaume Paul (…), op. cit., p….

Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (96) postillava che: “(96) Sicard. Cremon., ‘Chron., p. 586.”. Qui il Guillaume cita il ‘Chronicon’ di Sicardo di Cremona (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (97) postillava che: “(97) quì il Guillaume cita il passo in latino tratto dal ‘Monasterium de Latina’. Bell. Sacr. Hist. lib. XVIII, c. IV ecc..p. 427, Bolla, 1549…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (98) postillava che: “(98) In Ecclesiis seu Monasteriis de Latina ecc…Hist. Occid., c. 28.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (99) postillava che: “(99) Epist. lib. III 44,; cfr. Mabill., Ann. O. B., t. V. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (100) postillava che: “(100) L’Abbazia di Cava possedeva, sia ad Amalfi, sia nei dintorni, oltre diciassette chiese o monasteri. Parecchi in questo numero, furono donati all’abate Pietro (1079-1122). Vd in ‘Appendice’, la Lista dei Monasteri.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ad essere incaricati della cura di S. Maria della Latina’. Ma egli non ne fornisce alcuna prova, proprio lui che d’ordinario prova tanto bene tutto il resto…..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (102) postillava che: “(102) “…Et in xenodochia similiter (postquam Civitas fuit capta’) repertus ecc…”, Guglielmo di Tyr, op. cit., p. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Sempre riguardo alla presenza degli Ospetalieri nelle nostre zone, in proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65).”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Le loro case erano diffuse ovunque in Europa, erano dette Tempio. La degenerazione dell’Ordine indusse Filippo il Bello ad espellerli dalla Francia (1307). Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206. Nel Regno l’Ordine venne abolito da Roberto, duca di Calabria, nel 1308, per ordine del padre Carlo II che l’aveva soppresso in Provenza. I loro beni vennero avocati al demanio. Ecc..”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio.”. Ebner, nel vol. II, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) …..Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206.”. Io credo che l’Ebner si riferisca al testo di Matteo Camera (….), “Storia del Ducato di Amalfi”. Matteo Camera (….), nel suo “Istoria della città e costiera di Amalfi“, del 1836, a p. 134, nel cap. VII “Principi del militare Ordine dei Gerosolimitani”, in proposito scriveva che: “….

Nel 1116, ‘Sarolo di Cambarota’ (Camerota) presente alla stipula di un atto per Guglielmo conte del Principato

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 461 parlando del casale di Agropoli, in proposito scriveva che: “Il Di Meo afferma (39) che ad anno 1116 Guglielmo, conte del Principato, figlio del fu Roberto, “si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, i quali confermò, e seco giurò lo stesso anche Giovanni di S. Paolo (40), che in nome di esso conte Guglielmo comandava nel castello di Agropoli”. Ebner, a p. 461, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Di Meo cit., IX, Napoli, 1804, p. 50. Il documento fu redatto a Salerno nel palazzo della Chiesa di S. Massimo da Giovanni, notaio ed avvocato, presenti Guglielmo, vescovo di Troya, Roberto principe di Capua, Pietro giudice, Joel comestabulo del duca principe Guglielmo, Roberto Signa di Eboli, Giordano di Corneto, Sarolo di Cambarota, Ruggiero, figlio di Arnolfo di Gualcano, Pietro che dicesi di Sarno, e Bernardo, figlio del qu. Alferio. . D. Inc. MCXVI, mense Aprilis, IX Ind.”. Dunque, Ebner citava un documento del 1116, pubblicato da Alessandro Di Meo (….), nel 1804, nei suoi “Annali etc..”, ove figura un certo “Sarolo di Cambarota”.

Di Meo, Annali, p. 222, su Sarolo di Camerota

Scrive il Di Meo che: “Si ha quivi ancora che ‘Guglielmo’ Conte del Principato, figlio del qu. Roberto Conte del Principato, si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, i quali conferma, e seco giurò anche …….Fu scritto in Salerno nel Palazzo della Chiesa di S. Massimo da ‘Giovanni’ Notajo, ed Avvocato, presenti…….Sarolo di Cambarota. Ecc..”. Il Di Meo scriveva che il documento fu redatto a Salerno e Sarolo fu presente alla stipula dell’atto. Chi fosse questo ‘Sarolo di Gambarota’ non ci è dato sapere ma il suo nome accompagnato a Gambarota fa pensare ad un militare o funzionario di Camerota. Ma ritorniamo alla notizia fornitaci da Ebner ed al documento del Di Meo (….), dell’anno 1116, in cui figura “Sarolus de Cammarota”. Chi era “Sarolus de Cammarota” ?. Il Di Meo scriveva che il Conte Guglielmo di Principato, figlio di Roberto del Principato “si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi“, ovvero si obbligò a difendere i beni ed i possedimenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni che da essa dipendevano sul suo territorio di Agropoli. Alla stipula dell’atto di non aggressione era presente anche Sarolo di Camerota, insieme al fiore degli esponenti del vertice dell’aristocrazia civile, militare ed ecclesiastica del Ducato Longobardo di Salerno al tempo dei primi Normanni. Secondo Shano, che scrive sulla scorta del Lorè (….), “troviamo il nome di Sarolo insieme con tre altri baroni che meritavano di essere identificati come testimoni in questa solenne assemblea.”. Riguardo il documento del 1116, in cui figura Sarolo di Camerota, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali del Regno di Napoli”, vol. IX, p. 50, in proposito scriveva che: Di questo personaggio ha scritto Michael Shano in un suo saggio apparso sulla rete. Shano scrive che il documento è citato in Vito Lorè, “Monasteri, Principi, Aristocrazie. La Trinita di Cava nei secoli XI e XII”, Spoleto, 2008  pp. 92-93. Il documento e redatto integralmente in Graham Loud,  “The Abbey of Cava, its Property and Benefactors in the Norman Era”, in AngloNorman Studies, IX. Proceedings of the Battle Conference, 1986, ed. R. Allen Brown. Woodbridge-Totowas, 1987, Appendix III (1116, April)  pp. 176-177. Ristampa in G. Loud,  Conquerors and Churchmen in Norman Italy, 1999. Ebner a p. 461, proseguendo il suo racconto sul documento scriveva che: “Il contesto implicherebbe una concessione feudale avvalorata da due inediti documenti cavensi (41). Nel 1135 un omonimo milite è menzionato inun documento rogato a S. Arcangelo etc..“. Ebner a p. 462, nella sua nota (41) postillava che: “(41) I, ABC, XXIII, 99, luglio a. 1135, XIII, Sant’Arcangelo: “essem ego Johannem etc…”.”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria etc….”, a p. 432, in proposito scriveva che: “1116 – Nell’indice dei luoghi di culto del Giustiniani risulta un ‘Sarolo di Cambarota (Cataldo 1).”. Il Di Mauro citava l’indice dei luoghi di culto del Giustiniani e citava il Cataldo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Ricerche storiche sulle antichità di Camerota” – Policastro, 1981/81 – inedito presso l’autore defunto. Ebner, a p. 461, nella nota (40) postillava che: “(40) Su Guglielmo di S. Paolo, v. Ebner, Economia e società, I, p. 227. A una concessione feudale pare credesse anche il Mazziotti che ne accenna (p. 31) senza citarne la fonte.”. Infatti, Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a pp. 30-31, in proposito scrivev che: “Il vescovo (di Capaccio) non restò tranquillo a lungo nei suoi possessi, poichè nell’anno 1116 il Castello di Agropoli era tenuto da un tale Giovanni di San Paolo in nome di Guglielmo conte del Principato.”. Pietro Ebner, nel suo “Economia e Società etc…”, a p. 227, vol. I, in proposito scriveva che: “La Chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo-barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54).”. Ebner, a p. 227, nella nota (54) postillava: “(54) Nel Breve chronicon monasterii cavensi’ la notizia ad a. 1092 della concessione alla Badia di Cava del dominio feudale del Cilento: Serenissimo Dux Rogerius (….) etc…”. Ebner, a p. 227 scriveva pure: “Ho mostrato altrove (53) come la vastità del territorio avesse già indotto Guglielmo d’Altavilla a scindere in feudi la contea. Etc…Più tardi il feudo di Agropoli fu concesso dai discendenti di Guglielmo a Giovanni di S. Paolo, poi passato alla diocesi di Capaccio.”.

Nel dicembre 1113, un documento che cita il casale di Oliarola

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a p. 144, in proposito scriveva che: “Segue la ‘Marina di Ogliastro’ (Ogliastrum), poco in verità frequentata, ma d’aria balsamica e salubre tra i monti e il mare. Vi chiuse i suoi giorni, nel 1748, Francesco Maria, patrizio cosentino, padre di quel Domenico, il quale sopraffatto da grave colluvie di debiti, riserbandosi il nudo titolo di marchese, vendeè, l’anno 1768, la terra di Aieta, in provincia di Cosenza, a Domenicantonio Spinelli, principe di Scalea (5). Quivi si vuole esistesse ne’ tempi andati il ‘Casale di Oliarola, di che è parola in un documento del 1113 (6).”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (5) postillava: “(5) Cons. Monografia sul Santuario di nostra Donna della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta ecc..per Vincenzo Lomonaco”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (6) postillava: “(6) Ventimiglia, Notizie ecc…, pag. 73. Appendice dei monumenti, n. VI, pag. XXVI.”. Dunque, il Volpe, parlando delle marine del Cilento e riferendosi alla marina di Ogliastro (che come vedremo, insieme al Ventimiglia, dice Ebner, confonde con il casale di Ogliastro), scrive che vi è un documento del 1113 che ci parla del “Casale di Oliarola, di cui è parola in un documento del 1113.”. Di questo documento dell’anno 1113 ne parla Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando del casale di “Olearola” (Oliarola ecc..), a p. 214, in proposito scriveva che: “Prima notizia del villaggio nel diploma di Troisio di Sanseverino del dicembre 1113, dove è detto “in casali (…) Pluppis et in Pragenito et in Oliarola”. Tra le “hereditates” donate alla Badia con lo stesso diploma, i terreni che “sunt in oliarola (….), alie vero due pecie de iam dictis terris sunt in loco qui dicitur Oliarola”. La prima eredità aveva per confini la chiesa di S. Maria de Gulia (Castellabate), l’altra la chiesa di S. Lucia e la via che da Mezzogiorno giungeva “in flumen de iam dicta Oliarola”.”. Ebner, a p. 214, nella nota (1) postillava: “(1) Ventimiglia, cit., p. XXIII sgg. = ABC, E 27, dicembre a. 1113, VII, S. Mauro. Maraldo Giudice; Giovanni Notaio.”. Dunque, Ebner dice che la prima notizia di Oliarola è nel diploma di una concessione di Troisio di Sanseverino all’Abbazia della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Il piccolo casale o marina di Oliarola non deve essere confuso con Ogliastro. Infatti, Ebner, a p. 215, sempre sulla marina di Oliarola, in proposito scriveva che: “Il Ventimiglia (10) crede che Oliarola potesse essere ubicata nella marina di Olgliastro, ma il villaggio di Ogliastro, nei documenti, è detto ‘Olliastrum’ (11).”. Ebner, a p. 215, nella nota (10) postillava: “(10) Ventimiglia, cit., p. 74”. Ebner, a p. 215, nella nota (11) postillava che: “(11) Cfr. nel diploma L 21 della n. 8”. Ebner, a p. 215, nella nota (8) postillava: “(8) Ventimiglia, cit., p. XXXVI sgg. = ABC, L 21, marzo a. 1187, V, Salerno”.  Dunque, il documento citato dal Volpe, è dell’anno 1113 ed è stato pubblicato da Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e de’ suoi casali nella Lucania etc…”, d cui ci parla a p. 73. Il Ventimiglia, a p. 73 parla del casale di “Olearola” ed in proposito scriveva che: “Nel monumento già prodotto nel mese di Dicembre 1113. S. Mauro, Fiumicello, Montecorice, etc…Adunque ebbevi il Casale di Olearola dove fu un Porto, che si nomina negl’Istrumenti più, e diverse volte citati, e che noi ricorderemo altre volte ancora nel 1186 etc…Il P. Di Meo citando la carta del 1113. giustamente chiamò Olearola ‘Castello nel Cilento’ etc…”. Il documento del dicembre 1113 citato dal Volpi fu pubblicato da Domenico Ventimiglia, in “Appendice dei Monumenti”. Si tratta del documento n. VI, pag. XXVI.”. Il documento in questione inizia a p. XXIII, V, e come scrive il Ventimiglia in Epigrafe, si tratta di un privilegio che: “Assegnazione di uomini, di eredità e delle terre che furono del Sig. Torgisio ne’ Casali di S. Mauro etc…Oliarola, e per tutta la Marina del Cilento fatta al Monastero Cavense da Erberto Milite figlio di Anfredo da parte del Sig. Torgisio figliolo del quondam Signor Torgisio. Anno 1113. Mese di Dicembre Indizione VII. (Arca 63, n. 565).”. Infatti, come scriveva Ebner, si tratta di un diploma in cui “….Troisio di Sanseverino del dicembre 1113”, donava all’Abbazia di Cava i porti e le marine del Cilento.

Nel 1136, Goffredo di Camerota, “domnum de Camarota” acquistò un fondaco al porto di Oliarola

Antonio Caputo (….), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), cita una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, il Caputo scriveva che il “primo duca di Camerota”, Goffredo di Camerota, nell’anno 1136 acquistò un fondaco a “Oliarola” (Ogliastro Marina (come da documenti Cavensi – ABC, XXIII, 106, a. 1136), per l’attività che svolgeva, quella di commerciante trasportatore di carne secca in salamoia che veniva trasportata per conto dell’Abbazia di Cava dei Tirreni al porto di “Ogliarola” (Ogliastro Marina). Riguardo il villaggio di “Olearola”, Ebner, nel vol. II, a p. 214, in proposito scriveva che: “Villaggio sorto nei pressi dell’omonimo approdo, uno dei cinque “porti” del distretto di Cilento.”. Ma di questo documento Ebner non ne parla. Riguardo il dominus del Casale di Olearola, nel 1130, ha scritto Pietro Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando del casale di “Olearola” (Oliarola ecc..), a p. 214, in proposito scriveva che: “Di Oliarola è notizia ancora in due diplomi, il primo del 1121, il secondo del 1130…..etc…Il secondo etc….Con il diploma (4) del 1130, Nicola, figlio di Guglielmo, conte del Principato, concesse ai nipoti Costabile e Maddalena “totum feudum” che era stato di Milo, figlio del fu Magenolfo, sito “in pertinentiis de cilento”. Tra le terre concesse “un pezzum de terra, in loco ubi dicitur Ollarola” confinante con l’omonimo fiume, “qui dicitur de Ollarola”. Nel novembre del 1131, innanzi ai giudici Alferio e milite Giovanni, Leone “qui dicitur barbi cepulla”, figlio del fu Giovanni, Martino, figlio del fu Pietro detto Vasamonaca, e il sacerdote monaco Giovanni, detto amalfitano, attestarono (5) che quando Sergio, figlio del fu Dauferio, etc…”. Dunque, nel 1130, anno in cui ci risulta il documento cavense del 1136, in cui il primo duca di Camerota, un certo “Goffredo” acquistò un fondaco ad Oliarola, in quegli anni, il dominus del Cilento era “Nicola di Principato”, figlio di “Guglielmo di Principato, conte del Principato”.  Dunque, il Caputo (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava molto il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Sulle origini questo personaggio, forse normanna, scriveva pure Amedeo La Greca. Infatti, Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 81 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni.”. Però poi, proseguendo il La Greca fornisce notizie più dettagliate su questo personaggio e scriveva che: “Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Sempre il La Greca (….), nello stesso testo, a p. 81, in proposito a Goffredo scriveva che: “Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca, come “ipotesi di lavoro” propendeva nel credere che che il primo “duca di Camerota” sia stato “Goffredo di Camarota”, “mercante” e “domnum di Camerota”, padre di Ruggiero di Camerota che figura nel “Catalogus Baronum” (nel 1144) Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136)”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota” era il figlio di Goffredo (Ruggiero). Goffredo, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, in questo breve passaggio il La Greca scriveva che “Ruggiero di Camerota”, che compare nel “Catalogus Baronum” era “figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’, nel 1136″. Dunque, il “domnum di Camerota”, Goffredo, era padre di Ruggiero di Camerota. Antonio Caputo scriveva che Goffredo di Camerota “primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota”, Goffredo dotò l’antica Abbazia di San Pietro di Licusati dei suoi beni (La Greca scriveva “primi possedimenti”) dell’Abbazia. Il La Greca scriveva pure che il duca di Camerota, che Ebner e Caputo individuavano come il mercante “Goffredo di Camerota”, possedeva i vasti territori che dal feudo di Camerota si estendevano fino ai casali di Lentiscosa e Licusati. Infatti, il La Greca individua tra queste assegnazioni all’antica abbazia benedettina di S. Pietro, la chiesa di S. Biagio a Camerota, la chiesa di S. Martino, la chiesa di S. Nicola, verso Licusati, la chiesa di S. Giovanni de lo Colazone nei pressi del torrente omonimo, la chiesa di S. Giuliano e la chiesa di S. Maria de li Piani a Lentiscosa, la chiesa di S. Maria Maddalena e la chiesa di S. Vito a Camerota, l’ospedale ad essa annessa, la chiesa di S. Antonio a Lentiscosa e la chiesa di S. Maria del porto a Palinuro. Tutti questi beni furono tutti donati e assegnati all’abbazia di S. Pietro di Licusati. Di dette assegnazioni il La Greca non fa menzione dell’antico monastero di S. Cono a Camerota. In queste note il La Greca (….), sulla scorta di Ebner chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: ecc…”. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti.  Sulla figura di questo feudatario vi sono notizie certe dateci da Pietro Ebner (….), che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 736-737 parlando di “Corbella” in proposito scriveva che: “Prima notizia nel ‘Catalogus baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de principatuo’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio 1144 nella restituzione della parte di Cosma, etc….Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acuafredda, Orso, figlio di Martin, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169, Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo etc…”. Ebner, a p. 737, nella nota (6) postillava che: “(6) Catal. baronum, nn. 434, 437, 460, 461.”. Ebner, a p. 737, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Ebner, a p. 737, nella nota (8) postillava che: “(8) I, ABC, XXXIV, 16, 16 marzo a. 1169.”. Su “Goffredo di Corbella” ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva che:  “Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota.”. Dunque, in questo passaggio Ebner parlando di una vendita a Corbella chiarisce l’origine di Goffredo di Camerota. Ebner (….), nel vol. I, a p. 737, nella sua nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, in proposito scriveva pure che da Florio di Camerota dipendevano pure: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Dunque, Ebner, a p. 737 scriveva che da Florio di Camerota dipendeva anche: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Riguardo questa notizia Pietro Ebner (….), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737  “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”) parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato tra Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”. Dunque, Ebner cita un atto stipulato da Orso, figlio di Landolo di Acquafredda con il milite Pietro, figlio di Martino. Il contratto fu stipulato previo assenso del feudatario di Corbella che doveva essere il feudatario che diede l’assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. Dunque, Ebner scrive che da questo atto di compravendita si evince che il signore di Corbella era “Goffredo di Camerota”. Ebner ci dice pure che di “Goffredo di Camerota”, si ha notizia nel “Catalogus Baronum”. Dunque, Ebner segnalava che questo personaggio “Goffredo di Ruggiero di Camerota” figurava nel “Catalogus Baronum”, iniziatosi a compilare intorno all’anno 1144.

L’ospedale annesso alla chiesa e cappella di S. Vito a Camerota

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi alle donazioni del “duca di Camerota”, forse un certo “Goffredo di Cammarota”, all’antica abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che tra queste vi erano le: le chiese di…..e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”.. Dunque, il La Greca scriveva che il “duca di Camerota”, che ipotizza essere “Goffredo di Camerota”, intorno all’anno 1136 dotò l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati di alcuni beni nel territorio di Camerota. Il La Greca scriveva pure che tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche “assegnazione” della “chiesa” di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Dunque, il La Greca, sulla scorta del Di Mauro e del Gentile scriveva che fu il duca di Camerota a donare la chiesa di S. Vito di Camerota, che in origine era una chiesa rupestre e, che in seguito sarà dotata di ospedale, sarà donata all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Onofrio Pasanisi fu di diverso avviso. Egli scriveva che la “chiesa di S. Vito a Camerota e l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa, Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Il Pasanisi testimonia la presenza a Camerota dell’Ospedale che dipendeva dall’antico monastero di S. Pietro di Licusati. La presenza a Camerota di una istituzione Ospedaliera dipendente dal monastero (di S. Pietro di Licusati) attesta la presenza nell’area degli Ospedalieri Gerolosomitani. Rileggendo il testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79 apprendiamo che “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc..”. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca scriveva che la “chiesa” o la “cappella” di S. Vito a Camerota”, di cui ho parlato in un altro mio saggio, in origine era una chiesa rupestre, forse un eremo lauritico, ma in seguito questa cappella “sarà poi fornita anche di un ‘hospitale'”. La cappella di S. Vito a Camerota sarà dotata di un Ospedale. Infatti, il Pasanisi sebbene abbia scritto che sia l’Ospedale che la chiesa di S. Vito siano scomparse scrive pure che a Camerota esistevano “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima)”. Cosa significa tutto questo? Della chiesa o meglio ancora, della “cappella” di S. Vito di Camerota che, in origine era chiesa rupestre, ho parlato in un altro mio saggio perche si tratta di una grotta scavata nel banco tufaceo. Secondo Angelo Gentile, come vedremo innanzi scriveva che, la “cappella di S. Vito”, ai tempi del monastero dei cappuccini e poi convento di monache, doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. Sappiamo che in passato questo Ospedale e la cappella di S. Vito dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, …..istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop.”. Sempre il Di Mauro, a p. 379, in proposito scriveva che: “San Vito o Santo Vito o SANTU VITU, ‘dommula’ (piccola casa) – Chiesa di – ‘O-Spitale Sandu Vitillu o Ospedale della Chiesa di -; in un deposito c’erano botti in cui si raccoglieva l’incenso della Pineta di Sant’Iconio (vedi);”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 362, in proposito scriveva che: “‘A PINETA RE SANT’ANTONIO o PINETA SANT’ICONIO o PINETA ‘NCENZO, a Camerota,……. gli asini trasportavano le cassette di 25 kg di incenso al deposito di San Vito; ecc..”.

Nel 1136, la “chiesa” o “cappella di S. Vito” fu donata dal “duca di Camerota”, forse Goffredo di Camerota all’Abbazia di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Ma non risulta grancia di Grottaferrata che aveva nell’omonimo monastero di Rofrano il suo alter ego nelle terre dei principi longobardi: infatti, non è inserito tra le dipendenze assegnate a Santa Maria di Rofrano nel diploma di re Ruggero II all’abate Leonzio nel 1131 (70). Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che dotava il monastero di S. Pietro di Licusati quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola, etc…”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Questi monaci possedevano di fatto l’intero territorio, quasi del tutto disabitato, tanto che con lo scorrere del tempo e con l’attacco e le ruberie dei normanni ai possedimenti basiliani, dopo gli Angioini e gli aragonesi pur si trovano nelle loro mani estesi territori in tutto il Cilento come Bosco, S. Nazario, S. Mauro, Molpa, Palinuro, Centola, Celle, Roccagloriosa, Castelnuovo Cilento, Novi, oltre naturalmente Camerota e Lentiscosa. Complessivamente nel 1613 si potevano contare circa 1600 ettari di soli terreni con esclusione delle chiese, delle case, dei mulini, delle stalle, ecc…Comunque Licusati fu aggregata al feudo di Camerota, benchè fosse alle dipendenze dirette della Badia. Ecc..”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche quella di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Angelo Gentile, in proposito scriveva che: “Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota.”. Dunque, secondo Angelo Gentile, la “cappella di S. Vito” doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. Come scrive Angello Gentile su un blog in rete, la “cappella” risultava scavata nel tufo e vi si accedeva, dopo breve salita, attraverso un’apertura senza alcuna porta, all’interno si notavano sei nicchie, due a dx, due a sx e due sulla parete di fondo.”. Come ho già scritto in un altro mio saggio sulle cappelle rupestri, S. Vito di Camerota era una grotta scavata nel banco tufaceo e probabilmente un’antica cappella funeraria dove venivano seppelliti i defunti già in epoca paleocristiana. Un sacello. Infatti, Angelo Gentile, in un blog da egli curato scriveva che “alla domanda di cosa poteva essere risposi immediatamente, memore di due esperienze pregresse, una da divulgatore storico e l’altra da storico. Ricordavo, infatti, di aver visto simile struttura a nicchie in occasione di un mio intervento quale guida, richiesta, pro amici di Modena in visita ad Ischia: li accompagnai tra l’altro al Castello aragonese e poi al Convento delle Clarisse ed alla sua chiesa dell’Immacolata, fondato nel 1575 dalla vedova d’Avalos per ospitare le figlie delle famiglie napoletane nobili, destinate a non sposarsi per non disperdere il patrimonio fondiario. Sotto la struttura cristiana potei far visitare agli amici (qualche signora rimase sconvolta) il famoso locale del “putridarium” ovvero scolatoio cioè un luogo appositamente previsto dove i cadaveri delle monache venivano posti, seduti, in nicchie. Al centro della seduta un foro che serviva per il deflusso dei liquidi, raccolti in appositi vasi di argilla, in napoletano “cantarelle”, dal greco “cantharus”. Successivamente le ossa erano raccolte, pulite, esposte al sole per renderle bianche e, finalmente, sepolte negli ossari. Quindi doppia sepoltura a salma ormai essiccata. Il luogo veniva quotidianamente visitato dalle monache per riflettere sulla caducità della vita secondo il detto della Genesi (3,19) “Polvere sei e in polvere tornerai”.

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, nel 1754 in C.O. Camerota fs 4410 pag. 418 possiede 41 territori, più quattro capitali in prestito; istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop. dal santo siciliano decapitato il 15 giugno del 304/5 sul fiume Sele (Ebner III, 19); altre leggende narrano dei miracoli ed esorcismi operati dal giovane santo (M. Mello, 19/24).”.

Nel 1140/1176, Luca della Monica, feudatario di Camerota

Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: Ne fu possessore, molto più tardi, secondo il Giustiniani, un Luca della Monica da Salerno (3).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Il Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A riprova della loro permanenza a Camerota, con illazione arbitraria, nel manoscritto si afferma che “adhuc ad nostra tempora huius cives et saracenicos mores conservant”. G. Antonini, op. cit., vol. I, pag. 412.”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Lorenzo Giustiniani, Dizionario storico-geografico ragionato del regno di Napoli, Napoli, 1797, la voce.”

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 432, in proposito scriveva che: “1140/1176 – La ‘Cronaca di Romualdo’, arcivescovo di Salerno, attesta che l’amministratore locale è Luca della Monica di Salerno (Ciociano, I, p. 55), il quale edifica la cinta muraria e le tre porte d’accesso alla rocca, (Archivio Cavense Cassa H, 12 marzo, Giustiniani, tomo III pag. 47, Ebner III e D’Alessio). I Benedettini e gli Ortodossi, cresciuti in potenza economica, sono in concorrenza tra loro (Guillou 277).”. Il Di Mauro cita il Ciociano. Infatti, Giovanni Ciociano, nel suo “Storie Camerotane”, parlando di Camerota e di Ruggero II nel 1140, pp. 53-54, in proposito scriveva che: “Tra i cittadini elettori degli amministratori dell’Università di Camerota – è feudatario un certo Luca della Monica da Salerno -, si trova Riccardo Florio, gran giustiziere del Regno, nominato da Guglielmo II il Buono, nipote di Ruggero II. Enel 1196 sarà uno dei giudici che processeranno il conte Riccardo della Mandra, imputato di congiura contro il Cancelliere Asclettino.”, aggiungo io “Asclettino”. Dunque, ritornando alla notizia del feudatario di Camerota: Luca della Monica di Salerno, il Di Mauro scriveva che egli era “l’amministratore locale”, mentre il Ciociano scriveva “feudatario“. Il Di Mauro scriveva che Luca della Monica fece edificare la cinta muraria di Camerota e le tre sue porte. Il Di Mauro cita in proposito un documento tratto dall’Archivio Cavense, H, 12 marzo 1140. Il Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli”, tomo III, a p. 47, in proposito scriveva che: “‘Luca della Monica’ di ‘Salerno’ ne fu possessore (I).”. Il Giustiniani, a p. 47, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Cassa H, mazzo 12……”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 586 parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani afferma che Camerota fu anche posseduta da Luca della Monica di Salerno (43).”. Ebner a p. 586, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Cassa H, marzo 12, n….., in Giustiniani cit., ibid.”.

Nel 1144, Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo di Camerota, signore di Corbella

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol . I, a pp. 736-737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva di Florio di Camerota e di Ruggiero di Camerota:  “Prima notizia nel ‘Catalogus Baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de Principato’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio del 1144 nella restituzione da parte di Cosma, igumeno nel monastero di Pattano, della chiesa e del monastero di S. Marina de lo Grasso (località sottostante a Vallo della Lucania) all’abate Falcone di Cava (5). Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169 Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo (Pietro Contardo di S. Mauro Cilento), terre, selve, vigne “in pertinentiis casali Cornu” e in altri luoghi. Trattasi dello stesso Ruggiero che nel 1168 vendette Stabiano all’abate Marino e nove feudi, oliveti e selve siti nel distretto di Cilento (a. 1178) all’abate Benincasa per sedici once d’oro e 800 tarì salernitani (9). Giacomo di Morra, figlio di Errico, signore di parecchi feudi nel Cilento, ebbe poi anche la Baronia di Corbella. Avendo preso parte alla congiura di Capaccio venne poi ucciso con il suo primogenito Goffredo. Un terzo figlio Ruggiero, fu accecato, ma continuò a vivere. Re Manfredi, concesse poi i loro feudi a Filippo Tornello, ma poi Carlo d’Angiò li restituì ai fratelli Giacomo e Ruggiero di Morra.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Catalogus Baronum, ed. E. Jamison cit., Roma, 1972.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ebner, Storia cit., p. 7, n. 41 ed Economia e società cit., I, p. 238, sg.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ne dice Romualdo Guarna, ad a. 1178 a proposito della ribellione dei “rustici” di Faiano. Cfr. Ebner, Economia e società, ma vedi pure pp. 208 e 309.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Catalogus Baronum, p. 439, vedi pure il n. 454.”.  Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (5), postillava che: “(5) I. ABC, XXV, 56, gennaio a. 1144, VII, Agropoli.”.  Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (7), postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (8), postillava che: “(8) I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (9), postillava che: “(9) I, ABC, XXXIV, 22, aprile a. 1172, Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc’, a pp. 238-239, nella sua nota (92), postillando, parlava dei militi e dei feudatari elencati nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamison (…) e, parlando di essi, in proposito a Ruggiero di Camerota, figlio di un Goffredo di Camerota, scriveva che: “Il Ruggiero di Camerota del successivo n. 455, è senza dubbio ‘Roggerius dominus de Camerota’ presente ad Agropoli nel gennaio 1144 – ined., ABC, XXV 56, VII – come mallevadore nell’atto di restituzione da parte dell’igumeno di Pattano, Cosma, di S. Marina de Grasso all’abate di Cava Falcone; lo stesso Ruggiero che – ined. G 50 febbraio a. 1146, X, S. Matteo ‘ad duo flumina – tradidit all’abate Marino di Cava il figliuolo del suo milite Gentecore – ipsum Johannem filium ipsius Gentecore – con tutto ciò che apparteneva al medesimo Giovanni. Il figliuolo Goffredo vendette – a. 1168 – all’abate Marino, Stabiano eben nove feudi alla Marina del Cilento – a. 1172 – all’abate Benincasa. Cfr. pure i nn. 455 – ‘Raul tenuit balium filii Rogerii Camerote’ – , 456 Ebolo di Magliano ecc…”. Dunque, dalle note postillate da Ebner, si apprende che Ruggiero di Camerota era sposato con Emma, i quali avevano un figlio, “Goffredo di Corbella”, risulta da una vendita del 1169 alla Badia di Cava de Tirreni. Pare che questo Ruggiero di Camerota (padre di Goffredo di Corbella), nel 1168 vendette Stabiano all’Abate Marino di Cava. Poi l’Ebner continua il suo racconto su Giacomo Morra e su suo figlio Enrico Morra, che divennero signori di Corbella e che furono uccisi da Federico II di Svevia per aver partecipato alla “Congiura di Capaccio”. Pietro Ebner, nel vol. I, a p. 437, ci parla del vecchio casale di ‘Acquafredda’, un casale forse sulle rive dell’Alento ed oggi scomparso come quello di Corbella, e che l’Ebner dice da non confondere con il casale vicino Maratea in Provincia di Potenza. Ebner a p. 437, in proposito scrive che: “Nell’Archivio Cavense mi è riuscito di reperire finora solo altri quattro documenti, tutti del XII secolo, che riguardano Acquafredda, villaggio che dagli atti cavensi s’induce ubicato nei pressi di Corbella, tra Corno, Musurecle e Pentamina.”. Tutti casali oggi scomparsi dalle mappe. Non sono riuscito  a capire dove fossero. Ebner (…), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737  “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”), parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato ta Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”. Dal punto di vista storiografico, sui Florio di Camerota, la prima citazione in assoluto ci proviene da un manoscritto apocrifo, inedito. Il manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…), un monaco che scrisse questo manoscritto di cui una copia era stata rinvenuta dal Volpicella (…). Luca Mannelli (…), nella sua ‘Lucania sconosciuta’, da cui molto probabilmente il Gatta (…), ha tratto la sua cronaca, ci parla di Camerota e dei Florio. Citato pure dal Laudisio nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”, citava il Mannelli (…), e dall’Antonini (…)

La chiesa di San Juliano (S. Giuliano) a Lentiscosa

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Giuliano a Lentiscosa, cappella nel C.O. del 1754, in Gentile II 91-109, (mc 19 A); etimologia agiotopografica, vedi S. Giuliano.”. Sempre il Di Mauro (….), a p. 377, in proposito scriveva che: “San Giuliano o Santo Juliano o Joliano, a Lentiscosa, nel 1529 in ASS notar Trencia, fs 26, lib. II pag. 127, lib. IV pag. 172, e locale con olivi in C.O. 14-36-67, detto anche La Fontana nel 1766 in Santangelo 208-287; etimo estinto.”. Il Di Mauro citava il “Santangelo”. Si tratta di Rosanna Santangelo (….), e del suo “La società di Lentiscosa nella seconda metà del ‘700 attraverso gli atti del notaio Nicola Granato 1766-1770”– tesi di Laurea anno 1987/88, presso il Museo Vico Palazzo Vargas di Vatolla (Santangelo). Su questa chiesa hanno scritto anche altri autori. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti:…..Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Ecc….. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Ecc…”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“.

La chiesa di “S. Giovanni  de lo Colazone” di Camerota, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti:…….Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Ecc…. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di S. Giovanni, citata nel 1271 in ‘Regis. Perg. Montv.’, vol. III n. 2131; forse si tratta del rudere in (4e) dell’IGM, all’inizio del Collazzone, detto Cappella re San Giuvanniello, v. sopra.”. Proseguendo a p. 282, il Di Mauro scriveva: “Chiesa di San Giovanni de lo Colazone, a Camerota (4e – mc 4A), 179 slm. (Gentile II, 109), il Culazzone o Cullazzone si trova presso il Canale o Vallone delle Fornaci, sul lato opposto alla rupe sulla quale è arroccata Camerota; questa chiesa corrisponde oggi alla Cappella re San Giuvannello, (v.); et. agiot.”. In questo passaggio il Di Mauro cita Angelo. Gentile (….) ed il suo “Exursus storico etc…”, p. 109. Sempre il Di Mauro, a p. 377, in proposito scriveva che: “San Giovanni o San Janne, a Camerota, nel 1528 in ASS notar Trencia, fs 26, lib. I pag. 121,  o San Giovanni di Camerota, come terra incolta e seminatoria nel 1754 paga rendita a San Pietro di Rom in C.O. Campania, pag. 27, sem. in C.P. Camp. 1811 D, 32, e in Romano sul Collazzone; etimo cs., vedi anche Vassalli.”. Di Mauro cita il Vassalli. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 294, in proposito scriveva che: “‘O CULLAZZONE, a Camerota, o Colazone o Culazzone o Lo Collazione, nel 1527 in ASS notar Trencia, fs. 26, lib. I pag. 58, e Collazone nel 1577 in ASS notar F. Greco fs 39 pag. 117,, nel 1754 in C.O. Campania fs 4408 e 4410 pag. 562, e uliveto, macchia seminativo, vigna in C.P Campania 1811 D, 31, e in CPC 1819, 399; è indicato come luogo abitato (Sabatini, 204); (4 e – mc 4A), 211 slm, si trova dopo il Canale sulla costa del monte Grande, di fronte alla rupe sulla quale è arroccata Camerota (Gentile, II, 109); l’etimologia popolare indica la culla o incavo tra le due colline, come per Cullata; ricordo anche il toponimo del Catasto Provvisorio del 1811 ‘Massa col la zone’ (v.), che potrebbe essere un ipercorrettivo amministrativo.”.

Nel 1160, GUGLIELMO (I) di SANSEVERINO, e le nostre terre

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: La Baronia appare, comunque, saldamente costituita nelle mani del figlio di Enrico, Guglielmo I, signore di Sanseverino e Montoro nonchè barone di Cilento, registrato nel ‘Catalogus baronum’ tra i più grandi feudatari del ducato di Puglia; infatti, oltre ad avere alle sue dipendenze un gran numero di suffeudatari, tra cui Florio di Camerota, Guglielmo di Postiglione, Guido di Trentinara, Alfano di ‘Castello ad Mare (Velia) ed Arrabito di Cuccolo, egli stesso era in grado di fornire al Re, in caso di necessità, ben 48 soldati a cavallo e 80 fanti armati (7), là dove il vescovo di Capaccio per i suoi feudi, tra cui Agropoli, poteva inviare, come vedremo, solo 8 cavalieri e 20 inservienti. Creato dal re Guglielmo II Gran giustiziere e Comestabile, fece redigere in favore della Badia di Cava, in qualità di barone di Cilento, due importantissimi documenti, l’uno nel marzo del 1186, l’altro nel marzo dell’anno successivo. Nel primo riconobbe il possesso di questo monastero sui porti di Puzzillo, S. Maria di Gulia, Oliarola, S. Primo e S. Matteo di Duoflumina (8), nel secondo vennero analiticamente descritti i confini e le tenute di tutte le chiese, i monasteri ed i casali posseduti dalla Badia nell’ambito delle pertinenze della Baronia (‘in pertinentiis Cilenti Baronie’)(1). Stando a quanto può dedursi dal contenuto generale di questi due ultimi documenti, al tempo di Guglielmo I Sanseverino aveva cominciato a qualificarsi, in sostituzione di Castellum Cilenti, quale nuovo capoluogo della Baronia, Rocca (…..via, qua itur ad Roccam ipsius Domini Guilielmi; a. 1187)(2).”.

Nel 1188, i Crociati, per la III Crociata in Terra Santa sostavano al monastero di S. Pietro di Licusati e poi si imbarcavano al porto degli Infreschi per Malta

Recentemente, alcuni studiosi locali, hanno riferito due interessantissime notizie che riguardano i due cenobi e monasteri italo-greci di S. Iconio a Camerota e di S. Pietro di Lucasati, dove secondo la notizia, avrebbero sostato i crociati in partenza per la Terra Santa, per la conquista di Gerusalemme.  Oltre alla notizia della partecipazione di Florio di Camerota, con i suoi sottoposti, avesse partecipato alla III Crociata, ai tempi di re Guglielmo II re di Sicilia, detto “il Buono”, fornendo militi, i  cronisti e gli storici locali riportano anche un’altra notizia o una leggenda (?), secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio di S. Cono a Camerota e in quello di S. Pietro a Licusati e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati: “Abbazia o Badia di San Pietro, a Licusati, 303 slm, ora chiesa cimiteriale sita ad est dell’Annunziata, all’inizio della valle che raccoglie le acque di un vallone del Tozzo del Finocchio, del Marabisi e del Vallone Marino. La badia di rito greco, ecc…”, a pp. 233-234, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”. Il Di Mauro riferisce di uno “studioso locale”. Il Di Mauro, dell’interessantissima notizia non cita la fonte bibliografica. La notizia è interessantissima ed andrebbe ulteriormente indagata. Dunque, la notizia riferita dal Di Mauro riguarda i cavalieri crociati e riguarda l’antichissima abbazia benedettina di San Pietro di Licusati. Il Di Mauro, nel riferire la notizia attribuisce la notizia a “documenti dell’Archivio vaticano”. Secondo il Di Mauro, nell’Archivio Segreto Vaticano vi sarebbero dei documenti che riguardano l’Abbazia di S. Pietro a Licusati che “attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta”. Nella storia di Camerota e di Licusati si parla di FLorio di Camerota e delle crociate organizzate per la conquista della Terra Santa. Notizie scarse vi sono che riguardano la prima crociata, quella del 1096. Altre notizie più dettagliate vi sono sulla crociata, la III, che fu organizzata da Guglielmo II detto il Buono. Antonio Capano (…), in un suo saggio su Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 48, del Cap. III, poi ci parla di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca, risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: Fu questo Florio ricco di molti feudi, poichè nella famosa seconda spedizione in Terra Santa sotto Gulielmo il Buono offri per essi sessantatre soldati e cinquanta serventi, come dal ‘Registro’ del P. Borrelli.”. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Anche il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania‘, a p. 412 parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “………………………….

Come però possiamo leggere, l’Antonini (…), a p. 412, della sua ‘Lucania’, parlando di Camerota e dei Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del Borrelli.”. Dunque, l’Antonini sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (il ‘registro’) del Borrelli, il Catalogo dei Baroni pubblicato da Carlo Borrelli (…), nel 1600, parlava di una Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, ma parlava della seconda spedizione e non della terza spedizione ordinata da re Guglielmo II al tempo della spedizione di re Riccardo I d’Inghilterra deto cuor di Leone come invece scriveva Amedeo La Greca (…), nel testo ‘Temi per una Storia di Licusati’. L’Antonini , a p. 412, nelle sue note (I) e (I), citerà la ‘Cronaca’ di Ceccano e non Ruggero d’Hoveden di cui parlerò in seguito. Dunque, l’Antonini (…), ci parla della II Crociata e non della III Crociata a cui partecipò Riccardo I cuor di Leone. Che si sia trattato della II Crociata e non della III Crociata, dove partecipò anche Riccardo I cuor di Leone, riferendosi al catalogo dei Baroni, pubblicato dalla Jamison, lo si rileva anche dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. L’Antonini, cita anche la ‘chronica’ del Falcando (…), Ugo Falcando, di cui parlerò in seguito e cita pure Agostino Inveges (…). Agostino Inveges (…), nel suo  ‘Annali di D. Agostino Inveges’, 1651, a p. 457, per l’anno 1188, racconta che: “Adunque il Re entrò in questa S. lega, e si segnò colla croce; e si daim fede alla Cronica di Sicilia, e al Collenucio appo Bardi (I),  egli fu il primo Prencipe, che comparve in difesa di Terra S. poichè scrivono. Guglielmo fatta una grossa armata tenne netto il mare di Giudea di corsari, che lo travagliavano essendo di gran timore à Greci.”. Dunque Agostino Inveges (…), parlando dell’anno 1188, citava il Collenuccio (…) e il Bardi (…), nella sua nota (I) e postillando scriveva che: “(I) Tomo 3, Chronol. f. 346 234 locis cis. 5 6 7 8 in ‘Chron. apud tomo 3 Italia Sacra, col. 953 apud Sigon. loc. cit. apud Cami. Pellegrin. in hist. Longobar. in Ste… in tomo I, Italia Sacra, col. 471 in ‘Annal Anglor.’ apud Baron. to 12. Anno 1189 n. 14 apud Camil. loc. cit. 12 13 14 hist. Sicardi 3 loc. cit. ecc..”. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrivendo sui Florio, in proposito diceva che: “Florio (Riccardo) di Camerota……Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Dunque anche il Bozza, sosteneva che Florio di Camerota secondo il ‘Catalogo dei Baroni’, fornì 63 militi per la crociata del 1188, la III Crociata in cui re Guglielmo II il buono intervenne in aiuto di re Riccardo I cuor di Leone per la riconquista di Gerusalemme usurpata da Saladino e non come invece scriveva l’Antonini che si trattava della II Crociata, dove re Riccardo cuor di Leone non centrava nulla. E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Camerota fu baronia; della stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato (128).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “Difatti, i Basiliani si erano insediati  fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monasterio si vestì dell’abito dell’Ordine di S. Basilio, dal Bios cit. Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Campagna (…), parlando dell’episodio in cui Florio nel 1177 componeva la commissione che andò in Inghilterra citava anche il vescovo di Capaccio. Vediamo dunque cosa scriveva Giuseppe Volpe (…) che, a p. 122, in proposito scriveva che: “Ben chiara e famosa rese questa terra, al tempo dei normanni, la famiglia ‘Camerota’, detta così per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, cui appartenne quel Florio, Gran Giustiziero di Guglielmo il Buono, ed uno dei giudici, secondo il Falcando ed altri, nella celebre causa del conte Riccardo d’Alcandra, imputato di congiura contro del gran Cancelliere e di altri delitti (5).”. Il Volpe, a p. 123, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Cons. Mannelli, Lucania sconosciuta, M.S., vol. II, pag. 144,145 – Antonini, La Lucania, part. 11, discorso X, pag. 411-412.”. Dunque il Volpe (…) citava il manoscritto (apocrifo) di Luca Mannelli o Mandelli che ivi ho pubblicato le pagine inedite che riguardano Camerota. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota,….Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali etc’, da pp. 168-169, vol. X, ci parla di Florio di Camerota e Lampo di Fasanella:

Di Meo, su Florio, p. 168.PNG

Di Meo, X, p. 169, a. 1150 sui Florio.PNG

(Fig….) Di Meo Alessandro (…), op. cit., pp. 168-169, vol. X, su Florio di Camerota e Lampo di Fasanella

Forse la notizia intorno i crociati che partivano da porto Infreschi per la I o la II o addirittura per la III Crociata, riguarda le notizie su uno dei primi feudatari di Camerota e Lentiscosa, la famiglia Marchese o Marchisio, feudatari di Camerota citati anche nel ‘Catalogus Baronum’ pubblicato da Evelyn Jamison e di cui ho scritto in un mio saggio ivi: “I Marchisio e i Florio”. Infatti,  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo etc’, nel vol. II, a p. 112, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Il Galanti (2)….mentre l’Alfano (3), oltre a dire degli abitanti (829) ricorda anche i feudatari Marchese. Il Giustiniani (4) ubica il villaggio su un colle “non molto lontano dal mare”, attribuendo il casale quale feudo della famiglia Marchese.”. Ebner, a p. 112, vol. II, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Alfano F.M., op. cit., p. 50”, mentre nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, op. cit., V, Napoli, 1802, p. 254.”. Pietro Ebner alla sua nota (12) postillava diversamente la nota bibliografica per il Giustiniani e scriveva che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. VIII, del suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, a pp. 198-199, parlando del Monastero di S. Nazario e, sulla scorta di Jean Mabillon (…), nei suoi ‘Annali Benedettini’ (‘lib. 57′), scriveva anche di Licusati: “Circa lo stesso tempo vi fu edificato quel picciol paese, ed in oggi la detta Abatia serve di parrocchia agli abitanti, e trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro di Roma, colla giurisdizione quasi vescovile, che esercita il Vicario pro tempore non solo su di essa terra, che sulle altre ancora degli Eremiti, Bosco, Cusati, e Sannicola.”.

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(Fig…) Giustiniani (…), vol. VIII, pp. 198-199

Francesco Maria Alfano (…), a p. 121, in proposito a Lentiscosa e a Licusati scriveva che: “‘Lentiscosa’ terra sopra una collina d’aria buona, diocesi di Policastro, un miglio distante dal Mar Tirreno, feudo di Marchese.”.

Nel 1238, Nicola Mariconda dona al fratello Giustino

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “Un documento sicuro è invece l’inedito M 37 dell’Archivio Cavense (21), con il quale Nicola detto Mariconda, donò al proprio fratello Giustino, monaco cavense e priore della chiesa di S. Maria de Dommo di Salerno “integram medietatem” del diritto di pesca di aguglie e delle fosse marine nel tratto Salerno-Palinuro. Del territorio furono feudatari i signori di Pisciotta (v).”. Pietro Ebner scriveva che l’Antonini parlava a p. 154 ma sbagliava perchè è p. 353, I edizione, 1745, nel cap. VII. Sempre l’Ebner a p. 271 nella sua nota (21) postillava che: “(21) I, ABC, M 37, settembre anno 1238, XII, Salerno. Nella chiesa di S. Maria de Dommo, presente l’Abate cavense Leonardo e innanzi al giudice Matteo, Nicola, detto Mariconda, figlio del fu Pietro, pure detto Mariconda, ecc…” :

Ebner, vol. II, p. 271

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 33, nella nota (47) postillava che: “(47) Sul tema delle tonnare cfr. B. Centola, Le città del mare. La pesca con le tonnare in Italia, Avagliano, Cava de’ Tirreni 1999; su quelle di Palinuro cfr. pp. 70-72. L’antichità nell’attività è attestata da un documento cavense del settembre 1238, col quale il salernitano Nicola, detto Mariconda, pentito del suo ingiusto procedere, restituiva al fratello Giustino, monaco cavense, “integram medietem de iure acnum (aguglie) et de foveis marinis, in quibus pisces qui cusi et acus vocantur, capiuntur, ab hoc Salernitanam civitate, usque Palinudum” (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, p. 271, n. 21.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Da un contratto in greco (20) si ha notizia di un fitto delle gabelle di Camerota, Palinuro e Melope per 23 oncie. Il villaggio continuò a subire danni dalle incursioni barbaresche.”. Ebner, a p. 173, nella nota (20) postillava che: “(20) Trinchera, Syllab. membr. ad r. Siclae pertinente, Napoli 1824, I, p. 23. Il contratto è del 22 novembre 1269.”. Credo che Ebner abbia fatto un errore postillando di Francesco Trinchera perchè il testo in questione non è del Trinchera ma è dello Scotti (…), ovvero A.A. Scotti, “Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824”, mentre il testo del Trinchera (….) è “Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae”, Napoli, ed. Cataneo, 1865.

Nel 1269, la Molpa in un documento pubblicato dal Trinchera

Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 190 e ssg. parlando di “Molpa”, nella nota (2) postillava: “.. – in una carta del 29 novembre 1269 (pubblicata in sommario, nel ‘Syllab. mebran. ad r. Siclae pertinent. Napoli, 1824, vol. I, p. 23) io trovo attestata la esistenza di Molpa; poichè vi si dà atto in fitto, per oncie 22, la gabella di Camerota, di Palinuro e di Melopae’.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Da un contratto in greco (20) si ha notizia di un fitto delle gabelle di Camerota, Palinuro e Melope per 23 oncie. Il villaggio continuò a subire danni dalle incursioni barbaresche.”. Ebner, a p. 173, nella nota (20) postillava che: “(20) Trinchera, Syllab. membr. ad r. Siclae pertinente, Napoli 1824, I, p. 23. Il contratto è del 22 novembre 1269.”. Credo che Ebner abbia fatto un errore postillando di Francesco Trinchera perchè il testo in questione non è del Trinchera ma è dello Scotti (…), ovvero A.A. Scotti, “Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824”. Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 33, nella nota (47) postillava che: “(47) Un documento angioino del 29 novembre 1269, del quale abbiamo solo il regesto, ricorda l’aggiudicazione della “Cabellam Camarotae, Melopue (sic), et Palinuri pro uncis auri 22″ (A.A. Scotti), Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824, vol. I, n. 8, p. 23”. Angelo Antonio Scotto, a p. 23, del suo “Syllabus membranarum ad Regiae Siclae Archivum pertinentium”,  a p. 23 riportava il documento n. 8, dove è scritto: “N. 8 – Olim Arca B. Fasciculus 49 N. 5. – 1269 Novembris 29. Indictione 13. Caroli I. anno V. Camarotae – Iohannes Iudex Camerotae, ut uxsequatur mandatum Ursonis Bombae Vicesecreti Principatus, et Terrae Beneventi, quod excribitur post subhastationem, et fideiussionem locat Thomasio de Salerno, et Nicolao Murmurio, Cabellam Camerotae, Molopae, et Palinuri pro unciis auri 22 ponderis generalis. Per Riccardum Notarium Camerotae.”, il cui significato è il seguente:  “Giovanni Giudice di Camerota, per eseguire l’ordine di Ursone Bomba vicesegretario del Principato, e della Terra di Benevento, che è scritto dopo l’asta, e dà in garanzia a Thomasio de Salerno e Nicolaus Murmurius, i capelli di Camerota , Molopa, e Palinuri per once d’oro di peso complessivo 22. Di Riccardo Notaio di Camerota.”

Nel 1295, la tassa pagata dal Monastero di S. Cono di Camerota

Forse non si riferiva al monastero di S. Cono di Camerota, ma a quello di S. Pietro di Licusati, quando Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, parlando del Monastero di S. Cono di Camerota, nella sua nota (51), postillava che: “(51) Del Monastero è pure notizia della tassa in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207. Cfr. P. Batiffol, L’Abbaye de Rossano, Paris, 1891, p. 108, e B. De Montfaucon, Paleografia graeca, Paris, 1708, p. 431, sgg.”. La notizia dovrebbe essere ulteriormente indagata. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo etc…’, a p. 587, parlando dei ‘Monasteri’ di Camerota, nella sua nota (51), cita il Montfaucon de B. (…), ‘Palaeografia graeca’, Paris, 1708, p. 431. Infatti il Montfaucon (…), a p. 431, Lib. VI, in “Ex Diplomate originali RR. PP. S. Basilii”, ci parla del monastero di S. Giovanni a Piro e di S. Cono di Camerota. Il documento parla di Sisto Episcopo, diletto figlio di Francesco Abbate Monastero di Sancti Johannis ecc…Ebner (…), scriveva che del Monastero di S. Cono a Camerota, si aveva notizia sulla “Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis”. Si tratta del ‘Codice Taxarum’ o ‘Taxam’, o ‘Liber Taxam’, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (51), per questa tassa, citava tre testi: citava un testo pubblicato da “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano, 1949, p. 297; poi citava pure il testo di Pierre Batiffol (…) ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Pierre Batiffol (…), nel suo L’Abbaye de Rossano’, nel 1891, pubblicava molti documenti, e nel ‘Cap. III, a p. 108’, scriveva che: “Policastren: Johannes de piro: fl. XL.”. Ebner (…), sulla lettera papale, cita anche il B. De Montfaucon (…), che, nel suo ‘Paleographia graeca’, edito nel 1708, a Parigi, a pp. 431-432, riporta un diploma che riguarda S. Giovanni a Piro. Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Cono di Camerota: “versùs Occidentem, & miliario a Camerotta, versùs Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota confundit Codex Taxar. D. Passionari, dicitque unitam mensae Capitolari Basilica Vaticanae.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Nel 1424, e gli elementi di giudizio su fattori economici dovrebbero essere quanto mai aleatori per le istituzioni religiose, la situazione del monastero sembra più solida fra la stessa comunità civile (126). Il versamento della “decima” in sette tarì, per gli anni 1308-1310, venne effettuato dalla Chiesa di S. Severino di “Camarota” in castro “Cucculi”, mentre, per gli stessi anni, l’intero clero di “Gamarote” effettuò il versamento “in Episcopatu Policastrensi” (127).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (126), postillava che: “(126) Taxae pro communibus servitiis, etc, pag. 183.”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (127), postillava che: “(127) Rationes Decimarum, etc., Campania, cit., nn. 5538 e 6689.”.

Montfaucon, lib. VI, p. 431 e s.

Montfaucon, p. 432

Pietro Ebner,  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 117-121, parlando di Licusati, scriveva che: Il Lubin segnala tra le abbazie di fondazione di monaci greci anche la badia di S. Pietro di Cusati (li Cusati, Licusati).”, come si può vedere nell’immagine sotto tratta da p. 117 del Lubin (…):

lubin-p-117.png

(Figg….) Lubin (…), p. 117

Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati: “Abbatia tit. S. Petri de Cusato, Ord. Premonstratensis, Dioece. Policastrensis, ut refertur in Codice Taxarum Camerae Apost. apud Ughellum. 7. pag. 940 vocatur S. Petri de Licusati, & dari solita est in Commendam; vulgo ‘li Cosati’ Vicus Regni Neapolitani in Provincia Principatus Citerioris dicta, decem pass. mill. Polycastro distans, versus Occidentem, & miliario à Camerota, versus Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota consundit Codex Taxar. D. Pasionariae, dicitque unitam mensae Capitulari, Basilacae Vaticanae.”. Il Lubin (…), sulla scorta del Codice Taxar e dell’Ughelli (…), la chiama ‘Abbatia dal titolo S. Petri de Cusato’. Leggendo l’Ughelli (…), nel vol. VII, a p. 940 (come scrive il Lubin nella sua nota), non troviamo nulla sul monastero ma a p. 663-664, si parla della Diocesi di Capaccio “Caputaquense Episcopi”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 555, parlando del casale di ‘Bosco’, scrive nella sua nota (4), scrive che l’Ughelli (…), vol. VIII, p. 726, scriveva su Bosco e sul Monastero di S. Pietro di Licusati, ma anche in questo caso crediamo che le note dell’Ebner siano errate. Il Lubin (…), sulla scorta del ‘Codice Taxar’ e dell’Ughelli (…), la chiama ‘Abbatia dal titolo S. Cono de Camerota’. Il Lubin (…), nella sua nota (…), scrive che l’Ughelli (…), parla dell’Abbazia di S. Cono di Camerota, nel suo vol. VII, a p. 940. Leggendo l’Ughelli (…), nel vol. VII, a p. 940 (come scrive il Lubin nella sua nota), non troviamo nulla sul monastero ma a p. 663-664, si parla della Diocesi di Capaccio “Caputaquense Episcopi”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 555, parlando del casale di ‘Bosco’, scrive nella sua nota (4), scrive che l’Ughelli (…), vol. VIII, p. 726, scriveva su Bosco e sul Monastero di S. Pietro di Licusati. La notizia dovrebbe essere ulteriormente indagata. Ebner (…), scriveva che del Monastero di S. Cono a Camerota, si aveva notizia sulla “Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis”. Si tratta del ‘Codice Taxarum’ o ‘Taxam’, o ‘Liber Taxam’, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo xvii – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (51), per questa tassa, citava tre testi: citava un testo pubblicato da “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano, 1949, p. 297; poi citava pure il testo di Pierre Batiffol (…) ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Pierre Batiffol (…), nel suo L’Abbaye de Rossano’, nel 1891, pubblicava molti documenti, e nel ‘Cap. III, a p. 108’, scriveva che: “Policastren: Johannes de piro: fl. XL.”. Ebner (…), sulla lettera papale, cita anche il B. De Montfaucon (…), che, nel suo ‘Paleographia graeca’, edito nel 1708, a Parigi, a pp. 431-432, riporta un diploma che riguarda S. Giovanni a Piro. Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Cono di Camerota: “versùs Occidentem, & miliario a Camerotta, versùs Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota confundit Codex Taxar. D. Passionari, dicitque unitam mensae Capitolari Basilica Vaticanae.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Nel 1424, e gli elementi di giudizio su fattori economici dovrebbero essere quanto mai aleatori per le istituzioni religiose, la situazione del monastero sembra più solida fra la stessa comunità civile (126). Il versamento della “decima” in sette tarì, per gli anni 1308-1310, venne effettuato dalla Chiesa di S. Severino di “Camarota” in castro “Cucculi”, mentre, per gli stessi anni, l’intero clero di “Gamarote” effettuò il versamento “in Episcopatu Policastrensi” (127).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (126), postillava che: “(126) Taxae pro communibus servitiis, etc, pag. 183.”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (127), postillava che: “(127) Rationes Decimarum, etc., Campania, cit., nn. 5538 e 6689.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: Camerota fu baronia; dalla stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato normanno (128). Al ripristino di antichi castelli, ordinato da Federico II, la baronia di Camerota fu costretta a contribuire per il rifacimento delle fortezze di Policastro. Con gli Angioini Camerota e Molpa furono aggregate e sottoposte allo stesso barone (129). Contro le invasioni degli Almugaveri erano state rinforzate le torri intorno a Camerota e ripristinato il Castello di S. Severino (130). Ciò nonostante, la cittadina fu invasa, anche se, successivamente, insorse, cacciando gli Aragonesi. ecc..”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (128), postillava che: “(128) Catalogus baronum, in “Cronache e scritti sulla dominazione normanna”, Napoli, 1845. Il regio magistrato Floriano da Camerota, nei primi del 1176, fu inviato in Inghilterra con i Vescovi di Troia e di Capaccio per chiedere la mano di Giovanna ecc..”. Il Campagna, a p. 266, nella sua nota (129), postillava che:  “(129) Reg. Ang., VIII, n. 464.”. Il Campagna, a p. 266, nella sua nota (130), postillava che: “(130) C. Carucci, La provincia di Salerno, etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 267, continuando il suo racconto, scriveva che: “Avvenuta la soppressione dei monasteri, i libri della biblioteca di Camerota furono portati a Policasto, per essere custoditi in quel vescovado (136).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(136) G. Cataldo, Notizie storiche, etc.,  op. cit.”. Con la creazione del Regno normanno di Sicilia nel 1130 tutti i diritti e privilegi della baronia italo-greca di Licusati erano sotto la protezione reale del re a Palermo. Per lungo tempo, l’agente giudiziario del re era Florio di Camerota, un fatto comodo per i monaci. Non si sa se l’abate del monastero era obbligato a fornire cavalleria e fanteria alla corona in tempi di invasione come l’abate del monastero italo-greco di Rofrano. Nel periodo di crisi della dinastia normanna dopo il 1194, l’ordine Premostratense acquistava il monastero e la sua proprietà e diritti per alcuni secoli. Dopo la Riforma Protestante e la Controriforma Cattolica molti vescovi della chiesa romana insistevano sull’uniformità totale di rito e disciplina tanto da arrivare al punto che alcuni vescovi bruciavano pubblicamente i libri liturgici del rito greco come ad esempio a Cuccaro Vetere. L’aristocrazia locale riuscì a smembrare la proprietà dei monaci italo-greci.

Nel 1308-1310, nel ‘Rationes Decimarum Italiae’

Intorno al secolo XIV e su quel periodo (anni 1308-1310), Francesco Barra (…) nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, parlando di Centola, a pp. 70 e s., scriveva che: Assai scarse sono altresì le notizie dei secoli successivi. Dalle ‘Rationes Decimarum’ del 1308-10 risulta che le rendite dell’abbazia ecc…(18) ecc..”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (18) postillava che: “(18) ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’, Città del Vaticano 1942, n. 5536, p. 385.”. Infatti riguardo questo punto il Barra (…), sulla scorta dei due studiosi Laurent e Guillou (…) cita il testo del  ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’La ‘Ratio Decimarum’ era il registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici. Questo registro quindi permette di avere numerose informazioni sia sulle parrocchie, sia sui singoli paesi, contenendo indirettamente dati storici sull’esistenza degli stessi. La fonte ben nota della lista di chiese e di monasteri compilata per la riscossione della decima sessannale su “tutti i redditi e i proventi ecclesiastici” istituita da papa Gregorio X nel 1274, e delle successive decime triennali volute da papa Bonifacio VIII, le cosidette: “Rationes Decimarum”. Nel caso della Camapania ed in particolare della nostra zona, troviamo il registro delle decime tra il 1308 e il 1310, ovvero il secondo volume a cura di Mauro Inguanez ed altri. Anche Nicola Montesano (…), parlando di Torraca e Tortorella così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. Per il testo di Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania’ – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi). I documentI contenuti nel testo a cura di Mauro Inguanez ed altri sono i nn° 6688, 6689, 6690, 6691, che riguardano “XXVII – POLICASTRO”. Infatti, a p. 479 vi è trascritto l’unico foglio rimasto superstite del registro, il foglio n° 250 “In Episcopatu Policastrensi” che si trova custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana con la segnatura di: “Arch. Vat. Collect. 161, f. 250-250v”.

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(Fig….)

Nel 1317, la bolla (lettera) di papa Giovanni XXI indirizzata a Matteo di Camerota, abbate del Monastero di S. Cono a Camerota

Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 410 e ssg. parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “…..e prima vi fu l’altro bastantemente celebrato di Benedettini col titolo di S. Cono, siccome apparisce da una Bolla d’Innocenzo VI. data in Avignone: ‘IV. ‘Idibus Octobris Pontificatos nostri anno II’, ora in Commenda.”. Dunque, l’Antonini, nel 1745, nella sua prima edizione scriveva che a Camerota vi era pure un altro Monastero “bastantemente celebrato di Benedettini col titolo di S. Cono,….”. Dunque, Antonini scriveva che a Camerota prima del monastero dei Cappuccini vi era sorto il più antico e celebrato Monastero Benedettino di S. Cono che, all’epoca sua (anno 1745) era ridotto in Commenda. Scrive sempre l’Antonini che il monastero di S. Cono appare nella bolla del papa Innocenzo IV, antipapa ad Avignone, ‘IV. ‘Idibus Octobris Pontificatos nostri anno II’. Antonini si riferiva ad una lettera di papa Giovanni XXI, del 1317, indirizzata all’abate del Monastero di S. Cono, Matteo di Camerota, il quale era un discendente di Florio di Caerota. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, sulla chiesa di S. Vito, scriveva solo che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”. Dunque, in questo passo Ebner ci informa che la “chiesa” “di cui alla lettera di papa Giovanni XXI” si trovava poco più giù del castello. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 583-584, dove scriveva che: “Nel 1317 da una lettera di Papa Giovanni XXI, è notizia dell’abate del monastero di S. Cono e di un discendente di Florio, Matteo di Camerota (v. oltre).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 162-163, parlava dell’Abate di S. Cono, “Matheo di Camerota” e in proposito scriveva che: Di un abate del monastero di S. Cono è notizia nel 1317, quando papa Giovanni XXI, nel secondo anno del suo pontificato, concesse ad Avignone al “dilecto filio” Matteo di Camerota, discendente del giustiziere Florio, signore di Corbella, il possesso della chiesa di S. Vito di Camerota (v.) fondata dalla locale università e la cui provvista era pertinenza papale.”. Ebner (…), riferendosi alla lettera o bolla di papa Giovanni XXI, del 1317, in cui si evince di “Matteo di Camerota” (forse un discendente di Florio di Camerota, signore di Corbella) e, Abbate nel 1317 dell’Abbazia benedettina di S. Cono di Camerota che, avrebbe avuto: “il possesso della chiesa di S. Vito di Camerota (v.) fondata dalla locale università”. In questo passaggio, Ebner riferisce la notizia della bolla papale e di un abbate dell’Abbazia di S. Cono a cui scrisse il pontefice da Avignone, Giovanni XXI, nel secondo anno del suo pontificato. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, parlando dei “Monasteri’ di Camerota, in proposito scriveva che: “Il Mandelli (50) segnala la lettera di papa Giovanni XXI all’abate del monastero di S. Cono, di cui deve essersi perduta ogni traccia se il Laurent e il Guillou non ne hanno fatto cenno (51).”. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Mandelli, ms., cit., II, f. 145.”. Ebner (…), a p. 587, vol. I, parlando dei ‘Monasteri’ di Camerota, nella sua nota (51), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), postillava la trascrizione della lettera di papa Giovanni XXI: “(51) “Joannes episcopus, servus servorum Dei, dilectis filijs Abbati Mon. S. Coni de Camerota Policastrensis Dioc. ac…de Pisciotta, et … de Cuccaro Capuaque Dioc. Ecclesiasiarum Archipresbiteris sal. et ap. benedictionem Laudabile testimonium, quod dilecto filio Matheo de Camerota dicto Policastrensis diecesis de vita perhibetur, et moribus Nos inducunt etc.”. Ebner però non ha dato i riferimenti bibliografici del testo di M.H. Laurent e A. Guillou, dove ancora non ho trovato la citazione di cui parla l’Ebner. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Mandelli, ms., cit., II, f. 145.”. Il sacerdote Giuseppe Volpe (…), a p. 123, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Cons. Mannelli, Lucania sconosciuta, M.S., vol. II, pag. 144,145 – Antonini, La Lucania, part. 11, discorso X, pag. 411-412.”. Luca Mannelli (…), o Mandelli (come scriveva Ebner), ‘Lucania sconosciuta’, è un manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Nel manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’, di Luca Mannnelli, troviamo accenni alla storia di Camerota. Luca Mandelli (…), nel suo manoscritto sulla ‘Lucania sconosciuta’, a p. 46r, scrivevendo di Camerota, riferiva che: “Dicevano che questa famiglia, sino la 1385, fusse nella B……, poichè Giovanni XXI. conferì un beneficio a Matteo di Camerota nel secondo Anno del suo Pontificato standosi in Avignone, come dalla Bulla in cui si legge. (vedi anche nota (51) di Ebner a p. 587): dilectis filijs Abbati Monasteri S. Coni de Camerota Policastrensis Diocesis ac de Pisciotta, et de Cuccaro, Capuaque Dioc. Ecclesiasiarum Archipresbiteris sal. et ap. benedictionem Laudabile testimonium, quod dilecto filio Matheo de Camerota dicto Policastrensis diecesis de vita perhibetur, et moribus Nos inducunt etc.”.

Ebner (…) si riferiva al manoscritto dell’agostiniano Luca Mandelli (…) e, del suo manoscritto ‘Lucania sconosciuta’, di cui, ivi, ho pubblicato le pagine inedite del manoscritto che riguardano il Golfo di Policastro, in un altro nostro scritto. Dunque, secondo Pietro Ebner (…), a Camerota, vi era una chiesetta dedicata a S. Vito, sita in contrada S. Vito, fatta costruire da Matteo di Camerota (un discendente di Florio), su concessione di papa Giovanni XXI, che nel 1317, da Avignone, scriveva una lettera all’Abbate del monastero di S. Cono di Camerota, lettera citata nel manoscritto apocrifo, attribuito a Luca Mannelli o Mandelli (…) e che, in seguito è stata rintracciata dal Laurent e Guillou (…). La trascrizione del passo della lettera del 1317, di papa Giovanni XXI riportata da Ebner, non mi pare tratta dal M.H. Laurent e A. Guillou (…), che pure ne annenano, ma è riportata nel manoscritto di Luca Mannelli (…), nel fol. 46r (retro). Pietro Ebner, nella sua nota (51) a p. 587, sebbene citasse i due studiosi Laurent e Guillou (…), non dice altro in proposito. Ebner scriveva che della chiesa di S. Vito di Camerota, ne parlava oltre.

Riguardo l’opera citata da Ebner (…), di M.H. Laurent e A. Guillou (…), si tratta del testo ‘Le, ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960, dove i due studiosi hanno parlato del monastero di S. Cono nell’opera in cui pubblicarono i resoconti o i Verbali della visita apostolica di Atanasio Calceopilo. Devo pure precisare che papa Giovanni XXI è stato il 187º papa della Chiesa cattolica dal 1276 alla morte e, siccome la lettera o la bolla citata dal Mannelli è del 1317, non si può trattare di papa Giovanni XXI. Pietro Ebner, cita una lettera di papa Giovanni XXI, che da Avignone indirizzò all’Abate del monastero di S. Cono a Camerota. La notizia è estremamente importante per la storia di Camerota e non solo. Nutriamo dei dubbi su papa Giovanni XXI. Infatti, faccio notare che, papa Giovanni XXI, morì a Viterbo il 20 maggio 1277 e, non è stato mai ad Avignone. Nel Regno di Napoli, regnava Roberto D’Angiò. Credo che il Mannelli (…), si riferisca a papa Giovanni XXII, che effettivamente esercitò il suo papato ad Avignone e morì il 4 dicembre 1334. Ebbe tre nipoti Cardinali, creati da lui stesso, tra cui Giacomo De Via. E’ molto probabile che il Mannelli (…) si riferisca a papa Giovanni XXII, che è stato il 196° papa della Chiesa cattolica dal 7 agosto 1316 alla morte. Infatti, la sede papale di Papa Giovanni XXII, fu Avignone dove morì il 4 dicembre 1334. Ebbe tre nipoti cardinali, creati da lui stesso, tra cui il Cardinale Giacomo de Via (…), creato cardinali nel concistoro del 17 dicembre 1316 e, di cui ci parla anche il Di Luccia (…), nel suo trattato sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Credo che la bolla papale del 1317, abbia relazione indiretta con il Cardinale de Via o de Vivo che ebbe un ruolo al monastero di S. Giovanni a Piro.

Nel 1317, la bolla di papa Giovanni XXI, da Avignone all’Abate di S. Cono di Camerota

Riferendoci alla sua nota (49), Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 162-163, parlava dell’Abate di S. Cono, “Matheo di Camerota” e in proposito scriveva che: Di un abate del monastero di S. Cono è notizia nel 1317, quando papa Giovanni XXI, nel secondo anno del suo pontificato, concesse ad Avignone al “dilecto filio” Matteo di Camerota, discendente del giustiziere Florio, signore di Corbella, il possesso della chiesa di S. Vito di Camerota (v.) fondata dalla locale università e la cui provvista era pertinenza papale.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, scriveva che: “Il Mandelli (50) segnala la lettera di papa Giovanni XXI all’abate del monastero di S. Cono, di cui deve essersi perduta ogni traccia se il Laurent e il Guillou non ne hanno fatto cenno (51).”. Ebner però non ha dato i riferimenti bibliografici del testo di M.H. Laurent e A. Guillou, dove ancora non ho trovato la citazione di cui parla l’Ebner. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Mandelli, ms., cit., II, f. 145.”. Ebner (…) si riferiva al manoscritto dell’agostiniano Luca Mandelli (…) e, del suo manoscritto ‘Lucania sconosciuta’, di cui, ivi, ho pubblicato le pagine inedite del manoscritto che riguardano il Golfo di Policastro, in un altro nostro scritto.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

Luca Mannelli (…), o Mandelli (come scriveva Ebner), ‘Lucania sconosciuta’, è un manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Nel manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’, di Luca Mannnelli, troviamo accenni alla storia di Camerota e, come scriveva Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587: “Il Mandelli (50) segnala la lettera di papa Giovanni XXI all’abate del monastero di S. Cono.”. Luca Mandelli (…), nel suo manoscritto sulla ‘Lucania sconosciuta’, a p. 46r, scrivevendo di Camerota, riferiva che: “Dicevano che questa famiglia, sino la 1385, fusse nella B……, poichè Giovanni XXI. conferì un beneficio a Matteo di Camerota nel secondo Anno del suo Pontificato standosi in Avignone, come dalla Bulla in cui si legge. (vedi anche nota (51) di Ebner a p. 587): dilectis filijs Abbati Monasteri S. Coni de Camerota Policastrensis Diocesis ac        de Pisciotta, et de Cuccaro, Capuaque Dioc. Ecclesiasiarum Archipresbiteris sal. et ap. benedictionem Laudabile testimonium, quod dilecto filio Matheo de Camerota dicto Policastrensis diecesis de vita perhibetur, et moribus Nos inducunt etc.”.

1-rit[2]

(Fig….) Luca Mannelli (…), ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto, dove si parla di Camerota e dei Florio, p. 46r.

Riguardo la chiesa di S. Vito a Camerota, fondata da Matteo di Camerota, discendente del giustiziere Florio (…), ha scritto Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 583-584, dove scriveva che: “Nel 1317 da una lettera di Papa Giovanni XXI, è notizia dell’abate del monastero di S. Cono e di un discendente di Florio, Matteo di Camerota (v. oltre).”. Ebner (…), a p. 586, scriveva che: “Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più in giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, ecc…”. Dunque, secondo Pietro Ebner (…), a Camerota, vi era una chiesetta dedicata a S. Vito, sita in contrada S. Vito, fatta costruire da Matteo di Camerota (un discendente di Florio), su concessione di papa Giovanni XXI, che nel 1317, da Avignone, scriveva una lettera all’Abbate del monastero di S. Cono di Camerota, lettera citata nel manoscritto apocrifo, attribuito a Luca Mannelli o Mandelli (…) e che, in seguito è stata rintracciata dal Laurent e Guillou (…). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, parlando dei “Monasteri’ di Camerota, in proposito scriveva che: “Sul monastero di S. Conore (49), comunemente detto di S. Cono, quanto ho detto innanzi cap. V, 5. Il monastero Italo-greco venne visitato dall’archimandrita Atanasio Calkeopilo nel 1458. Il Mandelli (50) segnala la lettera di papa Giovanni XXI all’abate del monastero di S. Cono, di cui deve essersi perduta ogni traccia se il Laurent e il Guillou non ne hanno fatto cenno (51).”. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Mandelli, ms., cit., II, f. 145.”. Ebner (…), a p. 587, vol. I, parlando dei ‘Monasteri’ di Camerota, nella sua nota (51), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), postillava la trascrizione della lettera di papa Giovanni XXI: “(51) “Joannes episcopus, servus servorum Dei, dilectis filijs Abbati Mon. S. Coni de Camerota Policastrensis Dioc. ac…de Pisciotta, et … de Cuccaro Capuaque Dioc. Ecclesiasiarum Archipresbiteris sal. et ap. benedictionem Laudabile testimonium, quod dilecto filio Matheo de Camerota dicto Policastrensis diecesis de vita perhibetur, et moribus Nos inducunt etc.”. La trascrizione del passo della lettera del 1317, di papa Giovanni XXI riportata da Ebner, non mi pare tratta dal M.H. Laurent e A. Guillou (…), che pure ne accennano, ma è riportata nel manoscritto di Luca Mannelli (…), nel fol. 46r (retro). Pietro Ebner, nella sua nota (51) a p. 587, sebbene citasse i due studiosi Laurent e Guillou (…), non dice altro in proposito. Ebner scriveva che della chiesa di S. Vito di Camerota, ne parlava oltre. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, sulla chiesa di S. Vito, scriveva solo che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”. Riguardo l’opera citata da Ebner (…), di M.H. Laurent e A. Guillou (…), si tratta del testo ‘Le, ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960, dove i due studiosi hanno parlato del monastero di S. Cono nell’opera in cui pubblicarono i resoconti o i Verbali della visita apostolica di Atanasio Calceopilo. Devo pure precisare che papa Giovanni XXI è stato il 187º papa della Chiesa cattolica dal 1276 alla morte e, siccome la lettera o la bolla citata dal Mannelli è del 1317, non si può trattare di papa Giovanni XXI. Pietro Ebner, cita una lettera di papa Giovanni XXI, che da Avignone indirizzò all’Abate del monastero di S. Cono a Camerota. La notizia è estremamente importante per la storia di Camerota e non solo. Nutriamo dei dubbi su papa Giovanni XXI. Infatti, faccio notare che, papa Giovanni XXI, morì a Viterbo il 20 maggio 1277 e, non è stato mai ad Avignone. Nel Regno di Napoli, regnava Roberto D’Angiò. Credo che il Mannelli (…), si riferisca a papa Giovanni XXII, che effettivamente esercitò il suo papato ad Avignone e morì il 4 dicembre 1334. Ebbe tre nipoti Cardinali, creati da lui stesso, tra cui Giacomo De Via. E’ molto probabile che il Mannelli (…) si riferisca a papa Giovanni XXII, che è stato il 196° papa della Chiesa cattolica dal 7 agosto 1316 alla morte. Infatti, la sede papale di Papa Giovanni XXII, fu Avignone dove morì il 4 dicembre 1334. Ebbe tre nipoti cardinali, creati da lui stesso, tra cui il Cardinale Giacomo de Via (…), creato cardinali nel concistoro del 17 dicembre 1316 e, di cui ci parla anche il Di Luccia (…), nel suo trattato sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Credo che la bolla papale del 1317, abbia relazione indiretta con il Cardinale de Via che ebbe un ruolo al monastero di S. Giovanni a Piro. Troviamo un Giacomo De Via (e non De Vio), nel 1565, quando, come scrive Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Ferdinando Palazzo (…), sempre a pp. 110-111, riferendosi sempre alla “Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, compilata nel 1565 da Giacomo De Vio, nominato Procuratore della Badia, scriveva pure che l’avesse vista e consultata in casa della famiglia Carboni-Viviani di Bosco. Forse si riferiva a questo papa, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 205, parlando di Ademaro o Ademario, Romano, di Scalea, il cui mauseleo marmoreo, che porta la data del 1343, viene attribuita a scuola di Tino da Camaino (32), citava papa Giovanni XXII e, in proposito scriveva che:  “In un regesto di papa Giovanni XXII, 17 gennaio 1317, “Ademarum Romanorum de Scalea” è ricordato come viceamiratum Regni Sicilie”, sotto re Roberto (33). In documenti vaticani, viene sempre indicato “de Scalea”, e tenuto per “dilectum filium” da papa Giovanni, che, con regesto dell’11 gennaio 1330, gli concesse il diritto di patronato sulla cappella di S. Giovanni Battista, annessa alla chiesa di S. Nicola in Plateis (34).”. Il Campagna, nella sua nota (33), postillava che: “(33) F. Russo, Regesto Vaticano, etc, op. cit. I, p. 245.”. Il Campagna, nella sua nota (33), postillava che: “(34) F. Russo, Regesto Vaticano, op. cit., I, p. 388.”.

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…) che, a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, riferendosi al monastero di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva anche che: “Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco monastero di S. Demetrio Corone versava 33 fiorini e mezzo (40); volle infine passare al rito latino, cosa che venne accordata da papa Sisto IV nel 1473 (41), per poi….. “. Biagio Cappelli, a p. 312, nella sua nota (39), postillava che “(39) T. Minisci (…), Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, p. 147;  M.H. Laurent – A. Guillou, op. cit., pp. 60 s.; 245 s.; 265.”. Biagio Cappelli, a p. 312, nella sua nota (40), postillava che (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), nella sua nota (39), citando il Minisci (…) e M.H. Laurent e A. Guillou (…) e, nella sua nota (40), citando il Batiffol (…), si riferiva all’antico monastero di S. Giovanni a Piro (…) e non a S. Cono di Camerota.  Dunque, il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (…), scriveva che a Camerota vi era un rudere di una chiesa triabsidata, denominata dalla gente del posto S. Iconio.

Infatti, Teodoro Minisci (…), nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, a p. 147, scriveva in proposito che la Visita apostolica di Atanasio toccò anche il monastero di “76. S. Cono di Camerota ….nella diocesi di Anglona.”. Riguardo l’antico monastero di S. Cono di Camerota, già nel 1891, Pierre Batiffol (…), nel suo (…) ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’, a p. 107, scriveva che non figurava nel: “Liste des monasteres basiliens de l’Italie meridionale (1) XV ssiecle” e, nella sua nota (1), postillava che: “Monasteres portes au ‘Liber taxarum S.R.E.’,”, ovvero che esso non figurava nei monasteri della Diocesi di Anglona nel ‘Liber Taxarum’ (…). Il Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI. Il Batiffol scrive che detta lista è contenuta nel ‘Codice Vaticano Latino 9239′ che è quello a cui si è rifatto L’Hoberg (…), consultabile alla Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 162-163, parlando dei “Monasteri e chiese ricettizie”, in proposito scriveva che: La commissione apostolica giunse al monastero di S. Cono, proveniente da Centola, il 20 marzo trovando nel cenobio soltanto il monaco Roberto, dell’Ordine degli eremiti di S. Agostino, il quale aveva acquistato i frutti del monastero per cinque anni dall’abate Giovanni, del vicino centro di San Severino “cum sua femina” (f. 135v);”. Una notizia simile ma che riguarda una bolla di papa Innocenzo VI, del 1354 è tratta dal Laudisio. Questa notizia è simile a quella del Mannelli, in quanto si dice, sia per papa Giovanni XXII che per papa Innocenzo VI, le due bolle sono state emesse, “nel suo secondo anno di pontificato”.

Nel 1353, la bolla del 9 gennaio di papa Innocenzo VI da Avignone a ‘S. Coni de Camerota’

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484):

Russo F., p. 463, n. 7272

Nel documento n. 7272 del 9 gennaio 1353, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362), scritto ad Avignone (sede papale) è scritto che: “Nicolaum de Camerota confirmat in abbatem monasterii S. Coni de Camerota, O.S.Bas., Polycastren. dioc., vac. per translationem Nicolai, olim abbatis eiusd. monasterii S. Coni, ad Archimandritam monasterii S. Adriani, eiusdem Ord., Rossanem. dioc. “Dat. Avignone, quarto idus januarii anno primo”.”, che tradotto è: “Nicola di Camerota abbate del monastero di S. Cono di Camerota conferma anche questo del monastero di San Nicola, O.S.Bas., Polycastren. Diocesi., Vacante con il trasferimento di Nicola, abate di quel tempo. del monastero di S. del cono, al archimandrita del monastero di S. Adriano, dello stesso Ord., Rossano. Diocesi Datato Avignone, il primo giorno di gennaio dell’anno.. Il Russo postillava che il documento in questione si trova in: “Reg. Vat. 219, f. 57, ep. 17; Reg. Vat. 244, f. 215, ep. 14; ‘Fontes Iuris Orient.’, S. III, vol. X, p. 1.”. Riguardo la bolla papale di papa Innocenzo IV, emanata ad Avignone è stata citata anche da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che. “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria *.“.

Nel 1353, la bolla del 3 aprile di papa Innocenzo VI da Avignone a S. Coni de Camerota

Russo F., p. 465, n. 7299

Nel documento n. 7299 del 3 aprile 1353, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362), scritto ad Avignone (sede Papale) è scritto che: “Policastren. et Bisinianem episcopis ac Abbati monasterii Laurent., Policastren. dioc. Pro-visionem monasterii S. Coni de Camerota, O.S. Bas., Policastren. dioc., vivente adhuc abbate eiusdem, Clemens papa VI Sedi Apostolice reservavit. Mortuo ultimo eiusdem monasterii abbate, Pontifix Nicolaum eidem monasterio praefecit. Sed conventus monachorum eum recipere recusat; quapropter eis mandat ut eum recipere recusat; quapropter eis mandat ut eum inducant in corporalem possessionem dicti monasterii et inductum defendant.” “Dat. Avignone, tertio nonas aprilis Pont. n.ri anno primo”. “Dutum fel. rec. Clemens”, che tradotto è: “Policastren. vescovi, e l’abate del monastero e Bisignano Laurent., Policastren. Diocesi. Per il monastero di Saint-Cono circa il Camerota, Ordine di S. Basilio, Policastren. Diocesi, durante la vita di abate di papa Clemente VI  Sede Apostolica magazzino. Dopo la morte del abate del monastero, l’ultimo capitolo della stessa, pontifice Nicola, un monastero del governo allo stesso. Tuttavia, l’assemblea dei monaci per ricevere rifiuta Per questo motivo a loro, li istruì di riportarlo nega; Per questo motivo a loro, li incaricato di condurre, in possesso del corpo del detto monastero, e sono stati approvati da lui per difendere la fedeEgli dà. Avignone, celebrato aprile Pont. n.ri primo anno. veleno Dutùr. Rec. Clemente VI”. Il Russo (…) a p. 468 postillava che il documento in questione si trova in: “…………………..

Nel 1355, la bolla del 15 ottobre di papa Innocenzo VI da Avignone per S. Coni de Camerota

Russo F., p. 478, n. 7431

Nel documento n. 7431 del 15 ottobre 1355, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362) è scritto che: “Supplicat….frater Nicolaus, archimandrita monateri S. Adriani, O.S.Bas., Rossanen. Rogerii de Camerota, presbytero Polycastren. dioc., de archipresbyteratu de Camerota aucoritate ordinaria factas, dignemini autoritate apostolica confirmare. – Fiat”.”. Questo documento del 15 ottobre 1355, contenuto nel regesto Vaticano di papa Innocenzo VI, si parla di un Rogerii de Camerota. Il Russo postillava che il documento in questione si trova in: “Reg. Suppl. 28, f. 232v; ‘Fontes Iuris Orient., S. III, vol. X, 123.”.

Nel 12 ottobre 1354, papa Innocenzo VI e la sua bolla di Avignone con la quale unisce alcuni monasteri e abbazie, tra cui quella di S. Giovanni a Piro alla basilica (Liberiana) di S. Maria Maggiore di Roma

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che. “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria *.“. Il Laudisio (…), riferisce che l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Cono a Camerota, è citato nella bolla papale del 12 ottobre 1354, che fu emanata ad Avignone, allora sede papale, da papa Innocenzo VI. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 46 (vedi p. 99, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro ecc….”. Secondo il Laudisio (…)(si veda la versione del Visconti), papa Innocenzo VI, nella sua bolla del 12 ottobre 1354, emessa il secondo anno del suo pontificato che iniziò nel 1352, si citava il monastero di S. Cono di Camerota. Innocenzo VI, è stato il 199º papa della chiesa cattolica dal 1352 alla morte (all’epoca della cattività avignonese). La stessa notizia la riporta Gaetano Porfirio (…) che, a p. 539, in proposito scriveva pure che: “…..non che le già menzionate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima dipoi divenne di patronato e collazione regia. Nè men degna è di ricordanza è quella benedettina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio IV unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2).”. Il Porfirio (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Concil. Trident. Sess. 24, cap. 18, ‘de Reformat.”. Dunque, il Laudisio ed il Porfirio, dicevano che la Badia basiliana di S. Cono a Camerota, unitamente a quella di S. Giovanni a Piro, furono unite alla Basilica Liberiana da papa Innocenzo VI, nel 12 ottobre 1354. Per Basilica Liberiana si intende la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore” o “basilica Liberiana”. È la sola basilica di Roma ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana, sia pure arricchita da successive aggiunte. Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia. Ecc…”. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana.

Porfirio, p. 539 (in D'Avino)

(Fig…) Porfirio Gaetano (….), op. cit., p. 539

Dunque, il Porfirio (…), anche sulla scorta del Laudisio (…) scriveva che alcuni monasteri e Abbazie del Golfo di Policastro, nel 1354, con la bolla papale di Innocenzo VI emessa ad Avignone, questi monasteri tra cui quello di S. Giovanni a Piro venivano uniti alla “Basilica Liberiana. Cosa era la basilica Liberiana ?. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore” o “basilica Liberiana”. La notizia è interessantissima ma è strana in quanto vedremo in seguito che, nel 1354 il Monastero di San Giovanni a Piro insieme a quello di San Cono a Camerota vennero uniti alla Basilica Vaticana detta “Liberiana”. Il sacerdote Gaetano Porfirio ci parla di papa Innocenzo VI e di una sua bolla del 13 ottobre 1354. Secondo la notizia riferita dal Porfirio, con la bolla di Avignone del 12 ottobre 1354, papa Innocenzo VI univa alcuni monasteri italo-greci o di origine basiliana sorti sulla nostra terra alla ex “Basilica Liberiana” che, ai suoi tempi era la Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma. Il Porfirio scriveva che: “non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia…”. Dunque, il Porfirio scriveva che le Abbazie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di San Giovanni a Piro venivano unite alla Basilica Liberiana. Il Porfirio scriveva pure che l’ultima ovvero l’Abbazia di San Giovanni a Piro in seguito diventò “patronato e collazione regia”. Innocenzo VI, nato Étienne Aubert è stato il 199º papa della Chiesa Cattolica dal 1352 alla morte (all’epoca della cattività avignonese), avvenuta il  Morì il 12 settembre 1362 e il suo successore fu papa Urbano V. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana.

Nel 1459, la lite tra Sigismondo di Sangro e Giacomo Morra

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”, p. 86, in proposito scriveva che: “Già all’epoca della signoria dei Morra i rapporti dei feudatari con i vassalli non risultarono sempre felici, come pure non mancarono controversie, giurisdizinali e di confini, con i feudatari vicini. Abbiamo ad esempio notizia di una controversia insorta nel 1459 tra Sigismondo de Sangro, barone di S. Sergio, e Giacomo Morra, barone di Sanseverino, a proposito di alcuni abitanti di S. Sergio che desideravano trasferirsi a Centola (20).”. Il Barra, a p. 86, nella nota (20) postillava che: “(20) “Atti del magnifico Gismondo de Sangro, possessore del casale di Sergio (sic), con lo magnifico Iacomo Morra, possessore della Terra di Sanseverino, e casale di Camerota, sopra la petizione di certi vassalli che habiano da rehabitare nel detto casale di Centola – 1459″ (ASN, Processi antichi della Sommaria, f 72, n. 5731).”.

Nel 1458, la visita apostolica di Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos)

Gli Atti delle visite apostoliche di Attanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci).

Liber visitationis, ff...., S. Cono di Camerota.PNG

(Fig….) Codice Vaticano Latino n. 149, ‘Liber Visitationis’ (…), f. 135 r. e f. 136 v. (inedito), il Verbale della visita apostolica al monastero di S. Cono di Camerota.

Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominare Atanasio Calkeopilo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Riguardo i diari e i documeni provenienti dalla visita apostolica del Calkeopilo, può essere utile dare uno sguardo ai documenti raccolti da Pietro Menniti (…), nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (…). Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”.

Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Dipendeva attraverso un archimandrita direttamente da Roma per le cose ecclesiastiche e dal duca di Salerno e dal re per le cose civili. Silvano Borsari, nel suo ‘Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI) (…), a p. 85-86, riferendosi alle biblioteche possedute dai tanti monasteri italo-greci del Mezzogiorno d’Italia, scriveva che:  “Gli inventari delle biblioteche cominciano a diventare numerosi con il XV secolo. Un gruppo compatto è contenuto nel ‘Liber visitationis’ dell’archimandrita Atanasio Calceopilo, dell’anno 1457 (36), in cui sono riportati gli inventari di tutte le biblioteche monastiche basiliane della Calabria, della Basilicata meridionale e del Cilento meridionale, esclusa quella di S. Maria del Patir, e delle quali quindi noi possiamo conoscere la consistenza in un’epoca anteriore alle grandi spoliazioni avvenute nel XVI secolo (37).”. Il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monasteri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominare Atanasio Calkeopilo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Riguardo i diari e i documeni provenienti dalla visita apostolica del Calkeopilo, può essere utile dare uno sguardo ai documenti raccolti da Pietro Menniti (…), nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (…). Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”. Il Breccia (…), sulla scorta del “resoconto” della visita apostolica del 1457 di Atanasio Calceopoulos, scrive che si può dedurre la condizione di abbandono di tantissimi monasteri basiliani dell’Italia meridionale. La visita della Commissione Apostolica ai Monasteri dell’Ordine di S. Basilio, ancora esistenti nel Mezzogiorno d’Italia, riveste un carattere di particolare rilievo ed importanza anche perchè grazie ad essa, subito dopo, molti monasteri furono Commendati, come ad esempio quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dove,  nel 1462, fu istituita la Commenda affidata al Cardinale Bessarione che a sua volta lo affidò in Commenda al grande umanista Teodoro Gaza, che la tenne fino alla morte, sopraggiunta nel 1475. Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di S. Cono di Camerota era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio. Secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 162-163, parlando dei “Monasteri e chiese ricettizie”, in proposito scriveva che: La commissione apostolica giunse al monastero di S. Cono, proveniente da Centola, il 20 marzo trovando nel cenobio soltanto il monaco Roberto, dell’Ordine degli eremiti di S. Agostino, il quale aveva acquistato i frutti del monastero per cinque anni dall’abate Giovanni, del vicino centro di San Severino “cum sua femina” (f. 135v);”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Gli Atti delle visite apostoliche di Atanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopilo ad alcune Abbazie del nostro territorio. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124), anche se dalla relazione della visita di Chalkèopoulos (1457-1458) (125) il monastero di S. Cono risulta essere in uno stato di degradazione assoluta.. Il Campagna (…), a p. 264, nella sua nota (125), postillava che: “(125) Le “Liber Visitationis”, etc, pgg. 159-160 e 262.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…) che, a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, diceva che il Monastero di S. Cono di Camerota era detto: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro…. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;…”. Biagio Cappelli, a p……, nella sua nota (39), postillava che “(39) T. Minisci (…), p. 147…”. Il Cappelli (…), nella sua nota (39), si riferiva al monaco T. Minisci (…), ed al suo: ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’ e si riferiva a Pierre Batiffol (…), nel suo ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;..”. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’.

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(…) Minisci T., Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Attanasio)

L’Ebner (…), nella sua Economia e società nel Cilento medievale, a p. 496, su alcune notizie su Rofrano ed il suo Cenobio: ….nel 1458 dal visitatore apostolico dei monasteri basiliani, archimandrita, Atanasio Calceopilo, che visitò gli altri cenobi (S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano).”. Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “Come si è detto, promossa dal Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, il pontefiche Callisto III (1455-1464) ordinò la visita ai monasteri italo-greci dell’Italia Meridionale (16) Il visitatore, archimandata Atanasio Calkeopoli, accompagnato dall’archimandata Macario e dal notaio Carlo Feadaci, iniziò le sante ‘Visitationes’ da Reggio (1 otobre 1457) concludendole piuttosto drammaticamente a Pattano il 5 aprile 1458. Proveniente dal monastero di S. Elia di Carbone (13 marzo 1458), la commissione apostolica giunse a Centola il 18 marzo. Ecc..”.

75 – LA VISITA APOSTOLICA AL MONASTERO DI S. CONO A CAMEROTA

Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;…”. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci). Teodoro Minisci (…), nel 1951, nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, parlava della visita apostolica ordinata da papa Callisto III e, a p. 141, scriveva che “I) I monasteri visitati dal Calceopilo nel 1457 assommano a 73 nelle varie diocesi calabresi, (di cui 17 nella sola diocesi di Reggio), più di 3 nella Diocesi di Anglona-Tursi e due in quella di Policastro.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124), anche se dalla relazione della visita di Chalkèopoulos (1457-1458) (125) il monastero di S. Cono risulta essere in uno stato di degradazione assoluta.”. Il Campagna (…), a p. 264, nella sua nota (125), postillava che: “(125) Le “Liber Visitationis”, etc, pgg. 159-160 e 262.”. Dunque, il Campagna, ci fa notare che il Laurent e Guillou (…), parlano del monastero di S. Cono, a pp. 159-160 e a p. 262, nel loro testo dedicato a Le Liber Visitationis di Atanasio. Pietro Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di San Cono di Camerota era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, pubblicava il Verbale o resoconto redatto dalla Commissione, proveniente dalla visita effettuata al Monastero di SS. Elia di Carbone, giunse al monastero di S. Maria di Centola il 18 marzo 1458, il 20 marzo 1458, in occasione della visita apostolica al “Monasterium Sancti Coni de Camerota.” :

Ebner, vol. I, pp. 162.PNG

(Fig…) Verbale della ‘visitationis’ di Athanasio, trascritta e tratta da Ebner (…), vol. I, p. 162

“in quo invenimus bona introscripta: tetravangilon unum valde pulcrum et miniatum cum glosis circumquaque Grisostomi, quem assignavimus Matheo civi Camerote; in dono ecclesie: mineum septembris et octubris, item pars triodii, item profitico unum; item mitria cum crocea, frontale…”

Secondo il resoconto e il Verbale della Visita apostolica, la Commissione, visitò il Monastero di S. Cono a Camerota, il 20 marzo 1458. Il Minisci (…), continuando il suo racconto, scriveva a p. 147 che: “76. S. Cono di Camerota nella Diocesi di Anglona, mentre il 77. S. Giovanni a Piro e 78. S. Maria di Pactano (?), nella Diocesi di Policastro.”. In occasione della visita al Monastero di San Cono a Camerota, la Commissione apostolica, vi trovò solo un monaco, Roberto, appartenente all’ordine degli Eremitani.

indice, fine

(Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite apostoliche di Atanasio Calkeopilo ai Monasteri italo-greci della ‘Lucania’ della Diocesi di ‘Anglona’ (nn. 73-74-75) e, della Diocesi di Policastro (nn. 76-77).

L’abate di S. Cono di Camerota aveva lasciato il monastero e viveva cum sua femina nella vicina Sanseverino. Nonostante avesse retto l’abbazia da oltre vent’anni, non aveva fatto nulla per preservarne il patrimonio, anzi aveva contribuito in maniera determinante e depauperarlo, cedendone le rendite ad un frate agostiniano in cambio di un censo del tutto inadeguato. Intratteneva relazioni con diverse donne del posto, dalle quali aveva avuto anche numerosi figli. Dopo aver scacciato tutti i monaci dall’abbazia vi aveva convissuto a lungo con la sua concubina. Officiava raramente e aveva distrutto tutti i codici greci del cenobio. Era arrivato persino a ferire con il coltello due uomini e a farsi sorprendere in chiesa con una donna.

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 398-399 parlando della visita apostolica del 1458 e sulla scorta dei Verbali redatti dall’Archimandrita Atanasio Calkeopuolos, in occasione della visita, in proposito scriveva che: “; l’altro di S. Cono, del quale rimangono le rovine tra i monti di Camerota ed il mare di Palinuro, era in possesso di quattro codici compreso un Evangeliario che destò l’ammirazione dei visitatori.”.

Liber visitationis, ff...., S. Cono di Camerota

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “75 S. Coni de Cameroto” (di Camerota), tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 135 r. e f. 136 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

S. Coni de Cameroto, f. 135 r.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “75 S. Coni de Cameroto” (di Camerota), tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 135 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

S. Cono, f. 136 v..PNG

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “75 S. Coni de Cameroto” (di Camerota), tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 136 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN)

Nel 1532, Sigismondo de Sangro ed i casali di Molpa e Pisciotta

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 83 e s., in proposito scriveva che: “Diverse furono le vicende feudali della Molpa. Dopo vari passaggi di mano, Gianalfonso de Sangro vendè nel 1516 il feudo a Giannicola Origlia, per poi ritornare per ragioni ereditarie ai de Sangro, signori di Camerota (9). Sequestrato nel 1528, il feudo fu concesso a un dignitario fiammingo di Carlo V,  Stefano Croppen (10). Nel 1539 i de Sangro vendettero per 9600 ducati la Molpa e Pisciotta al nobile italo-spagnolo Ferrante Bisbal, il quale aveva effettuato l’acquisto per conto di suo nipote Antonio Caracciolo.”. Il Barra, a p. 83, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. ‘L’Historia dell’Illustrissima Famiglia Di Sangro scritta dal Signor Filippo Campanile’, nella Stamperia di Tarquinio Longo, Napoli 1615, pp. 66-67.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1532 il re investì Sigismondo di Sangro, per la morte del padre Alfonso, dei suddetti casali, con tutti i loro diritti, giurisdizioni, mero e misto imperio e cognizione delle prime cause. Il compilatore dei Quinternioni (5) tenne a segnalare che i predetti casali vivevano “iure Langobardorum”. Nel ‘Cedolario’ Capizzo, Casaletto e Centola risultavano tassati per l’adoa a Ippolita di Sangro (6).”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Quint. 4, f 268: ‘cum omnibus eorum iuribus, et iurisdictionibus, mero etc. cognitione primarum causarum et cum integro eorum statu in quibus vivitur iure Longobardorum”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (6) postillava che: “(6) Il Cedulare (f 50 e 16) Adohae taxatur Ippolita de Sangro pro Casaletto Capizzo et Centula.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (7) postillava che: “(7) Quint., 30, f 248”.

Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Ecc…”.

Nel 1602, il monastero dei padri Cappuccini a Camerota

Costruito sulla collinetta del rione San Vito a Camerota, è un complesso monastico formato da trenta vani fra celle per i frati e ambienti come il refettorio e la sala, si sviluppa su due piani con quattro corridoi. Al centro è sito il piccolo chiostro con il pozzo. Al lato nord è annessa la chiesa. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 410 e ssg. ci parla di Camerota ed in proposito scriveva che: “Vi è un ragguardevole Monistero di Cappuccini con copiosa scelta libraria, e prima vi fu…….. Sul monastero dei Padri Cappuccini a Camerota ha scritto il sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, ecc…”. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: “….Fu costruito, con l’annessa chiesa di S. Francesco d’Assisi nel 1602, e contribuì, come si legge dall’epigrafe che qui sotto riportiamo, con proprio danaro, alle spese della fondazione, il marchese Orazio, effigiato, assieme alla moglie Lucrezia Capece Bozzuto Carafa, in un quadro del pittore Ippolito Borghese, datato 1619, e posto alle spalle dell’altare maggiore…..In detto convento v’era, dice l’Antonini, una ricca e scelta libreria, dispersa nell’epoca francese. Allontanati i monaci in detta epoca, vi ritornarono sotto i Borboni.”. Dunque, l’ex monastero dei Cappuccini è stata la sede del Municipio di Camerota. Secondo Onofrio Pasanisi, il monastero di padri Cappuccini fu costruito a Camerota nel 1602. Ad esso fu annessa la chiesa di S. Francesco d’Assisi. Sempre secondo il Pasanisi, nel 1602, contribuì alla sua fondazione il Marchese Orazio Marchese che resta effigiato insieme a sua moglie Lucrezia Capece Bozzuto Carafa, in un dipinto del 1619 del pittore Ippolito Borghese, posto alle spalle dell’altare maggiore della chiesa di S. Francesco d’Assisi. Le coronache ci parlano del 1602. Annesso al convento dei padri Cappuccini vi era l’ospedale. E’ proprio la presenza dell’ospedale che ci fa ritenere che l’origine del luogo sia molto più antico e che questo luogo risalga in origine al XII secolo. Sul monastero dei padri Cappuccini a Camerota, da un blog sulla rete apprendiamo che: “Il feudatario di Camerota, Orazio Marchese e la moglie, donna Lucrezia Capece Bozzuto Carafa, contribuiscono alla fondazione, nel 1602, del convento e della chiesa di San Francesco d’ Assisi. La prima comunità cappuccina, che, piantata la croce di legno nel sagrato, prende possesso religioso del luogo, è formata dai padri: Sisto da Bollita Nova Siri, frate guardiano, Michele da Vallo della Lucania, Daniele da Spinosa, Francesco da Massa, Ippolito da Licusati. E da tre frati cercatori, i quali chiedono l’elemosina due volte a settimana. La biblioteca ricca di pregevoli volumi, donati, per testamento, da mons. Giacinto Camillo Materdei, vescovo di Policastro Bussentino, dal 1696 al 1705.”. Dunque, nel blog si elencano diversi monaci alcuni dei quali provenienti dalla vicina Licusati dove vi era l’antica Abbazia di S. Pietro. Sulla biblioteca ha scritto pure Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 267, in proposito scriveva che: “Avvenuta la soppressione dei monasteri, i libri della biblioteca di Camerota furono portati a Policasto, per essere custoditi in quel vescovado (136).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(136) G. Cataldo, Notizie storiche, etc.,  op. cit.”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, inedito dattilografato in mio possesso, del 1973, in proposito scriveva che: “…………………..”. Angelo Gentile, in proposito scriveva che: “Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota.”. Dunque, secondo Angelo Gentile, nella “cappella di S. Vito a Camerota” vi doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Il monastero dei padri Cappuccini a Camerota doveva sorgere su di un “terrazzamento” posto non lontano ed al di sopra della “cappella di S. Vito”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. Il terrazzamento soprastante la ‘cappella di S. Vito’, in contrada S. Vito, dove nel 1602 fu eretto il Monastero dei padri Cappuccini a Camerota. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Nel 1818 la badia di S. Pietro di Licusati fu messa alla dipendenza del vescovo di Policastro. La metà dei beni passò al Comune di Camerota in seguito alla divisione dei demani.”. Concetta Restaino (….), in un suo saggio in “Visibile Latente- Il Patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro”, recentemente pubblicato per i tipi di Donzelli, a p. 76 e ssg. parlando del Polittico di Ippolito Borghese del 1619, commissionatogli da Orazio Marchese e la moglie, in proposito scriveva che: “Il Convento era stato fondato nel 1602 dai padri Sisto da Bollita di Nova Siri e Stefano di Camerota, provinciale dei cappuccini lucani, con l’aiuto finanziario dei feudatari Orazio Marchese e della moglie Donna Lucrezia Capece Bozzuto Carafa. Padre Stefano risulta fondatore anche di altri monasteri cappuccini, nonchè autore, nel 1599, di una relazione sullo stato dei conventi dell’intero ordine cappuccino, dalla quale risulta che esso contava nella provincia lucana ben 26 istituti, ecc…Una lapide, oggi posta davanti all’altare del Crocifisso, ricorda la fondazione del convento da parte dei feudatari nel 1602, i denari erogati per la costruzione dell’edificio e per l’esecuzione dell’ancona dell’altare maggiore, la successiva erezione di una cappella di famiglia nel 1715, ecc..”. La Restaino però, sebbene ci parli del Polittico del 1619 di Ippolito Borghese e dell’edificio costruito nel 1602, non dice nulla sul luogo dove questo Monastero e questa chiesa fu costruita nel 1602. La Restaino ci parla dei fondatori del luogo e dell’edificio. Si tratta dei due padri Cappuccini, Sisto da Bollita di Nova Siri e Stefano di Camerota. Il monastero dei Padri Cappuccini a Camerota, nel 1806 fu soppresso con il Decreto di Giuseppe Bonaparte – al tempo dell’assedio a Camerota da parte dei francesi – con decreti di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat (7 agosto 1809), fu riaperto nel 1818 per diretta richiesta – rivolta a re Ferdinando IV di Borbone – del sindaco pro-tempore di Camerota, Tommaso Cusati. Nel 1949, l’edificio fu occupato da un convento di monache francescane, che conducono ancora oggi una scuola materna e che, in seguito al terremoto dell’80 è stato oggetto di opere di consolidamento e di ristrutturazione condotte dalla Soprintendenza ai Beni Culturali di Salerno. Oggi, un’altra ala del convento è adibita ad Archivio Storico del Comune di Camerota. Nella chiesa vi era un polittico che fu restaurato con il contributo del Touring Club Italiano.

La ricca biblioteca del monastero dei Cappuccini a Camerota

Secondo le cronache del tempo e il blog consultato sulla rete, nell’ex monastero prima e poi convento delle monache francescane, vi è ancora conservata una “biblioteca ricca di pregevoli volumi, donati, per testamento, da mons. Giacinto Camillo Materdei, vescovo di Policastro Bussentino, dal 1696 al 1705.”. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 410 e ssg. ci parla di Camerota ed in proposito scriveva che: “Vi è un ragguardevole Monistero di Cappuccini con copiosa scelta libraria, ….”. Dunque, l’Antonini, nel 1745, nella sua prima edizione scriveva che a Camerota vi era un importante Monastero di Cappuccini, nel quale vi era una biblioteca ricca di libri. Sulla ricca biblioteca ha scritto anche Costantino Gatta (….), nel 1723, nel suo “Lucania illustrata”. Costantino Gatta (….), “Memorie storiche topografiche della Provincia di Lucania – opera postuma messa in luce dal figlio Giuseppe Gatta”, Napoli, 1743 parlando di “Marcelliana”, a p…… leggiamo che: “………………………..”. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie Topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, pubblicato nel 1743 per i tipi di Muzio a Napoli, parte III, cap. IV, a pp. 292-293, in proposito scriveva che: “Nel Monistero de’ Cappuccini, fabbricato in amenissimo sito, donde godonsi le vaghe prospettive del Mare, de’ Seni, e Promontorj, vi è una ricca Libreria, colma di dotti, ed eruditi Volumi, depositati quivi da vaj Letterati, spezialmente da Monsignor ‘Maradei’.”. Mons. Maradei fu uno dei Vescovi di Policastro.

Gatta, p. 292, sul monastero di Licusati

(Fig…) Gatta, op. cit., p…..

Giacinto Camillo Maradei (Laino, febbraio 1639 – Torre Orsaia, 2 settembre 1705) è stato un vescovo cattolico italiano, fu vescovo di Policastro. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 86 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “XLII. Giacinto Camillo Maradei, di Lavinio, nominato vescovo di Policastro nel 1696,…..Con un lascito testamentario donò la sua magnifica biblioteca al convento dei cappuccini di Camerota.”.Dunque, secondo il Laudisio la ricca biblioteca del monastero dei cappuccini a Camerota fu rimpinguata nel 1705 dal vescovo Maradei. Dunque, stando alle parole del Laudisio, ancora nel 1705, ai tempi di Maradei la ricca e antica biblioteca del “coenobio” dei cappuccini fu arricchita dalla biblioteca personale del Maradei.

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, nel 1975, a p. 174, scriveva in proposito che: “Nell’VIII secolo, ad ovest di Camerota, a circa due chilometri, esisteva un monastero dei Basiliani, dedicato a S. Cono (4).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 174, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Cessata la vita di quel Cenobio, i beni passarono al seminario di Policastro. Dopo l’abolizione della feudalità, nel decennio francese, metà di quei beni furono dati al Comune di Camerota che ne vantava gli usi civici. Con la soppressione, anche i Cappuccini dovettero sloggiare da Camerota e la ricca biblioteca, almeno quello che di essa era avanzato in seguito al saccheggio dei Francesi, fu portata al seminario di Policastro.”. Dunque, nel 1705, con lascito testamentario il Convento dei Cappuccini, di Camerota, arricchiva la sua bella biblioteca di dotti volumi.

La bolla di papa Pio IX

Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, dove ci parla della Diocesi di Policastro. Il Cappelletti (…), a p. 362, scriveva che il papa Pio IX, spinto dalla lettera di Re Ferrante d’Aragona, formò la nuova Diocesi di Capaccio-Vallo, ed a Vallo, fissò il nuovo Episcopio del Vescovo. Camerota (“Camarotta”) e la sua chiesa, fu associata alla Diocesi di Capaccio-Vallo che fu assegnata al Vescovo di Diano.

Cappelletti, p. 362

(Fig…) Cappelletti (…), p. 362

Bernardino Rota, nella sua I ‘Metamorfosi’

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 580 parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Bernardino Rota (3) scrisse del luogo nel I delle sue ‘Metamorfosi’, immaginando che Camerota, amata da Palinuro non corrisposto, fosse stata mutata in scoglio da Venere.”. Ebner a p. 580, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il poeta la dedicò al locale feudatario Placido di Sangro, ricordando anche l’assalto da parte dei corsari ai tempi di Carlo V. Cfr. Antonini, cit. I, p. 410. ‘Non dum forte parat scopulo, discedere, late obriguit? (….) voluit quoque, Cypris, ut alto / Aggere te paulum post temporis advena pubes / Cingeret, atque tuo dictam de nomine terram / Incoleret, populusque praedonibus esca.”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel cap. …, a p. 410, in proposito scriveva che: “‘Bernardino Rota’ innamorato di questo paese, ne fece la sua I Metamorfosi ‘Camerota’ intitololla, indirizzandola a Placido di Sangro, allora Signore del Luogo. La finse amata da Palinuro, e per poca corrispondenza al medesimo, cangiata da Venere in scoglio. ‘Nan dum forte parat scopulo, discedere, late Obriguit’, quindi abitata da sovragiunti forestieri…….volut quoque, Cypris, ut alto / Aggere te paulum post temporis advena pubes / Cingeret, atque tuo dictam de nomine terram / Incoleret, populusque praedonibus esca’; riguardando quest’ultime parole al danno fattovi da’ Corsari a tempo di Carlo V. che quantità di gente schiava ne portarono.”. L’Antonini, a p. 410, nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo capitolo X parlando sempre di Centola, cita Bernardino Rota (…), che la citava spesso per i suoi vini. L’Antonini (…), postillava di Bernardino Rota (…), a proposito dell’altro luogo vicino la ‘Molpa’, che si chiamava Trivento: “Bernardino Rota, pratichissimo, ed innamorato di questi luoghi…..atque imo clamat Triventus ab antro.”. Antonini (…), scriveva che i vini di Centola erano citati da Andrea Baccio (…), nella sua “historia naturale vini, lib. 5″. Antonini (…), a p. 367, continuando il suo racconto sulla città di Molpa, scriveva che ne aveva parlato anche Bernardino Rota (…): “‘Bernardino Rota, nella sua I. Metamorfosi, scherzando chiamolla Molpis.”. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a p. 15, in proposito scriveva che: “La ninfa Camerota rifiuta l’amore di Palinuro e Venere adirata la trasforma in sasso. Invenzione del letterato napoletano Bernardino Rota, che, nel “Metamorphoseon Liber”, filtra la dolente umanità del nocchiere virgiliano, attraverso il petrarchismo cinquecentesco dell’amante non rianimato. Orgoglioso don Placido de Sangro, il potente amico del Rota, dell’origine divina del suo feudo: Camerota eccc.”. Berardino (o Bernardino) Rota (Napoli, 1509 – Napoli, 26 dicembre 1574) è stato un poeta italiano. Nel 1543 sposò Porzia Capece; la coppia cinque figli maschi e due femmine. Porzia morì di parto nel 1559. Alla moglie dedicò alcuni i sonetti. Con la morte senza eredi dei fratelli maggiori divenne erede dei titoli nobiliari della famiglia. Negli ultimi anni soffriva di gotta. Fece un testamento nel novembre del 1574, in cui c’era un lascito per il Monte di pietà, da destinare ai poveri. Fu sepolto nella chiesa di San Domenico Maggiore. Bernardino Rota (….), nei suoi versi attinge da “leggende” del luogo ed anche in parte da eventi storici. Per esempio la leggenda di “Palinuro” nocchiero di Enea nel’“Eneide” di Virgilio. Le opere di Bernardino (Berardino) Rota, di nobile antica famiglia napoletana, fu cavaliere dell’Ordine di San Jacopo. Le opere poetiche di Bernardino Rota, che consistono in Epigrammi, Elegie, Selve, ovvero Metamorfosi, e Nenie, tutto in latino, ed in ‘Sonetti, Canzoni ed Egloghie Pescatorie’, in italiano, furono raccolte ed impresse a Venezia, pel Giolito, 1567 in 8° indi ristampate a Napoli, 1572, in 4°: edizioni entrambe rare, specialmente la seconda, ch’è bellissima, ma più completa di tutte è quella di Napoli, 1726, vol. 2° in 8°, con varie note di Scipione Ammirato. Nicolò Toppi (….), nel suo “Biblioteca etc…”, vol. III, a p……, in proposito scriveva che: “BERNARDINO ROTA, gentiluomo napoletano……: diede alla luce in Latino: ‘Carmina ab ipso edita. Elegiarum lib. 3. Epigrammatum liber. Sylvarum, seu Metamorphoseon liber. Nania, quae nuncupatur Portia Neap. apud Josephum Cacchium 1572, in 4.. Nella scelta delle Rime di diversi Signori Napolitani nel 1556, in Ven. in 8. etc…”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig. 1 (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(…) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

(…) (Figg. 1) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888; Tip. Buona Stampa, 1888, Cimitile (Archivio Storico Attanasio).

(…) Il Cappelli (…), a p. 45, riguardo il monastero di S. Pietro di Camerota (di Licusati, dico io), parlando del viaggio e dell’arrivo nel nostro territorio di Nicola (S. Nilo) e, parlando del Cenobio basiliano di S. Nazario, scriveva in proposito che: “l’odierno villaggio di S. Nazario…, dopo essere stato il cenobio unito all’abbazia di S. Pietro di Camerota (38). E come nell’autunno del medioevo il villaggio è uno dei casali del castello di Cuccaro, feudo di uno dei rami della potente famiglia dei Sanseverino (39), ecc…”. Il Cappelli, nella sua nota (38), a p. 52, postillava che: “(38) V. per l’ultima affermazione P.M. Baumund, Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385.”Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79, apprendiamo che in un non precisato periodo, il duca di Camerota, di cui non si indica il nome, fa delle donazioni alla chiesa di Camerota e le dota di alcuni beni e dipendenze: “Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”. A p. 79, si riporta la foto della Grotta di San Biagio (ricavata in una grotta), sita ad est di Camerota; l’ingresso della chiesa chiuso con un cancello.”. Ebner (…), in proposito scriveva che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche S. Giovanni di Camerota, Grangia della Badia di S. Pietro di Licasati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Pietro Ebner,  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 117-121, parlando di Licusati, scriveva che: Il Lubin segnala tra le abbazie di fondazione di monaci greci anche la badia di S. Pietro di Cusati (li Cusati, Licusati).”.

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(Figg….) Lubin (…), p. 117

Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Cono di Camerota: “versùs Occidentem, & miliario a Camerotta, versùs Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota confundit Codex Taxar. D. Passionari, dicitque unitam mensae Capitolari Basilica Vaticanae.”. Dunque, il Lubin (…), scriveva che l’ “Abbatia di S. Petri de Licosato”, era sita ad occidente ed a un miglio da “Camerotta” (Camerota), unito alla mensa del Capitolo della Cappella Sistina. Del monastero di S. Pietro di Camerota o di Licusati, ho già parlato ivi in un altro mio saggio.

(…) Baumund P.M., Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385

(…) Lenormant Francois, La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant, Vol. I, Cosenza, ed. ‘Casa del Libro’, dott. Gustavo Brenner, 1961 (citato da Gay J., op. cit., a p. 270, si veda p. 308 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Card. de Luca G.B., Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21; si tratta del testo: “Adnotationes ad Concilium Tridentinum”. Il Laudisio (…), ed il Porfirio, postillavano che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca, nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Nacque a Venosa nel 1614 discendente della nobile famiglia dei conti di Chieti: studiò a Salerno e all’Università di Napoli, dove si addottorò in legge; apprezzato giureconsulto e canonista, esercitò la pratica forense prima a Napoli e poi a Roma, dove abbracciò lo stato ecclesiastico e venne nominato da papa Innocenzo XI uditore del Sommo Pontefice e segretario dei Memoriali (1676). Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684)

(…) (Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Calkeopilo (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite ai Monasteri italo-greci visitati (Archivio Storico Attanasio). Il codice manoscritto originale (Ms. Lat. 149), si trova conservato presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (la Biblioteca dell’Abbazia di S. Nilo a Grottaferrata). Recentemente, ho fatto richiesta della fotoriproduzione digitale del  Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos, conservato alla Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata e mi è stato inviato l’intero diario di viaggio scansito in pdf (file digitale), in bianco e nero:  “Egregio Prof. Francesco Attanasio, Le invio, come da accordi telefonici, la copia in pdf del manoscritto Lat. 149 (Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos). Mi dispiace che le immagini siano in bianco e nero ma è l’unica forma di digitalizzazione in possesso della Biblioteca. Spero di essere stata utile alla sua ricerca e la saluto distintamente. Lorella Masciangioli Assistente Amministrativo Gestionale Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata”Nel 1457, Atanasio Chalkéopoulos, studioso di monaco greco vissuto in Italia sotto la protezione del cardinale Bessarione, che è stato nominato abate di Sainte-Marie-du-Patir (nei pressi di Rossano), è stato commissionato da Callisto III ispezionare sessanta diciotto monasteri basiliani in Calabria e Campania, che in qualche modo sono sopravvissuti l’antico rito greco, vestigia della presenza bizantina sostituito nel XI secolo dal dominio normanno. Così, quattro anni dopo la caduta di Costantinopoli – ■ da dove la sua famiglia ha avuto origine – Chalkéopoulos avrebbe dovuto fare il punto del monachesimo greco in Italia meridionale, la valutazione di un altro declino, che non poteva contenere qui, il assalto dei turchi, ma principalmente per la lontananza di Bisanzio e mento grignote- esercitata dal mezzo “latino” – ■ perché c’era molto sinistra del greco calabrese in queste dure e spesso analfabeti che ha composto la del numero di monasteri basiliani. Il nostro “visitatore” noi non comunicare i sentimenti che riusciva a liberarsi durante la sua missione, ma si stabilisce con coscienza obiettività 1 “stato” di quello che trova: beni mobili ed immobili, il reddito di ogni casa, caratteristiche morali e spirituali di hegumen e monaci (quando presenti); in ogni caso, prescrive le misure da adottare per correggere la situazione, o (più raramente) esorta i religiosi esaminati a perseverare nel modo giusto. Gli “atti” della visita sono conservati oggi nel manoscritto 816 del-Italiano Greco Abbazia di Grottaferrata, vicino a Roma, e questo volume fornisce un’edizione annotata davvero esemplare. Jean Bayet ci dice, in una prefazione suggestiva, il testo è stato segnalato per André Guillou, ora segretario della Scuola Francese di Roma, da padre Rev. M. -H. Laurent, Scriptor in Vaticano. Il signor Guillou ha assunto l’arduo compito di trascrivere il documento, ed è sufficiente dare un’occhiata alle tavole III e IV per avere un’idea delle difficoltà che ha spettacoli sublimi di umanità. Antigone non lo supera. Si potranno apprezzare al Signor Pierre Tisset così come Miss Lanhers per avere l’accesso facilitato a questo famoso processo e speriamo che la pubblicazione del processo di riabilitazione e di quelli dei volumi annunciati, che contiene l’annotazione di storia e traduzione, non aspettare troppo a lungo. Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominarlo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Pietro Ebner, nelle sue note (17) e (18), di p….., postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata.”. Biagio Cappelli (…), parlando della visita apostolica di Athanasio Calkeopilo, un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Dunque il Cappelli (…), scrive che le ‘Liber visitationis’ di Atanasio non si trova contenuto nel codice ‘Z D XII’ come scrive l’Ebner ma vuole che il codice fosse “I D. III. 12” conservato all’Abbazia italo-greca di Grottaferrata (vicino Tuscolo). La Treccani, riguardo la visita apostolica ai monasteri del Calkeopilo, scriveva che il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…).

(…) M.H. Laurent – A. Guillou, Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89)

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Pietro Ebner (…), nella sua nota (51), a p. 587, del vol. I, scriveva che la notizia tratta dal ‘Codice Taxarum’, stà in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207. Il Batiffol (…), a p. 107, presentava la lista dei monasteri basiliani dell’Italia meridionale del XV secolo, citati nel ‘Liber Taxarum S.R.E.’. Il Batiffol scrive che detta lista è contenuta nel ‘Codice Vaticano Latino 9239′ che è quello a cui si è rifatto L’Hoberg (…), consultabile alla Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma.

(…) Hoberg …., Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(…) Mercati G., ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, stà in ‘Studi e Testi’ 68, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Minisci T., Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Storico Attanasio).

(…) Anastasi Bibliotecarii, De Vitis Romanorum Pontificum a B. Petro Apostolo, ad Nicolaum I. Romae, Salvioni, M DCC XVIII in 4.

(…) Bernino Domenico, L’Historia di tutte l’Heresie descritta da Domenico Bernino, Roma, Stamperia Bernabò, 1719 (Archivio Storico Attanasio), si veda vol. II, secolo 8, pag. 399 (noi però abbiamo trovato il paragrafo che parla di Papa Paolo I, nel vol. II, secolo VIII, p. 191).

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

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(…) Borsari Silvano, Monasteri bizantini dell’Italia Meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2, 1 e 16; si veda pure: Borsari S., Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanne, Napoli, Sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1963 (Archivio Storico Attanasio), si veda cap. II, pp. 69-70, nota (183), parla di un documento del 1065.

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(…) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395.

Batiffol,

(…) Batiffol Pierre, L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane, Paris 1891, pp. 40-41; stà anche in in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1951 (Archivio Storico Attanasio)

(…) De Montfaucon B., Paleographia graeca, Paris, 1708, si veda p. 431 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Attanasio)

Martire Domenico

(…) Martire Domenico, La Calabria Sacra e Profana, Cosenza, 1877, s. I, pp. 150 e s.

d'avino-porfirio

(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848,  a p. 538

(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, si veda p. 97 sull’Abazia di S. Maria di Centula a Centola ecc…

(…) Troccoli C., Montesacro antichissimo santuario basiliano, ed. Laurenziana, Napoli, 1986 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

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(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Attanasio)

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(…) De Rosa Gabriele, Vescovi popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174 (Archivio Storico Attanasio)

Di Luccia

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (…) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(…) Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominare Atanasio Calkeopilo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Della visita Apostolica del 1457, di Atanasio Calceopulo si sono occupati i due studiosi Laurent – Guillou (…), in ‘Liber Visitationis’, che ad esempio il Breccia (…), cita per un documento proveniente dall’Abazia di San Giovanni a Piro, oggi nel: “(68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” (vedi immagine da noi pubblicata) e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Riguardo i diari e i documeni provenienti dalla visita apostolica del Calkeopilo, può essere utile dare uno sguardo ai documenti raccolti da Pietro Menniti (…), nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (…). Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”.

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Bernino Domenico, Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino, Roma, 1709

(…) Delahaye M., Synax Costantinopolitani della Vergine, (scrive Ebner a p. 587, vol. I) si veda col. 511, 5 marzo: “ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron. Martire 4 marzo, col. 509: O aghios.”.

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio Attanasio)

(…) De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, 1974, si veda I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(…) (Fig….) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (16) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (…), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata “La Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine” (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (…), op. cit., oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, op. cit. (4), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (4), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Sul manoscritto di Mannelli, abbiamo pubblicato ivi lo studio: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli”, dove abbiamo pubblicato tutte le pagine del manoscritto originale conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, recentemente acquisiti nel nostro Archivio. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v. 

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(…) Beguinot Corrado, Il Cilento, problemi urbanistici, 

(…) Cilento Nicola, Le incursioni saraceniche in Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, …….; dello stesso autore si veda pure: ‘I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X’ – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.

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(…) Carucci Carlo, La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato, Storia diplomatica, Subiaco, ed. Tipografia dei Monasteri, 1934 XII (Archivio Storico Attanasio)

(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’, ed. G. Caldo, Napoli, 1964, p. 7; dello stesso autore si veda pure: ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ITEA, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, a. XII (1951), 1-4, pp. 93-108; dello stesso autore si veda pure: ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro’, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, IV, 1934 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Abbate Paolo, Cenobi italo-greci e paesi del Basso Cilento, ed. Palladio, Salerno, giugno 1999 (Archivio Attanasio)

(…) D’Auria A., L’omicidio di mons. Marchese dei feudatari di Camerota, stà in “Annali Cilentani”, a. XIII, n. 2, Luglio-Dicembre 2001, pp. 179-208 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’ ( a cura di A. La Greca, A. Capano, D. Chieffallo, G. Chirichiello), ed. Cento di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2013, p. 42 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Giovanelli Germano (Ieromano), ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (…), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Padre Germano Giovanelli G., Vita di S. Bartolomeo juniore, IV egumeno e cofondatore di Grottaferrata, ed. Badia Greca di Grottaferrata, Scuola Tip. Italo-Orientale ‘S. Nilo’, Grottaferrata, 1962, no. 25 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955).

(…) Cardinale Sirleti (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Il Sirleti (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177 (vedi nota (51), di Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’.

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della Memoria, luoghi e leggende, ed. ‘Centro di Promozione Culturale per il Cilento’, Acciaroli, 2007, p. 234 (Archivio Attanasio)

(…) Gentile Angelo, Exursus storico, p. 109 (Archivio Attanasio)

(…) Cappelletti Giuseppe, Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp…….

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

(…) Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.