Le grangie di S. Fantino e di S. Nicola nel territorio Saprese

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche della epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In questo studio, pubblichiamo alcuni interessantissimi documenti inediti – le cui immagini originali – sebbene fosse stato più volte citato dagli studiosi – non sono mai state pubblicate. I documenti (…………)(Figg……..), citati in questo studio – il primo del XII secolo (Fig. 1) – e gli altri, quasi coevi tra loro, del XVIII secolo – sono le uniche testimonianze in cui – per ragioni strettamente economiche – viene fatta una prima ricostruzione storica dei luoghi e dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e attraverso queste uniche testimonianze – i cui originali pubblichiamo per la prima volta – dal punto di vista bibliografico e storiografico, rappresentano un unicum. Un documento unico per la nostra storia, pubblicato da uno studioso nel 1865. Si tratta di un documento dell’anno 1097 – un privilegio Normanno concesso nel territorio sapresein cui si fa riferimento a ‘Scido’ ed a un monaco di Vibonati (Figg. 1-2-3), andato perso nelle note vicende belliche (…), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…) (Fig. 1).

Cattura

Scido e S. Phantini

(Fig. 1) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (…).

Nel 1097, un documento Normanno cita “Scido” e “S. Phantini”

Biagio Cappelli (13), nel ….., nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico dcumento pubblicato dal Trinchera (…). L’antico documento datato anno 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 1-2-3), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera (14), nel suo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, del 1865, dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Si tratta di un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (7), che tradotto è: Nel mese di Settembre indizione VI. Odo Marchisius, dà al monaco Sergio la facoltà di costruire sante chiese nel luogo santo Phantinus e santa Ciriaca con la possibilità di costruire case per i monaci.”. Questo antichissimo documento è di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia (…), affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese, che facevano parte della platea dei beni (possedimenti) appartenuti all’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – di cui abbiamo già parlato in un altro nostro studio. L’antico documento (…), che pubblichiamo (Figg. 1-2-3), già pubblicato dal Trinchera (3) – non in originale ma trascritto e tradotto dal greco al latino –  andrebbe ulteriormente indagato. Il documento del 1097, pubblicato dal Trinchera (3), fa luce su alcune notizie storiche in epoca Normanna, che riguardano il nostro territorio e, cita il toponimo di Scido – che noi crediamo fosse il toponimo che indica il luogo di Sapri. Il documento Normanno del XII secolo (…), è forse una delle poche testimonianze medievali del territorio e sebbene fu pubblicato dal Trinchera (…) nel 1865, è stato del tutto ignorato o sconosciuto dagli studiosi locali. L’antico documento è stato citato per la prima volta da Biagio Cappelli (…). L’antico documento del XII secolo, restituisce un modesto contributo alla ricostruzione storica del nostro territorio nel medioevo e, delle scarse fonti anche alla luce dei documenti esaminati dal Di Luccia (…), allorquando si occupò di una causa pendente con il vescovado Bussentino e, delle scarse fonti e riferimenti bibliografici per le notizie storiche da lui forniteci –  delle notizie che egli riporta sull’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, sui suoi antichi possedimenti – documenti e fonti mai del tutto ritrovati. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, questo antico documento rappresenta un unicum.

Le origini e la storia del territorio attraverso la storia dei possedimenti dell’Abbazia basiliana di San Giovanni a Piro

Le notizie di alcuni possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a Giovanni a Piro nel territorio Saprese e le sue origini, di cui parleremo – sono molto più antiche del documento (3) del Notaio Domenico Magliano. Il Cappelli (13), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, cita un documento di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio di ciò che già il Di Luccia (5), affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino ( o S. Infantino) nel territorio Saprese. Il Cappelli (13), oltre a citare importanti notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro, parlando della Grangia di S. Fantino, trae importanti notizie dal Trinchera (14) che nel 1865, pubblicava ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il Cappelli (13), sulla scorta del Trinchera (14) a proposito della Cappella e della Grangia di S. Fantino, che secondo il Di Luccia (3), faceva parte dei possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Nel Cilento, infatti, il culto di San Fantino è pienamente documentato dalla denominazione di S. Fantino che prima possedeva la località dove sorse l’abitato di S. Giovanni a Piro, dipendente dal monastero basiliano omonimo, dal quale dipendeva anche una chiesetta campestre, a S. Fantino dedicata (5), e di cui rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Chiesetta che è ricordata in un documento, forse degli inizi del secolo XII (18), con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (7-8), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ed all’altra di S. Ciriaca.” (14-18). Stando all’antico documento membranaceo del XII secolo (18) (datato anno 1097), pubblicato dal Trinchera (14), un abitante di Vibonati, il monaco Milano Sergio, aveva ricevuto da Odo Marchese, il permesso – Sigillum factum – di costruire un monastero intorno alla chiesetta campestre dedicata a S. Fantino, di cui, scive il Cappelli (13), rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Il documento: “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (18), pubblicato dal Trinchera (14), è un antichissimo documento manoscritto in greco su pergamena (membrana), datato Settembre 1097 (XII secolo), tratto da antichissimi codici membranacei manoscritti in greco, risalenti a prima dell’anno ‘1000, oggi andati persi o dispersi a causa degli eventi bellici dell’ultima guerra Mondiale, i cui bombardamenti colpirono l’Archivio di Stato di Napoli, dove essi erano conservati e catalogati dallo studioso Francesco Trinchera (14). L’antichissimo documento (18), ci riporta di molti secoli indietro nella ricostruzione storica delle origini delle nostre terre e per la localizzazione di un antica cappella di S. Fantino nel territorio saprese. L’antico documento pubblicato da Trinchera (14), recita e parla di “trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido”. Dunque, l’antico documento parla della S. Fantino di Scido. A parte la citazione di ‘Scido’ – il documento chiama il luogo Scido – è interessante perchè il luogo non è Vibonati ma è ‘Scido’,  quindi, probabilmente Sapri o nel territorio ad esso limitrofo. Le notizie intorno a S. Fantino ed ai possedimenti dell’antichissima Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dopo questo documento si fanno più labili. Il Cappelli (…), nella sua nota (21), cita l’interessantissimo ed antico documento (…), pubblicato dal Trinchera (…) e, aggiunge anche la citazione bibliografica che riguarda il personaggio di ‘Odo Marchisii’, citato nell’antico documento del 1097. Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (21), oltre a citare l’antico documento che fu pubblicato dal Trinchera (…), nel 1865 (…), cita anche gli studi di Gertrude Robinson (…), dove dice: “(21) La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the Greek monastery of St. Elias and St. Anastastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone).”. Biagio Cappelli (…), parlando di S. Fantino e del Cilento meridionale, cita l’antichissimo documento ma dice solo che: con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ecc..” , e a questo punto ci siamo incuriositi:

Nel 1097 a ‘Scido’ la chiesetta di ‘Sancti Phantini’ (S. Fantino)

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(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

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(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

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(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Odo Marchisii, p. 82

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Nel 1097, la ‘Scido’ citata in un antico documento Normanno

Dunque, stando a Biagio Cappelli (…), che parlando di S. Fantino e del Cilento meridionale, scriveva sull’antico documento pubblicato dal Trinchera (…): con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ecc..”. Stando all’antico documento (…), datato anno 1097 (XII secolo), pubblicato dal Trinchera (…), il monaco Milano Sergio, abitante in Vibonati, nell’anno 1097, riceveva daOdo Marchisius’, il privilegio – Sigillum factumdi costruire un monastero intorno alle predetta chiesetta campestre dedicata a S. Fantino a Scido’ – e, di cui – il Cappelli (…), dice – rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. L’antica pergamena d’epoca Normanna, manoscritta in greco (…) – stando alla traduzione dal greco al latino che fa il Trinchera (…) (Fig. 2), recita e parla di “trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido”. L’antico documento (…) (Fig. 2), parla della Cappella di S. Fantino a ‘Scido’. Secondo l’antica pergamena, nell’anno 1097, il monaco ‘Sergio’, abitante di Vibonati, poteva costruire un monastero intorno ad un’antica cappella dedicata a S. Phantino (S. Fantino), a ‘Scido’. La citazione di un monastero da costruire a ‘Scido’ – il documento chiama il luogo ‘Scido’ – è interessante perchè il toponimo dovrebbe indicare un luogo che, nella tradizione popolare e nella bibliografia antiquaria viene generalmente indicato posto a Sapri. Riguardo al toponimo di ‘Scido‘, citato nell’antica pergamena dell’anno 1079 (…) e, della sua localizzazione a Sapri o vicino il suo antico porto o baia naturale, è interessante notare quale fosse il toponimo di Sapri o del Porto di Sapri, all’epoca Normanna. Se la notizia fosse confermata, secondo l’antico documento membranaceo (…), Sapri, nell’anno 1097, era chiamato con il nome di ‘Scido’.

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(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Esaminiamo meglio il toponimo (nome di luogo) di ‘Scido‘, citato nell’antico documento del 1097. A quale luogo si riferisce il toponimo ‘Scido’ citato/a nell’antica pergamena greca?. Secondo la traduzione del Cappelli (…), il monaco Sergio, era un abitante di Vibonati e quindi il Cappelli (…), accosta Vibonati (del monaco Sergio), al “templum sanctae patris nostri Phantini de Scido”, citata nella pergamena manoscritta in greco. Secondo il Cappelli (…), l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva una chiesetta campestre dedicata a S. Fantino, posta in una contrada tra Torraca e Vibonati (Fig. 2). Quindi è lo stesso Cappelli (…), che dal testo in greco dell’antica pergamena del 1097, riteneva si tratti della cappella dedicata a S. Fantino e sita a ‘Scido’ e, siccome si parla di un monaco ‘Sergio’, abitante di Vibonati, il Cappelli (2), crede si tratti di una cappella (dedicata a S. Fantino), postra nelle campagne tra Torraca (territorio di Sapri) e Vibonati. La ‘Scido’ citata, è sicuramente un luogo vicino Vibonati o Bonati. La notizia, andrebbe ulteriormente indagata ma, non ci sono motivi per non ritenere la ‘Scido’ – citata nell’antico documento (…) – non fosse Sapri. Si deve dire che in Calabria, in provincia di Catanzaro, alle propaggini dell’Aspromonte, vi è una località chiamata Scido, ma non crediamo che l’antico documento d’epoca Normanna si riferisca allo Scido in Calabria, in quanto nell’antica pergamena, oltre a Scido, si citava un monaco di Vibone e si citava una cappella di S. Fantino, luoghi e cose che sappiamo essere nella nostra area, dove anche il Cappelli (…), li colloca. Il Cappelli (…), però, oltre ad accennare al personaggio di “Odo Marchisii”, citato nell’antico documento del 1097, pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…), a p. 323, sosteneva che, il monaco Sergio Milano, abitante a Vibonati: “…che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), e fa risalire questa notizia dal Laudisio (…). Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (22), postillava che la notizia della tradizione locale è tratta dal Laudisio (…), op. cit., p. 34. Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (22), postillava che: “(21) F. Trinchera, op. cit., p. 80.” e, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis…N.M. Laudisii etc, Neapoli, 1931, pp. 34 e s.; v. in questo volume ‘Il monachesimo basiliano e la grecità medievale etc.”. Dunque secondo il Cappelli (…), il Laudisio (…), sosteneva che, il piccolo borgo medievale di Vibonati, era voluto dalla tradizione locale, costituito da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani dei monasteri italo-greci del posto. E’ un’interessantissima notizia che si incrocia con altre nostre recente intuizioni che, meritano ulteriori approfondimenti. La pergamena in questione (Figg. 1-2-3), è datata anno 1097. Nell’area, dominava da poco Roberto il Guiscardo che morì di malattia il 17 luglio nel 1085 durante l’assedio di Cefalonia, dando l’avvio della sua successione ai due fratellastri eredi Boemondo figlio di Alberada di Buonalbergo, prima moglie del Guiscardo e Ruggero Borsa che poi diventerà il successore di Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo. L’antica pergamena del 1097 (…), è un privilegio o concessione di un ‘Odo Marchisii’, un nobile personaggio Normanno che come vedremo aveva sposato la sorella di Boemondo. Quindi il nobile personaggio normanno citato nell’antica pergamena del 1097, che interessa Sapri, è il cognato di Roberto il Guiscardo. Roberto il Guiscardo, nel 1053, ripudierà la prima moglie, la madre di Boemondo, Alberada di Buonalbergo, per sposare la principessa Longobarda Sighelgaita, dalla quale avrà Ruggero Borsa e Guido (nato nel 1061), che vedremo reggerà le sorti di Policastro. Abbiamo già visto in altri nostri saggi, ivi pubblicati, come Ruggero Borsa, avrà una notevole influenza sui nostri territori, ma solo dal momento che lui sarà l’effettivo successore di suo padre Roberto. Fino a che il Guiscardo, però, sarà in vita, i suoi primi figli Emma e Boemondo, avranno un ruolo, sia pur secondario ma restavano sempre i suoi primi figli.  Nel 1073, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani, ma dopo la morte di suo padre nel 1085, Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto coreggente insieme al fratello, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova ribellione contro il fratellastro. Insomma in quegli anni, il dominio di Ruggero Borsa, non era assoluto e quindi, l’Odo Buonmarquis (cognato di Boemondo), aveva un certo peso.   Ma qual’è il collegamento storico dell’antica pergamena (membrana) medievale d’epoca Normanna, dell’anno 1097 (…), con i monasteri Calabresi, dove essa era conservata ?. Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), sempre nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato: Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio dell’anno 1126.

Nel 1481, la ‘bolla’ del vescovo di Policastro Gabriele Godano o Guidano

Nel 1982, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, a p. 592, citava un documento del 1481. Pietro Ebner (…), invece, scriveva in proposito ad un altro documento datato 1481. Ebner (…), scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Pietro Ebner (…), postillando “I, ABC”, si riferiva ad un documento “I = inedito” e proveniente dall’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (ABC).

ARCA LXXXV 98

(Fig….) La bolla inedita del 1481, di Gabriele Guidano, vescovo di Policastro (Archivio Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (Arca, LXXV, 98) (Archivio Storico Attanasio).

Nella bolla, leggiamo che: “Gabriel Guidanus a filiu magister Sanctullus grangis de civitate Policastrj afferunt ………………..civitatis loro lo porto de Saprj que ad prie est Riscoperta ecc..”. Il documento del 1481, è di estrema importanza per la storia di Sapri e di Torraca, in quanto, esistono solo pochissimi documenti d’età precedente che riguardano Torraca, datati e precedenti all’anno 1481, o che riguardano un periodo antecedente a quello citato nella storia di Torraca dal Gaetani (…), che ci parla della baronia di Torraca degli ‘Scondito’, risalente al più tardi ‘1500. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98.  Ebner, non diceva quale fosse il vescovo di Policastro che aveva emesso la bolla nell’aprile 1481, inoltre, come Ebner stesso dice, il documento era inedito. La bolla del vescovo di Policastro, dell’Aprile 1481, citata da Ebner a p. 592, vol. II, e nella sua nota (14), non è citato dal Laudisio (…) e, neppure dal Gaetani (…), che pure riportò diverse notizie su Sapri e Torraca. Inoltre, Ebner (…), riporta la notizia così com’è senza specificare chi fosse il vescovo di Policastro. Il documento del 1481, è di estrema importanza per la storia di Sapri e di Torraca, in quanto, esistono solo pochissimi documenti, riguardanti Torraca, datati e precedenti all’anno 1481, o che riguardano un periodo antecedente a quello citato nella storia di Torraca dal Gaetani (…), che ci parla della baronia di Torraca degli ‘Scondito’, risalente al più tardi ‘1500. Come vedremo innanzi, prima del documento citato da Ebner, del 1481, vi sono alcuni documenti che come vedremo fanno risalire Torraca a Biancuccia Mercadante e al comune di Laurito, pubblicati dalla Jole Mazzoleni (…), tutti documenti sconosciuti al Gaetani (…). Infatti, come scrive il Gaetani (…), che non lo cita affatto, in proposito a Torraca, nel suo ‘La fede degli avi nostri ecc..’, nelle sue ‘Note storiche’, a p. 283, nella sua nota (24), in propsito scriveva che: “(24) Famiglia Palamolla (da G. Palamolla, pag. 19-20) del Can. Dott. Rocco Gaetani. Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dal Cedularia del grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; ecc…”Il Gaetani (…), un erudito locale e sacerdote di Torraca, ci informa che detta cappella “fu fatta costruire anche dal nostro Barone, con sussidi ecc…”, ma il Gaetani, faceva riferimento al documento “Visitatio Episcopi Felicei”, del 1635, dove si citava Dezio Palamolla. Dunque, secondo il documento datato 1635, non possiamo dire, quale fosse il Barone di Torraca nell’anno 1481, anno in cui, secondo una ‘bolla’ del Vescovo di Policastro, fu concesso a Mastro Santillo Grandi di costruire una cappella di Santa Maria di Porto Salvo. Dai ‘Cedularia’ dell’Archivio di Stato di Napoli, risultano baroni di Torraca, nel 1500, fino al 1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca”, come scrive il Gaetani a p. 283 del suo ‘Giovan Giacomo ecc.’. Un documento del 1481, epoca aragonese, conservato nell’Archivio della Badia benedettina di Cava dei Tirreni (…), è stato citato da Pietro Ebner (…). Si tratta della bolla del Vescovo di Policastro  che concedeva a Mastro Santillo Grandi di costruire una Cappella a Sapri dal titolo di ‘Santa Maria di Porto Salvo’, di cui il Gaetani (…), affermava essere stata costruita per volontà del Barone di Torraca Decio Palamolla. La notizia fu da me pubblicata nel lontano 1987 in un mio scritto a stampa (1). Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel 1982, a p. 592, parlando di Sapri, citava la Cappella di S. Maria al porto di Sapri”, costruita delle campagne del territorio Saprese, all’epoca facente parte del feudo e della Baronia di Torraca e, di cui il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo  ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, a p. …, scriveva che fosse voluta dal Barone di Torraca Dezio Palamolla. Lo attesta un documento del 1535, la “Visitatio Episcopi Felicei”, di cui parlerò. Il Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 42-43, scriveva che:

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(Fig…) Documento tratto dal verbale “Visitatio Episcopi Felicei”, del 2 dicembre 1635 citato dal Gaetani (…) e conservato nell’Archivio della Diocesi di Policastro (A.D.P.)

Dal sito dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, leggiamo che i documenti pubblici (Bolle papali o vescovili, diplomi di imperatori, re e signori feudali) si trovano nell’arca magna in numero di oltre 700, ordinati anch’essi cronologicamente. Dunque, la bolla del vescovo di Policastro citata da Pietro Ebner dovrebbe trovarsi nell’‘Arca Magna’. Ebner, riguardo gli antichi documenti provenienti dalla Badia di Cava de Tirreni, citava il Codice Diplomatico Cavense. Il Codex diplomaticus cavensis (abbreviazione bibliografica CDC; in italiano: Codice diplomatico cavense, o cavese) è un progetto editoriale attivo nel campo della storia dell’Italia meridionale e della Langobardia Minor, iniziato nel 1873 e proseguito con andamento irregolare. Il progetto persegue l’obiettivo della pubblicazione esaustiva dell’intero corpus diplomatico e documentario custodito nell’archivio della Badia benedettina della Santissima Trinità, situata a Cava dei Tirreni. La consistenza dell’archivio si dipana su oltre 15.000 pergamene, a partire dalla prima scrittura che risale al 792. A tale patrimonio membranaceo è da aggiungere una mole consistente di documenti su carta. Nella nota (1), si postillava che: “(1) Biblioteca e archivio della Badia dal sito ufficiale dell’Abbazia”. Il documento (…), citato da Ebner, è di estrema importanza per la storia di Sapri e del feudo di Torraca, essendo un documento datato nell’anno 1481. In quell’anno, l’apprezzo di Sapri, era feudo della Baronia di Torraca. La cappella di Santa Maria di Porto Salvo, di cui parliamo in questo nostro saggio, era stata costruita, non sappiamo quando, nel territorio Saprese, facente parte all’epoca del feudo di Torraca che, insieme ad altri piccoli centri, faaceva parte della restaurata Diocesi Paleocastrense (la rinata Diocesi di Policastro Bussentino). Riguardo il vescovo di Policastro, a cui si riferisce l’antico documento del 1481, io credo si trattasse del vescovo Gabriele Guidano. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98. inoltre, come ho già detto, Ebner, non diceva chi fosse il vescovo di Policastro. Da mie personali ricerche nel prestigioso archivio Cavense, si trattava di “Gabriele Guidano” (così lo riporta il Laudisio a p. 77, della sua ‘Synopsi’ vedi versione curata dal Visconti), essendo sul documento citato un certo “Gabriel Godanus. Infatti, il Laudisio (…), scriveva: “XXII. Gabriel Guidanus Licensies, episcopus anno 1491.“. Padre Leone dell’Abbazia benedettina, assicura che Gabriele Guidano (così l’ha chiamato lui), fosse stato vescovo di Policastro dall’anno 1481 al 1484. Secondo la cronostassi dei vescovi riportata dal Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, edita nel 1831, a p. 76 (si veda la versione curata dal Visconti), all’epoca del documento, datato anno 1481, il vescovo di Policastro,  doveva essere il n. XX Gabriele Altilio, lucano che, nell’anno 1471,  successe ad Enrico Languaro che era stato nominato vescovo della Diocesi Paleocastrense il 1467. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.“. Dunque, secondo la cronostassi del Laudisio, nell’anno 1481, l’anno del documento citato da Ebner, doveva essere vescovo di Policastro Gabriele Altilio. Ma quì c’è un errore. Secondo il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, in un suo datiloscritto inedito del 1973, in proposito a p. 40, scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto vescovo di Policastro, come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano.”. Dunque, anche la versione del Cataldo discordava da quella del vescovo Laudisio. Sempre il Cataldo (…), a p. 171, nel suo capitolo dedicato alla serie dei vescovi di Policastro, in proposito scriveva che: “21, Gabriele Guidano, di Lecce, 1471-1485.”. Dunque, secondo la cronostassi del Cataldo, archivista della Diocesi di Policastro, Mons. Gabriele Guidano, di Lecce, fu vescovo di Policastro dal 1471 al 1485, e dunque ciò che afferma il Cataldo, sconfessa quanto sia scritto nella ‘Synossi’ del Laudisio e conferma l’antico documento d’epoca aragonese, citato da Ebner. Siccome che l’Ebner, che lesse il documento inedito del 1481, forse proprio sulla scorta del Laudisio, notando l’erore nella sua cronostassi, non citò il vescovo Gabriele Guidano, come invece assicura essere scritto, padre Leone. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Forse un errore di stampa ?. Sempre il Laudisio, continuando la sua cronostassi dei vescovi Policastrensi, in proposito scriveva che: “XXIII. Bernardino Laureo, di Spoleto, nominato vescovo ed assegnato alla diocesi di Policastro nel 1504.”. Dunque, se la cronostassi del Laudisio è corretta, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano, dovette esserlo fino al 1504. Tuttavia, il padre Leone, assicura che sul documento è scritto il nome del vescovo di Policastro “Gabriel Godanus”. Ma, a chi appartenesse o dipendesse il territorio nelle campagne Sapresi, dove Mastro Santillo Grandi, poteva costruire la cappella, nel 1481 ?. A chi appartenesse o da chi dipendesse il territorio di Torraca e quello Saprese negli anni della dominazione Aragonese ?. Di sicuro il feudo di Torraca ed il porto di Sapri passarono alla famiglia Scondito ai primi del ‘500. Nel 1587, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile e con il Conte di Policastro, vi furono sempre continui conflitti legali. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il Vescovo Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Il vescovo di Policastro nel 1481, assicura padre Leone dell’Abbazia Cavense, era Mons. Gabriele Guidano, che concedeva a Mastro Santillo Grandi, di costruire una una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. Ebner, che citava il documento del 1481, faceva riferimento anche al periodo ed alla contea di Policastro concessa da Ferrante d’Aragona ad Antonello Petrucci che a sua volta la concesse al figlio Giovanni Antonio. Dunque, secondo Ebner (…), nel 1481, la contea di Policastro apparteneva ai Petrucci, e tale rimase fino al 1496, quando passò ai Carafa. Il Gaetani (…), un erudito locale e sacerdote di Torraca, ci informa che detta cappella “fu fatta costruire anche dal nostro Barone, con sussidi ecc…”, ma il Gaetani (…), faceva riferimento al documento “Visitatio Episcopi Felicei”, del 1635, dove si citava Dezio Palamolla. Dunque, secondo il documento datato 1635, non possiamo dire, quale fosse il Barone di Torraca nell’anno 1481, anno in cui, secondo una bolla del Vescovo di Policastro, fu concesso a Mastro Santillo Grandi di costruire una cappella di Santa Maria di Porto Salvo. Ebner (…), scriveva che: “Dell’età aragone si intuiscono notizie dalla costituzione della contea di Policastro concessa da re Ferrante al suo primo ministro Antonello Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio alla contea che ormai si estendeva, in un unico complesso, da Novi oltre Policastro. Il ‘Cedolario’, a proposito di Sapri, rinvia a Policastro. Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98., ovvero sosteneva che la bolla del Vescovo fosse conservata nell’Archivio dell’Abbazia benedettina di Cava dè Tirreni. Il documento (…), citato da Ebner, è di estrema importanza per la storia di Sapri, essendo un documento del 1481. In quell’anno, l’apprezzo di Sapri, era feudo della Baronia di Torraca. La cappella di Santa Maria di Porto Salvo, di cui parliamo in questo nostro saggio, non sappiamo quando fu costruita nel territorio Saprese, facente parte all’epoca del feudo di Torraca che, insieme ad altri piccoli centri, faceva parte della restaurata Diocesi Paleocastrense (la rinata Diocesi di Policastro Bussentino). Ebner, che citava il documento del 1481, faceva riferimento anche al periodo ed alla contea di Policastro concessa da Ferrante d’Aragona ad Antonello Petrucci che a sua volta la concesse al figlio Giovanni Antonio. Dunque, secondo Ebner (…), nel 1481, la contea di Policastro apparteneva ai Petrucci, e tale rimase fino al 1496, quando passò ai Carafa. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), riguardo alla contea di Policastro ed ai Petrucci, sulla scorta di Matteo Camera (…), a p. 515, in proposito scrivevano che: “Nel 1465 il conte Antonello Petrucci, figlio di contadini di Teano, segretario di re Ferrante, acquistò Policastro per 5.000 ducati. Suo figlio Giovanni Antonio, prese le parti dei baroni cospiranti contro Ferrante nel 1485-86, e aprì le porte della città ecc..”. La congiura fu ordita nel 1485 dal principe di Salerno Antonello dei Sanseverino. Questi, consigliato da Antonello Petrucci, Francesco Coppola, Luigi dei Gesualdo da Caggiano riunì intorno a sé molte famiglie feudatarie di signori e baroni del regno della fazione guelfa favorevoli agli angioini, tra cui oltre i Sanseverino si ricordano i Caracciolo principi di Melfi. Dunque secondo Matteo Camera, e i due studiosi, la contea di Policastro e forse anche il territorio saprese, furono soggette ai Petrucci almeno fino al 1487, ovvero fino a qualche anno prima che scoppiasse la ‘Congiura dei Baroni’, in cui i Petrucci furono trucidati. Giovanni Antonio Petrucci, conte di Policastro. – Uomo politico e poeta (n. 1456 circa – m. Napoli 1486); secondogenito di Antonello. Fu accademico Pontaniano.  Il padre gli cedette la contea di Policastro e gli procurò la mano di Sveva Sanseverino, figlia del conte di Lauria e nipote del principe di Salerno, proprio quando costoro ordivano la congiura contro re Ferrante. Coinvolto nella caduta del padre, fu condannato alla decapitazione. Scrisse una collana di 83 sonetti ispirati alle sue drammatiche vicende e alla sua visione della vita, che furono pubblicati da Enrico Perito (…), nel suo ‘La Congiura de Baroni e il Conte di Policastro‘. Ebner (…), però, sempre a p. 592, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Dunque, in seguito ai fatti della “Congiura dei Baroni”, la contea di Policastro ed il porto di Sapri, sarebbero appartenuti ai Petrucci solo fino al 1496, quando re Ferrante d’Aragona la concede in feudo ai Carafa che la possedette fino all’unità d’Italia. Secondo l’Ebner, a p. 592, “il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, e di duca, Libonati, Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni ecc..”. Il documento del vescovo Guidano, conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni, è dell’Aprile del 1481, qualche anno prima (a. 1485), in cui i Petrucci parteciparono alla ‘Congiura dei baroni’ e, persero la contea di Policastro. Secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), a p. 515, la contea di Policastro, fu rivenduta dal re, che demanializzò Policastro “nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (81).”. Rileggendo Ebner, che a p. 668, parlava di Torre Orsaia, aprendiamo che “Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis…., le firme del re, che furono riconosciute autentiche da tre persone qualificate nel 1544. O. Pasanisi (9), che pubblicò gli statuti locali di Torre Orsaia, ecc..”. Nel 2018, lo studioso Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino. Il figlio del povero Gaspare, Francesco, che si era schierato apertamente con Alfonso d’Aragona, riuscì a recuperare la maggior parte delle terre tolte dai D’Angiò-Durazzo al padre. Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

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Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della contea dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza.

Nel 1541, “l’apprezzo di Sapri” nella Causa di limiti vertente tra i Palamolla di Torraca ed il Conte di Policastro Carafa redatto da Pietro Gaglierano

Oltre alle liti che sorsero tra la Curia Vescovile, le Abbazie basiliane come quella di San Giovanni a Piro, i suoi ampi possedimenti, anche nel territorio Saprese, e i Carafa, conti di Policastro, sorsero delle liti anche fra gli stessi feudatari del posto, come ad esempio la lite riportata in un documento del 1541. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui nell’Archivio di Stato di Napoli esistono gli atti di una vertenza giudiziaria sorta nel 1551: la Causa di possesso e di limiti del 1551, che fu intentata davanti alla Real Corte di Napoli da Carafa, Conte di Policastro ed i feudatari di Torraca, i Palamolla. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Nel 1541, il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. La notizia, proviene da Rocco Gaetani (10), che nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, a p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “Si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (1).”. Il Gaetani, a p. 10, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Processi della causa vertente tra la casa di Palamolla e il Conte di Policastro dipendente dagli atti del Patrimonio del duca di Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”. Il documento citato dal Gaetani (…) si trova conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto:  “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (2).”. Il Gaetani (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Fol. 217, P.O. Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla, pronipote di Decio. Copia tratta dall’originale. Grande Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541, il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla e, che il suo pronipote Don Francesco Palamolla, nel 1541, presentò istanza alla Real Corte di Napoli, ed intentò una causa di confini con il Conte di Policastro. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”. Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “.

Gli antichissimi possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro

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(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (3).

Questo studio, ha il duplice scopo di restituire agli studiosi un documento originale conservato all’Archivio della Diocesi di Policastro, fino ad oggi rimasto inedito e, nel contempo – attraverso l’antico documento, testimonianza del nostro passato, vorrebbe restituire un breve tratto della nostra storia. In questo studio, pubblichiamo anche un altro interessantissimo documento inedito – le cui immagini originali – sebbene fosse stato più volte citato dagli studiosi, fino ad oggi è rimasto inedito. Si tratta, come vedremo di un documento notarile del 1695-96, redatto dal Notaio Domenico Magliano (3) (Figg………………..). Si tratta di un documento citato più volte da alcuni studiosi di storia locale come il Gaetani (4) che, pubblicò uno stralcio trascritto. Il documento (3) in questione “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96. L’antico documento notarile manoscritto su carta vergata, del 1695-96 – di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali che riguardano i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro, posti nel territorio Saprese – al tempo della redazione notarile, apparteneva al territorio di Torraca ed alla baronia dei Palamolla –  è conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (A.D.P.)(3) (Figg. da….. a s.). Pubblichiamo per la prima volta alcune pagine tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, avuto per gentile concessione dal Bibliotecario – Segretario –  Don Pietro Scapolatempo. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che, come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei due enti.”. Scrive poi in proposito l’Ebner (19): L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali e temporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (7-8), nella sua ‘Synopsi’ ecc.. , scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorioDopo il 1587, come scrive il Di Luccia (5) e il Palazzo (15): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei due enti.”. Scrive poi in proposito l’Ebner (19): L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali e temporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (7-8), nella sua ‘Synopsi’ ecc.. , scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio.”. Dal Di Luccia (…), apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622..

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(Fig….) Pag….. della ‘Platea dei beni ecc..’ – indice alfabetico dei nomi dei titolari dei beni affittati.

Nel 1695-96, le “Località Extra” possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, citati nella “Platea dei beni e delle rendite etc..” redatta dal notaio Domenico Magliano

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’ : “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Torraca che:  “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire, ecc…).  Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: 

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Martire D., p. 151

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151

Ricordiamo tuttavia, anche p. 151 del Martire (…), dove nell’elenco dei monasteri dipendenti dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, aggiunge “14. S. Fantino a Torraca.”. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia, e infati scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..”, e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, parlando di Torraca, a pp. 151-152 ecc.. fa luce (…) su un antico documento manoscritto conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro e citato pure dal Di Luccia (….). Si tratta di un documento del 1695 (….): “La Platea dei beni e delle rendite dell’Abbadia di S. Giovanni a Piro”, compilata nel 1695 dal notaio Domenico Magliano. Questo documento è di estrema importanza anche per Sapri in quanto in esso vengono elencati i beni e le rendite di tutti i possedimenti che dipendevano dall’antica Abbazia italo-greca prima e poi benedettina di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il sacerdote Rocco Gaetani, a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina, com’oggi si osserva involta di erbe e roveti. Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni. La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza ecc…”. Dunque è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Il Gaetani a pp. 153-154 riporta il passo della descrizione della detta cappella e del territorio o possedimenti in Torraca (ma io dico in territorio Saprese) che appartenevano alla Grancia di S. Fantino. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che nel 1700 scrisse il suo L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Dai tre documenti citati (3-17-18), quasi contemporanei tra loro e, scritti a causa delle controversie sorte e, le usurpazioni subite – si possono trarre le notizie storiche sull’Abbazia e sulla storia del nostro territorio di cui l’Abbazia è stata testimone da lunghi secoli. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (5) e il Palazzo (15): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi.”. Il documento (3), di cui il Gaetani (4), riporta alcuni passi, verrà citato poi in seguito studiato anche dal Cataldo (9). Il documento (3), di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali, descrive i limiti ed i confini nel territorio Saprese – all’epoca Porto di Torraca –  dei possedimenti appartenuti all’anticihissima abbazia basiliana S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il documento notarile della fine del ‘600, conferma alcune notizie sui possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese, citate dal Di Luccia (5), circa la presenza nel territorio Saprese delle due Grangie di S. Nicola e di S. Fantino (S. Phantini) (5). Questi possedimenti – tra cui le grangie di S. Nicola e di S. Fantino, esistevano dall’anno 1000, ma purtroppo se ne riparlerà solo in occasione di alcune cause pendenti tra i conti Carafa della Spina di Policastro e la Curia. Il documento notarile manoscritto (3) del 1695-96, “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro”, redatta dal Notaio Domenico Magliano, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, è particolarmente interessante per la storia di molti centri della zona. Dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”

S. Fantino 1

(Fig. 3) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (3) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca.

Nel 1587, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile, vi furono sempre continui conflitti legali (…). Il Gaetani (4), a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.” (10). Luigi Tancredi (6), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′, pubblicato nel 1991, nel capitolo “Esame della Platea del 1695” (1), p. 73 e s., esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “La Platea manoscritta,…….E’ un libro o Registro di Amministrazione…….manca l’esatta ubicazione e la misura estensiva in ettari. Semplicemente è indicata la contrada (in loco dicto…) ed i confini con altri beni o poderi (juxta bona…, fine…).”. Dall’Esame della “Platea dei Beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro”, Luigi Tancredi, riassumendo in un quadro prospettico i beni che possedeva l’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro nelle “Località Extra” e, dunque anche quei beni posti nel territorio di Torraca (all’epoca territorio saprese appartenente al feudo di Torraca (a. 1695-96)), scriveva che a Torraca vi erano: “n. 48 terreni.”, che molto probabilmente erano i terreni che dipendevano dalle due grangie di S. Nicola di Sapri e di S. Fantino di Torraca. Come scrive lo stesso Tancredi (6), manca l’esatta ubicazione e la misura estensiva in ettari e veniva indicata la località dove si trovavano detti beni e la relativa sola contrada “in loco dicto” ed i confini con altri beni o poderi “juxta bona…,fine…”. E’ dunque dall’esame accurato dei confini ed indagando ulteriormente potremo ubicare il sito esatto delle due grangie o di questi terreni e poderi, di cui al momento non si conosce l’esatta ubicazione. Al momento si conosce solo una cappella dal titolo di S. Fantino che si trova a Torraca ma essa non è la Grancia di S. Nicola a Sapri e la Grancia di S. Fantino a Torraca (territorio di Sapri) di cui parla la Platea dei beni e delle rendite, dell’anno 1695-96 e che verranno citate ai primi del ‘700 dal Di Luccia (…) e dal Martire (…), in seguito. Addirittura, il documento (la pag….) contenuta nella detta “Platea dei beni etc…”, che riguarda il “territorio Extra” di Torraca, ci parla, come vedremo, di una “Badia di S. Fantino”, Badia che ancora oggi non è stato possibile individuarne l’esatta ubicazione. Luigi Tancredi (6), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′, pubblicato nel 1991, nel capitolo “Esame della Platea del 1695” (1), p. 73 e s., nella sua nota (1), scriveva che: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. Sul documento (3), abbiamo dedicato un altro nostro saggio ivi pubblicato dal titolo: “La Platea dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro nell’Archivio Diocesano di Policastro.”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, l’antico documento (3), è stato più volte citato per la prima volta dal Gaetani (4), di cui parleremo. Dopo il Palazzo (…) ed il Cataldo (…), che la citarono, il Tancredi (…), in un suo pregevole studio “Esame della Platea del 1695 (1)” (…), la esaminò, scrivendo nelle sue note: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “L’entità dei beni consiste in terreni coltivati da vassalli o custodi. Nel comprensorio di San Giovanni a Piro sono 1444, mentre in altre località sono 261. Sono compresi pure alcuni casalini  o case ed introiti vari (censi in grano, mosto, olio, ecc..). I vassalli sono 482, compreso i membri del Clero, a sè stante, con 13 sacerdoti singolarmente, una Congrega, un Monastero, 14 Cappelle. Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “La Platea manoscritta, comprende n. 170 fogli (= 340 pagine, recto (r.) et verso (v.), complete quasi tutte, formato protocollo. Fu redatta dal Sig. Domenico Magliano Notaio di S. Giovanni a Piro negli anni 1695-96. E’ un libro o Registro di Amministrazione. Inizia con un indice alfabetico dei nomi dei titolari dei beni affittati, procede un cappelletto storico legale di 5 pagine, e segue l’esposizione dei fondi rustici, indicati col termine di generico di beni (bona) e relative rendite (in ducati, carlini, grana e tarì). Alla fine di ogni pagina c’è il risultato complessivo (totale parziale). I beni (bona) sono generalmente indicati secondo il tipo di coltivazione o produzione (vigne, castagneti, oliveti, orti, ecc..); manca l’esatta ubicazione e la misura estensiva in ettari. Semplicemente è indicata la contrada (in loco dicto…) ed i confini con altri beni o poderi (juxta bona…, fine…).”. Nel 1587, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile, vi furono sempre continui conflitti legali (10-11-12-13). Il Gaetani (4), a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.” (10).

IMG_4842 - Copia

(Fig….) I Beni dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro secondo il Tancredi (6).

Le Grancie di S. Nicola a Sapri e di S. Fantino nel territorio Saprese, ora Torraca, possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Pietro Ebner (…) parlando del cenobio basiliano di San Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, e diversi altri effetti, possiede la Terra di S. Gio: a Piro, quale è Baronia essendo copiosa d’anime, e di ottimo Clero con sua Giurisdizione, e perchè viene al presete occupata da Monsig. di Policastro, perciò ad effetto di far vedere la verità del fatto, ho determinato di fare una digressione nell’origine di detta Abbadia, e Terra, ecc…” .

Di Luccia, p. 3, sulle grangie.PNG

(Fig….) Di Luccia P.M., op. cit.,  p. 3

Il Di Luccia (…), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la grancia di San Nicola e la grancia di S. Fantino a Torraca, ma non specificava niente altro. Incominciamo col dire subito che la citazione del Di Luccia (…), poi in seguito confermata da Domenico Martire (…) e dal Cappelli (…), dei due possedimenti  “…di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca”, la grangia di S. Fantino veniva citata a Torraca perchè Sapri o il suo “Porto”, all’epoca del Di Luccia (…), 1700, era ancora posto nel territorio dell’Università o Baronia o Feudo di Torraca, allora dei  Palamolla. Dunque, la grancia di S. Fantino, si trovava nel territorio Saprese. La notizia di della grancia di S. Fantino a Torraca, è citata anche in seguito dal Gaetani (…) che, in proposito, fa luce.  Il Gaetani (…) nel suo libro su Torraca: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (3) il quale, parla della Grancia di San Fantino’, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (…), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il documento (…), descrive le Grancie di S. Fantino e di S. Nicola, site nel porto di Torraca (o di Sapri) che, però erano molto più antiche del documento in questione. Il documento del 1695-96, del notaio Domenico Magliano (…) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese. Dal documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…), conservato nell’Archivio Diocesano di Policastro, di cui il Gaetani (…), ha pubblicato un piccolo stralcio trascritto e, di cui ivi pubblico alcune pagine originali, si possono trarre interessantissime notizie storiche sulle origini ed i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e su alcuni suoi possedimenti nel territorio Saprese e di Torraca. Infatti, questo documento (…), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. Il Gaetani (…), in proposito alla ‘Cappella di S. Fantino‘, pubblicò il passo trascritto del documento illustrato in Figg….., tratto dal documento notarile del Magliano (…), del 1695. Il documento illustrato nell’immagine di Fig…., si legge, nel territorio di Torraca. La quì sottoscritta Badia di S. Fantino e ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi è stata venduta dal Rag: Zifao al Don Francesco Falci di Napoli, come da Istrumento del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, al quale a me presentato. Die Xma (decima) gbri ibgS (?), con ordine e dal D. Falce ceduto alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce. Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”.

S. Fantino

(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca

Sappiamo che questi antichi edifici sorgevano nel territorio Saprese che all’epoca dipendeva dall’Università o Feudo che apparteneva ai Palamolla di Torraca. Dunque, la ‘platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’ redatta dal Notaio Domenico Magliano nel 1695-96, citata e trascritta in parte dal Gaetani (…), riguardo il possedimento di Torraca, diceva che quì (riferendosi al feudo di Torraca), vi era la “sottoscritta Badia di S. Fantino” fu venduta dal Ragioniere Zifao a Francesco Falci di Napoli per ‘ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi’, con Atto pubblico (Istrumento) del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, e aggiunge “al quale a me presentato. La ‘Platea’ continua e dice che Don Francesco Falce di Napoli, cedette la detta Badia di S. Fantino “alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce.”. Sempre nella “Platea”, leggiamo che: “Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, ecc..”. Dunque, in questo passo, la Platea dei beni redatta nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano, ci informa che a Torraca o nel suo feudo vi erano a quei tempi distintamente tre edifici: la Badia di S. Fantino, la Cappella di S. Fantino e la grancia di S. Fantino. Riguardo la grancia di S. Fantino, la platea dei beni e delle rendite (…), redatta dal notaio Domenico Magliano nel 1695-96, dice che: “….et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”, ovvero dice che la Grancia di S. Fantino posta nel feudo di Torraca dipendeva dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro che era stata annessa (aggregata) alla Cappella del Presepe dalla Basilica di Santa Maria Maggiore con …… ……… ..Rev. Gilles D. Sorrentino ..Joanny da Pyro ……… … … .ecc D. Michele Brancaleone e F.sco Tomaso Mercadante”. Chi erano i due notabili Reverendo Egidio Sorrentino, Michele Brancaleone e Tomaso Mercadante ?.

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(Fig. 4) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

La strada vicinale della ‘Verdesca’ citata dal Fischetti

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(Fig….) Un ponte d’epoca medievale posto lungo un sentiero che da località Mocchie di Sapri risale verso Torraca. L’immagine ci è stata inviata dal Gruppo di escursionisti di Sapri “Golfo Trek”.

Pare che questa strada vicinale o sentiero risalisse dalla località ‘Mocchie’ a Sapri, su per il monte Olivella, attraverso i territori nel Comune di Torraca e da lì proseguiva verso Torraca o verso il Fortino del Cervaro, si chiamasse “Verdesca”, forse la stessa strada carovaniera che attraversava la contrada della “Carnale”, dove furono trovati dai G.A.S., antichissimi insediamenti Enotri e Lucani, in gran parte distrutti dall’incuria delle autorità preposte  per il passaggio della condotta del gas metano. Andrebbe ulteriormente indagata la presenza di alcune strade mulattiere presenti sul nostro territorio in quanto esse sono state frequentate in epoche in cui si è persa la memoria del tempo. Infatti, questa strada vicinale ed alpestre, prima che arrivasse nei pressi di Torraca, a metà strada, si trova un sito oggi chiamato “Agriturismo S. Fantino”. Io credo che l’intera area fosse stata anticamente l’area dove sorgeva la grancia di S. Fantino, di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio. La probabile epoca di fondazione della grancia di S. Fantino, può riferirsi molto probabilmente all’anno 1097, allorquando, secondo una pergamena d’epoca normanna, veniva concesso a Sergio, monaco di Vibonati, di costruire una cappella a S. Fantino, che doveva essere una località posta tra Sapri e Torraca, come risulta dall’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna) illustrata nella Fig. 2, di cui ho parlato.

Cattura

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

La testimonianza della strada vicinale e di campagna detta la “Verdesca”, ci è data da uno dei principali protagonisti dello sbarco a Sapri dei ‘trecento’ di Carlo Pisacane, il giudice di Vibonati Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni, da poco eletto, Giovanni Nicotera. Il Fischetti (…), a p. 35, parlando della notte in cui Pisacane sostava a Sapri, in proposito scriveva che: “…ed io con pochi amici mi avviai sopra Torraca per la via cosiddetta della ‘Verdesca’, impraticabile quasi, montuosa ed alpestre assai, per evitare la solita via pubblica, laddove quelli avessero voluto inseguirmi.”. Nella tradizione orale popolare, nel nostro dialetto, il termine di “Verdesca”, stà ad indicare un pesce di mare, una specie di pescecane simile allo squalo. Sempre nella tradizione popolare orale, vi è un termine simile “Ventresca”, la pancia o la pelle del ventre di un certo tipo di squalotto di mare. La strada “Verdesca”, verrà poi in seguito, nel 1907, citata anche dal Bilotti (…), il quale a p. 198, in proposito al giudice scriveva che: “Il Fischietti.. (e anche quì il Bilotti erra il cognome del giudice Vibonatese), effettivamente aveva fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura nell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria….”. Con l’indagine geo-storica, possiamo stabilire quale e dove fosse questa stradina o sentiero di campagna, assai disagevole per i tempi a cui si riferiscono i fatti di Pisacane. Si trattava di un percorso o un sentiero di campagna che risaliva le campagne in direzione di Torraca, che partendo dalla località a Sapri detta le “Mocchie”, risalisse verso Torraca. Dalla località detta le “Mocchie” a Sapri, posta subito dopo la contrada saprese della “Marinella”, si inerpicano due sentieri che risalgono alle pendici del Monte dell’Olivella, verso i territorio di Torraca. Io credo che le “Mocchie”, dove ancora oggi è rimasto un gruppo di antichissime case, molte di queste solo recentemente ristrutturate, sia una contrada di Sapri prossima ad un molo o un antico porticciolo. La contrada delle “Mocchie”, infatti, si trova quasi a ridosso della vecchia spiaggia o insenatura formatasi del torrente detto “Brizzi”, di cui ancora oggi non si conosce l’esatto significato dell’etimo. Il torrente “Brizzi” e il suo alveo, dopo un lungo percorso dalle montagne poste nel Comune di Tortorella a confine con quello di Torraca e di Sapri, scende a valle e sversa le sue acque a Sapri e, lungo il suo percorso attraversa la contrada delle “Mocchie” che è posta quasi posta di fronte alla collina dell’altra antica contrada del “Timpone”. Recentemente, alcuni membri del locale gruppo di Trekking di Sapri “Golfo Trek” hanno percorso e smacchiato questo vecchio sentiero che risale poprio dalle Mocchie e si inerpica tra balze e dirupi verso il territorio un tempo di Torraca. Io credo che il nome di questo sentiero fosse proprio quello di “Verdesca”, il nome che citava il Bilotti (…) e prima ancora il giudice vibonatese Fischetti (…). Lungo questo percorso vi sono alcuni ruderi di un ponte medievale che lasciano pensare ad un’antichissima frequentazione e forse, come io credo, questo sentiero doveva essere quello che collegava il piccolissimo approdo delle Mocchie con l’antichissima grangia di “S. Fantino”, dipendente dal cenobio basiliano di San Giovanni a Piro. Della grangia di S. Fantino (…), come vedremo, ci parlano gli antichissimi documenti ma i suoi ruderi non sono stati mai individuati. Infatti, risalendo l’immagine satellitale con l’amico Giamberto del locale gruppo di escursionisti, si può vedere che nel territorio prossimo più a Sapri che a Torraca, si scorgono dei duderi o degli edifici che lasciano pensare all’antica grancia di S. Fantino, di cui parla il Di Luccia (…) e il Martire (…), ma che non è stata mai del tutto localizzata. L’antica grancia o masseria o addirittura l’Abbadia di S. Fantino di cui si parla in antichi testi, non solo esisteva dall’epoca Normanna come attesta l’antica pergamena del 1097 pubblicata dal Trinchera (…) e poi dal Cappelli (…), ma era posta nel territorio di Sapri, divenuto solo nei primi del ‘500 appartenente al feudo di Torraca. Credo pure che questo percorso sia proprio quello che percorrevano i monaci abitanti dell’antica grangia di S. Fantino per scendere al porto di Sapri che forse era posto proprio nella contrada detta le “Mocchie”, per il trasporto via mare delle merci essendo questo piccolo ma nascosto e sicuro approdo collegato con i piccoli porti della costa velina. Non sono mai state del tutto individuate alcune cappelle e costruzioni religiose di cui ci parlano alcuni studiosi locali nei primi del ‘900 come il Gallotti (…) e il Gaetani (…). Molte costruzioni si pensa fossero nel territorio di Torraca ma solo perchè il territorio di Sapri, fu delineato nei suoi attuali confini solo dopo l’Unità d’Italia, ma in realtà alcune costruzioni o manufatti citati dal Cappelli (…), dal Martire (…), ecc.., si trovavano prossimi al territorio saprese, ovvero posti si nella campagne ma molto prossimi al vicino piccolo approdo della costa saprese. Infatti, nell’antichità per il trasporto delle merci e per i traffici si preferiva percorrere le vie marittime anzicchè quelle sulla terra ferma molto più frequentate ed insicure. I monaci lo sapevano bene. Nell’anticihità le località e le comunità rivierasche erano molto più fiorenti e popolate rispetto a quelle interne che si ripopolarono specialmente dopo la Guerra del Vespro e sopratutto in epoca Vicereale a discapito di quelle rivierasche che al contrario si spopolarono. I documenti ci parlano di una grangia o di un piccolo cenobio di monaci basiliani o benedettini, la grangia di S. Fantino, che doveva essere attiva e fiorente all’epoca medievale ovvero XII-XIII secolo.

Tortorella e Torraca

(Fig…) Particolare delle nostra costa e del nostro territorio tratto dalla della Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). La carta è inedita e da me scoperta alla fine degli anni ’70 e fatta riprodurre nel 1981 dall’ASN, dove essa ancora è conservata.

Infatti, il Gaetani (4), nel suo ‘La fede degli Avi nostri o Ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 152-153, nel trascrivere il testo di alcune pagine tratte dal documento del 1695-96 redatto dal notaio Domenico Magliano “La Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, che riguardavano la chiesa di S. Fantino a Torraca e la grancia di S. Fantino posta in territorio saprese, in proposito trascriveva che: “La Venerabile Cappella di S. Fantino……stimandosi che tal edificio sia stato costrutto in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare;…”. Dunque secondo il testo della ‘Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro’, che era stata redatta nel 1695-96, Sapri ed il suo territorio era chiamato: “….che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare;…”. Sapri era detto “la marina e porto di Sapri”, ovvero un piccolo porto che i monaci basiliani usarono per i loro traffici fin dall’antichità.

Nel 1466, un cimitero di fanciulli a “S. Fantino” citato nello Statuto n. 41 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti da Teodoro Gaza

Le origini dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano, la “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a piro del 1695-96” (3), citata dal Gaetani (4) e, di cui il Gaetani (…) pubblicò alcuni passi dei documenti ivi contenuti, manoscritti. Riguardo alcuni possedimenti nelle “Località Extra”, come quelli nel “Portus Saprorum” (all’epoca territorio di Torraca), come le Grangie di S. Fantino e quella di S. Nicola a Sapri – citate nell’antico documento notarile del 1695-96 (3)), venivano citate anche in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (…) e dal Cataldo (…). Il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), segnala che Teodoro Gaza (…), il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (9), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’Università (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza –  e tolti due da Monsignor De Nigro. Scrive sempre Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…), a p. 490 che “…chiamato a Roma, il Gaza venne sostituito temporaneamente dal canonico di Policastro Francesco del Nero (20) che per ordine dell’abbate commendatario cancellò i capp. 46, 47 e 49. L’abate de Vio modificò il cap. 37, Alfonso d’Aragona sostituì il cap. 44 con il 54……Il 27 dicembre 1468 venne nominato abate mons. Andrea del Nero, per rinuncia del cardinale Bessarione con breve di Paolo III (21). Seguì Alfonso d’Aragona, figlio naturale di re Ferrante (22).”. Sulla visita di Atanasio Calkeopulos ho dedicato ivi un mio saggio. Ebner (…), nel vol. II, a p. 490, nella sua nota (20), postillava che:“(20) Ebner, Economia e società cit., II, p. 415 sg. Capp. 46-48. A p. 416, manca, per errore tipografico, il cap. 48: “Costituimo, che nulla persona si ponga ecc..ecc..”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (21), postillava che: “(21) Dal processo anzidetto conservato nell’Archivio della Cappella romana (f 152). Cfr. Di Luccia, p. 17 sgg.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (22), postillava che:“(22) Ebner, Storia cit., p. 449. Alfonso d’Aragona era stato nominato dal re vescovo di Chieti, ma la nomina non venne mai confermata dalla santa Sede. Alfonso fu poi (1489) anche abate commendatario della badia di S. Maria di Pattano (v.) che, con suo decreto, il re aveva avocata alla sua giurisdizione.”. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli da sette anni in giuso, che moreno siano sepelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…. Dunque, lo statuto n. 41, parla di un cimitero a S. Fantino. Secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Ma si trattava del S. Fantino di cui l’Abbazia possedeva una Grangia a Torraca (o territorio saprese)?. Era il S. Fantino di cui parla il Di Luccia (…) ?.Scrive il Tancredi (…), a p. 60 che Teodoro Gaza “Fu il grande organizzatore del Cenobio Basiliano, in fase di decadenza. Procurò ogni mezzo per ricondurre all’antico splendore. Per regolare la vita dei due enti, dettò i celebri “Statuti”, che costituirono il “Diritto positivo” dell’Abbadia e dell’Università poichè contenevano norme di diritto Civile, Penale, Amministrativo, di Pubblica sirurezza ed altre norme relative alla tutela della proprietà, dell’igiene, al sistema tributaro ed all’amministrazione della giustizia, che, con il concorso degli esperti di diritto era nelle mani dell’Abate….Detti statuti del 7 ottobre 1466, Ind. XI, contenevano 49 articoli con altri 7 aggiunti dagli altri commendatori e una nota notarile, per opportune modifiche agli articoli precedenti. Esaminando questi provvedimenti di natura prettamente economica, ecc…”. Ecco ciò che scriveva il Tancredi sugli Statuti del Gaza da cui si evince che nel 1466, vi era un S. Fantino. A S. Giovanni a Piro, vi era una località chiamata S. Fantino, ma non è dimostrato che il S. Fantino a cui è riferito il cimitero di fanciulli citato nello statuto n. 41, sia da riferire a S. Giovanni a Piro. Se come io credo si tratti di un possedimento dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, posto nelle “località Extra”, come si evince dalla “Platea dei beni etc…” del 1695-96, siccome gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e la Baronia ecclesiastica dell’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaza – pubblicati dal Di Luccia (…) – risalgono al 1466 e, lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la  Grancia di S. Fantino, dimostra che la grangia di S. Fantino nel territorio Saprese esisteva già nel 1466, epoca di fondazione degli Statuti redatti dall’Abbate pro-tempore Teodoro Gaza. Ma la grancia di S. Fantino a cui si riferiva lo statuto n. 41 era la Grancia di S. Fantino posta nel territorio saprese citata anche nella “Platea dei Beni e delle rendite etc..” redatta dal notaio Magliano nel 1695-96 ?. Io credo che lo Statuto n. 41, si riferisca ad una grancia dipendente dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, posta nel territorio saprese (di Torraca all’epoca) e non si riferisse alla chiesa di S. Fantino posta nella terra di S. Giovanni a Piro. Infatti, Pietro Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia, parlando di S. Giovanni a Piro, nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 493 scriveva in proposito che: “Il Di Luccia (p. 479 trascrive la “Instruccione et ordinatione date a voi Donno Ieronimo Sursaya per nui Antonio Terracina Apostolico protonotario et Commendatore de l’Abbatia de S. Ianne a Piro e S. Pietro de Lycusate” per cui il predetto doveva che eseguiate le volontà testamentarie di certo Francesco di cui manca il cognome; di “far acconciare e reparare dall’Università la Ecclesia de S. Fantino”. Dunque il Di Luccia ci parla di una chiesa di S. Fantino posta nel territorio di S. Giovanni a Piro e non ci parla di una Grancia e dunque come io credo lo statuto n. 41 si riferisce alla grancia di S. Fantino posta nel territorio di Torraca (ma in realtà si tratta del territorio saprese. Di certo si ha un ulteriore documento dell’epoca degli statuti che confermerebbe una grangia nel territorio saprese. Nel 1982, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, a p. 592, citava un documento del 1481. Pietro Ebner (…), invece, scriveva in proposito ad un altro documento datato 1481. Ebner (…), scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Pietro Ebner (…), postillando “I, ABC”, si riferiva ad un documento “I = inedito” e proveniente dall’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (ABC).

ARCA LXXXV 98

(Fig….) La bolla inedita del 1481, di Gabriele Guidano, vescovo di Policastro (Archivio Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (Arca, LXXV, 98) (Archivio Storico Attanasio).

Nella bolla, leggiamo che: “Gabriel Guidanus a filiu magister Sanctullus grangis de civitate Policastrj afferunt ………………..civitatis loro lo porto de Saprj que ad prie est Riscoperta ecc..”. Il documento del 1481, è di estrema importanza per la storia di Sapri e di Torraca. Secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Lo studioso locale Josè Magaldi (…), nel 1928, nel suo libretto inedito ‘Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’, che scrisse su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in proposito scriveva che: “In contrada S. Giovanni, a ridosso della collina d’Ischitello, sorse anche un piccolo tempio che appartenne fino all’anno 1778 al clero di Torraca e il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Dunque, Josè Magaldi (…), che si occupò degli scavi archeologici a S. Croce scriveva che a ridosso della collina del vallone “Ischitello” nella contrada saprese di S. Giovanni, sorse un piccolo tempio che era appartenuto fino al 1778 al clero di Torraca e che il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo:la fossa comune.”. Vi era un cimitero a San Fantino? Lo Statuto n. 41 non sembra così strano se consideriamo che il vecchio cimitero o camposanto o fossa comune, di Sapri, non era dove si trova attualmente ma i defuni venivano seppelliti in una fossa comune posta sotto l’antica chiesetta di S. Giovanni che come scriveva il Magaldi (…), fino al 1778 apparteneva al clero di Torraca.  Già molti anni prima, nel 1891, il dott. Nicola Gallotti (…), nel suo ‘Condizioni igienico sanitarie di Sapri’, riguardo il vecchio cimitero “Camposanto”, scriveva che: ”Il Camposanto di Sapri, non solo è in posizione antigienica….io credo non avesse neppure la distanza dall’abitato….verso il 1825 proponevo al Consiglio Comunale di provvedere al più presto a spostare il Camposanto di Sapri in altro luogo che siadistante dal centro abitato. Debbo pur far notare come la ferrovia, di cui si è già parlato, lambisce quasi il Camposanto di Sapri.”. Il Gallotti che era medico, lamentava la posizione del preesistente e vecchio cimitero di Sapri e ne auspicava il suo spostamento in luogo più salubre, ma conferma il fatto che il vecchio cimitero o “fossa comune” fosse ubicato lungo la dorsale ferroviaria. Mia zia Maria, nata nel 1923, racconta che il vecchio cimitero fosse posto ove oggi è la chiesetta della Madonna della ‘Trovatella’. Ai primi del ‘900, il cimitero di Sapri, si trovava sulle colline di Sapri, sulla dorsale che sale verso Torraca, dove oggi viene chiamata la località ‘Trovatella’. Fino ai primi dell’800, il vecchio cimitero di Sapri era dove oggi si trova una chiesetta dedicata alla Madonna della Trovatella, da cui prende il nome l’omonima borgata di Sapri. Quando in seguito all’ultimo conflitto mondiale, in mezzo al cimitero ed alla piccola cappella annessa e l’ossario, fu ritrovata intatta una statuina della Madonna, che la popolazione venera chiamandola ‘Trovatella’, venne poi costruita la piccola chiesetta proprio dove sorgeva il vecchio cimitero di Sapri. Riguardo il “tempietto che nel 1778 apparteneva al clero di Torraca”, come scriveva il Magaldi (…), nel 1909, il Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 54, scriveva della chiesa di S. Giovanni Battista: “Ubicata nel versante occidentale del Porto, attualmente presso la stazione ferroviaria, all’inizio di via Kennedy, fu eretta nel primo ‘600 dal Barone Decio Palamolla, per la celebrazione della S. Messa ogni domenica con incarico affidato al clero di Torraca, che riceveva appositi sussidi (4). La manutenzione era diligentemente curata da parte del clero stesso, al quale corrispondevano le decime 72 persone di Sapri (5). Da pochi frammentari documenti del primo ‘700, come il libro della contabilità della chiesa parrocchiale di Torraca, dai primi di settembre del 1706 alla fine dell’agosto 1707, si rileva che il procuratore D. Gaetano Magaldi pagava 4 carlini all’anno al principalista Nicola Comes e 16 carlini a Biase Brando per il servizio prestato nella cappella (6)….Nel 1778 sorse una causa fra il Clero di Torraca e quello di Sapri: il cosiddetto ‘frigidum meum ac tuum’ (9). Il 5 agosto, nella Curia Vescovile di Policastro si compose la lite tra i due Procuratori, D. Carmine Magaldi di Torraca e D. Domenico Pellegrino di Sapri, ecc….Dalle relazioni vescovili appare che la Cappella era di antico patronato della famiglia Lancetta e a cura del clero torracchese (11). “. Il Tancredi (…), a p. 55, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A.D.P.: SS. Visite Pastorali U. Feliceo (5.3.1632). In quest’anno era parroco di Torraca D. Giovanni Antonio Brando.”. Il Tancredi (…), a p. 56, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Gaetani Rocco, op. cit., pag. 39-40 e nota (1), citante l’atto di giudizio del 1779.”.

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(Fig. 9) Alcuni documenti della Famiglia Brando di Sapri, pubblicati su Facebook da Domenico Smaldone.

Nel 1689, i confini del territorio della Grancia di S. Fantino in ‘Terra di Torraca’ (territorio di Sapri ?)

La Grancia di S. Fantino, nel 1689, dipendeva sempre dall’Abbadia di S. Giovanni a Piro, i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa – e non più dipendente dagli Abbati dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro come era in origine e, che secondo il Gaetani (4): “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”. La ‘Grangia’, secondo il Visconti (…): “Era particolarmente nelle Abbazie benedettine, il magazzino destinato alla conservazione dei prodotti agricoli che i monaci ricavavano dai loro terreni. Faceva parte di solito, del complesso monastico, ma nei monasteri dei Cistercensi, a causa dello sviluppo delle abbazie, la grangia venne costruita anche in località non lontane dall’Abbazia stessa, ed ospitava i conversi che sotto la guida di un monaco anziano erano addetti ai lavori nei campi.”. Il Gaetani (4), che, in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, sita nel territorio Saprese (Torraca), pubblicò anche la trascrizione del contenuto del documento (5) illustrato nell’immagine di Fig. 9 (pag…..), dove si descrivono i confini del territorio della ‘Grancia di S. Fantino’ riferendosi al documento (…), da cui trae il passo, nel suo ‘La fede degli Avi nostri o Ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 152-153, in proposito pubblicava la trascrizione del testo estratto di una o due pagine tratte dal documento del 1695-96 redatto dal notaio Domenico Magliano “La Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, che riguardavano la chiesa di S. Fantino a Torraca e la grancia di S. Fantino posta in territorio saprese: “Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni.”. Dunque, il Gaetani (…), a pp. 152-153, scrive che sulla scorta del suo amico Canonico Domenico Menta, cita e si riferisce alla “Platea di Beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro, del 1695-96”, redatta dla notaio Domenico Magliano, trascrivendone il testo di alcune pagine: “La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere d’ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tuti i fondamenti; li quattro cantoni, ed il frontespitio, et anco un arco sopra l’altare medesimente di pietre scarpellate, stimandosi che tal edificio sia stato costrutto in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare; la detta Cappella era diuta senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. D. D. Michele Brandaleone alla f. m. di P. P. Innocenco XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vesc.vo di Policastro, et incaricato dal suddetto D. Michele, il quale n’ebbe cura, et con l’entrate di detta Cappella rifece le mura, la ricoverse, fece l’astraco Porte et Altare et di più di suo proprio, e per sua divotione ci fece intempiata, valtaltare, carta di gloria et candelieri.”, poi continua la trascrizione del testo che riguarda i confini della Grancia di S. Fantino: “Incomincia il territorio di detta Grancia, sita et posta nel territorio di detta Terra di Torraca, da Ponente vi è il vallone che sparte la foresta de Cercole del Barone della Torraca detto lo Saracino, et và a basso per detto vallone insino allo vallone detto della Chiusa della Sorba, poi saglie per la via pubblica, per sopra il scariazzo di m.ro Francesco Brando, et circuisce detta via detto territorio, et poi circuisce la Chiusura, che fu del q.m D. Flaminio Barra renditia à detta Grancia et per sopra la vigna fu di Mario Campanella, che hoggi si possiede dal Abbate D. Francesco Magaldo, et p. sopra la Chiusura del D.co Tommaso Mercadante, per sopra la vigna di Francesco di Loise, per sopra la vigna di Gio Tommaso Brando, per sopra la vigna di D. Daniele mangia, per sopra le Castagne, et cerque di Luca Palamolla, et Domenico mercadante pe sopra le Cerque furno di q.m. Cesare Brando, per sopra la Chiusura della Coia, poseduta da Francesco Brando di Celio, per sopra le Cerque di D. Giacomo Antonio Brando, et per sopra la terra possedeva il q.m Gio. Antonio Alias Cisina, hoggi devoluta à dètta Grancia et scende al’ vallone sparte la foresta del Barone, da parte di Ponente chiamata la foresta dello Saraceno (1).”. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei confini del suo territorio e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuare l’esatta sua localizzazione che aveva nel 1695-96. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio Saprese (Terra di Torraca) a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “Piscitello” come ci dice lo stesso Gaetani (…) e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla (“Barone della Torraca detto lo Saracino”), da cui dipendeva l’intero territorio Saprese.

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(Fig. 9) Pag…. della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (3) – In questo documento si descrive la Grancia di S. Fantino ed i suoi confini, posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese (Torraca).

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(Fig. 10) Pag. 160 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti in Terra di Torraca: ‘Grancia di S. Fantino’.

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(Fig. 11) Pag. … della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti in Terra di Torraca e della ‘Grancia di S. Fantino’.

S. Nilo e S. Fantino

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, il culto dell’Arcangelo Michele, praticato nella “Regione mercuriense”, era noto oltre i confini della stessa. Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, che, seguiti da altri profughi, costruirono alcune celle per i monaci. Sorgeva, così, il cenobio basiliano di S. Michele, che fu ben presto abbandonato per essere stato edificato vicino al mare, per cui esposto al pericolo delle incursioni saracene. Fin dalla fondazione vi accorse un gran numero di monaci, tanto che Cristoforo fu costretto, ma soprattuto per il terrore delle incursioni, a rifugiarsi in un luogo inaccessibile, lungo il Lao, ed edificarvi un altro cenobio. Fu costruito presso Papasidero, ripristinando una chiesetta diruta, nota per il culto che quelle genti vi professavano a S. Stefano protomartire (23). Il martirologio fu tantaparte del monachsimo orientale! Durante la permanenza di Saba al monastero di S. Michele, la “Regione mercuriense” era fiorente di istituzioni monastiche, di “città e castelli”, anche alle frange della stessa (24), dove si propagò la fama della sua santità e dei suoi miracoli. Fu qui che gli giunse una pesante richiesta di soccorso, a causa  d’una invasione di locuste, che infestavano il territorio del Mercurio e, contemporaneamente, quello di Ajeta (25). Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che latri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (279. Intorno al 940, Nicola da Rossano, abbandonata la famiglia, si era rifugiato “ai monasteri che erano intorno al Mercurio” (28). Da monaco, prese il nome di Nilo, come l’omonimo Sinaita. L’immediata ingiunzione del “governatore di tutta la regione” (29) agli igumeni di non tonsurare il neofito rivela l’egemonia bizantina in atto su gran parte del territorio longobardo. Difatti, la riscossa imperiale che, aveva avuto inizio con la dinastia macedone di fine secolo IX, si era esaurita solo nella seconda metà del X. Niceforo Foca, 963-969, aveva sottomesso, anche se per breve durata, finanche i Longobardi di Benevento (30). Tuttavia, nonostante la situazione fluttuante ed incerta alle frange del Principato, il potere del basileus non doveva comprendere la Lucania centro-occidentale (31), se Nilo fece perdere le sue tracce, rifugiandosi nel monastero di S. Nazario, presso Celle di Bulgheria, territorio “sottoposto ad un principato straniero” (32), quello longobardo di Salerno. Come si vede, caratteristica peculiare del monachesimo basiliano furono i buoni rapporti con le Eparchie, anche se poste in terrotorio diverso per potere politico. Dopo un triennio di permanenza fra la comunità del monastero eparchico o dell’igumeno Fantino, Nilo, intorno al 943-944, si ritirò a vita eremitica nella spelonca di S. Michele Arcangelo e, successivamente, in altra “piccola caverna, che egli di propria mano si era scavata” (33). Vi dimorò per un decennio, modellandosi alla santità con l’ascesi e la rigida osservanza di pratiche religiose, come “i molti digiuni”, le veglie, le prostazioni, i maltrattamenti innumerevoli” (34). La permanenza nella grotta di S. Michele Arcangelo costituì per Nilo l’ingresso alla santità; l’ingresso fra i grandi della Chiesa. Vi trasorreva le giornate lavorando e pregando con ritmo intensissimo. “Dallo spuntare del giorno – come dice il Bios (35) – sino all’ora di terza (le nove) scriveva con carattere corsivo, minuto e compatto usando una scrittura sua particolare, riempendo un quaderno al giorno, per adempire il divino precetto di lavorare” (36), ecc..”Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (23), postillava che: “(23) Cozza-Luzi, op. cit.; Martire D., La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 308; S. Napolitano, Ricordi dell’asetismo bizantino in Papasidero, estratto da “BBGG”, n.s., vol. XXX, (1976), p. 119″. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (24), postillava che: “(24) Sebbene le genti vivessero sotto l’incubo delle incursioni, la costa annoverava le città di Yele, Cirella, Blanda, Buxentum, che non potevano essere del tutto spopolate.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Fondato a Scalea da monaci profughi, dopo la conquista musulmana di Siracusa (878), B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro lucani, Napoli, 1963”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (27), postillava che: “(27) I viaggi marittimi, piccolo cabotaggio, lungo la costa tirrenica sono continuati fino alla seconda metà del XIX secolo, quando vennero sostituiti dalla ferrovia.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (28), postillava che: “(28) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (29), postillava che: “(29) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (30), postillava che: “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930; G. Schlumberger, L’Epopee Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Un Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicephore Phocas, Pais, 1890; I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, etc, Paris, 1904.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (31), postillava che: “(31) Attualmente, gran parte compresa nella provincia di Salerno”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (32), postillava che: “(32) G. Giovanelli, op. cit.,  Idem, Il monastero di S. Nazario ed il Baronato di Rofrano, in “BBGG”, III, (1949); B. Cappelli, I basiliani nel Cilento superiore, in “BBGG”, XVI (1962).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (33), postillava che: “(33) La grotta di S. Michele Arcangelo va ubicata fra i “Casalini di Santo Michele”, sullo sperone roccioso alla destra del fiume Abatemarco. Era difficilmente reperibile. Il Santo “passava ccc…(G. Giovanelli). Sarà stata una grotta-rifugio e dei primi cristiani della vicinissima Polis, e della diaspora monastica orientale del VII secolo. Vi si praticava, certamente, il culto antichissimo e popolare di S. Michele, se nell’Arcangelo trassero il toponimo Serra Bonangelo e Sant’Angelo, se una bellissima grotta, sulla destra del Corvino, ecc…”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (34), postillava che: “(34) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(35) Idem, op. cit.”. Sempre il Campagna, a p. 88, in proposito a S. Fantino scrivevava che: “Si allontanò ancora per trasferirsi, ammalato, nel monastero del “beao Fantino” (42), quando un tumore lo aggredì “negli organi vocali, così da renderlo completamente afono” (43). Nello stesso monastero si recava per festeggiare con la comunità monastica alcune ricorrenze liturgiche. Riceveva, ogni settimana, il pane del “grande Fantino”, pane che spesso sostituiva con legumi cotti, carrube (44), bacche di mirto e di corbezzoli. Ripagava il dono del pane ” con il lavoro delle sue mani, i libri trascritti da lui (45). I pochi resti manoscritti vengono considerati dalla Congregazione dei Riti come “reliquie Venerande”. Con le pratiche religiose e con l’ascetismo avviò alla santità, nella stessa spelonca, i primi discepoli, Stefano e Giorgio. Sarebbe stata, quella grotta, “una vita serena, lieta e piena di spirituale diletto” (46) per Nilo, se la minaccia delle incursioni saracene non si fosse addensata all’orizzonte, tante che “il grande Fantino” andava predigendo che “le chiese sarebbero divenute stalle di asini e di giumenti e profanate; i monasteri verrebbero dati alle fiamme e istrutti, ed i libri corrosi dalle muffe, diverrebbero inservibili ed illeggibili” (47).”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (42), postillava che: “(42) Non è facile ubicare il monastero eparchico o del “beato Fantino”. Resti antichissimi, precedenti quelli del nucleo e della torretta in cima al colle, affiorano sul costone, ad occidente. Poichè il Bìos dice che Nilo, ammalato, vedeva passare davanti alla cella un frate che andava a pescare, è opinabile che sorgesse ad occidente della fortezza, da dove si può scorgere un tatto del Lao, particolarmente pescoso.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (43), postillava che: “(43) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op, cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (44), postillava che: “(44) Nei pressi di Abatemarco, una contrada conserva il toponimo di “Carruba”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (45), postillava che: “(45) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (46), postillava che: “(46) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Idem, op. cit.”.

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577 parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

Nel 1695-96, Il documento notarile non parla della città ‘Avenia’, ma parla della città di Velia

Scarfone (34), a proposito di ‘Avenia’, cita il Tancredi (6) e nella sua nota (6), scrive: “L’origine di questa antica leggenda locale si perde nella notte dei tempi. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. È il caso di una resoconto trascritto, nel 1695, dal notaio Domenico Magliano al fine di un censimento dei beni e delle rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni a Piro ubicata nell’omonimo centro urbano di San Giovanni a Piro (SA) distante circa 20 km da Sapri (SA). Lo stesso, dopo aver descritto lo stato di conservazione della cappella di San Infantino ubicata questa nel territorio di Torraca (SA) avanza anche un probabile periodo di costruzione affermando che […] tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Avenia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina et Porto di Sapri, perché s’aprì il monte et entrò il mare […]. Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.“. Ma, il Gaetani (4), correttamente scriveva: “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia”. Infatti, l’antico documento notarile parla della città di Velia, non della città di Avenia. Il Tancredi (6), traendo alcune notizie proprio da questo documento (3) che cita, erroneamente parlava dell’antica ‘città di Avenia’ (vedi nota 4 di p. 23). Il Tancredi (6), al posto di “Velia“ (così scrive il Gaetani riferendo dell’antico documento notarile) , a p. 23, erroneamente vuole che fosse “Avenia“. Ma l’antico documento notarile non parlava dell’antica ‘città d’Avenia’ come scrive il Tancredi ma parla dell’antica ‘città di Velia’.

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(Fig. 7) Pag. 164 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti in Terra di Torraca: ‘Grancia di S. Fantino’.

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(Fig. 8) Pag…. della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti in Terra di Torraca: ‘Grancia di S. Fantino’.

Il culto di S. Vito martire o “Lucano” e il territorio con forti influssi ascetici e presenze di monaci iconoduli o basiliani

La leggenda narra che S. Vito passo da Sapri. All’epoca, a Sapri, nell’antico borgo marinaro della “Marinella”, vi era un pozzo, dove alcuni, avendovi attinto l’acqua si ammalarono essendo questa avvelenata e furono salvati da S. Vito, il quale, fece chiudere il pozzo. Al termine dei festeggiamenti avviene un emozionante spettacolo pirotecnico. La statua del Santo rimane esposta per 8 giorni e poi è riposta nell’importante spazio a essa dedicato. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 253, parlando di Sapri, del “Portus”, in proposito scriveva che: “Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Oltre all’interessantissima proposta del Campagna che lascia intravvedere particolari influssi ascetici e presenze basiliane sul nostro territorio, soprattutto lungo la costa ed all’epoca che precede la latinizzazione, il Campagna, sulla scorta del Delahaye (…), vuole suffragare l’interessante ipotesi, scrivendo che il martirio di S. Vito costituiva l’ideale e l’emblema dei monaci basiliani. Devo però tuttavia precisare che sia il Cappelli (…), che pure ha scritto sull’argoento, che il Borsari (…), non hanno detto molto anzi quasi nulla su S. Vito martire o S. Vito Lucano. Certo è che alcune testimonianze significative come le notizie storiche intorno alla presenza di Bacchilo tra Sapri e Maratea, la presenza di S. Vito martire a Paestum e forse Velia, l’antica Elea, la tradizione popolare orale che vede la presenza di S. Vito martire o lucano nelle nostre contrade, l’opera di cristainizzazione di S. Paolo Apostolo, ecc.., la presenza di alcune opere basiliane, o centri ascetici di cui la nostra regione, forse quella del “Latinanion” e del “Mercurion”, la citazione di antichissimi monasteri basiliani nelle campagne tra Sapri e Torraca, mettono in connessione l’antichissima baia naturale di Sapri, all’epoca delle prime colonie greche nell’Italia Meridionale e, prima della latinizzazione dell’area, da parte dei primi vescovi cristiani, con l’influsso ascestico dei primi monaci basiliani e, come io credo, aprono nuovi scenari. Queste notizie andrebbero ulteriormente indagate e meritano una più approfondita analisi. Il Campagna, cita il il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca”, che fu citato per la prima volta dal Di Luccia (…) e da Domenico Martire (…) poi in seguito, è tuttavia una interessante notizia storica. Orazio Campagna (…), a p. 253, parlando di Sapri e, del “Portus”, in proposito scriveva che: “Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Nel 1979, “Portus” era parrocchia aggregata alla diocesi di Policastro latinizzata, in G. Cataldo, op. cit. La grangia di S. Nicola di Sapri viene posta dal Martire (La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 150, rist. anast., Roma, 1973) alle dipendenze del monastero di S. Giovanni a Piro.”. Il Campagna riferisce della citazione di Domenico Martire (…), che nel 1877, parlando dei monasteri basiliani nel Prinicpato Citra e in Calabria, riferiva di alcuni monasteri nella nostra area ed in particolare scriveva dei due monasteri citati dal Di Luccia (…), che ci parlò dell’Abbazia di San Giovanni a Piro. Il Di Luccia (…) ed il Martire, scrissero che a Sapri, vi erano due monasteri antichissimi dipendenti dall’Abbazia dei monaci basiliani di S. Giovanni a Piro. Il Martire (…), sulla scorta del Di Luccia (…) scriveva: “13. S. Nicola a Sapri”. Di questo argomento mi sono occupato nel mio sagio ivi: “Le grangie di S. Fantino e di S. Nicola nel territorio di Sapri.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), scriveva più o meno la stessa cosa del Cappelli (…), postillando su Torraca che:  “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire, ecc…).  Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè:ecc..ecc…”, vedi Fig……Ricordiamo tuttavia, anche p. 151 del Martire (…), dove nell’elenco dei monasteri dipendenti dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, aggiunge “14. S. Fantino a Torraca.”.

Il culto di S. Sofia a Torraca

Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 (v. Fig….), che posseggo,

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parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, a pp. 24-25, scriveva che: “La seconda cosa degna di molto studio per gli agiografi è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, che ha un culto così esteso nelle chiese occidentali d’Italia, ed in modo particolare…….Checchè sia delle varie opinioni sulla santa Sofia, nella Diocesi di Policastro, precipuamente in Poderia, in Roccagloriosa ed in Torraca è celebre il culto di una santa Sofia. Fattisi i nostri ad indagare chi Ella fosse, a niuno meglio potevano rivolgersi che al dottissimo ellenista ed agiografo, il chiarissimo abate di Grottaferrata D. Giuseppe Cozza Luzi, il quale soddisfece ampiamente alla richiesta dell’illustre arciprete canonico Giovanni De Sanctis, facendo conoscere la memoria di una insigne s. Sofia greca, della quale benchè gli atti non esistano, pure il nome è celebratissimo, ed attesa la moltitudine dei prodigi nel restituire la sanità gl’infermi fu distinta col nome di ‘Sofia’ ………(curatrice), il perchè si disse dai greci ‘Thaumaturga’. (24).”. Il Gaetani, nella sua nota (24), a p. 29, postillava che: “(24) Cf. l’Officia recitanda in civit. et dioec. Polycastrensi. Die XV Maij. In festo s. Sofiae. Monitum ad futuram rei memoriam. – E’ tuttora in Torraca un luogo che chiamasi s. Sofia, ove la Santa in un tempietto a lei innalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto delle scarsissime carte del nostro Archivio, che ai 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso che crudelmente mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine dè Cortici, a s. Rocco ed a s. Sofia di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto, scrivendo che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….”. Il Gaetani (…), cita il Cozza Luzi Giuseppe (…), che, nel 1880, scrisse ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ovvero scrisse la storia delle vite dei due santi Macario e Saba, che passarono nel Cilento e da cui si possono trarre interessanti notizie sui monaci basiliani come S. Fantino e S. Nilo, qui nel basso Cilento.

La Cappella di San Fantino a Torraca e il monachesimo basiliano nel nostro territorio

S. Fantino

Il documento illustrato nell’immagine di Fig. 4, si legge, nel territorio di Torraca. La quì sottoscritta Badia di S. Fantino e ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi è stata venduta dal Rag : Zifao al Don Francesco Falci di Napoli, come da Istrumento del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, al quale a me presentato. Die Xma (decima) gbri ibgS (?), con ordine e dal D. Falce ceduto alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce. Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp.e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”. Il Gaetani (4), in proposito alla ‘Cappella di S. Fantino, pubblicò il passo trascritto del documento illustrato in Figg….., tratto dal documento notarile del Magliano (3), del 1695. Sappiamo che questi antichi edifici sorgevano nel territorio Saprese che all’epoca dipendeva dall’Università (Comune) di Torraca, che apparteneva ai Baroni Palamolla. Il documento notarile del Magliano (3), fu citato dal Gaetani (4), che in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, pubblicò il contenuto del documento illustrato nelle Figg. 4 e 6: La Venerabile Cappella di Santo Infantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere di ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tutti i fondamenti, i quattro cantoni et il frontespizio, et anco un arco sopra l’altare medesimo di pietre scalpellate, stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare; la detta cappella era diruta, senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. mo D. Michele Brandaleone alla f.m. di P.P. Innocenzo XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vescovo di Policastro ecc….

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(Fig. 5) Particolare di pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la ‘Cappella di S. Fantino’ e “la sua magnificenza ecc..”

Chiesa di S. Fantino

(Fig….) La cappella di S. Fantino a Torraca

A Torraca, vi sono i resti di una piccola cappella dedicata a S. Fantino, compagno di S. Nilo, che pare fosse morto proprio a Torraca. Vi sono poi, fuori dall’abitato, in località “San Fantino“, i resti di una chiesetta un tempo intitolata a San Fantino, monaco e santo basiliano che ha operato nel Cilento. Della cappella torrachese di San Fantino oggi non restano che muri spogli, dai quali si può ancora riconoscere l’abside. Di questa cappella ne parlerà Biagio Cappelli, come vedremo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiese baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 663-664, parlando di Torraca, citava il monaco S. Fantino, scrivendo che: “Scrive il Cappelli (1) che il santo monaco Fantino (Infantino) visse nel Mercurion, ma tra il 951-952 si trasferì nell’odierno Cilento meridionale presso Torraca, dove morì e dove, in una piccola chiesa sono le sue spoglie. (v. p. 664) Poichè, come afferma padre Germano Giovannelli (2) S. Fantino Junior di Tauriana fece “a ritroso quell’itinerario, che nei secoli VIII e IX avevano tenuto i loro confratelli, trasferendosi nell’Italia meridionale in cerca di pace e di tranquillità per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste”, è da supporre che quì si tratti di S. Fantino il grande, igumeno del Mercurion, che fu amico affettuoso di S. Nilo.”. Ebner, nella sua nota (1) a p. 663, postillava che: “(1) Il Cappelli, pp. 183 e 322. Le notizie riferite dal Cappelli sono le uniche che abbiamo su S. Fantino, eccetto la notizia del Di Luccia (p. 3) che afferma che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva a Torraca la grancia di S. Fantino. Ma v. il toponimo “S. Fantino” il località aprica nel territorio di S. Barbara che presuppone iivi il passaggio o una cella monastica; se non altro una sosta del santo nel monastero italo-greco di S. Barbara. Cfr. quanto ne ho detto nella mia Storia cit., p. 457 e nel volume di Economia e Società, cit., p. 67.”. Sempre l’Ebner (…), nella sua nota (2) a p. 664, postillava che: “(2) G. Giovannelli, S. Nilo, cit., p. 161 (S. Fantino Junior) e ‘passim’ per S. Fantino il grande.”. Riguardo il monaco S. Fantino, Ebner, segnalava che se ne attestava il suo passaggio Ma v. il toponimo “S. Fantino” il località aprica nel territorio di S. Barbara che presuppone iivi il passaggio o una cella monastica;”. Ritornando alle parole di Pietro Ebner (…), che, riguardo il monaco S. Fantino, citava il Cappelli (…). Ebner, scriveva che il santo monaco Fantino (Infantino) visse nel Mercurion, ma tra il 951-952 si trasferì nell’odierno Cilento meridionale presso Torraca, dove morì e dove, in una piccola chiesa sono le sue spoglie. (v. p. 664).”. Il Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, a p. 323, scriveva che: “Questo S. Infantino o S. Fantino è l’altro e diverso dai due S. Fantino, juniore e seniore, di Tauriana. In esso identificherei l’omonimo monaco e maestro che S. Nilo di Rossano trovò al Mercurion e che intorno al 951-952, come ho dimostrato altrove (19), si trasferì nel Cilento meridionale dove si spense.”. E qui, il Cappelli, non dice che S. Fantino si spense a Torraca, ma parla del Cilento meridionale dove si era trasferito. Il Cappelli, proseguendo il suo racconto, ci fornisce un’importantissima notizia riguardo il documento del 1097 (…), di cui parleremo in seguito e, parla di Torraca. Il Cappelli (…), nella sua nota (19), a p. 344, postillava di vedere il suo saggio nello stesso volume. Infatti, nel suo saggio sui tre santi: S. Fantino, S. Nilo e S. Nicodemo, il Cappelli, parla di S. Fantino a p. 188, e scriveva che: “Rimanendo il suo ricordo in una piccola chiesa di cui rimangono resti e titolo nei pressi di Torraca: memoria che si riallaccia ai titoli di un cenobio e di una chiesa, già nei pressi di Cerchiara il primo e di S. Basile l’altra, che forse ricordano i luoghi della sua nascita e della sua prima giovinezza (26).”. Il Cappelli (…), nella sua nota (26) di p. 197, cita Francesco Russo, Il Santuario della Madonna delle Armi, Roma, 1951, pp. 13 ss. ecc..Il Cappelli (…), a p. 187, ci fornisce una interessante e utile notizia riguardo questo monaco S. Fantino, dove scriveva che: “Ad ogni modo sia questa fonte, sia un’altra leggenda in lingua italiana, esistente nel Collegio Basiliano di Roma e comunicata sulla fine del seicento da don Pietro Menniti abate generale dei monaci basiliani a Domenico Martire, che dell’una e dell’alta si servì per il suo cenno biografico di S. Fantino, oltre a fissare la data di morte del santo al 965 (21), aggiungono poco o nulla a quanto è contenuto nella ‘Vita di S. Nilo’ dalla quale penso dipendessero ambedue.”. Il Cappelli (…), nella sua nota (21), a p. 197, postillava che: “(21) D. Martire, op. cit. p. 133.”. L’opera citata dal Cappelli nella sua nota (21) è di Domenico Martire, che nel….., scrisse ‘Calabria Sacra e Profana’, che citava anche il Di Luccia (…):

Martire, p. .....PNG

Domenico Martire (…), a p. 133, parlando della morte di S. Fantino, nella sua nota (9), postillava che: “(9) ‘Circa gli anni gbs’.  – Ma sarebbe meglio dirsi l’anno 975, come si può riflettere nella desolazione universale della Calabria, di detto anno 986, e di più nella ‘Cronologia’ di S. Nilo, come nella sua Vita sarà posta, donde appare che dopo morto S. Fantino, egli partito fosse dal Mercurio, ed andato a fondare il Monastero di S. Adriano nel distretto di Bisignano.”.

La via S. Paolo che da secoli collegava il territorio Saprese a quello di Vibonati o Vibone

la via s. paolo da vibonati cimitero alle capannelle

(Fig….) La via S. Paolo, vista dal satellite

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Vibonati, è stato da secoli collegato con il territorio saprese, da una strada interpoderale, di campagna, che corre lungo la dorsale costiera, all’altezza delle ‘Capannelle’. Proprio l’attuale località denominata ‘le Capannelle’, è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale ……….del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri.

Le dipendenze dall’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo

Anche queste notizie, intorno alle origini dei due calogerati di S. Cono e di S. Giovanni a Piro, andranno ulteriormente indagate. Dunque, il Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicatosu “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che nel 1804, il Giustiniani (…), segnalò che “E’ notizia però che tra le “minores Abbatiae Basilianae, una S. Petri (dipendesse) Archimandrite S. Mariae de Cryptae Ferrata in Tuscolano, apud Roman.”. Ebner (…), nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, V, Napoli, 1802, p. 269.”. E’ molto probabile che l’antica  Abbazia basiliana di S. Pietro a Licusati, sia stata posta alle dipendenze e sotto la giurisdizione dell’Archimandita dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo vicino Roma, fondata da S. Nilo da Rossano.  Licusati faceva parte del distretto amministrativo civile di Policastro, ma il vescovo di Policastro non aveva giurisdizione a Licusati, perché la baronia era di rito greco. Dipendeva attraverso un archimandrita direttamente da Roma per le cose ecclesiastiche e dal duca di Salerno e dal re per le cose civili. Il Laudisio (…), sulla scorta del Platino, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platino, Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573 (vedi sua nota (47)), riguardo il casale di Camerota, scriveva che intorno al XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.” (si vedano le note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (…)). La notizia riferitaci dal Laudisio (…), circa i beni delle due Abbazie minori basiliane, quella di S. Pietro a Licusati e quella di S. Giovanni a Piro, scriveva che:  I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Il Laudisio (…), alla sua nota (47) dice di aver tratto la notizia dal testo di Platino, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platina (…), Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573, dove a p. 150 parla della vita di papa Stefano IX:

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(Fig…) Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1573, p. 150

Nel 1739, a Sapri in località S. Martino vi erano beni e le dipendenze dell’antico Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano passati poi alle dipendenze del Monastero certosino di S. Lorenzo di Padula

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica”, a p. 93 parlando di Sapri e dei documenti conservati nei Catasti Onciari dell’Archivio di Stato di Napoli, per il 1742 ci parla di un altro interessante documento (“Rivela”) del 1739 ed in proposito scriveva che: “Nel medesimo Volume n. 4342 dei Catasti Onciari, per l’anno 1742, si trova la Rivela riguardante la Grancia di Policastro per i beni posseduti in Sapri. Riportiamo per estratto: “Io Fr’ Placido M. a Cirino, Certusino Laico del Monistero di S. Lorenzo della Padula, Attual Granciero della Grancia di Policastro….rivelo come fra li beni che essa Grancia possiede, tiene un territorio di capacità (ettari ?) cento incirca, sito nelle Pertinenze della Terra di Sapri, e perciò alli Deputati di detta Terra di Sapri fò la pres.te mia Rivela di detto territorio chiamato vulgarmente S.to Martino, quale l’anno 1739 con….fu detto Territorio tutto censuato a Censo emfiteutico per annui docatiSi come per Istrumento rogato con tutte le solite solennità, per mano di Not.ro Gio. Ant. Brandi…”. La citazione del Tancredi di una ‘Rivela’ dove si descrivono le proprietà della Grancia del Monastero di S. Francesco di Policastro è interessante perchè in esso vi è la prova che ancora nel 1739 vi erano a Sapri possedimenti di proprietà e dipendenza della “Grancia” o Monastero di S. Francesco di Policastro, Grancia del Monastero di S. Lorenzo di Padula. Sappiamo che il Monastero della Certosa di S. Lorenzo di Padula possedeva i beni dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano e con questi beni passarono al Monastero di S. Lorenzo di Padula alcune “grancie” che appartenevano all’antico Monastero italo-greco di Rofrano. Il documento del 1731 citato dal Tancredi (….), conservato nei Catasti Onciari dell’Archivio di Stato di Napoli è firmato, è una dichiarazione del “grancero”, “Io Fr’ Placido M. a Cirino, Certusino Laico del Monistero di S. Lorenzo della Padula, Attual Granciero della Grancia di Policastro…”, che: “rivelo come fra li beni che essa Grancia possiede, tiene un territorio di capacità (ettari ?) cento incirca, sito nelle Pertinenze della Terra di Sapri, e perciò alli Deputati di detta Terra di Sapri fò la pres.te mia Rivela di detto territorio chiamato vulgarmente S.to Martino, quale l’anno 1739 con….fu detto Territorio tutto censuato a Censo emfiteutico per annui docatiSi ecc…”e che tale dichiarazione “come per Istrumento rogato con tutte le solite solennità, per mano di Not.ro Gio. Ant. Brandi…”. Dunque, secondo il documento rogato dal Notaio Giovanni Antonio Brandi di Vibonati, oggi conservato nel Volume n. 4342 dei Catasti Onciari, per l’anno 1742, ci parla dei bani posseduti nel 1739 a Santo Martino a Sapri posseduti dalla grancia di Policastro dipendente dal Monastero di S. Lorenzo di Padula. Il documento ci dice che questi beni e terreni siti a Santo Martino a Sapri erano stati affittati (a censo emfiteutico). Il “granciero” di Policastro, il Certusino laico del Monastero di S. Lorenzo di Padula, granciero della grancia di Policastro, frate Placido M. a Cirino, dichiarava i beni posseduti in Sapri dalla Grancia di Policastro. La Grancia di Policastro era il Monastero di S. Francesco d’Assisi, grancia del Monastero Certosino di S. Lorenzo di Padula al quale erano passati tutti i beni dell’antico Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, in seguito di S. Maria di Grottaferrata di Tuscolo, poi in seguito passata all’Arcamone per vendita e poi in sguito ancora passati al monastero di Padula. Nel 26 ottobre 1728, la Certosa di S. Lorenzo a Padula acquistò Montesano e il monastero basiliano di S. Pietro al Tomusso dall’Abbazia italo-greca di Grottaferrata a Grottaferrata, un tempo Grancia del monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. E’ con l’acquisto del Monastero di S. Pietro al Tumusso che la Certosa di Padula diviene proprietaria di tutti i beni che un tempo appartenevano ai due Monasteri di Rofrano e di S. Giovanni a Piro. Infatti, il frate certosino del monastero di Policastro di cui parla il documento dipendeva dalla Certosa di Padula. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 339 parlando di Policastro in proposito scriveva che: “A Policastro, oltre quella di S. Giovanni a Piro, vi era una grancia di S. Lorenzo di Padula (55).”. Ebner a p. 339, nella sua nota (55) postillava che: “(55) Sacco cit., I, p. 97, col. 2.”. Ebner si riferiva al testo di Antonio Sacco (…) ed il suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’. Il documento citato dal Tancredi è interessantissimo anche per Sapri e per il suo territorio perchè è la testimonianza che molti beni presenti nel territorio saprese non appartenevano alla Baronia dei Carafa o dei Palamolla ma erano dipendenze dell’antichissimo Monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano. Da Domenico Martire (….), però leggiamo che a Sapri vi era una grancia detta di “13. S. Nicola a Sapri”. Inoltre riguardo Policastro il Martire (….), riporta “12. S. Benedetto a Policastro” e non riporta il Monastero di S. Francesco. Dunque, il granciero che faceva la dichiarazione al Catasto nel 1731 a quale grancia o monastero dipendeva ? Di sicuro era un Monastero di Policastro e di sicuro gestiva un Monastero grancia o dipendenza di S. Lorenzo di Padula. Domenico Martire (…) nel 1877, a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè: …….1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo nel territorio di Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, il Martire (….), oltre ad elencare per Policastro, la “grancia” di “6. S. Matteo nel territorio di Policastro”, che era una grancia dell’antico monastero di S. Maria di Rofrano, elenca pure alcune grancie o dipendenze dell’antico Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro che pure era grancia di S. Maria di Rofrano. Il Martire (….) a p. 151 elenca “11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepe di Roma:”, e quindi elenca “13. S. Nicola a Sapri” e pure “12. S. Benedetto a Policastro”. Il Martire aggiunge anche “14. S. Fantino alla Torraca”. Dunque, secondo il Martire (…) che scriveva anche sulla scorta del Di Luccia (….), a Sapri vi erano due grangie, quella di S. Nicola e quella di S. Fantino, entrambi grangie del monastero di S. Giovanni a Piro che a sua volta era una grangia del monastero di S. Maria di Rofrano. A Sapri, l’antica località di S. Martino è localizzata al di sopra della località “Fortino” e si estende fino alla località “Pietradame“. Vi passa pure l’antica via interpoderale S. Paolo che arrivava pare fino a Policastro.

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Il culto di S. Sofia a Torraca

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, op. cit., pp. 24-25.”. Infatti, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica Bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 (v. Fig….), che posseggo,

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parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, a pp. 24-25, scriveva che: “La seconda cosa degna di molto studio per gli agiografi è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, che ha un culto così esteso nelle chiese occidentali d’Italia, ed in modo particolare…….Checchè sia delle varie opinioni sulla santa Sofia, nella Diocesi di Policastro, precipuamente in Poderia, in Roccagloriosa ed in Torraca è celebre il culto di una santa Sofia. Fattisi i nostri ad indagare chi Ella fosse, a niuno meglio potevano rivolgersi che al dottissimo ellenista ed agiografo, il chiarissimo abate di Grottaferrata D. Giuseppe Cozza Luzi, il quale soddisfece ampiamente alla richiesta dell’illustre arciprete canonico Giovanni De Sanctis, facendo conoscere la memoria di una insigne s. Sofia greca, della quale benchè gli atti non esistano, pure il nome è celebratissimo, ed attesa la moltitudine dei prodigi nel restituire la sanità gl’infermi fu distinta col nome di ‘Sofia’ ………(curatrice), il perchè si disse dai greci ‘Thaumaturga’. (24).”. Il Gaetani, nella sua nota (24), a p. 29, postillava che: “(24) Cf. l’Officia recitanda in civit. et dioec. Polycastrensi. Die XV Maij. In festo s. Sofiae. Monitum ad futuram rei memoriam. – E’ tuttora in Torraca un luogo che chiamasi s. Sofia, ove la Santa in un tempietto a lei innalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto delle scarsissime carte del nostro Archivio, che ai 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso che crudelmente mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine dè Cortici, a s. Rocco ed a s. Sofia di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto, scrivendo che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….”. Il Gaetani (…), cita il Cozza Luzi Giuseppe (…), che, nel 1880, scrisse ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ovvero scrisse la storia delle vite dei due santi Macario e Saba, che passarono nel Cilento e da cui si possono trarre interessanti notizie sui monaci basiliani come S. Fantino e S. Nilo, qui nel basso Cilento.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

(2) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia Marchese di Camerota, si veda: vol. I, p. 120. Riguardo la notizia del Malaterra, su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

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(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…).

(3) (Figg. da n…………………..) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (4) e dal Cataldo (9). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96“ (3), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), e dice di aver tratto lo stralcio del documento in questione dal suo amico Canonico Giuseppe Menta (17), che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Cataldo (9), nelle sue note (p. 19, nota n. 71), a proposito della “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a…”, scrive che essa è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Si veda pure: Tancredi Luigi (…), L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 73 e s., si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”. Il Tancredi, alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Gaetani (4), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta (17). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano (17). Le immagini che noi quì pubblichiamo (Figg. da n. 1 in poi), sono tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (Fig. 1), da cui abbiamo tratto le pagine finali che riguardano i possedimenti a Torraca e del territorio Saprese. 

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(4) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 (Archivio Storico Attanasio) o si veda pure la ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

Di Luccia

(5) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (9) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

Tancredi Luigi

(6) Tancredi L., Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Il Tancredi, parlando dell’antica città di Avenia, cita il documento notarile (3) (vedi nota 4 di p. 23), al posto di “Velia“, riporta “Avenia“, p. 23; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695” (1), p. 73 e s. (Archivio Storico Attanasio)

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(7) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831 (Archivio Storico Attanasio)

(8) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.

(9) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(10) Gaetani Rocco, op.cit. (4), p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.”. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

(11) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P.O.: “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla.”.

(12) Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, Aprile 1481, XV, LXXXV, 98; e citata da Ebner P., op. cit., vol. II, p. 592.

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(13) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 323. Il Cappelli poi nelle sue note a p. 345, dice: nota (20): Di Luccia P.M., op. cit., pp. 8; 3. Poi la nota (21): Trinchera F. (14), p. 80; poi la nota (22): Laudisio N.M. (7-8), pp. 34 e s. Si veda pure Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e,  stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, …

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(14) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli eccc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

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(15) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006, p. 23.

(16) Natella P. Peduto P., Pixous – Policastro, estratto dalla rivista dell’I.G.M. ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Firenze, Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512.

(17) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (4), a p. 154, alla nota 4 (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (3) (Figg. 1-2-3-4-5-6-7-8-9-10-11 ecc..) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (4), p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (4), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta, che redasse la “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani (4), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il canonico Giuseppe Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (4), ma il Laudisio (7-8), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (7-8), scrive in proposito a p. 93 (8): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il Libro di memorie di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (30), a p. 113.

Nel 1079, un documento Normanno del 1079, pubblicato dal Trinchera

(18) (Fig. 1) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (14), pp. 80-81-82. Dovrà essere ulteriormente indagata l’origine dell’antica pergamena (7) membranacea, manoscritta, d’epoca Normanna, pubblicato dal Trinchera (Figg. 1-2-3) nel 1865 (3). Il Trinchera, pubblicava l’antico documento (7), nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (Fig. 6)(3), dove si riportano gli antichi documenti membranacei dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo – come quello di cui parliamo (7) – che, trae da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8”, conservati all’Archivio di Stato di Napoli. Il documento (7) membranaceo pubblicato dal Trinchera (Figg. 1-2-3) è un’antica pergamena manoscritta medievale (membranaceo), che il Trinchera (3), nella sua nota (3), afferma, provenisse dall'”Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”, contenuta nell’ “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. Il Trinchera, ritrovò, ordinò e, pubblicò le antiche carte greche contenute in un armadio della ‘Sezione Diplomatica’, conservate presso l’Archivio di Stato (ex Grande Archivio Regio) di Napoli – di cui egli era Direttore Generale (3). L’antico documento membranaceo, manoscritto in greco e, pubblicato e tradotto in latino dal Trinchera (3),  a p. 80, è il n. LXIV, intitolato: “Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (7) (Figg. 1-2-3), è la membrana n. 64 o pagina XVIII, contenuta in un fondo di carte greche, proveniente dalle Carte e diplomi del Monastero di S. Stefano al Bosco”, contenuta nel volume n. 8 e, conservato negli ‘Archivi Napoletani’. Dell’antica pergamena, oggi rimane la sua trascrizione pubblicata dal Trinchera (3), in quanto l’antichissimo fondo di carte greche, secondo Salemme – attuale Direttore dell’Archivio – il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andato distrutto, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera..”. Sull’origine dell’antica pergamena (7), il Trinchera (3) a p. XXV, a proposito dell’antico documento (7) membranaceo n. 64 (Membrana 64 o LXIV, postillava che:

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“Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XCVIII, in qua Sichelgaita vidua dicitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucca edito (3) inter testes ipse Odo se subscribit, ideo nos anco membranam anno 1097, in cuius mense Septembri indictio VI decurrebat, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptione regii diplomatis constat, signandam coniecimus.“, che tradotto significa: “Membrana LXIV. Per Odones Marchisii (Odone Marchisio) si fa menzione della membrana dell’anno 1126 che abbiamo pubblicato sotto il numero “XCVIII – anno 1126 – mese di Luglio – Indizione IV” (Fig. 4, pubblicato a p. 128), in cui Sighelgaita marchisia e la vedova di Odonis Marchisii conferma che il Leone di S. Maria della Torre (a Leone il Priore degli Eremiti) è stato quello di concedere alcune aziende agricole agli Eremiti e, la lettera del conte Ruggero dell’anno 1098 un Vargas-Macciucea è contenuto tra i testimoni se stesso, Odo stesso a firmare, è quindi abbiamo membrana per l’anno 1097, nel mese di Settembre, dell’Indizione VI e Odo fatto in un avallo di vita del brevetto citato costante confinamento firma.”. Dunque, il Trinchera (…), nell’Introduzione al suo testo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, che pubblicò nel 1831, commentava il documento n. 64 (LXIV) del 1097 (…) e, citava anche il personaggio di Odo Marchisio, dicendo che esso era menzionato anche nell’altro documento pubblicato a pp. 128-129, il XCVIII, del Luglio 1126, di cui parleremo in seguito. Il Trinchera (…), data il nostro documento LXIV nella VI Indizione del mese di Settembre dell’anno 1097. Il Trinchera (…), nella sua Introduzione, ci dice pure che questo documento del 1097, assomiglia al documento pubblicato a pagina XVIII del testo di Vargas-Macciucca. L’antico documento membranaceo d’epoca Normanna (7), ci parla di un ‘Odo Marchisius’ (Figg. 1-2-3) o ‘Odone Marchisio’. Quì il Trinchera (…), sempre a p. XXV, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Vargas-Macciucca, ‘Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco’, Documenti pag. XVIII.”. Dunque, il Trinchera (…), cita il testo di Francesco Vargas-Macciucca, ‘Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco’. Il Trinchera (…), nella sua nota (3), cita il Documento pubblicato a pagina XVIII, del testo di Vargas-Macciucca (44) ‘Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco’, Napoli, stamperia Simoniana, 1765, dove in Appendice, a p. XVIII, riportava questo documento:

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(Fig….) Vargas-Macciucca F. (…), documento a p. XVIII

(19) Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1979, Tomo II, p. 409;

(20) Porfirio G., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(21) Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(22) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (16) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (2), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (…), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata “La Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine” (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (7-8), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), op. cit., oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, op. cit. (4), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (4), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Sul manoscritto di Mannelli, abbiamo pubblicato ivi lo studio: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli”, dove abbiamo pubblicato tutte le pagine del manoscritto originale conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, recentemente acquisiti nel nostro Archivio. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v. 

(23) Volpicella Luigi, Notamento delle Opere relative alla Storia ed alla Topografia della Provincia di Basilicata tratto da un lavoro inedito intitolato: La Biblioteca Storica e Topografica del Regno di Napoli, raccolta e pubblicata nel 1795 da Lorenzo Giustiniani, ed ora corretta, accresciuta ed in miglior ordine disposta ecc..estratto dal Giornale Economico-letterario della Basilicata, nuova serie, anno 1852, fascicolo terzo.

(24) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione MAFFEI, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(25) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377

(26) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, Cap. XXXVII e s.; stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(27) Laurent M.H. – Guillou G., Le liber ‘visitationis’ d’Athanase ChalkeopoulosContribution a listoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano, 1960.

(28) Cardinal de Luca, Adnotationes ad Concilii Tridentini, Disc. VIII, n. 25 e disc. XIV, n. 21, stà nella nota (21) del Volpe G., op. cit. (23), p. 120 (non sappiamo a quale autore si riferisca, forse a Matteo Egizio, nipote dell’Antonini.

(29) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69.

(30) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.

(31) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

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(…) Ebner Pietro,  “Pietro Ebner – Studi sul Cilento”, vol. II, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli (SA), 1990 ristampato nel 1999 (Archivio Storico Attanasio)

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(32) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(…) Ebner Pietro, Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro (Archivio Storico Attanasio).

(33) Frecciae Marini, De Subfendis, in de Origine Baronum, Venezia, ed. De Bottis, 1597, 3.28, parla di Abbas Sancti Joannis ad Pirum.

(34) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA;

(35) Follieri Enrica, ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del ‘Crisobollo’, cap. XVII, da p. 433-461.

(36) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016

(37) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017.

(38) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

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(39) Schipa Michelangelo, Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887,il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(40) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(41) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p. 359, riguardo la Bolla di Amato, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

(42) Santoro P.E., Il monastero di Carbone, Napoli, ed. Pellizzone, 1859, che parla del Monastero del Carbone.

(43) Il Trinchera (…), citava una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. (42) Il Trinchera (…), scriveva che l’antico privilegio del 1097, provenisse dall’Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Di ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il ‘Vargas-Macciuccea’, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (85), pubblicata dal Trinchera (84). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Nel 2003, Francesco Volpe, nel pubblicare un manoscritto inedito di Francesco Antonio Ventimiglia, un antico manoscritto apocrifo dell’erudito di Vatolla. Il manoscritto, “Cilento illustrato”, è uno dei documenti posseduti dallo stesso Volpe, in quanto lui stesso scrive, consegnato alla sua moglie dai due eredi dei Ventimiglia di Vatolla, e che per questo si salvò dalla scomparsa prima della morte dei due eredi di famiglia Ventimiglia. Il Volpe (…), scrive che a Vatolla, la famiglia Ventimiglia, aveva allestito una ricca ed opulenta biblioteca ed in particolare un copioso archivio di antichissime pergamene e privilegi. La ricca biblioteca privata dei Ventimiglia di Vatolla, fu studiata ed esaminata anche Matteo Mazziotti e  da Pietro Ebner che spesso la frequentava. Il Volpe, a proposito dei Vargas-Macciuccea, scriveva in proposito: “La biblioteca di famiglia, che si era già costituita con un primo nucleo proveniente dal vicino convento francescano e che poi, proprio con Francesco Antonio, acquisì il vastissimo fondo dei Vargas Macciucca, che allora tenevano il feudo di Vatolla col munifico marchese Francesco. Questi testi figurano oggi nella biblioteca Ventimiglia della nostra Università e su taluni si può ancora rilevare qualche chiosa annotata da Francesco Antonio.”. Dunque, sui Vargas-Macciucca, il Volpe, dice che i Ventimiglia di Vatolla nel 1700, acquisirono il vasto fondo di carte e che oggi questo fondo di carte, si trova all’Università di Salerno. Infatti, il Volpe, scrive che: “Dopo la morte di Francesco Antonio, i suoi discendenti conservarono in ogni generazione la sua passione bibliofila, continuando ad ampliare la raccolta con testi pregiati, fino a portarla a consistenza dei settemila volumi donati all’Università di Salerno nel 1973.”Il duca TOMMASO Vargas Macciucca, marchese di Vatolla, Cavaliere Gerosolimitano, Grande di Spagna, Regio Consigliere, Giudice della Gran Corte della Vicaria, nel 1777 divenne confratello dell’ Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce, prima arciconfraternita laicale sorta a Napoli nel 1290 con il silenzioso auspicio del Pontefice Nicolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini (1216 † 1280), ricordato anche da Dante (Inferno, XIX, 70-72).

Vargas-Macciucca

(44) Vargas-Macciucca, Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765.

Martire Domenico

(…) Martire D., La Calabria Sacra e Profana, Cosenza, 1877, vol. I, pp. 150 e s.

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.

(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli nel 1975 – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci. Della carta in questione, abbiamo ivi pubblicato lo studio: “Sapri in una carta manoscritta e inedita dell’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti.

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(…) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40.  Si veda pure: Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891, pp. da 23 a 27 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Magaldi scrisse detta relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, con Sindaco il dott. Nicola Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti (…) (Archivio Attanasio)

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

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