Gli studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale e, non solo, metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo storico meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulla nuova Latinizzazione in epoca Normanna ed in particolare la figura di “Arnaldo”, il vescovo che successe a Pietro Pappacarbone nella ricostruita Diocesi di Policastro.
Nel XI sec., le Diocesi ai tempi dei primi Normanni
Sulle Diocesi in Calabria e nel Cilento, Nicola Acocella (….), nel suo “La figura e l’opera di Alfano I di Salerno (sec. XI)”, (si veda “Salerno Medievale ed altri saggi” a cura di Antonella Sparano), a p. 44, in proposito scriveva che: “A Policastro, una delle sedi di più recente istituzione (o, meglio, ricostruzione, perchè l”ecclesia Buxentina’ è già ricordata in antico), Alfano prepose come vescovo, nel 1079 o anche prima, un santo monaco cavense, Pietro Pappacarbone (110). Questi era stato designato dalla volontà del clero e del popolo e dal principe Gisulfo; ed Alfano, seguendo la norma indicata dal papa Stefano, ratificò l’elezione con un lettera indirizzata al clero e al popolo di Bussento (111). La scelta dei presuli per le diocesi suffraganee da parte del Nostro fu sempre ispirata a criteri di superiore valutazione morale e religiosa, come è lecito dedurre da qualche altro documento relativo a nomine da lui effettuate. L’integrità della circoscrizione ecclesiastica dell’Archidiocesi rimase fuori discussione finchè strutturalmente saldo il Principato longobardo. Allorchè questo venne rapidamente sfaldandosi, anche l’unità giuridica dell’Archidiocesi venne chiamata in causa. S’è già accennato che Alfano tentò di ovviare a questo moto centrifugo facendo proclamare di nuovo da Alessandro II e da Gregorio VII l’antica sudditanza di Conza a Salerno, contro il tentativo di sottrarnela. Ma la forza centrifuga prevarrà, in seguito alla scomparsa del Principato longobardo: Acerenza e Conza assurgeranno anch’esse al rango di archidiocesi, e nel 1099 saranno solo nominalmente riaggregate a Salerno, proclamata allora sede ‘primaziale’ (112): i vescovadi di Bisignano, Malvito, Cassano (di Calabria) saranno assoggettati direttamente a Roma; quello di Martorano aggregato a Cosenza, anche essa elevata ad archidiocesi; Nola sarà attribuita a Napoli. A questo fatale processo di aggregazione non assistette Alfano; perchè, anzi, egli tentò di rendere maggiormente articolata la distribuzione dei vescovadi della sua Archidiocesi, continuandosi ad avvalere – come s’era fatto negli anni precedenti – della facoltà, davvero singolare ma non eccezionale in quei tempi, di creare nuovi vescovati. Erano le conseguenze delle speciali clausole inserite nelle bolle di Leone IX e di Stefano IX. Due vescovati creò certamente Alfano; forse anche un terzo. Prima fu la volta di Sarno: marzo 1066. Eretta la diocesi ecc…(113).”.
Le notizie e l’origine di alcuni documenti d’epoca Normanna
Molte notizie storiche sui luoghi e feudi del basso Cilento ci giungono attraverso alcuni documenti prodotti nelle diverse Cause o liti pendenti dal secolo XV in poi, a seguito degli acquisti dei diversi feudatari succedutisi. Le donazioni e privilegi Normanni di cui abbiamo accennato, furono oggetto di revisione storica ed economica, proprio a causa di quelle liti. Sull’origine di alcune notizie storiche su Rofrano e su Roccagloriosa e, su i suoi monasteri, le origini di un testamento del conte Manso o Mansone, riferita dall’Antonini e dal Laudisio, poi in seguito ripresa dal Cataldo, dal Romaniello ecc…, devo precisare che essa deriva da alcuni documenti che fin dal 1434 furono presentati davanti alla Real Corte della Sommaria per liti pendenti fra le Università del luogo (Rofrano, Roccagloriosa) contro i vescovi di Policastro per le loro indebite usurpazioni, di cui parlerò in seguito. Le liti con la curia vescovile di Policastro ed i Capece e i Tosone. Nel 2013, mi recai presso l’Archivio Arcivescovile di Policastro dove il bibliotecario don Mario Scapolatempo mi fece fotocopiare il testo: “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune id Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (….) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. Il De Micco (….), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; veniva ancora nell’altro giudizio del 1687 innanzi al Vescovo di Marsico esaminato e tenuto a base dei diritti contestati fra Roccagloriosa ed il Seminario, e venuti infine nello stesso modo formalmente riconosciuto nel giudizio contro il Barone Paolo Tosone nel 1697 innanzi al S. R. Consiglio. Ecc…”. Dunque, il De Micco riassumendo alcune liti o cause civili pendenti dal 1434, scriveva che i documenti di cui abbiamo parlato si desumono dagli atti di queste liti. Per quanto riguarda uno dei due documenti, ovvero il testamento di Manso, il De Micco (….), nella sua relazione, a p. 6, in proposito scriveva che: “3°. Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio Politico, fra le ‘scritture della Curia del Cappellano Maggiore’, e proporiamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Iannis De Afflicto Baronis Roccaegloriosae contro D. Dominicum de Afflicto cessionarium terrae prae Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1° pandetta 2° N. 220”. Dunque, il De Micco trae il testamento di Mansone dalla causa civile del Barone D’Afflitto contro la curia vescovile di Policastro. Sempre il De Micco (….), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “Sono queste le precise parole della Corte: “Detto testamento è estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio politico, tra le scritture del Cappellano Maggiore e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis de Afflicto Baronis Roccagloriosae contra praedictae et reverendum Seminarium Policastrensem’ 1753, vol. I pandetta 2 n. 270.”. Il De Micco, a p. 71, in proposito scriveva che: “Tal testamento si legge di essere scritto da Cioffo Reipublicae notario e di esserne presente l’originale nella Curia Vescovile di Policastro da Matteo d’Afflitto con podestà di restituirne la copia, e a 23 marzo 1589 di essersi intimata la stessa al Sindaco di Roccagloriosa.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435 parlando di Rofrano e, sulla scorta del Ronsini (….), in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc…”. Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Pietro Ebner (….), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, scrivendo sulla vasta tenuta del Centaurino, forse già antica e longobarda donazione all’Abbazia di Rofrano, era fra i “…i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89).”. L’Ebner, nella sua nota (89), dice che: “(89) V. D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Ebner, sulla scorta delle sentenze e delle liti fra i feudatari e la curia di Policastro chiariva alcune notizie rimaste frammentarie circa alcuni documenti esaminati in questo saggio. Ebner, sulla scorta del Ronsini scriveva che furono proprio questi atti dei processi intentati dai vari feudatari o università (antichi Comuni) di Rofrano e di Roccagloriosa contro i vescovi di Policastro che fecero conoscere alcune notizie sulle origini dei monasteri a Roccagloriosa. Secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda” ma, ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Ebner, parlando di Rofrano scrive diverse notizie molto diverse da quelle che sono state dette da Romaniello, dall’Antonini, dal Laudisio. Ebner, cita il Ronsini (10) che, nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 redatto e stipulato dal Notaio Mansione. I registri di don Placido Tosone, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro.
Il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (20), a p. 113 (Archivio Storico Attanasio), il ‘Cap. XII della Bonatenenza’, parla della Causa con i Capece e cita anche Lanario, una Sentenza di Nicola Siano, in cui erano convenuti i Capece.

Gli antichi documenti Normanni, riguardando molte donazioni Normanne a diversi Monasteri ed Abbazie del luogo, essendo queste, insieme ai loro beni, date in seguito in commenda, furono citati e oggetto di liti e cause vertenti tra la Curia ed i Comuni limitrofi, come ad esempio la causa vertente e sorta tra l’episcopio di Policastro ed il Comune di Rofrano, citata dal Gaetani (….). Riguardo le cause vertenti e sorti tra l’episcopio di Policastro ed il Comune di Rofrano, il Gaetani (….), citava un lavoro del canonico Giuseppe Menta (19): “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento, citato dal sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici del Comune di Torraca”, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), postillava che: “….il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. (….). Alcuni di questi documenti che attestano antiche donazioni normanne furono fatte valere nei processi pendenti tra alcuni feudatari che acquistarono alcuni feudi o luoghi contro la curia Vescovile della Diocesi di Policastro che aveva usurpato alcuni beni non ecclesiastici come ad esempio la tenuta allodiale detta di “Cannamaria” (Centaurino) che il vescovo di Policastro Antonio Santonio che, nel 1615 inglobò nei beni del Seminario Vescovile a Roccagloriosa. Infatti, Pietro Ebner (…..), riguardo quest’altra lite, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Riguardo invece le liti tra il Seminario Vescovile di Roccagloriosa e quindi tra la Curia Vescovile di Policastro che ne curava gli interessi contro il Comune di Roccagloriosa, il sacerdote Romaniello Agatangelo (16) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”.
Nel …….., Arnolfo, vescovo di Cosenza
Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio – vol. primo dalle origini al 1500”., a pp. 193-194 e ssg., in proposito scriveva che: “Coll’avvento dei Normanni si apre un nuovo capitolo della storia calabrese, non solo in campo politico ma anche in campo religioso. …..Il primo a sperimentare i metodi sbrigativi del Guiscardo fu proprio il Metropolita greco della Calabria, Basilio, Arcivescovo di Reggio, al quale fin dal 1079 fu imposto di riconoscere la supremazia del Papa e il passaggio al rito latino. Poichè questi vi si oppose decisamente, il Duca lo scacciò da Reggio e, al suo posto – col consenso di Gregorio VII – pose Arnolfo, di evidente origine normanna (1). Questo però è l’unico caso, che attesti l’azione diretta del Guiscardo nell’estrema parte meridionale della Calabria e ciò in base all’accordo intervenuto col fratello Ruggero, per il quale il governo delle città toccava per metà all’uno e per metà all’altro. Abbiamo un’abbondante documentazione sull’opera da lui svolta, anche in campo religioso, nella valle del Crati, che era alla sua diretta dipendenza. Qui gli fu molto più facile raggiungere i suoi obiettivi, data la posizione della zona, posta ai confini con la Longobardia. Il fatto è che noi troviamo un Arcivescovo latino a Cosenza, di nome Arnolfo, fin dal 1056, anno della morte di Pietro, che probabilmente era di rito bizantino (2). Malvito, Chiesa di origine e di tradizioni latine, ricorda un Vescovo, di nome Lorenzo, nella consacrazione di S. Maria della Matina nel 1065 (3). Le cose invece procedettero in modo diverso per la Chiesa di Cassano. Questa infatti fu suffraganea di Reggio fino all’avvento dei Normanni; ma, in seguito alla conquista della Valle del Crati da parte del Guiscardo, fu data come suffraganea a Salerno, con la bolla di Stefano IX, del 24 marzo del 1058.”. Il Russo, a p. 194, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Il Papa infatti dà all’Arcivescovo di Salerno, Alfano, il potere di ordinare vescovi e preti “in Cosentia….et Visinianensi episcopatu et in Malvito….et in Martirano….et in Casiano”, che sono tutte Diocesi appartenenti alla Valle del Crati.”.
Dal giugno 1060 al 1078, Arnaldo nominato vescovo di Tricarico e la discussa bolla di Godano, Arcivescovo di Acerenza
Riguardo la Diocesi di Acerenza ai tempi dei Normanni di Roberto il Guiscardo e del Vescovo Arnaldo è interessante ciò che ha scritto padre Francesco Russo (….), nel suo “La Diocesi di Tricarico nel primo millenario della fondazione”, a p. 7, in proposito scriveva che: “Con la battaglia del 1048, combattuta sotto le mura di Tricarico da Roberto il Guiscardo contro i Bizantini, la città fu definitivamente tolta ai Greci e incorporata nel Ducato normanno di Puglia e Calabria. Il Guiscardo comprese l’importanza strategica di Tricarico e vi fece costruire la maestosa torre cilindrica ecc…I Normanni crearono prima la Contea di Montescaglioso, incorporandovi anche Tricarico; ecc…”. Poi continuando il suo racconto a pp. 17-18: “Con l’avvento dei Normanni e precisamente nel 1059, Tricarico passa ufficialmente al rito latino: il suo Vescovo greco fu deposto, perchè neofito (probabilmente convertito dal giudaismo) e, con lui, fu deposto anche il Vescovo di Montepeloso – oggi Irsina – perchè adultero ed eletto simoniacamente. La Chiesa di Tricarico fu allora aggregata, come suffraganea – alla metropolia di Acerenza, che vi mandò, come primo vescovo latino, un menbro del suo Capitolo, di nome Arnaldo. Nell’anno seguente Godano, Arcivescovo di Acerenza, nella sua qualità di Metropolitano, e Arnolfo, Arcivescovo di Cosenza, nella veste di Vicario del Papa Nicolò II, riuniti a Tursi, determinarono i confini della Diocesi di Tricarico, alla quale aggregano temporaneamente quella di Montepeloso. L’autenticità della relativa bolla di Godano, datata da Acerenza giugno 1060, Indizione XIII e diretta ad Arnaldo, primo vescovo latino di Tricarico, è stata difesa da Mons. Antonio Zavarroni, ma negata da Alessandro Di Meo e da altri storici moderni. Crediamo tuttavia che – anche ammessa la sua falsità – non per questo siano da ritenere falsi tutti gli elementi, in essa contenuti, che, per altro, trovano conferma nei documenti pontifici posteriori.”. Dunque, il Russo scriveva che nel 1060, Arnaldo, un sacerdote o un monaco ‘membro del capitolo’ della Arcidiocesi e Metropolia di Acerenza, nel 1060 divenne il primo vescovo latino della nuova Diocesi di Tricarico. Secondo il Russo queste notizie si desumono dalla discussa “bolla di Godano” del 1060, ovvero la lettera indirizzata ad Arnaldo da Godano Arcivescovo di Acerenza. Il Russo continuando il suo racconto a p. 18 scriveva che: “In realtà i paesi, le chiese e i monasteri, ricordati nella bolla di Godano, ricorrono poi nelle bolle di conferma di Arnaldo, Arcivescovo di Acerenza, del 1097, nonchè dei Papi Alessandro II del 13 aprile 1068, di Pasquale II del 16 giugno 1102, di Callisto II del 7 ottobre 1123, ecc…”. Inoltre, il Russo, nella sua “Serie dei vescovi di Tricarico”, a p. 30 scriveva che: “ARNALDUS 1060-1078”. Il Russo, a p. 29, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Ughelli-Coleti, Italia Sacra, VII, 144 ss. 198; Migne, P. L., 1943; Racioppi, II, 220-221; Zavarroni, Esistenza e validità dei privilegi Normanni alla chiesa cattedrale di Tricarico, Napoli, 1749.”. Da Wikipidia, alla voce Diocesi di Acerenza leggiamo che nel 1059 il vescovo Godano o Gelaldo partecipò al concilio di Melfi nel quale si distinse; per questo ottiene il titolo di arcivescovo. Questa notizia comunque non è confermata; infatti secondo altre fonti Acerenza divenne arcivescovado sotto papa Leone IX o sotto papa Niccolò II. Il 13 aprile 1068 papa Alessandro II emanò una bolla, diretta ad Arnaldo, arcivescovo di Acerenza, con la quale istituì una nuova provincia ecclesiastica comprendente, fra le altre, le diocesi di Venosa, Potenza, Tricarico, Montepeloso, Gravina, Matera, Tursi, Latiniano, San Chirico, Oriolo, lasciando sotto il controllo diretto della Santa Sede Montemurro e Armento. Sul Vescovo “Arnaldo” ha scritto anche Biagio Cappelli (….), nel suo “Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-Lucano”, a pp. 258-259, in proposito scriveva che: “Latinianon appare in una carta generalmente ritenuta di dubbia autenticità, a della quale non è stato possibile provarne la falsità in modo assoluto (12). Carta che sarebbe stata rilasciata da papa Alessandro II ad Arnaldo arcivescovo di Acerenza nel 1068 (13) nella quale Latinianon, insieme ad altre località nell’attuale Basilicata, viene menzionata, con Gravina, Matera, Tricarico, Tursi ed altre, come sede vescovile dipendente dalla chiesa acerentina.”. Il Cappelli, a p. 272, nella sua nota (12) postillava che: “(12) A. Di Meo, Annali critico-diplomatici etc., ad. ann. 1068; I Gay, op. cit., p. 514.”. Il Cappelli, a p. 272, nella sua nota (13) postillava che: “(13) F. Ughelli, Italia sacra, 2° ed., Venetiis, 1721, VII, p. 3.”. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali critico-diplomatici etc…”, vol. VIII, a p. 83, per l’anno 1068, in proposito scriveva che: “Famosa per le controversie è la Bolla di Alessandro II. in cui dicesi ‘Arnoldo’ consacrato in quest’anno Arcivescovo di Acerenza:

Riguardo la bolla del 1060 di Godano, Arcivescovo di Acerenza ad “Arnaldo”, primo vescovo nominato della nuova Diocesi di Tricarico ha scritto, padre Francesco Russo (….), nel suo “L’organizzazione ecclesiastica in Lucania alla fine del dominio bizantino e all’inizio di quello Normanno (sec. X-XI)- estratto da “Giacomo Racioppi e il suo tempo”.”., dove, a p. 350 parlando di Acerenza, in proposito scriveva che: “Il Racioppi perciò conclude che l’elevazione a sede metropolitana cade tra il 1074 e il 1080 (26). Se ciò è vero l’autenticità della bolla del 1060 di Godano, preteso arcivescovo di Acerenza, va per aria, malgrado i sottili argomenti di Mons. Zavarroni nel difenderne l’autenticità. La stessa cosa deve dirsi della bolla di Alessandro II del 1068, in cui vengono ricordate le suffraganee di Acerenza.“. Il Russo (…), a p. 350, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, 217.”. Infatti, il Racioppi giudica di dubbia autenticità, figura sempre il Vescovo Arnaldo. Racioppi a pp. 217-218, parlando di “Arnaldo” e di Acerenza, in proposito scriveva che: “Il dato cronologico sarebbe pertanto accertato, se lo Zavarroni, vescovo di Tricarico, non avesse pubblicata una bolla del 1060 data da un arcivescovo a nome Godano di Acerenza al vescovo Arnaldo di Tricarico; e se nell’Ughelli stesso non fosse la famosa bolla di Alessandro II, del 1068, all’arcivescovo Arnaldo di Acerenza con l’indicazione di gran numero di chiese suffraganee (2). La prima del 1060, che avremo occasione di riferire fra breve, è ritenuta un’impostura manifesta dal critico Di Meo (3). La seconda, famosa per le controversie che suscitò pei Tribunali nell’anti-passato secolo, è pubblicata in miglior lezione dal Di Meo stesso; che dopo averla corretta sul luogo, cioè presso l’archivio episcopale acheruntino, conclude sembrargli per lo meno “spuria” (1). Ecc..”. Il Racioppi, nella nota (3) postillava: “(3) Annali, ad ann. 1060, n. 5”. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali etc…”, per l’anno 1060, vol. VIII, a pp. 17-18-19 parla di questa bolla ed in proposito scriveva che: “5. Mons. Zavarroni pubblicò con sue note una lunga Bolla di ‘Godano’, Arcivescovo di ‘Acerenza’, ad ‘Arnaldo’, da lui sagrato Vescovo di ‘Tricarico’. In essa dice Godano, che bene ‘Constitatum hoc. frater Arnalde, Apostolica tibi autoritate conficere, ect…”. Dopo aver trascritto l’intera bolla il Di Meo scriveva che: “ann. Inc. MLX. mense Junii,Ind. XIII. Aggiunge il Zavarroni, come se stato fosse presente, che nel Concilio di Godano in Tursi, concorsero i Vescovi di Puglia, e Calabria, e furono prescritti, reintegrati, e stabiliti i limiti di più Diocesi, finora varj, per essere stati i luoghi ora in mano de’ Greci, ora in man de’ Latini. Ecc…,e, lo assoggettò ad Acerenza, innalzata ad Arcivescovado da’ Greci dal 978. Quì si che sproposita, Acerenza e, Monte Pisolo erano in dominio del Principe di Salerno, che non poteva riconoscere un Arcivescovo in Acerenza, il cui Vescovo era suffraganeo di Salerno, quale il vedemmo ancora nel 994, e come tale era nel 1051. Ecc..”. Sempre il Di Meo, riguardo la bolla di Godano del 1060, in proposito scriveva che: “Si rapporta ancora l’Inventario, fatto nel 1588. da Mons. Santonio, in cui notasi, ‘Bulla descriptionis Dioecesis Tricaricen, facta ab Arnaldo Archiepiscopo Acheruntino de anno 1060’. Ma che ha che fare ‘Arnaldo’ con Godano ? Rispondono, che si errò, leggendo Arnaldo per Godano. L’impostura fu ritoccata. Ecc…”. Dunque, il Di Meo citava Mons. Santonio. Il Di Meo si riferiva a mons. Sartonio (….), ovvero Giovan Battista Santonio (….), ed il suo “Visitatio Illustrissimi, et reverendissimi domini Joannis Baptistæ Santonio episcopi Tricaricensis” : anno 1588-89, recentemente ripubblicato da Giuseppe Filardi nel 2018.
Nel 1071, Arnaldo o Arnoldo, arcivescovo di Acerenza figura alla cerimonia di consacrazione dell’Abbazia di Montecassino
Francesco Russo (….), nel suo “L’organizzazione ecclesiastica in Lucania alla fine del dominio bizantino e all’inizio di quello Normanno (sec. X-XI)- estratto da “Giacomo Racioppi e il suo tempo”.”., dove, a p. 350, in proposito scriveva che: “Acerenza non solo si rese autonoma, ma assunse anche il ruolo di metropoli – unica in tutta la Lucania – avente per suffraganee le chiese di Tursi, Tricarico, Venosa e Potenza. Ecc…..Il Racioppi rileva che nella consacrazione della chiesa di Montecassino nel 1071, ecc…”. Il Russo (…), a p. 350, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, 217.”. Dunque, secondo il Russo, il Racioppi scriveva che “Arnaldo” figura tra i vescovi presenti, nel 1071 alla consacrazione del Monastero benedettino di Montecassino. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 217, in proposito scriveva che: “nel novero dei prelati che assistettero alla dedicazione solenne della chiesa di Monte Cassino nel 1071, Arnaldo di Acerenza non è detto altrimenti che vescovo (1). Ecc…”. Il Racioppi, a p. 217, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Conf. Di Meo, ad ann. 1071. 3 – Invece ed erratamente, vien riferito tra gli Arcivescovi assistenti alla consacrazione, dall’Ughelli e dal Fimiani.”. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nel suo “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, vol. VIII, a p. 105, in proposito scriveva che: “3. L’Abbate Cardinal Desiderio avendo intanto compito la Basilica di M. Casino; non solo ottette che venisse a consagrarla lo stesso Papa, ma costui….con lettere encicliche invitò tutti i Vescovi della Campania, del Principato, della Puglia e Calabria, e seco condusse più cardinali….Tra i dieci Arcivescovi vi furono tra i nostri…..Arnoldo di ‘Acerenza’ ecc..”. Dunque, il Di Meo lo chiamava ‘Arnoldo’ Arcivescovo di Acerenza. “Nel Codice dicesi fatta la Dedicazione ipso die Kal. Octobrium, Anno Inc. D. MLXXI. Ind. IX die Sabbati”. L’abbazia di Montecassino è un monastero benedettino sito sulla sommità di Montecassino, nel Lazio. È il secondo monastero più antico d’Italia dopo quello di Santa Scolastica. Sorge a 516 metri sul livello del mare. Fondata nel 529 da san Benedetto da Norcia sul luogo di un’antica torre e di un tempio dedicato ad Apollo, situato a 516 metri sul livello del mare, ha subito nel corso della sua storia un’alterna vicenda di distruzioni, saccheggi, terremoti e successive ricostruzioni. Dal Chronicon cassinese di Leone Marsicano sappiamo che l’abate Desiderio impiegò sforzi e capitali notevoli per la ricostruzione della chiesa abbaziale, compiuta nei soli cinque anni dal 1066 al 1071, utilizzando materiali lapidei provenienti da Roma e facendo venire da Costantinopoli anche mosaicisti e artefici vari. La maggior parte delle decorazioni — della chiesa e dei nuovi ambienti del monastero successivamente riedificati — erano costituite da pitture, in maggior parte perdute e delle quali conosciamo soltanto alcuni soggetti, come le Storie dell’Antico e Nuovo Testamento nell’atrio, di cui si conservano interamente i tituli scritti dall’arcivescovo di Salerno Alfano.
Nel 14 marzo 1076, papa Gregorio VII e la sua lettera ad Arnaldo, Arcivescovo di Acerenza
Francesco Russo (….), nel suo “L’organizzazione ecclesiastica in Lucania alla fine del dominio bizantino e all’inizio di quello Normanno (sec. X-XI)- estratto da “Giacomo Racioppi e il suo tempo”.”., dove, a p. 350, in proposito scriveva che: “Il Racioppi rileva che…..il capo della chiesa acheruntina figura come vescovo e tale risulta anche nella bolla di Gregorio VII del 1074,…ecc..”. Il Russo (…), a p. 350, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, 217.”. Dunque, secondo il Russo, il Racioppi scriveva che “Arnaldo” figura tra i vescovi presenti, nel 1071 alla consacrazione del Monastero benedettino di Montecassino. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 217, in proposito scriveva che: “nella lettera del 1074 di Gregorio VII a questo stesso Arnaldo, gli è detto non altrimenti che vescovo. Ecc…”. Sulla bolla o la lettera di papa Gregorio VII ad “Arnaldo”, Vescovo di Acerenza, è da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi (…), secondo cui è il Muratori (…) parlava della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori (…), ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”. Nicola Acocella (….), nel suo “La figura e l’opera di Alfano I di Salerno (sec. XI)”, (si veda “Salerno Medievale ed altri saggi” a cura di Antonella Sparano), a p. 44, nella sua nota (112) in proposito al Vescovo Arnaldo ed al Vescovado di Acerenza postillava che: “(112) Acerenza nel 1076 era ancora sede vescovile, contrariamente a quanto affermano taluni scrittori: cfr. la lettera di Gregorio VII del 14 marzo 1076 al ‘vescovo’ di Acerenza Arnaldo: Registrum, III, 11, in M.G.H., EE., ed. E. Caspar, Berlino, 1920, p. 271 sg.”. Dunque, nella sua nota (112), l’Acocella postillava che nel 1076, Acerenza, contrariamente a quanto credevano alcuni, era ancora sede Vescovile. Acocella scrive pure che nel 14 marzo 1076, papa Gregorio VII scrive una lettera ad “Arnaldo”, Vescovo di Acerenza. Dunque, l’Acocella, riguardo il vescovo “Arnaldo”, cita la nota lettera di papa Gregorio VII ad Arnaldo vescovo di Acerenza del 14 marzo 1076. Acocella postilla della lettera del papa pubblicata in “Registrum, III, 11, in M.G.H., EE., ed. E. Caspar, Berlino, 1920, p. 271 sg.”, ovvero postilla che la lettera è pubblicata da Caspar C. (….), in “Monumenta Germaniae Historica” (M.G.H.). Acocella, ap. 44, nella sua nota (113) postillava che: “(113) F. Ughelli, VII, op. cit., col. 571 sg.; G. Giesebrecht, op. cit.; p. 68 sg.; G. Paesano, op. cit., I, 121; G.B. Gams, Series episcoporum Ecclesiae Catholicae, Ratisbona, 1873, p. 920; A. Adinolfi, Storia della Cava, Salerno, 1836, p. 147.”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia della chiesa Salernitana”, a p. 121, ci parla del Concilio di Melfi.
Nel 1079, la bolla di conferma ad Arnaldo, quale Vescovo della nuova Diocesi di Tricarico
Francesco Russo (….), nel suo “La Diocesi di Tricarico nel primo millenario della fondazione”, a p. 18 scriveva che: “In realtà i paesi, le chiese e i monasteri, ricordati nella bolla di Godano, ricorrono poi nelle bolle di conferma di Arnaldo, Arcivescovo di Acerenza, del 1097, nonchè dei Papi Alessandro II del 13 aprile 1068, di Pasquale II del 16 giugno 1102, di Callisto II del 7 ottobre 1123, ecc…”. Il Russo, a p. 29, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Ughelli-Coleti, Italia Sacra, VII, 144 ss. 198; Migne, P. L., 1943; Racioppi, II, 220-221; Zavarroni, Esistenza e validità dei privilegi Normanni alla chiesa cattedrale di Tricarico, Napoli, 1749.”. Dunque, il Russo scriveva che dopo la bolla di Godano, del 1060, dove figura “Arnaldo”, vi sono “la bolla di conferma di Arnaldo, Arcivescovo di Acerenza, del 1097”, dice pure che vi è “la bolla di papa Alessandro II del 13 aprile 1068”, ecc.. Da Wikipidia, alla voce ‘Diocesi di Acerenza’ leggiamo che il 13 aprile 1068 papa Alessandro II emanò una bolla, diretta ad Arnaldo, arcivescovo di Acerenza, con la quale istituì una nuova provincia ecclesiastica comprendente, fra le altre, le diocesi di Venosa, Potenza, Tricarico, Montepeloso, Gravina, Matera, Tursi, Latiniano, San Chirico, Oriolo, lasciando sotto il controllo diretto della Santa Sede Montemurro e Armento. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, a p. 217 scriveva che: “nell’Ughelli stesso non fosse la famosa bolla di Alessandro II, del 1068, all’arcivescovo Arnaldo di Acerenza con l’indicazione di gran numero di chiese suffraganee (2). Ecc…”. Il Racioppi, a p. 217, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Ughelli stesso (vol. VII, col. 7 e 24) accenna ad una donazione del 1063, fatta dal Duca Roberto alla Santissima Trinità di Venosa, in cui si porta sottoscritto un Gerardo, Arcivescovo Acheruntino: ma nè egli pubblica il documento, nè dice dove si legge. Indicativamente all’Ughelli, il Fimiani e il Lupoli: ma il Di Meo, che l’accenna sulla fede dell’Ughelli medesimo (ad ann. 1062, 5), la dice un’impostura. – Per me, poichè non è pubblicato il documento, mi limito a dirlo inaccettabile.”.
Dopo l’anno 1097, i Sanseverino nelle nostre terre
Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. Nicola Acocella (…), nel suo “……………………………….”, in proposito che: “Dopo l’anno 1097, nuove forze politiche ed egemoniche si affermarono nella zona…Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (41).”.
Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelasia), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza per il Ducato di Puglia e Calabria
Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”. Dunque, Pietro Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia” o “Adalatia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: “Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110). Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Neapoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani Chronicon, in Rer. Italic. Script., 2° ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317.
Nel 1101, Simone di Sicilia (morto nel 1105), la reggenza della madre Adelaide del Vasto e la contea di Policastro
Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105), fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Dunque, la Contea di Sicilia, fu retta fino al 1112 dalla madre Adelaide del Vasto, in accordo con Ruggero Borsa, nipote di Ruggero I d’Altavilla, padre di Simone. Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia.
Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “La prima violenta manifestazione della gelosia e del cozzo d’interessi fra le due comunità si ebbe nel 1110, a Messina, davanti ad un tribunale presieduto dalla contessa Adelasia, che reggeva la contea di Sicilia e Calabria per il minorenne Ruggero, il futuro Ruggero II………L’Abbate di S. Eufemia aveva denunciato il priore di Bagnara, Costanzo, e i suoi canonici, perchè, ……La reggente Adelasia, chiamati a sè ecc…”. Dunque, Pontieri la chiamava “Adelasia”, ultima moglie del “Gran Conte” di Sicilia (il conte Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo) e madre di Simone e di Ruggero II. Il Pontieri, nell’indice scriveva: “Adelaide (contessa) vedi Adelasia, pp. 168, ecc…”. Dunque, secondo il Pontieri la madre di Simone e di Ruggero, futuro re Ruggero II, la chimava “Adelaide” oppure “Adelasia”. Sempre il Pontieri (…), a p. 168 scriveva che: “Alle origini, però, ossia all’epoca del conte Ruggero e della reggenza della contessa Adelasia durante la minorità di Ruggero II (1062-1112), le signorie feudali d’una certa importanza furono nelle Calabrie poche, assai poche, e, per di più, con la testa personaggi legati da parentela ai conquistatori.”. Sempre il Pontieri a p. 227, in proposito scriveva che: “Scomparso il Guiscardo, l’erede duca Ruggero (cap. 42) non ha l’autorità e la forza occorrenti per reprimere le pretese del fratello Boemondo e i disordini della Puglia. E’ necessità ricorrere all’aiuto del Conte di Sicilia, il più forte ed il più autorevole dei signori normanni sopravvissuti al Guiscardo. Il conte Ruggero interviene e stabilisce la pace fra i due fratellastri (L. IV, cap. 4); nè in seguito egli si astiene dal ridare il suo appoggio al nipote duca Ruggero, ogni qual volta contro di lui insorgono feudatari riottosi, come Mihera e Guglielmo di Grantmesnil (cap. 9, 10, 21), o città insofferenti di freno, quali Cosenza, Rossano, Castrovillari (capp. 17, 22)…..il Duca di Puglia fa allo zio concessioni, che finiscono col rendere quest’ultimo unico signore della contea di Calabria e di Sicilia, annullando praticamente il legame feudale che la rendeva dipendente dal ducato di Puglia. Tutto sommato, nella crisi ininterrotta, che indebolì il ducato di Puglia in seguito alla morte del Guiscardo, il conte Ruggero accoglie in sè i destini della gente Normanna ed è vero sovrano ecc….Conte di Sicilia; egli stesso in terze nozze sposa Adelasia della casa degli Aleramici, nipote del famoso marchese d’Italia, Bonifazio del Vasto (cap. 14). Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Il conte Ruggero riorganizza la Chiesa in Sicilia e riporta nell’isola la vera fede ed il culto cristiano: ad opera di lui pastori degni tornano a sedere sulle ristabilite cattedre episcopali della Sicilia, a edificazione dei popoli pacificati (cap. 7). In nome di Lui papa Urbano II, nella ricordata bolla di Salerno del 1098, concede al conte Ruggero l’Apostolica Legazia in Calabria e nella Sicilia (cap. 29).”. Sempre il Pontieri (…), a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto i n Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”.
Nel 17 febbraio 1100, Arnaldo, II vescovo di Policastro era presente alla cerimonia di donazione della chiesa di S. Maria della Roccella che “Adalatia” (Adelasia, sposa di Ruggero Borsa e madre reggente di Guglielmo II di Puglia nel Ducato di Puglia e di Calabria) fece a Pietro, Vescovo di Squillace
La notizia del vescovo ‘Arnaldo’, successore di Pietro da Salerno, proviene dall’Ughelli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico, è stato il primo che ha citato le prime notizie circa i Vescovi della restaurata Diocesi Policastrense in epoca Normanna. La citazione di questo vescovo “Arnaldo”, riguarda sia Policastro e pure Roccagloriosa, come vedremo in seguito. I primi documenti d’epoca Normanna in cui figura un vescovo “Arnaldo Policastrense”, sono stati pubblicati per la prima volta dall’Ughelli (11), a p. 789 della sua ‘Italia Sacra’. Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo “Le Chiese d’Italia”, in proposito scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al Vescovo di Squillace in Calabria la “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa). Forse la donazione riguardava la chiesa di Santa Maria a Roccella Ionica. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 542, inizia a parlare dei “Policastrensses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro:

Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII (prima edizione), a p. 789 parlando del secondo vescovo di Policastro, ‘II. Arnaldus’, citava due documenti che lo citavano: “2 ARNALDUS (Arnaldo II) Policastrensis Episcopus testis fuit donaztionis Adalatia comitissa Siciliae & Calabria, quam fecit Petro Episcopo Squillacensi de Ecclesia sancta Maria de Roccella cum iuribus & pertinentijs fuis anno ab Incarnatione Domini 1110. 13. Kal. Martij Indictione 6. documentum dadibus in Episcopis Squillacensibus. Post Arnaldum qui successerit usqui ad Innocentij III. tempora non habemus. Legitur enim in eiusdem Pontificis regestro epistola ad Clarum, Populorum, Episcopumque Policastrensem ut benigne Cardinalem Apostolica Sedis Legatum suscipiant, & debitam reverentiam impendant, nomen autem Episcopi in ea non exprimitur.”:

(Fig…..) Pag. 789 dell’Ughelli, Tomo VII, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi e di Arnaldus, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone
la cui traduzione dovrebbe essere che: “2. Arnaldo II vescovo di Policastro testimone della donazione di Adelasia contessa di Sicilia e Calabria, che ha fatto la chiesa di diritti Squillace Roccella di San Pietro pertinenze proprietà nell’anno del Signore 1110. 13. Id. Pomeriggio di marzo 6. Il documento dadibus i vescovi Squillace. dopo l’Arnaldo, che ha finora avanzato a Innocente III. tempi non erano così, che abbiamo. leggiamo nel dello stesso Pontefice regestro la lettera al popolo hanno la brillante, dei popoli, il vescovo Policastrense in modo che con gentilezza il cardinale, la Sede Apostolica, l’agente dell’impresa, e quali, e danno il dovuto rispetto e la spesa, il nome dei vescovi che vivono al suo interno, non siamo detto.”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, (II edizione, Coleti, 1601), parlando dei “Policastrensi Episcopi”, a pp. 560 e ssg. pubblicò la stessa notizia: “2 ARNALDUS Policastrensis Episcopus testis fuit donationis Adalatiae comitissae Siciliae & Calabriae, quam fecit Petro Episcopo Squillacensi de Ecclesia sanctae Maria de Roccella cum juribus et pertinensiis suis anno Incarnatione Domini 11110. 13. Kal.Mart. Inditione 6. Documentum dalbimus in Episcopis Squillacensibus. Post Arnnaldum qui fuccesserit usque ad Innocentii III. tempora non habemus. Legiturenim in eiusdem Pontificis regestro epistola ad Clerum, Populum, Episcopumque Policastrensen ut benigno Cardinalem Apostolicae impedant Sedis Legatum suscipiant. et debitam reverentiam impedant; nomen autem Episcopi in ea non exprimitur.”,

la cui traduzione dovrebbe essere la seguente: “2 ARNALDO, vescovo di Policastro, fu testimone del dono di Adalatia, contessa di Sicilia e Calabria, che fece a Pietro, vescovo di Squillace, della chiesa di S. Maria de Roccella, con i suoi diritti e pertinenze, nell’anno dell’Incarnazione di nostro Signore 11110. 13. Kal.Mart. Iscrizione 6. Condivideremo il documento con i Vescovi di Squillace. Dopo Arnaldo, morto fino a Innocenzo III. non abbiamo tempo. Hanno letto nell’albo dello stesso Pontefice una lettera al Clero, al Popolo e al Vescovo di Policastro, perché impediscano gentilmente al Cardinale della Sede Apostolica di riceverla come Ambasciatore. e impediscono la dovuta riverenza; ma in essa non è espresso il nome del vescovo.”.

(Fig…..) Ferdinando Ughelli, “Italia Sacra”, Tomo VII (edizione Coleti), pp. 559-560 e 561-562, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi, di “Arnaldus”, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone e parla della donazione di “Adelasia”.
Ferdinando Ughelli (11), nella sua ‘Italia Sacra’ , a p. 789 (vol. VII, I edizione) parlando dei Vescovi che successero a Pietro Pappacarbone dopo la sua rinunzia citava due documenti d’epoca Normanna di cui ne pubblicava il testo in latino e la loro traduzione. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 560 parlando dei “Policastrenses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro, citava un documento datato 17 febbraio 1110 ed un documento del 13 marzo 1110. Si tratta di una concessione o privilegio o atto di donazione in cui figurava tra i presenti un vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo”. Di questo vescovo, la prima notizia certa risulta proprio da questo documento del 1110. L’Ughelli (11), riportava notizie sui primi vescovi della restaurata Diocesi Policastrense ed in particolare quando parla del successore di Pietro Pappacarbone, il vescovo Arnaldo, trae sue notizie da un antico documento Normanno che sarà poi pubblicato e tradotto dal greco in latino dal Di Meo (17). Il documento datato 17 febbraio 1110, in cui figura un “Arnaldus Palecastrensis” (forse il vescovo successore di Pietro Pappacarbone), che risulta testimone ad una donazione Normanna. I due documenti citati dall’Ughelli (11), due donazioni al vescovo di Squillace (in Calabria), da Adelasia, contessa di Sicilia e di Calabria. In una di queste cerimonie è citato testimone il vescovo di Policastro Arnaldo. Nel 1745, la notizia dell’Ughelli fu in seguito ripresa dall’Antonini. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva che: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato ‘Ughellio’ ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; ecc…”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 542 pubblicava una “carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per esser quì trascritta.”. Dunque, l’Antonini parlando di Policastro, cita la carta pubblicata nel 16….da Ferdinando Ughelli. Antonini scriveva che questa antica carta era talmente lunga che non si poteva pubblicare nella sua “La Lucania”. Il sacerdote Rocco Gaetani (2), scriveva: “vedi De Meo, Annali del Regno di Napoli, vol. 3, p. 327“. In effetti, forse vi è un errore di stampa del breve saggio del Gaetani (libretto introvabile ed in nostro possesso), non si tratta di “De Meo” ma di Alessandro Di Meo (17), che nel Tomo IX dei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e s., parlando dell’“anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla dell’Ughelli (11) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo. Secondo Alessandro Di meo (17), che li ripubblicò, in “Annali del Regno di Napoli, vol. 3, p. 327“, nel Tomo IX dei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e s., parlando dell’“anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, si tratta di due documenti. Il primo documento, di cui parla l’Ughelli, è datato 17 febbraio 1110, in cui figura un “Arnaldo paleocastrense” (forse il successore di Pietro Pappacarbone a vescovo di Policastro), che risulta testimone ad una donazione Normanna. Alessandro Di Meo (…), in proposito scriveva che: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, che dice, ‘Pastor es per nos institutus Sc. Dat. Lat. per m. Joannis S.R.E.D.C. ac Bibl. Nonis Aprilis, Ind. III. An.D.Inc.MCX.Pont.D.Pascalis II. an. XI’“, e a p. 165 aggiunge: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace (paese della Calabria in Provincia di Catanzaro) rapporta la seguente carta: ‘An. ab. Inc. MCX. XIII. Kal. Martii, Ind. III. Regnante in Sic. Calabr. Rogerio filio Rogerii Comitis, consigit ut statim post electionem Petri Squillacensis Episcopi, cum in Capella Messanae ad ipsam electionem convenissent Barones, quorum nomina inferius legentur; Adalasia Comitissa Sicilia, e Calabrie, supplens Rogerius filius eius.’, cioè Reggente per la minorità del figlio Ruggeri, ne approva la fatta elezione, presenti i Vescovi ‘Angelario’ di Catania, e ‘Arnaldo Paleocastrense’ , e i Baroni ‘Roberto Moretto’, Gosberto di Licia, Guglielmo di Altavilla, Tancredi di Siracusa, Goffredo di Ragusa, Roberto Avenelio, Rodolfo di Belcaco, Cristofero Ammirato; e la Carta fu scritta da ‘Buono’ Notajo. Colla Chiesa di Squillace si dona ancora ad esso Pietro eletto la Chiesa di ‘S. Maria di Roccella’ co’ suoi beni, come pria di morire la possedè ‘Girolamo’, che fu Abbate.”.

(Fig…..) Documento Normanno del 1110, in cui figura Arnaldo, tratto da Di Meo (…), “Annali ecc…”, Tomo IX, pp. 164 e 165 (citato dall’Ughelli, vedi Fig…..)
Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e ssg. scriveva che, l’Ughelli aveva pubblicato due carte. La prima carta pubblicata dall’Ugheli è: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, ecc…”. Il Di Meo scriveva che l’Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, edizione Coleti (2°) parlando dei “Vescovi di Squillace”, a p. 542 aveva pubblicato la Bolla di Papa Pasquale II del 9 aprile 1110. Il Di Meo, a p. 165 scriveva pure che: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace (paese della Calabria in Provincia di Catanzaro) rapporta la seguente carta: ‘An. ab. Inc. MCX. XIII. Kal. Martii, Ind. III. Regnante in Sic. Calabr. Rogerio filio Rogerii Comitis etcc…”. Il Di Meo scrive che l’Ughelli, cita pure un’altra carta del 13 marzo 1110, riferendosi ad un’altra carta in cui: “Colla Chiesa di Squillace si dona ancora ad esso Pietro eletto la Chiesa di ‘S. Maria di Roccella’ coi suoi beni, come pria di morire la possedè ‘Girolamo’ che ne fu Abbate.”. Come abbiamo visto, la donazione della chiesa di S. Maria di Roccella viene fatta all’eletto (da poco) “Pietro eletto” oppure “Petri Squillacensis Episcopi”. Come scrive lo stesso Di Meo (….), a p. 164: “ne approva la fatta elezione, presenti i Vescovi ‘Angelario’ di Catania, e ‘Arnaldo Paleocastrense’”. Dunque, secondo il Di Meo, sulla scorta dell’Ughelli, all’investitura del Vescovo della Diocesi di Squillace “Pietro”, era presente anche il Vescovo di Policastro “Arnaldo”. Dunque, secondo il Di Meo (….), nella seconda carta, quella del 17 febbraio 1110, la carta in cui si approva l’elezione di Pietro a Vescovo di Squillace, sono presenti alcuni personaggi dell’epoca e tra questi vi è il presule “Arnaldo”. Infatti, dopo circa un secolo, nel 1866, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’ parlando della chiesa Paleocastrense scriveva che: “Poco dopo la rinunzia del vescovo San Pietro, ne fu sostituito il successore Arnaldo, non si sa in quale anno. La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace. Ne, dopo questa notizia, altra se n’ha di Arnaldo: ne dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo.”. Dunque, il Cappelletti scriveva che il vescovo “Arnaldo”, non si sa quando o in che anno fu nominato Vescovo della Diocesi di Policastro ma attraverso la carta pubblicata dall’Ughelli, quella del 13 marzo 1110, si ha notizia di lui. Dunque, secondo alcuni, “Arnaldo”, potrebbe essere il successore di Pietro Pappacarbone, dopo la sua rinuncia a Vescovo di Policastro. Dunque, è molto probabile che sulla base di questa notizia, il nuovo vescovo “Arnaldo” fu il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro. Il Cappelletti scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive pure che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al nuovo eletto Vescovo di Squillace “Pietro” la chiesa di santa Maria della Roccella, in Calabria. Dunque, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), proprio sulla scorta dell’Ughelli (11) e del Di Meo (17), scrive che il vescovo Arnaldo, risulta testimone nell’anno 1110, alla donazione che “Adalasia Comitissa Sicilia, e Calabrie, supplens Rogerius filius eius.’, cioè Reggente per la minorità del figlio Ruggeri,..” (come scriveva il Di Meo). Ma chi era questa “Adalasia”, contessa di Sicilia e di Calabria, che, nell’anno 1110 era reggente nel Ducato di Sicilia e di Calabria al posto del figlio Ruggero minorenne ?. L’Ughelli (…), scriveva che Arnaldo, veniva citato in una donazione al vescovo di Roccella, ai tempi di “Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”. “Adalasia” o “Adalatia”, o “Adala” (come la chiama l’Ebner). Si tratta di Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero (detto Borsa) che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato ?. Dunque, “Adala” (come la vuole Pieto Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc..”, a pp. 92-93, nella sua nota (36) postillava che: “A Roberto il Guiscardo, quarto conte ecc…., Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-11119 e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Questa “Adala”, dunque fu la reggente del Ducato di Puglia e di Calabria, per il figlio minorenne Guglielmo II di Puglia. Adala fu l’unica sposa di Ruggero detto Borsa che era a suo volta figlio di Roberto il Guiscardo e di Sichelgaita. Ebner, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 92, in proposito scriveva che: “Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino di Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gra Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, Adala resse il Ducato di Puglia e di Calabria, per la minore età del figlio erede Guglielmo II di Puglia, dalla morte del marito Ruggero Borsa. Dalle parole di Ebner si evince il collegamento che facevano alcuni autori tra cui lo stesso Ughelli con il “Simone” di Policastro, di cui parlerò in seguito. Dunque, il documento o atto di donazione del 17 febbraio 1110, riguarda Adele di Fiandra, moglie di Ruggero Borsa e madre reggente del minorenne figlio erede al trono Guglielmo II di Puglia. Alla morte del marito Adelaide governò come reggente per il figlio dal 1111 al 1114 per poi morire un anno dopo nel mese di aprile del 1115. Il Cappelletti (8), nel 1866, forse sulla scorta del Di Meo (17) e dell’Ughelli (11), riporta le stesse notizie sul vescovo Arnaldo. Anche i due studiosi Richard e Giraud (14), scrivevano: “Quanto agli altri vescovi di Policastro vedasi l”Italia Sacra’ dell’Ughelli (11), tomo VII, p. 542.”. Forse si tratta dell’edizione Coleti dell’Ughelli, perchè a p. 542 del tomo VII, si parla della Diocesi Salernitana e di Pietro Pappacarbone. Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’, a p. 369, parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Il Cappelletti cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi (…), secondo cui è il Muratori (…) parlava della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori (…), ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione dell’antico documento in questione è di Ludovico Antonio Muratori (…), citato in seguito dal Troyli (…) e, poi da Ebner (…). Tratta da un codice manoscritto della Chiesa di Salerno: ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (6), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.“, il Muratori (6), sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblicava i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, (antico Codex manoscritto della Chiesa di Salerno), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Oppure si tratta di ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I (Ruggero Borsa), e zia di Simone detto il Bastardo (figlio di Re Ruggiero I d’Altavilla il fratello del Guiscardo), che tuttavia era già morto. Infatti, Simone, a cui gli era stata affidata la contea di Policastro, morì nel 1105 e quindi la donazione avvenuta nel 1111 o 1110, a cui risulta testimone un vescovo Paleocastrense, Arnaldo, fu fatta da Adelasia o Adelaide del Vasto, reggente dopo la morte del marito Ruggero I d’Altavilla, nel 1101.
Nel 17 febbraio 1110, la chiesa di Santa Maria della Roccella a Roccagloriosa o in Calabria ?
Alessandro Di Meo (…), in proposito scriveva che: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, che dice, ‘Pastor es per nos institutus Sc. Dat. Lat. per m. Joannis S.R.E.D.C. ac Bibl. Nonis Aprilis, Ind. III. An.D.Inc.MCX.Pont.D.Pascalis II. an. XI’“, e a p. 165 aggiunge: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace……..Colla Chiesa di Squillace si dona ancora ad esso Pietro eletto la Chiesa di ‘S. Maria di Roccella’ co’ suoi beni, come pria di morire la possedè ‘Girolamo’, che fu Abbate.”. Dunque, il Di Meo parlando della donazione di Adelasia che donava a Pietro, da poco eletto Vescovo di Squillace, la chiesa di S. Maria Roccella con i suoi beni (che possedette l’Abate Girolamo). A quale chiesa si riferiva la donazione ?. Alcuni ritengono che la chiesa “chiesa di santa Maria della Roccella”, a cui si riferisce la donazione di Adelasia (la madre di Simone e di Ruggero II), fosse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, in una frazione di Roccagloriosa. Il Cappelletti (…), quindi, proprio sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Di Meo (…), scrive che il vescovo Arnaldo, risulta testimone nell’anno 1111, alla donazione che ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I, e zia di Simone detto il Bastardo, figlio di Re Ruggiero I d’Altavilla (fratello del Guiscardo), a cui fu affidata la Contea di Policastro. Riguardo la “chiesa di Santa Maria della Roccella”, segnalo che Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, a p. 93, in proposito scriveva che: “I nuovi elementi architettonici sono invece dati da una finestrella, sulla cortina meridionale, inscritta in un’arcata concentrica; forma supposta di età preniliana (34), ma che penso sia da accostare, pur continuando modi ravennati ed esarcali, con ignoti in Calabria, come analoghi tipi di aperture del periodo normanno, visibili, ad esempio in S. Giovanni dei Lebbrosi di Palermo o nella stessa chiesa della Roccella di Squillace (36).”. Il Cappelli, a p. 93, nella sua nota (36) postillava che: “(36) F. Valenti, L’arte nell’era Normanna, in “Il Regno Normanno”, Messina, (1932), fig. 80; A. Frangipane e C. Valente, La Calabria, Bergamo, 1929, fig. a pag. 39; G. Di Stefano, Monumenti della Sicilia Normanna, Palermo, 1955, tav. 30.”. Dunque, è molto probabile che la donazione di Adelasia si riferisca alla chiesa calabrese della Roccella di Squillace. La chiesa di Santa Maria della Roccella, a cui probabilmente si riferisce l’atto di donazione, non si trova nell’attuale comune di Squillace ma non è molto distante da questo e da Soverato. Posta in una posizione che domina l’alpia vallata che si affaccia sul Mar Ionio, nella Calabria centrale, è una Basilica detta appunto “della Roccella” che, si trova a Roccelletta, che si trova nell’attuale Comune di Borgia, in Provincia di Catanzaro e precisamente presso il “Parco Archeologico di Scolacium”, dove cioè sorgeva la città romana di Minerva Scolacium. Oggi il nome di Basilica della Roccella viene riferito a questi imponenti ruderi della chiesa di Santa Maria, edificata dai normanni tra la fine del XI e la prima metà del XII secolo. La chiesa, edificata sui resti della città romana di Scolacium a quel tempo dimenticata, è in stile romanico occidentale, ma conserva tuttavia forti influenze arabe e bizantine. Come le grandi basiliche normanne, anche l’edificio costruito a Roccelletta aveva una grande navata unica, lunga 73 metri e larga 25.
Nel 1110, Arnaldo, (“Arnaldus Palecastrensis”) II (?) Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro
In questo saggio parlerò del vescovo ‘Arnaldo’ che figura in alcuni documenti d’epoca Normanna come Vescovo della Diocesi Paleocastrense ricostruita dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone. Sui vescovi (che successero a Pietro da Salerno), che hanno retto la Diocesi di Policastro Bussentino e l’Episcopato Bussentino – nel frattempo diventata ‘Dioceseos Paleocastrenses’, che nell’anno 1079, in cui fu consacrato il primo vescovo Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, dopo la sua definitiva rinunzia, Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni”. Dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone a vescovo della rinata Diocesi di Bussento, chiamata con la sua venuta e nomina a presule di quella sede, ‘Paleocastrense’, poco si sa dei suoi successori. Pare che dopo la restaurazione della Diocesi di Policastro, in cui fu elevato a vescovo, Pietro Pappacarbone, il suo successore fu un certo ‘Arnaldo’. La prima notizia di un Vescovo della Diocesi di Policastro chiamato “Arnaldo” proviene dall’Ughelli (…), che, nel 1659, dal punto di vista bibliografico e storiografico, è stato il primo che ha citato le prime notizie circa i Vescovi della restaurata Diocesi Policastrense in epoca Normanna. Secondo l’Ughelli (….), questo Vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo” doveva essere il 2° Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro e che dovette succedere a Pietro Pappacarbone dopo la sua rinuncia. La prima citazione di questo vescovo “Arnaldo”, riguarda sia Policastro e pure Roccagloriosa, come vedremo in seguito. I primi documenti d’epoca Normanna in cui figura un vescovo “Arnaldo Policastrense”, sono stati pubblicati per la prima volta dall’Ughelli (11), a p. 789 della sua ‘Italia Sacra’. Il Cappelletti (8), nel 1866, forse sulla scorta del Di Meo (17) e dell’Ughelli (11), riporta le stesse notizie sul vescovo Arnaldo. Anche i due studiosi Richard e Giraud (14), scrivevano: “Quanto agli altri vescovi di Policastro vedasi l”Italia Sacra’ dell’Ughelli (11), tomo VII, p. 542.”. Si tratta dell’edizione Coleti (2° edizione) dell’Ughelli (….), perchè a p. 560 del tomo VII, si parla della Diocesi Salernitana e di Pietro Pappacarbone. Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII (prima edizione), a p. 789 parlando del secondo vescovo di Policastro, “II. Arnaldus” citava due documenti che parlano anche di lui: “2 ARNALDUS (Arnaldo)(II = secondo) Policastrensis Episcopus testis fuit donaztionis Adalatia comitissa Siciliae & Calabria, quam fecit Petro Episcopo Squillacensi de Ecclesia sancta Maria de Roccella cum iuribus & pertinentijs fuis anno ab Incarnatione Domini 1110. 13. Kal. Martij Indictione 6. documentum dadibus in Episcopis Squillacensibus. Post Arnaldum qui successerit usqui ad Innocentij III. tempora non habemus. Legitur enim in eiusdem Pontificis regestro epistola ad Clarum, Populorum, Episcopumque Policastrensem ut benigne Cardinalem Apostolica Sedis Legatum suscipiant, & debitam reverentiam impendant, nomen autem Episcopi in ea nonexprimitur.”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 560, inizia a parlare dei “Policastrenses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro:

(Fig…..) Pag. 789 dell’Ughelli, Tomo VII, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi e di Arnaldus, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone
la cui traduzione dovrebbe essere la seguente: “2 ARNALDO, vescovo di Policastro, fu testimone del dono di Adalatia, contessa di Sicilia e Calabria, che fece a Pietro, vescovo di Squillace, della chiesa di S. Maria de Roccella, con i suoi diritti e pertinenze, nell’anno dell’Incarnazione di nostro Signore 11110. 13. Kal.Mart. Iscrizione 6. Condivideremo il documento con i Vescovi di Squillace. Dopo Arnaldo, morto fino a Innocenzo III. non abbiamo tempo. Hanno letto nell’albo dello stesso Pontefice una lettera al Clero, al Popolo e al Vescovo di Policastro, perché impediscano gentilmente al Cardinale della Sede Apostolica di riceverla come Ambasciatore. e impediscono la dovuta riverenza; ma in essa non è espresso il nome del vescovo.”. Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’, a p. 369, parla della chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Il Cappelletti cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”. Come si è già visto in recedenza, non è proprio corretto ciò che scriveva Pietro Ebner e cioè che non mutarono i confini della Diocesi. Abbiamo visto che dopo la rinuncia di Pietro da Salerno, i confini non mutarono subito e le parrocchie della Diocesi restarono trenta. Ad un certo punto, però, quindici delle trenta località citate nella lettera “pastorale” del presule e primate Alfano I, furono assegnate all’antica Diocesi di Talao e poi ancora a Cassano Ionica e tale rimasero. Dunque, nell’anno 1110, l’anno della nomina del secondo Vescovo della Diocesi di Policastro, i confini erano mutati e le parrocchie furono quindici. Fino a quell’anno però, fino al 1110, la Diocesi sarà amministrata dai vescovi Caputaquensi, ovvero Pestani che risiedevano a Capaccio. Dall’anno 1110 (anno della notizia del vescovo Arnaldo), la Diocesi sarà retta ed amministrata dal nuovo presule, sebbene, come scriveva Pietro Ebner, nel suo “Economia e società nel Cilento medievale“, vol. I, p. 537, in proposito scriveva che: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi però, anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui Diocesi non risponde a nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Sebbene l’Ebner (…), scrivesse che “(notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110,..)”, non dice nulla su di lui. L’Ebner, a sufragio della sua ipotesi citava il vescovo Arnaldo che sarà il secondo vescovo eletto della Diocesi di Policastro (anno 1111), in piena epoca Normanna. Da quell’anno in poi, la chiesa bussentina ebbe vescovi effettivi: troviamo Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto, nel 1120; Goffredo nel 1139 e Giovanni nel 1172 (….). Da Wikipidia, alla voce “cronostassi dei Vescovi di Policastro” leggiamo che al 2° posto risulta “Arnaldo”, menzionato nel 1111 (9). Wikipidia, nella nota (9) postillava che: “(9) Data riportata da Kehr; Gams e Tortorella indicano il 1110.” e pure che: “(9) I vescovi Pietro, Ottone, Goffredo e Giovanni I sono menzionati da Kehr, Italia pontificia, VIII, p. 371.”. Dunque, Wikipidia ci dice che Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, ci parla del vescovo Arnaldo, che figura nell’anno 1111.

(Fig….) Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371
Infatti, Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, in proposito scriveva che: “Postea a Longobardis, ut videtur, eversus Buxentinus episcopatus iterum resurrexit saeculo XI, postquam Salernitanus archiepiscopus a Stefano IX pp. licentiam accepit episcopum in oppido Policastro ordinandi (cf. Salerno, Archiepisc. n. 21). Anno 1079 m. oct. Alfanus Salernitanus archiepiscopus, “sacerdotali clariclarique ordini et plebi consistenti Buxentinae, quae modo Paleocastrensis dicitur ecclesiae” privilegium dedit (ed. Laudisius p. 28). De Petro tertio abbate Cavensi, aliquando episcopo Policastrensi, ut eius Vita narrat, cf. supra p. 317 n.* 3not. Ex reliquis notus est Arnaldus a. 1111. Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231) adnotantur Petrus et Oto Paleocastrenses episcopi et in Necrologio eiusdem ecclesiae sub die iul. 25 a. 1139 depositio Goffridi Paleocastrensis ep. et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74). Etc..”, ovvero, la seguente traduzione: “In seguito, come sembra, il vescovado di Buxento fu rovesciato dai Longobardi, e risorge nell’XI secolo, dopo l’arcivescovo di Salerno da Stefano IX, pp ricevette il permesso di ordinare vescovo nella città di Policastro (cfr Salerno, Arcivescovo di Roma, n. 21). Nell’anno 1079 m. ottobre L’arcivescovo Alfanus di Salerno diede il privilegio di “essere distinto per l’ordine sacerdotale e per il popolo di Buxento, che oggi è chiamata Chiesa Paleocastrense” (ed. Laudisius p. 28). Su Pietro terzo abate di Cava, talvolta vescovo di Policastro, come racconta la sua Vita, cfr. sopra p. 317 n. Arnaldus è noto dall’anno 1111. Inoltre nel Dittico della Chiesa b. di Matteo di Salerno (a cura di Garufi in Fonti per la storia d’Italia 56 231) sono annotati da Pietro e Oto, vescovi di Palicastro, e nel Necrologio della stessa chiesa il giorno di luglio. 25 a. 1139 La deposizione di Goffridi di Paleocastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), la cui iscrizione ne conserva la memoria nel campanile della chiesa cattedrale (ed. Laudisius p. 74).”. Dunque, il Kehr scrive solo: “Arnaldus è noto dall’anno 1111″. Dunque, il Kehr citava il vescovo Arnaldo e scriveva che nel testo: “Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231)” veniva annotato da C. A. Garufi (vedi fig….) che: “De Petro tertio abbate Cavensi, aliquando episcopo Policastrensi, ut eius Vita narrat, cf. supra p. 317 n.* 3not. Ex reliquis notus est Arnaldus a. 1111.”. Dunque, il Kehr pone Arnaldo secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro nel 1111 e non nel 1110. Riguardo la citazione del Garufi si tratta di Carlo Alberto Garufi (….), ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, stà in‘Fonti per la storia d’Italia’, LVI, anno 1922, p. 231. Il Garufi ci parla del “Diptychon o Liber Vitae (dei secoli XI-XII)”, un antico codice membranaceo conservato nel Capitolo della Cattedrale di S. Matteo a Salerno.

Il Garufi, a p. 377, nei “Nomi non identificati”, riporta un “Arnaldus, Arnardus, Arnoldus 253 16 – 257 29 – 295 21 – pbr. (X-XI) 246 15. “. Tuttavia il Garufi indaga sui vescovi successivi al secondo, successivi ad Arnaldo. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122 ecc..”. Dunque, per il Gams, il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro (che successe a Pietro Pappacarbone) è: “ 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211;” dunque, vescovo nel 1110 e morto nel 1211. Secondo il Gams (….), Arnaldo fu vescovo della Diocesi di Policastro dal 1110 e morì nel 1211. Pietro Ebner (7), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un intero capitolo: “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e seguenti. I due studiosi Natella e Peduto (4) nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 512, in proposito scrivono che: “Il Duomo di Policastro aggiunto all’antica trichora fu consacrato nell’anno 1079 dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, e la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni.”. I due studiosi, Natella e Peduto (4), sulle notizie dei vescovi della rinata Diocesi, succedutisi a Pietro Pappacarbone, pare che rimandino alla loro nota (71) che riguarda un testo di Paul Guillaume (56), L’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro’, e scrivono: “(71) La vita di S. Pietro, è opera di Ugone, abate di Venosa, autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140, tradotto in italiano da A. Ridolfi, sul finire del ‘500 ed edito dal Guillaume nel citato anno. ecc..”. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (19), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (19), venne pubblicato dal Guillaume (4). Natella e peduto (…), nella loro nota (71), sulla scorta del Keher (39) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I). I due studiosi Natella e Peduto (…), non hanno dato riferimenti precisi circa la datazione dell’anno 1111, quando scrivevano che dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone “la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111″ ma, citano l’Ebner (…), che nel saggio citato voleva che: “ha datato al 1066-1067 l’arrivo di Pietro in città.”. Dunque, i due studiosi Natella e Peduto (4), ritenevano che il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro fosse Arnaldo, vescovo effettivo nel 1111. I due studiosi (4), proseguendo sulle notizie su Policastro in quegli anni (secolo XI), citano il Volpe (29), con la frase: “Unico riferimento preciso nella breve storia di Policastro del Volpe (29) è la sua dichiarazione circa le mura della città formate sotto Ruggero II“. Ma il Volpe (29), citando il manoscritto del Mannelli (6) e, sulla scorta del Malaterra (20), non riporta alcuna notizia circa i Vescovi citati dai due studiosi (4). Il Volpe (29), parla solo della consacrazione di Pietro da Salerno. Anche il Vassalluzzo (67), non dice nulla in proposito. Il Guzzo (26), non dice nulla in proposito e riporta la notizia di Policastro al tempo dell’ultimo dei vescovi citati dai due studiosi Natella e Peduto (4), ovvero il vescovo ‘Goffredo’ che resse la Diocesi nell’anno 1139 e ‘Giovanni‘ che resse la Diocesi nell’anno 1172, ma senza dare riferimenti bibliografici. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 333 riferendosi alla restaurata Diocesi di Policastro in proposito scriveva che: “….in seguito all’intervenuta rinuncia del futuro grande abate cavense. La diocesi, pertanto continuò a essere tenuta, come prima, in amministrazione apostolica dai vescovi pestani, fino alla nomina del nuovo vescovo Arnaldo (a. 1110)(22). Nè i confini subirono modifiche in età normana, perchè il nuovo governo continuò a mantenere politicamente tutto quel territorio alle dirette dipendenze del giustiziere del Principato residente a Salerno.”. Ebner, a p. 333, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Ancora nel corrente secolo Policastro fu retto da vescovi della diocesi del Cilento. Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 scriveva che: “Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.”. Ebner, a p. 416, nella nota (11) postillava che: “(11) Laudisio cit. (Sinossi a cura di G.G. Visconti, p. 17) ecc…, poi a p. 47 sg. sul monastero di S. Mercurio unito a quello di S. Veneranda, sulla fondazione da parte del conte Leone dei due monasteri di monache, “quia in suo feudo”, ecc….”. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Rofrano e delle cause e liti giudiziarie vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro e diversi comuni che vantavano diritti sulla tenuta allodiale del monte Centaurino e, riferendosi ad un altro vescovo successivo ad Arnaldo (forse un certo Guido), a p. 435, in proposito scriveva che: “All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Ho citato il passaggio di Ebner che, sebbene non riguardi il vescovo Arnaldo, egli, nel citare il Laudisio (….) e la sua notizia sul vescovo “Arnaldo” e l’autorizzazione che dava a Manso o Mansone ad unire due monasteri, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), ecc…”, scrivendo che aveva dei dubbi sulla “cronostassi dei Vescovi” citata dal Laudisio (….) e, per converso, segnalava quella del sacerdote Giuseppe Cataldo: “mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) ecc…”, riferendosi alla serie del Cataldo pubblicata nella Sinossi del Laudisio curata dal Visconti a p. 131. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Il citato ‘Ughellio’ ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ecc..”. Antonini citava la carta antichissima pubblicata dall’Ughelli (….) di cui ho già parlato e che riguarda una donazione del 17 febbraio 1110 in cui figura un vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo”. Nel 1866, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’ parlando della chiesa di Policastro (‘Paleocastrense’) scriveva che: “Poco dopo la rinunzia del vescovo San Pietro, ne fu sostituito il successore Arnaldo, non si sa in quale anno. La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace. Ne, dopo questa notizia, altra se n’ha di Arnaldo: ne dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo.”. Dunque, il Cappelletti scriveva che il vescovo “Arnaldo”, non si sa quando o in che anno fu nominato Vescovo della Diocesi di Policastro. Si sa solo che egli fu il successore di Pietro Pappacarbone, dopo la sua rinuncia a Vescovo di Policastro. Dunque, è molto probabile che sulla base di questa notizia, il nuovo vescovo “Arnaldo”, fu il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro. Il Cappelletti scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al Vescovo di Squillace in Calabria la “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa). Molti secoli dopo dell’Ughelli (….), nel 1831, Mons. Nicola Maria Laudisio (9), Vescovo di Policastro, nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 74 (vedi edizione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Secondo il Laudisio (9) e, l’Ebner (7), quindi, all’epoca della conquista Normanna dei nostri territori, dopo la nuova restaurazione della Diocesi Paleocastrense e precisamente nell’anno 1110, figurava un nuovo vescovo che successe al rinunciatario Pietro Pappacarbone, il nuovo vescovo ‘Arnaldo’, che resse la Diocesi di Policastro, mentre i due studiosi Natella e Peduto, scrivono che Arnaldo fu vescovo effettivo di Policastro nel 1111. La notizia del Laudisio è interessante ma egli non fornisce alcun riferimento bibliografico. Il Laudisio, riguardo il passo successivo che ci parla di Simone conte di Policastro e del 1152, cita e postilla di Ferdinando Ughelli (…). Il Laudisio (….), però, parlando ancora di Roccagloriosa, a p. 101 (vedi versione a cura di Visconti), in proposito scriveva che: ” A Rocca Gloriosa……Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Ma anche in questo caso il Laudisio non postillava nulla a riguardo. La notizia di un vescovo di Policastro chiamato Arnaldo fu in seguito ripresa da diversi autori. Sui vescovi della Diocesi di Policastro, nel ……Gaetano Porfirio (….), nel suo “Policastro” (stà in Vincenzo D’Avino (….), ed il suo “Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle Due Sicilie annotate etc…”, a p. 538, dopo aver detto dell’anno 1079 in cui Pietro Pappacarbone lasciò la cattedra vescovile di Policastro, in proposito scriveva che: “Da qui comincia a diradarsi quel buio che ricopre la cronaca della sede di Policastro, ed i nomi de’ vescovi che ne tennero l’indirizzo si veggono ora notati coi rispettivi stemmi nell’aula episcopale (1-2-3-4).” ma, il Porfirio non fa nessun accenno al vescovo Arnaldo. Un altro studioso che accenna al vescovo Arnaldo è stato il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, il Ducato di Puglia e di Calabria. Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Dunque, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), scriveva che: “In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa ecc…”. Sul “Simone, figlio di re Ruggero e conte di Policastro” ho scritto in altri miei saggi. Però andiamo per ordine. Il Cataldo aggiunge anche la notizia che “In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo”. Il Cataldo (….) nella sua “Serie dei Vescovi di Policastro Bussentino dall’XI secolo ad oggi”, dopo aver citato Pietro Pappacarbone aggiungeva il secondo vescovo di Policastro e scriveva che: “2. Arnaldo ? 1110,….”. Anzi, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, parlando di “Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, ecc..”, e riferendosi a dopo la morte del Guiscardo, in proposito scriveva che: “Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Dunque, sebbene il Cataldo lo chiamasse “Ruggiero II”, si riferiva a Ruggero Borsa, infatti egli era figlio di Roberto il Guiscardo e della sua seconda moglie Sichelgaita. Riferendosi dunque a Ruggero Borsa, il Cataldo scriveva che egli: “prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre.”. Credo che il Cataldo incorra in confusione quando aggiunge che (Ruggero Borsa): “Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte.”. Ruggero Borsa ereditò il Ducato dal padre Roberto ma non ebbe figli chiamati Simone. Forse in questo passaggio il Cataldo fa un pò di confusione.
Nel 13 marzo 1110, Arnaldo, vescovo della Diocesi di Acerenza
Riguardo al citato vescovo “Arnaldo” e delle poche notizie che abbiamo sul presule ho scritto dei dubbi che espresse Pietro Ebner nel citarlo e parlandoci della “cronostassi dei vescovi della Diocesi di Policastro”. Ebner, sulla scorta del Laudisio riportava le notizie intorno ad “Arnaldo”, ma nel suo ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner avanzava dubbi sull’esistenza di questo Vescovo chiamato “Arnaldo”. Già in presedenza l’Ebner si era occupato dei presuli successori di Pietro Pappacarbone, sul quale, peraltro vi sono delle incertezze sulle date della sua elezione. In particolare vi sono diverse incertezze circa le date e le costituzioni di Diocesi all’epoca dei Normanni di Roberto il Guiscardo, sui presuli della ricostruita Diocesi di Policastro da parte dell’Arcivescovo di Salerno, Alfano I. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 560, inizia a parlare dei “Policastrenses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro: “2 ARNALDO, vescovo di Policastro, fu testimone del dono di Adalatia, contessa di Sicilia e Calabria, che fece a Pietro, vescovo di Squillace, della chiesa di S. Maria de Roccella, con i suoi diritti e pertinenze, nell’anno dell’Incarnazione di nostro Signore 11110. 13. Kal.Mart. Iscrizione 6. Condivideremo il documento con i Vescovi di Squillace. Dopo Arnaldo, morto fino a Innocenzo III. non abbiamo tempo. Hanno letto nell’albo dello stesso Pontefice una lettera al Clero, al Popolo e al Vescovo di Policastro, perché impediscano gentilmente al Cardinale della Sede Apostolica di riceverla come Ambasciatore. e impediscono la dovuta riverenza; ma in essa non è espresso il nome del vescovo.”. Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo Le Chiese d’Italia della loro origine sino ai nostri giorni, vol. XX, Venezia, 1866, pp. 415-431 e 435-452 e Francesco Lanzoni (….), nel suo Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza, 1927, pp. 299-300. Infatti, dopo circa un secolo, nel 1866, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’ parlando della chiesa Paleocastrense scriveva che: “Poco dopo la rinunzia del vescovo San Pietro, ne fu sostituito il successore Arnaldo, non si sa in quale anno. La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace. Ne, dopo questa notizia, altra se n’ha di Arnaldo: ne dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo.”. Dunque, il Cappelletti scriveva che il vescovo “Arnaldo”, non si sa quando o in che anno fu nominato Vescovo della Diocesi di Policastro ma attraverso la carta pubblicata dall’Ughelli, quella del 13 marzo 1110, si ha notizia di lui. Dunque, secondo alcuni, “Arnaldo”, potrebbe essere il successore di Pietro Pappacarbone, dopo la sua rinuncia a Vescovo di Policastro. Da Wikipidia apprendiamo che questo Arcivescovo Arnaldo † (1066 – 1101 deceduto). Dunque, se Arnaldo fosse deceduto nell’anno 1101, come poteva essere presente alla donazione della contessa “Adelasia” ? Questo “Arnaldo”, lo ritroviamo già molto tempo prima come Vescovo della Diocesi di Acerenza che come vedremo sarà sede suffraganea della sede “Metropolita” di Salerno. Nicola Acocella (….), in “Salerno Medievale ed altri saggi” a cura di Antonella Sparano, nell’indice, a p. 669 troviamo “Arnaldo, vescovo di Acerenza, 44.“. Dunque, secondo l’Acocella (…), Arnaldo era vescovo di Acerenza, una delle Diocesi suffraganee di Salerno ai tempi dei Normanni e di Afano I. Nicola Acocella (….), nel suo “La figura e l’opera di Alfano I di Salerno (sec. XI)”, (si veda “Salerno Medievale ed altri saggi” a cura di Antonella Sparano), a p. 44, nella sua nota (112) in proposito al Vescovo Arnaldo ed al Vescovado di Acerenza postillava che: “(112) Acerenza nel 1076 era ancora sede vescovile, contrariamente a quanto affermano taluni scrittori: cfr. la lettera di Gregorio VII del 14 marzo 1076 al ‘vescovo’ di Acerenza Arnaldo: Registrum, III, 11, in M.G.H., EE., ed. E. Caspar, Berlino, 1920, p. 271 sg.”. Dunque, nella sua nota (112), l’Acocella postillava che nel 1076, Acerenza, contrariamente a quanto credevano alcuni, era ancora sede Vescovile. Acocella scrive pure che nel 14 marzo 1076, papa Gregorio VII scrive una lettera ad “Arnaldo”, Vescovo di Acerenza. Dunque, l’Acocella, riguardo il vescovo “Arnaldo”, cita la nota lettera di papa Gregorio VII ad Arnaldo vescovo di Acerenza del 14 marzo 1076. Acocella postilla della lettera del papa pubblicata in “Registrum, III, 11, in M.G.H., EE., ed. E. Caspar, Berlino, 1920, p. 271 sg.”, ovvero postilla che la lettera è pubblicata da Caspar C. (….), in “Monumenta Germaniae Historica” (M.G.H.). Acocella, ap. 44, nella sua nota (113) postillava che: “(113) F. Ughelli, VII, op. cit., col. 571 sg.; G. Giesebrecht, op. cit.; p. 68 sg.; G. Paesano, op. cit., I, 121; G.B. Gams, Series episcoporum Ecclesiae Catholicae, Ratisbona, 1873, p. 920; A. Adinolfi, Storia della Cava, Salerno, 1836, p. 147.”. Acocella però nel postillare del Gams (p. 920) si riferiva al vescovado di Sarno creato da Alfano. Riguardo il vescovado di Acerenza, si veda G.B. Gams (…) che, nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, 1873, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122 ecc..”. Dunque, per il Gams, il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro (che successe a Pietro Pappacarbone) è: “ 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211;” dunque, nel 1110 e morto nel 1211. Pietro Ebner (….), scriveva al riguardo: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i Normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi, però anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi non risponde nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Da Wikipidia apprendiamo che l’arcivescovo Arnaldo verso negli ultimi anni dell’XI secolo fece iniziare i lavori per la costruzione della cattedrale durante i quali furono ritrovate le reliquie di san Canio. Ma chi era questo “Pietro” che fu eletto Vescovo della Diocesi di Squillace, di cui alla bolla di Papa Pasquale II ?. Da Wikipidia, alla voce Diocesi di Acerenza leggiamo che Pietro successe all’Arcivescovo Arnaldo. Nel mese di maggio 1102 fu eletto arcivescovo Pietro al quale furono confermati i privilegi concessi ad Arnaldo. Nel 1106 papa Pasquale II scrisse all’arcivescovo Pietro per conferirgli i diritti metropolitici, assegnandogli come suffraganee le diocesi di Venosa, Gravina, Tricarico, Tursi e Potenza e l’uso del pallio nelle festività. Da Wikipidia apprendiamo che l’Arcidiocesi di Acerenza il 4 maggio 1041 il vescovo di Acerenza Stefano (1029-1041), che appoggiava il catapano di Bari, morì combattendo sulle rive dell’Ofanto contro i primi Normanni che avevano conquistato la zona intorno a Melfi. In seguito a questa battaglia Acerenza fu conquistata dai Normanni e nel 1061 Roberto il Guiscardo ne fece una roccaforte, rendendola un centro di difesa da rappresaglie bizantine. Riguardo la Diocesi di Acerenza ed il Vescovo “Arnaldo” ha scritto padre Francesco Russo (….), nel suo “L’organizzazione ecclesiastica in Lucania alla fine del dominio bizantino e all’inizio di quello Normanno (sec. X-XI)- estratto da “Giacomo Racioppi e il suo tempo”.”., dove, a p. 350, in proposito scriveva che: “Di Acerenza l’Holtzmann etc…..Poichè essa era ai margini delle due metropolie – di Otranto e di Salerno – le fu relativamente facile rendersi autonoma dall’una e dall’altra, come fecero contemporaneamente Cosenza e Bisignano, marginali riguardo alle metropoli sia di Reggio che di Salerno. Acerenza non solo si rese autonoma, ma assunse anche il ruolo di metropoli – unica in tutta la Lucania – avente per suffraganee le chiese di Tursi, Tricarico, Venosa e Potenza. La stessa via seguì Conza, già sede di importante gastaldato, che, in Lucania, ebbe suffraganea la diocesi di Muro. Quando avvenne ciò ? E’ difficile stabilire una data. Il Racioppi rileva che nella consacrazione della chiesa di Montecassino nel 1071, il capo della chiesa acheruntina figura come vescovo e tale risulta anche nella bolla di Gregorio VII del 1074, mentre Lupo Protospada ricorda Arnaldo, nella qualifica di Arcivescovo di Acerenza nel 1080. Il Racioppi perciò conclude che l’elevazione a sede metropolitana cade tra il 1074 e il 1080 (26). Se ciò è vero l’autenticità della bolla del 1060 di Godano, preteso arcivescovo di Acerenza, va per aria, malgrado i sottili argomenti di Mons. Zavarroni nel difenderne l’autenticità. La stessa cosa deve dirsi della bolla di Alessandro II del 1068, in cui vengono ricordate le suffraganee di Acerenza.“. Il Russo (…), a p. 350, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, 217.”. Dunque, riguardo “Arnaldo”, vescovo di Acerenza, padre Francesco Russo (….), nel suo “L’organizzazione ecclesiastica in Lucania alla fine del dominio bizantino e all’inizio di quello Normanno (sec. X-XI)- estratto da “Giacomo Racioppi e il suo tempo”.”., dove, a p. 350, in proposito scriveva che: “Il Racioppi rileva che nella consacrazione della chiesa di Montecassino nel 1071, il capo della chiesa acheruntina figura come vescovo e tale risulta anche nella bolla di Gregorio VII del 1074, mentre Lupo Protospada ricorda Arnaldo, nella qualifica di Arcivescovo di Acerenza nel 1080. Ecc…”. Padre Russo riferisce che: “mentre Lupo Protospada ricorda Arnaldo, nella qualifica di Arcivescovo di Acerenza nel 1080.”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 217, in proposito scriveva che: “Nella cronica di Lupo Protospada (che era cittadino di Matera, o di città di lì intorno) viene nominato l’arcivescovo di Acerenza Arnaldo sotto l’anno 1080; ecc..”. Giacomo Racioppi (…), forse sulla scorta del Di Meo (….) segnalava che nel ‘chronicon’ di Lupo Protospata (….) è scritto che nell’anno 1080, Arnaldo venne nominato arcivescovo della Diocesi di Acerenza. Racioppi segnalava che “Arnaldo” vescovo di Acerenza risultava presente, nel 1071 alla consacrazione del monastero benedettino di Montecassino, nel 1071. Racioppi scriveva che “Arnaldo” vescovo di Acerenza risulta anche nella bolla di papa Gregorio VII (Ildebrando da Soana), del 1074. Le notizie sono interessantissime perchè potrebbero confermare le notizie intorno al vescovo “Arnaldo”, forse successore a Pietro Pappacarbone nella Diocesi di Policastro che per l’appunto doveva forse dipendere dalla Diocesi Metropolita di Acerenza. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 217 continuando il suo racconto cita alcuni documenti che riguardano la Diocesi di Acerenza divenuta Metropolia. In questi documenti, che il Racioppi giudica di dubbia autenticità, figura sempre il Vescovo Arnaldo. Racioppi a pp. 217-218, in proposito scriveva che: “Nella cronica di Lupo Protospada (che era cittadino di Matera, o di città di lì intorno) viene nominato l’arcivescovo di Acerenza Arnaldo sotto l’anno 1080; nella lettera del 1074 di Gregorio VII a questo stesso Arnaldo, gli è detto non altrimenti che vescovo. Parrebbe adunque che entro questo breve periodo di anni fosse elevata a metropoli la sede di Acerenza; e l’induzione sarebbe confermata dall’altra notizia, che nel novero dei prelati che assistettero alla dedicazione solenne della chiesa di Monte Cassino nel 1071, Arnaldo di Acerenza non è detto altrimenti che vescovo (1). Il dato cronologico sarebbe pertanto accertato, se lo Zavarroni, vescovo di Tricarico, non avesse pubblicata una bolla del 1060 data da un arcivescovo a nome Godano di Acerenza al vescovo Arnaldo di Tricarico; e se nell’Ughelli stesso non fosse la famosa bolla di Alessandro II, del 1068, all’arcivescovo Arnaldo di Acerenza con l’indicazione di gran numero di chiese suffraganee (2). La prima del 1060, che avremo occasione di riferire fra breve, è ritenuta un’impostura manifesta dal critico Di Meo (3). La seconda, famosa per le controversie che suscitò pei Tribunali nell’anti-passato secolo, è pubblicata in miglior lezione dal Di Meo stesso; che dopo averla corretta sul luogo, cioè presso l’archivio episcopale acheruntino, conclude sembrargli per lo meno “spuria” (1). Dalla metropoli di Acerenza dipendono, negli ordinamenti gerarchici, quasi tutte le sedi episcopali della provincia di Basilicata, e propriamente (oltre a Matera che le fu unita) quelle di Tursi, di Tricarico, di Venosa, e di Potenza. Restano inoltre, qui e là, dei paesi, alcuni come Matera dipendenti dalla sede di Cassano-Jonio; altri come Lagonegro, Lauria, Rivello e Trecchina da Policastro.”. Il Racioppi, a p. 217, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Conf. Di Meo, ad ann. 1071. 3 – Invece ed erratamente,, vien riferito tra gli Arcivescovi assistenti alla consacrazione, dall’Ughelli e dal Fimiani.”. Il Racioppi, a p. 217, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Ughelli stesso (vol. VII, col. 7 e 24) accenna ad una donazione del 1063, fatta dal Duca Roberto alla Santissima Trinità di Venosa, in cui si porta sottoscritto un Gerardo, Arcivescovo Acheruntino: ma nè egli pubblica il documento, nè dice dove si legge. Indicativamente all’Ughelli, il Fimiani e il Lupoli: ma il Di Meo, che l’accenna sulla fede dell’Ughelli medesimo (ad ann. 1062, 5), la dice un’impostura. – Per me, poichè non è pubblicato il documento, mi limito a dirlo inaccettabile.”. Racioppi, nella nota (3) postillava: “(3) Annali, ad ann. 1060, n. 5”. Il Racioppi, a p. 218, nella nota (1) postillava: “(1) Ad ann. 1068, 7 dice: “La pergamena che si conserva in Acerenza ha ciera di spuria se non si volglia copia: l’inchiostro è nero etc…“. Sulla bolla o la lettera di papa Gregorio VII ad “Arnaldo”, Vescovo di Acerenza, è da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi (…), secondo cui è il Muratori (…) parlava della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori (…), ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”. Lupo Protospata (1030 circa – 1102) è stato un cronista attivo in Puglia nel secolo XI. Lupo è considerato l’autore del Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum, una cronaca di fatti occorsi nel Mezzogiorno d’Italia dall’anno 855 al 1102: gli eventi più antichi furono attinti certamente dagli Annales Barenses, mentre maggiori dettagli si riscontrano per il periodo dal 1082 al 1102, in quanto contemporanei allo scrittore, in particolare, Lupo riporta con una certa attenzione, oltre a calamità e curiosità astronomiche (terremoto del 1087, cometa del 1098), gli eventi storici che portarono alla conquista normanna del Sud e fatti di rilevanza religiosa (il terzo sinodo di Melfi del 1089 e quello tenutosi a Bari nel 1099). Il Chronicon di Lupo fu poi utilizzato dall’Anonimo Barese per la stesura della sua Cronaca. Per alcune edizioni di Lupo Protospada, da Wikipidia leggiamo che: Antonio Caracciolo, Antiqui chronologi quatuor Herempertus Langobardus, Lupus Protospata, Anonymus Cassinensis, Falco Beneventanus cum appendicibus historicis, Napoli 1626; oppure si veda Lupi Protospatae Rerum in Regno neapolitano gestarum ab anno sal. 860 usque ad 1102 Breve Chronicon, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano 1724, pp. 37–49; Georg Heinrich Pertz, Lupi Protospatarii Chronicon, in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, V, Hannover 1844, pp. 51–63. Infatti, nel 1724, Antonio Ludovico Muratori (…), nel suo “Rerum Italicarum Scriptores”, vol. V, a pp. 37-49 pubblicò “Lupi Protospatae rerum i Regno Neapolitano gestarum, Ab Anno Sal. 860 usque ad 1102. Breve Chronicon”. Il Protospata, per l’anno 1080, a p. 45, in proposito scriveva che:

Come si è visto in precedenza, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e ssg. scriveva che, l’Ughelli aveva pubblicato due carte. La prima carta pubblicata dall’Ugheli è: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, ecc…”. Il Di Meo scriveva che l’Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, edizione Coleti (2°) parlando dei “Vescovi di Squillace”, a p. 542 aveva pubblicato la Bolla di Papa Pasquale II del 9 aprile 1110. Il Di Meo, a p. 165 scriveva pure che: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace (paese della Calabria in Provincia di Catanzaro) rapporta la seguente carta: ‘An. ab. Inc. MCX. XIII. Kal. Martii, Ind. III. Regnante in Sic. Calabr. Rogerio filio Rogerii Comitis etcc…”. Il Di Meo scrive che l’Ughelli, cita pure un’altra carta del 13 marzo 1110, riferendosi ad un’altra carta in cui: “Colla Chiesa di Squillace si dona ancora ad esso Pietro eletto la Chiesa di ‘S. Maria di Roccella’ coi suoi beni, come pria di morire la possedè ‘Girolamo’ che ne fu Abbate.”. Come abbiamo visto, la donazione della chiesa di S. Maria di Roccella viene fatta all’eletto (da poco) “Pietro eletto” oppure “Petri Squillacensis Episcopi”. Come scrive lo stesso Di Meo (….), a p. 164: “ne approva la fatta elezione, presenti i Vescovi ‘Angelario’ di Catania, e ‘Arnaldo Paleocastrense’”. Dunque, secondo il Di Meo, sulla scorta dell’Ughelli, all’investitura del Vescovo della Diocesi di Squillace “Pietro”, era presente anche il Vescovo di Policastro “Arnaldo”. Ma chi era questo vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo” che è presente alla cerimonia di investitura del nuovo vescovo di Squillace chiamato “Pietro” e nominato da papa Pasquale II ?. Secondo il Di Meo (….), nella seconda carta, quella del 17 febbraio 1110, la carta in cui si approva l’elezione di Pietro a Vescovo di Squillace, sono presenti alcuni personaggi dell’epoca e tra questi vi è il presule “Arnaldo”. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione dell’antico documento in questione è di Ludovico Antonio Muratori (…), citato in seguito dal Troyli (…) e, poi da Ebner (…). Tratta da un codice manoscritto della Chiesa di Salerno: ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (6), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.“, il Muratori (6), sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblicava i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, (antico Codex manoscritto della Chiesa di Salerno), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Ecc…”. Riguardo la Diocesi di Acerenza ed il Vescovo “Arnaldo” ha scritto padre Francesco Russo (….), nel suo “L’organizzazione ecclesiastica in Lucania alla fine del dominio bizantino e all’inizio di quello Normanno (sec. X-XI)- estratto da “Giacomo Racioppi e il suo tempo”.”., dove, a p. 349, in proposito scriveva che: “Al Guiscardo si deve la fondazione delle tre famose abbazie benedettine, poste in zone strategiche di rilievo, atte a trasformarsi in centri di irradazione della latinità: S. Eufemia, al centro della Piana omonima; S. Maria della Matina, al centro della Valle del Crati; La SS. Trinità di Venosa, al centro delle comunicazioni tra la Puglia e la Lucania. Le carte di fondazione di queste tre abbazie, sorte in breve spazio di tempo, contengono la lista di chiese e di monasteri greci, dati in dotazione a ciascuna di esse (22). Si veniva così ad inferire un colpo mancino alla supremazia incontrastata dei monaci greci in zone fortemente ellenizzate del Nicastrese, del Mercurion e del Latinianon.”. Il Russo a p. 348, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Per S. Eufemia cfr. E. Pontieri, L’Abbazia benedettina di S. Eufemia e l’abate Roberto di Grantmesnil, in Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Nuova Ediz., Napoli, 1924, 283-319; F. Russo, La Diocesi di Nicastro, Napoli, 1958, 82-85. Per S. Maria della Mattina, cfr. A. Pratesi, Carte Latine di Abbazie Calabresi, Città del Vaticano, 1958. Per la SS. Trinità di Venosa, cfr. Crudo G. La Badia della SS. Trinità di Venosa, Trani, 1899. Per tutte e tre cfr. Ménager, Les fondations monastiques de Robert Guiscard, in “Quellen u. Forsch.”, B. XXXIX (1959), p. 1-116.”.
Il Ducato di Puglia e di Calabria
Il Ducato di Puglia è una signoria normanna affidata per la prima volta al cavaliere Roberto il Guiscardo della famiglia Altavilla e costituita come entità territoriale come conte di Puglia, nella quale i normanni amministrano giustizia e battono moneta per privilegio pontificio nel 1059 nei territori corrispondenti alle attuali regioni Puglia, Basilicata e parte orientale e meridionale della Campania (dunque il basso Cilento). Il titolo di Duca di Puglia fu spesso unito a quello di Duca di Calabria e come tale rimase fino a quando i due ducati furono uniti alla Contea di Sicilia con Ruggero II per formare il Regno di Sicilia. Nell’estate dell’anno 1059 la Contea di Puglia si trasforma in Ducato come entità territoriale ben definita. Durante il primo concilio di Melfi, infatti, il pontefice Niccolò II, fermo restando la capitale a Melfi, nomina Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria mediante accordi presi con il Trattato di Melfi e perfezionati con il Concordato di Melfi. Nel 1077 la capitale del Ducato, unito al Ducato di Calabria, divenne Salerno. Questo ducato detto di Puglia e Calabria, che comprendeva gran parte del Mezzogiorno continentale, fu annesso nel 1130 al Regno di Sicilia da Ruggero II. Vera von Falkenhausen (…), nel suo ‘I Longobardi Meridionali’, a p. 285, in proposito scriveva che: “Roberto il Giscardo non si tratenne molto a Salerno, ma per il figlio che gli succedette, il duca Ruggero Borsa, da parte materna nipote di Guaimario IV, l’eredità longobarda ebbe grande significato. Salerno fu la residenza principale sua e di suo figlio, il duca Guglielmo. Si sentivano a casa propria nella città, che anche nei decenni successivi non perdette il suo caratere longobardo. Il loro legame con l’antica capitale longobarda, che 300 anni prima Arechi II aveva reso residenza dei principi, si rivela anche nella morte; infatti, mentre Roberto il Guiscardo è sepolto nel monastero di famiglia dei Hauteville, la SS. Trinità di Venosa, i duchi Ruggero Borsa e Guglielmo si fecero inumare in S. Matteo, il duomo di Salerno (3).”. La Falkenhausen (…), a p. 285, nella sua nota (3), postillava in proposito che: “(3) ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, RIS, VII, Bologna, 1935, pp. 205-214.”.
Nel 1087, Ruggero I “Gran Conte” di Sicilia, Adelaide del Vasto (“Adelasia”), terza moglie e, la contea di Policastro
Da Wikipidia leggiamo che Adelasia del Vasto, nota anche come Adelaide, Azalaïs o Adelasia Incisa del Vasto (Piemonte, 1074 – Patti, 16 aprile 1118), fu la terza moglie di Ruggero d’Altavilla e la madre di re Ruggero II. Fu reggente della Gran Contea di Sicilia dal 1101 al 1112. Adelasia del Vasto (o Adelaide del Vasto) era figlia dell’aleramico Manfredi (o Manfredo), fratello di Bonifacio del Vasto, marchese di Savona e della Liguria Occidentale. Adelaide del Vasto ella la moglie di Ruggero I d’Altavilla, il “Gran conte di Sicilia”, era anche la madre del futuro re Ruggero II e di Simone primogenito che morì nel 1105 ed essa dovette reggere il regno di Sicilia fino al 1112, il Del Buono si riferiva a suo nipote Ruggero Borsa che nel frattempo aveva ereditato il Ducato di Puglia e di Calabria, alla morte del padre Roberto il Guiscardo. Nel 1087 Adelasia sposò a Mileto, in Calabria, il gran conte normanno Ruggero I di Sicilia, suggellando così un’alleanza tra aleramici e normanni. Adelasia giunse al porto di Messina in pompa magna su navi da cui sbarcarono dote, scorta e un nutrito seguito di suoi conterranei piemontesi che l’avevano seguita per insediarsi nella parte centro-orientale dell’isola. Fu una prima avanguardia di un flusso migratorio poi massicciamente favorito per decenni fino al XIII secolo, ancora oggi testimoniato dall’esistenza di alcune isole linguistiche alloglotte nel cuore della Sicilia, chiamate colonie lombarde, dove si parla un antico dialetto Gallo-Italico.
Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito ad “Adelasia” scriveva che: “….ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28).”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che:“(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”. Dunque, secondo il Pontieri, il Gran Conte Ruggero I di Sicilia sposò “Adelasia” in terze nozze nel 1087.
Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “Conte di Sicilia; egli stesso in terze nozze sposa Adelasia della casa degli Aleramici, nipote del famoso marchese d’Italia, Bonifazio del Vasto (cap. 14). Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Ecc..”.
Nel 1097, Odobono buon Marchese,
Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto i n Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”.
Dal 1101 al 1112, Simone di Sicilia, la reggenza di sua madre Adelaide del Vasto (“Adelasia”) e, la contea di Policastro
Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei, tra cui il fratello Enrico del Vasto (che aveva sposato Flandina, figlia del marito), e di altra origine, fra cui soprattutto Cristobulo. Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia“, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora. Adelasia del Vasto sposò nel 1087 Ruggero I di Sicilia, del quale fu la terza e ultima moglie e al quale diede quattro figli tra cui Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia ed il futuro re di Sicilia, il fratello minore Ruggero II d’Altavilla.
Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 168, in proposito scriveva che: “Alle origini, però, ossia all’epoca del conte Ruggero e della reggenza della contessa Adelasia durante la minorità di Ruggero II (1062-1112), le signorie feudali d’una certa importanza furono nelle Calabrie poche, assai poche, e, per di più, con la testa personaggi legati da parentela ai conquistatori.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “La prima violenta manifestazione della gelosia e del cozzo d’interessi fra le due comunità si ebbe nel 1110, a Messina, davanti ad un tribunale presieduto dalla contessa Adelasia, che reggeva la contea di Sicilia e Calabria per il minorenne Ruggero, il futuro Ruggero II………L’Abbate di S. Eufemia aveva denunciato il priore di Bagnara, Costanzo, e i suoi canonici, perchè, ……La reggente Adelasia, chiamati a sè ecc…”. Dunque, Pontieri la chiamava “Adelasia”, ultima moglie del “Gran Conte” di Sicilia (il conte Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo) e madre di Simone e di Ruggero II. Il Pontieri, nell’indice scriveva: “Adelaide (contessa) vedi Adelasia, pp. 168, ecc…”. Dunque, secondo il Pontieri la madre di Simone e di Ruggero, futuro re Ruggero II, la chimava “Adelaide” oppure “Adelasia”.
Dal 1085 al 1111, Ruggero I, ‘Gran Conte’ di Sicilia, dopo la morte di Roberto il Guiscardo ricostruì e curò Policastro
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29 parlando di Policastro ai tempi dei Normanni, in proposito scriveva che: “L’Ughelli ci dà brevi notizie sulla distruzione e la riedificazione di Policastro: “In ora Lucaniae quam Principatum Citra etc….” (Ferdinando Ughellio, Tomo VII/Italia Sacra. Colum. 758; Cfr. P. Troyli: Historia generale del Reame di Napoli, T. I., p. 2^, p. 136, nota (e)……(Cfr. Alessandro Telesino: I, 3). Ecc…”. Infatti, Ferdinando Ughelli (….), nel 17…., nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, colonna 758, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “In Ora Lucaniae quam Principatum Citra appellant, Civitas Littoralis tota ferè diruta Policastrum vocatur…….Satis admodum ejus origo antiqua, nomen reticens à Graeco vocabulo, quali Magnum. Castrum. Ampiam suisse, indicant ejus vestigia, & ruina. Diversis enim ex varia fortuna Bellis cessit in paedam. Robertus Normannus Dux anno 1065. eam destruxit: quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam, filio suo notho dono dedit.”.

che tradotto significa: “Nella costa lucana, che chiamano principato di Citra, tutto lo stato litoraneo, quasi distrutto, è chiamato Policastrum. Il Castello Gli sono indicate le orme e le rovine del sabato. Perché dopo varie guerre cadde in una peda di varia fortuna. Il duca Roberto il Normanno la distrusse nell’anno 1065. Che Re Ruggero più magnificamente la restaurò, e, adornò del titolo di contea e la diede in dono a suo figlio al figlio bastardo.”. Ferdinando Ughelli (….), dopo aver scritto della distruzione di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo nel 1065, forse sulla scorta di Goffredo Malaterra, cronista del tempo, aggiungeva pure un’altra notizia interessante, ovvero che: “Che Re Ruggero più magnificamente la restaurò, e, adornò del titolo di contea e la diede in dono a suo figlio al figlio bastardo.”. Dunque, l’Ughelli scriveva che in seguito alla distruzione del Guiscardo, che avvenne secondo l’Ughelli nel 1065, Policastro fu ricostruita più solida e bella da “Rogerius Rex”. A quale “Rugerius Rex” si riferiva l’Ughelli ?. A quale Ruggero Re si riferiva l’Ughelli ?. Su questo “Simone” ha scritto il Troyli (….), che, nel suo “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. VII, a p. 136, in proposito scriveva che: “Ed ancorche poco indi il ‘Re Ruggiero I’ la facesse riedificare con il titolo di Contea, donandola ad un suo Bastardo, come ‘Ferdinando Ughellio (f) lo ragguaglia; ecc..”.

(Fig. 3) Pag. 136 del Troyli (…), che parla di Policastro e di Castel Ruggero
Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato Ughellio ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell”Abbate Telesino, nel principio del libro I’ ce ne fu lasciata memoria con le seguenti parole: “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. E poco dopo: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. Anche la ‘Cronaca di F. Corrado’ ce ‘l disse così: “Post hunc Simon ejus primogenitus filiorum Regnum eccepit, qui per paucos vixit annos”. Del Simone Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova fatta in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo; e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone tutto il possibil timore. Ma ritornando a Policastro, tal fu la cura di Ruggiero in ripararlo, e talmente lo rifece, che trentaquattro anni dopo, cioè nel (I) MXCIX precedente bolla di Pasquale II. Alfano Arcivescovo di Salerno vi fondò, e pose la Cattedra Vescovile da sua Metropoli dipendente e per Vescovo vi fece eleggere Pietro Pappacarbone etcc..”.

(Fig….) Pagine n. 416-417, tratte dalla ‘Lucania’ dell’Antonini (…), Discorso X, parte II.
Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 (vedi edizione a cura del Visconti), non riferisce nulla di quel periodo se non la questione del vescovo “Arnaldo”. Solo, parlando di Roccagloriosa scriveva su Ruggero Borsa ed in proposito scriveva che: ” A Rocca Gloriosa…..Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Il Laudisio (…), si riferiva a Ruggero Borsa in quanto parlava del suo fratellastro Boemondo (figlio anch’esso di Roberto il Guiscardo ma nato dalla prima moglie del Guiscardo, Abelarda di Buonalbergo). Dopo il Laudisio (….), anche altri autori hanno scritto della notizia dataci dall’Ughelli. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), e del suo “Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento”, parlando di Policastro, a p. 117, in proposito scriveva che: “Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figliolo naturale, con titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (23), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli.”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Cons. Cardinal de Luca, Adnot. ad Concil. Trident. disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cons. Ughelli, Italia Sacra, tom. VII, col. 758”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Cons. Op. cit., vol. II, p. 149”. Dunque, il Volpe postillava dell’opera manoscritta del monaco agostiniano Luca Mannelli. Si tratta di un manoscritto inedito, scritto da Luca Mannelli o Mandelli (…), conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, di cui ivi pubbliciamo la pagina contrassegnata col n. 50 che vediamo illustrata in Fig….. Si tratta del manoscritto “Lucania sconosciuta”, che fu citato anche dal Gaetani (…) che lo ricopiò da Scipione Volpicella (…). Luca Mannelli (…), nel suo manoscritto “La Lucania sconosciuta”, ne parla nella pagina 50v, del Libro II, del Cap. IX. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29 parlando di Policastro ai tempi dei Normanni, in proposito scriveva che: “Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Angelo Guzzo (…), nel suo “…………………….”, a p. 29, nelle sue note citando il Cataldo (…) e, sulla scorta del De Giorgi (….), scriveva in proposito che: “Ruggero II, figlio di Ruggero I, portò a compimento l’opera di ricostruzione intrapresa dal padre ecc…”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a pp. 512-513, in proposito scrivevano che: “Va anche riconfermata la nessuna attendibilità della distruzione di Policastro da parte dei Normanni, se questi poi dovranno di lì a poco rifare il tutto, e dare degna sede non solo ad autorità religiose del rango di Pietro e Alfano, ma alle civili, indispensabili ad un territorio ai confini com’era in quel momento Policastro. Unico riferimento preciso nella breve storia di Policastro del Volpe è da considerarsi la sua dichiarazione circa le mura della città, che vennero formate sotto Ruggero I (72), rifatte, per meglio dire, nella struttura che è attualmente visibile.”. I due studiosi a p. 513, nella nota (72) postillavano che: “(72) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”. Dunque, i due studiosi, citando Giuseppe Volpe (….) scrivevano che “le mura della città, che vennero formate sotto Ruggero I (72), rifatte, per meglio dire, nella struttura che è attualmente visibile”. E’ molto probabile che Ruggero I d’Altavilla, Gran Conte di Sicilia, in accordo con suo nipote Ruggero Borsa (erede del Ducato di Puglia), fece rifare, restaurare e rinforzare le già possenti mura che cingevano la città fortezza di Policastro, come del resto dimostra il toponimo di origine bizantina “polis-castrum” (città-fortezza). I due studiosi si soffermeranno per diverse pagine a parlare della murazione di Policastro in epoca Normanna. In quel periodo storico, dopo la morte di Roberto il Guiscardo, Conte di Calabria e Duca di Puglia avvenuta nel 1085, Policastro ed il Ducato di Puglia furono ereditati da uno dei due figli di Roberto il Guiscardo: Ruggero detto Borsa, il quale però fu in combutta e disaccordo per diversi anni con suo fratello maggiore Boemondo d’Antiochia. Dopo il 1085, dopo la morte di Roberto il Guiscardo e prima che Ruggero Borsa potesse ereditare il Ducato di Puglia e con esso Policastro, a causa della sua minore età (alla morte del padre non era ancora maggiorenne), vi fu un periodo di reggenza del Ducato da parte della madre, …………………, ultima moglie di Roberto il Guiscardo. Nel frattempo però, il fratello di Roberto il Guiscardo, Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero, il 22 giugno 1101 muore a Mileto in Sicilia. A questo punto bisognerebbe spiegare cosa centri re Ruggero I di Sicilia con il nipote Ruggero Borsa. Cioè ci sarebbe da chiedersi perchè l’Ughelli, che non mette alcun riferimento bibliografico, scrive che dopo la distruzione di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, suo fratello Ruggero I d’Altavilla avrebbe dovuto ricostruirla ?. A spiegarlo vorrei citare il testo di Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 227, in proposito scriveva che: “Scomparso il Guiscardo, l’erede duca Ruggero (cap. 42) non ha l’autorità e la forza occorrenti per reprimere le pretese del fratello Boemondo e i disordini della Puglia. E’ necessità ricorrere all’aiuto del Conte di Sicilia, il più forte ed il più autorevole dei signori normanni sopravvissuti al Guiscardo. Il conte Ruggero interviene e stabilisce la pace fra i due fratellastri (L. IV, cap. 4); nè in seguito egli si astiene dal ridare il suo appoggio al nipote duca Ruggero, ogni qual volta contro di lui insorgono feudatari riottosi, come Mihera e Guglielmo di Grantmesnil (cap. 9, 10, 21), o città insofferenti di freno, quali Cosenza, Rossano, Castrovillari (capp. 17, 22)…..il Duca di Puglia fa allo zio concessioni, che finiscono col rendere quest’ultimo unico signore della contea di Calabria e di Sicilia, annullando praticamente il legame feudale che la rendeva dipendente dal ducato di Puglia. Tutto sommato, nella crisi ininterrotta, che indebolì il ducato di Puglia in seguito alla morte del Guiscardo, il conte Ruggero accoglie in sè i destini della gente Normanna ed è vero sovrano ecc..”. Dunque, Policastro dopo la morte di Roberto il Guiscardo non doveva essere sotto lo stretto controllo di Ruggero Borsa, erede del Ducato di Puglia, dopo la morte del padre Roberto il Guiscardo ma è molto probabile che la notizia di Ughelli avesse dei riferimenti chiari ed inequivocabili allo zio Ruggero I d’Altavilla, Conte di Sicilia e di gran parte della Calabria. Certamente Policastro e con essa Roccagloriosa, dovette rappresentare per il Regno un importante testa di ponte, per cui i Normanni non permisero in questa città nessun tipo di autonomia nemmeno in campo religioso e lo si può vedere anche dagli interventi che ebbe in questa città il grande poeta latino Alfano (….). Più avanti, certa è la notizia del Volpe (….), in merito alla ricostruzione delle mura di Policastro dal 1085 al 1111, e della città, ad opera di Ruggero I d’Altavilla e Conte di Sicilia che la consegnò al figlio Simone con la reggenza della madre Adelasia o Adelaide del Vasto. Non si esclude che tale territorio fosse stato amministrato dal Visconte Boso (Visconte era colui che faceva le veci del Conte). Nello stesso periodo, il vescovo di Policastro, diede facoltà al Conte Mausone di Roccagloriosa – figlio di Leone – Conte Normanno – di unire il Cenobio di San Veneranda e quello di San Mercurio di Roccagloriosa affinchè la sua figlia Altrude potesse entrarvi in clausura.
Nel 1110-1111, il normanno Leone, conte di Roccagloriosa e di Padula
Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti) parlando di Rocca Gloriosa, in proposito scriveva che: “II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte normanno Leone, ad ecc….”. Dunque, il Laudisio in questo breve passaggio oltre a citare il II vescovo di Policastro, Arnaldo, cita anche il conte Normanno Leone, padre di Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula, di cui parlerò in seguito. Sebbene il Laudisio non riportasse alcun riferimento bibliografico circa la notizia di Arnaldo e del conte Leone, è molto probabile che abbia tratto la notizia dall’“Italia Sacra” di Ferdiando Ughelli (….). Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), parlando di “Rocca Gloriosa”, in proposito scriveva che: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva che: ” A Rocca Gloriosa c’era il monastero di S. Mercurio di cui abbiamo già parlato, ed a cui era unito l’altro di Santa Veneranda; ma poichè il monastero fu soppresso, il Vescovo Pietro Magri, in ottemperanza alle norme del Tridentino, ne assegnò in perpetuo i beni al seminario diocesano. Il conte normanno Leone aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Dunque, il Laudisio ci parla di un certo “conte Normanno Leone”, il quale, a Roccagloriosa, che era un suo feudo, aveva fondato i due monasteri claustrali (monasteri femminili di monache) chiamati monasteri di Santa Veneranda e monastero di San Mercurio che, alla morte del figlio Manso o Mansone, nel 1130, secondo le sue volontà testamentarie e, con l’autorizzazione del vescovo di Policastro Arnaldo furono uniti in un unico monastero, il monastero di San Mercurio, sempre claustrale e femminile e con la prima badessa “perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento”. Dunque, da ciò che leggiamo “Altrude” era figlia del Conte Manso o Mansone. Ma sulla figura di Altrude diremo innanzi. Secondo il Laudisio (….), il conte normanno Leone aveva fondato a Roccagloriosa, tre monasteri di monache, uno era quello di S. Mercurio, S. Leo e l’altro di S. Veneranda. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 cita l’antico documento Normanno del Conte Leone, citato dal Laudisio (9), ed in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.”. Ebner, a p. 416, nella nota (11) postillava che: “(11) Laudisio cit. (Sinossi a cura di G.G. Visconti, p. 17) ecc…, poi a p. 47 sg. sul monastero di S. Mercurio unito a quello di S. Veneranda, sulla fondazione da parte del conte Leone dei due monasteri di monache, “quia in suo feudo”, sulla venuta dei bulgari che nel 550 si rifugiarono nel castello ecc….”. Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, la notizia tratta dal Laudisio di un conte normanno chiamato Leone che, ai suoi tempi, “aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo” di Roccagloriosa, dice Pietro Ebner che la notizia sarebbe tratta da un “testamento” e che di esso non vi è traccia. Ebner, però sbagliava quando scrive del “testamento di Leone”, in quanto il Laudisio e l’Antonini non si riferivano al “testamento” del conte normanno Leone ma si riferiva al testamento che lasciò il figlio di Leone, il conte Manso o Mansone nel 1130, allorquando dovette morire. Del testamento di Manso o Mansone parlerò innanzi. Infatti, sulla fondazione del Monastero claustrale (femminile) di S. Mercurio, a Roccagloriosa, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64) che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc.. Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Sulle origini di questo feudatario, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo aveva scritto nel 1745 anche il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p…… parlando del monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa ci dice del Conte Leo: “Manso Leone Signor del luogo”, parente di Roberto il Guiscardo (così scrive l’Antonini), di cui parlerò in seguito. Suo figlio il conte Mansone che continuò a dominare sulle nostre terre, aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed era sposato ad una donna chiamata Gaitellina. Il Conte Leone, oltre a Mansone aveva la figlia chiamata Altrude (sorella di Mansone). Dunque, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo, aveva tre figli: Mansone, Altrude e Landolfo. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Altre notizie su questo conte non ne ho trovato. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 242 parlando di Padula in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età Longobarda, normanna e sveva. Nell’ASN notizie di Padula in un diploma di Gisulfo I, il quale “per rogum landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “candelaria de padule” all’abate Giovanni nel monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli (4)”. Ebner, a p. 242, nella nota (4) postillava che: “(4) ASN, Catasto monasteri del Salvatore e di S. Pietro, f. 165 (edito dallo Schipa, cit., I, p. 55).”. Pietro Ebner (….), scriveva al riguardo: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i Normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi, però anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi non risponde nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Dalla Relazione di De Micco (18 – Fig. 11), apprendiamo che: ”Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, ecc…”. Il sacerdote Romaniello (….), scriveva che Roberto il Guiscardo aveva donato il feudo di Roccagloriosa al suo parente il conte normanno Leone che, al principio del secolo XII, a Roccagloriosa, oltre al monastero maschile di San Mercurio che esisteva già da tempo e che era rimasto abbandonato in seguito alle incursioni di Narsete ecc…, volle fondarne altri due femminili, quello di “Santo Leo” e quello di “Santa Venere”. Anche padre Romaniello è molto chiaro sulle origini del feudo Normanno di Roccagloriosa che, dal conte Normanno, Leone, parente di Roberto il Guiscardo, fu ereditato dal figlio suo, il conte Manso o Mansone, che, nel 1130, prima di morire fece testamento e unificò i due monasteri laasciando la guida alla sorella Altrude. Secondo il Romaniello, sulla scorta del Laudisio e dell’Antonini, a p. 36 scriveva pure che il conte Normanno Leone, “il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64) ecc…Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, anche perchè in quel periodo calamitoso, in seguito alle accennate invasioni e depredazioni saracene, il numero delle donne si riduceva sempre di più; e, per salvare queste, le invitava nei monasteri, dove gl’invasori, per il rispetto alle chiese e luoghi pii, non osavano mettere facilmente piede”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Dunque, il Romaniello, riguardo il monastero femminile di S. Leo, fondato da Leone conte Normanno, postillava che siccome vi era una chiesetta in questo cenobio si chiamò “Cannamaria”. Dunque, i questo passaggio padre Romaniello conferma al principio del secolo XII, a Roccagloriosa, oltre al Monastero maschile di San Mercurio, da tempo abbandonato ma già preesistente da molto tempo, furono fatti edificare dal conte normanno Leone, i due monasteri femminili di “Santo Leo” e quello di “Santa Veneranda”. Dalla Relazione di De Micco (18), apprendiamo che: ”Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Ecc…”. Alle notizie precedenti dobbiamo aggiungere che i tre monasteri riattivati dal cone Leone, di stirpe Normanna, essi divennero Benedettini. Infatti, sempre il sacerdote Roaniello, a p. 30, in proposito scriveva che: “Nel 1070 gran parte del basso Cilento passò alle dipendenze della Badia di Cava dei Tirreni che assunse ben presto a gran splendore e continuò in forma più legale ed organizzata l’opera benefica iniziata dai monasteri benedettini e basiliani del basso Cilento, superando con risultati maggiori e migliori i mille particolarismi dei precedenti cenobi chiusi ed indipendenti tra loro (38).”. Il Romaniello, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che: “(38) Nella biblioteca della Badia di Cava dei Tirreni esistono numerosi atti originali di concessioni e vendite di terreni datati dal secolo XI in poi: ne esistono appena nove riguardanti vendite di terreni appartenenti al comprensorio di Roccagloriosa (cfr. arca 53, 113; 76, 52; arca 86, 18; arca 86, 45).”.
Nel XII secolo, i due monasteri di San Leo e Santa Veneranda detto di ‘Cannamaria’ a Roccagloriosa sulla strada per Torre Orsaia, rifondati dal conte Leone normanno
Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e, riferendosi ai due monasteri di S. Leo e di Santa Veneranda, in proposito scriveva che: ”Il conte normanno Leone aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Sulla fondazione di due Monasteri femminili e claustrali a Roccagloriosa ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al conte Leone, parente di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64)……, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Ecc…”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Dunque, il sacerdote Romaniello, sulla scorta di diversi autori, lasciava intendere che nel secolo XII, quando cioè il feudo di Roccagloriosa passò al conte normanno Leone, egli fece costruire due nuovi monasteri feminili e claustrali: il monastero di Santo Leo e quello di Santa Veneranda che si trovava luno la strada per Torre Orsaia e che in origine si chiamò di “Cannamaria”. Su questi due monasteri ha scritto pure il comm. De Micco (….), recentemente da me rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra il “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il De Micco, riferendosi alla vasta tenuta del Centaurino, a p. 6, in proposito scriveva che: “Fra gli immobili legati vi era compresa la tenuta allodiale o burgensatica di esso disponente Mansone, denominata ‘Cannamaria’ dal nome di uno dei detti tre Monasteri sotto il titolo di ‘S. Anna e Maria’, sita all’estremo del ‘feudo’ di Roccagloriosa, limitrofo in quel tempo al tenimento di Rofrano, ecc…”.
Nel secolo XII, Leone, conte normanno di Roccagloriosa e Padula e la sua vasta tenuta del Centaurino (?)
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 385, parlando di Roccagloriosa ci parla anche del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa accenna alla vasta tenuta del Centaurino ed in proposito scriveva che: “Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc….”. L’Antonini, nella sua nota (1), prosegue scrivendo: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. Dunque, l’Antonini ci parla del “nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2)” e, poi aggiunge che Manso dona il possedimento che “ch’erano state di Gatullina sua moglie;”. Dunque, secondo l’Antonini, “Gatullina” era la moglie del vice-conte Manso. L’Antonini (….), a p. 385, a proposito del testamento di Mansone, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Con titolo di testamento soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. ‘Ambrosio Morles nelle note al Diploma del Re Veremondo’ sicuri ce ne fa (oltre tant’altri) colle seguenti parole: “Solemne bis etc…”. L’Antonini disserta sul documento di cui è a conoscenza e che chiama ‘testamento di Manso’. Dunque, l’Antonini scriveva del testamento del vice-conte normanno Manso o Mansone che il 3 aprile 1130 fece testamento e dotò il Monastero di San Mercurio a Roccagloriosa della vasta tenuta del Centaurino: “dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc..”. Secoli dopo l’Antonini, il sacerdote Agatangelo Romaniello (18), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p……, sulla scorta dell’Antonini (….), in proposito al monastero di S. Mercurio e riferendosi al conte Normanno Leone, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (…) che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc.. Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. L’Agatangelo (18), traeva queste notizie e postillava nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Il sacerdote Romaniello, non ci parla del vice-conte normanno Manso o Mansone e del suo testamento ma scriveva che era ‘Leone normanno’ (parente del potente Roberto il Guiscardo). Il Laudisio, sebbene citasse la notizia del testamento di Mansone non dice nulla sulla tenuta del Centaurino e sulla dote concessa al Monastero di S. Mercurio. Ma chi fu a dotare l’antichissimo Monastero di San Mercurio (rinato), della vasta tenuta del Centaurino o “Cannamaria”, che come è stato più volte scritto apparteneva a “Gatullina” ?. Fu il conte Leone, di stirpe normanna e la moglie Gatullina o fu il figlio, il vice-conte normanno Manso o Mansone che nel 1130 fece testamento ?. Di un precedente lascito o testamento, precedente al testamento di Mansone, figlio di Leone, ha parlato Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 citando ciò che aveva scritto Lorenzo Giustiniani (….), su Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.”. Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, Ebner lascia intravvedere che il conte Mansone, nel 1130, nelle sue volontà testamentarie lasciò in dote la vasta tenuta del Centaurino o di “Cannamaria” alla sorella o figlia Altrude ed al Monastero riunito e rinato di San Mercurio a Roccagloriosa, lascito di beni che possedeva in seguito all’eredità del padre Leone e della madre Gatullina. Sulla figura del conte di stirpe Normanna Leone, signore di Roccagloriosa e di Padula al tempo di Roberto il Guiscardo e della moglie (?) Gatullina non abbiamo notizie certe se non le poche parole citate dall’Antonini. Dell’antichissimo Monastero di San Mercurio e dei suoi possedimenti abbiamo molte notizie storiche che si riferiscono a molto prima della venuta dei Normanni nel Regno. Abbiamo notizie del passaggio di S. Nilo, notizie tutte documentate ma della tenuta del Centaurino si conoscono alcune notizie perchè dopo il secolo XVI iniziarono ad esserci liti e cause con la Curia che cercò di impossessarsi del vasto possedimento forse lascito dei Longobardi al Monastero di S. Mercurio. Sappiamo che in origine il monastero di S. Mercurio era un monastero di Monaci maschi, forse un antico cenobio basiliano, inserito in un circuito di Monasteri Carbonensi. Infatti, il Romaniello, a p. 36, in proposito scriveva che: “Non si sa con precisione fino a quando i monaci abitarono nel monastero di S. Mercurio. Molto probabilmente lo abbandonarono definitivamente agli inizi del secolo XI, quando, a causa delle frequenti scorrerie saracene, la permanenza nel monastero si rese molto difficile per i monaci, i quali erano costretti spesso a girovagare ed a nascondersi nelle grotte e per le montagne boscose. Solo durante la dominazione normanna (1040-1198) i monaci poterono rirendere a vivere nel loro primiero splendore, perchè quelli impedirono energicamente le depredazioni saracene e sottrassero alla giurisdizione vescovile i monaci, i quali ebbero monasteri stabili, ampi, solidi e ben dotati, tali da permettere una più ordinata ed intensa operosità ascetica e culturale (63).”. Romaniello, a p. 36, nella nota (63) postillava che: “(63) Gassisi Sofronio, op. cit., p. 809”. Romaniello si riferiva al testo di Sofronio Gassisi (….), “I manoscritti di S. Nilo Juniore”, Roma, 1905; “Innografi italo-greci – Le poesie di S. Nilo Juniore e di Paolo monaco”, in “Oriente christianus”, n. 5 (1905), pp. 26-82. Solo con la venuta dei Normanni diventò un monastero benedettino e claustrale per volontà del conte Leone. Addirittura il sacerdote Agatangelo Romaniello, a p……, riferendosi al conte Leone, in proposito scriveva che: “Leone normanno, …..che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, ecc….”. Dunque, secondo il Romaniello, la vasta tenuta o possedimento del Monte Centaurino consisteva in una vasta tenuta di terreno che si estendeva per 14 miglia. Il Romaniello scrive pure che all’arrivo del nuovo feudatario, il conte normanno Leone, “scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano”. Purtroppo l’interessante notizia non è suffragata da riferimenti bibliografici. Chi fossero questi ladri che derubavano e depredavano non si capisce. Forse ci si riferiva alla popolazione di Bulgari che avevano in precedenza occupato la rocca fortificata di Roccagloriosa.
Nel 1014, Manso o Mansone, ‘gastaldo’ longobardo del Cilento ai tempi di Guaimario IV
Intorno all’anno 1014, la contea di Roccagloriosa e di Padula era retta dal vice-conte o visconte normanno chiamato Manso o Mansone, che era successo al padre Leone, parente di Roberto il Guiscardo. Del conte Mansone abbiamo notizia nel documento dell’ottobre 1083, di cui ho parlato. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, in proposito scriveva che: “…..il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Ecc..”. Ma, al processo tenutosi nell’ottobre del 1083, di cui parlerò in seguito, oltre al vice-conte del Cilento Boso ma era presente anche un vice-conte (“vicecomes”) Manso o Mansone, il quale, come vedremo in seguito, era probabilmente pure un nipote o un parente di un altro Manso o Mansone di origine Amalfitana che risultava essere un funzionario o “Gastaldo” già in epoca Longobarda e operante nell’area del Salernitano. Il documento del 1083 ci parla dei viceconti Boso e Mansone, in un processo svoltosi all’Arcivescovado di Salerno. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Il gastaldo Mansone non era la prima volta, nell’aprile 1014, ad essere investito nelle funzioni giurisdizionali nel distretto della Lucania. Aveva già da un decennio iniziato la sua carriera di pubblico ufficiale, continuando una tradizione antica della sua famiglia. Egli infatti è ricordato come “Mansus castaldus filius constantini filii mansoni comitis”, quando nel gennaio 1004 e nel gennaio 1009 s’è trovato come garante o testimone, rispettivamente a Salerno e ad Amalfi (CDC, IV 31, sg.; 157 sgg.): dal secondo documento che è uno strumento di divisione di terre a Fonti e che riguarda beni ereditari di Maria, sorella di Mansone, si ha ulteriore conferma che questi apparteneva a famiglia ragguardevole di Amalfi (67)”. Acocella, a p. 57, nella sua nota (67) postillava che: “(67) Da Amalfi, secondo un rilievo fatto dal Poupardin (op. cit., pag. 44, n. 4), furono talora tratti i funzionari preposti alle alte cariche del Principato Longobardo; tali cariche si trasmettevano, anche, come di padre in figlio: cfr. CDC, I, 213 sg. Di Amalfi, che per il suo filellenismo riuscì a salvaguardare la sua autonomia di fronte alle mire espansionistiche dei Longobardi, c’era a Salerno una fiorente colonia: cfr. E. Pontieri, La crisi di Amalfi medioevale, in “Studi s. Repubblica marinara di Amalfi”, Salerno, 1935, pp. 8 ssg., 16.”. Sempre l’Acocella, a p. 60, parlando di Mansone (zio), in proposito scriveva che:

Dunque, questo Manso o Mansone “gastaldo” dello Stato, presente in alcuni processi e atti al tempo di Guaimario IV e Gisulfo II, aveva una sorella chiamata Maria, dunque non è lo stesso Manso o Mansone di cui si parla nel placito del 1083, di cui parlerò innanzi. Riguardo il conte Manso o Mansone si ha notizia in Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno” parlando della divisione del territorio in epoca longobarda e dei “gastaldi”, a p. 16, nella sua nota (32) egli postillava che: “Naturalmente nei territori alle dirette dipendenze del “sacro palatio” erano funzionari che si avvicendavano secondo momenti di necessità. Della limitazione all’Alento dell’antico gastaldo di Lucania è notizia dai documenti cavensi. v., ad esempio, nel diploma di Gisulfo I il vocabolo ‘duo flumina’ che nel 950 è ubicato “acto lucaniano” e nel giugno 1047 (CDC, VII, p. 41 sgg.) “in finibus lucanie”. Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner, a p. 16, postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Questo personaggio chiamato Mansone, è un “vice-comes” o visconte normanno che appare anche in un documento del 1014 e che già da oltre dieci anni prima aveva iniziato la sua carriera amministrativa presso la corte del Duca Roberto il Guiscardo. Ma a quale documento si riferiva Ebner (….), quando a p. 16 postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner cita il “Codice Diplomaticus Cavensis” e dice che si tratta del vol. VII, doc. 3, pp. 122 e p. 128. Notizia interessantissima questa del “gastaldo” Mansone nell’anno 1014, che risulta dal “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. VII, 3, pp. 122 e 128. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Anche un altro, importante monastero sui pendii della Stella, quello di S. Michele Arcangelo – che era stato oggetto della nota donazione di terreni fin dall’a. 963,…….Le stesse note toponomastiche e amministrative, e riguardanti lo stesso monastero (“in lucaniense finibus” ecc….) si leggeranno in un patto agrario di pastinato, stipulato su ordine del gastaldo Mansone, “per largietaten domni mansoni inclitus castaldus”, nell’aprile 1014 (66).”. Acocella, a p. 59, nella sua nota (66) postillava che: “(66) CDC, III, 122, sg. 238 sg; Il Monastero di S. Michele Arcangelo (detto nel 963 “in mons coraci”; ricordato di passaggio nel doc. del 994: ……………., e poi nelle carte dell’ottobre 1008, del 1014, ecc…”. Dunque, Acocella scriveva che nel documento dell’aprile del 1014, veniva ricordato il Monastero di S. Michele Arcangelo, di cui fu abate S. Pietro Salernitano e ciò risulta da un contratto di pastinato contratto davanti al gastaldo Mansone nel 1014. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Anche questo Mansone di Amalfi ?. Il castaldo amalfitano Mansone doveva essere un gastaldo che visse molti anni prima per avere un nipote chiamato Manso nel 1083. Dunque, l’Acocella (….) accostava questo vice-conte “temporibus”, chiamato Manso, per parentela di un suo zio gastaldo Mansone, “per cui una probabile sua giurisdizione amalfitana”. Acocella dunque citava il “Gastaldo Mansone”. Cosa significhi una “probabile giurisdizione Amalfitana” e quale legame possa avere avuto con il vice-conte Mansone e Roccagloriosa ?. Indagando sull’affermazione dell’Acocella, ho trovato alcune note interessanti nel testo di Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale secoli XI-XV”, a pp. 161-162 parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale – Santa Maria de Gulia”, a Castellabate, in proposito scriveva che: “Le vicende del monastero di Santa Maria ‘ad gulie’ si inseriscono, quindi, in un contesto socio-economico particolarmente importante, legato alla presenza di una folta comunità amalfitana, interessata ad acquistare terre che possono costituire punti di appoggio strategici per il commercio, rappresentando la soluzione alle difficoltà di comunicazione e di approvvigionamento per l’asperità del paesaggio costiero aveva sempre creato (726). Fin dalla metà del X secolo i ‘marinai-contadini’ di Amalfi guardano alle terre cilentane e ai numerosi approdi che, lungo la linea di costa, si aprono tra le foci del Sele e del Mingardo, quali scali fondamentali per il commercio con l’Africa, alcuni dei quali attestati già in età antica (727). Il controllo delle terre che da Agropoli arrivano a CasalVelino avrebbe permesso agli ‘Atranenses’ e ai prodotti esportati di partire direttamente per le varie destinazioni, risparmiando i tempi e i costi del trasporto via-terra allo scalo più vicino (728), senza considerare poi l’opportunità di inserirsi in un ambiente ampiamente permeato dalla cultura e dalla spiritualità italo-greca (729). Bisogna, tuttavia, aspettare il 1051 per tornare ad avere notizie sul complesso di Santa Maria ‘ad gulie’, in un atto del 1086, infatti, si rintraccia la trascrizione di un documento più antico, secondo il quale il conte Sicone avrebbe venduto a Leone Atranense terre ‘in loco Lucanie’, iuxta rebus ecclesie Sancte Marie, ubi ad gulie dicitur. Nel settembre del 1086 Pietro de Blacta, filius quondam Leone, avrebbe rivendicato il possesso di ‘omnes res in quibus constructae sunt ecclesiae Sanctae Mariae de gulia, Sancti Angeli (730) et aliae’, dando vita ad una lite con il monastero cavense, al quale invece i beni e le chiese risultano donate dal principe Gisulfo II, riunito ‘in sacro Salernitano palatio’ con i suoi ‘fideles’, offre al …………….., terre appartenenti ai beni del ‘palatium’ (732).”. Dunque, in questo passaggio apprendiamo anche di un Leone Atranense. Ciò che è stato scritto dalla Visentin potrebbe avrere un collegamento con le rovine di un “Amalphi ruinata” ?. Forse uno dei porti della valle del Mingardo acquistato dagli Atranesi o Amalfitani ?. Un antico casale posto non lontano dal fiume Mingardo di cui ho parlato in un altro mio saggio dal titolo “Nel 339 d.C., la fondazione di Amalfi la Vecchia”. Forse un antico porto amalfitano o atranese, uno dei tanti della costa che risale verso Agropoli. Esistono diversi documenti del periodo successivo che attestano l’interesse dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava per gli approdi del basso Cilento. Nel saggio di Antonio Caputo (…), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, il Caputo citava l’antico documento dove si parlava del commercio con i porti del Cilento che dipendevano dall’Abbazia cavense.
Nell’ottobre 1083, in un processo appare il “vice-comes” o visconte Manso o Mansone, forse, lo stesso Manso, visconte di Roccagloriosa e Padula che, nel 1130, sul letto di morte fa testamento e donerà a sua sorella Altrude il monastero di S. Mercurio
Uno dei primi documenti in cui appare il vice-conte (“vicecomes”) Manso è un documento dell’ottobre 1083. Come vedremo la figura di questo personaggio Normanno appare per la prima volta in un antico documento che era conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, parlando del casale di “Casamastra” ad un certo punto cita Castelruggiero. Ebner riferendosi ai beni donati al cenobio italo-greco di S. Fabiano (o Flaiano), in proposito scriveva che: “Più interessante, anche per la procedura, il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Quest’ultimo invitò il grande abate a chiarire dove “retineret et donimaret homines pertinentes reipublice de ipso loco cilento”. L’abate segnalò sei monasteri, dipendenti dal cenobio cavense, che avevano famiglie soggette, affermando con giuramento (venne prestato da “unum liberum hominem”) che tali famiglie erano vassalle della Badia prima dell’assedio di Salerno, anzi prima che Roberto “ad castram quod retunda dicitur advenisset”. Ciò è molto importante perchè anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero. Dal verbale si apprende inoltre che il viceconte invitò il priore del cenobio cavense Pietro a leggere singolarmente i nomi degli “homines” soggetti a ogni monastero. Esibito lo scritto contenente detti nomi, il viceconte fece giurare al priore (anche stavolta il giuramento è prestato da un “unum liberum hominem”) che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Dunque, l’Ebner citava la notizia di un antico documento “placido”, dell’ottobre 1083, in cui si ha notizia di un processo tra l’abate dell’Abbazia di SS. Trinità di Cava de Tirreni, Pietro Pappacarbone ed il viceconte del Cilento Boso. Processo tenutosi davanti alla principessa longobarda Sichelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo. Ebner, dunque parlava di un documento (placido) dell’ottobre 1083 e nella sua nota (4) postillava che: “(4) I, ABC, XIII, 110, maggio a. 1082, Vedi Nocella.” e, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ventimiglia, cit. Append., III, p. IX, sgg. = ABC, B 39, ottobre a. 1083, VII, Salerno.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “Nel processo celebrato nell’arcivescovado di Salerno, presenti, oltre la duchessa, l’arcivescovo Alfano, il vestatario del duca, Granato, “et plures alii homines”, il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ordinò al priore del monastero cavense Pietro (l’abate era assente) di esibire gli elenchi delle famiglie soggette. Ecc…”. L’antico documento dell’ottobre 1083 riguarda un processo per il possedimento di “Santa Maria de Gulia”, di cui ha parlato Amedeo la Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia – Il monastero, le chiese etc…”, di recente ha chiarito alcuni aspetti dell’antico documento del 1083 e del monastero. Egli chiarisce pure che si trattava di un antico casale forse annesso al casale di S. Maria di Castellabate che divenne un possedimento dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Tuttavia, a noi interessa l’antico documento del 1083, in cui si citano i due vicecomes Manso e Boso. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Barbara Visentin (….), “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale secoli XI-XV”, parlando di “1. Santa Maria ‘de Gulia’. Sancta Maria de Gulia”, a pp. 160 e ssg. nessun accenno all’antico documento dell’ottobre 1083 ed al gastaldo o vice-vonte Manone ma, a pp. 163-164, in proposito scriveva che: “Nell’agosto del 1080 Roberto il Guiscardo, ‘per interventum domne Sikelgaite ducisse’, concede che tutti i vassalli del monastero di Cava, ovunque essi risiedano, specialmente quelli dei monasteri di Sant’Arcangelo, San Magno e Santa Maria ‘de gulia’, siano soggetti in tutto all’abbazia cavense (741). Tre anni più tardi, però, ‘Boso, vececomes de loco Cilento’, compare ‘in sacro salernitano archiepiscopio’ alla presenza del giudice Sicone, del ‘dominus Petrus’, monachus et prior monasterii Sancte et individue Trinitas, e di ‘plures alii homines’ per definire nuovamente i vassalli che spettano al monastero cavense e quelli che, invece, appartengono a Roberto, ‘gloriosissimo duci’ (742). In realtà Bosone, ‘pro parte reipublice’, lamenta dinanzi a Sichelgaita e allo stesso ‘dominus Petrus venerabilis abbas’ della Trinità, che il monastero ecc….Pietro ribadisce, di contro, la facoltà di esercitare il ‘dominium’ ecc….Il processo conferma ancora una volta all’abbazia cavense i vassalli dei monasteri di Sant’Arcangelo di Perdifumo, Sant’Angelo di Montecorice, San Zaccaria de lauris, e San Giovanni de Terresino.”. In questo passaggio la Visentin cita Boso ma non cita Mansone che pure è presente nel documento. La Visentin, a p. 163, nella sua nota (741) postillava che: “(741) AC, B 13 edito da Guillaume, Essai, Appendice, pp. VIII-IX e da Ménager, Recueil, pp. 105-108”. La Visentin, a p. 164, nella sua nota (742) postillava che: “(742) AC, B 33: ottobre 1083 pubblicato da D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit. Appendice, pp. IX-XI e da Ménager, Recueil, n. 43, pp. 136-141.”.

(Fig…..) Documento dell’ottobre 1083 tratto da Ventimiglia Domenico, “Notizie storiche del castello dell’Abbate etc.”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX
Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX e ssg. e questo documento dell’ottobre 1083, si trova anche nell’Archivio dell’Abbazia di Cava de Tirreni, con la collocazione: “B, 39”. Il Ventimiglia, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “Gisolfo principe di Salerno aveva donato coll’intero territorio al Monastero di Cava la Chiesa di S. Maria de Gulia, altrimenti detta de Giulia, dov’era il Casale dello stesso nome (f), i di cui abitanti uniti agli uomini di altri casali del Cilento il Duca Roberto Guiscardo nel 1080 al suddetto Monastero Cavense sottomise (g); anzi i nomi stessi degli abitanti del Casale nel Placito tenuto nell’Arcivescovado di Salerno coll’intervenimento di Sighelgaita moglie del divisato Duca nel 1083 furono descritti e riconosciuti di dominio del suddetto Monastero (a), verso del quale non volle mostrarsi non meno generoso il Duca Ruggiero Principe di Salerno colla conferma, che gli fece del Monastero di S. Maria de Giulia nel 1086 (b), ecc…”. Il Ventimiglia, a p. 7, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Appendice de’ Monumenti, num. III, pag. IX.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Di questo documento hanno parlato pure i tre autori Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), che pubblicarono come doc. n. 51, a pp. 140-141 e ssg. Del documento del 1083 hanno parlato pure i tre autori Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), a pp. 141, postillavano che: “Sui monasteri cavensi nel Cilento di cui si parla nel documento v. CDC, X, p. XXI – Ed.: Ventimiglia, Notizie storiche, pp. IX-XI; Senatore, La cappella, pp. XII-XV. – Cfr.: Di Meo, Annali, VIII, p. 227; Portanova, I Sanseverino, p. 64 n. 78; Martini, Il diritto feudale, p. 210 n. 3, p. 216 n. 1, p. 224 n. 1; Acocella, La figura e l’opera di Alfano I, p. 55 n. 1; Id., Il Cilento dai Longobardi, p. 121 n. 186; Cuozzo, Riflessioni, p. 708; Ebner, Economia e Società, I, p. 60 n. 123, p. 62 n. 219, p. 82 n. 39, p. 99 n. 88, p. 103 n. 90, p. 108 n. 110, p. 125 n. 176, p. 130 n. 179, p. 130, p. 135 n. 194, p. 141 n. 206; Id. Storia di un feudo, p. 101; Id. Chiesa, p. 404 n. 86, p. 634 n. 17; Taviani-Carozzi, La principauté, II, p. 985 n. 63 e 64; Carlone, L’età medievale, p. 16 n. 6; Loré, Monasteri, p. 38 n. 107, p. 165 n. 41, p. 178 n. 87, p. 198 n. 152”. Riguardo il testo citato di Portanova si tratta di Gregorio Portanova (….), Il Castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924 e, Gregorio Portanova, I Sanseverino e l’Abbazia cavense (1061 – 1324), Badia di Cava, 1977. Ebner postillava che: “Il documento, edito dal Ventimiglia cit., Append., III, p. IX sgg., fu oggetto di studio da parte del SENATORE cit., Append., p. XII sgg.”. Ebner si riferiva all’opera di Gennaro Senatore (…) ed al suo “La Cappella della chiesa di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento – Relazione storica con documenti”, Salerno, 1895. Oltre al processo dell’ottobre 1083, il “vice-comes” Manso o Mansone appare anche nell’altro processo che seguì nel 1084. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, in proposito scriveva che: “Al processo del 1083 (86) ne seguì un altro nel 1084 (87) che, pur rimettendo in discussione i beni che l’Abbazia possedeva nell’odierno Castellabate, mostra, più che il motivo addotto dalla sovrana, toni meno rigorosi per la procedura più spedita. Guidizi tenuti ambedue alla presenza dell’accorta, bella e coraggiosa sovrana di Salerno (88) e ambedue illuminanti sull’effettiva consistenza patrimoniale della Bada di Cava ecc…”. Ebner, a p. 404, nella sua nota (86) postillava che: “(86) ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Il documento, edito dal Ventimiglia cit., Append., III, p. IX sgg., fu oggetto di studio da parte del SENATORE cit., Append., p. XII sgg., del Racioppi cit., II, p. 98, dal Mattei Cerasoli (Una bolla di S. Gregorio VII, p. 183 sgg.) e dell’Acocella cit., RSS 1962, p. 77 sgg. estr.”. Pietro Ebner, vol. I, a p. 404, nella sua nota (87) postillava che: “(87) ABC, B, 34, aprile a. 1084, VII, Salerno”. Sempre Ebner postillava di Leone Mattei Cerasoli (….) e del suo “Una bolla di S. Gregorio VII“, p. 183. Dunque, Ebner, a p. 404, nella sua nota (86) postillava di Giacomo Racioppi (…..) e del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, p. 98, dove però a p. 98, l’autore parla delle origini dei luoghi e fa riferimento alle antiche pergamene. Acocella, a p. 55 della parte I, nella sua nota (57) postillava di Racioppi: “(57) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1889, vol. II, pp. 9 e sgg. Anche M. Mazziotti (op. cit., p. 103) aderisce alle tesi del Racioppi: ecc..”. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 121 e ssg., in proposito scriveva che: “c) Una vertenza giurisdizionale tra la curia ducale e la Badia. La genesi, le fasi, la conclusione di tale vicenda giurisdizionale sono contenute nell’importante ‘charta indicati’ dell’ottobre 1083 (186), di cui si è fatto talora cenno nelle pagine precedenti, e che adesso opportunamente conviene illustrare per l’importanza primaria che riveste, sia in riferimento alla storia del diritto e dell’economia, sia in rapporto alla storia della conquista normanna di Salerno. Ecco il contenuto del documento.”. Acocella, a p. 122, scriveva che: “Sono trascorsi più di sei anni dalla effettiva presa di possesso di Salerno da parte dei Normanni, e una spinosa vertenza giuridico-politica sta rendendo difficili da tempo i rapporti tra la Curia ducale e la Badia di Cava. Il viceconte del Duca nel Cilento Bosone, “Boso vicecomes domini nostri ducis de loco cilento “(187), aveva in precedenza, al cospetto della duchessa Sichelgaita e del conte Sicone (188) addebitato a Pietro Abate di Cava etc…”. Acocella, continuando il suo racconto a p. 124 scriveva che: “A conferire maggiore solennità all’atto e quasi a sottolineare l’importanza storica della decisione stanno nel palazzo arcivescovile (192) e la presenza a tutta la procedura della duchessa Sichelgaita, dell’Arcivescovo Alfano I e del ‘vestararius’ del duca, Granato (193)……L’attività politica e amministrativa, svolta da Sichelgaita in assenza del marito tenuto lontano da Salerno da importanti cure di guerra o di stato (194), ecc…”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (194) postillava che: “(194) Cfr. C. De Blasiis, L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna, II, Napoli, 1864, pp. 292 sgg.”. Acocella, a p. 122, nella sua nota (187) postillava che: “(187) Non era finora noto tra i viceconti del venticinquennio 1065-90, che è il periodo studiato dal Garufi: l’esplicita attestazione che egli ha giurisdizione sul Cilento, coordinata con quanto s’è detto nel corso del nostro saggio, è utilissima a determinare l’effettiva attribuzione dei viceconti che non è chiarita da altri documenti. Cfr. C. A. Garufi, op. cit., 43 n…“. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C.A. Garufi, “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Dunque, il saggio del Garufi è stato pubblicato nella rivista dell’Archivio Storico Italiano, a. 1910, da pp. 52 a 80. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce nel “in sacro Salernitano Archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191).”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: G. A. Garufi, art. cit., p. 43.”. Riguardo alla principessa Sichelgaita e la sua presenza al processo, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, nella sua nota (88) postillava che: “(88) La duchessa Sighelgaita sostituiva il marito, Roberto, impegnato in Oriente. Come è noto Roberto, preoccupato della potenza bizantina, salpò (a. 1081) verso Valona, conquistando Corfù. Sconfitto Alessio Commeno, conquistò Durazzo (a. 1082), ma richiesto d’aiuto da Gregorio VII, assediato da Errico IV, corse a Roma liberò il papa e, devastata la città, lo condusse con grandi onori a Salerno. Tornato in Oriente e riconquistata Corfù, morì nel corso dell’assedio di Cefalonia (a. 1085).”.
Nell’ottobre 1083, Manso o Mansone, vice-conte (“vicecomes”) o visconte ducale del conte e giudice Sico o Sicone e, visconte di Roccagloriosa e Padula (sussesso al padre Leone) che, nel 1130, prossimo alla morte fece testamento
Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, ne parla a p. 16 e a p. 98. Egli, parlando dell’epoca Normanna e dell’organizzazione politica del Principato di Salerno, a p. 98 in proposito scriveva che: “I ‘vece-comes’ invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva da un documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vice-comes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendende da Cilento (42). Nel ecc….”. Ebner, a p. 98, nella nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui una probabile sua giurisdizione malfitana.”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner postillava del vice-conte (“vice-comes”) Manso o Mansone, che troveremo nel 1130 a Roccagloriosa quando, sul letto di morte esprime le sue ultime volontà testamentarie, di cui parlerò innanzi. Il vice-conte ducale Maso o Mansone, era molto probabilmente di origini amalfitane e probabilmente un nipote o parente di un “gastaldo” chiamato Manso o Mansone che troveremo in alcuni documenti del 1014 e anche precedenti. Questo parente, chiamato anch’esso Manso o Mansone, appare nel documento (che il Ventimiglia chiama “placito”) dell’ottobre 1083 (pubblicato da Domenico Ventimiglia (….)). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “…..il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ecc…”. Dunque, Manso era vice-conte del duca Roberto il Guiscardo ed assistiva il duca e giudice Sico o Sicone. Manso o Mansone appare al seguito della principessa longobarda Sichelgaita, seconda moglie di Roberto il Guiscardo. Manso o Mansone, è parte dei presenti all’Arcivescovado di Salerno e figura come il “vice-comes” ducale al seguito del Duca e giudice Sico o Sicone. Questo personaggio, funzionario (“vice-comes”) dello Stato ai tempi e dopo la conquista di Salerno ai tempi di Roberto il Guiscardo, potrebbe essere lo stesso di cui ci parla l’Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, quando ci dice che, nel 1110 fu autorizzato da Arnaldo, Vescovo della Diocesi di Policastro (?) ad unire i due monasteri di S. Leo e S. Veneranda in un unico Monastero, quello di S. Mercurio a Roccagloriosa. Manso o Mansone potrebbe essere lo stesso personaggio che, nel 1130, sul letto di morte fa testamento, di cui pure ho parlato in un altro mio saggio. Il “vice-comes” Manso o Mansone, oltre al processo dell’ottobre 1083, appare anche all’altro processo che seguì nel 1084. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, in proposito scriveva che: “Al processo del 1083 (86) ne seguì un altro nel 1084 (87) ecc…”.
Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Acocella dicedi si. Nicola Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria, perchè durò fino all’epoca normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto sul Cilento (120). Il Garufi (121) rileva che le attribuzioni dei vice-conti, che pure dovettero essere notevoli, non sono chiare, perchè poco studiate. Anche alla illustrazione di questo problema ci lusinghiamo di portare un qualche contributo con queste pagine. La naturale successione cronologica dei documenti ci porta adesso a vedere praticamente in funzione – secondo il criterio finora seguito – gastaldi – ‘ministeriales’ e vice-conti ecc…”. L’Acocella, a p. 376, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Appendice de’ monumenti, p. IX sgg: “boso….vicecomes suprascripti domini nostri de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro cice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Acocella a p. 376, nella nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. Qualche cenno sui vice-conti, o visconti, del Regnum Italiae in C. G. Mor, op. cit., II, pp. 70-74.”. Dunque, Acocella postillava di Mor (….), riferendosi a C. G. Mor (….), ed il suo “Regnum Italiae”, vol. II, pp. 70-74. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce nel “in sacro Salernitano Archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191).”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: G. A. Garufi, art. cit., p. 43.”. Acocella, riferendosi “al viceconte ducale Mansone” cita il Garufi. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C. A. Garufi (….), “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Dunque, Mansone era gia da tempo conosciuto a corte come viceconte che assistiva alle sue funzioni, il conte Sicone. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Dunque, il saggio del Garufi è stato pubblicato nella rivista dell’Archivio Storico Italiano (A.S.I.), a. 1910, da pp. 52 a 80.
Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a pp. 140-141, presenta e parla del documento n. 51 ed in proposito si scrivevano che: “51. 1083, ottobre, Salerno. Boso viceconte per il Cilento del Duca Roberto e Pietro priore del monastero della SS. Trinità…..dell’Arcivescovo Alfano I e di Mansone viceconte ducale, giungono ad un accordo davanti al giudice Sicone, ecc…”. Dunque, “Manso vicecom (e)s s(upra)s”, nel CDC è citato Manso vicecomes ducale del duca Roberto il Guiscardo.
Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, in proposito scriveva che: “…..che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Ebner scriveva che il documento del 1083 è importante perchè in esso vi è notizia delle famiglie affittuarie (“vassalle”) dell’Abbazia già da tempo prima l’assedio di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo era molto importante perchè “anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “Un uomo libero avrebbe dovuto giurare, nome dietro nome (92), essere notorio e a sua conoscenza diretta che le famiglie elencate erano appunto quelle dipendenti dai sei anzidetti cenobi, tutti soggetti al monastero cavense non nel momento che Roberto pose l’assedio alla città, ma, si badi, nel momento che decise di farlo muovendo dal castello “quod rotonda dicitur”, villaggio sito in diocesi di Policastro. Una più restrittiva limitazione, dunque, ad evitare la presentazione di qualche diploma concesso dal principe durante l’assedio. Nel processo celebrato nell’arcivescovado di Salerno, presenti, oltre la duchessa, l’arcivescovo Alfano, il vestatario del duca, Granato, “et plures alii homines”, il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ordinò al priore del monastero cavense Pietro (l’abate era assente) di esibire gli elenchi delle famiglie soggette. Ecc…”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner credeva che il “castello “castello “quod rotonda dicitur”, villaggio sito in diocesi di Policastro.”. Pietro Ebner scriveva che il “castello della Retonda o Rotonda, pare fosse nella Valle del Mingardo”, lo studioso Nicola Acocella credeva fosse l’odierno paese di Castelruggero. Pietro Ebner, parlando dell’antico documento scriveva che esso è importante perchè: “…..dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Dunque, per noi questo documento dell’ottobre 1083, è interessante perchè in esso si cita il “castello di Retonda o di Rotonda” che pare, secondo lo storico Nicola Acocella si trattasse di un “castello” nella Valle del Mingardo ed in particolare corrispondesse all’odierno Castelruggero. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “La procedura, scelta dal conte Sicone prevedeva inoltre……che, allorchè il Duca era giunto al ‘castrum’ di Retonda (al ‘Rotunda’) nel procedere all’occupazione di Salerno, ecc……(Questa notizia dell’occupazione di Rotonda, che il Guiscardo investe nella rapida marcia su Salerno, sovverte tutte le induzioni che sul suo itinerario han fatto sin qui gli storici. Sulla base di questa indicazione ricostruiremo le linee della strategia attuata da Roberto nel 1076).”. Dunque, come segnala Ebner, Nicola Acocella (….), credeva che alcuni toponimi citati nell’antico documento, come ad esempio “il castello della Retonda o Rotonda” oltre a trovarsi nella Valle del Mingardo, corrispondessero, secondo l’Acocella, all’odierno casale di Castelruggero. Da notare che Castelruggero è un casale unito poi a Torre Orsaia, non molto distante dal casale di Roccagloriosa. Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a p. 145, nella sua nota (1), riferendosi al toponimo “Rotunda (1)”, in proposito si scrive che: “(1) Castello oggi nel territorio di Olevano sul Tusciano”. Se fosse vera la corrispondenza con il casale di Castelruggero, come vuole l’Acocella, potrebbero essere attendibili le notizie storiche del conte Mansone di cui si è parlato in altri miei saggi. Dunque, è possibile che il casale o castello dell’attuale Castelruggero, ai tempi dei primi Normanni (a. 1083) sia stato la sede di un piccolo monastero benedettino legato o dipendente dall’Abbazia benedettina di SS. Trinità di Cava de Tirreni e, da qui, il legame con l’antico documento dell’ottobre 1083, il processo in cui figura un viceconte o visconte “Manso” che l’Acocella credeva fosse legato per parentela a Mansone, “gastaldo” (longobardo). Inoltre, come vedremo, questo Manso o Mansone, visconte normanno di Roccagloriosa e di Padula, che nel 1110 viene autorizzato da Arnaldo, vescovo di Policastro e che, nel 1130 fa testamento, da alcune notizie risulta che egli fosse figlio del conte normanno Leone, parente del Duca Roberto il Guiscardo.
Nel 1111, Arnaldo, II vescovo di Policastro autorizzò il visconte Manso o Mansone di unire i due monasteri di S. Mercurio e di S. Veneranda in un unico monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa
Andrebbe ulteriormente indagata la notizia fornitaci da Mons Nicola Maria Laudisio (9) che, nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro” (si veda versione a cura del Visconti), a p. 74 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Infatti, Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Roccagloriosa, a p. 416, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (9), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. Mons. Laudisio, nel 1831 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che “Arnaldo”, secondo il Laudisio, secondo Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro “nominato vescovo di Policastro nel 1110″ autorizzò “Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Dunque, il Laudisio (….), ci dà un interessante notizia su Manso o Mansone. In primo luogo, il Laudisio dice che “Altruda” era figlia di Manso o Mansone. Inoltre, il Laudisio scriveva che sua figlia Altruda aveva era entrata nel monastero claustrale di monache di S. Mercurio a Roccagloriosa. Inoltre, il Laudisio riporta la notizia che il vice-conte o visconte Manso o Mansone fu autorizzato dal vescovo di Policastro Arnaldo ad unire i due monasteri esistenti a Roccagloriosa in un unico monastero, ovvero egli creò il nuovo monastero claustrale di monache detto di S. Mercurio. Dunque, l’Ebner, sulla notizia che riguarda il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa scriveva che: “Di ciò manca ogni notizia”. Riguardo il Giustiniani (….), Ebner, a p. 416 si riferiva a Lorenzo Giustiniani (….) ed al suo “Dizionario Istorico-geografico del Regno di Napoli”, e a p. 415, riguardo Roccagloriosa, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Giustiniani cit., VIII, Napoli, 1804, p. 33”. Ma, il Giustiniani non riporta nulla che aggiunga a ciò che è stato già detto. Il Giustiniani, a p. 33 del vol. VIII, cita l’abate Ferdinando Ughelli (e la sua “Italia Sacra”) che ci parla del monastero di monache cistercensi ma non dice nulla riguardo la notizia di Manso o Mansone e dell’autorizzazione che gli diede, Arnaldo, dopo la sua elezione a vescovo nel 1110. Ma anche l’Ughelli (….) ed il Troyli (….), non forniscono riferimenti bibliografici sulla questione. La notizia che trae il Laudisio è tratta dalle notizie intorno al “testamento” del visconte Mansone, di cui ho già parlato ivi ed in altri miei saggi. Ulteriori utili riferimenti storiografici, li ritroviamo nella Relazione di De Micco (18 – Fig. 13), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, di cui parleremo.
Nel 1113, i Saraceni ed il saccheggio della chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis”
Da Wikipidia leggiamo che in epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi. Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi. In zona, visibili ancora oggi, ci sono altre due chiese a pianta triconca: l’antica cattedrale di Policastro Bussentino e la chiesa di San Nicola de Donnis a Padula. I Normanni amministrarono il territorio fino al 1189. Tutte notizie molto interessanti ma non suffragate da notizie documentate. Secondo quanto ci fa notare il barone Giuseppe Antonini, molto probabilmente nel 1113, la chiesa ebbe dei danni in seguito di un saccheggio operato dai Saraceni, forse di Licosa. In seguito a questo fatto, la chiesa, nel 1119 ricevette un donazione per il ripristino edilizio delle mura, che vennero riparate e la chiesa fu dotata degli oggetti liturgici rubati dai Saraceni. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 209, nel suo vol. IV, della sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo capitolo “8. Le prime chiese”, in proposito scriveva che: “Pur non conoscendo l’anno, sappiamo che nella città della Molpa vi erano tre chiese dedicate a S. Giuliano, S. Giovanni Battista e S. Andrea. (AFL). Delle tre sopravvivono vistosi ruderi della chiesa di San Giuliano, che era la principale e che poi fu sede della parrocchia (AFL). Delle altre due sopravvivono solo i nomi (AFL). Disfarsi della zavorra del passato, ecc….E così i superstiti della Molpa per non dimenticare lo splendore del passato anche della vita cristiana, costruiono a piè del massiccio, su cui sorgeva la molpa, in ricordo di una delle chiese, S. Andrea Apostolo, alla foce del Lambro una cappella, i cui ruderi ancora sono visibili. Come si apprende dall’AFL fu costruita dopo il 1464 da pescatori e mercanti. Essa fu visitata dal Vicario Generale Riccio Pepoli il 20 febbraio 1731 restaurata con l’obolo dei fedeli..”. Sempre il Cammarano, a pp. 211-212, scriveva “11) La parrocchia di San Giuliano. I ruderi di questa chiesa e qualche notizia di storia renderanno certamente piacevole il soffermarsi a parlare di quella che fu sede dell’ex parrocchia della Molpa. Mi sono recato varie volte alla sommità del massiccio, e per fortuna sempre in giornate di sole splendente, di mare calmo e di freschi venti ristoratori e non nascondo che mi sarei fermato a pernottarvi se vi fosse stato un ricovero, tanta è la bellezza del posto. A questa altezzza rievocare il suono della campana ecc..”. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Della chiesa di S. Giuliano avanzano oggi solo pochi ruderi, dai quali sembra dedursi che fosse a pianta quadrata con abside tricora. Una chiesa con lo stesso titolo nei pressi di Caprioli è ricordata nel catasto onciario del 1754.”. La chiesa di San Juliano alla Molpa di Palinuro è di particolare interesse storico in quanto di essa l’Antonini ci informa di un documento risalente all’anno 1119. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a pp. 213-214, nel suo vol. IV, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, riferendosi ai ruderi superstiti della chiesetta di S. Giuliano da lui visitati, in proposito scriveva che: “Difatti i muri perimetrali della chiesa, per tutto il loro svolgersi si sono conservati fino all’altezza di 2 metri. Nonostante i i secoli i muri larghi cm. 70, fatti di pietra calcarea e levigati dal vento e dalla salsedine del mare, sono ben solidi. E’ di forma rettangolare con la lunghezza di m. 23.40 e la larghezza di m. 15. Nella parte ovest, che guarda quindi verso il promontorio, che considero la parte anteriore, si aggancia un prolungamento di 2 muri dalla lunghezza di 7 metri e della larghezza di 1.40 restando tra i due muri uno spazio di m. 2.80. Sommando le misure dei muri e lo spazio si arriva a m. 5.40. Come si vede, rispetto al muro del vano chiesa, che è di m. 15.30 compresi i muri perimetrali, si restringe a m. 5.40 con in meno m. 9.90 rispetto al vano chiesa. Quando fu costruita la chiesa resta uno di quei misteri, di cui è ricca la città. Comunque innanzi a questo rudere imponente…..


Doveva essere molto antica questa chiesa parrocchiale posta sul lato est della Molpa, se Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a p. 569, parlando di Centola, scriveva che: “Chiesa di S. Giuliano, chiesa sulla Molpa, oggi con ruderi evidenti a est della cima; nel 1119 riceve la donazione di un podere dentro le mura della Molpa per le riparazioni necessarie alle mura e per la ricostruzione della dote liturgica a seguito della spoliazione operata dai saraceni nel 1113 circa; fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio; per questo sorse controversia tra il vescovo di Pisciotta e l’abate di Centola (Cammarano 133, II, 190 e IV, 198-205-209-211-214).”. Dunque, il Di Mauro (….), ci parla di antichi documenti in cui si parla di donazioni alla chiesa di S. Giuliano, chiesa sulla Molpa di Palinuro. Il Di Mauro (….) scrive che la chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio e per questa ingerenza, scrive il Di Mauro che il Cammarano, sorse una controversia tra il Vescovo di Pisciotta e l’Abate di Centola. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a pp. 574-575 parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421)”. Infatti, il Cammarano (….), a p. 189 del vol. II , in proposito scriveva che: “7. Quarta lite. Si svolse tra il Vescovo Luigi Pappacoda e l’Abate Cesare De Bologna e il reggente della Badia per la sopravvenuta morte dell’Abate Cesare De Bologna. E’ stata possibile ricostruirla dall’esposto alla S. Congregazione, che l’Abate Filicaia (1642) fece a difesa dei privilegi, ecc…”. Il Cammarano a pp. 189-190, del vol. II, in proposito scriveva che: “Le relazioni diventarono tese per una decisione presa da Mons. Pappacoda (248) il quale dispose “che tutto il beneficio dell’ex chiesa parrocchiale S. Giuliano (249) della città della Molpa, venisse trasferito all’arcipretura di Pisciotta, avvalendosi, si disse, che Pisciotta costituì un casale della Molpa e che il feudo della Molpa era posseduto dalla famiglia Pappacoda col titolo di Marchese di Pisciotta e principe di Centola” (AFL)”. Il Cammarano, a p. 190, nella sua nota (249) postillava che: “(249) S. Giuliano: di questa chiesa parrocchiale sopravvivono vistosi ruderi. C’è ancora il perimetro fino all’altezza di due metri. E’ sita nella parte orientale della Molpa e quindi verso il fiume Mingardo.”. Infatti, riguardo il passaggio della parrocchia della chiesa di S. Giuliano a Pisciotta sappiamo che la richiesta del de Leyna non ebbe esito e nel 1578 il feudo di Molpa e Palinuro, con la terra di Pisciotta, fu venduto per 30.000 ducati a don Camillo Pignatelli, viceré di Sicilia. Nel 1583 la proprietà fu venduta dai Pignatelli ad Ettore Maderno di Monteleone, che a sua volta nel 1602 la vendette ad Aurelia della Marra, moglie di Cesare Pappacoda. La famiglia dei Pappacoda terrà il feudo di Pisciotta, Molpa e Palinuro, divenuto frattanto marchesato, fino al 1806. Riguardo il passaggio della parrocchia e della chiesa di S. Guiliano a Pisciotta, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella nota (52) postillava pure che: “(52)…..Dalla platea della Molpa del 1666 risulta che il feudatario versava dieci ducati annui al beneficiario di San Giuliano per le terre da questi a lui censuate.”. La Platea della Molpa del 1666, è stata pubblicata dall’amico Massimino Iannone (….), nel suo “Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX”, pubblicato nel 2016. Francesco Barra, a p. 37, dopo aver parlato del casale di S. Serio alla Molpa e della “La distruzione del 1464 ricordata dall’Antonini, viene sostanzialmente confermata, anche se non si ha certezza precisa dell’anno (52).”.
Nel 1119, Aldruda o Alderuna, badessa del Monastero di Monache di S. Mercurio a Roccagloriosa
Mansone, figlio di Leone e conte di Roccagloriosa e di Padula continuò a dominare sulle nostre terre, era sposato ad una donna chiamata Gaitellina ed aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed una sorella chiamata Altrude (per il Laudisio era sua figlia). La sorella di Mansone, Altrude, aveva due nipoti: Guidone e Alessandro che il 7 aprile 1133, ratificarono e confermarono il privilegio del 1130. Nel 1133, dominavano sulle nostre terre i due nipoti di Altrude (figlia di Mansone che nel 1130 era conte di Roccagloriosa e di Padula). Dobbiamo indagare sugli eredi del Conte Mansone, ovvero sui due nipoti di Altrude: Alessandro e suo figlio Guido o Guidone. Dobbiamo indagare sui due nipoti di Altrude: Alessandro nipote di Altrude e suo figlio Guido o Guidone (eredi del conte Mansone). Su questa donna vi sono poche notizie. Mons Nicola Maria Laudisio (9), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro” (si veda versione a cura del Visconti), a p. 74 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Infatti, Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Roccagloriosa, a p. 416, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (9), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. Mons. Laudisio, nel 1831 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che “Arnaldo”, secondo il Laudisio, secondo Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro “nominato vescovo di Policastro nel 1110″, autorizzò “Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”.Dunque, il Laudisio (….), ci dà un interessante notizia su Manso o Mansone. In primo luogo, il Laudisio dice che “Altruda” era figlia di Manso o Mansone. Inoltre, il Laudisio scriveva che sua figlia Altruda aveva era entrata nel monastero claustrale di monache di S. Mercurio a Roccagloriosa. Inoltre, il Laudisio riporta la notizia che il vice-conte o visconte Manso o Mansone fu autorizzato dal vescovo di Policastro Arnaldo ad unire i due monasteri esistenti a Roccagloriosa in un unico monastero, ovvero egli creò il nuovo monastero claustrale di monache detto di S. Mercurio. Il barone Giuseppe Antonini (….), la chiama “Aldruda”, mentre il Laudisio la chima “Altruda”. Approfondiamo la questione. Il barone Giuseppe Antonini (….) che, nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando di Roccagloriosa, a p. 385 (Discorso VIII), sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601 parlando del Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: “Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte d’Aldruda sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. Dunque, in questo primo passaggio a p. 385, l’Antonini scriveva che, nel 1130, “Aldruda” (così la chiamava), sorella del conte “Manso Leone Signor de luogo” (che fu nominata per prima badessa del Monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa, secondo le sue volontà testamentarie del fratello conte Manso o Mansone. L’Antonini, però, diversamente dal Laudisio scriveva che “Aldruda” era sorella di Manso e non la figlia come scrive il Laudisio. Sempre l’Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva di “Alderuna”. L’Antonini, a p. 372, ci parla di Alderuna e della donazione che ella fece nel 1119, come vedremo innanzi. L’Antonini, a p. 373 parla di un sacerdote “Presbitero Euphemio” e poi aggiunge “da Alderuna (I)”. Il barone Antonini (….), a p. 373, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Puotesi credere, che questa Alderuna fosse Longobarda, dal leggersi nel principio della donazione: “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, sapendosi che i Longobardi destinavano un Uomo col nome di Mundualdo per aver cura di non far ingannar le donne: Costume passato a noi, e fino a’ tempi di nostri Avi durato, siccome cogli esempj abbiamo provato altrove.”. “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, ovvero, Mundualdo, uomo longobardo si fermò di fronte ad Alderuna, donna longobarda che condeva al sacerdote Eufemio. Secondo l’Antonini questo uomo longobardo chiamato “Mondualdo” era un uomo che secondo l’antica usanza longobarda doveva “aver cura di non far ingannar le donne”. L’Antonini a p. 373, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Quando questa parola ‘Nuper’ non voglia essere presa in troppo stretto senso, può significare: “Da pochi anni in quà”, e tal volta arrivare a dieci ed a venti. Può pastarci per i tempi bassi un luogo di S. Gregorio nel lib. 3 dè Dialoghi c. 26 ove ragionando di un solitario chiamato Mena, così scrive: “Nuper quidam venerabilis vir Menas nomine, solitariam vitam ducebat, qui nostrorum multis cognitus, ante hoc ferè post decennium defunctus”. Per gli antichi senza dubbio sarà sufficiente ‘Cicerone’ nel I. de Orat. Ivi di fresca cosa parlando dice: “In quibus eratis, qui nuper Romae fuit, Menedemus holpes meus.”.”. Riguardo la figura di “Alderuna”, che, nel 1119, donò un podere, recentemente, nel 2017, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 63, parlando del monte “Cellarano” o del toponimo “Kellerana” (Monte Bulgheria), in proposito scriveva che: “Non a caso, del resto, proprio in quest’area di Centola che guarda verso il Mingardo sussistono ancora oggi numerosi toponimi di chiara impronta basiliana: S. Basile, S. Sergio, S. Elia, S. Agata, S. Andrea, oltre che Macchia della Chiesa, storico possedimento fondiario dell’abbazia di S. M. degli Angeli di Centola. Sul lato opposto del Mingardo…….Ma sembra pure che i centri basiliani più importanti della zona fossero quelli, più a nord, di Roccagloriosa, e di Rofrano, il quale ultimo giunse a contare ben undici dipendenze (8).”. Il Barra (….), a p. 63, nella nota (8) postillava che: “(8) Scrive a questo proposito l’Antonini “Sul declinar di questa montagna chiamata di Bulgheria a tramontana trovasi Roccagloriosa; paese grande, ed in bellisimo sito allogato (…..). Nel 1130 Manso Leone Signor de luogo con suo testamento dotò la chiesa (di S. Mercurio) di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina, e volle che fosse femminile, riservandosi alla famiglia il diritto di nomina della badessa dopo la morte d’Alruda sua sorella, che egli nominò per prima; ratifica del conte Guidone suo nipote.”. Dunque, in questo passaggio, il Barra ricorda la donazione di Manso al monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa e della sua sorella “Alruda” che dovette essere la prima badessa di questo antico Monastero di monache clarisse. Dunque, secondo il Barra, “Alruda”, la prima badessa del monastero di monache di Roccagloriosa era la sorella del conte Normanno Leone Manso. Francesco Barra, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) ‘La Lucania’, cit., p. 330. Attendibile ci pare pure l’atto di donazione del 1119 di un podere da parte della longobarda Alderuna al presbitero Eufemio della chiesa di “S. Juliano ad moenia Molpis”, “ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismaterium, et vestamentos que nuper disrobaverunt Agareni in depradatione praecalendatae Molpis”. Il documento proveniente dall’archivio di S. M. degli Angeli di Centola, ecc…”. Il Barra, a p. 37 proseguendo il suo racconto sulla donazione del 1119, in proposito scriveva pure che: “Alderuna può probabilmente identificarsi con quella Alruda che fu la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa, fondato nel 1130 da suo fratello “Manso Leone, Signor del luogo”, che con suo testamento lo dotò “di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina”, riservandosene il diritto di nomina delle badesse (G. Antonini, La Lucania, cit., pp. 385-86).”. Dunque, interessantissimo il passaggio del Barra che ci ricorda il personaggio di Alderuna. Dunque, Francesco Barra, riferendosi alla donazione del conte Manso al monastero di Roccagloriosa scriveva che “Alderuna” era longobarda, sorella del conte Leone Manso e, prima badessa del Monastero di monache clarisse di S. Mercurio a Roccagloriosa, fondato nel 1130 dal fratello Leone Manso. Secondo il Barra, “Alderuna”, era la stessa che nel 1119 donò un podere alla chiesa di S. Juliano a Molpa e che nel 1130 diventerà, per volere del fratello, la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni ecc..’, a p. 435 parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, scriveva che: “Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28) si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, Ebner scrive che secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda”, ma ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Dunque, Guido e Alessandro secondo questi documenti erano cugini della badessa di S. Merurio Altrude. Dunque, Ebner scriveva che: “alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, etc…”.
Nel 1119, la donazione di Alderuna o Aldruda, sorella del conte Mansone alla chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis”
Il barone Giuseppe Antonini che, nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando della Molpa ci parla pure della donazione del 1119. Infatti, l’Antonini, a p. 372, in proposito scriveva che: “Mancandoci le notizie dè susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, chtabbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII. Allora cogli altri marittimi luoghi della Lucania fu dà Saraceni saccheggiata; sebbene altra distinzione non se ne sappia, che quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, “ad moenia Molpis, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’. Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore. La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”.

La notizia della donazione del 1119, viene dall’Antonini che vedeva un antico documento datato all’anno 1119 mostratogli dall’Abate Commendatario dell’Abbazia di S. Maria di Centola, Girolamo Gascone, che nel 1745, anno della prima edizione della “La Lucania” dell’Antonini aveva conservato nei ricchi archivi dell’antichissima abbazia benedettina. L’Antonini riportava il testo in latino che aveva letto trascritto sull’antico documento “chronicon del monaco di S. Mercurio”, che potette leggere imprestatogli dall’abate Gascone e, di cui ho già parlato. Riguardo la Molpa, l’Antonini scriveva che si aveva notizia di essa attraverso la : “donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, “ad moenia Molpis,”. Le parole trascritte dell’Antonini dovrebbero corrispondere al seguente significato: “presso le mura di Molpis, e darti anche Eufemius, sacerdote di Alderuna, che fu un tempo un limite dei Remodius, per riparare le torri, le coppe, i polli, il crismario e i vasi che gli Agareni avevano recentemente demolito nelle depredazioni di Molpis.”, ovvero che Alderuna, nel 1119, fece dono ad Eufemio, sacerdote della chiesa di S. Giuliano presso Molpa, “che fu un tempo un limite dei Remodii”, (o che fu un tempo di Remodi), delle suppellettili (coppe, polli, crismario, vasi ecc…, che i Saraceni avevano distrutto nel corso delle loro frequenti incursioni sul litorale come quella del 1113. L’Antonini scrive che Gascone gli “imprestasse” l’antico atto di donazione che egli dice essere datato 1119. L’Antonini scriveva che l’antico documento “Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore.”. Dunque, l’antico documento d’epoca Normanna, fu mostrato all’Antonini dall’Abate Gascone, abate dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola, che come si è letto precedentemente possedeva una ricca biblioteca, ricca di testi manoscritti e di documenti e pergamene antichissime come il cosiddetto “Censuale”. Devo però precisare che l’Antonini, nelle precedenti pagine, ci parla di un ‘‘Chronicon’ medievale che egli chiama “Cronica” del Monaco di S. Mercurio e che attribuisce al secolo XII. Si tratta del chronicon del Monaco di S. Mercurio, di cui il Cammarano scriveva a più riprese che nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola (AFL) se ne conservano le copie degli abbati successivi al monaco Mercurio, ovvero Venceslao I, come lo chiama il Cammarano. Il Cammarano, citando la chiesa di S. Giuliano, di oggi vi sono visibili ancora solo i ruderi, si riferiva al ‘Chronicon del Monaco di S. Mercurio’, di cui ho parlato anche in un altro mio saggio. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 44, nel suo vol. II, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” (Chronicon) di Mercurio 1°, e a proposito della Chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Ecc… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che…….E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. Ecc…”. Dunque, vediamo cosa scriveva in proposito l’Antonini. L’Antonini scriveva che alcune notizie storiche sulla Molpa si possono ricavare dalla “quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, ecc..”. Dunque, l’Antonini la chiama chiesa di San Juliano. L’Antonini scrive di aver visto un’antichissima pergamena che lui dice essere una donazione fatta nell’anno 1119 alla chiesa di S. Giuliano alla Molpa. Riguardo l’antica donazione, l’Antonini aggiungeva pure che: “La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”. Antonini, in questo passo ci parla della prima notizia ovvero che la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni presumibilmente, secondo i suoi alcoli nel 1113. Antonini scriveva nell’antichissima pergamena della “donazione” alla chiesa di S. Giuliano della Molpa, “scritta per metà con greci caratteri”, si riportava o meglio egli leggeva il seguente testo: “ad moenia Molpis’, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’.“, il cui significato dovrebbe corrispondere al seguente testo: “presso le mura di Molpis, e per te il sacerdote Eufemio, già dei Remodii, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, per il mantenimento di torri, calici, polli, crismari e vasi, che gli Agareni avevano recentemente scavato dalle depredazioni di Molpis.”. Il testo in latino cita un presbiterio (un sacerdote) chiamato Eufemio “già dei Remodii”. Egli a Molpa aveva un podere, un piccolo limitato pezzettino di terreno dove i Saraceni scavarono gli oggetti sacri che saccheggiarono presumibilmente nel 1113 e in seguito, nel 1119, avvenne la donazione per ricostituire gli oggetti sacri derubati dai Saraceni. L’Antonini, a p. 373 parla di un sacerdote “Presbitero Euphemio” e poi aggiunge “da Alderuna (I)”. Di “Alderuna” ho parlato prima. La notizia riferita dal Di Mauro (….), della donazione del 1119 è interessante ed è tratta dal Cammarano ma sia il Di Mauro che il Cammarano non forniscono riferimenti bibliografici dell’antico documento che risale al 1119, epoca della dominazione Normanna di Ruggero Borsa, ne si danno riferimenti per l’altra notizia dell’incursione e del saccheggio dei Saraceni nel 1113. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) ‘La Lucania’, cit., p. 330. Attendibile ci pare pure l’atto di donazione del 1119 di un podere da parte della longobarda Alderuna al presbitero Eufemio della chiesa di “S. Juliano ad moenia Molpis”, “ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismaterium, et vestamentos que nuper disrobaverunt Agareni in depradatione praecalendatae Molpis”. Il documento proveniente dall’archivio di S. M. degli Angeli di Centola, ecc…”.
Nel 3 maggio 1130, Mansone, Conte di Roccagloriosa e di Padula, prossimo alla morte facendo testamento dotò il Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa di diverse rendite e beni della moglie Gaitellina
Sappiamo di un altro documento d’epoca Normanna che riguarda le nostre terre. Uno dei quattro documenti Normanni che conosciamo e che riguardano le nostre zone, è l’Istrumento o Testamento con il quale, il figlio del conte Normanno Leone, il conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda, ecc.. Il documento d’epoca Normanna, datato 3 maggio 1130, riguarda il conte di Roccagloriosa Manso o Mausone o Manzo, figlio del conte Normanno Leone, che nel 1130, prima di morire, fece una donazione al Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa. Padre Agatangelo Romaniello (16), parlando della sua Roccagloriosa in un suo pregevole scritto, scriveva in proposito: “Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda. Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”. L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Il sacerdote Romaniello ricorda la notizia tratta dal Laudisio (….) del testamento del 1130 del conte normanno Manso. Mons. Nicola Maria Laudisio (9), nella sua ‘Synopsi’, scritta nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (11), riferendosi al vescovo Arnaldo, così si esprimeva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Il Laudisio (….), riferisce una notizia tratta dal Sartorio (….), dall’Ughelli (….) e pure dall’Antonini (….). Dal punto di vista strettamente bibliografico, l’antico documento d’epoca Normanna, datato l’anno 1130, apprendiamo dall’Antonini (5) che fu citato dal Santorio (13). In seguito, nel 1659, la notizia fu ripresa nell”Italia Sacra’ dall’Ughelli (11) e poi in seguito ripreso dall’Antonini (5) e dal Laudisio (9). Il Santorio (13), in ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, nel 1601, scriveva in proposito: “distribuis in inopum necessitates fortunis, ad Sancti Mercurij coenobium confugit, fed urgentibus provinciae praesidis minacibus nuntijs, ne monachorum albo adscriberetur, illico recurrit ad monasterium Sancti Nazarij, ibique deposito cingulo, Christo militare incoepit, vigilatissimus & cibi, femper in procinctu, semper in castris, religionis, pietatis, charitatis, ac demissionis armis tectus cum hoste humani generis dimicare, non mislilibus, eminussue, fed cominus, pede collato, & mucrone fidei terribilis lacessere vel quiescentem, tunditur ab hoste, verbetatur, affligitur, vel illato terrore minatum, nec animo ipse strato succumbit, pedibus nudis, capite intecto, ferox, magnaq; alacritate martem poscens, fruiturque consuetudine multorum Sanctorum Monachorum, & non procul monasterio Sancto Mercurij, cellam in rupe praecelta delegit , dicataque Michaeli Archangelo ara, vitan longe asperrimam, ac laboriosissimam duxit celestium contemplatione conditam: ….”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Paolo Emilio Santorio Casertano (13), che, nel 1601, nella sua ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’, parlando dei Monasteri Basiliani, accennava ai luoghi frequentati da S. Nilo da Rossano, ha citato l’antica donazione Normanna ancora prima che ne parlasse l’Ughelli (11). Il Santorio (13), citava l’antico privilegio concesso al Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa dal conte Leone Manso o Mausone o Mansone, signore del luogo e poi ratificato da suo nipote il conte Guidone. Infatti, sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601, l’Antonini (5), parlando di di Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: “….che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) ecc..ecc..”.

L’Antonini (5), sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601, parlando di un monastero di Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte d’Aldruda sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. L’Antonini (…) poi, sulla scorta del Santorio (…), in ‘Historia Carbone Monasterii’, fol. 29, riporta nelle sue note (1): “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Poi aggiunge alla nota (2), sulla scorta dell’Ambrosio Morales nelle note al Diploma del Re Veremondo, riporta un passo del testamento del Conte Normanno Leone Manso e riguardo al testamento del conte Manso, nella sua nota (2), scrive: “Con titolo di ‘testamento’ soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. “Ambrosio Morales nelle note al Diploma del Re Veremndo: sicuri ce ne fa ) oltre tanti altri) colle seguenti parole: Solemne bis temperibus, e multis postea sequentibus…”, ovvero che all’epoca, per “testamento” si intendeva una donazione. L’Antonini (5), parlando dell’antico documento, scriveva in proposito: “la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. ecc… (1).” e, nelle sua nota (1), postillava che traeva la notizia dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”.
Nel 7 aprile 1133, Guidone conte di Roccagloriosa e Padula e Alessandro, figli eredi del visconte Manso
Il Conte Leone, oltre a Mansone aveva la figlia chiamata Altrude (sorella di Mansone), che a sua volta ebbe due nipoti: Guidone e Alessandro che il 7 aprile 1133, ratificarono e confermarono il privilegio del 1130. Nel 1133, dominavano sulle nostre terre i due nipoti di Altrude (figlia di Mansone che nel 1130 era conte di Roccagloriosa e di Padula). Dobbiamo indagare sui due nipoti di Altrude: Alessandro nipote di Altrude e suo figlio Guido o Guidone (eredi del conte Mansone). Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Dunque, dal ‘Catalogus Baronum’ si evince che dopo la morte di Manso o Mansone, signore di Roccagloriosa e di Padula, nel 1133, gli successero i due suoi figli (nipoti della sorella Aldrude, badessa del monastero feminile di S. Mercurio), Alessandro e Guidone e, dopo di essi la famiglia Morra. Padre Agatangelo Romaniello (16), parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al testamento di Manso o Mansone, in proposito scriveva che: “Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”. L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque il Romaniello scriveva che nell’anno 1133, ai tempi di re Ruggero II d’Altavilla, i signori del luogo (i feudatari di Roccagloriosa) erano Alessandro e Guidone, figli del conte Manso o Mansone, fratello di Aldrude, badessa delmonastero femminile di S. Mercurio. I due fratelli, nel 1133 ratificarono il testamento del padre Manso “per benevolenza verso il vescovo di Policastro Guido”. Il Romaniello, a p….., nella sua nota (65) scrive che copia del documento fu trascritto dal sacerdote Pantaleo Romaniello, suo avo e conservato presso l’Archivio Parrocchiale di Roccagloriosa di cui l’originale esiste presso l’Archivio di Stato di Napoli. La ratifica del testamento di Manso, del 7 aprile 1133 del precedente testamento “Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, “fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio”. Pietro Ebner (7), citava l’antico documento che riteneva però falso. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni ecc..’, sulla scorta del Ronsini (10), nella sua nota (29), riguardo l’antico documento, parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, a p. 435 scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28 – Ronsini, p. 29), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. In questi interessanti passaggi, l’Ebner, sulla scorta delle sentenze e delle liti fra i feudatari e la curia di Policastro chiariva alcune notizie rimaste frammentarie. Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Ebner, a p. 435, nella nota (29) postillava che: “(29) Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura).”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner riteneva il documento del 1133 della ratifica del testamento di Manso falso. Ebner, parlando di Rofrano scrive diverse notizie molto diverse da quelle che sono state dette da Romaniello, dall’Antonini, dal Laudisio. Ebner, cita il Ronsini (10) che, nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone. Il Ronsini (10) che in un suo pregevole scritto, a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri di don Placido Tosone, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro. Gli antichi documenti Normanni, riguardando molte donazioni Normanne a diversi Monasteri ed Abbazie del luogo, essendo queste, insieme ai loro beni, date in seguito in commenda, furono citati e oggetto di liti e cause vertenti tra la Curia ed i Comuni limitrofi, come ad esempio la causa vertente e sorta tra l’episcopio di Policastro ed il Comune di Rofrano, citata dal Gaetani (2), da cui apprendiamo del lavoro del canonico Giuseppe Menta (19): “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il Gaetani (2), a p. 154, nota (4) (nota 1), di un suo pregevole scritto, citò la Relazione di Domenico Menta e scriveva: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. (19).
Nel 7 aprile 1133, la ratifica del testamento di Mansone, dei conti Normanni Guido e Alessandro, nipoti di Altruda (figlia di Leone)
L’Antonini (5), nella sua nota (1), di p…., e sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601, parlando del testamento o “Istrumento”, “….che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo”, aggiungeva: “Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. Padre Romaniello Agatangelo (16), parlando di Roccagloriosa, in proposito al testamento del conte Leone, scriveva: “Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. “ (65). L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Sempre l’Agatangelo (16), scriveva in proposito: “Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda. Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”. L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava che: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. L’Ebner (7), alla sua nota (29), riguardo questo antico documento ed a una lite sorta tra la Diocesi di Policastro ed i Comuni limitrofi, in cui “Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29).”, postillava: “negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura)” . L’Ebner (7), citava l’antico documento che riteneva però falso. L’Ebner, a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni ecc..’, sulla scorta del Ronsini (10), parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (…). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (10, Ronsini, p. 29), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29).”, ed aggiunge che poi in seguito “Nel 1133, i nipoti del conte Mansone lo confermarono”. Ulteriori utili riferimenti storiografici, li ritroviamo nella Relazione di De Micco (18 – Fig. 13), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, di cui parleremo. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, che riporta un estratto di una sentenza del 1600, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Nella Relazione del De Micco (18 – Fig. 11), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, ove si scrive a p. 1, che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone e Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130.”, poi De Micco prosegue con la conferma dal testo in latino: “Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansonis nostri avi, …..”.

Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(2) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento. In particolare il Gaetani, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (..). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385. ; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(3) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota 20: Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5. Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Riguardo il Monastero di S. Elia, citato dal Robinson, abbiamo visto che viene citato in un testo di Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Rodotà, scrive: “S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Del Monastero di Carbone, poi ne parla anche il Santonio P.E., “Il monastero di Carbone”, Napoli, ed. Pellizzone, 1859 (…). Il Monastero di Carbone è stato uno dei più famosi Monasteri basiliani in Italia. In sostanza, secondo il Cappelli (…), il collegamento con il documento Normanno (…), è S. Nilo che abitò in questo Monastero basiliano del Carbone del Bosco e poi passò a vivere nell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – a cui è collegato il documento (…), pubblicato dal Trinchera (…). Il Cappelli, nella la nota 21 dice: Trinchera F. (…), p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”. Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Sul Monastero di Centola si veda p. 398.
(4) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.;

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253 (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 253.
(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.
(5) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio ‘de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(Fig. 8) Capitolo XI del manoscritto inedito di Luca Mannelli, conservato alla BNN (11).
(6) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (2), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.
(7) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; Si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.
(8) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377. Si parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Egli cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.
(9) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos his-torico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831. Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda in proposito anche Visconti G.G. (a cura di), op. cit. (9 bis)
(9 bis) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.
(10) Ronsini D. A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69. Il Ronsini (10), a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel ‘Libro di memoria’.”.
(11) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), p. 542 e da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro. Il Cappelletti (54), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”. Riguardo il vescovo Arnaldo, successore di Pietro, ne parla a p. 789 e s. e per tutti i suoi successori.
(12) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.
(13) Santoro P.E., Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, foll. 29-30. L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’.
(14) Richard e Giraud, Dizionario universale delle Scienze Ecclesiastiche, opera compilata dai padri…, Napoli, 1848, ed. Stab. Tip. Batelli: su Policastro: p. 679.
(15) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(16) Agatangelo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986
(17) Di Meo A., Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1803, Tomo VIII, p. 179 e s.; riguardo le notizie intorno al Vescovo Arnaldo, si veda: Di Meo Alessandro, che nel Tomo IX, p. 164 e s., dove, parlando dell‘”anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla di dell’Ughelli (18) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo.

(18) (Fig. 7) De Micco Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895.
(19) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (2), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96 (…) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (2), p. 154, nota (4) (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (2), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (2), ma il Laudisio (9), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (….), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”.
(20) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.
(21) D’Amico Vincenzo, I Bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era Volgare, Campobasso, 1933, p. 44.
(22) Mazziotti Matteo, La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 114.
(23) Acocella Nicola, Salerno medievale ed altri saggi, p. 485; Si veda pure Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.
(24) Ventimiglia, Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.
(25) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002
(26) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri – itinerario costiero tra mito e storia, ed. arti Grafiche Palumbo, Cava de’ Tirreni, 1978
(27) De Giorgi Cesare, Da Salerno al Cilento, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, p. 94.
(28) Caruso G.B., Memorie istoriche di quanto è accaduto in Sicilia, Stamperia Gramignani, Palermo, I, 1787, parte II, vol. I, p. 122.
(29) Volpe Giuseppe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, Cap. X, e vedi p. 117
(30) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri
(31) Barrio Gabriele, De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.
(31) Alfano G. M., Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823, p. 135
(32) Matthew D., I Normanni in Italia, ed. Laterza, Bari, 1992
(33) Urso C., Adelaide del Vasto, stà in Con animo virile, donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XV), a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 58 e s.
(34) Fazello Tommaso, Storia di Sicilia, II, 7, 1-3, pp. 52,55,56, si veda anche Alessandro di Telese, Storia di Ruggero II, I, 2.
(35) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.
(36) Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, dove si trova il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio).
(37) Erich Caspar, Roger II. (1101-1154) und die Grundung der normannisch-sicilischen Monarchie, Innsbruck, 1904
(38) Ferdinand Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicilie, I-II, Paris, 1904
(39) Paul Fridolin Kehr, Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp…..; (nota della Follieri): come informa F. Schneider, Neue Dokumente vornehmlich aus Sud-italien, stà in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 16 (1914), p. 1-54, precisamente p. 6; Paul Fridolin Kehr, Italia pontificia, sive Repertorium privilegiorum et litterarum a Romanis pontificibus ante annum MCLXXXXVIII Italiae ecclesiis, monasteriis, civitatibus singulisque personis concessorum Regesta Pontificum Romanorum , ristampa, ed. Weidman, 1962
(40) Schneider Fedor, (nota della Follieri), come informa F. Schneider, Neue Dokumente vornehmlich aus Sud-italien, stà in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 16 (1914), p. 1-54, precisamente p. 6.
(41) Collura Paolo, Appendice al Regesto dei diploi del Re Ruggero compilato da Erich Caspar, in Atti del Congresso Internazionale di Studi Ruggeriani, Palermo, 1955, pp. 545-625, sotto il num. 36 (pp. 572-574)(da usare con cautela per le molte imprecisioni, postillava la Follieri).
(42) Horst Enzensberger (citato dalla Follieri),
(43) Carlrichard Bruhl (citato dalla Follieri),
(44) Minisci Teodoro, Ieromonaco, Santa Maria di Grottaferrata. La Chiesa e il monasero, Badia Greca di Grottaferrata, 1955
(45) Giovannelli G., Grottaferrata, 1955; si veda pure: Giovannelli, vita di S. Nilo,

(46) Borsari S., Il monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia meridionale prenormanna, ed. Nella Sede dell’Istituto, 1963
(47) Codice Crypt. Z. δ. XII. E’ la Follieri (6), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa di questo antico codice. Il Codice Criptense del Cardinale Bessarione è un codice bombicino (in seta) e manoscritto in cui si trova il cosiddetto “Regestum Bessarionis”. Una specie di Platea o inventario fatto redigere dal Cardinale Bessarione, commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), in cui venivano inventariati i beni usurpati all’Abbazia: “Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (2).“. Nella sua nota (2), la Follieri ci parla di padre Rocchi (11), che lo pubblicò. Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il Rocchi (11), che pubblicò il ‘Regestum Bessarionis’, contenuto nel codice Crypt. Z.δ.XII, nel suo scritto a p. 513 è scritto: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.”. Stiamo cercando la sua versione digitale e on-line sul sito della Biblioteca Apostolica Vaticana, dove esso probabilmente è conservato. La Follieri, ci informa che di questo codice ce ne parla Concetta Bianca (21), op. cit., in un suo pregevole studio sull’Abbazia di Grottaferrata. Purtroppo, la Follieri, ci informa che sia il documento autentico che quello di cui parlava il Ronsini che diceva conservato al Comune di Rofrano, non si trovano. La Follieri, scrive che: “Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…). Il testo del crisobollo fu pubblicato per la prima volta nella monografia che un benemerito erudito locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, dedicò alla storia di Rofrano (5). Il canonico Ronsini (5), utilizzò, come egli stesso dichiara (…), una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula. L’opuscolo del Ronsini, uscito nel 1873 a Salerno, ebbe limitata diffusione: lo conobbe e lo utilizzò il P. Antonio Rocchi nel 1893 (11), ma lo ignorarono sia Erich Caspar (…) sia Ferdinand Chalandon (…). Il documento fu riscoperto da Paul Fridolin Kehr (…), fu ripubblicato, sulla base del codice Criptense, da Fedor Schneider nel 1914 (15). Esso è registrato nell’appendice al Caspar redatto da Paolo Collura (16), ed è stato uilizzato sia da Horst Enzensberger nel suo lavoro sulla cancelleria e i documenti normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia (17) sia da Carlrichard Bruhl, nella sua monografia sui documenti del Re Ruggero II (18). Recentemente lo ha ripubblicato, nelle sue preziose opere sulla storia economica ed ecclesiastica del Cilento, Pietro Ebner (3).“. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523. Entrambi questi manoscritti vennero poi utilizzati da Pietro Menniti per la redazione del ‘Bullarium Basilium‘ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3). La seconda e più numerosa famiglia è rappresentata invece dai documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, rintracciati grazie allo schedario Garampi (4). Si tratta di più di 30 originali tramandati nelle varie serie dei ‘Registri’, cui ne vanno aggiunti altri tre compresi nei volumi dei ‘Diversa Cameralia’ e una copia isolata in un formulario del XV secolo (Arm. LIII): in tutto 38 documenti, soltanto 2 dei quali compaiono anche nei testimoni del ‘Bullarium Cryptense’ (5). Vengono elencati in ordine cronologico i documenti pontifici riguardanti il monastero di Grottaferrata emanati dall’epoca della sua fondazione ad opera di S. Nilo di Rossano (1004) fino alla concessione in commenda da parte di papa Pio II al cardinale Bessarione (1462)(6). Dunque vediamo cosa dice il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6): la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’; nella nota (3), scrive: Segnatura: Congregazioni religiose maschili. Basiliani di S. Basilio, busta 297, 2. Per uno sguardo d’insieme su questa prima famiglia dei documenti pontifici per Grottaferrata, cfr, infra, Tabella 1; nella nota (4), scrive: Cfr. infra, Tabella 2; nella nota (5), scrive: si tratta infatti dei nostri nn. 34 e 48 (rispettivamente Urbano IV, 1262 marzo 17: Reg. Vat. 26, f. 15v = Z-δ. XII, n. 19, f. 87v = ms. 523, n. 16, f. 23 = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 46-48, e Clemente VI, 1347, agosto 23: Reg. Vat. 180, f. 244v = Z. δ. XII, n. 11, ff. 79v-81r = ms. 523, n. 8, ff. 11v-14r = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 64-69) per i quali cfr. infra a suo luogo; nella sua nota (6), scrive: Il regesto quì presentato è stato compilato essenzialmente sulla base dei vari testimoni della citata raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: ‘Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale’, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio vaticano, 1989.
(48) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifii per il monastero di Grottaferrata, ed. Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch – e-book, estratto a stampa da RM; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228, oppure Nuova Serie, vol. XLV, 1991, Luglio-Dicembre (Archivio Storico Attanasio).
(49) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).
(51) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, Stamperia di Vincenzo Manfredi, 1776, si veda da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano.
(52) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703,
(53) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947.
(54) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo il ‘Centaurino’, si veda il Capo VI, da p. 302 e s.
(55) Borrelli C., Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653.

(56) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, Cava dei Tirreni, 1876. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (19), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (19), venne pubblicato dal Guillaume (4). Si veda pure: Shipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno, sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Natella P., Peduto P., ‘Pyoxus – Policastro’, stà in “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1973, Anno LIII, p. 512. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (4), sulla scorta del Keher (39) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I). Pietro Ebner, op. cit. (…), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.
(57) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.”, o la nota lettera episcopale detta “Bolla di Alfano I”, datata anno 1079 – lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I. L’esemplare conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, così di seguito collocata: “Sezione Documenti antichi, Cartella I, dalle origini al 1400” (secondo quanto ci ha riferito l’attuale Bibliotecario D. Pietro). L’Ebner (11), colloca l’esemplare (forse quello conservato all’Archivio Diocesano di Salerno): “bolla a. 166 /67”. L’antico documento, è citato in Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.”. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano, dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.“. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda anche Laudisio N.M., op. cit. (4), nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda pure Porfirio P., ‘Policastro’, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151. Il Cataldo (36), scriveva: “Questo documento storico (di cui esistono copie manoscritte nella Curia Vescovile di Policastro, una delle quali fu autenticata dal Vescovo Andrea De Robertis, con bollo a secco e firmata da lui e dal Can. Matteo Lombardo, Cancelliere, in Lauria il 20 gennaio 1745) proviene da un’antica pergamena della Curia Arcivescovile di Salerno, donde fu tratta copia nel 1737. In calce alla copia, vistata dal De Robertis, si legge: “Ab Archivio Mensae Episcopalis Salernitanae, et signanter a quodam antiquo Regestro in carta Pergamena scripto, inibi sistente, exhacta est praesens copia & meliori & et ad fide ego Clericus MATTHAEUS Episcopus Pastor Salernitanus, Apostolica Auctoritate pubblico Notarius in Archivio Romano descriptus , et CURIA ARCHIEPISCOPALIS SALERNITANAE Ordinarius ACTORUM MAGISTER, requisitis signavi & Salerni, 14 Octobris 1737. (Adest signum Notarii praedicti).”. Recentemente B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (29), sostiene che la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621)(28) e, risale già al XVIII secolo (Fig. 8). Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621 (28). Dell’antico documento, il canonico Giuseppe Cataldo, lo pubblicava a pp. 129 e 130, in un suo pregevole studio rimasto inedito.
(58) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.
(59) Ugone Abate di Venosa, Vitae quatur priorum abbatun Cavensium: Alferium, Leonis, Petris et Constabilis, manoscritto sulla vita di Pietro, verso il 1140, scritto in latino e tradotto in italiano dal Ridolfi sul finire del ‘500 (20). Si veda pure Guillame P., Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa.
(60) Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (59), venne pubblicato dal Guillaume (56).
(62) Moliterni B., Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (Archivio Attanasio). Recentemente il Moliterni, sostiene che la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621)(61).
(63) Pietro Pappacarbone, nacque da nobile famiglia longobarda di Salerno. Pietro, nipote del primo abate Alferio I, dopo una permanenza a Cluny e la rinuncia al vescovado di Policastro, era abate di S. Arcangelo nel Cilento nel periodo tra l’agosto 1067 e il gennaio 1072, quando si andava affermando la congregazione cavense che riceveva in dono dal principe Gisulfo II altri monasteri. Richiamato a Cava in un periodo antecedente al mese di gennaio del 1073, Pietro venne nominato prima decano e poi, nel novembre 1078, abate della Santissima Trinità di Cava. Resse le sorti del monastero per ben 45 anni, modellando la congregazione cavense su quella di Cluny, pur senza dipendere minimamente da essa. Nel 1092 papa Urbano II, di passaggio da Salerno, fece visita all’abate Pietro che aveva conosciuto a Cluny, e consacrò la basilica. Morì il 4 marzo 1123 ed il suo corpo fu seppellito nella grotta Arsicia alla destra di sant’Alferio. Dal 1911 le reliquie del santo furono deposte sotto l’altare maggiore della basilica della Badia di Cava de’ Tirreni. Nel 1874 una reliquia del Santo fu donata dalla Badia di Cava alla diocesi di Policastro. La reliquia, conservata attualmente nella Cattedrale di santa Maria Assunta a Policastro Bussentino fu ricevuta dal vescovo di allora Mons. Giuseppe M. Cione, che tanto si era interessato per ottenerla.
(64) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016
(65) Aromando G. – Falcone Giovanna, Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017.
(66) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947.
(67) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975 (Archivio Storico Attanasio).
(68) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.
(69) Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”.
(70) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).
(71) Schipa M., Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887, il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).
(72) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).
(73) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p. 359, riguardo la Bolla di Amato, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.
(77) Balducci A., L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Storico Attanasio).
(78) Il cronista Normanno Raoul di Caen o Jumiegès. Caen Rodolfo (Raoul de Caen), cronista dell’epoca Normanna, autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’ (ma nota fino ad ora come ‘Gesta Tancredi’). Per l’opera di Caen, si veda Guizot M., Collection des memoires relatifs a l’Historire de France – Notice sur Raoul de Caen et Robert Le Moine – Faits et gestes du Prince Tancrede, Paris., ed. Chez J. – L-J. Briere, 1825, p…..Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (13), lo chiama ‘Marchisio’. Caen è citato da alcuni studiosi tra cui il Musca (..); si veda The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges, Orderic Vitalis and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995. Si veda pure: ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562. Si veda pure: Histoire de Tancrede, par Raoul de Caen, stà in Collection des memoires, di M. Guizot, Paris, 1825.
(79) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Deputazione di Storia patria per la Lucania, ed. Loescher, Roma, 1889; si veda la ristampa anastatica dell’edizione di Roma (2° ed.) del 1902, della Deputazione di Storia Patria per la Lucania, 1970, vol. II, p. 69. Nel mio studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1), alla nota (71) scrivevo del Racioppi sull’antico documento che diceva: “Ma io dubito dell’autenticità di questa carta”. Citavo il Racioppi anche nel mio studio: ” I Villaggi deserti del Cilento”, stà nella rivista ‘I Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13.




















































































