Origini del Cristianesimo, chiese, diocesi e vescovi nel Cilento

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli.

Introduzione

La diffusione dell’opera di cristianizzazione, con la venuta, dopo il suo ultimo viaggio dell’Apostolo S. Paolo, la diffusione, verso l’VII e VIII secolo dell’anacoratismo ascetico e dei primi monaci basiliani, scampati alle persecuzioni iconoclaste degli Imperatori d’Oriente, l’opera di costituzione e restaurazione delle prime Diocesi ed enclavi cattolici con l’opera di papa Stefano IX, che scriveva al vescovo di Paestum Felice (di Agropoli), la costituzione dei primi calogerati italo-greci e la diffusione dei monasteri italo-greci, in un territorio solo in parte bizantino, ma quasi totalmente Longobardo (il Ducato di Benevento prima e poi Principato di Salerno), la diffusione della baronia dell’Abbazia benedittina di Cava dè Tirreni con la venuta dei Normanni d’Altavilla, e la ricostruzione di alcune Diocesi come quella di Bussento che diventa Paleocastrense (di Policastro), sono tutti fenomeni che hanno caratterizzato e condizionato, sin dal I secolo d. C., la storia di queste terre. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulle origini e la diffusione dell’opera di Cristianizzazione nel basso Cilento, le prime comunità cristiane ed i primi enclavi cattolici e cristiani nell’area, la nascita delle prime diocesi di Velia, Bussento, Blanda, Talao. In questo saggio cercherò di fare il punto delle notizie su queste città ma non della loro localizzazione geografica di cui mi sono occupato in altri singoli saggi ma vorrei chiarire gli aspetti legati alla nascita delle loro comunità cristiane che la tradizione attribuisce a S. Paolo.

FONTI

Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive dellaRegione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”:

Lanzoni, p. 319

Lanzoni, p. 320

lANZONI, P. 329

Pietro Ebner (…, nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a p. 26 nella sua nota (114) postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) postillava e citava “Jaffé-Ewald”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) cita l’opera di Jaffé-Ewald (…), ma si tratta della stessa opera a cui si riferiva Francesco Lanzoni (…) nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323. Il Lanzoni (…) – come pure l’Ebner (…) – come scrive Orazio Campagna (…) a p. 257, nella nota (64) scriveva che: : “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Infatti, il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. L’opera citata è ‘Regesta Pontificum Romanorum’ che è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198, pubblicata la prima volta a Berlino nel 1851, dallo storico e filologo tedesco Philipp Jaffé. Il titolo completo dell’opera è ‘Regesta pontificum romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, a cura di Philipp Jaffé, Berlino 1851. Il Regesta Pontificum Romanorum è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198, pubblicata la prima volta a Berlino nel 1851, dallo storico e filologo tedesco Philipp Jaffé. Il Lanzoni e l’Ebner si riferivano all’edizione del 1851 che è stata riveduta, corretta ed ampliata in due occasioni nel 1885-1888 da S. Loewenfeld, F. Kaltenbrunner e P. Ewald. Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé. L’opera riveduta e corretta a cui si riferiva l’Ebner (…) e il Lanzoni è Jaffé-Loewenfeld (…), ‘Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888.

Jaffé-Loewenfeld

Il C.I.L. Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum

Il Lanzoni (…) per il vescovo Iulianus cita (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899.”.

CIL

Il CIL raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia).

Urb.gr.82,

(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…)

La Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

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(Fig….) L’Italia nel Codice Veneziano Marciano greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…), particolare delle nostre coste e dei toponimi (Archivio digitale Attanasio)

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(Fig…..) La carta dell’Italia nel Codice greco Codex Vidobonensis (Vind-Hist), particolare delle nostre coste (…)

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(Fig….) Carta d’Italia annessa al Codice Vaticano latino 5698, manoscritto, il più antico Codice latino conosciuto. Immagine tratta dal Mazzetti (…)

Cattura

(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco

Castore e Polluce – il tempio a Bussento

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, a p. 11 parlando di Bussento, in proposito scriveva pure che: “I Bussentini del I° secolo, stanchi ormai delle patite sciagure, sfiduciati nelle istituzioni di un impero avviato al declino e quindi avversi al culto dei falsi dei Castori e Polluce, cui avevano invano affidato la protezione sul mare, accettarono con tutto il cuore la fede cristiana (133). Infatti, sulla “Porta del Mare” fecero apporre questa famosa iscrizione, in latino: “Cristus Rex venit in pace. Amen”. Questa lapide esisteva ancora nel 1700 (134).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (133) postillava: “(133) Di Luccia Pietro Marcellino: L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale, Roma, Luca Antonio Characas, 1700, p. 7”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (134) postillava: “(134) ibidem: pp. 7-8 – Documenti Antichi (A. D.P.: I – Orig. – 1400).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (135) postillava: “(135) Tradizione orale (interviste)”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a pp. 5-6-7 parlando di “Pesto”, in proposito scriveva che: “Vogliono, che questa Città fosse stata una delle quattordici colonie de’ Romani in Italia, che qui fossero vissuti Zenofonte e Parmenide celebri Filosofi, secondo il parere di Dionisio e Diodoro, che M. Tullio Cicerone vi havesse fatto una Villa, e che li suoi cittadini havessero guerreggiato con Annibale, Alarico, Gensorico, e Totila, e con gran valore havessero resistito ad Alessandro Molosso Rè degli Epiroti, & a Pirro suo figliolo. In questa città fiorì anche la Santità, mentre ebbe S. Vito Martire, che morì per la Fede di Cristo, come vuole Paolo Reggio Vescovo di Vico Equense, e dopo tante, e altre sue tralasciate glorie nell’ano 930, fu invasa da Saraceni, e da quelli abbattuta in modo che di una Città sì bella tenuta inespugnabile per molti secoli, e del suo circuito di quattro miglia, non furono lasciati, se non le mura in piedi.”. Il Di Luccia, a p. 6 parlando di Velia scriveva che: “Tra l’altre città della Lucania veniva annoverata Bussento…..Velia era la terza città detta Veleia, & in Greco detta Eleia,…..Haveva questa Città bellissimi porti, mentre ‘Virgilio nel lib. 6 dell’Enead. dice ‘Portusque require Velinos’.”. Ancora, il Di luccia, a p. 7 parlando di Bussento scriveva che:E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”. Dunque, la notizia del tempio dedicato ai due Dioscuri adorati a Bussento proviene dal Di Luccia. Sulla rete troviamo scritto che la mitologia classica descrive i due gemelli come inseparabili, guerrieri intrepidi e abili domatori di cavalli. Sia i Greci che i Romani considerano i Dioscuri i protettori degli uomini da ogni pericolo e in ogni difficoltà, sulla terra e sul mare. Eroi spartani per eccellenza, Castore e Polluce vissero poco prima della guerra di Troia. Angelina Montefusco (….), nel suo “La Cattedrale nella Storia e nell’Arte” (in AA.VV., Chiesa Cattedrale di Policastro- La Storia e Restauri)”, a p. 25, in proposito scriveva che: “C’è ancora chi, trascinato dal fascino dei resti dell’antichissima cittadina, che tra le sue mura “ciclopiche” accolse Greci e Romani, vuole la chiesa eretta sul tempio pagano di Castore e Polluce e la sede vescovile di Policastro fondata dall’apostolo Paolo nel I secolo, durante il suo viaggio da Reggio a Pozzuoli. In realtà del tempio pagano di non si ha alcun ricordo e per quanto riguarda una primitiva chiesa cristiana il più antico documento esistente risale al 501 e ricorda la presenza del vescovo Rustico al III sinodo romano. A quell’epoca la comunità religiosa di Bussento doveva incontrarsi in una “domus ecclesiae”, privata o pubblica, che era luogo abituale di riunione dei primi secoli del cristianesimo ed è documentata in altre zone d’Italia. Etc…”. 

Prime Diocesi e Chiese contermini

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “2. Le prime notizie sulla presenza di cristiani nel territorio sono rintracciabili solo nella seconda metà del III secolo. Esse si collegano al movimento religioso avviato dall’apostolo Paolo (11) e diffusosi in Italia, particolarmente a Roma. La critica moderna, cioè, tende a focalizzare il Cristianesimo come fenomeno conosciuto soltanto a Roma intorno agli anni 49-51 e cioè quando Claudio, secondo la testimonianza di Svetonio (12), con provvedimento di polizia, motivato da tumulti scoppiati nella sinagoga palestinese, ordinò l’espulsione dei giudei di Roma. E’ solo nel 54 (18-19 luglio) a proposito dell’incendio di Roma che s’infittiscono le notizie, quando si ritiene che anche Pietro venisse crocefisso (13). Notizie più precise sull’esistenza di nuclei cristiani nel territorio risalgono al rescritto costantiniano del 319 (14), nel quale si fa esplicitamente menzione di chiese organizzate nel Mezzogiorno. Ciò trova conferma anche negli ‘Acta sanctorum’ (15) a proposito del siciliano Vito, detto ‘Vitus lucanus’, decollato sulle rive del Sele il 15 giugno 304-305. La presenza di cristiani a Paestum, a Velia e a Bussento intorno al IV secolo si desume non solo dalla tradizione che evoca appunto riunioni di credenti nel tempio di Athena, cosiddetto di Cerere, e dai resti di una primitiva basilica pestana (17), ma anche dalla presenza, già nel 501, di un vescovo a Bussento e dei resti di una basilica di Velia eretta su un originario oratorio cristiano. Anche nella Valle del Tanagro dovevano esservi cristiani se papa Marcello (308-310) elevò un borgo di Consilina a sede di diocesi che prese appunto il nome di Marcellianum….I vescovi in questo contesto si avvalevano di ampi margini di autonomia (18) entro cui si adoperavano per far convivere, senza ledere la sostanza del loro mandato, abitudini  mentalità cristiane. Ciò evidentemente non solo per ottenere il confronto tra le due culture, la pagana e l’incipiente cultura cristiana, ma anche per fronteggiare e deviare le persecuzioni contro la nuova fede, frequentissime nei primi due secoli (19). Ciò fino alla’avvento dell’editto di Costantino (a. 313) che, come è noto, rovesciò il rapporto tra professione di fede cristiana e realtà socio-politica del tempo, con una netta prevalenza della prima sulla seconda.. Ebner, a p. 15, nella nota (11) postillava: “(11) Paolo (inizi I secolo – 65 o 67 Roma) giunse a Roma nella primavera del 61, quando venne prosciolto dalle accuse mosse in Oriente contro di lui (Atti, 27-28).”. Ebner, a p. 15, nella nota (12) postillava: “(13) ….lettera ai Corinzi di papa Clemente (76-83) da Roma. Vi è ricordo del martirio di Pietro e di Paolo. Il Cristianesimo si diffuse di più da Traiano a Commodo. Ai tempi di quest’ultimo i cristiani avevano già un distinto cimitero con la tolleranza della polizia. Con Diocleziano il Cristianesimo si diffuse ovunque prima del capovolgimento della sua politica.”. Ebner, a p. 16, nella nota (14) postillava: “(14) Il rescritto del 21 otobre 319 è diretto al ‘Corrector Lucania et Bruttiorum’. Si tenga presente che solo tra il 211-249 (la lunga pace) venne acquistato un terreno a Roma per edificarvi una chiesa. Ma già alla fine del II- primi del III si costruivano a Roma cimiteri cristiani.”. Ebner, a p. 17, nella nota (18) postillava: “(18) S. Paolino da Nola, ad esempio, fece riprendere il suono delle campane per chiamare alla ‘plebs’ i fedeli…”. Ebner, a p. 17, nella nota (19) postillava: “(19) Di Teodosio è il famoso editto (27 febbraio 380): “vogliamo che tutti i popoli sottoposti al nostro governo professino la religione che l’apostolo Pietro ha trasmesso ai roani”, Cod. Theodos., XVI, I, 2. Cfr. Nelle ‘Novellae’ (A. Perez, Commento al Codice di Giustiniano, Amsterdam, 1653) di Giustiniano, il quale affermava etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a pp. 16-17, scriveva che: “La tradizione insiste nel ritenere che le locali diocesi furono tra le prime ad essere costituite in Italia. Cosa che non meraviglia se si pensa che proprio tra le popolazioni greche delle antiche ‘poleis’ della Penisola si diffuse per prima il cristianesimo, soprattutto nelle città greche del Mezzogiorno, di cui alcune, come Velia (70), costituivano tappe obbligate per coloro che giungevano dalla Sicilia e dall’Oriente. Ciò si spiega con il fatto che i primi tempi, almeno fino a quelli dell’africano papa Vittore I (a. 185), la predicazione del Vangelo e le pratiche di culto venivano celebrate in greco. Si spiega perciò il persistente ricordo della fondazione della dicesi di Velia e di Bussento da parte di San Paolo, e di quelle di Marcellianum e di Paestum ad opera dello stesso principe degli apostoli (71). Ma poichè le diocesi vennero senz’altro fondate dai loro discepoli (72) e quella di Marcellianum da papa Marcello I (308-319), evidente è il tentativo della tradizione di nobilitarle con l’attribuirne ad esse il crisma dell’ “apostolicità” (73).”. Ebner (…), nella sua nota (70), postillava che:  “(70) Cfr., nelle lettere a Trebazio, ecc..”. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che:  “(71) Ughelli, op. cit., c. 465.”. Ebner (…), nella sua nota (72), postillava che:  “(72) Ebner, Storia, cit., p. 271 e sgg.”. Ebner, citava le lettere all’amico Trebazio che scrisse Marco Tullio Cicerone. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che: “(71) Ughelli, op. cit., p. 465.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nella sua nota (71), si riferiva all’“Italia Sacra” di Ferdinando Ughelli (…), ma alla seconda edizione, Coleti, vol. VII, che a p. 465, ci parla del “Caputaquenses Episcopi”, interno al Capitolo dedicato a “Campanienses Episcopi”, in cui parlava delle prime Diocesi Veline e Policastrensi. Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, tra le prime diocesi conosciute in Campania e chiese contermini erano conosciute le seguenti: “1) – Acerra; 2) – Alife; 3) – Ariano Irpino; 4) – Avellino; 5) – Benevento; 6) – Calvi; 7) – Teano; 8) – Capua; 9) – Napoli; 10) – Nocera de’ Pagani; 11) – Nola; 12) Bussento (Policastro). Fondata da S. Paolo nel I secolo (66), se ne ricordano solo due vescovi: Rustico (501) e Sabbazio (649)(70); 13) – Pozzuoli; 15) Salerno; 16) – Sessa Aurunca;”. Sempre il Cataldo, nello stesso opuscolo nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, in proposito scriveva che: “Passiamo in rassegna, brevemente, alcune località dove la religione cristiana arrivò per prima e delle quali abbiamo qualche ricordo. Esse sono: paestum, Agropoli, Capaccio, Velia, Bussento (Policastro B.), Roccagloriosa, Teggiano, Atena Lucana, Sala Consilina, Lagonegro e Blanda. Gli ultimi cinque nuclei, essendo limitrofi al Cilento, ebbero rapporti immediati con le nostre zone.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, trascorsero molti anni prima che i vescovi venissero riconosciuti privilegi e prerogative tra cui la loro inclusione negli organi dello stato che avviò quel movimento di unificazione degli usi e di coordinamento della dottrina affermatisi sotto il pontefice d’Innocenzo III (1198-1216). I vescovi abusarono ben presto della loro autonomia tanto che diversi concili dovettero intervenire per ridimensionare gli abusi di potere.”Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26). La costruzione di regolari diocesi si forma in Italia Meridionale soltanto un secolo più tardi. Il vescovo Elia (27) partecipa al Concilio di Calcedonia, nel 451: non è Blanda, ma dev’essere di Bleandro, in Asia Minore (28), come osserva argutamente Francesco Russo. In questo periodo la Magna Grecia è già provincia di scarsa importanza. Nel 592 il Papa S. Gregorio Magno deve intervenire per provocare l’elezione di vescovi nelle gloriose città di Velia, Buxentum e Blanda, ormai ridotte a pochi abitanti, alla miseria, ad una scarsa vita spirituale e culturale (29). L’incaricato di Gregorio Magno è il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: ” (27) Ibidem”. Il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”.

PAOLO DI TARSO (S. PAOLO) 

Paolo di Tarso, nato con il nome di Saulo e noto come san Paolo per il culto tributatogli (Tarso, 4[Nota 2] – Roma, 64 o 67[Nota 3]), è stato uno degli apostoli. È stato l’«apostolo dei Gentili», ἐθνῶν ἀπόστολος,[1] ovvero il principale (secondo gli Atti degli Apostoli non il primo) missionario del Vangelo di Gesù tra i pagani greci e romani. Secondo i testi biblici, Paolo era un ebreo ellenizzato, che godeva della cittadinanza romana. Non conobbe direttamente Gesù, e, come tanti connazionali, avversava la neo-istituita Chiesa cristiana, arrivando a perseguitarla direttamente. Sempre secondo la narrazione biblica, Paolo si convertì al cristianesimo mentre, recandosi da Gerusalemme a Damasco per organizzare la repressione dei cristiani della città, fu improvvisamente avvolto da una luce fortissima e udì la voce di Gesù che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Reso cieco da quella luce divina, vagò per tre giorni a Damasco, dove fu poi guarito dal capo della piccola comunità cristiana di quella città, Anania. L’episodio, noto come “conversione di Paolo”, diede l’inizio all’opera di evangelizzazione di Paolo.  Come gli altri primi missionari cristiani, rivolse inizialmente la sua predicazione agli ebrei, ma in seguito si dedicò prevalentemente ai «Gentili». I territori da lui toccati nella predicazione itinerante furono in principio l’Arabia (attuale Giordania), poi soprattutto l’Acaia (attuale Grecia) e l’Asia minore (attuale Turchia). Il successo di questa predicazione lo spinse a scontrarsi con alcuni cristiani di origine ebraica, che volevano imporre ai pagani convertiti l’osservanza dell’intera legge religiosa ebraica, in primis la circoncisione. Paolo si oppose fortemente a questa richiesta e, con il suo carattere energico e appassionato, ne uscì vittorioso. Fu fatto imprigionare dagli ebrei a Gerusalemme con l’accusa di turbare l’ordine pubblico. Appellatosi al giudizio dell’imperatore – come era suo diritto, in quanto cittadino romano – Paolo fu condotto a Roma, dove fu costretto per alcuni anni agli arresti domiciliari, riuscendo però a continuare la sua predicazione. Morì vittima della Persecuzione di Nerone e venne decapitato nel 64 o nel 67 d.C.. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38): – “A proposito dell’apostolo Paolo, quanto tempo fu legato alla catena a Roma dal centurione che lo vigilava? Per ben due anni, riprende Pesiliano; però in questo frattempo egli andava dove voleva, predicava l’Evangelo dinanzi il Pantheon come presso il Palazzo di Cesare e la catena impostagli accresceva splendore alla sua parola. Egli vuolsi, che dopo, assoluto da Cesare, si fosse recato in Ispagna e di là passando per le Gallie fosse ritornato in Oriente. Egli predicò in molte città Orientali ed infine da Nicopoli*) riprese il viaggio per l’Italia ove fondò molte chiese tra le quali quella di Vibone (l’odierno Monteleone = Vibo Valentia) nel Bruzio, di Bussento e di Velia sul litorale lucano”. Etc…….Il passo di S. Epifanio, Padre della Chiesa Orientale, è generico e non scende a tanti particolari; ma è la chiave di volta di tutta una tradizione, indubbiamente autorevole. Etc…”. Dunque, secondo il Cataldo, il Curzio si rifece ad alcuni passi di S. Epifanio. Non esistono riferimenti archeologici diretti (come epigrafi) o testimonianze di autori extra-cristiani che si riferiscano direttamente alla vita e all’operato di Paolo. Le fonti storiche sono sostanzialmente di quattro tipi. Gli Atti degli Apostoli, parte del Nuovo Testamento, tradizionalmente attribuiti a Luca, ritenuto, secondo la dottrina, autore anche dell’omonimo vangelo. Da Wikipedia leggiamo che Epifanio di Salamina, o anche Epifanio di Costanza di Cipro (Eleuteropoli, 315 circa – 403), è stato un vescovo e scrittore greco antico venerato dalle Chiese cattolica, ortodossa e ortodossi orientali come santo e Padre della chiesa. Condusse per trent’anni vita monastica nel suo paese natale e nel 367 fu eletto metropolita di Cipro e vescovo di Salamina. Fu contrario all’adorazione dei santi e lasciò scritto che non si devono onorare i santi oltre il loro merito perché soltanto Dio è colui cui dobbiamo adorazione. Di grande importanza è Ancoratus, ovvero l’uomo ben ancorato, tradotto in italiano con L’ancora della fede, un buono e solido catechismo dell’epoca, scritto nel 374. Subito dopo (374-377) scrisse la sua opera più nota, il Panarion (tradotto in latino con il titolo: Adversus omnes haereses), dove sono considerate e combattute circa 80 eresie diverse. Il titolo Panarion indica la cassetta di pronto soccorso con le medicine contro il veleno dei serpenti. Fu un enorme compendio delle eresie diffuse al suo tempo, ricco di citazioni di opere pervenute in frammenti e altrimenti andate perdute. Era fortemente contrario all’uso delle immagini sacre nella Chiesa. Nei primi capitoli, fornisce accesso ai lavori contro le eresie, del martire Giustino, del greco Ireneo Contro le eresie, e il Syntagma di Ippolito Il Panarion è stato tradotto in inglese per la prima volta tra il 1987 e il 1990. Epifanio fece notare che quando viaggiava in Palestina entrò in una Chiesa per pregare e vide una tenda con un’immagine di Cristo o di un Santo che egli strappò. Egli disse al vescovo Giovanni che tali immagini erano “opposte… alla nostra religione” (vedi sotto). Questo evento fece germogliare i semi del conflitto che generarono la disputa tra, da una parte, Rufino e Giovanni contro, dall’altra, San Girolamo ed Epifanio. Epifanio alimentava questo conflitto, ordinando presbitero il fratello di Girolamo a Betlemme, sconfinando quindi nella giurisdizione di Giovanni. Questa disputa continuò durante il 390, in particolare nelle opere letterarie di Rufino e Girolamo, attaccandosi l’un l’altro. Infatti, Sofronio Eusebio Girolamo invece riferisce, verso la fine del IV secolo, che Paolo di Tarso o S. Paolo era originario di “Giscala di Giudea” (attuale Jish in arabo, Gush Halav in ebraico, nell’attuale Galilea) ed emigrò a Tarso con i parentes (genitori o nonni) quando la città fu conquistata dai Romani. Non è chiara la fonte (“favola”) dalla quale attinge Girolamo. Il dettaglio della conquista romana della città è verosimilmente un anacronismo: vere e proprie operazioni militari romane in Giudea sono testimoniate sotto Gneo Pompeo Magno (63 a.C.) e soprattutto durante la prima guerra giudaica (66-74), che vide la cattura di Giscala nel 67 per resa all’allora generale Tito. Per questo gli studiosi contemporanei rigettano l’ipotesi della nascita a Giscala, sebbene rimanga possibile un’origine galilaica dei suoi antenati, probabilmente nonni, poi trasferitisi a Tarso.[senza fonte]. 

BLANDA E BACCHILO, VESCOVO DI MESSINA

Oltre al Gagliardo (…), citato dal Laudisio e dal Tancredi, un’altra notizia simile che riguarda l’apostolo San Paolo che, fonderà la Diocesi di Bussento, la conosciamo da Nicola Curzio (…) che, nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, edito nel 1910, parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo (…), primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo la tradizione, la diocesi sarebbe stata eretta da san Paolo di Tarso che ordinò il primo vescovo della diocesi di Messina, san Bacchilo. Secondo il Curzio (…), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…).

Riguardo Bacchilo, primo vescovo di Messina che si recò a Blanda, in Wikipedia leggiamo che l’arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela (in latino: Archidioecesis Messanensis-Liparensis-Sanctae Luciae) è una sede metropolitana della Chiesa cattolica in Italia appartenente alla regione ecclesiastica Sicilia. Secondo la tradizione, la diocesi sarebbe stata eretta da san Paolo che ordinò il primo vescovo, san Bacchilo. Tuttavia, si hanno notizie storicamente documentabili solo dal V secolo: il primo vescovo noto è Eucarpo I presente al sinodo romano del 502. Dalle lettere dei papi Pelagio I e Gregorio Magno si conoscono i nomi di altri vescovi: Eucarpo II, Felice e Dono. Altri vescovi messinesi sono presenti ai concili ecumenici celebrati in Oriente: Benedetto, Gaudioso e Gregorio. Sempre in Wikipedia, nella nota (23) postillava che, nella cronostassi dei Vescovi di Messina, il primo a comparire è Bacchilo, dove è scritto che: “Protovescovo della diocesi messinese, la prima menzione della sua memoria liturgica appare in: G. Buonfiglio e Costanzo, Messina Città Nobilissima, Venezia, 1606, p. 79: «…a’ venticinque dell’istesso [gennaio] della conversione di S. Paolo, in memoria della sua predicatione, et elettione di Barchirio primo Vescovo della Città» (Mellusi, Dalla Lettera della Madonna alla Madonna della Lettera, p. 257). Alcuni storici hanno fatto di Bacchilo e Barchirio due vescovi distinti (D’Avino, Cenni storici…, p. 335). Inoltre, nella nota (24) postillava che: “Secondo la tradizione Barchirio fu il primo vescovo consacrato da san Paolo prima di subire il martirio a Roma: Filippo Giacomo d’Arrigo (abate), La verità svelata nel dritto restituito a chi si deve, overo Prerogative, e privilegj della nobile,, Venezia, Domenico Tobacco, 6 gennaio 1733, p. 124. URL consultato il 2 maggio 2019 (archiviato il 2 maggio 2019).. Titolo esteso: “La verità svelata nel dritto restituito a chi si deve, overo Prerogative, e privilegj della nobile, esemplare città di Messina capitale del Regno di Sicilia. Opera dell’abbate d. Filippo Giacomo d’Arrigo dottore di sagra teologia, dedicata all’eccellentiss. signor d. Michele Ardonio… per Michele Ardoino, con licenza dei superiori”.

I due autori, nel loro “Messina, Città Nobilissima”, a p. 79, lo chiamavano “Barchirio”. In un blog sulla città di Messina leggiamo però che Barchirio fu successore di Bacchilo nella sede di Messina, dove fu consacrato vescovo nell’anno 68 d.C.. Il blog dice che il nome di Barchirio si trova citato in un manoscritto greco conservato nel Monastero basiliano di Santa Maria a Reggio. In Wikipedia leggiamo che a Messina, secondo la tradizione cattolica, San Paolo, nel corso delle sue peregrinazioni per il Mediterraneo alla volta di Roma per diffondere la Buona Novella, sarebbe approdato nell’anno 41 d. C. a Messina, città già allora molto fiorente dal punto di vista economico grazie al suo porto. Qui egli, predicando la dottrina cristiana, avrebbe infiammato subito i cuori di molti messinesi e, tra essi, dei Senatori cittadini del tempo, i quali, saputo dall’Apostolo delle Genti dell’esistenza, a Gerusalemme, della Madre del Signore, decisero subito di recarvisi per chiedere la sua benedizione sulla Città. In un altro blog leggiamo che Bacchilo fu discepolo dell’Apostolo San Paolo, Bacchilo fu dallo stesso consacrato vescovo di Messina nel 42 d.C. Secondo la tradizione fu lui ad inviare l’ambasciata alla Vergine Maria, per annunziarle la conversione della Città, a cui la Vergine rispose con una lettera chiusa fra i suoi capelli in cui fra l’altro diceva: Benediciamo voi e la vostra città (come si legge sul monumento posto nel mare dello stretto). Rimase a capo della Chiesa messinese per molti anni e morì vecchio nella seconda metà del I secolo. Barchirio, fu successore di Bacchilo nella Sede di Messina, fu consacrato vescovo circa nel 68 d.C. Il nome si ritrova in un manoscritto greco conservato nel Monastero basiliano di Santa Maria a Reggio. Morì alla fine del I secolo, dopo circa 20 anni di episcopato.

Nel 62 d.C. (I sec. d.C.), S. Paolo, le prime comunità Cristiane e le prime diocesi

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 116, traendo il passo dagli “Atti degli Apostoli: c. 28°: 11-15”, riportava il passo “A) – Viaggio di S. Paolo Apostolo e suo approdo alle coste tirreniche nel febbraio del 60 d.C.”, scriveva che:  “Fu dopo tre mesi che c’imbarcammo su una nave alessandrina all’arme dei Dioscuri, che aveva svernato nell’isola. Approdati a Siracusa, vi facemmo una sosta di tre giorno: poi da lì, con una traversa ad arco, arrivammo a Reggio Levatosi dopo un giorno un vento dal sud, giungemmo l’indomani a Pozzuoli, dove trovammo dei fratelli e avemmo la consolazione di trattenerci presso di loro una settimana; e finalmente arrivammo a Roma.”. Sempre il Cataldo (…), nel 1973, a p. 15, scriveva in proposito che: “Anche nelle nostre terre si diffuse la religione nuova. La portarono i più grandi Apostoli: S. Pietro, giunto a Roma nel 42 e S. Paolo, sbarcato a Pozzuoli ed entrato a Roma nel febbraio del 61 d.C. L’Apostolo delle Genti, approdato nella Campania Felix dopo il viaggio di un giorno da Reggio Calabria (Atti degli Apostoli: XXVIII, 11-16), in seguito all’appello dell’Imperatore Nerone, si recò a Roma, dove era stato inviato da Festo per ulteriore inchiesta su di lui. S. Paolo, fiero della cittadinanza romana e molto più ancora della sua missione divina, sofferta una prima prigionia a Roma (61-64), esercitò il suo apostolato per le varie regioni, sia dell’Italia (Lazio, Campania, ecc..), sia dell’Occidente (Spagna), come dell’oriente (Creta, Efeso, Macedonia, Nicopoli: 64-66 d.C.). Dopo una seconda prigionia, fu decapitato sulla via Ostiense nel 67, il 29 giugno. S. Pietro fu crocefisso lo stesso giorno. Del viaggio in Oriente parlano le ‘Lettere a Timoteo’ e a Tito (I-II Tim: passim; i, 5 e 3, 12). Dei viaggi nelle nostre regioni parla la tradizione. Secondo un anticihissimo documento, risalente al IV secolo (Haereses di Epifanio, Vescovo di Costanza, in  Cipro, Cap. XXVII), sappiamo che i due Apostoli, fissata la loro sede in Roma, viaggiarono per l’Italia per predicare; fondarono le prime comunità cristiane (ecclesiae), i cui centri furono certamente le prime Diocesi, alcune ancora esistenti. S. Paolo, tornato da Nicopoli nel 66 d.C., fondò, tra le varie chiese o diocesi, VIBONE (Vibo Valentia o Monteleone del Bruzio), VELIA e BUSSENTO. Dunque, la fondazione (scrive il Cataldo), la fondazione della sede Vescovile di Bussento, risale al 66 d.C. per opera di S. Paolo, al ritorno da Nicopoli, dopo l’ultimo viaggio in Oriente, l’anno prima della sua morte. Detta notizia, conservata nell’opera classica di Carlo Gagliardi di Bella (Pz), ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 273, parlando delle Diocesi Caputaquensi, scriveva che: “La tradizione narra che ad Agropoli fosse approdato S. Paolo dove vi convertì due fanciulli, poi lapidati, e che nel 1222 vi sbarcasse anche S. Francesco d’Assisi cui fu dedicato poi un monastero (12).”. Ebner a p. 273 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazziotti, cit., p. 28.”. Ebner si riferiva all’opera di Matteo Mazziotti, ‘La Baronia del Cilento etc…’, p. 28. Infatti, Matteo Mazziotti (…), nella sua opera citata, a p. 28, parlando della fondazione di Agropoli e delle leggende intorno ad essa, in proposito scriveva che: “Una leggenda popolare racconta che in Agropoli approdò l’apostolo San Paolo nel recarsi da Reggio a Pozzuoli per diffondere la nuova fede, e che due fanciulli da lui convertiti furono lapidati in un luogo, che anche ora porta il nome del santo (2). Essi sarebbero stati dipoi sepolti da alcuni pietosi in un posto detto Santa Maria dell’Acqua nel comune di Laurana ove, a ricordo dei martiri, sorse dipoi una chiesa con tale titolo. Narra anche la leggenda che in Agropoli, nel 1222, predicò San Francesco d’Assisi e che nel luogo ove egli predicava fu innalzato il monastero tuttora esistente a lui dedicato. Ecc…”. Il Mazziotti, a p. 28, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Gian Nicola Del Mercato, ‘Commento a gli Statuti del Cilento’, opera inedita esistente presso i discendenti di lui.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a pp. 16-17, scriveva che: “La tradizione insiste nel ritenere che le locali diocesi furono tra le prime ad essere costituite in Italia. Cosa che non meraviglia se si pensa che proprio tra le popolazioni greche delle antiche ‘poleis’ della Penisola si diffuse per prima il cristianesimo, soprattutto nelle città greche del Mezzogiorno, di cui alcune, come Velia (70), costituivano tappe obbligate per coloro che giungevano dalla Sicilia e dall’Oriente. Ciò si spiega con il fatto che i primi tempi, almeno fino a quelli dell’africano papa Vittore I (a. 185), la predicazione del Vangelo e le pratiche di culto venivano celebrate in greco. Si spiega perciò il persistente ricordo della fondazione della dicesi di Velia e di Bussento da parte di San Paolo, e di quelle di Marcellianum e di Paestum ad opera dello stesso principe degli apostoli (71). Ma poichè le diocesi vennero senz’altro fondate dai loro discepoli (72) e quella di Marcellianum da papa Marcello I (308-319), evidente è il tentativo della tradizione di nobilitarle con l’attribuirne ad esse il crisma dell’ “apostolicità” (73).”. Ebner (…), nella sua nota (70), postillava che:  “(70) Cfr., nelle lettere a Trebazio, ecc..”. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che:  “(71) Ughelli, op. cit., c. 465.”. Ebner (…), nella sua nota (72), postillava che:  “(72) Ebner, Storia, cit., p. 271 e sgg.”. Ebner, citava le lettere all’amico Trebazio che scrisse Marco Tullio Cicerone. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che: “(71) Ughelli, op. cit., p. 465.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nella sua nota (71), si riferiva all’“Italia Sacra” di Ferdinando Ughelli (…), ma alla seconda edizione, Coleti, vol. VII, che a p. 465, ci parla del “Caputaquenses Episcopi”, interno al Capitolo dedicato a “Campanienses Episcopi”, in cui parlava delle prime Diocesi Veline e Policastrensi. Ebner (…), nella sua nota (72), postillava che: “(72) Ebner, Storia di un feudo ecc.., op. cit., p. 271.”. Tuttavia, pur trattando lo stesso argomento, a p. 271, Ebner, ci parla di Paestum ma dice quasi niente sulle nostre diocesi. Invece, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 13 del vol. I, scriveva che: “La tradizione attribuisce agli apostoli la fondazione di alcune diocesi del Mezzogiorno della Penisola. S. Paolo, nel suo viaggio da Reggio a Pozzuoli (1) ne avrebbe erette due: quella di Velia e di Bussento (Policastro) e addirittura S. Pietro avrebbe fondata la diocesi di Paestum (2).”. Ebner (…), a p. 13, nella sua nota (1), postillava che: “(1) L’Agostiniano Luca Mandelli (La Lucania sconosciuta, ms. seicentesco già nella libreria del convento agostiniano di Salerno e poi nella BNN, ms. n. X D, I, f. 78) confuta l’arrivo nel luogo di S. Paolo, perchè “non può pensarsi che la nave, giunta al promontorio Leucosio, gonfia di un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia (Agropoli) dove alcun porto non fu mai”.”. Ebner (..), nella nota (2), postillava che: “(2) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc…, p. 271.”. Sull’Apostolo di Gesù, San Paolo di Tarso, gli storici credono che, dopo la sua conversione al Cristianesimo, Paolo, fu condotto a Roma, dove fu costretto per alcuni anni agli arresti domiciliari. Prima di morire probabilmente decapitato tra l’anno 64 d.C. al 67 d. C. a causa delle persecuzioni dell’Imperatore Nerone, Paolo (e anche Pietro), riuscirono a continuare la loro predicazione, tanto che, come scriveva il Laudisio (…): “Fissata la loro sede a Roma, i due principi degli apostoli, dopo aver pregato Lino e Cleto di fare le loro veci, incominciarono a percorrere diverse regioni, e fra queste anche la nostra Lucania in Magna Grecia. Pietro, infatti, fondò le chiese di Napoli, di Benevento, di Pozzuoli ed anche altre; Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”Un’altra notizia che riguarda l’apostolo San Paolo che fonderà la Diocesi di Bussento, la conosciamo da Nicola Curzio (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38): – “A proposito dell’apostolo Paolo, quanto tempo fu legato alla catena a Roma dal centurione che lo vigilava? Per ben due anni, riprende Pesiliano; però in questo frattempo egli andava dove voleva, predicava l’Evangelo dinanzi il Pantheon come presso il Palazzo di Cesare e la catena impostagli accresceva splendore alla sua parola. Egli vuolsi, che dopo, assoluto da Cesare, si fosse recato in Ispagna e di là passando per le Gallie fosse ritornato in Oriente. Egli predicò in molte città Orientali ed infine da Nicopoli*) riprese il viaggio per l’Italia ove fondò molte chiese tra le quali quella di Vibone (l’odierno Monteleone = Vibo Valentia) nel Bruzio, di Bussento e di Velia sul litorale lucano”. Questo racconto, in 24 capitoletti, narra la storia di due fidanzati: Melania di Blanda e Pesiliano, novella leva dell’esercito imperiale di Nerone. Essi hanno abbracciato con gioia la nuova religione di Cristo, grazie alla missione degli Apostoli Pietro e Paolo. L’autore, versato nelle discipline classiche e nelle ricerche storiche all’inizio del sec. XX, mette in luce una delle tante testimonianze della nostra fede. Il passo di S. Epifanio, Padre della Chiesa Orientale, è generico e non scende a tanti particolari; ma è la chiave di volta di tutta una tradizione, indubbiamente autorevole. Questa tradizione è bene illustrata dall‘insigne canonista Carlo Gagliardo, il quale, sulla scorta di innumerevoli documenti e fonti, apre profondi spiragli in un panorama che lascia intravvedere fin dal primo momento la fitta e minuziosa rete delle istituzioni apostoliche, nonostante l’azione deleteria del tempo abbia travolto gran parte del materiale storico nell’oblio. La chiesa di Bussento non è espressamente menzionata; ma il Laudisio e il Curzio la sottolineano (il che è provato da un altro documento valido perciò a mettere in evidenza la sua antica istituzione.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (*), postillava che: “(*) La data è l’anno 66, secondo la cronologia di G. Racciotti, Paolo Apostolo, ed. Coletti, Roma, 1957, pag. 146.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a pp. 15-16, a poposito della notizia della sede episcopale a Vibona, riferisce e parla delle stesse notizie citate dal Tancredi (…), circa una Diocesi di Vibone, fondata dall’Apostolo S. Paolo e, scriveva che: “S. Paolo, tornato da Napoli nel 66 d.C., fondò, tra le varie chiese o diocesi, VIBONE (Vibo Valentia o Monteleone del Bruzio), VELIA (Velia-Scavi) e BUSSENTO (Policastro Bussentino). Dunque la fondazione della chiesa e della sede vescovile di Bussento risale al 66 per opera di S. Paolo, al ritorno da Nicopoli, dopo l’ultimo viaggio in Oriente, l’anno prima della sua morte. Detta notizia, conservata nell’opera classica di Carlo Gagliardi di Bella (PZ)(1710-1778), Vescovo di Muro Lucano: Institutionum Juris Canonici (lib. I, tit. 18, Noap. 1848), è citata nella ‘Synopsis di Monsignor Nicola Laudisio.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: “Per dare un quadro completo delle notizie su Vibona, dobbiamo ancora riferire una voce che ci lascia un pò perplessi. Vibona sarebbe stata sede di Diocesi. Lo riferisce Carlo Gagliardo, il quale afferma che il fondatore della diocesi sia stato l’apostolo S. Paolo in persona (7). Su questa circostanza esiste un documento che non si dovrebbe ignorare, perchè ognuno di noi l’ha a portata di mano: negli Atti degli Apostoli (8) S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelizzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15.”.  Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Tancredi (…), oltre a citare il Laudisio (…), citava Carlo Gagliardo (…), che nel 1848, nel suo ‘Institutiones Juris Canonici, Napoli’, nel suo Tomo I, tit. 18, da p. 173 e s., nel Tit. XVIII, “de Episcopis (7)”, a pp. 177-178, scriveva in proposito che: “Episcopi permultis in urbibus ordinando. Medanae, Vibonae, Veliae. A divo Marco Evangelista Aulalium in Ecclesia S. Marci, ecc…”. Sarà il Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, che indicherà il giusto riferimento bibliografico del Gagliardo (…): “Ad signum ancorae, 1848, Tomo I, tit. XVIII: De Episcpis, n. IV, pag. 177-178”, dove troviamo scritto che: “Cristo Signore mandò gli Apostoli non a governare determinate Chiese, ma in tutto il mondo (Marco, XVI: v. 15 e 20: “Andate nel mondo intero a predicare il Vangelo e tutte le creature…Ed essi se ne andarono a predicare dappertuto, colla cooperazione del Signore…) – Tuttavia ciascuno di essi, non avendo potuto predicare il Vangelo dovunque, percorsero separatamente le varie regioni, nelle quali ordinarono i Vescovi con podestà di ordinare altri (l’Apostolo Paolo, scrivendo a Tito, Vescovo di Creta, (c.I, v. 5) disse: “poichè tu dia l’ultima mano a ciò che resta da fare e faccia in modo che in ogni città ci sia qualche presbitero, secondo le disposizioni che ti ho dato”) e fondarono le Sedi Vescovili. I Santi Pietro e Paolo approdarono ambedue disintamente due volte in Italia (Atti degli Apostoli, XXVIII: 11-14); essi stessi furono soliti penetrare in moltissime province specialmente in questo Regno di Napoli (S. Epifanio: Haereses, 27 tramanda : “S. Pietro e S. Paolo, eretta la sede vescovile in Roma, di là costumarono percorrere le varie regioni del mondo e, affinchè Roma non restasse priva di vescovo, affidarono il loro ufficio a Lino e a Cleto”), ordinando moltissimi vescovi nelle città: principalmente: Brindisi, Otranto, Bari, Trani, Oria, Andria, Conversano, Siponto, Reggio Calabria, Crotone, Napoli, Pozzuoli, Capua, Sessa Aurunca, Atina, Benevento, fra le rimanenti città in mezzo alle predette regioni. Infatti, una antica tradizione dice che dallo stesso S. Pietro fu dato ai Napoletani il primo vescovo S. Aspreno, ai Resinesi vicino Napoli Ampellone, ai Pozzolani S. Patroba, ai Capuani S. Prisco, ai Suessani S. Simisio, agli Atinesi S. Marco, ai Beneventani S. Fotino, od altri, i cui nomi andarono perduti per i travolgimenti dei tempi. Parimenti da S. Paolo, nella Puglia Peucezia, che si chiama anche Calabria, che si estende da Brindisi fino a Taranto, si dice che fu annunziata la fede evangelica e che ivi stesso furono ordinati molti vescovi: particolarmente S. Stefano Niceno a Reggio Calabria, il B. Sveda a Locri, altri a Gerace, e i manenti dei quali non si sa il nome, a Taurianova, a Metauro, a Medana, a Vibona (“Vibonae”) e a Velia (‘Veliae’). Da S. Marco Evangelista u ordinato Aulalio nella chiesa di S. Marco Argentano, e Amasiano a Taranto (4).”. (Cfr. P. Fiore: Della Calabria illustrata, e Bartolomeo Chioccarelli, de Episcopis et Archiepiscopis Neapolitanis).”. Dunque, il Gagliardo (…), sulla scorta di S. Epifanio (…), citava le due Diocesi di Vibone e di Velia, ovvero le due diocesi fondate da S. Paolo. Il Gagliardo (…), a p. 178, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Videndi ad id Ughellius in Italia sacra, P. Io: Fiore Capuccinus tom. 2 della Calabria illustrata, Auberius Miraeus in ‘notitie episcopat. Orbis Christiani, Philipp. Ferrarius in cathalogo Sanctorum Italiae, Petr. de Natalibus in cathalogo, B. Chioccarell. de Episcop. et Archiep. Neap.”. Il Gagliardo, nella sua nota, postillava i suoi riferimenti bibliografici e cita l’Italia Sacra dell’Ughelli, il tomo II della “Della Calabria Illustrata” del Fiore (…), Filippo Ferrario (…) e, il Bartolomeo Chioccarelli (…). Il Gagliardo (…), citava Vibona e Velia fra le diocesi fondate dall’Apostolo San Paolo di Tarso. Il Gagliardo (…), nel suo racconto a p. 178, cita il passa tratto da S. Epifanio: “…(S. Epifanio: Haereses, 27 tramanda : “S. Pietro e S. Paolo, eretta la sede vescovile in Roma, di là costumarono percorrere le varie regioni del mondo e, affinchè Roma non restasse priva di vescovo, affidarono il loro ufficio a Lino e a Cleto”), ordinando moltissimi vescovi nelle città:…”. Il Gagliardo (…), traeva il passo dal “Adversus Haereses” (παναριον), di S. Epifanio, Vescovo di Costanza in Cipro dal 367 al 403: “Adversus Haereses” (παναριον):, Lib. I°, tomo II: haeresis VII, vel XXVII Contra Carpocrasios (Patrologiae Cursus Completus: serius graeca, tomus XLI: J.P. Migne, Parisiorum, 1858: col. 376-374, n. 107-A”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, leggiamo che: “Il primo autore è S. Epifanio, Vescovo di Costanza in Cipro (367-403). Nella sua famosa opera “Contro le eresie” del IV secolo (cap. 27°), dice che i Santi Pietro e Paolo, eretta la sede vescovile di Roma, di là costumarono percorrere le varie regioni del mondo e, affinchè Roma non restasse priva di vescovo, affidarono parte del loro ufficio a Lino e Cleto (30). Infatti S. Lino fu il primo collaboratore di S. Pietro dal 56 e primo successore del pontificato (67-76), cui seguirono s. Cleto (Anacleto)(76-88) e S. Clemente (88-97) (31).”, poi il Cataldo, prosegue il suo racconto e sulla scorta del Gagliardo (…), scriveva che: “Paolo, invece, fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, e così pure quella di Bussento, che è confinante con esse” (33).”. Il Cataldo (…), nella sua nota (30), postillava che:  “(30) S. Epifanio, Adv Haereses, 27; Gagliardi C.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (31), postillava che:  “(31) AA.VV., Storie della Chiesa e si veda anche Annuario Pontificio, ed. Vaticana, 1986”. Il Cataldo (…), nella sua nota (33), postillava che:  “(33) Laudisio N.M., op. cit., p. 20”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, proseguendo il suo racconto, scriveva che: “Mons. Nicola Curzio, scrittore locale di Lauria nel suo prezioso opuscolo “Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai Sette Colli” – Racconto storico del primo secolo dell’Era Cristiana (estr. dal “Pensiero Cattolico – inizio del sec. XX – ) sostiene: “….a proposito dell’Apostolo Paolo…egli andava dove voleva, predicava l’Evangelo dinanzi al Pantheon come presso il Palazzo di Cesare e la catena impostagli accresceva splendore alla sua parola….predicò in molte città orientali ed infine da Nicopoli, riprese il viaggio per l’Italia ove fondò molte chiese e tra le quali quella di Vibone (l’odierna Monteleone = Vibo Valentia) nel Bruzio, di Bussento e di Velia sul litorale lucano” (34). La data della fondazione, secondo la cronologia di Ricciotti, che nota il viaggio da Nicopoli, è l’anno 66 d.C. (35).”. Il Cataldo (…), nella sua nota (34), postillava che:  “(34) Curzio Nicola, ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai Sette Colli- Racconto storico del I secolo dell’Era Cristiana’ , estratto dal “Pensiero Cattolico”, Manduria, 1910, Cap. XIV, p. 38.” e, nella sua nota (35), postillava che:  “(35) Ricciotti Giuseppe, ‘Paolo Apostolo’, Roma, ed. Coletti, 1957, p. 146; si veda pure Curzio N., op. cit., p. 38.”. Diciamo subito che nella nota (33), il Cataldo, postillava che si trattava di una notizia tratta dal Gagliardi (…). Ma il Gagliardi non parlerà della fondazione di Vibo Valentia ma egli ci parla della fondazione di Vibone. Il Laudisio (…), nel 1838, nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis’,  a p. 7 (si veda la versione della ‘Synopsi’, curata dal Visconti), scriveva che: “…ibique sede fixa partibus suis suis Lino et Cleto domandatis, varias inde Apostolorum principes peragrarunt regiones (13); quas inter nostram Lucaniam, in Magna Graecia. Fundavere enim Petrus Neapolitanam, Beneventuanam, Puteolanam, aliasque, Paulus vero, inter coeteras, Vibonensem, Velinam, et sic ipsis finitimam, Buxentinam, Ecclesias.”. Il Laudisio a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.” e, nella sua nota (14, la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, p. 238.”. Il Laudisio (…), sulla scorta del Gagliardi (…) nella versione curata dal Visconti (…), rifrendosi ai due apostoli S. Piero e S. Paolo, scriveva che: “Fissata la loro sede a Roma, i due principi degli apostoli, dopo aver pregato Lino e Cleto di fare le loro veci, incominciarono a percorrere diverse regioni, e fra queste anche la nostra Lucania in Magna Grecia. Pietro, infatti, fondò le chiese di Napoli, di Benevento, di Pozzuoli ed anche altre; Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”. Dunque, secondo il Laudisio (…), San Paolo (insieme a San Pietro), dopo aver affidato a Lino e Cleto, le loro veci in loro assenza e, prima di essere fatti decapitare dall’Imperatore romano Nerone, nell’anno 66 d.C.,  si allontanarono da Roma e iniziarono la loro opera di evangelizzazione in diverse regioni d’Italia, tra cui anche la nostra Lucania, dove si dice che San Paolo fondò le Diocesi di Velia, Bussento e Vibona. Nel suo viaggio in Sicilia, San Paolo, ordinò Bacchilo, Vescovo di Messina, che, secondo il Curzio (…), nell’anno 68 d.C., qualche anno dopo la fondazione di Blanda, ivi, lo inviò per visitarla.  A lungo gli storici hanno dibattuto sulla ‘Vibonem’ episcopio fondata da S. Paolo apostolo, al rientro da un viaggio a Nicopoli, nel lontano Oriente. Sulla fondazione delle Diocesi di Velia, Bussento e di ‘Vibonem’, ha dunque scritto Mons. Carlo Gagliardo (…), Vescovo di Muro Lucano che, nel 1848, nel suo ‘Institutiones Juris Canonici’, nel suo Tomo I, tit. 18, da p. 173 e s., nel Tit. XVIII,“de Episcopis (7)”, a p. 178, scriveva in proposito che: “Episcopi permultis in urbibus ordinando. Medanae, Vibonae, Veliae. A divo Marco Evangelista Aulalium in Ecclesia S. Marci, ecc…” e, veniva citato dal Laudisio (…), a p. 7 (v. Visconti), della sua nota (f)(si veda nota (49) della versione curata dal Visconti). Il Gagliardo (…), scriveva che S. Paolo, ordinò Vescovi in diverse città, anche della nostra antica Lucania: a Velia, Bussento e a Vibone (diceva Laudisio: confinante con le altre due di Bussento e Velia). Dunque, il Gagliardo (…), citava Vibona e Velia fra le diocesi esistenti. Il Tancredi (…), però, dubitando della notizia, scriveva che bisognava analizzare gli Atti degli Apostoli (…), dove “S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelazzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. L’Avv. Pesce Carlo (…), nel suo ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, nel cap. IV, a p. 191, in proposito alle diocesi fondate dall’apostolo San Paolo di Tarso, scriveva che: “La pia tradizione vuole i due grandi Apostoli Pietro e Paolo, approdati dall’Oriente a Brindisi o a Reggio, abbiano attraversato tutta la regione fino al Tevere diffondendo i primi germi della parola del Vangelo…..Benchè di questi primi Cristiani, di questi anacoreti non sia traccia nella nostra Città, ci pare riferire quello che lasciò scritto il Falcone sul proposito: “Un’antica tradizione, continuata e non interrotta, corre in questa patria tramandata dai padri ai figli, che la Grotta di Cervaro, dove sono molte stanze ecc…ecc…”. Il Pesce (…), cita un manoscritto di Mons. Carmelo Nicola Falcone (…), che fu citato anche dal Laudisio (…). Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””. Infatti il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi etc..‘ a p. 101 (vedi versione del Visconti) in proposito scriveva che: “Ma anche in altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Felice, S. Teodoro e S. Donato.”.

Nel 64 d. C. (I sec. d.C.), LETONIA di Blanda, vedova del patrizio romano Novio ritornò a Velia

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini” parlando di Velia, a p. 9, in proposito scriveva che: “Il Curzio, nella sua “Melania di Blanda”, parla di Letonia, oriunda di Blanda e vedova del patrizio Novio, morto in prigione per tradimenti politici. Letonia, trascorsi alcuni anni a Roma, avendo saputo che San Pietro vi predicava una religione nuova, capace di lenire il dolore, volle ascoltarne la voce e si fece cristiana. Continuò ad abitare in Roma fino al tempo di Nerone, ma, inorridita dalle crudeltà di costui, ritornò a Velia, dove visse in meditazione ed in preghiera, liberò gli schiavi ed istruì nella fede la giovane Melissa (110). La fede cristiana aveva messo radici sante e salde nel cuore di Letonia che, alla visita di cari ospiti che le consigliavano sacrifici agli dei per il suo defunto marito, potè rispondere: “Oh!…..non profferite più questi nomi di dei falsi e bugiardi. Nella mia casa non vi sono più dei Mani, come non vi sono più Lari e Penati. V’è semplicemente il timore di un Dio Eterno, Giusto, Onnipotente” (111).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (110) postillava: “(110) Curzio, op. cit. p. 18”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (111) postillava: “(111) Curzio, op. cit. p. 19”. Il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”.

Nel 65 d.C. (I sec. d.C.), VELIA (l’antica colonia magno-greca di Elea) che, S. Paolo la eresse sede Vescovile

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, tra le prime diocesi conosciute in Campania e chiese contermini erano conosciute le seguenti: “1) – Acerra; 2) – Alife; 3) – Ariano Irpino; 4) – Avellino; 5) – Benevento; 6) – Calvi; 7) – Teano; 8) – Capua; 9) – Napoli; 10) – Nocera de’ Pagani; 11) – Nola; 12) Bussento (Policastro). Fondata da S. Paolo nel I secolo (66), se ne ricordano solo due vescovi: Rustico (501) e Sabbazio (649)(70); 13) – Pozzuoli; 15) Salerno; 16) – Sessa Aurunca;”. Sempre il Cataldo, nello stesso opuscolo nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, in proposito scriveva che: “Passiamo in rassegna, brevemente, alcune località dove la religione cristiana arrivò per prima e delle quali abbiamo qualche ricordo. Esse sono: paestum, Agropoli, Capaccio, Velia, Bussento (Policastro B.), Roccagloriosa, Teggiano, Atena Lucana, Sala Consilina, Lagonegro e Blanda. Gli ultimi cinque nuclei, essendo limitrofi al Cilento, ebbero rapporti immediati con le nostre zone.”. Il Cataldo, parlando di Velia scriveva pure che: “4) – VELIA. Città celebre edificata dai Focesi al tempo di Servio Tullio, 6° re di Roma, rinomata per la scuola filosofica (Eleatica), fiorita per merito di illustri pensatori, come Senofane, Parmenide, Zenone e Leucippo, e patria di Papinio, padre di Stazio (101), e di Trebazio, amico di Cicerone, fu centro di villeggiatura, e tappa obbligata, col suo porto, per i mercanti d’Oriente e d’Occidente (102). Evangelizzata da S. Pietro nel 55 al tempo di Nerone, ebbe i primi testimoni della fede (103). Dieci anni dopo vi passò S. Paolo e vi eresse la sede Vescovile (104). Sono ricordati almeno due presuli: Agnello (sec. V) ed un ignoto (592), già defunto al tempo di papa S. Gregorio Magno (105).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (105) postillava che: “(108) Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. I, pp. 14 e 25”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 730 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d.C. (scomparsa della basilica paleo-cristiana e della villa della famiglia Gavinio).”.  Inoltre, Ebner, a p. 724, in proposito scriveva che: “Certo è che Velia era diocesi già nel 500 d.C., come è certo che in età longobarda (30) (lo si desume da un diploma del 950) il luogo era noto solo per la chiesa “ai due fiumi”, l’Alento e il Palistro, alle cui foci, poi congiunte erano i due porti settentrionali di Velia, come conferma l’aereofotografia. Del resto una chiesa cattedrale fu sempre poi a Velia: ne rimane traccia nei tre scalini e nel tronetto di quella attuale (verrà adibita a museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo) su un’altra più antica, come testimoniano due magnifici capitelli medioevali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicata a divinità femminile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, etc…”. Ebner, a p. 724, nella nota (30) postillava che: “(30) P. Ebner, Storia cit., ID. ID., Economia e società cit.”. Ebner, a p. 724, nella nota (31) postillava che: “(31) P. Ebner, Agricoltura e pastorizia, cit., p. 69”. Ebner, a p. 724, nella nota (32) postillava che: “(32) CDC, I, 179, novembre a. 950, Salerno: ecclesia sanctae dei genitricis virginis marie. Cfr. Ebner, Agricoltura, cit., p. 62 sg.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a pp. 5-6-7 parlando di “Pesto”, in proposito scriveva che: “Vogliono, che questa Città fosse stata una delle quattordici colonie de’ Romani in Italia, che qui fossero vissuti Zenofonte e Parmenide celebri Filosofi, secondo il parere di Dionisio e Diodoro, che M. Tullio Cicerone vi havesse fatto una Villa, e che li suoi cittadini havessero guerreggiato con Annibale, Alarico, Gensorico, e Totila, e con gran valore havessero resistito ad Alessandro Molosso Rè degli Epiroti, & a Pirro suo figliolo. In questa città fiorì anche la Santità, mentre ebbe S. Vito Martire, che morì per la Fede di Cristo, come vuole Paolo Reggio Vescovo di Vico Equense, e dopo tante, e altre sue tralasciate glorie nell’ano 930, fu invasa da Saraceni, e da quelli abbattuta in modo che di una Città sì bella tenuta inespugnabile per molti secoli, e del suo circuito di quattro miglia, non furono lasciati, se non le mura in piedi.”. Il Di Luccia, a p. 6 parlando di Velia scriveva che: “Tra l’altre città della Lucania veniva annoverata Bussento…..Velia era la terza città detta Veleia, & in Greco detta Eleia,…..Haveva questa Città bellissimi porti, mentre ‘Virgilio nel lib. 6 dell’Enead.dice ‘Portusque require Velinos’.”. Ancora, il Di luccia, a p. 7 parlando di Bussento scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.

Nel ’41 e nel ’68 d. C. (I sec. d.C.), TILENO a Blanda e BACCHILO a Bussento (su ordine di S. Paolo si recò a Bussento e poi a Blanda)

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, scriveva in proposito che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo  ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Pubblicato nel 1910, scriveva che il luogo di Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (…), il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “Bussento”, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: Sempre dal Curzio, si apprende che dell’esistenza di Bussento (Ecco là Bussento come primeggia sul Golfo. Che ridente posizione! (Cap. III, p. 10), la quale, con i ridenti centri marittimi della Magna Grecia, forma “una ghirlanda di gemme, la cui greca bellezza è ammirata nel mondo intero!…” (p. 11), offrendo ai naviganti una incantevole veduta (131). Questa cittadina fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina (mandatovi da S. Paolo nell’anno 41 ed ivi vissuto fino al 68), assieme alle altre comunità costiere. Bacchilo, partito da Blanda, attraversando le falde del monte Coccovello su un cavallo grigio, raggiunse Bussento, dove parlò in nome dell’Apostolo Paolo, esercitando sugli animi un fascino indicibile ed inebriandoli delle divine bellezze della fede cristiana (p. 29 e 30). Da Bussento il venerando presule passò a visitare la comunità vicina di Vibone ad Sicam (132).”. Sempre il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Il Curzio, nel citato racconto del I° secolo dell’era cristiana (Melania di Blanda), ne parla spesso, accennando alla comunità cristiana guidata dal Presbiterio Tileno e visitata da Bacchilo, Arcivescovo di Messina, mandatovi da S. Paolo qualche anno dopo la fondazione, nel 68: – “Il dì seguente a notte inoltrata giunse a Blanda il venerando Bacchilo. La notizia del suo arrivo si sparse in breve per tutta la città, appena che l’alba ebbe nella dimane fugate le tenebre della notte, tanto che in poco d’ora s’erano già radunati nell’atrio della casa di Tileno i pochi fedeli di Blanda. Il vescovo incomincia la sua evangelica allocuzione. Il suo dire esercita ugli animi un fascino indicibile. Tutti pendono dal suo labbro. Egli parla in nome dell’Apostolo Paolo, e dopo aver descritte le dolcezze della vita mistica al lume della fede, incoraggia i fedeli a star sempre in guardia acciocchè non fossero assaliti dal principe delle tenebre. Fa loro comprendere che la vita dell’uomo sulla terra è una milizia e che il vessillo sotto cui militano i cristiani è l’insegna di nostra redenzione. Operato quindi il sacrificio incruento e distribuito ai fedeli il pane eucaristico, il venerando vescovo si accinge a partire per Bussento”(195)”. Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (131), postillava che:  “(131) Curzio N., op. cit., pp. 10-11”. Il Cataldo (…), nella sua nota (132), postillava che:  “(132) Curzio N., op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (132) postillava che: “(132) Curzio, op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo a p. 22, nella nota (195) postillava: “(195) Russo Francesco: Storia della Diocesi di Cassano al Jonio, Laurenziana, Napoli, 1968, vol. III, pp. 17-19”. Il Cataldo (…), nella sua nota (193), postillava che:  “(193) Curzio N., op. cit., pp. 30.”. Il Cataldo (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”.

L’antica “Bibo” (“Vibonem”) di Velleio Patercolo

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’,del 1978, pp. 64-65 parlando della “Vibone Lucana”, in proposito scriveva che: “Aveva anche perduto la sua ragione di vita, perchè la nuova formazione del terreno la fece inusabile come porto e il nuovo porto (del quale parleremo) risentiva della desolata decadenza della regione. Che un’altra città, ribattezzata dai Romani col nome di “Potentia”, sia da identificare con Vibona Lucana, riteniamo improbabile, questa Potentia (della quale non sappiamo proprio nulla, fuorchè del nome) doveva trovarsi più a sud; ed è anche questa Potentia ha creato un mondo di confusioni: si cercava il porto marino di Blanda, perchè era vicino a Potenza, capoluogo della Lucania, fondata pure dai Romani (15).“. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (15), postillava che:  “(15) Velleio Patercolo, Historiae Romane, libro I, 15 (Da una colonna si legge: “Potentia Romanorum huc nos relegavit”). Fu colonia romana dal 189 a.C.”. Il Tancredi, continuando il suo racconto a p. 64, in proposito scriveva pure che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova un villaggio, detto ‘Petrasia’ (17), che poco dopo scompare e rimase col nome di ‘Villammare’ (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. dal Troyli, Tomo I, P. II, p. 178 in “Additions ad Calepinum” la dice “Bibone”.”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13.”. Sulla “Vibone” (lucana), antica sede Episcopale ha scritto anche il Tancredi che faceva interessanti ipotesi. Il Tancredi (…), però, dubitando della notizia, scriveva che bisognava analizzare gli Atti degli Apostoli (…), dove “S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelazzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Gaetani (…), nel suo introvabile libretto sull’antica diocesi di Bussento, a riguardo scriveva che a Buxentum, nel 501, appare un Vescovo chiamato Rustico. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”.

Nel 66 d. C., PESILIANO, centurione che vigilava su S. Paolo e fidanzato con MELANIA di Blanda, si convertirono al cristianesimo

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38): Etc…..Questo racconto, in 24 capitoletti, narra la storia di due fidanzati: Melania di Blanda e Pesiliano, novella leva dell’esercito imperiale di Nerone. Essi hanno abbracciato con gioia la nuova religione di Cristo, grazie alla missione degli Apostoli Pietro e Paolo. L’autore, versato nelle discipline classiche e nelle ricerche storiche all’inizio del sec. XX, mette in luce una delle tante testimonianze della nostra fede. Il passo di S. Epifanio, Padre della Chiesa Orientale, è generico e non scende a tanti particolari; ma è la chiave di volta di tutta una tradizione, indubbiamente autorevole. Etc…”.  Dunque, secondo il Cataldo, che scrive sulla scorta del sacerdote Nicola Curzio, il centurione di Nerone che, vigilava sulle catene a S. Paolo, insieme alla fidanzata Melania di Blanda, si convertirono al Cristianesimo.

Nel ’41 e nel ’68 d. C. (I sec. d.C.), TILENO a Blanda e BACCHILO a Bussento (su ordine di S. Paolo si recò a Bussento e poi a Blanda)

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, scriveva in proposito che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo  ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Pubblicato nel 1910, scriveva che il luogo di Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (…), il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “Bussento”, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: Sempre dal Curzio, si apprende che dell’esistenza di Bussento (Ecco là Bussento come primeggia sul Golfo. Che ridente posizione! (Cap. III, p. 10), la quale, con i ridenti centri marittimi della Magna Grecia, forma “una ghirlanda di gemme, la cui greca bellezza è ammirata nel mondo intero!…” (p. 11), offrendo ai naviganti una incantevole veduta (131). Questa cittadina fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina (mandatovi da S. Paolo nell’anno 41 ed ivi vissuto fino al 68), assieme alle altre comunità costiere. Bacchilo, partito da Blanda, attraversando le falde del monte Coccovello su un cavallo grigio, raggiunse Bussento, dove parlò in nome dell’Apostolo Paolo, esercitando sugli animi un fascino indicibile ed inebriandoli delle divine bellezze della fede cristiana (p. 29 e 30). Da Bussento il venerando presule passò a visitare la comunità vicina di Vibone ad Sicam (132).”. Sempre il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Il Curzio, nel citato racconto del I° secolo dell’era cristiana (Melania di Blanda), ne parla spesso, accennando alla comunità cristiana guidata dal Presbiterio Tileno e visitata da Bacchilo, Arcivescovo di Messina, mandatovi da S. Paolo qualche anno dopo la fondazione, nel 68: – “Il dì seguente a notte inoltrata giunse a Blanda il venerando Bacchilo. La notizia del suo arrivo si sparse in breve per tutta la città, appena che l’alba ebbe nella dimane fugate le tenebre della notte, tanto che in poco d’ora s’erano già radunati nell’atrio della casa di Tileno i pochi fedeli di Blanda. Il vescovo incomincia la sua evangelica allocuzione. Il suo dire esercita ugli animi un fascino indicibile. Tutti pendono dal suo labbro. Egli parla in nome dell’Apostolo Paolo, e dopo aver descritte le dolcezze della vita mistica al lume della fede, incoraggia i fedeli a star sempre in guardia acciocchè non fossero assaliti dal principe delle tenebre. Fa loro comprendere che la vita dell’uomo sulla terra è una milizia e che il vessillo sotto cui militano i cristiani è l’insegna di nostra redenzione. Operato quindi il sacrificio incruento e distribuito ai fedeli il pane eucaristico, il venerando vescovo si accinge a partire per Bussento”(195)”. Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (131), postillava che:  “(131) Curzio N., op. cit., pp. 10-11”. Il Cataldo (…), nella sua nota (132), postillava che:  “(132) Curzio N., op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (132) postillava che: “(132) Curzio, op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo a p. 22, nella nota (195) postillava: “(195) Russo Francesco: Storia della Diocesi di Cassano al Jonio, Laurenziana, Napoli, 1968, vol. III, pp. 17-19”. Il Cataldo (…), nella sua nota (193), postillava che:  “(193) Curzio N., op. cit., pp. 30.”. Il Cataldo (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”.

Nel 66 d.C. (I sec. d.C.), S. Paolo fonda le prime diocesi, tra cui quella di ‘VIBONA’

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa una sede Episcopale a Vibona. Come ho detto, le vicende della fondazione di una diocesi a Vibona (forse “Vibone Lucana”), sono legate al viaggio di San Paolo, che fondò anche altre diocesi: Velia, Bussento e Blanda. Le notizie intorno ad una diocesi di Vibona, si possono legare a quelle di Bussento e di Blanda. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1838, nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis’,  a p. 7 (si veda la versione della ‘Synopsi’, curata dal Visconti), scriveva che: “…ibique sede fixa partibus suis suis Lino et Cleto domandatis, varias inde Apostolorum principes peragrarunt regiones (13); quas inter nostram Lucaniam, in Magna Graecia. Fundavere enim Petrus Neapolitanam, Beneventuanam, Puteolanam, aliasque, Paulus vero, inter coeteras, Vibonensem, Velinam, et sic ipsis finitimam, Buxentinam, Ecclesias.”. Il Laudisio a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.” e, nella sua nota (14, la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, p. 238.”. Il Laudisio (…), sulla scorta del Gagliardi (…) e tradotto dal Visconti, rifrendosi ai due apostoli S. Piero e S. Paolo, scriveva che: “Fissata la loro sede a Roma, i due principi degli apostoli, dopo aver pregato Lino e Cleto di fare le loro veci, incominciarono a percorrere diverse regioni, e fra queste anche la nostra Lucania in Magna Grecia. Pietro, infatti, fondò le chiese di Napoli, di Benevento, di Pozzuoli ed anche altre; Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”. Dunque, secondo il Laudisio (…), San Paolo (insieme a San Pietro), dopo aver affidato a Lino e Cleto, le loro veci in loro assenza e, prima di essere fatti decapitare dall’Imperatore romano Nerone, nell’anno 66 d.C.,  si allontanarono da Roma e iniziarono la loro opera di evangelizzazione in diverse regioni d’Italia, tra cui anche la nostra Lucania, dove si dice che San Paolo fondò le Diocesi di Velia, Bussento e Vibona. A lungo gli storici hanno dibattuto sulla ‘Vibonem’ episcopio fondata da S. Paolo apostolo, al rientro da un viaggio a Nicopoli, nel lontano Oriente. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: “Per dare un quadro completo delle notizie su Vibona, dobbiamo ancora riferire una voce che ci lascia un pò perplessi. Vibona sarebbe stata sede di Diocesi. Lo riferisce Carlo Gagliardo, il quale afferma che il fondatore della diocesi sia stato l’apostolo S. Paolo in persona (7). Su questa circostanza esiste un documento che non si dovrebbe ignorare, perchè ognuno di noi l’ha a portata di mano: negli Atti degli Apostoli (8) S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelizzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15.”.  Il Tancredi (…), scriveva che: “Per dare un quadro completo delle notizie su Vibona, dobbiamo ancora riferire una voce che ci lascia un pò perplessi. Vibona sarebbe stata sede di Diocesi. Lo riferisce Carlo Gagliardo, il quale afferma che il fondatore della diocesi sia stato l’apostolo S. Paolo in persona (7).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a pp. 15-16, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino e a poposito della notizia della sede episcopale a Vibona, riferisce e parla delle stesse notizie citate dal Tancredi (…), circa una Diocesi di Vibone, fondata dall’Apostolo S. Paolo e, scriveva che: “S. Paolo, tornato da Napoli nel 66 d.C., fondò, tra le varie chiese o diocesi, VIBONE (Vibo Valentia o Monteleone del Bruzio), VELIA (Velia-Scavi) e BUSSENTO (Policastro Bussentino). Dunque la fondazione della chiesa e della sede vescovile di Bussento risale al 66 per opera di S. Paolo, al ritorno da Nicopoli, dopo l’ultimo viaggio in Oriente, l’anno prima della sua morte. Detta notizia, conservata nell’opera classica di Carlo Gagliardi di Bella (PZ)(1710-1778), Vescovo di Muro Lucano: Institutionum Juris Canonici (lib. I, tit. 18, Noap. 1848), è citata nella ‘Synopsis di Monsignor Nicola Laudisio.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, che indicherà il giusto riferimento bibliografico del Gagliardo (…): “Ad signum ancorae, 1848, Tomo I, tit. XVIII: De Episcopis, n. IV, pag. 177-178”, dove troviamo scritto che: I Santi Pietro e Paolo approdarono ambedue distintamente due volte in Italia (Atti degli Apostoli, XXVIII: 11-14); essi stessi furono soliti penetrare in moltissime province specialmente in questo Regno di Napoli (S. Epifanio: Haereses, 27 tramanda: ….Parimenti da S. Paolo, nella Puglia Peucezia, che si chiama anche Calabria, che si estende da Brindisi fino a Taranto, si dice che fu annunziata la fede evangelica e che ivi stesso furono ordinati molti vescovi: particolarmente S. Stefano Niceno a Reggio Calabria, il B. Sveda a Locri, altri a Gerace, e i manenti dei quali non si sa il nome, a Taurianova, a Metauro, a Medana, a Vibona (“Vibonae”) e a Velia (‘Veliae’)”. Il Cataldo, aggiunge (Cfr. P. Fiore: Della Calabria illustrata, e Bartolomeo Chioccarelli, de Episcopis et Archiepiscopis Neapolitanis).”. Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15.”.  Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Anche il Cataldo (…), citava le notizie tratte da Carlo Gagliardo (…) e, riportate per la prima volta dal Laudisio (…). Tuttavia, sebbene il Cataldo, riportasse la notizia di S. Paolo, riferita dal Laudisio (…), non parlava di una “Vibone Lucana”, che il Tancredi credeva doversi riferire a Vibonati, ma parlava di una Vibo Valentia. Dunque, sulla base di ciò che riportava il Laudisio (…), anzi ciò che scriveva il Gagliardo (vedi le note (14)), ci chiediamo se il documento trascritto dal Gagliardo (…), si possa riferire ad una Vibo Valentia, anzicchè a Vibonati, essendo una sede episcopale prossima alle altre due Velia e Bussento. Sulla fondazione delle Diocesi di Velia, Bussento e di ‘Vibonem’ ha scritto Mons. Carlo Gagliardo (…), Vescovo di Muro Lucano che, nel 1848, nel suo ‘Institutiones Juris Canonici’, nel suo Tomo I, tit. 18, da p. 173 e s., nel Tit. XVIII,“De Episcopis (7)”, a p. 178, scriveva in proposito che: “Episcopi permultis in urbibus ordinando. Medanae, Vibonae, Veliae. A divo Marco Evangelista Aulalium in Ecclesia S. Marci, ecc…” e, veniva citato dal Laudisio (…), a p. 7 (v. Visconti), della sua nota (f)(si veda nota (49) della versione curata dal Visconti). Secondo la traduzione del Visconti (..), nella versione curata della ‘Synopsi’ del Laudisio, , il Gagliardo scriveva che: Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”. Il Laudisio, il Cataldo ed il Tancredi citavano Carlo Gagliardi (….). Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Laudisio (….), nella sua ‘Sinopsi’ a p. 7, nella sua nota (14), vedi versione a cura del Visconti, nella sua nota ((14), la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, (Caroli Gagliardi, Institutionum Iuris Canonici Communis et Neapolitani libri, Neapoli, 1766, lib. I, p. 238: “Divi Petrus et Paulus bis in Italiam uterque seiunctim appulere plurimasque huius potissimum regni Neapolitani provincias peragrare ipsi consueverunt, episcopos permultis in urbibus ordinando”).”, la cui traduzione è “S. Pietro e Paolo giunsero in Italia due volte, uno dopo l’altro, ed essi stessi erano soliti percorrere molte province, specialmente di questo regno di Napoli, ordinando vescovi in ​​moltissime città ecc..”. Secondo la tradizione dunque, S. Pietro e S. Paolo ordinarono Vescovi in diverse città della Campania e Lucania. Il Tancredi, circa la notizia di una sede episcopale a Vibona, oltre a citare il Laudisio (…), citava Carlo Gagliardo (…), che nel 1848, nel suo ‘Institutiones Juris Canonici, Napoli’, nel suo Tomo I, tit. 18, da p. 173 e s., nel Tit. XVIII, “Tit. XVIII. De Episcopis (7)”, a p. 178, riferendosi a S. Paolo scriveva in proposito che: “A Divo item Paulo in Peucetia, quae modo Calabria vocitatur, a Brundusio usque ad Tarentum patens, Fidem evangelii annunciatam, et Episcopos inibi plures ordinatus ferunt: et praecique S. Stephanum Nicaenum Rhegii, B. Svedam Locride, alios Hieracii, cetero ignotos Taurinae, Metauri, Medanae, Vobonae, Veliae. A divo Marco Evangelista Aulalium in Ecclesia S. Marci, alias Argentani, et Amasianum Tarenti (4).”, ovvero che: “Anche da San Paolo in Peucezia, che ora si chiama Calabria, estendendosi da Brundusium a Taranto, fu annunziata la fede del vangelo, e si dice che in essa furono ordinati diversi vescovi: Metauro, Medana, Vobona, Velia. Da San Marco Evangelista, Sala dei Santi nella Chiesa di San Marco, alias Argentino e Amasiano di Taranto. (4).”.

Gagliardo, p. 178

(Fig….) Gagliardo Carlo, Institutionum Iuris Canonici Communis et Neapolitani libri, Neapoli, 1766, lib. I, p. 178 (Archivio Attanasio)

Il Gagliardo citava Vibona e Velia fra le diocesi esistenti. Carlo Gagliardo (….), sulla scorta di S. Epifanio, scriveva di Vibone e di Velia, ovvero le due diocesi create da S. Paolo. Il Gagliardo (…), a p. 178, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Videndi ad id Ughellius in Italia sacra, P. Io: Fiore Capuccinus tom. 2 della Calabria illustrata, Auberius Miraeus in ‘notitie episcopat. Orbis Christiani, Philipp. Ferrarius in cathalogo Sanctorum Italiae, Petr. de Natalibus in cathalogo, B. Chioccarell. de Episcop. et Archiep. Neap.”. Dunque, il Gagliardo, nella sua nota, postillava i suoi riferimenti bibliografici e cita l’“Italia Sacra” dell’Ughelli, il tomo II della “Della Calabria Illustrata” del Fiore (…), Filippo Ferrario (…) e, il Bartolomeo Chioccarelli (…). Carlo Gagliardo a p. 178, nella sua nota (4) postillava di Ughelli, di Fiore (….), Filippo Ferrarius in “Cathalogo Sanctorum Italiae” e del Cioccarelli: “De Episcop. et Archiep. Neapol.”. Si riferiva all’opera di Cioccarelli. Il Gagliardo (…), citava Vibona e Velia fra le diocesi fondate dall’Apostolo San Paolo di Tarso. Il Gagliardo (…), scriveva che S. Paolo, ordinò Vescovi in diverse città, anche della nostra antica Lucania: a Velia, Bussento e a Vibone (diceva Laudisio: confinante con le altre due di Bussento e Velia). Dunque, il Gagliardo (…), fra le città esistenti nei Bruzi (Calabria), che all’epoca era una parte della Lucania romana, citava ‘Vibona’ e ‘Velia’. Il Gagliardo (….) scriveva che S. Paolo, nel suo viaggio di ritorno da “Nicopoli” si fermò sulle nostre coste ed ordinò vescovi anche nella città della Calabria di “Vibonae” e “Veliae”, città poste molto vicine subito dopo la città di “Medanae”. Dunque doveva trattarsi non della città di Vibo Valentia. Come vedremo, Gagliardo, non parla di ‘Vibo Valentia’ ma, cita un documento tratto da S. Epifanio (…), che cita un Vibonae”. Riguardo il Carlo Gagliardo di Bella (….), il Laudisio (…), nel 1838, nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis’, a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.”. Dunque, il Laudisio citava S. Epifanio (…) e la sua opera “Haer., 27”. Di cosa si tratta ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, che indicherà il giusto riferimento bibliografico del Gagliardo (…): “Ad signum ancorae, 1848, Tomo I, tit. XVIII: De Episcopis, n. IV, pag. 177-178”, dove troviamo scritto che: I Santi Pietro e Paolo approdarono ambedue distintamente due volte in Italia (Atti degli Apostoli, XXVIII: 11-14); essi stessi furono soliti penetrare in moltissime province specialmente in questo Regno di Napoli (S. Epifanio: Haereses, 27 tramanda:….ecc…”. Dunque, il sacerdote Cataldo (…), scriveva che il Gagliardo traeva queste notizie da un passo di S. Epifanio: “(S. Epifanio: Haereses, 27)”. Il Cataldo scriveva che S. Epifanio: “tramanda: ….Parimenti da S. Paolo, nella Puglia Peucezia, che si chiama anche Calabria, che si estende da Brindisi fino a Taranto, si dice che fu annunziata la fede evangelica e che ivi stesso furono ordinati molti vescovi: particolarmente S. Stefano Niceno a Reggio Calabria, il B. Sveda a Locri, altri a Gerace, e i manenti dei quali non si sa il nome, a Taurianova, a Metauro, a Medana, a Vibona (“Vibonae”) e a Velia (‘Veliae’)”. Dunque, il Cataldo aggiunge in più a ciò che aveva postillato il Laudisio che il Gagliardo traeva alcune notizie su S. Paolo dal testo di S. Epifanio e che S. Epifanio (…), nella sua opera “Haereses”, al n. 27 tramandava che S. Paolo giunto in “Peucezia”, che si chiamava anche Calabria, continuò la sua opera di evangelizzazione delle genti e ordinò diversi Vescovi, tra cui quelli a Taurianova, a Metauro, a Medana, a Vibona (“Vibonae”) e a Velia (‘Veliae’). A quale opera di S. Epifanio si riferivano il Curzio (…), il Laudisio (….) e gli storici locali come il Tancredi ed il Cataldo ?. Essi si riferivano all’opera chiamata “Haereses”. L’opera in questione è attribuita a Sant’Epifanio Vescovo di Salamina e di Cipro. Epifanio di Salamina, o anche Epifanio di Costanza di Cipro (Eleuteropoli, 315 circa – 403), è stato un vescovo e scrittore greco antico venerato dalle Chiese cattolica, ortodossa e ortodossi orientali come santo e Padre della chiesa. Di grande importanza è Ancoratus, ovvero l’uomo ben ancorato, tradotto in italiano con L’ancora della fede, un buono e solido catechismo dell’epoca, scritto nel 374. Subito dopo (374-377) scrisse la sua opera più nota, il Panarion (tradotto in latino con il titolo: Adversus omnes haereses), dove sono considerate e combattute circa 80 eresie diverse. Il titolo Panarion indica la cassetta di pronto soccorso con le medicine contro il veleno dei serpenti. Fu un enorme compendio delle eresie diffuse al suo tempo, ricco di citazioni di opere pervenute in frammenti e altrimenti andate perdute. Era fortemente contrario all’uso delle immagini sacre nella Chiesa. Nei primi capitoli, fornisce accesso ai lavori contro le eresie, del martire Giustino, del greco Ireneo Contro le eresie, e il Syntagma di Ippolito. Il Panarion è stato tradotto in inglese per la prima volta tra il 1987 e il 1990. In totale, elenca e confuta 80 diverse eresie, molte delle quali nominate soltanto nella sua opera. È una importante risorsa di informazioni sulla Chiesa del IV secolo, e sul cosiddetto Vangelo degli Ebrei, che circolava tra gli Ebioniti e Nazareni, e fra i seguaci di Cerinto. Il Panarion è un trattato fondamentale per conoscere la Storia della Chiesa e delle prime comunità cristiane. Panarion adversus omnes haereses è il capolavoro di Epifanio di Salamina (310/20-403) scritto contro tutte le eresie dell’epoca. L’Autore si propone di confutare le eresie che attecchivano allora all’interno delle comunità cristiane e ne considera e combatte nel testo circa 80 eresie diverse. Ad ogni eresia associa l’immagine di un serpente velenoso per il quale suggerisce un siero, da cui il titolo dell’opera “Panarion” ovvero “cassetta dei medicinali” da utilizzare nella lotta “contro il veleno dell’errore”. Anche se è stato molto discusso dai posteri per la faziosità che talora l’attraversa, è un trattato prezioso per la quantità di notizie e documenti che riporta.

Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Alle anzidette tradizioni vanno aggiunti altri indizi che confermano l’esistenza di nuclei cristiani in Lucania (Lucania Augustea). Dal rescritto di Costantino del 21 ottobre 219 al ‘corrector Lucania et Bruttiorum’ (77) si rileva l’esistenza di chiese organizzate nella regione da collegare con quanto si afferma negli ‘Acta Sanctorum’ (78) sul siciliano Vito, detto però “Vitus lucanus”, decollato sulle rive del Sele il 15 giugno 304-5 etc..”. Ebner, a p. 18, nella nota (77) postillava: “(77) Lanzoni, cit., p. 319. Va ricordato che con la dominazione normanna l’antica lucania scomparve definitivamente.”.

La nascita dei PAGI e dei VICI o VICUS

Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “4- Origini di Comunità Cristiane e sedi vescovili antiche”, a p. 5, in proposito scriveva che: “L’ascolto della parola di Dio ed il battesimo costituivano la nascita dei cristiani; l’accrescimento del loro numero faceva sorgere la “comunità cristiana” in ogni paese (55). I centri abitati di facile accesso (porti, punti strategici, scali commerciali) erano evangelizzati per primi; le località interne del retroterra, dei monti o di difficile accesso, a motivo del ritardo o dell’attaccamento ai culti antichi, erano nuclei rurali detti “pagi”, e perciò “pagani”, o anche “vici” (es. Sapri – Vicum Saprinum)(56).”. Il Cataldo, a p. 18, nella nota (56) postillava: “(56) Ebner, op. cit., I, pp. 18-19”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Nelle diocesi di Paestum, di Velia, di Bussento e di Marcellianum agivano fin dai primi tempi, come abbiamo accennato, oltre ai vescovi anche nuclei di “presbiteri” e di “diaconi”(20) con un rapporto centrato sostanzialmente nel ruolo del vescovo quale perno e fuoco della Chiesa locale (21), così come insegnavano Ignazio di Antiochia (22), Cipriano, vescovo di Cartagine (200-258), Agostino (350-430) e tanti altri minori. La figura del vescovo costituiva quindi il fuoco intorno a cui ruotavano le prime comunità cristiane. La cattedrale, chiesa ‘baptismalis’, rappresentava l’unico spazio sacro entro cui confluivano non solo i cristaini delle antiche città costituenti il territorio episcopale (paronoicheia), ma anche i fedeli dei suburbi e dei ‘vici’. E nella cattedrale che il vescovo celebrava i sacri riti assistito dai presbiteri. L’incremento demografico delle comunità cristiane rese necessario, nel tempo, la creazione di altri luoghi di riunione. Etc…3. La configurazione delle prime comunità cristiane risulta chiaramente delineata in alcune parti degli ‘Atti’ degli Apostoli (IV, 32) etc…Nel II secolo esse cominciarono però ad assumere sembianze più istituzionalizzate con assemblee giudate da ecclesiastici, presbiteri e vescovi, con poteri che tendevano a dilatarsi verso comunità limitrofe sia della ‘civitas’ che dei ‘vici’ da essa dipendenti.”.

BLANDA SITA NEL PORTO DI SAPRI ?

Mario Nigro, il Cluverio, l’Holstenio e Costantino Gatta ritenevano che l’antico sito della città di Blanda fosse nel ‘Porto di Sapri’

Nel 1557, Mario Nigro su Safri e su Blanda

Alcuni studiosi della bibliografia antiquaria come il Volpe (41), il Volpi (42) e, l’Antonini (27), si basarono e trassero molte notizie alcuni eruditi e studiosi del ‘500, come ad esempio Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII che, nel 1557, a p. 199, indica nell’indice del testo la pagina in cui parla di Blanda.  Infatti, nell’antico testo di Mario Nigro, del 1557, nelle sue note, alla voce Sapri, lo chiama ‘Safri castellum’ (33) e a p. 199 scrive: “Mox Talaus urbis fuit Sybaritarum colonia paululum à mari semota, prope cuius locum in litore maris castellu est quod iuniores Paleocastrum uocant, Talao finui imminens, ubi & ammis Talaus Dianius nunc in radicibus Apenini exortus apud Masecum castellum: ad leva penes se alterum Sallam nomine relinques penetratos suterraneis speluncis monte in mare it. Inde Safri: Malatia castella. Postea Laus amnis in mare uadit, Laino modo nomine in quo ager Lucanius terminatur. In mediterraneo aut haec habentur, Ulci Compsas antiqua oppida. Item aliud Potentia no in celebre cui nomen ad hoc tepus restat, non procul à fonte Pyxi cui adiacent. Inde Blanda oppidum fuit situ ualidum.”, che tradotto dal latino sarebbe: Poco dopo la città di Talau fu colonia de’ Sibariti, un po’ discosta dal mare, presso il cui luogo è un forte in riva al mare, che i più giovani chiamano Paleocastrum, che sovrasta l’estremità di Talau, dove e sulle rive di Talau Dianius, che ora sorge nelle radici dell’Appennino presso il forte di Masecum, penetrata nelle caverne sotterranee, la montagna andò nel mare. Poi Safri: i forti di Malatia. Successivamente il fiume Laus sfocia nel mare, sotto il nome di Lainus, dove finisce il campo di Lucanius. Nell’interno ci sono questi, gli antichi borghi di Ulci Compsas. Allo stesso modo, non c’è altra Potentia nel famoso il cui nome rimanga in questo luogo, non lontano dalla fonte di Pyxis, a cui sono adiacenti. Da quel momento in poi Blanda fu una città in una posizione forte”. Le interessantissime notizie riportate da scrittori testimoni del loro tempo andrebbero ulteriormente indagate.

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(Figg. ……) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199 (33)

Nel 1600, Blanda secondo Filippo Cluverio

Un altro erudito del tempo che a metà del ‘600 scrisse un’opera rimasta immemorabile è Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italia antiqua”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (35). Filippo Cluveri, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di ‘Blanda opidum’. Ciò che scrive il Cluverio su Blanda a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (35), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg. 6-7).

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(Figg. 6-7) Filippo Cluveri(o), ‘Italia antiqua’, 1624, p. 1263 (35).

Anche Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studii storico-Archeologici”, ed. Ercolano, Rionero, 1888, a pp. 12-13 del vol. II, in proposito scriveva che: “Blandae, oppidum. Secondo il Cluverio questa città era sita sul Tirreno alla dritta del fiume Noce sull’altura un miglio sopra Maratea. Ecc..”. Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italiae antiquae”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (…). Filippo Cluveri (…) (o Philppi Clvveri), nel cap. XIV, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di Blanda opidum’. Ciò che scrive il Cluverio su Blanda a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (…), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg…..). Infatti, il noto umanista Filippo Cluverio o Philipp Cluver (…), nella sua “Italiae Antiquae”, nel vol. II, Lib. IIII (IV), a p. 1263 parla di “Blanda oppidum” dove scriveva che: “BLANDA ‘oppidum’ ridiculè Barrius facit ‘Belvedere’ (ni sorsan ‘Maratéa’!) Praeter Tabulam, Melae quoque & Plinio memoratur; & plurali numero Livio BLANDAE; ut infrà videre est in Ancis, post Grumentum. In Lucanorum Blandas suisse finibus, cis Laum amnem, etiam ex Tabula pater. Falsus igitur heic quoque, ut saepè in aedem Lucanià posteà, Plinius, qui Brutiis adscripsit, dicto lib. III, cap. V. ‘Oppidum’, inquit, ‘Buxentum’; Gracè Pyxùs. Laùs amnis. fuit & opidum eodem nomine. Ab eo Brutium litus; opidum Blanda; flumen Batum’. Mela, lib. II, cap. IV, litus hoc in Lucanorum & Brutiorum nomina non distinguit. Adverso itinere incedens: ‘Hippo’, inquit, ‘nunc Vibon, Temesa, Clampesia, Blanda, Buxentum, Velia’. Ecc…”:

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(Figg…..) Filippo Cluveri (o), ‘Italia antiqua’, 1624, Libro III, p. 1263 (…)

Il Cluverio (…), parla della città di Blanda e del porto di Sapri nel Libro IIII (IV), Cap. XIV, a p. 1263. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (…), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (…). Il Cluverio scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Il Cluverio (…) nella sua opera geografica si rifece ad alcune carte geografiche pubblicate dal cartografo Abramo Ortellio (…), ed in particolare all’atlante “Theatrum Orbis terrarum” del ……..Il Theatrum Orbis Terrarum (“Teatro del mondo”) è considerato il primo vero atlante moderno; redatto da Abramo Ortelio, consisteva in una raccolta di mappe con testi a supporto, che formavano un libro impreziosito dall’aggiunta di lamine di rame incise specificatamente. Il Theatrum Orbis Terrarum di Abramo Ortelio venne dato alle stampe per la prima volta il 20 maggio 1570, da Gilles Coppens de Diest, ad Anversa. Tre edizioni in latino, oltre a una in olandese, una in francese e una in tedesco, fecero la loro comparsa prima della fine del 1572; ben 25 edizioni furono pubblicate prima della morte di Ortelius avvenuta nel 1598 e molte altre furono pubblicate dopo la sua scomparsa tanto che l’atlante continuò ad essere richiesto fino al 1612.

Filippo Cluverio

(Fig….) Filipp Cluver (Cluverio), carta d’Italia per la prima volta pubblicata nel 1630

Cluverio, p. 1209, cap. X, la mappa dell'Ortellio

(Fig….) Filippo Cluverio (…), op. cit., p. 1209 stralcio della carta geografica di Ortellio

Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore, riferendosi al Barrio che fu ripreso dal Cluverio in proposito scrivea che: “E dell’averla descritta oltre al Lao, siccome ne fu da ‘Cluverio’ ripreso, così noi pigliammo poco sopra la libertà di darne la verace lezione in questa maniera: “Oppidum Buxentum, graece Pixus, Oppidum Blanda, Flumen Batum, Laus amnis; fuit, & Oppidum eiusdem nominis. Ab eo Brutium litus &. Ecc..”.

Nel 1666, Luca Holstenio

Un altro erudito del tempo che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (28) (Figg. ). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, ‘Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii’, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (35)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (28), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (35). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (35)(Figg. 6-7), l’Holstenio (28), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, e a p. 288, scrive le note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (35) dice in proposito: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. L’Holstenio, sempre a p. 288, nelle note alla pagina 1263 dell”Italia antiqua’ di Cluverio e dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”In seguito, nella sua prima edizione del 1745 della sua ‘Lucania’, curata da Guglielmo Goesio, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (27), disserta su ciò che aveva scritto l’Holstenio (28) che, abbiamo integralmente riportato in latino e, scrive in proposito: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti a- vea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.” (27). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge che: L’accuratissimo Olstenio (28)… ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. In buona sostanza, l’Antonini, restò un pò basito delle parole dell’Holstenio sul ‘Porto de Sapri‘ e sulla collocazione del sito di Blanda, ma non riteniamo – come dicono alcuni – che non fosse totalmente d’accordo con l’Holstenio, il quale aveva fatto dissertato sul libro più antico del Cluverio (18)(Fig. 6-7). Intanto la notazione di pagina 22 dell’Holstenio che il Cluverio, indicava: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. E’ il Cluverio (35) che lo denomina ‘Porto de Sapri’ e, questo ci deve far riflettere. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli (11); gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine.. ….dunque Blanda non fu una città dell’entroterra come invece comunemente si crede”. Il Visconti (18), nelle sue note (nota 10, p. 88) al testo del Laudisio (17), parlando di Blanda, riferisce: Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio (4), che afferma che fu espugnata dai Romani, durante la seconda guerra punica (ex Lucanis Blanda et Apolorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età Augustea prese il nome di Blanda Julia (C.I.L., X, 125).”.

Nel 1624, Luca Holstenio, Blanda e il Porto di Sapri

Giuseppe Antonini nella sua ‘Lucania’ (27) riporta alcune notizie tratte da alcuni eruditi del tempo, che meritano un maggiore approfondimento. Sono interessanti le notizie storiche e bibliografiche riferiteci dall’Antonini (27) che, parlando di Sapri e di Blanda (Fig. 2), riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella sua ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (27), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ curata da Guglielmo Goesio, parlando di Sapri, riferisce degli autori a lui precedenti che avevano scritto e collocato l’antica città di Blanda a Sapri, come ad esempio Luca Holstenio (28) che voleva che le vestigia di Blanda erano quelle che si vedevano nel porto di Sapri: “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, ‘Blandae vestigia eius apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire’, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: (I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. Sempre l’Antonini (…) a p. 439 parlando di Maratea e di Blanda in proposito scriveva che: Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e cn esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Ecc…”. L’Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439 postillava che: Questo stesso autore nelle ‘note a Carlo di S. Paolo’, dimenticatosi di quanto si dice, scrisse, che Blanda era al porto di Sapri; e nelle ‘note ad Ortelio, fol. 32. dove questo dice: ‘Blandam Lucanis fuisse ad scriptum’, egli soggiunse: ‘Recte, nam X. M.P. disiabat Buxento. Vestigia eius maxima apparent ad portum Sapri.”. Un altro erudito del tempo che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (28) (Figg. ). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geografi- cum ortelii, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (35)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (28), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (35). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (35)(Figg. 6-7), l’Holstenio (28), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, e a p. 288, scrive le note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (35) dice in proposito: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. L’Holstenio, sempre a p. 288, nelle note alla pagina 1263 dell”Italia antiqua’ di Cluverio e dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”In seguito, nella sua prima edizione del 1745 della sua ‘Lucania’, curata da Guglielmo Goesio, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (27), disserta su ciò che aveva scritto l’Holstenio (28) che, abbiamo integralmente riportato in latino e, scrive in proposito: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti a- vea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.” (27). L’Antonini, nella sua nota (1) ag- giunge: “L’accuratissimo Olstenio (28)… ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. In buona sostanza, l’Antonini, restò un pò basito delle parole dell’Holstenio sul ‘Porto de Sapri‘ e sulla collocazione del sito di Blanda, ma non riteniamo – come dicono alcuni – che non fosse totalmente d’accordo con l’Holstenio, il quale aveva fatto dissertato sul libro più antico del Cluverio (18)(Fig. 6-7). Intanto la notazione di pagina 22 dell’Holstenio che il Cluverio, indicava: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. E’ il Cluverio (35) che lo denomina ‘Porto de Sapri’ e, questo ci deve far riflettere. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli (11); gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine.. ….dunque Blanda non fu una città dell’entroterra come invece comunemente si crede”. Il Visconti (18), nelle sue note (nota 10, p. 88) al testo del Laudisio (17), parlando di Blanda, riferisce: Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio (4), che afferma che fu espugnata dai Romani, durante la seconda guerra punica (ex Lucanis Blanda et Apolorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età Augustea prese il nome di Blanda Julia (C.I.L., X, 125).”.

Nel 1723, Costantino Gatta: nel mare di Sapri fu ingoiata l’antica sede vescovile di Blanda

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Sapri”, a pp. 590-591, in proposito scriceva che: “….e del Gatta (5) che ubica Blanda a Sapri. Egli insiste sulle “sue ruine” e dei “grandi avanzi di fabbriche (6) che asserisce di aver visto personalmente. Il Laudisio (7), però, dopo aver detto della chiesa di Sapri fu elevata a parrocchia nel 1725 (8), continua richiamando anch’egli l’opinioe dell’Holstenius che ivi “fuisse olim sitam antiquam Blandam, urbem episcopalem”, affermando pure lui l’esistenza di resti archeologici (9), tra cui, “nella piazza di Sapri”, l’epigrafe di Lucio o Sempronio Prisco (10), trascritta dall’Antonini nelle lettere a Matteo Egizio e nella Lucania, p. 434. Il Laudisio mostra di essere dell’opinione di dell’Holstenius esclamando “non ergo mediterranea civitas, ut contra opinatur”. Ivi era perciò, conclude il Laudisio, l’antica città di Blanda (11), sede vescovile, di cui è detto nella nota lettera di Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, residente ad Agropoli.”. Ebner, a p. 590, nella nota (5) postillava che: “(5) Gatta, cit., p. 305 sg. “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”. Ebner, a p. 590, nella nota (6) postillava che: “(6) Antonini cit., I, p. 431: “due augusti acquedotti (….), una lunga strada larga circa nove palmi (….) una continuata muraglia d’opera reticolata (….), molte piccole stanze rovinate (….), chiarissimi indizi di pitture etc….”Ebner, a p. 590, nella nota (7) postillava che: “(7) Laudisio cit., p. 33 sg.”. Ebner a p. 590, nella nota (8) postillava che: “(8) Laudisio, ibidem, Ecclesiam Portus Saprorum anno 1725 in Parochialem erexerat, ma un documento dell’Adp ANTICIPA L’EREZIONE AL 1719.”. Ebner, a p. 590, nella nota (9) postillava che: “(9) Laudisio, ibid., Enim vero extant adhuc hodie moenium ruinae lepidibus que vere antiquitatem praeseferunt et praedicant vetustam.”. Infatti, il Visconti (….), nelle sue note alla ‘Synopsi’ del Laudisio (17), riferiva che Blanda era stata citata dal Costantino Gatta (….) che, la identifica con Sapri. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie istorico-topografiche della Provincia di Lucania”, a p. 306, in proposito scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”.

Gatta, p. 306

Costantino Gatta (….), a p. 306, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Il Gatta si riferisce a Lucas Holstenio (….) ed alla sua note all’Italia antica di Cluverio”. Il Gatta, parlando di Blanda, riferisce due notizie interessanti. La prima è quella che Blanda era da lui creduta a Sapri che a quel tempo, si chiamava ‘Porto de Sapri’ . Infatti, risulta sui documenti notarili ed ecclesiastici che nel ‘600 e ‘700, il piccolo centro costiero di Sapri, veniva denominato con il toponimo di ‘Porto di Sapri’ , come ad esempio i cartigli della Principessa Carafa, oppure sui documenti notarili del Barone Palamolla. Il Gatta, parlandoci di Blanda, riferisce anche una seconda notizia, ovvero, riferendosi alla città di Blanda:  Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare”. Si tratta della notizia di una catastrofe naturale o un maremoto accaduto nell’antichità che vine raccontato dalla tradizione orale popolare.

Nel 64 d.C. (I sec. d.C.), LETONIA di Blanda e vedova del patrizio romano Novio ritornò a Velia

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini” parlando di Velia, a p. 9, in proposito scriveva che: “Il Curzio, nella sua “Melania di Blanda”, parla di Letonia, oriunda di Blanda e vedova del patrizio Novio, morto in prigione per tradimenti politici. Letonia, trascorsi alcuni anni a Roma, avendo saputo che San Pietro vi predicava una religione nuova, capace di lenire il dolore, volle ascoltarne la voce e si fece cristiana. Continuò ad abitare in Roma fino al tempo di Nerone, ma, inorridita dalle crudeltà di costui, ritornò a Velia, dove visse in meditazione ed in preghiera, liberò gli schiavi ed istruì nella fede la giovane Melissa (110). La fede cristiana aveva messo radici sante e salde nel cuore di Letonia che, alla visita di cari ospiti che le consigliavano sacrifici agli dei per il suo defunto marito, potè rispondere: “Oh!…..non profferite più questi nomi di dei falsi e bugiardi. Nella mia casa non vi sono più dei Mani, come non vi sono più Lari e Penati. V’è semplicemente il timore di un Dio Eterno, Giusto, Onnipotente” (111).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (110) postillava: “(110) Curzio, op. cit. p. 18”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (111) postillava: “(111) Curzio, op. cit. p. 19”. Il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”.

Nel 66 d.C., PESILIANO, centurione che vigilava su San Paolo, fidanzato con MELANIA di Blanda, si convertirono al cristianesimo

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38): – “A proposito dell’apostolo Paolo, quanto tempo fu legato alla catena a Roma dal centurione che lo vigilava? Per ben due anni, riprende Pesiliano; però in questo frattempo egli andava dove voleva, predicava l’Evangelo dinanzi il Pantheon come presso il Palazzo di Cesare e la catena impostagli accresceva splendore alla sua parola. Egli vuolsi, che dopo, assoluto da Cesare, si fosse recato in Ispagna e di là passando per le Gallie fosse ritornato in Oriente. Egli predicò in molte città Orientali ed infine da Nicopoli*) riprese il viaggio per l’Italia ove fondò molte chiese tra le quali quella di Vibone (l’odierno Monteleone = Vibo Valentia) nel Bruzio, di Bussento e di Velia sul litorale lucano”. Questo racconto, in 24 capitoletti, narra la storia di due fidanzati: Melania di Blanda e Pesiliano, novella leva dell’esercito imperiale di Nerone. Essi hanno abbracciato con gioia la nuova religione di Cristo, grazie alla missione degli Apostoli Pietro e Paolo. L’autore, versato nelle discipline classiche e nelle ricerche storiche all’inizio del sec. XX, mette in luce una delle tante testimonianze della nostra fede. Il passo di S. Epifanio, Padre della Chiesa Orientale, è generico e non scende a tanti particolari; ma è la chiave di volta di tutta una tradizione, indubbiamente autorevole. Etc…”. Il Cataldo (…), nella sua nota (*), postillava che: “(*) La data è l’anno 66, secondo la cronologia di G. Racciotti, Paolo Apostolo, ed. Coletti, Roma, 1957, pag. 146.”. Dunque, secondo il Cataldo, che scrive sulla scorta del sacerdote Nicola Curzio, il centurione di Nerone che, vigilava sulle catene a S. Paolo, insieme alla fidanzata Melania di Blanda, si convertirono al Cristianesimo. Il Curzio racconta che S. Paolo, apostolo di Gesù, quando per due anni fu legato alla catena a Roma dal centurione Pesialiano. Scrive il Curzio che però S. Paolo andava dove voleva predicando il Vangelo davanti al Pantheon o nei pressi del Palazzo di Cesare Nerone: e la catena impostagli accresceva splendore alla sua parola”.    Nella cronologia della vita di S. Paolo, in Wikipedia leggiamo che verso la fine, ovvero, secondo la voce “San Paolo” nell’Enciclopedia Cattolica, egli, nel 60-62 d.C., a Roma fu agli arresti domiciliari per almeno due anni.  Ciò si evince anche dalla lettera ai Colossesi, Efesini e Filemone, negli Atti degli Apostoli 28,17-31. Poi, nell’anno 62-66 vi fu la libertà e predicazione a Roma, il viaggio in Spagna (vedi lettera a Tito in Macedonia nel 65 d.C.).

Colossesi, Efesini, Filemone?

Nel ’41 e nel ’68 d.C. (I sec. d.C.), TILENO a Blanda e BACCHILO a Bussento (su ordine di S. Paolo si recò a Bussento e poi a Blanda)

Oltre al Gagliardo (…), citato dal Laudisio e dal Tancredi, un’altra notizia simile che riguarda l’apostolo San Paolo che, fonderà la Diocesi di Bussento, la conosciamo da Nicola Curzio (…) che, nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, edito nel 1910, parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo (…), primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo la tradizione, la diocesi sarebbe stata eretta da san Paolo di Tarso che ordinò il primo vescovo della diocesi di Messina, san Bacchilo. Secondo il Curzio (…), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Discepolo dell’Apostolo San Paolo, Bacchilo fu dallo stesso consacrato vescovo di Messina nel 42 d.C. Secondo la tradizione fu lui ad inviare l’ambasciata alla Vergine Maria, per annunziarle la conversione della Città, a cui la Vergine rispose con una lettera chiusa fra i suoi capelli in cui fra l’altro diceva: “Benediciamo voi e la vostra città” (come si legge sul monumento posto nel mare dello stretto). Rimase a capo della Chiesa messinese per molti anni e morì vecchio nella seconda metà del I secolo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, scriveva in proposito che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo  ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Pubblicato nel 1910, scriveva che il luogo di Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (…), il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “Bussento”, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: Sempre dal Curzio, si apprende che dell’esistenza di Bussento (Ecco là Bussento come primeggia sul Golfo. Che ridente posizione! (Cap. III, p. 10), la quale, con i ridenti centri marittimi della Magna Grecia, forma “una ghirlanda di gemme, la cui greca bellezza è ammirata nel mondo intero!…” (p. 11), offrendo ai naviganti una incantevole veduta (131). Questa cittadina fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina (mandatovi da S. Paolo nell’anno 41 ed ivi vissuto fino al 68), assieme alle altre comunità costiere. Bacchilo, partito da Blanda, attraversando le falde del monte Coccovello su un cavallo grigio, raggiunse Bussento, dove parlò in nome dell’Apostolo Paolo, esercitando sugli animi un fascino indicibile ed inebriandoli delle divine bellezze della fede cristiana (p. 29 e 30). Da Bussento il venerando presule passò a visitare la comunità vicina di Vibone ad Sicam (132).”. Sempre il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Il Curzio, nel citato racconto del I° secolo dell’era cristiana (Melania di Blanda), ne parla spesso, accennando alla comunità cristiana guidata dal Presbiterio Tileno e visitata da Bacchilo, Arcivescovo di Messina, mandatovi da S. Paolo qualche anno dopo la fondazione, nel 68: – “Il dì seguente a notte inoltrata giunse a Blanda il venerando Bacchilo. La notizia del suo arrivo si sparse in breve per tutta la città, appena che l’alba ebbe nella dimane fugate le tenebre della notte, tanto che in poco d’ora s’erano già radunati nell’atrio della casa di Tileno i pochi fedeli di Blanda. Il vescovo incomincia la sua evangelica allocuzione. Il suo dire esercita ugli animi un fascino indicibile. Tutti pendono dal suo labbro. Egli parla in nome dell’Apostolo Paolo, e dopo aver descritte le dolcezze della vita mistica al lume della fede, incoraggia i fedeli a star sempre in guardia acciocchè non fossero assaliti dal principe delle tenebre. Fa loro comprendere che la vita dell’uomo sulla terra è una milizia e che il vessillo sotto cui militano i cristiani è l’insegna di nostra redenzione. Operato quindi il sacrificio incruento e distribuito ai fedeli il pane eucaristico, il venerando vescovo si accinge a partire per Bussento”(195).”. Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (131), postillava che:  “(131) Curzio N., op. cit., pp. 10-11”. Il Cataldo (…), nella sua nota (132), postillava che:  “(132) Curzio N., op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (132) postillava che: “(132) Curzio, op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo a p. 22, nella nota (195) postillava: “(195) Russo Francesco: Storia della Diocesi di Cassano al Jonio, Laurenziana, Napoli, 1968, vol. III, pp. 17-19”. Il Cataldo (…), nella sua nota (193), postillava che:  “(193) Curzio N., op. cit., pp. 30.”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”.

Nel ’72 (I sec. d.C.), il ‘VICUM SAPRINUM’ nelDe Coloniis libellus’ di Giulio Sesto Frontino

Assume particolare importanza la citazione di un ‘Vicum Saprinum’ in Frontino (….) nel suo de ‘Coloniis’ (…). E’ l’Antonini (…) che, parlando di Sapri, riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: Nel 72 d.C., Frontino (67), riferisce di un “Vicum Saprinum” in una non meglio precisata “Mappa Albanensium”: “In mappa Albanensium invenientur haec: praeterea Vicum Saprinum et Clinivatium.”. Etc…”. Nella mia nota (67) postillavo che: “(67) Frontino, De Coloniis (citato dall’Antonini, op. cit.)”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucaniadiscorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427,428. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella ‘Lucania’, per i tipi di Gessari (….)(1745), a p. 430 riferisce: “In ‘Frontino de Coloniis’, leggiamo che Sapri fosse stato solamente un Vico:  “IN MAPPA ALBANENSIUM INVENIENTUR HAEC: PRAETEREA VICUM SAPRINUM ET CLINIVATIUM. In terra voratos, e Sardiatos testimoniis dividi, ripis, rivis &c.”, etc…”. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio.  Il significato letterale di questa frase contenuta (secondo l’Antonini) nel testo di Giulio Sesto Frontino (….) è il seguente: “Questi luoghi: il Vicum Saprinum ed il Vicum Clinivatium, si trovano segnati nella Mappa Albanense. Nella terra dei divorati, divisa dalle testimonianze dei Sardi, da sponde e torrenti ecc…”.

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Nel 72 d.C., Frontino (1 bis), riferisce di un “Vicum Saprinum” in una non meglio precisata “Mappa Albanensium: “In mappa Albanensium invenientur haec: praeterea Vicum Saprinum et Clinivatium.. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: Guglielmo Goesio, curatore dell’edizione seicentesca della “Lucania” dell’Antonini (68), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibi factam nescio mentionem”. Nella mia nota (68) postillavo che: “(68) Antonini G., op. cit., parte II, disc. XI, p. 430.”. Preciso che in questo passaggio vi è un errore di trascrittura. Si tratta di Guglielmo Goesio che non è il curatore dell’edizione seicentesca della “Lucania” dell’Antonini, la cui edizione del barone Antonini è del 1745. La stessa notizia, in precedenza era stata pubblicata dal prof. Felice Cesarino (….), in uno dei suoi saggi pubblicati sui bollettini del Gruppo Archeologico di Sapri, di cui facevo parte. Il Cesarino (…), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione della Storia antica di Sapri”, in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro”, (anno 1979), a pp. 25-35, senza fornire alcun riferimento bibliografico come si era solito fare all’epoca, in proposito scriveva che: “L’informazione di Frontino (‘De Coloniis’ – 1° sec. a.C.), relativa ad un ‘vicum saprinum’ citato in una non meglio precisata ‘mappa Albanensium’, non ci consente alcuna illazione, laddove lo stesso curatore dell’edizione seicentesca postilla al riguardo: “cuius alibi factam nescio mentionem”.”. Devo però precisare che correttamente il Cesarino riferendosi a Guglielmo Goesio (…) scriveva che era il “curatore dell’edizione seicentesca” del testo “De Coloniis” di Giulio Sesto Frontino (…) e non come ho scritto  curatore dell’edizione seicentesca della “Lucania” dell’Antonini”. Nel 1560 Guglielmo Goesio (….), pubblicò il testo in cui si riporta il testo di Giulio Sesto Frontino. Dopo la pubblicazione di Guglielmo Goesio (…), molti intrapresero a studiare il testo di Frontino. Dunque, l’informazione dell’Antonini è interessante. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella ‘Lucania’, per i tipi di Gessari (….)(1745), a p. 430 riferisce: “….e come non si trova, che altri avesse mai parlato di Sapri, perciò Guglielmo Goesio scrisse: “cuius alibi factam nescio mentionem.”. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio e scrive che Goesio (….), nella sua opera, in proposito scriveva che la menzione di un “Vicum Saprinum” era stato per la prima volta menzionato da Frontino. Guglielmo Goesio (…), curatore dell’edizione seicentesca del testo “De Coloniis libellum” di Giulio Sesto Frontino (….), secondo l’Antonini (….), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibi factam nescio mentionem”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri – giovane e antica” parlando del “Vicus Saprinus” menzionato da Frontino, a p. 25, in proposito scriveva che: “Circa il “Vicus saprinus”, menzionato nel 72 a.C., non si hanno notizie precise; si suppone che abbia avuto un certo ruolo, perché spesso citato. Ne parla Frontino nell’opera ‘De coloniis’ “In mappa Albanensium invenientur haec: praeter Vicum Saprinum et Clinivatium”. Precedentemente tale nome non era apparso, stando a quel che asserisce Goesio: “Cuius alibi factam nescio mentionem”. Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore e filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’, “Piccola gemma dei mari del Sud”.”. Sempre il Tancredi, sul “Vicus saprinus”, a p. 24, in proposito scriveva pure che: “Ecco perché non possiamo recepire quanto affermato da un ignoto autore in una ‘Critica dello sviluppo della civiltà italica dalla colonizzazione greca all’età imperiale’, conservata nell’Archivio storico di Napoli: “Vicus Saprinus, nel Sinus Buxentum, ospitò i Sibariti sfuggiti alla distruzione della loro città”. Dunque, il Tancredi, citando la frase di Guglielmo Goesio (….) citato dall’Antonini, che postillando “Cuius alibi factam nescio mentionem”, ovvero Non conosco la menzione di cui è stata fatta altrove” che come scrive il Tancredi, “Precedentemente tale nome non era apparso, stando a quel che asserisce Goesio”. Infatti, io stesso scrissi, “Guglielmo Goesio, …..postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta”, riferndomi al nome di “Vicum Saprinum” apparso su Frontino. Antonini sulla scorta di Guglielmo Goesio (….) cita il “Vicum Saprinum”, cita Giulio Sesto Frontino e, cita l’opera di Frontino “De Coloniis” che cita un “Vicum Saprinum”. Chi era Frontino?. Giulio Sesto Frontino (….), De Coloniis (I secolo d.C.). Leggiamo da Wikipedia che Giulio Sesto Frontino (in latino: Sextus Iulius Frontinus; 40 circa – 103/104) è stato un politico, funzionario e scrittore romano. Tra le maggiori sue opere vi è gli Strategemata sono commentari di una sua opera perduta, il De re militari, e consistono in quattro libri di stratagemmi militari. Poi anche il De aquaeductu urbis Romae è un trattato sugli acquedotti ed è l’opera più importante di Frontino, una buona e concreta trattazione, svolta in due libri, dei problemi di approvvigionamento idrico a Roma. Frontino era stato curatore delle acque, cioè il responsabile degli acquedotti e dei servizi connessi, e il trattato riflette la serietà e lo scrupolo del suo impegno. L’opera contiene notizie storiche, tecniche, amministrativo-legislative e topografiche sui nove acquedotti esistenti all’epoca, visti come elemento di grandezza dell’Impero Romano e paragonati, per la loro magnificenza, alle piramidi o alle opere architettoniche greche. L’opera si è conservata nel codice Cassinensis 361 di mano di Pietro Diacono (XII secolo), ritrovato nell’Abbazia di Montecassino da Poggio Bracciolini nel 1429. Tra le opere di Frontino troviamo quella citata da Antonini (…), il ‘De Coloniis libellus’. Sex. Iulius Frontini De coloniis libellus, un testo latino presumibilmente pubblicato postumo nel 1560.

Frontino, De Coloniis

Il significato letterale di questa frase contenuta (secondo l’Antonini) nel testo di Giulio Sesto Frontino (….) è il seguente: “Questi luoghi: il Vicum Saprinum ed il Vicum Clinivatium, si trovano segnati nella Mappa Albanense. Nella terra dei divorati, divisa dalle testimonianze dei Sardi, da sponde e torrenti ecc…”. A quale passo di Frontino contenuto nel testo pubblicato da Guglielmo Goesio si riferiva l’Antonini ?. Vediamo ora l’opera di Guglielmo Goesio (….) a cui si riferiva Giuseppe Antonini. Si tratta di Guglielmo Goesio. Guglielmo Goesio nella Prefazione alla Raccolta “Rei agraria Auctores , legesque varia” . Ediz. di Amsterdam del 1674. Egli è citato nel prodromo nelle “Memorie etc..” di Francesco Antonio Ventimiglia (….). Guglielmo Goesio, nel 1674, insieme ad altri testi pubblicò il “De Coloniis libellus” che egli attribuì a Giulio Sesto Frontino (…). Il testo del Goesio è il  “Rei agraria Auctores, legesque varia”. Vediamo il testo di Guglielmo Goesio (….) del 1674, in cui riportava il “De Coloniis libellum”.

Goesio Guglielmo

Nell’edizione di Guglielmo Goesio (….), a p. 102 fu plubblicato il “De Coloniis libellus – ex commentario Claudio Cesaris subsequitur” e a pp. 145-146-146-147 troviamo il passo di Giulio Sesto Frontino sul “Vicum Saprinum” che fu citato dall’Antonini. Il Goesio (….), a p. 145 riportando il passo di Frontino scriveva che: “IN MAPPA e ALBANENSIUM INVENIENTUR HAEC. – Ager ecc…”, ovvero “Questi saranno trovati sulla Mappa di Albanensium” : infatti, a pp. 146-147, dopo aver parlato della “Provincia Calabra”, nella “Provincia Dalmatiarum” scrive che: “d. F. Interpolatos. vel, internotatos. PRAETEREA VICUM SAPRINUM & Clinivatium. d In terra voratos & sardiatas testimoniis dividi, ripis, rivis, arboribus antemissis ut supra dixi, loca, pali sacrificales, tumor terrae, in effigiem limitis constitutus. aliquotiens enim petras quadratas inscriptas. non enim omnis titulus inscriptionibus indutus est, nam & ipsi montes sic terminantur. Alia subseciva sunt, quae in mensura non venerunt, si convenerit inter possessores, possident: si non convenerit remanent potestati. Alia loca sunt praefectoria quae, ad publicum ius pertinent.” che, tradotto significa: “Oltre le strade di Saprina e più pendente. d. Nella terra divorata e inaridita da testimonianze divise, argini, ruscelli e alberi, come ho detto sopra, luoghi, pali sacrificali, il rigonfiamento della terra, stabilito a somiglianza del confine poichè a volte sono inscritte rocce quadrate poiché non tutti i titoli sono rivestiti di iscrizioni, poiché le montagne stesse sono così delimitate. Ci sono altre cose successive che non sono venute nella misura, se è concordato tra i possessori, lo possiedono: se non è concordato, rimangono in potere. Altri luoghi sono prefetture che appartengono al diritto pubblico”. Il termine “Clinivatium” significa: “pendenza”.

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(Fig….) Giulio Frontino tratto da Guglielmo Goesio (….), p. 146-147

Dunque, nell’edizione di Guglielmo Goesio del De Coloniis di Frontino troviamo confermato ciò che scriveva Frontino. Frontino scriveva che nella mappa “Albanensium”, dopo aver elencato i luoghi della “Provincia Calabra” (che all’epoca doveva corrispondere alla Puglia), scriveva che nella “Provincia della Dalmazia” vi era il “Vicum Saprinum“, del quale scriveva che: “D. F. Interpolato. o, internato. OLTRE LE STRADE DI SAPRINA E CLINIVATIUS. d Nella terra divorata e inaridita da testimonianze divise, argini, ruscelli e alberi, come ho detto sopra, luoghi, pali sacrificali, il rigonfiamento della terra, stabilito a somiglianza del confine. poiché a volte sono inscritte rocce quadrate. poiché non tutti i titoli sono rivestiti di iscrizioni, poiché le montagne stesse sono così delimitate. Ci sono altre cose successive che non sono venute nella misura, se è concordato tra i possessori, lo possiedono: se non è concordato, rimangono in potere. Altri luoghi sono prefetture che appartengono al diritto pubblico.“. Riguardo la citazione di Frontino (…), l’Antonini lo cita pure quando a p. 423 ci parla della città scomparsa di “Vibone”. Giuseppe Antonini, ne parla nella sua ‘Lucania’, parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427, 428. Antonini (…), a p. 424, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) parlando di “Vibone”, in proposito scriveva che: “…e per quanto ne scrisse Strabone ci pare avere bastantemente soddisfatto alla verità, chiaramente comprovata, ed autenticata dal nome ch’ancor oggi il luogo conserva di Vibonati. Ma perchè altri non abbia motivo di caricarci di presunzione, e di autorità, vi aggiugneremo, che ‘Frontino’ lo mette unitamente con Bussento così: AGER VIBONENSIS ACTUS. N.X. G.P. XXV. E sebben ponga Bussento ne’ Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia….”. La citazione di Frontino che fa l’Antonini la confermo in Guglielmo Goesio a p. 91. L’Antonini scrive a riguardo che: E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia. Ecc..”. Proseguendo il suo racconto l’Antonini aggiunge che: “In terra voratos, e Sardiatos testimoniis dividi, ripis, rivis ecc., ecc…”. Dunque, Frontino pone Bussento nei Bruzi. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” parlando dei “Documenti sull’antichità che riguardano il sito di Pixous”, a p. 48 in proposito scriveva che: “F) Frontino: ‘De Coloniis’: “In provincia Brittinorum centuriae quadrate in jugera CC. et caetera in laciniis sunt praecisa post demortuos milites. Ager Buxentinus sextertianus est assignatus in cancellationem limitibus maritimis”. = Nella provincia dei Bruzii dopo la strage dei soldati le centurie quadrate furono divise per 200 iugeri di terreno e il resto rimase ai margini in pezzi non assegnati. L’agro bussentino preso a sesterzi fu destinato come barriera nei confini marittimi.”. Dalla Treccani leggiamo che è “falsa è l’attribuzione a F. del De coloniis, dove si nomina Adriano, mentre F. visse prima.”. Roberto Almagià (….), nella sua “Monumenta Italiae Cartographica” pubblicò (tav. VI, 3) una “Carta d’Italia”  di Jacques Signot, del 1515. La carta del Signot (….) fu stampata a Parigi, è annessa al ‘La totalle et vraye description des tous les passaiges qui sont de Gaules en Italie’.  Questa carta è stata pubblicata da Andrea Borri (….), Carta 17, p. 33. Pare che in questa carta fosse segnato un Bibone ed un Vicus, forse il Vicus Saprinum di Frontino in de Coloniis.

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(Fig……) Carta d’Italia di Jacques Signot, del 1515, dove è segnato un Bibone ed un Vicus, forse il Vicus Saprinum nel ‘de Coloniis’ di Frontino di cui ci parlava l’Antonini (….)

La via San Paolo che collega Vibonati, Sapri e Policastro

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(Fig…) Via S. Paolo, veduta della via sopra le campagne sapresi

Da secoli esiste un collegamento stradale che, nell’antichità, univa alcuni centri della corolla collinosa a ridosso della fascia costiera. Si tratta di una strada interpoderale che corre lungo la dorsale costiera, chiamata via S. Paolo. Nel territorio saprese, un tempo facente parte del feudo dei Palamolla di Torraca, si imbocca all’altezza dell’attuale locale ‘Capannelle’, che si può ritrovare lungo la SS. che da Sapri corre verso Torraca. Come si può vedere dalla vista del satellite di google maps, la via S. Paolo, corre lungo la dorsale costiera e collega le campagne Sapresi, con Vibonati e da lì porta a S. Marina. L’attuale località vicino il locale ‘le Capannelle’, denominata ‘Torrette Tempe’, molto vicina alla contrada dei ‘Codici’, è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri.

la via s. paolo da vibonati cimitero alle capannelle

(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arriva oltre Vibonati, fino a S. Marina

Nel 185 d.C. (II sec. d.C.) , papa Vittore I ed il rito greco

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a pp. 16-17, scriveva che: Ciò si spiega con il fatto che i primi tempi, almeno fino a quelli dell’africano papa Vittore I (a. 185), la predicazione del Vangelo e le pratiche di culto venivano celebrate in greco.. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che:  “(71) Ughelli, op. cit., c. 465.”.

Nel 214 d.C. (III sec. d.C.), secondo Tito Livio, ‘BLANDA’ ai tempi della 2° guerra Punica contro Annibale

Bisognerebbe ulteriormente indagare intorno ad alcune notizie circa l’antica città di Blanda, città Lucana citata da Mela (…), Plinio e, Tito Livio (…). Da Tito Livio si evince che Blanda era una città lucana e che durante la II° Guerra Punica tra i Romani e i Lucani essa fu espugnata da Fabio insieme a Telesia, Cossa, Melae, Fuisulae, Orbitania ecc…Il sacerdote Nicola Curzio (…) che, nel 1934, nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, a p. 7, in proposito scriveva che: “Le città più antiche e più vicine al sito di Lauria che avessero coniate monete proprie furono Laino ed Hipponium (o Vibo ad Sicam) sul mare della Lucania occidentale, la quale ultima si ebbe per distintivo sulle monete di argento una prua di nave. Dopo il periodo delle piccole repubbliche della Magna Grecia si eclissò Laino, in seguito a sconvolgimenti politici e tellurici ed emerse Blanda, città ricordata da Livio, la quale fin dai primi secoli dell’Era Cristiana divenne città vescovile.”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Ecc…”. Dunque, Mons. Curzio scriveva che Tito Livio (….) ricordava l’antica città di “Blanda”, “la quale fin dai primi secoli dell’Era Cristiana divenne città vescovile.”. Secondo il Curzio (…), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Ecc..”. Mons. Laudisio (…), nella sua ‘Sinopsi’ parlando di Sapri a p. 88 (vedi versione a cura del Visconti) in proposito scriveva che: “; dopo Policastro c’è Sapri, dove si dice che fosse la città di Blanda. Dunque Blanda non fu una città dell’entroterra, come invece comunemente si crede (10).”. Il Laudisio, a p. 88, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio, che afferma che fu espugnata dai Romani durante la seconda guerra punica (‘ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età augustea prese il nome di ‘Blanda Iulia’ (C.I.L., X 125). Anche Costantino Gatta (op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306) la identifica con Sapri: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e frà di lui vescovi vi è memoria di Pasquale ecc..ecc..”. Nel testo della ‘Sinopsi’ del Laudisio, nella versione a cura del Visconti, nella nota (10) egli postillava che: “Essa sorgeva più a sud di Sapri, su uno dei colli lungo la strada che da Praia a Mare conduce a Tortora (si veda la ‘Treccani’ e la ‘Cattolica, ad vocem)(n.d.T.)“. Ma a noi interessa ciò che scriveva il Laudisio. Il Laudisio, riferendosi alla città di Blanda scriveva che Tito Livio “afferma che fu espugnata dai Romani durante la seconda guerra punica (‘ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età augustea prese il nome di ‘Blanda Iulia’ (C.I.L., X 125). Anche Costantino Gatta (op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306) la identifica con Sapri: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e frà di lui vescovi vi è memoria di Pasquale ecc..ecc..”. Nel testo della ‘Sinopsi’ del Laudisio, nella versione a cura del Visconti, nella nota (10) egli postillava che: “Essa sorgeva più a sud di Sapri, su uno dei colli lungo la strada che da Praia a Mare conduce a Tortora (si veda la ‘Treccani’ e la ‘Cattolica, ad vocem)(n.d.T.)“. Ma a noi interessa ciò che scriveva il Laudisio. Il Laudisio scriveva che Tito Livio ‘ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6″. Il passo di Tito Livio su Blanda espugnata dai Romani nel libro XXIV (24), 20, 5-6 è riportato anche da Pietro Ebner e prima ancora dal barone Antonini (…), nella sua Lucania. Il barone Giuseppe Antonini (…), a pp. 439-440, parlando di Maratea e di Blanda scriveva che: “‘Livio’ nel ‘lib. 24. dice, che Fabio prese le seguenti Città, e pur mette Blanda frà i Lucani: ”Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Cossa, Melae, Fuisulae, & Orbitanium. Ex Lucanis Blandae, & Ancae oppugnatae'”. Tito Livio (…), nel XXIV (libro 24), 20, 5-6 narra che ex Lucanis Blanda est Apolorum Accae oppugnatae’.”  e l’Antonini scrive che “‘Livio’ nel ‘lib. 24. dice, che Fabio prese le seguenti Città, e pur mette Blanda frà i Lucani: ”Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Cossa, Melae, Fuisulae, & Orbitanium. Ex Lucanis Blandae, & Ancae oppugnatae'”  (Ebner Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, cap. 20, 5-6), ovvero che durante la seconda Guerra Punica fu espugnata insieme ad Anxia da Fabio Massimo. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 590 e 591 parlando di Sapri e riferendosi al Laudisio, in proposito scriveva che: “Il Laudisio mostra di essere dell’opinione dell’Holstenius esclamando “non ergo mediterranea civitas, ut contra opinatur”. Ivi era perciò, conclude il Laudisio, l’antica città di Blanda (11), sede vescovile ecc….Opinioni respinte dalla critica moderna che ubica Blanda (12) nei pressi di Maratea e Scidro (13) oltre Policastro.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (11) a p. 590 postillava che: “(11) Livio, XXIV 20, 5-6: ‘ex Lucanis Blanda est Apolorum Accae oppugnatae’.”. Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studii storico-Archeologici”, ed. Ercolano, Rionero, 1888, a pp. 12-13 del vol. II, in proposito scriveva che: “Blandae, oppidum. E’ nominata come città lucana da Livio, Mela, Plinio ed altri scrittori. Livio narra che nella seconda Punica fu oppugna con Anxia da Fabio Massimo. L’antica città, come opina l’Antonini, era alquanto entro terra nel sito detto ‘S. Venere’, ove s’incontrano molti ruderi e sepolcri con vasi, monete ed altre cose antiche; ecc…”. La seconda guerra punica (chiamata anche, fin dall’antichità, guerra annibalica) fu combattuta tra Roma e Cartagine nel III secolo a.C., dal 218 a.C. al 202 a.C., prima in Europa (per sedici anni) e successivamente in Africa. La guerra cominciò per iniziativa dei Cartaginesi, che intendevano recuperare la potenza militare e l’influenza politica perduta dopo la sconfitta subita nella prima guerra punica; è stata considerata anche dagli storici antichi il conflitto armato più importante dell’antichità per il numero delle popolazioni coinvolte, per i suoi costi economici e umani, soprattutto per le decisive conseguenze sul piano storico, politico e quindi sociale dell’intero mondo mediterraneo. Evento decisivo per la guerra in Italia fu la conquista di Taranto (213-212 a.C.). Annibale, con l’aiuto di un traditore, prese la città ma non la rocca che bloccava il porto, che, rimasta in mani romane, poteva essere rifornita dal mare. Così Annibale non poteva usare lo scalo, più capiente di quello di Locri (già in suo possesso) per ricevere i necessari aiuti da Cartagine. Nel 209 a.C. Quinto Fabio Massimo in persona marciò su Taranto e la riconquistò, grazie anche all’aiuto dell’esercito proveniente dalla Sicilia, che era sbarcato a Brundisium, e a un tradimento, prima che il Cartaginese potesse arrivare in suo soccorso; i Romani si comportarono brutalmente e 30.000 abitanti furono venduti come schiavi. Asdrubale condusse con abilità la marcia del suo esercito verso l’Italia; dopo avere attraversato senza grandi difficoltà i Pirenei e le Alpi giunse in Gallia cisalpina agli inizi del 207 a.C. con 20.000 armati, dove poté rafforzare il suo esercito con mercenari galli (per un totale ora di 30.000 armati), ma perse tempo prezioso assediando inutilmente Placentia; la situazione di Roma appariva molto grave, il console Marco Livio Salinatore si diresse a nord per fermare la marcia di Asdrubale, mentre l’altro console Gaio Claudio Nerone cercava di bloccare Annibale nel Bruzio, ma il condottiero cartaginese riuscì a muovere verso l’Apulia, respingendo i Romani nella battaglia di Grumento, e con una marcia laterale raggiunse prima Venosa e poi Canosa, dove si fermò attendendo notizie sui piani del fratello Asdrubale. Scullard aggiunge che con quattro legioni di fronte (Claudio Nerone) e due alle sue spalle a Taranto, Annibale non poteva avanzare oltre Canosa senza correre seri pericoli. Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, pubblicato nel 1976, a p. 16, parlando di Blanda, in proposito a Tito Livio scriveva che: “Ma notizie più interessanti fornisce lo storico Tito Livio (14) (59 a.C. – 17 d.C.) nel rievocare le imprese compiute dal console Quinto Fabio Massimo nella seconda guerra punica (219-201 a.C.): “Fabius………………………………………” “Fabio mosse in territorio sannita a devastare i campi e a piegare con la forza delle armi le città che erano passate dalla parte dei Cartaginesi. Il territorio dei Sanniti di Caudio fu devastato in modo disastroso: i campi furono incendiati per vasto tratto, si fece gran botino di bestiame e d’uomini. Furon conquistate con la forza le città fortificate Compulteria, Telesia (presso i Caudini), quindi Compsa (degli Irpini), Fagifulae e Orbitanium; fra le città lucane fu espugnata Blanda, tra quelle apule Aecae. In queste città furon fatti prigionieri o uccisi 25.000 nemici e ne furono presi 370 che s’eran dati alla fuga. Costoro, mandati a Roma dal console, furono tutti fustigati a sangue alla presenza del popolo e precipitati da una rupe. Queste le imprese compiute da Q. Fabio nello spazio di pochi giorni”. Questo dice il Fulco traducendo Tito Livio. Il Fulco a p. 16 scriveva ancora che: “Dalla testimonianza di Livio – valutata nel contesto di tutto il XXIV libro – si desume: 1) che Blanda era centro lucano di primaria importanza se viene citata tra le città che nella seconda guerra punica si schierarono dalla parte di Annibale; 2) che nel 214 a.C. fu espugnata da unità del Console Quinto Fabio Massimo, lo stesso che aveva conquistato Taranto (15), per essersi alleata con i Cartaginesi al fine di contrastare l’espansione romana nell’Italia meridionale; 3) che anche i Blandani subirono la sorte degli abitanti di altre città lucane, espugnate per non aver rispettato gli accordi sanciti nell’alleanza con Roma stipulata nel 298 a.C. (16). Blanda è inoltre citata da Claudio Tolomeo (179, cosmografo del II sec. d.C., come città lucana nel seguente ordine: Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum, ed è considerata città mediterranea della Lucania. Ciò s’accorda con la testimonianza di Livio e non contrasta con quella di Pompeo Mela, che la vuole città rivierasca.”. Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26). La costruzione di regolari diocesi si forma in Italia Meridionale soltanto un secolo più tardi.”.  Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: ” (27) Ibidem”.

BLANDA JVLIA

Nel ‘250-320 d.C. (III sec. d.C.), BLANDA e GIULIANO (“Iulianus”), suo Vescovo in una stele di Aieta

Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che,  parlando di Blanda in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); “Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26).”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18. Il Tancredi (…), riguardo l’antica sede vescovile di Blanda Iulia, citava il testo di padre Francesco Russo (…), ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, il Tancredi citava il vol. III a p. 18 dove infatti il Russo parla dei vescovi di Blanda Iulia. Francesco Russo (…), nel vol. III a p. 18 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito scriveva che: “Blanda Julia, cittadina del litorale tirrenico della Calabria (1), al confine con la Lucania, ha il privilegio – insieme con Tauriano – di aver conservato il titolo più antico, che si ricordi un Vescovo di Bruzio. 1) GIULIANO (sec. III-IV). Risulta dalla seguente epigrafe, trovata nell’agro di Aieta, in cui si crede ubicata l’antica Blanda: “: 

                                                                                   IN DD. ET. SPIRITU. SANCTO. IVLIANO.

                                                                                 EPP. C. QVI. VIXIT. ANNIS. L . MENSIBVS.

                                                                                       III. D. II. FELICIANE. CONIVGI. BENE

                                                                                   MERENTI. FECIT. JVLIANO. IN PACE (2)

Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a p. 326, in proposito scriveva che: Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora…….Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). Ecc..”. Il Magaldi (…) a p. 327, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Si ricordi che nel volume del ‘Corpus’ che a noi interessa sono riportate le iscrizioni latine anteriori al VII sec., salvo qualche eccezione……Cfr. C.I.L., X, 458 (addit., p. 964) (= Diehl, 1010): In D(omino) D(eo) et spirito Santo Iuliano ep(isco) p (u)s / qui vixit annis L mensibus / III d(iebus) II Feliciane coiugi bene/merenti ecc…..Pure cristiano è il frammento C.I.L., X, 177 da Potenzia, da cui non si ricava quasi nulla. Ma che l’iscrizione sia cristiana si ricava dal segno della croce, che è ben chiaro.”. Riguardo la notizia di un primo Vescovo dell’antica sede vescovile di Buxentum, chiamato Giuliano (“Iulianus”) anche il Lanzoni (…) a p. 323, in proposito scriveva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458)..

C.I.L., vol. X, p. 964

Dunque, il Lanzoni per il vescovo ‘Iulianus’ cita (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899.”. Il CIL raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia). Francesco Russo (…), a p. 18, continuando il suo racconto scriveva che: “Si tratta, come si vede, di un Vescovo coniugato, la cui età è assegnabile all’epoca immediatamente precostantiniana, presumibilmente tra il 250 e il 320. Ci troviamo perciò di fronte ad una veneranda antichità: e non è detto che Giuliano sia il primo o uno dei primi Vescovi di Blanda. Il fatto poi che sia un ‘Julianus’ di Blanda che il ‘Leucosius’ di Tauriano appartengano a cittadine della costa – conferma – ancora una volta – che il Cristianesimo, venuto dall’Oriente via.mare, ha raggiunto prima le zone marittime e poi, ma solo dopo, le zone interne.”. Il Russo a p. 17 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Viene ubicata nell’agro di Tortora, in contrada “Piarelli”, presso l’imboccatura del fiume Noce. Cfr. M. Lacava, ‘Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1891; ‘Notizie degli Scavi’, 1897, p. 176.”. Il Russo, a p. 18, nella sua nota (2) postillava che: “(2) T. Momsen, ‘Corpus Inscriptionum Latinarum’, XI, 458; ‘Bull. d’Archeologia Cristiana, 1876, p. 92; A. Crispo, ‘Antichità Cristiane della Calabria prebizantina, in A.S.C.L., XIV, 16; Fulco, ‘Memorie St. di Tortora, 44.”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 69, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: “Nel corso del IV o V secolo si diffuse il cristianesimo nel territorio e Blanda divenne cristiana e sede vescovile. Si fa risalire a quest’epoca una lapide funeraria rinvenuta ad Aieta, riportata dal Momsen nel ‘Corp. Inscr. Lat.’ dedicata al vescovo Iulianus. Nonostante il nome latino, il vescovo sembra di rito greco-bizantino poichè nell’iscrizione si nominava la moglie ‘Feliciana’ e si accennava ai figli. Nel rito greco-bizantino infatti presbiteri ed episcopi potevano essere, e in maggioranza lo erano, sposati. Nel rito latino, invece, era già prassi che i vescovi e i presbiteri fossero scelti tra celibi. La crisi politica e militare dell’Impero d’Oriente determinò un graduale passaggio di poteri civili e giudiziari nelle mani del vescovo.”. Alcune notizie sul vescovo di Blanda Iulia, Giuliano (“Iulianus”) provengono dal sacerdote Francesco Lanzoni (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Un antichissimo edificio religioso a Tortorella

Riguardo Tortorella, in un blog curato dal Comune di Tortorella, tratto dalla rete, troviamo la Chiesa della Sacra Famiglia, troviamo scritto “Il sacro edificio, semplice nell’armonia delle linee e delle tinte, delle luci e delle ombre, è di epoca molto remota. Già nel  XV secolo era aperto al culto e definito Ecclesia et hospitale S. Marie Annunciata (a Porta Suctana). Topograficamente è disposto sul versante Sud-Est dell’abitato, a quota di 550 metri s. l. m. Ubicato lungo le antiche mura di cinta del paese, è prossimo all’entrata detta Porta Suctana, da cui il suo antico nome e quello del quartiere al quale essa appartiene. La Chiesa, di modeste dimensioni, è a pianta rettangolare, ad unica navata con porta principale contrapposta all’abside, porta di servizio laterale, una piccola finestrella verso il mare. Complessivamente la struttura riecheggia lo stile romanico. L’antico portale d’ingresso, in muratura intonacata, non presentava particolari degni di interesse. La copertura era a due falde poggiante su capriate lignee. La disposizione eliotermica dell’edificio, i resti di un affresco monocromo a tinte povere raffigurante il Cristo Redentore, sito nell’abside semicircolare, la povertà costruttiva della struttura e dell’ambiente, privo di qualsiasi elemento di valore artistico-architettonico, confermano l’origine basiliana del tempio. L’indicazione quattrocentesca “Ecclesia et hospitale” lascia presumere che esistesse un piccolo ricovero per anziani ed infermi costituente parte dell’attuale Chiesa.”

chiesa della sacra famiglia a Tortorella

(Fig….) Tortorella – Chiesa della Sacra Famiglia

Nel……., Nerulum (Lagonegro)

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “Lagonegro”, a p. 14, in proposito scriveva che: “10) – Lagonegro. Questo centro lucano, immediatamente confinante col Vallo di Diano e colla Campania, chiamato dagli antichi scrittori “Nerulum”, fu conquistato dai Romani nel 317 a.C. (181). Nel vecchio castello fu rinvenuta la memoria del culto di Giano, Giunone e Venere. Gli abitanti videro la luce della fede verso l’inizio del secolo IV, nell’ultima persecuzione di Diocleziano e Massimiano (182). Un’antica e non interrotta tradizione afferma che la grotta del M. Cervaro sia stata rifugio ed asilo ai cristiani, dopo il martirio di S. Vito presso il fiume Sele (183). Negli antichi templi pagani passò il culto cristiano: in quello di Venere fu eretta la chiesa di S. Michele Arcangelo ed in quello di Giunone il tempio di S. Cataldo (184). La località S. Venere, oltre a ricordare la dea, menziona la “martire Parasceve” del 140 sotto l’Imperatore Antonino (185). Quando dal secolo VII in poi i popoli iniziarono a praticare la devozione ai Santi Protettori, i Lagonegresi (detti così per l’esistenza di un oscuro lago sotto i boschi: Lacus Niger) scelsero come patroni prima San Vito, nei primi anni, S. Cataldo, dopo il VI secolo, e S. Nicola di Bari, nel secolo XI (186).”. Il Cataldo, a p. 22, nelle sue note postillava di Raele Raffaele, La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buonos Aires, 1944, p….. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 189-190 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Sonosi pure rinvenute, scolpite rozzamente su pietra, varie iscrizioni di carattere greco, che fanno ritenere che i Greci abbiano avuto stanza in Lagonegro come in molti altri luoghi della regione. Questi popoli non s’hanno da confondere con gli antichi Elleni delle fiorenti città della Magna Grecia; essi furono dei Greci Bizantini, venuti per lo più in abiti di frati dall’Oriente donde emigrarono, principalmente dopo le persecuzioni iconoclaste del secolo VIII, e continuarono a parlare e a scrivere la lingua greca in mezzo a popolazioni che parlavano l’italico od il basso latino. Gli storici patrii surriferiti riportano qualche breve iscrizione greca, desunta qua e là da antiche lapidi, che sono andate disperse. In una lapide ‘affissa nel frontespizio dell’Ospedale di S. Maria delle Grazie’ – che fu diroccato dal terremoto del 1836 – il Falcone riferisce che era scolpita una strana epigrafe, che da alcuni ‘virtuosi’ era ritenuta di ‘caratteri negromantici (?) usati per rendere oscura l’èra’, ma che dallo stesso Mons. Falcone fu interpretata per greco latina così: ‘Crux Iusu – λυσον την δουλην χριστου libera servam Christi’. “.   

La Grotta e la Madonna a Praia a Mare

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a pp. 226-227, in proposito scriveva che: “Con la diffusione del Cristianesimo, che sulla costa ebbe certamente origine apostolica, il culto della Gran Madre fu sostituito da quello cristiano di S. Maria. Fu sostituzione lenta, e con adattamento al passato e tolleranza, almeno nella forma, da parte della nuova religione (134). Il simulacro ligneo della Madonna, che era stato sbarcato da un “bastimento raguseo” nel 1326 (135), fu rinvenuto da un pastorello ajetano sulla pietra levigata della Grotta. L’episodio è pervaso di alone leggendario. L’introduzione in Calabria di Madonne di fattura orientale, esempio classico ne è l’Hodigitria, è da collegarsi a diaspore monastiche basiliane dall’Athos, dall’Illyria e dall’Epiro, a causa delle persecuzioni iconoclastiche di Leone III Isaurico, 726, che si concludevano col massacro degli iconolatri (basso clero), con la chiusura dei monasteri e la confisca dei beni, con l’esilio delle comunità disciolte. La politica iconoclastica, in Oriente, si protrasse fino alla metà del IX secolo (136). E’ certa la presenza di basiliani nei pressi del Santuario della Grotta (137), forse già dai primordi del basilianesimo, in epoca pacomiana. Furono questi monaci eremiti che vivificarono il culto di S. Maria su vetuste reliquie d’un paganesimo, che non esauriva più le esigenze di genti perseguitate e indifese. Nonostante l’influenza di fedeli al Santuario, la “Piana”, soprattutto a causa delle incursioni saracene, ma anche per gli acquitrini che ne ammorbavano l’aria non è stata mai eccessivamente popolata, difatti come nara il Marafioti, agli occhi del padrone del bastimento, in quel lontano 1326, si presentò uno spettacolo desolante: un lido deserto, poche capanne ed una barchetta da pesca. Tre anni dopo, però ritornandovi, vide nella Grotta una cappella con altare, e, al piano, tuguri con numerosi abitanti. Come tutte le marine, anche quella di Praia aveva subito lo spopolamento a causa delle incursioni saracene, ad iniziare dalla metà del IX secolo, e, ripetutesi a singhiozzo, fino alle conquiste normanne. Etc…“. Il Campagna, a p. 226, nella nota (135) postillava che: “(135) Così afferma il Marafioti (Sacra Iconologia, etc., op. cit.) L’episodio è riportato da V. Lomonaco e dagli storici successivi. La statua della Madonna è stata trafugata dal Santuario della Grotta nella primavera del 1079.”. Il Campagna, a p. 226, nella nota (136) postillava che: “(136) Monaci basiliani che avevano lasciato l’Epiro nel 750, cacciati da Costantino Capronimo, fondarono il cenobio, nullius dioceseos, di S. Joannis ab Epyro, fiorentissimo fino al XVI secolo (P.M. Di Luccia, l’Abbazia di S. Giovani a Piro, etc., Roma (Stamp. L.A. Chracas), 1700; F. Palazzo, Il Cenobio Basiliano di S. Giovanni a Piro, etc., Salerno 1960. Su Madonne greche nel Sud, G. Schirò, Vita di S. Luca, etc., Palermo, 1954; B. Cappelli, Iconografie bizantine della Madonna in Calabria, op. cit.; Idem, Madonne in Calabria, in “Almanacco calabrese”, 1962. Cessate le persecuzioni iconoclastiche, l’Illyria divenne esportatrice di icone, soprattutto in Calabria. G. Arcieri, Il Regno delle Due Sicilie, etc., II ediz. (Tip. Nobile), Napoli, 1853; A. Campolongo, Il culto della Schiavonea nella Valle del Mercure-Lao, in “CL”, a. XXIV, n. 1-2-3; F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, I, Napoli (Ed. Laurenziana), 1964.”. Il Campagna, a p. 226, nella nota (137) postillava che: “(137) V. Lomonaco, Monografia di Nostra Donna della Grotta, etc., op. cit.; D.L. Mattei Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, a. VIII (1938).”.

La chiesa monastica di S. Vito a Maratea

Una delle sue particolarità è il fatto di essere stata costruita sopra un grosso masso. Capitava a volte che gli edifici sacri, chiese o cappelle, venissero edificate sopra grossi sassi, o comunque nei pressi, per un ben preciso motivo; strutturalmente la costruzione richiedeva più impegno architettonico e non si faceva fatica per nulla. I “sassi” scelti da preti o vescovi come luogo idoneo per costruirvi le chiese, erano sempre oggetti di culti pagani, espressioni dell’energia della terra che affiorava attraverso questi enormi massi. A volte “l’utilizzo magico della pietra” era semplice e consisteva ad esempio nell’appoggiarvi la schiena per ricevere benefici dalla terra, sia per la salute che per la fecondità. In altre occasioni i culti potevano essere più complessi laddove le pietre erano posizionate secondo una disposizione astronomica o per accogliere corpi di defunti importanti. E’ proprio vero il detto “Se queste pietre potessero parlare…”. I nuovi cristiani edificavano le chiese sopra questi luoghi per prendere possesso, inscatolare come in uno scrigno l’energia e magari assorbirla direttamente sostituendosi ad essa. Anche San Vito risulta costruita su un masso, ben visibile all’esterno e all’interno in prossimità del muro destro, riferimento dunque al fatto che questo era un luogo sacro ben prima della venuta del Cristianesimo. Attorno alla costruzione esistono grotte, sorgenti sotterranee che affiorano in un pozzo poco distante e grandi massi emergenti dal terreno.

Il Martirologio romano e la storia di beati, anacoreti e i martiri della chiesa

Il Martirologio Romano è un libro liturgico e costituisce la base dei calendari liturgici che ogni anno determinano le feste religiose del cattolicesimo. La prima edizione ufficiale, risalente al XVI secolo, fu approvata da papa Gregorio XIII nel 1584. Nei primi tempi della storia del Cristianesimo si prese uso di conservare memoria di coloro che morirono per causa della loro fede: i martiri. Ogni chiesa particolare aveva un suo martirologio, cioè un elenco di martiri; ben presto si diede importanza al giorno della loro morte, intesa come passaggio-nascita alla “nuova” vita eterna (detto per questo dies natalis), e si prese a commemorare il giorno della loro morte per celebrare la loro memoria, particolarmente nel luogo ove riposavano le loro spoglie. Nel XVI secolo si decise di unificare i vari martirologi in un solo elenco nel quale trovassero posto tutti i santi e i beati riconosciuti come tali dall’autorità della Chiesa cattolica: la grande opera di revisione fu affidata da papa Gregorio XIII e dal cardinale Guglielmo Sirleto al cardinale Cesare Baronio che la completò nel 1586: venne allora pubblicato il primo Martyrologium Romanum (1). Successivamente vi furono apportate aggiunte e modifiche (le prime già nel 1593, 1602 e poi nel 1613) e furono realizzate nuove edizioni: fondamentali le revisioni volute dai papi Urbano VIII (1630), Clemente X (1673) e Benedetto XIV (1749). Nella nota (1) si postilla del seguente testo del Baronio: Martyrologium Romanum ad novam kalendarii rationem, et ecclesiasticae historiae veritatem restitutum. Gregorii XIII pontificis maximi iussu editum. Accesserunt notationes atque tractatio de Martyrologio Romano. Auctore Caesare Baronio Sorano, ex typographia Dominici Basae, Romae 1586; poi anche apud Petrum Dusinellum, Venetiis 1587. Edizioni simili erano già uscite a stampa nel 1583.

Reliquie di santi e di martiri nel basso Cilento

Nicola Maria Laudisio (…), nella sua Sinossi della Diocesi di Policastro”, (si veda edizione curata da GG. Visconti), a pp. 98-99, in proposito scriveva che: “Oltre le sacre reliquie che in tutta la diocesi sono venerate anche come le insegne della diocesi stessa, a Lagonegro è pure venerata con grande pietà una delle spine della corona di Cristo e preso i frati minori cappuccini di S. Maria degli Angeli il corpo di S. Placido martire; inoltre il sacro corpo di Celestino martire, di cui abbiamo già parlato, è conservato nella chiesa parrocchiale ed è esposto alla venerazione dei fedeli proprio come il corpo del già citato S. Giocondo martire coservato nella cattedrale di Policastro. Ma anche altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Flelice, S. Teodoro e S. Donato.”. Il Laudisio, a p. 45, scriveva pure che: “I corpi di queste sette santi ‘sono sepolti in pace, e i loro nomi vivranno in eterno; agli occhi degli stolti parve che essi morissero, ma essi, sono nella pace'”. Infatti, il Laudisio (v. versione a cura del Visconti), a p. 45, in proposito scriveva che: “Septem corpora Sanctorum ‘in pace sepulta sunt, et vivent nomina eorum in aeternum; visi sunt oculis insipientium mori, illi autem sunt in pace (154).”. Il Laudisio, a p. 45, nella nota (154) postillava che: “(154) ‘Sapient.’, 3, 2, 3 (Visi sunt oculis insipientium mori’, et aestimata est afflictio exitus illorum. Et quod a nobis est iter, exterminium; ‘illi autem sunt in pace’.”. Il Laudisio, a p. 45, postillava “Sapient.”. Sui martiri e le reliquie, il Laudisio (….), a p. 100, ci dice che: “Anche a Lauria c’era un’abbazia benedetina, quella di S. Filippo; ma, essendo nei secoli scorsi andato in rovina il monastero, è divenuta di patronato regio sin dal 1400. Ne rimane soltanto la cappella, ma è ora priva di beni, e la reliquia del Santo è stata portata nella chiesa di S. Giacomo della stessa città di Lauria.”. Il Visconti nella versione curata della Sinossi del Laudisio, nell’Indice dei nomi, a pp. 138-139, in proposito scriveva: “Regione, località del basso Cilento, 71: reliquie: di S. Nicola nella Chiesa Madre di Rivello, 84; di S. Giocondo nella cattedrale di Policastro, 93, 98; di S. Celestino nella Chiesa madre di Lagonegro, 93, 98; una delle spine della corona di Cristo a Lagonegro, 98; di S. Placido nella Chiesa di S. Maria degli Angeli dei frati Minori Capuccini di Lagonegro, 98; di S. Mansueto nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello, 98; di S. Felice nella Chiesa di Tortorella, 98-99; di S. Teodoro nella chiesa di Sicilì, 99; di S. Donato nella chiesa di Torre Orsaia, 99; di S. Filippo nella chiesa di S. Giacomo a Lauria, 100.”. Infatti, il Laudisio, a p. 93, in proposito scriveva che: “Lo stesso vescovo Ludovici ottenne dalla Santa Sede il santo corpo del martire Giocondo che stava nelle catacombe, ed ora queste sacre reliquie, coperte da una veste mirabilmente ricamata in oro, sono venerate nella Cattedrale. La sedonda domenica dopo Pasqua si celebra la festa di questo santo a cui accorre un gran numero di abitanti dei paesi vicini. Portò con sé da Roma anche un altro corpo di un santo martire, chiuso in una teca munita di sigilli che ne attestavano l’autenticità, e che donò al clero di Lagonegro. Il 26 luglio 1819 nella Chiesa Madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo del reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora pro-vicario generale ed ora degnissimo vicario dell’abbazia nullius* di S. Pietro di Licusati. Nella teca fu trovato ed uffcicialmente riconosciuto il corpo di S. Celestino martire, e a parte, in una ampolla di vetro, rappreso, il suo sacro sangue. Le ossa di questo sacro corpo furono subito offerte alla venerazione dei fedeli e ancora oggi non sono state anatomicamente ricomposte.”. Il Laudisio, a p. 84, in proposito scriveva che: “Sotto l’edificio della Chiesa Madre, di cui abbiamo già fatto cenno, vi è un ipogeo davvero meraviglioso sorretto, con una magnifica realizzazione architettonica, da due ordini di diciotto colonne ciascuno. Nell’ipogeo si innalza un altare consacrato a S. Nicola di Mira, patrono della città, e alla destra dell’altare vi è sulla parete, a testimonianza perenne per i posteri, una lapide, con la data 8 ottobre 1752, che tramanda che in quell’ipogeo parecchie volte è sgorgato da ogni parte quell’umore soprannaturale che ogni giorno sgorga dalle ossa del Santo nella basilica di Bari (6); perciò il clero ed il popolo, dopo aver raccolto il denaro, hanno ornato più splendidamente di prima l’ipogeo che, già da tempo consacrato a S. Nicola strenuo difensore della fede (7), era poi caduto in uno stato di squallore e di abbandono. Questo attesta don Nicola Woli, avvocato del foro ecclesiastico di Napoli e in quel tempo prefetto dell’Urbe. Infine, nell’ipogeo è conservata una reliquia autentica del Santo. Una fonte d’acqua non molto distante oggi comunemente fontana dei Longobardi, mentre un’altra, posta sul declivio su cui s’innalza l’abitato, è invece chiamata da tutti fontana dei Greci in base ad un’antica tradizione. “. Il Laudisio, a p. 84, nella nota (6) postillava: “(6) E’ un liquido oleoso, detto “manna di S. Nicola”, che quotidianamente emana dalle ossa del Santo conservate nella basilica di Bari (n.d.T.).”. Il Laudisio, a p. 84, nella nota (7) postillava: “(7) L’Autore allude probabilmente alla leggenda secondo la quae, nel Concilio di Nicea del 325 d.C., S. Nicola avrebbe schiaffeggiato l’eretico Ario (n.d.T.).”.

A Sicilì (o a Morigerati ? sono conservate le reliquie di S. Teodoro

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: “Anche Sicilì non è compreso tra i villaggi inclusi nella ricostruita diocesi di Policastro dall’arcivescovo Alfano di Salerno. Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””. Infatti il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua Sinossi della Diocesi di Policastro”, (si veda edizione curata da GG. Visconti), a pp. 98-99, in proposito scriveva che: Ma anche altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Flelice, S. Teodoro e S. Donato.”. Il Visconti nella versione curata della Sinossi del Laudisio, nell’Indice dei nomi, a pp. 138-139, in proposito scriveva: “Regione, località del basso Cilento, 71: reliquie:….di S. Teodoro nella chiesa di Sicilì, 99; di S. Donato nella chiesa di Torre Orsaia, 99; di S. Filippo nella chiesa di S. Giacomo a Lauria, 100.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 59, del Discorso V, in proposito scriveva che: “Considerando alcune circostanze di fatto, ci è paruto meglio seguitar la sentenza di Antioco, che l’altra di Ellanico; e la più rimarchevole si è quella che due miglia, vicino al paese de’ Morgeti, e dove oggi l’accennata terricciuola, detta Morgerati, conserva ancora l’antichissima memoria de’ suoi Avoli, evvi un’altra terra chiamata Sicilì, la quale saldamente conferma la nostra opinione etc…”. Dunque, nella chiesa di Sicilì sono conservate alcune reliquie del corpo di S. Teodoro. Secondo il Laudisio, le reliquie dei corpi di alcuni Santi, come ad esempio quello di Teodoro furono traslate dai sacelli che si trovavano nelle catacombe. Essi, tra cui Teodoro erano dei martiri. Da Wikipedia leggiamo che San Teodoro di Amasea, Martire m. Amasea (Turchia) tra il 306 e il 311. Leggendaria e controversa la storia della sua vita, anche se vi sono prove attendibili dell’esistenza di un martire di nome Teodoro, ucciso ad Amasea. É considerato il terzo “soldato santo” dell’Oriente dopo san Giorgio e san Demetrio. Si arruola nell’esercito romano. Sotto l’imperatore Galerio Massimiano, viene trasferito con la sua legione nei quartieri invernali ad Amasea.Viene imposto a tutti i soldati di fare sacrifici agli dèi pagani. Teodoro, essendo cristiano, si rifiuta nonostante che i suoi commilitoni cerchino con insistenza di convincerlo a cedere. Gli vengono concessi dei giorni per ripensarci: non solo non torna indietro nel suo proposito, ma ne approfitta per incendiare il tempio della madre degli dèi, Cibele, che si trova al centro di Amasea, vicino al fiume Iris. Viene sottoposto alla tortura del cavalletto e poi messo in carcere a morire di fame: è confortato da visioni celesti. Alla fine viene arso vivo. Fino al XII secolo è patrono di Venezia, poi sostituito con san Marco. Secondo la tradizione il suo corpo è venerato nella cattedrale di Brindisi. Tuttavia devo precisare che le reliquie del santo si trovano in una chiesa a Morigerati, la Chiesa della SS. Annunziata costruita agli inizi del XVI sec. nel quale si conservano le reliquie di San Teodoro e di San Biagio Martiri.

A Rivello, il corpo di S. Mansueto venerato nella chiesa di S. Maria del Poggio

Il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi etc..’ a p. 101 (vedi versione del Visconti) in proposito scriveva che: “Ma anche in altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Felice, S. Teodoro e S. Donato.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””.

Nel 15 giugno 304 d.C. (III sec. d.C.), S. Vito ed il suo martirio

Aveva sui sette anni, quando cominciò a fare prodigi e quando nel 303 scoppiò in tutto l’impero romano, la persecuzione di Diocleziano contro i cristiani, Vito era già molto noto nella zona di Mazara. Il padre non riuscendo a farlo abiurare, si crede che fosse ormai un’adolescente, lo denunziò al preside Valeriano, che ordinò di arrestarlo; che un padre convinto pagano, facesse arrestare un suo figlio o figlia divenuto cristiano, pur sapendo delle torture e morte a cui sarebbe andato incontro, è figura molto comune nei Martirologi dell’età delle persecuzioni, che come si sa, sotto vari titoli furono scritti secoli dopo e con l’enfasi della leggenda eroica. Il preside Valeriano con minacce e lusinghe, tentò di farlo abiurare, anche con l’aiuto degli accorati appelli del padre, ma senza riuscirci; il ragazzo aveva come sostegno, con il loro esempio di coraggio e fedeltà a Cristo, la nutrice Crescenzia e il maestro Modesto, anche loro arrestati. Visto l’inutilità dell’arresto, il preside lo rimandò a casa, allora il padre tentò di farlo sedurre da alcune donne compiacenti, ma Vito fu incorruttibile e quando Valeriano stava per farlo arrestare di nuovo, un angelo apparve a Modesto, ordinandogli di partire su una barca con il ragazzo e la nutrice. Durante il viaggio per mare, un’aquila portò loro acqua e cibo, finché sbarcarono alla foce del Sele sulle coste del Cilento, inoltrandosi poi in Lucania (antico nome della Basilicata, ripristinato anche dal 1932 al 1945). Vito continuò ad operare miracoli tanto da essere considerato un vero e proprio taumaturgo, testimoniando insieme ai due suoi accompagnatori, la sua fede con la parola e con i prodigi, finché non venne rintracciato dai soldati di Diocleziano, che lo condussero a Roma dall’imperatore, il quale saputo della fama di guaritore del ragazzo, l’aveva fatto cercare per mostrargli il figlio coetaneo di Vito, ammalato di epilessia, malattia che all’epoca era molto impressionante, tale da considerare l’ammalato un indemoniato. Vito guarì il ragazzo e come ricompensa Diocleziano ordinò di torturarlo, perché si rifiutò di sacrificare agli dei; qui si inserisce la parte leggendaria della ‘Passio’ che poi non è dissimile nella sostanza, da quelle di altri martiri del tempo. Venne immerso in un calderone di pece bollente, da cui ne uscì illeso; poi lo gettarono fra i leoni che invece di assalirlo, diventarono improvvisamente mansueti e gli leccarono i piedi. Continua la leggenda, che i torturatori non si arresero e appesero Vito, Modesto e Crescenzia ad un cavalletto, ma mentre le loro ossa venivano straziate, la terra cominciò a tremare e gli idoli caddero a terra; lo stesso Diocleziano fuggì spaventato. Comparvero degli angeli che li liberarono e trasportarono presso il fiume Sele allora in Lucania, oggi dopo le definizioni territoriali successive, scorre in Campania, dove essi ormai sfiniti dalle torture subite, morirono il 15 giugno 303; non si è riusciti a definire bene l’età di Vito quando morì, alcuni studiosi dicono 12 anni, altri 15 e altri 17. Vito continuò ad operare miracoli tanto da essere considerato un vero e proprio taumaturgo, testimoniando insieme ai due suoi accompagnatori, la sua fede con la parola e con i prodigi, finché non venne rintracciato dai soldati di Diocleziano, che lo condussero a Roma dall’imperatore, il quale saputo della fama di guaritore del ragazzo, l’aveva fatto cercare per mostrargli il figlio coetaneo di Vito, ammalato di epilessia, malattia che all’epoca era molto impressionante, tale da considerare l’ammalato un indemoniato. Vito guarì il ragazzo e come ricompensa Diocleziano ordinò di torturarlo, perché si rifiutò di sacrificare agli dei; qui si inserisce la parte leggendaria della ‘Passio’ che poi non è dissimile nella sostanza, da quelle di altri martiri del tempo. Venne immerso in un calderone di pece bollente, da cui ne uscì illeso; poi lo gettarono fra i leoni che invece di assalirlo, diventarono improvvisamente mansueti e gli leccarono i piedi. Continua la leggenda, che i torturatori non si arresero e appesero Vito, Modesto e Crescenzia ad un cavalletto, ma mentre le loro ossa venivano straziate, la terra cominciò a tremare e gli idoli caddero a terra; lo stesso Diocleziano fuggì spaventato. Comparvero degli angeli che li liberarono e trasportarono presso il fiume Sele allora in Lucania, oggi dopo le definizioni territoriali successive, scorre in Campania, dove essi ormai sfiniti dalle torture subite, morirono il 15 giugno 303; non si è riusciti a definire bene l’età di Vito quando morì, alcuni studiosi dicono 12 anni, altri 15 e altri 17. La leggenda racconta che Vito, da bambino, abbia guarito il figlio dell’Imperatore romano Diocleziano, suo coetaneo, ammalato di epilessia. Purtroppo bisogna dire che il martirio in Lucania è l’unica notizia attendibile su S. Vito, mentre per tutto il resto si finisce nella leggenda. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo inedito dattiloscritto ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, del 1973, anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), parlando dei “Primi Martiri locali”, scriveva che: “Fra i martiri locali, solo quattordici appaiono nella storia. I primi due furono dei giovanetti evangelizzati da S. Paolo a Laureana Cilento (75). Seguirono altri undici: S. Vito, Modesto e Crescenza, presso il fiume Sele, assieme ai compagni: ecc.. Il più noto è S. Vito. Di origine siciliana, era già cristiano ed operava molti miracoli, quando fu carcerato e torturato dal preside Valeriano. Liberato da un Angelo, si recò in Lucania con i suoi educatori, Modesto e Crescenza. Conosciuto da Diocleziano per far liberare il proprio figlio dal demonio, fu fatto torturare, perché si era rifiutato di sacrificare agli dei. Liberato di nuovo dall’angelo, ritornò presso il fiume Sele, in Campania, dove subì il martirio il 15 giugno del 304, e qualche giorno dopo i suoi compagni. Una pia donna, Florenza, seppellì i loro corpi nel luogo detto “Mariano” (78).”. Il Cataldo (…), nella sua nota (75), postillava che:  “(75) Ebner P., op. cit., p. vol II, p. 68.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (78), postillava che:  “(78) Ebner P., op. cit., vol. I, p. 16; si veda pure: ‘Acta Sanctorum’, Venezia, 1742, p. 1015”. Infatti, sul martirio di San Vito, il ragazzo siciliano, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 17, scriveva che: “Tuttavia va ricordato che le vessazioni contro i cristiani si protrassero ancora dopo il 313 (Milano: decreto di tolleranza di Costantino) e fino al 375, quando Graziano, primo tra gli imperatori, rifiutò il titolo di pontefice massimo.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. I, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Alle anzidette tradizioni vanno aggiunti altri indizi che confermano l’esistenza di nuclei cristiani in Lucania (Lucania Augustea). Del rescritto di Costantino del 21 ottobre 219 al ‘corrector Lucania et Bruttiorum’ (77) si rileva l’esistenza di chiese organizzate nella regione da collegare con quanto si afferma negli ‘Acta Sanctorum’ (78) sul siciliano Vito, detto però “Vitus lucanus”, decollato sulle rive del Sele il 15 giugno 304-305 con i suoi istruttori Modesto e Crescenzia, i cui corpi vennero raccolti secondo la tradizione da una pia donna (“Florentia”) mentre passeggiava lungo il fiume. Sepolti “in loco qui dicitur Marianus” (79), ivi fu eretta una cappella di cui tutt’ora esistono i resti in un’abside a doppia struttura esterna (preromanica) dedicata appunto a San Vito sul Sele, poi protettore di Capaccio.”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (77), postillava che: “(77) Lanzoni, op. cit., p. 319. Va ricordato che con la dominazione normanna l’antica Lucania scomparve definitivamente.”. Pietro Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Venezia, 1742, p. 319.”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Diverse le trascrizioni, ‘Malianus, Marianus, Cfr. Natella, cit. p. 12 anche per la cappella preromanica.”.

San Vito Martire o S. Vito “Lucano”

Non si conosce la sua origine, anche se secondo una “Passio” nacque in Sicilia da padre pagano e fu incarcerato a sette anni, su denuncia del genitore, perché cristiano. L’unica notizia attendibile su di lui si trova nel Martirologio Gerominiano (…), da cui risulta che Vito visse in Lucania. Popolarissimo nel medioevo, egli fu inserito nel gruppo degli Ausiliatori, i santi la cui intercessione veniva considerata molto efficace in particolare occasioni e per sanare determinate malattie. È invocato per scongiurare la lettargia, il morso di bestie velenose o idrofobe e il “ballo di San Vito”. San Vito, protegge i muti, i sordi e singolarmente anche i ballerini, per la somiglianza nella gestualità agli epilettici. Per il grande calderone in cui fu immerso, è anche patrono dei calderai, ramai e bottai. San Vito fa parte dei 14 Santi Ausiliatori, molto venerati nel Medioevo, la cui intercessione veniva considerata particolarmente efficace nelle malattie o specifiche necessità. Gli altri tredici Ausiliatori sono: Acacio, Barbara, Biagio, Caterina d’Alessandria, Ciriaco, Cristoforo, Dionigi, Egidio, Erasmo, Eustachio, Giorgio, Margherita, Pantaleone. Il suo culto si diffuse in tutta la Cristianità, colpiva soprattutto la giovane età del martire e le sue doti taumaturgiche, è invocato contro l’epilessia e la corea, che è una malattia nervosa che dà movimenti incontrollabili, per questo è detta pure “ballo di san Vito”; poi è invocato contro il bisogno eccessivo di sonno e la catalessi, ma anche contro l’insonnia ed i morsi dei cani rabbiosi e l’ossessione demoniaca. Per secoli la figura di san Vito ha alimentato ed esaltato la fede popolare: si pensi per esempio alla protezione per la quale veniva invocato, in modo particolare nella speranza di ottenere guarigione da patologie quali la Corea di Sydenham, una forma di encefalite nota come ballo di San Vito (in quanto può presentare postumi come tic, tremori, etc.), dall’idrofobia, da malattie degli occhi (in slavo la parola Vid = vista fu associata al suo nome, e in quelle terre il culto di san Vito pare avesse sostituito l’antico culto di Svetovit), dalla letargia. Tuttavia la nascita del suo culto e la relativa tradizione agiografica non sono stati ancora studiati in maniera ampia e approfondita.

Il culto di San Vito

Il culto per S. Vito è attestato dalla fine del V secolo, ma le notizie sulla sua vita sono poche e scarsamente attendibili. Alcuni antichi testi lo dicono lucano, ma la ‘Passio’ leggendaria del VII secolo, lo dice siciliano; nato secondo la tradizione a Mazara del Vallo in una ricca famiglia, rimasto orfano della madre, fu affidato ad una nutrice Crescenzia e poi al pedagogo Modesto, che essendo cristiani lo convertirono alla loro fede. San Vito, venerato anche come san Vito martire o san Vito di Lucania (Mazara, III secolo – Lucania, 15 giugno 303), fu un giovane cristiano che subì il martirio per la fede nel 303 ed è venerato come santo da tutte le chiese che ammettono il culto dei santi. La memoria liturgica è da ricordare nei giorni 15 giugno e 20 marzo. Quasi al centro della Piana del Sele, nella contrada S. Cecilia, sorge la chiesa di S. Vito, ricordata tra le più antiche del territorio. Essa venne edificata per raccogliere, custodire e venerare le spoglie mortali dei Santi Vito, Modesto e Crescenza, martirizzati a Roma sotto Diocleziano. La notizia più antica sulla chiesa di S. Vito al Sele è del 1042 ove è riportata tra i beni della Chiesa Salernitana. Nel 1067, Guglielmo d’Altavilla, usurpatore dei beni della Chiesa Salernitana, già scomunicato da Papa Alessandro II, dovette sottomettersi al Pontefice, di passaggio per Salerno, restituendo all’Arcivescovo di Salerno, insieme ad altri beni, anche la Chiesa ed i beni di S. Vito al Sele. Nel 1080, Roberto il Guiscardo, principe di Salerno, per intercessione della moglie Sichelgaita, confermò all’Arcivescovo Alfano i beni che la chiesa Salernitana possedeva in territorio di Eboli: “ecclesiam S. Viti de Silare cum corte et silvis et pertinentiis ipsorum. Nel 1090 è menzionata dal Paesano (…) “…cum curte sua et teri in eadem loco (fluvio Syleris esistentibus); nel 1168 risulta nella Bolla “Licet nobis” di Papa Alessandro III; nell’anno 1221, Federico II di Svevia emanò un privilegio a favore della Chiesa Salernitana, col quale confermò tutte le concessioni che i principi suoi predecessori avevano fatto. In tale privilegio sono compresi territori siti nella terra d’Eboli e nel 1255 Alessandro IV conferma la sua appartenenza alla Chiesa Salernitana. Vi era una cappella dedicata a San Vito Martire anche a Felitto, un casale del Cilento, ed era situata ai confini tra il territorio di Felitto e quello di Bellosguardo, nei pressi del fiume Pietra molto probabilmente per ricordare il luogo del martirio, ricompensa per avere liberato il figlio dell’imperatore Diocleziano dal demonio, che alcuni individuato alla foce del Sele. L’originaria cappella non esiste più perché fu distrutta da una inondazione, quella che possiamo vedere oggi risale al 1850 ed è stata edificata grazie all’aiuto di una signora Italo-americana. Il Cataldo (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), parlando dei “Primi Martiri locali”, scriveva che: “Fra i martiri locali, solo quattordici appaiono nella storia. I primi due furono dei giovanetti evangelizzati da S. Paolo a Laureana Cilento (75). Seguirono altri undici: S. Vito, Modesto e Crescenza”. Il Cataldo (…), nella sua nota (75), postillava che:  “(75) Ebner P., op. cit., p. vol II, p. 68.”. Presso il fiume Sele sorge un’antica chiesa dedicata al santo, nel luogo dove fu sepolto presso Eboli. Ancora oggi, presso il luogo del martirio indicato dalla tradizione, sorge la chiesa di San Vito al Sele. Molti comuni della Valle del Sele (Caposele, Calabritto, Quaglietta, Senerchia, Oliveto Citra, Colliano, ecc.) hanno, in memoria del martire, o conservano toponimi e luoghi di culto dedicati a san Vito, testimonianza del primitivo culto che Vito ebbe in queste zone e che poi si diffuse in tutta la Cristianità. A Capaccio Scalo in provincia di Salerno, si svolgono annualmente i “Solenni Festeggiamenti in onore di San Vito Martire” nella Chiesa madre del paese, a lui dedicata. La tradizione narra che proprio quel luogo sia stato fondamentale nella predicazione del martire. I riti iniziano la sera del 14 giugno con i solenni “primi vespri” per concludersi ai “secondi vespri” con la Grande concelebrazione Eucaristica e la grandiosa processione alla presenza di numerose autorità civili e religiose. Purtroppo bisogna dire che il martirio in Lucania è l’unica notizia attendibile su s. Vito, mentre per tutto il resto si finisce nella leggenda. Il suo culto si diffuse in tutta la Cristianità, colpiva soprattutto la giovane età del martire e le sue doti taumaturgiche, è invocato contro l’epilessia e la corea, che è una malattia nervosa che dà movimenti incontrollabili, per questo è detta pure “ballo di san Vito”; poi è invocato contro il bisogno eccessivo di sonno e la catalessi, ma anche contro l’insonnia ed i morsi dei cani rabbiosi e l’ossessione demoniaca. Protegge i muti, i sordi e singolarmente anche i ballerini, per la somiglianza nella gestualità agli epilettici. Per il grande calderone in cui fu immerso, è anche patrono dei calderai, ramai e bottai. Secondo una versione tedesca della leggenda, nel 756 l’abate Fulrad di Saint-Denis, avrebbe fatto trasportare le reliquie di san Vito nel suo monastero di Parigi; poi nell’836 l’abate Ilduino le avrebbe donate al monastero di Korway nel Weser, che divenne un centro importante nel Medioevo, della devozione del giovane martire. Durante la guerra dei Trent’anni (1618-48), le reliquie scomparvero da Korwey e raggiunsero nella stessa epoca Praga in Boemia, dove la cattedrale costruita nel X secolo, era dedicata al santo; a lui è consacrata una splendida cappella. Bisogna dire che delle reliquie di san Vito, è piena l’Europa; circa 150 cittadine, vantano di possedere sue reliquie o frammenti, compreso Mazara del Vallo, che conserva un braccio, un osso della gamba e altri più piccoli. Nella città ritenuta suo luogo di nascita, san Vito è festeggiato ogni anno con una solenne e tipica processione, che si svolge fra la terza e la quarta domenica d’agosto. Il “fistinu” in onore del santo patrono, ricorda la traslazione delle suddette reliquie, avvenuta nel 1742 ad opera del vescovo Giuseppe Stella. La processione, indicata come la più mattiniera d’Italia, inizia alle quattro del mattino, con il trasporto della statua d’argento del santo, posta sul Carro trionfale, trainato a braccia dai pescatori, fino alla chiesetta di San Vito a Mare, accompagnato da una suggestiva fiaccolata e da fuochi d’artificio; da questo luogo si crede sia partito con la barca per sfuggire al padre e al preside Valeriano. Una seconda processione è quella celebre storica-ideale a quadri viventi, è una serie di carri, su cui sono rappresentate da fedeli con gli abiti dell’epoca, scene della sua vita e del suo martirio, chiude la processione il già citato carro trionfale. “U fistinu” si conclude nell’ultima domenica d’agosto, con un’ultima processione del carro trionfale diretto al porto-canale e da lì il simulacro di s. Vito, viene issato su uno dei pescherecci e seguito da un centinaio di altri pescherecci e barche, giunge fino all’altezza della Chiesetta di S. Vito al Mare, per ritornare infine al porto. A Roma esiste la chiesa dei santi Vito e Modesto, dove in un affresco oltre il giovanetto, compaiono anche Modesto con il mantello da maestro e Crescenzia in aspetto matronale con il velo. Nell’area germanica s. Vito è rappresentato come un ragazzo sporgente da un grosso paiolo, con il fuoco acceso sotto. Il santuario in cui è venerato nell’allora Lucania, oggi nel Comune di Eboli in Campania, denominato S. Vito al Sele, era detto “Alecterius Locus” cioè “luogo del gallo bianco”; nella vicina città di Capaccio, nella chiesa di S. Pietro, è custodita una reliquia del santo, mentre nella frazione Capaccio Scalo, è sorta un’altra chiesa parrocchiale dedicata anch’essa a S. Vito; la diocesi di questi Comuni in cui il culto di S. Vito è così forte, perché qui morì con i suoi compagni di martirio, si chiama tuttora Vallo della Lucania, pur essendo in provincia di Salerno. Il santo è anche patrono di Recanati e di Mascalucia (CT) e nella sola Italia, ben 11 Comuni portano il suo nome. Nella Chiesa Madre dei Santi Apostoli Pietro e Paolo in Pisciotta, si venera una insigne reliquia del sangue di San Vito, custodito in un’ampolla di vetro. Detto sangue si liquefa ogni anno in occasione della festività del martire, solitamente durante la processione in suo onore. Secondo la tradizione la reliquia proverrebbe dalla chiesa abbaziale di Taranto e sarebbe stata traslata per opera del vescovo di Lecce mons. Luigi Pappacoda, nativo di Pisciotta. Infatti sul reliquiario che custodisce il sangue di San Vito è inciso lo stemma della famiglia Pappaccoda, marchesi di Pisciotta. I Pappacoda, è stata anche una famiglia che aveva come feudo quello di Torraca, ed è questo forse uno dei motivi della venerazione di S. Vito a Sapri. Io credo vi sia un legame tra il culto di S. Vito martire, Capaccio, Pisciotta, i Pappacoda, i Palamolla e Sapri. Pisciotta, apparteneva alla Diocesi di Capaccio e a Capaccio S. Vito martire pure viene venerato.Se non mi sbaglio, i Pappacoda erano imparentati con i Palamolla di Torraca e di Scalea. Orazio Campagna (…), a p. 219, parlando di Aieta, un piccolo ma antichissimo borgo sulla costa Tirrenica della Calabria e non lontana da Praja a mare, in proposito scriveva che: “Antichissimo culto è quello del patrono S. Vito, lucano di Paestum, martirizzato con dieci compagni presso il fiume Sele il 15 giugno del 305 d.C.”. Sempre lo studioso Orazio Campagna (…), a p. 236, parlando di Tortora, un piccolo ma antichissimo borgo sulla costa Tirrenica della Calabria e non lontana da Praja a mare, in proposito scriveva che: “le cappelle di S. Vito martire, ecc…, costituiscono, anche se con con differenze cronolocighe enormi, testimonianze del mondo basiliano” che poi come scrive sempre il Campagna, a p. 243 “i frati minori assorbirono le ultime reliquie del monachesimo basiliano, S. Vito, ecc..ecc..”. Sempre il Campagna (…), a p. 249, parlando di Maratea, ci informa che: “A queste diaspore si deve il ripopolamento di Maratea-Castello, l’insediamento eremitico nella grotta di S. Michele, la successiva costruzione della chiesa di S. Basilio, demolita nel 1836 (24), l’insediamento delle grotte di S. Vito”. Il Campagna, a p. 249, nella sua nota (24), postillava che: “(24) D. Damiano, Maratea nella storia, etc, op. cit., p. 131.”. Sempre Orazio Campagna, a p. 253, parlando di Sapri, del “Portus”, in proposito scriveva che: “Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), a p. 219, parlando di Aieta, un piccolo ma antichissimo borgo sulla costa Tirrenica della Calabria e non lontana da Praja a mare, in proposito scriveva che: “Antichissimo culto è quello del patrono S. Vito, lucano di Paestum, martirizzato con dieci compagni presso il fiume Sele il 15 giugno del 305 d.C.”.

Nel 308-319 d.C. (I sec. d.C.) , la fondazione della sede episcopale di Marcellianum da papa Marcello I

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a pp. 16-17, scriveva che: Ciò si spiega con il fatto che i primi tempi, almeno fino a quelli dell’africano papa Vittore I (a. 185), la predicazione del Vangelo e le pratiche di culto venivano celebrate in greco. Si spiega perciò il persistente ricordo della fondazione della diocesi di Velia e di Bussento da parte di San Paolo, e di quelle di Marcellianum e di Paestum ad opera dello stesso principe degli apostoli (71). Ma poichè le diocesi vennero senz’altro fondate dai loro discepoli (72) e quella di Marcellianum da papa Marcello I (308-319), evidente è il tentativo della tradizione di nobilitarle con l’attribuirne ad esse il crisma dell’ “apostolicità” (73).”. Ebner (…), nella sua nota (70), postillava che:  “(70) Cfr., nelle lettere a Trebazio, ecc..”. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che:  “(71) Ughelli, op. cit., c. 465.”. Ebner (…), nella sua nota (72), postillava che:  “(72) Ebner, Storia, cit., p. 271 e sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Polla, a p. 347, in proposito scriveva che: “Il murato (2) abitato di Polla, …..Nei pressi del forum, fiorente ancora ai tempi di Cassiodoro, era ‘Marcellianum’, sede di diocesi,….Del ‘forum’ è notizia dal famoso ‘lapis Pollae, l’elogium (6) inciso su un cippo posto davanti la “Taverna del passo” e ancora in sito.”. Ebner, a p. 347, nella nota (5) postillava: “(5) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV, 1958, p. 193 sgg. e Polla cit., p. 41 sg. e p. 79. Sugli affreschi del battistero, poi cappella, simili a quelli di S. Angelo in Formis, v. Bracco, Polla, lineee di una storia, Salerno, 1976, p. 79 e 550 (n. 165).”. Ebner, a p. 347, nella nota (7) postillava: “(7) E. Magaldi, Lucania romana, Roma, 1948, p. 179 sgg.”. Da Wikipidia leggiamo che Papa Marcello I (Roma, … – 16 gennaio 309) è stato il 30º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica dal 27 maggio 308 al 16 gennaio 309. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalle Chiese ortodosse. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “7- Polla – Sala Consilina”, a p. 13, in proposito scriveva che: Papa S. Marcello, verso il 310, poichè la Valle del Tanagro era piena di Cristiani, elevò Marcellianum, borgo di Consilina, e sede vescovile, vi eresse l’Episcopio e la Basilica e benedisse una ventina di battisteri nelle aree paleocristiane (167).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “7- Polla – Sala Consilina”, a p. 13, in proposito scriveva che: “Antico centro romano del 153 a.C., all’inizio della Valle del Tanagro e di Diano, era noto per il suo mercato e per le locande (162). Al tempo di Cassiodoro aveva il Foro, di cui oggi resta l’Elogium inciso su un cippo davanti alla “Taverna del passo” (163). Presso il foro sorgeva “Marcellianum”, sede vescovile dove si vedono i resti del Battistero paleocristiano (164). Nelle acque del Marcellianum, suburbio di “Consilinum”,….Accanto al battistero sorsero il “Castrum di Polla” e di Consilina. Papa S. Marcello, verso il 310, poichè la Valle del Tanagro era piena di Cristiani, elevò Marcellianum, borgo di Consilina, e sede vescovile, vi eresse l’Episcopio e la Basilica e benedisse una ventina di battisteri nelle aree paleocristiane (167). Recenti studi archeologici hanno permesso la ricostruzione plastica del Battistero di S. Giovanni: esso era formato da un vasto ambiente absidato costruito da quattro arcate, con una vasca quadrangolare al centro coperta da una cupola. Della basilica cattedrale e dell’episcopio non si sa ancora nulla (168).”. Il Cataldo, a p. 21, nelle note postillava di Pietro Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 472-475. Il Cataldo, a p. 21, nelle note postillava di Pietro Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 472-475.  Il Cataldo, a p. 21, nella nota (162) postillava: “(162) Ebner P., op. cit., vol. II, p. 347.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (163) postillava: “(163) C.I.L., X, 6950 – Ebner P., op. cit., p. 347.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (164) postillava: “(164) Bracco Vittorio: Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di Archeologia Cristiana”, Città del Vaticano, XXXIV, 1958, p. 193.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (165) postillava: “(165) Bihlm – Tuechle, op. cit., pp. 259 e 308.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (166) postillava: “(166) Bracco V., Mondo Archeologico.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (167) postillava: “(167) Ebner P., op. cit., vol. I, p. 16.”. Nel 1928, infatti, venne alla luce un’epigrafe in seguito al crollo di un muro: l’epigrafe era parte di una tomba imperiale recante la scritta D(is) M(anibus)/ MARC/ELLIN/O FILIO /PARENT(es) / FECER(unt). Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 473 ci parla di “Marcelliana” parlando di Sala Consilina e non di Padula. Ebner, a p. 473, in proposito scriveva che: “Di Marcelliana e del battistero di S. Giovanni in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol.. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede sia stata un borgo di Sala. Anche il Gatta (59) scrive che ect…”. Ebner, a p. 473, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Antonini, cit., II, p. 113”. Ebner, sull’iscrizione, a p. 472 scriveva che: “Il Patroni (43) nel 1899 rinvenne un frammento di epigrafe di cui fu poi messa a luce la parte mancante, etc…”. Ebner, a p. 472, nella sua nota (43) postillava che: “(43) G. Patroni, “Atti R. Acc. Lincei, S. V., Scienze morali e storiche, III, Roma, 1910”. Ebner, nel vol. II, a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65). Su S. Giovanni in Fonte e sulla destinazione dell’edificio ivi esistente a battesimo, v. gli scritti di Vittorio Bracco.”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Nel 1852 Ferdinando di Borbone lì donò alla Certosa di S. Stefano del Bosco amministrati dalla Certosa di Padula per la lontananza della Certosa calabra. ‘Contra’ il Gatta, p. 72, che afferma che ai suoi tempi la commenda apparteneva ai Cavalieri di Malta. Scrive Vittorio Bracco (‘Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di Archeologia cristiana”, n. 1,4, Città del Vaticano, 1958, p. 17 estr.) “sappiamo che S. Giovanni in Fonte era ormai commenda, passata dai Templari ai Cavalieri di Malta”. Cfr. pure Sacco, cit., I, p. 209 sg.”. Riguardo la citazione di “Sacco” si tratta di Antonio Sacco (….) e la sua “La Certosa di Padula”. Riguardo invece la citazione di Vittorio Bracco (….) si tratta della sua opera “Marcellianum e il suo battistero”, in la rivista “Archeologia cristiana”, n. 1, 4, Città del Vaticano, 1958 (credo sia il testo vol. I di P. Testini, ed. Desclee & C.). Pietro Ebner, a p. 475, nella sua nota (66) postillava che: “(66) ‘Bona Ecclesiae sancti Joanni de Fontibus’ è detto nell’istrumento di vendita del feudo di S. Angelo di Sala (25 marzo 1508) di Roberto Sanseverino alla Certosa di Padula.”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini, a pp. 106-108, in proposito scriveva che:  “Proprio per la sua posizione baricentrica questa parte de Vallo è stata fin dai secoli tardo-antichi sede privilegiata di mercati e fiere annuali. Tra l’alveo del Tanagro e le pendici occidentali di Padula, doveva estendersi ‘Marcellianum’, il suburbio dell’antica ‘Cosilinum’ romana identificata nei resti ancora visibili sulla collina della ‘Civita’, alle spalle dell’abitato odierno. E in stretta relazione con il suburbio di ‘Marcellianum’ si devono verosimilmente interpretare gli avanzi, rinvenuti negli anni Cinquanta del secolo scorso, di un importante complesso paleocristiano edificato sulle strutture di una preesistente villa romana di età imperiale (3).”. La Alaggio, a p. 106, nella nota (3) postillava: “(3) M. Romito, Un nuovo documento della cristianizzazione nella valle del Tanagro, in “Apollo”, XII (1966), pp. 10-17.”.

Nel 325, il Concilio di Nicea I

Da Wikipedia leggiamo che il concilio di Nicea, tenutosi nel 325, è stato il primo concilio ecumenico cristiano. Venne convocato e presieduto dall’imperatore Costantino I, il quale intendeva ristabilire la pace religiosa e raggiungere l’unità dogmatica, minata da varie dispute, in particolare sull’arianesimo; il suo intento era anche politico, dal momento che i forti contrasti tra i cristiani indebolivano anche la società e, con essa, lo Stato romano. Con queste premesse, il concilio ebbe inizio il 20 maggio del 325. Data la posizione geografica di Nicea, la maggior parte dei vescovi partecipanti proveniva dalla parte orientale dell’Impero. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, dove, l’alto prelato, già Vescovo della Diocesi di Policastro, a p. 68 (si veda il testo a cura di G. G. Visconti, v. p. 9 in latino), scriveva che: “Perciò nel Concilio di Nicea del 325, che stabilì con le disposizioni canoniche XV, XVI e XVII i confini di ciascuna diocesi, partecipò assieme ad altri 318 vescovi anche Marco, vescovo di Calabria (22) – allora la Lucania e la Calabria costituivano una provincia sola (23) Etc..”.  Il Laudisio (v. versione di Visconti), a p. 9, nella nota (22) postillava che: “(22) Gagl. cit., lib. I, tit. 18, num. 9 (p. 242, nota b: Nicaenae I synodo subscripsit Marcus Calabriae episcopus).”. Il Laudisio, a p. 9, nella nota (23) postillava che: “(23) Troyl. tomo I, part. 2, cap. 8, num 3 (Abate Placido Troyli, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, p. 190: (Reggio Calabria) fu capo di tutto il paese de’ Bruzj, quando in tempo degli Imperatori romani i Lucani ed i Bruzj una provincia unita faceano, risedendo in Salerno il comun correttore quando nella Lucania dimorava (….), ed in Reggio allorache nel paese de’ Bruzj ritrovavasi)”.

Nel 380 e 392 (editto di Costantinopoli), con Teodosio la religione cristiana divenne religione di Stato

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, dattiloscritto inedito del 1986 parlando di “7- Polla – Sala Consilina”, a p. 13, in proposito scriveva che: “…la religione cristiana era diventata con Teodosio, nel 380, ufficiale di stato (165). Ecc... Il Cataldo, a p. 21, nella nota (165) postillava: “(165) Bihlm – Tuechle, op. cit., pp. 259 e 308.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, trascorsero molti anni prima che i vescovi venissero riconosciuti privilegi e prerogative tra cui la loro inclusione negli organi dello stato che avviò quel movimento di unificazione degli usi e di coordinamento della dottrina affermatisi sotto il pontefice d’Innocenzo III (1198-1216). I vescovi abusarono ben presto della loro autonomia tanto che diversi concili dovettero intervenire per ridimensionare gli abusi di potere.”.

Nel 380 (Valentiniano II) e 445 (IV sec. d.C.), il decreto dell’Imperatore Valentiniano III

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 16, in proposito scriveva che: “Successivamente il decreto di Valentiniano (a. 445) ricompose sotto un’unica autorità, precisamente quella romana, tutta la Chiesa occidentale, con una ulteriore affermazione di prestigio della sede apostolica. Di ciò evidentemente si avvalsero i vescovi meridionali con punte a volte eccedenti gli ambiti spirituali delle loro diocesi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Da Wikipedia leggiamo che l’editto di Tessalonìca, conosciuto anche come Cunctos populos, venne emesso il 27 febbraio 380 dagli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II (quest’ultimo all’epoca aveva solo nove anni). Il decreto dichiara il cristianesimo secondo i canoni del credo niceno la religione ufficiale dell’impero, proibisce in primo luogo l’arianesimo e secondariamente anche i culti pagani. Per combattere l’eresia si esige da tutti i cristiani la confessione di fede conforme alle deliberazioni del concilio di Nicea. Il testo venne preparato dalla cancelleria di Teodosio I e successivamente venne incluso nel Codice teodosiano da Teodosio II. La nuova legge riconobbe alle due sedi episcopali di Roma e Alessandria d’Egitto il primato in materia di teologia. L’editto, pur proclamando il Cristianesimo religione di Stato dell’impero romano, non stabiliva alcuna direttiva specifica a proposito. Bisognerà attendere i cosiddetti decreti teodosiani, promulgati dallo stesso Teodosio I, che tra il 391-392 normarono l’attuazione pratica dell’editto di Tessalonica. Flavio Valentiniano (latino: Flavius Valentinianus), meglio conosciuto come Valentiniano II (Treviri, 371 – Vienne, 15 maggio 392) è stato un imperatore romano, dal 375 fino alla sua morte. Successivamente, l’imperatore Valentiniano III emanò (17 luglio 445) un editto che contribuì in maniera determinante all’affermazione dell’autorità e del primato della sede vescovile di Roma in Occidente. Questo editto, che non era valido nella parte orientale dell’Impero, riconosceva pienamente il primato giurisdizionale del papato, perché «Nulla deve essere fatto contro o senza l’autorità della Chiesa romana».

Le origini della Chiesa di Buxentum (BUSSENTO)

Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 97, in proposito scriveva che: “Le Decretali dei Pontefici Innocenzo I e Gelasio I mostrano chiaramente che nel Bruzio esisteva un’organizzazione ecclesiastica fin dal secolo V e che questa era alla diretta dipendenza del Papa. Questo risulta ancor meglio dall’Epistolario di S. Gregorio Magno, etc…”. Sempre il Russo, a p. 115, in proposito scriveva che: “L’assenza di vestigia di cimeli cristiani e la scarsissima suppellettile paleocristiana, affiorata nella zona, avvalorano l’ipotesi che il Cristianesimo vi si è affermato in epoca tardiva e che, probabilmente, vi erano ancora dei pagani, specie nell’interno, alla caduta dell’Impero Romano. Nè ciò deve far meraviglia, se S. Benedetto ne trovò ancora a Montecassino più di mezzo secolo dopo. Se ne può avere conferma negli inconvenienti denunziati dai Papi Innocenzo I e Gelasio I nel V secolo (1). Ma, durante le dominazioni barbariche, non affiora nulla del genere, nemmeno nella vasta produzione cassiodoriana. Solo nel secolo IX, Cassano e Laino vengono ricordati come sedi di Castaldi longobardi, senza tuttavia che si spenda una sola parola sulla loro attività spirituale.”. Il Russo, a p. 115, nella nota (1) postillava: “(1) Taccone-Gallucci, Regesti, p. 3 ss.”.  Si tratta del testo di Domenico Taccone-Gallucci (….), Regesti dei romani pontefici per la chiesa della Calabria fino al secolo XII, Roma, 1901.  Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, dattiloscritto inedito del 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, a p. 11 parlando di Bussento, in proposito scriveva pure che: “I Bussentini del I° secolo, stanchi ormai delle patite sciagure, sfiduciati nelle istituzioni di un impero avviato al declino e quindi avversi al culto dei falsi dei Castori e Polluce, cui avevano invano affidato la protezione sul mare, accettarono con tutto il cuore la fede cristiana (133). Infatti, sulla “Porta del Mare” fecero apporre questa famosa iscrizione, in latino: “Cristus Rex venit in pace. Amen”. Questa lapide esisteva ancora nel 1700 (134). Altri cimeli sono alcune monete costantiniane, colla figura della Croce a bracci uguali e quattro fiammelle agli angoli, trovate fra gli scavi in Piazza Duomo, presso la fontana di Pescefritto; come anche resti di lucerne battesimali di terracotta, fittili, di forma caratteristica ed istoriate nella parte superiore, con frasi greche, rinvenute negli scavi fatti in occasione di lavori pubblici (strada e ferrovia) (135). Esiste un cipo battesimale tronco, con frase: A Ω INI (tium et finis)”. Del secondo periodo (sec. VI-X) restano le memorie dei primi vescovi storici (Rustico e Sabbazio), degli effetti funesti delle invasioni barbariche, sia pre incompleti, della Chiesa primitiva di fattura bizantina (136).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (133) postillava: “(133) Di Luccia Pietro Marcellino: L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale, Roma, Luca Antonio Characas, 1700, p. 7”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (134) postillava: “(134) ibidem: pp. 7-8 – Documenti Antichi (A. D.P.: I – Orig. – 1400).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (135) postillava: “(135) Tradizione orale (interviste)”.

Kehr, Italia pontificia, vol. VIII, p. 371

(Fig….) Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371

Dunque, Wikipidia ci dice che Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, ci parla del vescovo Arnaldo, che figura nell’anno 1111. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122 ecc..”. Dunque, per il Gams, il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro (che successe a Pietro Pappacarbone) è: 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211;” dunque, nel 1110 e morto nel 1211. Secondo il Gams (….), Arnaldo fu vescovo della Diocesi di Policastro dal 1110 e morì nel 1211.

Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, in proposito scriveva che: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231) adnotantur Petrus et Oto Paleocastrenses episcopi et in Necrologio eiusdem ecclesiae sub die iul. 25 a. 1139 depositio Goffridi Paleocastrensis ep. et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74). Etc..”. Dunque, il Kehr citava il vescovo Giovanni e scriveva che nel testo: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231)” veniva annotato da C. A. Garufi (vedi fig….) che: “……et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74).”, che tradotto significa: “e il giorno di agosto 1 a. 1172 La morte di Giovanni di Polecastro ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), la cui iscrizione ne conserva la memoria sul campanile della chiesa cattedrale (ed. Laudisio p. 74).”. Dunque, il Kehr rimanda al testo di Carlo Alberto Garufi ed al suo ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI)’ :

Garufi, p. 230-231

(Fig…..) Garufi C.A., ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, pp. 230

Riguardo la citazione del Garufi si tratta di Carlo Alberto Garufi (….), ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, stà in‘Fonti per la storia d’Italia’, LVI, anno 1922, p. 231. Il Garufi ci parla del “Diptychon o Liber Vitae (dei secoli XI-XII)”, un antico codice membranaceo conservato nel Capitolo della Cattedrale di S. Matteo a Salerno. Il Garufi (….), nel suo ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI)’, a p. 100, in proposito scriveva che: “Luglio 23. X K. A……..A.D.I….MC. nonagesimo .II. .ob. Manso Depositio Iohannis cler. indizione XIIa. magistri (d) et presbiteri”. A p. 104, invece leggiamo: “Agosto I. K. A. Depositio//Malfride Fasanelle a.D.   MCIII – Anni D.  MCXXXIIII. Indictione .XII. depositio domini Iohannis de Guarna Archidiaconus (…) Salernitanus. A. D.  MCLX Floresia ob.    A.D.I.   MCLXIII ob. Iohannes Policastrensis episcopus.”. Il Garufi (….), nei “Nomi non identificati”, a p. 401 riporta un “Iahannis Policastrensis episcopi. ( + 1172), 104 27.”. Si veda Fig….. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122; Giovanni di Castellomata 1221 ecc..”. Dunque, il Gams, nella serie dei Vescovi di Policastro si ferma a Guglielmo de Licio per saltare a Giovanni Castellomata. Nel 2004, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel testo “Visibile latente – Il Patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro”, nel suo “L’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino”, a p. 52, in proposito scriveva che: “Altri eventi memorabili furono: l’erezione della chiesa paleocristiana ad opera dei Bizantini nel secolo VI (14), oggi visibile nella Cripta; etc..”. Il Cataldo, a p….., nella nota (14) postillava: “(14)……………

Nel 352 (IV sec. d.C.), o 370, o 390 ?, GAVINIO (GAVINUS), Praefectus classis dell’Imperatore Valentiniano III

Da Wikipedia leggiamo che a metà del quinto secolo, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. Qui il corpo San Matteo, a cura dei fedeli, fu custodito in un oratorio appositamente costruito, nella casa di un uomo molto autorevole, forse lo stesso Gavinio. Qui restò per lungo tempo, costantemente venerato. Passano quattrocento anni circa. Vandali, Goti, Bizantini, Saraceni, in ultimo i Longobardi devastano le nostre contrade. Distruggono a Velia quanto era sfuggito alla furia delle alluvioni, spargendovi morte e desolazione, e si perde perfino il ricordo della presenza delle sacre reliquie dell’Apostolo. Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet). Per ospitare le reliquie del santo, in questo luogo venne costruito un monastero. Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. In questo luogo rimasero per circa quattro secoli. Nella villa della famiglia Gavinio, fra Pestum e Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati, molti secoli dopo dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento. Da Wikipedia leggiamo che nel 370 d.C. un pestàno, Gavinio, vi portò il corpo dell’apostolo San Matteo. Sempre da Wikipedia leggiamo che per Praefectus classis (dal latino Classis = flotta) si intendeva il comandante in capo di una delle tante flotte dislocate nel Mediterraneo o nel Ponto Eusino o lungo i grandi fiumi europei, facente parte dell’esercito romano. Apparteneva all’ordine equestre e faceva parte delle prefetture romane. Il suo più stretto collaboratore, ed in casi particolari suo sostituto era il subpraefectus classis. Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet). Per ospitare le reliquie del santo, in questo luogo venne costruito un monastero. Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. In questo luogo rimasero per circa quattro secoli. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo. L’Atenolfi, a p. 43, in proposito scriveva che: “Un Gabinio, ci riferisce il “Sermo”, “praeerat navibus” il che non pare voglia dire che era specialmente il “praefectus classis”, ma soltanto che aveva il comando della spedizione, così come il centurione romano che appare poco più avanti nella narrazione, non era necessariamente un centurione “classarius”, cioè soltanto comandante con quel titolo di una delle navi (188). Forse anche per questo motivo non s’incontra il nome di Gabinio nelle pur numerevoli iscrizioni misenati o portuensi relative a gente di mare (189). Dall’altra parte è certa che la gente Gabinia, sebbene, come sembra, originaria del Lazio, era diramata nella Campania e nella Lucania. Uno stabile “Gabinianum” si trova a Pompei (190) ed una moneta di Paestum con l’effige della Dea Mente Bona, recante sul verso l’epigrafe attribuita ad un Numerio Gavinio duumviro della città, è stata pubblicata (191). Anche qesti elementi concorrono a confermare il carattere storico dello scritto paoliniano, che sebbene con le distorsioni ed alterazioni con cui fu adoperato, concorse a formare le fonti della tradizione brètone.”. L’Atenolfi, a p. 43, nella nota (189) postillava: “(189) cfr. Ermanno Ferrero “L’ordinamento delle armate romane”. L’Atenolfi, a p. 43, nella nota (190) postillava: “(190) cfr. Fiorelli “Descrizione di Pompei”, Napoli, 1875″. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentato con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia.”. Su Gavinio scrisse anche Giuseppe Antonini (…., nel suo “La Lucania – Discorsi”, edito nel 1745, ed in quella edita dal nipote, Mazzarella Farao, seconda edizione del 1795, sia nella Parte II che nell’altro testo che raccoglie la Parte III. L’Antonini, a p. 247, in proposito scriveva che: “Fra gli Uomini ragguardevoli, che in appresso ebbe Pesto, potrebbe riporsi (I) Gavinio, che trovandosi Generale dell’Imperador Valentiniano, ebbe la forte (seondo che ‘l volgo crede) di avere i Bretagna il corpo del glorioso S. Matteo, e trasportarlo in Lucania verso gli anni di Cristo CCCLXX.”. l’Antonini, a p. 247, nella nota (I) postillava: “(I) Trovasi nei bassi secoli memoria di questa famiglia Gavinia, poichè Reinesio nei Monumenti Cristiani nel CCCVIII. riporta la seguente D. GAVIN. VAL. SCOLASTICE. E. INNOCENTISSIME. Q. V. ANN. P. VAL. SCOLASTICVS. ET. GAVINIA. X. PARENTES FILIAE. DVLCISSIMAE. E la se fosse la stessa, che la Gabinia (siccome io credo essendo frequente la mutazione in B. in V. e dell’V in B) mille volte nella Storia Romana, in Cicerone, ed in altri autori Uomini di questa antichissima Famiglia si fa menzione.”. L’Antonini, a p. 248, in proposito scriveva: “La sciocca volgar gente crede, che in Pesto fosse stato trovato il corpo dell’Apostolo S. Matteo, dove Gavinio il condusse di Bretagna, come s’è detto. Accreditò questa voce l’Arcivescovo Marsilio Colonna, che scrisse della traslazione di quella in Salerno.”. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a p. 226, in proposito scriveva che: “Era (dice l’Arcivescovo nel capo 6 della ‘Vita’ del Santo) Re di Brettagna (dove da Etiopia era stato trasportato il corpo di S. Matteo) Salomone (I), il quale aveva in moglie la figlia di Flavio Patrizio. Ed essendo stato da proprj Vassalli ucciso, Flavio, che per la propria dignità e per l’amicizia con l’Imperador Valentiniano assai potente era, lo spinse a pigliarne vendetta. Ordinato dunque pr l’Imperial volere numerosa armata da Puglia, Calabria, e Lucania, e dall’altre marittime città d’Italia, tosto carica di bravi soldati, sotto fedeli sperimentati Capitani (fra quali era Gavinio) in Brettagna mandolla. Etc…”. L’Antonini continua il racconto che fa l’Arcivescovo di Salerno, Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, ….(14).“. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna, etc..”. Dunque, il Di Ruocco, ci informa che nel testo dell’arcivescovo Marsilio Colonna, Gavinus è detto “Prefetto dei Bruzi di Bretagna”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “….Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna …(15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 65, in proposito scriveva che: Conservavasi nel rispettabile Archivio della SS. Trinità dela Cava la seguente manoscritta notizia: “In territorio Cilenti etc….ex seguenti Epigraphi marmoreo in mausoleo sculpta legitur: ‘Divus Apostolus et Aevangelista Matthaeus in Ethiopia praedicans, jussu Hirtai Tyranni Regis martyr exstitit, et montibus in parte sepultus Gavinus Eques Lucanus, Veliae Civis, Valentini Imperatoris militiae Praefectus Generalis, etc…”, che tradotto è: “…e di Gavino Eques Lucanus, cittadino di Velia, comandante in capo delle milizie dell’imperatore Valentino, che fu deposto nel versante dei monti, già conquistato dalla Britannia, trasferì qui il corpo del grande apostolo Matteo nell’anno del signore 352.”. Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Il Magnoni, a p. 66 prosegue: “Il solo Michele Zappulli pensò prima, che questo sacro deposito fusse stato trovato in Pesto, ove lo volle trasportato da Bretagna dallo stesso Gavinio, che ej fece Cavalier Pestano. Non vi è dubbio che fuvvi in Pesto questa famiglia Gavinia, e che onorati posti occupò. Ho presso di me una bellissima monetuccia di Pesto colla effige della Dea Mente Bona, ed in essa dall’altra parte si legge l’epigrafe di ‘Nummerio Gavinio Duumviro’.”. Dunque, secondo il Magnoni, la famiglia Gavinia o la ‘gens’ Gavinia era originaria di Paestum. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “..traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (1), postillava che: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351); Cfr. pure Antonini, cit., p. 166., n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia nelle epigrafi, etc…”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Gavinio, comandante della spedizione (praefectis classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale?).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA…..Nel 370 Gavinio di Velia, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, ….(106). Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Dunque, il Cataldo, sulla scorta dell’Ebner, scriveva che nel 370 Gavinio di Velia, prefetto dell’Imperatore “Valentino” traslò le spoglie del Santo. Dunque, il Cataldo non scrive “al tempo dell’Imperatore Valentiniano III” ma scrive che Gavinio era prefetto dell’Imperatore “Valentino”. Il Cataldo scrive che solo in seguito, “…sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”, è il periodo a cui è ascrivibile la basilica paleocristiana rinvenuta in occasione degli scavi condotti dal Sestieri e di cui parla Ebner. Infatti, la basilica paleocristiana è postuma all’oratorio sito nella villa d’epoca romana di Gavinio, appartenuta alla sua gente, la gens Gavinia. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso IV, a p. 205, in proposito a Pelagia ed Attanasio scriveva che: “Per dilucidare alcuni dubj, che su’l’epoca dello scovrimento di detto Sacro Deposito insorgono, stimo necessario descrivere sommariamente la Storia di tale scovrimento, come lo leggiamo nelle antichissime ‘Lezioni dell’Offizio divino della vita del Santo’, che nella Cattedrale di Salerno si recita…..Liegi…somma venerazione fu da quel Re Salomone ricevuto, e drizzatogli un magnifico Tempio. Fu venerato in essa Città sino all’anno 370, quando essendo stata la Città da Gavinio Generale dell’Imp. Valentiniano destrutta, per aver i suoi Cittadini ammazzato detto Re, ripigliò egli il Gavinio detto Sacro Corpo, per rivelazione fattane dal sacerdote Emilio Britannico colà priggioniero, e ne caricò la sua Nave, la quale data alle vele, e giunta nel porto romano, nell’esserne precorsa la fama, mosso da invidia, il Prefetto di Cesare, si dispose ad invadere l’Armata navale di Gavinio, per togliergli quel Sagro Tesoro.”.

Nel 352 (IV sec. d.C.), o 370, o 390 ?, GAVINIO (GAVINUS), Praefectus classis dell’Imperatore Valentiniano III ed il corpo di San Matteo martire, apostolo di Gesù

Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, spostò dalla Bretagna a Paestum il Corpo dell’Apostolo S. Matteo, deponendolo in una Cappella, sita nel luogo detto “ad duo flumina” (14).“. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna, etc..”. Dunque, il Di Ruocco, ci informa che nel testo dell’arcivescovo Marsilio Colonna, Gavinus è detto “Prefetto dei Bruzi di Bretagna”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna – itinere terrestri proficiscitur – e poco dopo: ut credamus, in Ecclesia quapsiam regionis maritimae collocatur” (15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Infatti, il canonico Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 65, in proposito scriveva che: “Conservavasi nel rispettabile Archivio della SS. Trinità dela Cava la seguente manoscritta notizia: “In territorio Cilenti etc….ex seguenti Epigraphi marmoreo in mausoleo sculpta legitur: ‘Divus Apostolus et Aevangelista Matthaeus in Ethiopia praedicans, jussu Hirtai Tyranni Regis martyr exstitit, et montibus in parte sepultus Gavinus Eques Lucanus, Veliae Civis, Valentini Imperatoris militiae Praefectus Generalis, a Britannia jam expugnata, divi Mathei Apostoli corpus huc transtulit anno domini 352. Anno vero Christi Domini 412 a Barbaris invasis Lucanis, aliisqui Provinciis penitus dextructis, habitatoribus mortuis, et fugatis, ignotum hoc in loco Casalitii etc…”, che tradotto è: “Matteo, il grande apostolo ed evangelista, predicando in Etiopia, fu martirizzato per ordine del re tiranno Hirtai, e di Gavino Eques Lucanus, cittadino di Velia, comandante in capo delle milizie dell’imperatore Valentino, che fu deposto nel versante dei monti, già conquistato dalla Britannia, trasferì qui il corpo del grande apostolo Matteo nell’anno del signore 352. Ma nell’anno del signore di Cristo 412 i barbari invasero la Lucania ed altre Province furono completamente distrutte, gli abitanti morti, e scacciati, il corpo del divino Apostolo rimase sconosciuto in questo luogo di Casalicchio per seicento anni.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (1), postillava che: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351); Cfr. pure Antonini, cit., p. 166., n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia nelle epigrafi, etc…”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britanniam” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia, p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (praefectis classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale?).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA…..Nel 370 Gavinio di Velia, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, fece spostare dalla Bretagna a Paestum il corpo di S. Matteo, deponendolo in una cappella sita nel luogo detto “Ad duo flumina”, cioè ai due fiumi, l’Alento e il Palistro (106). Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Dunque, il Cataldo, sulla scorta dell’Ebner, scriveva che nel 370 Gavinio di Velia, prefetto dell’Imperatore “Valentino” traslò le spoglie del Santo.Dunque, il Cataldo non scrive “al tempo dell’Imperatore Valentiniano III” ma scrive che Gavinio era prefetto dell’Imperatore Valentino. Il Cataldo scrive che solo in seguito, “…sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”, è il periodo a cui è ascrivibile la basilica paleocristiana rinvenuta in occasione degli scavi condotti dal Sestieri e di cui parla Ebner. Infatti, la basilica paleocristiana è postuma all’oratorio sito nella villa d’epoca romana di Gavinio, appartenuta alla sua gente, la gens Gavinia. Dunque, è corretto l’anno 352. Il Cataldo scrive ancora che:  “Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, il quale, rinvenute le reliquie, le nascose nella predetta chiesa sita “ai due fiumi” (108). Infatti, ritrovate le reliquie, fra le rovine di Paestum, dopo breve sosta a Capaccio, per volere di Gisulfo I nella Cattedrale di Salerno il 6 maggio 954 furono definitivamente collocate (109).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (108) postillava che: “(108) Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 514-515″. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a pp. 229-230, discorrendo sulle notizie tratte dal testo del Cardinale Colonna, in proposito scriveva che: “Questa storia che dall’Arcivescovo Marsilio,…..Primieramente gli anni di Valentiniano del IV secolo non s’accordano affatto col Salomone Re, o Duca di Brettagna, che fu nel cadere del IX. In oltre per relazione del Cronista di S. Matteo presso il Labbè nel tomo primo della Bibliot. sappiamo che nel 857 appunto al tempo di questo Salomone fu il corpo del Santo dall’Etiopia in Brettagna portato; sichè non v’era, nè vi poteva essere a tempo di Valentiniano. General opinione è stata, e forse ancor dura in Cilento, che il Corpo di S. Matteo fosse stato in Pesto ritrovato, dapoichè bruciata la Città nel CMXV da Saraceni di Agropoli etc…”. L’Antonini, nelle seguenti pagine discorre dei dubbi che egli ha sul periodo di arrivo a Pesto o a Velia delle sacre spoglie di S. Matteo, ovvero quando Gavinio, dalla Bretagna li trasportò in Lucania.

Nel V sec. d.C., (epoca di Valentiniano III 419-455 d.C.), GAVINIO traslò nella sua villa a Velia, i resti di S. Matteo

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo.L’Atenolfi, a p. 37, in proposito scriveva che: “Lo scritto paoliniano ci narra l’uccisione del “rex” Salomone nella cattedrale di Legio, negli anni di Valentino Cesare, essendo nelle Gallie il “patrizio Flavio”. Cesare di quel nome nel V° secolo non può essere che Valentiniano III°, che nato nel 419 tenne l’impero dal 425, prima nominalmente sotto la tutela della madre Galla Placidia, poi, forse dopo il 435, da solo fino al 455, anno della sua morte. Quanto a Flavio, è certo etc…Ora, non si comprende come chi ha preso a considerare la vicenda narrata da Paolino, non abbia portato, per quanto sembra, la propria attenzione sul maggior personaggio di quell’epoca che ebbe nome Flavio: su Flavio Ezio, ultimo difensore dell’impero d’Occidente e della romanità delle Gallie. Nondimeno è proprio nei fatti di Ezio che si avrebbe una conferma di quelli narrati nel “Sermo”.”. Da alcuni codici manoscritti leggiamo che Gavinio, traslò le sacre spoglie di S. Matteo nell’anno 352 (IV sec. d.C.), mentre in altri e con altri autori, questi fatti vengono fatti risalire al V secolo all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III che inviò il Prefetto Gavinio a sedare una rivolta in Bretagna. Se i fatti si riferiscono all’anno 352 non può trattarsi di una spedizione fatta all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III, il quale, Flavio Placido Valentiniano, meglio noto come Valentiniano III (in latino: Flavius Placidus Valentinianus; Ravenna, 2 luglio 419 – Roma, 16 marzo 455), è stato imperatore romano d’Occidente dal 425 alla sua morte. Come imperatore appartenente alla dinastia teodosiana e a quella valentiniana, Valentiniano III fu il simbolo dell’unità dell’impero, la figura attorno alla quale si coagula la lealtà dei sudditi; in realtà, però, il potere fu esercitato da Flavio Ezio, il magister militum (comandante in capo dell’esercito), al quale va ascritta la politica che tenne unito l’impero malgrado le forze centrifughe che lo sconquassavano. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A stare allo scritto paoliniano la reliquia dell’Evangelista sarebbe giunta in Lucania intorno o almeno non molto oltre il 446, cioè durante l’ultimo tormentato periodo, dell’impero di Valentiniano III° dominato dal terrore delle invasioni unniche e dal decadimento dello Stato e della società romana.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “Sia per queste circostanze, sia perchè la reliquia sottratta ad un altro popolo cristiano era stata oggetto, come narra Paolino, di un tentativo di trasferirla nella città di Roma, l’avvenimento sembra essersi svolto tacitamente né pare trovarsene traccia contemporanea…..E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “. Riguardo le fonti per la storia delle ossa sacre del martire S. Matteo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, riferendosi ai resti d’epoca romana di una villa e di una basilica paleocristiana a Velia, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, pp. 385-389: ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste (386, sgg.), ‘Sermo venerabili Paulini (385). Ma cfr. pure ‘Passio’ dello pseudo Abia (VI sec.) che tratta della predicazione di S. Matteo nell’Etiopia del primo sec. d.C. regione dell’Asia settentrionale lambita dal mar Nero. Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Pare difficile ammettere interpolazioni o manipolazioni dato che i codici vennero cercati e usati ai fini agiografici e liturgici dopo il trasferimento a Salerno.”. Dunque, l’Ebner scriveva in proposito e citava i sermoni di Paulino contenuti nel Codice Cassinese, come vedremo innanzi ed anche il ‘Sermo’ di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (fine IX secolo) che racconta che i resti dell’apostolo di Gesù, S. Matteo, furono portati dall’Etiopia in Bretagna e dalla Bretagna furono portate in Lucania, da Gavinio, nella sua villa d’epoca romana, dalla sua flotta di navi inviata in Bretagna dall’Imperatore Valentiniano III per sconfiggere i Bretoni che si erano ribellati. Dunque, secondo il Codice Cassinese (…), 101, la traslazione delle ossa di S. Matteo, dalla Bretagna a Velia accadde all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi” e, riferendosi alla testimonianza tratta, questa volta dal “Chronicon salernitanum”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Però, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 514, in proposito scriveva che: “Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (‘praefectus classis’?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351). Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “S. Mattero ad duo flumina”, a p. 514, in proposito scriveva che: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (‘praefectus classis’ ?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca. Etc…”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351). Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Ebner, a p. 514, nella nota (2) postillava: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicata ‘sancte dei genitricis virginis marie’, di cui nel diploma di Gisulfo I (CDC, I, 179, novembre a. 950 – o 951 ? – , IX, Salerno), sita nella “hiscla”, nell’isola di terreni – la golena donata era estesa quattro miglia di lato e perciò comprendeva gli stessi ruderi di Velia – donata dal principe al suo confessore (“padri nostro”) Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto e probabilmente da lui ricostruita (nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 “. Nella villa della famiglia Gavinio, a Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento.  Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia dal monaco Attanasio e poi traslati a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Ebner, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britanniam” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia cit., p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (‘praefectus classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale ?). La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi” e, riferendosi alla testimonianza tratta, questa volta dal “Chronicon salernitanum”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 27, vol. I, in proposito alla villa della gens Gavinia scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Della chiesa cristiana risalente molto propabilmente al V sec. d.C., parlerò innanzi. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Pietro Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: (52) ….Naturalmente ve ne dovettero essere anche della gens Gavinia (v. PdP 1970, fasc. 130-133; p. 265).”. Riguardo la citazione di “PdP” si tratta della “La parola del Passato”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 27, in proposito scriveva: “Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima portate in Bretagna, a seguito di una concatenazione di eventi pare fossero state traslate da Gavinio (70), comandante della spedizione (‘praefectus classic ?) romana contro i Bretoni, in Lucania e a Velia.”. Ebner, a p. 27, nella nota (70) postillava: “(70) E’ notizia di una gens Gabinia originaria del Lazio, sparsasi poi in Campania e Lucania (CIL, X 351). Cfr. G. Antonini, La Lucania, Napoli, 1795, p. 166 no. 2 e p. 167; v. pure P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66. Per Velia, v. PdP, XXV, 1970, p. 265, sulla grande lastra di marmo perlaceo ivi rinvenuta che ricorda questa famiglia.”. Della villa romana di Gavinio, ne parla meglio l’Ebner (…), del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 29, dove cita il passo dell’autore della ‘Traslatio’ (77), per averlo constatato di persona, che in “Lucania partibus”, e cioè nel territorio circostante la chiesa anzidetta. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) ….e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos’, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Dunque, secondo il Magnoni, la famiglia Gavinia o la ‘gens’ Gavinia era originaria di Paestum. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”.

Nel 446, l’oratorio cristiano a Velia, nella villa della gens Gavinio

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A stare allo scritto paoliniano la reliquia dell’Evangelista sarebbe giunta in Lucania intorno o almeno non molto oltre il 446, cioè durante l’ultimo tormentato periodo, dell’impero di Valentiniano III° dominato dal terrore delle invasioni unniche e dal decadimento dello Stato e della società romana.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A starne allo scritto paoliniano….Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avvenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentato con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia. Secondo l’uso frequente della Chiesa antica, nella casa stessa venne eretto un oratorio, quello i cui resti vedremo particolareggiatamente descritti nella “Translatio” al momento del ritrovamento della reliquia in Velia. E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “. Dunque, l’Atenolfi, sulla scorta del racconto paoliniano ci dice che la reliquia di S. Matteo fu deposta da Gavinio a Velia, forse nella villa della sua gente e lì sorse, un oratorio, pratica comune per i primi cristiani a quei tempi. Scrive l’Atenolfi che, stando al racconto paoliniano le spoglie del santo arrivarono a Velia, in questo oratorio appositamente allestito, intorno all’anno 446. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…..mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio. E precisamente quando Velia era ancora una via obbligata di transito per coloro che giugevano dall’Oriente e vi si parlava e si scriveva in greco, come documentano le epigrafi (54). Se poi dovesse risultare vero quanto supposto da Mario Napoli circa la trasformazione di un ambiente dell’attiguo complesso termale in un’aula per catecumeni, in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, etc…”. Ebner, a p. 28, nella nota (54) postillava che: “(54) P. Ebner, Nuove epigrafi di Velia, “PdP” 1966, fasc. 108-110, p. 336 sg. Id Id., Nuove iscrizioni di Velia, “PdP” 1970, fasc. 130-133, p. 262 sgg. Id. Id., Altre iscrizioni e monete di Velia, “PdP” 1978, fasc. 178 p. 61 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, etc…”. Ebner, a p. 27, scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Della chiesa cristiana risalente molto propabilmente al V sec. d.C., parlerò innanzi. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Pietro Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Sempre Ebner, a p. p. 27-28, scriveva pure che: “I caratteri più ignificati del predetto edificio sono stati evidenziati ancor meglio dalla successiva ricostruzione in pianta. La basilica era a navata unica e a forma rettangolare. Si presume che in fondo all’ampio catino absidale vi si innalzasse la cattedra del vescovo, affiancata a sinistra da sedili in pietra per i presbiteri, mentre i diaconi, come si sa, assistevano in piedi ai sacri riti. Davanti la cattedra si elevava l’altare che onorava i resti dell’evangelista, al cui nome fu dedicata la basilica come si soleva fare per consuetudine. Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia. Egli infatti così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”. Ebner, a p. 724, scriveva pure che: “Certo è che Velia era diocesi già nel 500 d.C., …….Del resto, una chiesa cattedrale fu sempre poi a Velia (verrà adibita a Museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo), su un’altra più antica, come tstimoniano due magnifici capitelli medievali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicato a divinità femminile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, ecc…”. Ebner, a p. 724, nella nota (30) postillava che: “(30) P. Ebner, Storia cit., ID. ID., Economia e società cit.”. Ebner, a p. 724, nella nota (31) postillava che: “(31) P. Ebner, Agricoltura e pastorizia, cit., p. 69”. Ebner, a p. 724, nella nota (32) postillava che: “(32) CDC, I, 179, novembre a. 950, Salerno: ecclesia sanctae dei genitricis virginis marie. Cfr. Ebner, Agricoltura, cit., p. 62 sg.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA….Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″.

Nel 445 (IV sec. d.C.), il decreto dell’Imperatore Valentiniano III

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 16, in proposito scriveva che: “Successivamente il decreto di Valentiniano (a. 445) ricompose sotto un’unica autorità, precisamente quella romana, tutta la Chiesa occidentale, con una ulteriore affermazione di prestigio della sede apostolica. Di ciò evidentemente si avvalsero i vescovi meridionali con punte a volte eccedenti gli ambiti spirituali delle loro diocesi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”.

Nel IV sec. d.C., Macrobio nei suoi “Saturnali” cita lo scrittore antico “Pestano” cittadino di Vibone

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucaniadiscorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, p. 428, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) parlando di ‘Vibone’ scriveva che: Fu cittadino di ‘Vibone’, Pestano, antico scrittore, di cui ‘Macrobio’ nè ‘Saturnali’ al lib. 6 fa menzione. Verisimilmente il porto dè Vibonesi doveva esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi ed antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che Macrobio (…), nella sua opera “Saturnali” (libro 6) citava lo scrittore antico “Pestano” che fu cittadino di Vibone. Antonini non dice nulla di più. E’ una notizia interessante che dobbiamo ulteriormente indagare. Su questo cittadino di “Vibone” detto “Pestano” e citato dall’Antonini ha scritto Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico ecc…”, alla voce “BONATI, o Libonati”, a pp. 313-314-315, vol II, in proposito scriveva che: “Ne’ Quinternioni ella è detta ‘Bonati’, seu ‘Bonatorum’, e li ‘Bonati’, o Libonati’, come nelle situazioni del 1648 e 1669, e mai ‘Vibonati’ secondo si vuole appellare da ‘Giuseppe Antonini’, e che in latino detta si fosse nell’antichità ‘Vibo ad Sicam’, o ‘Siccam’, da un’unisoletta, che le sta all’incontro poche miglia all’oriente di ‘Maratea’, anche addì nostri chiamata ‘Sicca’ a differenza di ‘Vibo Valentia’, ch’è ‘Monteleone’, detto già ‘Ipponium’, o ‘Hypponium’ (1). ‘Pasquale Magnoni’ (2), e l’eruditissimo ab. D. Francescantonio Soria’ (3) rilevarono però questa svista dell’Antonini, poichè siccome per passo di ‘Cicerone’ (4), che prima della correzione ‘Granoviana’ corrottamente leggeasi in ‘Macrobio’ (5), il dotto ‘Barrio’ (6) dè golfi ‘Pestano’, e ‘Vibonese’ coniò uno scrittore col nome di ‘Pestanus Vibonensis’, che poi fu seguito da tutti gli altri scrittori ‘Calabresi’, a segno, che il P. Amato (7) avvisò che questo personificato golfo fosse stato poeta, oratore, ed anche filosofo per aver scritto un trattato ‘de ventis’ (8), per cui con molta lepidezza il suddivisato ‘Soria’ gli dice che ecc..ecc…”. Insomma, il Soria dà torto all’Antonini. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Magnoni, letera critica al Barone Antonini, p. 22”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Soria, Lettera intorno alle sviste di alcuni autori, nel vol. LXXV, del Giornale Letterati di Napoli “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ciceron. Ad Atticum, l. 16, epist. 6”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Macrobio, Saturnali, lib. 6, cap. 4 “.  Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Barrio, De antiquit. de situ Calabrie, lib. 2, cap. 12 “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Amato nella sua ‘Pantopologia Calabra’ “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Si legga la lettera del mio dotto amico D. Michelangelo Macrì nel vol. LIX, del citato Giornale dei Letterati di Napoli “

giustiniani, p. 313

giustiniani, su vibonati, 314

(Figg…) Lorenzo Giustiniani (…), su ‘Bonati’, vol. II, pp. 313-314-315

Riguardo ai ‘Saturnalia‘ di Macrobio vorrei citare una citazione del sacerdote Luigi Tancredi (….), che nel 1978, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a p. 47 parlando dei passi di Diodoro Siculo (nel Libro XI, pp. 471-72) che parlava di Micito, signore di Reggio e di Zancle che si dice avesse fondato la città di Pixunte (Pyxous), il Tancredi scriveva che: “Conferma la proibità di Micito la Macrobio in “Saturnal. 11: “Anaxilas Messenus, qui Messanam in Sicilia condidit, fuit Reginorum tyrannus. Is quum parvulos relinqueret liberos, Micytho servo suo commendasse contentus est ecc.. Anassilao messeno, che fondò Messina di Sicilia, fu tirannodi Reggio. Egli, allorchè lasiò i figliuoli piccoli, chiese istantaneamente che fossero affidati al suo servo Micito. Questi ne curò coscienziosamente la tutela: e con tanta clemenza ottenne il governo, che i Regini non disdegnavano (di essere comandati) da un servo del Re. Quando i fanciulli ebbero raggiunta l’età, affidò loro il supremo comando e i beni; ed egli raccolse le poche cose occorrenti per il viaggio, partì e con somma tranquillità invecchiò in Olimpia.”. Il passo di Macrobio citato da Tancredi è interessante ma a me pare strano che egli abbia scritto “Saturnal. 11”, in quanto i libri contenuti nei Saturnalia di Macrobio sono 7 e non 11. Tuttavia, se la notizia e la citazione del Tancredi è veritiera è la riprova che nei ‘Saturnalia’ Macrobio raccontava anche dell’antichissima città di “Pixunte” che gli storici dicono essere fondata da Micito di Reggio e, quindi la citazione dell’Antonini può essere corretta.

Nel  IV sec. d.C., la S. Elena o “S. Eliena” (Consalvo) che viveva in una grotta a Laurino e che a volte si recava nel cenobio di S. Maria di Rofrano

Su Wikipedia alla voce monumenti di Laurino troviamo scritto la chiesa di Santa Elena Consalvo, vergine ed anacoreta di Laurino, che visse nella grotta di Pruno. Elena Consalvo (Laurino, 509 – Pruno, 530) è stata una santa italiana. Vergine anacoreta, è la santa patrona di Laurino. Nonostante nel paese natale sia venerata il 22 maggio, il martirologio romano prevede la sua ricorrenza il 20 aprile (1). La nascita della giovane è tradizionalmente collocata agli inizi del VI secolo, più precisamente nel 509; tuttavia nuovi studi la ricollocherebbero tra l’VIII e il IX secolo. Secondo la tradizione proveniva da una famiglia molto devota e di umili origini. Costretta da maldicenze locali ad allontanarsi dal paese natale, intraprese una vita di ascetismo e preghiera in una grotta di Pruno (frazione di Laurino), luogo in cui morì all’età di 21 anni. Inizialmente le reliquie della santa erano conservate nella città di Ariano, dove erano state portate, secondo la tradizione, da sant’Elzearo da Sabrano; tuttavia, l’urna con la statua distesa di Sant’Elena e le stesse ossa furono trasferite a Laurino nel 1882 dal vescovo di Ariano. In Wikipedia alla nota (1) si postilla un blog dove si può scaricare il Martirologio Romano di Cesare Baronio (….). Amedeo ed Emilio La Greca con Antonio Di Rienzo (…..), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 200, in proposito scrivevano che: “Rofrano. Quivi fin dall’VIII-IX secolo vi dimoravano monaci orientali, nelle loro “laure”. La pia tradizione popolare ricorda Sant’Elena, la donna-eremita del Monte Pruno, che spesso si recava, alla badia per servire ai monaci, in cambio di un pò di cibo.”. I tre autori, a p. 204 parlando di Laurino scrivevano che: “Laurino…..La tradizione rimase tanto a lungo che le grotte continuarono ad essere il rifugio di eremiti. Tra questi la leggenda ascrive anche una donna, Santa Elena, che visse per molti anni in una grotta del Monte Pruno. La patrona di Laurino è Sant’Elena (dialetto: Santa Lena) che si festeggia il 18 agosto. La tradizione vuole che la Santa per conservare la sua verginità si fosse rifugiata fino alla morte in una grotta. Quando dopo molto tempo dalla sua morte fu trovato il corpo della Santa, i contadini lo posero su un carro trainato da due buoi non appoggiati, in modo che le bestie potessero andare a Teggiano, a piaggine o a Laurino liberamente. E così “Santa Lena”, quando fu sera e le bestie contavano la stanchezza del girovagare, giunse a Laurino dove ancora oggi è venerata come patrona.”. Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, a proposito di Rofrano, è il secondo a parlare, dopo il Muratori (…), scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofrano vetere, e molte ruine ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. Vi si ridusse ancora quella gente, che abitava fra certe balze fra Laurito, e Rofrano, chiamate Fugento, onde la terraaccresciuta di abitatori venuti a stabilirvisi da i due testè nominati luoghi, motivi ebbero i Padri d’esserne contenti.”.

Antonini, p. 388

Dunque, l’Antonini scriveva che il nuovo Rofrano, quello dell’abbazia di S. Maria, era cresciuto di popolazione grazie a due siti abbandonati ma esistenti in origine: “Rofrano Vetere” dove si stanziarono genti provenienti dalle vicine “balze fra Laurito e Rofrano”, ovvero dal vicino “Fugenti”. Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario Historico-ragionato del Regno‘, nel vol. VIII, pp. 61-62, scriveva su Rofrano: “Questa terra fu edificata dagli abitanti di Rofrano Vecchio, vedendosi tuttavia gli avanzi nel luogo, ove chiamano ‘Rofrano-vetere’. Non saprei la ragione di sua distruzione. Si avvisa l’Antonini (2), p. 388, che l’avessero fatta edificare i PP. Basiliani, i quali vi avevano un Romitorio, richiamandovi ad abitare anche taluni che erano in certe balze fra ‘Laurito’, e Rofrano detto ‘Fugento’. Etc…. Domenicantonio Ronsini (…..), nel 1873, nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano” parlando di Rofrano Vetere, a p. 13, in proposito scriveva che: “Questo era sito circa quattro miglia al Nord-ovest del Nuovo, sotto il monte Rotondo. Era in piedi almeno il suo Cenobio, a’ tempi di Teodosio, ed Onorio, e forse anche a tempi di S. Benedetto, come può raccogliersi dalla vieta di S. Eliena. ‘Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’. Ne avanza il nome conservato nel linguaggio comune, ed in molti antichi documenti, e sul luogo i ruderi del Cenobio, e della Chiesa, e sparsi rottami di mattoni, embrici, e creta cotta. Gli diedero un tal nome per quel naturale pendio, che hanno le nazioni migranti a’ novelli luoghi da essi posseduti un qualche nome, che loro rammenti quelli che furono abbandonati, e dove pur tante memorie carissime lasciarono.”. Proseguendo il suo racconto il Ronsini ci parla di Rofrano nuovo che sorse in un altro luogo, ovvero dove si trova ora. Il Ronsini riteneva che ai piedi del monte Rotondo, un tempo vi fosse un luogo, che all’epoca fosse già da secoli abbandonato chiamato “Rofranovetere”. Il Ronsini scrive che in Rofranovetere, un casale posto ai piedi del monte Rotondo, nel IV secolo, ai tempi di Teodosio e dell’Imperatore Onorio “Era in piedi almeno il suo Cenobio”. Sempre secondo il Ronsini, “….e forse anche a tempi di S. Benedetto, come può raccogliersi dalla vieta di S. Eliena. ‘Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’…vi sono sparsi ruderi e rottami”. Dunque, il Ronsini, forse sulla scorta dell’Antonini scriveva che dal ‘Bios’ di S. Elena si desumono alcune notizie, oltre che sulla Santa che sull’origine di questo antico eremo o cenobio basiliano ai tempi di S. Benedetto da Norcia. Secondo il Ronsini, sul Bios di S. Elena è scritto: “Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’. Dunque, il Ronsini scriveva che nella “vita” della Santa “Eliena” di Laurino l’antico paese di Rofrano vetere era detto “Horreum Rofrani”. Domenicantonio Ronsini, nel 1873, a p. 14 scriveva sulle origini di Rofrano nuovo: “Egli è naturale che Rofrano nuovo sia derivato dall’antico. Esso si formò intorno ad un Cenobio di Basiliani sito presso la Chiesa di Grotta Ferrata, dove ora torreggia il palazzo Baronale. Quivi si ridussero gli abitanti di Rofrano Vetere, e vi si formarono una mediocre agglomerazione con altre avveniticci di un paese, sito su di una balza tra Rofrano, e Laurino che vien chiamato Fugento in ‘Diploma di Ruggiero (Antonini, Lucania). Etc…”. Dunque, secondo il Ronsini, “Rofranovetere” dovrebbe corrispondere ad un casale il cui antico toponimo sarebbe “Fujenti”, come si evince dal “Crisobollo di re Ruggero II”. Sempre il Ronsini, a p. 14, in proposito scriveva pure che: “Quindi le antichità di Rofrano Nuovo si riduce a quella del Basiliano Cenobio. Or in qual’anno questo fu fondato ? Ruggero II primo Re di Sicilia con suo Diploma etc….(Documento A) etc…Dunque il Cenobio di Rofrano esisteva già nella seconda metà del Secolo XI.”. Il Ronsini, a pp. 17-18, in proposito scriveva che: “In Rofrano Vetere esistono i ruderi di un Monastero, che è ricordato nella vita di S. Elena, o Eliena di Laurino. Secondo la leggenda del suo Uffizio visse in una Grotta sopra Rofrano Vetere: il pio Abate di quel Cenobio offriva qualche cibo alla parca mensa dell’austera Anacoreta, che lo retribuiva cucendo o rattoppando le tonache de’ Monaci nell’ore che risecava alle sue sante occupazioni. Morì in quella Grotta or convertita in Oratorio sacro al suo nome. Il corpo fu deposto nella Chiesa di Laurito sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. ‘Ibique tandiu quievit, donec varios post casus Autisiodorum translatum, uti ex Martyrologio R. 11 Kal: Junii: La traslazione delle reliquie secondo il Volpi (Cronologia dei Vescovi Pestani p. 234)(1) avvenne circa l’anno 534. Or sottratti gli anni necessarii allo sviluppo delle molte vicende accennate nella leggenda, e sottratti gli anni, che la Santa passò presso quel Cenobio, deve conchiudersi, che quel Cenobio di Rofrano Vetere esisteva già prima del 480, in cui nacque S. Benedetto. Dunque, il Cenobio non era ancora dei Benedettini, la culla de’ quali fu Montecassino fondato nel 529, ma sibbene di Basiliani, che dall’Oriente ben presto si diffusero in queste Meridionali Provincie allor soggette al Greco Imperatore. Anzi il Baronio nelle note al Martirologio R. scrive che S. Elena fiorì ai tempi di Teodorico il Grande, e di Onorio 379 a 423. ‘De eadem Helene Virgine item hac die Beda Vsuardus, Ado, et Petrus in Catalogo’ L. II. Mentio habetur de eadem in rebus gestis S. Amatoris. Vixit temporibus Theodosii Senioris, et Honorii ejus filii, ut ex iisdem actis colligitur’. Etc…”.

Cattura

Cattura 7

(Fig…..) Ronsini Domenicantonio, pp.

Il Ronsini, proseguendo il suo ragionamento sulle origini del monastero di Rofrano Vetere, a p. 18, in propsito aggiunge che:  Ho qui contraria la leggenda dell’Uffizio, e molti valenti scrittori di Laurino, tra i quali Niccolò Politi, che attribuiscono a’ Benedettini quel Cenobio. Non amo di cozzare se non come i flutti, che ricadono congiunti etc…”. Il Ronsini prosegue il suo racconto dissertando sull’origine del Cenobio di Laurino e adducendo che non credeva fosse stato un monastero Benedettino, come invece adduceva Niccolò Politi (….) che egli stessa cita e per avvalorare la sua tesi cita il Mabillon (….). Inoltre, il Ronsini, a p. 17, nella nota (1) postillava: “(1) Di questa Santa parlan pure Monsignor D’Asti, Note al Martirologio R….L’Abate Pacicchelli, il Regno in Prospett. P. I. pag. 219, Costantino Gatta Lucania Illustrata P. II. c. I Niccolò Politi Fortezza Trionfante. Girolamo Bascapè Efemeridi sacre. Rosario Riccio Pepoli, Pratica Curiale, Ottavio Beltrano in verbo Laurino. P. Sisto delle Piaggine. Officio, e lezioni in Pergamena, con anfone, Capitolo, Versiculi, Respensioni, ed orazione. Sinodi Diocesani di Ariano.”.  Sempre il Ronsini, a p. 18, in proposito scriveva che: “Mabillon nella Prefazione agli annali Benedettini assicura “che sino a San Benedetto, nel secolo VI, spesso ad arbitrio del superiore si adottava una nuova Regola, e spesso nello stesso Cenobio erano in vigore più regole, e si aggiungeva, e toglieva ciò che richiedevano le diverse circostanzedi tempo, e di luogo. Quindi era facile, e promiscuo il passaggio da un Cenobio all’altro non solo de’ Latini fra loro, ma anche tra Latini, e Greci”. Anzi mi pare  che il costume vigeva anche dopo S. Benedetto; altrimenti non può spiegarsi quel che narra lo stesso Mabillon, cioè che verso l’anno 720 in Montecassino ‘officium faciebant Graeci, et Latini, cioè Basiliani e Benedettini. E neppure può spiegarsi la dimora di S. Nilo Basiliano tra Benedettini di Rocca Gloriosa, di S. Nazario di Montecassino e di Casaluce. Può dunque dirsi, che i Cenobiti di Rofrano Vetere erano Basiliani in origine, ma all’apparir del Celebre S. Benedetto o ne adotarono per qualche tempo la Regola, o l’unirono all’altra di S. Basilio. O se assolutamente si vogliono Benedettini di origine, potrà dirsi, che un maggior numero di Basiliani lor si contrappose nel Cenobio. Etc..”.  Sempre il Ronsini, a pp. 18-19 concludendo scriveva che: “Adunque senza moltiplicar Cenobii, può senza grave ostacolo ammettersi che i medesimi Basiliani di Rofrano Vetere migrarono col popolo nel Nuovo, spinti da motivi, che non si sanno con precisione, ma che spinsero tanti altri abitanti di luoghi piani, come Rofrano Vetere, a ridursi in Rocce per arte o per natura inaccessibili, qual’è Rofrano Nuovo. Nei secoli VII. VIII, e IX, in cui cader dovrebbe la migrazione, i paesi della Lucania furono schermo infelice de’ Greci, de’ Longobardi, e de’ Saraceni: presi or dagli uni, or dagli altri, per sottrarsi al ferro nemico cercavano asilo, come le acquile sulle creste de’ monti, ed in luoghi inaccessibili. Ma non sappiamo determinar l’anno con precisione: l’orma del sandalo impresse sul nostro suolo da’ Basiliani furon cancellate dal tempo: e si avvera qui pur una volta, che un mistero avvolge come la generazione, così tutte le origini.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432, in proposito scriveva che: “Mancano altre notizie su Rofrano vetere, eccetto il cenno nella leggendaria vita di S. Elena di Laurino. La santa anacoreta in cambio del poco cibo offerto dai monaci avrebbe loro rattoppato le tonache. Rofrano nuovo sorse intorno alla chiesa di S. Maria. Alle famiglie che lo costituirono si unirono quelle di Rofrano e quelle dello scomparso Fugento, un abitato esistente tra Rofrano e Laurino e di cui è cenno nell’anzidetto diploma di re Ruggiero.”. Dunque, Ebner scriveva che un cenno del vecchio abitato di Rofrano vetere si trova nella leggendaria vita dell’anacoreta e Santa Elena di Laurino che rattoppò le tonache o sai dei monaci di Rofrano che gli offrivano del cibo. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Laurino”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Volpi ricorda pure la “romitella S. Elena (47) di Laurino”, i cui resti dapprima vennero trasportati in Francia, “intorno all’anno 1310″, da S. Elisario della famiglia Sabrana, conti di Ariano. Il vescovo di Ariano Giacinto della Calce, donò una reliquia della santa al suo vicario Rosario Riccio Pepoli di Piaggine, il quale l’offrì alla chiesa di S. Maria Maggiore di Laurino, dove si celebra annualmente la sua vestività il 22 maggio.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”. Ebner, a p. 88, nella sua nota (47) postillava che: “(47) ‘Beata Eliana non de eximia prosapia sed de infimis parentibus Laurini orta est’ si ritirò in una grotta del monte Pruno a 8 miglia da Laurino, sopra Rofrano vetere, un miglio più in su del cenobio italo-greco, di cui vi erano ancora ruderi nel 1890, a dire di G. Pecori, in una ‘criptam quae vocatur specus iuxta horreum veteris Rofrani propinqui monasterii’. Va ricordato che per le incursioni saraceniche il primo cenobio già nell’XI secolo era stato abbandonato dai monaci italo-greci, i quali si ritirarono su un colle fortificandovivisi (Rofrano nuovo). Etc…”. Dunque, Ebner, sulla scorta di Giustino Pecori scriveva che la grotta o l’eremo di S. Elena i trovava ad 8 miglia da Laurino, sopra il paese, oggi scomparso, di Rofrano Vetere, in una ‘criptam quae vocatur specus iuxta horreum veteris Rofrani propinqui monasterii'”. Inoltre, Ebner scrive di Rofrano Vetere, un casale oggi scomparso e dice che questo casale si trovava sotto la grotta sul monte Pruno e pure  un miglio più in su del cenobio italo-greco, di cui vi erano ancora ruderi nel 1890″. Ebner scrivendo del cenobio italo-greco di cui si vedevano i ruderi ancora nel 1890 si riferiva alla Relazione di Giustino Pecori. Inoltre, Ebner scriveva del cenobio italo-greco anche che: Va ricordato che per le incursioni saraceniche il primo cenobio già nell’XI secolo era stato abbandonato dai monaci italo-greci, i quali si ritirarono su un colle fortificandovivisi (Rofrano nuovo). Etc…”. Dunque, non molto distante da Rofrano Vetere vi era un primitivo cenobio basiliano di cui però Ebner scrive solo che se ne vedevano i ruderi ancora nel 1890. Forse Ebner (….), parlando di Laurino, si riferiva al cenobio italo-greco quando a pp. 85-86 scriveva che: “Va ricordato pure che a sinistra del fiume Calore, a oltre due miglia da Laurino, erano ruderi, ancora nel ‘700, di un cenobio (41) benedettino dedicato a S. Simeone. Nella bolla (42) di Eugenio III, all’abate Marino, viene confermata alla Badia anche “Ecclesiam S. Symeonis in Laurino”, poi usurpata dai vescovi di Capaccio e riconosciuta soggetta alla Badia cavense con diploma di Tommaso di Santomagno nel 1362 (43).”. Ebner, a p. 85, nella nota (41) postillava che: “(41) Guillaume, cit., p. LXXXVIII: segnala il priorato di “S. Simeon de Laurino (fondazione) 1093 (di cui è notizia nel) De Blasi, Add. 678 a t (di cui non è più notizia nel) 1501”. Giustino Pecori (….), “Attestato giurato su Sant’Elena da Laurino” del 1891 che Pecori, Real Ispettore alle Antichità per la Provincia di Salerno redisse nel 1891. La sua relazione la troviamo sul blog “Zadalampe”. Sul sito o blog troviamo scritto che: “L’anno milleottocentonovantuno, addì del mese di Settembre. Il sottoscritto, preso ad esame i monumenti relativi alla vita ed al culto della Beata Eliena od Elena Vergine anacoreta e concittadina di Laurino, sotto la santità del giuramento, o per la verità Attesta Notizie Biografiche della Beata Eliena. Che la leggenda dell’Uffizio di detta Beata, ed i numerosi biografi della sua vita, umanimi concordano: Che Ella nacque in Laurino da umili ma onesti parenti, nei primordi del secolo VI° II° che giovinetta prese stanza negli orrori d’una spelonga del monte e Bosco di Pruno, 16 chilom. da Laurino, 2 da Rofrano Vetere e dal quel Cenobio di P.P. Benedettini, ove visse da Anacoreta, ed ove santamente mori. III° Che in quel tempo il Cenobio era abitato dai P.P. Benedettini, i quali offrivano qualche cibo alla scarsa mensa dell’austera anacoreta che li retribuiva cucendo o rattoppando le loro tonache.  IV° Che il Suo Santo corpo tumolato in pria nella detta spelonga e di poi esumato dal Vescovo Pestano nel 534 veniva trasportato nella sua Chiesa Cattedrale.  Che nel luogo detto Gorgonero sul fiume Calore, ove l’aria con la salma della Beata veniva formata, il detto Vescovo ordinava in quel sito la costruzione d’una Cappella sacra in suo nome VI° Che mano ignota rapiva dalla Cattedrale di Pesto e trasportava in Auxerre il santo corpo, e che nel 1310 S. Elgiario Conte di Ariano riportatolo nel regno ne arricchiva quella sua chiesa (Volpi Cron. Vesc. Pest. P. 234; Garrasi Abate Luigi, vicende storiche della Beata Gatta Lucania illustrata p. 78 De Stefano Lucido di Valle di Fasanella in verba Laurini m.s.) VII° Che in Ariano, in occasione della consacrazione di quella cattedrale, ai tempi di Monsignor Giacinto della Calce 1714 furono le sue reliquie scoperte con l’autentica, logora dal tempo portante la scritta S. ELENA VERGINE CONCITTADINA DI LAURINO, come rilevasi dalla relazione manoscritta contemporanea del detto antiquario Reginaldo Mazzei del 1714 (v. la relaz. Giurata del sottoscritto 12 dicembre 1890 Ricci Pepoli, pratica Ecclesiastica p.) VIII° Che finalmente il Vescovo d’Ariano D. Francesco Trotta, alle insistenti premure della cittadinanza Laurinese e del zelante e dotto abate Chiesa Collegiata di S. Maria, D. Luigi Garrasi, permise che le reliquie ritornassero nella sua patria diletta, ove addì 8 ottobre del 1882 fecero il loro solenne ingresso.”. Sempre in “Zadalanpe” vi è scritto che il Pecori parla dei seguenti documenti antichi: “10 Dall’Ufficio della Beata in carta membranacea. 11 Da due frammenti della sua vita in carattere longobardo. 12 Da tre incisione in rame. 13 Dal Cenobio di Rofrano Vetere, ove dimorarono ai tempi della Beata Eliena i P.P. Benedettini, ricordati dall’Ufficio già detto, e dai suoi numerosi biografi.”. Il Pecori scriveva pure che: “MONUMENTI PALEOGRAFICI. Presi in esame primieramente i monumenti scritti. I più vetusti codici sono i due antichi frammenti della leggenda della sua vita in carattere longobardo, ed il suo ufficio in carta membranacea con antifone, capitoli, versicoli respensori ed orazioni in carattere romano bastardo. Un minuto esame paleografico dei codici suddetti può menare alla conclusione della lor epoca, quantunque la scrittura longobarda ha durata con si poco cambiamento per vari secoli, che spesso la paleografia è costretta a limitarsi ad alcune congetture. Esaminati e messi a confronto detti frammenti con le tavole di Bernard, e di Norton uno di essi sembra più antico del secolo IX° mentre l’altro ha già le lettere che cominciano a presentare quella specie di angoli che indicano un avviamento alla forma gotico, e che non può appartenere che alla fine del secolo XI°. L’Ufficio poi della Beta Eliena, quantunque copia di altro più antico, non va oltre il secolo XV°.”. Su Giustino Pecori, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. II , a p. 211, in proposito scriveva che: “Il Mezzacane dice che la copia manoscritta conservata nel Comune era da attribuirsi a Giustino Pecori che nel 1890 scrisse 227 pp. su ‘Laurino e l’omonimo suo stato’ (copia dattiloscritta nella Biblioteca del museo provinciale di Salerno che non contiene però gli Statuti), dal quale trasse le notizie su Laurino (generiche le note sugli statuti). La copia del Foglia ecc…”. Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, sulla scorta del Ronsini, scriveva sui Cenobi e monasteri sorti nell’area, a p. 10 e ssg. , in proposito scriveva che: “Fin dal 400 d.C. l’area che va da Laurino a Rofrano fu all’avanguardia del Cristianesimo: vi si innalzarono numerosi templi: sotto Gisulfo, in una grotta del monte ‘Costa della Salvia’ fu innalzato un altarino in legno a S. Michele, a devozione del Santo protettore dei Longobardi. In quell’epoca si levò la voce e l’esempio di S. Eliena (detta comunemente Elena) da Laurino, “Beata Eliena non de eximia prosapia sed de infimis parentibus Laurini orta est”, la quale consacratasi all’amore di Dio, della penitenza di una grotta in località ‘Pruno’ nei pressi di Rofrano Vetere, non lontano da un Cenobio di monaci Basiliani, soffrì e pregò per i peccatori fino al giorno della morte. “L’Abate di quel Cenobio offriva qualche cibo alla parca mensa dell’austera Anacoreta, che lo retribuiva cucendo e rattoppando le tonache de’ monaci nell’ore che risecava alle sue sante occupazioni” Morì nella sua grotta nel territorio di Rofrano Vetere ed il corpo fu poi deposto nella chiesa di Laurino sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. La traslazione avvenne circa l’anno 534. Il Baronio nelle note del Martirologio Romano scrive che S. Eliena nacque ai tempi di Teodosio il Grande e di Onorio cioè ta il 379 e il 423 (8).”. Il Barra, a p. 11, nella nota (8) postillava che:  “(8) Ronsini, pp. 17-18. Molti storici riportano che il Cenobio di Laurino era dei Benedettini. Ciò non è possibile perchè San Benedetto è nato nel 480 e Montecassino, patria del monachesimo Benedettino, è stato fondato nel 529, quando Eliena era già morta. Uno dei tanti che ha commesso questo errore è stato Bruno, p. 11. Consecutivamente il cenobio Basiliano di Rofrano Vetere passò all’ordine dei Benedettini. Quando erano in uso i cenobi italo-greci ed essi vi stanziavano dei Benedettini, questi potevano liberamente celebrare in latino come accadeva anche per i Basiliani quando andavano dai Benedettini. Un monastero poteva cambiare ordine se i superiori lo ritenevano necessario e questo è accaduto fino all’inizio del XVI secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 308 riferendosi al Vescovo della Diocesi di Capaccio-Vallo, mons. Siciliani, in proposito scriveva che: “Né, afferma è possibile fare “appello alla pietà degli abitanti, perché quasi tutti indigenti”. Il vescovo riferì da Capaccio (13 giugno 1867) pure sul culto di S. Elena a Laurino. Il 12 novembre 1868, poi, nel richiamare la sua prima e “satis accuratam relationem de statu Caputaquensi ac Vallensis ecclesiae”, osservava che non “sine ingenti animo dolore cognitum est, quanto cum furore tempestas quae nunc universam concutit Italiam, in istam dioecesim, incubuerit”.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 108, in proposito scriveva che: “Tra i castelli elencati, vi è quello di Laurino (“castrum Lorini”)(6) sede della contea ai tempi di Gisulfo I che l’assegnò a Landolfo, figlio dell’omonimo principe spodestato da Capua (7). Casale racchiuso in poterose mura, tuttora ben individuabili, nonostante le insidie del tempo.”. Ebner, a p. 108, nella nota (6) postillava che: “(6) CDS, I, pp. 157-158: “Castrum Lorini (anche Laurini) debet reparari per homines baronie Fasanella (nel 1294, Faxanella), per homines Corveti (il Carucci l’ubica a Corleto Monforte, ma Corneto – sulla collina, etc…”. Riguardo la Santa ha scritto anche l’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 329 e ssg., dove parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Giuseppe Volpe nella ‘Cronologia de’ Vesc. di Capaccio’, pag. 40 e 50.”. Egli a pp. 332-333 scriveva pure che: “E’ stato per verità questa Terra un Seminario di Uomini illustri. Sua Cittadina fu Santa Eilena, o Elena Vergine Romita. Ella in un’aspra Spelonca distante da Laurino miglia otto, ch’è appunto nel Bosco deto ‘Pruno’, santamente visse, e giovanetta morì nell’anno di nostra Salute 530. Fu il suo Corpo circa gli anni 534, o 536 trasferito in Isiodoro di Francia. Da colà poi S. Elizario Sabrana Conte di Ariano circa l’anno 1310 lo riportò, e riposelo nella Cattedrale di quella Città, ove in un Urna si venerano sett’ossa del suo Corpo, e riposta su l’Altare maggiore a 3 ottobre 1713 da Mons. Simone Viglino Vescovo di Trevico allorche quella Cattedrale consacrò, come si legge nella Sinodo Diocesana di Ariano, celebrata nel 1714 sotto Mons. della Calce, da cui ne fu uno di detti Ossi donato all’Insigne Collegiata di S. Maria Maggiore, con celebrarsi il dilui dì festivo a 21 di maggio. Le gloriose gesta di questa Santa, oltre gli altri Autori, le scrisse in un Drama, o sia opera sacra il P. Generale da Laurino, stampato in Napoli presso il Pace nel 1721.”. Forse il testo consigliato è Alessandro Vimercati, Vita de’ gloriosissimi santi Elzeario, e Delfina conti d’Ariano, a cura di Pietro Antonio Sapiente, Torino, Santo Officio, 1736. La congiuntura con Ariano, attuale Comune di Ariano Irpino credo sia dovuta al fatto che nel 1495 la contea è comprata da Alberico Carafa, il quale tre anni più tardi otterrà da re Ferdinando II di Napoli il titolo di duca di Ariano e che nel frattempo aveva acqistato il feudo o lo Stato di Laurino. Il Di Stefano, sulla scorta del Volpe (….) scriveva che le reliquie della Santa, settanta ossa, furono traslate nell’anno 534 o 536 trasferiti in Isidoro di Francia.  Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, sulla scorta del Ronsini, scriveva sui Cenobi e monasteri sorti nell’area, a p. 10 e ssg. , in proposito scriveva che: Morì nella sua grotta nel territorio di Rofrano Vetere ed il corpo fu poi deposto nella chiesa di Laurino sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. La traslazione avvenne circa l’anno 534. Il Baronio nelle note del Martirologio Romano scrive che S. Eliena nacque ai tempi di Teodosio il Grande e di Onorio cioè ta il 379 e il 423 (8).”. Dunque, le reliquie della santa anacoreta, intorno al 530 furono traslate in Auxerre in Francia. Auxerre (pron. /o’sɛʁ/) è una città francese di 38.791 abitanti capoluogo del dipartimento della Yonne nella regione della Borgogna-Franca Contea. Scrive il Di Stefano ed il Ronsini che “Da colà poi S. Elizario Sabrana Conte di Ariano circa l’anno 1310 lo riportò, e riposelo nella Cattedrale di quella Città”. Da Auxerre, in Francia, nel 1310, il Conte di Ariano li fece riportare ad Ariano nella chiesa di S. Elizario Sabrana. Da Wikipedia leggiamo che la Cattedrale di Maria Assunta ad Ariano è stata dedicata a sant’Elzeario da Sabrano (compatrono), le cui statue troneggiano sui portali, mentre gli interni sono ricchi di opere d’arte di varia epoca. Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, nel capitolo quarto: “Nasce Padula”, a p. 42, in proposito scriveva che: “Nei pressi di ‘San Luca’ l’indicazione di ‘Santèrna’ (112), e precisamente alla Cupa soprana (“Cupa soprana seu santerna), può suggerire che il luogo riferisca d’un ormai dimenticato e lontano culto tributato a Sant’Elena, la madre dell’imperatore Costantino, se s’accetta l’evoluzione di ‘Elena’ in ‘Elna’ e, quind, in ‘Erna’, per fenomeno tipico della fonetica dialettale locale (113). Gli onori assegnati dai Greci alla Santa insieme con San Costantino (114) già negli anni dell’impero di questi, con un incremento nell’avanzare del quarto secolo, quando si diffondono le storie dell’Invenzione della Santa Croce per interessamento di Elena – ragion per cui si legano al suo nome anche dedicazioni alla Santa Croce, come quella, detta in Gerusalemme, a Roma (115) – troviamo riscontro in due contrade fra i tenimenti di Polla e di Brienza, nella provincia potentina, Sant’Elena e San Costantino, vicine tra loro e con avanzi di fabbriche e iscrizione d’età imperiale (116): volgarmente la prima è detta ‘Sandèlla’ – con un’evoluzione simile e parallela a quella considerata di Padula – , cosa che attribuisce vigore alla congettura relativa al toponimo padulese. E’ questo un interessante indizio della comunità del grecismo nelle contrade meridionali, a cui già s’è fatto riferimento, a partire dalla suaprima diffusione, con punte di maggiore intensità negli anni ‘d’oro’ che segnarono la storia dell’Impero orientale. Nel medesimo luogo, a oriente di ‘Santerna’, sui primi rilievi del monte Romito, era una Santa Maria dell’Alvanéta (117), inserita nel quadro d’insediamenti religiosi di cui s’è detto, particolarmente se il toponimo testimonia la presenza d’estnie slave (118).”. Il Tortorella, a p. 57, nella nota (113) postillava: “(113) Si tratta della caduta della vocale interconsonantica davanti a liquida e della confusione della consonante laterale con la vibrante: vedi il mio ‘A l’us’ andicu cit. (“I dialetti”), p. 300.”. Il Ronsini, a p. 17, in proposito a S. Elena di Conversano scriveva che: “La traslazione delle reliquie secondo il Volpi (Cronologia dei Vescovi Pestani, p., 234)(1) avvenne circa l’anno 534.”. Il Ronsini si riferiva al testo di Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, a p. 234.  Il Ronsini, a p. 17, nella nota (1) postillava: “(1) Di questa Santa parlan pure Monsignor D’Asti, Note al Martirologio R….L’Abate Pacicchelli, il Regno in Prospett. P. I. pag. 219, Costantino Gatta Lucania Illustrata P. II. c. I Niccolò Politi Fortezza Trionfante. Girolamo Bascapè Efemeridi sacre. Rosario Riccio Pepoli, Pratica Curiale, Ottavio Beltrano in verbo Laurino. P. Sisto delle Piaggine. Officio, e lezioni in Pergamena, con anfone, Capitolo, Versiculi, Respensioni, ed orazione. Sinodi Diocesani di Ariano.”. Costantino Gatta (….), nel suo “Lucania illustrata”, a p….., cap. II, in proposito scriveva che: “…………

Nel 412, gli abitanti di Patrizia si spostarono verso la Rocca

Romaniello Agatangelo (….) parla della fondazione del nuovo casale di Roccagloriosa, nell’anno 410, ai tempi di Alarico, ovvero 14 anni dopo la venuta di Stilicone. Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Intanto gli abitanti di Patrizia e i vari nuclei di Stilicona pensarono di riparare in un luogo più sicuro e più adatto alla difesa contro eventuali nemici. Avevano già ricevuto la religione cristiana probabilmente per il buono esempio di alcuni soldati dell’esercito di Stilicone: e, nell’anno 412, sulla cima del monte roccioso che stà a guardia delle vallate del Mingardo e del Bussento, poco distante da Patrizia, costruirono una chiesetta che dedicarono alla “Gloriosa Madre di Dio benedetto”: si raggrupparono intorno ad essa e costituirono la nuova città chiamata Rocca (30).”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (30) postillava dell’appellativo di “Gloriosa”. Gli abitanti di Patrizia, in seguito ai saccheggi perpretati dalle truppe del generale Stilicone furono costretti a fondersi col nucleo originario: da questa unione nacque un nuovo insediamento, intorno ad una chiesetta del 412 dedicata alla Madonna, zona ancora oggi chiamata Rocca. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini” parlando di “Roccagloriosa”, a pp. 11-12, in proposito scriveva che : “…..; Patrizia (fino al 396 d.C.); Stiliconia (inizio sec. V)(145). Trascorsi ormai cinque secoli di pace, Stilicone, generale dell’imperatore Onorio, dop di avere inseguito i Goti della Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel Golfo di Policastro (146). Accampatosi nella Valle del Mingardo colle sue truppe, consentì ai soldati di rifarsi con le sostanze che si trovavano, per cui in pochi mesi il luogo rimase in precarie condizioni per le continue depredazioni. (147). Gli abitanti di Patrizia, già in opposizione, sopravvissuti e uniti ai pochi di Stiliconia, ripararono in luogo più sicuro e difeso contro possibili nemici. Essi avevano ricevuto la religione cristiana per il buon esempio dei soldati di Stilicone, che avevano fatto parte dell’esercito di Teodosio e del figlio Onorio, imperatori cristiani (148); perciò, nell’anno 412 sulla cima della roccia, tra i fiumi Mingardo e Bussento, costruirono una cappella intitolata alla “Gloriosa Madre di Dio”, l’Assunta (149).”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (149) postillava: “(149) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, (a. 296).”.

Nel 451 d.C. (V sec.), BLANDA ed ELIA, suo Vescovo che partecipa al Concilio di Calcedonia

Il sacerdote Nicola Curzio (…) che, nel 1934, nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, a p…., in proposito a Blanda scriveva che: “Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); Ecc…”Le prime notizie risalenti all’età alto-medievale riguarda l’antica sede vescovile di Blanda: nell’anno 451, un vescovo di BLanda Iulia era presente al Concilio di Calcedonia. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 18 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito scriveva che: “2) ELIA (451). – Un ‘Elias, episcopus Blandanensis’, figura al Concilio Ecumenico di Calcedonia del 451 (3). E’ vero che a quel Concilio parteciparono anche Vescovi italiani, quali quelli di Palermo, di Ascoli ecc…; ma l’assegnazione di Elia a ‘Blanda Julia’ non sembra giustificata. Nell’edizione degli atti conciliari presso il Mansi, si trova indicato come “Bleandri civitatis episcopus” (4). Si tratterebbe perciò di un Vescovo orientale. Difatti soscrive tra quelli della provincia di Lidia.”. Il Russo (…), nella sua nota (3) a p. 18 postillava che: “(3) Labbe, IV, 1247-1248, 1330.”. Il Russo (…), nella sua nota (4) a p. 18 postillava che: “(4) Mansi, VI, 574”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi……Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ….”Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il vescovo Elia (27) partecipa al Concilio di Calcedonia, nel 451: non è Blanda, ma dev’essere di Bleandro, in Asia Minore (28), come osserva argutamente Francesco Russo. In questo periodo la Magna Grecia è già provincia di scarsa importanza. Ecc..”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: “(27) Ibidem”. Il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”. Il Lanzoni (…), parlando di ‘Blanda Iulia’ non citava affatto questo vescovo, Elia, presente al Concilio Ecumenico di Clacedonia. Il Tancredi (…), riguardo al vescovo Elia presente al Concilio Ecumenico di Clacedonia, citava il testo di padre Francesco Russo (…), ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, il Tancredi citava il vol. III a p. 18 dove infatti il Russo parla dei vescovi di Blanda Iulia. Nel testo di Jaffé-Loewenfeld (…), dove, nell’indice dei papi nel vol. II a p. VII-VIII, per l’anno 451, si riferisce a papa “S. Leo” a p. VIII scriveva che: “…………………. Nel vol. I a p. 67 del testo di Jeffé-Loewenfeld (…), per l’anno 451 troviamo un Rustico ravennate:

Jaffé-Loewenfeld, vol. I, p. 67, anno 451

(Fig…) Jaffé-Loewenfeld (…), op. cit., p. 67, vol. I sull’anno 451

Riguardo la notizia di un vescovo Elia di ‘Blanda Iulia’, il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”, dove, alla colonna 574 parla del Concilio di Nicea del 451:

Mansi J., vol. IV, col. 574

Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: La costruzione di regolari diocesi si forma in Italia Meridionale soltanto un secolo più tardi. Il vescovo Elia (27) partecipa al Concilio di Calcedonia, nel 451: non è Blanda, ma dev’essere di Bleandro, in Asia Minore (28), come osserva argutamente Francesco Russo. In questo periodo la Magna Grecia è già provincia di scarsa importanza. Etc…”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: ” (27) Ibidem”. Il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”.

Nel 492-496 d.C. (V sec. d.C.), i Vescovi in Lucania all’epoca di papa Gelasio

Giacomo Racioppi (…) nel vol. II del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Le prime notizie sicure degli ordinamenti gerarchici della Chiesa nella nostra regione sono del secolo V e del VI. Un arcidiacono della chiesa grumentina è ricordato in una lettera di papa Gelasio (492-496) del secolo V; un’altra di papa Pelagio del secolo VI, ci dà notizia di vescovi a Potenza, a Grumento e a Marcelliana o Consilino: nei primi anni del secolo stesso intervengono ai concilii di Roma vescovi di Acerenza, di Venosa, di Potenza; Ecc………Da questi sparsi dati di fatto si può trarre argomento che nel primo e più buio periodo della storia ecclesiastica della regione, tutte le antiche città lucane di qualche importanza, con ambito intorno di vici o villaggi dipendenti, ebbero a capo della propria chiesa un vescovo, ma con giurisdizione più estesa della propria città e contado.”. Il Racioppi a p. 213 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Epist. 29, lib. II, di papa Gregorio del 599, che dice: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine, ecc..’ – Le lettere di papa Pelagio (il primo di tal nome pontificò dal 555 al 560, il secondo dal 578 al 590) sono nel ‘Decret. Gratiani’, parte I, distin. 76, can. 12; e distin. 63, can. 14 – Le lettere di papa Gelasio, ‘Ibid., parte II, ‘Causa’ XII, questio I, e causa XIII.”. Il Racioppi a p. 214, nella sua nota (1) postillava che: “‘Pascalis Blandanus, Sabatus Buxentinus, Johannes Paestanus….Nel Mansi, ‘Ampla Collect.”. Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 97, in proposito scriveva che: “Le Decretali dei Pontefici Innocenzo I e Gelasio I mostrano chiaramente che nel Bruzio esisteva un’organizzazione ecclesiastica fin dal secolo V e che questa era alla diretta dipendenza del Papa. Questo risulta ancor meglio dall’Epistolario di S. Gregorio Magno, etc…”.

VELIA, BUXENTUM, BLANDA, VIBONE, TALAO, SEDI EPISCOPALI

Nel V secolo, a Velia, l’interramento dell’area e la scomparsa della villa della gens Gavinio e della basilica paleocristiana

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 729 parlando di Velia, in proposito scriveva che: Così, il succedersi di non comuni fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III sec. a.C. e nella seconda metà del I sec. (62 d.C.), travolsero il quartiere meridionale ripetutamente seppellendolo. Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico d’un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un’erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell’irruente fiumara sempre più verso l’odierno. L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, secondo l’Ebner, la villa della famiglia Gavinio si ebbe con l’ultimo sensibile interramento del quartiere meridionale della città che si ebbe alla fine del V secolo d.C..Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, in proposito scriveva che: “Un organismo dissoltosi a Velia nel VI secolo per carenza demografica e per la morte del vescovo, forse ucciso dagli invasori longobardi etc…”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Su Velia dopo i lavori ben noti del Munter, Luynes, Schlemming, Lenormant, oggi parla la diretta ricerca archeologica. Etc..”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “.

Nel VI sec., le rinate diocesi e sedi episcopali: Paestum, Bussento, Blanda

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, trascorsero molti anni prima che i vescovi venissero riconosciuti privilegi e prerogative tra cui la loro inclusione negli organi dello stato che avviò quel movimento di unificazione degli usi e di coordinamento della dottrina affermatisi sotto il pontefice d’Innocenzo III (1198-1216). I vescovi abusarono ben presto della loro autonomia tanto che diversi concili dovettero intervenire per ridimensionare gli abusi di potere.”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento per aver partecipato al Concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653). Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellianum (92).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Il Gaetani (9), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”.

Nel 499 d.C. (V sec. d.C.), FIORENTINO vescovo di Paestum

Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 54 e ssg, in proposito scriveva che: “Il porto dell’antica e florida Poseidonia andava, ormai inutilizzato, sempre più sprofondato dal mare, segnando per sempre la fine dell’importanza politica e strategica della città alle soglie della Lucania classica (1); il suo vescovo Fiorentino, il primo di cui abbiamo notizia (2) partecipò a Roma sia al Concilio del 1 marzo 499, sia al Sinodo Palmare del 23 ottobre  501, sinodo a cui era presente anche Rustico, vescovo di Bussento, ma la città, di cui un tempo i poeti cantavano i roseti della doppia fioritura, entrava in agonia ai principi di quel secolo VI. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), ecc… (91)…”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’.”.

Nel V sec. d.C., il Vescovo Agnello della Diocesi di Velia

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, in proposito scriveva che: Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, il vescovo Agnello, citato nella lettera di papa Gregorio I a Cipriano, potrebbe essere stato un Vescovo della Diocesi di Velia nel V secolo, ovvero precedentemente all’invasione Longobarda. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Ecc…”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”. Sul Vescovo Agnello aveva scritto anche il Gaetani (….). Sul Vescovo Agnello ha scritto anche il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a p. 19, in proposito scriveva che: “Dunque, nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione S. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accettarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, solo potremmo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e il IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato riconoscere le poche lieti fasi della Chiesa Bussentina. Ecc…”. E subito dopo a seguire il racconto del Gaetani sulla lettera di papa Gregorio I a Felice. Il Gaetani, a p….., nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lib. 4, Ep. VI.”. Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini” parlando di Velia scriveva pure che: “4) – VELIA. Sono ricordati almeno due presuli: Agnello (sec. V) ed un ignoto (592), già defunto al tempo di papa S. Gregorio Magno (105).”.  

Nel V secolo d.C., Vescovi e Vescovadi nel basso Cilento

Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono. A tal proposito ci conviene ricordare che sulla scorta del Paolo Diacono (che scrisse la biografia di Carlo Magno e di cui esiste una Cronistoria allegata), il Troyli afferma che i Visigoti o Goti scesero in Italia nel 401 d.C. con il loro capo Alarico e che attraverso il Cilento, devastando e saccheggiando, si diresse in Africa (1). A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (…). Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (….). Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che tra il 440 ed il 460 i Vandali di Genserico saccheggiarono Licosa, Erculam, Sapri, Velia e Bussento e che si salvarono dalla distruzione solo Velia e Bussento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, riferendosi alla prima lettera del 592 di papa Gregorio I indirizzata a Cipriano, in proposito scriveva che: del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, il vescovo Agnello, citato nella lettera di papa Gregorio I a Cipriano, potrebbe essere un Vescovo della Diocesi di Velia. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Ecc…”. Ebner continuando il suo racconto e riferendosi al VI secolo con l’invasione Longobarda, in proposito scriveva che: “Capaccio rimase a lungo sede diocesana nonostante che i vescovi continuassero a risiedere in altri centri (Agropoli, Sala Consilina (8), Diano-Teggiano, Novi, Vallo) ecc….”. Ebner, a p. 15, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Sala venne scelta per fruire più facilmente dal servizio postale”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia.”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius ad fuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen‘.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (…), a p. 21 riguardo l’Ughelli (…) e il Vescovo Landus di Marcellianum nella sua nota (92), postillava che: “(92) Vol. X., p. 127 sgg. Cfr. Bracco, ‘Antiquitates’, cit., p. 338.”. Dunque, l’Ebner scriveva che per il V secolo si hanno solo i Vescovi Sabino per Marcellianum, o Sala Consilina, forse Florentino per Paestum ed il vescovo Agnello di Velia. Anche il sacerdote Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli anticihi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1).. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che, sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento.”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Le origini del Cristianesimo nella regione sono oscure, per riconoscimento del miglior conoscitore della storia della Lucania (4). Nulla si sa di concreto, ove si eccettui la zona venusina che, per quest’epoca, rimane fuori della nostra trattazione, dell’esistenza di quei nuclei giudaici, che furono i centri propulsori della nuova fede, che essi accolsero per i primi (1). E’ soltanto con la fine del sec. V, che si hanno le prime notizie sicure intorno agli ordinamenti ecclesiastici in Lucania. Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). Ecc…”. Poi il Magaldi aggiunge che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Dunque, il Magaldi citava come l’Ebner il Lanzoni che scriveva che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Ecc..”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”.

Nel V sec. d.C, le prime diocesi: Paestum, Bussento, Blanda

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento per aver partecipato al Concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653). Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellianum (92).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Ecc..”. Il Gaetani (9), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”.

Ms.V F 32 07

(Fig….) Tav. VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, tratta dalla Cosmographia di Nicolò Germanico (…)

Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che tra il 440 ed il 460 i Vandali di Genserico saccheggiarono Licosa, Erculam, Sapri, Velia e Bussento e che si salvarono dalla distruzione solo Velia e Bussento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, riferendosi alla prima lettera del 592 di papa Gregorio I indirizzata a Cipriano, in proposito scriveva che: del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, il vescovo Agnello, citato nella lettera di papa Gregorio I a Cipriano, potrebbe essere un Vescovo della Diocesi di Velia. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Ecc…”. Ebner continuando il suo racconto e riferendosi al VI secolo con l’invasione Longobarda, in proposito scriveva che: “Capaccio rimase a lungo sede diocesana nonostante che i vescovi continuassero a risiedere in altri centri (Agropoli, Sala Consilina (8), Diano-Teggiano, Novi, Vallo) ecc….”. Ebner, a p. 15, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Sala venne scelta per fruire più facilmente dal servizio postale”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia.”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius ad fuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen‘.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (…), a p. 21 riguardo l’Ughelli (…) e il Vescovo Landus di Marcellianum nella sua nota (92), postillava che: “(92) Vol. X., p. 127 sgg. Cfr. Bracco, ‘Antiquitates’, cit., p. 338.”. Dunque, l’Ebner scriveva che per il V secolo si hanno solo i Vescovi Sabino per Marcellianum, o Sala Consilina, forse Florentino per Paestum ed il vescovo Agnello di Velia. Anche il sacerdote Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli anticihi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1).. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che, sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento.”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Le origini del Cristianesimo nella regione sono oscure, per riconoscimento del miglior conoscitore della storia della Lucania (4). Nulla si sa di concreto, ove si eccettui la zona venusina che, per quest’epoca, rimane fuori della nostra trattazione, dell’esistenza di quei nuclei giudaici, che furono i centri propulsori della nuova fede, che essi accolsero per i primi (1). E’ soltanto con la fine del sec. V, che si hanno le prime notizie sicure intorno agli ordinamenti ecclesiastici in Lucania. Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). Ecc…”. Poi il Magaldi aggiunge che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Dunque, il Magaldi citava come l’Ebner il Lanzoni che scriveva che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Ecc..”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a pp. 60-61 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa constatazione, di per sé quasi ovvia, è suffragata dall’unica fonte che ci parli della Lucania in questi anni, l’epistolario di Gregorio Magno. Gli effetti dell’invasione dei Longobardi su alcune diocesi del Mezzogiorno sembrano essere stati desolanti: nel luglio del 592, infatti, il pontefice doveva incaricare Felice vescovo di Agropoli di compiere una visita pastorale con ampi poteri di intervento “quoniam Velina, Buxentina et Biandana ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine” (29). Si tratta delle diocesi di ‘Velia’ (identificata con Castellammare della Bruca, presso Pisciotta), ‘Buxentum’ (Capo della Foresta, presso Policastro, o Pisciotta nella Valle di Novi) e ‘Blanda Iulia’ (probabilmente Porto di Sapri), tutte nel Cilento, e quindi nei confini della Lucania tardo-antica (30): e la mancanza di vescovi e sacerdoti, per quanto non necessariamente collegata a vicende militari recenti, è un indizio abbastanza chiaro della situazione difficile della regione, senza dubbio connessa con i torbidi seguiti all’occupazione longobarda.”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (29) postillava che: “(29) Gregorio Magno, Registrum epistolarum, II, 35, vol. I, p. 120”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (30) postillava che: “(30) Cfr. F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604, “Studi e testi”, 35, Faenza, 1935, pp. 322-23″.

Il battistero paleocristiano di “Marcellianum”, oggi detto di S. Giovanni in Fonte a Padula

Cattura

Il Battistero paleocristiano di San Giovanni in Fonte fu eretto nel IV secolo d. C. ed è situato a Padula, a poca distanza dalla Certosa di San Lorenzo. E’ uno dei più antichi battisteri cristiani di tutto l’occidente. Esso anticamente faceva parte del borgo di Marcellianum, suburbio dalla Civita di Cosilinum (oggi Padula e non Sala Consilina come si potrebbe credere) nella regione della Lucania e dei Bruzii. Inoltre Marcellanium era sede di una importante fiera che si svolgeva ogni anno il 14 o il 16 di settembre, in occasione della festa di San Cipriano e che richiamava gente da tutta la Lucania ed oltre. Fu chiamato così in onore di Papa Marcello che nel corso del suo breve pontificato (308-309) riprese il difficile programma di dare una organica sistemazione religiosa al territorio, interrotta dalla feroce persecuzione di Diocleziano. Papa Marcello nel quadro di una estensione dell’organizzazione della chiesa cattolica istituì nuove diocesi, nominò altri vescovi e favorì la costruzione di un battistero per ogni diocesi. L’unicum di questo monumento è rappresentato dal fatto che la vasca battesimale, anzichè essere riempita artificialmente come di solito avveniva negli altri edifici, riceveva l’acqua in maniera naturale perchè realizzata su una sorgente perenne, permettendo il battesimo per immersione. Questo rende il Battistero paleocristiano di San Giovanni di Marcellianum unico nel mondo della cristianità. Il fatto, già singolare, diveniva miracoloso quando ogni anno puntualmente, durante la notte di Pasqua, riservata ai battesimi, la sorgente si gonfiava e l’acqua riempiva la vasca. Il prodigio richiamava folle di fedeli sempre più numerosi, desiderosi di assistere al miracolo delle acque. Proprio questo prodigio faceva di Marcellianum un luogo santo, meta di pellegrini in cerca di segni divini. Il borgo di Marcellianum fu abbandonato probabilmente intorno al VI secolo a causa della guerra greco-gotica e la successiva invasione longobarda, oppure, secondo un’altra ipotesi, nel IX secolo a seguito delle incursioni saracene. Il battistero passò ai benedettini, che gli diedero l’attuale nome e poi ai cavalieri dell’ordine dei Templari. L’edificio originario è a pianta quadrata con arcate in mattoni e corrisponde all’ambiente in cui si trova la grande vasca battesimale fiancheggiata da due ambulacri, mentre le altre strutture, come la cappella ed il portico, sono di epoca posteriore. Nella cappella si possono vedere i resti di affreschi raffiguranti gli apostoli, probabilmente di matrice bizantina. A Padula vi è un’antica fonte battesimale d’epoca paleocristiana chiamato “Battistero di S. Giovanni alla Fonte”, posto nei pressi della Certosa di Padula. Pur in assenza di fonti storiche, si può supporre che l’edificazione del Battistero risalga al V secolo e che sia da considerarsi legata all’evangelizzazione della zona operata da S. Prisco e da S. Paolino. La prima menzione dell’edificio, come Commenda di S. Giovanni in Fonte, compare per la prima volta nel periodo normanno, quando fu concesso da Ruggero II ai Cavalieri Templari, protettori dei luoghi sacri della Terra Santa. Stranamente questo edificio a Padula, non è menzionato neanche nei documenti della certosa di S. Lorenzo, la più autorevole istituzione religiosa della regione. Non vi sono  fonti storiche che ne attestino l’origine ma è presumibile che la costruzione del Battistero sia da collocare nel V secolo e che sia legata all’evangelizzazione dei santi Prisco e Paolino nel territorio valdianese. La “Commenda di San Giovanni in Fonte” è in assoluto la sua prima menzione e risale al periodo normanno quando Ruggero II affidò la cura dell’edificio ai Cavalieri Templari, già protettori dei luoghi di culto in Terra Santa. Costantino Gatta (….), “Memorie storiche topografiche della Provincia di Lucania – opera postuma messa in luce dal figlio Giuseppe Gatta”, Napoli, 1743 (che posseggo) parlando di “Marcelliana”, a p. 68 leggiamo che: “Non altrove che quivi vi era sì famoso Tempio con il Fonte prodigioso, perchè quivi appunto erano i suborghi della città di Marcelliana, come a sufficienza provato abbiamo nella nostra ‘Lucania illustrata (b), e nelle ‘memorie Topografiche-storiche (c), ed al presente vi è una Chiesa consegrata a S. Gio: Battista entro cui sorge un Fonte di cristalline, ed abbondanti acque, che è celebre Commenda dè Cavalieri Gerosolomitani, e chiamasi S. Giovanni in Fonte.”. Giuseppe Gatta, a p. 68, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Lucania illust. cap. 3.”. Gatta a p. 68, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Mem. Topograf. della Prov. di Luc. par. I. cap. 9.”. Costantino Gatta (….), nel 1723, nel suo “Memorie storico topografiche della Provincia di Lucania”, parte I, cap. IX, a p. 72, in proposito scriveva che: “ma quivi è assai manifesto, sendovi uno meraviglioso Fonte di freddissime e limpidissime acque in uno Tempio al presente consegrato al Precursore di Cristo, e già famosa Commenda dè Cavalieri di Gerosolomitani”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (a) postillava che: “(a) lib. Variar., VI I, cap. 33.”. Gatta a p. 52, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Giulio Sesto Frontino nel lib. de colon.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Filip. Clu. Ital. antica, tomo 2, fol. 1190, e fol. 1304.”. Gatta, a p. 52, nella sua nota (d) postillava che: “(d) Cassiodor. lib. variar.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda…Ricorda inoltre che la località era allietata da un fonte d’acqua “nimio candore perspicua”, per la cui “habeat et Lucania Jordanem suum”, il battistero paleocristiano di Marcellianum.”. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco cit., p. 8”. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso IV, a p. 206 parlando di Capaccio e della sua Cattedrale, in proposito scriveva che: “…….”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “Dal ‘Liber pontificalis’ (cronache del papato) si apprende che S. Marcello nei due anni del suo pontificato consacrò ventuno vescovi e benedisse altrettanti battisteri, tra cui quello “in acqua corrente” di Marcellianum per cui “habeat in Lucania Jordanum suum” in una località dove sorge “aemulabatur serenum diem acqua subtilissima” ricca di pesci vietati alla pesca “pro reverentia loci”. Da una puntuale ricostruzione in plastica del battistero risulta che esso era formato da un vasto ambiente absidato (“naturalis antri apsidis fabricata concavitas”) composto di quattro arcate con al centro una vasca quadrangolare (“lacum quem non dubitas esse plenissimum”) sovrastata da una cupola poggiante su arcate. Fino ad oggi non si sa nulla dell’episcopio nè della chiesa cattedrale, presumibilmente attigui al battistero.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, senza dubbio tra i più interessanti esempi di architettura paleocristiana pervenutici, complesso scoperto due decenni fa da Vittorio Bracco. Del sacro fonte parla anche Cassiodoro nella lettera inviata a Teoderico (primi del VI secolo) perché facesse predisporre un servizio d’ordine in Lucania (rozzi villani derubavano i ‘negotiationes’), in occasione della famosa fiera annuale di fine settembre (26, S. Cipriano). Cassiodoro descrive, con singolare vivezza, l’accorrere festoso di gente che “industriosa mittit Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”. Il potente ministro di due re si riferisce a Marcellianum “suburbanum quoddam consolinatis antiquissimae civitatis”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Polla, a p. 347, in proposito scriveva che: “Il murato (2) abitato di Polla, …..Nei pressi del forum, fiorente ancora ai tempi di Cassiodoro, era ‘Marcellianum’, sede di diocesi, di cui sono ancora visibili i resti del paleocristiano battistero (5) ad acqua corrente, di cui scrisse anche il potente ministro di due re. Acque ricche di pesci, intoccabili “pro reverentia loci”, che rendono più suggestivo il luogo che rivisse l’antica mistica grandezza qualche decennio fa, quando venne scoperto e illustrato da v. Bracco.”. Ebner, a p. 347, nella nota (5) postillava: “(5) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV, 1958, p. 193 sgg. e Polla cit., p. 41 sg. e p. 79. Sugli affreschi del battistero, poi cappella, simili a quelli di S. Angelo in Formis, v. Bracco, Polla, lineee di una storia, Salerno, 1976, p. 79 e 550 (n. 165).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 473 ci parla di “Marcelliana” parlando di Sala Consilina e non di Padula. Ebner, a p. 473, in proposito scriveva che: “Di Marcelliana e del battistero di S. Giovanni in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol.. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede sia stata un borgo di Sala. Anche il Gatta (59) scrive che ect…”. Ebner, a p. 473, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Antonini, cit., II, p. 113”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, dattiloscritto inedito del 1986 parlando di “7- Polla – Sala Consilina”, a p. 13, in proposito scriveva che: “Presso il foro sorgeva “Marcellianum”, sede vescovile dove si vedono i resti del Battistero paleocristiano (164). Questo fonte ad acqua corrente era ricco di pesci, mai pescati per riverenza al luogo che rende bello l’ambiente e ne rievoca la mistica meravigliosa grandezza. Nelle acque del Marcellianum, suburbio di “Consilinum”, ricevevano il battesimo le nuove famiglie convertite dal paganesimo, sull’esempio di altre già praticanti, dopochè la religione cristiana era diventata con Teodosio, nel 380, ufficiale di stato (165). Questo battistero di Polla era singolare, perchè, fondato sopra una sorgente perenne, sulla via Annia, vi scendevano direttamente i catecumeni per rivevere il sacramento (166). Accanto al battistero sorsero il “Castrum di Polla” e di Consilina. Il battistero prese il nome di “S. Giovanni in Fonte”, in memoria di S. Giovanni Battista, etc…. Il Cataldo, a p. 21, nelle note postillava di Pietro Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 472-475.  Il Cataldo, a p. 21, nella nota (162) postillava: “(162) Ebner P., op. cit., vol. II, p. 347.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (163) postillava: “(163) C.I.L., X, 6950 – Ebner P., op. cit., p. 347.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (164) postillava: “(164) Bracco Vittorio: Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di Archeologia Cristiana”, Città del Vaticano, XXXIV, 1958, p. 193.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (165) postillava: “(165) Bihlm – Tuechle, op. cit., pp. 259 e 308.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (166) postillava: “(166) Bracco V., Mondo Archeologico.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (167) postillava: “(167) Ebner P., op. cit., vol. I, p. 16.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), è menzionata ancora nella lettera con la quale nel 527 il re dei Goti, Atalarico, ordina a Severo, ‘corrector’ della Lucania e del Bruzio, di garantire l’incolumità dei mercanti che ogni anno, in occasione della festa di S. Cipriano (14 settembre), accorrevano alla fiera che si teneva in un ‘suburbanum quoddam Consilinatis antiquissime civitatis’, vale a dire a ‘Marcellianum (7). In questa località, chiamata oggi S. Giovanni in Fonte, c’era anche una fonte, su cui era stata costruita una vasca con sette gradini, alla qule la notte del Sabato Santo o, come propone F. Bulgarella, nella veglia dell’Epifania (8), i catecumeni affluivano per ricevervi il battesimo. In quell’occasione, narra Cassiodoro (9), avveniva anche un miracolo: appena il sacerdote pronunciava le prime parole del rito battesimale, l’acqua cresceva di volume fino a ricoprire tutti i gradini della vasca, per poi ritornare all’altezza di prima, per cui lo scrittore, riferendosi al fiumicello che scaturiva da quella miracolosa sorgente, esclama: “Habet et Lucania Iordanem suum” (10).”. Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (7) postillava: “(7) Cassidori, Variarum liber VIII, epistola 33, in Monumenta Germaniae historica, Auctore antiquissimi, XII, p. 262.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. in questo volume F. Bulgarella, Tardo antico e alto Medioevo bizantino e longobardo.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (9) postillava: “(9) Cassidori, op. cit., pag. 263: “Nam cum die sacratae noctis precem baptismatis coeperit sacerdos effundere et de ore sancto sermonum fontes emanare, mox in altum unda prosiliens aquas suas non per meatus solitos dirigit, sed in alti tudinem cumulunque transmittit. erigitur brutum elementum sponte sua et quadam devotione solemni praeparat se miraculis, ut sanctificatio maiestatis possit ostendi. nam cum fons ipse quinque gradus tegat eosque tantum sub tranquillitate possideat, aliis duobus cernitur crescere, quos numquam fluenta labentia sic ad humanos sermones vel star vel crescere, ut eis credas audiendi studium minime defuisse”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (10) postillava: “(10) Ivi. Su S. Giovanni n Fonte v. V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, 34 (1958), pp. 193-207; A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, pp. 558 ss.”. Vitolo, a p. 129, nella nota (12) postillava: “(12) V. sopra, p. 49, n. 34”. Vitolo, a p. 129, nella nota (13) postillava: “(13) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del sec. VII (a. 604)(Studi e Testi, 35), Faenza 1927, p. 323; IP VIII, p. 370.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini, a pp. 106-108, in proposito scriveva che:  “Proprio per la sua posizione baricentrica questa parte de Vallo è stata fin dai secoli tardo-antichi sede privilegiata di mercati e fiere annuali. Tra l’alveo del Tanagro e le pendici occidentali di Padula, doveva estendersi ‘Marcellianum’, il suburbio dell’antica ‘Cosilinum’ romana identificata nei resti ancora visibili sulla collina della ‘Civita’, alle spalle dell’abitato odierno. E in stretta relazione con il suburbio di ‘Marcellianum’ si devono verosimilmente interpretare gli avanzi, rinvenuti negli anni Cinquanta del secolo scorso, di un importante complesso paleocristiano edificato sulle strutture di una preesistente villa romana di età imperiale (3).”. La Alaggio, a p. 106, nella nota (3) postillava: “(3) M. Romito, Un nuovo documento della cristianizzazione nella valle del Tanagro, in “Apollo”, XII (1966), pp. 10-17.”.

Nel 494-5 (V sec. d.C.), la sede episcopale di MARCELLIANA (Marcellianum) ed il vescovo Sabino

Nel 1928, infatti, venne alla luce un’epigrafe in seguito al crollo di un muro: l’epigrafe era parte di una tomba imperiale recante la scritta D(is) M(anibus)/ MARC/ELLIN/O FILIO /PARENT(es) / FECER(unt). Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 127 e ssg., in proposito scriveva che: “Anche per il Vallo di Diano, come per tante altre regioni del Mezzogiorno e dell’Occidente in generale, non sono note le prime fasi di penetrazione del Cristianesimo, anche se non è difficile congetturare che essa sia avvenuta lentamente; e ciò a causa della resistenza che la diffusione della nuova religione incontrò tra i contadini, legati agli antichi culti pagani ed ai riti propriziatori ad essi connessi (1). Quello che è certo è che nell’ultimo decennio del sec. V è documentato un ‘Marcellianensis sive Consilinatis urbem antistitem’ nella persona di Sabino, il quale è menzionato in quattro lettere di papa Gelasio I scritte tra il 492 ed il 496 (2). Dopo di lui la carica vescovile fu ricoperta da Latino etc..”. Vitolo, a p. 127, nella nota (2) postillava: “(2) IP VIII, nr. 1-4, pp. 486 s.”. Il Vitolo, per “IP” intendeva il testo di (v. nota: “IP – P.F. Kehr, Italia Pontificia. VIII. Regnum Normannorum-Campania’, Berolini 1935.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), etc..”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “2…. Anche nella Valle del Tanagro dovevano esservi cristiani se papa Marcello (308-310) elevò un borgo di Consilina a sede di diocesi che prese appunto il nome di Marcellianum….I vescovi in questo contesto si avvalevano di ampi margini di autonomia (18) entro cui si adoperavano per far convivere, senza ledere la sostanza del loro mandato, abitudini  mentalità cristiane. Ciò evidentemente non solo per ottenere il confronto tra le due culture, la pagana e l’incipiente cultura cristiana, ma anche per fronteggiare e deviare le persecuzioni contro la nuova fede, frequentissime nei primi due secoli (19). Ciò fino alla’avvento dell’editto di Costantino (a. 313) che, come è noto, rovesciò il rapporto tra professione di fede cristiana e realtà socio-politica del tempo, con una netta prevalenza della prima sulla seconda.. Ebner, a p. 17, nella nota (18) postillava: “(18) S. Paolino da Nola, ad esempio, fece riprendere il suono delle campane per chiamare alla ‘plebs’ i fedeli…”. Ebner, a p. 17, nella nota (19) postillava: “(19) Di Teodosio è il famoso editto (27 febbraio 380): “vogliamo che tutti i popoli sottoposti al nostro governo professino la religione che l’apostolo Pietro ha trasmesso ai roani”, Cod. Theodos., XVI, I, 2. Cfr. Nelle ‘Novellae’ (A. Perez, Commento al Codice di Giustiniano, Amsterdam, 1653) di Giustiniano, il quale affermava etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a pp. 16-17, scriveva che: Si spiega perciò il persistente ricordo della fondazione della dicesi di Velia e di Bussento da parte di San Paolo, e di quelle di Marcellianum e di Paestum ad opera dello stesso principe degli apostoli (71). Ma poichè le diocesi vennero senz’altro fondate dai loro discepoli (72) e quella di Marcellianum da papa Marcello I (308-319), evidente è il tentativo della tradizione di nobilitarle con l’attribuirne ad esse il crisma dell’ “apostolicità” (73).”. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che:  “(71) Ughelli, op. cit., c. 465.”. Ebner (…), nella sua nota (72), postillava che:  “(72) Ebner, Storia, cit., p. 271 e sgg.”. Ebner, citava le lettere all’amico Trebazio che scrisse Marco Tullio Cicerone. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che: “(71) Ughelli, op. cit., p. 465.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nella sua nota (71), si riferiva all’“Italia Sacra” di Ferdinando Ughelli (…), ma alla seconda edizione, Coleti, vol. VII, che a p. 465, ci parla del “Caputaquenses Episcopi”, interno al Capitolo dedicato a “Campanienses Episcopi”, in cui parlava delle prime Diocesi Veline e Policastrensi. Ebner (…), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) ………………….”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 scrive sostanzialmente le stesse cose. L’Ebner però a p. 21, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), etc…”. Ebner, a p. 25, vol. I, aggiunge che: “…soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Ebner, ci dice che nella sede episcopale di Marcellianum, nel V secolo e precisamente nell’anno 494-5, risultava (egli dice “è cenno”) un vescovo “Sabino”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 21, in proposito scriveva che: “Del territorio in oggetto non si sa quasi nulla. Abiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-5), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (90) (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabazio di Bussento per aver partecipato al concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653). Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellinum (92).”. Ebner, a p. 21, nella nota (92) postillava: “(92) Vol. X, p. 127 sgg. Cfr. Bracco, Antiquitates cit., p. 338.”. Si tratta del testo di Vittorio Bracco (…) e del suo “Antiquitates nuper repertae. Stabianam perforasti et patefecisti scaenam“, “Latinitas”, 17, IV 1969, pp. 67-70; oppure il suo “Marcellianum e il suo battistero”, in “Rivista di Archeologia cristiana”, 1958, estratto. Ebner, a p. 21, nella nota (90) postillava: “(90) Il Kehr, cit., p. 297, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla Diocesi di Plesta (Umbria).. Su Sabino, vescovo di Marcellianum, Ebner scrive ancora nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, postillava nella nota (90) che: “F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Infatti, mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive dellaRegione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 324, in proposito scriveva che: “Consilinum, Marcellianum (Sala Consilina in Val di Tamagro ?). 1. Sabinus: 494-5 (J.L. 653); 495 (?)(J.L. 678); 496 (?) (J.L., 710; 727). 2. Latinus, electus (558-60)(J.L., 1015; 1017). – Nelle ‘Gesta S. Laverii’ di Grumentum (BHL 4801) vien detto: “Latinus de Theodora, custos sacrae aedis sanctissimi martyris Laverii”; ma ignorasi per quale ragione Latino così venga appellato.”. Dunque, il Lanzoni ci parla anche dell’altro Vescovo di Marcellianum nell’anno 558-560, Latino di Teodora). Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico, riferendosi aghli Eruli di Odoacre scriveva che: In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo  e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). Ecc..”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (2) postillava che: “(2)Vedi n. 2, p. 43”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (3) postillava che: “(3)  Cassiodoro (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto Vivarium”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Casiodoro, è nelle ‘Variarum: I, 3”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. ROMANO / SOLMI, op. cit., pp. 167-68”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula, continuò negli ultimi tempi del basso Impero romano la città di CONSILINUM, che già nel I secolo d.C. appariva spopolata (PLINIO, N.H., III, 5, 70) e che fu probabilmente distrutta dai Visigoti. Marcelliana, indicata anche nell’Itinerario della Tabula Peuntingeriana, è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a p. 58 e ssg., in proposito scriveva che: “In Lucania, pochi anni dopo la fine della guerra, viene eletto un nuovo vescovo. Papa Pelagio I scrive infatti a Pietro, vescovo di Potenza, di inviare a Roma il diacono Latino, vescovo eletto di Marcellianum (presso l’attuale Padula, nel Vallo di Diano), per ricevere l’ordinazione: siamo nel 559, e la notizia, per quanto isolata, è un indizio dell’esistenza di condizioni normali di vita. Ma non c’è altro.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Sala Consilina e quindi di “Cosilinum” ci parla di “Marcelianum”, (egli dice “Marcelliana”), a pp. 473-474 ed in proposito scriveva che: “Di Marcelliana e del battistero di S. Giovanni in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede che sia stato un borgo di Sala. Il borgo era menzionato (XXIX) nell’Itinerario dell’Imperatore Antonino (53). Ricordato dal Baudrand (54), il Lenormant (55) l’ubica in località Civita, per opinione comune sede di ‘Consilinum’. La collocazione è respinta dal Riccio (56) che pone Marcelliana nella valle del Calore sulla collina Pruno tra Bellosguardo e Roscigno. Il Racioppi (57) l’ubica da Cassiodoro “come prossima anzi suburbana alla città di Consilino”, non lontano al ponte detto di “Siglia” sul Tanagro (dagli eruditi del passato detto di Silla) in località “Cozzo di Civita”. L’Antonini, che parla del mercato di cui dice Cassiodoro a Licosa, non nei pressi di Marcelliana, venne ripreso dal Magnoni (58) che affermò che era “il luogo sobborgo di Consilino. Anche il Gatta (59) scrive che “in questa vaga e amena Pianura (Valle del Tanagro) era situata ‘Marcelliana’ celebre città, per essere stata sede Vescovile (….) come per essere Ella surta dalle rovine dell’antichissima ‘Consilina’, come si ha per testimonio Cassiodoro”(59). Dalla lettera di papa Pelagio (60) si apprende che dal vescovo Latino di Teodora (61) noto per essere stato custode del tempio di S. Laviere. Il Corcia (62) designa Marcelliana una “grossa borgata anziché città, come qualche topografo scrive, e non più antica de’ tempi in cui la Lucania ormai obbediva a’ Romani. Tralasciamo l’origine del nome che Cassiodoro attribuiva al fondatore del fonte di S. Giovanni (S. Giovanni in Fonte), detto pure “aja Marciliana” (63), e che fu appunto papa Marcello, egli l’ubica nei pressi di Sala. Suglia altri vescovi di Marcelliana, di cui è notizia, v. quanto ne ho detto altrove (64). Dagli “Atti” dei martiri è notizia di Marcelliana nel viaggio dei prigionieri Hadrumentini da Cosenza per Squillace, Grumento “et die altero Marcellianum properantes ad civitatem Potentia”.”. Ebner, a p. 473, nella nota (52) postillava che: “(52) Antonini, op. cit., II, p. 117”. Ebner, a p. 473, nella nota (53) postillava che: “(53) Vetra romanorum itineraria, sive Antonini augusti itinerarium, Amsterdal 1725, p. 110”. Ebner, a p. 473, nella nota (54) postillava che: “(54) M. A. Baudrand, Lexicon Geogr.: ‘Marcelliano locus est Lucaniae apud Atinam oppidum, teste Celso cittadino, inter Calorem et Caesariam.”. Ebner, a p. 473, nella nota (55) postillava che: “(55) Lenormant, op. cit., II, p. 113″. Ebner, a p. 473, nella nota (56) postillava che: “(56) Riccio cit., Osservazioni ecc., p. 34 sgg.”. Ebner, a p. 473, nella nota (57) postillava che: “(57) Racioppi, cit., ibiden”. Ebner, a p. 473, nella nota (58) postillava che: “(58) Magnoni, cit., p. 63”. Ebner, a p. 473, nella nota (59) postillava che: “(59) Cassiodoro, Variar. VIII, e p. 33: ‘Est cum locus ipse camporum amoenitate distensus, suburbanus quoddam consolinatis antiquissimae civitatis, qui a conditore sanctorum fontium Marcilianum nomen accepit”. Ebner, a p. 473, nella nota (60) postillava che: “(60) Decretum Gratiani, I, 72.12: ‘Pietro episcopo potentino (…) Latinum ecclesiae Grumentinae diaconum ad episcopatum Marcellianensis (….) ecclesiae electum.”. Ebner, a p. 474, nella nota (61) postillava che: “(61) Ibid. I, 63.14 è detto ancora: ‘Latinum diaconum tuum ad episcopatum ecclesiae Marcellianensis a Clero et omnibus qui illi conveniunt postulari’ era stato posto.”. Ebner, a p. 474, nella nota (62) postillava che: “(62) Corcia, cit., III, p. 103.”. Ebner, a p. 474, nella nota (63) postillava che: “(63) Gatta, Lucania illust., p. 55 segnala che Sala era anche detta ‘Laterina’, p. 103 n. 7, per le rovinate fabbriche laterizie.”. Ebner, a p. 474, nella nota (64) postillava che: “(64) Ebner P., Economia e Società cit., I, p. 21; v. Ebner, Aree geografiche, culturali e religiose dell’antica lucania, relazione in “Società e religione in Basilicata”, I, Roma, 1978, p. 350; v. pure Ebner, L’assistenza religiosa nel gastaldato di Lucania, in “Studi di storia sociale e religiosa, scritti in onore di Gabriele De Rosa”, Napoli, 1980, p. 950.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Sala Consilina e quindi di “Cosilinum” ci parla di “Marcelianum”, (egli dice “Marcelliana”), a pp. 473-474 ed in proposito scriveva che: Di Marcelliana e del battistero di S. Giovanni in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede che sia stato un borgo di Sala…... Ebner, a p. 473, nella nota (52) postillava che: “(52) Antonini, op. cit., II, p. 117”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania- Discorsi”, nel Discorso VIII parla della Valle di Diano e a pp. 113-114, in proposito scriveva che: “Fra la Sala e la Padula era la città di Consilina, ed ivi stesso (mancata questa) forse Marcelliana, o sia Marcelliano, ch’ebbero ambedue il loro Vescovo, etc…Luca Olstenio, nelle ‘Note a Carlo di S. Paolo’, così ne scrive: “Consilina, antiquissima Lucaniae Civitas,  sive Marcellianum, unde Marcellianensis Episcopus, et Consilinas promisque dicebatur: Latinum eius Episcopum suisse electum docent rescripta Pelagii Papae apud Ivonem decret. par. 6 cap. 112, et Gratian. distin. 76 cap. 12, et apud Anselmun lib. 7 cap. 57. Io però, con buona pace di un tant’uomo, non vuò credere, che Marcelliano fosse stato subborgo di Consilina, mentre Etico nella sua ‘Cosmografia’, ragionando delle Città ragguardevoli d’Europa dice: etc…e finisce: ‘Corsinios, Lupias, Marcellianum, Idrunto, Canusium, Salernum’, onde si scorge che Marcelliana, non era tanto da poco, quanto egli ce la descrive; e quindi m’uniformo al sentimento d’Ughellio, che crede essere state queste due Città una cosa sola. Anzi, questo chiarissimo autore ha preso diversi altri abbagli, intorno a Consilina e Marcelliana, da noi notati al fol. 483.”. Ebner, vol. II, a p. 473, scriveva a riguardo che: “L’Antonini, che parla del mercato di cui dice Cassiodoro a Licosa, non nei pressi di Marcelliana, venne ripreso dal Magnoni (58) che affermò che era “il luogo sobborgo di Consilino.”. Ebner, a p. 473, nella nota (58) postillava che: “(58) Magnoni, cit., p. 63”. L’Antonini, fu ripreso da Pasquale Magnoni (….) e l’Ebner si riferiva agli “Opuscoli” di Pasquale Magnoni. In questa lettera indirizzata all’Antonini il Magnoni confuta alcune cose che l’Antonini aveva scritto intorno alla chiesetta di “S. Matteo ad duo flumina” (che egli pone a Casalicchio) e dove nel 974 pare che il monaco Attanasio avesse traslato e deposto le sacre spoglie di S. Matteo. Il Magnoni, per argomentare il suo discorso parla delle origini di Paestum (di “Pesto”) e ci parla di ciò che l’Antonini diceva sull’isolotto di Licosa e su un mercato che si teneva nel luogo. Il Magnoni argomentava su ciò che aveva scritto l’Antonini a p. 348. L’Antonini aveva criticato monsignor Marsilio Colonna. Ebner, a p. 473, nella nota (58) postillava che: “(58) Magnoni, cit., p. 63”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna…. e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Ebner, a p. 473, continuando il suo discorso scriveva pure che: “Anche il Gatta (59) scrive che “in questa vaga e amena Pianura (Valle del Tanagro) era situata ‘Marcelliana’ celebre città, per essere stata sede Vescovile (….) come per essere Ella surta dalle rovine dell’antichissima ‘Consilina’, come si ha per testimonio Cassiodoro” (59).”. Ebner, a p. 473, nella nota (59) postillava che: “(59) Cassiodoro, Variar. VIII, e p. 33: ‘Est cum locus ipse camporum amoenitate distensus, suburbanus quoddam consolinatis antiquissimae civitatis, qui a conditore sanctorum fontium Marcilianum nomen accepit”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (a) postillava che: “(a) lib. Variar., VI I, cap. 33.”. Gatta a p. 52, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Giulio Sesto Frontino nel lib. de colon.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Filip. Clu. Ital. antica, tomo 2, fol. 1190, e fol. 1304.”. Gatta, a p. 52, nella sua nota (d) postillava che: “(d) Cassiodor. lib. variar.”. Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, nel 1974 pubblicava un rapporto del 1903 di monsignor Luis Duchesne (…), ovvero il suo I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde). (L’opera del Duchesne si trova in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365–399 (cfr. p. 367)). Il Barni la pubblica a p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370. L’opera del Duchesne riprendeva in parte anche lo studio di Monsignor Laudisio, vescovo di Policastro (…). Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “L’antica Regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia (Potenza, Grumentum (che riteneva essere Grumento Nova) e Consilinum (Marcelliana = che riteneva essere l’odierna Civita, presso Padula); sulla costa tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia ( che ritiene essere attualmente la zona archeologica presso Marina di Casalvelino), etc…Sul sito web “Monaci in cammino” leggiamo che il battistero si trovava a Marcellianum soburbio dell’antica città di Cosilinum, lungo uno snodo viario particolarmente importante. In questo punto, sull’antica via Popilia, si innestava un percorso trasversale che raggiungeva la Valle dell’Agri, confluendo nella via Erculea, altra importante arteria che garantiva i collegamenti tra il golfo di Taranto e la Basilicata settentrionale.  Proprio per questa collocazione strategica Marcellianum  era sede di una fiera annuale che si teneva il giorno della festività di S. Cipriano (26 settembre). Il fonte battesimale di S. Giovanni in Fonte fu chiamato così in onore di Papa Marcello che nel corso del suo breve pontificato (308-309) riprese il difficile programma di dare una organica sistemazione religiosa al territorio, interrotta dalla feroce persecuzione di Diocleziano. Papa Marcello nel quadro di una estensione dell’organizzazione della chiesa cattolica istituì nuove diocesi, nominò altri vescovi e favorì la costruzione di un battistero per ogni diocesi. Il borgo di Marcellianum fu abbandonato probabilmente intorno al VI secolo a causa della guerra greco-gotica e la successiva invasione longobarda, oppure, secondo un’altra ipotesi, nel IX secolo a seguito delle incursioni saracene. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: Così nel Vallo di Diano gli unici centri abitati nell’alto Medioevo furono i ‘castra’ preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala che, se nell’appellativo di Consilina, assunto nel 1863, si richiama alla ‘Consilinum’ romana, era in realtà un centro nuovo, sorto a poca distanza da essa, ma in luogo più elevato. Spariscono invece gli insediamenti sorti lungo la strada Capua-Reggio, fra cui il ‘Forum’, nei pressi di Polla, e ‘Marcellianium’, presso Sala Consilina (3). Etc…”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1).”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (1) postillava che: “(1)………….

Il Vitolo, a p. 44, scriveva pure che: “….la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”. Nicola Cilento (….), nell’Introduzione al testo di “Storia del Vallo di Diano”, vol. II (ed. Laveglia, 1982), a p. 6, in proposito scriveva che: “Nel corso della guerra gotica e prima della riconquista bizantina, attraverso l’episodio cassiodoreo della fiera di Marcellianum presso la chiesa battesimale di S. Giovanni in Fonte, si delinea il processo di isolamento della regione con lo spopolamento degli antichi centri abitati……nell’Alto Medioevo gli unici abitati del Vallo sono i castra preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala in zona elevata, mentre scompaiono gli insediamenti lungo la strada Capua-Reggio fra cui Forum (Polla) e Marcellianum; l’abbandono della piana per le alture è anch’esso un fenomeno che caratterizza quasi dovunque l’alto Medioevo.”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1).”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (1) postillava che: “(1)…….”.

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini, a pp. 106-108, in proposito scriveva che:  “Proprio per la sua posizione baricentrica questa parte de Vallo è stata fin dai secoli tardo-antichi sede privilegiata di mercati e fiere annuali. Tra l’alveo del Tanagro e le pendici occidentali di Padula, doveva estendersi ‘Marcellianum’, il suburbio dell’antica ‘Cosilinum’ romana identificata nei resti ancora visibili sulla collina della ‘Civita’, alle spalle dell’abitato odierno. E in stretta relazione con il suburbio di ‘Marcellianum’ si devono verosimilmente interpretare gli avanzi, rinvenuti negli anni Cinquanta del secolo scorso, di un importante complesso paleocristiano edificato sulle strutture di una preesistente villa romana di età imperiale (3).”. La Alaggio, a p. 106, nella nota (3) postillava: “(3) M. Romito, Un nuovo documento della cristianizzazione nella valle del Tanagro, in “Apollo”, XII (1966), pp. 10-17.”.

VELIA, BUXENTUM, BLANDA, VIBONE, TALAO, SEDI EPISCOPALI

L’EPISCOPATO DI BUXENTUM o BUSSENTO

Il sacerdote Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo X (edizione Coleti), a p. 32 parlava dell’antica diocesi scomparsa di Buxentum (Bussento):

Ughelli, Buxentum, p. 32, tomo X

Il Cappelletti (…), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che:

Il Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli antichi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1). III. Sabbazio, che nel 649 trovavasi al concilio romano del papa Martino I contro i monoteliti. Nè di più se ne sa.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (….), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum, vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. La studiosa Clara Bencivenga Trillmich, nel suo ‘Pyxous-Buxentum’, a p. 704, parlando di Bussento, scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501, i vescovi Rustico e per il 542 il vescovo Agnello (10).”. La Trillmich (…), nella sua nota (9), postillava che: “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.e, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Gaetani Rocco, L’Antica Bussento, oggi Policastro Bussentino’, in Gli studi in Italia’, Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 376.”. La Trillmich (…), dunque sulla scorta del Gaetani (…), citava Stefano Bizantino (…): “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.. In epoca Bizantina, in base a notizie fornite da Stefano di Bisanzio, si sa che il centro rimase attivo anche in epoca bizantina: alla dominazione di Bisanzio si deve il nome di Palaiokastron, e la fortificazione sommitale che residuano tutt’oggi nel castello medievale. Scavi condotti negli anni 2010-2012, sotto la direzione dell’archeologa Elena Santoro, hanno iniziato a portare alla luce gli strati archeologici di epoca Romana. Il sacerdote Rocco  Gaetani (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, parlando di Bussento e di Policastro leggiamo in proposito scriveva che “Ritrovasi mentionata ancora questa città nella Lucania da …Stefano Bizantino disse sia città di Sicilia (2 – si veda nota Stef. de Urbihus), havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”.

Nel 501, papa Simmaco ed il Concilio Romano

Da Wikipedia leggiamo che Papa Simmaco (Sardegna, … – Roma, 19 luglio 514) è stato il 51º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo. Il suo papato durò dal 22 novembre 498 alla sua morte. È noto in particolare per lo scisma causato dalla sua lotta contro Lorenzo, considerato antipapa. Il Synodus Palmaris. Tuttavia, il partito bizantino, guidato dai due senatori Festo e Probino, rimase ostile a Simmaco e continuava a coltivare la speranza di rovesciare il papa e guadagnare la sede di Roma a Lorenzo. L’occasione si presentò l’anno seguente, il 501. Simmaco celebrò la Pasqua il 25 marzo, secondo l’antica usanza romana, mentre i bizantini osservavano la festività il 22 aprile, secondo il nuovo conteggio. La fazione di Lorenzo si appellò a Teodorico contro Simmaco, aggiungendo altre accuse oltre a questa sulla celebrazione della Pasqua. Teodorico convocò Simmaco che partì per incontrarlo; a Rimini, però, venne a conoscenza che le vere accuse erano ben altre (rapporti con donne e sperpero delle proprietà della Chiesa) e, rifiutando di riconoscere il re quale suo giudice, tornò a Roma. Il partito avversario si rinforzò ed occupò il Palazzo Laterano. Simmaco fu costretto a trasferirsi nei pressi della basilica di san Pietro in Vaticano, fuori dalle mura cittadine. I suoi oppositori invitarono il re a convocare un sinodo per indagare sulle accuse e a nominare un reggente per la sede di Roma. Simmaco acconsentì alla convocazione del sinodo, ma protestò contro l’invio di un reggente, che Teodorico, tuttavia, scelse nella persona di Pietro, vescovo di Altinum, ed inviò a Roma per amministrare la Chiesa al posto del papa incriminato. Pietro giunse a Roma e, contravvenendo alle disposizioni del re, prese posizione in favore di Lorenzo e confiscò le proprietà pontificie. Nel maggio 501 il sinodo si riunì nella basilica Giuliana (Basilica di Santa Maria in Trastevere). Il papa dichiarò di fronte all’assemblea che si era presentato di sua spontanea volontà e che era pronto a rispondere alle accuse di fronte al sinodo, a condizione che il reggente fosse rimosso e lui fosse ristabilito come amministratore dei beni della Chiesa confiscati. La maggior parte dei vescovi acconsentì a queste richieste, ma Teodorico rifiutò e richiese, in primo luogo, un’indagine sulle accuse contro il papa. Una seconda sessione del sinodo, si riunì il 1º settembre nella basilica Sessoriana (Basilica di Santa Croce in Gerusalemme), dove fu letto, dalla minoranza, l’atto d’accusa redatto dalla fazione laurenziana.

Nel 501-502 d.C. (VI sec. d.C.), BUSSENTO e RUSTICO (“RUSLICUS”), suo Vescovo, presente al Concilio romano di papa Simmaco

La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda Policastro: nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (Bussento) (…). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Cassiodoro, ‘Variae’, p. 400, 407, 435, 454 (ed. Mommsen) presso Lanzoni, o. c., p. 4.”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che, sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento.”. Il Gaetani (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, scriveva che : Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani (…), nel suo introvabile libretto sull’antica diocesi di Bussento, a riguardo scriveva che a Buxentum, nel 501, appare un Vescovo chiamato Rustico. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Ecco due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: Rustico sulla fine del V secolo e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi Rusticus Episcopus Buxentinus;…. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel Vescovo Agnello di cui fa menzione S. Gregorio nel suo ‘Libro 4, ep. VI’, scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo di Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro, scriveva: Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus.. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 64, così scriveva di ‘Bussento’: “Fiorente era tuttavia ‘Bussento’ almeno sino alla metà del VI secolo, quando era decorata da sede vescovile (1); ma non ne rimane ricordanza più oltre del tempo del Pontefice S. Gregorio, quando la chiesa bussentina era priva del suo pastore (2); Ecc…”. Il Corcia (…) a p. 64, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nel III sinodo romano celebrato nel 501 da Simmaco soscrisse Rustico, vescovo di ‘Bussento’; e nel ecc….”. Il Corcia (…) a p. 64, nella sua nota (2) postillava che: “(2) S. Gregorio, Epist. II, 29.

Corcia, p. 64

(Figg….) Corcia Nicola (…), p. 64

Uno studioso che ha parlato del Vescovo Rustico dell’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Buxentum’ è il sacerdote Francesco Lanzoni (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

Lanzoni.PNG

(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 74 scriveva che: “In più sappiamo che l’evangelizzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona.. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 su Pyxous.”. Il Tancredi (…) a p. 18 nella sua nota (33), parlando di Pyxous postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale’, in “Gli studi in Italia”, Roma, an. V, vol. I, p. 376″. Sempre il Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “Nel 501 c’è un vescovo a Buxentum: ‘Rustico’, che partecipava ad un sinodo romano (33). Alla fine dello stesso secolo, non c’è vescovo nella città. Ecc..”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (33), postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale, in gli “Studi in Italia”, Roma, 1882, an. V., vol. I, p. 376.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Tancredi, a p. 19, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Russo Francesco, ‘Storia della Diocesi di Cassano’, vol. III, Laurenziana, Napoli, 1968, pp. 17-19.”. Il Tancredi, nella sua nota (36) a p. 19, postillava che:  “(36) Gaetani R., op. cit., p. 376.”. Il sacerdote Rocco Gaetani è il primo che ci parla in modo organico dell’origine della sede episcopale di Bussento (“Buxentum”) prima della ricostruzione che fece Alfano I.  Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro, scriveva: Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’.. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando di ‘Buxentum’ credeva fosse “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?).”. Il Lanzoni (…), per ‘Buxentum’ (Bussento’) citava un primo vescovo chiamato “Rusticus e scriveva che:  “1. Rusticus: 501; 502.”. Il Lanzoni, dunque, poneva questo primo vescovo di ‘Bussento’ negli anni 501-502 ma senza dare dei riferimenti bibliografici. Almeno io credo non si riferisca al testo di Jaffé-Loewenfeld (…), dove, nell’indice dei papi nel vol. II a p. VII-VIII, per l’anno 501-502, si riferisce a papa “Symmachus” a p. VIII scriveva che: “Symmachus (498-514) I., 96; II, 736.”. Infatti, apparirà proprio nel III Concilio Lateranense dell’anno 501-502 di papa Simmaco che appare un vescovo di Buxentum, Rustico. Nel vol. I a pp. 97-98 del testo di Jeffé-Loewenfeld (…), troviamo papa Simmaco.

Jaffé-Loewenfeld, p. 97, vol. I

Jaffé-Loewenfeld, vol. I, p. 98

(Fig….) Jaffé-Loewenfeld (…), op. cit., vol. I, pp. 97-98

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), ecc… (91)…”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Il sacerdote Rocco Gaetani, a pp. 19-20, nel suo introvabile ed in mio possesso: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ‘Rustico’ sulla fine del V e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus; e ‘Sabbazio’, che nella metà del secolo VII governava il Bussento, e nel 649 sedeva nel Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro i monoteliti, trovandosi sottoscritto: ‘Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi’. Dunque nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia e di Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, non potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato riconoscere le poche fasi della Chiesa Bussentina, ecc…”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando di Policastro riferiscono che: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco ecc…. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 74 scriveva che: “In più sappiamo che l’evangelizzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona.. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 su Pyxous.”. Il Tancredi (…) a p. 18 nella sua nota (33), parlando di Pyxous postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale’, in “Gli studi in Italia”, Roma, an. V, vol. I, p. 376″. In effetti il sacerdote Rocco Gaetani è il primo che ci parla in modo organico dell’origine della sede episcopale di Bussento (“Buxentum”) prima della ricostruzione che fece Alfano I°. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “Nel 501 c’è un vescovo a Buxentum: ‘Rustico’, che partecipava ad un sinodo romano (33). Alla fine dello stesso secolo, non c’è vescovo nella città. Ecc…”. Il Tancredi (…), nella nota (33) postillava che: “(33) Rocco Gaetani, L’antica Bussento e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, Roma, 1882, an. V, vol. I, p. 376.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71).. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, op. cit.”. La studiosa Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo ‘Pyxous-Buxentum’, a p. 704, parlando di Bussento, scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501, i vescovi Rustico e per il 542 il vescovo Agnello (10).”. La Trillmich (…), nella sua nota (9), postillava che: “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς. e, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Gaetani Rocco, L’Antica Bussento, oggi Policastro Bussentino’, in Gli studi in Italia’, Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 376.”. La Trillmich (…), dunque sulla scorta del Gaetani (…), citava Stefano Bizantino (…): “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a pp. 60-61 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa constatazione, di per sé quasi ovvia, è suffragata dall’unica fonte che ci parli della Lucania in questi anni, l’epistolario di Gregorio Magno. Gli effetti dell’invasione dei Longobardi su alcune diocesi del Mezzogiorno sembrano essere stati desolanti: nel luglio del 592, infatti, il pontefice doveva incaricare Felice vescovo di Agropoli di compiere una visita pastorale con ampi poteri di intervento “quoniam Velina, Buxentina et Biandana ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine” (29). Si tratta delle diocesi di ‘Velia’ (identificata con Castellammare della Bruca, presso Pisciotta), ‘Buxentum’ (Capo della Foresta, presso Policastro, o Pisciotta nella Valle di Novi) e ‘Blanda Iulia’ (probabilmente Porto di Sapri), tutte nel Cilento, e quindi nei confini della Lucania tardo-antica (30): e la mancanza di vescovi e sacerdoti, per quanto non necessariamente collegata a vicende militari recenti, è un indizio abbastanza chiaro della situazione difficile della regione, senza dubbio connessa con i torbidi seguiti all’occupazione longobarda.”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (29) postillava che: “(29) Gregorio Magno, Registrum epistolarum, II, 35, vol. I, p. 120”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (30) postillava che: “(30) Cfr. F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604, “Studi e testi”, 35, Faenza, 1935, pp. 322-23″.

Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Brevi notizie Storiche sulla Diocesi di Policastro” (in AA.VV., Chiesa Cattedrale di Policastro – La Storia e i Restauri”, a p. 19, in proposito scriveva che: “Bussento vide fiorire le prime comunità cristiane, mentre sorgevano altre sedi vescovili vicine, come Velia, nel Cilento, e Vibo Valentia, in Calabria. Non conosciamo il primo Vescovo, nè la patria sua, nè la prima serie dei presuli bussentini, perchè le invasioni barbariche, tra cui quella dei Vandali con Genserico nel 440, ne distrussero le memorie (7). Il vescovado, restaurato la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (8), ebbe poca fortuna perchè i Longobardi, tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo la città (9). ..Della seconda serie dei Vescovi conosciamo: Rustico, presente al Concilio Romano III nel 502, e Sabbazio, presente al Concilio Lateranense nel 649 (11). La sede restaurata, succeduta a Buxentum e suffraganea di Salerno, fu chiamata per la prima volta “Polycastrum” (da Polis-Castrum=città fortificata)(12). Oggi se ne vedono i resti monumentali nella Chiesa Paleocristiana del VI secolo, etc…”. Il Cataldo, a p. 22, nella nota (7) postillava: “(7) Ghisleri Arcangelo: Testo-Atlante di geografia storica, Bergamo, 1952, I, 14”. Il Cataldo, a p. 22, nella nota (8) postillava che: “(8) Moroni Gaetano: Dizionario di erudizione stor. eccl., Venezia, 1852, LIV, 26”. Il Cataldo a p. 23, nella nota (9) postillava che: “(9) Volpe G., Notizie storiche etc…”. Il Cataldo, a p. 23, nella nota (11) postillava che: “(11) Binius Severino, Concilia generalia et provincialia etc.., Colonia, 1606, Vol. IV, 736.”. ll Cataldo, a p. 23, nella nota (12) postillava: “(12) Laudisio, op. cit., pag. 25-26”. Angelina Montefusco (….), nel suo “La Cattedrale nella Storia e nell’Arte” (in AA.VV., Chiesa Cattedrale di Policastro- La Storia e Restauri)”, a p. 25, in proposito scriveva che: “La storia più antica della cattedrale, che, nonostante i rimaneggiamenti barocchi, denuncia chiaramente l’originario carattere romanico della costruzione adattata ad una predente fabbrica altomedioevale, affonda le sue radici nella leggenda, frutto com’è di tradizioni antiche e incontrolate etc….C’è ancora chi, trascinato dal fascino dei resti dell’antichissima cittadina, che tra le sue mura “ciclopiche” accolse Greci e Romani, vuole la chiesa eretta sul tempio pagano di Castore e Polluce e la sede vescovile di Policastro fondata dall’apostolo Paolo nel I secolo, durante il suo viaggio da Reggio a Pozzuoli. In realtà del tempio pagano di non si ha alcun ricordo e per quanto riguarda una primitiva chiesa cristiana il più antico documento esistente risale al 501 e ricorda la presenza del vescovo Rustico al III sinodo romano. A quell’epoca la comunità religiosa di Bussento doveva incontrarsi in una “domus ecclesiae”, privata o pubblica, che era luogo abituale di riunione dei primi secoli del cristianesimo ed è documentata in altre zone d’Italia. Molto probabilmente la situazione era la stessa anche quando, di lì a mezzo secolo, sopraggiunsero i Bizantini, che occuparono la romana bussento dandole il nome di Policastro e innalzarono, oltre al castello, una cella triabsidata chiamata tricora, utilizzata, per lo meno all’inizio, per la celebrazione dei soli riti funerari. Questa tricora, la cui forma è chiaramente visibile sia all’interno che all’esterno dell’attuale presbiterio, è indicata da A. Venditti (1) come la iniziale costruzione della cattedrale e si può, approssimativamente ascrivere alla fine del VI secolo, epoca della maggiore diffusione di tale tipologia in Italia, oppure alla prima metà del secolo successivo. La tricora sorse nelle zona del foro romano e venne a chiudere il decumano massimo corrispondente, almeno in parte, all’attuale via Vescovado.”. La Mntefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Campania, Lucania, Calabria, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous-Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII – n. 3 – 1973.”.

Nel 501, FIORENTINO, vescovo di Agropoli e RUSTICO, vescovo di Bussento al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco prima della guerra Gotica

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, dove, l’alto prelato, già Vescovo della Diocesi di Policastro, a p. 68 (si veda il testo a cura di G. G. Visconti, v. p. 9 in latino), scriveva che: “Perciò nel Concilio di Nicea del 325, che stabilì con le disposizioni canoniche XV, XVI e XVII i confini di ciascuna diocesi, partecipò assieme ad altri 318 vescovi anche Marco, vescovo di Calabria (22) – allora la Lucania e la Calabria costituivano una provincia sola (23) – Così pure Rustico, vescovo di Bussento, partecipò al III Concilio Romano indetto nel 502 dal pontefice S. Simmaco (24); e successivamente Sabbazio, vescovo di Bussento, partecipò al Concilio Lateranense dei centoquattro vescovi, che al tempo del pontefice S. Martino condannarono nel 649 i monoteliti *, come risulta dal Binnio (tomo IV, p. 736.).”. Il Laudisio (v. versione di Visconti), a p. 9, nella nota (22) postillava che: “(22) Gagl. cit., lib. I, tit. 18, num. 9 (p. 242, nota b: Nicaenae I synodo subscripsit Marcus Calabriae episcopus).”. Il Laudisio, a p. 9, nella nota (23) postillava che: “(23) Troyl. tomo I, part. 2, cap. 8, num 3 (Abate Placido Troyli, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, p. 190: (Reggio Calabria) fu capo di tutto il paese de’ Bruzj, quando in tempo degli Imperatori romani i Lucani ed i Bruzj una provincia unita faceano, risedendo in Salerno il comun correttore quando nella Lucania dimorava (….), ed in Reggio allorache nel paese de’ Bruzj ritrovavasi)”. Il Laudisio, a p. 9, nella nota (24) postillava che: “(24) Const. Gatt., Mem. Luc., cap. 2, pag. 34 (parte III, capo VI, p. 303, nota a : Rusticus, episcopus Buxentinus, subscripsit tert. syn. Rom. sub Symmaco.”. Il Laudisio citava Costantino Gatta (…..) e l’Abate Placido Troyli (….). Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania”, a p. 303, in proposito scriveva che: “(a) ….& Carlo di S. Paolo, p. 60 ‘Rusticus Episcopus Buxentinus subscripsit tert. syn. Rom. sub Symmaco.”. Il Gatta riferiva la notizia del vescovo Rustico da “Carlo di S. Paolo, p. 60”.

Gatta, p. 306

Il Gatta si riferiva a Luca Olstenio (…), o Holstenius (Olstenio) Lucas, (Note  all’Italia antiqua di Cluverio (18)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624. Luca Olstenio, in questo libro parla e commenta le pagine del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’.  La notizia dovrebbe essere in “Annotationes” della “Annotationes in Geographia Sacram Caroli a’ S. Pavlo” di Filippo Cluverio.

Troyli, p. 135.PNG

(Fig…) Troyli (…), vol. I, parte II , p. 135

Il Laudisio (…), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (…), dalle ‘Memorie Lucane’, Cap. II, p. 34 del Gatta (…), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (…), e dal Barrio (…), a p. 72 (si veda versione curata dal Visconti), nel 1831, in proposito che: Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.

Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a pp. 19-20, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ‘Rustico’ sulla fine del V e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus; etc….Dunque, nel secolo VII, ed anche prima nel secolo V, esisteva la sede bussentina. Se poi quel vescovo Agnello di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Busseno, ovvero di Velia o Blanda, è incerto né si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accertarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, solo potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e il IV secolo;  ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato di conoscere le poche lieti fasi della Chiesa Bussentina poichè per buona sorte abbiamo il documento importantissimo della lettera di S. Gregorio Magno etc…”.    

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Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, etc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”.  Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 54 parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “Il porto dell’antica ed una volta florida Posidonia andava, ormai inutilizzato, sempre più sprofondando nel mare, segnando per sempre la fine dell’importanza politica e strategica della città alle soglie della lucania classica (1); il suo vescovo Fiorentino, il primo di cui abbiamo notizia (2), partecipò a Roma sia al Concilio del 1 marzo 499, sia al Sinodo Palamare del 23 ottobre 501, sinodo a cui era presente anche Rustico, vescovo di Bussento, ma la città, di cui un tempo i poeti cantavano i roseti dalla doppia fioritura, entrava in agonia ai principi di quel secolo VI.”. Il Cantalupo, a p. 54, nella nota (2) postillava che: “(2) Il DE ROSA (op. cit., p. 191, n. 3) ed il MELLO (op. cit., p. 167), sulla scia del LANZONI, (Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII, Faenza, 1927, I, p. 323), credono che Fiorentino, menzionato come: Florentinus episcopus Plestanus’, sia stato piuttosto vescovo di ‘Plestia’ (od. Colfiorito, in Umbria); essi però non hanno considerato che i toponimi in -ia (cfr. Bant-ia, Nucer-ia, Sign-ia, Florent-ia, Aeser-ia, Placent-ia, etc…) formano l’aggettivo (e l’etnico) in -inus oppure in -iensis, mai in -anus (Bant-inus, Nucer-inus, Sign-inus, etc..). Pertanto, se in corrispondenza del toponimo Plestia possiamo avere solo Plestinus, Plestanus, non è altro che un’erronea trascrizione di ‘Paestanus’. “. Il Cantalupo, a p. 46, nella nota (2) postillava di: “(2) Gabriele De Rosa (La Chiesa della SS. Annunziata a Paestum’, in G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 189-201), il quale, dopo aver precisato (p. 190) che: “…l’anica basilica, risalente agli inizi del V secolo, era del tipo “basilica aperta”, trasformata in “basilica chiusa” a fine del V secolo e inizi del VI,” (?!), fa voti (p. 201) affinché etc…”. Gabriele De Rosa (….), nel suo “Vescovi, popolo e magia nel Sud”, a pp. 190-191, in proposito scriveva su Fiorentino e sul passaggio dalla Chiesa Pestana alla Diocesi di Capaccio: “Intanto possiamo dire che l’antica basilica, risalente agli inizi del V secolo, era del tipo “basilica aperta”, trasformata in “basilica chiusa” a fine V secolo e inizi del VI, che è la forma che noni oggi conosciamo. La basilica fu costruita in un luogo molto vicino all’antico tempio di Cerere. Paestum etc….Capaccio etc…Una cronologia dei vescovi pestani fu scritta da don Giuseppe Volpi nel 1720, a richiesta di mons. Francesco de Niccolò (o de Nicolai, come trovo scritto negli atti della Congregazione del S. Concilio), già vescovo di Capaccio e poi arcivescovo di Conza (2), ma da essa non si ricava molto che possa aiutarci a ricostruire la storia di questa chiesa. Il Volpi riporta quanto ai suoi tempi si diceva attorno ai vescovi di Paestum: che il primo, di cui si ricordi il nome, sarebbe stato certo Fiorentino, che avrebbe partecipato al terzo sinodo romano convocato nell’anno 501, ma la notizia, come sappiamo è erronea (3). Aggiunge il Volpi che ancora all’epoca di Gregorio Magno, come si deduce da una lettera del 599 del papa a Felice, vescovo di Agropoli, la diocesi di Pesto era distinta da quella di Bussento, Velia e Agropoli; che nel concilio ordinato nel 652 dal povero Martino I, il papa che pagò per l’esilio a Cherson l’avere lottato contro il monotelismo e il crudele Imperatore d’Oriente Costante II, si annovera tra i partecipanti Giovanni, vescovo pestano: “Quindi a molti secoli dopo – aggiunge il Volpi – non trovavo alcun pastore di questa città; perchè distrutta la città di Pesto dalle barbarie dei Saraceni etc…”. Il De Rosa, a p. 191, nella nota (3) postillava che: “(3) P. F. Kehr, Regesta pontificum romanorum. Italia pontificia, vol. VIII, p. 367. Non ‘postanus’ ma ‘plestanus’ (Plestia in Umbria) fu il Fiorentino. Cfr. Lanzoni, p. 322.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che tra il 440 ed il 460 i Vandali di Genserico saccheggiarono Licosa, Erculam, Sapri, Velia e Bussento e che si salvarono dalla distruzione solo Velia e Bussento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, riferendosi alla prima lettera del 592 di papa Gregorio I indirizzata a Cipriano, in proposito scriveva che: del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, il vescovo Agnello, citato nella lettera di papa Gregorio I a Cipriano, potrebbe essere un Vescovo della Diocesi di Velia. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Ecc…”. Ebner continuando il suo racconto e riferendosi al VI secolo con l’invasione Longobarda, in proposito scriveva che: “Capaccio rimase a lungo sede diocesana nonostante che i vescovi continuassero a risiedere in altri centri (Agropoli, Sala Consilina (8), Diano-Teggiano, Novi, Vallo) ecc….”. Ebner, a p. 15, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Sala venne scelta per fruire più facilmente dal servizio postale”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia.”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius ad fuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen‘.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (…), a p. 21 riguardo l’Ughelli (…) e il Vescovo Landus di Marcellianum nella sua nota (92), postillava che: “(92) Vol. X., p. 127 sgg. Cfr. Bracco, ‘Antiquitates’, cit., p. 338.”. Dunque, l’Ebner scriveva che per il V secolo si hanno solo i Vescovi Sabino per Marcellianum, o Sala Consilina, forse Florentino per Paestum ed il vescovo Agnello di Velia. Anche il sacerdote Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli anticihi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1).. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che, sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento.”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Le origini del Cristianesimo nella regione sono oscure, per riconoscimento del miglior conoscitore della storia della Lucania (4). Nulla si sa di concreto, ove si eccettui la zona venusina che, per quest’epoca, rimane fuori della nostra trattazione, dell’esistenza di quei nuclei giudaici, che furono i centri propulsori della nuova fede, che essi accolsero per i primi (1). E’ soltanto con la fine del sec. V, che si hanno le prime notizie sicure intorno agli ordinamenti ecclesiastici in Lucania. Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). Ecc…”. Poi il Magaldi aggiunge che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Dunque, il Magaldi citava come l’Ebner il Lanzoni che scriveva che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Ecc..”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), ecc..”. Il Campagna (…), nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, op. cit.”. Dunque, il Campagna (…), a p. 75, sulla scorta di Francesco Russo (…), scriveva che il monachesimo nelle nostre terre era molto diffuso al tempo di papa Pelagio I. Pelagio I, è stato il 60º vescovo di Roma e Papa della chiesa cattolica dal 16 aprile 556 alla sua morte. Dunque, durante il pontificato di papa Pelagio I, a metà del secolo VI, secondo il Russo (…), il monachesimo era molto diffuso. Il Campagna (…), scriveva pure che dopo il pontificato di Pelagio I (dopo l’anno 556), il monachesimo che, nelle nostre terre, in occasione della calata del longobardo Zotone, al tempo di papa Gregorio Magno subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, op. cit.”. A parlarci degli anni di papa Pelagio I, è il Duchesne (…) che dice che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Il Duchesne (…), sulla scorta delle epistole di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese.”. Dunque, il Duchesne (…), ci infoma che le tre Diocesi di Paestum, Velia e Buxentum, sono menzionate nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017). Papa Pelagio I, verso l’anno 560, scrisse una serie di epistole (lettere), indirizzate ad alcuni vescovi. Il 17 dicembre 546 Totila riuscì ad entrare nella città, Pelagio lo incontrò in San Pietro e lo convinse a risparmiare la vita della popolazione, benché la città venne sistematicamente saccheggiata. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, riferendosi alle lotte iconoclaste ed ai monaci che provenivano dall’Oriente, in proposito scriveva che: “……si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche. Ecc…”.

Nel 559 d. C., le prime diocesi: Paestum, Velia, Bussento e Blanda e Marcellianum

Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a p. 58 e ssg., in proposito scriveva che: “In Lucania, pochi anni dopo la fine della guerra, viene eletto un nuovo vescovo. Papa Pelagio I scrive infatti a Pietro, vescovo di Potenza, di inviare a Roma il diacono Latino, vescovo eletto di Marcellianum (presso l’attuale Padula, nel Vallo di Diano), per ricevere l’ordinazione: siamo nel 559, e la notizia, per quanto isolata, è un indizio dell’esistenza di condizioni normali di vita. Ma non c’è altro.”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 19, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ‘Rustico’ sulla fine del V e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus; e Sabbazio’, che nella metà del secolo VII governava il Bussento, e nel 649 sedeva nel Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro i Monoteliti, trovandosi sottoscritto: ‘Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi’. Dunque, nel secolo VII, ed anche prima nel secolo V, esisteva la sede bussentina. Se poi quel vescovo Agnello di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto né si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accertarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, solo potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e il IV secolo;  ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato di conoscere le poche lieti fasi della Chiesa Bussentina poichè per buona sorte abbiamo il documento importantissimo della lettera di S. Gregorio Magno etc…”.    

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(Fig….) Gaetani Rocco, op. cit., p. 19

Il Gaetani (….), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (….), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpe (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfiriola chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, a p. 73 scriveva che: “Blanda o Blandae è ricordata da Tito Livio (XXIV, 20) nelle guerre dei Romani in Lucania (2), ed un altro titolo epigrafico (Corp. I L. X, n. 125) l’indica come colonia romana dè tempi Augustei. E’ ricordata fino al sec. VI, come sede di vescovo. Nell’anno 649 ‘Pascalis episcopus S. Ecclesiae Blandanae’ prende parte al concilio Lateranense.”. Il Dito (…), a p. 73, nella sua nota (2) postillava che: “(2) E’ ricordata pure da Tolomeo (II, 1, 70), da Plinio (III, X), dal Mela (II, IV).”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 126, in proposito scriveva dell’epoca dei primi Longobardi nella regione, verso l’anno 590, scriveva che: “All’epoca, dunque, il territorio situato tra i Monti Alburni, Agropoli e Maratea (l’attuale Cilento), rimase saldamente nelle mani dei Bizantini, che controllavano anche altri centri ben fortificati, tali Magliano, Molpa e Capaccio che si stava formando a ridosso della insalubre piana e fatiscente Paestum. Ma la regione rimaneva sempre isolata; e furono i vescovi le uniche autorità che ancora una volta dovettero provvedere a riorganizzarla, coordinati dall’energico papa Gregorio Magno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che…..: Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli. Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore. Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Il Gaetani (….), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (….), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpe (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense(…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfiriola chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, a p. 73 scriveva che: “Blanda o Blandae è ricordata da Tito Livio (XXIV, 20) nelle guerre dei Romani in Lucania (2), ed un altro titolo epigrafico (Corp. I L. X, n. 125) l’indica come colonia romana dè tempi Augustei. E’ ricordata fino al sec. VI, come sede di vescovo. Nell’anno 649 ‘Pascalis episcopus S. Ecclesiae Blandanae’ prende parte al concilio Lateranense.”. Il Dito (…), a p. 73, nella sua nota (2) postillava che: “(2) E’ ricordata pure da Tolomeo (II, 1, 70), da Plinio (III, X), dal Mela (II, IV).”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 126, in proposito scriveva dell’epoca dei primi Longobardi nella regione, verso l’anno 590, scriveva che: “All’epoca, dunque, il territorio situato tra i Monti Alburni, Agropoli e Maratea (l’attuale Cilento), rimase saldamente nelle mani dei Bizantini, che controllavano anche altri centri ben fortificati, tali Magliano, Molpa e Capaccio che si stava formando a ridosso della insalubre piana e fatiscente Paestum. Ma la regione rimaneva sempre isolata; e furono i vescovi le uniche autorità che ancora una volta dovettero provvedere a riorganizzarla, coordinati dall’energico papa Gregorio Magno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”.  Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che…..: Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli. Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore. Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Nel 507 (VI sec. d.C.)(ogni 26 settembre), la festa di San Cipriano tra Sala Consilina e Padula

Il Vallo di Diano, crocevia di traffici mercantili. Cassiodoro, uno storico del tempo che proprio sotto Teodorico aveva ricoperto la carica di correttore della Lucania e dei Bruzii, narra che a quei tempi si svolgeva tra Padula e Montesano uno dei più importanti mercati del sud. Era la fiera di San Cipriano, che aveva luogo ogni anno il 6 di Settembre e richiamava mercanti e mercanzie da tutte le regioni limitrofe. Cassiodoro racconta come ancora in questo mercato si vendessero giovani ragazzi come schiavi! Un fatto molto interessante, che indica la permanenza della schiavitù, nonostante essa non fosse più l’asse portante dei modelli economici – come era stata ad esempio in epoca tardo repubblicana ed imperiale, quando grandi masse di uomini/merce affluivano dall’Europa e dal Mediterraneo per essere utilizzati nei latifondi, nell’allevamento e nelle industrie manifatturiere, nonchè nei cantieri imperiali e nelle economie domestiche cittadine. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…in Lucania (rozzi villani derubavano i ‘negotiationes’), in occasione della famosa fiera annuale di fine settembre (26, S. Cipriano). Cassiodoro descrive, con singolare vivezza, l’accorrere festoso di gente che “industriosa mittit Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”. Il potente ministro di due re si riferisce a Marcellianum “suburbanum quoddam consolinatis antiquissimae civitatis”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) etc..”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Già nel primo medioevo, nella zona, le fiere erano diffuse, come quella di S. Cipriano (26 settembre) che si teneva tra Sala Consilina e Padula (67) in “locus ipse camporum amoenitate distensus”. Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda l’accorrere festoso di gente dalla “industriosa Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”, e segnala a Teodorico l’esigenza d’impedire che la fiera venisse turbata da “rozzi villani” che derubavano i ‘negoziatores’ (68).. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco, op. cit., p. 8.”. L’opera del Bracco citatata da Ebner è Vittorio Bracco (…) ed il suo “Inscriptiones Italiae”, Roma, 1974. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (68) postillava: “(68) Fin dai tempi della repubblica romana, come oggi, i mercanti concludevano i loro negozi nelle fiere con la consueta stretta di mano (sulle mani strette, le rispttive altre due una sull’altra) che i documenti segnalano con la formula “manu fidem facere”, “manum facere”. * O. Bartolini, I papi e le relazioni politiche di Roma con i ducati longobardi di Spoleto e di Benevento, etc… “. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Nei casali, nodi viari obbligati, si tenevano mercati periodici (‘nundinae’) o permanenti (‘fora’) nei centri più grandi. La loro importanza non è solo di carattere economico ma anche sociale e culturale in quanto rappresentavano un’occasione di incontro e di scambio di idee nonché di aggiornamenti tecnici. Essi, normamente si svolgevano di domenica, malgrado le proibizioni che lo Stato e la Chiesa sovente imponevano. Lo stesso Carlo Magno fu costretto a consentire che “ubi antiquitus fuit” il mercato continuasse a tenersi “in die dominico” (66).”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), è menzionata ancora nella lettera con la quale nel 527 il re dei Goti, Atalarico, ordina a Severo, ‘corrector’ della Lucania e del Bruzio, di garantire l’incolumità dei mercanti che ogni anno, in occasione della festa di S. Cipriano (14 settembre), accorrevano alla fiea che si teneva in un ‘suburbanum quoddam Consilinatis antiquissime civitatis’, vale a dire a ‘Marcellianum (7).”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (7) postillava: “(7) Cassidori, Variarum liber VIII, epistola 33, in Monumenta Germaniae historica, Auctore antiquissimi, XII, p. 262.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. in questo volume F. Bulgarella, Tardo antico e alto Medioevo bizantino e longobardo.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (9) postillava: “(9) Cassidori, op. cit., pag. 263: “Nam cum die sacratae noctis precem baptismatis coeperit sacerdos effundere et de ore sancto sermonum fontes emanare, mox in altum unda prosiliens aquas suas non per meatus solitos dirigit, sed in alti tudinem cumulunque transmittit. erigitur brutum elementum sponte sua et quadam devotione solemni praeparat se miraculis, ut sanctificatio maiestatis possit ostendi. nam cum fons ipse quinque gradus tegat eosque tantum sub tranquillitate possideat, aliis duobus cernitur crescere, quos numquam fluenta labentia sic ad humanos sermones vel star vel crescere, ut eis credas audiendi studium minime defuisse”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (10) postillava: “(10) Ivi. Su S. Giovanni n Fonte v. V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, 34 (1958), pp. 193-207; A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, pp. 558 ss.”. Vitolo, a p. 129, nella nota (12) postillava: “(12) V. sopra, p. 49, n. 34”. Vitolo, a p. 129, nella nota (13) postillava: “(13) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del sec. VII (a. 604)(Studi e Testi, 35), Faenza 1927, p. 323; IP VIII, p. 370.”. Vitolo, a p. 129, scriveva pure che: “Furono proprio la presenza della fonte miracolosa e la rinomanza della fiera, alla quale si conveniva oltre che dalla Lucania anche dalla Campania, dal Bruzio e dall’Apulia, unite alla posizione dell’abitato, più vicino alla strada Capua-Reggio, a determinare il maggiore sviluppo di ‘Marcellianum’ rispetto al centro antico da cui aveva avuto origine: infatti nelle lettere papali la sede vescovile è definita quasi sempre ‘episcopatum Marcellianensis ecclesiae sive Consilinatis’, dove, come si vede, il primo nome alla diocesi è dato da ‘Marcellianum’, ed una volta, nella prima lettera di Pelagio I, si parla soltanto di ‘episcopatum ecclesiae Marcellianensis’.”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a pp. 13-14, in proposito scriveva che:  “1. La fiera di ‘Marcellianum’ e l’epilogo della dominazione gotica……Già ‘corrector Lucaniae et Brittorium’ (507-511 circa) – provincia di cui era originario e in cui la sua famiglia aveva cospicui interessi patrimoniali e politico-clientalari (6) – , Cassiodoro ha indubbiamente una conoscenza diretta della fiera, del luogo in cui essa si svolge e della peculiare situazione economica e sociale della regione. Perciò indulge nei particolari topografici, che hano trovato puntuale conferma nei dati dell’archeologia, come provano i recenti studi sul battistero di ‘Marcellianum’ (7). E rievoca il suggestivo portento delle acque che spontaneamente crescono nel fonte – vero Giordano della Lucania – mentr vi si celebra il rito battesimale durante la veglia dell’Epifania (8). Ci traccia, inoltre, una colorita descrizione del mercato che è “l’ultimo esempio di fiera dell’Italia antica”(9): in mezzo alla distesa dei campi coltivati, i padiglioni provvisori con tetti di fronde d’albero formano una vera e propria città che, pur non essendo in muratura, ricalca tuttavia un modulo urbanistico preodinato ed ospita la moltitudine avventizia di gente eterogenea e festeggiante (10).”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (7) postillava: “(7) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in Rivista di Archeologia cristiana, XXXIV (1958), pp. 193-207. Cfr. A. Ventitti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, p. 55 ss.”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (8) postillava: “(8) Escludo decisamente che il ‘dies sacrate noctis’ corrisponda al Natale, come suppone Th. Mommsen nella sua edizione delle ‘Variae’ (M.G.H., Auctorum Antiquissimorum XII, p. 535, s.v. ‘dies festi’). Infatti, la storia della liiturgia offre due soluzioni possibili: l’Epifania e la pasqua, entrambe festività con veglia liturgica e con riti battesimali etc..”. Bulgarella, a p. 15, nella nota (9) postillava: “(9) E. Gabba, art. cit., p. 159.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini, a pp. 106-108, in proposito scriveva che:  “Proprio per la sua posizione baricentrica questa parte de Vallo è stata fin dai secoli tardo-antichi sede privilegiata di mercati e fiere annuali.”. La Alaggio, a p. 108, in proposito scriveva pure che: “In questa stessa area, non lontano dal battistero di San Giovanni in Fonte, descritto in una lettera di Cassiodoro, si teneva la fiera annuale di ‘Marcellianum’, frequentata da Camapni, Lucani, Apuli, Bruzzi; un evento la cui importanza ribadisce “quel ruolo e quella funzione di mercato interno ricoperti dal Vallo di Diano fin dall’antichità” (4). Funzione che sembra confermata anche per i secoli medievali quando, presso il ponte dell”Altomuzio’, verosimilmente crocevia dei flussi appena descritti, risulta ancora documentato lo svolgimento di un altro importante evento fieristico (5).”. La Alaggio, a p. 108, nella nota (4) postillava: “(4) M. Romito, Un nuovo documento della cristianizzazione nella valle del Tanagro, in “Apollo”, XII (1966), Ibidem, p. 16. La Lettera di Cassiodoro che descrive sia lo svolgimento della fiera che il battistero di San Giovanni in Fonte si data al 527 d.C. (‘Variarum’, VIII). Sullo stesso complesso si veda l’articolo di Vittorio Bracco che per primo ne individuò i resti (Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di Archeologia Cristiana”, XXIV (1958), pp. 193-207); i lavori di P. Peduto, Insediamenti altomedievali e ricerca archeologica, in Guida alla Storia di Salerno e alla sua provincia, a cura di A. Leone e G. Vitolo, II, Salerno, 1982, p. 461; e di F. Bulgarella, Tardo antico e alto medioevo, cit. pp. 13-41.”. La Alaggio, a p. 108, nella nota (5) postillava: “(5) Per la fiera presso il ponte dell’Altomuzio si veda A. Tortorella, A’ l’us andi’cu…’ Le tradizioni nel Vallo di Diano, Salerno, 1992, in particolare p. 93.”.

Nel 527, Atalarico re,  (figlio di Teodorico) ordinò a Severo, correttore della Lucania invitandolo a prendere iniziative di ordine pubblico per la fiera di S. Cipriano a Marcellianum 

Da Wikipidia, alla voce “Cassiodoro” leggiamo che tra le fonti vi è una lettera indirizzata dallo statista ed erudito lucano Cassiodoro al re Atalarico nel 527 per chiedere l’intervento dell’autorità pubblica al fine di ristabilire l’ordine, poichè in occasione della fiera di quell’anno si erano verificati gravi disordini che avevano impedito il regolare svolgimento delle negotiationes con danno degli abitanti della regione e dei negotiatiores colà convenuti dalla Campania, dall’Apulia, dal Bruzio e dalla Calabria, Cassiodoro stesso dà una descrizione del posto e accenna al miracolo delle acque che crescevano miracolosamente durante la veglia pasquale. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a pp. 13-14, in proposito scriveva che:  “1. La fiera di ‘Marcellianum’ e l’epilogo della dominazione gotica. Dobbiamo a Cassiodoro Senatore una preziosa testimonianza su un particolare aspetto della vita economica del Vallo di Diano – allora parte integrante della provincia ‘Lucaniae et Bruttiorum’ – all’epilogo dell’età gotica (2). Nel 527, Atalarico, che regnava sotto la reggenza della madre Amalasunta, ordinò a Severo, ‘corrector’ di quella provincia (3), di garantire l’ordinato svolgimento della fiera che aveva luogo ogni anno a ‘Marcellianum’ – suburbanum quoddam Consilinatis antiquissimae civitatis’ -, l’odierno San Giovanni in Fonte, nella ricorrenza della festa di San Cipriano (14 o16 settembre)(14). Poiché i contadini (‘rustici’) ed i pastori indigeni con atti di brigantaggio attentavano alla sicurezza e ai beni dei numerosi mercanti lì convenuti, al ‘corrector’ è fatto obbligo di tutelare l’ordine pubblico con adeguate misure di polizia e in collaborazione con i possessori e gli affittuari (‘conductores’) delle grandi ‘massae’ private e regie della zona. Probabilmente sollecitate e redatte da Cassiodoro – che allora ‘magister officiorum’ (523-527) dei sovrani ostrogoti, dei quali sarà, poi, ‘praefectus praetorio’ (523-527) – , tali disposizioni ci sono pervenute in un’epistola che egli stesso inserì – certo dopo averne rifinito la forma letteraria – nella raccolta delle ‘Variae’, pubblicata nel 537/38 mentrela sua vicenda politica ed il regno ostrogoto volgevano all’epilogo (5).. Bulgarella, a p. 14, nella nota (6) postillava: “(6) Var., XI, 39. A. Russi, art. cit., p. 1940. Anche il padre, in precedenza, aveva ricoperto quella carica: ivi, p. 1939”. Bulgarella, a p. 13, nella nota (2) postillava: “(2) Magni Aurelii Cassidori, Variarum libri XII, ed. A. J. Fridh, Turnholti, 1973 (Corpus Christianorum, Series Latina XCVI), VIII, 33 (da ora in poi per le ‘Variae’ abbr. Var.)”. Bulgarella, a p. 13, nella nota (3) postillava: “(3) Su Severo: ‘Var., 31, 32 e 33; J.R. Martindale, The Prosopography of the Later Roman Empire, II, A. D. 395-527, Cambridge, 1980, p. 1004 (Severus n. 16)”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (4) postillava: “(4) Il luogo della fiera era stato in tempi pagani sede del culto di Leucothea, divinità conessa con le acque, ed ora la fiera coincideva con il giorno del martirio di San Cipriano (14 o 16 settembre). La festività cristiana continuava molto probabilmente quella pagana e si può supporre che anche la fiera risalisse a tempi molto più antichi”: E. Gabba, Mercati e fiere nell’Italia romana, in Studi classici e orientali, XXIV (1975), pp. 160-1 “. Bulgarella, a p. 14, nella nota (5) postillava: “(5) Su Cassiodoro: A. Momigliano, s.v. Cassiodoro, in Dizionario Biografico degli Italiani, XXI, pp. 494-504, in part. pp. 495-6; J.R. Martindale, op. cit., pp. 265-8. Sulla data di pubblicazione delle ‘Variae’: A. J. Fridh, Indroductio’ all’ed. cit., p. X”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (6) postillava: “(6) Var., XI, 39. A. Russi, art. cit., p. 1940. Anche il padre, in precedenza, aveva ricoperto quella carica: ivi, p. 1939”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: Del sacro fonte parla anche Cassiodoro nella lettera inviata a Teoderico (primi del VI secolo) perché facesse predisporre un servizio d’ordine in Lucania (rozzi villani derubavano i ‘negotiationes’), in occasione della famosa fiera annuale di fine settembre (26, S. Cipriano). Cassiodoro descrive, con singolare vivezza, l’accorrere festoso di gente che “industriosa mittit Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”. Il potente ministro di due re si riferisce a Marcellianum “suburbanum quoddam consolinatis antiquissimae civitatis”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 390, in proposito scriveva che: “Pietro riteneva, dimostrando poi le spiccate sue capacità d’imprenditore agricolo come abate di Cava, che l’opera ‘in agris’ (44), etc…”. Ebner, a p. 390, nella nota (44) postillava: “(44) La regola non è certo una carta economica, ma un programma di perfezione spirituale (v. La bonifica Benedettina, Roma, s.d. passim.), tuttavia Cassiodoro (Instit., I, 28, ed. Mynors, p. 71) dice: ‘Nec ipsum est a monachis alienum ortos colere, agros exercere et pomorum fecunditate granulari’.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 12, in proposito scriveva che: “Si abbandonarono così le terre, un tempo verdi e fiorenti poi coperte di pruni selvatici, di spine (13). Un editto di Teodorico (14), verso la fine del V secolo, informa di centinaia di migliaia di iugeri di terre incolte nella sola Campania. Il sovrano ostrogoto (493-526) intervenne per ovviare a tanta iattura con sgravi d’imposte e concessioni di terre che stimolarono, anche per il trentennale periodo di pace, una certa ripresa agricola. Né è conferma (15) l’ordine ai “navicularii” lucani di far affluire grano nella Gallia affamata. Evidentemente a Velia doveva essere vissuto qualcuno degli antichi “Collegia” di mercanti e padroni di navi che per l'”Annona” eseguivano trasporti di derrate, la cui produzione e raccolta doveva essere curata dagli stessi proprietari se Atalarico (526-533) scriveva a Severo (16), forse il “Correttor Lucania et Bruttiorum”, di ordinare a “possessores et curiales” (17) di lasciare le campagne per gli agglomerati urbani.”. Ebner a p. 12, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cassiodoro, Variar., VI 5: anni 508-511”. Ebner, a p. 12, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cassiodoro, Variar., VIII, 31: anno 527 circa. Diversamente da quanto faranno i Longobardi, i sovrani ostrogoti, in quanto federati dell’Impero, continuarono a fruire dell’hospitalitas, cioè dell’uso di un terzo delle case e dei terreni della regione dove giungevano con le loro truppe, per alloggi e provviste.”.  Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 48, in proposito scriveva che: “Eppure, a salvaguardia delle vie erano sorti posti fortificati, per ordine di Teodorico (41) ricostruite le mura delle antiche città e per volere di ‘stratigoi’ bizantini fortificati alcuni villaggi (42).”. Ebner, a p. 48, nella nota (41) postillava: “(41) Cassiodoro, cit., I, 28.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Polla, a p. 347, in proposito scriveva che: “Il murato (2) abitato di Polla, …..Nei pressi del forum, fiorente ancora ai tempi di Cassiodoro, era ‘Marcellianum’, sede di diocesi, di cui sono ancora visibili i resti del paleocristiano battistero (5) ad acqua corrente, di cui scrisse anche il potente ministro di due re. Acque ricche di pesci, intoccabili “pro reverentia loci”, che rendono più suggestivo il luogo che rivisse l’antica mistica grandezza qualche decennio fa, quando venne scoperto e illustrato da v. Bracco. Del ‘forum’ è notizia dal famoso ‘lapis Pollae, l’elogium (6) inciso su un cippo posto davanti la “Taverna del passo” e ancora in sito.”. Ebner, a p. 347, nella nota (5) postillava: “(5) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV, 1958, p. 193 sgg. e Polla cit., p. 41 sg. e p. 79. Sugli affreschi del battistero, poi cappella, simili a quelli di S. Angelo in Formis, v. Bracco, Polla, lineee di una storia, Salerno, 1976, p. 79 e 550 (n. 165).”. Ebner, a p. 347, nella nota (7) postillava: “(7) E. Magaldi, Lucania romana, Roma, 1948, p. 179 sgg.”. Il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti….Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc... Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Ecc…”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a p. 97, in proposito scriveva che: “Costituito il dominio dei Goti con Teodorico nell’anno 489 dopo Cristo, venne dato un nuovo ordinamento alle provincie, e la Lucania formò con i Bruzii la terza provincia del regno che ebbe la fortuna di avere al suo governo, tra i correttori che si succedessero durante quel regno, il celebre Cassiodoro, uno dei più importanti personaggi dell’epoca (2) e che vuolsi nativo di Pesto.”. Mazziotti, a p. 97, nella nota (2) postillava: “(2) Giannone, vol. I, pag. 469.”. Da Wikipedia leggiamo che al padre di Cassiodoro furono indirizzate alcune lettere delle Variae, il che ci offre più dati su di lui; ricoprì il ruolo di comes rerum privatarum e successivamente di comes sacrarum largitionum nel governo di Odoacre, mantenne la propria posizione di funzionario d’amministrazione anche sotto Teodorico, tanto da diventare governatore provinciale. Attorno al 490 lo si ritrova governatore della Sicilia, e dopo essere entrato nelle grazie di Teodorico, governatore della Calabria[“Calabria” in senso moderno o nel significato antico di Salento?] fino al 507, quando si ritirerà a vita privata. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie dell’antico etc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…” pubblicato nel 1743, nel suo cap. I, a p. 17, parlando della Lucania, in proposito scriveva che: “Passata poi ella come altre Provincie d’Italia sotto il Regno de’ Goti non vi fu mutazione, ma il Governo amministravasi nell’antica forma, come in tempo de’ Romani, eleggevansi i Consoli, e nelle Provincie reggevano i Correttori (b), come notò Cassiodoro.”. Il Gatta figlio, a p. 17, nella nota (b) postillava che: “(b) Furono Correttori della Lucania, e Bruzj in tempo del Regno de’ Goti specialmente Venanzio, e Cassiodoro, come questo medemo avvisa al lib. varar. lection.”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Ecc..”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg, riferendosi agli Eruli di Odoacre, nella sua nota (3) postillava di Cassiodoro e scriveva che: “(3) CASSIODORO (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto ‘Vivarium’.”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Cassiodoro, è nelle ‘Variarum’, I, 3.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico, riferendosi aghli Eruli di Odoacre scriveva che: Restò immutato l’ordinamento delle province; tra queste la lucania, sempre in unione col Bruzio, costituì la XV del nuovo regno (2) e conservò la suprema magistratura dei ‘Correttori’, fra i quali vengono ricordati Venanzio ed il famoso Magno Aurelio Cassiodoro (3), segretario di Teodorico e da questi inviato a governare per un certo tempo la nostra provincia, come apprendiamo da una lettera dello stesso re: “Lucaniae et Bruttiorum tibi dedimus mores regendos,….” (4).”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (3) postillava che: “(3)  Cassiodoro (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto Vivarium”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Casiodoro, è nelle ‘Variarum: I, 3”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VIII, 33”.  Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VI, 5.”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (3) postillava che: “(3) MARCINA è da identificarsi con Vietri sul Mare, …..Sulla distruzione di Marcina vedi CASSIODORO, Chronica, II, 156”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 5, in proposito scriveva che: “Il territorio, che è ricco di acque per i numerosi torrenti precipiti da un groviglio di monti (11) e colline, manca di grandi fiumi etc…”. Ebner, a p. 5, nella nota (11) postillava: “(11) Sull’interno montuoso etc..; Cassiodoro, Var., XI, 3. 9”. Ebner, a p. 13, in proposito scriveva: “Sotto i sovrani ostrogoti, dopo la distruzione di Alarico e dei Vandali di Genserico, si ebbe una certa ripresa produttiva dovuta, forse, anche al ritorno dei proprietari nelle campagne. …..Cassiodoro riferisce dell’ordine di Atalarico a “possessores et curiales” del vicino Bruzzio (57) di lasciare le campagne per far ritorno nelle città.”. Ebner, a p. 13, nella nota (57) postillava: “(57) Cassiod., Var., VIII, 31: a. 527 circa. L’editto è indirizzato a Severo, ‘vir spectabilis’, forse il ‘Corrector Lucaniae et Bruttiorum’, Cfr. pure Var., 1, 16, dopo il 10 aprile 580; VII, 31 e 33 anno 527; XII, 5. 15 aa. 533 e 537.”. Ebner, a p. 13, nella nota (56) postillava: “(56) Cassiod., Var., IV, 5: aa. 508-511”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Già nel primo medioevo, nella zona, le fiere erano diffuse, come quella di S. Cipriano (26 settembre) che si teneva tra Sala Consilina e Padula (67) in “locus ipse camporum amoenitate distensus”. Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda l’accorrere festoso di gente dalla “industriosa Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”, e segnala a Teodorico l’esigenza d’impedire che la fiera venisse turbata da “rozzi villani” che derubavano i ‘negoziatores’ (68). Ricorda inoltre che la località era allietata da un fonte d’acqua “nimio candore perspicua”, per la cui “habeat et Lucania Jordanem suum”, il battistero paleocristiano di Marcellianum.”. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco cit., p. 8”. Ebner, a p. 41, in proposito scriveva che: “…i monaci erano tenuti in base ai precetti di S. Basilio di Cesarea (154).”. Ebner, a p. 41, nella nota (154) postillava: “(154) In Oriente alcuni monaci univano la preghiera al lavoro: Cassiodoro, Collectiones, X, 7.”. Ebner, a p. 44, in proposito scriveva che: “Non i complessi nel significato moderno del termine o il ‘Vivarium’ di Cassiodoro, da considerare come un efficiente istituto universitario, ma il rustico “monasterio villanu de monaci greci” dei documenti (165).”. Sempre l’Ebner, a p. 117, in proposito scriveva: “Naturalmente tutti costoro (149), anche se non avevano nulla a che vedere con il tabellionato romano (150), ripetevano nei loro atti formule che richiamavano quelle romane del basso impero (‘notarii civitatis et ecclesiarum’) (151). Formule (152) che i notai ecclesiastici, etc…”. Ebner, a p. 117, nella nota (152) postillava: “(152) Raccolte di formule (‘ars dictandi’), precetti ed esempi si leggono negli scritti del monaco, francese Marculfo (seconda metà del VII secolo, nelle ‘Variae’ di Cassiodoro, etc…”. Ebner, a p. 391, in proposito scriveva: “La loro nota dominante fu la coltivazione dei campi (43) (“monasterio villano de monachi greci”), etc..”. Ebner, a p. 391, nella nota (43) postillava: “(43) ….e Cassiodoro (Instit., I, 28) che prescriveva ai suoi monaci del ‘Vivarium’: Nec ipsum est a monachi alienum hortis colere, agros exercere et pomarum fecunditate gratulari”. Ebner, a p. 397, nella nota (63) postillava: “(63) L’impianto di un mulino…..Sul mulino ad acqua, Vitruvio, X, 257, e Plinio XVIII, 23, e Cassiodoro, De insitutione’, c 29”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), è menzionata ancora nella lettera con la quale nel 527 il re dei Goti, Atalarico, ordina a Severo, ‘corrector’ della Lucania e del Bruzio, di garantire l’incolumità dei mercanti che ogni anno, in occasione della festa di S. Cipriano (14 settembre), accorrevano alla fiea che si teneva in un ‘suburbanum quoddam Consilinatis antiquissime civitatis’, vale a dire a ‘Marcellianum (7).”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (7) postillava: “(7) Cassidori, Variarum liber VIII, epistola 33, in Monumenta Germaniae historica, Auctore antiquissimi, XII, p. 262.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. in questo volume F. Bulgarella, Tardo antico e alto Medioevo bizantino e longobardo.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (9) postillava: “(9) Cassidori, op. cit., pag. 263: “Nam cum die sacratae noctis precem baptismatis coeperit sacerdos effundere et de ore sancto sermonum fontes emanare, mox in altum unda prosiliens aquas suas non per meatus solitos dirigit, sed in alti tudinem cumulunque transmittit. erigitur brutum elementum sponte sua et quadam devotione solemni praeparat se miraculis, ut sanctificatio maiestatis possit ostendi. nam cum fons ipse quinque gradus tegat eosque tantum sub tranquillitate possideat, aliis duobus cernitur crescere, quos numquam fluenta labentia sic ad humanos sermones vel star vel crescere, ut eis credas audiendi studium minime defuisse”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (10) postillava: “(10) Ivi. Su S. Giovanni n Fonte v. V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, 34 (1958), pp. 193-207; A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, pp. 558 ss.”. Vitolo, a p. 129, nella nota (12) postillava: “(12) V. sopra, p. 49, n. 34”. Vitolo, a p. 129, nella nota (13) postillava: “(13) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del sec. VII (a. 604)(Studi e Testi, 35), Faenza 1927, p. 323; IP VIII, p. 370.”. Vitolo, a p. 129, scriveva pure che: “Furono proprio la presenza della fonte miracolosa e la rinomanza della fiera, alla quale si conveniva oltre che dalla Lucania anche dalla Campania, dal Bruzio e dall’Apulia, unite alla posizione dell’abitato, più vicino alla strada Capua-Reggio, a determinare il maggiore sviluppo di ‘Marcellianum’ rispetto al centro antico da cui aveva avuto origine: infatti nelle lettere papali la sede vescovile è definita quasi sempre ‘episcopatum Marcellianensis ecclesiae sive Consilinatis’, dove, come si vede, il primo nome alla diocesi è dato da ‘Marcellianum’, ed una volta, nella prima lettera di Pelagio I, si parla soltanto di ‘episcopatum ecclesiae Marcellianensis’.”.

Nel……, i Goti di Totila conquistano la città di Marcelliana

Lucido Di Stefano (….), nel suo manoscritto “Della Valle di Fasanella nella Lucania – Discorsi del dott. Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Lib. I, a p. 167 cita Totila ed il Gatta ed in proposito scriveva che: “Costantino Gatta nella sua ‘Lucania’ cap. 3 parlando della destruzione della Città di Marcelliana anche Vescovile, così scrive: “Detta Città creder si può essere stata destrutta nella commune desolazione d’Italia da Totila re dè Goti, sotto la cui barbara condotta devastante furono quasi che tutte le nobili Contrade d’Italia, come riferisce Procopio, quale desolazione cominciò da Roma, ove quel Barbaro cagionò rovine tali, e ne publici, e privati edificii, che la miserevol Città ne restò affatto disabitata; indi piegando le vittoriose bandiere alla volta della Lucania, e del Paese dè Bruzj, qual improvviso fulmine, …..devastò molte Città di dette Provincie, etc…”….Io però credo, che detta Città di Marcelliana, piuttosto da’ Saraceni fu destrutta, che da Totila perchè esisteva regnando Pelagio I Som. Pontef., che reggè la Cattedra di S. Pietro, secondo il Platina, dall’anno 556 sino a marzo 567, *** e Totila regnò in Italia prima come dalle sue ‘Decretali scritte’, la prima ‘Can. Literas Charitatis’, Dist. 63 diretta a Giulio Vescovo di Grumento, e la seconda nel Can. Dilectionis tuae’, Dist. 66 drizzata al Vescovo di Potenza Pietro dall’Ughellio, e dallo stesso Gatta citate, ove si fa menzione di Latino Teodoro, Diacono di Grumento etc…”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie dell’antico etc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicato nel 1743, nel suo cap. I, a p. 17, parlando della Lucania, in proposito scriveva che: “Passata poi ella come altre Provincie d’Italia sotto il Regno de’ Goti non vi fu mutazione, ma il Governo amministravasi nell’antica forma, come in tempo de’ Romani, eleggevansi i Consoli, e nelle Provincie reggevano i Correttori (b), come notò Cassiodoro.”. Il Gatta figlio, a p. 17, nella nota (b) postillava che: “(b) Furono Correttori della Lucania, e Bruzj in tempo del Regno de’ Goti specialmente Venanzio, e Cassiodoro, come questo medemo avvisa al lib. varar. lection.”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52-57 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; …..Detta Città creder si può esser stata distrutta nella comune desolazione d’Italia da Totila Rè de Goti, sotto la cui barbara condotta devastate furono quasi, che tutte le nobili contrade d’Italia, come riferisce Procopio, qual desolazione cominciò da Roma, ove quel Barbaro cagionò rovine tali, e ne pubblici, e privati edificij, che la miserevol Città ne restò affatto disabitata; indi piegando le vittoriose bandiere alla volta della Lucania, e del Paese dè Bruzj, qual improvviso fulmine, …..devastò molte Città di dette Provincie, etc…”. Sulla notizia di Gatta che Marcelliana fu distrutta dai Goti, posso solo aggiungere che Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p. 25, in proposito scriveva che: “Come pure la distruzione di Consilinum sulla “civita”, nei cui pressi sorse la ‘sala’ di un aristocratico longobardo, e l’incendio a Velia, etc..”. Ebner, a p. 25, nella nota (112) postillava che: “(112) Oltre Benevento e Conza possedevano efficienti difese solo Napoli e Cuma. La stessa Capua era diventata una borgata aperta. In Lucania solo Acerenza era una piazzaforte. Fortificata però doveva essere anche Agropoli se le bande di Zottone non l’espugnarono. Nel Bruzio era fortificata solo Rossano. Più in giù Crotone e Reggio. Lo Hirsh ricorda pure le rovine per la guerra Gotica e quelle dei franchi ed alemanni condotti da Butilino e Leutari che devastarono la Penisola “fino agli estremi confini”. Riguardo Cassiodoro, Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni etc…”, vol. II, a p. 473, nella nota (59) postillava: “(59) Cassiodoro, Variar. VIII, e p. 33: Est etc…”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: Così nel Vallo di Diano gli unici centri abitati nell’alto Medioevo furono i ‘castra’ preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala che, se nell’appellativo di Consilina, assunto nel 1863, si richiama alla ‘Consilinum’ romana, era in realtà un centro nuovo, sorto a poca distanza da essa, ma in luogo più elevato. Spariscono invece gli insediamenti sorti lungo la strada Capua-Reggio, fra cui il ‘Forum’, nei pressi di Polla, e ‘Marcellianium’, presso Sala Consilina (3). A sconvolgere l’assetto della Valle, quale si era venuto formando nel corso dell’età romana, contribuirono certamente le invasioni barbariche, soprattutto dei Visigoti, dei Vandali e, dopo gli orrori della guerra greco-gotica, dei Longobardi…..etc…..Tuttavia se i dati finora noti, presi singolarmente, non permettono di giungere a conclusioni sicure circa il passaggio dei Saraceni per il Vallo di Diano, nel loro insieme mi sembra che lo rendano alquanto probabile, per cui non è da escludere che anch’essi abbiano potuto avere la loro parte nel provocare la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) C. Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, 1723, p. 57; F. Lenormant, A’ travers l’Apulie et la lucanie, Paris, 1883, vol. II, p. 70.”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”.  Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico scriveva che: In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo  e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). La regione comunque godette di un lungo periodo di sicurezza, che, dopo le distruzioni dei Vandali, il pauroso spopolamento e la desolazione delle campagne (4), favorì una notevole ripresa economica, specie nel Vallo di Diano (5), sicchè ai principi del VI secolo i ‘navicularii’ lucani erano in grado di trasportare grano nella gallia afflitta dalla carestia (6). Ecc..”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. ROMANO / SOLMI, op. cit., pp. 167-68”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula, continuò negli ultimi tempi del basso Impero romano la città di CONSILINUM, che già nel I secolo d.C. appariva spopolata (PLINIO, N.H., III, 5, 70) e che fu probabilmente distrutta dai Visigoti. Marcelliana,…..(v. Antonini, op. cit., p. 484”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Su Magliano e Molpe, vedi nn. 1 e 2, p. 57”.

Nel 529 (VI sec. d.C.), S. Benedetto da Norcia e la fondazione del monastero benedettino di Montecassino

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “8. S. Benedetto”, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: “Le principali notizie sulla vita di S. Benedetto sono tratte dal II libro dei ‘Dialoghi’ di S. Gregorio Magno. Nacque a Norcia attorno al 480 da nobile famiglia. Giovane, fu inviato dai genitori a Roma per seguire gli studi letterari, ma “appena posto il piede sulla soglia del mondo, si accorse che molti correvano pei dirupi dei vizi”. Abbandonò Roma, gli studi e il patrimonio paterno, e si ritirò ad Affile, un borgo sui colli della Sabina. Ma il luogo non gli sembrò ancora adatto a quel bisogno di raccoglimento in Dio, che lo aveva spinto a lasciare il mondo della città. Si nascose a Subiaco, dove incontrò un monaco di nome Romano, che gli impose l’abito monastico e l’aiutò a vivere nascosto in uno speco, come uno di quei monaci orientali che per i sacrifici a cui sottoponevano il fisico finivano per assomigliare nell’aspetto a bestie selvatiche. Così lo scoprirono alcuni pastori: “l’avevano intravveduto vestito di pelli in mezzo ai cespugli e lo avevano preso per una bestia selvatica; ma riconosciutolo poi per servo di Dio, molti di loro, ch’eran quasi bestiole, mutati dalla grazia, si diedero a santa vita”. Uscito dalla fase anacoretica, Benedetto si diede, come scrive San Gregorio, a custodire i “i vasi sacri”, cioè le anime dei fedeli. Fu invitato a dirigere una comunità di monaci a Vicovaro, dove vanamente tentò di imporre una regola e una disciplina. Avendo i monaci tentato di avvelenarlo, se ne tornò nel suo rifugio a Subiaco, ma questa volta non rimase solo, perchè attorno a lui si riunirono altri giovani monaci di estrazione anche nobile. Divise i suoi discepoli in gruppi, secondo il modello offertogli da S. Pancomio: a ciascun gruppo assegnò un abbate. Il successo che accompagnava la fondazione monastica creata da Benedetto fece ingelosire un prete sublacense, tale Fiorenzo, che cercò di combatterlo con odio. Anche Fiorenzo, tentò di avvelenare Benedetto, il quale, per una seconda volta, abbandonò il luogo. Benedetto intraprese a cercare un nuovo luogo dove continuare la sua opera. Questo luogo fu Cassino, sul cui monte sorgeva “un vetustissimo tempio, dove la superstizione del popolo campagnolo praticava il culto di Apolllo, per inveterata consuetudine pagana. Era l’anno 529. Benedetto distrusse l’antico tempio e al suo posto “edificò un oratorio dedicato a San Martino, e all’ara di Apollo sostituì un altare dedicato a San Giovanni. Edificò infine il celebre monastero, dove andò a trovarlo Totila (542), che si raccomandò alle sue preghiere. Vicino a questo è l’altro monastero, femminile, della sorella di lui, Scolastica. Benedetto impose ai suoi monaci una ‘Regola’ concepita come un codice di vita e di lavoro per la sua comunità religiosa, ecc…”.

ASCETERI E LAURE IN EPOCA BIZANTINA

Nel VI secolo d.C., i monaci d’Oriente, le persecuzioni Iconoclaste e le origini delle cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’ e del basso Cilento

Cattura...........

(Fig…) Monte Pittari a Caselle in Pittari

Nel 535 d.C. (VI sec.), le origini del monachesimo nelle nostre contrade

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc..”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Ancora l’Ebner (….), in un altro suo testo ci parla di quel periodo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 34 parlando dei monaci provenienti dall’Oriente, in proposito scriveva che: “I monaci (68) d’Oriente conoscevano questa zona essendovi arrivati soprattutto al seguito delle truppe di Belisario e Narsete e che potremmo definire i primi cappellani militari. Furono essi a trasmettere ai loro correligionari d’Oriente informazioni e impressioni sulle località del Mezzogiorno climaticamente simili a quelle orientali, idonee quindi alla vita ascetica e alle consuetudini loro proprie. Fu a Velia, infatti, che sbarcarono i primi religiosi bizantini sfuggiti alle persecuzioni di Leone III Isaurico ecc…ecc..”. Dunque, Ebner scriveva che già prima dell’anno 726, i monaci d’Oriente conobbero le nostre contrade nel 535, allorquando, in qualità di cappellani militari delle truppe del generale bizantino Belisario si dovettero recare per prestare servizio presso l’esercito bizantino dell’Imperatore Giustiniano. Ebner ripete questo concetto anche nell’altra sua opera: “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, dove a p. 18 parlando dell’antichissima colonia focea di Velia (l’antica Helea), in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete.”. Sebbene la tradizione e le fonti attribuiscano il ritrovamento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, attribuito al monaco Attanasio, all’anno 927, già all’epoca della venuta dell’esercito bizantino di Giustiniano a Velia esisteva una basilica Paleocristiana che attesta la frequentazione del sacello dell’apostolo Matteo. Dunque, la nostra zona ricca di testimonianze dell’antichità era conosciuta dai monaci d’Oriente che vi si recavano in pellegrinaggio e in seguito vi si fermarono allorquando questi monaci vennero al seguito degli esercti bizantini di Giustiniano. Ebner a p. 34, vol. I, nella sua nota (68) postillava che: “(68) ‘Monachus’ = eremita, anacoreta. Il fondatore del primo monastero fu Pancomio (tra il 315-320). Il vero fondatore del monachesimo greco fu S. Basilio, il legislatore della vita monastica, e si deve a S. Atanasio la diffusione della vita monastica in Occidente (a. 339), come a S. Eusebio, vescovo di Vercelli, si deve la diffusione degli stati clericlali e monastici (a. 370) Ecc…”. Sempre Pietro Ebner (…), in un suo pregevole saggio su Velia, in Rassegna Storica Salernitana del 1965, a p. 60, in proposito scriveva che: “A Velia si continuava a parlare il greco ancora nel III secolo come mostrano le iscrizioni e le epigrafi…..Ma il greco forse non sparì mai da Velia se è vero vi si fossero fermato monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete, i quali aprirono la via alle diverse ondate che si riversarono nell’odierno Cilento nell’VIII, IX e X secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, riferendosi alle orde Longobarde di Zotone parlava di Agropoli all’epoca di Narsete e scriveva che: “…..era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Pietro Ebner, nel suo Vol. I,  a p. 26, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Bell. Goth., I, 14.”. L’Ebner si riferiva all’opera De Bello Gothico (ossia “La guerra gotica” o “La guerra dei Goti”) è un poema epico latino ad opera del poeta Claudio Claudiano (…). Il poemetto è incentrato sulla vittoria di Stilicone su Alarico nella battaglia di Pollenzo. Sempre l’Ebner nello stesso scritto a p. 62, in proposito scriveva che: “Il Mezzogiorno, nel frattempo, cominciava ad essere percorso da monaci d’Oriente giunti in Italia (VI secolo) con le armate di Belisario e Narsete (Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, Napoli, 1963, p. 15 sgg.; non nel Gay, It. merid. e imp. bizant., Firenze, 1917, p. 125 ss). Ecc…”. Riguardo al citazione di Julius Gay (….), egli tratta il periodo dell’invasione bizantina al tempo dei Longobardi, ovvero al temp del secolo VIII che in questo caso no interessa. Biagio Cappelli, nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini Calabro- Lucani”, a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “Il primo afflusso ascetico basiliano penso che abbia seguito di pari passo le armate condotte da Belisario e da Narsete contro i goti ariani in una guerra che, come tutte le altre imprese militari intraprese dall’impero di Oriente, aveva senza dubbio un carattere religioso (8). In seguito probabilmente altri nuclei monastici affluirono nel mezzogiorno italiano dalla penisola balcanica, sconvolta alla fine del VI secolo dall’invasione avara, mentre nella metà del secolo seguente si aveva un più vasto movimento immigratorio (9). Il quale era costituito da quei monaci costretti ad abbandonare le regioni nel medio Oriente e l’Egitto, su cui si abbatteva la conquista araba, e nello stesso tempo a sfuggire la politica religiosa inaugurata dall’imperatore Eraclio, fautore dell’eresia monotelita. Nella prima metà del secolo VIII era ancora la politica religiosa bizantina a spingere altre ondate monastiche verso i porti italiani: verosimilmente dell’Italia longobarda. Ecc…”. Il Cappelli, a p….., nella sua nota (8) postillava che: “(8) Ch. DIEHL, I grandi problemi della storia bizantina, Bari, 1957, p. 124; M. Schipa, op. cit., p. 17.”. Riguardo il citato testo di Michelangelo Schipa (…), il Cappelli intendeva “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Bari, 1923, passim.”. Infatti, Michelagelo Schipa, nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, a pp. 17-18 riferendosi alla città di Napoli, in proposito scriveva che: “Già, stando alla tradizione, che, trasmessa oralmente, fu scritta nel IX secolo, per tempo la città ne ebbe come rinforzato e sviluppato il corpo così accresciuta e modificata la popolazione. Si narrò infatti che Belisario, rampognato a Roma dal Pontefice Silverio per gli eccidi commessi nella città espugnata, vi ritornasse pentito a farne ammenda; che, trovatevi spopolate e vuote le case, le riempisse d’uomini e donne, chiamatevi da Cuma, da Pozzuoli, da Sorrento, da Stabia, da Nola ecc..e da altri luoghi meno vicini; che vi erigesse sette torri, parte quadrate, parte esagonali; che, dopo di lui, Narsete prolungasse la città fino al mare, aggiungendo nuove fortezze a difesa del porto. Certo è che da allora cominciò qui un afflusso continuo di greci, laici ed ecclesiastici; i quali nella nuova patria  poterono rinvenire tracce della lingua e delle usanze loro. Certo è che, dopo qualche tempo, la popolazione di Napoli riapparve bilingue come altra volta; che chiese e monasteri greci sorsero accanto alle chiese e ai monasteri latini; che nei luoghi sacri e per le pubbliche vie si udì salmodiare nell’una e nell’altra lingua. Ecc…”. Dunque, immagino che il Cappelli citando questo passo dello Schipa volesse intendere che stesse sorti subirono le popolazioni del Cilento allorquando vi si stabilirono, soprattutto nella fascia costiera, i bizantini di Giustiniano. Anche qui nacquero chiese ed eremi greci e come scrive lo stesso Cappelli, nel Cilento e nell’area del Bulgheria sorsero diversi eremi e laure cenobitiche, luoghi questi scelti dai monaci d’Oriente che vi si stabilirono.

La grotta e la cappella rupestre di S. Biagio a Camerota in contrada San Vito

La “grotta” di San Biagio si nasconde su una maestosa terrazza appoggiata su l’altissima rupe dell’Armu, sottostante l’antica chiesa di rito greco di San Daniele. La cappella rupestre, è particolarmente impressionante e unica dal punto di vista architettonico, perché è scolpita artificialmente dentro un vena di morbido e delicato tufo, rarissimo in questa parte della Campania. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”.

La cappella votiva in una grotta a Camerota.PNG

Il dott: Michael Shano, segnalava che:
“Mi fa piacere segnalare un sito archeologico negato a Camerota nel Cilento per il progetto del T.C.I. Diversi studiosi della storia d’arte, competenti per il periodo dell’alto medioevo, affermano che la struttura rappresenta un rarissimo esempio di cappella rupestre Campana. Scolpita con raffinatezza in una vena di tufo, dentro un cubo con 5 nicchie e fuori una facciata decorata in rilievo, la struttura potrebbe risalire a più di mille anni fa, quando il territorio di Camerota era nell’orbita culturale bizantina. Durante gli ultimi 40 anni la facciata ha subito un grave degrado, come si nota da una foto scattata circa 40 anni fa. Posso spedire questa foto in uno secondo tempo. Adesso un cancello la protegge dal vandalismo ma ne impedisce la visita. Sarebbe necessario un sopralluogo e uno studio approfondito. Il Comune di Camerota certamente assisterebbe in un tentativo di valorizzazione per capire meglio il suo significato e il valore culturale. Si trova adesso fra due edifici scolatici al Rione San Vito al di sotto della collina un monastero del seicento. Questa “cappella”, che non era una grotta, è stata realizzata scavando nel costone tufaceo che si trova in località San Vito, presso Camerota. Sopra il costone si trova il monastero dei Cappuccini; vicino vi è la scuola elementaree media. In questa zona, ove prevale la roccia calcarea, il tufo è rarissimo.”. Nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 63, si scriveva che: “In realtà non abbiamo testimonianze dirette di ‘basiliani’ o comunque di monaci greci qui nel nostro territorio se non a partire da qualche secolo più tardi, a meno che non si ipotizzi in precedenza una loro presenza nelle grotte di Camerota (San Biagio, San Vito, San Cono). Queste, apparendo molto simili a quelle della Cappadocia dove trovarono riparo i primi anacoreti, forse, nell’immaginario collettivo indussero a pensare ad un simile fenomeno di insediamenti che in realtà si concretizzarono a partire dal VI secolo, per radicalizzarsi poi nel IX.”. Poi, nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 65, scrivevano che: “Forse, per quanto ci riguarda più da vicino, non è da escludere che la grotta di S. Biagio a Camerota con l’omonima chiesa rupestre nonchè quelle di S. Vito e di San Conone possano essere state in origine rifugi di taluni dei suddetti anacoreti.”. La “grotta” di San Biagio si nasconde su una maestosa terrazza appoggiata su l’altissima rupe dell’Armu, sottostante l’antica chiesa di rito greco di San Daniele. La cappella rupestre, è particolarmente impressionante e unica dal punto di vista architettonico, perché è scolpita artificialmente dentro un vena di morbido e delicato tufo, rarissimo in questa parte della Campania. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79, apprendiamo che in un non precisato periodo (nel seguito del racconto si parla del periodo di Guglielmo il Buono), il duca di Camerota, di cui non si conosce il nome, fa delle donazioni alla chiesa di Camerota e le dota di alcuni beni e dipendenze: “Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”. In ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78, nella nota (71), si postillava che: “(71) A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”.

Nel 540 (VI sec. d.C.), Cassiodoro e la fondazione del monastero “Vivarium” a Squillace in Calabria

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “7. Boezio e Cassiodoro”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Quando Vitige fu sconfitto da Belisario nel 540 e il sogno di un regno romanizzato fu definitivamente infranto, Cassiodoro, non dimentichiamolo, contemporaneo di S. Benedetto, si ritirò nella sua Calabria, dove fondò nei pressi di Squillace il monastero di ‘Vivarium’, che egli organizzò come comunità economicamente autosufficiente, dedita non tanto alla contemplazione, quanto alla conservazione e trascrizione dei libri antichi, nello scrupolo di sottrarre alla violenza barbarica le testimonianze della cultura antica. Alla base di questa attività monastica sono le ‘Institutiones divinarum lectionum’ e le ‘Institutiones humanorum lectiorum’, dove la concezione cassiodoriana del monastero come “saecularis eruditio” e non solo come “salus animae” emerge chiaramente. Tale concezione della vita monastica rientra anch’essa in una forma di esercitazione della pietà in senso lato, pietà che avrebbe dato in seguito frutti prodigiosi. Si pensi ai tanti maestri che chiusi nelle loro celle trascrivevano, correggevano e diffondevano la scienza antica in quegli anni di sconvolgimento, che andarono dalla guerra greco-gotica alla dominazione longobarda. Questo lavoro silenzioso ebbe un’iportanza fondamentale nella formazione della cultura medievale dell’Occidente. La differenza pertanto del monachesimo cassiodoriano da quello di S. Benedetto fu notevole: la spiritualità benedettina ecc…Vivarium è un centro, una scuola di erudizione, prima che un monastero in senso proprio. Vivarium, dunque, divenne uno dei più grandi e benemeriti centri di erudizione che la storia conosca. Anche quando nel secolo IX fu distrutto, i segni della sua presenza nella cultura cristiana e umanistica dell’Occidente continuarono a vivere nei suoi codici disseminati nelle biblioteche di mezza Europa.”. Da Wikipedia leggiamo che al termine della guerra gotica si stabilì in via definitiva presso la nativa Squillace, dove fondò il monastero di Vivarium con la sua biblioteca. Il periodo di fondazione di Vivarium non è certo, benché si tenda a considerare il 544 come una probabile datazione, coincidente con il ritorno di Cassiodoro da Costantinopoli. Inoltre esiste la possibilità che un primo abbozzo di ciò che sarebbe diventato il monastero esistesse già da tempo, presente nei territori di Squillace da una data sconosciuta e utilizzato come residenza da Cassiodoro solo al ritorno in patria dopo la guerra gotica. A ogni modo non aiuta nelle varie ipotesi il silenzio delle fonti, poiché le Variae erano state già pubblicate e nessuna delle opere dell’ormai ex politico trattò di questa fondazione; nulla si conosce sul parto di questo progetto, né quando quest’idea fosse stata concepita. Nonostante si intuisca dalle ultime opere di Cassiodoro un avvicinamento potente alla fede cristiana (si pensi al De anima e all’Expositio Psalmorum), il monastero di Vivarium nacque con uno scopo differente dal celebre Ora et labora: l’obiettivo principale del nucleo monastico fu infatti la copiatura, la conservazione, scrittura e studio dei volumi contenenti testi dei classici e della patristica occidentale. La caratteristica di Vivarium era quindi la sua forma di scriptorium, con le annesse problematiche di rifornimento materiali, studio delle tecniche di scrittura e fatiche economiche; i codici e manoscritti prodotti nel monastero raggiunsero una certa popolarità e furono molto richiesti. Le forme entro cui si espresse invece l’organizzazione monastica dal punto di vista religioso sono ben poco chiare, né aiuta l’assenza di riferimenti alla vicina esperienza di Benedetto da Norcia; forse Cassiodoro non ne conobbe neppure l’esistenza, o potrebbe averne parlato in opere non giunteci. Alcuni storici avanzano l’ipotesi che la Regula magistri, su cui si basa la Regola benedettina, sia addirittura opera dello stesso Cassiodoro; questo presunto rapporto tra i due è però generalmente rigettato dagli studiosi, anche alla luce di alcune citazioni provenienti dalle Institutiones che chiariscono le norme monastiche adottate da Vivarium.

Nel 552, Buxentum viene conquistata dai Bizantini e diventa la bizantina Policastro

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Il termine, a volte toponimo ‘kastrum’, in greco bizantino vuol significare ‘Fortezza’. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), parlando di Policastro, a p. 187, scriveva in proposito che: “Alcuni vogliono derivare il nome della città medievale, Policastro, da Castore e Polluce; altri dalla catena dei castelli che cingevano la città; altri invece, forse più semplicisticamente, da una etimologia che pensiamo non possa essere accolta ‘Polis’, (città) e ‘castrum’ (fortezza) = città-fortezza) per il fatto che il termine ‘Polis’ si trova sempre posposto al primo nome. Nè si può ricorrere all’ipotesi di molte fortezze, perchè è stato archeologicamente accertato che i castelli di epoca greca, romana e medievale sono sorti sempre sulla base della vecchia fortificazione risalente ad epoca Italica. Perciò noi, seguendo una ipotesi più probabile, perchè basata su elementi archeologici e sull’aleternanza vocalica, riteniamo che Policastro debba derivarsi da ‘palaion’ = antico, e ‘castron’ = castello. Quindi, ‘Policastro’ = antica fortezza.“. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando dei ruderi del ‘Kastrum’ di Castrocucco, nell’antica Lucania, a p. 245, in proposito scriveva che: “intorno a un castello fu costruito il nucleo bizantino di Castrocucco. A parte l’etimo, che come abbiamo visto, è un composto, dal bizantino “Kastron” e dall’arcaico “Cucco”, l’agglomerato-fortezza è di epoca medievale (4)…..L’agglomerato fuori le mura fu di chiara estrazione bizantina, forse databile al periodo della riconquista, tra la fine del IX secolo e i primi del X.”. Il Campagna, a p. 245, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Da “Caico”, il fiume microasiatico sulle rive è posta, alla confluenza col Mysius, la città di Pergamo.”.

La “trichorae” della cattedrale di Policastro Bussentino

Trichora abside

(Fig….) Policastro Bussentino – Cattedrale – Abside e navate laterali – esterno (foto Attanasio)

Nel VI-VII sec. d. C., i Bizantini, dopo la sconfitta dei Goti costruirono la chiesa ‘trichora martyrium’ corrispondente all’abside del duomo di Policastro 

A Policastro (da Polis-Castrum) Bussentino ( ex colonia marittima greca detta Pyxous e poi colonia marittima romana detta Buxentum o Bussento), toponimo di derivazione bizantina, vi è una ‘Triphora’, chiesa di architettura bizantina, individuata nella parte absidale del Duomo di Policastro, forse risalente al VI sec. d.C. Da Wikipedia, alla voce “La cattedrale di Santa Maria Assunta (Policastro Bussentino)” leggiamo che “incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. Etc…La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig…..). L’interno della cattedrale era a tre navate fino ai rifacimenti settecenteschi. Oggi si presenta con un’unica navata con altari laterali e la cappella del Santissimo Sacramento (1627); il presbiterio è rialzato per la cripta sottostante. Da ricordare, infine, le lapidi sepolcrali dei tre vescovi Giacomo Lancellotto di Tropea, Nicola e del nobile Giacinto Camillo Maradei di Laino. La cripta, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. Il duomo di Policastro, aggiunto all’antica Trichorae, etc…”.  In Wikipidia leggiamo che la cattedrale “Incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La costruzione romanica subì importanti interventi di restauro in senso barocco nel Settecento (tra il 1709 ed il 1716), interventi che riguardarono soprattutto gli interni. “. Sempre in Wikipidia leggiamo che “La cripta, come si presenta oggi, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento).”. Il titolo di ‘Odeghitria’, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale (22) e tale rimase il titolo dell’abside della Cattedrale del Bussento fino al 1848. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense, sebbene il Porfirio (18) sia convinto che il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina (4) “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Nel testo di autori vari della Soprintendenza Per i Beni Ambientali Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino (….), “Chiesa cattedrale di Policastro – La Storia e i restauri”, che, nel saggio di Angelina Montefusco (….), “La Cattedrale nella storia e nell’arte”, a p. 25 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa tricora, la cui forma è chiaramente visibile sia all’interno che all’esterno dell’attuale presbiterio, è indicata da A. Venditti (1) come la iniziale costruzione della cattedrale e si può, approssimativamente, ascrivere alla fine del VI secolo, epoca della maggiore diffusione di tale tipologia in Italia, oppure alla prima metà del secolo successivo. La tricora sorse nella zona del foro romano e venne a chiudere il decumano massimo corrispondente, almeno in parte, all’attuale via Vescovado. Etc..”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria”, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII  n. 3 – 1973.”. Silvia Pellecchi (….), nel suo “Pixus-Buxentum – Policastro Bussentino, dalle prime frequentazioni al XVI secolo”, a p.  15, in proposito scriveva che: “Le fonti ricordano che nel 592 la città era rimasta priva del vescovo (28). La situazione non dovette, però, protrarsi a lungo se già nel 649, un vescovo di Policastro, Sabazio, è attestato tra i partecipanti al concilio Lateranense (29). Al periodo compreso tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo d.C. risale, forse, l’impianto di un fortilizio sulla sommità del colle, cui vengono ipoteticamente riferiti i resti di una muratura – poi inglobata nelle strutture del castello – datata sulla base del rinvenimento di una seriedi monete neo-greche (30). Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32). Più sicure appaiono le notizie secondo le quali, dopo un periodo di vacanza, nel 1079 a Policastro fu ripristinato l’episcopio e venne consacrato il duomo che, nel frattempo, era stato annesso alla vecchia trichora (33).”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (31) postillava che: “(30) Panebianco 1964, p. 364. Cfr. Natella, Peduto 1973, pp. 494 e 520.” e nella nota (31) postillava: “(31) Ibid., p. 508.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Punto della questione in Ibid., p. 512, con bibliografia precedente.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Ibid., p. 512 con bibliografia.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Ibid., p. 505, fig. 21″. Dunque, la Pellecchi riferendosi al VII secolo d. C. scriveva che: “Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32).”. Dunque, la Pellecchi citava Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 508, in proposito scrivevano che: “La datazione della Cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ del mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. Infatti, i due autori, a p. 508, nella nota (59) postilleranno che:  “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”.  Dunque, sulla scorta della lettera di papa San Gregorio Magno al Vescovo pestano Felice del 601 (VII sec. d.C.), di cui abbiamo ampiamente detto in altri saggi, i due autori fanno rialire la costruzione della ‘trichorae’ (chiesa con sottostante cripta che ritroviamo costruita alla fine del decumano maggiore (attuale via Vescovado) e, quindi costruzione avvenuta evidentemente dopo il 601 d.C…E’ probabile che l’attuale cripta era l’antica “domus ecclesiae” del VII secolo d.C. e che in seguito, nel VII sec. d.C. è stata costruita la trichora, corrispondente nell’impianto all’attuale presbiterio rialzato per la presenza della cripta.  Sul macellum di Buxentum scrisse Vittorio Bracco (…..), nel suo “Il macellum di Buxentum”, in ‘Epigraphica’, XLV, 1983, PP. 109-115. Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum approfondì mirabilmente sul ‘kastra’ bizantino di Policastro. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). La Trillmich, a p. 704, in proposito scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI sec. d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10). Passata, al termine della guerra greco-gotica, sotto il dominio dei bizantini, ai quali si deve il nuovo nome greco di Παλλιοκαστρον, la città fu munita di un fortilizio sul punto più elevato della collina – cui si è avanti accennato e la cui datazione è stata recentemente (1961- 62) confermata dal rinvenimento di monete neo-greche di VI-VII secolo in saggi esplorativi condotti da V. Panebianco all’interno del castello (11) – e di una chiesa, sotto forma di ‘trichora’ (12), inglobata nell’attuale duomo trecentesco, che ha peraltro conservato fino al 1848 il bel nome greco di S. Maria di Hodeghitria.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (10) postillava che: “(10) Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino in gli ‘Studi in Italia. Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 386.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (11) postillava che:  “(11) Natella Peduto, op. cit., p. 494 e 520.”. Riguardo la nota (11) su Venturino Panebianco, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 494, in proposito scrivevano che: “Recenti scavi nel castello (1961-62), promossi da Venturino Panebiaco, direttore dei Musei Provinciali del Salernitano, erano stati deliberati per riconoscere in questo sito altre tracce di murazione antica. I risultati, però, furono negativi; delle fosse escavate al di sotto e ai fianchi della torre trecentesca e degli ambienti comitali vicino alla cappella vennero alla luce le basi del castello stesso, con una cronologia quindi del tutto medioevale. Al di fuori delle mura castellane si reperirono, inoltre, monete d’età bizantina, attribuibile alla prima occupazione neo-greca.”. I due autori, a p. 507, nella nota (57) postillava che: “(57) Cfr. rispettivamente V. Panebianco, Policastro di S. Marina, in “Apollo” (Salerno), III-IV, 1963-1964, pp. 191-192; id. Policastro di S. Marina, Saggi esplorativi, in “Bolettino d’arte d. Ministero d. P. I.”, s. IV, XLIX, 1964, IV, p. 364 (rifer. in “Fasti Archeologici”, XVIII-XIX, 1968, p. 517″. La Trillmich, a p. 704, nella nota (12) postillava che:  “(12) Per la datazione della primitiva chiesa bizantina al VI-VII secolo, si vedano oltre a Natella-Peduto, p. 508, I. G. Kalby, Contributi e note su nuova documentazioni paleocristiane nella Camapnia meridionale, in Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Matera, 1969, Roma, 1971, p. 252 e A. Venditti, Architettura Bizantina nell’Italia Meridionale, Torino, 1967, p. 541.”. Riguardo la nota (12), i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 494 in proposito scrivevano che: “….com’è riscontrabile nella planimetria storica, al retro della trichora. Quest’ultima, infine, espressione della fase tardo-romana della città, venne a chiudere il decumano massimo solo quando i bizantini del VI secolo d.C. pensarono di ricondurre Buxentum al primitivo ruolo di città fortificata, rinforzando le mura e iniziando un castello sul monte che fin dalla toponomastica (o Παλνιοκαστρον), doveva ricordare una funzione vitale, anche ai fini della sicurezza religiosa, per l’intera zona del golfo tirrenico. La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. I due autori, a p. 516, in proposito scriveva pure che: “Duomo di Policastro. Si è accennato alle vicende del contesto urbano, e come in esso la primitiva sede ecclesiastica fosse stata creata sulla linea del decumano maggiore. Il dato protobizantino del duomo di Policastro risulta dal presbiterio sollevato che un dì, alla fine del VI sec., doveva rappresentare, insieme con una elementare aula, sull’esempio di simili risultati architettonici campani (Cimitile), la sola costruzione culturale del complesso oggi visibile. Il presbiterio è, infatti, una ‘trichora martyrium’, che si presenta all’interno con una larga cupola il cui estradosso è nascosto da un cubo poggiante sui pennacchi delle ‘chorae’.”. Quello che, a mio parere, non viene detto in questi scritti, che la forma della ‘trichora’, ovvero tre lobi, tre chore, molto probabilmente doveva essere quadrilobata cioè con un impianto a croce greca, e così rimase fino all’epoca della latinizazzione in cui l’impianto si allungò in facciata aggiungendo tre navate, una centrale più larga e le altre due più strette. Natella e Peduto, a p. 520, in proposito aggiungevano pure che: “Nel secolo XI il duomo ricevette altra struttura: alla piccola aula risultante dallo spazio interno della ‘trichora’ fu aggiunta, secondo la prassi romanica del tempo, una lunga navata unica centrale, affiancata da altre due navatelle, che tuttavi a nulla servirono se non ad accentuare, dietro una parvenza di voluta romanicità di gusto corrente, la preminenza ancora in fondo bizantina dell’aula allungata e della terminazione trichorense tardo antica.”. I due autori, a p. 520, in proposito scrivono pure che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d.C.. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato, non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di esso si può vedere la presenza di un muro di quella età.”. Orazio Campagna, a p. 257, ancora scriveva che:  “Un lungo silenzio avvolge la storia di Policastro, ad iniziare dalla seconda metà del VII secolo. Oltre alla sostituzione del toponimo (66), coi Bizantini avvenne la grecizzazione della lingua e del rito. Aveva subito distruzioni vandaliche, ma non così atroci come le longobarde (67). Non da meno furono le incursioni saracene, anzi nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Pyxous, il nome era passato dal fiume all’agglomerato, divenne Buxentum coi Romani, Polis-Kastrum (città-fortezza) o, meno probabilmente, Paleocastrum (antica fortezza) coi Bizantini.”. Dunque, il Campagna (…), riteneva che, il vecchio nome di Pixo o Pyxous,   con i Bizantini, mutasse in “Polis-Kastrum’ = città-fortezza”, o in “Paleocastrum”.  Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (67), postillava che:  “(67) Già dalla guerra gotica, la terza regione d’Italia, Lucania e Bruzi, era stata paurosamente spopolata, in Procopio, ‘Guerra Gotica’, III, 18 (J. Haury, Procopii Caesareensis opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913, ed. rec., Leipzig, 1962-64). I Longobardi distrussero del tutto le colonie per dare l’avvio a quel particolarismo pre-feudale, che avrà per emblema il castello.”. Orazio Campagna (…), a p. 257, dopo aver parlato delle distruzioni vandaliche subite da Policastro, citava quelle dei Saraceni e, in proposito scriveva che: nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”, senza però darci il riferimento bibliografico. Il Campagna (…) a p. 257, nella nota (64), faceva citava il Lanzoni (…) e scriveva: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”.

Nel 16 aprile 556, Papa Pelagio I

Pelagio I, nato Pelagio Vicariani (Roma, … – 4 marzo 561), è stato il 60º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica dal 16 aprile 556 alla sua morte. Pelagio morì il 4 marzo 561, dopo quattro anni, dieci mesi e diciotto giorni di pontificato. Fu sepolto nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Il suo epitaffio lo celebra come rector apostolicae fidei, che in un secolo terribile si è preso cura della Chiesa, si è adoperato per rendere chiare le decisioni dei Padri, ha risolto molte povertà sociali. Di papa Pelagio I e del suo tempo ha scritto Ferdinand Gregorovius (…). La Prammatica Sanzione (Pragmatica sanctio pro petitione Vigilii) da poco promulgata da Giustiniano, conferiva al papa quelle funzioni civili di amministratore delle finanze e della giustizia anche laica che, in mancanza di un potere centrale visibile, gli consentirono di limitare le sofferenze della popolazione.

Nel 555-560 e 578-590 d.C. (VI sec. d.C.), Vescovi e vescovadi in Lucania all’epoca di papa Pelagio I

Notizie di Vescovi e di Vescovadi nella nostra regione si iniziano ad avere anche nel periodo che riguarda il papato di Pelagio I. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “Ma l’incalzare della guerra gotica (535-553), che precedette appena di pochi anni l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. Ecc…. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Del territorio in oggetto non si sa quasi nulla. Le fonti (cronache e documenti), quelle poche che esistono, sono prevalentemente di provenienza ecclesiastica. Malgrado ciò, nulla o quasi nulla si conosce sulle abitudini, sulla pratica morale e sulle pratiche devozionali delle popolazioni locali nei primi secoli. Poco si sa dei vescovi, di cui ci è pervenuto solo qualche nome. Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (490-5), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (90) (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Dunque, Pietro Ebner ci parla di Latino di Teodora, consacrato Vescovo da papa Pelagio I (555-560). L’Ebner a p. 21, nella sua nota (90) postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Florentius invece di ‘Florentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia, 1722, c. 156) ‘Florentius adfiut Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polistin. pro Paestanen”. Credo che qui l’Ebner si riferisca a Paul Fredolin Kehr (….) ed al suo ‘Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935. Sempre l’Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni, cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Riguardo i vescovi ai tempi di papa Pelagio I, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 scrive sostanzialmente le stesse cose. L’Ebner però a p. 21, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Sul Vescovo Agnello aveva scritto anche il Gaetani (….). Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Le origini del Cristianesimo nella regione sono oscure, per riconoscimento del miglior conoscitore della storia della Lucania (4). Nulla si sa di concreto, ove si eccettui la zona venusina che, per quest’epoca, rimane fuori della nostra trattazione, dell’esistenza di quei nuclei giudaici, che furono i centri propulsori della nuova fede, che essi accolsero per i primi (1). E’ soltanto con la fine del sec. V, che si hanno le prime notizie sicure intorno agli ordinamenti ecclesiastici in Lucania. Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). Ecc…”. Poi il Magaldi aggiunge che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Dunque, il Magaldi citava come l’Ebner il Lanzoni che scriveva che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Ecc..”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a p. 326, in proposito scriveva che: Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1).”. Il Magaldi (…), a p. 326, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213, 237, 248 e I, p. 499. Cfr. dello stesso ‘L’agiografia di S. Laverio del MCLXII, Roma, 1881, p. 36 e ssg.”. Infatti Giacomo Racioppi (…) nel vol. II del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Le prime notizie sicure degli ordinamenti gerarchici della Chiesa nella nostra regione sono del secolo V e del VI. Un arcidiacono della chiesa grumentina è ricordato in una lettera di papa Gelasio (492-496) del secolo V; un’altra di papa Pelagio del secolo VI, ci dà notizia di vescovi a Potenza, a Grumento e a Marcelliana o Consilino: nei primi anni del secolo stesso intervengono ai concilii di Roma vescovi di Acerenza, di Venosa, di Potenza; Ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 75, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori: i Longobardi ed in proposito scriveva che: Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70) postillava che: “(70) F. Russo, Regesto Vaticano, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71) postillava che: “(71) F. Russo, Regesto Vaticano, op. cit.”. Il Campagna si riferiva all’opera di Francesco Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. Mons. Luis Duchesne (….), nel 1903 (Duchesne Luis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni Gianluigi, op. cit. (8), da pagg. 361 a 390 (a noi interessa p. 383: Duchesne Luis, I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, stà in Barni Gianluigi,  I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383, parlando della Regione III, in proposito scriveva che: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello diPaestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. Iprimi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Ecc…”. La citazione di Gianluigi Barni di verso il 560 (J., 969, 1015, 1017)”, riguarda il testo di Jaffé-Loewenfeld (….), Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888. Dunque, il Barni (….) postillava che in questo testo si veda la n. 969, 1015, 1017. Mons. Duchesne scriveva che al tempo di Papa Pelagio I, intorno al 560, sulla costa Tirrenica, Paestum, Velia, Buxentum e Blanda, figurano nella corrispondenza di Papa Pelagio I, come unici Vescovadi esistenti sulla costa Tirrenica. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, parlando delle stragi dei primi Longobardi scriveva che: Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Ecc…”Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, op. cit.”. Sempre il Campagna, a p. 75, scriveva che: “Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato, tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) Reg. Epist., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (75), postillava che:“(75) Reg. Epist., IX, 127.”. Il Campagna postillava dell’opera di Francesco Russo (….). Si tratta del suo “Regesto Vaticano per la Calabria”, I, Roma, 1974.

Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 97, in proposito scriveva che: “Le Decretali dei Pontefici Innocenzo I e Gelasio I mostrano chiaramente che nel Bruzio esisteva un’organizzazione ecclesiastica fin dal secolo V e che questa era alla diretta dipendenza del Papa. Questo risulta ancor meglio dall’Epistolario di S. Gregorio Magno, il quale interviene direttamente nelle questioni locali e provvede alla visita e, a volte, anche alla provviste di Chiese vacanti. Al suo tempo il Bruzio era sotto il dominio dei Bizantini da diversi anni; nondimeno nulla dimostra che se ne fosse iniziata l’ellenizzazione sia nella lingua che nella liturgia. Dopo la morte di S. Gregorio (603), le cose incominciarono a prendere una nuova piega. Le sottoscrizioni ai Concili del tempo mostrano chiaramente che il Bruzio, ormai divenuto Calabria, si era avviato alla riellenizzazione e che questa era gia quasi completa alla fine del secolo VII. Difatti, mentre al Sinodo di Papa Martino del 649 figurano promiscuamente vescovi del Bruzio greci e latini, a quello di Papa Agatone del 679 la prevalenza dei greci è notevole. Che anzi, quelli fra questi, che nell’anno successivo si recarono a Costantinopoli, erano tutti greci e firmarono solo in greco. La partecipazione dell’episcopato calabrese sia al Concilio Romano del 679 sia a quello Ecumenico di Costantinopoli dell’anno seguente, dimostra ancora che fino a quel tempo non era stata introdotta nessuna novità nella posizione della gerarchia calabrese: i vescovi – sia greci sia latini – sono ancora alla diretta dipendenza del Papa e si muovono su di un piede di assoluta parità, senza l’ombra di un qualsiasi diritto di precedenza o di supremazia da parte di qualcuno di essi.”. 

Il Campanile del Duomo di Policastro è bizantino

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81).. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig….). Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Castello, però, fu voluto dai bizantini nel VI-VII sec. d.C. (17).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit.,  pag. 520.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e a p. 520, parlando del Castello di Policastro, in proposito scrivevano che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d. C. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di essa si può vedere la presenza di un muro di quell’età, preesistente all’altro che nel secolo XIV si eresse all’altro a maggiore rinforzo della primitiva costruzione. Come oggi il castello appare è opera trecentesca.”.

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(Fig….) Policastro – campanile della Cattedrale prima del restauro

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(Fig…) Policastro Bussentino – Torre campanaria dopo il restauro

Nel VI sec. d.C., le prime diocesi: Paestum, Velia, Bussento e Blanda

Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (….), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpe (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Luigi Tancredi (…) che, in un suo scritto su Sapri affermava: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, a p. 73 scriveva che: “Blanda o Blandae è ricordata da Tito Livio (XXIV, 20) nelle guerre dei Romani in Lucania (2), ed un altro titolo epigrafico (Corp. I L. X, n. 125) l’indica come colonia romana dè tempi Augustei. E’ ricordata fino al sec. VI, come sede di vescovo. Nell’anno 649 ‘Pascalis episcopus S. Ecclesiae Blandanae’ prende parte al concilio Lateranense.”. Il Dito (…), a p. 73, nella sua nota (2) postillava che: “(2) E’ ricordata pure da Tolomeo (II, 1, 70), da Plinio (III, X), dal Mela (II, IV).”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”.

Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 126, in proposito scriveva dell’epoca dei primi Longobardi nella regione, verso l’anno 590, scriveva che: “All’epoca, dunque, il territorio situato tra i Monti Alburni, Agropoli e Maratea (l’attuale Cilento), rimase saldamente nelle mani dei Bizantini, che controllavano anche altri centri ben fortificati, tali Magliano, Molpa e Capaccio che si stava formando a ridosso della insalubre piana e fatiscente Paestum. Ma la regione rimaneva sempre isolata; e furono i vescovi le uniche autorità che ancora una volta dovettero provvedere a riorganizzarla, coordinati dall’energico papa Gregorio Magno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”.  Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che…..: Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli. Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore. Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”.

Nel ‘542 d.C. (VI sec. d.C.), AGNELLO, vescovo di Bussento (?)

Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, riferendosi al pontefice Gregorio Magno, in proposito scriveva che: Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3).”. Il Magaldi (…) a p. 326, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Lanzoni, o. c., p. 4”. Riguardo questo Vescovo chiamato Agnello ne ha parlato Pietro Ebner (…), che però lo pone a Velia. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia. Ecc..”. Dunque l’Ebner pone Agnello come Vescovo di Velia e non da alcun riferimento bibliografico. Ebner (…), vol. I a p. 21 parlando del vescovo Florentino di Paestum (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florntius adfuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen’.”. La studiosa Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo ‘Pyxous-Buxentum’, a p. 704, parlando di Bussento, scriveva che: “La città è menzionata …..per il 542 il vescovo Agnello (10).”. La Trillmich (…), nella sua nota (9), postillava che: “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.” e, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Gaetani Rocco, L’Antica Bussento, oggi Policastro Bussentino’, in Gli studi in Italia’, Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 376.”. Infatti, il sacerdote Rocco Gaetani, a pp. 19-20, nel suo introvabile ed in mio possesso: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 in proposito scriveva che: “Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia e di Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo. Ecc..”. Il Gaetani (…), nella sua nota (18) a p. 29 postillava che: “(18) Lib. 4, Epist. VI. In questo passo il Gaetani ci parla di un Vescovo chiamato Agnello che verrà menzionato in una lettera di papa San Gregorio Magno (…) che, nell’anno 592 d.C. (VII sec. d.C.), scrive al Diacono e Rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia. La lettera che il Gaetani cita è l’Epistola n. VI contenuta nel Libro 4. Si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Aleesandro Di Meo (…), nel suo “Annali Critico-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 135 del vol. I, in proposito scriveva che:

Annali, p. 135

Di Meo, su Agnello, p. 136

(Fig…) Di Meo Alessandro (…), Annali etc., vol. I, pp. 135-136

Nel 568 d.C. (VI secolo d.C.), la “Vibonem” in Lucania donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino

Il barone Giuseppe Antonini (….) che nella sua “Lucania”, a p. 428 dissertando sull’antica “Vibone ad Siccam” in proposito scriveva che: “Vorressimo pertanto, che siccome i Lucani non invidiando il lor Vibone à Bruzj, gliel lasciano, come fu illustre, nobile Municipio, e prima Colonia, così i Bruzj, contendandosi del lor ‘Vibo Valentia’, lasciassero à Lucani il ‘Vibone ad Siccam’; tanto più volentieri, quanto che sin nei secoli bassi c’è notizia esser Vibone stato dentro la Lucania: Nell”Epitoma della Cronaca Cassinese’ data in luce dal chiarissimo ‘Sig. Muratori, Rer. Ital. tomo 2, par. I, fol. 353 si legge tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: IN LUCANIA MARCELLIANAM, VIBONEM; nome che ancor ritiene in quello di Vibonati. Or questo Vibone, qualunque si fosse nei trasandati secoli, non sappiamo da chi fosse fondato. Ecc..“. Dunque, l’Antonini cita l’Epitoma della cronaca Cassinese che lui dice essere stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori (…), nel suo “Rerum Italicarum Scriptores” (tomo 2°, parte I, pag. 353). Nel testo della Chronaca Cassinese pubblicato dal Muratori troviamo scritto che: “tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: ….” che: “In Calabria, Grumentum, Summuranum, Nicoteram. In Lucania, Marcellianum, Vibone, & medietatem Laci Lucrini ecc..”. Dunque, nel passo della cronaca Cassinese si legge che fra le donazioni fatte dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia benedettina di Montecassino, il Lucania vi sono Marcellianam e “Vibonam”. Dunque secondo questo passo della cronaca Cassinese, “Vibonam” era il Lucania e fu donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino. Questa notizia è interessante perchè ci conferma che nel XII secolo, al tempo in cui scriveva Pietro Diacono, monaco benedettino di Montecassino, la città di “Vibone” esisteva in Lucania, ovvero nella nostra zona e non solo ci conferma che essa esistesse al tempo dell’Imperatore Giustino II. Dalla citazione dell’Antonini trae la stessa notizia. Infatti, Fernando La Greca (….), nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’ parlando delle “carte del Cilento” (quelle parigine) e del toponimo di “Bibo ad Sicam odie ruin (ato)”, nella sua nota (41) postillava pure che: ” (41)…..‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’).”. Dunque, il La Greca scrive che nell’opera ‘Epitome chronicorum Casinensium’ a p. 353 viene citata “Vibonam”. A quale versione di quest’opera si riferivano l’Antonini ed il La Greca ?. L’’Epitome chronicorum Casinensium’ da Pietro Diacono fu fatta passare come opera di Anastasio Bibliotecario (L.A. Muratori, RIS, II, Mediolani 1723, coll. 351-370). L’opera, il codice Cassinense è invece ascritta da Erich Caspar (….) al monaco di Montecassino Pietro (Diacono) (Petrus Diaconus, 1909, pp. 111-121). Già agli anni del soggiorno ad Atina risale la sua prima produzione letteraria rappresentata dalla Passio beatissimi Marci et sociorum eius, corrispondente a quella attribuita ad Adenulfo vescovo di Capua (Bloch, 1998, pp. 139-155), che Erich Caspar (Petrus Diaconus, 1909, pp. 128 s., 134-138), sulla base del testo edito da Ferdinando Ughelli (Italia Sacra, VI, Venetiis 1720, pp. 408-417), dimostrò essere appunto opera di Pietro Diacono, al quale è da ascrivere pure, come seguito della prima, la Passio sanctorum martyrum Marci, Passicratis, Nicandri et Marciani (ibid., pp. 419-422; Bloch, 1998, pp. 189-214). Particolarmente assidua fu da parte di Pietro Diacono la frequentazione dei classici, se solo si pensi all’influsso determinante di Livio (Bloch, 1984, pp. 69-79) in un’opera come il Catalogus regum, consulum, dictatorum, tribunorum, patriciorum ac imperatorum gentis Troianae (cod. Casin. 257, pp. 1-21). Nel codice Casinense 361 Pietro ha inoltre lasciato la trascrizione dell’Epitoma rei militaris di Vegezio (libri I-IV), del De aquaeductu urbis Romae di Frontino, capostipite dell’intera tradizione di quest’opera, e di un frammento del De lingua latina di Varrone. ‘Epitome chronicorum Casinensium’, auctore, ut fertur, Anastasio Bibliothecario (…), nunc primum edita e MStis Codicibus, pp. 345-370. Anastasius Bibliothecarius, Charolus. Infatti, il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio, nella sua “Synopsis etc…” (Sinossi)(vedi versione a cura di Gian Galeazzo Visconti), citava Anastasio Bibliotecario (…) e a p. 10, in proposito nella sua nota (28) postillava che: “(28) ‘Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Historia haer., tomo 2, saec. 8, pag. 399 (Domenico Bernino, ‘Historia di tutte l’eresie’, Venezia 1711: ecc…”. Il breve chronicon medioevale oltre ad essere stato pubblicato dal Muratori (….) può essere letto anche nel testo di Bernino (….). Troviamo l’opera di Anastasio Bibliotecario in Domenico Bernino (….), “Historia di tutte l’eresie etc…”, pubblicato a Venezia nel 1711.  Il Laudisio cita Anastàsio quando a p. 68 e 69, riferendosi alla conquista dei Longobardi che assoggettarono in Lucania ed in Campania molti territori che erano sotto il dominio degli Imperatori Bizantini, come Giustino II. Il Laudisio cita Anastàsio anche per la Diocesi di “Bussento” all’epoca in cui papa Gregorio Magno scrive al vescovo di Agropoli Felice per la calata dei Longobardi. Questo passaggio storico è stato da me analizzato in altri miei saggi. Dunque, Il Laudisio riferisce di alcune notizie storiche tratte da Anastàsio ma riguardano il VII e VIII secolo e non riguardano la notizia citata dall’Antonini che risale al VI secolo d.C., epoca dell’Imperatore bizantino Giustino II. Concludendo, credo che la notizia di un luogo chiamato “Vibonem” e donato al monastero di Montecassino, insieme alla cittadina di ‘Marcellianam’ dall’Imperatore Giustino II nel VI secolo d. C., potrebbe rimandare ai due saggi successivi. Io credo che le notizie intorno a delle sedi religiose o addirittura vescovili di “Vibonem” e di “Marcellianam” attengano alle notizie che riguardano l’opera di evangelizzazione nelle nostre terre che, secondo alcuni scrittori risalgono proprio al I sec. d.C.., epoca della venuta di S. Pietro e S. Paolo.

Nel 582 (VI sec. d.C.), morì un Vescovo della Diocesi di Grumento (“Agromonte”)

Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli antichi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1). Ecc….. Dunque, il Cappelletti, a p. 368 (vol. XX), scriveva che a Buxentum, nell’anno 582 troviamo un vescovo i cui non si conosce il nome e che esso era morto nell’anno 582. Scrive senpre il Cappelletti che per questo vescovo di Bussento, papa Gregorio I raccomandava al Vescovo di “Agromento” (forse Grumento), di visitare la diocesi di Bussento e poi cita la lettera di papa S. Gregorio Magno, dicendo di cui sopra (1). Il Cappelletti, a p. 368, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pag. 328”. Vediamo questa lettera che ci presenta il Cappelletti. A p. 328, il Cappelletti, riporta il testo della lettera di papa S. Gregorio Magno (Gregorio I): “Gregorius Felici Episcopi de Acropoli”: “Quoniam Velina, Buxentina et Blandana ecclesiae, quae tibi etc….”, tratta dal Libro 2, Epistola n. 42. Tuttavia, sebbene il Cappelletti, nella sua nota (1) avesse postillato di questa lettera, egli a p. 367, in proposito scriveva che: “Ma ne assicura una lettera del metropolita Alfano, scritta al clero di Bussento, l’anno XXII del suo pastorale governo; il qual anno corrisponderebbe al 1079: e con questa lettera l’arcivescovo da notizia al clero di quella chiesa di avere consacrato vescovo di Policastro il celebre Pietro Pappacarbone, monaco del monastero di Cava.”. Dunque, riepilogano ciò che affermava il Cappelletti che, secondo lui, nell’anno 582, era morto il vescovo di Policastro, di cui non si conosce il nome e, che, alla morte di questo vescovo, essendo la sede vescovile di Bussento vacante, nell’anno 582, papa S. Gregorio Magno raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1).”. In primo luogo devo precisare che la nota lettera di papa Gregorio I non è del 582 ma è stata scritta nell’anno 592; in secondo luogo, la lettera non fu indirizzata al vescovo di Agromento o Grumento ma è una lettera indirizzata al vescovo di Capaccio (che si era rifugiato ad Agropoli), Felice. In terzo luogo, la lettera di Alfano I, Arcivescovo di Salerno, non centra nulla con la lettera di papa S. Gregorio Magno al vescovo Felice. Infatti, padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parlando di Blanda, e non di Bussento, in proposito scriveva che: “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Ecc…”. Dunque, anche il Russo faceva riferimento alla lettera “Quoniam Velinae, Buxentina et Blandana ecclesiae, quae tibi etc….”, tratta dal Libro 2, Epistola n. 42.

S. Sofia

(Fig…) S. Sofia

S. Sofia

Secondo la Passio, il cui manoscritto più antico, conservato a Londra, è in siriaco e risalirebbe al V secolo ed il cui originale greco potrebbe essere del IV secolo, Sofia era una illustre matrona di origine italica, forse milanese, sposa di un senatore di nome Filandro e madre di tre figlie, a cui aveva dato i nomi delle tre virtù teologali: Pistis, Elpis, Agape. Traducendo in italiano questi nomi di origine greca, si può dire che la madre si chiamasse Sapienza e le figlie si chiamassero Fede, Speranza e Carità. Questo ha fatto nascere in alcuni studiosi il sospetto che non siano figure storiche, ma allegoriche; tuttavia le testimonianze del culto sono molto antiche e sembrerebbero smentire l’ipotesi allegorica. Sofia, dopo la morte del marito Filandro, da lei convertito al cristianesimo, soccorse con i suoi beni i poveri e svolse opera di proselitismo a Roma dove viveva con le figlie di 12, 10 e 9 anni. Denunciata dal prefetto di Roma, Antioco, all’imperatore Adriano, perché con la sua predicazione aveva indotto alcune donne sposate a vivere castamente, confessò davanti a lui la sua fede cristiana e rifiutatasi di adorare gli idoli, egli le fece imprimere sulla fronte il marchio d’infamia e la fece fustigare. Sperando di costringerla a rinnegare Cristo, Adriano fece torturare e decapitare una dopo l’altra le sue figlie sotto gli occhi della madre, che le esortava a restare salde nella fede cristiana, nella speranza della vita eterna. Compiuto il martirio delle figlie, le furono consegnati i loro corpi, che lei seppellì al diciottesimo miglio sulla Via Aurelia, dove morì tre giorni dopo, mentre pregava e piangeva sulla loro tomba, nella quale fu sepolta anche lei. L’anno del martirio fu il 122 d. C., durante il pontificato del papa San Sisto I. Gli Itinerari per pellegrini altomedievali segnalano la tomba di Sofia e delle figlie in un cubicolo (antro) della catacomba di San Pancrazio sulla via Aurelia, dove è tuttora visibile. Le prime notizie del loro culto finora conosciute risalgono al VI secolo e sono contenute nell’Index oleorum del presbitero Giovanni, che per incarico di San Gregorio Magno (590-604) prelevò gli olei dalle lampade che ardevano sulle tombe dei martiri da inviare alla regina Teodolinda a Monza. Nell’elenco figurano anche Santa Sofia e le sue tre figlie sulla Via Aurelia. La loro memoria fu inserita in vari Martirologi in due date diverse: le figlie al 1º agosto e la madre al 30 settembre. Tali date furono recepite anche dal Baronio nella sua edizione del Martirologio Romano. Nel Medioevo la memoria di Santa Sofia era celebrata nella chiesa romana di San Martino ai Monti il 15 maggio. Le Chiese Orientali, invece, celebrano la madre e le figlie in un’unica memoria, il 17 settembre.

Il culto di S. Sofia nel basso Cilento

In diverse località del Cilento, il 15 maggio si festeggia Santa Sofia. La vergine e martire è protettrice dei centri di Celle di Bulgheria (frazione Poderia), Alfano ed Albanella e si venere anche a Terradura (Ascea) e Piano Vetrale (Orria). A caratterizzare queste festività è la processione in stile cilentano che si snodo lungo le principali vie del paese. Talvolta in concomitanza si tiene anche una fiera, come accade ad Alfano. In serata, invece, i rituali religiosi cedono il posto alle programmazioni civili, con concerti musicali. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”.

Il culto di S. Sofia a Poderia, a Roccagloriosa e a Torraca

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Il Natella e Peduto scrivono: ”Il Gaetani (18), ricorda come esistessero nella Diocesi di Policastro, a Poderia, a Roccagloriosa e a Torraca, chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia.”.  Il Gaetani (…), in un suo pregevole saggio sulla storia di Policastro, scriveva: “è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, …si disputa fra gli storici. La S. Sofia celebrata da tutti è tradizionalmente legata a memorie greche, ….che la S. Sofia di provenienza greca altra non fosse che quella medesima, a cui l’imperatore Giustiniano dedicò il celeberrimo tempio di Costantinopoli ecc..E’ tutt’ora in Torraca un luogo che chiamasi di S. Sofia, ove la santa in un tempietto a lei inalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto dalle scarsissime carte del nostro Archivio, che al 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso, che mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine de’ Cortici, a S. Rocco ed a S. Sofia, di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.” . In seguito, il Falco (…), hanno scritto sulle reliquie bizantine in Roccagloriosa (con tarde pitture di quello stile)”,……….Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, op. cit., pp. 24-25.”. Infatti, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica Bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 (v. Fig….), che posseggo. Parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, a pp. 24-25, scriveva che: “La seconda cosa degna di molto studio per gli agiografi è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, che ha un culto così esteso nelle chiese occidentali d’Italia, ed in modo particolare…….Checchè sia delle varie opinioni sulla santa Sofia, nella Diocesi di Policastro, precipuamente in Poderia, in Roccagloriosa ed in Torraca è celebre il culto di una santa Sofia. Fattisi i nostri ad indagare chi Ella fosse, a niuno meglio potevano rivolgersi che al dottissimo ellenista ed agiografo, il chiarissimo abate di Grottaferrata D. Giuseppe Cozza Luzi, il quale soddisfece ampiamente alla richiesta dell’illustre arciprete canonico Giovanni De Sanctis, facendo conoscere la memoria di una insigne s. Sofia greca, della quale benchè gli atti non esistano, pure il nome è celebratissimo, ed attesa la moltitudine dei prodigi nel restituire la sanità gl’infermi fu distinta col nome di ‘Sofia’ ………(curatrice), il perchè si disse dai greci ‘Thaumaturga’. (24).”. Il Gaetani, nella sua nota (24), a p. 29, postillava che: “(24) Cf. l’Officia recitanda in civit. et dioec. Polycastrensi. Die XV Maij. In festo s. Sofiae. Monitum ad futuram rei memoriam. – E’ tuttora in Torraca un luogo che chiamasi s. Sofia, ove la Santa in un tempietto a lei innalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto delle scarsissime carte del nostro Archivio, che ai 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso che crudelmente mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine dè Cortici, a s. Rocco ed a s. Sofia di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto, scrivendo che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….”. Il Gaetani (…), cita il Cozza Luzi Giuseppe (…), che, nel 1880, scrisse ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ovvero scrisse la storia delle vite dei due santi Macario e Saba, che passarono nel Cilento e da cui si possono trarre interessanti notizie sui monaci basiliani come S. Fantino e S. Nilo, qui nel basso Cilento. Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso.

Nel 590 (VI sec. d.C.), papa GREGORIO MAGNO e i Longobardi di Zottone

Pietro Giannone (…), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, scriveva che: “Una eco delle scorrerie di Zottone nel Mezzogiorno, si rintraccia anche negli scritti di Gregorio Magno, il quale appunto con la sua lettera “Quoniam velina” (a. 592) sollecitava il vescovo pestano Felice, rifugiatosi nella vicina Agropoli (114), a visitare le diocesi di Velia, Bussento e Blanda (presso Maratea) prive di pastori, probabilmenti sorpresi dalle orde longobarde come propendono gli storici. L’esplicito ed esclusivo riferimento del papa al vescovo Felice perchè riorganizzasse l’assistenza religiosa nelle predette diocesi e non in quella pestana lascia appunto presumere che il vescovo Felice era sfuggito a Zottone in quanto era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (114) postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) postillava e citava “Jaffé-Ewald”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (115) postillava che: “(115) ‘Bell’ Goth.’, I, 14.”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (116) postillava che: “(116) Epist., II, 14. 50”. Pietro Ebner (…), per questo travagliato periodo, cita il Lanzoni (…), e ne consiglia la lettura di pp. 316-329 sulla diffusione del Cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana. La tesi potrebbe essere quella che in un certo periodo, come afferma il Lanzoni (…): «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti, Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, scriveva che: “I vescovi per l’alternarsi di invasioni e incursioni cui erano esposte le città, finirono col non avere una residenza stabile, come afferma il Lanzoni là dove dice (p. 323) che “si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome”. Le uniche testimonianze sicure pervenuteci sono le lettere del ‘Consul Dei’, di Gregorio Magno (590-604) in cui appunto si fa cenno dell’invasione longobarda (105) e riferiscono con accenti drammatici gli eventi occorsi nel Mezzogiorno dopo la calata delle orde di Zottone, il più pagano tra i Longobardi e primo duca di Benevento (571-591). Le sue efferate schiere pare abbiano infierito più sulle chiese e sugli ecclesiastici (106) che sulle popolazioni civili. Ciò spiega il lungo silenzio ( circa un secolo per lo Hirsch) che per molti anni avolse vescovi e vescovadi locali (107).”. Ebner (…), a p. 25, nella sua nota (107), scriveva che lo Hirsch (…), affermava di non aver rinvenuto altre notizie sul Mezzogiorno dal 601 al 604 (morte di Gregorio Magno) e che solo nell’anno 625 è notizia della presa di Salerno per accordi con il vescovo Grazioso. Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, scriveva che: “Una eco delle scorrerie di Zottone nel Mezzogiorno, si rintraccia anche negli scritti di Gregorio Magno, il quale appunto con la sua lettera “Quoniam velina” (a. 592) sollecitava il vescovo pestano Felice, rifugiatosi nella vicina Agropoli (114), a visitare le diocesi di Velia, Bussento e Blanda (presso Maratea) prive di pastori, probabilmenti sorpresi dalle orde longobarde come propendono gli storici. L’esplicito ed esclusivo riferimento del papa al vescovo Felice perchè riorganizzasse l’assistenza religiosa nelle predette diocesi e non in quella pestana lascia appunto presumere che il vescovo Felice era sfuggito a Zottone in quanto era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Blanda ed al vescovo Felice, così scriveva: “…..La “vacatio sedis” di tre diocesi rispecchia quale era la situazione italiana con le guerre gotiche prima e le bizantino-longobarde dopo; d’altra parte così viene esplicitamente evidenziata dallo stesso Gregorio Magno: “Le città sono spopolate, i villaggi travolti, le chiese bruciate, i monasteri di uomini e di donne distrutti, i campi abbandonati dagli uomini sono privi di chi li coltivi, la terra è deserta nella solitudine, e nessun proprietario la abita…la fine del mondo non solo si annunzia, ma già si mostra in atto” (Dial., III, 38).”. Poi il Campagna, postillava che: “(Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Barni (…), scriveva che i Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro. Zottone fu il duca Longobardo che guidò la prima fase dell’occupazione longobarda nel Mezzogiorno d’Italia, negli anni immediatamente successivi all’invasione della Penisola (a. 568). Fu il fondatore del ducato di Benevento nel 571 e primo duca di Benevento, secondo quanto riportato da Paolo Diacono (…). Con le sue truppe, penetrò in Campania nell’agosto del 570, affrontando i Bizantini e sconfiggendoli ripetutamente. Si accampò a Benevento, che diventò la capitale del nuovo ducato. Provò a conquistare Napoli, ma fallì e dovette togliere l’assedio nel 581. Come duca era semi-indipendente, mentre il nord della Penisola era sotto il controllo del re longobardo Autari, che aveva poca influenza nel sud. Si piegò all’autorità reale nel 589. Morì nel 591 circa e gli successe Arechi I. Paolo Diacono, ‘Historia Longobardorum’ (‘Storia dei Longobardi’, cura e commento di Lidia Capo, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992). Si veda pure: Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. Del VII secolo, il L. Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905, attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (….), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: “I Longobardi trovarono le nostre regioni semideserte (dal 566 infuriava la peste)(63), anche se Paolo Diacono menziona lungo “il corno destro dell’Italia”, in Lucania e Brettia, le città di “Pesto, Laino, Cassiano, Cosenza e Reggio” (64), ma di città dovevano conservare soltanto il nome; forse un agglomerato di casupole a ridosso dei ruderi di antichi edifici romani. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Popolazioni già sottomesse seguivano i Longobardi (66). Longobardi, la cittadina della costa tirrenica cosentina, rivela nel toponimo la presenza longobarda nell’estremo Mezzogiorno, dando così, una certa concretezza storica alla leggenda della “colonia di Autari” (67). Nell’estate del 596, la stessa Crotone era caduta sotto il potere longobardo (68). Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato , tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 63, nella sua nota (…), postillava che: “(63) P. Diacono, H.L., II, 4”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (64), postillava che: “(64) P. Diacono, H.L., II, 17; N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, in Rassegna Storica Salernitana, 1962.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (65), postillava che: “(65) P. Diacono, H.L., II, 26; Procopio, Goth., IV, 33.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (66), postillava che: “(66) P. Diacono, ibidem”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (67), postillava che: “(67) P. Diacono, H.L., III, 32.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (68), postillava che: “(68) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (69), postillava che: “(69) P. Diacono, H.L., II, 32”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (72), postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le Diocesi d’Italia, op. cit..”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (73), postillava che: “(73) P. Diacono, H.L., IV, 9.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) Reg. Epist., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (75), postillava che: “(75) Reg. Epist., IX, 127.”. Il Nicolaio (…), scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”Pietro Giannone (…), in proposito, scriveva che: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Il Gaetani (…), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (…), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (…), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(…), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Interessante è ciò che scrisse il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a p. 22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, per modo che le chiese ne restarono abbandonate e deserte, il clero ed il popolo ne fuggirono e i sacri vasi furono occultati; lo che trova riscontro nell’altra lettera di Cipriano, di sopra citata, in cui s’allude a così fatte invasioni fatte nella Lucania, come pare, dai Longobardi, e precisamente da Zottone duca di Benevento per estendere i suoi domini nella Campania, nella Lucania, nella Calabria e nelle Puglie. Nè mancano altri riscontrii di simili scorrerie su quei littorali a quel tempo, ed il medesimo S. Gregorio ricorda quelle fatte sui lidi campani nella sua lettera ad Adeodato abate del monastero di s. Sebastiano di Napoli, ove dice che i monaci del Falcidio di Pozzuoli, e quelli del Cratere di Napoli non erano sicuri per le incursioni che i barbari facevano su questa spiaggia (20). Ordina però s. Gregorio ad Adeodato di raccogliere con sè nel suo monastero di s. Sebastiano i monaci Falcidiesi e i Crateresi, soggiungendogli che quando i lidi fossero sgombri dal pericolo delle incursioni barbariche rimandasse di tratto in tratto nei rispettivi monasteri quei monaci a mantenervi il culto divino. Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Il Gaetani a p. 29, nella sua nota (20) postillava che: “(20) I monaci Falcidiesi abitavano l’antico pretorio di Falcidio, ove era la basilica di s. Stefano o di s. Procolo detta pure del Trivio. di cui tuttora si vedono i ruderi all’estremo della via Campana. I Crateresi poi avevano il loro cenobio ove oggi è la Villa di Napoli, il quale negli ultimi tempi si disse di s. Leonardo a Chiaja; ora è interamente distrutto.”. Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Mons. Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (…). Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro, scriveva: sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’..

Nei primi del VII sec. d.C., la ‘Bricia’ (parte del basso Cilento) amministrata dai Vescovi dipendenti dal Ducato bizantino di Napoli

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, ci parla della Lucania e della Bricia ed in proposito scriveva che: Questa riorganizzazione che allora dovette sembrare temporanea, ma che era destinata a conservarsi a lungo, deteminò, stando ai dati che si possono rilevare solo da posteriori condizioni effettuali, una lenta serie di modifiche nelle ripartizioni e nelle denominazioni territoriali. La Lucania romana, che nel frattempo era caduta quasi interamente sotto il dominio dei Longobardi, perchè il suo nome (5), esso si restrinse ad indicare soltanto quella sua parte occidentale che si affaccia sul Tirreno e che è possibile circoscrivere, in modo approssimativo, entro i confini costituiti: a Nord-ovest da Agropoli, a Nord e ad Est dai corsi superiori dei fiumi Calore ed Alento ed a Sud da Velia ed il suo entroterra. Questa regione che noi possiamo chiamare Lucania Occidentale o Minore, per distinguerla dall’antica, e maggiore, Lucania romana, subì in seguito alcune modifiche territoriali (1), ma conservò sempre il nome di ‘Lucania’ fino all’XI secolo, per poi assumere quello odierno di Cilento (2). La conquista longobarda, costituendo un caposaldo a Laino, aveva fra l’altro scisso le terre intorno a Blanda da quelle restanti del Bruzio (3); queste però mantennero il nome di Bruzio, nome che, nella forma: ‘Britia’, e successivamente ‘Bricia (4), si estese gradualmente a comprendere prima le terre nel golfo di Policastro, poi quelle fino all’Alento (5). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 65, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Sul problema cfr. G. Racioppi, Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1899, II, p. 11.”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. p. 75 e carta geografica, I”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. pp. 126-127.”. In queste pagine il Cantalupo parla dei toponimi ‘Cilento’ e di ‘Lucania’ che si alternavano soprattutto dopo i Longobardi in epoca Normanna.

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(Fig…) Il grafico è tratto da Piero Cantalupo, op. cit. ,vol. I, p. 75

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. In tale periodo si attuava nel nostro Meridione un processo di “bizantinizzazione” in base la quale le popolazioni ancora dipendenti dall’Impero Romano d’Oriente divennero profondamente grecizzate nella lingua, negli usi, nei costumi e nel rito religioso; esso iniziò nella seconda metà del VI sec. d. C., quando l’Italia meridionale servì come rifugio delle genti elleniche della penisola balcanica e della Grecia ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, parlando del Bruzio e ‘Britia’, a p. 66, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il Bruzio antico, i larga parte assorbito dai Longobardi che ne occuparono il territorio fra Laino e Cosenza, conservò il suo nome fino all’epca dell’imperatore bizantino Costante II (641-663); riassettandosi allora i territori bizantini, ad esso fu dato il nome di Calabria, che fino a quel tempo aveva indicato la penisola Salentina, la quale, a sua volta, incominciò a chiamarsi ‘Longobardia’ in concomitanza con la penetrazione longobarda in quelle terre. (Cfr. M. Schipa, ‘La migrazione del nome “Calabria”, estr. dall’Archivio Storico della Calabria, I, 1912.“. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La forma: BRITIA (VIII sec.) è riportata da Paolo Diacono (‘Historia Longobardorum’, II, p. 17: ecc..; la forma BRICIA (XI sec.) è registrata da Romualdo Guarna (‘Chonicon, in RR. II., SS. (2), VII, P. I ecc…”. Il Cantalupo (…),  p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Il Cantalupo (…), a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Dunque, secondo il Cantalupo, Buxentum (Bussento) mutò il suo nome in Policastro solo dopo l’occupazione Bizantina del IX secolo dell’Imperatore Niceforo Foca.

Carlo Carucci (…), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, nel suo capitolo “Costituzione del principato longobardo di Salerno”, a pp. 119-120, in proposito scriveva che: “Quando nel 640 il duca Arechi di Benevento tolse ai Greci, sul Tirreno, il territorio da Cuma ad Agropoli, la regione salernitana, la quale pure aveva sofferto non poco dalle prime incursioni dei Longobardi (1), ben presto ebbe ad avvantaggiarsi del nuovo dominio e soprattutto Salerno, che Arechi desiderò divenisse il porto del suo stato. Fatta allora oggetto di speciali cure, Salerno divenne la più cospicua città del Ducato (2) e la sua importanza si accrebbe poi di molto, quando il duca Arechi II, genero del re Desiderio, si proclamò principe di Benevento, e per prepararsi a resistere contro una probabile invasione franca (3), rese più sicure le mura e le torri di Salerno (1) e vi costruì un palazzo (2). Nell’840 poi, morto il pricipe Sicardo di Benevento, gli Amalfitani insorsero, si ordinarono in repubblica, e incitarono ecc…”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (1) postillava che: “(1) HERCHEMP., in R.I.S.T. vedi cap. 24, ricorda i saccheggi delle terre da Nocera a Sorrento e tali saccheggi son pure ricordati da Gregorio Magno, Epist. XI, 72”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lo studio più pregevole su questo periodo della storia salernitana è ‘Il principato longobardo di Salerno’ di M. Schipa, pubblicato nell’Archivio Stor. per le prov. nap. l’anno 1887. L’opera fu fatta sulla scorta sorattutto dei documenti dell’archivio della SS. Trinità di Cava.”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Herchemp., op. cit., cap. III: “Francorum territus metu, inter Lucaniam et Nuceriam, (Salernum) urbem munitissimam et praexcelsam in modum tutissimi castri, idem Arechis opere munifico munivit, et nova fabrica reparavit.”. Il Carucci, a p. 120, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Dice GREGOROVIUS – ‘Storia di Roma, trad. it. II, 426 – che Arechi, quando seppe che Carlo era presso Capua, si rifugiò a Salerno e la fortificò. Invece dal passo citato di Erchemperto, come pure per altri documenti del tempo (V. pure Eginardo, M.G.H., SS. 1, 169) rilevasi che la città era già fortificata e che Arechi dovè soltanto riparare e migliorare le fortificazioni esistenti.”. Sul dominio di Arechi I, su Wikipedia leggiamo che prese Salerno nell’anno 620, mentre il Crucci scrive che Arechi (riferendosi ad Arechi I) “Quando nel 640 il duca Arechi di Benevento tolse ai Greci, sul Tirreno, il territorio da Cuma ad Agropoli, ecc…”. Dunque, nell’anno 640, almeno Agropoli e credo anche altre città marittime come Velia (che nel frattempo avevano perso di importanza) e Bussento restarono sotto il controllo giuridico-amministrativo dei Vescovi che erano direttamente collegati attraverso il Papato al Ducato bizantino di Napoli. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) riferendosi al Cilento scriveva in proposito che: “….verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Ecc..”. Dunque, nel VII secolo e fino alla fine del VII secolo, buona parte dei territori, escluso l’area salernitana, rimmasero saldamente in mano ai Bizantini, soprattutto la fascia costiera che va da Agropoli fino a Salerno. Nel 1898, monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974), a p. 384, in proposito scriveva che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno“. Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. E’ interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 330, dove, parlando di Buxentum e della lettera di papa Gregorio Magno che invitava il Vescovo Felice di Paestum a recarsi presso le sedi vacanti di vescovi a Velia, a Buxentum e a Blanda, in proposito scriveva che: “Ne è manzione nella lettera “Quod Velina” di papa Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, rifugiatosi, come si è detto, nella bizantina Agropoli (v.) per sfuggire all’irrompere delle orde longobarde di Zotone. Con essa il grande papa invitava il vescovo a visitare Velia, Policastro e Blanda prive di pastori, a ripristinarvi il culto e a tenerle in amministrazione apostolica, giurisdisdizione che, dopo l’ultimo vescovo Sabbazio (a. 640) continuò ad essere mantenuta salvo un brevissimo periodo nell’XI secolo (14), dai vescovi pestani fino ai primi del XII secolo (15).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. il mio ‘Pietro da Salerno'”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. Monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne Louis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), riferendosi ai fatti accaduti negli anni successivi la venuta delle orde longobarde di Zottone,  in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. I due studiosi si riferivano all’opera di Giuseppe Volpe (….), Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes). Il Volpe, continuando il suo racconto a p. 117, dopo aver detto di Bussento nel VI secolo scriveva pure del Mannelli (….): “Il che mi fa inferire come Bussento non solo riteneva in quel tempo antico e primiero suo nome, ma era esente dalle sventure, cui soggiacquero le città interne per opera principalmente dè goti e dei longobardi, i quali, come scrive il Mannelli (18), “essendo venuti dai paesi settentrionali, non havevano alcuna peritia dell’arte marittima; sicchè tutta la barbarie dei loro sforzi si sfogò contro le città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali, tanto più che potevano ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’impero greco, che haveva nel mare potente armata”. Ma nè tempi successivi dilatandosi le invasioni barbariche ancora nè luoghi littorani, non poche città incontrarono lacrimevole e totale sterminio: soprattutte Bussento subendo gli effetti così delle prospere come delle avverse vicende, provatasi invano di porre forte argine all’irrompente invasione, s’ebbe pur essa la sorte di essere intieramente eguagliata al suolo e ridotta ad un mucchio di rovine, e non si riebbe se non assai dopo col nome di ‘Policastro-Paleocastrum’ e ‘Pellicastrum’ (19). Più tardi, nè primi del decimo secolo ecc…”. Il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli citato dal Volpe (….), parlando di Policastro non dice nulla della probabile distruzione da parte forse dei Longobardi nell’anno 640. Come vedremo, riporto qui il passo integrale del Mannelli che per la parte di Policastro fu integralmente trascritto dal Gaetani. Il manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (….), per la parte che riguarda Policastro fu integralmente trascritta da Rocco Gaetani, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino nella storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel Sac. Rocco Gaetani”,  del 1880, Napoli, a pp. 20-21-22 scriveva che: “…; nè da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tanti altri di questi paesi trovasi scritto. Ne ciò sarà difficile a credersi, se ricordarci vogliamo, quel che altre volte accennai, che essendo queste fiere Nationi venute dai paesi settentrionali, non haveano alcuna peritia dell’arte maritima, sicchè tutta la barbarie dè loro sforzi si sfogò contro le Città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali; tanto più che potevan ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’imperio Greco, che havea nel mare potente armata. Laonde questa città maritima e tanto fuor di mano da essi non fu assalita, ma fu posseduta da Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Il monaco Luca Mandelli (…), nel suo manoscritto che stà alla Biblioteca Nazionale di Napoli, è l’unico autore che riferisce notizie circostanziate circa la presenza bizantina nella nostra area. Il Mandelli è chiaro. Egli parlando di Policastro scrive che i Bizantini, che chiama “Greci”, possedettero Policastro, anchi per la precisione egli scrive che non solo Policastro non fu conquistata dai longobardi e che all’epoca fu difesa dalle foze marittime dei Bizantini: ma fu posseduta da Greci Monarchi.”. Riguardo quell’epoca, riguardo il VII secolo d.C., il Mandelli o Mannelli scrive che Policastro, che nel frattempo aveva già mutato il suo nuovo nome, ebbe le prime sciagure solo grazie alle incursioni dei Saraceni. Il Mandelli forse si riferiva ai Saraceni che assoldò più tardi il principe Longobardo Arechi II. Il Mandelli scriveva che: Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Pare che il duca longobardo di Benevento Arechi I si sia servito di Saraceni e di Bulgari per conquistare una parte dei ducati Amalfitani e delle temata Bizantina da Salerno ad Agropoli. Il Mannelli, continuando il suo racconto sui Saraceni d’Africa, a pp. 22-23, in proposito scriveva che (vedi Gaetani): “Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia ch’havevano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono ed abbatterono quasi tutte le maritime di questo e dell’altro lido del mare Ionio, e particolarmente questa di Buxento, restando nelle sue rovine anche sepolto il nome. Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Sarraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo dè Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere particolarmente avendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute 1079 ecc…. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), citato dai due studiosi Natella e Peduto, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento’, del 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc….Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc…..Il Volpe, a p. 117, citava anche il testo di Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini),  del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Il Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 9 (si veda versione a cura del Visconti), ruarda il Gatta e Policastro, postillava che: “(24) Constant. Gatta, Memor. Luc., cap. 2, pag. 34 (parte III, capo VI, p. 303, nota (a): Rusticus, episcopus Buxentinus, subscripsit tert. syn. Rom. sub Symmaco).”. Il Visconti che curò la nota riedizione del Laudisio si riferiva a Costantino Gatta (….), “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini), alla nota (a), p. 304, del cap. VI, dove il Gatta, postillava che: “(a) Livio nel lib. 34…….Livio lib. 39. Utrumque littus Italiae desertas Colonias, Sipontum Supero, Buxentum Infero mari in venisse &c. Carlo di San Paolo pag. 60 Rusticus Episcopus Buxentinus subscripsit tert. Syn. Rom. sub Symmaco.”. Dunque, nella sua nota (a) a p. 304 il Gatta postillava che Bussento è citato in “Carlo di San Paolo pag. 60″, dove scrive che: “Rusticus Episcopus Buxentinus subscripsit tert. Syn. Rom. sub Symmaco.”, riferendosi al testo di Luca Holstenio (….), “Note alll’Italia Antiqua” del Cluverio (….), di cui ho già parlato in un altro mio saggio. Il testo di Luca Holstenio è “Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii etc….”. Si tratta delle riflessioni postume al lessico geografico di Ortelio, alla Geografia Sacra di Carlo da S. Paolo e le riflesioni sull’Italia antica del Cluverio. L’Holstenio, nell’edizione del 1666, non scrive a p. 60, ma troviamo scritto su Buxentum a p. 22, parlando della Lucania scrive: “Buxentium &c. vulgo) Policastro…….Blanda &c. hodie ) Porto de Sapri”, mentre nelle sue riflessioni all’Ortellio: “Thesaurum Geographicum Annotationes a…”, a p. 60 non leggiamo ciò che postillava il Visconti. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini), a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“. Anche se riguarda gli anni sul finire del VI secolo è interessante l’analisi del Cantalupo. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 62-63, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Insediatisi nelle terre del golfo di Salerno, dove a Nord, la stessa Salerno resterà imprendibile per altri quarant’anni ed a Sud, Agropoli non sarà mai occupata, i Longobardi avanzarono lungo la solita via Annia nel vallo di Diano; lasciate momentaneamente tranquille le località a ridosso dei Monti Alburni e distrutta Marcelliana (4), si condussero tra il 590 ed il 591 nell’entroterra del golfo detto oggi di Policastro. Le scorrerie portate allora nei territori di Velia, Bussento e di Blanda, probabilmente col solo scopo di fare incetta di vettovaglie (5), determinarono l’abbandono dei vescovadi di questa città da parte del clero, rifugiatosi altrove, forse in Sicilia, dove avevano trovato scampo allo stesso pericolo anche molte monache della Lucania, come ricorda san Gregorio Magno in una sua lettera del 593 (1).”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V., n. 2, p. 53. Dell’abitato di Marcelliana (‘Marcellianum’) non si hanno notizie dopo il VI secolo, per cui è lecito mettere in relazione la sua scomparsa con la conquista longobarda.”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Zottone (o Zotto; … – 591 circa) è stato un condottiero e duca longobardo, primo duca di Benevento dal 571 circa al 591 circa. Dunque, Zottone regnò fino a il 591 circa ed il Cantalupo, in proposito citando il testo di Hirsch (….), “Il ducato di Benevento” (in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67), ricorda che Hirsch scriveva che: “dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, secondo il Cantalupo che citava Hirsch, nella nostra zona, durante tutto il VII secolo (da sul finire del VI secolo), per circa cento anni, di tutta la chiesa cattolica o l’ordinamento ecclesiastico non si hanno più notizie.

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Riguardo la Diocesi di Velia, papa Gregorio I, scrivendo la seconda lettera al Vescovo Felice, nell’anno 593, ci parla anche di Velia. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, in proposito scriveva che: “…..Più importante la seconda che informa della crisi demografica (21), che già verso la fine del VI secolo travagliava Velia. Il papa invitava il vescovo pestano Felice (22), rifugiatosi nel castello di Agropoli bizantina per l’incombente minaccia longobarda, a visitare le diocesi di Velia, Bussento (Policastro) e Blanda (Maratea) prive di Vescovi. Ma, se la partecipazione a successivi Concili dei vescovi di queste ultime due diocesi informa della loro ricostituzione, il silenzio dei vescovi di Velia mostra la scomparsa di questo organismo diocesano. Evento che fu determinato anche dalle rovinose alluvioni che, distruggendo i terreni resi già fecondi dagli uomini, sconvolsero ancora una volta l’abitato cittadino (VIII secolo). La furia delle acque, che travolse il quartiere meridionale (23), seppellì, sotto masse di limo, la stessa basilica. “. Sulla diocesi di Velia al tempo di papa Gregorio I, Pietro Ebner a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…..ordinava a “Felici Episcopo de Acropoli” di visitare le tre chiese abbandonate dal clero, il che conferma l’occupazione di Velia e del territorio da parte dei Longobardi di Zottone, ecc…“. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Per ciò che attiene alla sede della diocesi, si può senz’altro convenire che nel VI secolo essa da Paestum venne trasferita ad Agropoli, fondata dai bizantini negli anni seguenti il 533, epoca dell’arrivo di Belisario in Italia. In questa ben fortificata testa di ponte bizanina si rifugiarono i vescovi pestani per sfuggire all’orrore dell’invasione delle bande di Zotone, primo duca di Benevento (571-591) e il più pagano tra i Longobardi. Non sappiamo con precisione quando i vescovi ritornarno a Paestum……Capaccio rimase a lungo sede diocesana nonostante che i vescovi continuassero a risiedere in altri centri (Agropoli, Sala Consilina (8), Diano-Teggiano, Novi, Vallo) ecc….”. Ebner, a p. 15, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Sala venne scelta per fruire più facilmente dal servizio postale”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, scriveva che: “Una eco delle scorrerie di Zottone nel Mezzogiorno, si rintraccia anche negli scritti di Gregorio Magno, il quale appunto con la sua lettera “Quoniam velina” (a. 592) sollecitava il vescovo pestano Felice, rifugiatosi nella vicina Agropoli (114), a visitare le diocesi di Velia, Bussento e Blanda (presso Maratea) prive di pastori, probabilmenti sorpresi dalle orde longobarde come propendono gli storici. L’esplicito ed esclusivo riferimento del papa al vescovo Felice perchè riorganizzasse l’assistenza religiosa nelle predette diocesi e non in quella pestana lascia appunto presumere che il vescovo Felice era sfuggito a Zottone in quanto era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (114) postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus”. Nella sua nota si faceva riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) postillava e citava “Jaffé-Ewald”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (115) postillava che: “(115) ‘Bell’ Goth.’, I, 14.”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (116) postillava che: “(116) Epist., II, 14. 50”.

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Non pochi documenti, però mostrano che i vescovi tornassero spesso ad Agropoli, non perchè sede di circoscrizione ecclesiastica, di cui sarebbe ben difficile stabilire i confini data la vicinanza con le più antiche di Paestum e di Velia, ma perchè Agropoli, con i suoi casali, costituiva il feudo dei vescovi di Capaccio. Anche il Kehr (pp. 367 e 370) conviene sul temporaneo trasferimento ad Agropoli del vescovo pestano, aggiungendo solo ch’è difficile stabilire l’epoca del ritorno a Paestum. Dello stesso parere il Duchésne. Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave giunta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Pietro Ebner scriveva che nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo”. Ebner scriveva pure che “Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno.”. Ebner scriveva pure che: Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 63-64, in proposito scriveva che: “In questa prima fase espansionistica i Longobardi Beneventani……La regione così individuata, venutasi a trovare separata dai restanti domini greci d’Italia, ebbe l’immediata necessità di organizzarsi; a questo dovettero però provvedere i Vescovi, perchè i Bizantini erano allora impossibilitati ad occuparsi concretamente dei problemi della Penisola (1). Sedeva sul soglio pontificio, dal settembre del 590, Gregorio Magno, l’uomo energico che giustamente si preoccupò, nel generale sfacelo, di arginare in qualche modo la situazione, coodinando l’azione dei Vescovi onde evitare maggiori danni alle popolazioni, ai beni della Chiesa e, soprattutto, ostacolare l’estendersi del dominio longobardo a spese dei residui possedimenti italici di Costantinopoli. Poichè l’unico vescovo presente nell’area ancora bizantina tra i golfi di Salerno e di Policastro, era quello della diocesi pestana, Felice (2), allora residente ad Agropoli (‘episcopus de Agropoli’), a lui il Papa inviò nel luglio del 592 un lettera, in cui lo sollecitava a prendersi cura dei vescovati di Velia, Bussento e Blanda, rimasti privi della guida di presuli, affidandogli il personale ancora in sede di quelle diocesi e raccomandandogli le suppellettili sacre delle stesse chiese: “Gregorio a Felice, vescovo di Agropoli. Poichè si sa che le Chiese di Velia, Bussento e Blanda, che si trovano nelle tue vicinanze, sono prive della guida di un Vescovo, ti incarichiamo fraternamente di visitarle secondo l’usanza; avvertendoti soprattutto di questo, che, ove tu trovassi diaconi e religiosi di dette Chiese o delle loro diocesi, ti preoccupi di ammonirli a vivere sotto ogni rapporto con rigore ed in modo conforme alla regola. Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 64, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Dalla metà alla fine del VI secolo la penisola balcanica e la Grecia furono invase a più riprese dalle popolazioni barbare degli Slavi e degli Avari; ai principi del secolo VII esse riuscirono anche a sfondare la linea del Danubio e, insediatesi nella prima metà dello stesso secolo sia nel Peloponneso che in parte della Grecia, nel 626 assediarono Costantinopoli. La città fu salvata allora dall’intervento della flotta bizantina, nonostante la minacciosa presenza dell’esercito persiano intervenuto in quell’assedio (cfr. OBOLENSKY, Il Commonwealth bizantino, Bari, 1974, pp. 72-74)”. Il Cantalupo, vol. I, a p. 64, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Dato il breve lasso di tempo intercorrente fra l’occupazione longobarda di Paestum (590 c.) e la lettera del Papa a Felice (592), quest’ultimo è quasi sicuramente il vescovo sfollato di quella città”. Il Cantalupo, a p. 64, nella sua nota (3) postillava che: “(3) GREGORII M., Reg., II, 42 (= II, XLIII in Migne, Patrol. Lat., LXXVII, col. 581): Gregorius Felici Episcopi de Acropoli. Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi etc…”. Dunque, il Cantalupo, a p. 63 scriveva che: “Restava così al di fuori dalla conquista longobarda il vasto territorio situato tra Agropoli, i Monti Alburni e Blanda, dove, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi pp. 93 sgg.”. Il Cantalupo, a p. 93, in proposito scriveva che: “Il “Castellum Caputaquensis”. Cap. V, il Cantalupo ci parla di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. pp. 69 sgg.”. Il Cantalupo, a p. 69 e ssg., in proposito scriveva ed argomentava intorno ad un’antica città di Lucania sorta all’epoca dei primi Longobardi, di cui aveva argomentato lo studioso Emilio Guariglia (….), ed in parte Nicola Acocella (….) con alcune varianti. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (5) postillava che: “(5) V. n. 2, p. 110.”. Riguardo lo studio di Emilio Guariglia (….), si tratta dell’articolo o saggio “La città di Lucania” apparso sulla rivista ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno V (1944).  Il Cantalupo, a p. 110, stessa cosa il Cantalupo argomentava sul nome di Cilento di cui qui non voglio dilungarmi. Sempre il Cantalupo (….), nel suo vol. I, a pp. 65-66, in proposito scriveva che: “Enorme fu l’importanza rivestita da Agropoli in quel frangente, quando pochissime erano le città in grado di tener testa ai barbari sempre minacciosi; le sue fortificaioni avevano stabilito la nuova sede alla classe dirigente pestana, i cui membri allora probabilmente tentarono di ridare ordine alle terre circostanti, ricostruendovi una qualche forma di amministrazione, coadiuvati in ciò dalla presenza di un funzionario bizantino (forse un ufficiale inferiore, detto ‘tribuno’)(1), che, come capo della guarnigione ivi stanziata, si occupava dei problemi strettamente militari. Su tutti esercitava la sua sorveglianza il Vescovo, trasformato dalla legislazione di Giustiniano in un prestigioso rappresentante del potere civile (2).”. Il Cantalupo, a p. 65, nella sua nota (1) postillava che: “Cfr. Romano/Solmi, op. cit., pp. 253 e 345.”. Il Cantalupo si riferiva al testo di Romano Giacinto e Solmi A., ‘Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888)’, ed. Vallardi, Milano, 1940. Infatti, i due autori, Solmi e Romano, nel capitolo IV: “L’Italia bizantina e la controversia monotelitica”, a p. 342, in proposito scrivevano che: “f) Ducato di Napoli. Era costituito dal resto della Campania non aggregato al ducato di Roma,……….g) Sparsi frammenti di dominio bizantino erano ancora nella Lucania, nel Bruzio, nell’Apulia e nella Calabria. Nella Lucania i Greci conservarono solo Agropoli. Più solidamente invece si mantennero nel Bruzio, dove le conquiste longobarde non andarono più in là di Cosenza (680). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. pp. 126-127”.

Riguardo questa importante lettera di papa Gregorio I (S. Gregrio Magno), il Russo (….) a p. 18, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Registrum Epistolarum’, II, 42; Labbe, VI, 801; Mansi, IX, 1099; Migne, P.L. LXXVII, 581; Ughelli-Coleti, X, 29; M.G.H., ‘Epist.’, I, 141; J.L., n. 1195; Fulco, op. cit., 38, 39.”. Riguardo i vescovi di Blanda Julia il Russo (…) citava Joseph (Giuseppe) Mansi (…), ovvero la sua opera ‘Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio’, pubblicata a Firenze nel 1759-98 e citava il vol. IX p. 1099, la lettera n° 43a:

Pietro Ebner (…), per questo travagliato periodo, cita il Lanzoni (…), e ne consiglia la lettura di pp. 316-329 sulla diffusione del Cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana. La tesi potrebbe essere quella che in un certo periodo, come afferma il Lanzoni (…): «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, scriveva che: “I vescovi per l’alternarsi di invasioni e incursioni cui erano esposte le città, finirono col non avere una residenza stabile, come afferma il Lanzoni là dove dice (p. 323) che “si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome”. Le uniche testimonianze sicure pervenuteci sono le lettere del ‘Consul Dei’, di Gregorio Magno (590-604) in cui appunto si fa cenno dell’invasione longobarda (105) e riferiscono con accenti drammatici gli eventi occorsi nel Mezzogiorno dopo la calata delle orde di Zottone, il più pagano tra i Longobardi e primo duca di Benevento (571-591). Le sue efferate schiere pare abbiano infierito più sulle chiese e sugli ecclesiastici (106) che sulle popolazioni civili. Ciò spiega il lungo silenzio ( circa un secolo per lo Hirsch) che per molti anni avolse vescovi e vescovadi locali (107).”. Ebner (…), a p. 25, nella sua nota (107), scriveva che lo Hirsch (…), affermava di non aver rinvenuto altre notizie sul Mezzogiorno dal 601 al 604 (morte di Gregorio Magno) e che solo nell’anno 625 è notizia della presa di Salerno per accordi con il vescovo Grazioso. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Blanda ed al vescovo Felice, così scriveva: “…..La “vacatio sedis” di tre diocesi rispecchia quale era la situazione italiana con le guerre gotiche prima e le bizantino-longobarde dopo; d’altra parte così viene esplicitamente evidenziata dallo stesso Gregorio Magno: “Le città sono spopolate, i villaggi travolti, le chiese bruciate, i monasteri di uomini e di donne distrutti, i campi abbandonati dagli uomini sono privi di chi li coltivi, la terra è deserta nella solitudine, e nessun proprietario la abita…la fine del mondo non solo si annunzia, ma già si mostra in atto” (Dial., III, 38).”. Poi il Campagna, postillava che: “(Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Barni (…), scriveva che i Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro.

Del VII secolo, il L. Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905, attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (….), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese.

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: “I Longobardi trovarono le nostre regioni semideserte (dal 566 infuriava la peste)(63), anche se Paolo Diacono menziona lungo “il corno destro dell’Italia”, in Lucania e Brettia, le città di “Pesto, Laino, Cassiano, Cosenza e Reggio” (64), ma di città dovevano conservare soltanto il nome; forse un agglomerato di casupole a ridosso dei ruderi di antichi edifici romani. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Popolazioni già sottomesse seguivano i Longobardi (66). Longobarda, la cittadina della costa tirrenica cosentina, rivela nel toponimo la presenza longobarda nell’estremo Mezzogiorno, dando così, una certa concretezza storica alla leggenda della “colonia di Autari” (67). Nell’estate del 596, la stessa Crotone era caduta sotto il potere longobardo (68). Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato, tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 63, nella sua nota (…), postillava che: “(63) P. Diacono, H.L., II, 4”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (64), postillava che: “(64) P. Diacono, H.L., II, 17; N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, in Rassegna Storica Salernitana, 1962.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (65), postillava che: “(65) P. Diacono, H.L., II, 26; Procopio, Goth., IV, 33.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (66), postillava che: “(66) P. Diacono, ibidem”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (67), postillava che: “(67) P. Diacono, H.L., III, 32.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (68), postillava che: “(68) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (69), postillava che: “(69) P. Diacono, H.L., II, 32”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (72), postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le Diocesi d’Italia, op. cit..”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (73), postillava che: “(73) P. Diacono, H.L., IV, 9.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) Reg. Epist., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (75), postillava che: “(75) Reg. Epist., IX, 127.”.

Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”.

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (…), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (…), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(…), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum, vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, per modo che le chiese ne restarono abbandonate e deserte, il clero ed il popolo ne fuggirono e i sacri vasi furono occultati; lo che trova riscontro nell’altra lettera di Cipriano, di sopra citata, in cui s’allude a così fatte invasioni fatte nella Lucania, come pare, dai Longobardi, e precisamente da Zottone duca di Benevento per estendere i suoi domini nella Campania, nella Lucania, nella Calabria e nelle Puglie. Nè mancano altri riscontrii di simili scorrerie su quei littorali a quel tempo, ed il medesimo S. Gregorio ricorda quelle fatte sui lidi campani nella sua lettera ad Adeodato abate del monastero di s. Sebastiano di Napoli, ove dice che i monaci del Falcidio di Pozzuoli, e quelli del Cratere di Napoli non erano sicuri per le incursioni che i barbari facevano su questa spiaggia (20). Ordina però s. Gregorio ad Adeodato di raccogliere con sè nel suo monastero di s. Sebastiano i monaci Falcidiesi e i Crateresi, soggiungendogli che quando i lidi fossero sgombri dal pericolo delle incursioni barbariche rimandasse di tratto in tratto nei rispettivi monasteri quei monaci a mantenervi il culto divino. Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Il Gaetani a p. 29, nella sua nota (20) postillava che: “(20) I monaci Falcidiesi abitavano l’antico pretorio di Falcidio, ove era la basilica di s. Stefano o di s. Procolo detta pure del Trivio. di cui tuttora si vedono i ruderi all’estremo della via Campana. I Crateresi poi avevano il loro cenobio ove oggi è la Villa di Napoli, il quale negli ultimi tempi si disse di s. Leonardo a Chiaja; ora è interamente distrutto.”.

Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Il Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (…). Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro, scriveva: sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’.. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (10), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (8-9). Infatti, il Romanelli (25) ed il Troyli (6), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(11), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune genti Bulgare a seguito del quale, nacquero o si popolarono alcuni centri posti intorno al Monte Bulgheria.

Il Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (?) (…). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (…) che, nel 1831, pubblicò (…) Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (…). Il Laudisio (…), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (…), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (…) ed il Gatta (…) e, poi in seguito citate da Ebner (…) e Acocella (…). La principale notizia che il Laudisio (…) e poi il Duchesne (…) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (…). L’interessantissima lettera del papa Gregorio Magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (…). Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe di informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia,…”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Ecc…”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous”. Il Tancredi nella nota n. 34 di Pyxous a p. 18 postillava che: “(34) Migne J.P., ‘Patologiae Corsus compl.’, Tomo 78, Libro II, Ep. 43a, c. 581, Paris 1849.”. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parlando di Blanda, e non di Bussento, in proposito scriveva che: “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Ecc…”. Dunque, anche il Russo faceva riferimento alla lettera “Quoniam Velinae, Buxentum e Blanda etc…”, continuando il suo racconto scriveva che: “Come si vede, le Chiese di Agropoli, Velia (Vallo della Lucania), Buxentum (Policastrum Bussentino) e Blanda sono tutte città che si susseguono in ordine topografico – da nord a sud – lungo il litorale tirrenico meridionale. Per questo il compito della Visita, affidato al Vescovo Felice, non doveva presentare grandi difficoltà, trattandosi di Chiese, “quae tibi in vicino sunt constitutae”. Nessun indizio sul nome del Vescovo blandano defunto. Conosciamo invece il nome del Vescovo, che dovette essere eletto con l’intervento di Felice.”. Il Russo a p. 18, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Registrum Epistolarum’, II, 42; Labbe, VI, 801; Mansi, IX, 1099; Migne, P.L. LXXVII, 581; Ughelli-Coleti, X, 29; M.G.H., ‘Epist.’, I, 141; J.L., n. 1195; Fulco, op. cit., 38, 39.”. Riguardo i vescovi di Blanda Julia il Russo (…) citava Joseph (Giuseppe) Mansi (…), ovvero la sua opera ‘Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio’, pubblicata a Firenze nel 1759-98 e citava il vol. IX p. 1099:

Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro, parlando dei Longobardi, Gianluigi Barni (…), nel suo “I Longobardi in Italia”, a pp. 366 e ssg. pubblicò il testo di Monsignor Luois Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…). Del VII secolo, il Louis Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905.  Monsignor Duchesne (….)(vedi il testo di Barni, a pp. 382-383, parlando della Regione II (Napoletano), in proposito scriveva che: “In effetti non è possibile dimostrare che, nelle località di questa regione, rimaste fino al VII secolo più o meno inoltrato sotto il dominio dei Bizantini, si sia conservato un solo Vescovado. Al declino del VII secolo quello di Benevento fu ricostruito; più tardi si vedono riapparire quelli di Lucera, Conza, Canosa, Acerenza. Il primo fu assorbito da quello di Benevento. Quelli di Benevento, Canosa (Bari), Conza, Acerenza, si conservarono e diventarono persino, in seguito alla suddivisione della diocesi, delle metropoli ecclesiastiche.”. Continuando il suo racconto sulla “Regione III”, il Duchesne a p. 383 in proposito scriveva che: “L’antica regione III comprendeva la lucania ed il ‘Brutium’. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che ‘Potentia’, ‘Grumentum’ e ‘Consilinum’ (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia (4), Buxentum (5) (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (6) (il Duchesne la pone a Maratea)Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (7). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di ‘Grumentum’ viveva ritirato in Sicilia (nota 8 = Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (9), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come ‘Episcopus de Acropoli’. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata d’Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (….). Nel Barni (….), a p. 383, nella sua nota (7) postillava che: “(7) J. , 969, 1015, 1017).”. Con questa nota il Barni postillava di R. Jaffé (….) ed il suo “Regesta pontificum romanorum”, Lipsia, 1885. Oppure Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888. Dunque, il Barni postillava che in questo testo si veda la n. 969, 1015, 1017.  Nel Barni, a p. 383, nella nota (8) postillava che: “(8) Ep., IX, 209, luglio 599”. Nel Barni, a p. 383, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Ep., II, 42, luglio 592.”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…). Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323 in proposito scriveva che: “1. Felix: 592 (J-L, 1195) – Questa lettera su scritta “Felici Episcopi de Acropoli visitatori provinciae Lucaniae”, cui il papa ingiunse la “visitatio Velinae, Buxentinae, et Blandanae ecclesiarum”, le quali “sacerdotis regimine vacabant”. Il Crivellucci (“Studi Storici”, an. 1897, p. 591, credette che la diocesi di Paestum fosse distinta da quella ‘de Acropoli’, ma io penso con Mons. Duchesne (Les evéchés d’Italie ec., II, 367) che Felix fosse il vescovo stesso di Paestum, rifugiatosi causa l’invasione longobarda, con il presidio greco, nell’Acropolis. Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della diocesi e da questa seconda residenza presero il nome.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di……. e Felice di Paestum nel 592 (91).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius adfuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen’.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Si tratta di due lettere (“epistole”) scritte da papa San Gregorio Magno (…) a Felice, Vescovo di Paestum e rifugiatosi ad Agropoli. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, scriveva che: “Le uniche testimonianze sicure pervenuteci sono le lettere del ‘Consul Dei’, di Gregorio Magno (590-604) in cui appunto si fa cenno dell’invasione longobarda (105) e riferiscono con accenti drammatici gli eventi occorsi nel Mezzogiorno dopo la calata delle orde di Zottone, il più pagano tra i Longobardi ecc…”. Si tratta di due lettere di papa Gregorio Magno (…), contenute nel ‘Registro Episcopale’, scritto tra il 590 e il 604. Si tratta dell’epistola  n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona. Si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982. Si veda Epistola 2, 42 o 43′ (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Pietro Ebner, op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando della città di Buxentum (Bussento) si riferivano alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…).

Del VII secolo, il L. Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905, attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (….), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che, dopo di lui non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Ebner Pietro, op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…).

Nel 592 Blanda subì un’incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal Vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio Magno. La notizia è tratta da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (17-18) e poi dal Duchesne (14). La città viene infine ricordata in alcune epistole di papa Gregorio Magno. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Il Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (?) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) ed il Gatta (…) e, poi in seguito citate da Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). L’interessantissima lettera del papa Gregorio Magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe di informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia,…”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11).

Nel ‘592 (VI sec. d.C.), Sapri

E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel VII secolo, come ricorda il Cappelletti (12) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda, affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (11). Nicola Acocella (22), affermava in proposito: “La Velina ecclesia era già, all’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti”, faceva riferimento alla nota lettera di Papa Gregorio Magno a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (‘Epistulae, II, 29′)(11), la mancanza di titolare della sede bussentina. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (13). Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Aggiunge Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) la Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) e, poi in seguito pubblicate da studiosi locali come Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) Duchesne L. (…), ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne’, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde).  Il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14). Scrive la Bencivenga –  Trimllich (40), sulla scorta del Gaetani (9), a proposito di Bussento che “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10).”. Sempre dal Gaetani (9), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (19), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, leggiamo in proposito che “Ritrovasi mentionata ancora questa città nella Lucania da …Stefano Bizantino disse sia città di Sicilia (2 – si veda nota Stef. de Urbihus), havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”. Il Gaetani (….), proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani (9), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, a pp. 19-20, in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: Rustico sulla fine del V secolo e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus’; e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel Vescovo Agnello di cui fa menzione S. Gregorio nel suo ‘Libro 4, ep. VI’, scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo di Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo.”. Sempre il Gaetani (9), nello stesso saggio, scriveva: “Giuseppe Volpi (10), fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimondi, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : ‘Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus’”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi di Giuseppe Volpi (10), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(42), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum, vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”Il Laudisio (17-18), sulla scorta di Pietro Giannone (41), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Pietro Giannone (41), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Il Laudisio (17-18), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (19), dalle ‘Memorie Lucane’, Cap. II, p. 34 del Gatta (3), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (6), e dal Barrio (21), scriveva nel 1831 in proposito: Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.

Nel ‘592 (VI sec. d.C.), Sapri

E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel VII secolo, come ricorda il Cappelletti (12) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda, affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (11). Nicola Acocella (22), affermava in proposito: “La Velina ecclesia era già, all’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti”, faceva riferimento alla nota lettera di Papa Gregorio Magno a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (‘Epistulae, II, 29′)(11), la mancanza di titolare della sede bussentina. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (13). Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Aggiunge Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) la Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) e, poi in seguito pubblicate da studiosi locali come Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) Duchesne L. (…), ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne’, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde). Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, nel 1974 pubblicava un rapporto del 1903 di monsignor Luis Duchesne (…), ovvero il suo I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde). (L’opera del Duchesne si trova in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365–399 (cfr. p. 367)). Il Barni la pubblica a p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370. L’opera del Duchesne riprendeva in parte anche lo studio di Monsignor Laudisio, vescovo di Policastro (…). Il Duchesne (14), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “L’antica Regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia (Potenza, Grumentum (che riteneva essere Grumento Nova) e Consilinum (Marcelliana = che riteneva essere l’odierna Civita, presso Padula); sulla costa tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia ( che ritiene essere attualmente la zona archeologica presso Marina di Casalvelino), etc…Il Duchesne continuando il suo racconto scriveva pure che: “…, sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14).

Scrive la Bencivenga –  Trimllich (40), sulla scorta del Gaetani (9), a proposito di Bussento che “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10).”. Sempre dal Gaetani (9), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (19), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, leggiamo in proposito che “Ritrovasi mentionata ancora questa città nella Lucania da …Stefano Bizantino disse sia città di Sicilia (2 – si veda nota Stef. de Urbihus), havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”. Il Gaetani (….), proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani (9), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, a pp. 19-20, in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: Rustico sulla fine del V secolo e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus’; e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel Vescovo Agnello di cui fa menzione S. Gregorio nel suo ‘Libro 4, ep. VI’, scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo di Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo.”. Sempre il Gaetani (9), nello stesso saggio, scriveva: “Giuseppe Volpi (10), fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimondi, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : ‘Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus’”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi di Giuseppe Volpi (10), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(42), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum, vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”Il Laudisio (17-18), sulla scorta di Pietro Giannone (41), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Pietro Giannone (41), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Il Laudisio (17-18), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (19), dalle ‘Memorie Lucane’, Cap. II, p. 34 del Gatta (3), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (6), e dal Barrio (21), scriveva nel 1831 in proposito: Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.

Nel VII sec. d.C., i monaci Bulgari fuggiaschi ed il rito d’Oriente

Anche attraverso dall’indagine glottologica provengono ulteriori conferme della presenza di grecismi e di ellenismi nella nostra area che fanno ritenere un’influsso poderoso all’epoca bizantina.  Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) riferendosi al Cilento scriveva in proposito che: “….verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”. E’ invece in un altro testo che il Gaetani (…), ci parla di questo periodo storico. Si tratta del testo manoscritto del padre Agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel il sacerdote Rocco Gaetani”, che pubblicò a Napoli nel 1880. Il Gaetani, a p. 21 così trascrive un passo del Mannelli: “a credersi, se ricordarci vogliamo, quel che altre volte accennai, che essendo queste fiere Nationi venute dai paesi settentrionali, non haveano alcuna peritia dell’arte marittima, si che tutta la barbarie dè loro sforzi si sfogò contro le Città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali; tanto più che potean ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’imperio Greco, che havea nel mare potente armata. Laonde questa città marittima e tanto fuor di mano da essa non fu assalita, ma fu posseduta dà Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia ecc…”. Dunque, il monaco Agostiniano Mannelli scriveva addirittura che Policastro fu posseduta dagli Imperatori d’Oriente (Greci-Bizantini).

Nel 592 (VI sec. d.C.), la lettera di papa Gregorio I (S. Gregorio Magno) a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “Ma l’incalzare della guerra gotica (535-553), che precedette appena di pochi anni l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Sulla lettera di papa Gregorio I (papa San Gregorio Magno), ha scritto anche il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, per modo che le chiese ne restarono abbandonate e deserte, il clero ed il popolo ne fuggirono e i sacri vasi furono occultati; lo che trova riscontro nell’altra lettera di Cipriano, di sopra citata, in cui s’allude a così fatte invasioni fatte nella Lucania, come pare, dai Longobardi, e precisamente da Zottone duca di Benevento per estendere i suoi domini nella Campania, nella Lucania, nella Calabria e nelle Puglie. Ecc…”. Di questo passo del Gaetani ho già scritto parlando dell’invazione dei Longobardi del duca Zottone nel 568. Il Gaetani fa rilevare che è proprio da una delle prime lettere di papa Gregorio I (S. Gregorio Magno) del 592 a Cipriano, rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia che si rileva delle terribili stragi fatte dai Longobardi di Zottone nel 568. Sulla lettera a Cipriano (….), il sacerdore Rocco Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a p. 19, in proposito scriveva che: “Dunque, nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione S. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accettarlo.”. E subito dopo a seguire il racconto del Gaetani sulla lettera di papa Gregorio I a Felice. Il Gaetani, a p….., nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lib. 4, Ep. VI.”.

Nel 593 (VI sec. d.C.), Cipriano, rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia al tempo di papa Gregorio I

Dalla Treccani on-line leggiamo che “Cipriano” non si conosce nulla della famiglia di C., diacono, rettore del Patrimonio di Sicilia dal 593 al 598, ed è possibile ricostruire la sua biografia solo per gli anni in cui.ricopre questa carica. La sua attività, è documentata dal Registro di Gregorio Magno, in cui sono conservate le lettere che il papa gli invia durante il suo incarico, e dalla Vita dello stesso Gregorio, scritta da Giovanni Diacono, nella quale C. è ricordato nell’elenco dei rettori dei patrimoni ecclesiastici. Nel luglio del 593 è nominato per la prima volta nel Registro di Gregorio Magno, già con il titolo di rettore del riunificato Patrimonio di Sicilia. A questa carica doveva essere stato appena eletto, se, nell’agosto dello stesso anno, non aveva ancora occupato la sede a cui era stato destinato. C. come rettore non è soltanto l’amministratore dei beni della Chiesa, nel territorio affidatogli, ma è anche il rappresentante e l’intermediario ufficiale del papa. La sua autorità è riconosciuta dai vescovi della regione. Per la salvaguardia degli interessi economici della Chiesa si occupa nell’ottobre del 593 della raccolta, presso i singoli vescovi, dei vasi e arredi sacri portati in Sicilia dai sacerdoti fuggiti dalla penisola a causa dell’invasione longobarda, che per la morte. o l’incuria di questi andavano dispersi. Nel febbraio del 595 opera un controllo sul testamento di Teodoro, vescovo di Lilibeo, affinché non depauperi le ricchezze dei suo vescovato. Sempre nel febbraio del 595 riceve da Gregorio istruzioni, estremamente precise, anche se non ufficiali, sul candidato più idoneo alla successione di Mariniano, vescovo di Siracusa. Infatti nell’ottobre dello stesso anno darà tutto il suo appoggio e aiuto al nuovo vescovo di questa diocesi. Più volte deve far rispettare le decisioni disciplinari che riguardano la vita interna della Chiesa e la sua organizzazione. Ma si preoccupa anche di mantenere i migliori rapporti con il pretore bizantino, massima autorità amministrativa dell’isola, in modo che questi permetta ai vescovi della regione di recarsi a Roma ogni cinque anni. Fin dai primi mesi del suo incarico s’únpegna in un’opera di apostolato per la conversione di manichei ed ebrei, in modo speciale di quelli che si trovano nei possedimenti ecclesiastici, e per il soccorso di coloro che versano in disagiate condizioni economiche o di quelli che hanno subito soprusi e violenze. Resta a capo del Patrimonio di Sicilia fino all’ottobre del 598 quando ritorna a Roma. Dopo di lui il Patrimonio siciliano sarà definitivamente diviso in due parti, una che comprendeva la zona di Siracusa, Catania, Milazzo e Agrigento, l’altra con il suo centro a Palermo che comprendeva la Sicilia occidentale. Dopo la fine del suo mandato Cipriano sarà nominato ancora in tre lettere datate tra l’ottobre e il dicembre del 598. Trascorso questo periodo non si ha più nessuna notizia su di lui. Fonti e Bibl.: Gregorii I Papae Registrum Epistolarum, in Mon. Germ. Histor., Epistolae, I, 2, a cura di P. Ewald-L. M. Hartmann, Berolini 1887-1891, pp. 214-217, 237 s., 248, 288 s., 302-304, 308 s., 312-314, 383, 392, 398 s., 412-414, 462 s., 487, 489; II, a cura di L. M. Hartinann, ibid. 1893-1899, pp. 9 s., 51, 70, 74 s., 85; Sancti Gregorii Magni Vita a Ioanne diacono scripta libris quattuor, in Migne, Patrol. lat., LXXV, col. 110 A.

Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 97, in proposito scriveva che: “Le Decretali dei Pontefici Innocenzo I e Gelasio I mostrano chiaramente che nel Bruzio esisteva un’organizzazione ecclesiastica fin dal secolo V e che questa era alla diretta dipendenza del Papa. Questo risulta ancor meglio dall’Epistolario di S. Gregorio Magno, il quale interviene direttamente nelle questioni locali e provvede alla visita e, a volte, anche alla provvista di Chiese vacanti. Al suo tempo il Bruzio era sotto il dominio dei Bizantini da diversi anni; nondimeno nulla dimostra che se ne fosse iniziata l’ellenizzazzione sia nella lingua che nella liturgia.”. Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “In questo periodo la Magna Grecia è già provincia di scarsa importanza. Nel 592 il Papa S. Gregorio Magno deve intervenire per provocare l’elezione di vescovi nelle gloriose città di Velia, Buxentum e Blanda, ormai ridotte a pochi abitanti, alla miseria, ad una scarsa vita spirituale e culturale (29). L’incaricato di Gregorio Magno è il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: ” (27) Ibidem”. Il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”.

Nel luglio del ‘593 (VI sec. d.C.), papa Gregorio Magno scrive e ordina a Felice, vescovo di Paestum di visitare le antiche Diocesi vacanti (senza Vescovo) di Velia, Bussento e Blanda

Andrebbero ulteriormente indagate le notizie della venuta nelle nostre terre, nel VI secolo, di alcune orde barbariche e di alcune diocesi abbandonate, tratte soprattutto da alcune testimonianze come le lettere di papa San Gregorio Magno che indirizzerà al vescovo di Paestum. In particolare bisognerebbe meglio indagare sulla figura di Felice, Vescovo di Paestum che a quei tempi si rifugiò nella vicina Agropoli. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda Policastro: nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (Bussento) (…). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di Buxentum in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo. Nel 592 Blanda subì un’incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal Vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio Magno. La notizia è tratta da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (…) e poi dal Duchesne (…). La città viene infine ricordata in alcune epistole di papa Gregorio Magno. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). La principale notizia che il Laudisio (…) e, in seguito anche il Duchesne (…), è la citazione della  lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (…). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (…). Papa Gregorio I, detto papa Gregorio Magno ovvero ‘il Grande’ (Roma, 540 circa – Roma, 12 marzo 604), è stato il 64º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica, dal 3 settembre 590 fino alla sua morte. Papa Gregorio Magno. Sebbene il suo pontificato si sia svolto in uno dei periodi più bui della storia italiana, conservò una incrollabile fiducia nella forza del Cristianesimo; una delle anime più luminose del Medioevo europeo svolse il suo ministero racchiusa in un corpo minuto e sempre malato, ma dotato di una grandissima forza morale. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…).

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “….. l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. …..Più importante la seconda che informa della crisi demografica (21), che già verso la fine del VI secolo travagliava Velia. Il papa invitava il vescovo pestano Felice (22), rifugiatosi nel castello di Agropoli bizantina per l’incombente minaccia longobarda, a visitare le diocesi di Velia, Bussento (Policastro) e Blanda (Maratea) prive di Vescovi. Ma, se la partecipazione a successivi Concili dei vescovi di queste ultime due diocesi informa della loro ricostituzione, il silenzio dei vescovi di Velia mostra la scomparsa di questo organismo diocesano. Evento che fu determinato anche dalle rovinose alluvioni che, distruggendo i terreni resi già fecondi dagli uomini, sconvolsero ancora una volta l’abitato cittadino (VIII secolo). La furia delle acque, che travolse il quartiere meridionale (23), seppellì, sotto masse di limo, la stessa basilica…..3. Ma fu l’occupazione longobarda del territorio che segnò la fine della città. Nessun dubbio sull’arrivo del luogo di quelle genti che, lasciata la Pannonia il 2 aprile del 568 s’incamminarono verso l’Italia con le loro famiglie (‘farae’), le antiche ‘sippe’ germaniche, non per una temporanea scorreria, ma per stanziarvi. Lo intuì subito Gregorio Magno: “Io non so ciò che accade altrove, ma so che in questa parte della terra da noi abitata, la fine del mondo si annuncia chiaramente”. Della fine del vecchio mondo, anche in questa parte del Mezzogiorno, è cenno nelle lettere del grande pontefice, come si è visto, e nella scomparsa della diocesi.”. Ebner, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21) La diminuzione del numero dei fedeli bisognosi di assistenza spirituale rendeva inutile la presenza di un vescovo. S. Gregorio Magno (Reg., II, 42: “Quoniam Velina; Buxentina et Blandina Ecclesiae sibi in vicino constitutae Sacerdotis noscuntur vacare regimine, propterea fraternitati tuae earum sollemniter operam visitationis ingiungimus”; Jaffe-Ewald, Regesta pontif. Roman., n. 1195) ordinava a “Felici Episcopo de Acropoli” di visitare le tre chiese abbandonate dal clero, il che conferma l’occupazione di Velia e del territorio da parte dei Longobardi di Zottone, uno dei 36 duci longobardi d’Italia, al quale Alboino aveva concesso il ducato di Benevento. A questo duca seguì Arechi, nobile longobardo del Friuli, che tenne il ducato per 50 anni. Il “Felici episcopo de Acropoli” non indica, come vedremo, una locale sede vescovile. Ecc…. Nelle altre due diocesi menzionate nella lettera al vescovo Felice, i Longobardi non si trattennero se i due vescovi, con quello di Paestum ma non di Agropoli, parteciparono al Concilio romano del 649 (Martino I).. Ebner, a p. 13, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Gregorio Magno, Epist., VI, 6”.

Nel luglio del ‘592 (VII sec. d.C.), papa Gregorio Magno scrive e ordina a Felice, vescovo di Paestum di visitare le antiche Diocesi vacanti (senza Vescovo) di Velia, Bussento e Blanda

Andrebbero ulteriormente indagate le notizie della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune orde barbariche e di alcune diocesi abbandonate, tratte soprattutto da alcune testimonianze come le lettere di papa San Gregorio Magno che indirizzerà al vescovo di Paestum. In particolare bisognerebbe meglio indagare sulla figura di Felice, Vescovo di Paestum che a quei tempi si rifugiò nella vicina Agropoli. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda Policastro: nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (Bussento) (…). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di Buxentum in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo. Nel 592 Blanda subì un’incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal Vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio Magno. La notizia è tratta da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (…) e poi dal Duchesne (…). La città viene infine ricordata in alcune epistole di papa Gregorio Magno. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). La principale notizia che il Laudisio (…) e, in seguito anche il Duchesne (…), è la citazione della  lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (…). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (…). Papa Gregorio I, detto papa Gregorio Magno ovvero ‘il Grande’ (Roma, 540 circa – Roma, 12 marzo 604), è stato il 64º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica, dal 3 settembre 590 fino alla sua morte. Papa Gregorio Magno. Sebbene il suo pontificato si sia svolto in uno dei periodi più bui della storia italiana, conservò una incrollabile fiducia nella forza del Cristianesimo; una delle anime più luminose del Medioevo europeo svolse il suo ministero racchiusa in un corpo minuto e sempre malato, ma dotato di una grandissima forza morale. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). Il Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (?) (…). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (…) che, nel 1831, pubblicò (…) Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (…). Il Laudisio (…), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (…), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (…) ed il Gatta (…) e, poi in seguito citate da Ebner (…) e Acocella (…). La principale notizia che il Laudisio (…) e poi il Duchesne (…) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (…). L’interessantissima lettera del papa Gregorio Magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (…). Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe di informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia,…”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Ecc…”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous”. Il Tancredi nella nota n. 34 di Pyxous a p. 18 postillava che: “(34) Migne J.P., ‘Patologiae Corsus compl.’, Tomo 78, Libro II, Ep. 43a, c. 581, Paris 1849.”. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Come si vede, le Chiese di Agropoli, Velia (Vallo della Lucania), Buxentum (Policastrum Bussentino) e Blanda sono tutte città che si susseguono in ordine topografico – da nord a sud – lungo il litorale tirrenico meridionale. Per questo il compito della Visita, affidato al Vescovo Felice, non doveva presentare grandi difficoltà, trattandosi di Chiese, “quae tibi in vicino sunt constitutae”. Nessun indizio sul nome del Vescovo blandano defunto. Conosciamo invece il nome del Vescovo, che dovette essere eletto con l’intervento di Felice.”. Il Russo a p. 18, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Registrum Epistolarum’, II, 42; Labbe, VI, 801; Mansi, IX, 1099; Migne, P.L. LXXVII, 581; Ughelli-Coleti, X, 29; M.G.H., ‘Epist.’, I, 141; J.L., n. 1195; Fulco, Op. cit., 38, 39.”. Riguardo i vescovi di Blanda Julia il Russo (…) citava Joseph (Giuseppe) Mansi (…), ovvero la sua opera ‘Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio’, pubblicata a Firenze nel 1759-98 e citava il vol. IX p. 1099:

Mansi J., op. cit., vol. IX, p. 1099

Mons. Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea)Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono comple- tamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (….). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…). Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323 in proposito scriveva che: “1. Felix: 592 (J-L, 1195) – Questa lettera su scritta “Felici Episcopi de Acropoli visitatori provinciae Lucaniae”, cui il papa ingiunse la “visitatio Velinae, Buxentinae, et Blandanae ecclesiarum”, le quali “sacerdotis regimine vacabant”. Il Crivellucci (“Studi Storici”, an. 1897, p. 591, credette che la diocesi di Paestum fosse distinta da quella ‘de Acropoli’, ma io penso con Mons. Duchesne (Les evéchés d’Italie ec., II, 367) che Felix fosse il vescovo stesso di Paestum, rifugiatosi causa l’invasione longobarda, con il presidio greco, nell’Acropolis. Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della diocesi e da questa seconda residenza presero il nome.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di……. e Felice di Paestum nel 592 (91).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius adfuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen’.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Si tratta di due lettere (“epistole”) scritte da papa San Gregorio Magno (…) a Felice, Vescovo di Paestum e rifugiatosi ad Agropoli. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, scriveva che: “Le uniche testimonianze sicure pervenuteci sono le lettere del ‘Consul Dei’, di Gregorio Magno (590-604) in cui appunto si fa cenno dell’invasione longobarda (105) e riferiscono con accenti drammatici gli eventi occorsi nel Mezzogiorno dopo la calata delle orde di Zottone, il più pagano tra i Longobardi ecc…”. Si tratta di due lettere di papa Gregorio Magno (…), contenute nel ‘Registro Episcopale’, scritto tra il 590 e il 604. Si tratta dell’epistola  n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona. Si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982. Si veda Epistola 2, 42 o 43′ (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Pietro Ebner, op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando della città di Buxentum (Bussento) si riferivano alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…). Del VII secolo, il L. Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905, attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (….), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, scriveva che: “Una eco delle scorrerie di Zottone nel Mezzogiorno, si rintraccia anche negli scritti di Gregorio Magno, il quale appunto con la sua lettera “Quoniam velina” (a. 592) sollecitava il vescovo pestano Felice, rifugiatosi nella vicina Agropoli (114), a visitare le diocesi di Velia, Bussento e Blanda (presso Maratea) prive di pastori, probabilmenti sorpresi dalle orde longobarde come propendono gli storici. L’esplicito ed esclusivo riferimento del papa al vescovo Felice perchè riorganizzasse l’assistenza religiosa nelle predette diocesi e non in quella pestana lascia appunto presumere che il vescovo Felice era sfuggito a Zottone in quanto era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (114) postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (115) postillava che: “(115) ‘Bell’ Goth.’, I, 14.”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (116) postillava che: “(116) Epist., II, 14. 50”.

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(Fig….) Epistola n. 43 di Papa Gregorio Magno, immagine tratta da Pietro Ebner (…)

Ebner (…), nella sua nota (114), postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: “Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus.”. Nicola Acocella (…), affermava in proposito: La Velina ecclesia era già, all’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti”, faceva riferimento alla nota lettera di Papa Gregorio Magno a Felice, Vescovo di Agropoli (…). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (‘Epistulae, II, 29′)(…), la mancanza di titolare della sede bussentina. Il Duchesne (…), sulla scorta delle epistole di papa Gregorio Magno, riferendosi alle Diocesi costiere delle nostre terre, scriveva che: “In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (…), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14). Scrive la Bencivenga –  Trimllich (…), sulla scorta del Gaetani (…), a proposito di Bussento che “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (…), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (…).”. Il sacerdote Rocco Gaetani, a pp. 19-20, nel suo introvabile ed in mio possesso: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 in proposito scriveva che: “Dunque nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia e di Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, non potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato riconoscere le poche fasi della Chiesa Bussentina, poichè per buona sorte abbiamo il documento importantissimo della lettera di s. Gregorio Magno, la quale ci mostra la nostra Chiesa a somiglianza di altre finitime prive di pastori e desolata come una tempestosa incursione barbarica……gli raccomanda di usare con moderazione delle sue facoltà, perchè in nessuna guisa potesse essere ripreso ed incolpato, di far perseverare i diaconi e le altre religiose persone nelle proprie costumanze, ed esercizi, ‘ne passim eis in qualibet ecc…’: gli concede la facoltà di ordinare presbiteri e diaconi coloro che ne fossero stimati degni, ‘presbyteros quoque vel diaconos, si in aliquibus ecc…’: ed infine assai caldamente gli raccomanda di ricercare le sacre suppellettili, necessarie alla celebrazione dei santi misteri, e rinvenutele, gliele dia tosto relazione per lettere, per vedere che dovesse farsi, ‘ministeria vero Ecclesiarum (i vasi sacri) ubi sint recondita ecc…’ (19).”. Il Gaetani a p. 29, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Lib. 2, Epist. XLIII”Il Gaetani a p. 22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda. Il Gaetani (…) a p. 22 in proposito scriveva che: “…..Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. . Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Blanda ed al vescovo Felice, così scriveva: “Con l’avvento del Cristianesimo, divenne sede vescovile. Difatti, viene ricordata in una lettera di Gregorio Magno, luglio 592, diretta a Felice, vescovo di Agropoli, affinchè visiti le diocesi, temporaneamente vacanti, di Velia, di Bussento e di Blanda, in F. Russo, Regesto, etc., cit. I, pag. 37. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (72), postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le Diocesi d’Italia, op. cit..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 74 scriveva che: Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…) a p. 18 nella sua nota (34), parlando di Pyxous postillava che: “(34) Migne J. P., Patrologiae Cursus compl., Tom. 78, Libro II, Ep. 43a, c. 581, Paris 1849”. Il Tancredi parlando delle lettere di papa S. Gregorio Magno, cita il Migne (….) che nel 1849 raccolse buona parte delle antiche epistole (lettere) dei papi al tempo dell’avvento dei Longobardi. Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, sempre a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”. Il Lanzoni però, pur credendo la Diocesi Lucana di Blanda Iulia nel porto di Sapri cita un primo vescovo chiamato ‘Iulianus’ (Giuliano), ponendolo in “età incerta (secolo V-VI)” e riferendosi a “CIL, XI, 1 e 3)”. Il Lanzoni (…), riguardo la Diocesi di Blanda Iulia, ci parla anche del vescovo Romano nell’anno 595 e, poi per egli aggiunge: “L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando di ‘Buxentum’ credeva fosse “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?).”. Riguardo l’antica sede vescovile di ‘Buxentum’, Mons. Francesco Lanzoni (…), a p. 323 in proposito scriveva che: “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). Dunque, i Lanzoni scriveva che a ‘Buxentum’: Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Il Lanzoni (…), dunque citava il riferimento bibliografico  del documento n. 1195 nel testo di Jaffé-Loewenfeld (…), dove leggiamo che nell’anno 592 la Chiesa vacante ovvero nell’anno 592 d.C., la sede vescovile di Bussento, secondo il documento n. 1195 in Jaffé-Loewenfeld (…) era vacante e non vi era alcun vescovo. Il Lanzoni, nelle sue note si riferisce all’anno 1195 della citata opera. Il Jaffé-Loewenfeld (…), si occupa del documento n. 1195 a p. 153 del vol. I, parlando di papa Gregorio I (“S. GREGORIUS I. 590-604”):

Jaffé-Loewenfeld, vol. I, p. 153

(Fig…) Jaffé-Loewenfeld (…), op. cit., vol. I, p. 153

Il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. Il Lanzoni (…) – come pure l’Ebner (…) – come scrive Orazio Campagna (…) a p. 257, nella nota (64) scriveva che: : “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Infatti, il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. L’opera citata è ‘Regesta Pontificum Romanorum’ che è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198. Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé. L’opera riveduta e corretta a cui si riferiva l’Ebner (…) e il Lanzoni è Jaffé-Loewenfeld (…), ‘Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888. Aleardo Dino Fulco (…), nel suo ‘Blanda, sul Paleocastro di Tortora’, a p. 19, scriveva che: “Si sa, inoltre, che Blanda fu sede vescovile  fin dai primi secoli del Cristianesimo. Nel 592 S. Gregorio Magno (23) indirizzò una lettera a Felice, Vescovo di Agropoli, per ingiungergli di visitare la comunità di fedeli blandani (di Blanda) temporaneamente privi di Pastore. “Quoniam – scrive S. Gregorio nella lettera – Velina, Buxentina, et Blandana ecclesia, quae tibiin vicino sunt constitutae, Sacerdotes noscuntur vacare regimine: propterea fraternitate tuae earum solemniter operam visitationis iniunximus…”. “Poichè si sà che le Chiese di Velia, Bussento, e Blanda, che si trovano nei tuoi paraggi, sono prive di Pastori, t’ingiungiamo formalmente di visitarle…”. Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due Sinodi svoltisi negli anni 595 e 601 (24). Nel 649 continuava ad essere sede vescovile, come dimostra un documento dell’epoca. In quell’anno, infatti, si svolse il Sinodo romano indetto da papa Martino, in cui si ripudiò l”Ecclesia’ di Eraclio e il ‘Typos’ di Costante II. Al Sinodo partecipò il Vescovo Pasquale, che si sottoscrisse ‘Pascalis Episcopus Sanctae Ecclesiae Blandanae’ (25). Un altro Sinodo indetto da Papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da ‘Gaudiosus Blandarum Episcopus’ (26). Da allora le vicende storiche di Blanda restano avvolte nelle tenebre dei secoli.”. Il Fulco (…), nella sua nota (24) a p. 54, postillava che: “(24) F. Labbe, Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343.”. Il Fulco, a p. 19, nella sua nota (25), a p. 54, postillava che: “(25) F. Labbe, Sacrosanta Concilia, 79, 381.”. Riguardo la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: Nel 592 il Papa S. Gregorio Magno deve intervenire per provocare l’elezione di vescovi nelle gloriose città di Velia, Buxentum e Blanda, ormai ridotte a pochi abitanti, alla miseria, ad una scarsa vita spirituale e culturale (29). L’incaricato di Gregorio Magno è il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, ecc…”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 590 e 591 parlando di Sapri e riferendosi al Laudisio, in proposito scriveva che: “Il Laudisio mostra di essere dell’opinione dell’Holstenius esclamando “non ergo mediterranea civitas, ut contra opinatur”. Ivi era perciò, conclude il Laudisio, l’antica città di Blanda (11), sede vescovile, di cui è detto nella nota lettera di Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, residente ad Agropoli. Il ‘Consul Dei’ invitava Felice a visitare quella diocesi priva di pastore, quasi certamente ucciso dalle orde Longobarde di Zotone. Opinioni respinte dalla critica moderna che ubica Blanda (12) nei pressi di Maratea e Scidro (13) oltre Policastro.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (11) a p. 590 postillava che: “(11) Livio, XXIV 20, 5-6: ‘ex Lucanis Blanda est Apolorum Accae oppugnatae’. Prese il nome di ‘Blanda Juilia’ (CLIL, X, 125).”. Riguardo la citazione di Tito Livio (…), l’Ebner (…), a p. 591 nella sua nota (13) parlando di Scidro, in proposito postillava che: “Innanzi tutto Sapri non ha nulla a che vedere con il Sapriporto di Livio, XXVI, 39, 1-19 che scrive della sconfitta della quadra romana al comando di Decio Quinzio (scortava un convoglio di grano dalla Sicilia al presidio di Taranto) ad opera della squadra tarantina al comando di Democara. G. Lugli, (Il sistema del sistema stradale della Magna Grecia, “Atti 2° Convegno intern. di Taranto”, 1962, Napoli, 1963) attribuisce la fondazione di Scidro ai Sibariti che per via terra raggiunsero il Tirreno, mentre A. Adamesteanu ecc…”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (12) A P. 591 postillava che: “(12) Blanda, stazione XVI nella Tavola Peuntingeriana’ tra Vibona ‘Valentia’ e Salernum’ ha scritto anche M. Lacava, ‘Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana. Ecc..”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2)…….In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5)……In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Clabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli. Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore.”. Giacomo Racioppi (…) nel vol. II del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Le prime notizie sicure degli ordinamenti gerarchici della Chiesa nella nostra regione sono del secolo V e del VI. Un arcidiacono della chiesa grumentina è ricordato in una lettera di papa Gelasio (492-496) del secolo V; un’altra di papa Pelagio del secolo VI, ci dà notizia di vescovi a Potenza, a Grumento e a Marcelliana o Consilino: nei primi anni del secolo stesso intervengono ai concilii di Roma vescovi di Acerenza, di Venosa, di Potenza; e dalle lettere di papa Gregorio Magno, al declinare del secolo VI, si ha notizia delle chiese episcopali di Blanda, di Velia e di Bussento, le quali orbe di pastore, il gran Pontefice dà incarico di visitarle a Felice, vescovo di Agropoli (1). Infine i vescovi di Blanda, di Velia e di Pesto intervengono al Concilio lateranese del 648 contro i Monoteliti (1). Da questi sparsi dati di fatto si può trarre argomento che nel primo e più buio periodo della storia ecclesiastica della regione, tutte le antiche città lucane di qualche importanza, con ambito intorno di vici o villaggi dipendenti, ebbero a capo della propria chiesa un vescovo, ma con giurisdizione più estesa della propria città e contado.”. Il Racioppi a p. 213 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Epist. 29, lib. II, di papa Gregorio del 599, che dice: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine, ecc..’ – Le lettere di papa Pelagio (il primo di tal nome pontificò dal 555 al 560, il secondo dal 578 al 590) sono nel ‘Decret. Gratiani’, parte I, distin. 76, can. 12; e distin. 63, can. 14 – Le lettere di papa Gelasio, ‘Ibid., parte II, ‘Causa’ XII, questio I, e causa XIII.”.

Nel ‘592 d.C. (VI sec. d.C.), FELICE, vescovo di Paestum, esegue l’ordine di Papa S. Gregorio Magno e si reca a visitare le comunità cristiane e le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda

E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo.  Il Vescovo di Paestum, Felice, rifugiatosi ad Agropoli a causa delle frequenti scorrerie dei Longobardi, nell’anno 592 d.C. ricevette da papa Gregorio Magno delle lettere in cui veniva invitato a visitare le sedi vescovili di Velia, Bussento e di Blanda, allora vacanti. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Come si vede, le Chiese di Agropoli, Velia (Vallo della Lucania), Buxentum (Policastrum Bussentino) e Blanda sono tutte città che si susseguono in ordine topografico – da nord a sud – lungo il litorale tirrenico meridionale. Per questo il compito della Visita, affidato al Vescovo Felice, non doveva presentare grandi difficoltà, trattandosi di Chiese, “quae tibi in vicino sunt constitutae”. Nessun indizio sul nome del Vescovo blandano defunto. Conosciamo invece il nome del Vescovo, che dovette essere eletto con l’intervento di Felice.”. Il Russo a p. 18, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Registrum Epistolarum’, II, 42; Labbe, VI, 801; Mansi, IX, 1099; Migne, P.L. LXXVII, 581; Ughelli-Coleti, X, 29; M.G.H., ‘Epist.’, I, 141; J.L., n. 1195; Fulco, Op. cit., 38, 39.”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando della città di Buxentum (Bussento) in proposito scrivevano che: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Ecc….e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…). Il sacerdote Nicola Curzio (…), in proposito di ‘Blanda Iulia’ scriveva che: “ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Ecc…”Il sacerdote Rocco Gaetani, a pp. 19-20, nel suo introvabile ed in mio possesso: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 in proposito scriveva che: Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, non potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato riconoscere le poche fasi della Chiesa Bussentina, poichè per buona sorte abbiamo il documento importantissimo della lettera di s. Gregorio Magno, la quale ci mostra la nostra Chiesa a somiglianza di altre finitime prive di pastori e desolata come una tempestosa incursione barbarica. Il santo Pontefice scrive a Felice vescovo di Agropoli di visitare le chiese vicine di Velia, di Bussento, e di Blanda situate successivamente dopo Agropoli, di richiamarvi il disperso clero ed i fedeli, e di ristabilirvi il culto, e la regolare vita. ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesia, quae ecc…’:

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Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Blanda ed al vescovo Felice, così scriveva: “Con l’avvento del Cristianesimo, divenne sede vescovile. Difatti, viene ricordata in una lettera di Gregorio Magno, luglio 592, diretta a Felice, vescovo di Agropoli, affinchè visiti le diocesi, temporaneamente vacanti, di Velia, di Bussento e di Blanda, in F. Russo, Regesto, etc., cit. I, pag. 37. La “vacatio sedis” di tre diocesi rispecchia quale era la situazione italiana con le guerre gotiche prima e le bizantino-longobarde dopo; d’altra parte così viene esplicitamente evidenziata dallo stesso Gregorio Magno: “Le città sono spopolate, i villaggi travolti, le chiese bruciate, i monasteri di uomini e di donne distrutti, i campi abbandonati dagli uomini sono privi di chi li coltivi, la terra è deserta nella solitudine, e nessun proprietario la abita…la fine del mondo non solo si annunzia, ma già si mostra in atto” (Dial., III, 38).”. Poi il Campagna, postillava che: “(Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc..”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando di ‘Blanda Iulia’ in proposito scriveva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): …..Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195).; Ecc…. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi……ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli;”Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 74 scriveva che: Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…) a p. 18 nella sua nota (34), parlando di Pyxous postillava che: “(34) Migne J. P., Patrologiae Cursus compl., Tom. 78, Libro II, Ep. 43a, c. 581, Paris 1849. Qui il Tancredi parlando delle lettere di papa S. Gregorio Magno, cita il Migne (….) che nel 1849 raccolse buona parte delle antiche epistole (lettere) dei papi al tempo dell’avvento dei Longobardi. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “Alla fine dello stesso secolo, non c’è vescovo nella città. Felice esegue l’incarico (a. 592) e, poco dopo, vediamo apparire una fila secolare di vescovi a ‘Blanda’ (35), nei sinodi romani. Ecc..”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Tancredi, a p. 19, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Russo Francesco, ‘Storia della Diocesi di Cassano’, vol. III, Laurenziana, Napoli, 1968, pp. 17-19.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato , tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (72), postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le Diocesi d’Italia, op. cit..”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (73), postillava che: “(73) P. Diacono, H.L., IV, 9.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) Reg. Epist., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (75), postillava che: “(75) Reg. Epist., IX, 127.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “…..Felice esegue l’incarico (a. 592) e, poco dopo, vediamo apparire una fila secolare di vescovi a ‘Blanda’ (35), nei sinodi romani. Possiamo immaginare che Felice trovò una Blanda molto ridotta dalla sua passata gloria, ma ancora esistente e quindi possibile, come sede vescovile. Buxentum, invece, non dava la possibilità d’un insediamento vescovile e Felice andò oltre, meditando sulla caducità delle cose umane.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (33), postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale, in gli “Studi in Italia”, Roma, 1882, an. V., vol. I, p. 376.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Tancredi, a p. 19, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Russo Francesco, ‘Storia della Diocesi di Cassano’, vol. III, Laurenziana, Napoli, 1968, pp. 17-19.”. Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda…… Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (…).

VIBONEM AD SICCAM

Nel 568 d.C. (VI secolo d.C.), la “Vibonem” in Lucania donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino

Fernando La Greca (….), nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’ parlando delle “carte del Cilento” (quelle parigine) e del toponimo di “Bibo ad Sicam odie ruin (ato)”, nella sua nota (41) postillava pure che: ” (41)…..‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’).”. Dunque, il La Greca scrive che nell’opera ‘Epitome chronicorum Casinensium’ a p. 353 viene citata “Vibonam”. La citazione del La Greca è tratta dall’Antonini (….) che nella sua “Lucania”, a p. 428 dissertando sull’antica “Vibone ad Siccam” in proposito scriveva che: “Vorressimo pertanto, che siccome i Lucani non invidiando il lor Vibone à Bruzj, gliel lasciano, come fu illustre, nobile Municipio, e prima Colonia, così i Bruzj, contendandosi del lor ‘Vibo Valentia’, lasciassero à Lucani il ‘Vibone ad Siccam’; tanto più volentieri, quanto che sin nei secoli bassi c’è notizia esser Vibone stato dentro la Lucania: Nell”Epitoma della Cronaca Cassinese’ data in luce dal chiarissimo ‘Sig. Muratori, Rer. Ital. tomo 2, par. I, fol. 353 si legge tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: IN LUCANIA MARCELLIANAM, VIBONEM; nome che ancor ritiene in quello di Vibonati. Or questo Vibone, qualunque si fosse nei trasandati secoli, non sappiamo da chi fosse fondato. Ecc..“. A quale versione di quest’opera si riferivano l’Antonini ed il La Greca ?. L’’Epitome chronicorum Casinensium’ da Pietro Diacono fu fatta passare come opera di Anastasio Bibliotecario (L.A. Muratori, RIS, II, Mediolani 1723, coll. 351-370). L’opera, il codice Cassinense è invece ascritta da Erich Caspar (….) al monaco di Montecassino Pietro (Diacono) (Petrus Diaconus, 1909, pp. 111-121). Già agli anni del soggiorno ad Atina risale la sua prima produzione letteraria rappresentata dalla Passio beatissimi Marci et sociorum eius, corrispondente a quella attribuita ad Adenulfo vescovo di Capua (Bloch, 1998, pp. 139-155), che Erich Caspar (Petrus Diaconus, 1909, pp. 128 s., 134-138), sulla base del testo edito da Ferdinando Ughelli (Italia Sacra, VI, Venetiis 1720, pp. 408-417), dimostrò essere appunto opera di Pietro Diacono, al quale è da ascrivere pure, come seguito della prima, la Passio sanctorum martyrum Marci, Passicratis, Nicandri et Marciani (ibid., pp. 419-422; Bloch, 1998, pp. 189-214). Particolarmente assidua fu da parte di Pietro Diacono la frequentazione dei classici, se solo si pensi all’influsso determinante di Livio (Bloch, 1984, pp. 69-79) in un’opera come il Catalogus regum, consulum, dictatorum, tribunorum, patriciorum ac imperatorum gentis Troianae (cod. Casin. 257, pp. 1-21). Nel codice Casinense 361 Pietro ha inoltre lasciato la trascrizione dell’Epitoma rei militaris di Vegezio (libri I-IV), del De aquaeductu urbis Romae di Frontino, capostipite dell’intera tradizione di quest’opera, e di un frammento del De lingua latina di Varrone. ‘Epitome chronicorum Casinensium’, auctore, ut fertur, Anastasio Bibliothecario (…), nunc primum edita e MStis Codicibus, pp. 345-370. Anastasius Bibliothecarius, Charolus. Infatti, il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio, nella sua “Synopsis etc…” (Sinossi)(vedi versione a cura di Gian Galeazzo Visconti), citava Anastasio Bibliotecario (…) e a p. 10, in proposito nella sua nota (28) postillava che: “(28) ‘Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Historia haer., tomo 2, saec. 8, pag. 399 (Domenico Bernino, ‘Historia di tutte l’eresie’, Venezia 1711: ecc…”. Il breve chronicon medioevale oltre ad essere stato pubblicato dal Muratori (….) può essere letto anche nel testo di Bernino (….). Dunque, l’Antonini cita l’Epitoma della cronaca Cassinese che lui dice essere stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori (…), nel suo “Rerum Italicarum Scriptores” (tomo 2°, parte I, pag. 353). Nel testo della Chronaca Cassinese pubblicato dal Muratori troviamo scritto che: “tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: ….” che: “In Calabria, Grumentum, Summuranum, Nicoteram. In Lucania, Marcellianum, Vibone, & medietatem Laci Lucrini ecc..”. Dunque, nel passo della cronaca Cassinese si legge che fra le donazioni fatte dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia benedettina di Montecassino, il Lucania vi sono “Marcellianam” e “Vibonam”. Dunque secondo questo passo della cronaca Cassinese, “Vibonam” era il Lucania e fu donata dall’Imperatore Giustino II° all’Abbazia di Montecassino. Questa notizia è interessante perchè ci conferma che nel XII secolo, al tempo in cui scriveva Pietro Diacono, monaco benedettino di Montecassino, la città di “Vibone” esisteva in Lucania, ovvero nella nostra zona e non solo ci conferma che essa esistesse al tempo dell’Imperatore Giustino II. Dalla Treccani leggiamo che Giustino II imperatore d’Oriente. – Nipote (m. 578) di Giustiniano, cui successe nel 565. Rimase del tutto inerte di fronte all’invasione dell’Italia da parte dei Longobardi (568); fu vinto anche dagli Avari e dai Persiani sino a quando gli insuccessi ripetuti gli fecero perdere la ragione. Così nel 574 il governo fu affidato a Tiberio, capo della guardia palatina, da Giustino adottato come figlio e nominato Cesare: e a Tiberio passò il potere imperiale pochi giorni prima della morte di Giustino. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dunque, esisteva in Lucania una città chiamata “Vibonem” che l’Antonini chiama “Vibonem ad Siccam” dalle note epistole di Cicerone ad Attico. E’ la storia delle nostre terre ad essere stata poco indagata per il periodo della caduta dell’Impero Romano e la dominazione Bizantina fino all’epoca Longobarda. Giustino II (520 – 5 ottobre 578) è stato un imperatore bizantino dal 565 al 578. Fu nipote e successore di Giustiniano I. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia, ne parla Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. La notizia di una donazione all’epoca Bizantina al Monastero potrebbe avere un fondamento. Fondata nel 529 da San Benedetto da Norcia sul luogo di un’antica torre e di un tempio dedicato ad Apollo, situato a 516 metri sul livello del mare, ha subito nel corso della sua storia un’alterna vicenda di distruzioni, saccheggi, terremoti e successive ricostruzioni.Sulle sue origini ne ha parlato papa S. Gregorio Magno. Attorno al 580, durante l’invasione dei Longobardi, il monastero venne distrutto per la prima volta dai longobardi di Zetone e la comunità dei monaci, con le spoglie del santo fondatore, dovette riparare a Roma, trovando ospitalità presso il Palazzo del Laterano. Ricostruita intorno al 718 sotto l’impulso di Petronace di Montecassino. Ne ha parlato il monaco Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. Dal Chronicon cassinese di Leone Marsicano sappiamo che l’abate Desiderio impiegò sforzi e capitali notevoli per la ricostruzione della chiesa abbaziale, compiuta nei soli cinque anni dal 1066 al 1071, utilizzando materiali lapidei provenienti da Roma e facendo venire da Costantinopoli anche mosaicisti e artefici vari. La maggior parte delle decorazioni – della chiesa e dei nuovi ambienti del monastero successivamente riedificati – erano costituite da pitture, in maggior parte perdute e delle quali conosciamo soltanto alcuni soggetti, come le Storie dell’Antico e Nuovo Testamento nell’atrio, di cui si conservano interamente i tituli scritti dall’arcivescovo di Salerno Alfano.

L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, da p. 419 e s., dedica molte pagine a Vibonati ed al suo toponimo e, disserta sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva e confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco (…) e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di Vibone’, dà torto a Barrio (…) e cita anche Pomponio Mela. L’Antonini, però, non fa alcuno accenno alle notizie storiche che abbiamo riferito e, riguardo all’origine greca ci parla solo di Trecchina. Oltre a Plutarco, di Vibone parlò anche Tito Livio e poi ancora Cicerone che, scappando dall’Imperatore Ottaviano e scrivendo al suo amico Attico, riferiva che da Velia in barca raggiunse ‘Vibone ad Sicam’. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, alla pagina 424, disserta sul toponimo di  ‘Vibone‘, credendo che si riferiva a Sapri, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, quando scriveva e citava nelle sue Epistole il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘ e, dedica molte pagine a Vibonati, dissertando sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva essere la Vibo Valenzia in Calabria e, confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di ‘Vibone’, dava torto a Barrio e cita anche Pomponio Mela (…), Tito Livio (…) e Plinio (…). L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, da p. 419 e s., dedica molte pagine a Vibonati ed al suo toponimo e, disserta sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva e confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco (…) e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di Vibone’, dà torto a Barrio (…) e cita anche Pomponio Mela. Nel 1975, lo studioso  Giulio Schmiedt (…), pubblicò un interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (…), (Fig…), lo Schmiedt (…), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato ‘Vibo ad Sicam’ che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino”. Ma, dal punto di vista strettamente bibliografico e, storiografico, il primo a riferire del toponimo “Bibo ad Sicam”, è stato il Barone di S. Biase (natio di Cuccaro Vetere), Giuseppe Antonini, nella sua ‘Lucania’ (2). Nel 1745 e in seguito, nel 1795, il nipote Matteo Egizio, pubblicò la “Lucania – I Discorsi”, Giuseppe Antonini che, ci parla per la prima volta di un Bibo ad Sicam o ‘Siccam’ (…), citata da Cicerone (…). Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per latro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”.

Nel 592 d.C. (VI sec. d.C.), RUFINO e VENANZIO, vescovi dell’antica diocesi di VIBONE (per Barrio, Laudisio, Lanzoni, ecc..)

Andrebbero ulteriormente indagate le notizie sulle origini e la localizzazione di un vescovado a Vibona o Vibone o ‘Hipponion’ (?). La notizia, tratta dall’epistola di papa Gregorio magno (papa Gregorio I°), secondo cui nel 592 d.C. papa Gregorio Magno scrive (Epistola n. 49 ed epistola n. 18), scrisse a due Vescovi di Vibone o Vibona (“Vibonem”): RUFINO e VENANZIO. Gli studiosi del passato si sono arrovellati intorno a questo antico toponimo ed hanno cercato di avanzare delle ipotesi plausibili intorno alla localizzazione dell’antica sede vescovile ma anco prima al sito dell’antica colonia o città di origine greca. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, pubblicato nel 1831 e in seguito nel 1976 ristampato da Gian Galeazzo Visconti (…), citava un’altra notizia che suffragava l’ipotesi di una sede Episcopale a Vibone e, scriveva che:  “…antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, ecc…” e, nella sua nota (49), il Laudisio (…), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Il Laudisio (…), citava due lettere (epistole) di Papa Gregorio Magno. Si tratta di due lettere che papa Gregorio Magno, scrisse ad alcuni Vescovi della Lucania. Ritornando al Tancredi (…), egli, a p. 74, nelle sue note, citava il sacerdote Rocco Gaetani, che pure, sulla scorta del Laudisio (…), parlava e citava queste due lettere di papa Gregorio Magno. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Dunque, il Tancredi, riguardo la notizia di un vescovado a Vibona, postillava nella sua nota (7), del Gagliardo (…) e, del Laudisio (…), a p. 20. Dunque, cerchiamo di analizzare ciò che scriveva il Laudisio (…), tradotto in seguito dal Visconti (…). Sulla notizia della sede vescovile di Vibona, il Laudisio a p. 73 (p. 17, versione latino della versione curata dal Visconti): “…a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città ecc..”. Il Visconti (…), nella traduzione alla ‘Synopsi’ del Laudisio (….), nella sua nota (49), fa riferimento alle epistole (lettere) di papa S. Gregorio Magno: Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′. Il Laudisio (…), riportando la notizia “…sorte sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati.”, il Laudisio (…), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”, egli citava due epistole (lettere) di Papa Gregorio Magno (papa Gregorio I) e, aggiungeva: “l’antica Vibona (Vibonam)….che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati.”. Dunque, il Laudisio (…), crede ed avanza l’ipotesi che l’antica sede Vescovile di Vibonem sia da porsi a Vibonati piccolo borgo medievale non lontano da Policastro. L’ipotesi del Laudisio è fatta sulla base etimologica del toponimo di Vibonati. Dal punto di vista storiografico però la notizia non viene dal Laudisio (…), ma proviene dal Barrio (…) nel suo “De Antiquitate et Situ Calabriae etc..”. Rileggendo il testo di Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73, apprendiamo che: “…l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità  fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti (…), a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, nella sua nota (48), postillava che: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, nella nota (49), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.. A proposito di questa notizia, ne parla anche il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…), affermava: ”Da qui l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi in grazia dell’etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco esse si ebbero alcune di queste ancorate famiglie.” . Il Porfirio (…), nella sua nota (2), trae la notizia dall’epistola di Papa S. Gregorio Magno: “Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18”. Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che:

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Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (2), si riferiva alle origini di alcuni nostri centri, come ad esempio Vibonati (li Bonati): “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, ……altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio Magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Il Porfirio si riferiva alle epistole papali ed è la stessa identica nota riportata dal Laudisio (…). La notizia citata dal Laudisio (…) e dal Volpe (…), è tratta dal Binio (…) e dal Gatta (…). Secondo il Laudisio (…), l’epistola (lettera) è la Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′ (…), dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi dell’antica sede vescovile di ‘Vibona’. Sulle epistole (lettere) di papa Gregorio Magno, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona. Secondo il Laudisio (…), l’epistola (lettera) è la Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi a Venanzio, vescovi dell’antica sede vescovile di ‘Vibona’La nota (f), del Laudisio (…), a cui si riferiva il Tancredi (…), è la nota (48), della versione della ‘Synopsi’ del Laudisio, curata dal Visconti, e stà in detta versione a p. 73, che corrisponde alla p. 17 della verione scritta in latino.Per le due Epistole di papa S. Gregorio Magno I° si veda pure Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Il Laudisio (…) e il Porfirio citavano le due Epistole di Gregorio I°: Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′. Il testo di Binius Severino (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia etc…’, pubblicato a Colonia nell’anno 1606 (I° edizione)(forse si tratta del  tomo II, cap. III, p. 736). Il Laudisio (…), nella sua nota (49) postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Dunque si tratta delle due Epistole di papa S. Gregorio Magno I°: l’epistola n° 49 nel Libro VIII e, l’epistola n° 18. Per queste due epistole (lettere papali) di papa S. Gregorio Magno I° si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Binius Severino (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia’, Colonia, 1606. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.. Dunque, si tratta dell’epistola n° 49 nel Libro III (come scrive il Porfirio) o il Libro VIII come scrive il Laudisio ?. A questa vi è pure l’epistola n° 18 nel Libro XI.

Nel 599 (VI sec. d.C.), Venerio di Vibo

Riguardo Vibona, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 75, riferisce  che: “Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato, tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) …………………”. Il Campagna (…), nella sua nota (75), postillava che: “(75) Reg. Epist., IX, 127.”.

Nel 5 luglio ‘595-‘601 d.C. (VII sec. d.C.), BLANDA IULIA ed il suo vescovo ROMANO presente al Concilio Romano

Il sacerdote Nicola Curzio (…) che, nel 1934, nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, a p…., in proposito a Blanda scriveva che: “Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: ……Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Ecc…”Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 19 scriveva che: “4) ROMANO (592-640 ) ?. – Nel Concilio Romano del 5 luglio 595 sottoscrive ‘Romanus episcopus civitatis Blentanae (6). L’edizione maurina del ‘Registrum’ di S. Gregorio Magno, al posto di ‘Blentanae’, porta ‘Bleranae’, cioè di Blera-Bieda in Provincia di Viterbo. La variante è stata accertata dall’Ughelli-Coleti. Tuttavia questa sembra piuttosto arbitraria, perchè nel Sinodo Romano del 601, ritorna lo stesso Romano, come “Episcopus ecclesiae Blantanae” (7). Non sappiamo quanto tempo Romano abbia governato; ma non ci sarebbe da meravigliarsi chesia pervenuto fino a verso il 640, probabile anno del suo successore.”. Il Russo a p. 19 nella sua nota (6) postillava che: “(6) Labbe, VI, 917; Ughelli-Coleti, X, 30.”. Il Russo a p. 19 nella sua nota (7) postillava che: “(7) Labbe, VI, 1343.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Blanda Iulia, in proposito così scriveva: “Con l’avvento del Cristianesimo, divenne sede vescovile. Difatti, viene ricordata in una lettera di Gregorio Magno, luglio 592, diretta a Felice, vescovo di Agropoli, affinchè visiti le diocesi, temporaneamente vacanti, di Velia, di Bussento e di Blanda, in F. Russo, Regesto, etc., cit. I, pag. 37.”. Il Campagna (…), continua il suo racconto su Blanda e, scrive che:  “Tre anni dopo però, nel 595, viene ricordato Romano, nel 649 Pasquale, e nel 743 Gaudioso, vescovi blondani (Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Campagna (…) citava Francesco Russo (…), ovvero il suo…………..Ma, le notizie intorno all’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Blanda Iulia’, sono state citate dal sacerdote Francesco Lanzoni. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, sempre a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. Il Lanzoni (…) – come pure l’Ebner (…) – come scrive Orazio Campagna (…) a p. 257, nella nota (64) scriveva che: : “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Infatti, il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. L’opera citata è ‘Regesta Pontificum Romanorum’ che è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198. Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé. L’opera riveduta e corretta a cui si riferiva l’Ebner (…) e il Lanzoni è Jaffé-Loewenfeld (…), ‘Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888. Il Lanzoni, nelle sue note si riferisce all’anno 1195 della citata opera. Il Jaffé-Loewenfeld (…), si occupa dei documenti n. 1195 da pp. 610 e s.  Riguardo la notizia di un Vescovo Rustico (“Rusticus”) a Buxentum, Mons. Francesco Lanzoni (…), a p. 323 in proposito scriveva che: “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Dunque, i Lanzoni scriveva che a ‘Buxentum’ credeva fosse “Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?”. Poi aggiungeva che a ‘Buxentum’ (Bussento) il primo vescovo fosse: 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Il Lanzoni scriveva che da un documento n. 1195 in Jafé-Loewenfeld (…), troviamo nell’anno 592 la Chiesa vacante ovvero nessun Vescovo. Del VII secolo, il Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (…), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Scrive sempre il Duchesne (…) che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi…..; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601;….”Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due sinodi svolti nel 595 e 601 (24).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (24) postillava che: “(24) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343”.

Nel 640-649 (?) (VII sec. d.C.), la bizantina Policastro e la sua probabile prima distruzione da parte dei Longobardi

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: “Una prima distruzione da parte dei Longobardi (60), dovrebbe essere avvenuta soltando dopo tale ultima data (640), e comunque tra la fine del VII e la prima metà dell’VIII sec. Ecc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (60) postillavano che:  “(60) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”, che vedremo. Da una qualche parte avevo erroneamente scritto che il Duchesne (si veda Barni a pp. 383-384) in proposito alla Regione III scriveva che: “Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (….).”, ma forse non si tratta di Duchesne ma si tratta di Natella e Peduto. In seguito vedremo ciò che scrisse Mons. Duchesne (….), trascritto nel testo di Gianluigi Barni. Sull’affermazione che: “…ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII, ecc..”, che leggo da qualche parte dei miei scritti aver copiato dal Duchesne, ma ciò non è così, è interessante la notizia secondo cui Policastro o l’antica Buxentum avesse subito una prima distruzione nell’anno 640, forse ad opera dei primi Longobardi che cercarono di impossessarsi di un territorio ancora controllato dai Bizantini. E’ interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 330, dove, parlando di Buxentum e della lettera di papa Gregorio Magno che invitava il Vescovo Felice di Paestum a recarsi presso le sedi vacanti di vescovi a Velia, a Buxentum e a Blanda, in proposito scriveva che: …..che, dopo l’ultimo vescovo Sabbazio (a. 640) continuò ad essere mantenuta salvo un brevissimo periodo nell’XI secolo (14), dai vescovi pestani fino ai primi del XII secolo (15).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. il mio ‘Pietro da Salerno’”. Dunque, in questo passaggio, l’Ebner ricorda che dopo la lettera di papa Gregorio Magno, Policastro avrebbe avuto un ultimo vescovo nell’anno 640: il vescovo Sabbazio. E’ forse da questo fatto che i due studiosi Natella e Peduto ci dicono che: “Una prima distruzione da parte dei Longobardi (60), dovrebbe essere avvenuta soltando dopo tale ultima data (640), e comunque tra la fine del VII e la prima metà dell’VIII sec. Ecc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (60) postillavano che:  “(60) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”, ma come vedremo Giuseppe Volpe, riferendosi al manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (….), no dice nulla dell’eventuale distruzione di Policastro nell’anno 640. Insomma, si fa ritenere che una probabile prima distruzione di Policastro sia avvenuta nell’anno 640 in quanto l’ultimo Vescovo di Policastro di cui siamo a conoscenza (prima della restaurazione della rinata Diocesi), sia Sabbazio. Nel 1898, monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974), a p. 384, in proposito scriveva che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno“. Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “……nel 649 al concilio romano,……..A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Dunque, secondo il Duchesne, il Vescovo di ‘Buxentum’, “Sabbazio”, partecipò e figura al Concilio dei Vescovi Romani del 649. La figura di Sabbazio l’analizzeremo in seguito. Il Duchesne (….), scrive pure che “nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Dunque, secondo il Duchesne, dopo il 679, ed in particolare dopo l’anno 649, con Sabbazio non si sa più nulla di Policastro, forse ancora chiamata Buxentum. Il Mannelli, continuando il suo racconto sui Saraceni d’Africa, a pp. 22-23, in proposito scriveva che (vedi Gaetani): “Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia ch’havevano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono ed abbatterono quasi tutte le maritime di questo e dell’altro lido del mare Ionio, e particolarmente questa di Buxento, restando nelle sue rovine anche sepolto il nome. Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Sarraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo dè Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere particolarmente avendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute 1079 ecc…“. Dunque, il Mannelli nel suo manoscritto inedito arriva all’anno 1079 quando dice che Policastro, col suo nuovo nome e già in mano ai Normanni fu elevata a Diocesi per la seconda volta. Dunque, è proprio questo il passaggio a cui si riferiva il Volpe (…). Il Mannelli attribuisce ai Vandali d’Africa, “anzi della vicina Sicilia che avevano occupata”, le frequenti incursioni sulle nostre coste del Tirreno e del mare Ionio, e dice pure “e, particolarmente la città marittima di Buxento”. Forse si riferiva ai Vandali d’Africa di Genserico ma se così fosse non si tratta dell’anno 640, ma ciò accadde al tempo di Genserico ovvero verso il VI secolo. Tuttavia il Mannelli scrive:  “Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi;”. Dunque, il Mannelli scrive che Buxentum (ancora non era Policastro) fu di sicuro distrutta dai Saraceni d’Africa ma non sa dire quando questo avvenne. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, proseguendo il suo racconto sui Bizantini e Longobardi, a p. 39 scriveva che: “I rappresentanti dell’Imperatore d’Oriente rimasero ancora per anni nel Golfo di Policastro anche dopo la venuta di Arechi (640) che tolse loro i territori da Agropoli in su. Mentre Salerno risorgeva per opera di Arechi II che la fortificava e l’abbelliva il territorio del Golfo veniva ancora tormentato, questa volta, dalle reiterate incursioni dei Saraceni.”.

Nel 641 d.C. (VII sec. d.C.), l’Imperatore Eraclio divise l’Impero bizantino in ‘themata’

Nel 641, la perdita delle province meridionali in favore degli Arabi, rese più forte l’ortodossia nelle province rimanenti. Eraclio divise l’impero in un sistema di province militari chiamate themata per fronteggiare gli assalti permanenti, con la vita urbana che declinava al di fuori della capitale, mentre Costantinopoli continuava a crescere consolidando la sua posizione di città più grande (e civilizzata) del mondo. I tentativi arabi di conquistare Costantinopoli fallirono di fronte alla superiorità della marina bizantina e al suo monopolio di una tuttora misteriosa arma incendiaria, il fuoco greco. Dopo aver respinto gli iniziali assalti arabi, l’Impero iniziò un progressivo e parziale recupero delle sue posizioni. Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della provincia della Lucania”, del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Egli a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“.

NEL 649, PAPA MARTINO I ED IL CONCILIO LATERANENSE

Nel 649 d.C. (VII sec. d.C.), papa Martino I ed il Concilio (Sinodo) Lateranense

Giacomo Racioppi (…) nel vol. II del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: Infine i vescovi di Blanda, di Velia e di Pesto intervengono al Concilio lateranese del 648 contro i Monoteliti (1). Da questi sparsi dati di fatto si può trarre argomento che nel primo e più buio periodo della storia ecclesiastica della regione, tutte le antiche città lucane di qualche importanza, con ambito intorno di vici o villaggi dipendenti, ebbero a capo della propria chiesa un vescovo, ma con giurisdizione più estesa della propria città e contado.”. Il Racioppi a p. 213 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Epist. 29, lib. II, di papa Gregorio del 599, che dice: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine, ecc..’ – Le lettere di papa Pelagio (il primo di tal nome pontificò dal 555 al 560, il secondo dal 578 al 590) sono nel ‘Decret. Gratiani’, parte I, distin. 76, can. 12; e distin. 63, can. 14 – Le lettere di papa Gelasio, ‘Ibid., parte II, ‘Causa’ XII, questio I, e causa XIII.”. Il Racioppi a p. 214, nella sua nota (1) postillava che: “‘Pascalis Blandanus, Sabatus Buxentinus, Johannes Paestanus….Nel Mansi, ‘Ampla Collect.”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., parlando della sede di Velia in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che,………Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore. Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Papa Martino I, nell’anno 649, senza aspettare il benestare dell’autorità Imperiale Bizantina di Costante II, fu consacrato papa, un paio di mesi dopo la morte del suo predecessore, papa Teodoro I, che lo aveva tenuto in grande considerazione.  Uno dei primissimi atti ufficiali di Martino fu la convocazione, tra il 5 e il 31 ottobre dopo la sua elezione, di un sinodo (il primo concilio Lateranense, il primo anche ad essere stato indetto senza l’autorizzazione dell’imperatore), per contrastare l’eresia monotelita. I 150 vescovi convenuti condannarono sia l’Ekthesis, il documento promulgato nel 638 dall’imperatore Eraclio I con il quale si approvava il monotelismo e, per mettere a tacere le tante posizioni pro o contro, si proibivano ulteriori discussioni sull’argomento, sia il Typos, un altro editto emanato dallo stesso Costante II. Quest’ultimo proibiva in tutto l’impero (e quindi anche a Roma) la discussione su questioni riguardanti l’interpretazione di definizioni controverse, pena gravissime sanzioni. Il Typos si configurava di fatto come una proibizione, rivolta soprattutto al papa, di intervenire su opinioni teologiche diverse da quelle della Chiesa di Roma. La condanna dei due documenti aveva, implicitamente, anche il valore di una condanna rivolta allo stesso imperatore. In seguito, Martino I, dopo aver sofferto una prigionia devastante e il dileggio pubblico fino al marzo del 655, venne infine esiliato a Cherson in Crimea, dove morì il 16 settembre dello stesso anno. Il concilio, causato dal conflitto che opponeva Costante II alla Chiesa di Roma in merito all’eresia monotelita, si riunì nella chiesa del Laterano e vi presero parte 105 vescovi (principalmente provenienti da Italia, Sicilia e Sardegna, più alcuni dall’Africa e da altre aree), si svolse in cinque sessioni, dette secretarii, dal 5 ottobre al 31 ottobre 649. Il sinodo produsse venti canoni di condanna dell’eresia monotelita, dei suoi autori, e degli scritti che questa aveva promulgato. Nella condanna erano incluse non solo le Ectesi, ovvero le esposizioni di fede del patriarca Sergio I, delle quali si era fatto sostenitore l’imperatore Eraclio, ma anche il Tipo del patriarca Paolo II (641-653) – successore di Pirro I (638-641), successore di Sergio – che godeva del supporto dell’imperatore regnante; inoltre «sancì l’esistenza in Cristo di due volontà e di due capacità operative». Anche se il concilio si opponeva agli atti imperiali si ebbe «cura di usare espressioni del più grande rispetto verso le persone degli imperatori e di contenere il dissenso nell’ambito più spiccatamente religioso». Al concilio Lateranense del 649 d.C., fra i 150 vescovi intervenuti, figurano anche alcuni vescovi delle nostre diocesi. Al concilio furono presenti, oltre al papa, 105 vescovi. Il seguente elenco è quello che appare nella prima sessione conciliare, secondo l’edizione critica edita da Rudolf Riedinger nel 1984 (si veda: ‘Concilium Lateranense a. 649 celebratum’, pp. 3-7). Risultano presenti i vescovi: 38 – Luminoso di Salerno; 39 – Sabbazio di Bussento; 52 – Pasquale di Blanda; 23 – Romano di Cirella. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Per l’anno 649 d.C., il Lanzoni (…) non cita nessun Vescovo ma, nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323, parlando del vescovo Felice (“Felix”) di Agropoli e, riferendosi all’anno 649, in proposito scriveva che: Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della diocesi e da questa seconda residenza presero il nome.”. Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie ecc….Nel 649 continuava ad essere sede vescovile, come dimostra un documento dell’epoca. In quell’anno, infatti, si svolse il Sinodo romano indetto da papa Martino, in cui si ripudiò l”Ecclesia’ di Eraclio e il ‘Typos’ di Costante II. Al Sinodo partecipò il Vescovo Pasquale, che si sottoscrisse ‘Pascalis Episcopus Sanctae Ecclesiae Blandanae’ (25).”Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (25) postillava che: “(25) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia’, 79, 381”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Alle anzidette tradizioni vanno aggiunti altri indizi che confermano l’esistenza di nuclei cristiani in Lucania (Lucania Augustea). Del rescritto di Costantino del 21 ottobre 219 al ‘corrector Lucania et Bruttiorum’ (77) si rileva l’esistenza di chiese organizzate nella regione da collegare con quanto si afferma negli ‘Acta Sanctorum’ (78) sul siciliano Vito, detto però “Vitus lucanus”, ecc…”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (77), postillava che: “(77) Lanzoni, op. cit., p. 319. Va ricordato che con la dominazione normanna l’antica Lucania scomparve definitivamente.”. Riguardo alla nota (77) di Ebner in cui citava il Lanzoni (…): “(77) Lanzoni, op. cit., p. 319″, devo citare anche lo studioso Orazio Campagna (…) che a p. 257, nella nota (64), lo citava ed in proposito scriveva che: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Il testo del Lanzoni (…) è ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604)’. Forse è a questa citazione che, nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, si riferiva affermando che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. La notizia è interessantissima perchè ci fa ritornare agli albori della storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla a riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. Biagio Tarantini (…), di Maratea, nel suo ‘Blanda e Maratea – saggio di monografia storica’, a p. 26, citava il Fimiani (…) e, scriveva che: “poichè il Fimiani dice: “Episcopales Lucaniae urbes sunt Potentia Buxentum, Paestum, Agropolis, Blanda, Velia etc (11). S. Gregorio istesso più volte parla del vescovado di Blanda nell’epistola 29 lib. 2 che leggesi negli atti del concilio Lateranense, tenuto sotto il Papa Martino nell’anno 1549, nel quale intervenne Pasquale vescovo di Blanda. E Fimiani, nel capo III dice di Paschalis Blandanus epscopus intervenne al concilio Lateranense.”. Il Tarantini (…), a p. 26, nella sua nota (11), postillava che:  “(11) Fimiani, De Ortu et Progressus metropoleon Ecclesiasticorum, Napoli.”.

Fimiani, pp. xl-xli

Dobbiamo precisare che in Tarantini (…), è scritto che il Concilio Lateranense sotto Papa Martino I°, fu nell’anno 1549, è un evidente errore, in quanto esso è avvenuto nell’anno 649. La notizia ci viene confermata poi in seguito dal Duchesne (…) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (11) e, aggiunge: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (14). Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria).”. Il Duchesne, scriveva pure che: “Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (14) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (14).”. Non riesco a capire a quale autore si riferisca la nota (14). Ancora il Duchesne scriveva pure che: “Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blando. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte…..di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’ eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (14).”. Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, parlando delle orde barbariche del Longobardo Zotone, scriveva che: Ciò spiega il lungo silenzio ( circa un secolo per lo Hirsch) che per molti anni avolse vescovi e vescovadi locali (107).”. Ebner (…), a p. 25, nella sua nota (107), scriveva che lo Hirsch (…), affermava di non aver rinvenuto altre notizie sul Mezzogiorno dal 601 al 604 (morte di Gregorio Magno) e che solo nell’anno 625 è notizia della presa di Salerno per accordi con il vescovo Grazioso. Dunque, sappiamo da Hirsch (…) che, si hanno notizie delle nostre terre solo dopo la presa Longobarda di Salerno, nel 625.

Nel ‘649 (VII sec. d.C.), per Lanzoni l’ubicazione di “BLANDA JULIA”, nel Porto di Sapri, che aveva una comunità cristiana

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dal sacerdote Luigi Tancredi (2) che, nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (….), riguardo questa notizia che ci riporta di secoli indietro nella ricostruzione storiografica di Sapri, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Certamente, la notizia che nell’anno 649, esistesse a Sapri una ‘comunità cristiana’, fa ritornare di molti secoli prima la datazione di un centro abitato saprese. Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Vorrei invece approfondire la notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando delle antiche Diocesi crisiane, oltre a citare quella di “Buxentum”, cita quella di “Blanda Julia (Porto di Sapri)”. La notizia citata dal Tancredi (….) è tratta dal Lanzoni (…..). Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Vorrei invece approfondire la notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Le notizie intorno all’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Blanda Iulia’, sono state citate dal sacerdote Francesco Lanzoni. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, sempre a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. Il Lanzoni (…) – come pure l’Ebner (…) – come scrive Orazio Campagna (…) a p. 257, nella nota (64) scriveva che: : “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Orazio Campagna (…) che a p. 257, nella nota (64), lo citava ed in proposito scriveva che: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”Riguardo Sapri, il Lanzoni, a p. 323, in proposito scrive che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195).; 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanne” : 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse Bleranae (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”. Infatti, il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. L’opera citata è ‘Regesta Pontificum Romanorum’ che è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198. Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé. L’opera riveduta e corretta a cui si riferiva l’Ebner (…) e il Lanzoni è Jaffé-Loewenfeld (…), ‘Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888. Il Lanzoni, nelle sue note si riferisce all’anno 1195 della citata opera. Il Jaffé-Loewenfeld (…), si occupa dei documenti n. 1195 da pp. 610 e s.  Riguardo la notizia di un Vescovo Rustico (“Rusticus”) a Buxentum, Mons. Francesco Lanzoni (…), a p. 323 in proposito scriveva che: “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Dunque, i Lanzoni scriveva che a ‘Buxentum’ credeva fosse “Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?”. Poi aggiungeva che a ‘Buxentum’ (Bussento) il primo vescovo fosse: 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Il Lanzoni scriveva che da un documento n. 1195 in Jafé-Loewenfeld (…), troviamo nell’anno 592 la Chiesa vacante ovvero nessun Vescovo. Del VII secolo, il Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (…), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Scrive sempre il Duchesne (…) che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi…..; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601;….”Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due sinodi svolti nel 595 e 601 (24).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (24) postillava che: “(24) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343”. Come abbiamo visto nella pagina 323, il Lanzoni (…), a p. 323, sebbene scrivesse “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): ecc..ecc.., non riporta vescovi nell’anno 640 o 649. Il Lanzoni, scrive di Blanda Iulia, e di un suo vescovo chiamato Romano, presente il 5 luglio al sinono romano dell’anno 595, ma non dice nulla del sinodo romano dell’anno 640 o 649 a cui invece partecipò un altro vescovo di Blanda Iulia. Nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (2), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, affermava che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. La notizia è interessantissima perchè ci fa ritornare agli albori della storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla a riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. La notizia di un vescovo di Blanda Julia, che nell’anno 640-649, partecipò al sinodo romano, è del sacerdote Nicola Curzio (…), che nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, pubblicato nel 1910, in proposito scriveva che: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Dunque, riepilogando, secondo il Curzio (…), nell’anno 640-649 (secolo VII d.C., epoca Longobarda), a Blanda Iulia, forse il “Portus” di Sapri, come credeva il Lanzoni (…), vi erano due vescovi: il primo chiamato “Pasquale”, presente al Sinodo romano di papa Martino, e nell’anno 743, l’altro vescovo chiamato “Gaudioso” presente al Sinodo romano di papa “Zaccaria”. Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (15) che, sulla scorta del Duchesne (14), in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). La notizia, era stata confermata dal Duchesne (14) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (11). Il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda…… Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (…). Dunque, alla citazione che faceva il Curzio (…), che nell’anno 640-649, vi fosse un vescovo di Blanda Iulia al Sinodo romano, il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Riguardo la citazione del Mansi (…), si tratta di Giovanni Domenico Mansi, Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, vol. X, Florentiae 1764, coll. 863-1188. Del VII secolo, il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (11), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Scrive sempre il Duchesne (14) che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Dal punto di vista storiografico, ci chiediamo quale fosse l’origine dell’interessantissima notizia riferitaci dal Tancredi (2), secondo cui: “Sapri, aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (2), riguardo questa notizia, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Da quale autore il Tancredi traeva l’interessantissima notizia ?. Domenico Romanelli (….) ed l’abbate Troyli (….) parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649. (….). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa me-moria il Laudisio (6) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: ” …e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino ( che si svolse nell’anno 649). Riguardo questa notizia, il Laudisio la trae da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736”. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo (di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò G.G. Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio – 18) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice ‘S. Martino’, vi partecipò il suo vescovo Sabbazio, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Notizia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600. Da Wikipedia, riguardo Blanda, sede vescovile leggiamo che:  La diocesi è ancora attestata nel 649, quando il vescovo Pasquale prese parte al sinodo indetto in quell’anno da papa Martino I. Un altro sinodo indetto da papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da Gaudeosus Blandas, chiamato anche Gaudioso Blaudero; la «presenza di questo vescovo testimonierebbe il passaggio della Calabria settentrionale al dominio longobardo, poiché in quel periodo ai vescovi bizantini del resto della regione era impedita la partecipazione ai consessi indetti dai pontefici». Sono stati sollevati dubbi sull’appartenenza di tutti questi vescovi a Blanda. Ferdinando Ughelli, per esempio, e gli autori che ne dipendono (Gams e Cappelletti) attribuiscono i vescovi Romano e Gaudioso alla diocesi di Blera nella Tuscia. Alcuni storici poi ipotizzano che, distrutta Blanda, i vescovi si siano trasferiti a Cirella, il cui vescovo Romano avrebbe preso parte al sinodo romano del 649.  Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. Ecc…”. Il Cantalupo (…),  p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Dunque, il Cantalupo, ci dice che risultano al Concilio Romano dell’anno 649, troviamo Pasquale Vescovo di Blanda e Sabazio vescovo di Bussento, insieme al Vescovo Pestano Giovanni. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. La notizia, era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Sempre il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”.  Un altro erudito, Nicola Curzio (….), parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (43), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (43). Il Curzio, dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “.

Nel 649 (VII sec. d.C.), il Concilio Lateranense sotto Papa Martino I, i vescovi PASQUALE, vescovo di Blanda e SABBAZIO, vescovo di Bussento

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…..Nelle altre due diocesi menzionate nella lettera al vescovo Felice, i Longobardi non si trattennero se i due vescovi, con quello di Paestum ma non di Agropoli, parteciparono al Concilio romano del 649 (Martino I).. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). Il Concilio Lateranense di Papa Martino I, riguardo le notizie sulla nostra zona fu citato anche da Mons. Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, dove, l’alto prelato, già Vescovo della Diocesi di Policastro, a p. 68 (si veda il testo a cura di G. G. Visconti), scriveva che: “Perciò nel Concilio di Nicea del 325, che stabilì con le disposizioni canoniche XV, XVI e XVII i confini di ciascuna diocesi, partecipò assieme ad altri 318 vescovi anche Marco, vescovo di Calabria – allora la Lucania e la Calabria costituivano una provincia sola – Così pure Rustico, vescovo di Bussento, partecipò al III Concilio Romano indetto nel 502 dal pontefice S. Simmaco; e successivamente Sabbazio, vescovo di Bussento, partecipò al Concilio Lateranense dei centoquattro vescovi, che al tempo del pontefice S. Martino condannarono nel 649 i monoteliti *, come risulta dal Binnio (tomo IV, p. 736.).”. Dunque, il Laudisio (….) scriveva che, secondo il Binnio (….) il vescovo di Bussento, Sabbazio, nell’anno 649 partecipò insieme ad altri 104 vescovi al Concilio Lateranense indetto da Papa Martino I. Dunque, il Laudisio si riferiva al testo di Severino Binio (….), “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt”, vol. IV, p. 736, del 1606. Ma come vediamo in questa pagina è molto probabile che non sia corretta la postilla del Laudisio. Il concilio Lateranense fu tenuto dal 5 all’31 ottobre 649 nella Basilica lateranense sotto la presidenza di Papa Martino I. Il concilio, causato dal conflitto che opponeva Costante II alla Chiesa di Roma in merito all’eresia monotelita, si riunì nella chiesa del Laterano e vi presero parte 105 vescovi (principalmente provenienti da Italia, Sicilia e Sardegna, più alcuni dall’Africa e da altre aree), si svolse in cinque sessioni, dette secretarii, dal 5 ottobre al 31 ottobre 649. Il sinodo produsse venti canoni di condanna dell’eresia monotelita, dei suoi autori, e degli scritti che questa aveva promulgato. Nella condanna erano incluse non solo le Ectesi, ovvero le esposizioni di fede del patriarca Sergio I, delle quali si era fatto sostenitore l’imperatore Eraclio, ma anche il Tipo del patriarca Paolo II (641-653) – successore di Pirro I (638-641), successore di Sergio – che godeva del supporto dell’imperatore regnante; inoltre «sancì l’esistenza in Cristo di due volontà e di due capacità operative». Anche se il concilio si opponeva agli atti imperiali si ebbe «cura di usare espressioni del più grande rispetto verso le persone degli imperatori e di contenere il dissenso nell’ambito più spiccatamente religioso». Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò il Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio (18) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Mons. Curzio (….), dice in proposito di Blanda: Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Domenico Romanelli (….) ed il Troyli (….), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. La notizia, era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne Louis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Sempre il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. Ecc…”. Il Cantalupo (…),  p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, il Cantalupo, ci dice che risultano al Concilio Romano dell’anno 649, troviamo Pasquale Vescovo di Blanda e Sabazio vescovo di Bussento, insieme al Vescovo Pestano Giovanni. Domenico Romanelli (….) ed l’abbate Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa memoria il Laudisio (….) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: “…e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino ( che si svolse nell’anno 649). Il Laudisio, trae questa notizia da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736″. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che collaborò con il Visconti (….) alla stesura del testo del Laudisio (….) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino (….), “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc…”, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Giuseppe Volpe (….), citato dai due studiosi Natella e Peduto, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento’, del 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. Il Binnio a p. 148, del vol. II scrive del Quinto Concilio Romano. Il Volpe citava il testo di Severino Binnio, il vol. II, p. 148. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc…Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Dunque, anche il Gaetani scriveva che nel VII secolo, dopo il vescovo di Bussento, Sabbazio, non troviamo notizie della Diocesi per un certo periodo. Anche il sacerdote Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli anticihi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1). III. Sabbazio, che nel 649 trovavasi al concilio romano del papa Martino I contro i monoteliti. Nè di più se ne sa.”.

Nel 679 (VII sec. d.C.), la scomparsa delle prime Diocesi cristiane di Velia, Bussento e Blanda

Dopo la metà del VII secolo non si hanno più notizie della diocesi, che fu probabilmente soppressa al tempo delle guerre iconoclaste, che a partire dall’VIII secolo hanno sottratto parte dell’Italia meridionale alla giurisdizione ecclesiastica di Roma per unirla a quella del patriarcato di Costantinopoli. Questo determinò, almeno nel Cilento, la scomparsa delle antiche diocesi sostituite da eparchie monastiche, tra cui si ricordano quelle del Mercurion, del Latinianon e del Lagonegro. Due cenobi monastici, San Pietro e San Giovanni Battista, furono eretti a Policastro dal patriarca Polieucte di Costantinopoli e molti furono i monasteri greci che sorsero nella regione, tra cui quelli di San Giovanni a Piro e San Cono di Camerota. Scrive Gianluigi Barni (8), dopo aver parlato della Diocesi di Bussento al tempo del vescovo Felice di Agropoli (di Capaccio), in proposito che: “….ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (7). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (….). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 69, dopo aver detto delle conquiste del territorio salernitano da parte dei Longobardi Beneventani, in proposito scriveva che: “I Bizantini erano in gravissime difficoltà in Oriente (1) ed avevano praticamente abbandonata a se stessa l’Italia; forse fu allora la flotta di Napoli, presente nelle acque della Lucania ‘Occidentale’, a garantire strettamente la sopravvivenza di Agropoli, a non fu in grado di arginare la penetrazione beneventana del massiccio del Cilento. La regione, unitamente alla limitrofa Britia, costituivano gli ultimi baluardi greci frapposti tra i possedimenti longobardi della Campania e quelli di Calabria, sicchè vennero investiti negli anni tra il 671 ed il 677, al tempo del duca Romualdo, lo stesso che strappò ai Bizantini vasti territori della Puglia (2), dando al Ducato Beneventano quell’estensione che, con poche variazioni, avrebbe conservata anche in seguito. La precaria situazione delle due regioni è documentata dal fatto ce nel Concilio Romano del 679 furono assenti non solo il vescovo “pestano” di Agropoli, ma anche quelli di Blanda e di Bussento. La conquista ebbe un assetto definitivo solo nei primi tempi del ducato di Arechi II, ecc…”. La notizia era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni Gianluigi, op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, p. 384), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Sulla Diocesi di Bussento, il Laudisio scrive pure che in quel periodo in cui arrivarono i monaci italo-greci dall’Oriente, “la chiesa di Bussento, benchè ancora affidata alla reggenza del vescovo di Agropoli e con la diocesi quasi spopolata, rimase fedelmente soggetta alla Santa Sede Apostolica di Roma (28). Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; ecc…”Sempre il Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro” a p. 537, continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: In mezzo a tutte queste peripezie, Bussento, ora Policastro (4), che tutte aveva provate le sventure di questo avvicendamento di signoria, ebbe a sperimentarne delle nuove, ma di questa natura: il cielo, se pure è il cielo quello che manda la distruzione sulla terra, o non piùttosto il malvagio talento degli ambiziosi, vollero con nuovi guai travagliarla. Ecc... Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Pare incontestabile l’opinione di quelli che riportano a quest’epoca il mutameno del nome di ‘Bussento’ in quello di ‘Policastro’ quasi ‘Paleocastro’ che in greco non suona altro che vecchio castello, come ‘Neocastro’ significa nuovo.”. A quell’epoca, in un territorio ancora sotto le mire espansionistiche dei Greci-bizantini ed in piena guerra iconoclasta, ‘i frati basiliani’ che avevano contribuito a formare nelle nostre terre vere e proprie cittadelle ascetiche. Ferdinando Palazzo (….), nel suo “Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro”, a p….., sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (….), in proposito scriveva che: cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’ Imperatore Costantino Copronimo che succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove, essendo stati reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Ecc…”.

Nel 649 d.C. (VII sec. d.C.), SABBAZIO, Vescovo di Bussento, presente al Sinodo Lateranense di papa Martino I

Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 64, così scriveva di ‘Bussento’: “Fiorente era tuttavia ‘Bussento’ almeno sino alla metà del VI secolo, quando era decorata da sede vescovile (1); ma non ne rimane ricordanza più oltre del tempo del Pontefice S. Gregorio, quando la chiesa bussentina era priva del suo pastore (2); Ecc…”. Il Corcia (…) a p. 64, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nel III sinodo romano celebrato nel 501 da Simmaco soscrisse Rustico, vescovo di ‘Bussento’; e nel 649 nell’altro romano Concilio raccolto da Martino I intervenne Sabazio, vescovo della città istessa.”. Il Corcia (…) a p. 64, nella sua nota (2) postillava che: “(2) S. Gregorio, Epist. II, 29”.

Corcia, p. 64

(Figg….) Corcia Nicola (…), p. 64

Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (…) che, sulla scorta del Duchesne (…), in proposito riteneva Sabazio Vescovo di Bussento che intervenne al Concilio Latranense di papa Martino I° nel 649 e non come dice il Curzio (…) – come vedremo. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò il Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio (…) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. La notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649, ne fa memoria il Nicola Maria Laudisio (…) nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 che, parlando della Diocesi di Policastro a p. 68 (vedi versione curata dal Visconti che corrisponde a p. 9 del Laudisio) scriveva che: “; e successivamente Sabbazio, vescovo di Bussento, partecipò al Concilio Lateranense dei centoquattro vescovi, che al tempo del pontefice S. Martino condannarono nel 649 i monoteliti *, come risulta dal Binnio (tomo IV, p. 736).”. Infatti, su questo punto a p. 9 del Laudisio è scritto: “contra monotelitas, an. 649 ut ex Binnio ‘tom.’ IV, pag. 736.” Il Laudisio (…), parlando del vescovo di Bussento, “Sabbazio” e del Concilio Lateranense di papa Martino I (dove vennero condannati i Monoteliti), trae questa notizia da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736″. Il Laudisio (…) a p. 9 della sua ‘Synopsis etc…’, si riferiva all’opera di Binius Severino (…), Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 oppure il Binii Severini (Severin Binius; Severino Bini) ‘Concilia Generalia et Prouincialia (Provincialia) graece et latine quae reperiri portuerunt omnia. Etc..’.

Binio Severino, tomo IV, p. 736 su Sabbazio ed il Concilio Latranense di papa Martino I

(Fig….) Binius Severini, op. cit., tomo IV, p. 736 su Sabbazio ed il Concilio di papa Martino I

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento per aver partecipato al Concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653). Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellianum (92).”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius adfuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen’.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. La notizia, era stata confermata dal Duchesne (…) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Ecco due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ……e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Ecc…”. Il sacerdote Rocco Gaetani, a pp. 19-20, nel suo introvabile ed in mio possesso: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ………..e ‘Sabbazio’, che nella metà del secolo VII governava il Bussento, e nel 649 sedeva nel Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro i monoteliti, trovandosi sottoscritto: ‘Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi’. Dunque nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. …….Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, non potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato riconoscere le poche fasi della Chiesa Bussentina, ….”. Il Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Ecco due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ……..e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Ecc….”. Il  sacerdote Rocco Gaetani (…) a p. 21 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda. Il Gaetani (…) a p. 21 in proposito scriveva che: Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. La notizia, era stata confermata dal Duchesne (…) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (…) e, aggiunge: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (…). Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (…). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blando. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte….di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (…). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando della città di Buxentum (Bussento) in proposito scrivevano che: “…..e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(11), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Il Gaetani a p. 21 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “A Buxentum niente, salvo un isolato ‘Sabbazio’, nel 649 (36). Possiamo immaginare che Felice trovò una Blanda molto ridotta dalla sua passata gloria, ma ancora esistente e quindi possibile, come sede vescovile. Buxentum, invece, non dava la possibilità d’un insediamento vescovile e Felice andò oltre, meditando sulla caducità delle cose umane.”. Il Tancredi, nella sua nota (36) a p. 19, postillava che:  “(36) Gaetani R., op. cit., p. 376.”. Il Gaetani (…) a p. 22 in proposito scriveva che: Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “….(a. 592) e, poco dopo, vediamo apparire una fila secolare di vescovi a ‘Blanda’ (35), nei sinodi romani. A Buxentum niente, salvo un isolato ‘Sabbazio’, nel 649 (36). Ecc…”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (33), postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale, in gli “Studi in Italia”, Roma, 1882, an. V., vol. I, p. 376.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Tancredi, a p. 19, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Russo Francesco, ‘Storia della Diocesi di Cassano’, vol. III, Laurenziana, Napoli, 1968, pp. 17-19.”. Il Tancredi, nella sua nota (36) a p. 19, postillava che:  “(36) Gaetani R., op. cit., p. 376.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento per aver partecipato al Concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Il Gaetani (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, riferendosi a Bussento, scriveva Nell’ anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”.

Nel 649 d.C. (VII sec.), PASQUALE, Vescovo di BLANDA IVLIA (nel Porto di Sapri per alcuni), presente al Sinodo Lateranense di papa Martino I

Il sacerdote Nicola Curzio (…) che, nel 1934, nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, a p…., in proposito a Blanda scriveva che: “Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: …..Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e….”Nel 649, anno in cui si svolse il Sinodo romano, Blanda continuò ad essere sede vescovile, come dimostra la presenza del suo vescovo Pasquale. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 19 scriveva che: “5) PASQUALE (640) ?. – Ricorre nel Sinodo Romano di Papa Martino del 649, in cui si sottoscrive: “Paschalis episcopus ecclesiae blandanae” (8). Non conosciamo altro.”. Il Russo a p. 19 nella sua nota (8) postillava che: “(8) Labbe, VII, 79, 381; Harduin, III, 690, 928; Mansi, X, 866. Cfr. anche Ughelli-Coleti, X, 29”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi……Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino ecc…”Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Blanda Iulia, in proposito così scriveva: “Con l’avvento del Cristianesimo, divenne sede vescovile. Difatti, viene ricordata in una lettera di Gregorio Magno, luglio 592, diretta a Felice, vescovo di Agropoli, affinchè visiti le diocesi, temporaneamente vacanti, di Velia, di Bussento e di Blanda, in F. Russo, Regesto, etc., cit. I, pag. 37.”. Il Campagna (…), continua il suo racconto su Blanda e, scrive che:  “Tre anni dopo però, nel 595, viene ricordato Romano, nel 649 Pasquale, e nel 743 Gaudioso, vescovi blondani (Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Campagna (…) citava Francesco Russo (…), ovvero nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a pp. 17-18-19. Ma, le notizie intorno all’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Blanda Iulia’, sono state citate dal sacerdote Francesco Lanzoni. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323, parlando del vescovo Felice (“Felix”) di Agropoli e, riferendosi all’anno 649, in proposito scriveva che: “1. Felix: …..io penso con Mons. Duchesne (Les evéchés d’Italie ec., II, 367) che Felix fosse il vescovo stesso di Paestum, rifugiatosi causa l’invasione longobarda, con il presidio greco, nell’Acropolis. Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della diocesi e da questa seconda residenza presero il nome.”. Come dice il Lanzoni (…), a causa delle continue incursioni Longobarde, nel VII secolo, alcune città lucane preesistenti (di cui parla Tito Livio), che intorno al V e VI secolo d.C., iniziarono a costituirsi giovani nascenti comunità cristiane, come l’antica città di Blanda che, a causa delle frequenti incursioni longobarde, dovettero trasferirsi in luoghi vicini ma più sicuri come poteva essere il Porto di Sapri’ e ad indurre il papa S. Gregorio Magno (…) ad affidarne la cura al Vescovo Felice di Paestum (trasferitosi ad Agropoli fortificata). Devo però precisare che il Lanzoni (…), poneva Blanda nel porto di Sapri ma con il dubitativo. E’ solo un’ipotesi. Ma come abbiamo visto nella pagina 323, il Lanzoni (…), a p. 323, scriveva che “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): ecc..ecc….Inoltre, il Lanzoni (…), non riporta vescovi di Blanda per gli anni 640 e 649. Il Lanzoni, scrive di ‘Blanda Iulia’, e di un suo vescovo chiamato Romano, presente il 5 luglio al sinodo romano dell’anno 595, ma non dice nulla del sinodo romano dell’anno 640 o 649 a cui invece partecipò un altro vescovo di Blanda Iulia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “A Buxentum niente, salvo un isolato ‘Sabbazio’, nel 649 (36). Possiamo immaginare che Felice trovò una Blanda molto ridotta dalla sua passata gloria, ma ancora esistente e quindi possibile, come sede vescovile. Buxentum, invece, non dava la possibilità d’un insediamento vescovile e Felice andò oltre, meditando sulla caducità delle cose umane.”. Il Tancredi, nella sua nota (36) a p. 19, postillava che:  “(36) Gaetani R., op. cit., p. 376.”. Nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, affermava che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Dunque, il Tancredi (…) scrive che nel VII secolo d.C., e precisamente nell’anno 649, a Sapri vi era un porto “chiaramente menzionato nel ‘649” e vi era una comunità Cristiana. Il Tancredi (…), riguardo questa notevolissima notizia che ci riporta di secoli indietro nella ricostruzione storiografica di Sapri, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Certamente, la notizia che nell’anno 649, esistesse a Sapri una ‘comunità cristiana’, fa ritornare di molti secoli prima la datazione di un centro abitato saprese. La notizia è interessantissima perchè fa risalire la storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. La notizia dataci dal Tancredi (…), senza riferimenti bibliografici, l’abbiamo ritrovata nel Lanzoni (…) che credeva e poneva l’antica diocesi (sede vacante nell’anno 592) di Blanda Iulia nel porto di Sapri. Riguardo l’anno 649 di cui alla notizia del Tancredi (…), il Lanzoni, sulla scorta del Crivellucci (….) e del Duchesne (…) scriveva che: “Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome.”. Un altro erudito, il Curzio (….), ci parlò dell’antica città di Blanda.  Il sacerdote Nicola Curzio (…), parlando di ‘Blanda Iulia’, in proposito scriveva che: “….; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino ecc…”La notizia di un vescovo di Blanda Julia, che nell’anno 640-649, partecipò al sinodo romano, è del sacerdote Nicola Curzio (…), che nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, pubblicato nel 1910, parlando di ‘Blanda Iulia’, in proposito scriveva che: “…. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Dunque, riguardo gli anni 640 e 649, il Curzio scrive che a ‘Blanda Julia’ vi era un vescovo chiamato Pasquale presente al Sinodo romano di papa Martino e. ecc…”. Dunque, riepilogando, secondo il Curzio (…), nell’anno 640-649 (secolo VII d.C., epoca Longobarda), a Blanda Iulia, forse il “Portus” di Sapri, come credeva il Lanzoni (…), vi erano due vescovi: il primo chiamato “Pasquale”, presente al Sinodo romano di papa Martino. Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (…) che, sulla scorta del Duchesne (…), in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). La notizia, era stata confermata dal Duchesne (…) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno(…). Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studii storico-Archeologici”, ed. Ercolano, Rionero, 1888, a pp. 12-13 del vol. II, in proposito scriveva che: “Blandae, oppidum…..L’antica città, come opina l’Antonini, era alquanto entro terra nel sito detto ‘S. Venere’, ove s’incontrano molti ruderi e sepolcri con vasi, monete ed altre cose antiche; ricorda inoltre che questa città esistesse il 649 dell’era, poichè un vescovo di Blanda intervenne al Concilio Lateranense convocato da Papa Martino I. La storia di Blanda è del tutto ignota.”. Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie ecc….Nel 649 continuava ad essere sede vescovile, come dimostra un documento dell’epoca. In quell’anno, infatti, si svolse il Sinodo romano indetto da papa Martino, in cui si ripudiò l”Ecclesia’ di Eraclio e il ‘Typos’ di Costante II. Al Sinodo partecipò il Vescovo Pasquale, che si sottoscrisse ‘Pascalis Episcopus Sanctae Ecclesiae Blandanae’ (25).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (25) postillava che: “(25) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia’, 79, 381”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 73, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: Longobardi, o ad essi graditi, infatti furono, quasi sicuramente, i vescovi di Blanda del periodo successivo, come sembra attestato sia dai nomi sia dalla partecipazione dei vescovi blandani di rito latino Pasquale al concilio latranense del 649 d.C. ecc…La presenza di un vescovo a Blanda fa ragionevolmente supporre che essa fosse un centro cospicuo, seppur sparso, se consideriamo il VI canone del sinodo di Sardica (342 o 343 d.C.) che vietava l’erezione di vescovadi ‘in vico aliquo, at in modica civitate, cui sufficit unus presbiter,…’, o in una modesta città ecc…Canone non ignorato da Gregorio Magno e al quale egli certamente si attenne nel sollecitare nel 592, d.C. la nomina del vescovo di Blanda (1).”. Il Pucci (…) a p. 74, nella sua nota (1) postillava che:“(1) G. Fiaccadori, Storia della Calabria Antica – Età Italica e Romana – Gangemi editore, 1994, p. 713.”. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Queste tante ruine m’ han posto in dubbio, che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si volgia credere, che fosse Maratea più presso al mare.”. L’Antonini a p. 441 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Nè libri dè battezzati della Parrocchia di S. Maria del Poggio dopo il vol. 13. si trova una ricevuta, che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati di ducati nove, e tre terreni al Clero di Rivello per otto Preti Greci”. Dal punto di vista storiografico, ci chiediamo quale fosse l’origine dell’interessantissima notizia riferitaci dal Tancredi (…), secondo cui: “Sapri, aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (…), riguardo questa notizia, non cita nessuna fonte storica o archivistica ma io credo che il Tancredi, tragga l’interessante notizia da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (…) e poi dal Duchesne (…). Infatti, il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (…)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa memoria Nicola Maria Laudisio (…) nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 che, parlando della Diocesi di Policastro a p. 88 (vedi versione curata dal Visconti che corrisponde a p. 33 del Laudisio) parlando di Blanda in proposito scriveva che:  “Luca Holstenius sostiene che dove c’è ora la suddetta Sapri vi fu nel passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. E difatti ancora oggi sono visibili a Sapri i resti di mura costruiti da grossi massi squadrati che veramente ne confermano l’antichità e che dimostrano che Sapri ha origini lontane nel tempo. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli; gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine. Del resto sul medesimo litorale, dopo Agropoli – andando a Sud – sorgeva Velia presso il promontorio di Palinuro, come già abbiamo detto; dopo Velia c’era Bussento, che è ora Policastro; dopo Policastro c’è Sapri, dove si dice che fosse la città di Blanda. Dunque Blanda non fu una città dell’entroterra, come invece comunemente si crede (10).”. Nella ‘Synopsis etc…’, il Laudisio a p. 33 (vedi la versione curata dal Visconti) nella sua nota (106) postillava dell’Olstenio (…) e citava il Cluverio (…), ovvero postillava che: “(106) ‘Annot. in Ital’, pag. 22.”. Il Laudisio (…) nella sua nota (106) si riferiva all’opera di Filippo Cluverio (…) al suo “Annotazione all’Italia Antiqua di Filippo Cluverio.”, di cui parlerò. Nella ‘Synopsis etc..’ in latino a p. 88 (che corrisponde alla p. 33 in latino) a cura del Visconti si legge nella sua nota (10) che: “(10) Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio, che afferma che fu espugnata dai Romani durante la seconda guerra punica (“ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnatae” XXIV 20, 5-6); nell’età augustea prese il nome di ‘Blanda Iulia’ (C.I.L., X, 125). Anche Costantino Gatta (‘op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306) la identificava con Sapri: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e frà di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi ‘Il Porto di Sapri’. Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifizi sommersi entro il mare”.”. Sempre nella sua nota (10), il Visconti continuando a postillare scriveva che: “Ma la identificazione di Blanda con Sapri (o anche con Maratea, come suggerisce una nota a matita aggiunta sul testo della ‘Synopsis’ che abbiamo sotto mano) non è esatta. Essa sorgeva più a sud di Sapri, su uno dei colli lungo la strada che da Praia a Mare conduce a Tortora (si veda la ‘Treccani’ e la ‘Cattolica’, ad vocem (n.d.T.).”. Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo (di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò G.G. Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio –…), afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo Pasquale, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino (…). Nell’ VIII secolo, Blanda passò in mano ai Longobardi. Il Lanzoni, riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Aggiunge Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Il sacerdote Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “…..(a. 592) e, poco dopo, vediamo apparire una fila secolare di vescovi a ‘Blanda’ (35), nei sinodi romani….. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (33), postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale, in gli “Studi in Italia”, Roma, 1882, an. V., vol. I, p. 376.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Tancredi, a p. 19, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Russo Francesco, ‘Storia della Diocesi di Cassano’, vol. III, Laurenziana, Napoli, 1968, pp. 17-19.”. Il Tancredi, nella sua nota (36) a p. 19, postillava che:  “(36) Gaetani R., op. cit., p. 376.”. Biagio Tarantini (…), a p. 26, del suo ‘Blanda e Maratea, saggi di monografia storica’, scriveva su Blanda che: “..sia stata città vescovile; nè menomamente possiamo noi dubitare del ‘vescovado di Blanda’, poichè Fimiani, dice: “Episcopales Lucaniae urbes sunt Potentia Buxentum, Paestum, Agropolis, Blanda, Velia etc.” (11). S. Gregorio spesso parla del vescovado di Blanda nell’epistola 29 lib. 2 che leggesi negli atti del concilio Lateranense, tenuto sotto il papa Martino nell’anno 549, nel quale intervenne Pasquale vescovo di Blanda. E Fimiani (op. cit.), nel capo III dice che ‘Paschalis Blandanus episcopus’ intervenne al concilio Lateranense. Ma Barrio mentisce anche nel citar Plinio, il quale situò Blanda tra Lao e Bato fra i quali è distanza di tre miglia, mentre il Bato, dista circa 10 miglia dal Belvedere, dando uno smacco a Tolomeo e Ligorio.”. Il Tarantini (…), a p. 26, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Fimiani. De Ortu et Progressus metropoleon Ecclesiasticorum, Napoli.”. Si tratta del testo di Carmine Fimiani (…), De Ortu et Progressus metropoleon Ecclesiasticorum, Napoli. Dobbiamo precisare che in Tarantini (…), è scritto che il Concilio Lateranense sotto Papa Martino I, fu nell’anno 1549, è un evidente errore, in quanto esso è avvenuto nell’anno 649.

Fimiani, pp. xl-xli

(Fig…) Fimiani (…), op. cit., cap. III, pp. XL, XLI

Il Fimiani (…), nel suo cap. III, a pp. XL e XLI scriveva che: “Curam sullecitudinemque universae provinciae gerere, & suffraganeorum negligentiam arguere atque supplere, metropoliticum munus est. Gregorius M. (21) Rufino Vibonensi episcopo permittit in ecclesia Massae Nicoteranae presbyterum ordinare, qui episcopi in poenitentiam deputati vice baptizet, Missasque celebret. Iohanni Scyllaceno episcopo (22) praecipit, ut Castelliensis monasterii ecc…”. Il Fimiani (…) a p. XLI, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Libro VI, Ep. XLI”. Il Fimiani (…) a p. XLI, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Libro VIII, Ep. XXXIV.”Dunque il Fimiani parla di un Rufino vescovo di Vibone nella chiesa di Nicotera, credo sulla scorta del Barrio (…). Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Si sa, inoltre, che Blanda fu sede vescovile fin dai primi secoli del Cristianesimo. Nel 592 S. Gregorio Magno (23) indirizzò una lettera a Felice, Vescovo di Agropoli, per ingiungergli di visitare la comunità di fedeli blandani temporaneamente priva di Pastore. “Quoniam – scrive S. Gregorio nella lettera – Velina, Buxentina, et Blandana ecclesia, quae tibi in vicino sunt constitutae, Sacerdotes noscuntur vacare regimine: propterea fraternitate tuae earum solmniter operam visitationis iniunximus…”. “Poichè si sa che le Chiese di Velia, Bussento e Blanda, che si trovano nei tuoi paraggi, sono prive di Pastori, t’ingiungiamo formalmente di visitarle…”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Reg. II, 42”. Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due sinodi svolti nel 595 e 601 (24).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (24) postillava che: “(24) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 73, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: “La supposizione ad opera dei Saraceni, corrente prima delle indagini archeologiche, non è più sostenibile poichè in questo secolo i Saraceni ancora non esistevano. L’era islamica ebbe inizio in Arabia nel 622 d.C., ….Con le risultanze degli scavi coincidono le conclusioni che si deducono dalla lettera di Gregorio Magno (592 d.C.), nella quale il papa prega il vescovo di Agropoli Felice di intervenire a sostegno dei fedeli di Blanda privi di clero, che, essendo di origine e rito bizantino, aveva abbandonato la zona per sfuggire alle persecuzioni dei Longobardi (1). A questo periodo risalgono lo spostamento dell’abitato a San Brancato, nei pianori adiacenti, forse anche Julitta, e nelle zone agricole montane dell’attuale Tortora, di Ajeta, di Massa di Maratea, e in quelle collinari di Santo Nicola, di Santo Stefano, di piano delle Vigne, della Foresta in territorio dell’attuale Praia a Mare, di Vennefora ecc….”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: “Questa Terra in così elevato luogo posta, (quando non sia la Città inferiore) fu creduta esser la ‘Blanda’ (3) ecc..”. L’Antonini a p. 438 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Dalle parole che si leggono nella tante volte citata ‘pistola di S. Gregorio’ indirizzata a Felice Vescovo di Agropoli, commettendogli la visita delle Chiese di Velia, di Bussento, e di Blanda chiaramente si scorge che per questi contorni Blanda fosse: ‘Quoniam Velina, Buxentina, & Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae’.”. L’Antonini (…) a pp. 440-441, riguardo ciò che scriveva il Barrio di Blanda scriveva che: Se mai Blanda fosse stata quella, che oggi chiamasi Belvedere, avrebbe dovuto ‘Barrio’ dire ancora, che sia stata Città Vescovile; ed i paesani alcuna memoria, o tradizione almeno ne consevarebbero; giacchè non si mette in dubbio, che Blanda avesse avuto il suo Vescovo, mostrandocelo la più volte citata ‘epistola 29. lib. 2. di S. Gregorio’, e ‘l leggersi negli atti del Concilio Lateranense sotto il Papa Martino nell’anno DCXLIX. intervenirvi Pascale Vescovo di Blanda (2). All’incontro qualch’ uomo di conto di Maratea ha sempre tenuto, che vi fosse stata la Sede Vescovile, e sebben queste tradizioni spesso sian fallaci, e volgari, pure talvolta sono state tenute in considerazione (I).”. L’Antonini a p. 440 nella sua nota (1) postillava che: “(I) su Barrio.”. L’Antonini a p. 440 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Quest’intervento di Pasquale Vescovo di Blanda nel Concilio fa vedere, che Blanda (come altrove si disse) era al Pontefice Romano soggetta, anche in vigore del Canone VI. del Concilio Niceno, e per quanto Zonara, e lo stesso Balsamone ci han confermato.”.

Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.“. L’Antonini a p. 441 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Nè libri dè battezzati della Parrocchia di S. Maria del Poggio dopo il vol. 13. si trova una ricevuta, che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati di ducati nove, e tre terreni al Clero di Rivello per otto Preti Greci”.

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, a p. 442, nella sua nota (I), postillava in proposito che: “(I) Fu Conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II, conosciuto da Corrado, per uomo di gran senno e di consumata prudenza, fu destinato per la riformazione del Regno. Il ‘Collenuccio lo chiama erroneamente Enrico  e nel lib. 4 di sua ‘Storia’, dice che fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”.

Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: Nel 592 il Papa S. Gregorio Magno deve intervenire per provocare l’elezione di vescovi nelle gloriose città di Velia, Buxentum e Blanda, ormai ridotte a pochi abitanti, alla miseria, ad una scarsa vita spirituale e culturale (29). L’incaricato di Gregorio Magno è il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”Il Gaetani (…), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (…), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (…)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: “sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (…)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa memoria il Laudisio (…) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: “…e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino (che si svolse nell’anno 649). Il Laudisio (….), nella sua ‘Synopsis etc..’ a p. 88 (versione curata dal Visconti) in proposito scriveva che: “….dopo Policastro c’è Sapri, dove si dice che fosse la città di Blanda. Dunque Blanda non fu una città dell’entroterra, come invece comunemente si crede (10).”. Nella ‘Synopsis etc..’ in latino a p. 88 (che corrisponde alla p. 33 in latino) a cura del Visconti si legge nella sua nota (10) che: “(10) Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio, che afferma che fu espugnata dai Romani durante la seconda guerra punica (“ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnatae” XXIV 20, 5-6); nell’età augustea prese il nome di ‘Blanda Iulia’ (C.I.L., X, 125). Anche Costantino Gatta (‘op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306) la identificava con Sapri: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e frà di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi ‘Il Porto di Sapri’. Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifizi sommersi entro il mare”.”. Sempre nella sua nota (10), il Visconti continuando a postillare scriveva che: “Ma la identificazione di Blanda con Sapri (o anche con Maratea, come suggerisce una nota a matita aggiunta sul testo della ‘Synopsis’ che abbiamo sotto mano) non è esatta. Essa sorgeva più a sud di Sapri, su uno dei colli lungo la strada che da Praia a Mare conduce a Tortora (si veda la ‘Treccani’ e la ‘Cattolica’, ad vocem (n.d.T.).”. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo  ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, un dattoliscritto del 1973, inedito che posseggo. Il Cataldo (…), Archivista della Diocesi di Policastro, è stato citato da Gian Galeazzo Visconti (…), nell’edizione da lui curata della ‘Sinopsi’ del Laudisio (…). Il Cataldo, collaborò molto con Visconti, sulla stesura delle note al testo del Laudisio. Il Cataldo, sulla scorta del Laudisio (…), parlando della sede vescovile di ‘Buxentum’, affermava che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia’, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Pietro Ebner (…), in proposito, scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653)“. La notizia, era stata confermata dal Duchesne (…) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (…) e, aggiunge: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (…). Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (…). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blando. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte….di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (…). Il Gaetani (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, scriveva che: ” Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento per aver partecipato al Concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653).”. Aleardo Dino Fulco (…), nel suo ‘Blanda, sul Paleocastro di Tortora’, a p. 19, scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due Sinodi svoltisi negli anni 595 e 601 (24). Nel 649 continuava ad essere sede vescovile, come dimostra un documento dell’epoca. In quell’anno, infatti, si svolse il Sinodo romano indetto da papa Martino, in cui si ripudiò l”Ecclesia’ di Eraclio e il ‘Typos’ di Costante II. Al Sinodo partecipò il Vescovo Pasquale, che si sottoscrisse ‘Pascalis Episcopus Sanctae Ecclesiae Blandanae’ (25). Un altro Sinodo indetto da Papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da ‘Gaudiosus Blandarum Episcopus’ (26). Da allora le vicende storiche di Blanda restano avvolte nelle tenebre dei secoli.”. Il Fulco (…), nella sua nota (24) a p. 54, postillava che: “(24) F. Labbe, Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343.”. Il Fulco, a p. 19, nella sua nota (25), a p. 54, postillava che: “(25) F. Labbe, Sacrosanta Concilia, 79, 381.”. Il Fulco (…), nella sua nota (26), postillava che: “(26) ……………………..”. Il testo citato dal Fulco, è il testo di Labbe (…), …………………………………….

Nel ‘649 d.C. (VII sec. d.C.), ‘Blanda’, sede vescovile nel porto di Sapri (secondo Luca Holstenio che corresse Filippo Cluverio)

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dal Tancredi (…) che, in un suo scritto su Sapri affermava: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Le giovani nascenti comunità cristiane, come l’antica città di Blanda che, a causa delle frequenti incursioni longobarde, dovettero trasferirsi in luoghi vicini ma più sicuri come poteva essere il ‘Porto di Sapri’ e ad indurre il papa S. Gregorio Magno (…) ad affidarne la cura al Vescovo Felice di Paestum (trasferitosi ad Agropoli fortificata). Dal punto di vista storiografico e bibliografico il primo a citare un “Safri castellum” in riferimento ad un’antica città di Blanda è Mario Nigro (o Dominicus Marius Niger, Veneto)(…), nel suo ‘Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII, p. 199. L’antico testo di Mario Nigro o Dominicus Marius Niger, Veneto, commenta il libro XI della Geografia di Strabone. Mario Nigro (…), nel 1557, nelle sue note, alla voce Sapri, lo chiama Safri castellum’ (…) e a p. 199 scrive: “Mox Talaus urbis fuit Sybaritarum colonia paululum à mari semota, prope cuius locum in litore maris castellu est quod iuniores Paleocastrum uocant, Talao finui imminens, ubi & ammis Talaus Dianius nunc in radicibus Apenini exortus apud Masecum castellum: ad leva penes se alterum Sallam nomine relinques penetratos suterraneis speluncis monte in mare it. Inde Safri: Malatia castella. Postea Laus amnis in mare uadit, Laino modo nomine in quo ager Lucanius terminatur. In mediterraneo aut haec habentur, Ulci Compsas antiqua oppida. Item aliud Potentia no in celebre cui nomen ad hoc tepus restat, non procul à fonte Pyxi cui adiacent. Inde Blanda oppidum fuit situ ualidum.”. Che tradotto dal latino sarebbe: Poco dopo, Talon della città era un sibarita, una colonia un po ‘dal mare diminuisce con l’altezza, nei pressi del luogo di cui ci, sulla riva del mare, villaggio è che il giovane Paleocastrum sono chiamati, di Talaus i seni della, che si affaccia sul, e dove ha animis Talon Dianius ora ai piedi delle piste della sorto tra Masecum il villaggio, alla mano sinistra è nelle mani di lui c’era un altro Sallam il nome del sarà per la penetrare grotte auterra montagna al mare. Poi castelli (i villaggi) Safri, Malatia. Dopo questo, la lode del fiume sfocia nel mare, ‘va’, il campo di ‘Laino Lucanius’, del modo in cui termina nel nome del. Queste parole si trovano al suo interno, o, punizione dell’iniquità: Compsam antiche città. Famosa anche per nessun altra forza il cui nome rimane a questo momento, non lontano dalla fonte Pyxi cui è adiacente. Dopo Blanda questo è liscia dalla lingua è stata la città la situazione del soggiorno.”. Le interessantissime notizie riportate da scrittori testimoni del loro tempo andrebbero ulteriormente indagate.

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(Fig….) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199 (…).

Mi chiedo quale fosse l’origine dell’interessantissima notizia riferitaci dal sacerdote Luigi Tancredi (…) che, nel suo ‘Sapri giovane e antica’, ed. a p. 34, in proposito scriveva che: Sapri, aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. E’ dalla citazione che faceva il Curzio (…), che nell’anno 640-649, vi fosse un vescovo di ‘Blanda Iulia’ al Sinodo romano, il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (…) non solo scriveva che il “porto” di Sapri, nel VII secolo e precisamente nell’anno ‘649, veniva menzionato e diceva pure che il porto di Sapri aveva una comunità cristiana. Ovviamente detto così è come dire tutto e niente. La notizia è interessantissima per la storia di Sapri, risalendo essa all’anno ‘649 d.C. (VII secolo d.C.), ovvero alle notizie storiche che riguardano il Concilio Lateranense di papa Martino I° di cui ho già parlato. Ma di Sapri non mi sembrava che – tranne queste due righe riportate dal Tancredi, non mi sembrava esserci altro. Il Tancredi (…), riguardo questa notizia che ci riporta di secoli indietro nella ricostruzione storiografica di Sapri, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Certamente, la notizia che nell’anno 649, esistesse a Sapri una ‘comunità cristiana’, fa ritornare di molti secoli prima la datazione di un centro abitato saprese. Il Tancredi (…), riguardo questa notizia, non cita nessuna fonte storica o archivistica ma come io credo la notizia ha un suo fondamento e origine bibliografica. Indagando ulteriormente invece ho trovato i giusti e corretti riferimenti biblografici. La notizia come vedremo fu riportata dall’Antonini (…), dal Gatta (…) e dal Lanzoni (…). La notizia riguardo a una città sede vescovile chiamata Blanda situata nel porto di Sapri fu citata dal Barone Giuseppe Antonini (…). Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di Sapri e del suo porto cita Filippo Cluverio o Philpp Cluver (…): “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae ecc…. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Ecc... Dunque, l’Antonini (…), e poi in seguito pure il Laudisio citavano Luca Holstenio e la sua opera geografica “Note all’Italia Antiqua del Cluverio”. Infatti, dal punto di vista storiografico e bibliografico il primo che riferisce questa interessante notizia è Luca Holstenio (Olstenio) (…), nella sua “note sull”Italia Antiqua’ del Cluverio etc…”.

Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di Sapri e del suo porto riporta alcune notizie tratte da alcuni eruditi del tempo, che meritano un maggiore approfondimento. Sono interessanti le notizie storiche e bibliografiche riferiteci dall’Antonini (….) che, parlando di Sapri e di Blanda (….), riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella sua ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (…), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ curata da Guglielmo Goesio, parlando di Sapri, riferisce degli autori a lui precedenti che avevano scritto e collocato l’antica città di Blanda a Sapri, come ad esempio Luca Holstenio (…) che voleva che le vestigia di Blanda erano quelle che si vedevano nel porto di Sapri a p….. scriveva che: “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, ‘Blandae vestigia eius apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire’, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.”. L’Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439, riferendosi a Luca Holstenio (o Olstenio) postillava che: Questo stesso autore nelle ‘note a Carlo di S. Paolo’, dimenticatosi di quanto si dice, scrisse, che Blanda era al porto di Sapri; ecc…..

Antonini, p. 439 su maratea ecc

(Fig….) Antonini (…), p. 439

Dunque, l’Antonini (…), scriveva che Luca Holstenio (…), nelle sue “note a Carlo di S. Paolo”, scriveva che: Blanda &c. hodie: Porto de Sapri”, ovvero “Blanda è oggi il porto di Sapri“. L’Antonini si riferiva all’opera di Luca Holstenio (Olstenio) (…), ovvero alla sua: ‘Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..’, (Note all’Italia antiqua di Cluverio (…)), pubblicato del 1666. Luca Olstenio (…), annotò il testo di Filippo Cluverio (…), ovvero al suo ‘Italia antiqua’, pubblicato nel  1624, Lugduni Batavorum, Elsevier. Infatti, il primo erudito che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (…). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geografi- cum ortelii, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (…)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come “Theatrum Orbis Terrarum”, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (…), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (…). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (…), l’Holstenio (…), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, ovvero “Blanda è oggi nel porto di Sapri. Dunque, secondo l’Holstenio (o Olstenio) l’antichissima città sede vescovile di Blanda (scomparsa) era sita nel porto di Sapri.

Holstenio, annotazioni a S. Paolo, p. 22

(Fig….) Holstenio (…), op. cit., p. 22

Holstenio, p. 288

(Fig…) Holstenio, op. cit., p. 288

Tra le opere di Olstenio effettivamente pubblicate sono le sue note sull’Italia antiqua di Filippo Cluverio (1624); un’edizione dei frammenti di Porfirio con una dissertazione sulla sua vita e le sue opere (1630). Dopo la sua morte, tra le sue carte furono trovate e pubblicate le collezioni di sinodi e monumenti ecclesiastici, la Collectio romana bipartita (1662), oltre agli Atti di Perpetua e Felicita, di Bonifacio, di Taraco, Probo e Andronico (1663) e le Notae et castigationes in Stephani Byzantini ethnica (1684). Luca Olstenio (…), a p. 288, riferendosi alla pagina 1263 delle note dell”Italia antiqua’ del Cluverio, in proposito scriveva che: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”. Il barone Giuseppe ‘Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439, riferendosi a Luca Holstenio (o Olstenio) postillava che: “….e nelle ‘note ad Ortelio, fol. 32. dove questo dice: ‘Blandam Lucanis fuisse ad scriptum’, egli soggiunse: ‘Recte, nam X. mill. pass. distabat Buxento. Vestigia eius maxima apparent ad portum Sapri.”. Infatti, come si può vedere nell’immagine in basso (pag. 32), l’Holstenio nelle sue “Annotationes” a p. 32 scriveva che: “‘Blanda, &. at Lucanis adscribit Belvedere) Rectè, nam. x. mil. pass. distabat Buxento. Vestigia ejus maxima apparent ad portum Sapri.”.

Holstenio, op. cit., p. 32 su Ortellio

(Fig…) Holstenio (…), op. cit., p. 32 delle note (“Annotationes”) al Cluverio (…)

Anche in questo caso l’Holstenio (…), ci parla di Blanda nel porto di Sapri: “Molto bene, perché 10 mila passi è la distanza Buxentum. Le orme del suo più grande appaiono nel porto di Sapri.”. Dunque, la notizia di una città vescovile di Blanda nel porto di Sapri è dell’Holstenio: Blanda &c. hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. L’Holstenio (…), sempre nella sua opera delle note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (…) a p. 288 scriveva che: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. Riguardo l’autorità di Holstein o Olstenio ha scritto il Corcia. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 65, parlando di Scidro citava l’Holstenio ed in proposito scriveva che: “Senza investigarne veramente il sito, sospettava il Mazzocchi che sorgese nelle vicinanze di ‘Lao’ (3); nè prima di quel celebre archeologo ne determinava meglio la posizione l’Holstein, il quale situava a ‘Cetraro’, all’oriente del fiume ‘Lao’ o ‘Laino’ (4), senza considerare ch’esser doveva una città marittima, al pari dell’altra città vicina, anche colonia dei ‘Sibariti’. Perciò con più di verisimiglianza avvisavasi l’Antonini che sorgesse nel porto di Sapri ecc..”. Dunque, il Corcia dava ragione all’Antonini che voleva essere nel porto di Sapri la città di Scidro e dava per sbagliato l’Olstenio che voleva nel porto di Sapri la città di Blanda. Infatti, l’Antonini (…), confutava e dissertava su ciò che aveva scritto l’Holstenio sul porto di Sapri dove credeva si trovasse l’antica sede vescovile di Blanda. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: (I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. Sempre l’Antonini (…) a p. 439 parlando di Maratea e di Blanda in proposito scriveva che: Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse anche dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana‘, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e con esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Ecc…”. L’Antonini (…), dunque, non credeva alla tesi dell’Holstenio secondo cui la città vescovile di Blanda fosse da ubicare nel porto di Sapri e cercò di confutare questa tesi parlando dei riferimenti cartografici a cui si era rifatto l’Holstenio e prima ancora il Cluverio (…) che invece collocava Blanda a Maratea. Anche Nicola Maria Laudisio (…) riporta la notizia dell’Olstenio (…) che aveva confutato la tesi del Cluverio che a sua volta molto tempo prima aveva confutato la tesi del Barrio (…). La notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa memoria Nicola Maria Laudisio (…) nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 che, parlando della Diocesi di Policastro a p. 88 (vedi versione curata dal Visconti che corrisponde a p. 33 del Laudisio) parlando di Blanda in proposito scriveva che“Luca Holstenius (106) sostiene che dove c’è ora la suddetta Sapri vi fu nel passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. E difatti ancora oggi sono visibili a Sapri i resti di mura costruiti da grossi massi squadrati che veramente ne confermano l’antichità e che dimostrano che Sapri ha origini lontane nel tempo. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli; gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine. Del resto sul medesimo litorale, dopo Agropoli – andando a Sud – sorgeva Velia presso il promontorio di Palinuro, come già abbiamo detto; dopo Velia c’era Bussento, che è ora Policastro; dopo Policastro c’è Sapri, dove si dice che fosse la città di Blanda. Dunque Blanda non fu una città dell’entroterra, come invece comunemente si crede (10).”. Nella ‘Synopsis etc…’, il Laudisio a p. 33 (vedi la versione curata dal Visconti) nella sua nota (106) postillava dell’Olstenio (…) e citava il Cluverio (…), ovvero postillava che: “(106) ‘Annot. in Ital’, pag. 22.”. Il Laudisio (…) nella sua nota (106) si riferiva all’opera di Luca Holstenio (Olstenio) (…) al suo “Annotazione all’Italia Antiqua di Filippo Cluverio.”. Nella ‘Synopsis etc..’ in latino a p. 88 (che corrisponde alla p. 33 in latino) a cura del Visconti si legge nella sua nota (10) che: “(10) Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio, che afferma che fu espugnata dai Romani durante la seconda guerra punica (“ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnatae” XXIV 20, 5-6); nell’età augustea prese il nome di ‘Blanda Iulia’ (C.I.L., X, 125). Anche Costantino Gatta (‘op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306) la identificava con Sapri: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e frà di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi ‘Il Porto di Sapri’. Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifizi sommersi entro il mare“.”. Sebbene il Laudisio (…) avesse riportato correttamente la tesi dell’Holstenio e quella del Gatta (…) che vedremo, nella sua nota (10), il Visconti (…) continuando a postillare scriveva che: Ma la identificazione di Blanda con Sapri (o anche con Maratea, come suggerisce una nota a matita aggiunta sul testo della ‘Synopsis’ che abbiamo sotto mano) non è esatta. Essa sorgeva più a sud di Sapri, su uno dei colli lungo la strada che da Praia a Mare conduce a Tortora (si veda la ‘Treccani’ e la ‘Cattolica’, ad vocem (n.d.T.).”. Dunque, il Visconti opina su ciò che aveva scritto il Laudisio (…) sulla scorta di Filippo Cluverio e dell’Olstenio (…) e riportava alcune scellerate notizie circa l’ubicazione di Blanda nel Comune di Tortora. La notizia del Laudisio (…), viene più tardi ripresa dal Lanzoni (…). Alcune notizie sul vescovo di ‘Blanda Iulia‘, Giuliano (“Iulianus”) provengono dal sacerdote Francesco Lanzoni (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

Lanzoni.PNG

(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Riguardo la notizia di un primo Vescovo dell’antica sede vescovile di Buxentum, chiamato Giuliano (“Iulianus”) provengono dal Lanzoni (…) che a p. 323 scriveva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Dunque, il Lanzoni per il vescovo ‘Iulianus’ cita (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, voll. XV, Berlino, 1863-1899.”. Il ‘CIL’ raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia). Ma l’autore che insieme a Mario Nigro e, all’Olstenio ci parlò di una città vescovile di Blanda scomparsa nelle acque del Porto di Sapri è Costantino Gatta (…). Il Laudisio (…) riguardo l’antica città vescovile di Blanda e del porto di Sapri citava Costantino Gatta (…). Il Visconti (…), nelle sue note alla ‘Synopsis etc…’ del Laudisio (…), riferiva che Blanda era stata citata dal Costantino Gatta (….) che, la identifica con Sapri ed in proposito  – il Laudisio- scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il Porto di Sapri. Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare. Infatti, Costantino Gatta (…), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania”, a p. 306 nel cap. VI, in proposito scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la Città di ‘Blanda’ anche Sede Vescovile, e frà di lui Vescovi vi è memoria di ‘Pasquale’, che intervenne al concilio Lateranense sotto il Pontificato di Martino: Era situata detta Città in quel seno di Mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggosi i di lei Edifizj sommersi entro il mare.”.

Gatta, p. 306

La notizia più importante che riporta il Gatta (…) parlando di Sapri è quella secondo cui a Sapri vi era l’antica sede vescovile di Blanda. Costantino Gatta (…), nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Dunque anche Costantino Gatta si riferiva all’opera geografica di Luca Olstenio (…), ovvero alla sua  ‘Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..’, Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Costantino Gatta (…), nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Dunque, anche il Gatta (…) parlando di Blanda si riferiva a ciò che nel 1624 aveva scritto Luca Holstenio (…) e cioè che l’antica sede vescovile di Blanda – scomparsa – era situata nel porto di Sapri e che questa era scomparsa perchè: Era situata detta Città in quel seno di Mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggosi i di lei Edifizj sommersi entro il mare.”. Costantino Gatta (…), parlando di Blanda, riferisce due notizie interessanti. La prima è quella che Blanda era situata a Sapri ed esattamente “in quel seno di mare chiamato il Porto de Sapri’ . Ma, rispetto all’Holstenio il Gatta (…), riferendosi al Porto di Sapri aggiungeva che: “(a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggosi i di lei Edifizj sommersi entro il mare.”. La notizia della città di Blanda nel porto di Sapri è dell’Olstenio ma la notizia che questa antichissima città fosse stata ingoiata dal mare non è dell’Olstenio ma è stata riportata dal Gatta che scriveva che: “Ella fu ingojata dalle onde marine”. La notizia di ciò che segnalava Costantino Gatta potrebbe collegarsi alla notizia di una catastrofe naturale o un maremoto avvenuto in tempi remotissimi e che viene raccontato dalla tradizione orale popolare ma riferita all’antica città scomparsa di Avenia, a cui ho ivi pubblicato un mio saggio e a cui rinvio per gli opportuni approfondimenti. L’antica sede vescovile di Blanda (citata dal papa S. Gregorio Magno (…), che nell’anno ‘649 aveva il vescovo Pasquale al Concilio Lateranense) nel VII-VIII secolo d.C., sia da riconnettersi ad una catastrofe naturale. Costantino Gatta (…) sul porto di Sapri e, riferendosi alla città vescovile di Blanda, aggiunge l’ulteriore notizia che: Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare. Sull’evento di un maremoto o un fenomeno naturale come il bradisismo e su un’antica città sepolta dalle acque, Felice Cesarino (…), in un suo saggio in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro” a p. 49, dopo aver lodato il pessimo – dico io – intervento voluto dall’allora Sovrintendente da Werner Johannoswkj (…) del “restauro” delle Camerelle “effettuato in tufo che ha restituito alle costruzioni romane il loro aspetto originario” e, al contrario – dico io – modificandone irrimediabilmente il suo aspetto originario, parlando dell’ipotesi di una città scomparsa sotto l’acqua, scriveva che: “Il mare di Sapri è sempre stato ostile all’opera dell’uomo: una leggenda locale vuole che il centro d’età romana sia sommerso sotto le acque. Alcuni anni orsono il prof. Mario Napoli ha accertato nella zona la presenza in mare di strutture non portuali: un fenomeno di bradisismo avrebbe cancellato le tracce di un antico insediamento. E ci ha confidato di aver visto sul fondo, a pochi metri dalla riva, il pavimento in mattoni di una casa. Testimonianze di sub locali parlano di un rudere sommerso al largo di Punta del Fortino. La fotografia area potrebbe sicuramente chiarire questa situazione se, come dice lo Schmiedt, essa “ha portato contributi decisivi ecc…”. Il Loppel, un fotogiornalista genovese, in una ricerca subacquea sul posto, riferisce: “ripulendo per un tratto il fondo dalle alghe, ho liberato un pezzo di fondazione che doveva appartenere ad una piccola costruzione eretta a ridosso del molo. Probabilmente un posto di guardia (15). Sergio Loppel (…), fotogiornalista e documentarista, genovese di adozione, in proposito a delle immersioni subacquee nel 1976, pubblicò ‘Ricerche subacquee – Sapri archeologica, stà in ‘Mondo Archeologico’, 1976, pp. 24-25, n° 7, in proposito scriveva che: “iniziai così le mie ricerche a Sapri. Le esplorazioni del fondale, ormai abbondantemente insabbiato, portarono al ritrovamento soltanto di rari cocci tra il groviglio delle radici delle posidonie. Le tracce più evidenti sono invece visibili all’interno, nella parte occidentale della baia, al limite della spiaggia ove oggi vengono tirate in secco le barche dei pescatori. Ecc…Ripulendo per un tratto il fondo dalle alghe ho liberato un pezzo di fondazione che doveva appartenere ad una piccola costruzione eretta a ridosso del molo. Pobabilmente un posto di guardia. E’ l’unica traccia di fondamenta appartenenti ad abitazione trovata immersa. Nel rimuovere la sabbia, è stata rinvenuta una pietra rotonda di granito bianco, del diametro di circa 35 centimetri, molto levigata, con incisa diagonalmente la parola LIVIO, recante le tracce di due supporti bronzei tronchi alla base e cementati in essa. Data anche la sua pesantezza, dovrebbe trattarsi della base di una statuetta. Mi risulta, infatti, da informazioni avute sul posto, che dei sub, poche settimane prima, fossero stati visti uscire dall’acqua, nei pressi e, assai furtivamente, scomparire con una non meglio identificata statuetta. Proseguendo in immersione verso il molo, il fondale poco profondo e sabbioso non ha rilevato la presenza di alcun reperto.”. Strano che il Cesarino non abbia fatto cenno della base di granito di 35 centimetri di diametro trovata sotto la sabbia dal Loppel e che non si sappia più nulla della eventuale statuetta di bronzo. Sempre il Loppel (…), a p. 27 del n. 7, aggiungeva una cronologia sull’origine del toponimo interessante ed alquanto discutibile, egli scriveva che: “Ricercando nella storia, vediamo che la città di Sapri affonda le sue radici nel VII secolo a.C. quando, fondata dai Sibariti, divenne una delle prime colonie della Magna Grecia sulle rive del Tirreno con il nome di Sapros. Più tardi, conquistata dai Lucani, si trasformò in Scidrus, nome derivato dal greco che significa “pantano”, come Erodoto ci tramanda nel suo Nono Libro delle Storie. Sottomessi questi alla storia di Roma, il suo nome cambiò ancora e divenne Vicus Saprinum; ne dà testimonianza una Epistola di Cicerone, attualmente custodita presso la Biblioteca Vaticana. Da questo nome, infine, per ovvio neologismo, ne deriva quello attuale della città.”. Riguardo il nome di “Scidrus” e di “Vicus Saprinum” posso confermare ma è discutibile il Loppel quando scrive che: “Ricercando nella storia, vediamo che la città di Sapri affonda le sue radici nel VII secolo a.C. quando, fondata dai Sibariti, divenne una delle prime colonie della Magna Grecia sulle rive del Tirreno con il nome di Sapros.”. Dunque, le preesistenze segalateci dal Loppel rilevate nel corso di alcune immersioni nel braccio di mare antistante il molo detto …………….., si aggiungono alle esigue testimonianze di resti di costruzioni  forse d’epoca romana sotto il mare e insabbiati che potrebbero confermare un’evento catastrofico di tipo naturale che in epoca remota sconvolse i litorali ed ingoiò – come vuole la tradizione – la città dei Romani – di origine etrusca – come diceva il Tancredi. Di testimonianze del passato che suffragassero questa ipotesi alle confidenze dello scomparso Mario Napoli (…), aggiungo anche ciò che in proposito scriveva il dott. Nicola Gallotti (…), nel suo “Sapri nella storia e nella tradizione popolare”, pubblicato nel 1899. ………………………………..

L’ipotesi di un’evento naturale e catastrofico che abbia sepolto l’antichissima città di Avenia – raccontata e tramandata dalla tradizione orale degli anziani – la “leggenda” come la chiama giustamente il Cesarino, trova conforto anche nelle parole di Antonio Scarfone che nella sua nota (9) in proposito postillava che: “(8) Un indizio relativo all’evento naturale potrebbe trovarsi nella narrazione delle cronache del “terremoto che accompagnò il sollevamento del Mare Novo presso Pozzuoli, il 5 settembre del 1538″ quando a seguito degli effetti sismici “il mare si ritirò, così che l’intero Golfo di Baia rimase per qualche tempo all’asciutto, quindi ritornò, tutto rovinando” (Gatta, 1984) verosimilmente con effetti anche lungo le coste del Golfo di Policastro.”. Dunque, per molti storici ed archeologi si era delineata l’idea che il porto di Sapri custodisse un’antichissima città – per Gatta era Blanda città vescovile – e, l’antichissima città di Velia per altri.

Nel 679 (VII sec. d.C.), la scomparsa delle prime Diocesi cristiane di Velia, Bussento e Blanda

Dopo la metà del VII secolo non si hanno più notizie della diocesi, che fu probabilmente soppressa al tempo delle guerre iconoclaste, che a partire dall’VIII secolo hanno sottratto parte dell’Italia meridionale alla giurisdizione ecclesiastica di Roma per unirla a quella del patriarcato di Costantinopoli. Questo determinò, almeno nel Cilento, la scomparsa delle antiche diocesi sostituite da eparchie monastiche, tra cui si ricordano quelle del Mercurion, del Latinianon e del Lagonegro. Due cenobi monastici, San Pietro e San Giovanni Battista, furono eretti a Policastro dal patriarca Polieucte di Costantinopoli e molti furono i monasteri greci che sorsero nella regione, tra cui quelli di San Giovanni a Piro e San Cono di Camerota. Scrive Gianluigi Barni (8), dopo aver parlato della Diocesi di Bussento al tempo del vescovo Felice di Agropoli (di Capaccio), in proposito che: “….ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (7). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (….). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 69, dopo aver detto delle conquiste del territorio salernitano da parte dei Longobardi Beneventani, in proposito scriveva che: “I Bizantini erano in gravissime difficoltà in Oriente (1) ed avevano praticamente abbandonata a se stessa l’Italia; forse fu allora la flotta di Napoli, presente nelle acque della Lucania ‘Occidentale’, a garantire strettamente la sopravvivenza di Agropoli, a non fu in grado di arginare la penetrazione beneventana del massiccio del Cilento. La regione, unitamente alla limitrofa Britia, costituivano gli ultimi baluardi greci frapposti tra i possedimenti longobardi della Campania e quelli di Calabria, sicchè vennero investiti negli anni tra il 671 ed il 677, al tempo del duca Romualdo, lo stesso che strappò ai Bizantini vasti territori della Puglia (2), dando al Ducato Beneventano quell’estensione che, con poche variazioni, avrebbe conservata anche in seguito. La precaria situazione delle due regioni è documentata dal fatto ce nel Concilio Romano del 679 furono assenti non solo il vescovo “pestano” di Agropoli, ma anche quelli di Blanda e di Bussento. La conquista ebbe un assetto definitivo solo nei primi tempi del ducato di Arechi II, ecc…”. La notizia era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni Gianluigi, op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, p. 384), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Sulla Diocesi di Bussento, il Laudisio scrive pure che in quel periodo in cui arrivarono i monaci italo-greci dall’Oriente, “la chiesa di Bussento, benchè ancora affidata alla reggenza del vescovo di Agropoli e con la diocesi quasi spopolata, rimase fedelmente soggetta alla Santa Sede Apostolica di Roma (28). Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; ecc…”Sempre il Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro” a p. 537, continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: In mezzo a tutte queste peripezie, Bussento, ora Policastro (4), che tutte aveva provate le sventure di questo avvicendamento di signoria, ebbe a sperimentarne delle nuove, ma di questa natura: il cielo, se pure è il cielo quello che manda la distruzione sulla terra, o non piùttosto il malvagio talento degli ambiziosi, vollero con nuovi guai travagliarla. Ecc... Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Pare incontestabile l’opinione di quelli che riportano a quest’epoca il mutameno del nome di ‘Bussento’ in quello di ‘Policastro’ quasi ‘Paleocastro’ che in greco non suona altro che vecchio castello, come ‘Neocastro’ significa nuovo.”. A quell’epoca, in un territorio ancora sotto le mire espansionistiche dei Greci-bizantini ed in piena guerra iconoclasta, ‘i frati basiliani’ che avevano contribuito a formare nelle nostre terre vere e proprie cittadelle ascetiche. Ferdinando Palazzo (….), nel suo “Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro”, a p….., sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (….), in proposito scriveva che: cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’ Imperatore Costantino Copronimo che succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove, essendo stati reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Ecc…”.

L’antica città d’Avenia secondo alcuni città etrusca inghiottita dal mare

Dalla notizia della scomparsa di un’antica città di Velia sul nostro territorio si connette un’altra notizia di una città scomparsa chiamata “Avenia”.  Ma da dove nasce questa ulteriore notizia di una città ingoiata dal mare o del porto di Sapri – che il Gatta sulla scorta dell’Holstenio voleva essere l’antica sede vescovile di Blanda ? Di sicuro non nasce dall’Holstenio (o Olstenio) perchè l’Olstenio non scriveva che l’antica città di Blanda fosse ingoiata dal mare. La notizia riferita da Costantino Gatta (…) viene citata per la prima volta da Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas. La notizia storica riferita da Costantino Gatta di una città ingoiata dalle acque, è la stessa leggenda di cui ho parlato nel mio saggio ivi pubblicato “La città d’Avenia e il maremoto che l’inghiottì” dove parlo della Città d’Avenia, leggenda di cui si parla nella “Platea dei beni etc…” dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e riferita anche dal Di Luccia (…), nella sua opera sul Cenobio Basiliano. Si tratta del documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, che fu redatto nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano (…), 1695-96, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro e a cui abbiamo dedicato uno studio ivi pubblicato e a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti (Fig…..)(…). L’originale di questo importantissimo documento conservato nell’Archivio della Diocesi di Policastro (….) era inedito ed è stato da me pubblicato per la prima volta. Il documento fu citato per la prima volta da Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo “Trattato historico ecc…”, ma fu poi esainato anche da Rocco Gaetani (…), di cui parlerò. Il documento redatto nel 1695-96 è importantissimo per la storia di Sapri in quanto riporta alcuni beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che si trovavano nel tenimento “Terra” di Torraca, ma in sostanza si trovavano nel territorio Saprese, all’epoca sotto la baronia dei Palamolla di Torraca. Nel documento che sicuramente fu visto e citato dal Di Luccia (…), si parla di una Città di Velia” e del porto di Sapri.

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Il documento (…), citato dal Gaetani (…), scritto nel 1695-96, dal notaio Domenico Magliano, che censiva i  beni e le rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni Battista di San Giovanni a Piro, dopo aver descritto lo stato di conservazione della ‘Cappella di San Infantino’, ubicata nel territorio Saprese — allora facente parte ed appartenente a Torraca – parlando della ‘Grancia di San Fantino’ (posta nel territorio Saprese), ne descrive limiti e confini e dice che doveva appartenere alla Badia di San Giovanni a Piro e che “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia. Il Gaetani (…), pubblicando la trascrizione dell’antico documento (…), scriveva correttamente e, come si vede nel particolare del documento originale: “La Venerabile Cappella di S. Infantini sita et posita in Terra Torracae……Nota sul Porto di Sapri, scriveva: “….stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare: la detta cappella era diruta, senza tetto, ecc.. ecc…“. Il Gaetani (…), non parla di ‘Avenia’ – come ha voluto scrivere il Tancredi (…), ma parla della città di Velia’.

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, particolare in cui si parla della Cappella di S. Fantino.

Prima ancora del Guzzo e del Tancredi il sacerdote Rocco Gaetani (…), pubblicando la trascrizione dell’antico documento (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, parlando della storia di Torraca e di Sapri e della “ricca Granciadi S. Fantino”, a pp. 152-153 (vedi nuova edizione) scriveva correttamente come si vede nel particolare del documento originale: “La Venerabile Cappella di S. Infantini sita et posita in Terra Torracae……Nota sul Porto di Sapri, scriveva: “….stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare: la detta cappella era diruta, senza tetto, ecc.. ecc…”. Il Gaetani (…), non parla di ‘Avenia’ – come ha voluto scrivere il Tancredi (…), ma parla della città di Velia’. Infatti, nel 1906, il sacerdote Rocco Gaetani (…), in un suo pregevole studio sulla storia di Torraca e del territorio Saprese, sulla scorta del Di Luccia (…), parlando dell’antica Cappella di San Fantino nel territorio Saprese, cita la città di ‘Velia’, citata in un antico documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96(…), redatto dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il Gaetani (…), che pubblicò alcuni passi del documento del Notaio Magliano, non parla di ‘Avenia’ ma parla della città di ‘Velia’, mentre invece il Tancredi (…) che, nel pubblicare il documento notarile al posto di Velia, riporta “Avenia (…). Il Tancredi (…), nel pubblicare la trascrizione di un antico documento notarile del Notaio Magliano, parlando della Cappella di S. Fantino e del Porto di Sapri, al posto di Velia, riporta “Avenia (…). Il documento (…) – di cui ivi ho riportato la trascrizione del Gaetani (…) e che sicuramente vide il Di Luccia (…) dalle cui notizie trasse il Gatta (…) , non parla della “città d’Avenia” ma parla di Velia e dice che la città di Velia “…distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri. Dunque, dal punto di vista bibliografico e storiografico il primo documento in nostro possesso che riporti e parli della notizia secondo cui – la città di Velia – non la città di Blanda – e, non la città di Avenia – fu distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, fu il documento redatto per la curia vescovile di Policastro dal notaio Domenico Magliano nel 1695-96 (vedi Fig….). Dunque, secondo la curia vescovile di Policastro che la commissionò nel 1695-96 al notaio Magliano, nel porto di Sapri fu distrutta ed ingoiata dal mare l’antica diocesi vescovile di Velia. Il documento, in quegli anni fu certamente conosciuto da Pietro Marcellino Di Luccia (…) il quale nel 1700 diede alle stampe la sua opera  ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’’ dove, come vedremo citava la “Platea dei beni etc…” da cui si potranno ricavare diverse notizie storiche molto interessanti anche sulla storia di Sapri. Credo che sarà proprio l’opera del Di Luccia (…), data alle stampe nel 1700 da cui, Costantino Gatta (…), nella sua prima edizione della sua ‘La Lucania illustrata ecc..’, pubblicata nel 1723, oltre a ricavare alcune notizie su Blanda antica sede vescovile secondo l’Olstenio (…) affermò pure che essa era stata ingoiata dalle onde del mare. Però vi sono delle differenze che devo far notare. La ‘Platea dei beni etc…’ – a cui probabilmente attingeva il Di Luccia (…) – non parlava di “città d’Avenia” ma parlava della “città di Velia”. Come vedremo, la notizia dell’antica città scomparsa di ‘Avenia’, non deriva dal documento notarile del Magliano dell’anno 1695-95, ma è una esclusiva illazione del sacerdote Luigi Tancredi (…) che, sulla scorta della tradizione popolare orale – di cui parleremo e che tramanda l’esistenza di una antichissima ‘città di Avenia’, trasformava ‘Velia’ (citata nel documento Notarile del Magliano), in ‘Avenia’. Ritorniamo ora alla ‘Platea dei beni etc…’ del notaio Magliano e al Di Luccia (… che sicuramente la lesse. In effetti, queste notizie intorno ad una città di Velia a Policastro o nel porto di Vibona – come vedremo – forse il porto di Sapri – sono state alimentate da alcuni scrittori del ‘500 e più tardi da altri. Sulla scomparsa dell’antica città di Velia secondo la nostra tradizione orale scomparsa ed inghiottita nel mare del porto di Sapri ha scritto pure l’Abbate Pacichelli (…), nel 1703 a p. 288, nel suo “Regno di Napoli in prospettiva” che, parlando di Maratea diceva che: “Al Porto di ‘Sapri’, che aperto è fama inghiottisse la celebre ‘Velia’, raccordata dal Poeta dopo ‘Palinuro’, nel Golfo di ‘Policastro’, à dodeci miglia nè confini del ‘Superior Principato’ prende nome, la Marina, e piccola Spiaggia di ‘Maratea’, ecc…”.

Pacichelli, Maratea, p.

Sulla città scomparsa di “Avenia” secondo una leggenda che si narra che essa “venne inghiottita dalle acque” ed il riferimento a “Velia” o i “porti Velini” di cui accennava il poeta Vigilio nella sua Enedide, ne ha parlato anche l’abate Pacichelli (…) nel 1703, prima del Gatta (…), da cui molto probabilmente il Gatta (…), nel 1723 trasse la notizia. L’abbate Pacichelli (…) che nel 1703, nel suo ‘Regno di Napoli in Prospettiva’ , parlando di Maratea, aveva scritto (forse sempre sulla scorta del Di Luccia) a p. 288, che: “credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia”. E poi ancora a p. 288, il Pacichelli (…) scrive: “Al Porto di Sapri, che è aperto è fama inghiottisse la celebre Velia, raccordata dal Poeta dopo Palinuro, nel Golfo di Policastro, à dodici miglia nè confini del Superior Principato ecc..ecc..”. Il Pacichelli cita il “Poeta” in riferimento alla posizione di Palinuro “raccordata dal Poeta, dopo Palinuro ecc..”. L’Antonini (…), a p. 432 nella sua nota (2) accenna al Pacichelli ed in proposito scriveva che: “Vedasi se può leggersi senza stomaco quello che dice l’Abate Pacicchelli nel suo Regno in prospettiva dove parlando di Maratea scrive ‘Dal porto di Sapri, ch’è aperto, è fama che inghiottisse la celebre Velia: Quanti spropositi in due parole; e tanto più grandi, quanto parlando di Acerno, Città mediterranea, e fuori della Lucania dice: ‘ecc…ecc..”. Dunque l’Antonini riguardo la notizia di Blanda, di Velia e del Porto di Sapri cita il Pacichelli dicendo che parlava a sproposito. Anche l’Alfano (…), nel suo ‘Istorica descrizione del Regno di Napoli’, del 1823, a proposito di Sapri dice: “Credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia; ma è più probabile che avendo i Crotoniati distrutta la città di Sibari nella Calabria, alcuni Sibariti fuggiti andarono a edificarvi un castello col nome di Sibaron, poi Sipron, e finalmente Sapri, nominato anche Safri.”. Riguardo ciò che scriveva il Pacichelli (…), nel 1703 sul porto di Sapri che inghiottiva la celebre città di Velia, sempre il Pacichelli (…), a p…., parlando di Policastro citava Leandro Alberti (…) ed in proposito scriveva che: “…la giudica sostituita all’antica Pissunta vicina a Palinuro: il P. Alberti s’ingegna provare, che sia sorto dalla cadenza di Velia, Colonia famosa dè Sibariti.”. Dunque il Pacichelli nel 1703 scriveva sulla scorta del geografo Leandro Alberti. Dunque dovremo vedere cosa scrivesse il geografo Leandro Alberti (…) nella sua descrizione dell’Italia. Leandro Alberti (…), nella sua opera, “Descrittione di tutta l’Italia, et isole pertinenti ad essa. Di fra Leandro Alberti bolognese. Nella quale si contiene il sito di essa, l’origine, & le signorie delle citta, & de’ castelli; co’ nomi antichi, & moderni; i costumi de popoli, & le conditioni de paesi”; Stampatore: Paolo Ugolino; Venezia, nel 1596, secondo il Di Luccia (…), a p. 7 scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione dell’Italia, vuole che Policastro fosse stata edificata usando le rovine della suddetta Velia; ecc..”. Anche il Di Luccia (…) che scriveva nel 1700 – a cui probabilmente si riferirono il Pacichelli prima – nel 1703 – e dopo il Gatta – nel 1723, si riferiva al geografo Leandro Alberti. Sul testo del Di Luccia (…), a p. 7 in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione dell’Italia, vuole che Policastro fosse stata edificata usando le rovine della suddetta Velia; e benchè tra gli antichi Scrittori vi sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, oppure nei Bruzi, tuttavia io aderendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che senza dubbio fosse edificata nella Lucania, e che venisse dagli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua “Italia” dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “……………..”, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone ‘libro 6’ e così narra Ferdinando Ughelli nella “Italia Sacra”; e che ciò sia possibile, si corrobora anche da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possa essere quello di Velia, secondo come dice Virgilio: “Portusque require Velinos”.”, che tradotto significa “e cercherai i porti Velini..” (traduzione del Fariello). Leandro Alberti, nel suo testo a p. 199 in proposito scriveva che:

Alberti, p. 196 su Policastro

(Fig…) Leandro Alberti, op. cit., p. 199

Sempre l’Alberti a p. 199, in riferimento a Policastro cita “Rafael Voleterrano”. L’Alberti si riferiva al libro 6 dei ‘Commentari Urbani’ di Raffaele Maffei (…) detto da alcuni il Volterrano. Si tratta dell’opera: “Commentariorum Urbanorum Raphaelis Volaterrani, octo & triginta libri’, pubblicato nel 1544 a Basilea. Il Maffei (…), parlando di Policastro e di questa parte della Lucania a p. 70 scriveva che:

Maffei (Volterrano), p. 70 su Policastro

Il Di Luccia, sulla scorta dell’Alberti citava il passo del poeta Virgilio (…) e sempre a p. 7 scriveva che: “Velia era la terza città della Veleia……Aveva questa città bellissimi porti mentre Virgilio nel libro 6 dell’Eneide dice: …aut tu mihi terram inice// namque potes, Portusquee require Velinos.”. Dunque secondo il Di Luccia, il Porto di Sapri possa essere uno dei “porti Velini” lo farebbe derivare dalla frase del libro VI dell’Eneide di Virgilio. Il Di Luccia cita il Burdonio (…), Alfonso Bonacciuoli (…) e Ferdinando Ughelli e la sua “Italia Sacra”. Il Di Luccia (…) a p. 7 scriveva che: “...che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possa essere quello di Velia, secondo come dice Virgilio: “Portusque require Velinos”.”. Il sacerdote Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo X (edizione Coleti), a p. 29 parlava dell’antica diocesi scomparsa di Blanda:

Ughelli su Blanda, p. 29, tomo X

Dell’esistenza di una città antichissima nel sito attuale di Sapri è dimostrata da alcuni riferimenti oltre che da alcune fonti storiche. Secondo alcuni, nel luogo detto ‘Marina di Torraca, sarebbe sorta in tempi remoti un grande  centro popolato di nome ‘AVENIA’, di origine etrusca. Narra una locale leggenda tramandata oralmente dalla tradizione locale, che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda con gli etruschi di Avenia ma, questa città, fu travolta da un violento maremoto tanto che scomparse definitivamente e nessuno dei due popoli che se la contendevano riusci a sottometterla. Inoltre, dell’esistenza di un’antica città scomparsa ce ne parlano gli anziani del luogo che, attraverso la tradizione orale popolare vuole che, in seguito ad un violento maremoto, fosse stata inghiottita la celebre ‘città d’Avenia. Fu allora, a seguito di questo violento cataclisma, che il nome mutò in Saprì (si aprì) e poi in Sapri. Lo studioso locale, Josè Magaldi (…) che, nel 1928, su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in occasione in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, scrisse un libretto rimasto indedito e di cui possediamo la copia originale donataci dall’autore: “Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni”. Il Magaldi (…), riprendendo il Gallotti (…), disserta – fra le numerose notizie – sulle origini di Sapri e, scriveva in proposito alla città d’Avenia, di cui ha sempre parlato la tradizione orale popolare:  “La collina rocciosa che da Santa Domenica a Santo Martino scende al mare e si estende fino al Faro ‘Pisacane’ e alla ridotta del Fortino era segnalata dai vecchi del luogo, fino al secolo scorso, come il punto dove in antichi tempi, sorgeva una città antica che impropriamente essi chiamavano l’antica città di Avenia, ma che giustamente ritenevano sommersa, giacchè la denominavano anche “la città dei romani. Il Magaldi (…) anche sulla scorta del Gallotti (…) accenna alla notizia tramandata oralmente – forse una leggenda – di un’antichissima città romana scomparsa a seguito di un maremoto. Questa città scomparsa veniva chiamata anticamente “città d’Avenia”. Secondo la tradizione orale locale che ancora si tramanda e secondo alcuni studiosi della bibliografia antiquaria, pare che nel nostro territorio vi fosse una città chiamata ‘Avenia’ e che essa fosse scomparsa in seguito ad un maremoto. Sulla città di “Avenia” ha scritto anche Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri etc…”, a p. 220 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Secondo una notizia poco nota e di assai scarsa attendibilità, su tutta la fascia costiera saprese compresa tra gli odierni rioni di “Santa Croce” e della “Marinella”, sarebbe sorto, in tempi remoti, un grande centro popolato di nome “Avenia”, di origine etrusca. Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda tra i due popoli, ma la città contesa non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri in quanto un triste giorno colpitada un terribilesisma, venne inghiottita dal mare con tutti i suoi abitanti (8). Col passare del tempo, della catastrofe si perse ogni notizia e, quando il mare si ritrasse e le paludi si andarono prosciugando, solo pochi ruderi apparvero della antichissima città. In seguito, i numerosi pastori dei monti circonvicini ecc..”. Il Guzzo a p. 220 nella sua nota (8) postillava che: “(8) L. Tancredi  – Il Golfo di Policastro -Napoli – 1976 – pag. 58”. Il Guzzo sempre a p. 220 sciveva che: “Così, sulle rovine dell’antica “Avenia”, cominciò a rinascere la vita e si venne pian piano formando un nuovo centro.”. Dunque la notizia è stata scritta dal Guzzo e prima ancora dal Tancredi nel 1976. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Il Golfo di Policastro’, Napoli, 1976, e si veda pure ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, pp. 19 e 23. Secondo Scarfone il Tancredi ne parla in “Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.. Il Tancredi, nel pubblicare il documento notarile (…) al posto di “Velia”, erroneamente riporta “Avenia”, p. 23. Il Tancredi (…), poi rimanda alla sua nota (1 – Cfr. Platea della Badia di S. Giovanni a Piro, pag. 137 MS.). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 23, in proposito scriveva che: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimane in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare. Col passare del tempo, quando il mare si ritrasse e le paludi si andarono prosciugando, apparvero i relitti della città scomparsa. Non è possibile precisare il sito della città di ‘Avenia’, che sarebbe poi, diventata la marina di Torraca e, quindi, Sapri; è certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Il Tancredi ed il Guzzo (…), non riportano alcun riferimento bibliografico sull’origine di questa notizia. Il Tancredi (…), nel 1978 nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” non cita affatto la città di “Avenia” ma parla del porto di Sapri “Vibona”. Il Tancredi (…), continuando il suo racconto e la sua ricostruzione della storia di Sapri faceva delle ipotesi sui Sibariti, sull’antico porto di ‘Pyxous’ e affemava che il porto di Sapri poteva essere il porto dell’antica Vibona. Il Tancredi riferiva dell’antica leggenda che si narra oralmente a Sapri e di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Il Tancredi (…), nella sua nota (4) si riferiva alla “Platea dei beni e delle rendite etc…” del 1695-96 di cui ho parlato che però non parla della città di Avenia come scrive il Tancredi ma cita la “città di Velia”. Recentemente lo studioso Antonio Scarfone (…), nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, sulla scorta del Tancredi cita la stessa notizia riportata dal Tancredi (…) che, non riporta solo la leggenda tramandata oralmente ma aggiunge delle notizie sulla città di Avenia di cui la tradizione orale non dice. La tradizione orale parla di un violento cataclisma, anzi parla di un “Maremoto” che ingiottì la città antica di “Avenia”, ma non dice nulla sulla città di Avenia se non il suo toponimo. Scarfone (…), a p. 448, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Una ulteriore ipotesi lega Sapri ad un centro etrusco, ‘Avenia’, per il cui importante strategico possesso si scatenò una furiosa quanto vana lotta tra Etruschi e Romani. Narra una locale legenda (6) (Tancredi, 1985) che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. L’origine di questo cataclisma generatosi all’improvviso rimane misteriosa (7). Con il passare dei secoli, quando i suoi effetti sismici, probabilmente seguiti da una coseguente ingressione marina, si rarebbero lentamente attenuati, sarebbe rimasta un’area costiera paludosa, putrida e melmosa, in seguito asciugatasi e poi bonificata.”. Scarfone a p. 448, nella sue note (6 e 7) postillava che:

Scarfone, note 6 e 7

Recentemente, Scarfone (…), a proposito di ‘Avenia’, cita il Tancredi (…) e nella sua nota (6), scrive: “L’origine di questa antica leggenda locale si perde nella notte dei tempi. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. È il caso di una resoconto trascritto, nel 1695, dal notaio Domenico Magliano al fine di un censimento dei beni e delle rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni a Piro ubicata nell’omonimo centro urbano di San Giovanni a Piro (SA) distante circa 20 km da Sapri (SA). Lo stesso, dopo aver descritto lo stato di conservazione della cappella di San Infantino ubicata questa nel territorio di Torraca (SA) avanza anche un probabile periodo di costruzione affermando che […] tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Avenia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina et Porto di Sapri, perché s’aprì il monte et entrò il mare […]. Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.. Il documento a cui rimanda Scarfone (….), non è stato riportato dal sacerdote Luigi Tancredi che peraltro ne ha malamente trascritto un passo che peraltro non riguarda la “città d’Avenia”, come scrive il Tancredi ma come si può vedere nel documento che noi abbiamo tratto dagli Archivi Diocesani e che abbiamo pubblicato vi è scritto “citta di Velia”. Il documento a cui rimanda il Tancredi (…) – da cui probabilmente trae queste notizie sulle origini dell’antica città di ‘Avenia’, è l’antico documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…). Il Tancredi (…) a p. 280 riporta il documento n. 2 ovvero la trascrizione della pagina che riguarda Torraca (vedi Fig…) e la cappella di S. Fantino nella “Platea dei beni e delle rendite etc…” del Notaio Magliano del 1695-96 ma sbaglia a trascriverlo perchè non è scritto “città d’Avenia” ma è scritto “città di Velia”. Il documento è stato da me pubblicato per la prima volta. L’antico documento del notaio Magliano non parla della “città di Avenia” ma dice “città di Velia distrutta et ingoiata dal mare,, che hoggi vien detta la marina et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte et entrò il mare.”.

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, particolare in cui si parla della Cappella di S. Fantino

Scarfone (…) in proposito così si esprimeva: Poco valida è l’intepretazione ‘Saprì’, cioè si aprì: la terra si sarebbe aperta ed avrebbe inghiottito, appunto per evento sismico,  il primitivo agglomerato (1)”Il Tancredi (…), continua il suo racconto sulla città d’Avenia sempre sulla scorta dell’antico documento (…) del 1595-96. Dunque, da ciò che ho scritto si evince due cose: 1 – la prima è quella che nel XVIII secolo si delineò – forse nella Curia Paleocastrense e in alcuni eruditi la notizia di una città di Velia scomparsa tra le acque e l’altra che ancora oggi è raccontata oralmente è quella di una città di Avenia o dei romani sepolta tra le acque nel porto di Sapri a seguito di un violento maremoto. Certo è che la tesi sostenuta da alcuni come l’Holstenio (…) e Costantino Gatta (…) che credevano l’antica città di Blanda (di cui parla anche il papa S. Gregorio Magno (…)), fosse ubicata nel paese chiamato ai primi del ‘600 Porto di Sapri’, è sostenuta da alcune testimonianza storiche. Non sono riuscito a saperne di più circa le notizie su Avenia tratte dal Tancredi (…) che il Guzzo dice averne parlato nel 1975 nel suo “Golfo di Policastro” a p. 58. Oggi, oltre a rimandare all’altro mio saggio ivi sulla città di Avenia posso dire che tutte le notizie riferite dal Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 23, in proposito scriveva che: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimane in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare. Ecc..”, non saprei da dove provenga. L’Holstenio riferiva della città scomparsa di Blanda nel porto di Sapri. Il Gatta riferiva della città di Blanda ingoiata dalle onde marine. Ma la notizia di un centro etrusco chiamato città di Avenia dataci dal Tancredi da dove proviene ?. Antonio Scarfone (…) a p. 449, nel suo studio sulle origini della città di Avenia aggiungeva  che:

Cataldo,,,

Dunque, Antonio Scarfone (…), in proposito aggiungeva che: “L’unico dato certo è che una ‘Gens Avenia’ era presente a Roma nel I secolo d.C. e che il cognome ‘Avenia’ è esistito nei secoli scorsi nel vicino centro rurale di Torraca (SA), oggi a pochi chilomeri da Sapri.”. Dunque, Scarfone parla di ‘Gens Avenia’. Antonio Scarfone cita il sacerdote Biagio Cataldo (…) e lo studioso Felice Cesarino (…) , riferendosi a due loro studi. Lo studio di Cataldo (…) a cui si riferiva Scarfone è del 1976.

Dal punto di vista storiografico l’unico riferimento ad una città di origine etrusca – notizia citata dal Tancredi – è l’iscrizione riportata dall’Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” a p. 435. L’iscrizione, si trova oggi esposta a Sapri in Piazza del Plebiscito. Di quella iscrizione scritta in caratteri latini, ci parla Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 66, che parlando di ‘Scidro’ sulla scorta dell’Antonini scriveva che: “Notabile nella prima di queste iscrizioni è il pronome di ‘LARTIA’, il quale, corrisponde a ‘domina’, si legge in molti titoli sepolcrali etruschi, nè so se s’incontra in altre epigrafi latine: certo è che i due titoli dimostrano il luogo abitato nè tempi romani; ma che la città fosse abbandonata o distrutta ai primi tempi dell’impero si può raccogliere dal non  essere ricordata nè da Strabone nè dà geografi posteriori.”.

Corcia, su Scidro, p. 66, cap. III

Dunque, secondo il Corcia (…) vol. III, a p. 66, l’iscrizione latina riportata dall’Antonini vista a Sapri, riguarda una testimonianza etrusca. Sulla storia di Sapri ha scritto anche il dottor Nicola Gallotti nel 1899 che pubblicò “Sapri nella storia e nella tradizione popolare – brevi cenni”, e sebbene parlasse delle origini di Sapri anche sulla scorta di studiosi come Nicola Corcia, il Curcio-Rubertini (…) e il Tropea (…), in “Storia dei Lucani”, non si accenna mai alla città di Avenia ed al racconto della tradizione orale locale di una città inghiottita dalle acque a seguito di un “maremoto”. Lo stesso Corcia (…) accenna a origini etrusche e ad una “città dei Romani” riferendosi al pronome latino di “Lartia” che si trova nell’iscrizione lapidea – la stele marmorea – che oggi si trova in Piazza del Plebiscito. Lo stesso barone Giuseppe Antonini (…) che ne parla a p….. e che aveva visto prima della sua prima edizione nel 1745. Vedi immagine sotto.

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(Fig…) Stele marmorea con epigrafe latina scolpita, oggi in Piazza del Plebiscito a Sapri (Foto Attanasio)

Una delle testimonianze storiche sull’ubicazione di Blanda nel ‘Porto di Sapri’, potrebbe essere rappresentata dalle origini del barone di Torraca Decio Palamolla che era originario di Scalea. ‘Porto di Sapri’, era la denominazione di Sapri negli antichi documenti notarili dell’epoca come ad esempio un documento del 1719 pubblicato dal Gaetani (…), sulle decime versate dalla popolazione per la Madonna dei Cordici. Il fatto che Decio Palamolla fosse di Scalea e che su un prospetto dell’insigne studioso Almagià (….), su una delle più antiche carte nautiche fino a noi giunte, la carta nautica di Pietro Vesconte del 1311 (….), alla voce del toponimo di Maratea, risulta un ‘nome cancellato’, mentre troviamo un ‘Porto de La Scalea’, subito dopo il toponimo di ‘Saprà’. Oppure, sulla più antica carta nautica conosciuta, la ‘Carta Pisana’ (….), come si può vedere chiaramente e confermata nel prospetto dell’Almagià (….), non si legge alcun toponimo scritto di Blanda o di Maratea ma, subito dopo il toponimo di “Saprà” si legge il toponimo di un ‘Porto de La Scalea’.

Nel ‘743-745 d.C. (VIII sec. d.C.), BLANDA e GAUDIOSO (“Gaudiosus”), suo Vescovo al Sinodo romano

Il sacerdote Nicola Curzio (…) che, nel 1934, nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, a p…., in proposito a Blanda scriveva che: “Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: …….e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa alcuni Vescovi di alcune diocesi delle nostre terre presenti ad alcuni Concili romani come quello tenutosi nell’anno 745 d.C. di cui si ha notizia nelle cronache locali di un vescovo Gaudioso Vescovo della diocesi di Blanda. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a pp. 19-20 scriveva che: “6) GAUDIOSO (743)- – Nel Sinodo Romano di Papa Zaccaria del 743, accanto ad Anteramo di Bisignano e Pelagio di Cosenza, figura anche un ‘Gaudiosus Blandas episcopus (9). In quel tempo la Calabria era soggetta a Bisanzio e perciò i suoi Vescovi, sottomessi al Patriarca di Costantinopoli, non potevano intervenire ai Sinodi Romani. Ma le Chiese della Valle del Crati mantenevano ancora la loro soggezione a Roma, perchè era occupata dai longobardi, che vi avevano eretto dei gastaldati. Ciò spiega perchè i suddetti Vescovi poterono presenziare al Sinodo del 743, mentre non vi figura nessun altro Prelato della Calabria. Questo Gaudioso però è l’ultimo Vescovo di Blanda, di cui affiori la memoria. Dopo di lui di Blanda si perdono le tracce e sembra più che probabile che sia stata distrutta nella seconda metà del sec. VIII. Non conosciamo le vicende posteriori della sua Chiesa; ma abbiamo ritenuto che, verosimilmente, i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano. Se ciò non si fosse verificato, noi non sapremmo specificare a quale Pastore fosse stata affidata la cura di tutto il litorale tirrenico, che si estendeva da Belvedere a Maratea (10). L’esistenza della chiesa di ‘S. Maria de Episcopio’ in Scalea, consacrata nel 1167, potrebbe costituirne una conferma, perchè il titolo non potrebbe aver altro riferimento all’infuori dell’antica residenza vescovile. Questo titolo infatti non dovette spuntare all’atto della sua consacrazione del 1167, ma, con molta probabilità, dovette provenire dalla vecchia costruzione preesistente, la quale doveva essere adiacente o incorporata all’antico vescovado di Blanda, funzionante in Scalea. Era infatti nella prassi dei Normanni di ingrandire o di restaurare le vecchie chiesette bizantine, dotandole anche con grande generosità  “. Il Russo a p. 19 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Mansi, XII, 369; Ughelli-Coleti, X, 30, che l’assegna a Blera “. Il Russo a p. 20 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. Russo, Storia della Diocesi di Cassano, I, p. 81.”. Riguardo la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “……perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82 postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”, dunque citava la stessa citazione del Russo, ovvero il Mansi (…).

Mansi J., vol. XII, p. 369

(Fig….) Mansi J.D., op, cit., vol. XII, p. 369 parla di Gaudioso e di Blanda

Dunque, il Tancredi (…) riguardo Gaudioso, Vescovo di Blanda, citava il Mansi (…), ovvero l’opera di Giuseppe Domenico Mansi (…) e la sua…………, dove nel cap…. del vol. XII a p. 369 parlava del Concilio tenuto da papa Zaccaria. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di ‘Blanda Iulia’, in proposito così scriveva: “Con l’avvento del Cristianesimo, divenne sede vescovile. Difatti, viene ricordata in una lettera di Gregorio Magno, luglio 592, diretta a Felice, vescovo di Agropoli, affinchè visiti le diocesi, temporaneamente vacanti, di Velia, di Bussento e di Blanda, in F. Russo, Regesto, etc., cit. I, pag. 37.”. Il Campagna (…), continua il suo racconto su Blanda e, scrive che:  “Tre anni dopo però, nel 595, viene ricordato Romano, nel 649 Pasquale, e nel 743 Gaudioso, vescovi blondani (Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Campagna (…) citava Francesco Russo (…), ovvero il suo……………..Ma, le notizie intorno all’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Blanda Iulia’, sono state citate dal sacerdote Francesco Lanzoni. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323. Il Concilio di Roma (Concilium Romanum) è un sinodo locale che si è tenuto a Roma nell’ottobre 745, con la partecipazione di sette tra vescovi, presbiteri e diaconi, presieduti da Papa Zaccaria. Il concilio ha condannato l’irlandese vescovo Clemente, in quanto padre di figli adulterini e l’arcivescovo Adalberto di Magdeburgo, accusato di compiere opere di magia tramite l’invocazione di angeli. Edward H. Landon, A Manual of Councils of the Holy Catholic Church, John Grant, Edimburgo 1909, vol. 2, p. 97. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi……Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Un’altro Sinodo indetto da Papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da ‘Gaudiosus Blandarum Episcopus (26).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (26) postillava che: “(26) G. Mansi, ‘SS. Conciliorum nova apmplissima collectio, XII, 369”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 73, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: Longobardi, o ad essi graditi, infatti furono, quasi sicuramente, i vescovi di Blanda del periodo successivo, come sembra attestato sia dai nomi sia dalla partecipazione dei vescovi blandani di rito latino Pasquale al concilio latranense del 649 d.C. e Gaudioso al sinodo romano del 745.”. Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “….perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellianum (92).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (…), a p. 21 riguardo l’Ughelli (…) e il Vescovo Landus di Marcellianum nella sua nota (92), postillava che: “(92) Vol. X., p. 127 sgg. Cfr. Bracco, ‘Antiquitates’, cit., p. 338.”.

Lande Edward, p. 97

Nel VIII sec., la scomparsa della Diocesi di Blanda Julia e del suo ultimo vescovo Gaudioso

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa alcuni Vescovi di alcune diocesi delle nostre terre presenti ad alcuni Concili romani come quello tenutosi nell’anno 745 d.C. di cui poi in seguito non si ha più notizia come ad esempio la diocesi di Blanda Iulia dopo la scomparsa dell’ultimo suo Vescovo Gudioso.  Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III, a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a pp. 19-20 scriveva che: “6) GAUDIOSO (743)- – Questo Gaudioso però è l’ultimo Vescovo di Blanda, di cui affiori la memoria. Dopo di lui di Blanda si perdono le tracce e sembra più che probabile che sia stata distrutta nella seconda metà del sec. VIII. Non conosciamo le vicende posteriori della sua Chiesa; ma abbiamo ritenuto che, verosimilmente, i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano. Se ciò non si fosse verificato, noi non sapremmo specificare a quale Pastore fosse stata affidata la cura di tutto il litorale tirrenico, che si estendeva da Belvedere a Maratea (10). L’esistenza della chiesa di ‘S. Maria de Episcopio’ in Scalea, consacrata nel 1167, potrebbe costituirne una conferma, perchè il titolo non potrebbe aver altro riferimento all’infuori dell’antica residenza vescovile. Questo titolo infatti non dovette spuntare all’atto della sua consacrazione del 1167, ma, con molta probabilità, dovette provenire dalla vecchia costruzione preesistente, la quale doveva essere adiacente o incorporata all’antico vescovado di Blanda, funzionante in Scalea. Era infatti nella prassi dei Normanni di ingrandire o di restaurare le vecchie chiesette bizantine, dotandole anche con grande generosità. “. Il Russo a p. 19 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Mansi, XII, 369; Ughelli-Coleti, X, 30, che l’assegna a Blera “. Il Russo a p. 20 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. Russo, Storia della Diocesi di Cassano, I, p. 81.”. Dunque, secondo gli studi di Francesco Russo, l’antica diocesi di Blanda – di cui non si hanno più notizie posteriori al 743 dell’ultimo (?) suo Vescovo Gudioso, forse diventava Diocesi di Scalea che a sua volta scomparve per diventare Diocesi di Cassano Jonico. Il  sacerdote Rocco Gaetani (…) a p. 22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda. Il Gaetani (…) a p. 22 in proposito scriveva che: Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Sempre il Gaetani (…) a p. 22, racconta che: “Alcuni patrii scrittori si credettero avventurosi di segnare nei fasti della Chiesa nostra una memoria ricavata dai dialoghi di s. Gregorio, ove il santo Pontefice racconta il miracolo accaduto a suoi tempi di un morto ritornato a vita per intercessione di un monaco, che ogni anno dal monte Argentaro, luogo di una sua dimora, attraversando la regione Aurelia, per recarsi alla basilica del Principe degli Apostoli, si fermava ad ospitare presso un certo Quadragesimo suddiacono ‘Ecclesiae Buxentinae’, che nell’Aurelia guardava il suo gregge (21). Confesso che ancor io mi conpiacqui di vedere tra le scorse memorie della Chiesa mia questo fatto, e quasi mi doleva che non avessi avuto io per primo la ventura di riconoscerlo; ma invece mi dovetti disingannare, quando invano ricercando nel territorio Bussentino la regione Aurelia, ritrovava nelle dotte note dell’Holstenio al Cluverio, che il nome ‘Buxentinae’ fosse per errore detto invece di ‘Bulcentinae’ o ‘Vulcentinae’ ch’è è l’antica Vulceja città dell’Enotria, a cui s’appartiene l’intera narrazione, perchè ivi colla regione Aurelia è il monte Argentaro (22). La correzione fu riconosciuta dal Campanari nelle sue notizie di Vulceja e dal Gerhard negli Annali dell’Istituto di Corrispondenza archeologica (23).. Il Gaetani a p. 29 nella sua nota (21) postillava che: “(21) Dial. 1. 3, c. 17”.

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Dopo la metà del VII secolo non si hanno più notizie della diocesi, che fu probabilmente soppressa al tempo delle guerre iconoclaste, che a partire dall’VIII secolo hanno sottratto parte dell’Italia meridionale alla giurisdizione ecclesiastica di Roma per unirla a quella del patriarcato di Costantinopoli. Questo determinò, almeno nel Cilento, la scomparsa delle antiche diocesi sostituite da eparchie monastiche, tra cui si ricordano quelle del Mercurion, del Latinianon e del Lagonegro. Due cenobi monastici, San Pietro e San Giovanni Battista, furono eretti a Policastro dal patriarca Polieucte di Costantinopoli e molti furono i monasteri greci che sorsero nella regione, tra cui quelli di San Giovanni a Piro e San Cono di Camerota. Scrive il Barni (…), dopo aver parlato della Diocesi di Bussento al tempo del vescovo Felice di Agropoli (di Capaccio), in proposito che: “….ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (7). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (…). Il Barni (…), a p…., nella sua nota (7), postillava che: “(7)………………………..”. Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, dopo aver parlato del Sinodo romano dell’anno 743 e del Vescovo di Blanda Gaudioso, in proposito scriveva che: Da allora le vicende storiche di Blanda restano avvolte nelle tenebre dei secoli. E’ tuttavia convinzione comune degli studiosi che Blanda, come quasi tutte le città costiere dell’Italia meridionale, fu saccheggiata e distrutta dalle frequenti incursioni dei Saraceni.”.

Nel 1624, Luca Holstenio, Blanda e il Porto di Sapri

Giuseppe Antonini nella sua ‘Lucania’ (27) riporta alcune notizie tratte da alcuni eruditi del tempo, che meritano un maggiore approfondimento. Sono interessanti le notizie storiche e bibliografiche riferiteci dall’Antonini (27) che, parlando di Sapri e di Blanda (Fig. 2), riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella sua ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (27), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ curata da Guglielmo Goesio, parlando di Sapri, riferisce degli autori a lui precedenti che avevano scritto e collocato l’antica città di Blanda a Sapri, come ad esempio Luca Holstenio (28) che voleva che le vestigia di Blanda erano quelle che si vedevano nel porto di Sapri: “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia eius apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: (I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. Sempre l’Antonini (…) a p. 439 parlando di Maratea e di Blanda in proposito scriveva che: Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e cn esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Ecc…”. L’Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439 postillava che: Questo stesso autore nelle ‘note a Carlo di S. Paolo’, dimenticatosi di quanto si dice, scrisse, che Blanda era al porto di Sapri; e nelle ‘note ad Ortelio, fol. 32. dove questo dice: ‘Blandam Lucanis fuisse ad scriptum’, egli soggiunse: ‘Recte, nam X. M.P. disiabat Buxento. Vestigia eius maxima apparent ad portum Sapri.”. Un altro erudito del tempo che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (28) (Figg. ). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geografi- cum ortelii, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (35)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (28), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (35). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (35)(Figg. 6-7), l’Holstenio (28), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, e a p. 288, scrive le note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (35) dice in proposito: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. L’Holstenio, sempre a p. 288, nelle note alla pagina 1263 dell”Italia antiqua’ di Cluverio e dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”In seguito, nella sua prima edizione del 1745 della sua ‘Lucania’, curata da Guglielmo Goesio, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (27), disserta su ciò che aveva scritto l’Holstenio (28) che, abbiamo integralmente riportato in latino e, scrive in proposito: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti a- vea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.” (27). L’Antonini, nella sua nota (1) ag- giunge: “L’accuratissimo Olstenio (28)… ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. In buona sostanza, l’Antonini, restò un pò basito delle parole dell’Holstenio sul ‘Porto de Sapri‘ e sulla collocazione del sito di Blanda, ma non riteniamo – come dicono alcuni – che non fosse totalmente d’accordo con l’Holstenio, il quale aveva fatto dissertato sul libro più antico del Cluverio (18)(Fig. 6-7). Intanto la notazione di pagina 22 dell’Holstenio che il Cluverio, indicava: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. E’ il Cluverio (35) che lo denomina ‘Porto de Sapri’ e, questo ci deve far riflettere. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli (11); gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine.. ….dunque Blanda non fu una città dell’entroterra come invece comunemente si crede”. Il Visconti (18), nelle sue note (nota 10, p. 88) al testo del Laudisio (17), parlando di Blanda, riferisce: Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio (4), che afferma che fu espugnata dai Romani, durante la seconda guerra punica (ex Lucanis Blanda et Apolorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età Augustea prese il nome di Blanda Julia (C.I.L., X, 125).”.

Nel 1723, Costantino Gatta: nel mare di Sapri fu ingoiata l’antica sede vescovile di Blanda

Il Visconti (….), nelle sue note alla ‘Synopsi’ del Laudisio (17), riferiva che Blanda era stata citata dal Costantino Gatta (….) che, la identifica con Sapri. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie istorico-topografiche della Provincia di Lucania”, a p. 306, in proposito scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”. Costantino Gatta (….), a p. 306, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Il Gatta si riferisce a Lucas Holstenio (….) ed alla sua note all’Italia antica di Cluverio”.

Gatta, p. 306

Il Gatta, parlando di Blanda, riferisce due notizie interessanti. La prima è quella che Blanda era da lui creduta a Sapri che a quel tempo, si chiamava ‘Porto de Sapri’ . Infatti, risulta sui documenti notarili ed ecclesiastici che nel ‘600 e ‘700, il piccolo centro costiero di Sapri, veniva denominato con il toponimo di ‘Porto di Sapri’ , come ad esempio i cartigli della Principessa Carafa, oppure sui documenti notarili del Barone Palamolla. Il Gatta, parlandoci di Blanda, riferisce anche una seconda notizia, ovvero, riferendosi alla città di Blanda:  Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare”. Si tratta della notizia di una catastrofe naturale o un maremoto accaduto nell’antichità che vine raccontato dalla tradizione orale popolare.

Nell’VIII sec. d.C., la Chiesa e le Diocesi della Calabria

Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 98, in proposito scriveva che: “Le cose però presero una piega differente el secolo VIII. L’eresia iconoclasta, sostenuta tenacemente dagli imperatori bizantini Leone III Isaurico e Costantino Copronimo, se trovò delle facili acquiescenze in Oriente, incontrò invece una tenace resistenza in Occidente, specie nei Papi Gregorio II (715-731) e Gregorio III (731-741), l’ultimo dei quali scomunicò gli Iconoclasti nel Sinodo Romano del 731. Leone Isaurico allora, per rappresaglia, confiscò il patrimonio immobiliare della Chiesa Romana in Calabria e Sicilia, aggregandolo al demanio imperiale (1). Il suo successore andò anche oltre, sottraendo le Chiese della Calabria e della Sicilia alla soggezione di Roma e aggregandole a quella del Patriarcato di Costantinopoli (2). Tale aggregazione comportava con sè l’adozione delle istituzioni, della lingua e del rito di Bisanzio. Difatti, nella seconda metà del secolo VIII tutte le Chiese della Calabria risultano ellenizzate, ad eccezione di quelle della Valle del Crati, che mantengono la lingua e il rito latino, perchè sotto il dominio dei Longobardi. Un altro passo fu compiuto alla fine dello stesso secolo. Il Basileus o il Patriarca di Costantinopoli, constatando la difficoltà della nomina e della consacrazione dei Vescovi, che erano tanto lontani dalla Capitale, istituì la Provincia ecclesiastica della Calabria, elevando Reggio alla dignità di Metropoli con giurisdizione su tutte le Diocesi allora esistenti nella regione. Le cose restarono così per un secolo. Avutasi una nuova riorganizzazione amministrativa e religiosa verso la fine del secolo IX, le Metropoli divennero due (Reggio e Santa Severina) e le Diocesi si moltiplicarono sensibilmente, con l’aggiunta di una decina di Chiese di nuova erezione. In questo duplice assetto non figurano Chiese autonome in Calabria e non ne figureranno durante tutta la dominazione bizantina: l’autonomia invece (diretta soggezione alla . Sede) si avrà con l’avvento dei Normanni e sarà applicata su larga scala. E’ perciò un dato di fatto che anche la Chiesa di Cassano fu costituita, fin dalla fondazione, quale suffraganea di Reggio, alla stessa maniera di Rossano, di Nicastro, di Bisignano e di Amantea.”.

Nel……., le Diocesi di Talao (Scalea) e di di Cassano Ionico

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), continuando a scrivere sull’attribuzione delle 15 località alla Diocesi di Cassano Jonico diceva pure che: “Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti (37). Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi a sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Dunque, secondo il Laudisio, l’antica “Didascalea”, toponimo che appare sulla “bolla di Alfano I” è Scalea, località non molto distante dall’Isola di Dino. Poi, il Laudisio aggiunge pure che non molto distante da Scalea vi era l’antica città di “la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti (37)”. Il Visconti (…), nell’edizione curata della ‘Synopsi’ del Laudisio (…), a p. 14, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. Antiq (Gabriello Barrio, ‘Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: ‘Scalea, Talaus olim dicta. De qua Strabo: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”. Ma, il Laudisio, sulla scorta del Barrio (…) parlava di Scalea che una volta si chiamava “Talao”. Il Laudisio si riferiva a Gabriele Barrio (….) ed al suo “De antiquitate et situ Calabrie”, libro 2, Roma, 1571.

Barrio, p. 83

(Fig….) Barrio, op, cit., p. 837

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “….papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, Cassano Jonico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. Ecc…”. La notizia dell’aggregazione di alcune nuove sedi vescovili, tutte suffraganee a quella Metropolita di Salerno, tra cui pure la sede “suffraganea” di Cassano Ionico. Il Campagna a p. 241, nella sua nota (187), postillava che: “(187) ……Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”. Il Campagna riporta altre notizie di quel periodo storico sempre sulla scorta del Russo. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, in proposito scriveva che: “Difatti, nel 1079, e per poco meno di un ventennio, la parrocchia di Tortora fece parte della diocesi di Policastro, restaurata; probabilmente fino al 1098, quando fu aggregata a Cassano. La diocesi latinizzata di Policastro doveva, così, procedere alla reintegrazione del rito latino, certamente col beneplacido di Ruggero Borsa (187).”. Il Campagna, a p. 241, nella sua nota (187), postillava che: “(187) ……Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”. Dunque, il Campagna (…), affermava, forse sulla scorta del Guillou (…) che Tortora fu aggregata alla Diocesi di Cassano Ionico nel 1098. Infatti, secondo Andree Guillou (…), nel suo ‘Geografia amministrativa del Katepanato, etc.’, il catepanato di Basilicata o di Lucania fu istituito intorno al 968-970. Dunque, se la ricostruzione storica del Campagna è corretta significa che le ultime quindici località citate nella ‘Bolla di Alfano I’, aggregate solo in un primo momento, nel 1079 alla Diocesi di Policastro, in seguito, nel 1098 saranno aggregate alla Diocesi di Cassano. Dunque, Orazio Campagna (…), a p. 91, sulla scorta del sacerdote Francesco Russo in proposito scriveva che: “…..nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).” e, nella sua nota (59) postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro (96).”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Dunque, secondo il sacerdote Francesco Russo (…), l’antica Diocesi di Cassano Jonico, fu aggregata nel 1058 da papa Stefano IX alla “Metropolia” di Salerno ed in seguito, nel 1098, le 15 località assegnate al vescovo di Policastro dal primate Alfano I furono di nuovo assegnate al vescovo di Cassano Jonico. Riguardo il toponimo di “Talao”, Angelo Bozza (…), nella sua “La Lucania etc…”, a p. 215 del vol. II, parlando di Scalea scrive che: “Si vuole che quì sia stata l’antica città di Lao, o Talao; ed avvalora un tal sospetto l’esservi rinvenute fuor delle mura dell’attuale edifizio, molti ruderi di acquedotti, di mura, di ipogei, ed un tempietto con un titolo di marmo, fatto spezzare da un’arciprete intollerante, con altre anticaglie.”. Secondo l’antica tradizione tramandatasi oralmente a Scalea, riferitaci da Gabriello Barrio (….), appena nata la Diocesi di Talao, fu soppressa perchè il primo vescovo fu ucciso e accadde pure che le 15 località invece di tornare all’altra antica Diocesi di Policastro, “….ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico”. Il Laudisio, riferisce pure della Diocesi di Cassano Ionico, la quale secondo il racconto di Gabriele Barrio, “quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica.”. Dunque, Gabriele Barrio, riferisce che la Diocesi di Cassano Ionico, per espresso volere del papa dipendeva direttamente dalla Santa Sede Apostolica di Roma e, questo, come abbiamo visto accadde nel 1098. Sulla Diocesi di Cassano Jonico, abbiamo già visto in precedenza che questa Diocesi, insieme ad altre diocesi fu aggregata alla “Metropolia” di Salerno, retta da Alfano I e direttamente dipendente dalla Santa Sede Apostolica. Infatti, Orazio Campagna (….), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Dunque, il Campagna trae la notizia da Francesco Russo (….). Sulla Diocesi di Cassano Jonico, il sacerdote Francesco Russo (….), nel suo vol. I, a p. 37 nel cap. I, del suo testo: “La Diocesi di Cassano al Jonio” scriveva che: “Le Diocesi confinanti sono quelle di Rossano, di Bisignano e di San Marco a mezzogiorno, di Anglona e Tursi e di Policastro a settentrione. Il territorio della Diocesi Cassanese è l’unico in Italia, che si estende da un mare all’altro; per cui è stata definita “La Diocesi dei due mari”. Fino al principio del secolo XX, era uno dei più vasti di tutta la Calabria, perchè comprendeva anche il territorio di Maratea, poco a sud di Sapri, e la massima parte dell’attuale Eparchia o Diocesi bizantina di Lungro. Pur così mutilata, conserva tuttavia un’entità notevole, estendendo la sua giurisdizione anche su alcuni paesi della limitrofa Lucania, in Provincia di Potenza; al contrario, diversi paesi della Calabria, che fanno parte civilmente della Provincia di Cosenza, sono aggregati alla limitrofa Diocesi di Anglona e Tursi: incongruenza questa, che si perpetua da secoli e che non si è voluto mai eliminare, malgrado i considerevoli vantaggi, che ne deriverebbero ecc…”. Dunque, in questo passo introduttivo il Russo (…), chiarisce la stratificazione dei confini e delle relative sedi aggregate nei secoli e trasmigrate da una Diocesi all’altra.

A Scalea l’Episcopio o casa del Vescovo non distante dalla chiesa di S. Maria d’Episcopio

Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano al Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a pp. 19-20 riferendosi al vescovo di Blanda “Gaudioso”, nell’anno 743, in proposito scriveva che: “6) Dopo di lui di Blanda si perdono le tracce e sembra più che probabile che sia stata distrutta nella seconda metà del sec. VIII. Non conosciamo le vicende posteriori della sua Chiesa; ma abbiamo ritenuto che, verosimilmente, i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano. Ecc..“. Dunque, secondo il sacerdote Francesco Russo, i vescovi di Blanda, dopo l’ultimo vescovo chiamato Gaudioso (anno 743), si sarebbero rifugiati nell’antica diocesi di Scalea, che altri studiosi hanno scritto fosse quella di Talao. Come abbiamo già visto in altri miei saggi, l’antica città di Blanda, antichissima sede vescovile, poi da ricostruire secondo le lettere di papa Gregorio Magno, sarebbe stata individuata da alcuni non lontana da Maratea e da Tortora. Forse ad Ajeta. Dunque, il Russo, a proposito dell’antica sede vescovile di Blanda scriveva che non si conoscevano le vicende posteriori della sua Chiesa dopo l’VIII secolo. Russo ipotizzava che dopo l’VIII secolo, “i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano”. Dunque, secondo Russo, dopo l’VIII secolo è probabile che le località che erano amministrate dai vescovi di Blanda siano state assegnate ai vescovi di Talao (Scalea) e poi in seguito alla Diocesi di Cassano Jonico. Infatti, scrive sempre il Russo che: “Se ciò non si fosse verificato, noi non sapremmo specificare a quale Pastore fosse stata affidata la cura di tutto il litorale tirrenico, che si estendeva da Belvedere a Maratea (10).”. Il Russo, si chiedava cosa fosse accaduto alle diocesi scomparse e vacanti di Bussento e di Blanda dopo l’VIII secolo e scrive che l’unica spiegazione è quella secondo cui i vescovadi si spostarono in sedi più sicure come ad esempio nel caso di Blanda, i suoi vescovi, si spostarono a Scalea. Infatti, il Russo aggiunge che: “L’esistenza della chiesa di ‘S. Maria de Episcopio’ in Scalea, consacrata nel 1167, potrebbe costituirne una conferma, perchè il titolo non potrebbe aver altro riferimento all’infuori dell’antica residenza vescovile. Questo titolo infatti non dovette spuntare all’atto della sua consacrazione del 1167, ma, con molta probabilità, dovette provenire dalla vecchia costruzione preesistente, la quale doveva essere adiacente o incorporata all’antico vescovado di Blanda, funzionante in Scalea. Era infatti nella prassi dei Normanni di ingrandire o di restaurare le vecchie chiesette bizantine, dotandole anche con grande generosità. “. Il Russo a p. 19 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Mansi, XII, 369; Ughelli-Coleti, X, 30, che l’assegna a Blera “. Il Russo a p. 20 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. Russo, Storia della Diocesi di Cassano, I, p. 81.”. Dunque, secondo gli studi di Francesco Russo, l’antica diocesi di Blanda – di cui non si hanno più notizie posteriori al 743 dell’ultimo (?) suo Vescovo Gudioso, forse diventava Diocesi di Scalea che a sua volta scomparve per diventare Diocesi di Cassano Jonico.

Le due epigrafi sul campanile della chiesa di S. Maria d’Episcopio di Scalea, provenienti da Lavinium e simili a quelle del campanile di Policastro

Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 48, in proposito scriveva che: “Nella vallata del Lao, poco a sud di Laino, doveva trovarsi la città di ‘Skidros’, che insieme con Laos accolse i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. Era certamente nel golfo del Lao, oggi detto di Policastro, e a breve distanza dal mare. Al tempo dell’Impero forse non esisteva più o aveva più o aveva perduto la sua importanza.”. Riguardo la città di Laos, il Russo, a p. 49, in proposito specificava che: “Sembra invece accertato che, presso la foce del Lao, poco più a sud di Scalea, era la città magno-greca di Laos, colonia di Sibari e importantissimo emporio commerciale sul Tirreno. Questa città sopravvisse alla metropoli; ma con la conquista romana decadde e fu sostituita da ‘Lavinium Bruttiorum’, che era a 16 miglia da Blanda e ad 8 da Cirella. Il suo sito è stato recentemente identificato in contrada “Marcellina”, nei pressi della stazione ferroviaria di Verbicaro-Orsomarso (44).”. Il Russo, a p. 49, nella nota (44) postillava che: “(44) O. Dito, Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Bruzi, Roma, 1882, u. 78 ss.; E. Galli, Livinium Bruttiorum, in “Notizie di Scavi”, VIII, S.  VI, f.7-9, pp. 328-363; B. Cappelli, Gli Statuti di Laino, in A.S.C.L., I., 405-410; Dito, La Calabria, 167-168″. Padre Russo, a p. 49, in proposito scriveva pure che: “E’ probabile che da ‘Laos’ provengano le due iscrizioni, di epoca imperiale, che furono impiegate nella costruzione del campanile normanno di S. Maria de Episcopio in Scalea. Le riporto per la loro rarità e perchè possano servire di base ad ulteriore ricerche e deduzioni sulla latinizzazione della celebre colonia di Sibari:

                                                                                                          GERMANICO. CESARI

                                                                                                             TI. AVC. F. DIVI. AUG.

                                                                                                          DIVI. IVLI. PRO II A. V. C.

                                                                                                          COS. II. IMPERATORI. II

                                                                                                                 AVGUSTAE – IVLIA

                                                                                                                              DRVSI. F.

                                                                                                                      DIVI – AVGVSTI 

Dunque, padre Russo citava le due iscrizioni o epigrafi latine d’epoca imperiale che egli dice “furono impiegate nella costruzione del campanile normanno di S. Maria de Episcopio in Scalea”. La notizia è molto interessante, non solo perchè padre Russo dice che le due iscrizioni provenissero dall’antica Laos, colonia magno greca colegata con Sibari, ma anche perchè le due iscrizioni da egli riportate sono simili alle due iscrizioni o epigrafi latine che ritroviamo murate sul campanile della cattedrale di Policastro Bussentino. Dunque due iscrizioni simili murate sui due campanili, quello “normanno” della chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea e quello bizantino della chiesa di S. Maria a Policastro Bussentino.

La notizia di padre Russo è interessante perchè ci dice che nella chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea vi era murata una epigrafe, forse scritta in caratteri gotici, molto simile alla epigrafe che oggi si trova murata su una scaletta adiacente al campanile della cattedrale di Policastro Bussentino. Padre Francesco Russo (….), nel vol. I, a p. 291, in proposito scriveva che: “Scalea ha due chiese di origine medievale: S. Maria de Episcopio e S. Nicola de Platea. ‘S. Maria de Episcopio’ fu costruita o, quanto meno consacrata, nel 1167. E’ andata però soggetta a vari rifacimenti; per cui conserva ben poco della struttura originale. Si è tuttavia salvata l’abside con una magnifica finestra gotica, divisa in due da una colonnina, con trabeazione sormontata da decorazione multilobata, di bellissimo effetto, messa in luce dall’Arch. Gisberto Martelli nel 1950. Notevole anche il campanile, in cui lo stesso Martelli ha scoperto dei conci, con iscrizioni romane del I secolo dell’E. V. L’architettura di questa chiesa, come quella “del presumibile Episcopio con pseudo-loggia normanna”, che vi è adiacente, viene collegata alle correnti artistiche campane del secolo XII-XIII (33).”. Padre Russo, nel vol. I, a p. 291, nella nota (33) postillava: “(33) G. Martelli, Architetture Campane in Calabria, in “Atti del Congresso di Storia dell’Architettura di Caserta”, Roma 1956, pp. 296-300; Martelli, Chiese monumentali di Calabria, in “Calabria nobilissima”, X, 37-88″. La notizia del ritrovamento di alcune epigrafi latine murate sulla chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea, molto simili alle epigrafe di Policastro che annuncia la costruzione del Campanile della Cattedrale, ci vengono confermate da Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo – cenni storici”, dove, a p. 24 parlando di Ruggero I d’Altavilla, in proposito scriveva che: “Promosse una serie di costruzioni atte a migliorare l’efficienza e l’estetica del paese. Vennero completate, ampliate, abbellite le chiese di S. Maria d’Episcopio e la parte inferiore della chiesa di S. Nicola in Plateis, che prendevano grosso modo l’aspetto di oggi. Venne tra l’altro costruito il papazzo con pseudo loggiato, ancora visibile in via S. Maria, probabilmente sede di pubblici uffici. Venne istituito lo “spedale”, i cui resti sono ancora in via Ospedale. Morto Ruggero i suoi domini, compreso Scalea, andarono a suo figlio Ruggero II, che regnò da Palermo, capitale del nuovo stato formato dai ducati di Puglia, Calabria, Sicilia. Dopo la morte di Ruggero II, a cui succedettero Guglielmo I il Malo e Guglielmo II il Buono.”. Altro autore locale ci parla della chiesa di S. Maria dell’Episcopio. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a p. 70 e ssg., in proposito scriveva che: “Si può supporre, infatti che nella seconda metà del secolo X, cioè dopo la costituzione della diocesi di Cassano, nel sito urbano di Scalea, a poca distanza dal cenobio dei Siracusani, sia sorto un terzo monastero greco, che successivamente diede origine alla chiesa matrice di Santa Maria, detta un tempo “della Scala”, “dell’Ospedale” o “dell’Annunziata”, oggi chiesa parrocchiale con il titolo di Santa Maria ‘de Episcopio’. Al momento, però, il documento più antico sul luogo sacro rimane una bolla dell’antipapa Anacleto II, collocabile fra il 1130 e il 1137, che confermava a Simeone, abbate della S.ma Trinità di Cava ‘apud Scaleam monasterium Sancti Petri et ecclesiam Sanctae Mariae cum hospitali’, mentre la più antica attestazione del titolo ‘de Episcopio’, a quanto ci risulta, risale al 1545. Di conseguenza la chiesa è stata generalmente considerata una nuova fondazione di epoca normanna, sorta cioè per iniziativa dei nuovi conquistatori, che ne avrebbero affidato la costruzione e il possesso all’Ordo Cavensis. Proprio la nascita come monastero, però, lascia perplessi: è davvero sostenibile l’ipotesi che i benedettini abbiano creato ‘ex novo’ la chiesa e l’annesso monastero ? Pare poco verosimile. I Normanni, infatti, secondo una prassi ben documentata, il più delle volte assegnavano ai religiosi latini istituzioni bizantine preesistenti abbandonate dai monaci, di cui si erano impadroniti per diritto di conquista.”.  Amito Vacchiano, a p. 92 ci parlava del palazzo con il pseudo-loggiato. Egli, in proposito scriveva: “All’epoca normanna va ascritto poi un palazzo, i cui resti ormai fatiscenti sono ancora visibli di fronte alla chiesa di Santa Maria ‘de Episcopio’. Caratterizzato da un rustico peseudo-loggiato dai rilievi ad archi intrecciati ricavati con muratura di frammenti laterizi, è un edificio di grande interesse perchè, come afferma Gisberto Martelli, “costituisce la più cospicua testimonianza superstite di architettura ciile normanna in Calabria e forse si tratta del Palazzo Episcopale ricordato nella dedicazione della Chiesa (S. Maria d’Episcopio). Queste strutture non trovano riferimento alcuno in Calabria etc….”.  Barbara Visentin (…..), nel suo “Fondazioni Cavensi nell’Italia Meridionale (secoli XI-XV)”, a p. 336, in proposito scriveva che: “3. Santa Maria. Sanctae Mariae (96). Le vicende della chiesa di Santa Maria di Scalea incrociano quelle della SS. Trinità di Cava in una data imprecisata prima del maggio 1149, quando compare tra i beni confermati al monastero dal pontefice Eugenio III, munita di un ricovero per pellegrini, poveri e sofferenti (97). Nel 1168 però si rintraccia il secondo ed ultimo atto che la menzione, è la bolla di Alessandro III che, nel gennaio di quell’anno, la esenta dalla giurisdizione vescovile (98). Le tracce materiali di questa cappella sembra si possano riconoscere nel cuore del centro antico di Scalea, dove svetta il campanile della cosidetta chiesa di sopra, dedicata a Santa Maria d’Episcopio, il cui nucleo originario risalirebbe addirittura all’VIII secolo. Lungo il lato meridionale della chiesa si conserva un edificio caratterizzato da un elegante loggiato riferibile al XII secolo e, per tradizione, indicato come il “palazzo del Vescovo”. La Visentin, a p. 336, nella nota (97) postillava: “(97) AC, H 7: apud Diascaleam….ecclesiam sanctae Mariae cum ospitali’, edito da Guillaume, Essai, Appendice, pp. XXXII-XXXV; Kehr, IP VII, p. 325, nr. 23”. La Visentin, a p. 336, nella nota (98) postillava che: “(98) Apud Diascoleam…ecclesiam Sanctae Mariae’, la menzione dell’ospedale è scomparsa, cfr. AC, H 50 falso e P. 24: transunto del marzo 1399 – H 51: transunto – I 1: transunto, per la genuinità del testo di questo documento si veda Kehr, IP VIII, p. 326.”.

TALAO (SCALEA), antichissima Diocesi (che, secondo il Bozza ebbe solo un Vescovo)

Angelo Bozza (…), nella sua “La Lucania etc…”, a p. 215 del vol. II, parlando di Scalea scrive che: “Si vuole che quì sia stata l’antica città di Lao, o Talao; ed avvalora un tal sospetto l’esservi rinvenute fuor delle mura dell’attuale edifizio, molti ruderi di acquedotti, di mura, di ipogei, ed un tempietto con un titolo di marmo, fatto spezzare da un’arciprete intollerante, con altre anticaglie.”. Nicola Maria Laudisio (4), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (17), dalle “Memorie Lucane”, cap. II, p. 34 del Gatta (14), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (16), e dal Barrio (31), scriveva nel 1831 in proposito: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dal Laudisio (…) e tratta dal Barrio (…), secondo cui quindici località citate nella nota lettera pastorale o ‘Bolla di Alfano I’, nel 1831, al tempo in cui scriveva il Laudisio, appartenevano alla Diocesi di Cassano Ionico, ma che, secondo un’antica tradizione che si narra a Scalea, nella vicina Calabria, un tempo le quindici località, fossero appartenute all’antichissima diocesi di Talao, citata anche da Strabone, e che secondo la tradizione locale, in questa Diocesi, il primo suo vescovo fu ucciso, la sede vescovile su subito soppressa e le quindici località non furono più restituite alla Diocesi di Policastro. Il Laudisio, aggiungeva e citava la leggenda che si narra a Scalea sull’antica diocesi di Talao. Dunque, il Laudisio (…), continuando il suo racconto cita un’antica tradizione che si narra a Scalea secondo la quale: “la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località;”. Dunque, secondo questa leggenda orale, a Scalea si dice che le ultime quindici località elencate nella ‘Bolla di Alfano I°’, nell’antichità facessero parte dell’anticihissima diocesi cristiana di Talao che però – sempre secondo la leggenda – ebbe solo un vescovo il quale fu ucciso. Vediamo quali sono queste quindici località che poi in seguito furono tolte alla Diocesi di Policastro. Nella ‘Bolla di Alfano’ le ultime quindici località in ordine sono le seguenti: 15) Latronicum – 16) Agrimonte – 17) S. Athanasium – 18) Vimanellum – 19) Rotunda – 20) Languenum – 21) Rosolinum – 22) Avena – 23) Regione – 24) Abb. Marcu – 25) Mercuri – 26) Ursimarcu – 27) Didascalea – 28) Castrocucco – 29) Turtura – 30) Laeta Marathia. Dunque, secondo la leggenda citata dal Laudisio, queste 15 località facevano parte della diocesi di Talao e poi furono aggregate nel 1079 alla restaurata diocesi di Policastro. Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71, nel Laudisio (…) la traduzione della ‘Bolla di Alfano I°’ si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Dunque, nella ‘Bolla di Alfano I°’ i limiti ed i confini della restaurata Diocesi Paleocastrense sono: “Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro”. Tutte le località che si trovano a sud del fiume Fuienti (era un piccolo fiume ancora esistente tra gli attuali borghi di Rofrano e Alfano, forse corrisponde all’attuale fiume Alento). Inoltre, lungo il corso del fiume Alento sale sino alla località dove sorse il villaggio di Fujenti (un piccolo borgo oggi scomparso i cui abitanti secondo il Ronsini (…) andarono a fondare Rofrano Vetere e che nel 1079, come dice la ‘Bolla di Alfano’ “oggi è detto le Petrocelle”. Sul borgo delle “Petrocelle” io credo che si riferisca all’attuale Torre Orsaia, antica “Petrasia”. Inoltre, dice: dalle Petrocelle sino al castello che fu costruito sul ‘Monte Tufolo’. Si sviluppa poi verso Oriente e comprende oltre Bussento, che in quel momento si chiama Policastro con tutte le altre trenta località : “Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea“.

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(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)

Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a p. 8 in proposito scriveva che: “L’originale della lettera di Alfano è andato perduto nel corso dei secoli, ma se ne conosce ugualmente il contenuto attraverso alcune riproduzioni, la più antica delle quali è conservata nella Biblioteca Vaticana. Eccone il testo (10).”. Il Moliterni a p. 8 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Si è cercato di riprodurre il testo che segue nel modo più fedele possibile, conservando l’uso delle ecc..”. Il Moliterni si riferisce alla trascrizione della Bolla di Policastro’, come la chiama lui, conservata in un codice latino conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Il Moliterni a p. 10 scrive che: “Il documento è inserito nei fogli 30r – 32r del cosiddetto “Manoscritto Patetta 1621″, un codice membranaceo di ridotte dimensioni (mm. 175 x 105) ecc..”. Nel testo trascritto dal Moliterni le 30 località citate nella ‘Bolla di Policastro’ sono: “….Scilicet castellum quod dicitur de Madelmo, Cammarota, Arriuso, Caselle, Turturella, Turracca, Portu, Lacunigru. Revellu. Triclina. Ylice (12). Soluci. Latronicu. Agrimonte. Sanctum Athanasium. Vimanellum. Rotunda. Laguenum. Trolotinum. Avena. Regione. Abbatemarcu. Mercuri. Ursimarcu. Didascalea. Castrucuccu. Turtura. Laita. Marathia. cum ecc…”. Queste le trenta località elencate nella trascrizione della ‘bolla di Policastro’ in Biagio Moliterni tratta dal “Manoscritto Patetta”. Tuttavia ritengo che alcuni centri o località così elencate dal Moliterni non corrispondono a quelli effettivamente elencati nel “Manoscritto Patetta” e ritengo pure che molti dei toponimi elencati nel “Manoscritto Patetta 1621” non corrispondono ad altre ‘bolle di Alfano I°’ descritte da altri autori. Tuttavia, ritornando agli ultimi quindici centri elencati essi sono: “Sanctum Athanasium. Vimanellum. Rotunda. Laguenum. Trolotinum. Avena. Regione. Abbatemarcu. Mercuri. Ursimarcu. Didascalea. Castrucuccu. Turtura. Laita. Marathia“. Queste quindici località, nel 1079 dipendevano dalla Diocesi di Policastro restaurata nell’anno 1079, come dice la lettera pastorale detta ‘Bolla di Alfano I’ e nel 1098 secondo il Campagna, come vedremo entreranno a far parte della Diocesi di Cassano Ionico. Il Visconti (…), nell’edizione curata della ‘Synopsi’ del Laudisio (…), a p. 14, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. Antiq (Gabriello Barrio, ‘Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: ‘Scalea, Talaus olim dicta. De qua Strabo: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”.

Barrio, p. 83

(Fig….) Barrio, op, cit., p. 837

Dunque anche il Laudisio, vescovo di Policastro, si chiedeva quali fossero gli esatti confini in antichità della rinata diocesi Paleocastrense e afferma che le località, quasi tutte calabresi, che nel 1888, erano 15 e non facevano più parte della diocesi di Policastro ma di quella di Cassano Jonico. Il Laudisio scrive che il reale motivo per cui nel 1067 quindici località facessero parte della diocesi di Policastrosi perdeva nella notte dei tempi. Dunque, il Laudisio, sulla scorta di un’antica leggenda che si narrava a Scalea, voleva che le ultime quindici località passarono alle dipendenze della Diocesi di Cassano Ionico. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”. Ma il Laudisio sulla scorta del Barrio (…) parlava dell’origine sibaritica di Scalea.  Sulla questione ci viene incontro lo studioso Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro (96).”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (96) postillava che: “(96) Nei primi dell’inverno del 1067-1068 (non nel 1070- o 1079 come si crede) Benedetto Alfano, arcivescovo di Salerno, nominò vescovo di Policastro il benedettino cavense Pietro da Salerno ecc..”. Dunque, il Campagna, anche sulla scorta di Ebner scriveva che con la Restaurazione della Diocesi di Policastro di cui venne nominato vescovo Pietro Pappacarbone, anche Laeta figura nei toponimi elencati nella “Bolla di Alfano I°”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, in proposito scriveva che: “Difatti, nel 1079, e per poco meno di un ventennio, la parrocchia di Tortora fece parte della diocesi di Policastro, restaurata; probabilmente fino al 1098, quando fu aggregata a Cassano. La diocesi latinizzata di Policastro doveva, così, procedere alla reintegrazione del rito latino, certamente col beneplacido di Ruggero Borsa (187).”. Il Campagna, a p. 241, nella sua nota (187), postillava che: “(187) ……Vedi L. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941; N. Acocella, ‘La figura e l’opera di Alfano I di Salerno’, in “RSS, XIX, 1958. Ancora intorno al 1572 il vescovo di Policastro, Ferdinando Spinelli, ingiungeva ai sacerdoti greci della diocesi di conformarsi al rito latino, in N.M. Laudisio. Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”. Dunque, il Campagna (…), affermava, forse sulla scorta del Guillou (…) che Tortora fu aggregata alla Diocesi di Cassano Ionico nel 1098. Infatti, secondo Andree Guillou (…), nel suo ‘Geografia amministrativa del Katepanato, etc.’, il catepanato di Basilicata o di Lucania fu istituito intorno al 968-970. Dunque, se la ricostruzione storica del Campagna è corretta significa che le ultime quindici località citate nella ‘Bolla di Alfano I°’, aggregate solo in un primo momento, nel 1079 alla Diocesi di Policastro, in seguito, nel 1098 saranno aggregate alla Diocesi di Cassano. Dunque, Orazio Campagna (…), a p. 91, sulla scorta del sacerdote Francesco Russo in proposito scriveva che: “…..nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).” e, nella sua nota (59) postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Dunque, secondo il sacerdote Francesco Russo (…), l’antica Diocesi di Talao (individuata oggi nel territorio di Scalea) nell’anno 1058 papa Stefano IX l’aggregava alla più recente Diocesi di Cassano Jonico o allo Jonio. Il Campagna, forse sulla scorta del Russo (…) scriveva che nell’anno 1058 papa Stefano IX aggregava la nuova restaurata Diocesi di Cassano Ionico a quella metropolita di Salerno e aggiunge che solo dopo l’anno 1098 alcune di queste località come Tortora furono assegnate alla Diocesi di Cassano Ionico. Il Campagna (…), nella sua nota (59) citava Francesco Russo (…) che, nel vol. I, a p. 37 nel cap. I: “La Diocesi di Cassano al Jonio” scriveva che: “Le Diocesi confinanti sono quelle di Rossano, di Bisignano e di San Marco a mezzogiorno, di Anglona e Tursi e di Policastro a settentrione. Il territorio della Diocesi Cassanese è l’unico in Italia, che si estende da un mare all’altro; per cui è stata definita “La Diocesi dei due mari”. Fino al principio del secolo XX, era uno dei più vasti di tutta la Calabria, perchè comprendeva anche il territorio di Maratea, poco a sud di Sapri, e la massima parte dell’attuale Eparchia o Diocesi bizantina di Lungro. Pur così mutilata, conserva tuttavia un’entità notevole, estendendo la sua giurisdizione anche su alcuni paesi della limitrofa Lucania, in Provincia di Potenza; al contrario, diversi paesi della Calabria, che fanno parte civilmente della Provincia di Cosenza, sono aggregati alla limitrofa Diocesi di Anglona e Tursi: incongruenza questa, che si perpetua da secoli e che non si è voluto mai eliminare, malgrado i considerevoli vantaggi, che ne deriverebbero ecc…”.Dunque, in questo passo introduttivo il Russo (…), chiarisce la stratificazione dei confini e delle relative sedi aggregate nei secoli e trasmigrate da una Diocesi all’altra. La notizia dell’aggregazione di alcune nuove sedi vescovili, tutte suffraganee a quella Metropolita di Salerno, tra cui pure la sede restaurata di Cassano Ionico, si aggiunge a ciò che scriveva il vescovo Nicola Maria Laudisio (…), quando raccontava che: “Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. In questo passo il Laudisio (…), chiedendosi il perchè dell’aggiunta delle ultime 15 località alla restaurata sede vescovile di Policastro, raccontava che un’antica tradizione narra dell’antica sede vescovile della città di “Talao” (Scalea) fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località”. Dunque, secondo il Laudisio, nell’antichità le ultime 15 località tra cui pure quelle di Tortora e di Castrocucco, vennero assegnate all’antica sede vescovile di Talao poi soppressa dopo che il primo vescovo fu ucciso non vennero più restituite all’antica sede vescovile di Buxentum. Dunque, secondo ciò che scrive il Laudisio, all’antica sede vescovile di Buxentum (…) vi erano aggregate ache le località di: …………………………..In seguito, fu creata la sede vescovile di Talao a cui furono aggregate le 15 località, ma essa fu subito soppressa perchè il vescovo fu ucciso. Nel 1079, con la creazione della restaurata sede vescovile di Policastro (ex “Buxentum”), le 15 località vennero aggregate alla sede di Policastro ma queste, restarono dipendenti dalla sede di Policastro fino a quando, nell’anno 1098 furono aggregate alla sede vescovile di Cassano Ionico, restaurata nel 1058. Dell’antica sede episcopale Bussentina ho parlato in un altro mio saggio. Ad un certo punto però con la venuta dei primi Longobardi le prime sedi diocesane fondate da S. Paolo scomparvero. Ma cosa accadde nelle nostre terre nei tre secoli successivi fino all’arrivo dei Normanni nel X secolo ?. Le notizie intorno alle prime sedi diocesane, si anno con le lettere di Papa Gregorio Magno. Ma dopo cosa accadde ?. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a pp. 19-20 scriveva che: “6) GAUDIOSO (743)- – Questo Gaudioso però è l’ultimo Vescovo di Blanda, di cui affiori la memoria. Dopo di lui di Blanda si perdono le tracce e sembra più che probabile che sia stata distrutta nella seconda metà del sec. VIII. Non conosciamo le vicende posteriori della sua Chiesa; ma abbiamo ritenuto che, verosimilmente, i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano. Se ciò non si fosse verificato, noi non sapremmo specificare a quale Pastore fosse stata affidata la cura di tutto il litorale tirrenico, che si estendeva da Belvedere a Maratea (10). L’esistenza della chiesa di ‘S. Maria de Episcopio’ in Scalea, consacrata nel 1167, potrebbe costituirne una conferma, perchè il titolo non potrebbe aver altro riferimento all’infuori dell’antica residenza vescovile. Questo titolo infatti non dovette spuntare all’atto della sua consacrazione del 1167, ma, con molta probabilità, dovette provenire dalla vecchia costruzione preesistente, la quale doveva essere adiacente o incorporata all’antico vescovado di Blanda, funzionante in Scalea. Era infatti nella prassi dei Normanni di ingrandire o di restaurare le vecchie chiesette bizantine, dotandole anche con grande generosità. “. Il Russo a p. 19 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Mansi, XII, 369; Ughelli-Coleti, X, 30, che l’assegna a Blera “. Il Russo a p. 20 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. Russo, Storia della Diocesi di Cassano, I, p. 81.”. Dunque, secondo gli studi di Francesco Russo, l’antica diocesi di Blanda – di cui non si hanno più notizie posteriori al 743 dell’ultimo (?) suo Vescovo Gudioso, forse diventava Diocesi di Scalea che a sua volta scomparve per diventare Diocesi di Cassano Jonico.

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fosse stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

L’origine di alcuni centri del basso Cilento che la tradizione vuole dovuta alla fuga dei superstiti della distruzione della città di Velia, l’antica Elea che fuggirono nei luoghi interni della Lucania come Rivello

Da Wikipedia, alla voce di “Rivello” leggiamo che a differenza di quanto si possa pensare, l’attuale borgo sorge di fronte il nucleo insediativo originario che si era sviluppato alcuni secoli prima sulla collina di Serra Città. Quest’ultimo, dice la leggenda, sarebbe scomparso a causa di un’invasione di formiche giganti e l’odierno abitato si sarebbe costituito tra il VI e VIIII secolo d.C. Più o meno nello stesso periodo era stata distrutta sulla costa campana, ad opera dei pirati saraceni, la città di Velia, la vecchia Elea greca dove era sorta la scuola filosofica di Parmenide che da essa aveva preso il nome. Osservando lo stemma del paese si legge la scritta: “Iterum Velia Renovata Rivellum” (VeIia di nuovo ricostruita è Rivello), nonché sul frontespizio della chiesa di San Nicola un’altra iscrizione riporta: “Olim Velia, Nunc Renovata Rivellum”. Questi fatti fanno dunque pensare che i Velini fuggiaschi avrebbero fondato “Re-Velia”, come risulta chiamato il paese nel primo documento ufficiale risalente all’XI secolo (Bolla di Alfano I arcivescovo di Salerno – 1079, atto costitutivo della diocesi di Policastro). Resistono ancora nella toponomastica (“Fonte dei Lombardi” e “Piazza dei Greci”), riferimenti alle due etnie contrapposte, che diedero vita alla città: longobardi, sicuramente stanziatisi a seguito delle invasioni barbariche, e greci, probabilmente provenienti, a seguito della sua distruzione da parte dei Saraceni, dalla vicina Velia da cui si dice derivi il nome moderno (Rivello ovvero Re-Velia). Difatti, il motto del comune recita ancor oggi “Iterum Velia renovata Revellum” (Una volta Velia, rinnovata in Rivello). Un’altra probabile origine etimologica del nome, va ricercata in una formazione del tipo iterativo “Re + Vallare” cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo Revallo; dall’analogia con “ripa”, “riva” (che darebbe la forma intermedia Rivallo) potrebbe aver portato, per metafonia A>E, alla forma Rivello. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc... Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.“.

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, proseguendo il suo racconto sulla visita a Rivello, parla di antiche e numerose rovine tanto da fargli dubitare che l’antica città di Blanda non fosse a Maratea da ubicarsi ma a Rivello. l’Antonini (…), a p. 441, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ne libri dè battezzati della Parocchia di S. Maria del Poggio, dopo il fol. 13, si trova una ricevuta che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati nove, e tre tareni al Clero di Rivello per otto Preti Greci.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, (nel 1700, dunque, molto prima dell’Antonini e del Laudisio), a p. 6 parlando di Policastro ai tempi dell’antica romana Buxentum (Bussento), a p. 7, in proposito  scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) (Figg. 1) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

(…) (Figg….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (Archivio digitale Attanasio)

(…) Troyli P. P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53

(…) Plinio il vecchio, Historia naturalis, libro III, 72. Gaio Plinio Secondo (Gaius Plinius Secundus), conosciuto come Plinio il Vecchio. Si veda anche: Plinio il Vecchio, Historia naturalis, 70 d.C., circa, Napoli, Biblioteca Nazionale, MS, V. A.,3., ristampato a Firenze nel 1465.

(…) Tolomeo Claudio, ‘Geographia’, tab. VI Europa (III, 1, 70)

(…) Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, cap. 20, 5-6. L’Ebner dice che Livio parla di un ‘Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19

(…) Alberti Leandro, “Descrittione di tutta l’Italia, et isole pertinenti ad essa. Di fra Leandro Alberti bolognese. Nella quale si contiene il sito di essa,l’origine, & le signorie delle citta, & de’ castelli; co’ nomi antichi, & moderni; i costumi de popoli, & le conditioni de paesi”; Stampatore: Paolo Ugolino; Venezia, 1596

Jaffé-Loewenfeld

(…) Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888 (Archivio digitale Attanasio)

(….) BINII, SEVERINI (SEVERIN BINIUS; SEVERINO BINI)
Concilia Generalia et Prouincialia (Provincialia) graece et latine quae reperiri portuerunt omnia. Item epistolae decretales, et Romanorum Pontificum vitae.Opera et studio… Codicibus inter se collatis aucta & recognita, notis illustrata, et historia methodo disposita. Opus nunc primum in Gallia diligentius quam antea & accuratis editum… in tomus nonus distributum; Indicibus item suis locupletatum: uno Rerum verborum & Pontificum, Epistol. decretalium & Conciliorum, ordine alphabetico dispositorum; altero locorum Sacrae Scripturae.
(…) Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 Laudisio trae la notizia da:  “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736”

(…) Jaffé-Ewald. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) postillava e citava “Jaffé-Ewald”. Il Regesta Pontificum Romanorum è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198, pubblicata la prima volta a Berlino nel 1851, dallo storico e filologo tedesco Philipp Jaffé. L’edizione del 1851 è stata riveduta, corretta ed ampliata in due occasioni:

  • nel 1885-1888 da S. Loewenfeld, F. Kaltenbrunner e P. Ewald
  • recentemente da Klaus Herbers in un’opera di cui, finora, sono usciti i primi tre volumi, che coprono il periodo dagli inizi fino al 1024.

Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé.

(….) CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899. Il Lanzoni per il vescovo Iulianus cita (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899.”. Il CIL raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia).

(…) Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 ( rist.), pp. 371-372, oppure ed. Berolini, 1935, p. 371. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (vedi nota 70 che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I).

(…) Baumund P.M., Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385

(…) Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581.

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888; Tip. Buona Stampa, 1888, Cimitile (Archivio Attanasio).

(…) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(…) Lenormant Francois, La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant, Vol. I, Cosenza, ed. ‘Casa del Libro’, dott. Gustavo Brenner, 1961 (citato da Gay J., op. cit., a p. 270, si veda p. 308 (Archivio Attanasio)

(…) Anastasi Bibliotecarii, De Vitis Romanorum Pontificum a B. Petro Apostolo, ad Nicolaum I. Romae, Salvioni, M DCC XVIII in 4.

(…) Bernino Domenico, L’Historia di tutte l’Heresie descritta da Domenico Bernino, Roma, Stamperia Bernabò, 1719 (Archivio Storico Attanasio), si veda vol. II, secolo 8, pag. 399 (noi però abbiamo trovato il paragrafo che parla di Papa Paolo I, nel vol. II, secolo VIII, p. 191).

(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (…), p. 136 nota (c); Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di ‘Paleocastren’. Il Cappelletti (…), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.

(…) Romanelli Domenico, Antica topografia istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, p…

(….) Antonini Giuseppe, La Lucania – discorsi, discorso XI, parte II, ed. Tomberli, Napoli, 1797.

(…) Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII, p. 199. L’antico testo di Mario Nigro o Dominicus Marius Niger, Veneto, commenta il libro XI della Geografia di Strabone (Archivio digitale Attanasio)

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(Figg…..) Filippo Cluveri(o), ‘Italia antiqua’, 1624, p. 1263 (…)

(…) Filippo Cluverio, Italia antiqua, 1624, Lugduni Batavorum, Elsevier, 1624, II, p. 1263, parla di Porto de Sapri e di Blanda. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca.

(…) Holstenius (Olstenio) Lucas, (Note  all’Italia antiqua di Cluverio (18)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22  e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’. Si veda pu- re: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942.

(…) Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 17.

(…) Duchesne Louis, I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, stà in Barni Gianluigi,  I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383 (Archivio Attanasio)

(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 (Archivio Attanasio)

(…) Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968 (Archivio Attanasio)

Lanzoni Giuseppe, Le origini delle Diocesi d'Italia

(…) Lanzoni Francesco, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323 (Archivio digitale Attanasio)

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, 12 voll. Roma, ed. G. Gesualdi, 1974-1993; Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, 1974, si veda I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.

(…) Russo P. Francesco, Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968 (Archivio Attanasio, vol. III)

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Attanasio).

(…) Magaldi Emilio, Lucania Romana, ed. Istiituto di Studi Romani, Roma, 1917, vol. I-II (Archivio Attanasio)

(…) Duchesne Louis, I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde), in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365–399 (cfr. p. 367), stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370.

(…) Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581; su Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di ‘Pyxous’, in Tancredi, p. 18)

(…) Gregorio Magno papa, Registro Episcopale, scritto tra il 590 e il 604; si veda anche: Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(…) Gregorio Magno papa, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(…) Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…)

(…), Gagliardo Carlo, (…) Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; “cfr. Laudisio (vedi versione a cura del Visconti), op. cit.,  p. 20, nota (f)”.

(…) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15

(…) Fimiani, De Ortu et Progressus metropoleon Ecclesiasticorum, Napoli,

(…) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574; Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”.

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Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso. Il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli –  in questo primo suo studio (…), fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Il Gaetani, aveva pubblicato altri suoi studi teologici. E’ stato Bibliotecario dell’Archicio Diocesano di Policastro Bussentino al tempo del Vescovo Cione. In seguito pubblicherà altri scritti sulla storia di Torraca e quindi di Sapri: “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca” (…), nel 1906 e poi nel  1914, il saggio su “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” (…), ambedue ristampati a cura della nipote Rossella Gaetani. Buona lettura. Il Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito:

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Traducendo il testo del manoscritto del Mannelli (…), le cui pagine inedite, ho pubblicato ivi, in un altro mio saggio, in originale, il Gaetani (…), da p. 17, inizia a parlare della bolla di Alfano I, citando l’Antonini (…), dove parlava della rinata Diocesi Paleocastrense. Il Mannelli (…), a p. 17, secondo il Gaetani, scriveva che: “Basta leggere la lettera di Alfano, anzi la sola intitolazione, ecc…” (si veda fig….).

(…) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, 1906; sulla scorta di questa notizia, il Tancredi (Tancredi L., Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e antica’. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); e, Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (6) che ricopiò da un’esemplare di Scipione Volpicella; in particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano I (…), la cita allo stesso modo del Mannelli (…), riportandone solo l’intestazione.

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Attanasio)

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(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848,  a p. 538 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

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(…) De Rosa Gabriele, Vescovi popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174 (Archivio Attanasio)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio)

(…) Bernino Domenico, Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino, Roma, 1709

(…) Delahaye M., Synax Costantinopolitani della Vergine, (scrive Ebner a p. 587, vol. I) si veda col. 511, 5 marzo: “ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron. Martire 4 marzo, col. 509: O aghios.”.

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

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(…) Tancredi Luigi, Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, pp. 19, 23 e 34 (Archivio Attanasio); si veda pure Tancredi Luigi, Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e si veda pure Tancredi Luigi, nel pubblicare il documento notarile (2) al posto di Velia, riporta “Avenia, p. 23.

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

(…) De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963

Pomponio Mela mappamondo xilografia veneziana 1482

(…) Pomponio Mela, De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (35), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV. Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione dall’originale del testo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Monaco in Austria.

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(…) Beguinot Corrado, Il Cilento, problemi urbanistici, (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cilento Nicola, Le incursioni saraceniche in Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, …….; dello stesso autore si veda pure: ‘I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X’ – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.

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(…) Carucci Carlo, La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato, Storia diplomatica, Subiaco, ed. Tipografia dei Monasteri, 1934 XII (Archivio Attanasio)

(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Attanasio).

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’, ed. G. Caldo, Napoli, 1964, p. 7; dello stesso autore si veda pure: ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ITEA, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, a. XII (1951), 1-4, pp. 93-108; dello stesso autore si veda pure: ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro’, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, IV, 1934 (Archivio Attanasio).

(…) D’Auria A., L’omicidio di mons. Marchese dei feudatari di Camerota, stà in “Annali Cilentani”, a. XIII, n. 2, Luglio-Dicembre 2001, pp. 179-208 (Archivio Attanasio)

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della Memoria, luoghi e leggende, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2007, p. 234 (Archivio Attanasio

(…) Cardinale Sirleti (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Il Sirleti (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177 (vedi nota (51), di Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’.

(…) Cappelletti Giuseppe, Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp…….

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi“, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

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(…) Acocella Nicola, La traslazione di San Matteo, stà in ‘Documenti e testimonianze’, ed. Di Giacomo, Salerno, 1954 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, Ente per le Antichità e i Monumenti della Provincia di Salerno, Salerno, 1963 (Archivio Storico Attanasio), Parte II, p. 7 (su S. Matteo). Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”

(…) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i ‘Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.

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(Fig…) La ‘Lucania Sconosciuta’, Capo XI, manoscritto inedito di Luca Mannelli (…).

(…) (Fig….) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine dell’ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sconosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato a Napoli, alla Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Il manoscritto inedito di Luca Mannelli, ‘Lucania sconosciuta’ ( di cui pubblichiamo una delle pagine del Capo XI, illustrato in Fig. 4), ci parla della storia della Lucania ed in particolare al Capo XI del Libro II, ci parla di Camerota e della storia dell’antica Bussento e di Policastro. Recentemente abbiamo ottenuto la fotoriproduzione digitale delle dieci pagine contenute nel Libro II del Capo XI del manoscritto ‘Lucania Sconosciuta’ del Mannelli, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli con la seguente collocazione: BNN, Ms. XVIII.24, che abbiamo pubblicato integralmente su un altro nostro studio ivi: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli” e a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. L’Ebner (5), nel suo saggio  Pietro da Salerno e il monachesimo Italo-greco nel Cilento, a p. 92, nella nota (4), afferma che nel manoscritto del Mannelli, si parla e si cita la bolla di Alfano I, nei ff. 23 e 42 è ripetuto ricordo della bolla e nel II (v. Policastro): “Per lo che Alfano concedendo alle preghiere di quel Popolo per primo Vescovo Pietro Pappacarbone come nella sua bolla, che dianzi accennai si legge.”. Il manoscritto del Mannelli, è stato trascritto sia dal Gatta (14) che dal Gaetani (9). Nel Gaetani (9), troviamo il passo del Mannelli, citato dall’Ebner (5), a p. 23.

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(…) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, (cap. XIV, p. 29; si veda pure dello stesso autore: ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, Lauria, Tip. Editrice Francesco Rossi & figli, 1934 (Archivio Attanasio)

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(…) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’ ( a cura di A. La Greca, A. Capano, D. Chieffallo, G. Chirichiello), ed. Cento di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2013, p. 42 (Archivio Attanasio).

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Attanasio)

(…) Crisci G. e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.

(…) Mosca Gaspare, De Salernitanae Ecclesiae Episcopis et Archiepiscopis catalogus, Neapoli, 1591

(…) Scandone Francesco, Documenti per la storia dei Comuni dell’Irpinia, vol. I, Avellino, 1956

(….) Chioccarelli Bartlomeo, ‘de Episcopis et Archiepiscopis Neapolitanis’

(….) Crispo Anna, ‘Antichità Cristiane della Calabria prebizantina, in A.S.C.L., XIV, 16

(…) Di Luccia P. M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (23) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(…) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA

(…) (Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (22) e dal Cataldo (23). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (24) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (2), a p. 154, alla nota 4 (nota 1) e, pare che trae questo antico documento dal Canonico Giuseppe Menta, che troviamo citato su un antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Riguardo poi al documento in questione, ne parla anche il Cataldo (23), che, nelle sue note (p. 19, nota n. 71) in proposito scrive che il documento è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Infatti, per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, si veda pure Cataldo (16). Il documento è citato anche dal Tancredi in Sapri giovane e antica (3), p. 19, che nella sua nota (1) dice: (1 – Cfr. Platea della Badia di S. Giovanni a Piro, pag. 137 MS.). Il Cataldi (…) affermava che l’antico documento notarile manoscritto del 1695-96 (5), è conservato all’Archivio diocesano di Policastro (…) e, pare che il Gaetani (…), l’abbia tratto dal Canonico Giuseppe Menta – suo carissimo amico – ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”. Il Laudisio non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: “ come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “.

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(…) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Magaldi scrisse detta relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, con Sindaco il dott. Nicola Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti.

(…) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Autore (Archivio Attanasio), p. 29; si veda pure: Cataldo Giuseppe, Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (2), si veda p. 19, nota 71.

(…) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA

(…) Loppel Sergio, Ricerche subacquee -Sapri archeologica, stà in ‘Mondo Archeologico’, 1976, pp. 24-25, n° 7 (Archivio Attanasio)

(…) Fulco Aleardo Dino ‘Blanda sul Paleocastro di Tortora’, edizioni Grafiche Moderne, Scalea, 1976 (Archivio Attanasio)

(…) Nissel Heinrich, Italianische landeskunde, vol. II, ed. Weidmannsche Buchhandlung, Berlino, 1902; Ebner parlando di Scidro lo cita e dice vol. II ed. 1899-1902, p. 898, ecc..ma sarà una diversa edizione perchè p. 898 non c’è nel mio testo che arriva fino a p. 480; nella mia Relazione (1) nella nota (42) postillavo che: “Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22 e, (43) Mommsen, CIL, X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da Russi A. in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. Lucania,

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