Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie sulla storia e le origini del territorio di Torraca ed il suo feudo di Sapri.
(Fig…) Particolare delle nostra costa e del nostro territorio tratto dalla della carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). La carta è inedita e da me scoperta alla fine degli anni ’70 e fatta riprodurre nel 1981 dall’ASN, dove essa ancora è conservata.
TorracaLeggiamo da Wikipedia che Torraca ha le caratteristiche di un antico borgo medievale con la presenza di un castello baronale. La costruzione di diverse chiese fa eco a una notevole religiosità avuta durante i secoli passati, tra cui spicca la chiesa madre dedicata al Santo Patrono S. Pietro Apostolo e la chiesetta situata a pochi chilometri dal paese eretta in onore di Maria SS dei Cordici. Si segnalano anche varie cappelle sparse nel piccolo centro, tra le quali la Cappella della Congrega, che affaccia nella medesima piazza della chiesa madre; la cappella di sant’Anna, poco distante; la cappella di sant’Antonio, in località san Rocco; la cappella di san Michele, nei pressi del castello baronale; la cappella dedicata alla Madonna di Loreto (ru Rito, in dialetto torrachese) in località “Salita Madonna del Rito”. Nel sito del Comune di Torraca, alla voce storia, leggiamo che: “Il termine Torraca deriva presumibilmente da Torre de Jaco, un signore vissuto a Torraca nei secoli passati. Poco conosciamo delle sue origini, che sembrano risalire al sec. X d.C. e sono da attribuire a popolazioni di matrice greca. L’ipotesi più probabile è che furono gli stessi abitanti della costa, distante circa 10 Km dal borgo, spinti dalle devastazioni dei Saraceni nel 915 a rifugiarsi sulle colline e a fondare il nuovo rustico centro abitato. Durante la guerra del Vespro fra angioini ed aragonesi (1285-1302), l’antico borgo costituì uno dei principali fortilizi angioini dell’entroterra.”. Vi sono poi, fuori dall’abitato, in località “San Fantino“, i resti di una chiesetta un tempo intitolata a San Fantino, monaco e santo basiliano che ha operato nel Cilento. La presenza di questa importante figura testimonia come radicata sia stata la presenza dei monaci di rito greco nella Lucania costiera: il Golfo di Policastro può a giusta ragione essere considerata la propaggine più estrema della regione del Mercurion, culla del monachesimo greco orientale. Testimonianza di questa influente presenza greca nella zona sono, oltre alla detta cappella, gli imponenti resti di un monastero greco che affaccia sulla baia di Sapri, a metà strada tra l’abitato di Torraca e la vicina Sapri; i resti della importante badia di San Giovanni a Piro, di cui fu abate l’illustre umanista di Tessalonica Teodoro Gaza; la chiesa della Madonna di Grottaferrata di Rofrano. Tuttavia, ciò che è scritto su Wikipedia, riguardo “gli imponenti resti di un monastero greco che si affaccia sulla baia di Sapri” non è corretto in quanto si tratta dei ruderi del Seminario “Fanuele”, in località Pietradame, costruito verso la fine del ‘700 ma mai ultimato e mai funzionante e, come scriveva il Gaetani (…) a p. 15 del suo ‘Giovan Giacomo Palamolla, ecc..’: “lasciata incompleta dal magno spirto Giuseppe De Rosa di Nocera dei Pagani (1775) e da nessuno portata a termine.”.
Per Lanzoni l’ubicazione di Blanda Iulia, nel Porto di SapriVorrei invece approfondire la notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando delle antiche Diocesi crisiane, oltre a citare quella di “Buxentum”, cita quella di “Blanda Julia (Porto di Sapri)” , in proposito scriveva che:
(Fig….) Lanzoni (…), p. 323
Riguardo Sapri, il Lanzoni, a p. 323, in proposito scrive che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195).; 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanne” : 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse Bleranae (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”. Di questi argomenti ho parlato nel mio saggio ivi: ‘La città sepolta nelle campagne sapresi’ e in ‘L’opera di cristianizzazione, le prime diocesi, l’anacoretismo ascetico ed il monachesimo nel basso Cilento’. Nei due miei saggi, cerco di fare il punto su ciò che è stato ipotizzato e scritto circa la presenza e le testimonianze di monaci iconoduli e basiliani stanziatisi nella notra terra. Ma come abbiamo visto nella pagina 323, il Lanzoni (…), a p. 323, sebbene scrivesse “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): ecc..ecc.., non riporta vescovi nell’anno 640 o 649. Il Lanzoni, scrive di Blanda Iulia, e di un suo vescovo chiamato Romano, presente il 5 luglio al sinono romano dell’anno 595, ma non dice nulla del sinodo romano dell’anno 640 o 649 a cui invece partecipò un altro vescovo di Blanda Iulia. Nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (2), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, affermava che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. La notizia è interessantissima perchè ci fa ritornare agli albori della storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla a riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. La notizia di un vescovo di Blanda Julia, che nell’anno 640-649, partecipò al sinodo romano, è del sacerdote Nicola Curzio (…), che nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, pubblicato nel 1910, in proposito scriveva che: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Dunque, riepilogando, secondo il Curzio (…), nell’anno 640-649 (secolo VII d.C., epoca Longobarda), a Blanda Iulia, forse il “Portus” di Sapri, come credeva il Lanzoni (…), vi erano due vescovi: il primo chiamato “Pasquale”, presente al Sinodo romano di papa Martino, e nell’anno 743, l’altro vescovo chiamato “Gaudioso” presente al Sinodo romano di papa “Zaccaria”. Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (15) che, sulla scorta del Duchesne (14), in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653)“. La notizia, era stata confermata dal Duchesne (14) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (11). Dunque, alla citazione che faceva il Curzio (…), che nell’anno 640-649, vi fosse un vescovo di Blanda Iulia al Sinodo romano, il Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: “il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Vi sono delle evidenti contraddizioni in Tancredi (…), in quanto egli ha scritto che nel VII secolo d. C., a Sapri, che il Lanzoni (…), crede essere il “Portus” di Blanda Iulia, altra diocesi del Tirreno, “aveva un porto chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel 649” e, dall’altra parte, sempre parlando delle diocesi tirreniche in quel periodo, scriveva che vi era stato un silenzio di notizie storiche dagli anni 640 al 743, in quanto a suo avviso, questa zona, era occupata dai Bizantini che includeva la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli e non dalla chiesa Romana.
Un documento del 1097 (epoca Normanna), parla della Cappella di S. Fantino a Torraca
Il Cappelli (…), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, cita un documento di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio di ciò che già il Di Luccia (…), affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino ( o S. Infantino) nel territorio Saprese. Il Cappelli (…), oltre a citare importanti notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro, parlando della Grangia di S. Fantino, trae importanti notizie dal Trinchera (…) che nel 1865, pubblicava ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il Cappelli (…), sulla scorta del Trinchera (…) a proposito della Cappella e della Grangia di S. Fantino, che secondo il Di Luccia (…), faceva parte dei possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Nel Cilento, infatti, il culto di San Fantino è pienamente documentato dalla denominazione di S. Fantino che prima possedeva la località dove sorse l’abitato di S. Giovanni a Piro, dipendente dal monastero basiliano omonimo, dal quale dipendeva anche una chiesetta campestre, a S. Fantino dedicata (20), e di cui rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Chiesetta che è ricordata in un documento, forse degli inizi del secolo XII (21), con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi daigumeni e monaci basiliani (…),la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantinoed all’altra di S. Ciriaca.” (…). Il Cappelli (…), nella sua nota (21), cita l’interessantissimo ed antico documento (…), pubblicato dal Trinchera (…) e, aggiunge anche la citazione bibliografica che riguarda il personaggio di ‘Odo Marchisii’, citato nell’antico documento del 1097. Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (21), oltre a citare l’antico documento che fu pubblicato dal Trinchera (…), nel 1865 (…), cita anche gli studi di Gertrude Robinson (…), dove dice: “(21) La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the Greek monastery of St. Elias and St. Anastastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone).”. Biagio Cappelli (…), parlando di S. Fantino e del Cilento meridionale, cita l’antichissimo documento e scriveva che: “con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ecc..” :
(Fig….) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco, tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (…)
Stando all’antico documento membranaceo del XII secolo (…) (datato anno 1097), pubblicato dal Trinchera (…), un abitante di Vibonati, il monaco Milano Sergio, aveva ricevuto da Odo Marchese, il permesso – Sigillum factum – di costruire un monastero intorno alla chiesetta campestre dedicata a S. Fantino, di cui, scrive il Cappelli (…), rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Il documento: “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (…), pubblicato dal Trinchera (…), è un antichissimo documento manoscritto in greco su pergamena (membrana), datato Settembre 1097 (XII secolo), tratto da antichissimi codici membranacei manoscritti in greco, risalenti a prima dell’anno ‘1000, oggi andati persi o dispersi a causa degli eventi bellici dell’ultima guerra Mondiale, i cui bombardamenti colpirono l’Archivio di Stato di Napoli, dove essi erano conservati e catalogati dallo studioso Francesco Trinchera (…). L’antichissimo documento (…), ci riporta di molti secoli indietro nella ricostruzione storica delle origini delle nostre terre e per la localizzazione di un antica cappella di S. Fantino nel territorio saprese. L’antico documento pubblicato da Trinchera (…), recita e parla di “trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido”. Dunque, l’antico documento parla della S. Fantino di Scido. A parte la citazione di ‘Scido’ – il documento chiama il luogo Scido – è interessante perchè il luogo non è Vibonati ma è ‘Scido’, quindi, probabilmente Sapri o nel territorio ad esso limitrofo. Le notizie intorno a S. Fantino ed ai possedimenti dell’antichissima Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dopo questo documento si fanno più labili.
Torraca ed il suo “Porto”, nel 1079 nella ‘Bolla’ di Alfano IPietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, parlando di Torraca e di Sapri, scriveva che la notizia più antica di Torraca, risale alla nota “Bolla” di Alfano I, un documento che egli data all’anno 1066-67, dicendo che in questo antichissimo documento, di cui abbiamo pubblicato ivi, un nostro saggio, Torraca, figura nell’elenco dei paesi della rinata o restaurata Diocesi. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiese baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 664, parlando di Torraca, scriveva che: “‘Turraca’ è poi compreso tra i villaggi che “Alphanus Divina Provvidentia sanctae Salernitanae sedi Archiepiscopus” incluse nella sua lettera pastorale (3), nel ricostruire la Diocesi di Policastro che l’arcivescovo affidò al monaco cavense Pietro da Salerno elevandolo alla dignità di vescovo (a. 1066-1067).”. Ebner, nella sua nota (3), riguardo la notizia tratta dal p. 3 del Di Luccia (…), postillava a p. 664, che: “(3) Laudisio, op. cit., p. 13.”. Infatti, il vescovo Mons. Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicata nel 1831, a p. 71 (v. edizione curata da Visconti), scriveva della nota ‘Bolla di Alfano I, e dei suoi centri. Nella ‘Bolla’, vengono citati anche ‘Turraca’ ed un ‘Portu’ (forse il porto di Torraca, o Sapri). L’elezione a vescovo della rinata e restaurata Diocesi ‘Paleocastrense’ (ex Bussento), di Pietro Pappacarbone, con la nota ‘Bolla’ di Alfano I Arcivescovo di Salerno, nel 1079 (Ebner la data all’anno 1066-67), è importantissima per la nostra storia, in quanto essa rappresenta un momento importantissimo e di passaggio per l’avvento della regola benedettina anche sulle nostre terre. A questo passaggio storico, abbiamo ivi dedicato un nostro studio, dove abbiamo pubblicato la ‘Bolla’ di Alfano conservata nell’Archivio della Diocesi di Policastro. Sarà da questo momento in poi che con la definitiva scomparsa del Principato Longobardo di Salerno, inizierà una lenta decadenza dei tantissimi monasteri italo-greci e bizantini, sorti e fiorenti nelle nostre terre (o come alcuni vogliono nel cosiddetto ‘Mercurion’).
(Fig….) la nota lettera pastorale (bolla, a. 166/67)(24), datata all’ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, con la protezione longobarda, ricevè nel 1058 da Papa Stefano IX la licenza per la nomina di nuovi vescovi (…).
(Fig….) Pagina n. 3, della nota copia originale della lettera pastorale (bolla), dell’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, datata all’ottobre 1079, e conservata nell’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…), su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario dell’ADP (Archivio storico e digitale Attanasio)
Il culto di S. Sofia a TorracaAndrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, op. cit., pp. 24-25.”. Infatti, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica Bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 (v. Fig….), che posseggo,
parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, a pp. 24-25, scriveva che: “La seconda cosa degna di molto studio per gli agiografi è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, che ha un culto così esteso nelle chiese occidentali d’Italia, ed in modo particolare…….Checchè sia delle varie opinioni sulla santa Sofia, nella Diocesi di Policastro, precipuamente in Poderia, in Roccagloriosa ed in Torraca è celebre il culto di una santa Sofia. Fattisi i nostri ad indagare chi Ella fosse, a niuno meglio potevano rivolgersi che al dottissimo ellenista ed agiografo, il chiarissimo abate di Grottaferrata D. Giuseppe Cozza Luzi, il quale soddisfece ampiamente alla richiesta dell’illustre arciprete canonico Giovanni De Sanctis, facendo conoscere la memoria di una insigne s. Sofia greca, della quale benchè gli atti non esistano, pure il nome è celebratissimo, ed attesa la moltitudine dei prodigi nel restituire la sanità gl’infermi fu distinta col nome di ‘Sofia’ ………(curatrice), il perchè si disse dai greci ‘Thaumaturga’. (24).”. Il Gaetani, nella sua nota (24), a p. 29, postillava che: “(24) Cf. l’Officia recitanda in civit. et dioec. Polycastrensi. Die XV Maij. In festo s. Sofiae. Monitum ad futuram rei memoriam. – E’ tuttora in Torraca un luogo che chiamasi s. Sofia, ove la Santa in un tempietto a lei innalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto delle scarsissime carte del nostro Archivio, che ai 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso che crudelmente mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine dè Cortici, a s. Rocco ed a s. Sofia di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto, scrivendo che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….“. Il Gaetani (…), cita il Cozza Luzi Giuseppe (…), che, nel 1880, scrisse ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ovvero scrisse la storia delle vite dei due santi Macario e Saba, che passarono nel Cilento e da cui si possono trarre interessanti notizie sui monaci basiliani come S. Fantino e S. Nilo, qui nel basso Cilento.
Nel X secolo, igumeni e monaci si imbarcavano al porto di Sapri o di MarateaOrazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 256, riferisce un’interessante notizia e, scriveva in proposito che: “Per i consueti pellegrinaggi presso le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, una prassi per il basiliano, igumeni e monaci dell’archimandritato carbonense si imbarcavano dal porto di Maratea o da quello di Sapri (61).”. Il Campagna (…), nella sua nota (61), a p. 256, postillava che: “(61) J. Cozza-Luzi, Historia et Laudes, etc., op. cit; G. Giovannelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. E’ una notizia che ci lascia un pò perplessi ma estremamente interessante. Dunque, il Campagna, sulla scorta del Cozza-Luzi (…) e del Giovannelli (…), sosteneva che dal porto di Sapri e di Maratea, si imbarcavano igumeni e monaci dell’archimandritato Carbonenense, per recarsi in visita e pellegrinaggio alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo. Il Campagna (…), nelle sue note bibliografiche, citava i due testi del Cozza-Luzi (…) e, quello di padre Germano Giovannelli (…), su S. Nilo da Rossano. Si tratta del testo di Germano Giovannelli (…) ‘Vita di san Nilo di Rossano : fondatore e patrono di Grottaferrata’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol….. (1966), pp……Credo che il Giovannelli (…), traesse la notizia, dall’opera agiografica della ‘Vita’ dei due Santi fratelli, S. Saba e S. Macario, i quali, si fermarono nella zona del Lagonegrese e dei quali si parla proprio nell’opera agiografica dedicata ai due santi, l’opera del patriarca di Gerusalemm Oreste: ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, il cui manoscritto fu pubblicato dal sacerdote Cozza-Luzi (…). Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su S. Saba, ha scritto il Troccoli (…), a p. 47 che, nel 1986, parlando del “Latinianon”, scriveva: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Ma più che a questi l’influenza bizantina nella zona fu dovuta all’azione efficace ed energica di S. Saba che nel Mercurion ecc…Dal Monastero di S. Lorenzo e dalla vicina Episcopia S. Saba iniziava l’opera di espansione del monachesimo basiliano che doveva poi allargarsi alle coste tirreniche dell’attuale basso Salernitano. Il Santo spesso si allontanava dal suo Monastero di S. Lorenzo per ispezionare i vari cenobi disseminati nel territorio di Lagonegro e di Monte Bulgheria. L’azione ispettiva di S. Saba venne ereditata, alla sua morte, dal fratello San Macario e alla morte di questi dal monaco Luca. A quest’ultimo si attribuiscono i monasteri di SS. Elia ed Anastasio di Carbone e il monastero di S. Giuliano nell’alta valle dell’Agri.”. Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Vera Falkenhausen, a p. 62 (…), scrive in proposito agli insediamenti basiliani nella nostra regione che: “Come aree di insediamento degli immigrati, le fonti bizantine del periodo menzionato in particolare …….di Merkurion (la Valle del Lao), Aieto, di ‘Latinianon’ e di Lagonegrese (5).”. Ritornando alla notizia riferitaci da Orazio Campagna, tratta dal Giovannelli (…), andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui, stando alle parole del Campagna, che era prassi fra igumeni e monaci basiliani dell’Archimandritato Carbonense, di recarsi in pellegrinaggio presso le tombe degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo, e che essi partivano dai porti di Sapri e di Maratea. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”. Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati, il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’.
(Fig…) ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ed. Cozza-Luzi (…), p. 41
I Cenobi basiliani nel territorio di Torraca e SapriBiagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’ : “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…), D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Torraca che: “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire, ecc…). Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè:
(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151
Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia, e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..“, e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che nel 1700 scrisse il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Dai tre documenti citati (…), quasi contemporanei tra loro e, scritti a causa delle controversie sorte e, le usurpazioni subite – si possono trarre le notizie storiche sull’Abbazia e sulla storia del nostro territorio di cui l’Abbazia è stata testimone da lunghi secoli. Dopo il 1587, come scrivono il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi.”. Il documento (…), di cui il Gaetani (…), riporta alcuni passi, verrà citato poi in seguito studiato anche dal Cataldo (…). Il documento (…), di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali, descrive i limiti ed i confini nel territorio Saprese – all’epoca Porto di Torraca – dei possedimenti appartenuti all’anticihissima abbazia basiliana S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il documento notarile della fine del ‘600, conferma alcune notizie sui possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese, citate dal Di Luccia (…), circa la presenza nel territorio Saprese delle due Grangie di S. Nicola e di S. Fantino (‘S. Phantini’) (…) – di cui peraltro quì ho pubblicato un saggio a cui rimando per gli opportuni approfondimenti. Questi possedimenti – tra cui le grangie di S. Nicola e di S. Fantino, esistevano dall’anno 1000, ma purtroppo se ne riparlerà solo in occasione di alcune cause pendenti tra i conti Carafa della Spina di Policastro e la Curia. Il documento notarile manoscritto (…) del 1695-96, “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro”, redatta dal Notaio Domenico Magliano, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, è particolarmente interessante per la storia di molti centri della zona. Dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (…), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (…) del 1695, scriveva in proposito: “Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”.
Il culto di S. Vito martire o “Lucano” e il territorio con forti influssi ascetici e presenze di monaci iconoduli o basiliani
La leggenda narra che S. Vito passo da Sapri. All’epoca, a Sapri, nell’antico borgo marinaro della “Marinella”, vi era un pozzo, dove alcuni, avendovi attinto l’acqua si ammalarono essendo questa avvelenata e furono salvati da S. Vito, il quale, fece chiudere il pozzo. Al termine dei festeggiamenti avviene un emozionante spettacolo pirotecnico. La statua del Santo rimane esposta per 8 giorni e poi è riposta nell’importante spazio a essa dedicato. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appena gli strapiombi del territorio di Maratea declinano, il mare si incunea tra le coste lucana e campana, formando una rada sicura, il “Portus” per antonomasia, che, specificatamente, veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44). Anche se il porto offriva enormi possibilità commerciali, nel corso dei secoli, i “Sapri” non ebbero vita facile, e per movimenti sismici, e per incursioni dal mare. Al periodo greco-romano, a cui sono ascrivibili i resti presso “S. Croce” (45), seguirono lunghe pause di silenzio. Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Il Campagna, a p. 253, nella sua nota (45), postillava che: “(45) Fra i reperti, resti di moli e costruzioni sommerse, una tomba monumentale con pietra funeraria, su cui è inciso l’epitaffio di Lucio Sempronio Prisco e delle anime dei trapassati, in G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro Bussentino, op. cit., S. Loppel, Sapri Archeologica (ricerche subacquee) in “Mondo Archeologico”, n. 7, 1976.”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Oltre all’interessantissima proposta del Campagna che lascia intravvedere particolari influssi ascetici e presenze basiliane sul nostro territorio, soprattutto lungo la costa all’epoca che precede la latinizzazione, il Campagna, sulla scorta del Delahaye (…), vuole suffragare l’interessante ipotesi, scrivendo che il martirio di S. Vito costituiva l’ideale e l’emblema dei monaci basiliani. Devo però tuttavia precisare che sia il Cappelli (…), che pure ha scritto sull’argomento, che il Borsari (…), non hanno detto molto anzi quasi nulla su S. Vito martire o S. Vito Lucano. Certo è che alcune testimonianze significative come le notizie storiche intorno alla presenza di Bacchilo tra Sapri e Maratea, la presenza di S. Vito martire a Paestum e forse Velia, l’antica Elea, la tradizione popolare orale che vede la presenza di S. Vito martire o lucano nelle nostre contrade, l’opera di cristainizzazione di S. Paolo Apostolo, ecc.., la presenza di alcune opere basiliane, o centri ascetici di cui la nostra regione, forse quella del “Latinanion” e del “Mercurion”, la citazione di antichissimi monasteri basiliani nelle campagne tra Sapri e Torraca, mettono in connessione l’antichissima baia naturale di Sapri, all’epoca delle prime colonie greche nell’Italia Meridionale e, prima della latinizzazione dell’area, da parte dei primi vescovi cristiani, con l’influsso ascestico dei primi monaci basiliani e, come io credo, aprono nuovi scenari. Queste notizie andrebbero ulteriormente indagate e meritano una più approfondita analisi. Il Campagna, cita il “il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca”, che fu citato per la prima volta dal Di Luccia (…) e da Domenico Martire (…) poi in seguito, è tuttavia una interessante notizia storica. Orazio Campagna (…), a p. 253, parlando di Sapri e, del “Portus”, in proposito scriveva che: “Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Nel 1979, “Portus” era parrocchia aggregata alla diocesi di Policastro latinizzata, in G. Cataldo, op. cit. La grangia di S. Nicola di Sapri viene posta dal Martire (La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 150, rist. anast., Roma, 1973) alle dipendenze del monastero di S. Giovanni a Piro.”. Infatti, sempre il Campagna (…), a p. 253, parlando sempre di Sapri e del suo “Portus”, nella sua nota (51), postillava che: “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire), op. cit., vol. I, p. 151, ecc..“. Il Campagna riferisce della citazione di Domenico Martire (…), che nel 1877, parlando dei monasteri basiliani nel Prinicpato Citra e in Calabria, riferiva di alcuni monasteri nella nostra area ed in particolare scriveva dei due monasteri citati dal Di Luccia (…), che ci parlò dell’Abbazia di San Giovanni a Piro. Il Di Luccia (…) ed il Martire, scrissero che a Sapri, vi erano due monasteri antichissimi dipendenti dall’Abbazia dei monaci basiliani di S. Giovanni a Piro. Il Martire (…), sulla scorta del Di Luccia (…) scriveva: “13. S. Nicola a Sapri”. Di questo argomento mi sono occupato nel mio sagio ivi: “Le grangie di S. Fantino e di S. Nicola nel territorio di Sapri.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…), D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), scriveva più o meno la stessa cosa del Cappelli (…), postillando su Torraca che: “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire, ecc…). Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: ecc..”. Dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”. Per quanto riguarda il periodo a cui si riferiva il Campagna, quando parla del “Portus” di Sapri, lo studioso Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323, ci parla di Sapri. Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Orazio Campagna (…) che a p. 257, nella nota (64), lo citava ed in proposito scriveva che: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appena gli strapiombi del territorio di Maratea declinano, il mare si incunea tra le coste lucana e campana, formando una rada sicura, il “Portus” per antonomasia, che, specificatamente, veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44).”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Sulla citazione di Apollo Rodio (…), del Campagna (…), è cosa da interessante e da ulteriormente approfondire ed indagare. Non so da dove nasca la citazione del Campagna, circa ciò che scriveva Apollonio Rodio (…), forse nella sua opera “Le Argonautiche”, un poema epico in cui si narra il viaggio di Giasone e della sua nave “Argo”. Devo pure precisare che il Campagna, a p. 45, pone la colonia sibaritica di “Scidro”, non a Sapri, ma verso Diamante in Calabria. Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d’Egitto, 295 a.C. – 215 a.C.) è stato un poeta egizio del periodo tolemaico. All’età di circa 30 anni fu nominato bibliotecario della Biblioteca di Alessandria dal re Tolomeo II Filadelfo, succedendo a Zenodoto. Contemporaneamente ebbe l’incarico dell’educazione del figlio di Tolomeo II Filadelfo, il futuro Tolomeo III Evergéte. Secondo il lessico bizantino Suda (o Suidas) dovette andare in esilio a Rodi per la scarsa considerazione che i suoi concittadini diedero alla sua opera principale (Le Argonautiche, vedi sotto). Trasferitosi a Rodi, visse sull’isola fino alla sua morte occorsa intorno al 215; per via di questa vicenda fu soprannominato “Rodio”. La celebrità di Apollonio non è dovuta soltanto alle “Argonautiche”, ma anche al più celebre episodio della sua biografia: la violenta polemica letteraria che ebbe, fra il 246 a.C. e il 240 a.C. con il suo maestro Callimaco. Callimaco affermò che l’unico requisito della poesia era l’essenzialità lirica e per questo condannò tutta l’epica antica per la sua incapacità di mantenere una continuità di tono e di ispirazione. Nelle pagine precedenti, il Campagna non approfondisce il discorso sui “Sapiri”, “tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44)”. Come pure non approfondisce affatto ciò che scriveva Apollo Rodio (…), nel suo Libro II, a p. 395, dove scrive: Σαπειρες, il cui significato dal greco antico dovrebbe corrispndere a “Sapeires”, se non erro e non “Saprorum”, termine latinizzato.
San Fantino a Torraca e il monachesimo basiliano nel nostro territorio
(Fig….) La cappella di S. Fantino a Torraca
A Torraca, vi sono i resti di una piccola cappella dedicata a S. Fantino, compagno di S. Nilo, che pare fosse morto proprio a Torraca. Vi sono poi, fuori dall’abitato, in località “San Fantino“, i resti di una chiesetta un tempo intitolata a San Fantino, monaco e santo basiliano che ha operato nel Cilento. Della cappella torrachese di San Fantino oggi non restano che muri spogli, dai quali si può ancora riconoscere l’abside. Di questa cappella ne parlerà Biagio Cappelli, come vedremo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiese baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 663-664, parlando di Torraca, citava il monaco S. Fantino, scrivendo che: “Scrive il Cappelli (1) che il santo monaco Fantino (Infantino) visse nel Mercurion, ma tra il 951-952 si trasferì nell’odierno Cilento meridionale presso Torraca, dove morì e dove, in una piccola chiesa sono le sue spoglie. (v. p. 664) Poichè, come afferma padre Germano Giovannelli (2) S. Fantino Junior di Tauriana fece “a ritroso quell’itinerario, che nei secoli VIII e IX avevano tenuto i loro confratelli, trasferendosi nell’Italia meridionale in cerca di pace e di tranquillità per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste”, è da supporre che quì si tratti di S. Fantino il grande, igumeno del Mercurion, che fu amico affettuoso di S. Nilo.”. Ebner, nella sua nota (1) a p. 663, postillava che: “(1) Il Cappelli, pp. 183 e 322. Le notizie riferite dal Cappelli sono le uniche che abbiamo su S. Fantino, eccetto la notizia del Di Luccia (p. 3) che afferma che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva a Torraca la grancia di S. Fantino. Ma v. il toponimo “S. Fantino” il località aprica nel territorio di S. Barbara che presuppone iivi il passaggio o una cella monastica; se non altro una sosta del santo nel monastero italo-greco di S. Barbara. Cfr. quanto ne ho detto nella mia Storia cit., p. 457 e nel volume di Economia e Società, cit., p. 67.”. Sempre l’Ebner (…), nella sua nota (2) a p. 664, postillava che: “(2) G. Giovannelli, S. Nilo, cit., p. 161 (S. Fantino Junior) e ‘passim‘ per S. Fantino il grande.”. Riguardo il monaco S. Fantino, Ebner, segnalava che se ne attestava il suo passaggio “Ma v. il toponimo “S. Fantino” il località aprica nel territorio di S. Barbara che presuppone iivi il passaggio o una cella monastica;”. Ritornando alle parole di Pietro Ebner (…), che, riguardo il monaco S. Fantino, citava il Cappelli (…). Ebner, scriveva che il “santo monaco Fantino (Infantino) visse nel Mercurion, ma tra il 951-952 si trasferì nell’odierno Cilento meridionale presso Torraca, dove morì e dove, in una piccola chiesa sono le sue spoglie. (v. p. 664).”. Il Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, a p. 323, scriveva che: “Questo S. Infantino o S. Fantino è l’altro e diverso dai due S. Fantino, juniore e seniore, di Tauriana. In esso identificherei l’omonimo monaco e maestro che S. Nilo di Rossano trovò al Mercurion e che intorno al 951-952, come ho dimostrato altrove (19), si trasferì nel Cilento meridionale dove si spense.”. E qui, il Cappelli, non dice che S. Fantino si spense a Torraca, ma parla del Cilento meridionale dove si era trasferito. Il Cappelli, proseguendo il suo racconto, ci fornisce un’importantissima notizia riguardo il documento del 1097 (…), di cui parleremo in seguito e, parla di Torraca. Il Cappelli (…), nella sua nota (19), a p. 344, postillava di vedere il suo saggio nello stesso volume. Infatti, nel suo saggio sui tre santi: “S. Fantino, S. Nilo e S. Nicodemo”, il Cappelli (…), parla di S. Fantino a p. 188, e scriveva che: “Rimanendo il suo ricordo in una piccola chiesa di cui rimangono resti e titolo nei pressi di Torraca: memoria che si riallaccia ai titoli di un cenobio e di una chiesa, già nei pressi di Cerchiara il primo e di S. Basile l’altra, che forse ricordano i luoghi della sua nascita e della sua prima giovinezza (26).”. Il Cappelli (…), nella sua nota (26) di p. 197, citava Francesco Russo (…), “Il Santuario della Madonna delle Armi”, Roma, 1951, pp. 13 ss. ecc….Il Cappelli (…), a p. 187, ci fornisce una interessante e utile notizia riguardo questo monaco S. Fantino, dove scriveva che: “Ad ogni modo sia questa fonte, sia un’altra leggenda in lingua italiana, esistente nel Collegio Basiliano di Roma e comunicata sulla fine del seicento da don Pietro Menniti abate generale dei monaci basiliani a Domenico Martire, che dell’una e dell’alta si servì per il suo cenno biografico di S. Fantino, oltre a fissare la data di morte del santo al 965 (21), aggiungono poco o nulla a quanto è contenuto nella ‘Vita di S. Nilo’ dalla quale penso dipendessero ambedue.”. Il Cappelli (…), nella sua nota (21), a p. 197, postillava che: “(21) D. Martire, op. cit. p. 133.”. L’opera citata dal Cappelli nella sua nota (21) è di Domenico Martire, che nel….., scrisse ‘Calabria Sacra e Profana’, che citava anche il Di Luccia (…). Il Martire scriveva che:
Domenico Martire (…), a p. 133, parlando della morte di S. Fantino, nella sua nota (9), postillava che: “(9) ‘Circa gli anni gbs’. – Ma sarebbe meglio dirsi l’anno 975, come si può riflettere nella desolazione universale della Calabria, di detto anno 986, e di più nella ‘Cronologia’ di S. Nilo, come nella sua Vita sarà posta, donde appare che dopo morto S. Fantino, egli partito fosse dal Mercurio, ed andato a fondare il Monastero di S. Adriano nel distretto di Bisignano.”. Il documento notarile del Magliano (…), fu citato dal Gaetani (…), che in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, pubblicò il contenuto del documento illustrato nelle Figg…. e scriveva che: “La Venerabile Cappella di Santo Infantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere di ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tutti i fondamenti, i quattro cantoni et il frontespizio, et anco un arco sopra l’altare medesimo di pietre scalpellate, stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare; la detta cappella era diruta, senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. mo D. Michele Brandaleone alla f.m. di P.P. Innocenzo XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vescovo di Policastro ecc…“.
(Fig….) Particolare di pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) – il documento che descrive la ‘Cappella di S. Fantino’ e “la sua magnificenza ecc..”.
(Fig….) Cappella di S. Fantino a Torraca
La strada vicinale della ‘Verdesca’ citata dal giudice Fischetti
(Fig….) Un ponte d’epoca medievale posto lungo un sentiero che da località Mocchie di Sapri risale verso Torraca. L’immagine ci è stata inviata dal Gruppo di escursionisti di Sapri “Golfo Trek”.
Pare che questa strada vicinale o sentiero risalisse dalla località ‘Mocchie’ a Sapri, su per il monte Olivella, attraverso i territori nel Comune di Torraca e da lì proseguiva verso Torraca o verso il Fortino del Cervaro, si chiamasse “Verdesca”, forse la stessa strada carovaniera che attraversava la contrada della “Carnale”, dove furono trovati dai G.A.S., antichissimi insediamenti Enotri e Lucani, in gran parte distrutti dall’incuria delle autorità preposte per il passaggio della condotta del gas metano. Andrebbe ulteriormente indagata la presenza di alcune strade mulattiere presenti sul nostro territorio in quanto esse sono state frequentate in epoche in cui si è persa la memoria del tempo. Infatti, questa strada vicinale ed alpestre, prima che arrivasse nei pressi di Torraca, a metà strada, si trova un sito oggi chiamato “Agriturismo S. Fantino”. Io credo che l’intera area fosse stata anticamente l’area dove sorgeva la grancia di S. Fantino, di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio. La probabile epoca di fondazione della grancia di S. Fantino, può riferirsi molto probabilmente all’anno 1097, allorquando, secondo una pergamena d’epoca normanna, veniva concesso a Sergio, monaco di Vibonati, di costruire una cappella a S. Fantino, che doveva essere una località posta tra Sapri e Torraca, come risulta dall’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna) illustrata nella Fig. 2, di cui ho parlato.
(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82
La testimonianza della strada vicinale e di campagna detta la “Verdesca”, ci è data da uno dei principali protagonisti dello sbarco a Sapri dei ‘trecento’ di Carlo Pisacane, il giudice di Vibonati Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni, da poco eletto, Giovanni Nicotera. Il Fischetti (…), a p. 35, parlando della notte in cui Pisacane sostava a Sapri, in proposito scriveva che: “…ed io con pochi amici mi avviai sopra Torraca per la via cosiddetta della ‘Verdesca’, impraticabile quasi, montuosa ed alpestre assai, per evitare la solita via pubblica, laddove quelli avessero voluto inseguirmi.”. Nella tradizione orale popolare, nel nostro dialetto, il termine di “Verdesca”, stà ad indicare un pesce di mare, una specie di pescecane simile allo squalo. Sempre nella tradizione popolare orale, vi è un termine simile “Ventresca”, la pancia o la pelle del ventre di un certo tipo di squalotto di mare. La strada “Verdesca”, verrà poi in seguito, nel 1907, citata anche dal Bilotti (…), il quale a p. 198, in proposito al giudice scriveva che: “Il Fischietti.. (e anche quì il Bilotti erra il cognome del giudice Vibonatese), effettivamente aveva fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura nell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria….”. Con l’indagine geo-storica, possiamo stabilire quale e dove fosse questa stradina o sentiero di campagna, assai disagevole per i tempi a cui si riferiscono i fatti di Pisacane. Si trattava di un percorso o un sentiero di campagna che risaliva le campagne in direzione di Torraca, che partendo dalla località a Sapri detta le “Mocchie”, risalisse verso Torraca. Dalla località detta le “Mocchie” a Sapri, posta subito dopo la contrada saprese della “Marinella”, si inerpicano due sentieri che risalgono alle pendici del Monte dell’Olivella, verso i territorio di Torraca. Io credo che le “Mocchie”, dove ancora oggi è rimasto un gruppo di antichissime case, molte di queste solo recentemente ristrutturate, sia una contrada di Sapri prossima ad un molo o un antico porticciolo. La contrada delle “Mocchie”, infatti, si trova quasi a ridosso della vecchia spiaggia o insenatura formatasi del torrente detto “Brizzi”, di cui ancora oggi non si conosce l’esatto significato dell’etimo. Il torrente “Brizzi” e il suo alveo, dopo un lungo percorso dalle montagne poste nel Comune di Tortorella a confine con quello di Torraca e di Sapri, scende a valle e sversa le sue acque a Sapri e, lungo il suo percorso attraversa la contrada delle “Mocchie” che è posta quasi posta di fronte alla collina dell’altra antica contrada del “Timpone”. Recentemente, alcuni membri del locale gruppo di Trekking di Sapri “Golfo Trek” hanno percorso e smacchiato questo vecchio sentiero che risale poprio dalle Mocchie e si inerpica tra balze e dirupi verso il territorio un tempo di Torraca. Io credo che il nome di questo sentiero fosse proprio quello di “Verdesca”, il nome che citava il Bilotti (…) e prima ancora il giudice vibonatese Fischetti (…). Lungo questo percorso vi sono alcuni ruderi di un ponte medievale che lasciano pensare ad un’antichissima frequentazione e forse, come io credo, questo sentiero doveva essere quello che collegava il piccolissimo approdo delle Mocchie con l’antichissima grangia di “S. Fantino”, dipendente dal cenobio basiliano di San Giovanni a Piro. Della grangia di S. Fantino (…), come vedremo, ci parlano gli antichissimi documenti ma i suoi ruderi non sono stati mai individuati. Infatti, risalendo l’immagine satellitale con l’amico Giamberto del locale gruppo di escursionisti, si può vedere che nel territorio prossimo più a Sapri che a Torraca, si scorgono dei duderi o degli edifici che lasciano pensare all’antica grancia di S. Fantino, di cui parla il Di Luccia (…) e il Martire (…), ma che non è stata mai del tutto localizzata. L’antica grancia o masseria o addirittura l’Abbadia di S. Fantino di cui si parla in antichi testi, non solo esisteva dall’epoca Normanna come attesta l’antica pergamena del 1097 pubblicata dal Trinchera (…) e poi dal Cappelli (…), ma era posta nel territorio di Sapri, divenuto solo nei primi del ‘500 appartenente al feudo di Torraca. Credo pure che questo percorso sia proprio quello che percorrevano i monaci abitanti dell’antica grangia di S. Fantino per scendere al porto di Sapri che forse era posto proprio nella contrada detta le “Mocchie”, per il trasporto via mare delle merci essendo questo piccolo ma nascosto e sicuro approdo collegato con i piccoli porti della costa velina. Non sono mai state del tutto individuate alcune cappelle e costruzioni religiose di cui ci parlano alcuni studiosi locali nei primi del ‘900 come il Gallotti (…) e il Gaetani (…). Molte costruzioni si pensa fossero nel territorio di Torraca ma solo perchè il territorio di Sapri, fu delineato nei suoi attuali confini solo dopo l’Unità d’Italia, ma in realtà alcune costruzioni o manufatti citati dal Cappelli (…), dal Martire (…), ecc.., si trovavano prossimi al territorio saprese, ovvero posti si nella campagne ma molto prossimi al vicino piccolo approdo della costa saprese. Infatti, nell’antichità per il trasporto delle merci e per i traffici si preferiva percorrere le vie marittime anzicchè quelle sulla terra ferma molto più frequentate ed insicure. I monaci lo sapevano bene. Nell’anticihità le località e le comunità rivierasche erano molto più fiorenti e popolate rispetto a quelle interne che si ripopolarono specialmente dopo la Guerra del Vespro e sopratutto in epoca Vicereale a discapito di quelle rivierasche che al contrario si spopolarono. I documenti ci parlano di una grangia o di un piccolo cenobio di monaci basiliani o benedettini, la grangia di S. Fantino, che doveva essere attiva e fiorente all’epoca medievale ovvero XII-XIII secolo.
(Fig…) Particolare delle nostra costa e del nostro territorio tratto dalla della Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). La carta è inedita e da me scoperta alla fine degli anni ’70 e fatta riprodurre nel 1981 dall’ASN, dove essa ancora è conservata.
Nel 1144, Gibel di Lauria, Roberto di Lagonegro, Genetes di Torraca, Roberto Scullando di Ajeta, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea, in una carta greca del monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), pubblicato da Getrude Robinson
Sugli Scullando, signori di Aieta, il Cappelli (…), a p. 220, parlando dei feudatari di Aieta e, riferendosi a Goffredo, feudatario di Aieta scriveva che: “A questi è del tutto presumibile succedesse quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). Sempre il Cappelli, sugli Scullando, a p. 224, nella sua nota (5) postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland (i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Dunque a proposito del Roberto di Aieta, che il Cappelli dice forse avere assunto il Cognome di Scullando, il Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…). Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…), nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, pubblicato nel 1928. Il Cappelli, parlando degli Scullando, citava le carte greche “voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss” e, riguardo queste pergamene scriveva che questo Roberto Scullando, Signore di Aieta: “Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ),, ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). I documenti pubblicati da Gertrude Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII, XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = “1144. γιβλλος λωριας”, sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII, XXXVIII)”. Infatti, in due documenti del 1144 pubblicati dal Robinson (…) troviamo citato il Ghibellus de Lauria. La Gertrude Robinson (…), nel 1933 pubblicò una serie di documenti interessantissimi, antichissime pergamene greche, provenienti dal Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone in Provincia di Potenza. Si tratta di Gertrude Robinson (…). Infatti, i due documenti, le due pergamene greche e trascritte e tradotte dalla Robinson, il doc. XXXVII del 1144 e il doc. XXXVIII, entranbi del 1144, citano i due personaggi normanni Robbertus de Cles (“Cletzes”) e “Ghibellus of Lauria” e dice che entrambi erano i giustizieri regi del distretto di Val Sinni (forse della Contea di Marsico). Siccome entrambi i documenti sono datati all’anno 1144, coincide con il riferimento fornitoci dal Borrelli (…) che nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, scrive “SVB GUGLIEL. II REGE”, ovvero al tempo (“sub” = sotto) di re Guglielmo II° di Sicilia detto il Buono. Ma sappiamo pure che sotto il regno di re Guglielmo II° di Sicilia, detto il Buono non era possibile in quanto nel 1144 non regnava lui ma regnava l’altro Guglielmo, ovvero Guglielmo I° di Sicilia detto il Malo, figlio di Ruggero II d’Altavilla. Dunque il riferimento del Borrelli risulta errato. I documenti pubblicati dalla Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.
(Fig…) Robinson G., op. cit., pp. 30 e s.
Dunque, in questo documento greco del 1144, proveniente da Carbone, insieme a Roberto di Lagonegro e Genete di Torraca, figurava anche Roberto Scullando. Ma chi era questo Roberto Scullando di Aieta che figura in un documento del 1144 ?. Il Cappelli, parlando dei feudatari di Aieta, riferendosi a Goffredo dice che: (riferendosi all’abitato di Aieta): “e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque, il Cappelli scrive che da questa pergamena greca del 1144, in cui figurava anche “Gibel de Loria“, e “Roberto Scullando di Aieta” che il Cappelli dice “quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando”, dunque il Cappelli dice essere quel Roberto, figliastro di Normanno o forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che “in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque Roberto Scullando come è scritto pure nel documento citato dal Cappelli. Ma chi era il personaggio, il Signore di Aieta, Matteo, figlio del “fu Riccardo e di Clementa” ?. Di Riccardo di Clementa e del figlio Matteo ne parla Biagio Cappelli, citando un altro documento, un altra pergamena sempre di Aieta, dove si parla dell’antico monastero di S. Nicola di Tremulo. Il documento che fu pubblicato da Leone Mattei- Cerasoli è datato al secolo XI-XII. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, dove parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”.
Pietro Ebner (…) parlando del cenobio basiliano di San Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, e diversi altri effetti, possiede la Terra di S. Gio: a Piro, quale è Baronia essendo copiosa d’anime, e di ottimo Clero con sua Giurisdizione, e perchè viene al presete occupata da Monsig. di Policastro, perciò ad effetto di far vedere la verità del fatto, ho determinato di fare una digressione nell’origine di detta Abbadia, e Terra, ecc…” .
(Fig….) Di Luccia P.M., op. cit., p. 3
Il Di Luccia (…), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la grancia di San Nicola e la grancia di S. Fantino a Torraca, ma non specificava niente altro. Incominciamo col dire subito che la citazione del Di Luccia (…), poi in seguito confermata da Domenico Martire (…) e dal Cappelli (…), dei due possedimenti “…di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca”, la grangia di S. Fantino veniva citata a Torraca perchè Sapri o il suo “Porto”, all’epoca del Di Luccia (…), 1700, era ancora posto nel territorio dell’Università o Baronia o Feudo di Torraca, allora dei Palamolla. Dunque, la grancia di S. Fantino, si trovava nel territorio Saprese. La notizia di della grancia di S. Fantino a Torraca, è citata anche in seguito dal Gaetani (…) che, in proposito, fa luce. Il Gaetani (…) nel suo libro su Torraca: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (3) il quale, parla della ‘Grancia di San Fantino’, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (…), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il documento (…), descrive le Grancie di S. Fantino e di S. Nicola, site nel porto di Torraca (o di Sapri) che, però erano molto più antiche del documento in questione. Il documento del 1695-96, del notaio Domenico Magliano (…) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese. Dal documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…), conservato nell’Archivio Diocesano di Policastro, di cui il Gaetani (…), ha pubblicato un piccolo stralcio trascritto e, di cui ivi pubblico alcune pagine originali, si possono trarre interessantissime notizie storiche sulle origini ed i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e su alcuni suoi possedimenti nel territorio Saprese e di Torraca. Infatti, questo documento (…), è interessante anche per la storia di Sapri, dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. Il Gaetani (…), in proposito alla ‘Cappella di S. Fantino‘, pubblicò il passo trascritto del documento illustrato in Figg….., tratto dal documento notarile del Magliano (…), del 1695. Il documento illustrato nell’immagine di Fig…., si legge, nel territorio di “Torraca. La quì sottoscritta Badia di S. Fantino e ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi è stata venduta dal Rag: Zifao al Don Francesco Falci di Napoli, come da Istrumento del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, al quale a me presentato. Die Xma (decima) gbri ibgS (?), con ordine e dal D. Falce ceduto alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce. Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”.
(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca
Sappiamo che questi antichi edifici sorgevano nel territorio Saprese che all’epoca dipendeva dall’Università o Feudo che apparteneva ai Palamolla di Torraca. Dunque, la ‘platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’ redatta dal Notaio Domenico Magliano nel 1695-96, citata e trascritta in parte dal Gaetani (…), riguardo il possedimento di Torraca, diceva che quì (riferendosi al feudo di Torraca), vi era la “sottoscritta Badia di S. Fantino” fu venduta dal Ragioniere Zifao a Francesco Falci di Napoli per ‘ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi’, con Atto pubblico (Istrumento) del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, e aggiunge “al quale a me presentato. La ‘Platea’ continua e dice che Don Francesco Falce di Napoli, cedette la detta Badia di S. Fantino “alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce.”. Sempre nella “Platea”, leggiamo che: “Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, ecc..”. Dunque, in questo passo, la Platea dei beni redatta nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano, ci informa che a Torraca o nel suo feudo vi erano a quei tempi distintamente tre edifici: la Badia di S. Fantino, la Cappella di S. Fantino e la grancia di S. Fantino. Riguardo la grancia di S. Fantino, la platea dei beni e delle rendite (…), redatta dal notaio Domenico Magliano nel 1695-96, dice che: “….et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”, ovvero dice che la Grancia di S. Fantino posta nel feudo di Torraca dipendeva dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro che era stata annessa (aggregata) alla Cappella del Presepe dalla Basilica di Santa Maria Maggiore “con …… ……… ..Rev. Gilles D. Sorrentino ..Joanny da Pyro ……… … … .ecc D. Michele Brancaleone e F.sco TomasoMercadante”. Chi erano i due notabili Reverendo Egidio Sorrentino, Michele Brancaleone e Tomaso Mercadante ?.
(Fig. 4) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.
Il ‘Liber censuum’Per l’indagine demografica e storiografica un utile ma non esaustivo strumento d’indagine è il ‘Liber censuum’ che, nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, ‘Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216-1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).
I Lancia nelle nostre terreAndrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa la resistenza di alcuni feudatari delle nostre terre che pattegiarono per gli ultimi regnanti della casa Sveva. Alla dominazione Normanna fece seguito la dominazione Sveva e poi subentrarono gli Angioini di Carlo I d’Angiò che sconfisse Manfredi a Benevento nell’anno 1266. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi,..“. Il Mallamaci (…) sosteneva che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…“. I Lancia erano una potente famiglia imparentata con gli Svevi di Federico II e poi con il figliastro Manfredi. Essi erano imparentati con i Conti di Lauria, in particolare come vedremo con Gibel di Lauria e con Riccardo di Lauria suo figlio ai tempi della ‘Congiura di Capaccio‘. Si narra che Federico II di Svevia avesse avuto una particolare predilezione fra tutti i suoi figli verso Manfredi ed Enzo, entrambi nati da relazioni extra-coniugali. Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266). Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258. Bianca Lancia, sarà l’ultima amante prima e sposa dopo di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacque Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia. E’ per questo motivo che, sebbene a Riccardo di Lauria, in seguito alla ‘Congiura di Capaccio’, Federico II di Svevia aveva tolto i possedimenti di Lauria e in Calabria, poi in seguito furono riacquistati e restituiti per la parentela che Riccardo di Lauria aveva con l’ultima moglie (o solo amante) di Federico II di Svevia. Bianca Lancia era nipote di Isabella (Donna Bella) Lancia, che in seconde nozze aveva sposato Riccardo di Lauria, conte di Lauria e padre di Ruggiero di Lauria. Di Bianca Lancia, nipote di Isabella Lancia (madre di Ruggiero di Lauria) e sposa di Riccardo di Lauria), il genealogista seicentesco Filadelfo Mugnos e il Pirri, la vorrebbero figlia di Corrado Lancia dei Duchi di Baviera, Conte di Fondi, grande figura della storia medioevale europea e sorella di Galvano Lancia, Signore di Brolo e Barone di Longi, Capostipite di tutti i Lanza di Sicilia. Forse il suo vero nome era Beatrice. Bianca Lancia, o Lanza, meglio Bianca d’Agliano (Arce ?, 1210 circa – poco dopo il 1250 ?), è stata l’ultima moglie dell’imperatore Federico II di Svevia, che egli sposò “in articulo mortis”. Dalla loro relazione nacquero tre figli, tra cui Manfredi. Sono frutto di ipotesi congetturali sia il nome Bianca sia la verosimile appartenenza ai Lancia. A partire dal 1225 Bianca mantenne una relazione illegittima con Federico II, che conobbe in circostanze non determinate, secondo alcuni durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne. Dalla loro relazione nacquero: Costanza (1230-1307) e Manfredi di Sicilia (o di Staufen) (1232-1266). Manfredi, era figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca dei conti Lancia e Signori di Longi dei Duchi di Baviera. Isabella Lancia, madre di Ruggiero di Lauria, era la zia di Bianca Lancia che fu amante e forse sposa di Federico II di Svevia. Dall’unione di Bianca Lancia, nipote di Isabella Lancia (madre di Ruggiero), con Federico II di Svevia, nacque Manfredi di Svevia. Dunque, Ruggiero di Lauria e re Manfredi di Svevia erano cugini. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: “….Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, ecc….In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. ….Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Dunque, Riccardo di Lauria, padre di Ruggiero di Lauria, in seconde nozze sposò Isabella (“Donna Bella”) Lancia, la zia di Bianca Lancia, amante ed ultima sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, …..aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Da Wikipidia leggiamo che Riccardo di Lauria fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Lo storico locale Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Ecc…”. Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella (Isabella) Lancia, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, ….aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, ecc…”. Nell’estate del 1252, Corrado IV, diede inizio all’offensiva contro i ribelli e, nel 1253, bandì i Lancia dal Regno minacciandoli di punizioni, con la sola esclusione di Bertoldo di Hohenburg, marito di Isotta Lancia. Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano Lancia: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello.
Nel 1229, Policastro (forse pure Tortorella e Torraca) è città demaniale dei Ruffo
Nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, la maggiore e più importante città, Policastro, era demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, e tale resterà fino al XIII secolo, nel 1229, quando venne venduta al primo suo feudatario Giovanni Ruffo. Il Giustiniani (…), scriveva che “Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.”. Nel XIII secolo, in seguito alla dominazione Normanna e quella Federiciana, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, che però resterà tale fino all’anno 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo (…). Giovanni Ruffo, diventerà il primo feudatario della zona. Le vicende del feudo di Policastro subirono una svolta importante dopo la morte dell’imperatore Federico II (13 dicembre 1250), quando sappiamo che passò in potere del conte Giovanni Ruffo (di Calabria) mentre, durante gli anni precedenti, sembra che sia rimasto devoluto transitoriamente alla regia corte. Così ricaviamo da una notizia riportata dall’Ebner e relativa ai primi momenti della dominazione angioina, che riferisce di un ordine relativo al “recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro” in favore della Regia Corte, di una somma pertinente alla bagliva della “terra di Policastro”, che l’autore identifica però con la Policastro cilentana (…). L’Ebner, scrive: “Vi è pure un ordine di recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro di VIII once d’oro e XV tarì per la bagliva della terra di Policastro” (…). L’Ebner (…), che nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, parlando di Policastro, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), scriveva in proposito che: “Il feudo fu assegnato a Giovanni Ruffo nell’anno 1229.”. Nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, la maggiore e più importante città, Policastro, era demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, e tale resterà fino al XIII secolo, nel 1229, quando venne venduta al primo suo feudatario Giovanni Ruffo. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Quindi, secondo i due studiosi (..), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo che diventerà il primo feudatario della zona. Questo significa che nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale. E così era anche il suo porto. Il Giustiniani (…), scriveva che “Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), si dilungano sulle mura e fortificazioni di Policastro, per poi aggiungere: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Secondo i due studiosi (…), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, scriveva che: “Nel 1211 Federico II,….a quel tempo Policastro era divenuta città demaniale anche per il suo castello passato alle dirette dipendenze dello Stato. Il feudo di Policastro fu assegnato a Giovanni Ruffo (a. 1229).”.
Dopo il 1245 e fino al 1271 (epoca Federiciana), Torraca alla famiglia LanciaSecondo Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi. Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano. Riottenuto l’esteso feudo, i Sanseverino tennero il Cilento fino al 1552, anno che coincise con il declino definitivo della potente famiglia. Il suo ultimo feudatario fu Ferdinando che dovette riparare in esilio per aver appoggiato i francesi.”. Dunque, il Mallamaci, scriveva che ai tempi di Federico II di Svevia, Torraca apparteneva alla Baronia del Cilento che “toccò” ai Lancia, di cui una grande esponente fu la madre di re Manfredi, Bianca Lancia. La sorella di Bianca Lancia, sposò Riccardo di Lauria, padre dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”.
Prima del 1266, Riccardo di Lauria, figlio di Gibel de Loria e padre di Ruggiero di Lauria
I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Dunque, Riccardo di Lauria, padre di Ruggiero di Lauria, in seconde nozze sposò Isabella (“Donna Bella”) Lancia, la zia di Bianca Lancia, amante ed ultima sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Da Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Morì combattendo nella battaglia di Benevento al fianco del re Manfredi, ucciso dal cavaliere Jeronimo di Sambiase. Riccardo di Lauria sposò:
- Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria;
- Bella Amico (~ 1221 – dopo il 1279), figlia di Guglielmo e sposata in seconde nozze, dalla quale ebbe:
- una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia;
- Ruggiero di Lauria, celebre ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi.
Lo storico locale Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella (Isabella) Lancia, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Riccardo era feudatario in Calabria e signore di Scalea nell’anno della sua morte, avvenuta durante la Battaglia in cui perì lo stesso Manfredi. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (102) postillava che: “(102) Parla dell’antica famiglia di Ruggiero di Lauria e cita Carlo Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914; cfr. “Carta d’Italia fra il 1270 ed il 1450 con scala in miglia italiane”). Lo stemma dei Loria era lo scudo sabino, a tre fasce d’argento e tre d’azzurro.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggiero di Lauria, stà in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V.E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero. Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini ecc..”. La notizia riportata anche da Ebner e tratta dai registri della Cancelleria Angioina andrebbe ulteriormente indagata e riguarda l’epoca Federiciana della ‘Congiura di Capaccio’ in cui diversi feudatari delle nostre terre patteggiarono contro Federico II di Svevia oppure si riferisce al periodo immediatamente successivo alla presa di potere di Manfredi dopo la morte di Federico II di Svevia. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.“. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Crebbe in corte d’Aragona (1); ove il re gli diè sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ….Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3).”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro“. Infatti, in Michele Amari (…), nella sua ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, a p. 83, nel cap. V, riferendosi a Pietro III d’Aragona, scriveva che: “Sorridea Pietro, e a far disegni, non querele, si ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di Procida (4). Di questi il primo, nato di gran legnaggio nella terra di Scalea in Calabria (5), imparentato colla siciliana famiglia dè conti d’Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria (6), venuto era fanciullo seguendo la regigna Costanza con madonna Bella madre sua, nutrice della reina, ecc..ecc..”. L’Amari a p. 83 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Saba Malaspina, cont., pag. 340-342. Per vero egli non scrive il nome di Corado Lancia ma solo di Loria e Procida, e, aggiunge altri usciti italiani, ma ritraendosi dal Montaner la grande riputazione di Corrado a corte d’Aragona per armi e consiglio appunto in questo tempo, non è dubbio che quel nobile siciliano avesse partecipato in tutti i disegni.“. L’Amari (…), a p. 83, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Diploma negli archivi della Corona Aragonese, citato dal Quintana, ‘Vidas de Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93” e nella sua nota (6) l’Amari postillava: “(6) Bartolomeo de Neocastro, cap. 83. Nel Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1291 A, fog. 88, si legge un diploma dato il dì 8, forse di gennaio 1275, o 1276, ch’e è un attestato del servigio feudale prestato a Capua da Riccardo Loria per se, Giacomo, Roberto, Ruggiero, e due donne, tutti della stessa famiglia, che avevano diviso fra loro i castelli di Loria, Lagonessa e Castelluccio in Basilicata.”. Dunque, la notizia citata da Ebner e tratta da Michele Amari è confermata. L’Amari (…), a p. 83 del cap. V, sulla scorta del diploma o privilegio tratto dai registri della Cancelleria Angioina di Carlo II d’Angiò dell’anno 1291, un documento del 1275 o 1276, che indicava la divisione delle proprietà dei Loria o di Roberto di Lauria padre di Ruggiero di Lauria, tra cui i castelli di Lauria (“Loria”), Lagonegro (“Lagonessa”) e Castelluccio in Basilicata, con i tre figli: Giacomo, Roberto e Ruggiero di Lauria. Dunque, l’Amari, traeva la notizia dal cronista Bartolomeo da Neocastro. Bartolomeo di Neocastro (…), o Bartholomaeus de Neocastro era un cronista che morì nel 1295. Fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino ‘Historia Sicola’.
Nel 1270, “Andree de Torraca Proditoris” possedeva beni “alia bona in Policastro” che, Carlo I d’Angiò, nello stesso anno gli tolse e donò ad altri
Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, nell’anno 1270, Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti in passato ad un certo “Andrea ribelle di Torraca”. Recentemente in un testo a stampa su ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, Giorgio Mallamaci (…), parlando di Torraca all’epoca Angioina, sulla scorta di Ebner (…) e senza mai fornire alcuna citazione bibliografica a p. 33, in proposito scriveva che: “Un altro nome è quello di un certo Andree de Torraca il quale compare nei ‘Registri della Cancelleria Angioina’ ricostruiti da R. Filangieri; in tali documenti viene specificato che nel 1270 è stata effettuata la donazione da parte del re (Federico II) all’ostiario (custode) Rinaldo di Poggiolo un castello di Vineoli nel giurisdizionato di Basilicata, un castello di Conca di Campania, insieme con altri beni a Policastro che furono di Andree da Torraca. Più precisamente in esso vi si legge che “760 – Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli in Iustitiarato Basilicate, castrum Concae et aliab, que fuerunt Andree de Torraca, Prodi-Toris (Reg. 6, fol. 16).”. Il Mallamaci (…) parla di una donazione di Federico II di Svevia che è un evidente errore quando invece l’Ebner (…), correttamente parla di una donazione di Carlo I d’Angiò. Sono peraltro interessanti le citazioni bibliografiche dell’Ebner che cita il Filangieri (…). Dunque, la notizia che re Carlo I d’Angiò (e non Federico II di Svevia), nel 1270 donava al custode (ostiario) Rinaldo di Poggiolo alcuni castelli in Basilicata insieme ad altri beni a Policastro che furono di Andree di Torraca “Prodi-Toris” (‘proditor’), proviene da Pietro Ebner (…). Addirittura l’Ebner dirà di Andrea di Torraca “il ribelle”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a p. 538, parlando di Policastro, in proposito riportava una notizia simile e scriveva che: “Nel Reg. 6, f 16 è la notizia della donazione di re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolo del castello di Vineolo in Basilicata e di “alia bona” in Policastro “que fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “Del ribelle Andrea di Torraca è pure notizia negli stessi ‘Registri’ (6). Ecc…”. Ebner nella sua nota (6), postillava che: “(6) Reg. Cancelleria Angioina IV, p. 113, n. 760 (v. a Policastro).”. Riguardo l’interessantissima notizia, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337 e s., in proposito scriveva che: “Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì. Nel Reg. 6, f. 16 è la notizia della donazione di Re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata e di ‘alia bona’ in Policastro “quae fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Dal Reg. 10, f. 41 t l’ordine “de exibitione decimarum Episcopo Policastrensis”.”. Infatti, leggendo il vol. IV della ricostruzione dei Registri della Cancelleria Angioina pubblicati da Riccardo Filangieri (…) e, questo curato dalla Jole Mazzoleni (…), a p. 113, nel documento n. 760 del registro XIV si legge che: “760. Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli, in Iustitiariatu Basilicate, castrum Conche et alia bona in Policastro, que fuerunt Andree de Torraca proditoris). (Reg. 6, f. 16).”.
Il cui significato è, riferendosi a re Carlo I d’Angiò che nel 1270: “Il re dona a Rinaldo de Podiolo hostario (custode) del Castello di Vineolo, il castrum Conche e alia bona (alcuni beni) in Policastro che erano e appartenevano al traditore ribelle Andrea di Torraca”. Il documento che riguarda Andrea di Torraca che postillava l’Ebner è “ (Reg. 6, fol. 16, n. 760).”, e la Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol. XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dunque, secondo il documento angoino pubblicato dalla Mazzoleni (vol. IV, p. 113 del Filangieri), scriveva che Carlo I d’Angiò, nel 1270 aveva donato all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata ed altri beni (“alia bona”), forse terreni e proprietà immobiliari a Policastro, che erano stati posseduti dal “proditores” (ribelle) Andrea di Torraca. Dunque, secondo il documento angioino, il ribelle e milite Andrea di Torraca, forse ai tempi di re Manfredi, possedeva un castello di Vineolo in Basilicata. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, riguardo il milite e ribelle ‘proditores’ ‘Andree de Torraca’, la Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di M. Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito M., Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6”. Dunque, il documento citato dall’Ebner (…) che riguarda il “proditores” “Andree de Turraca” è citato nel foglio n. 322 t, contenuto nei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito. Dove si trova questo foglio ?. In quale dei registri è stato registrato ?. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. Dunque, secondo il documento federiciano pubblicato dalla Mazzoleni, Andrea di Torraca dovrebbe essere stato un milite che ai tempi di re Manfredi e di Corradino doveva avere un castello a Vineolo o “Vineoli” (del “giustizierato” dice il Mallamaci) in Basilicata. Ma del castello o del centro di Vineoli o Vineolo nel giustizierato di Basilicata non si riesce a capire quale fosse. Forse è il castello di Lagopesole, uno dei più belli e l’ultimo fatto costruire da Federico II di Svevia.
Nel 1270, il “Proditores” (ribelle) “Bartolomeo di Torraca” possedeva beni a Policastro che, Carlo I d’Angiò, nello stesso anno gli tolse e donò ad altri
Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, precisamente nell’anno 1270 Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti ad un certo, “Bartolomeo di Torraca, chiamato “Proditor”, che possedeva beni a Policastro e per punirlo glieli tolse. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “In età angioina è poi notizia di Bartolomeo di Torraca, “proditor”, il quale possedeva beni a Policastro (5).”. Ebner, a p. 664, nella sua nota (5), postillava che la notizia era tratta da: “(5) Reg. 5, f 34, 16 marzo a. 1270, XIII = vol. III, p. 107, n. 85”. Infatti, rileggendo il vol. III della ricostruzione dei Registri Angioini, pubblicati da Riccardo Filangieri, a p. 107, per il documento n. 86 (e non il documento n. 85 citato da Ebner), nel registro XIII, leggiamo: “86. – (‘Bartolomeo de Torraca’, “proditor”, ‘possedeva beni in Policastro, sub. dat. XVI martii XIII ind., anno 1270) (Reg. 5, f. 34).”. Riccardo Filangieri nel vol. III, a p. 107, postillava in proposito che: “Fonti: Scandone ms. in Arch.; Minieri Riccio, ms. in Arch.”.
Il Filangieri, citava Francesco Scandone. Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Scandone scrisse dei poeti siciliani ai tempi di Federico II di Svevia e di suo figlio Manfredi. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un Bartolomeo “Proditor” che possedeva beni a Policastro in epoca Angioina e la notizia di un Andrea di Torraca potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”.
Nel 1239-1240, le Fonti per l’epoca Federiciana: ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240’
Dal sito dell’Archivio di Stato di Napoli, alla voce sulla Ricostruzione dei Registri della Cancelleri Angioina’, epoca Federiciana leggiamo che: Dalla seconda metà del XVI secolo, lo studio dell’archivio della Cancelleria Sveva (l’unico registro superstite di Federico II per gli anni 1239-1240) e della Cancelleria Angioina (all’epoca ancora ricco di scritture, soprattutto per i regni di Carlo I, Carlo II e Roberto) ha prodotto spogli e lavori archivistici sistematici come i repertori e i notamenti: – il repertorio dell’unico registro di cancelleria di Federico II dell’anno 1239-1240, opera degli archivisti Vincenti/Sicola e Chiarito; – i 4 volumi (originariamente 11) di notamenti di Carlo de Lellis; – i 13 volumi di repertori dell’archivista Pietro Vincenti (1610-1614); – gli 8 volumi di supplementi ai precedenti repertori compilati dall’archivista Sigismondo Sicola (1673-1710); – i 2 repertori di Carlo Borrelli, l’indice delle famiglie e delle città del Grifo e i due volumi di Onofrio Sicola (1710) contenenti l’index monasterium; – i 18 volumi di Michelangelo Chiarito (1759-1763). Sopravvissuti alle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, oggi possono essere consultati in digitale presso le postazione della sala studio. Nel 2002, Cristina Carbonetti Vendittelli (…), con i tipi dell’Istituto Storico Italiano, ha pubblicato ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘. Leggiamo dalla Treccani on-line che: CANCELLERIA, REGISTRO DELLA (1239-1240). – Conservato fino al 1943 come unico cimelio superstite della cancelleria di Federico II, il registro degli anni 1239-1240 andò distrutto nel rogo del deposito antiaereo che era stato istituito in una villa dell’entroterra campano (Villa Montesano in S. Paolo Belsito, presso Nola), dove, a partire dal dicembre 1942, si era provveduto a trasferire i fondi più antichi del “Grande Archivio” di Napoli, nel timore che potessero subire danni durante eventuali bombardamenti e cannoneggiamenti della città. Nell’incendio, appiccato deliberatamente, per rappresaglia, il 30 settembre di quell’anno per ordine del comando tedesco del luogo, pienamente consapevole dell’importanza del materiale che vi era stato depositato, andarono bruciate tutte le serie più preziose dell’Archivio napoletano, compreso il ricchissimo archivio della cancelleria angioina. Del registro di Federico II del 1239-1240, l’unico della cancelleria sveva che fosse noto alla storiografia, rimanevano tuttavia le riproduzioni fotografiche (nove pellicole conservate oggi nell’archivio dell’Istituto Storico Germanico di Roma), la trascrizione pubblicata nel 1786 dall’archivista napoletano Gaetano Carcani in appendice alla sua edizione del Liber Augustalis e quella, dattiloscritta, realizzata a metà degli anni Venti del Novecento da Eduard Sthamer e in seguito parzialmente riveduta da Wilhelm Heupel. Del Gaetano Carcani, la sua opera è “Constitutiones Regum Regni Utriusque Sicilae”, Napoli, 1786 o si veda Liber Augustalis, sui registri della Cancelleria di Federico II di Svevia dal 1239 al 1240 perduti. Si veda pure i Repertori di Sigismondo Sicola, che si possono scaricare gratuitamente dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia. Rimanevano inoltre notizie e repertori, trascrizioni, copie ed excerpta: lacerti di una tradizione più antica e in origine sicuramente ben più ricca, testimoni tutti del grande interesse che il registro aveva suscitato negli eruditi napoletani del Seicento e del Settecento, i quali, animati da curiosità di tipo prettamente antiquario e genealogico, furono i primi a sfogliarlo e leggerlo, vedendo in esso una sorta di grande contenitore dal quale attingere una enorme quantità di notizie sulle antiche famiglie del Regno. Una tradizione nel complesso ricca, anche se piuttosto singolare, che ha consentito di ricostruire la storia e la fisionomia del registro, e da ultimo di stabilirne e pubblicarne il testo. Per lungo tempo unico e prezioso cimelio conosciuto e conservato della cancelleria federiciana, il registro di Federico II andò distrutto, com’è noto, nel rogo che è passato alla storia come uno dei più gravi disastri archivistici dell’ultimo secolo, appiccato alla fine del settembre 1943 dalle truppe tedesche in ritirata dal meridione d’Italia al deposito dove erano stati trasferiti per motivi di sicurezza i fondi più antichi e preziosi del Grande Archivio di Napoli. A sessant’anni dalla sua distruzione e dopo vicende editoriali protrattesi per un circa un ottantennio, vede la luce l’edizione del registro, condotta sulla base delle riproduzioni fotografiche, di estratti e copie erudite, di precedenti trascrizioni. Il registro, strettamente riservato agli affari del Regno (vi erano cioè registrate soltanto le lettere che la corte inviava ai funzionari provinciali per comunicare le misure prese in merito alla gestione del regno), era frammentario fin dalla sua prima apparsa sulla scena delle fonti archivistiche napoletane, alla fine del Cinquecento, ed abbracciava solo un breve arco cronologico, che andava dai primi giorni di ottobre 1239 agli inizi di maggio 1240. Tuttavia l’elevato numero di lettere registrate (quasi milleduecento) e l’ampio ventaglio di argomenti trattativi ne fanno una fonte di eccezionale importanza per la storia del regno di Sicilia nei mesi cruciali successivi alla scomunica di Federico II e all’indizione della crociata contro di lui da parte di Gregorio IX. L’edizione è stata condotta adattando le tecniche ormai comunemente accolte per la pubblicazione dei documenti latini alle peculiarità di questo particolare tipo di fonte, dando ampio spazio, soprattutto, ai regesti e alle parti introduttive, là dove si ricostruisce l’iter di formazione delle lettere (per questo è stata introdotta una breve sezione dove compaiono i nomi del personale di cancelleria coinvolto nella loro produzione) e si evidenziano i nessi di vario genere che legano missive accomunate da una comune origine (prodotte cioè a seguito di uno stesso ordine). Inoltre si è tenuto massimo conto della struttura del registro e del suo carattere di unicità e insieme di coerenza e uniformità che lo contraddistingue, carattere che è stato mantenuto ed evidenziato al meglio, non solo conservando l’ordine col quale le registrazioni si susseguono al suo interno, ma anche, ad esempio, adottando caratteri diversi per le registrazioni e le note (coeve o posteriori) che le incorniciano, attribuendo un numero d’ordine a ciascuna registrazione indipendentemente dal fatto che fosse relativa a una o più lettere e considerando quindi come unità minima documentaria la registrazione in quanto tale, accorpando sotto un unico regesto le sequenze di lettere registrate “a catena”, ovvero le similes spedite nella stessa forma a diversi destinatari. Nell’introduzione (pp. IX-CIII), oltre alle consuete note relative alla storia del registro ed alle modalità di trasmissione del testo, si affronta in particolare il tema della sua funzionalità, che viene analizzata e vista attraverso una particolare lente, quella delle forme, ossia del modo in cui il registro era stato pensato e costruito e degli accorgimenti redazionali che erano stati adottati per ottenere non tanto un contenitore di documenti, quanto uno strumento di lavoro realizzato in cancelleria per la cancelleria e per la corte, improntato in funzione della massima visibilità e dell’immediata reperibilità della notizia, al fine di facilitarne la consultazione per poter ricostruire in qualsiasi momento lo stato di ciascuna questione della quale la corte si era occupata tramite la corrispondenza scritta. La Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol. XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. La Mazzoleni, fra i riferimenti bibliografici cita il manoscritto del Borrelli (…), IX C. 16, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Riguardo il Borrelli si riferiva a Carlo Borrelli (…), ed al suo ‘Repertorium universale ex registris R. Syclae’, trascritto dal Sicola Sigismondo, voll. II, ovvero Sicola Sigismondo, Repertori del registro di Federico II e dei registri angioini, vol. 21. Basterà riflettere che in tali Repertorii trovansi riassunti varii Registri angioini già … Neap. nobil. dopo il Catalogus Baronum, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Reale Zecca allora superstiti; onde il Sicola Siismondo del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. I manoscritti trascritti dal Sicola, e tuttavia sono scritti su carta … riassunti varii ‘Registri angioini’ già perduti nel 1653, in cui il Carlo Borrelli (…) nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, un testo del 1653, dopo il ‘Catalogus Baronum’, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Real Zecca di Napoli allora superstiti; onde il Sicola, che … vol. coevo pei cognomi con le iniziali da L a Z, del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. In questo testo il Borrelli (…), dopo aver trascritto il “Catalogus baronum”, da p. 184 e s., elencò tutti i registri della Real Zecca di Napoli. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di Michele Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. Per i repertori raccolti da Michelangelo Chiarito ha scritto il Filangieri in Filangieri Riccardo (…), nel suo ‘Scritti di palegrafia e diplomatica, di archivistica e di erudizione’, pubblicato a ristampa nel 1970 e dove a p. 189 riportava i “Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane” tra cui i repertori raccolti da Michele Chiarito (…) che raccolse i “Notamenti e repertori delle Cancellerie napoletane compilati da Carlo de Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVII” pubblicati da Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga (…). In un testo di Vargas-Macchiucca (…), del 16…., troviamo citato i Cedolaria di Michelangelo Chiarito. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito Michelangelo, Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6“. Scrive il Filangieri nel vol. I della ricostruzione dei registri angioini, nella sua Introduzione che: “Dalla rovina furon salvi, per essere rimasti in sede, gli antichi Repertori di Pietro Vincenti, di Sigismondo Sicola e di Michelangelo Chiarito, oltre una parte di quelli più ampi e completi di Carlo de Lellis ecc..”. Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904.
Nel 1270 – 1271 (?), la Guerra del Vespro e il feudo di Torraca passò a Francesco Sanseverino, conte di Lauria
Nutro dei dubbi sulla notizia dataci da uno storico locale che ha scritto su Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, nel 1270, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici (ma io credo sulla scorta della ‘La Baronia del Cilento’ di Matteo Mazziotti), scriveva che Ruggero di Lauria appartenesse alla celebre famiglia dei Sanseverino. Il Mallamaci (…), a p. 32, in proposito scriveva che: “Nel 1270 il feudo passò nelle mani del nobile Francesco Sanseverino, conte di Lauria, ecc..”. Dunque, in questo interessantissimo passo, il Mallamaci, a p. 32, poneva all’anno 1270 il subentro nella proprietà del feudo di Torraca a Francesco Sanseverino, Conte di Lauria e di Cuccaro. Inoltre, sempre il Mallamaci, a p. 34 confermava questa notizia collegandola con la storia di Torraca e, parlando delle fortificazioni nel Golfo di Policastro ai tempi della Guerra del Vespro (1285-1302) e riferendosi al feudo di Torraca scriveva che: “Non si deve dimenticare che il feudo a cui apparteneva il castello, era in quel periodo di proprietà del già citato ammiraglio Ruggiero di Lauria della famiglia dei Sanseverino.”. Il Mallamaci, scriveva che ai tempi di Federico II di Svevia, Torraca apparteneva alla Baronia del Cilento che “toccò” ai Lancia e, più aventi, nel 1271, in seguito alla sconfitta di Corradino di Svevia e all’ingresso di Carlo I d’Angiò, i Lancia, dovettero cedere la loro ‘Baronia del CIlento’ ai Capano ed ai Sanseverino. Su questo periodo ho scritto ivi un altro mio saggio a cui rimando per gli opportuni approfondimenti. La potente famiglia dei Sanseverino ebbe in queste nostre terre un ruolo preponderante nella Guerra del Vespro che si combattè proprio nelle nostre contrade. Addirittura il Mallamaci afferma che Ruggero di Lauria sarebbe della famiglia dei Sanseverino. Non so dove abbia tratto il Mallamaci queste notizie su Torraca il quale non cita nessun riferiento bibliografico. Il Mallamaci, parlando del subfeudo di Torraca nel 1271 e pure l’Ebner in riferimento a Francesco Sanseverino a quale periodo si riferivano. Al 1270, ovvero a dopo la sconfitta di Corridino di Svevia e la caduta della famiglia Lancia o a subito dopo con Carlo I d’Angiò?. Sulla figura di Ruggero di Lauria e del padre Riccardo, Conti di Lauria, ho parlato ivi e innanzi. In efetti, è molto probabile che il feudo di Torraca in epoca angioina facesse parte della Contea più vasta di Lauria che comprendeva diersi casali e possedimenti. Il feudo di Torraca, nei primi anni del 1200 doveva appartenere alla famiglia Lancia, da cui proveniva Ruggero di Lauria, infatti, il padre Riccardo di Lauria, Conte di Lauria, aveva sposato Isabella Lancia. Dunque, la madre di Ruggero di Lauria era una Lancia. La celebre famiglia dei Lancia possedette i feudi e le contee della nostra zona fino alla morte di Corradino e caddero in disgrazia con l’avvento della casata angioina. Nel 1270, in seguito la sconfitta di Manfredi di Svevia a Benevento, nel Regno di Napoli, subentrò il giovane Carlo I d’Angiò. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Ruggero Sanseverino, nel 1266 partecipò valorosamente alla battaglia di Benevento contro Manfredi di Svevia e al fianco di Carlo I d’Angiò sconfisse Manfredi. Nel 1270 i Sanseverino, al tempo della dominazione Angioina divennero nuovamente potentissimi ed ebbero restituiti tutti i feudi che gli aveva confiscato Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio’. Tommaso Sanseverino, figlio di Ruggero Sanseverino divenne plenipotenziario degli Angiò nel basso Cilento e Francesco Sanseverino, conte di Lauria e feudatario di Torraca e Laurito. Dunque, l’ipotesi del Mallamaci è ancora tutta da verificare ma ha del fondamento. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. Mi chiedo se fosse plausibile la notizia secondo cui il subfeudo di Torraca fosse passato da Francesco Sanseverino a Tommaso Monforte di Laurito nel 1284, ovvero 107 anni prima. Se le notizie contenute nei documenti “le pergamene di Laurito” pubblicate dalla Mazzoleni (…), fossero esatte, mi chiedo come fosse possibile che Biancuccia Mercadante di Torraca, fosse stata sposata a Tommaso di Monforte di Laurito 107 anni prima delle notizie che riguardavano i loro figli Antonello e Giovannella 107 anni dopo. Dunque, credo che ciò che scriveva Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio‘ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, in seguito, nel 1271, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici (ma io credo che scrivesse sulla scorta del ‘La Baronia del Cilento’ di Matteo Mazziotti), parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano. Riottenuto l’esteso feudo, i Sanseverino tennero il Cilento fino al 1552, anno che coincise con il declino definitivo della potente famiglia. Ecc…”, non centrasse proprio nulla riguardo il subfeudo di Torraca. Matteo Mazziotti a p. 135, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico.”. Chi era Francesco Sanseverino ?. Chi erano i Monforte di Laurito ? Tommaso Sanseverino aveva avuto un figlio, Enrico Sanseverino a cui Roberto d’Angiò assegnò la baronia del Cilento e la Contea di Marsico (1) (dal Gatta, ‘Memorie della Lucania‘, etc.., p. 162), ma morì presto a soli 21 anni. Sul periodo e sulla famiglia Lancia ha scritto Matteo Mazziotti (…) che in proposito, nella sua “La Baronia del Cilento etc…”, nel suo cap. V, dopo aver parlato della fine della famiglia Lancia, a p. 133, così scriveva che: “Pochi anni dopo il re Carlo, con rescritto dell’11 giugno 1271 conferiva al suo primogenito Carlo II, il principato di Salerno (2). Vennero allora restituiti a Ruggiero Sanseverino tutti gli antichi feudi della famiglia, tra cui le contee di Sanseverino e di Marsico e la baronia del Cilento (4). Però siccome dopo la congiura di Capaccio parecchi casali della Baronia erano stati usurpati, per determinare quali ne avessero fatta parte, si dovette ricorrere a vecchi testimoni. Fu così redatto nel 1276 un apposito processo, nel quale si accertarono i beni da restituirsi al Sanseverino cosi: “Rocca Cilento, ecc..ecc..III. Dalle nozze della contessa Fiesco non sembra che Ruggiero avesse avuto prole. Morta costei, egli aveva sposato Teodora dei Conti d’Acquino la quale gli diede un figlio a nome Tommaso, giovine di grande destrezza ecc…Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2). Signore anche di Diano ottenne dai monaci di Montevergine la concessione di una piccola chiesa dedicata a S. Lorenzo nella pianura sotto Padula ed ivi edificò lo splendido monumento d’arte che è la Certosa di S. Lorenzo di Padula. Morì nel 1320.”.
Nel 1270, re Carlo I d’Angiò dona i beni a Policastro che appartenevano al “Proditoris” (ribelle) Andrea di Torraca
Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, nell’anno 1270, Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti in passato ad un certo“Andrea ribelle di Torraca”. Recentemente in un testo a stampa su ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, Giorgio Mallamaci (…), parlando di Torraca all’epoca Angioina, sulla scorta di Ebner (…) e senza mai fornire alcuna citazione bibliografica a p. 33, in proposito scriveva che: “Un altro nome è quello di un certo Andree de Torraca il quale compare nei ‘Registri della Cancelleria Angioina’ ricostruiti da R. Filangieri; in tali documenti viene specificato che nel 1270 è stata effettuata la donazione da parte del re (Federico II) all’ostiario (custode) Rinaldo di Poggiolo un castello di Vineoli nel giurisdizionato di Basilicata, un castello di Conca di Campania, insieme con altri beni a Policastro che furono di Andree da Torraca. Più precisamente in esso vi si legge che “760 – Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli in Iustitiarato Basilicate, castrum Concae et aliab, que fuerunt Andree de Torraca, Prodi-Toris (Reg. 6, fol. 16).”. Il Mallamaci (…) parla di una donazione di Federico II di Svevia che è un evidente errore quando invece l’Ebner (…), correttamente parla di una donazione di Carlo I d’Angiò. Sono peraltro interessanti le citazioni bibliografiche dell’Ebner che cita il Filangieri (…). Dunque, la notizia che re Carlo I d’Angiò (e non Federico II di Svevia), nel 1270 donava al custode (ostiario) Rinaldo di Poggiolo alcuni castelli in Basilicata insieme ad altri beni a Policastro che furono di Andree di Torraca “Prodi-Toris” (‘proditor’), proviene da Pietro Ebner (…). Addirittura l’Ebner dirà di Andrea di Torraca “il ribelle”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a p. 538, parlando di Policastro, in proposito riportava una notizia simile e scriveva che: “Nel Reg. 6, f 16 è la notizia della donazione di re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolo del castello di Vineolo in Basilicata e di “alia bona” in Policastro “que fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “Del ribelle Andrea di Torraca è pure notizia negli stessi ‘Registri’ (6). Ecc…”. Ebner nella sua nota (6), postillava che: “(6) Reg. Cancelleria Angioina IV, p. 113, n. 760 (v. a Policastro).”. Riguardo l’interessantissima notizia, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337 e s., in proposito scriveva che: “Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì. Nel Reg. 6, f. 16 è la notizia della donazione di Re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata e di ‘alia bona’ in Policastro “quae fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Dl Reg. 10, f. 41 t l’ordine “de exibitione decimarum Episcopo Policastrensis”.”. Infatti, leggendo il vol. IV della ricostruzione dei Registri della Cancelleria Angioina pubblicati da Riccardo Filangieri e, questo curato dalla Jole Mazzoleni (…), a p. 113, nel documento n. 760 del registro XIV si legge che: “760. Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli, in Iustitiariatu Basilicate, castrum Conche et alia bona in Policastro, que fuerunt Andree de Torraca proditoris). (Reg. 6, f. 16).”. Il documento che riguarda Andrea di Torraca che postillava l’Ebner è “ (Reg. 6, fol. 16, n. 760).”, e la Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol. XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. Dunque, secondo il documento angoino pubblicato dalla Mazzoleni (vol. IV, p. 113 del Filangieri), scriveva che Carlo I d’Angiò, nel 1270 aveva donato all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata ed altri beni (“alia bona”), forse terreni e proprietà immobiliari a Policastro, che erano stati posseduti dal “proditores” (ribelle) Andrea di Torraca. Dunque, secondo il documento angioino, il ribelle e milite Andrea di Torraca, forse ai tempi di re Manfredi, possedeva un castello di Vineolo in Basilicata. La Mazzoleni, fra i riferimenti bibliografici cita il manoscritto del Borrelli (…), IX C. 16, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Riguardo il Borrelli si riferiva a Carlo Borrelli (…), ed al suo ‘Repertorium universale ex registris R. Syclae’, trascritto dal Sicola S., voll. II, ovvero Sicola S., Repertori del registro di Federico II e dei registri angioini, vol. 21. Basterà riflettere che in tali Repertorii trovansi riassunti varii Registri angioini già … Neap. nobil. dopo il Catalogus Baronum, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della R. Z allora superstiti; onde il Sicola, … del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. I manoscritti trascritti dal Sicola, e tuttavia sono scritti su carta … riassunti varii ‘Registri angioini’ già perduti nel 1653, in cui il Carlo Borrelli (…) nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, un testo del 1653, dopo il ‘Catalogus Baronum’, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Real Zecca di Napoli allora superstiti; onde il Sicola, che … vol. coevo pei cognomi con le iniziali da L a Z, del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. In questo testo il Borrelli (…), dopo aver trascritto il “Catalogus baronum”, da p. 184 e s., elencò tutti i registri della Real Zecca di Napoli. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Nel 2002, Cristina Carbonetti Vendittelli (…), con i tipi dell’Istituto Storico Italiano, ha pubblicato ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, riguardo il milite e ribelle ‘proditores’‘Andree de Torraca’, la Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di M. Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. Per i repertori raccolti da Michelangelo Chiarito ha scritto il Filangieri in Filangieri Riccardo (…), nel suo ‘Scritti di palegrafia e diplomatica, di archivistica e di erudizione’, pubblicato a ristampa nel 1970 e dove a p. 189 riportava i “Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane” tra cui i repertori raccolti da M. Chiarito (…) che raccolse i “Notamenti e repertori delle Cancellerie napoletane compilati da Carlo de Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVII” pubblicati da Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga (…). In un testo di Michele Vargas-Macchiucca (…), del 16…., troviamo citato i Cedolaria di M. Chiarito. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito M., Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6”. Scrive il Filangieri nel vol. I della ricostruzione dei registri angioini, nella sua Introduzione che: “Dalla rovina furon salvi, per essere rimasti in sede, gli antichi Repertori di Pietro Vincenti, di Sigismondo Sicola e di Michelangelo Chiarito, oltre una parte di quelli più ampi e completi di Carlo de Lellis ecc..”. Dunque, il documento citato dall’Ebner (…) che riguarda il “proditores” “Andree de Turraca” è citato nel foglio n. 322 t, contenuto nei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito. Dove si trova questo foglio ?. In quale dei registri è stato registrato ?. Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notiziebiografichedi rimatoridella scuolasiciliana’. In Scandone Francesco, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”.
Nel 1270, re Carlo I d’Angiò dona i beni a Policastro che appartenevano al “Proditoris” (ribelle) Bartolomeo di Torraca
Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, precisamente nell’anno 1270 Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti ad un certo, “Bartolomeo di Torraca, chiamato “Proditor”, che possedeva beni a Policastro e per punirlo glieli tolse. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “In età angioina è poi notizia di Bartolomeo di Torraca, “proditor”, il quale possedeva beni a Policastro (5).”. Ebner, a p. 664, nella sua nota (5), postillava che la notizia era tratta da: “(5) Reg. 5, f 34, 16 marzo a. 1270, XIII = vol. III, p. 107, n. 85”. Infatti, rileggendo il vol. III della ricostruzione dei Registri Angioini, pubblicati da Riccardo Filangieri, a p. 107, il documento n. 84, del registro XIII, leggiamo: ” 86. – (‘Bartolomeo de Torraca’, “proditor”, ‘possedeva beni in Policastro, sub. dat. XVI martii XIII ind., anno 1270) (Reg. 5, f. 34).”. Riccardo Filangieri nel vol. III, a p. 107, postillava in proposito che: “Fonti: Scandone ms. in Arch.; Minieri Riccio, ms. in Arch.”. Il Filangieri, citava Francesco Scandone. Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Scandone scrisse dei poeti siciliani ai tempi di Federico II di Svevia e di suo figlio Manfredi. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un Bartolomeo “Proditor” che possedeva beni a Policastro in epoca Angioina e la notizia di un Andrea di Torraca potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”.
Nel 1 dicembre 1271, re Carlo I d’Angiò chiede una tassa per ogni paese del basso Cilento
A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino. In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. “ (1). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (5), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (5)“. Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (12) e dal Del Mercato (13), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie). Il Carucci (12), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (12), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).“. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41” e alla sua nota (3), postillava: ” V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299″. A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino, il piccolo porticciolo di Sapri, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare tanto che, Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Infatti, nel documento tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (….), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: ( riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) San Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum.” (…). Nel XIII secolo, alcuni centri del ‘basso Cilento‘ come Policastro e la baia ed il porto naturale di Sapri, subìrono notevoli danni. Infatti, Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina, datato 1271 (…), riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: (riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) San Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum 124” (…). Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse. La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. La baia naturale di Sapri, ha sempre costituito un approdo sicuro e naturale alle imbarcazioni di una certa portata ed il suo piccolo porticciolo, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri.” (1). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (5), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (…)“. Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie). Il Carucci (…), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).“. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41” e alla sua nota (3), postillava: ” V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299″.

(Fig….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Carucci (…) e citato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.
Il Carucci (…), trae il documento (…) dal Minieri-Riccio (…), che lo pubblicava a p. 41 (Fig…). Il Minieri-Riccio, nel documento (…), in questione che pubblicò nel 1852, scriveva in proposito come si può leggere nell’immagine di Fig….: “1 Dicembre. Ivi. Re Carlo ordina a Gualtiero di Collepietro Giustiziere di Principato e Terra Beneventana, di raccogliere il residuo della esazione de’ fuocolari dell’anno della 12° indizione, ed all’uopo gli manda la ‘Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita per collactionem factam de quaternis particularibus generalis subventionis ad quaternos de focolaribus pro quibus subscripte terre et loca tenentur ad rationem de augustali uno proquolibet foculari pro primo et secundo mense sub magistratu Gualterii de Collepetro Iustidiarii Principatus et Terre Beneventane in anno XII Indictionis. Le quali terre sono: Ecc…per i seguenti focolari:” ed elenca i centri con la nota (172)(…). I paesi con i relativi corrispondenti focolari registrati che riguardano le nostre terre, sono: “Cilento f. 110. on. 27 t. 15, Pisciotto f. 27. on. 6. t. 22 1/2, Alfano f. 3 t. 22 1/2, Cucculo f. 477. on. 119. t. 7 1/2, S. Severino di Cammarota f. 9. on. 2. t. 7 1/2, Cammarota (Camerota) f. 77. on. 19. t. 7 1/2, Corneto f. 2. t. 15, Tropano f. 3 t. 22 1/2, Rofrano f. 2. t. 15, Sansa f. 33. on. 8. t. 7 1/2, Padula f. 78. on. 19 t. 15, Rocca Gloriosa f. 88. on. 22., S. Giovanni a Piro f. 6. on. 1. t. 15, Policastro f. 124. on. 31.”. Poi aggiunge: “Et pro secundo mense in subscriptis terris ribelibus de prescriptis videlicet: – Policastro f. 124 ecc..” (26).

(Figg….) Stesso documento Angioino del 1271 (…), pubblicato Minieri-Riccio Camillo (…), nel suo ‘Il Regno di Carlo I d’Angiò negli anni dal 1271 ecc…’ , pp. 41 e s., dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.
Il documento Angioino (…) è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25). Il Del Mercato, (…), dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”.
(Figg….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.
Nel documento angioino, alcuni centri non vengono citati ma è chiaro che il piccolo centro costiero di Sapri che aveva il porto, rientrava nella popolazione di Policastro che non aveva un porto ma era centro demaniale o porto franco essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Il centro di Sapri e la sua popolazione, con la sua ampia baia naturale, essendo il porto o scalo marittimo di Policastro, pur non figurando nel documento angioino, aveva subito una sensibile diminuzione della popolazione e diversi danni, come è accaduto per gli altri centri. Sapri, nel XIII secolo, pur non figurando nel documento era un piccolo centro con il suo porto al servizio del centro demaniale e regio di Policastro. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300, la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. Forse a quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il ‘Portus saprorum‘ di Policastro (…).
Nel 1284 (?), Francesco Sanseverino, conte di Lauria e di Cuccaro, concesse a Tommaso Monforte di Laurito il subfeudo di Torraca
Nutro dei dubbi sulla notizia dataci da uno storico locale che ha scritto di Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, nel 1270, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici (ma io credo sulla scorta della ‘La Baronia del Cilento’ di Matteo Mazziotti), scriveva che Ruggero di Lauria appartenesse alla celebre famiglia dei Sanseverino. Il Mallamaci (…), a p. 32, in proposito scriveva che: “Nel 1270 il feudo passò nelle mani del nobile Francesco Sanseverino, conte di Lauria, che nel 1284 lo diede in subfeudo ai Laurito, in altre parole ad un certo Tommaso Monforte di Laurito. Tra questa famiglia, il personaggio più rappresentativo fu Ruggero di Lauria. Nato a Lauria il 17 gennaio 1245 e morto a Valencia, 1305, è stato uno dei più celebri ammiragli al servizio dei sovrani aragonesi. Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia, ecc…”. Dunque, in questo interessantissimo passo, il Mallamaci, a p. 32, poneva all’anno 1270 il subentro nella proprietà del feudo di Torraca a Francesco Sanseverino, Conte di Lauria e, scrive pure che questi nell’anno 1284 lo diede in ‘subfeudo’ a Tommaso Monforte di Laurito. Il Mallamaci scriveva pure che alla famiglia di Tommaso Monforte di Laurito apparteneva il celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria. Inoltre, sempre il Mallamaci, a p. 34 confermava questa notizia collegandola con la storia di Torraca e, parlando delle fortificazioni nel Golfo di Policastro ai tempi della Guerra del Vespro (1285-1302) e riferendosi al feudo di Torraca scriveva che: “Non si deve dimenticare che il feudo a cui apparteneva il castello, era in quel periodo di proprietà del già citato ammiraglio Ruggiero di Lauria della famiglia dei Sanseverino.”. Addirittura il Mallamaci afferma che Ruggero di Lauria sarebbe della famiglia dei Sanseverino. Non so dove abbia tratto il Mallamaci queste notizie su Torraca il quale non cita nessun riferiento bibliografico. Il Mallamaci, parlando del subfeudo di Torraca nel 1271 e pure l’Ebner in riferimento a Francesco Sanseverino a quale periodo si riferivano. Al 1271, ovvero a dopo la sconfitta di Corridino di Svevia e la caduta della famiglia Lancia o a subito dopo con Carlo I d’Angiò?. Sulla figura di Ruggero di Lauria e del padre Riccardo, Conti di Lauria, ho parlato ivi e innanzi. In efetti, è molto probabile che il feudo di Torraca in epoca angioina facesse parte della Contea più vasta di Lauria che comprendeva diersi casali e possedimenti. Il feudo di Torraca, nei primi anni del 1200 doveva appartenere alla famiglia Lancia, da cui proveniva Ruggero di Lauria, infatti, il padre Riccardo di Lauria, Conte di Lauria, aveva sposato Isabella Lancia. Dunque, la madre di Ruggero di Lauria era una Lancia. La celebre famiglia dei Lancia possedette i feudi e le contee della nostra zona fino alla morte di Corradino e caddero in disgrazia con l’avvento della casata angioina. Nel 1270, in seguito la sconfitta di Manfredi di Svevia a Benevento, nel Regno di Napoli, subentrò il giovane Carlo I d’Angiò. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Ruggero Sanseverino, nel 1266 partecipò valorosamente alla battaglia di Benevento contro Manfredi di Svevia e al fianco di Carlo I d’Angiò sconfisse Manfredi. Nel 1270 i Sanseverino, al tempo della dominazione Angioina divennero nuovamente potentissimi ed ebbero restituiti tutti i feudi che gli aveva confiscato Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio’. Tommaso Sanseverino, figlio di Ruggero Sanseverino divenne plenipotenziario degli Angiò nel basso Cilento e Francesco Sanseverino, conte di Lauria e feudatario di Torraca e Laurito. Dunque, l’ipotesi del Mallamaci è ancora tutta da verificare ma ha del fondamento. Il Mallamaci, parlando del subfeudo di Torraca nel 1271 e pure l’Ebner in riferimento a Francesco Sanseverino a quale periodo si riferivano. Al 1271, ovvero a dopo la sconfitta di Corridino di Svevia e la caduta della famiglia Lancia o a subito dopo con Carlo I d’Angiò?. Infatti, i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. Mi chiedo se fosse plausibile la notizia secondo cui il subfeudo di Torraca fosse passato da Francesco Sanseverino a Tommaso Monforte di Laurito nel 1284, ovvero 107 anni prima. Se le notizie contenute nei documenti “le pergamene di Laurito” pubblicate dalla Mazzoleni (…), fossero esatte, mi chiedo come fosse possibile che Biancuccia Mercadante di Torraca, fosse stata sposata a Tommaso di Monforte di Laurito 107 anni prima delle notizie che riguardavano i loro figli Antonello e Giovannella 107 anni dopo.
Nel 31 maggio 1294, il notaio Nicola di Torraca si deve recare a Napoli da re Carlo II d’Angiò
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 421 e s., in proposito scriveva che: “Il 31 maggio 1294 re Carlo elenca i nomi di alcuni capifamiglia di Roccagloriosa che devono recarsi a Napoli per prestare il giuramento di fedeltà (46).”. Ebner a p. 421, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Napoli, 31 maggio 1294. Reg. 66, ff 46 t = Carucci, cit., II, p. 381, n. 271. Si tenga presente che il giuramento di fedeltà non doveva essere prestato al re per l’avocazione al demanio dl feudo di Roccagloriosa, ma al Mansella che i vassalli si rifiutavano di prestare. Le persone che dovevano recarsi a Napoli erano: Notar Pellegrino, Giacomo de Caro, notaio Benuto Currento, notaio Nicola di Torraca, Giacomo Capoano, Francesco di Arciprete, Pacifico ecc…”. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II del ‘Codice diplomatico Salernitano etc..’, dal titolo: “La Guera del Vespro siciliano nella frontiera del Principato etc..’ a p. 381, riporta il documento n. CCLXXI, del 1284, 31 maggio, Napoli, dove egli scrive: “Carlo II ordina che parecchi cittadini di Roccagloriosa, di cui fa i nomi, si presentino a lui in Napoli, per prestare giuramento di fedeltà a Giovanni Mansella, nominato feudatario di quel paese. Incarica dell’esecuzione di questo suo mandato il giustiziere del Principato.”. Il Carucci, a p. 382, per il documento in questione postillava che esso era tratto da: “Reg. ang. n. 66, fol. 46b”. Il documento trascritto dal Carucci inizia con: “Iusticiario Principatus. Cum infrascriptis de Rocca de gloriosa ad prestandum assecurationis sacramenti Johanni Mansella de Salerno…militi, familiari nostro, cui Rocca ipsa per nostram excellentiam ecc…notarius Nicolaus de Torraca, ecc…”.
Nel 1305, Ilaria di Lauria e Enrico (“Arrigo”) Sanseverino successero nella Contea di Lauria
Lo storico locale di Lagonegro Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a p. 208 scriveva che: “Dopo di Ruggiero rattrovasi Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro, ‘Bartolomeo di Lauria’, nipote o cugino dell’Ammiraglio….A Bartolomeo di Lauria successe, nel 1350, l’unica figlia ‘Ilaria’, la quale sposò ‘Arrigo Sanseverino’ ed ereditò pure il feudo di Lagonegro, trasmettendolo al figlio o nipote ‘Gaspare Sanseverino’. Così Lagonegro passò, con la Contea di Lauria, sotto il dominio della potentissima famiglia Sanseverino, la quale possedeva in feudo, per le varie ramificazioni sue, quasi tutta la Basilicata, ed ebbe tanta parte negli avvenimenti che si succedettero per lungo tempo nel Regno.”. Non mi ritorna la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Su un sito web che ci parla della familia dei Sanseverino e delle sue ramificazione leggiamo che Enrico Sanseverino IV conte di Marsico morì nel 1314 e gli successe il figlio Tommaso III Sanseverino. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino “….sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314).”. Dunque, secondo l’Ebner, Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino a cui è legato il nome della Certosa di Padula, morì nell’anno 1314 e stessa notizia troviamo su un sito web. Non mi ritrovo con quanto scriveva il Pesce sulla successione del feudo di Lauria. Mi chiedo come potevano succedere nei feudi Ilaria di Lauria ed il marito Enrico di Sanseverino nel 1350 se Enrico Saneverino morì nell’anno 1314. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano e di Tommaso II di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Mrgherita……Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del DUca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Da wikipidia, in riferimento a Tommaso II Sanseverino leggiamo che succedette a suo padre, e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Ebbe diverse mogli e figli fra cui spicca Enrico II Sanseverino, avuto dal matrimonio con Margherita di Veldemonte (de Vaudemont) figlia del conte Enrico di Ariano, avvenuto nel 1271. Divenne conte di Marsico, barone di Sanseverino, signore di Centola, Polla e Cuccaro, ecc.., signore di Policastro dal 1305; ebbe la conferma sull’intera baronia del Cilento, Diano, Lauria, Sant’Angelo a Fasanella e Magliano Vetere, che divise tra i figli. Dunque, secondo l’Ebner, Enrico Sanseverino, nacque primogenito dalla prima moglie di Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, Margherita di Valmontone di Ariano. In seguito, sempre secondo l’Ebner, Enrico Sanseverino, sposò Ilaria di Lauria, figlia dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria che gli portò in dote 2000 once d’oro, ebbero due figli: Tommaso III Sanseverino e Ruggero Sanseverino. Dunque, secondo gli archivi Angioini, il nesso che legava la famiglia di Ruggiero di Lauria ai Sanseverino fu il matrimonio della figlia Ilaria e Enrico di Sanseverino, figlio di Tommaso di Sanseverino, che in seconde nozze nel 1302 aveva sposato Sveva, Contessa di Tricarico. Il nesso che legava i Sanseverino con i Loria o la famiglia di Ruggiero di Lauria è il matrimonio con Ilaria, figlia di Ruggiero di Lauria e Enrico di Sanseverino. Dunque, secondo Pietro Ebner (…), dal matrimonio di Ilaria di Lauria, figlia di Ruggiero di Lauria e Enrico di Sanseverino, nacque Tommaso III di Sanseverino. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel 1308, le terre di Lauria passano ad Enrico Sanseverino, IV conte di Marsico e Gran Connestabile del Regno di Napoli, che sposa la contessa Ilaria, figlia del famoso ammiraglio Ruggiero di Lauria, che conquistò fama e onori durante la guerra del Vespro. Ruggiero…..Morì nel 1305 lasciando le terre alla figlia Ilaria la quale, in un matrimonio probabilmente più d’interessi che d’amore, pensò giustamente di porre il feudo di Lauria sotto la protezione delle effigie della blasonata famiglia del marito. Da quest’unione nacquero Tommaso e Ruggiero. Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè Barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Viene nominato dal Re anche Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori, successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1333 Maria di Laurià (9), figliuola del noto ammiraglio Ruggero e moglie di Enrico Sanseverino, conestabile del regno e signore di Cuccaro, fondò il locale monastero dei Conventuali di S. Francesco. Ecc…”. Ebner a p. 523 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Sulla scia del provinciale dei Francescani, p. de Rossi, l’Antonini (p. 340) attribuisce la fondazione del monastero di Cuccaro a Ilaria di Lauria, che il Volpi (p. 56) mostra sorella e non figlia dell’ammiraglio Ruggero. Le signorie attribuite da p. Rossi (v. epigrafe in Volpi, p. 57) vanno ascritte perciò a Maria di Lauria in quanto sposa di Enrico Sanseverino (Maria avrebbe fondato sette monasteri di Conventuali francescani).”. Ebner riguardo il Volpi si riferisce a Giuseppe Volpi (…) e al suo “Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio”, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II°, epigrafe a p. 57. Giuseppe Volpi (…), a p. 56 in proposito a Tommaso Sanseverino ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula data nel 1308 ai padri Certosini, riferendosi a quel periodo, scriveva che: “E in vero che piucche molto fioriva in quel secolo la pietà cristiana; imperocchè nello stesso tempo Maria di Loria figliuola dell’Ammiraglio Roggiero, e moglie di Arrigo Sanseverino (b) Contestabile del Regno nato dal suddetto Tommaso, fondò sette Conventi per gli Frati di S. Francesco, e tra questi quello dè Conventuali di Cuccaro, nella cui Sagrestia essendone stata posta la memoria, consumata poi nel tempo, fu rinnovata dal P. Maestro dè Rossi con un’altra iscrizione, con errore da lui intitolata ad Ilaria di Loria, la quale per essere stata sorella (c), e non figliuola dell’Ammiraglio Rogiero, non ebbe alcuna di queste Signorie, che egli le atribuisce, e che furono di Maria per ragion di Arrigo Sanseverino suo marito; onde crediamo, che il P. Maestro ingannato dalla similitudine del nome, posto che la prima lettera di Maria sia stata rosa dal tempo, senz’altra diligenza fare, giudicasse Ilaria la fondatrice. L’iscrizione è la seguente.”.
Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (a) postillava che: “(a) Camillo Tutini nel libro dè Contestabili del Regno”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (b) postillava che: “(b) Filiberto Campanile nella famiglia Sanseverina, Carlo De Lellis nella famiglia Sambiase.”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (c) postillava che: “(c) Registro del Re Roberto degli anni 1326 e 1327, presso Carlo De Lellis al luogo cit.”. Dunque, questo è ciò che scrive il Volpi sulla scorta del De Lellis e del Campanile. Pietro Ebner, scriveva che l’Antonini attibuisce la fondazione del monastero di Cuccaro ad Ilaria di Lauria, figlia dell’ammiraglio Ruggero di Lauria. Giuseppe Antonini (…), a p. 340 della sua “La Lucania”, nel discorso VI, a p. 336, in proposito a Cuccaro scriveva che: “Trovasi in questa terra un ricco Monistero di PP. Francescani, edificato già dalla pietà d’Ilaria di Loria, figlia del famoso Ruggieri, siccome ne faceva fede un’iscrizione posta nel Coro di questa Chiesa, oggi ingratamente tolta via. Ci è chi ha voluto, che quell’Ilariae (I) dovesse leggersi ‘Mariae’, e verrebbe ad esser sorella, non figlia di Ruggieri, quale l’iscrizione la chiamava; oltrechè la medesima da me più volte attentamente letta, a chiari caratteri diceva ‘Ilariae’; nè ci è mancato chi ad altri ancor abbia voluto questa fondazione attribuire, come fu il P. Ridolfo Toffiano’ nella ‘Storia della Religion Serafica al lib. II. dove registra i luoghi, e Monasteri di sua Religione: Venuto alla custodia (com’essi chiamano) di Principato, così scrive: ‘Locus Cuccari, quem construxit Magister Antonius piscopus Acernanus. Extant ejus insigna in Choro’. Ma altamente in ‘Toffiani’ s’inganna, perchè in un pilastro superiore del Chiostro, oggi rinnovato, ho io letto il numero dell’anno della fabbrica MCCCXXXIII. quando il Vescovo morì nel MDX. ed oltre a ciò nell’atrio inferiore è dipinto a fresco il ritratto della medesima Ilaria fondatrice. Conservavasi con molta venerazione in una particolar cappella vicino al chiostro un considerabile pezzo del legno della Croce di Cristo nostro Signore, ed altre insigne reliquie ancora.“. L’Antonini (…) a p. 339, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Scipione Ammirato’ nella famiglia di Diano fa menzione di questa Ilaria, e la chiama vedova di Enrico Sanseverino, nipote di Ruggiieri, Conte di Marsico. ‘Filiberto Campanile’ nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”. Dunque, l’Antonini (…), cita Scipione Ammirato (…) che nel suo ‘Delle Famiglie nobili napolitane’, Firenze, 1580-1651, la chiama “vedova di Enrico Sanseverino” e poi cita pure Filiberto Campanile (…) che nel suo ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile’, edito a Napoli il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, scriveva che “nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”.
Nel 1310, Torraca, Tortorella e Policastro nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae
Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.
Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)- Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
- Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV
- Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
- Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV
Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”.
Nel 1320, la popolazione dell’Università di Torraca nel “Generalis Subventio Angioino”
Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 35, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel ‘Generalis Subventio Angioino’ del 1320 vengono riportati per ciascuna “università”, ovvero per ogni attuale comune della provincia di Salerno, i valori dell’imposta applicata in proporzione al numero dei nuclei familiari e del loro reddito. Ogni nucleo familiare rappresentava un “fuoco”. Per risalire dal dato finanziario espresso in moneta del tempo, ossia “Once”, “Tari” e “Grana” a quello del numero dei fuochi, occorre adottare un moltiplicatore pari a circa 35 grani che rappresentava la tassazione focatica per ogni nucleo familiare di un piccolo centro come il nostro paese. Poichè ogni fuoco era composto da 6 persone è possibile ricavare il numero degli abitanti. Dal predetto documento si ricava che Torraca (e quindi anche il territorio di Sapri che ne faceva parte) nel 1320 veniva tassato per 1 oncia, 27 tarì e 10 grana. Poichè: 1 Oncia = 30 Tari = 600 Grana, nel nostro caso si ha per 1.27.10 1 Oncia = 600 Grana; 27 Tari = 540 Grana; 10 Grana = 10 Grana; Tot. = 1.150 Grana. Come si è già precisato, ogni fuoco era tassato con 35 Grana, si ottiene così: 1.150: 35 =32,86, ossia circa 33 fuochi che moltiplicato per 6, otteniamo: 33 fuochi x 6 (persone per fuoco) = 198 abitanti. Da quando sopra esposto è possibile tentare una stima del totale di abitanti; aggiungendone un 10 % di quelli non considerati nella tassazione focatica, arriviamo ad un numero complessivo di circa 220 anime.”. Il prelievo dell’imposta diretta rappresenta un tassello importante della politica fiscale angioina. La generalis subventio o colletta fu formalmente richiesta come tassazione straordinaria per la difesa del Regno ; tuttavia per la frequenza dell’esazione, essa si configurò, sostanzialmente, come un vero e proprio tributo ordinario e annuale. Nel solco dei cambiamenti già apportati dalla monarchia normanno-sveva, furono i primi due sovrani angioini, Carlo I e Carlo II, a intervenire nel sistema fiscale, precisando più compiutamente le funzioni degli ufficiali preposti alla riscossione dell’imposta e le procedure legate al prelievo. Le pratiche fiscali messe in atto nel corso del XIII secolo sono state ampiamente studiate nei lavori di Romolo Caggese, Giuseppe Galasso, Jean-Marie Martin, Serena Morelli e Giovanni Vitolo. Meno note sono invece le situazioni che si vennero a creare con i sovrani successivi, i quali non intervennero in maniera significativa in ambito fiscale, ma adottarono la politica già tracciata dai loro predecessori, declinandola secondo i contesti e le contingenze. Il presente lavoro si propone, pertanto, di offrire una panoramica sulle diverse modalità di applicazione del prelievo diretto nelle ancora poco studiate periferie del regno tra XIV e XV secolo, soffermandosi in particolare sulle due province di Terra di Bari e di Terra d’Otranto, sulla scorta della documentazione offerta dai Registri ricostruiti della Cancelleria Angioina, dai Libri Rossi e dai Codici Diplomatici. Verranno presi in considerazione alcuni interessanti aspetti dell’amministrazione fiscale : le competenze degli ufficiali preposti alla riscossione ; la serrata contrattazione tra la monarchia e le università ; le concessioni di riduzioni e remissioni di una parte o dell’itera somma da versare e infine la ripartizione dell’onere fiscale all’interno delle comunità.
Nel 1300, la tassazione fiscale in epoca AngioinaRecentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Il lungo conflitto angioino aragonese ebbe come teatro di combattimento il basso Cilento, e gli effetti disastrosi si perpetueranno per diverso tempo in tutto il territorio. La stessa Policastro, ed i castelli del circondario, compreso quello di Torraca, dopo il conflito, vengono defiscalizzati in virtù delle misere condizioni i cui erano precipitati. Un dato preciso si ricava dagli archivi Vaticani, nei quali viene riportata la tassa cosiddetta dei “servizi comuni” pagata dai vescovi, infatti, negli anni successivi al conflitto la diocesi di Policastro risultava la più povera, poichè pagava appena 84 fiorini l’anno, contro i 350 di Capaccio e i 1.500 di Salerno.”.
Nell’8 agosto 1324, il “tenimentis portus Sapri” all’epoca di re Roberto d’AngiòPietro Ebner (…), parlando di Sapri in età Angioina, in proposito scriveva che: “Mancano notizie in età normanna ed angioina del villaggio e del suo approdo monopolizzato dal vicino e più importante porto di Policastro.”. Ebner, a p. 592, dice che per quanto riguarda Sapri, il ‘Cedolario’, rinvia a Policastro. Ma non è così come vedremo. Probabilmente Ebner non si era accorto dell’interesante citazione di cui stò accennando. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della colonia di Genovesi e di Bartolomeo Roveti. All’epoca Angioina, Sapri aveva un porto che doveva essere conosciuto in quanto lo ritroviamo menzionato in un documento del 1324 tratto dai Registri della Cancelleria Angioina e pubblicato da Matteo Camera, nei suoi “Annali”, nel 1860. L’antico documento (…) si riferisce ad un editto di re Roberto d’Angiò che concedeva la città di Policastro al soldato Bartolomeo Roveti, dopo l’avvenuta distruzione della città di Policastro che nel 1320 fu distrutta dalla flotta Aragonese al comando dell’ammiraglio genovese Corrado Doria. A Sapri, che in quegli anni doveva essere un piccolo villaggio marinaresco, doveva esistere un porto marittimo avendo la sua ampia baia un approdo e riparo sicuro per i vascelli che operarono durante la terribile guerra del Vespro tra gli Angioini e gli Aragonesi. La notizia di un porto a Sapri in epoca Angioina è provata e testimoniata proprio da questo documento di cui parlo. Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte il Porto di Sapri (“portus Sapri”). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 313, parlando della città di Policastro e continuando il suo racconto sull’editto di re Roberto d’Angiò che donava Policastro al milite genovese Bartolomeo Roveti (di cui ho parlato in un altro mio saggio sulla guerra del Vespro e la nostra terra all’epoca Angioina), in proposito aggiungeva e scriveva che: “Non appena fatto passaggio la nuova colonia genovese in Policastro, nacquero varie questioni petitoriali, possessoriali ecc.. su di esso territorio, alle quali re Roberto con suo editto pose termine – Rapportiamo questo altro documento storico anche inedito: “Robertus etc. Bonofiglio de Guardia militi magne nostre Magistro Rationali consiliario familiari et fideli suo gratiam etc….“. Il Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 314, trascrive il testo finale del documento: “Datum apud castrum–maris de Stabia per Iohannem Grillum de Salerno etc. anno domini MCCCXXIIII die octavo augusti VII Indictionis. Regnum nostrorum anno XVI (1).”. Re Roberto d’Angiò scriveva dal castrum di Castellammare di Stabia a Giovanni Grillo di Salerno. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ex regest. Reg. Roberti an. 1324 lit. C. fol. 22 fol. 208.”.
(Figg….) Documento del 1324, tratto dalla Cancelleria Angioina e pubblicato da Matteo Camera (…), nei suoi ‘Annali’, vol. II, pp. 313-314 per l’anno 1333 (Archivio Attanasio)
Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte “Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus etc…“. Come si può leggere dal testo in latino dell’editto di re Roberto d’Angiò (…), trascritto integralmente da Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a pp. 313-314: “Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus cum nemore magno ubi sunt venationes animalium silvestrium et glandes dossent percipi usque ad pretium sex unciarum per annum quem dictus Bonusfilius locare non potest dictis Ianuensibus nisi ex dominica jussione ad quod toliter ecc…” e, ancora: “…antiquo demanio certa tenimenta et terras que censuerunt pro certis pecuniis et victualium quantitatibus inter que est tenimentum Squisi et Portus Sapri qui locari possunt, dictum tenimentum Squisi pro unciis duabus et tenimentum portus Sapri qui locari potest annuis unciis auri quatuor petunt inde aliquid minui, ad quod taliter respondemus quod gratiose concessimus usque ad quindecim annos ad dictum vel alium consuetum censum seu pecuniam minime teneantur, ad sextum quod incipit Item terre demanii et tenimentorum prefatorum locari non possunt singulariter et divisim omnibus illis personis que apte essent ad recipiendum titulo locationis easdem eo quod persone ipse nondum venerunt omnes etc…”. Da cio che leggo si comprende che il re Roberto d’Angiò con questo editto indirizzato a Giovanni Grillo di Salerno, oltre a Policastro dona al capitano Genovese Bartolomeo Roveti anche il tenimento e porto di Sapri. Sulla notizia della colonia dei Genovesi al comando di Bartolomeo Roveti che doveva ripopolare Policastro, ha scritto il canonico Luigi Tancredi (…) che però non si accorse dell’interessante citazione di un “tenimenti e Portus Sapri”. Purtroppo questo documento angioino di Roberto d’Angiò non è stato possibile reperirlo sui registri ricostruiti da Riccardo Filangieri e pubblicati dall’Accademia Pontaniana a cura di altri autori. L’ultimo registro della Cancelleria Angioina andata distrutta e ricostruito è il n. 50 a cura di Riccardo Palmieri del 2010 che va dagli anni 1267 al 1295. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 29 e s. scrive in proposito che: “Sulla ricostruzione di Policastro abbiamo alcuni documenti nei registri angioini. Altro decreto dispone che le case e i beni degli abitanti che non tornano entro 18 mesi alle loro abitazioni di Policastro, passano in proprietà dei nuovi coloni (78). Per vent’anni nessun barone dovrà costruire casa a Policastro e gli abitanti dei dintorni devono accorrere in difesa della città, in caso di pericolo (79). Questi sono i decreti del re. Non sappiamo in che misura furono osservati nell’allegra anarchia nel regno angioino, ma la ricostruzione ci fu.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (78) postillava che: “(78) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 255, Carte nn. 22-25 (8 luglio 1324).”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (79) postillava che: “(79) Ibidem.”.
(Fig…) Foto dei primi dell’800 – “Sapri, marina”, un vecchio ‘gozzo’ dell’epoca (Archivio Attanasio)
Nel 1347, è l’anno della peste nera o bubbonica
Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel 1347, anno della “Peste nera” si ha un repentino calo degli abitanti. La terribile epidemia, a detta di molti storici, falcerà il 58 % dell’intera popolazione della Provincia di Salerno, per cui Torraca alla fine di quest’anno , potrebbe aver perso, rispetto al 1320, più della metà delle sue genti.”.
Nel 1339, la contea di Lauria con Ilaria di Lauria e Enrico Sanseverino
Da Wikipedia, alla voce “Suffeudo di Lauria” leggiamo che: “Il suffeudo comprendeva l’area del monte Sirino e i territori di Lauria, Orsomarso, Laino, Castelluccio e Trecchina, tutte zone considerate marginali rispetto agli altri possedimenti dei Sanseverino. Il suffuedo di Lauria, aveva il rango di contea, titolo normalmente attribuito solo ai feudatari cosiddetti in capite con vincolo diretto al re, mentre secondo il diritto feudale il termine suffeudo indicava il beneficio di valvassori (“vassi vassorum”) dipendenti dai Vassalli. Il conte di Lauria ebbe congiunto anche il titolo di duca di Scalea. La costituzione del suffeudo di Lauria la si deve a Vinceslao Sanseverino, che era il dodicesimo conte di Lauria. Non aveva discendenza diretta maschile ma, con l’atto di donazione del 12 febbraio 1462 di Laino, concesse il suffeudo come dote a sua figlia Luisa che sposò Barnaba Sanseverino, fratello di Roberto, principe di Salerno. Venceslao poteva come feudatario in capite costituire subfeudi, mentre solo il re poteva concedere la contea al di fuori della discendenza maschile. Con il suffeudo i beni passarono alla discendenza femminile aggirando le norme che ne impedivano la successione nei feudi e portavano alla retrocessione al demanio regio ma con la scelta di uno sposo per la figlia all’interno dello stesso casato continuava la tradizione di famiglia. Barnaba, a sua volta, pur essendo cadetto venne a svolgere un ruolo molto importante nel regno di Napoli e fu uno dei capi della congiura dei baroni.“.
Nel …….., Tommaso di Monforte di Laurito, suffeudatario di Torraca
Nel 1348, FRANCESCO SANSEVERINO, conte di Lauria concesse il suffeudo di Torraca a Tommaso di Monforte di Laurito
Verso la fine del ‘300, Torraca e Tortorella facevano parte della vasta contea di Lauria, già da tempo ai Sanseverino, conti di Marsico. Da Wikipedia apprendiamo che Francesco Sanseverino sarà conte di Lauria nel 1386. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.Dunque nella cronostassi dei feudatari di Lagonegro, il Pesce scrive che Francesco Sanseverino è feudatario di Lagonegro dal 1414 al 1427. Poi Lagonegro e la contea di Lauria gli viene tolta e la riacquista nuovamente dal 1443 fino al 1455. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca e, sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre)…….Biancuccia, vedova di Tommaso di Laurito, vendette a Matteo di Laurito, procuratore di Antonella e Giovannella di Monfortte, la metà del castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8).”. Dunque, Ebner scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito”. Si tratta di “Tommaso di Monforte di Laurito” che ebbe da Francesco Sanseverino il suffeudo di Torraca. Ebner così lo chiama sulla scorta dei documenti pubblicati dalla Mazzoleni. Dunque, secondo alcuni documenti pubblicati dalla Mazzoleni, Torraca apparteneva alla contea di Lauria e passò come suo suffeudo a Tommaso Monforte di Laurito. Infatti, Ebner, nel vol. II, parlando di Torraca, nella nota (8) postillava che: “(8) Mazzoleni cit., p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso.”. Pietro Ebner, a pp. 664-665, in proposito scriveva che: “Il 4 ottobre 1397 Luigi II d’Aragona, a richiesta di Matteo di Monforte, tutore di Giovannella e Antonello, figli del quondam Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante, gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.”. Dunque, Francesco Sanseverino, conte di Lauria, aveva lasciato in suffeudo a Tommaso Monforte di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante di Torraca, il suffeudo di Torraca, Tortorella ed alcuni beni burgensatici pertinenze di Policastro. Alla morte del “quondam” Tommaso di Monforte di Laurito, passarono alla moglie Biancuccia Mercadante. Dunque, Ebner scriveva che Biancuccia Mercadante aveva il suffeudo di Torraca, Tortorella ed altri beni burgensatici, a suo tempo concessi da Francesco Sanseverino, conte di Lauria al marito di Biancuccia, Tommaso di Monforte di Laurito. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a pp. 102-103, sulla scorta delle pergamene di ‘Laurito’ acquistate dall’ASN e pubblicate dalla Jole Mazzoleni, in proposito a p. 103, parlando di Laurito continuava a scrivere che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale poi lo ricomprò, ……Si oppose Matteo di Laurito, ecc….Tali ragioni, e le opposizioni del Sanseverino, vennero esposte nel parlamento convocato da Carlo III d’Aragona-Durazzo. Il giureconsulto Bartolomeo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione. Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo a Matteo di Laurito ricevendone cento once in carlini d’argento coe risoluzione degli obblighi feudali. Dieci anni dopo, però, il feudo era diviso in due parti, come si rileva dalla successione di Tommaso di Laurito (11).”. Ebner, a p. 103, nella nota (11) postillava che: “(11) Mazzoleni, cit., pergamene 4-5-6-7”. Era l’epoca di Carlo III d’Aragona-Durazzo. Ebner, continuando il suo racconto sui Monforte e sui Sanseverino e su Laurito, sempre sulla scorta dei documenti pubblicati dalla Mazzoleni, a p. 103, in proposito scriveva che: “Infatti, nel 1438, Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la Concessione della metà di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’. Concessione confermata da Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio (14).”. Ebner, a p. 103, nella nota (13) postillava che: “(13) Id., pergamena p. 18”. Ebner, a p. 103, nella nota (14) postillava che: “(14) Id., pergamena p. 138”. Ebner, sulla scorta dei documenti pubblicati dalla Mazzoleni scrive che: “Infatti, nel 1438, ecc..”. Era l’epoca di re Ladislao. Infatti, sempre l’Ebner, a p. 103, scriveva che: “Il 18 novembre 1404 re Ladislao separò (12) il villaggio di Laurito da Cuccaro”, che appartenevano a Francesco Sanseverino, conte di Lauria, conti di Marsico. Infatti, sempre l’Ebner, a p. 103 scriveva che: “Tale separazione, però, non esentò l’antico suffeudatario dall’obbligo della dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico.”. Su un blog tratto dalla rete leggiamo che “Nel trecento la città, che continuava a crescere in estensione, divenne Contea con i nuovi Signori, i Sanseverino. Ecc….La fase di grande benessere della città subisce un periodo di interruzione partire dal 1487: in quell’anno, infatti, Barnabò San Severino fu uno degli organizzatori della Congiura dei Barboni che, però, fu domata da re Ferdinando, il quale fece catturare ed uccidere tutti coloro che avevano preso parte alla congiura. La contea di Lauria venne confiscata ai Sanseverino cui fu riaffidata solo nel 1516.”. Vediamo ora se Ebner ci dice altre notizie su Francesco Sanseverino ed il suffeudo di Torraca. Ebner parlando di Cuccaro, nel suo vol. I ci dice che ne parla nell’altro suo testo. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 517 ci parla dello “II Stato di Cuccaro”. Ebner, a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino i Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito. E proprio ai tempi della regina Giovanna alcuni ungeresi, partigiani di re Ludovico, pare fossero stati relegati a Cuccaro sotto la custodia di Stefano Bringit, al quale venne dato in possesso il castello e terra. Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. In una pergamena da Napoli del 18 novembre 1404 si legge che re Ladislao separa il casale di Laurito dal distretto di Cuccaro, cui ‘ab antiquis temporibus’ era unito, liberando contestualmente gli uomini del casale dall’obbligo di versare a Cuccaro le prescritte sovvenzioni, collette, ecc…(11). Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario (nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ebner a p. 524 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Reg. Ang. VII, ad ann. 1390, f 5”. Ebner a p. 524 nella sua nota (11) postillava che: “(11) Mazzoleni cit., pergamena n. IV, p. 133.”. Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”.
Nel 1352 “Andrea di Castelluccia” (Mercadante), padre di “Iancuccia” (Biancuccia) Mercadante di Torraca
Da alcune ‘Pergamene di Laurito’ pubblicate dalla Jole Mazzoleni risulta che Biancuccia Mercadante, maritata a Tommaso di Monforte di Laurito era figlia di Andrea di Castelluccio. Pietro Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’Angiò re a. VII. Biancuccia figlia del fu Andrea Mercatante di Castelluccia e moglie di Antonello di Diano, nomina Maso Valente di Diano suo procuratore per vendere la metà del castello di Torraca in Principato Citra a Matteo di Laurito.” e, postillava: “Giudice a. Romano di maestro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”. Pietro Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), nel suo “Chiesa, popoli e baroni nel Cilento”, a p. 664, in proposito a Torraca scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che…… Il 19 febbraio 1391…. Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano,….(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano” e, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. La Mazzoleni (…) a p. 134, riguardo il documento n. VI (pergamena di Laurito n° 5). La Mazzoleni in proposito scriveva che: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’A. re a. VII” e, poi scriveva il seguente testo: “Biancuccia figlia del fu Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…”. La Mazzoleni per la pergamena n° 5 postillava che: “Giud. an. Romano di mastro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”. Ma chi era l’“Andrea di Castelluccia”, padre di “Iancuccia” Mercadante di Torraca che aveva sposato Tommaso di Monforte di Laurito ?. Riguardo l’Andrea di Castelluccia, citato da Ebner, doveva trattarsi di un milite al servizio della famiglia dei Sanseverino originario di Castelluccia, un casale vicino Roccadaspide. Dunque, Pietro Ebner ha scritto di Andrea di Castelluccia, padre di Iancuccia Mercadante, ovvero Andrea Mercadante di Castelluccia. Ebner (…), parlando di Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante di Torraca, scriveva che “Andree de Castelluccia” risultava “quondam”, ovvero egli fu, ovvero era Andrea Mercadante di Castelluccia era morto. Dunque, siccome la pergamena a cui si riferiva la Mazzoleni è del 1391, significa che nel 1391 Andrea Mercadante di Castelluccia era già morto nel 1391. Ma quando è morto il padre di Biancuccia Mercadante ?. Riguardo il ‘quondam’ Andrea di Castelluccia (Castelluccio), la Mazzoleni, riportava n° 2 pergamene di Laurito che ne parlano. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito.”. Ebner (…), come ho già detto, traeva questa notizia da alcune pergamene dette di Laurito pubblicate da Jole Mazzoleni. La Mazzoleni (…), a p. 132, pubblicava le pergamene n° 2 e n. 3, e in proposito scriveva che: “II (1352) 1° novembre, VI – Diano.“di cui il testo scritto è il seguente: “Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, ordina ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, di accertare ecc..ecc…”. La Mazzoleni a p. 132 postillava che: “Transuntato il 1352, 6 novembre VI Laurito. Perg. n° 2.”. Dunque, secondo il documento pubblicato dalla Mazzoleni (…), risulta che nel 1352 Andrea di Castelluccia era Giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota ai tempi di Tommaso II Sanseverino feudatario del basso Cilento. Dunque, se come risulta dalla pergamena n° 2 risulta che nell’anno 1352 Andrea Mercadante di Castelluccia aveva ricevuto un ordine da Tommaso II Sanseverino, vuol dire che egli morirà molto più tardi e che nell’anno 1352 egli ricopriva a pieno titolo le cariche attribuitegli dal Sanseverino. Dal documento pubblicato dalla Mazzoleni (…), risulta che Andrea di Castelluccia nel 1352 risultava Giustiziere e vicario della terra di Cuccaro. Se, come scrive la Mazzoleni (…), sulla scorta di un documento tratto dalla Cancelleria Angioina, Andrea di Castelluccia, nel 1352 (epoca di Carlo II d’Angiò) era “giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, ….”, dobbiamo riferirci all’epoca del 1352, all’epoca di Tommaso II Sanseverino. Per saperne di più, guardiamo all’epoca dell’anno 1352, ai tempi di Tommaso II Sanseverino se risultano notizie intorno alla figura del milite Andrea Mercadante padre di Biancuccia nella baronia di Laurito, e nelle terre o casali di Cuccaro e di S. Severino di Camerota. Riguardo il casale di “Castelluccia”, ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p. 261 del vol. I. Ebner in proposito scriveva che: “Castelluccia (fino al 1863, odierno Castelcivita). Già nell’ottobre del 1117 è menzione ‘del loco Castelluczo’, più tardi (settembre 1157) di ‘habitantes ubi Castelluctium dicitur’. Ne è notizia ancora in una concessione enfiteutica dell’agosto 1257. Dai ‘Reg. ang.’ risulta che avesse occultato sei fuochi per un’oncia e mezza. Fu sempre dei Sanseverino di Cilento. Avocato al fisco per fellonia dei Sanseverino, fu poi concesso da re Federico a Giovanni di Cardona. Nei suoi pressi le rovine di Pantuliano.”. Dunque, Ebner scrive che questo casale oggi corriponde all’odierno Castelcivita, un comune vicino Roccadaspide. Situato alle pendici meridionali degli Alburni e a nord-est del territorio cilentano, sorge su uno sperone naturale, con case a cascata, a 587 m sul livello del mare. Castelcivita è un nome recente: infatti, come molti paesi della Campania costruiti sull’alto di qualche montagna e poi distrutti, ha subito varie denominazioni. È indicato già in un documento del 1171, come in quelli angioini aragonesi, con il nome di Castelluccia, ad indicare l’originario Castella, piccola piazzaforte, del periodo romano. Si pensa che la recinzione totale di Castelcivita sia opera di Pandolfo di Fasanella, gran feudatario, il quale la fece costruire per ordine di Carlo I d’Angiò. Sul casale di Castelluccia ha scritto Pietro Ebner nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, dove a p. 670 del vol. I, in proposito all’epoca di Andrea Mercadante e a Federico II di Svevia scriveva che: “Da una disposizione reale, risalente forse alla stessa di Federico II circa i casali tenuti a contribuire alla manutenzione di alcuni castelli, risulta che era signore “castri Castelluccia” Erberto d’Orleans (4)”. Ebner nella nota (4) postillava che: “(4) Reg. 21, f 179 t = vol. XI, p. 76, n. 252 (Rex mandat ne homines etc..)”. Ebner riguardo la sua nota postillava e si riferiva al vol. XI della Ricostruzione dei Registri Angioini pubblicati da Riccardo Filngieri (…). Devo precisare che il personaggio di cui tratto, il milite ‘Andrea di Castelluccia’, padre di Biancuccia Mercadante, dunque probabilmente Andrea Mercadante di Castelluccia (oggi Castelcivita), ha vissuto in epoca angioina. Riguardo il castello ed il casale di S. Severino di Camerota, leggendo il vol. II del ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’ di Pietro Ebner a p. 544, non troviamo nessuna notizia circa il giustiziere della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e di S. Severino, Andrea di Castelluccia, ma troviamo conferma che il feudo era sotto Tommaso II Sanseverino e forse posseduto da Girolamo di Morra il quale lo vendette ad Annibale Antonini.
Nel 1 novembre 1352, “Andrea di Castelluccia” (Mercadante), padre di “Iancuccia” (Biancuccia) Mercadante di Torraca è Giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e di S. Severino di Camerota
Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino i Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito. E proprio ai tempi della regina Giovanna alcuni ungeresi, partigiani di re Ludovico, pare fossero stati relegati a Cuccaro sotto la custodia di Stefano Bringit, al quale venne dato in possesso il castello e terra. Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario (nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Da alcune ‘Pergamene di Laurito’ pubblicate dalla Jole Mazzoleni risulta che Biancuccia Mercadante, maritata a Tommaso di Monforte di Laurito era figlia di Andrea di Castelluccio. Riguardo il ‘quondam’ Andrea di Castelluccia (Castelluccio), la Mazzoleni (…), riportava n° 2 pergamene di Laurito che ne parlano. La Mazzoleni (…), a p. 132, pubblicava le pergamene n° 2 e n. 3, e in proposito scriveva che: “II (1352) 1° novembre, VI – Diano.“ di cui il testo scritto è il seguente: “Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, ordina ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, di accertare ecc..ecc…”. La Mazzoleni a p. 132 postillava che: “Transuntato il 1352, 6 novembre VI Laurito. Perg. n° 2.”. Riguardo al milite Andrea Mercadante di Castelluccia ho già scritto.
Nel 1373, Biancuccia (“Iancuccia”) Mercadante, figlia di “Andree de Castelluccia” ( Andrea Mercadante di Castelluccia), Giustiziere e vicario della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e di S. Severino di Camerota
“Iancuccia” o Biancuccia Mercadante di Torraca, era figlia di “Andree de Castelluccia” (Andrea Mercadante di Castelluccia), Giustiziere e Vicario della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota nell’anno 1352, quando secondo una pergamena pubblicata dalla Mazzoleni, risulta avere ricevuto un ordine da Tommaso II Sanseverino. Sempre secondo alcune ‘pergamene di Laurito’, nel 1390 fu rogato il testamento del suo primo marito Tommaso di Monforte di Laurito a favore dei figli Antonello e Giovannella ancora minori. Dalle pergamene pubblicate dalla Mazzoleni non si evince la data in cui Tommaso di Monforte di Laurito aveva sposato Biancuccia Mercadante ma possiamo dedurla dal testamento del 1390. Infatti, presumibilmente la data del matrimonio risale all’anno 1373, ovvero 17 anni prima che il padre dei due pupilli, anno 1390, fece testamento prima di morire. Sappiamo sempre dalle pergamene di Laurito che, Biancuccia Mercadante di Torraca, dopo la morte del marito Tommaso di Monforte di Laurito, avvenuta presumibilmente dopo aver fatto testamento nell’anno 1390, si risposò nuovamente con Antonio Pellegrino di Diano (Teggiano). Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Riguardo i beni mobili ed immobili lasciati nel testastamento da Tommaso di Monforte di Laurito ai due figli Antonello e Giovannella ed alla prima moglie Biancuccia Mercadante, madre dei due ragazzi minorenni, la cui tutela fu afidata al loro zio Matteo di Monforte cugino di Tommaso, la Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “….le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, ecc…” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”. Riguardo l’origine di “Iancuccia” o Biancuccia Mercadante di Torraca, scriviamo sulla scorta di alcune pergamene di Laurito, cosiddette e pubblicate dalla Jole Mazzoleni (…). Jole Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “…..marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, ecc…”. La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che…… Il 19 febbraio 1391…. Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano,….”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano” e, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. La Mazzoleni (…) a p. 134, riguardo il documento n. VI (pergamena di Laurito n° 5). La Mazzoleni in proposito scriveva che: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’A. re a. VII” e, poi scriveva il seguente testo: “Biancuccia figlia del fu Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…”. La Mazzoleni per la pergamena n° 5 postillava che: “Giud. an. Romano di mastro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”. Dunque, dalle Pergamene di Laurito pubblicate dalla Jole Mazzoleni risulta che Biancuccia Mercadante, maritata a Tommaso di Monforte di Laurito era figlia di Andrea Mercadante di Castelluccia, un casale vicino Roccadaspide. Riguardo il ‘quondam’ Andrea di Castelluccia (Castelluccio), la Mazzoleni, riportava n° 2 pergamene di Laurito che ne parlano. La Mazzoleni (…), a p. 132, pubblicava le pergamene n° 2 e n. 3, e in proposito scriveva che: “II (1352) 1° novembre, VI – Diano.” di cui il testo scritto è il seguente: “Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, ordina ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, di accertare ecc..ecc…”. La Mazzoleni a p. 132 postillava che: “Transuntato il 1352, 6 novembre VI Laurito. Perg. n° 2.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1333 Maria di Laurià (9), figliuola del noto ammiraglio Ruggero e moglie di Enrico Sanseverino, conestabile del regno e signore di Cuccaro, fondò il locale monastero dei Conventuali di S. Francesco. Ecc…”. Ebner a p. 523 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Sulla scia del provinciale dei Francescani, p. de Rossi, l’Antonini (p. 340) attribuisce la fondazione del monastero di Cuccaro a Ilaria di Lauria, che il Volpi (p. 56) mostra sorella e non figlia dell’ammiraglio Ruggero. Le signorie attribuite da p. Rossi (v. epigrafe in Volpi, p. 57) vanno ascritte perciò a Maria di Lauria in quanto sposa di Enrico Sanseverino (Maria avrebbe fondato sette monasteri di Conventuali francescani).”. Poi Ebner sempre a p. 523 scriveva pure che: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia giustiziere e vicario della baronia di Laurito di accertare ecc…ecc…”. Ebner, a p. 524 scriveva che: “Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria.”.
Nel 1373 (?), Tommaso Monforte di Laurito sposò “Iancuccia” Biancuccia Mercadante
“Iancuccia” o Biancuccia Mercadante di Torraca, era figlia di “Andree de Castelluccia” (Andrea Mercadante di Castelluccia), Giustiziere e Vicario della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota nell’anno 1352, quando secondo una pergamena pubblicata dalla Mazzoleni, risulta avere ricevuto un ordine da Tommaso II Sanseverino. Sempre secondo alcune ‘pergamene di Laurito’, nel 1390 fu rogato il testamento del suo primo marito Tommaso di Monforte di Laurito a favore dei figli Antonello e Giovannella ancora minori. Dalle pergamene pubblicate dalla Mazzoleni non si evince la data in cui Tommaso di Monforte di Laurito aveva sposato Biancuccia Mercadante ma possiamo dedurla dal testamento del 1390. Infatti, presumibilmente la data del matrimonio risale all’anno 1373, ovvero 17 anni prima che il padre dei due pupilli, anno 1390, fece testamento prima di morire. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito ecc….(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Jole Mazzoleni (…), a p. 127, riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figliuoli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: “….come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, ecc…(2).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Nel documento n° V presentato dalla Mazzoleni (…), a p. ……(pergamena n° 4), ella scriveva che: “V 1390, 28 settembre, XIV Laurito – Ludovico II d’A. re a. VI”, e poi ella scriveva che: “Tommaso Monforte, signore di Laurito, fa testamento e nomina suoi eredi i figli Antonello e Giovannella ecc…”. La Mazzoleni per la pergamena n° 4 postillava che: “Giud. an. Ruggero di Leonardo di Calogna di Laurito not. Giovanni di not. Angelo di Cuccaro. Perag. n° 4.”. Ma quando Tommaso di Monforte di Lauito avesse sposato Biancuccia non ci è dato sapere. Nè sapiamo quando, dopo la morte di Tommaso di Monforte di Laurito, Biancuccia, si risposò con Antonio Pellegrino di Diano.Di sicuro possiamo dire che, se come è vero che il testamento di Tommaso Monforte di Laurito era stato rogato nel 1390, prima che lui morisse e, che dallo stesso testamento risulta che i suoi due figli e di Biancuccia, Antonello e Giovannella erano stati lasciati alla tutela del cugino Matteo, vuol dire che essi erano ancora minorenni e quindi possiamo far risalire il matrimonio tra Tommaso di Monforte di Laurito e Biancuccia Mercadante a 17 anni prima ovvero al 1373 circa. Chi era questo Tommaso di Monforte di Laurito, citato da Ebner e nelle ‘Pergamene di Laurito’ pubblicate dalla Mazzoleni ?. Era il primo marito di “Iancuccia” Biancuccia Mercadante di Torraca. Dunque, secondo alcune pergamene pubblicate dalla Jole Mazzoleni, si evince che nel 1390, Tommaso di Monforte di Laurito, prima di morire lasciando vedova sua moglie Biancuccia Mercadante di Torraca, fa testamento a favore dei suoi due figli e della moglie. Riguardo i Monforte di Laurito, la Mazzoleni in “Notizie per la storia di Laurito e della Famiglia Monforte (1344-1770)”, in R.S.S., in roposito scriveva che: “Nel 1344 (2) i Signori del casale si chiamano ancora di Laurito nelle persone di Ruggero e del nipote Iaquinuccio, mentre nel 1352 i Monforte sono già indicati onomasticamente come feudatari, con Giovanni Monforte detto di Laurito, che tiene il casale in feudo nobile per metà del servizio militare, e a cui si rivolge Tommaso Sanseverino, (3) conte di Marsico per stabilire i contributi finanziari ai quali è obbligato il subfeudo. La morte di Giovanni, avvenuta nel 1381, provoca delle discordie tra Matteo di Monforte, suo fratello, che governa il feudo per le ragioni che ora spiegheremo, e Francesco Sanseverino, conte di Lauria.”. Sui Monforte di Laurito Pietro Ebner riporta la stessa notizia a p. 339, vol. II, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta di Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, a p. 102, parlando di Laurito, in proposito alle origini dei Monforte in proposito scriveva che: “Da un altro ‘Registro’ (7) si apprende che nel 1336 un ramo della famiglia Monforte si era trasferito a Laurito”. Tommaso Monforte di Laurito, nel 1344, era il feudatario di Laurito un piccolo centro del basso Cilento nella Diocesi di Capaccio. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito. E proprio ai tempi della regina Giovanna alcuni ungeresi, partigiani di re Ludovico, pare fossero stati relegati a Cuccaro sotto la custodia di Stefano Bringit, al quale venne dato in possesso il castello e terra. Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario (nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)“. Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, sulla scorta delle pergamene di Laurito’ acquistate dall’ASN e pubblicate dalla Jole Mazzoleni, in proposito a p. 103, parlando di Laurito continuava a scrivere che: “Nel 1348 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione della metà di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’. Concessione confermata da Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio (14). Il 30 aprile del 1407 Nicola di Monforte alias di Laurito, signore dell’altra metà si divesero un ‘hospicium’ posseduto in comune “in platea pubblica” (15). Il 17 novembre del 1414 Giovanna II ordinò (16) al nobile Corrado Curialis di S. Severino d’immettere Guglielmo di S. Barbaro di Sanseverino nel possesso della metà del casale di Laurito vendutogli con regio assenso da Masello di Laurito, tutore di Mazeo e Giacomo di Laurito per 70 once da devolvere a soddisfare i diritti dotali della madre (Perna Bigotta di Sala) dei predetti pupilli e di far prestare l’omaggio dovuto dai vassalli al suddetto Guglielmo Barbato. Infatti, l’8 dicembre 1414 (17), presente Corrado Curialis di Sanseverino, i capifamiglia della metà di Laurito spettantegli prestarono la dovuta ‘asseciratio’ al nuovo feudatario. Nel 1427 Giovanna II confermò ai capifamiglia la separazione di Laurito da Cuccaro (18).”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (16) postillava che: “(16) VIII, Napoli = Mazzoleni cit., pergamena n. 17, p. 137.”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Mazzoleni, cit., pergamena n. 18, VIII, Laurito, giudice ‘ydiota’ Giacomo di Stabile di Laurito e notaio Benuto di not. Prisciano di Rocca Gloriosa. ‘Nomina vero et cognomina ipsorum vassallorum et hominum ipsius terre sive casalis Lauriti sunt hec videlicet: Ntarius Cirillus de Porta tam nimine ecc…”. Ebner (…), riguardo le ‘pergamene di Laurito’, a p. 102, del vol. II, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Mazzoleni, pergamene 4-5-6-7.”. Riguardo le “Pergamene di Laurito”, conservate all’Archivio di Stato di Napoli e, da cui l’Ebner ha tratto l’interessante notizia che riguarda pure il feudo di Torraca, ne parla la Jole Mazzoleni (…) a p. 126 nel testo ‘Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), pubblicato nella rivista ‘Rasssegna Storica Salernitana’, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s., Anno XII, N. 1-4, gennaio-dicembre 1951, a p. 126. La Mazzoleni ne parla anche nel testo ‘Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630)’ acquistate anni fa dall’ASN, che stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol . 12, 1951, pp. 126-140. La Mazzoleni (…) a p. 126, in proposito scriveva che: “Il recente acquisto di un gruppo di 22 pergamene dei secoli XIV-XVII, fatto dall’Archivio di Stato di Napoli, ci permette di offrire alcuni particolari interessanti Laurito, piccolo centro del Salernitano, in diocesi di Capaccio, e la sua storia feudale prima come suffeudo concesso dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria ai Monforte, indi come ducato autonomo di questi ultimi. Dal contenuto dei singoli documenti di cui riportiamo un ampio regesto, si rileva anzitutto l’ininterrotto rapporto di dipendenza dai Monforte dai Sanseverino come suffeudatari fino al secolo XVII. Ecc..”. Dunque, la prima cosa che devo dire è che Tommaso (“di” dice Ebner) Monforte di Laurito e Tommaso Sanseverino e Francesco Sanseverino sono tre persone diverse. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a p. 524, in proposito scriveva che: “Francesco Sanseverino, conte di Lauria e Signore di Cuccaro conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis’ (12).”. Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni a p. 138 riportando la pergamena n….. (documento suo n. XX) in proposito scriveva che: “XX. 1438, 24 ottobre, II , Rocca Gloriosa.” e, postilava che: “Trans. il 1454, 1° gennaio (v. n. 21). Perg. n° 15.”.
Nel 1381, Matteo di Monforte di Laurito, zio e tutore degli eredi Antonello e Giovannella figli di Tommaso Monforte, ebbe riconosciuti i diritti sul feudo di Laurito ed il suffeudo di Torraca dal giurista Arcamone nella causa davanti al parlamento di Carlo III d’Aragona-Durazzo
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 103, parlando di Laurito, sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito scriveva che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale poi lo ricomprò, asserendo: che alla morte di Giovanni di Laurito era già premorto il primogenito Antonio, che essendo incapace il secondogenito Giovanni Nicola, e morto in età infantile il terzogenito Giovannello, non vi era a chi assegnare il suffeudo. Si oppose Matteo di Laurito, il quale richiamandosi all’infeudamento ‘iure langobardarum’ del feudo affermò che esso doveva essere assegnato a lui quale zio paterno. Tali ragioni, per le oposizioni del Sanseverino, vennero esposte nel parlamento da Carlo III d’Aragona-Durazzo. Il giureconsulto Bartolomeo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione.”.
(Fig…) Mazzoleni, p. 132, pergamena n° 3, anno 1381
Carlo d’Angiò-Durazzo, figlio di Luigi, III duca di Durazzo, e di Margherita Sanseverino, fu re di Napoli con il nome di Carlo III, dal 1382, e re d’Ungheria con il nome di Carlo II detto il Breve, dal 1385. La Mazzoleni in “Notizie per la storia di Laurito e della Famiglia Monforte (1344-1770)”, in R.S.S., in roposito scriveva che: “La morte di Giovanni, avvenuta nel 1381, provoca delle discordie tra Matteo di Monforte, suo fratello, che governa il feudo per le ragioni che ora spiegheremo, e Francesco Sanseverino, conte di Lauria.”. Dunque, dalle ‘Pergamene di Laurito‘ sappiamo che nel 1381, dopo la morte di suo fratello Giovanni di Monforte di Laurito, Matteo di Monforte di Laurito, cugino del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, governava sul feudo e la Baronia di Laurito. La Mazzoleni, scriveva “per le ragioni che ora spiegheremo..”. La Mazzoleni, spiega che dopo la morte di Giovanni Monforte, poichè i due suoi figli, Antonio era morto e Giovanni Nicola era stato ritenuto incapace e pure il suo figlio Giovannello era morto, Francesco Sanseverino si era ripreso il feudo di Laurito e l’aveva donato al fratello Luigi per poi ricomprarlo di nuovo. Matteo di Monforte nella sua qualità di zio paterno dei mancati feudatari legittimi, si oppose ed ebbe riconosciuti i diritti nella successione del casale dal giurista Bartolomeo Arcamone. La Mazzoleni, sulla scorta delle ‘Pergamene di Laurito’ scriveva che nel 1381 morì Giovanni Monforte feudatario di Laurito e suo fratello Matteo Monforte cade in discordia con il conte di Lauria, Francesco Sanseverino, feudatario di Laurito. Dunque, secondo Pietro Ebner, sulla scorta delle pergamene di Laurito pubblicate dalla Mazzoleni, dopo il 1381, quando Francesco Sanseverino si riprese il feudo di Laurito, Matteo di Monforte di Laurito, zio paterno dei due eredi di Tommaso di Monforte, Antonio e Giovannella, si oppose e si adirò alla corte di Carlo III d’Aragona-Durazzo dal quale ottenne la Sentenza di Bartolomeo Arcamone che gli riconobbe i diritti di successione sul feudo di Laurito. Infatti, la Mazzoleni, scrive pure che dopo la sentenza emessa dal giurista Bartolomeo Arcamone. Pietro Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. La Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che: “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.“.
Nel 1381, Francesco Sanseverino cedette il feudo di Laurito a Matteo di MonfortePietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 103, parlando di Laurito, sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito scriveva che: “Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo a Matteo di Laurito ricevendone cento once d’oro in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Dieci anni dopo, però, il feudo era diviso in due parti, come si rileva dalla successione di Tommaso di Laurito (11).”. Ebner a p. 103, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Mazzoleni, cit., pergamene 4-5-6-7”.
(Fig…) Mazzoleni, p. 132, pergamena n° 3, anno 1381
Nel 1387, FRANCESCO SANSEVERINO, figlio secondogenito di Tommaso III e della sua seconda moglie, alla morte di Tommaso IV figlio del fratello Antonio divenne Conte di Lauria e di Lagonegro
Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino “….sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc…ecc…”. Dunque, secondo l’Ebner, Tommaso III Sanseverino era figlio primogenito di Enrico (“Arrigo”) Sanseverino e di Ilaria di Lauria. Secondo l’Ebner, alla morte di Enrico (“Arrigo”) Sanseverino nel 1314, suo figlio Tommaso III Sanseverino gli successe nei feudi tra cui quello di Teggiano (e di Lauria ?), essendo pure figlio di Ilaria di Lauria. Dopo il primo matrimonio, Tommaso III Sanseverino, sposò Margherita Clignetta di Caiazzo da cui ebbe i due figli Antonio, Francesco poi conte di Lauria e, Luisa. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina e del periodo di successione alla morte di Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano. A Roberto spetta, come da conferma rilasciata due secoli dopo da Luigi XII a Blois nel 1505, insieme a ‘Capaccio’, le terre di ‘Totorella, Trementana, Magliano, Laurino, La Palude (Padula), Montesano, Casalnuovo, Lanza, Lo Tito, Gazanello, La Scalea, Lagonegro, Ravello, Verbicaro e Lo Sasso (35). Nel 1395 Francesco Sanseverino, secondogenito di Tommaso che aveva sposato nel 1350 Caterina dei conti di Celano, diventa il 1° Conte di Lauria.”. Nicola Montesano (…), a p. 22, nella sua nota (35) in proposito postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Dunque, Nicola Montesano, parlando di Casaletto Spartano, scriveva che nel 1395 Francesco Sanseverino, figlio secondogenito di Tommaso Sanseverino II, nel 1350 aveva sposato Caterina dei Conti di Celano. Chi era Francesco Sanseverino ?. Chi erano i Monforte di Laurito ? Tommaso Sanseverino aveva avuto un figlio, Enrico Sanseverino a cui Roberto d’Angiò assegnò la baronia del Cilento e la Contea di Marsico (1) (dal Gatta, ‘Memorie della Lucania’, etc.., p. 162), ma morì presto a soli 21 anni. Matteo Mazziotti (…) in proposito, nella sua “La Baronia del Cilento etc…”, nel suo cap. VII, dopo aver detto della Baronia del Cilento ai tempi delle guerre tra re Ladislao e Luigi, prima a p. 136 e p. 144 parlando della discendenza di alcuni dei Sanseverino, in proposito scriveva che: “A lui successe nella corona di Marsico che nella contea del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della morte, avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno. (p. 144) VIII. – Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile. Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina. tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsini contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2).”. Il Mazziotti, parlando dei quatro figli tra cui Luigi Sanseverino e del secondogenito Francesco, si riferiva al loro padre Tommaso IV di Sanseverino che Ebner scrive essere morto non prima del 20 luglio 1387 e che a lui gli successe il figlio primogenito Luigi Sanseverino. Il Mazziotti, a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(1-2) – Ventimiglia, Difesa storico-diplomatica’, a p. 179 nota a. e poi ancora Ventimiglia, op. cit., pag. 180.”. Il Mazziotti si riferiva all’opera di Mariano Ventimiglia, Difese storico-diplomatico-legale della giurisdizione civile del monastero di SS. Trinità della Cava nel feudo di Tramutola, Napoli, 1881. Scrive sempre il Mazziotti riferendosi ai tempi delle lotte tra Luigi d’Angiò ed il futuro re Ladislao, cita un episodio in cui re Ladislao fece prigionieri divesi dignitari dei Sanseverino che avevano patteggiato per Luigi II d’Angiò ai tempi del 1389 e in proposito scriveva che: “…..Ladislao intanto, …Altri dei Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti, a p. 145, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania, pag. 176; Racioppi, op. cit., vol. V, pag. 188.”. Riguardo il Racioppi citato dal Mazziotti, egli, nella sua opera “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta (…), nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a p. 163, parlando di Ugo Sanseverino di Chiaromonte figlio di “Giacopo” Sanseverino, figlio di Enrico Sanseverino e di Ilaria di Lauria, in proposito scriveva che:
Dunque, secondo il Mazziotti, Tommaso IV di Sanseverino morì nel 1387 lasciando quattro figli minorenni, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsini contessa di Marsico e di S. Severino. Dunque, forse si tratta del Francesco Sanseverino secondogenito di Tommaso III di Sanseverino. Dunque, secondo il Mazziotti, questo Francesco Sanseverino, conte di Lauria doveva essere il conte di Lauria che si era salvato dalla sua ribellione contro Re Ladislao Durazzo. Infatti, Carlo Pesce (…), a p. 209, parlando di Lagonegro, si ricollega alla ricostruzione storica del Summonte e del Mazziotti, riguardo il feudatario conte di Lauria ai tempi di Re Ladislao ed alla ribellione avvenuta. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, secondo il Pesce, ai tempi di Re Ladislao, nel 1403, il conte di Lauria era Gaspare Sanseverino. Non mi ritorna la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Altre interessanti notizie sul Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, le ritroviamo nelle cosiddette “Pergamene di Laurito”. Riguardo le “Pergamene di Laurito”, conservate all’Archivio di Stato di Napoli e, da cui l’Ebner ha tratto l’interessante notizia che riguarda pure il feudo di Torraca, ne parla la Jole Mazzoleni (…) a p. 126 nel testo ‘Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770)’, pubblicato nella rivista ‘Rasssegna Storica Salernitana’, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s., Anno XII, N. 1-4, gennaio-dicembre 1951, a p. 126 e s., riporta i testi trascritti delle pergamene acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli nel ‘Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630)’, da p.132 e s. La Mazzoleni (…) a p. 126, in proposito scriveva che: “Il recente acquisto di un gruppo di 22 pergamene dei secoli XIV-XVII, fatto dall’Archivio di Stato di Napoli, ci permette di offrire alcuni particolari interessanti Laurito, piccolo centro del Salernitano, in diocesi di Capaccio, e la sua storia feudale prima come suffeudo concesso dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria ai Monforte, indi come ducato autonomo di questi ultimi. Dal contenuto dei singoli documenti di cui riportiamo un ampio regesto, si rileva anzitutto l’ininterrotto rapporto di dipendenza dai Monforte dai Sanseverino come suffeudatari fino al secolo XVII. Ecc..”. Dunque, in questo passo, la Mazzoleni, scriveva che il piccolo centro di Laurito venne concesso ai Monforte dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria. Dalle pergamene di Laurito acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli e poi pubblicate dalla Mazzoleni, si può ricostruire i passaggi feudali ai Sanseverino fino al secolo XVII, ed in particolare sulla figura di Francesco Sanseverino, secondogenito di Tommaso II Sanseverino morto nel 1350. La Mazzoleni (…), nel suo saggio sulle ‘pergamene di Laurito’ continuando il suo racconto scriveva che: “La morte di Giovanni Monforte detto di Laurito, avvenuta nel 1381, provoca delle discordie tra Matteo di Monforte, suo fratello, che governa il feudo per le ragioni che ora spiegheremo, e Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Ecc..”. La Jole Mazzoleni, nel suo saggio ricostruisce alcuni passaggi feudali riguardo i Monforte di Laurino e Francesco Sanseverino, Conte di Lauria. Ebner, a p. 102, parlando di Laurito, scrive pure che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, Conte di Lauria e signore di Cuccaro, si riprese il villaggio di Laurito, concedendolo al fratello Luigi, dal quale poi lo ricomprò, asserendo: che alla morte di Giovanni di Laurito era già premorto il primogenito Antonio, che essendo incapace il secondogenito Giovanni Nicola e morto in età infantile il terzogenito Giovannello, non vi era a chi assegnare il suffeudo. Si oppose Matteo di Laurito, il quale richiamandosi all’infeudamento ‘iure langobardorum’ del feudo affermò che esso doveva essere assegnato a lui quale zio paterno. Tali ragioni, e le opposizioni del Sanseverino, vennero esposte nel parlamento convocato da Carlo III d’Aragona-Durazzo e, quindi con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo a Matteo di Laurito ricevendone cento oncie in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Dieci anni dopo, però, il feudo di Laurito era diviso in due parti, come si rileva dalla successione di Tommaso di Laurito (11). Il giureconsulto Bartolomeo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione (11).”. Ebner, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Mazzoleni, pergamene 4-5-6-7.”. Dunque, sulla scorta di alcuni documenti pubblicati dalla Jole Mazzoleni (…), il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, Conte di Lauria, che concesse in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito. Scrive ancora la Mazzoleni, a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “Il Sanseverino, anzi, con il consenso della moglie Caterina di Celano, glielo dona ricevendone ecc… (1). Dieci anni dopo il feudo è diviso in due parti e l’amministrazione feudale è frazionata in due rami dei Monforte, come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Di Francesco Sanseverino ha scritto anche Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, che, parlando di Laurito (un villaggio unito a Cuccaro e da non confondere con Laurino), a p. 102, scriveva di Francesco Sanseverino, Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro (forse), scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre)….”. Ebner (…), sempre sulla scorta dei registri Angioini, a p. 664, del suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, parlando di Torraca, riferisce che il Feudo di Torraca, e quindi, anche il territorio Saprese ed il suo “Porto”, appartenessero al “feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre). Ecc…“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Ebner, nella sua nota (7), postillava che la notizia era tratta da p. 134 dell’opera citata di Jole Mazzoleni (…), che pubblicò le Pergamene di Laurito. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, sulla scorta delle pergamene di Laurito’ acquistate dall’ASN e pubblicate dalla Jole Mazzoleni, in proposito a p. 103, parlando di Laurito continuava a scrivere che: “Nel 1348 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione della metà di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’. Concessione confermata da Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio (14). Il 30 aprile del 1407 Nicola di Monforte alias di Laurito, signore dell’altra metà si divesero un ‘hospicium’ posseduto in comune “in platea pubblica” (15). Il 17 novembre del 1414 Giovanna II ordinò (16) al nobile Corrado Curialis di S. Severino d’immettere Guglielmo di S. Barbaro di Sanseverino nel possesso della metà del casale di Laurito vendutogli con regio assenso da Masello di Laurito, tutore di Mazeo e Giacomo di Laurito per 70 once da devolvere a soddisfare i diritti dotali della madre (Perna Bigotta di Sala) dei predetti pupilli e di far prestare l’omaggio dovuto dai vassalli al suddetto Guglielmo Barbato. Infatti, l’8 dicembre 1414 (17), presente Corrado Curialis di Sanseverino, i capifamiglia della metà di Laurito spettantegli prestarono la dovuta ‘asseciratio’ al nuovo feudatario. Nel 1427 Giovanna II confermò ai capifamiglia la separazione di Laurito da Cuccaro (18).”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (16) postillava che: “(16) VIII, Napoli = Mazzoleni cit., pergamena n. 17, p. 137.”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Mazzoleni, cit., pergamena n. 18, VIII, Laurito, giudice ‘ydiota’ Giacomo di Stabile di Laurito e notaio Benuto di not. Prisciano di Rocca Gloriosa. ‘Nomina vero et cognomina ipsorum vassallorum et hominum ipsius terre sive casalis Lauriti sunt hec videlicet: Notarius Cirillus de Porta tam nimine ecc…”. Nel 1397 la Contea di Policastro passò alla famiglia Sanseverino, cui si deve la ricostruzione del castello e delle mura portata a termine nel 1455, come documenta un altorilievo posto sulla facciata della Cattedrale. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 30 e s. scrive in proposito che: “Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a p. 524, in proposito scriveva che: “Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a p. 524, in proposito scriveva che: “Francesco Sanseverino, conte di Lauria e Signore di Cuccaro conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis’ (12).”. Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni a p. 138 riportando la pergamena n….. (documento suo n. XX) in proposito scriveva che: “XX. 1438, 24 ottobre, II , Rocca Gloriosa.” e, postilava che: “Trans. il 1454, 1° gennaio (v. n. 21). Perg. n° 15.”. Sappiamo che il Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, era anche Duca di Scalea da cui provennero i Palamolla. Infatti, dopo Biancuccia di Mercadante di Torraca, Torraca fu acquistata dai Gambacorta e poi dai Palamolla di Scalea. La notizia che, nel ‘400, il feudo di Torraca (e dunque, comprese le terre ed il porto di Sapri), fossero assoggettate alla Baronia di Lauria dei Sanseverino, riguarda anche Tortorella e Casaletto Spartano. Dunque, per il XIII secolo e oltre, per la storia di Sapri, del suo porto e delle terre dipendenti forse dal feudo di Torraca, bisognerà indagare sulla storia dei feudatari di Torraca, di Lauria e di Policastro. Secondo l’Ebner, Torraca (e forse anche il territorio Saprese ed il suo Porto), erano dipendenze di Policastro. Biancuccia Mercadante di Torraca, insieme al primo suo marito Tommaso Monforte di Laurito, possedeva il suffeudo di Torraca, concesso dal conte di Lauria Francesco Sanseverino. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario ((nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni (…) a p. 138 della sua opera “Pergamene di Laurito” in Rassegna Storica Salernitana, 1951, pubblicava la Pergamena n° 15 (documento n° XX), e scriveva che: “1438, 24 ottobre, II, Rocca Gloriosa. Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro conferma a Jacobello di monforte la concessione della metà del casale di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’.”. La Mazzoleni a p. 138 postillava che: “Trans. il 1454, I° gennaio (v. n. 21). Pergam. n° 15”.
Nel 28 settembre 1390, Tommaso Monforte, Signore di Laurito, fa testamento e lascia i suoi beni (il castello di Torraca suffeudo dei Sanseverino e a Policastro) per metà ai figli Antonello e Giovannella e per metà alla moglie Biancuccia Mercadante di Torraca
Jole Mazzoleni (…), a p. 127, riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figloli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: “….come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Nel documento n° V presentato dalla Mazzoleni (…), a p. ……(pergamena n° 4), ella scriveva che: “V 1390, 28 settembre, XIV Laurito – Ludovico II d’A. re a. VI”, e poi ella scriveva che: “Tommaso Monforte, signore di Laurito, fa testamento e nomina suoi eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela del cugino Matteo finchè in minore età, con l’obbligo per Antonello di maritare convenientemente la sorella all’età giusta e per la figlia che ottenuta la dote di paraggio rinunzi ai beni paterni a favore dei suddetti Antonello e Matteo; chiede di essere sepolto nella chiesa di S. Giovanni di Laurito e lascia altre disposizioni minori.”. La Mazzoleni per la pergamena n° 4 postillava che: “Giud. an. Ruggero di Leonardo di Calogna di Laurito not. Giovanni di not. Angelo di Cuccaro. Perag. n° 4.”.
(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 127
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8)“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Riguardo i beni mobili ed immobili lasciati nel testastamento da Tommaso di Monforte di Laurito ai due figli Antonello e Giovannella ed alla prima moglie Biancuccia Mercadante, madre dei due ragazzi minorenni, la cui tutela fu afidata al loro zio Matteo di Monforte cugino di Tommaso, la Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “….le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, ecc…” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”.
Nel 1390, muore Tommaso di Monforte, Signore di Laurito e marito di Biancuccia Mercadante di Torraca
Dunque, dal documento pubblicato dalla Jole Mazzoleni (…) (testamento) si evince che Tommaso Monforte, Signore di Laurito e primo marito di Biancuccia Mercadante di Torraca, ai tempi di re Ludovico II d’Angiò, il 28 settembre 1390, sul capezzale di morte, subito prima di morire fa testamento e chiede di essere sepolto nella chiesa di S. Giovanni di Laurito e lascia altre disposizioni minori.
Nel 1390, Matteo di Monforte di Laurito, è nominato tutore dei due figli di Tommaso di Monforte suo cugino
Nel documento n° V presentato dalla Mazzoleni (…), a p. ……(pergamena n° 4), ella scriveva che: “V 1390, 28 settembre, XIV Laurito – Ludovico II d’A. re a. VI”, e poi ella scriveva che: “Tommaso Monforte, signore di Laurito, fa testamento e nomina suoi eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela del cugino Matteo finchè in minore età, con l’obbligo per Antonello di maritare convenientemente la sorella all’età giusta e per la figlia che ottenuta la dote di paraggio rinunzi ai beni paterni a favore dei suddetti Antonello e Matteo; chiede di essere sepolto nella chiesa di S. Giovanni di Laurito e lascia altre disposizioni minori.”. La Mazzoleni per la pergamena n° 4 postillava che: “Giud. an. Ruggero di Leonardo di Calogna di Laurito not. Giovanni di not. Angelo di Cuccaro. Perag. n° 4.”.
(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 127
Nel 1391, Biancuccia Mercadante si risposa con Andrea (per la Mazzoleni) o Antonio (per Ebner) Pellegrino di Diano (Teggiano)
Si rileva sempre dalle ‘Pergamene di Laurito’ publicate dalla Mazzoleni (…) che dopo la morte del suo primo maito, Tommaso di Monforte di Laurito con cui Biancuccia Mercadante di Torraca aveva avuto due figli, Antonello e Giovannella, dati in tutela al cugino di Tommaso Matteo di Monforte di Laurito, si risposa con Andrea (per la Mazzoleni) o Antonio (per Ebner) Pellegrino di Diano, l’odierno Teggiano. Infatti, sempre da dette pergamene si rileva che il suo primo marito, nell’anno 1390, aveva fatto testamento in favore dei due figli Antonello e Giovannella e della moglie BIancuccia. Devo però precisare che ci si riferisce all’atto del 1390 in cui il testamento fu rogato dal notaio de Caso. Nel testamento però il Tommaso di Monforte, primo marito della Biancuccia, affida al cugino Matteo di Monforte il tutoraggio o la tutela dei due figli minorenni. Mi chiedo come mai se, come risulta dal testamento, nell’anno 1390, i due figli (minorenni) dovevano essere affidati alla tutela del cugino Matteo e non alla madre Biancuccia ? Forse che la Biancuccia si era già risposata?. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che…… Il 19 febbraio 1391…. Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano,….”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Jole Mazzoleni (…), a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “….mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano,….. (2)”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”.
Nel 1391, Biancuccia Mercatante di Torraca possedeva metà del suffeudo di Torraca che il 25 marzo 1392 vendette a Matteo Monforte di Laurito
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. La notizia riguarda in parte il casale ed il feudi di Laurito ed i parte quello (suffeudo) di Torraca, dunque anche del ‘portus’ di Sapri che all’epoca era nel territorio del feudo di Torraca. I documenti pubblicati dalla Mazzoleni e citati da Ebner (…), attestano che ai tempi di Luigi II d’Angiò, nel 1391, Biancuccia Mercatante e suo figlio Antonello Monforte di Laurito, possedessero la metà del suffeudo ed il castello di Torraca ed altri beni burgensatici e feudali (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria. I documenti attestano e citano Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre). Il 19 febbraio 1391 Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano, nominò Maso Valente di Diano procuratore per la vendita a Matteo di Laurito della metà del castello (villaggio) di Torraca (7), in Principato Citra. Il 25 marzo 1392 Maso Valenti, procuratore di Biancuccia, vedova di Tommaso di Laurito, vendette a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8). Il 4 ottobre 1397 Luigi II d’Aragona, su richiesta di Matteo di Monforte, tutore di Giovannella e Antonello, figli del quondam Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante, gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”, mentre nella sua nota (8), postillava che: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. L’Ebner, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner, a p. 102, parlando di Laurito, scriveva in proposito che: “Nel 1381, Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, si riprese il villaggio di Laurito ecc..ecc..”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, secondo l’Ebner, sulla scorta di alcuni documenti pubblicati dalla Mazzoleni (…), il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, Conte di Lauria, che concesse in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito e cita pure Biancuccia Mercadante, figlia di Andrea Mercadante e moglie di Andrea Pellegrino di Diano. Ebner (…), riguardo le ‘pergamene di Laurito’, a p. 102, del vol. II, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Mazzoleni, pergamene 4-5-6-7.”. Riguardo le “Pergamene di Laurito”, conservate all’Archivio di Stato di Napoli e, da cui l’Ebner ha tratto l’interessante notizia che riguarda pure il feudo di Torraca, ne parla la Jole Mazzoleni (…) a p. 126 nel testo ‘Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), pubblicato nella rivista ‘Rasssegna Storica Salernitana’, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s., Anno XII, N. 1-4, gennaio-dicembre 1951, a p. 126. La Mazzoleni ne parla anche nel testo ‘Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630)’ acquistate anni fa dall’ASN, che stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol . 12, 1951, pp. 126-140. La Mazzoleni (…) a p. 126, in proposito scriveva che: “Il recente acquisto di un gruppo di 22 pergamene dei secoli XIV-XVII, fatto dall’Archivio di Stato di Napoli, ci permette di offrire alcuni particolari interessanti Laurito, piccolo centro del Salernitano, in diocesi di Capaccio, e la sua storia feudale prima come suffeudo concesso dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria ai Monforte, indi come ducato autonomo di questi ultimi. Dal contenuto dei singoli documenti di cui riportiamo un ampio regesto, si rileva anzitutto l’ininterrotto rapporto di dipendenza dai Monforte dai Sanseverino come suffeudatari fino al secolo XVII. Ecc..”. Dunque, da queste pergamene del XV secolo, l’Ebner ha desunto alcune informazioni e notizie circa Biancuccia Mercadante e il suo suffeudo di Torraca. Analizziamo le notizie tratte da Ebner e dalla Mazzoleni. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre). Il 19 febbraio 1391 Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano, nominò Maso Valente di Diano procuratore per la vendita a Matteo di Laurito della metà del castello (villaggio) di Torraca (7), in Principato Citra. Ecc…”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’Angiò re a. VII. Biancuccia figlia del fu Andrea Mercatante di Castelluccia e moglie di Antonello di Diano, , nomina Maso Valente di Diano suo procuratore per vendere la metà del castello di Torraca in Principato Citra a Matteo di Laurito.” e, postillava: “Giudice a. Romano di maestro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”.
(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 134 (in R.S.S.)
Dunque, la Mazzoleni riguardo questo documento postillava che si trattava della pergamena n. 5 transunta il 25 marzo 1391 e di vedere nella sua nota (7). La Mazzoleni, parlando delle 22 pergamene a p. 129, nella sua nota (7) postillava che: “(7) A. S. N. – Significatorie del relevi, vol. 222, fol. 77 t “. Dunque, secondo questo documento del 1391, scritto a Diano, Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte, ai tempi di Luigi II d’Angiò, possedeva metà del castello di Torraca “…e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti…”, insieme al figlio Antonello Monforte di Laurito. Sempre la Mazzoleni (…), a p. 134, pubblica l’altro documento o pergamena del 1391 o 1392 del 25 marzo, scritto a Rocca Gloriosa che è l’atto di vendita stipulato a Rocca Gloriosa per 30 once d’oro. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dall Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VII 1392 (1391) 25 marzo, XIV – Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. re a VII. – Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia vedova di Tommaso di Laurito vende a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca, in Principato Citra, che Biancuccia aveva in comune con Antonello, figlio del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi, per il prezzo di 30 once.”. La Mazzoleni, postillava che: “E’ usato lo stile dell’incarnazione fiorentino. Giud. an. ‘ydiota’ Guglielmotto de Sabino di Rocca Gloriosa, not. Giovanni de Caro. Perg. n° 5.”. Dunque la Mazzoleni postillava che si trattava della pergamena n. 5. Sempre la Mazzoleni (…), a p. 134, riportava il documento n. VIII e scriveva che: “VIII 1392 (1391) 25 marzo, VI (sic) (XIV), Rocca Gloriosa Luigi II d’A. a. VII. – Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini”, del 14(00), 10 luglio, VIII.”, e postilava che: “Perg. n° 6”. Dunque la Mazzoleni postillava che si trattava della pergamena n. 6. Ebner, nella sua nota (54) a p. 339, postillava che: “(54) Mazzoleni Jole, Pergamene di Laurito, op. cit., p. 153.”. Secondo la Jole Mazzoleni (v. la nota (8): “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso”), la metà del feudo di Torraca (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria, che, secondo una pergamena di Laurito, l’aveva dato in suffeudo al feudatario di Laurito, Tommaso di Monforte, marito di Biancuccia Mercadante di Torraca. La notizia, secondo l’Ebner (v. p. 664), si rileva da un documento di Laurito, il transunto della pergamena VIII, di Roccagloriosa, del giudice Guglielmo di Roccagloriosa e del notaio Giovanni Caso. Sempre l’Ebner (…), a p. 664 del vol. II, riferendosi a Biancuccia Mercatante, in proposito scriveva che: “….gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.” e, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner (…), a p. 339, del suo vol. II, di ‘Chiesa, ecc…’, parlando di Policastro, cita Biancuccia Mercadante di Torraca e, scriveva in proposito: “Il 13 ottobre 1397, a Napoli, arbitri il vescovo di Policastro, per Matteo di Monforte di Laurito, e il milite Roberto di Pantaleone, per Antonio Pellegrino di Diano, (secondo) marito di Biancuccia Mercadante (di Torraca), vedova di Tommaso di Monforte ( di Laurito, prima marito), si giunse ad un accordo circa i diritti dei pupilli di Tommaso, rappresentati da Matteo e quelli di Biancuccia rappresentati dal secondo marito (54).”. Dunque il feudo di Torraca, apparteneva a Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro (attuale Cuccaro Vetere), e solo dopo il 1381, Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito di Biancuccia Mercatante, lo ricevette in suffeudo dal Sanseverino. Sappiamo che il Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, era anche Duca di Scalea da cui provennero i Palamolla. Infatti, dopo Biancuccia di Mercadante di Torraca, Torraca fu acquistata dai Gambacorta e poi dai Palamolla di Scalea. La notizia che, nel ‘400, il feudo di Torraca (e dunque, comprese le terre ed il porto di Sapri), fossero assoggettate alla Baronia di Lauria dei Sanseverino, riguarda anche Tortorella e Casaletto Spartano. Dunque, per il XIII secolo e oltre, per la storia di Sapri, del suo porto e delle terre dipendenti forse dal feudo di Torraca, bisognerà indagare sulla storia dei feudatari di Torraca, di Lauria e di Policastro. Secondo l’Ebner, Torraca (e forse anche il territorio Saprese ed il suo Porto), erano dipendenze di Policastro. Biancuccia Mercadante di Torraca, insieme al primo suo marito Tommaso Monforte di Laurito, possedeva il suffeudo di Torraca, concesso dal conte di Lauria Francesco Sanseverino. Biancuccia Mercadante di Torraca, figlia di Andrea Mercadante di Castelluccio e, vedova di suo primo marito, Tommaso di Laurito, il 25 marzo 1392, vendette Torraca a Matteo di Monforte di Laurito. Dunque, da questi antichi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, pubblicati per la maggior parte da Jole Mazzoleni (…), sappiamo che famiglia dei “Mercatante” (Mercadante), era un’antica famiglia di Torraca. Ricordiamo che questa antica famiglia, diede i natali al celebre pittore Biagio Mercadante. Dunque, se la sua ava, Biancuccia Mercadante era proprietaria di Torraca perchè sposa al suo primo marito Tommaso Monforte di Laurito che aveva ricevuto dal Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, il suffeudo di Torraca, e se la Biancuccia era la figlia di Andrea Mercadante di Castelluccio, può esserci un legame tra questa famiglia ed i Sanseverino di Lauria. O forse il legame era più semplicemente con Tommaso di Monforte di Laurito che ebbe il suffeudo di Torraca in dono dal Conte di Lauria.
Nel 19 febbraio 1391, Biancuccia Mercatante nominò Maso Valente di Diano suo procuratore per la vendita di metà del castello e di Torraca ad Antonello e Giovanella Monforte di Laurito, figli suoi e del suo primo marito Tommaso Monforte di Laurito
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. La notizia riguarda in parte il casale ed il feudi di Laurito ed i parte quello (suffeudo) di Torraca, dunque anche del ‘portus’ di Sapri che all’epoca era nel territorio del feudo di Torraca. I documenti pubblicati dalla Mazzoleni e citati da Ebner (…), attestano che ai tempi di Luigi II d’Angiò, nel 1391, Biancuccia Mercatante e suo figlio Antonello Monforte di Laurito, possedessero la metà del suffeudo ed il castello di Torraca ed altri beni burgensatici e feudali (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro. I documenti attestano e citano Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte. Jole Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “XI 1397, 13 ottobre, VI, Napoli, Luigi II d’Angiò re a. XIV – Sorta contesa tra Antonio Pellegrino di Diano, marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, e Matteo di Monforte, tutore e balio di Antonello e Giovannella, figli ed eredi del defunto Tommaso per le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, e nella quarta, i contendenti vengono ad uno accordo per salvaguardare i diritti dei pupilli, avendo arbitri della contesa il vescovo di Policastro per Matteo e il milite Roberto de Pantaleone per Antonio Pellegrino.” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Il 19 febbraio 1391 Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano, nominò Maso Valente di Diano procuratore per la vendita a Matteo di Laurito della metà del castello (villaggio) di Torraca (7), in Principato Citra.”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’Angiò re a. VII. Biancuccia figlia del fu Andrea Mercatante di Castelluccia e moglie di Antonello di Diano, , nomina Maso Valente di Diano suo procuratore per vendere la metà del castello di Torraca in Principato Citra a Matteo di Laurito.” e, postillava: “Giudice a. Romano di maestro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”.
(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p……
Dunque, la Mazzoleni riguardo questo documento postillava che si trattava della pergamena n. 5 transunta il 25 marzo 1391 e di vedere nella sua nota (7). La Mazzoleni, parlando delle 22 pergamene a p. 129, nella sua nota (7) postillava che: “(7) A. S. N. – Significatorie del relevi, vol. 222, fol. 77 t “. Dunque, secondo questo documento del 1391, scritto a Diano, Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte, ai tempi di Luigi II d’Angiò, possedeva metà del castello di Torraca “…e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti…”, insieme al figlio Antonello Monforte di Laurito.
Nel 25 marzo 1392, Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia Mercadante vendette la metà del castello e di Torraca a Matteo Monforte di Laurito, procuratore di Antonello e Giovanella Monforte di Laurito, figli di Biancuccia e di Tommaso Monforte di Laurito
Biancuccia Mercadante di Torraca, figlia di Andrea Mercadante di Castelluccio e, vedova di suo primo marito, Tommaso di Laurito, il 25 marzo 1392, vendette Torraca a Matteo di Monforte di Laurito. Dunque, da questi antichi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, pubblicati per la maggior parte da Jole Mazzoleni (…), sappiamo che famiglia dei “Mercatante” (Mercadante), era un’antica famiglia prima di Castelluccio e poi di Torraca. Ricordiamo che questa antica famiglia, diede i natali al celebre pittore Biagio Mercadante. Dunque, se la sua ava, Biancuccia Mercadante era proprietaria di Torraca perchè sposa al suo primo marito Tommaso Monforte di Laurito che aveva ricevuto dal Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, il suffeudo di Torraca, e se la Biancuccia era la figlia di Andrea Mercadante di Castelluccio, può esserci un legame tra questa famiglia ed i Sanseverino di Lauria ? O forse il legame era più semplicemente con Tommaso di Monforte di Laurito che ebbe il suffeudo di Torraca in dono dal Conte di Lauria. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie storiche che riguardano il feudo di Torraca in epoca Angioina ed in particolare all’epoca della Guerra del Vespro siciliano. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. La notizia riguarda in parte il casale ed il feudi di Laurito ed i parte quello (suffeudo) di Torraca, dunque anche del ‘portus’ di Sapri che all’epoca era nel territorio del feudo di Torraca. I documenti pubblicati dalla Mazzoleni e citati da Ebner (…), attestano che ai tempi di Luigi II d’Angiò, nel 1391, Biancuccia Mercatante e suo figlio Antonello Monforte di Laurito, possedessero la metà del suffeudo ed il castello di Torraca ed altri beni burgensatici e feudali (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro. I documenti attestano e citano Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Il 25 marzo 1392 Maso Valente, procuratore di Biancuccia, vedova di Tommaso di Laurito, vendette a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8).“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”, mentre nella sua nota (8), postillava che: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VII 1392 (1391) 25 marzo, XIV – Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. re a. VII”, il testo della Mazzoleni è il seguente: “Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia vedova di Tommaso di Laurito vende a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca, in Principato Citra, che Biancuccia aveva in comune con Antonello, figlio del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi, per il prezzo di 30 once.”. La Mazzoleni, per la pergamena n. VII (Pergamena n. 5) scrive ancora che: “E’ usato lo stile dell’incarnazione fiorentino. Giud. an. ‘ydiota’ Guglielmotto de Sabino in Rocca Gloriosa, not. Giovanni de Caro. Pergamena n. 5.”. Sempre la Mazzoleni (…), a p. 134, pubblica l’altro documento o pergamena del 1391 o 1392 del 25 marzo, scritto a Rocca Gloriosa che è l’atto di vendita stipulato a Rocca Gloriosa per 30 once d’oro. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dall Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VII 1392 (1391) 25 marzo, XIV – Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. re a VII. – Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia vedova di Tommaso di Laurito vende a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca, in Principato Citra, che Biancuccia aveva in comune con Antonello, figlio del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi, per il prezzo di 30 once.”. La Mazzoleni, postillava che: “E’ usato lo stile dell’incarnazione fiorentino. Giud. an. ‘ydiota’ Guglielmotto de Sabino di Rocca Gloriosa, not. Giovanni de Caro. Perg. n° 5.”. Dunque la Mazzoleni postillava che si trattava della pergamena n. 5. Sempre la Mazzoleni (…), a p. 134, riportava il documento n. VIII e scriveva che: “VIII 1392 (1391) 25 marzo, VI (sic) (XIV), Rocca Gloriosa Luigi II d’A. a. VII. – Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini”, del 14(00), 10 luglio, VIII.”, e postilava che: “Perg. n° 6”. Dunque la Mazzoleni postillava che si trattava della pergamena n. 6. Ebner, nella sua nota (54) a p. 339, postillava che: “(54) Mazzoleni Jole, Pergamene di Laurito, op. cit., p. 153.”. Secondo la Jole Mazzoleni (v. la nota (8): “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso”), la metà del feudo di Torraca (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria, che, secondo una pergamena di Laurito, l’aveva dato in suffeudo al feudatario di Laurito, Tommaso di Monforte, marito di Biancuccia Mercadante di Torraca. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Il testo della Mazzoleni per la pergamena n. VII ovvero la pergamena originale n. 6 è il seguente: “Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini” del 14(00), 10 luglio, VII. Perg. n° 6.”. Poi la Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che: “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.”.
Nel 4 ottobre 1397, Luigi II d’Aragona assentì e confermò la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Tortorella e del castello che passò nelle mani di Matteo Monforte di Laurito, tutore di Giovannella e Antonello (figli di Biancuccia Mercadante e di Tommaso di Monforte di Laurito)
Jole Mazzoleni (…), a p. 127,riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figloli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: “Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Pietro Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), parlando di Torraca, a p. 664, scriveva che: “Il 4 ottobre 1397 Luigi II d’Aragona, su richiesta di Matteo di Monforte, tutore di Giovannella e Antonello, figli del quondam Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante, gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.”. L’Ebner, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 135, riporta il seguente documento: “X. 1397, 4 ottobre, VI, Napoli Luigi II d’A. re a. XIV” ed il testo della Mazzoleni è il seguente: “Luigi II d’A., a richiesta di Matteo di Monforte tutore di Giovannella e Antonello, figli del fu Tommaso di Monforte e di Biancuccia Mercadante, gli concede assenso e conferma per la vendita della metà del castello di Torraca nelle pertinenze di Policastro e Turturella fattagli da Biancuccia che lo teneva in feudo dal conte di Lauria, verso il quale si devono sempre rispettare gli obblighi feudali.”. La Mazzoleni a p. 135 per il documento n. X (pergamena n. 18), postillava che: “Priv. transuntato il 1528, 14 aprile Laurito a richiesta di Ferdinando Monforte (v. n. 24). Perg. n° 18.”.
(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit. p. 135
La notizia, secondo l’Ebner (v. p. 664), si rileva da un documento di Laurito, il transunto della pergamena VIII, di Roccagloriosa, del giudice Guglielmo di Roccagloriosa e del notaio Giovanni Caso. Sempre l’Ebner (…), a p. 664 del vol. II, riferendosi a Biancuccia Mercatante, in proposito scriveva che: “….gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.” e, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner (…), a p. 339, del suo vol. II, di ‘Chiesa, ecc…’, parlando di Policastro, cita Biancuccia Mercadante di Torraca e, scriveva in proposito: “Il 13 ottobre 1397, a Napoli, arbitri il vescovo di Policastro, per Matteo di Monforte di Laurito, e il milite Roberto di Pantaleone, per Antonio Pellegrino di Diano, (secondo) marito di Biancuccia Mercadante (di Torraca), vedova di Tommaso di Monforte ( di Laurito, prima marito), si giunse ad un accordo circa i diritti dei pupilli di Tommaso, rappresentati da Matteo e quelli di Biancuccia rappresentati dal secondo marito (54).”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, vol. II, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta di Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, a p. 102, parlando di Laurito, in proposito alle origini dei Monforte in proposito scriveva che: “Da un altro ‘Registro’ (7) si apprende che nel 1336 un ramo della famiglia Monforte si era trasferito a Laurito”e, poi scrive ancora sempre a p. 102 che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale però lo ricomprò. Si oppose Matteo di Laurito. Il giureconsulto Matteo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione del feudo di Laurito. Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo ricevendone cento once in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Il 18 novembre 1404 re Ladislao separò (12) il villaggio di Laurito da Cuccaro. Tale separazione, però, non esentò l’antico feudatario dall’obbligo della dipendenza dai Sanseverino conti di Marsico. Infatti, nel 1448 Fancesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione ecc..ecc..”. Jole Mazzoleni, a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “Il Sanseverino, anzi, con il consenso della moglie Caterina di Celano, glielo dona ricevendone ecc… (1). Dieci anni dopo il feudo è diviso in due parti e l’amministrazione feudale è frazionata in due rami dei Monforte, come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, er la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Il testo della Mazzoleni per la pergamena n. VII ovvero la pergamena originale n. 6 è il seguente: “Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini” del 14(00), 10 luglio, VII. Perg. n° 6.”. Poi la Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che: “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.”. La Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “XI 1397, 13 ottobre, VI, Napoli, Luigi II d’Angiò re a. XIV – Sorta contea tra Antonio Pellegrino di Diano, marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, e Matteo di Monforte, tutore e balio di Antonello e Giovannella, figli ed eredi del defunto Tommaso per le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, e nella quarta, i contendenti vengono ad uno accordo per salvaguardare i diritti dei pupilli, avendo arbitri della contesa il vescovo di Policastro per Matteo e il milite Roberto de Pantaleone per Antonio Pellegrino.” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”.
Dal 1397 il castello di Torraca in mano a Matteo di Monforte di Laurito I ‘Quinternioni’ feudali del Regno di Napoli(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc…..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.
Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao
Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…..”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.
Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò
Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.
Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo
Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].
Nel 1414, Ladislao I, concesse il feudo di Caselle a Guarrello Orilia
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (134) postillava che la notizia era tratta da: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combatté duramente i Sanseverino che gli erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, d Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (135) postillava che la notizia era tratta da: “(135) ASN., Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 etc., inc., n. 2″. Non mi ritorna quanto invece scriveva Carlo Pesce in proposito. L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.
Nel 1414, muore Ladislao I di Durazzo
Ma i progetti dell’ambizioso sovrano erano destinati a non realizzarsi mai. Colpito da una malattia, re Ladislao I rientrò a Napoli, dove morì il 6 agosto 1414 all’età di appena 38 anni. In molti hanno sollevato il dubbio che la sua morte non sia avvenuta per cause naturali, bensì per avvelenamento, messo in atto da Firenze per liberarsi della sua minaccia. In realtà, si sa che la morte fu dovuta a una malattia infettiva dell’apparato genitale (forse alla prostata), causata dalle abitudini sessuali dissolute e promiscue. Con la sua scomparsa, senza lasciare eredi, la corona di Napoli passò alla sorella Giovanna, che regnò fino alla morte, nel 1435, ultima sovrana della Casa d’Angiò di Napoli. L’imponente monumento sepolcrale nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara, fatto erigere dalla sorella Giovanna, ne custodisce le spoglie.
1414 – GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI
Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.
Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli
Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio. “Barone ricco”, più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato, vescovo di Policastro, fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto di Principato (12) e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). Dopo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.
Nel 1418, il feudo di Policastro era posseduto da Carlo Carrafa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a pp. 539-540, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “Il feudo nel 1418 era posseduto da Carlo Carrafa (14), feudo confermato da re Ferrante nel 1461 che lo rivendette poi nel 1465 (ducati 5000)) al suo primo ministro Antonello de Petruciis, ecc…ecc…”. Ebner, a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reper. Quintern., ff 158-161: come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioanne scindae f. 262. Conferma (‘cum hominibus, vaxallis, iuribus’ ecc.. a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quintern. div. 2° p. 856).”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”.
Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna I d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria
Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,
(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….
Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”.
Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria
Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…, donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.
(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.
Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.
Nel 1430, Nicola Principato Vescovo di Policastro
Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.
Nel 1435, muore Giovanna II d’Angiò – Durazzo
Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.
Dal 1435 al 1432, Renato di Valois-AngiòRenato di Valois-Angiò, noto come Renato I di Napoli, detto il Buono (Angers, 16 gennaio 1409 – Aix-en-Provence, 10 luglio 1480), fu Duca d’Angiò e Conte di Provenza e di Forcalquier dal 1434, Duca di Bar dal 1430, e Duca di Lorena dal 1431 al 1453 come consorte di Isabella di Lorena. Fu anche Re di Napoli dal 1435 al 1442, anno della sua deposizione e cacciata dal Regno per mano di Alfonso V, re d’Aragona. Fu inoltre Re titolare di Gerusalemme dal 1438, Re titolare d’Aragona (con incluse Sicilia, Sardegna, Maiorca e Corsica) dal 1466, e, dopo la sua deposizione, anche Re titolare di Napoli dal 1442. Suo fratello Luigi III era stato designato come erede del Regno di Napoli dalla regina Giovanna II, ultima degli Angiò-Durazzo; tuttavia questi morì prima della regina, nel 1434, e tutti i titoli passarono a Renato. Fu per questo motivo che Renato divenne il primo, ma anche l’ultimo, re di Napoli della dinastia dei Valois-Angiò.
Nel 1455, Torraca, la sua popolazione ed il suo territorio in epoca AragoneseSecondo Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura dei Baroni’, a p. 39, in proposito all’epoca aragonese scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV sec., Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che venivano tassati.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:
(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova
Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle numerazioni dei fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori, le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Il Malamaci però, sulla scorta del Gaetani si ferma al secolo XVI quando si hanno notizie dei baroni di Torraca che acquistano il feudo o il suffeudo. Stessa cosa devo dire per Pietro Ebner (…), che nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Torraca all’epoca Aragonese non riporta significative notizie. Oltre alle notizie demografiche della popolazione di Torraca e del suo territorio per l’epoca aragonese riportate dal Mallamaci sula scorta del ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, notizie di Torraca, del suo territorio e del porto di Sapri, si hanno a partire dal 1500 in poi. Tuttavia, una notizia che riguarda il territorio saprese incluso nel suffeudo di Torraca all’epoca post-angioina e della metà del ‘400 è quella della citazione di un cimitero di fanciulli a “S. Fantino“, grancia dell’Abbazia di S. Giovanni a S. Giovanni a Piro, una grancia oggi scomparsa ma che probabilmente esisteva nel territorio saprese anche grazie alla presenza del porto da cui partivano le barche per i traffici dei monaci dell’Abbazia. La citazione viene nell’art. 41 degli Statuti del 1466 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti dall’allora Abate Commendatario dell’Abbazia Teodoro Gaza nel 1466. L’articolo n° 41, forse è uno di quelli aggiunti dagli altri abbati commendatari proprio in epoca aragonese. Oltre a questa notizia di cui parlo innanzi vi è l’altra dell’anno 1481 della bolla vescovile di Gabriele Guidano che concesse la costruzione di una cappella nel teritorio saprese allora unito a quello di Torraca.
Nel 17 febbraio 1443 (?), Alfonso I d’Aragona nominò Americo Sanseverino conte di Capaccio e di tutti i feudi
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza. Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino ecc…ecc…..Sposò Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit., II, p. 212 sgg.”. Devo però precisare che Pietro Ebner (…), riferendosi ad Americo Sanseverino, nell’atribuire l’evento in cui egli dice che Americo venne creato Conte di Capaccio, scrivendo pure “Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore.” erra in quanto re Alfonso I d’Aragona diviene re di Napoli solo nel 1442 e non nel 1433. Infatti, Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. A chi dobbiamo credere, a Ebner che scrisse che Americo Sanseverino venne creato Conte di Capaccio nel 17 febbraio 1433 o al Fusco che dice che Americo Sanseverino venne creato Conte di Capaccio un anno dopo che Alfonso I d’Aragona diviene re di Napoli, ovvero nell’anno 1443 ?.E’ molto probabile che abbia ragione il Fusco in quanto forse la notizia tratta dall’Ebner (…)è errata a causa di un errore di stampa. Credo che Americo Sanseverino sia stato nominato Conte di Capaccio da re Alfonso I d’Aragona nel 1443. Dunque, la notizia delle date di successione dovrebbe essere ulteriormente indagata e precisata. Scrivendo la notizia, Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit., II, p. 212 sgg.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo ‘Economia e società etc..’, a pp. 210-211-212, cita e ci parla delle n. 3 copie di questo privilegi concessi da Americo Sanseverino all’Università di Laurino e degli ‘Statuti di Laurino. Ebner a p. 211, in proposito scriveva che: “Per gentile concessione del sindaco di Laurino, dr. Giovanni Pesce, ho potuto trascrivere l’importante inedito privilegio di Americo Sanseverino, esistente nell’archivio municipale, la cui stesura pare sia da porsi al 20 novembre 1441, V indizione. Un documento notevole ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc…’, a p. 210, parlando del Casale di Laurino, cita e parla di Americo Sanseverino ed in proposito ripete le stesse notizie ed errori di stampa contenute nel suo ‘Chiesa, popoli e baroni del Cilento etc..’. Infatti, l’Ebner, riguardo Americo Sanseverino, in poposito scriveva che: “Continuò ad essere posseduto dai Sanseverino, tra cui Tommaso, signore di Padula, e per successione Americo. Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo fu creato (27-2-1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore.”. Dunque anche in questo caso riscontriamo una discordanza di date in quanto quì scrive 27 febbraio 1433 mentre nell’altro testo scrive 17 febbraio 1433. Ritengo che in Ebner vi fossero degli evidenti errori di stampa. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico). da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Ma quando morì Americo Sanseverino ?. Quando successe alla sua morte il figlio Gaspare che morì nell’anno 1468 ?. Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Americo Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello ecc…”.
Nel 20 luglio 1436, GIOVANNI SANSEVERINO, figlio di Luigi e fratello di Tommaso VII le Contee ed feudi concessigli da Alfonso I d’Aragona
Giovanni Sanseverino, dopo la morte del fratello primoenito Tommaso IV, figli entrambi di Luigi Sanseverino e di Caterina Sanseverino, nel 20 luglio 1436, ai tempi della contesa con Renato d’Angiò, successe nei feudi lasciati dal padre Luigi con un privilegio concessogli da re Alfonso I d’Aragona. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 148, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Le contee di Sanseverino e di Marsico con la baronia del Cilento erano, per la morte di Luigi Sanseverino, passate al suo figliuolo primogenito Tommaso che in un diploma del tempo si intitola conte di Marsico signore di Sanseverino e della Baronia del Cilento. Egli avea tolto in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figliuola, Diana, che andò poi sposa al conte Ardizzone. Un diploma della Regina Giovanna II stabiliva che le donne di casa Sanseverino non potessero succedere nei beni feudali quando vi fossero figli maschi della stessa prosapia. A tenore di tale disposizione, allorchè morì Tommaso Sanseverino, il re Alfonso d’Aragona con diploma del 20 luglio 1436 da Teano concesse i feudi di Marsico, di Sanseverino, le terre, ed i castelli di Agropoli e di Castellabate a Giovanni Sanseverino fratello secondogenito di Tommaso, fidando così di averlo devoto nella contesa con Renato d’Angiò. Però avendo saputo dipoi che nonostante quelle concessioni, non avea mantenuta la fede promessa, con un altro diploma del 1438 da Buccino assegnò invece a Diana i feudi lasciati dal padre di lei. Anch’essa però si rese ribelle ad Alfonso secondando Renato d’Angiò; sicchè venne dichiarata decaduta da tutti i suoi beni, quali furono devoluti alla Corona (1).”. Il Mazziotti a p. 149, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Questi fatti si desumono da un diploma di Alfonso I del dicembre 1450 pubblicato dal Ventimiglia. ‘Dif. Stor. Diplom., fol. LXVII”. Sempre il Mazziotti, nella sua nota (2) a p. 149, postillava che: “(2) Ventimiglia, ‘Il Cilento illustrato’.”. Scrive ancora il Mazziotti, nel suo cap. 6 – Periodo Aragonese – di Giovanni Sanseverino e della sua successione a p. 150 e s.: “I. Nel parlamento generale indetto dal re Alfonso in Napoli nel 28 febbrai 1443 intervennero, fra gli altri baroni, Raimondo Orsini principe di Salerno e conte di Nola, Giovanni Sanseverino conte di Marsico e barone del Cilento ed Amerigo Sanseverino conte di Capaccio. Venne allora stabilita l’abolizione di ogni antica tassa ecc…ecc……Giovanni Sanseverino conte di Marsico, barone di Rocca e vicereggente della provincia di principato, nel dicembre del successivo anno 1444 essendo gravemente imfermo fece testamento (1). Legò al figliuolo primogenito Luigi i feudi di Marsico, di Sanseverino, di S. Giorgio e di Diano, il castello di Salerno, il casale di Agropoli e la terra ed il Castello dell’Abate con l’obbligo però ‘sub pena maledictionis suae’ di pagare per quest’ultimo feudo il vescovo di Capaccio ecc… Dette a Roberto e a Barnaba, altri suoi figliuoli, la baronia della Rocca e varii feudi, su alcuni dei quali godeva l’usufrutto sua madre Caterina Sanseverino ancora vivente. Assegnò una dote di 12 mila ducati alla figliuola Sveva, e poichè in quel tempo la moglie era incinta, legò vari beni a prò del nascituro stabilendo che se fosse maschio, come infatti avvenne, dovesse avere il nome di Galeazzo. Donò sua nipote Diana, figliuola del suo fratello defunto Tommaso, una dote di ducati 12 mila con la condizione però che dovesse rinunciare ad ogni ragione su le contee di Marsico e di Sanseverino. Tra gli altri legati lasciò ducati venti alla chiesa di S. Francesco del Cilento. Diana non si contentò del legato, ed alla morte dello zio mosse in giudizio contro i cugini i quali invocarono a proprio favore il privilegio, con cui la regina Giovanna II aveva ordinato che la famiglia Sanseverino, per i beni feudali, non potessero succedere le donne quando vi fossero maschi della medesima famiglia. Il re Alfonso, attendendosi a tale privilegio, con diploma del 22 dicembre del 1450 da Torre Ottava, essendo intanto morto Luigi senza figli, confermò a favore di Roberto e degli altri due fratelli le contee di Marsico e di Sanseverino, la baronia di Rocca e i feudi di Agropoli e di Castellabate, restando per quest’ultimo però impregiudicata la lite tra il conte Roberto e la badia di Cava (1, p. 152). II La potenza di Casa Sansseverino crebbe grandemente nel regno di Ferdinando d’Aragona successo a suo padre Alfonso nel 27 Giugno 1458.”. Il Mazziotti (…) a p. 151, nella sua nota (1) postillava come di seguito: “(1) Pubblicato dal Ventimiglia, DIf. Stor. Diplom., Appendice, Doc. XV, fol. LV.”. Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando del casale di Tortorella e, riferendosi a Tommaso III Sanseveino in proposito scriveva che: “Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori, successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Il Montesano si riferiva ai due fratelli Roberto e Barnaba (“Bernardino”) Sanseverino, figli del defunto Giovanni. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 418 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, nella nota (3) postillava che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) ……Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte. Ferdinando il Cattolico concesse poi la baronia di Diano a D. Prospero Colonna (Giliberti, p. 26) ma nel 1506 il figliuolo di Antonello, Roberto, riebbe tutti i beni confiscati. Gli succedette Ferrante, ultimo principe di Salerno perchè ribelle. Nel 1555 la real corte vendette Diano al principe di Stigliano con patto di ‘retrovendendo quantocunque'”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”.
Nel 1443, FRANCESCO SANSEVERINO, figlio di Gaspare Sanseverino, 3° conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro
Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), e soprattutto della cronaca del Summonte (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, riferendosi al regno di re Ladislao I, in proposito scriveva che ai tempi delle lotte accanite tra Ladislao e Luigi II d’Angiò scoppiò una ribellione ed in quella occasione Ladislao nell’anno 1404, accortosi dei fatti fece imprigionare 11 ribelli dove fra essi risultava essere secondo il Summonte anche Gaspare Sanseverino che viene annoverato come Conte di Matera ma il Summonte suppone essere il Conte di Lauria e l’utile Signore di Lagonegro. Secondo il Pesce, ai tempi di Re Ladislao, nel 1403, il conte di Lauria era Gaspare Sanseverino. Non mi ritorna la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Scrive sempre il Pesce (…) a p. 210 che: “Succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’utile dominio di Lagonegro.”. Sempre il Pesce (…) a p. 210, riferendosi agli avvenimenti successivi al reame di Giovanna II di Durazzo, scrive che nel 1423, la regina adottò Luigi d’Angiò avversario di Alfonso di Aragona e, “In tal guisa gli odii ed i partiti nel regno si scissero e s’infiammarono nuovamente, e poichè i Sanseverineschi eransi mostrati avversi e ribelli alla Regina, e fra essi eravi Francesco, il Conte di Lauria, costui fu pure privato dei feudi. Ebbe allora Unità di Lagonegro altro diploma di privilegi da Giovanna II in Aversa nel 4 settembre 1427, riportati così dagli storici patrii: “Che volendo essa Regina usar clemenza coi suoi fedeli e diletti vassalli ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 212, in proposito a Francesco Sanseverino scriveva che: “Stette così Lagonegro, forse per 16 anni, nel Regio Demanio, ma, in seguito, salito sul trono di Napoli nel 1442 Alfonso I, detto il Magnanimo, costui confermò, pare nel 1443, la Contea di Lauria, allo stesso Francesco Sanseverino, il quale ebbe per moglie Elisabetta Caracciolo. Tuttavia questi, riferisce il Summonte, nel 1451 si mostrò disubbidiente al Re per non aver voluto permettere che ‘si facessero certe lance (?) le quali dovevasi unire nel territorio di Lauria, onde fu sottoposto a giudizio dei suoi pari, ma non risulta che gli sia stata inflitta alcuna pena, perchè non fu privato del suo feudo, che continuò sotto la sua dipendenza e dei suoi successori, come si dirà nel capitolo seguente.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino. Il figlio del povero Gaspare, Francesco, che si era schierato apertamente con Alfonso d’Aragona, riuscì a recuperare la maggior parte delle terre tolte dai D’Angiò-Durazzo al padre. Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:
(Fig…) Montesano Nicola (…), op. cit., p. 27
Dunque, il Montesano cita il (Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, il fol. 50, (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria anche Torraca, il suo suffeudo e territorio, dunque anche Sapri ed il suo porto. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, il Montesano cita il (Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, il fol. 50, (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria anche Torraca, il suo suffeudo e territorio, dunque anche Sapri ed il suo porto. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Anche in questo caso non mi ritrovo con le date e dunque la notizia intorno a Gaspare Sanseverino e suo figlio Francesco dovranno essere uleriormente indagate. Il Montesano a p. 27 (v. fig…), scrive che per Torraca è scritto: “Turturella cum casalibus (foc. CCLXXVIIII, erat unc. 14. tar. 26; est unc 4 et cum casalibus Turturelli unc. 1; sunt unc. 5), Turucha (seu) Turracha (foc. LXIII; era et est unc. 1), Cucculum (44) cum casalibus ecc…”. Il Montesano a p. 27 nella sua nota (44) postillava che: “(44) Cuccaro Vetere”. Infatti, il suffeudo di Torraca a quel tempo doveva appartenere alla Baronia di Laurito e di Cuccaro, ovvero al signore di Cuccaro Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore delle terre di Cuccaro e di S. Severino di Camerota. Ancora non era accaduta la ‘Congiura dei Baroni’ ordita dal principe di Salerno Antonello Sanseverino contro Ferrante d’Aragona. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario ((nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni (…) a p. 138 della sua opera “Pergamene di Laurito” in Rassegna Storica Salernitana, 1951, pubblicava la Pergamena n° 15 (documento n° XX), e scriveva che: “1438, 24 ottobre, II, Rocca Gloriosa. Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro conferma a Jacobello di Monforte la concessione della metà del casale di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’.”. La Mazzoleni a p. 138 postillava che: “Trans. il 1454, I° gennaio (v. n. 21). Pergam. n° 15”.
Nel 1452, morì Francesco Sanseverino, conte di Lauria
Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Francesco, avvenuta prima del 1453, divenne 4° Conte di Lauria il fratello Venceslao, ecc…”.
Nel 12 giugno 1453, Roggiero di Loria, figlio di Zardullo, donò il feudo del fratello Alfonso di Loria
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 205, parlando anche di Rivello, in proposito citava il Pesce (…) e, scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, la contea di Lauria, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29).“. Il Campagna, nella sua nota (29) a p. 205, postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 222.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, a p. 73, parlando di Majerà, ci informa che: “Da un documento del 12 giugno 1453, citato anche dal Vanni (8), risulta che Roggiero di Loria, figlio di Zardullo, aveva fatto donazione del feudo del fratello Alfonso. Fu così che i Loria entrarono nella storia della Terra di Majerà e ne determinarono le sorti per, circa, un secolo e mezzo (9).”. Il Campagna, a p. 73, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Dal Quinternione primo della R. Camera, fol. 264, e fol. 265, R. Assenso ad una Supplica al re Alfonso I, scritta dal notaio Pietro Bono di Maratea, “Cronica di Majerà” cit.”. Il Campagna, a p. 73, nella sua nota (9) postillava che: “(9) La famiglia aveva tratto il predicato dal feudo di Lauria. Divenne di Loria con l’uso umanistico di latinizzare nomi, cognomi e predicati. Pare che fosse di origine normanna, messasi alle dipendenze del Principato di Salerno. Venne identificata con i De Cloirat di Normandia. Ebbe feudi che andavano da Lagonegro a Lauria, e fin sulle coste del Golfo di Policastro. Il rappresentante più illustre fu Ruggiero di Lauria, 1245-1304, eroico ammiraglio al servizio di Pietro III d’Aragona. Come già scritto, Riccardo di Lauria, figlio dell’Ammiraglio, aveva sposato Pippa Sambiasi, figlia di Ruggiero e Costanza Isabella Sangineto, signore di Majerà. Con Vittoria e Geronimo la famiglia decadde, “non possedendo altro, che la Terra di Majerà”, Vanni, op. cit.”.
Nel 1455, Venceslao Sanseverino, conte di Lauria ed utile Signore di LagonegroCarlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “A ‘Francesco Sanseverino’ successe nel 1455 nella Contea di Maratea e di Lauria, e quindi nell’utile dominio di Lagonegro, il figlio ‘Stefano’, ed a questo il figlio ‘Venceslao‘.”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Francesco, avvenuta prima del 1453, divenne 4° Conte di Lauria il fratello Venceslao, che aveva sposato Mita Caracciolo, figlia di Leonetto Signore di Pisciotta e di Caterina Filangieri dei Conti di Avellino. In seguito ad atto di donazione del padre Venceslao, il 12 febbraio 1462 la figlia Luisa diventa contessa di Lauria e sposa Barnabo Sanseverino, terzogenito del 10° Conte di Marsico Giovanni Sanseverino e fratello del 1° principe di Salerno Roberto; quest’ultimo successe al padre dopo la morte del primo figlio Ludovico, avvenuta in maniera prematura nel 1447. Barnabo era, come tutti i Sanseverino, uomo d’arme. Aveva partecipato nel 1460, insieme al fratello Roberto, agli scontri tra Ferrante d’Aragona (con i quali erano schierati) e i d’Angiò che cercavano di riprendersi il regno. Dopo la sconfitta subita dalle truppe aragonesi nella battaglia di Sarno, Roberto scese a patti con il Principe di Taranto, dimostrandosi propenso a passare dalla parte degli angioini. Finiti gli scontri i due fratelli Sanseverino furono processati per lesa maestà ma ottennero il perdono di Ferrante il 17 gennaio 1461. Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro, Barnabo divenne il 5° Conte di Lauria, entrando in possesso dei beni della moglie. Il 22 novembre dello stesso anno viene investito inoltre dei feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo. Alla morte di Barnabo, avvenuta nel 1485, diventa 6° Conte di Lauria il figlio Bernardino.”.
Nel 1444, BARNABA SANSEVERINO, Conte di Marsico, figlio di Giovanni e fratello di Roberto Sanseverino, Principe di Salerno
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 150 e s.: “Giovanni Sanseverino conte di Marsico, barone di Rocca e vicereggente della provincia di principato, nel dicembre del successivo anno 1444 essendo gravemente imfermo fece testamento (1). Legò al figliuolo primogenito Luigi i feudi di Marsico, di Sanseverino, di S. Giorgio e di Diano, il castello di Salerno, il casale di Agropoli e la terra ed il Castello dell’Abate con l’obbligo però ‘sub pena maledictionis suae’ di pagare per quest’ultimo feudo il vescovo di Capaccio ecc… Dette a Roberto e a Barnaba, altri suoi figliuoli, la baronia della Rocca e varii feudi, su alcuni dei quali godeva l’usufrutto sua madre Caterina Sanseverino ancora vivente. Assegnò una dote di 12 mila ducati alla figliuola Sveva, e poichè in quel tempo la moglie era incinta, legò vari beni a prò del nascituro stabilendo che se fosse maschio, come infatti avvenne, dovesse avere il nome di Galeazzo. Donò sua nipote Diana, figliuola del suo fratello defunto Tommaso, una dote di ducati 12 mila con la condizione però che dovesse rinunciare ad ogni ragione su le contee di Marsico e di Sanseverino. Tra gli altri legati lasciò ducati venti alla chiesa di S. Francesco del Cilento. Diana non si contentò del legato, ed alla morte dello zio mosse in giudizio contro i cugini i quali invocarono a proprio favore il privilegio, con cui la regina Giovanna II aveva ordinato che la famiglia Sanseverino, per i beni feudali, non potessero succedere le donne quando vi fossero maschi della medesima famiglia. Il re Alfonso, attendendosi a tale privilegio, con diploma del 22 dicembre del 1450 da Torre Ottava, essendo intanto morto Luigi senza figli, confermò a favore di Roberto e degli altri due fratelli le contee di Marsico e di Sanseverino, la baronia di Rocca e i feudi di Agropoli e di Castellabate, restando per quest’ultimo però impregiudicata la lite tra il conte Roberto e la badia di Cava (1, p. 152). II La potenza di Casa Sansseverino crebbe grandemente nel regno di Ferdinando d’Aragona successo a suo padre Alfonso nel 27 Giugno 1458.”. Il Mazziotti (…) a p. 151, nella sua nota (1) postillava come di seguito: “(1) Pubblicato dal Ventimiglia, DIf. Stor. Diplom., Appendice, Doc. XV, fol. LV.”. Da altri autori sappiamo che Venceslao Sanseverino, Conte di Lauria, diede in moglie a Barnaba Sanseverino la figlia Luisa. Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “…’Venceslao’. Costui trovandosi privo di prole maschile, e volendo far rimanere i suoi feudi nel parentado, diè in matrimonio la figlia ‘Luisa a Barnaba Sanseverino, Conte di Capaccio e fratello o nipote di Roberto, Principe di Salerno, donandole altresì la Contea di Lauria ed altri feudi, dei quali si riservò il godimento e l’usufrutto fino alla morte. A tale ecc..ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 “Vincislao Sanseverino asserendo di non avere maschi, ammogliò Luisa sua figlia con Barnaba Sanseverino fratello di Roberto Principe di Salerno, e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva di Luisa Sanseverino che il 7 giugno 1463: “sposa Barnabo Sanseverino, terzogenito del 10° Conte di Marsico Giovanni Sanseverino e fratello del 1° principe di Salerno Roberto; quest’ultimo successe al padre dopo la morte del primo figlio Ludovico, avvenuta in maniera prematura nel 1447. Barnabo era, come tutti i Sanseverino, uomo d’arme. Aveva partecipato nel 1460, insieme al fratello Roberto, agli scontri tra Ferrante d’Aragona (con i quali erano schierati) e i d’Angiò che cercavano di riprendersi il regno. Dopo la sconfitta subita dalle truppe aragonesi nella battaglia di Sarno, Roberto scese a patti con il Principe di Taranto, dimostrandosi propenso a passare dalla parte degli angioini. Finiti gli scontri i due fratelli Sanseverino furono processati per lesa maestà ma ottennero il perdono di Ferrante il 17 gennaio 1461. Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro, Barnabo divenne il 5° Conte di Lauria, entrando in possesso dei beni della moglie. Il 22 novembre dello stesso anno viene investito inoltre dei feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a p. 143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Pare che i de Petruciis fossero stati indotti a parteciparvi come condizione per l’assenso al matrimonio tra il conte di Policastro e Sveva Sanseverino, figlia di Barnaba, che abbiamo visto conte di Lauria e barone di Cuccaro. Non è da escludere che Antonello, a conoscenza de fatti, non sia stato capace d’impedirne l’attuazione e che abbia taciuto per non creare l’irreparabile in una famiglia come la sua, dove la moglie non mancava di rinfacciargli la sua umile origine.”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Galasso cit., La feudalità, p. 18.”.
Nel 12 febbraio 1462, LUISA SANSEVERINO successe al padre Venceslao nella Contea di Lauria
Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “In seguito ad atto di donazione del padre Venceslao, il 12 febbraio 1462 la figlia Luisa diventa contessa di Lauria…”, che diventa contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro.
Nel 7 giugno 1463, LUISA DI LAURIA sposa Barnaba Sanseverino che diventa il VI conte di Lauria.
Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “…’Venceslao’. Costui trovandosi privo di prole maschile, e volendo far rimanere i suoi feudi nel parentado, diè in matrimonio la figlia ‘Luisa a Barnaba Sanseverino, Conte di Capaccio e fratello o nipote di Roberto, Principe di Salerno, donandole altresì la Contea di Lauria ed altri feudi, dei quali si riservò il godimento e l’usufrutto fino alla morte. A tale ecc..ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 “Vincislao Sanseverino asserendo di non avere maschi, ammogliò Luisa sua figlia con Barnaba Sanseverino fratello di Roberto Principe di Salerno, e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva di Luisa Sanseverino che il 7 giugno 1463: “sposa Barnabo Sanseverino, …..Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro, Barnabo divenne il 5° Conte di Lauria, entrando in possesso dei beni della moglie. Il 22 novembre dello stesso anno viene investito inoltre dei feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a p. 143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Pare che i de Petruciis fossero stati indotti a parteciparvi come condizione per l’assenso al matrimonio tra il conte di Policastro e Sveva Sanseverino, figlia di Barnaba, che abbiamo visto conte di Lauria e barone di Cuccaro. Non è da escludere che Antonello, a conoscenza de fatti, non sia stato capace d’impedirne l’attuazione e che abbia taciuto per non creare l’irreparabile in una famiglia come la sua, dove la moglie non mancava di rinfacciargli la sua umile origine.”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Galasso cit., La feudalità, p. 18.”.
Nel 1463, LUISA SANSEVERINO, cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro
Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 “Vincislao Sanseverino asserendo di non avere maschi, ammogliò Luisa sua figlia con Barnaba Sanseverino fratello di Roberto Principe di Salerno, e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”.
Nell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni esiste un documento datato anno 1481, di cui parlerò per quell’anno e citato da Pietro Ebner (…). Pietro Ebner (…), a p. 592 del vol. II, in proposito scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Ma Pietro Ebner (…), non dice chi fosse il vescovo che nell’anno 1481 fosse a capo della cattedra Vescovile della Diocesi di Policastro. La notizia ed il documento riguarda proprio l’epoca in cui nel Golfo di Policastro diversi feudi erano in mano ai Petrucci ed è di estrema importanza per la storia di Sapri. Riguardo il vescovo della Diocesi di Policastro, a cui si riferisce un documento del 1481, di cui parlerò innanzi, io credo si trattasse del vescovo Gabriele Guidano, come del resto attesta lo stesso documento in questione e il sacerdote Giuseppe Cataldo, la cui cronostassi non coincide con quella di Ebner e soprattutto con quella del Laudisio che in quel periodo poneva Vescovo di Policastro Mons. Gabriele Altilio. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98. inoltre, come ho già detto, Ebner, non diceva chi fosse il vescovo di Policastro. Da mie personali ricerche nel prestigioso archivio Cavense, si trattava di “Gabriele Guidano” (così lo riporta il Laudisio a p. 77, della sua ‘Synopsi’ vedi versione curata dal Visconti), essendo sul documento citato un certo “Gabriel Godanus“. Infatti, il Laudisio (…), scriveva: “XXII. Gabriel Guidanus Licensies, episcopus anno 1491.”. Dunque, secondo il Laudisio (…), Mons. Gabriele Guidano venne eletto nell’anno 1491 e dunque non poteva essere il vescovo della Bolla del 1481 (il documento di cui parlerò innanzi che riguarda Sapri. Io credo , invece che il Laudisio abbia confuso la data di elezione alla cattedra vescovile di Policastro di Mons. Guidano. Credo che la data riportata dal Laudisio non fosse 1491 ma fosse 1481. Infatti, padre Leone dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, assicura che Gabriele Guidano (così l’ha chiamato lui), fosse stato vescovo di Policastro dall’anno 1481 al 1484. Secondo la cronostassi dei vescovi riportata dal Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, edita nel 1831, a p. 76 (si veda la versione curata dal Visconti), all’epoca del documento, datato anno 1481, il vescovo di Policastro, doveva essere il n. XX Gabriele Altilio, lucano che, nell’anno 1471, successe ad Enrico Languaro che era stato nominato vescovo della Diocesi Paleocastrense il 1467. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Dunque, secondo la cronostassi del Laudisio, nell’anno 1481, l’anno del documento citato da Ebner, doveva essere vescovo di Policastro Gabriele Altilio. Ma quì c’è un errore. Se secondo la cronostassi del Laudisio (…), il vescovo della Diocesi di Policastro nel 1481 doveva essere Mons. Altilio che fu nominato vescovo nel 1471. Secondo il Laudisio, Mons. Altilio rimase Vescovo di Policastro fino alla nomina del suo successore XXI, ovvero fino all’anno 1491 quando fu eletto Mons. Gabriele Guidano. Forse il Laudisio confuse il nome di “Gabriele” Guidano con quello di Mons. Gabriele Altilio. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, in un suo datiloscritto inedito del 1973, a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto vescovo di Policastro, come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano.”. Dunque, anche la versione del Cataldo discordava da quella del vescovo Laudisio.Secondo la cronostassi riferita dal Cataldo, Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro nell’8 gennaio del 1493, come si rileva da due lettere di re Ferdinando II (due lettere del 9 e del 14 gennaio 1493 e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 171, nel suo capitolo dedicato alla serie dei vescovi di Policastro, in proposito scriveva che: “21, Gabriele Guidano, di Lecce, 1471-1485.”. Dunque, secondo la cronostassi del Cataldo, archivista della Diocesi di Policastro, Mons. Gabriele Guidano, di Lecce, fu vescovo di Policastro dal 1471 al 1485, e dunque ciò che afferma il Cataldo, sconfessa quanto sia scritto nella ‘Synossi’ del Laudisio e conferma l’antico documento d’epoca aragonese, citato da Ebner. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Forse un errore di stampa ?. Sempre il Laudisio, continuando la sua cronostassi dei vescovi Policastrensi, in proposito scriveva che: “XXIII. Bernardino Laureo, di Spoleto, nominato vescovo ed assegnato alla diocesi di Policastro nel 1504.”. Dunque, se la cronostassi del Laudisio è corretta, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano, dovette esserlo fino al 1504. Siccome che, l’Ebner, che lesse il documento inedito del 1481, forse proprio sulla scorta del Laudisio, notando l’erore nella sua cronostassi, non citò il vescovo Gabriele Guidano, come invece assicura essere scritto, padre Leone. Tuttavia, il padre Leone, assicura che sul documento è scritto il nome del vescovo di Policastro “Gabriel Godanus”. Infatti, per l’errore del Laudisio (…), riguardo l’esatta cronostassi dei due vescovi della Diocesi, l’Altilio ed il Guidano (..) e soprattutto riguardo il documento del 1481 che interessa la storia di Sapri, ci viene incontro il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. La data dell’elezione vescovile di Altilio è rilevata anche nella lettera del Signor Abate D. Gaetano Marini del 15 novembre 1803, ove è rettificata la serie dei Vescovi di Policastro, tramandata dall’Ughelli, secondo il quale Gabriele Altilio, per confusione di nome, sta al posto di Gabriele Guidano, Vescovo di Policastro nel 18 settembre 1471.”. Dunque, in questo passo a cui il Cataldo sriferiva del Vescovo Altilio, si dice chiaramente che la cronostassi del Laudisio è errata in quanto i riferiva a quella errata dell’Ughelli.
L’indagine demografica ed i primi censimenti della popolazione in epoca AragoneseNel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: “Oggi per nostra fortuna, se siamo in possesso di dati demografici per il sessantennio aragonese e per il primo censimento vicereale, lo dobbiamo alla pazienza e alla solerzia di Alfonso Silvestri (…), il quale raccogliendo in volume le carte risparmiate dalla distruzione che subì l’Archivio di Stato di Napoli nell’ultima guerra, ha messo alla portata di tutti la ‘Numeratio terre Castris Abbatis Casalibus’, dalla quale attingiamo le notizie dei fuochi del periodo Aragonese e del primo censimento vicereale, limitatamente ai Casali dipendenti al Castello dell’Abate, e la ‘Numerazione Rocce Cilenti cum Casalibus’”. Ebner (…), però, sempre a p. 592, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Dunque, in seguito ai fatti della “Congiura dei Baroni”, la contea di Policastro ed il porto di Sapri, sarebbero appartenuti ai Petrucci solo fino al 1496, quando re Ferrante d’Aragona la concede in feudo ai Carafa che la possedettero fino alla fine del ‘700. Secondo l’Ebner, a p. 592, “il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, e di duca, Libonati, Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni ecc..”. Il documento del vescovo Altilio, conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni, è dell’Aprile del 1481, qualche anno prima (a. 1485), in cui i Petrucci parteciparono alla ‘Congiura dei baroni’ e, persero la contea di Policastro. Secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), a p. 515, la contea di Policastro, fu rivenduta dal Re, che demanializzò Policastro “nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (81).“. Rileggendo Ebner, che a p. 668, parlava di Torre Orsaia, aprendiamo che “Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis…., le cui firme del re,…furono riconosciute autentiche da tre persone qualificate nel 1544. O. Pasanisi (9), che pubblicò gli statuti locali di Torre Orsaia, ecc..”.
(Fig…) Particolare delle nostra costa e del nostro territorio tratto dalla della Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). La carta è inedita e da me scoperta alla fine degli anni ’70 e fatta riprodurre nel 1981 dall’ASN, dove essa ancora è conservata.
Nel 1988 (…) e poi nel 1995, pubblicai a stampa, uno studio dal titolo “I Villaggi deserti del Cilento”, dove facevo una disamina sull’indagine demografica dei piccoli centri del basso Cilento.
(Fig…) Attanasio F., “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13 (1).
Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: “Innanzitutto occorre notare che i primi censimenti, secondo la numerazione dei ‘fuochi’ (così si denominarono i nuclei familiari fino al XVIII secolo), si ebbero fin dall’anno 1443, durante il Regno di Alfonso I d’Aragona. Essendo, però, tale indagine volta ad accertare il numero dei nuclei familiari allo scopo puramente fiscale o militare, essa non potrà fornire di certo che dati approssimativi, ma sempre utilissimi a quanti vogliono rendersi conto del cammino compiuto dall’uomo attraverso i secoli. Nel periodo della dominazione aragonese, che si protrasse per circa sessanta anni, ebbero luogo varie numerazioni. Le più importanti furono quelle rilevate negli anni 1443, 1472, e 1489.”. Mario Vassalluzzo (…), nel 1975, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, riportava un interessante ricerca sulla ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s.
(Fig….) Tavola sulla popolazione dei centri costieri cilentani dal XV al XVI secolo – tratta da Vassalluzzo M., op. cit. (…).
Infatti, il Silvestri (…), in un suo pregevole studio sulla popolazione del Cilento in epoca Aragonese, scriveva: “I censimenti della popolazione del Regno di Napoli, attuati col sistema della numerazione dei focolari, trassero origine dalla convenzione intercorsa tra Alfonso I d’Aragona ed i baroni del parlamento del febbraio-marzo 1443. Scopo precipuo dell’indagine demografica, adottata in tal modo da circa tre secoli, fu di accertare la reale esistenza dei nuclei familiari in tutte le terre abitate per imporre ad essi l’annuo tributo di un ducato, in luogo di quanto precedentemente si riscuoteva con l’incerto sistema delle collette (…).”.
L’andamento demografico della popolazione a Torraca e a Sapri (Porto di Torraca)Come abbiamo cercato di dimostrare nei precedenti studi ivi pubblicati, pubblicando documenti e testimonianze che attestano la presenza di un porto, di uno scalo marittimo conosciuto e di un piccolo borgo prima marinaro ma poi in seguito cresciuto, il paese di Sapri che più tardi verrà denominato ‘Portum Saprorum’ e poi ‘Terra Saprorum’, ha origini antichissime. Le testimonianze che abbiamo riportato nei precedenti studi ivi pubblicati sono molteplici e non stiamo quì a ricordarli. Lo studioso della maiolica napo-letana Guido Donatone (…), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400, attualmente conservato nel Museo dell’Istituto d’Arte di Napoli, che reca la firma del suo esecutore: un certo ‘Dimera’ di Sapri, di cui ho parlato ivi in un altro mio recente saggio. Anche se la numerazione dei ‘fuochi’ con i primi Censimenti nel Regno di Napoli non ci danno notizie certe sulla popolazione prima del ‘600, crediamo che il piccolo borgo marinaro di Sapri, con il suo porto e la sua grande baia, abbia da sempre avuto un importante ruolo nella storia del Regno di Napoli. Anche se, come scrive il Villani (…): “la numerazione del 1595 registra il culmine dell’espansione demografica“ e, nel nostro caso, si registrerà più avanti uno spaventoso calo della popolazione nel 1669, tanto che sono compresi sotto questa voce gli attuali Comuni di Celle di Bulgheria, Ispani, Santa Marina e Sapri, non censiti nei secoli scorsi perchè disabitati oppure – come noi pensiamo – inseriti nella popolazione di centri vicini perchè popolati da pochi individui (…). Infatti, Sapri non figura tra quei centri censiti per i soli anni 1648 e 1669, riportati dal Beltrano (…). Il Beltrano (…) che nel 1644, scrive ‘Breve descrizione del Regno di Napoli’, riporta la popolazione di Torraca e non di Sapri. Infatti, i dati sulla popolazione di Sapri, dal 1532 al 1669, sono certamente quelli inseriti all’interno dei dati che riguardano l’Università di Torraca – da cui dipendeva Sapri in quegli anni, essendo il suo territorio parte del feudo baronale – desunti dalla “Tavola comparativa sulla distribuzione demografica dei centri costieri cilentani dal XV al XX secolo”, pubblicata dal Vassalluzzo (…)(vedi nota 28), e i cui fuochi sono stati ricavati dal Giustiniani (…) e che per quanto riguarda Sapri vanno dagli anni 1790 al 1971. L’Ebner (…), in proposito della popolazione di Sapri, riferisce che il Giustiniani (…), non riporta le numerazioni dei due censimenti del 1532 e del 1595. Il Giustiniani (…), non riporta le numerazioni di Sapri, Celle di Bulgheria, Santa Marina e Ispani e, l’Ebner aggiunge in proposito: “Probabilmente queste due ultime con Sapri, unite a Policastro.”. Il Giustiniani (10), nel suo ‘Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli’, del 1804, riporta i dati di Sapri credo del censimento del 1790 e dice: “Gli abitanti al numero di circa 1500 in parte sono addetti all’agricoltura ed in parte alla pastorizia.”. Lo Ebner (21), riferisce anche che il Pacicchelli (22), non figura Sapri nelle numerazioni dei fuochi dei due censimenti del 1648 e 1669. Il Pacicchelli, riporta le numerazioni di Libonati (Vibonati)(camera riservata) vecchia = 348 e nuova 145, mentre la numerazione di Torraca – anch’essa diminuita – è di 317 nel censimento del 1648 e 62 nel censimento del 1669. A questi dati, desunti dal Giustiniani e Pacicchelli, aggiungiamo i dati sulla popolazione di Sapri degli anni 1714, 1719, 1761, 1794, 1795, ricavati da fonti storiografiche dell’epoca. Nella visita pastorale del Vescovo di Policastro De Robertis del 9 maggio 1714, “lo stato delle famiglie di Sapri nel 1714 segnava 345 anime, oltre tre case di Vibonati”(…). Sempre da un documento del Vescovo De Robertis, “nel 1719, il Porto di Sapri contava 414 abitanti “adnumerum quatuor centum quattrordecim in simul cohabitantibus” (….). Nel 1761 le anime (abitanti) di Sapri ascendevano a 1131. Nel 1790, Sapri contava 1500 abitanti. Nel 1788, il Galanti (…), riferisce che Sapri contava 1423 anime. Nel Nel 1745, nella sua pubblicazione sulla ‘Lucania’, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), così descrive Sapri: “nelle campagne intorno al Porto e Marina di Vibonati (che sono deliziosissime) abitano sparsamente da 500 persone, che le coltivano assai bene, specialmente per le viti e fichi e olivi, oltre di quei che sono addetti alla pesca, che vi è abbondantissima e di squisito sapore”. (…). Riportiamo i dati relativi alla popolazione di Sapri, ricavati dai censimenti che dall’anno 1790 si sono tenuti ogni dieci anni sino al censimento del 1971: Censimenti: 1790-1809-1811-1861-1871- 1881-1901-1911-1921-1931-1936-1940-1948-1951. Popolazione: 1500-1455-1368-2018-1811-2352-2475-3490-4300-5145-4900-4608-5629-5825 e poi ancora quelli degli anni 1961 e 1971, quando abbiamo rispettivamente 6925 e 7430. Quindi, dal ‘700 in poi, la popolazione a Sapri ha registrato una costante crescita. Nel 1809, secondo il Rizzi (17), Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti. L’Alfano (…), nel suo ‘Istorica descrizione del Regno di Napoli’, del 1823, a proposito di Sapri, dice: . “Fa di popolazione 1489.” . Nel 1881, si contavano 1963 abitanti. Il 1836 è l’anno del più antico registro dei nati e dei defunti esistente, custodito dalla curia nella parrocchia di Sapri, il paese viene denominato “Terra Saprorum.“.
I ‘Quinternioni’ feudali del Regno di Napoli(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc…..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.
I CARAFA DELLA STADERA
Dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che i l’illustrissima e storica famiglia napoletana Carafa discende da altro più antico casato napoletano: i Caracciolo. Il capostipite fu Gregorio di Giovanni Caracciolo vissuto nel XII secolo, detto Carafa perchè ricopriva la carica di concessionario della gabella sul vino chiamata “campione Carafa”. Guerrello Caracciolo detto Carafa, Maresciallo del Regno, fu cavaliere dell’Ordine della Nave. Si divise in due grandi rami detti della Spina e della Stadera; capostipite della famiglia Carafa della Stadera fu Tommaso, figlio di Bartolomeo. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nido e, dopo la soppressione dei sedili (1800) fu iscritta nel Libro d’Oro Napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: barone di: Apricena, Binetto, Bonifati, Campolieto, Capriati, Civita Luparella, Colubrano, Rocca d’Aspro, Rutigliano, Sant’Angelo a Scala, San Mauro, Sessola, Tortorella, Trivigno, Tufara, Vallelonga. marchesi di: Anzi (1576), Baranello (1621), Bitetto (1595), Corato (1727), Montenero (1573), Montesardo, S. Lucido, Tortorella (1710). I Carafa raggiunsero i più alti gradi ecclesiastici nella Chiesa Romana con quindici cardinali e un Papa; Giovan Pietro Carafa (Capriglia 28-6-1476 † Roma, 18-8-1559), figlio di Giovanni Antonio dei conti Carafa e di Vittoria Camponeschi, figlia di Pietro Lalle, ultimo conte di Montorio, feudo in provincia di Teramo, fu eletto Papa il 23 maggio 1555 con il nome di Paolo IV. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Giustiniani (18), ….ci informa ….e del feudatario “Caraffa della Stadera”. Egli ci informa pre delle numerazioni dal 1532 al 1669 (19). Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitisi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carraffa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo dei baroni Gallotti etc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(20) Tancredi, Il Golfo di Policastro etc..”, p. 72.”. I Carafa o Caraffa sono una nobile e antica famiglia di origine napoletana, discendente dall’ancor più antica famiglia Caracciolo. Divisa in numerosi rami, i cui principali e più importanti sono i Carafa della Spina e i Carafa della Stadera, e decorata dei più alti titoli, raggiunse l’apice della sua potenza con l’elezione al soglio pontificio di Gian Pietro Carafa, papa con il nome di Paolo IV. Capostipite della famiglia Carafa della Spina fu Andrea, familiare della regina Giovanna I d’Angiò, il quale seguì Carlo III di Durazzo nella guerra d’Ungheria. I rappresentanti del Casato ricoprirono le più alte cariche in campo civile, militare ed ecclesiastico sino ad arrivare al soglio pontificio. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nilo e, dopo la soppressione dei sedili (1800), fu iscritta nel Libro d’Oro napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: Barone di: Bianco (1629), Carreri (1629), Cerro, Forlì (1629), Petrella, Rionegro (1666), Ripalonga, Roccasicone, Rocchetta, San Nicola di Leporino, Torraca; Conte di: Arpaia (1605), Condojanni (1629), Conte palatino (1622), Cerro, Grotteria (1496), Policastro, Roccella (1522); Marchese di: Brancaleone, Tortorella, Castelvetere (1530) con annesso il Granducato di Spagna di prima classe (1581); Duca di: Bruzzano (1646), Forli (1625), Montenero, Rapolla (1623), Traetto (1712); Principe di: Roccella (1594), Sacro Romano Impero (1563). Riguardo la famiglia dei Carafa, ha scritto il Cataldo (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 42, in proposito scriveva che: “Questa famiglia si divise in vari rami, fra cui i principali: i Carafa della Spina (Principi di Belvedere), della Bilancia (Duchi d’Andria), della Serra, ecc..a Tortorella vi erano i Marchesi dell’altro ramo: (Carafa della Stadera), i cui tenimenti passarono alla famiglia Rocco. Da essi uscirono personaggi illustri: – Giampietro Carafa (1476-1559), che fu papa Paolo IV nel 1555, ecc..”.
Nel 25 ottobre 1498, re Federico I d’Aragona smembrò la Contea di Lauria e diede le Terre di Tortorella, Battaglia e Casaletto a Giovanni Andrea Caracciolo, patrizio Napoletano e maestro d’armi del re Ferdinando I d’Aragona
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Nel 1498, in seguito alla ribellione del Conte di Capaccio, Guglielmo Sanseverino, al re di Napoli Ferdinando I d’Aragona, la famiglia Sanseverino fu privata, tra l’altro, anche del feudo di Tortorella, che fu dato a Giovanni Andrea Caracciolo, maestro d’armi del re (4).”. Il Guzzo, a p. 201, nella nota (4) postillava che: “(4) C. Porzio: La congiura dei Baroni del Regno di Napoli contro Ferdinando I, Napoli, 1964, pag. 76.”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: “Pochi anni dopo il nuovo re di Napoli Federico I, succeduto a Ferdinando II, effettuò un vero e proprio smembramento della Contea di Lauria suddividendola in tanti piccoli feudi che furono messi all’asta e ceduti alla nuova nobiltà di toga. Come documentato nei Quinternioni conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, Lib. III°, al foglio 169 e Lib VII°, foglio 159, in data 25 ottobre 1498 il re conferì “le Terre di Tortorella con i casali di Libonati, Casaletto e Battaglia” al patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, etc…”. Dunque, su concessione di re Federico I d’Aragona, in seguito ai fatti della Congiura de Baroni, il casale di Vibonati, che all’epoca veniva chiamato Libonati, venne devoluto, insieme a Casaletto e Battaglia al patrizio napoletano Giovanni Antonio Caracciolo. Infatti, in seguito alla Congiura dei Baroni, re Federico I d’Aragona, che aveva assediato i Sanseverino a Teggiano, suddivise la Contea di Lauria appartenuta a Bernardino Sanseverino, ultimo conte di Lauria. Sul blog in rete del “Libro d’oro della Nobiltà Mediterranea” è scritto che G7. Giovanni Andrea (+ 1528), Patrizio Napoletano; ebbe le Serre di Tortovilla e Casaletto il 25-10-1498 e la terra di Misuraca il 25-4-1500, compra Scalea il 25-4-1501, Signore di Misuraca, Scalea, Tortorella con i casali di Libonati, della Battaglia e Casaletto; 1° Marchese di Misuraca dal 4-10-1523. = Andreanna, figlia ed erede di Paolo di Caivano Signore di Misuraca. H1. Paolo (+ assassinato nel corso di una ribellione di villici 1528), Patrizio Napoletano. = Donna Caterina Vittoria Acquaviva d’Aragona, figlia di Don Belisario 1° Duca di Nardò e di Sveva Sanseverino dei Principi di Bisignano (+ uccisa col marito 1528) (vedi/see) H2. Porzia (+ post 13-8-1546); 1 a) = 1523 Ferdinando Piscicelli, Patrizio Napoletano; 1 b) = Ferdinando Caracciolo, Patrizio Napoletano (vedi/see). H3. Isabella (+ post 1569), Marchesa di Misuraca e Signora di Scalea a Tortorella. = Don Ferdinando Spinelli 2° Duca di Castrovillari (vedi/see. H4. Aurelia (+ post 1558) = 1525 Francesco de Guevara Signore di Arpaia e Buonalbergo (vedi/see). H5. Antonia (+ post 1566) = Diego Sandoval de Castro. H6. Giulia = Vincenzo Casera.H7. Lucrezia (+ 3-12-1580), monaca dal 6-2-1528, poi Badessa del monastero di Santa Maria Donna Regina a Napoli dal 1-9-1569 al 30-8-1572. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 164, in proposito scriveva che: “Dopo la tragica conclusione della Congiura dei Baroni, nel 1486, i Sanseverino vennero privati dei loro possedimenti e Bonati, che faceva parte del feudo di Tortorella, passò nelle mani di Giovanni Andrea Caracciolo.”.
Nel 1496, Giovanni Caraffa della SpinaDopo la ‘Congiura dei baroni‘ e, la fellonia di Ferrante d’Aragona e, l’arresto e la decapitazione del Petrucci, il 25 ottobre 1496, la Contea aragonese di Policastro e quindi anche Sapri, furono avocate al fisco per fellonia e poi concessa da Re Ferrante d’Aragona a Giovanni Carafa (…). Nel 1496 venne investito della contea di Policastro il benemerito patrizio napoletano Giovanni Carafa della Spina, il quale, oltre Policastro, ebbe “territoria Rocche gloriose ac casellae …. sancti Joanne ad pirum et Boschi, Turris et Alphani”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”. Ferdinando Ughelli (…), nel suo tomo VII della sua “Italia sacra”, nella colonna 758, in proposito alla Diocesi di Policastro scriveva che: “Dinde Ferdinado Antonius Petruccius Antonelli filius Policastri Dominus fuit, qui una cum vita Maiestatis reus factus, dominatum amisit: tandem ex Regio dono Ferdinandi II Regis Comes Policastrensi dictusest Ioannes Carrafa de Spina vir clarissimus, & Regni benemeritus, euius posteri hactenus Comitatum possidèt; bis sub Carrafis à Turcarum classe capta ecc…ecc..”.
(Fig….) Ferdinando Ughelli (…), Italia Sacra, vol. VII, col. 758 – Diocesi di Policastro
Giovanni Caraffa detto “la Morte” (pare per il suo aspetto disgustoso) (metà del XV secolo, 1530), era patrizio napoletano; signore di Rofrano e Mannia investito il 1 luglio 1490, ambasciatore a Venezia nel 1496 e in Ungheria nel 1498, 1° Conte di Policastro investito con privilegio datato: Sarno 4 febbraio 1496 (esecutivo dal 25 ottobre 1496), compra Roccagloriosa nel 1501, Signore di Rodio, Consigliere Regio, Provvisore Maggiore nel 1512, confermato di tutti i feudi il 31 ottobre 1518 (con l’aggiunta di Bosco e San Giovanni), Consigliere del Collaterale dal 22 maggio 1523. Sposa Giovanna, figlia di Arnaldo Sanchez castellano di Castelnuovo in Napoli. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: “Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in atre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50). La Concesione ai Carafa venne fatta con Albarano rg. (Quint. 55, f. 221; Quint. 58, f. 62e 172; Quint. 77, f. 270). Seguì la conferma (4 febbraio 1496) da re Federico, il quale aggiunse i feudi di Alfano e Sanza, con diploma del 5 ottobe 1496, edito nel mio ‘Economia e società’ cit. I, p. 540 sgg.”. Dunque, Ebner scriveva che il 4 febbraio 1496 re Federico (forse si riferiva a Federico I d’Aragona) confermava i feudi concessi ai Carafa. Federico o Ferdinando II (detto Ferrandino) ? Pietro Ebner (…), però nel vol. I a p. 540 del suo ‘Economia e Società etc…’, pubblicava il diploma di Ferdinando II d’Aragona. L’intestazione che riporta l’Ebner a p. 540 è: “DIPLOMA DI POLICASTRO – FERDINANDUS SECUNDUS DEI”. Dunque, Ferdinando II d’Aragona, ovvero Federico I d’Aragona ?. Ferdinando II d’Aragona, ramo di Napoli, noto anche come Ferrandino (Napoli, 26 agosto 1469 – Somma Vesuviana, 7 settembre 1496), fu re di Napoli per poco meno di due anni, dal 23 gennaio 1495 al 7 settembre 1496. Inoltre dal febbraio al luglio del 1495 fu spodestato da Carlo VIII di Francia, calato in Italia per rivendicare l’eredità angioina. Era figlio di Alfonso II e Ippolita Maria Sforza, nipote di Ferdinando I, titolare del trono di Gerusalemme. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Ebner (…), citando il Campanile (…) si riferiva al testo intitolato: “L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo, a pp. 49-50 parlando del Duca Gianfrancesco Di Sangro, in proposito a pp. 49-50 scriveva che: “Ritornato che fu il Duca, dopo questo fatto, il Re hauendo hauuta particolar informazione del valor, c’egli hauea dimostrato in tutta quella impresa, l’andò con più lettere ringraziando honorandolo anche con titolo di parente e diremunerazione il creò suo Consiglier di Stato nel Regno di Napoli.”. In un altro testo il Campanile (…) ci parla dei Carafa della Stadera e della Spina. Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni Carrafa e Carlo V nel 1523. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (vedi II edizione), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia, dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi. La città di Policastro, …..fino a che non pervenne al “celebre guerriero Don Giovanni Carafa (2). Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo (vedi II edizione), a p. 114, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”.
Nel XV secolo, il “Portus Saprorum” insieme a Torraca
Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare ecc…”.
Dal 1500 al 1504, il “Portus Saprorum” insieme a Torraca passò al “Magnificus Franciscus Scondito”
Di sicuro il feudo di Torraca ed il porto di Sapri passarono alla famiglia Scondito ai primi del ‘500. Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che nel 1500 e fino al 1504 vi era un Magnifico Francesco Scondito. Recentemente Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali.”. Dai ‘Cedularia’ dell’Archivio di Stato di Napoli, risultano baroni di Torraca, nel 1500, fino al 1504, “Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca”, come scrive il Gaetani a p. 283 del suo ‘Giovan Giacomo ecc.’. Tuttavia, bisogna segnalare che alcune notizie tratte dall’Ebner (…), cozzano con altre notizie dateci dal Gaetani (…). Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca.
Nel 1524, Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito pagò i diritti feudali per il feudo di Torraca
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che dal 1524 e fino al 10 gennaio 1524 vi era Lucrezia Scondito. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali.”. Dunque, secondo il Gaetani, alla morte di Francesco Scondito, nel feudo di Torraca successe la figlia Lucrezia Scondito che aveva sposato Antonio De Freda. Antonio De Freda, nel 1524 pagò i diritti feudali del feudo di Torraca. Il Gaetani a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dai Cedularia del Grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1525, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio De Freda; nel 1579, succede Prospero De Freda, figlio di Antonio;”. Secondo il Gaetani (….), nel 10 gennaio 1525, Lucrezia Scondito muore e nel feudo di Torraca gli succedono il figlio Giovannantonio (o Giovanniantonio) De Freda. Dopo la morte di Giovannantonio De Freda, nel 1579, nei diritti feudali del feudo di Torraca subentra il figlio di Antonio De Freda, Prospero De Freda. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare……..Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; segue un vuoto di venti anni, fino al 1524 quanto Antonio De Freda, marito della nobil donna Lucrezia Scondito, pagò i diritti feudali divenendone proprietario; gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito.
Nel 10 gennaio 1524, Giovannantonio de Freda succede alla madre Lucrezia Scondito nel feudo di Torraca
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che dal 10 gennaio 1524, data in cui muore Lucrezia Scondito, gli succede il figlio Giovannantonio de Freda che sarà Barone di Torraca fino alla sua morte avvenuta nel 1579.
Nel 1532, Torraca contava 69 fuochi che moltiplicato per 6 = 414 abitanti
Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.
Nel 1543, Sapri subì gravi danni per le incursioni dei pirati Barbarossa e Dragut pascià
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 592 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Non è da escludere che il villaggio marinaro di Sapri subisse danni dalle incursioni del Barbarossa (1543) e di Dragut pascià”.
Nel 1574 (?), Federico Carafa, 4° conte di Policastro
I Carafa della Spina furono Baroni di Torraca, Conti di Policastro e Roccella nel 1522, Marchesi di Tortorella nel 1530. Da Wikipedia, alla voce “Contea di Policastro” leggiamo che: “Federico Carafa (1574-doppo 1593), 4.° conte di Policastro, etc.”. Dunque, da Wikipedia apprendiamo che Federico Carafa sarà 4° conte di Policastro dal 1574 e morirà dopo l’anno 1593. Riguardo Federico Carafa ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: “(60)…..Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Ecc.. (Campanile, p. 50).”. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Dunque, Ebner scriveva che Federico Carafa era figlio di Giovan Battista Carafa e Giulia Carafa (forse Carafa della Stadera), sorella del Conte di Ruvo. Federico era fratello di Pierantonio Carafa che morì senza eredi e quindi la Contea di Policastro andò a Federico che aveva sposato Giulia Russa. Federico Carafa e Giulia Russa ebbero Lelio Carafa. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’ parlando di Rofrano, nel vol. II, p. 434, nella sua nota (18) postillava che: “(18) La moglie Giulia Ruffo si unì ai creditori per salvare la sua dote.”. Giulia Russa (come dice Ebner parlando di Policastro) o Giulia Ruffo (quando parla di Rofrano) ?. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: “La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. Evidentemente quella della nota (60) fu un errore materiale. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi. La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. La notizia è interessantissima perchè i 10 Feudi che dovette vendere Federico Carafa e la moglie Giulia Ruffo per debiti segnano l’inizio della proprietà di alcuni feudi come Torraca ed il Porto di Sapri che erano stati dei Carafa della Spina. E’ per questo motivo che in seguito, i Palamolla intenteranno delle liti con i Principi Carafa della Contea di Policastro. Dunque, è interessante ciò che scrisse il Ronsini quando dice che: “…..lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi.”. Dunque, Federico Carafa fu costretto a vendere quasi tutta la Contea di Policastro, oltre dieci feudi. E’ molto probabile che Federico Carafa dovette vendere anche il Porto di Sapri, insieme al feudo di Torraca. Infatti, sempre il Ronsini, a p. 25, in proposito scriveva che: “Si ha documento autentico, che a 26 Settembre 1562 Federico Carafa vendè Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10, 500 con R. assenso per ‘verbum fiat’, ma col patto del ‘retrovendendo’. Ciò vuol dire, che non fu vera vendita, ma censo per aver danaro ad interessi con cautela del Creditore sul Feudo. Questo fu veramente esposto venale da S.R.C. del 1576.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) riferendosi a Lelio Carafa postillava che: “(60)….Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca.
Nel 26 settembre 1562, Federico Carafa, 4° Conte di Policastro vendette il feudo di Rofrano a Scipione Scondito
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 434, parlando del casale e del feudo di Rofrano e dei suoi feudatari, i Carafa della Spina, all’epoca del Viceregno Spagnolo, in proposito scriveva che: “Ma i Carafa non tennero a lungo Rofrano. Per debiti (18) il 26 settembre 1562 Federico Carafa vendette Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10.500 (19).”. Ebner nella sua nota (18) postillava che: “(18) La moglie Giulia Ruffo si unì ai creditori per salvare la sua dote.”. Ebner nella sua nota (19) postillava che: “(19) R. assenso per ‘verbum fiat’, ma con patto ‘de retrovendendo’, formula di quei tempi che consentiva di poter ottenere danaro a interesse con ipoteca sui beni.”. La notizia fu tratta dal sacerdote Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi. La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. La notizia è interessantissima perchè i 10 Feudi che dovette vendere Federico Carafa e la moglie Giulia Ruffo per debiti segnano l’inizio della proprietà di alcuni feudi come Torraca ed il Porto di Sapri che erano stati dei Carafa della Spina. E’ per questo motivo che in seguito, i Palamolla intenteranno delle liti con i Principi Carafa della Contea di Policastro. Dunque, è interessante ciò che scrisse il Ronsini quando dice che: “Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi.”. Dunque, Federico Carafa fu costretto a vendere quasi tutta la Contea di Policastro, oltre dieci feudi. E’ molto probabile che Federico Carafa dovette vendere anche il Porto di Sapri, insieme al feudo di Torraca. Infatti, sempre il Ronsini, a p. 25, in proposito scriveva che: “Si ha documento autentico, che a 26 Settembre 1562 Federico Carafa vendè Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10, 500 con R. assenso per ‘verbum fiat’, ma col patto del ‘retrovendendo’. Ciò vuol dire, che non fu vera vendita, ma censo per aver danaro ad interessi con cautela del Creditore sul Feudo. Questo fu veramente esposto venale da S.R.C. del 1576.”.
Nel 28 novembre 1563, Annibale Gambacorta sposa Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giorgio Mallamaci (….), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, parlando di Torraca e sulla scorta del Gaetani (….), a p. 36, in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Infatti, dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo di Annibale, Signore di Torraca dal 1539, Patrizio Napoletano = Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, Patrizio Napoletano (+28-II-1563). Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ecc…”. Dunque, se Annibale Gambacorta aveva aquistato il feudo di Torraca il 16 novembre 1583 come faceva ad essere Signore di Torraca dal 1539 al 1563 ? Perchè, Annibale, nel 1539 aveva sposato Giovanna Carafa, contessa di Policastro e signora di Torraca, essendo Giovanna figlia di Fabrizio Carafa, conte di Policastro. Annibale poi muore all’età di 22 anni. Infatti, il Gaetani dice che Annibale sarà signore di Torraca fino al 1563. Forse la data del 16 novembre 1583 dell’acquisto di Torraca è errata ?. Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Secondo il ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ Annibale, Signore di Torraca dal 1539, Patrizio Napoletano, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, Patrizio Napoletano (+28-II-1563). Famiglia nobilissima d’origine tedesca, stabilitasi a Pisa nel secolo XII, e signora della città dal 1347 al 1406. Da essa era uscito il fondatore della Congregazione di S. Maria della Grazia (detta dei Bottizzelli), Pietro da Pisa (1355-1435), asceso poi all’onore degli altari e raffigurato in molte tele di pittori insigni. I Gambacorta erano venuti nel Reame al tempo degli Angioini, ed avevano vestito l’abito di Malta fin dal 1391. Una linea ebbe anche il Ducato di Ardore, ma il collegamento con la presente linea sovrana di Pisa non è (ancora) stato documentato. Dal vol. 17 – Raccolta Rassegna Storica dei Comuni leggiamo che:
Nel 7 ottobre 1571, la Battaglia di Lepanto
Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Il Granzotto, nel suo recente racconto sulla epica battaglia di Lepanto (1571), in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche, così leggiamo: “Ritrovammo il mare e il sole a poche leghe da Sapri. La levata diede buon frutto in questo povero borgo marinaro devastato dai pirati, che nell’ultima scorreria si erano buttati a profanare sino il cimitero, sollevando le pietre tombali per saccheggiare monili e altri oggetti sui cadaveri stessi. Fummo accolti veramente come fratelli venuti per soccorrere. Non avevamo nessun momento di libertà davanti a questa emozione: ci volevano veder mangiare, camminare, parlare, e guardavano tutto ciò che noi guardavamo. Un barbiere ci stava sempre al fianco, premuroso ed incalzante. Rivolgendosi a noi si ostinava ad usare la lingua latina, che poi traduceva nella parlata del luogo alla folla schierata in silenzio dietro le nostre spalle. Forse era l’immagine di Roma, portata da noi, che gli suggeriva l’impiego del latino, forse la nostra condizione di stranieri, o più semplicemente la vanità di mostrarsi conoscitore di quella lingua così nobile. Prospero, dopo qualche diffidenza, prese la cosa in divertimento. Agli eloqui del barbiere rispondeva con risate schiette, squillanti, fragorose, che gli scuotevano tutta la grande persona e andavano a rimbalzare in mezzo alla gente, spandendo allegrezza e buonumore nel seguito delle altre risa che alle sue tenevano eco. Si fece assai buona raccolta di soldati a Sapri, ma anche negli altri castelli nei quali era stato preparato il bando, a Lauria e a Lagonegro.” (127). Dunque, secondo il Granzotto, a Sapri vennero reclutati molti uomini tra la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, ecc…”. Nel mio studio, nella nota (127) postillavo che: “(127) Granzotto G., La Battaglia di Lepanto, ed. Mondadori, pp. 128, 129.”. E’ proprio a causa della sua caratteristica e peculiarità di isolamento, della presenza di manodopera qualificata nei porti come quello di Sapri e, a causa delle pessime condizioni in cui versavano le popolazioni del ‘basso Cilento’, questi territori, furono scelti per assoldare uomini forti da portare a combattimento. Un bellissimo passo del giornalista Gianni Granzotto che, nel suo libro ‘La battaglia di Lepanto’ (…), ci racconta come a Sapri, in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, furono assoldati uomini da portare a combattimento. Per lo scontro navale avvenuto a Lepanto nel 1571, in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche ed ottomane di Dragut-Pascià. Il giornalista Gianni Granzotto, nel suo racconto dell’epica battaglia di Lepanto, fingendo di aver attinto ad un antico racconto manoscritto di un certo (inventato) Antonello Antonelli, ci racconta della disfatta della grande flotta turca-ottomana di Dragut Pascià, attaccata e distrutta nel 5 ottobre 1571 dalla Lega navale cristiana ( veneziani, genovesi ecc..) Gianni Granzotto che, nel suo libro ‘La battaglia di Lepanto’ (…), ci racconta come a Sapri, in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, furono assoldati uomini da portare a combattimento. Nello scontro navale avvenuto a Lepanto nel 1571, in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche ed ottomane di Dragut-Pascià, il Granzotto, afferma: “Stavamo gocciolando come fontane, coperti di mota fino alle capigliature, quando ritrovammo il mare ed il sole a poche leghe da Sapri. La levata diede buon frutto in questo povero borgo marinaro devastato dai pirati, che nell’ultima scorreria si erano buttati a profanare sino il cimitero, sollevando le pietre tombali per saccheggiare monili e altri oggetti sui cadaveri stessi. Fummo accolti veramente come fratelli venuti per soccorrere. Non avevamo nessun momento di libertà davanti a questa emozione: ci volevano veder mangiare, camminare, parlare, e guardavano tutto ciò che noi guardavamo. Un barbiere ci stava sempre al fianco, premuroso ed incalzante. Rivolgendosi a noi si ostinava ad usare la lingua latina, che poi traduceva nella parlata del luogo alla folla schierata in silenzio dietro le nostre spalle. Forse era l’immagine di Roma, portata da noi, che gli suggeriva l’impiego del latino, forse la nostra condizione di stranieri, o più semplicemente la vanità di mostrarsi conoscitore di quella lingua così nobile. Prospero, dopo qualche diffdenza, prese la cosa in diverse con risate schiette, squillanti, fragorose, che gli scuotevano tutta la grande persona e andavano a rimbalzare in mezzo alla gente, spandendo allegrezza e buonumore nel seguito delle altre risa che alle sue tenevano eco. Si fece assai buona raccolta di soldati a Sapri, ma anche negli altri castelli nei quali era stato preparato il bando, a Lauria e a Lagonegro.” (…). Il racconto del Granzotto continua, affermando che erano nel mese di Agosto del 1571, che Prospero proseguirà il cammino a Lauria e Lagonegro per assoldare altri uomini per la battaglia, mentre colui che racconta si reca invece a Napoli e poi Messina per raggiungere la flotta delle veloci ed agili Gelee veneziane dove si imbarcheranno per raggiungere Lepanto, il luogo dell’epica battaglia il 5 ottobre 1571.
Nel 1557, Sapri ed il Golfo di Policastro nella carta di Pirro Ligorio
Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Sapri figura anche nella carta “Regni Neapolitani” (fig. 40) di Pirro Ligorio, del 1557, e riprodotta da Abramo Ortellio, nel “Teatrum Orbis Terrarum”, il primo Atlante riprodotto a stampa (111).”. Nel mio studio, nella nota (111) postillavo che: “(111) “Regni Neapolitani”, di Pirro Ligorio, del 1557, riprodotta nel “Teatrum Orbis Terrarum” (il primo Atlante pubblicato a stampa), di Abramo Otellio, Anversa edizione del 1570, è tratta dal testo di Mazzetti E., op. cit., vol. II, tav. V.”.
Nel 1579, Prospero De Freda, figlio di Antonio de Freda subentra al fratello Giovanniantonio nei diritti feudali di TorracaNel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ecc….”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che nel 1579, alla morte del fratello Giovannantonio de Freda gli succede Prospero de Freda nel feudo di Torraca. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali. Morta Lucrezia le succede prima il figlio Giovannantonio De Freda e poi, nel 1579, il nipote Prospero De Freda. Il 16 novembre 1583 Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Dunque, secondo il Gaetani, alla morte di Francesco Scondito, nel feudo di Torraca successe la figlia Lucrezia Scondito che aveva sposato Antonio De Freda. Antonio De Freda, nel 1524 pagò i diritti feudali del feudo di Torraca. Il Gaetani a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dai Cedularia del Grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1525, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio De Freda; nel 1579, succede Prospero De Freda, figlio di Antonio;”. Secondo il Gaetani (….), nel 10 gennaio 1525, Lucrezia Scondito muore e nel feudo di Torraca gli succedono il figlio Giovannantonio (o Giovanniantonio) De Freda. Dopo la morte di Giovannantonio De Freda, nel 1579, nei diritti feudali del feudo di Torraca subentra il figlio di Antonio De Freda, Prospero De Freda. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare……..Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; segue un vuoto di venti anni, fino al 1524 quanto Antonio De Freda, marito della nobil donna Lucrezia Scondito, pagò i diritti feudali divenendone proprietario; gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito.
Nel 16 novembre 1583, Annibale Gambacorta acquistò il feudo di Torraca (e la Terra di Sapri ?) da Prospero De Freda
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che il 16 novembre 1583, Prospero de Freda vendette il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta. Da questo momento, nel feudo di Torraca si esauriranno i de Freda ed inizierà la saga dei Gambacorta. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Il 16 novembre 1583 Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Il Gaetani, a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593 lasciando i figli Orazio, ecc..”. Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Alla fine del 1300 il feudo torracchese è oggetto di una lunga serie di vendite, tra i proprietari più importanti si annoverano: i De Freda ed i Gambacorta.”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “….gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito. Il Mallamaci a p. 42 in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono ecc…: “. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ecc…”. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che: “Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria”. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro.
Nel 15 agosto 1585, Lelio Carafa, 5° conte di Policastro, avendo sposato Vittoria di Loria, divenne anche barone di Majerà
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”. Però, sempre Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà”, a p. 75, in proposito scriveva che: “Nel 1566 sposò Giulia di Bernardo di Cosenza, vissuta fino al 1625. Dal loro matrimonio nacquero Vittoria e Beatrice. Vittoria, che, in prime nozze, sposò Lelio Carafa dei Conti di Policastro, Capitoli del 15 Agosto 1585, ratificati il 18 gennaio 1587, fu l’ultima baronessa di Casa Loria a Majerà. Ebbe in dote la Terra, con rendite, “jussi”, vassallaggio, giurisdizione delle prime e seconde cause, il Castello, il bestiame e tutto quanto Alfonso possedeva (19). Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Vittoria restò vedova giovanissima. Lo stato vedovile la rattristò tanto che condusse vita da suora, secondo la regola dominicana, nel Castello di Majerà. Da Lelio e Vittoria erano nate due figlie, Giulia e Maria Carafa.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono. Riguardo Lelio Carafa ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: “Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).”. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Ebner, proseguendo il suo racconto sui Carafa diceva pure che: “Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).”. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello). E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Riguardo Lelio Carafa della Spina, Conte di Policastro, ha scritto Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”.
I Palamolla di Scalea ed i dissesti finanziari della Contea di Policastro
Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà”, a p. 75 parlando di Alfonso di loria, Signore di Majerà, in proposito scriveva che: “Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Ecc…”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono. Dunque, il Campagna, sulla scorta del manoscritto di Vanni (….) scriveva che Giovan Giacomo Palamolla di Scalea prestò 9.000 ducati ad Alfonso di Loria che li donò al consuocero Lelio Carafa, conte di Policastro e sposo di Vittoria di Loria per salvare la Contea di Policastro dai gravi dissesti finanziari e debiti in cui Lelio versava.
Nel XV secolo, Torraca e Sapri e sua popolazione
Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni;”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare….”.
Nel 1593, il feudo di Torraca passò ai figli di Annibale Gambacorta e poi a Fabrizio Gambacorta
Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, riferendosi ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca in proposito scriveva che: “Alla sua morte avvenuta nel 1593, gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio di Limatola, insieme ai fratelli, Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signori di Limatola e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; Giovanna, signora di Torraca; Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di limatola. Il 25 ottobre 1599, Decio Palamolla dei Scipione, acquistò il feudo di Torraca e di Sapri per 13.700 ducati.”.
Nel 1593, muore Annibale Gambacorta sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Annibale Gambacorta, alla cui morte, avvenuta nel 1593, gli succedono i figli Orazio, Scipione e Giovanni“. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, riferendosi ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca in proposito scriveva che: “…….patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ecc…“. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; Giovanna, signora di Torraca; Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Sempre il Mallamaci scrive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”.
Nel 1593, Scipione e Costanza Gambacorta, alla morte di Annibale Gambacorta ereditano il feudo di Torraca
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 e lascia i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Secondo il Mallamaci (…), nel 1593, alla morte di Annibale Gambacorta, nel feudo di Torraca subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Alla morte di Annibale il feudo di Torraca era andato ai suoi figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Scrive Giovanni Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ troviamo “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola; ed i figli: Costanza (+Marianella 16-XII-1634) = 18-V-1617 Don Alfonso Carafa, 2° Duca di Cancellara (+2-XII-1673); Don Scipione, Signore e 1° Principe (per Diploma del Re di Spagna) di Frasso, Signore di Torraca fino al 1598, Cavaliere dell’Ordine di Calatrava (+Frasso 6-XI-1654) = Maria Gambacorta, figlia di Cesare Gambacorta, e di Porzia Caracciolo dei Signori di Trecentola (+1672).”. Dunque, troviamo che i “pupilli”, i figli di Pompeo e Giovanna Gambacorta, Costanza Gambacorta, figlia di Pompeo, morì a Marianella nel 16 dicembre 1634 ed il 18 maggio 1617 sposò Don Alfonso Carafa, 2° Duca di Cancellara. Troviamo pure che ‘Don Scipione Gambacorta’, Signore di Frasso e “Signore di Torraca fino al 1598“. Don Scipione Gambacorta, altro figlio di Pompeo e di Giovanna Gambacorta, aveva sposato Maria Gambacorta, figlia di Cesare Gambacorta e di Porzia Caracciolo dei Signori di Trentola.
Nel 1595, Torraca contava 100 fuochi che moltiplicato per 6 = 600 abitanti
Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.
Nel 1596, Fabrizio Gambacorta sposò Virginia Gambacorta dei signori di Limatola
Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Dunque, scriveva il Mallamaci che dopo la morte di Annibale Gambacorta, nel 1563, nel ramo dei Gambacorta di Napoli troviamo un “Fabrizio e Giovanna (+ 1596), Signori di Torraca e di Frasso”. Il Mallamaci a p. 42, dopo aver parlato dei figli di Annibale Gambacorta, Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta, Signori di Torraca dopo la morte del padre avvenuta nel 1563 (o 1593 ?), in proposito scriveva che: “……a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; ecc…”. Chi era questo Fabrizio Gambacorta ?. Fabrizio Gambacorta era figlio di Annibale Gambacorta (che aveva acquistato il feudo di Torraca da dei De Freda). Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Fabrizio, Signore di Torraca, Patrizio Napoletano = Virginia Gambacorta, Signora di Limatola, Vico, Frasso e Melizzano, figlia di Marcantonio Gambacorta, Signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei Signori di Palestrina”. Dunque, dal ‘Libro d’Oro’ si evince che Fabrizio Gambacorta aveva sposato Virginia Gambacorta, Signora di Limatola, Vico, Frasso e Melizzano. Si evince pure che Virginia Gambacorta era figlia di Marcantonio Gambacorta, Signore di Limatola, sposato con Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Anche il Mallamaci, sulla scorta dei ‘Cedularia’ della Real Camera della Sommaria, scriveva che dopo Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano, seguirono Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Dunque, Virginia Gambacorta, era figlia di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea‘, si evince che: “Virginia, Signora di Vico, di Frasso fino al 1587, Signora di Melizzano fino al 1576, Signora di Limatola fino al 1570 (+16…) = a) Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca = b) 157… Marcello Pignatelli dei Marchesi di San Marco, Patrizio Napoletano (*Napoli 18-I-1561, +Napoli 20-IV-1580) = c) Fabrizio Cossa, Signore di Vairano e Presenzano“. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 41, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: “Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Dunque, gli sposi Fabrizio Gambacorta e Virginia Gambacorta, signori di Limatola e Torraca, ebbero come figli Giovanna Gambacorta, signora di Torraca che, nel 1596 ereditò il feudo di Torraca alla morte dello zio Pompeo Gambacorta. Dal vol. 17 – Raccolta Rassegna Storica dei Comuni leggiamo che: “Feudatari di Limatola della Famiglia Gambacorta: 4) Virginia Gambacorta. Nacque da Marcantonio Gambacorta e da Isabella d’Alessandro. Andò sposa, in prime nozze a Fabrizio di Annibale Gambacorta. Rimasta vedova, si rinchiuse nel monastero di Santa Maria Coeli. Vendette il feudo di Limatola nel 1570 allo zio Francesco, quello di Melezzano nel 1576 a Porzia Gambacorta ecc….Uscita dal monastero, si rimaritò, prima con Maecello Pignatelli e, poi, con Francesco Cossa, signore di Vairano.”. Dunque, Virginia Gambacorta, in prime nozze sposò Fabrizio Gambacorta figlio di Annibale Gambacorta, signore di Torraca ed è per questo matrimonio che Fabrizio Gambacorta, figlio di Annibale diventò anche signore di Limatola. Una linea ebbe anche il Ducato di Ardore, ma il collegamento con la presente linea sovrana di Pisa non è (ancora) stato documentato:
Nel 1596-7 muore Pompeo Gambacorta, signore di Torraca e di Frasso
Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: “…….a questi seguono: ecc….Giovanna, signora di Torraca; Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, ecc…”. Dunque, il Mallamaci, sulla scorta dei ‘Cedularia’ della Real Camera della Sommaria, scriveva che dopo Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano, seguirono Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Fabrizio Gambacorta e Virginia Gambacorta, signori di Limatola e Torraca, ebbero come figli Giovanna Gambacorta, signora di Torraca che, nel 1596, alla morte dello Pompeo Gambacorta, signore di Frasso ereditò il feudo di Torraca. Dunque, secondo i ‘Cedularia’ Pompeo Gambacorta, signore di Frasso muore nel 1596-7 e gli succede nel feudo di Torraca Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e di Virginia Gambacorta, dei signori di Limatola. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola.”. Dunque, Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso, nel 1596 aveva sposato Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca e figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro ecc..’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca = Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta.
Nel 1596, Giovanna Gambacorta, figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta diventa signora di Torraca
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 e lascia i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Alla morte di Annibale il feudo di Torraca era andato ai suoi figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Pare che il feudo di Torraca passasse a Giovanna Gambacorta, figlia di Fabrizio Gambacorta e di Virginia Gambacorta che avevano ereditato il feudo di Torraca da Annibale Gambacorta che, nel 1563 aveva sposato Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei duchi di Ariano. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: “Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Dunque, secondo i ‘Cedularia’ Pompeo Gambacorta, signore di Frasso muore nel 1596 e gli succede nel feudo di Torraca Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e di Virginia Gambacorta, dei signori di Limatola. Secondo il ‘Libro d’Oro della nobiltà mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca”, che aveva sposato Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7). Infatti, nel ‘Libro d’Oro ecc..’ leggiamo “= Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola.”. Dunque, Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso, nel 1596 aveva sposato Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca e figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca = Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta.
Nel 1597, un borgo marinaro detto “Portus Saprorum” nel verbale della visita episcopale di mons. Filippo Spinelli vescovo di Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli nel Cilento’, nel vol. I e a p. 131, parlando della chiesa di Sapri e delle parrocchie, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Diocesi di Policastro (ADP) vi sono custoditi 23 grossi volumi relativi a visite pastorali eseguite alle locali parrocchie tra gennaio 1597 e i primi del ‘900, non sempre di facile lettura, data la carta spugnosa adoperata. Anche per questo abbiamo selezionate le visite ritenute più ricche di informazioni ed anche più rispondenti alle finalità del saggio. Le più antiche risalgono al gennaio 1597, all’arcivescovo Filippo Spinelli, cardinale e vescovo di Policastro. Egli iniziò le sue visite rocchie, tra cui quella di Torraca “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter”, notizia interessante in quanto conferma come già nel ‘500 quel villaggio marinaro aveva perduta l’antica denominazione (Portum, Portus Saprorum) ed acquisiva quella attuale.”. Dunque, secondo Pietro Ebner all’Archivio Diocesano di Policastro si conservano i verbali delle visite pastorali dei Vescovi di Policastro alle locali parrocchie di Torraca e di Sapri almeno dal 1597. Sempre Ebner a p. 131 del vol. I continuando il suo racconto parlando dei Verbali e delle visite episcopali effettuate dai vescovi della Diocesi di Policastro nelle diverse parrocchie, ne cita una del Vescovo di Policastro Filippo Spinelli effettuata a Torraca ed in particoalre il più antico verbale esistente nella Diocesi, ovvero il verbale della visita nella parrocchia a Torraca nel 1597 scrivendo che: “Le più antiche risalgono al gennaio 1597, all’arcivescovo Filippo Spinelli, cardinale e vescovo di Policastro. Egli iniziò le sue visite alle parrocchie, tra cui quella di Torraca “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter”, ….”. La notizia fornitaci da Ebner, come luoi stesso affema: “…..notizia interessante in quanto conferma come già nel ‘500 quel villaggio marinaro aveva perduta l’antica denominazione (Portum, Portus Saprorum) ed acquisiva quella attuale.”. La notizia che, nel verbale della visita pastorale del vescovo Spinelli alla parrocchia di Torraca, Sapri, era citato come “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter” ovvero che, Torraca era distante circa due miglia dal detto Porto di Sapri, testimonia che nel 1597, Sapri, era un centro e forse era un piccolo borgo marinaro con un porto. Inolte, come afferma lo stesso Ebner, Sapri, nel 1597, nei verbali della Curia diocesana veniva denominato “portu qui dicitur di Sapri” e dunque, secondo l’Ebner aveva perso l’antica denominazione di “Portum, Portus Saprorum”. Insomma, da questi documenti all’epoca del Viceregno Spagnolo, Sapri era chiamato “Porto di Sapri”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 41 in proposito scriveva che: “I documenti ufficiali, come le Sante Visite Pastorali dei Vescovi di Policastro spesso presentano rilievi statistici, ma sempre tratteggiano il vigore e lo svolgimento del culto e della vita religiosa, sia nelle parrocchie, che nelle campagne, evidenziando elementi positivi o negativi circa i luoghi sacri esistenti dentro (‘intra’) o fuori le mura o l’abitato (‘extra moenia’). Questi ultimi erano appunto detti ‘rurali’ perchè edificati in campagna ecc….Ancora oggi si ammirano cappelle, edicole e croci presso i villaggi o nelle diramazioni delle vie interpoderali, non solo nelle vallate, ma anche sui monti. Alla fine del 1500 non risulta alcuna notizia in proposito, a parte la precarietà dei documenti. Torraca, visitata da Mons. Filippo Spinelli, non porta alcuna citazione (38). Il territorio, fino al mare, era sotto la giurisdizione del Parroco di S. Pietro Apostolo, D. Ferdinando Magaldi.”. Il Tancredi, a p. 41, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A.D.P.: SS. Vis. Past. di Filippo Spinelli: Torraca 1597, Vol. 3°, p. 1-58.”. Il sac. Rocco Gaetani (….), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, riferendosi e parlando del Barone di Torraca e Signore del Porto di Sapri (“Portus Saprorum”) affermava che: “in Sapri, i primi che si fanno vedere sono alcuni cittadini di Torraca: sono proprietari e lavoratori di vigne vitiferi e viniferi…” viniferi…“, ed ancora: “la piccola colonia agricola dei torracchesi si crebbe di numero ed ebbe bisogno di baratti, di vendita, di compera dicose mangerecce e di altre mercanzie necessarie alla vita. Il barone vi esercitava una specie di monopolio coi campagnuoli, marinai e passanti, possedendovi una taverna, e volendo, pur non avendo diritto di proibire, ius prohibendi, tutto per sè col l’altrui danno, vietò ogni commercio, l’apertura di altre osterie e perfino di edificarle. I torracchesi….si querelarono con la regia podestà ed ebbero giustizia.”.
Nel 25 maggio 1598, Scipione e Costanza Gambacorta, figli (“pupilli”) di Annibale vendono il feudo di Torraca a Decio Palamolla, signore di Scalea e di Pappasidero
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700” parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, ecc….”. Dunque, in questa nota il Celico aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. I “pupilli” (fratelli) Costanza e Scipione Gambacorta, figli di Pompeo Gambacorta, nel 1598 vendettero il Feudo di Torraca a Decio Palamolla. L’atto di acquisto del feudo di Torraca fu registrato il 25 maggio 1599 a favore di Decio Palamolla. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Sempre il Tancredi a p. 39 scriveva che: “Il primo dei cosiddetti “Baroni di Torraca e Signori del Porto di Sapri” fu Decio Palamolla, che comprò il feudo il 25 maggio 1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati (32).”. Il Tancredi a p. 39, nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”.
Nel 1598, i Palamolla di Scalea, baroni di Papasidero e di Calabria
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 54, in proposito scriveva che: “Nel 1571 nel palazzo “Palamolla” nasceva, dalla nobil donna Clarice Di Alitto dei baroni di Papasidero e dal dottore in legge Gian Giacomo Palamolla, secondogenito di quattro figlioli, Lucio. Lucio Palamolla etc…”. Dunque, Lucio Palamolla era figlio della coppia Gian Giacomo Palamolla e della nobile donna Clarice Di Alitto, dei baroni di Papasidero in Calabria. Da questa unione, nel 1571 nacque Lucio. Lucio era il figlio secondogenito. Da questa unione nacque anche Decio Palamolla che come vedremo nel 1598 acquistò il feudo di Torraca ed il Porto di Sapri da Scipione e Costanza Gambacorta. Decio Palamolla sposò Brianna Gaetani, del seggio di Nido. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, ecc…”. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 40-41 aggiungeva che: “Decio Palamolla, barone di Scalea, il quale vi si trasferisce ecc…Decio, figlio di Giacomo e Clarice di Di Alitto dei baroni di Pappasidero di Calabria, sposò Brianna Gaetani. Dopo di lui nei successivi tre secoli si ebbero ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 in proposito scriveva che: “Decio era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei Baroni di Papasidero; sposò Donna Brianna Gaetano del seggio di Nido.”. Dunque, secondo il Tancredi che scriveva sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (….), Decio Palamolla era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei baroni di Papasidero (“Pappasidero”). Decio Palamolla sposò donna Brianna Gaetano del seggio di Nido. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “1° Decio Palamolla primo Barone di Torraca e di Sapri, figlio di Giacomo Palamola e di Clarice di Alitto, dei Baroni di Pappasidero. Decio ebbe per moglie Donna Brianna Gaetano.”. Riguardo i Palamolla di Torraca, Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, venne immessa nella baronia della Torraca con signoria sul porto di Sapri. Decio, figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice de Alitto dei baroni di Papasidero, sposò donna Brianna Gaetani del seggio di Nido. Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”
Papasidero (Papàs Isidoros, Παπάς Ισίδωρος in greco) è un comune di 665 abitanti della provincia di Cosenza; il suo territorio è la riserva naturale orientata della Valle del Fiume Lao (DM Ambiente – Luglio 1987). I Palamolla, pur essendo baroni di Papasidero vissero molto a Scalea dove si può ammirare il bel Palazzo Palamolla. Il palazzo fu abitato dai Palamolla che si trasferirono a Scalea nel XIV secolo per sfruttare l’economia commerciale del tempo attraverso il traffico marino. In tempi più recenti fu sede della caserma dei Carabinieri, poi durante l’ultimo conflitto fu adibito a caserma per i soldati della difesa costiera. Decio Palamolla sposò Brianna Gaetano e nei successivi tre secoli si susseguirono ben 7 baroni della stessa dinastia: Carlo, Vespasiano, Francesco, Biagio etc. Sposò donna Brianna Gaetano del seggio di Nido a Napoli. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, ecc…”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine- cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 14 cita un interessante notizia che riguarda proprio i Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto in proposito scriveva che: “Nell’ottobre del 1579, intanto, era redatta ed inoltrata informativa dal m.co Giovanni Palamolla (10), luogotenente della Portolania di Calabria con la quale si dava notizia della “cattura” alla Regia Camera che il 10 novembre scriveva al Palamolla perchè “prendesse li mori e li mandasse in Vicaria” (11), trasferendoli nella disponibilità del vicario reale, vale a dire sotto giurisdizione “criminale”. Il maestro portolano aveva cura di esigere le imposte attinenti alle “merci” che entravano e uscivano per mare, dei naufragi e di “far stare conce le strade”. Ma d. Pietro Exarque ne lasciò andare solo uno ecc…”. Il Celico racconta che sulle spiagge di Tortora furono catturati dei saraceni o mori che il feudatario di Tortora don Exarque trattenne nel suo maniero di Lauria e che all’epoca, il 10 novembre 1597 la Real Camera della Sommaria di Napoli, informata dal maestro portolano delle Calabrie, Giovanni Palamolla di Tortora ordinò di inviare alla Vicaria a Napoli. Nel 2006, Amito Vacchiano (…), nel suo “Scalea antica e moderna” a pp. 150-151 in proposito così scriveva: “…a Scalea verso la fine del secolo XVI vi furono i primi timidi segni di ripresa. Pare che i Palamolla riuscissero ad incrementare l’industria serica. Anche il commercio, a cui si dedicavano, oltre ai Palamolla, le famiglie Caputo, Macrino e Manfredi, riprese a svilupparsi.” e, poi ancora sui Palamolla a p. 153 scriveva ancora che: “In questo periodo Scalea offrì alla Chiesa un suo grande cittadino, che incarnava in modo perfetto la nuova sensibilità spirituale della Chiesa post-tridentina: padre Costantino Palamolla.”. Sempre il Vacchiano a p. 157 scriveva che: “In quest’epoca i Palamolla lasciarono per sempre Scalea. Erano diventati tanto ricchi da comprarsi dai Gambacorta il titolo di baroni di Torraca, con relativi castello e feudo.”.
(Fig….) Gaetani (…), ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nota (24)
Nel 25 ottobre 1599, Decio Palamolla registra l’acquisto del feudo di Torraca venduto da Scipione e Costanza Gambacorta, figli di Fabrizio
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700” parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, ecc….”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, a p…., scriveva che: “Nell’ottobre 1599, Decio Palamolla, dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta, comprò il feudo di Torraca per 13.700 ducati.”. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 40-41 aggiungeva che: “Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola. Il 25 ottobre 1599, Decio Palamolla dei Scipione, acquistò il feudo di Torraca e di Sapri per 13.700 ducati. Nel 1599 il feudo di Torraca passa nelle mani di Decio Palamolla, barone di Scalea, il quale vi si trasferisce ecc…Decio, figlio di Giacomo e Clarice di Di Alitto dei baroni di Pappasidero di Calabria, sposò Brianna Gaetani. Dopo di lui nei successivi tre secoli si ebbero ecc…”. Dunque, secondo il Mallamaci (…) che scriveva sulla scorta delle notizie riportate dal Gaetani (…), il 25 ottobre 1599, Decio Palamolla “dei Scipione”, barone di Scalea acquistò il feudo di Torraca e di Sapri per 13.700 ducati dai fratelli Scipione e Costanza Gambacorta. Decio Palamolla era figlio di Giacomo Palamolla e Clarice d’Alitto, baroni di Papasidero in Calabria. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Il 25 ottobre 1599 il feudo di Torraca passa a Decio Palamolla – figlio di Giacomo e di Clarice di Alitto, baroni di Papasidero – che lo compra per 13.700 ducati e diviene primo barone di Torraca e di Sapri. Il borgo era tassato, al tempo, per 100 fuochi (circa 500 abitanti)(3)“. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 in proposito scriveva che: “Il primo dei cosiddetti “Baroni di Torraca e Signori del Porto di Sapri” fu Decio Palamolla, che comprò il feudo il 25 maggio 1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati (32). Decio era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei Baroni di Papasidero; sposò Donna Brianna Gaetano del seggio di Nido.”. Riguardo i Palamolla di Torraca, Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, venne immessa nella baronia della Torraca con signoria sul porto di Sapri. Decio, figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice de Alitto dei baroni di Papasidero, sposò donna Brianna Gaetani del seggio di Nido. Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. Dunque, in questa nota il Celico aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla, Barone di Torraca che comprò dai figli di Pompeo Gambacorta, Scipione e Costanza Gambacorta ma solo più tardi la Terra di Sapri fu acquistata dai conti di Policastro, don Fabrizio e donna Giulia Carafa. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “A proposito di Torraca il Giustiniani (cfr. L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1805) scrive: “Torraca, ecc…e gli abitanti, al numero di circa 1400, sono addetti alla agricoltura ed alla pastorizia”. Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, primo barone di Torraca e Sapri, figlio di Giacomo Palamolla e di Beatrice di Alitto dei baroni di Pappasidero, Decio sposa donna Brianna Gaetani del seggio di Nido in Napoli. Ecc…”.
Nel 22 luglio 1601, Fabrizio Carafa e la nipote Giulia Carafa, conti di Policastro e di Majerà si sposano con dispensa apostolica
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: “Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).”. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Un’altra notizia interessante che riguarda i Carafa della Spina, conti di Policastro ci è sempre riferita dal Campagna (…) che a p. 163 in proposito scriveva che: “Nel 1639 il dott. Marc’Aurelio Perrone, “Galantuomo di Buonvicino”, dopo aver venduto la Terra di Majerà a Giuseppe Guerra (aveva acquistato quel feudo da Francesco Carafa (191) il 3 aprile dell’anno precedente per 34.500 ducati), ecc…”. Il Campagna a p. 163 nella sua nota (191) postillava che: “(191) Figlio di Fabrizio e di Giulia, primogenita di Vittoria di Loria, morta all’età di 21 anni, come si rileva da una lapide in “S. Maria di Casale”, ora S. Domenico, di Majerà.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: “…..Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Ecc…”. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello).”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Sempre il Celico (…), nel suo libro su Tortora, parlando di Majerà, a p. 34 in proposito scriveva che: “Da Alfonso fu trasferita a Luise nel 1549 e poi ad Alfonso junior fino al 1558 e da Vittoria, primogenita di Alfonso junior, nacque D. Giulia moglie di D. Fabrizio Carafa conte di Policastro, che portò a titolo e feudo in quella casata, nella quale si estinse questo ramo dei Loria, mantenuti quasi ininterrottamente fino al 1718. D. Giulia, morta nel 1608 a soli ventuno anni e senza eredi, fu sepolta nella Chiesa di S. Domenico di Majerà ove riposava anche il nonno Alfonso……I Carafa, dal 1667 duchi di Majerà, trasferitisi da Pisa a Napoli ecc…”. Dunque, il Celico scriveva che donna Giulia Carafa, figlia di Alfonso Junior Carafa e di Vittoria di Loria, diventò moglie di suo zio Fabrizio Carafa, conte di Policastro e figlio di Federico Carafa. Fabrizio e Giulia si sposarono il 22 luglio 1601 e Giulia Carafa, sua moglie morì nel 1608 all’età di 21 anni. Infatti, Fabrizio poi si risposò. Chi erano i coniugi, conti di Policastro, Fabrizio e Giulia Carafa ?. Ritornando ai coniugi Carafa, Fabrizio, Conte di Policastro e sua moglie Giulia Carafa, contessa di Majerà, figlia ed erede di Vittoria Loria, contessa di Majerà in Calabria e nipote di Fabrizio Carafa, conte di Policastro che sposò. Dal ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Fabrizio (+ post 3-1630), Patrizio Napoletano. a) = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 sua nipote Giulia Carafa 6° Contessa di Policastro b) = 30-4-1609 Eleonora, figlia del Nobile Giovan Girolamo Santacroce e di Cornelia Gaeta, già vedova di Michele Gentile. E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa”. Dal ‘Libro d’Oro etc..’, leggiamo che il VII° conte di Policastro, Fabrizio Carafa con Dispensa Apostolica del 22 luglio 1601 sposò nel 1608 sua nipote Giulia Carafa che diviene così la VI contessa di Policastro e “che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122)”. Riguardo invece gli sposi e congiunti don Fabrizio Carafa e Giulia Carafa sua nipote, nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che “Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”. Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 76, dopo aver parlato di Vittoria di Loria, figlia di Alfonso e sposa di Lelio Carafa, Conte di Policastro, la cui contea il padre Alfonso aveva contribuito a salvare dai dissesti finanziari, in proposito scriveva che: “Intanto il 2 Ottobre dello stesso anno (1597) moriva Alfonso di loria, che veniva seppellito nella Chiesa di S. Domenico (21). Il quattro settembre del 1598 da Vittoria e Fabio Bologna nacque Olimpia, che diventerà monaca presso S. Marcellino di Napoli. Dopo il parto, per infezione puerperale, il 22 Settembre moriva Vittoria (22). Nel 1601 è barone di Majerà Fabrizio Carafa, conte di Policastro e marito di Giulia (23), che aveva ereditato il feudo da Vittoria. A Fabrizio successe il figlio Francesco Carafa. Nel 1638, ecc…”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Si concluse, così, la vita travagliata di questa baronessa ecc..in Vanni etc.”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Giulia Carafa morì all’età di 21 anni, 1608, lasciando il Feudo al figlio, Francesco Carafa, che presentò il “Rilievo” nel 1640. Di Giulia si legge su una lapide posta in S. Maria del Casale: “……”L’iscrizione è sormontata dallo stemma dei Carafa della Spina.”.
Il Campagna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono.
Nel 1605, Decio Palamolla acquistò la Terra di Sapri dai congiunti Fabrizio Carafa e la nipote Giulia Carafa, conti di Policastro
Come abbiamo potuto vedere le vicende dei possedimenti delle Terre di Torraca e di Sapri possedute dai Palamolla di Scalea e di Papasidero in Calabria, si legano alle vicende e ai possedimenti della contea di Policastro e di Majerà in Calabria possedute dai Carafa della Spina. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia storica riportata da Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) ecc….Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Dunque, se questa notizia fosse confermata da ulteriori e più dettagliati riscontri bibliografici e documentati sarebbe molto interessante e costituirebbe un ulteriore tassello all’evoluzione geo-storica della terra del Porto di Sapri. Dunque, il Celico, a p. 41, nella sua nota (10) aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla, Barone di Torraca che comprò dai Carafa conti di Policastro. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 in favore di Decio Palamolla ma solo più tardi Decio Palamolla acquistò la Terra di Sapri dai congiunti conti di Policastro, don Fabrizio e sua molglie e nipote Giulia Carafa. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambcorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta prima e dalla vendita poi a Decio Palamolla della Terra di Sapri da parte dei congiunti conti di Policastro, don Fabrizio e Giovanna Carafa che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Secondo il Gaetani (…), il feudo di Torraca apparteneva ad Annibale Gambacorta che morì nel 1593 e lasciò tutto ai tre figli Orazio, Scipione e Giovanni e Costanza Gambacorta. I figli di Annibale Gambacorta, nel 1598, Scipione e Costanza Gambacorta vendettero il feudo di Torraca e la signoria di Sapri a Decio Palamolla. Scipione e Costanza Gambacorta, nell’11 maggio 1599 registrarono l’atto di acquisto del feudo di Torraca a favore di Decio Palamolla. Scrive pure il Celico (…), e questa mi sembra la notizia interessantissima che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Il Celico scrive che il “feudo di Sapri” fu acquistato dopo da Decio Palamolla ma non scrive quando. Il Celico scrive pure che Decio Palamolla acquistò “poi” il feudo di Sapri da “conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa”. Si è visto precedentemente chi fossero i conti di Policastro don Fabrizio Carafa e sua moglie, la nipote Giulia Carafa. A questo punto però nulla di nuovo se non la notizia riferita dal Celico, a p. 41 che scriveva che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”.
Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Sui possedimenti dei Carafa della Spina, conti di Policastro ed il passaggio della Terra di Sapri ad altri feudatari è interessante una “rivela” del 1742. Questa “rivela” parla dello “smembramento” della Contea di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a p. 92, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Notevole è pure il fascicolo che contiene la Rivela fatta da Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro, in qualità di fattore, ma è molto difficile la decifrazione della grafia. Comunque, è certo che all’inizio si parla dell’ubicazione geografica del Porto di Sapri e delle sue ultime vicende storiche, riferite allo smembramento della Contea di Policastro. Ne riportiamo qualche stralcio per intenderne l’importanza. “Antonio La Corte della Terra di Sapri, Erario dell’E.ma Casa del Sig.re Principe D. Girardo Caraffa, Conte di Policastro, Cavaliere Napolitano, et habitante in detta Città di Napoli, rivela come, quantunque il Feudo del med.mo dovesse andar compreso con la Città di Policastro, e nel Catasto si forma dalla med.ma, nò cadesse più proprio, il Rivelo delli suddetti beni sì esser fatto Sapri corpo compreso nella Contea di detta Città, e nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra, nulla però di meno, affinchè restino separatamente Rivelate, et adempita la mente di S. M. (ch’Iddio guardi) Rivela possedersi da detto Ecc.mo Sig.re li seguenti beni propri, e li infrascribe Redditi senza recare menomo pregiudizio alle rag.ni di detta città, e sono …” (Firma).”. Dunque, come scriveva il Tancredi presentandoci dei documenti “Rivele” che riguardavano alcuni parroci della Diocesi di Policastro ed in particolare quella di “Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro”, preposto del conte di Policastro Gerardo Carafa nel 1742, nella “rivela” del La Corte, fattore del conte di Policastro Gerardo Carafa, il territorio di Sapri doveva appartenere ai Carafa conti di Policastro. Secondo questo manoscritto il detto territorio fu “dismembrato” (dalla Contea dei Conti di Policastro), nel 1605: “nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, ecc..”. Infatti, il barone di Torraca, Decio Palamolla, pare che abbia acquistato solo dopo la Terra di Sapri dai Conti di Policastro i Carafa della Spina. Secondo il documento del 1742, la contea di Policastro dipendente dai conti Carafa della Spina, nel 1605 fu “dismembrato” dal territorio del porto di Sapri, ovvero tutta la porzione di territorio che si estendeva dalla torre del Buondormire alla Torre di Capobianco (il porto e la baia di Sapri) che dovettero passare ai Palamolla di Torraca. Infatti come ho già scritto la citazione del Celico (….) che scriveva appunto che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Riguardo i possedimenti dei Carafa, conti di Policastro è molto interessante ciò che si scrive nel prosieguo della “Rivela” del La Corte, fiduciario del conte Gerardo Carafa nel 1742. Si scrive che il territorio di Sapri nel 1742 venne “et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra ecc…”. Dunque, in sostanza, in questo documento si afferma che prima del 1605 e poi pure dopo il 1742, il territorio che apparteneva alla Contea di Policastro dipendente dai Carafa della Spina consisteva “…la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, ecc…”. Dunque, la marina o la fascia costiera che si estendeva dai confini di Camerota, volgarmente detta “Li Marcellini” fino al Canale di Mezzanotte, confine con la Basilicata.
Nel 20 marzo 1614, la Sentenza della Causa tra alcuni Sapresi contro Decio Palamolla, Barone di Torraca e di Sapri
In seguito all’acquisto della Terra di Sapri da parte del Barone di Torraca Decio Palamolla che l’acquistò nel 1605, secondo il Celico (….) dai Conti Carafa di Policastro sorsero dei litigi tra i sapresi che tenevano terreni nell’agro di Sapri e che coltivavano a vigne e frutteti, ed il Barone Decio Palamolla. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, a p. 11, parlando delle origini di Sapri cita un interessante documento. Il Gaetani in proposito scriveva che: “La piccola colonia agricola dei Torracchesi si crebbe di numero ed ebbe bisogno di baratti, di vendita, di compera di cose mangerecce e di altre cose mercanzie necessarie alla vita (1).”. Il barone (v. p. 12), vi esercitava una specie di monopolio coi campagnoli, marinai e passanti, possedendovi una ‘taverna’ e, volendo, pur non avendo il diritto di proibire, ‘jus prohibendi’, tutto per sè con l’altrui danno, vietò ogni commercio, l’apertura di altre osterie e perfino di edificarle. Ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39, riferendosi al Barone di Torraca e Signore del Porto di Sapri, Decio Palamolla, in proposito scriveva che: “La colonia marittima torrachese, ecc….Il barone esercitava una specie di monopolio coi sapresi, possedendovi una ‘taverna’, e, volendo, tutto a suo vantaggio, pur non avendo il diritto di proibire (jus prohibendi) vietò ogni commercio e con esso la costruzione e l’apertura di altre osterie. Ecc..”. Scrive e aggiunge il Gaetani che: “I torracchesi, che non furono mai servi e vassalli, ma sempre liberi cittadini, si querelarono con la regia podestà dell’aggravio ed ebbero giustizia. “Si gravano che il barone proibisce essi supplicanti che non vendano robe commestibili al porto di Sapri, ma vuole che solo si venda nelle sue taverne e che possano esse supplicanti tenere le loro taverne aperte e vendere a voglia loro e a chi li piace.“. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Giovan Giacomo Palamolla, nel frontespizio di una sua opera in latino si disse “ex Baronibus terrae Turracae et Portus Saprorum “. Il Gaetani (…) a p. 11 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gravamina pro Unitate Terrae Tuccacae contra Detium Palamolla primum Baronem ex praesentibus in S. R.C. proposita et decisa ac aliae Provisiones in beneficium ipsaemet unitatis expeditae, in praesenti libello, diligenter exaratae, noviterque in hoc anno Millesimo, septigentesimo octogesimo exscriptae ad posterum memoriam. Regnante Ferdinando IV utriusque Siciliae Hyerusalem Rege etc. Turracae Anno Domini 1780. Superiorum permissu et facultate.”. Sempre il Gaetani a p. 12 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gravamina etc 38, fol. 6. Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi, ‘quod abstineat’. – Risposta: “Sub die duedecimo Decembris millesimi sexcentesimi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus iuxta solitum”. Fol. 7.”. Scrive sempre il Gaetani (…) a p. 12 che “la risposta favorevole è del 20 marzo 1614. Alla proibizione: “verum quoad terram Saprorum non liceat civibus Turracae erigere tabernas,sivetuguria pro vendendis rebus commestilibus in Littore Maris (1). “Si gravano, come alcunicittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi…”. Scrive il Tancredi che: “I torrachesi, che erano stati sempre liberi cittadini e non servi e vassalli, mossero querela al Re di Napoli, per l’aggravio ed ebbero giustizia; la sentenza favorevole è datata 20 marzo 1614 (35).”. Sempre il Tancredi (…), a p. 40, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Arch. di Stato di Napoli: “Gravamina pro Unitate huius Terrae Turracae contra Detium Palamolla primum Baronem ex ……….Cap. 38, f. 6: Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, ecc….Risposta: “Sub die duodecimo decembris millesimi sexcentesemi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus juxta solitum”, fol. 6 e 7. = Si gravano che il barone proibisce ecc…..”.
Dal 1632 al 1658, Carlo di Palamolla, 2° Barone di Torraca e della Terra di Sapri
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “2° Carlo di Palamolla, 2° Barone, sposò donna Francesca Zito, nobile di Rossano”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Il secondo barone fu Carlo Palamolla, sposato con Francesca Zito, nobile di Rossano, ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Decio successe, infatti, nel 1632, Carlo Palamolla, che sposò Francesca Zito, nobildonna di Rossano. Ecc…”. Dunque, secondo il Guzzo fu nel 1632 che Carlo Palamolla successe a Dezio o Decio Palamolla e diventò 2° barone di Torraca e di Sapri. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”. Sulla figura del Vicerè spagnolo nel Regno di Napoli don Enrique de Guzman leggiamo su wikipedia che quando a Filippo II succedette sul trono di Spagna il figlio Filippo III l’amministrazione del vicereame di Napoli era affidata a Enrique de Guzmán, conte di Olivares. Il regno di Spagna era al suo massimo splendore unendo la corona d’Aragona, i domini italiani, a quella di Castiglia e del Portogallo. A Napoli il governo spagnolo fu debolmente attivo nella sistemazione urbanistica della capitale: risalgono a de Guzman la costruzione della fontana del Nettuno, di un monumento a Carlo I d’Angiò e la sistemazione della viabilità. Enrique de Guzmán y Ribera (Madrid, 1540 – Madrid, 1607) fu il secondo conte di Olivares e viceré di Napoli dal 1595 al 1599, per due mandati. Il figlio, Gaspar de Guzmán y Pimentel, fu de facto primo ministro spagnolo dal 1621 al 1643.
Nel 1541 (secondo il Gaetani) o 1641 (secondo il Tancredi ?) fu compilato “l’apprezzo di Sapri” dal notaio Pietro Gaglierano (per il Gaetani) o Gallerano nella causa di limiti tra i Carafa, della contea di Policastro ed il subfeudo dei Palamolla di Torraca
Andrebbe ulteriormente indagata la notizia storica che riportavo nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Il Gaetani, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (119).”. “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (120).”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (119) postillavo che: “(119) Gaetani R., op. cit., p. 9. Il documento citato dal Gaetani si trova in: ‘Archivio di Stato di Napoli’, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernalda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (120) postillavo che: “(120) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P. O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla.”. Dunque, la notizia è interessantissima ed andrebbero ulteriormente indagati gli atti del Processo e della Causa vertente tra il barone di Torraca Francesco Palamolla, pronipote di Decio ed il conte di Policastro Carafa della Spina (quale ?). Il Di Luccia (…), ha citato questi processi ma non dice chi fossero i loro intestatari. La notizia, proveniva dal sacerdote Rocco Gaetani (…), che nel suo ‘Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio’, nel 1906, a pp. 9-10, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “Si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (1).”. Il Gaetani, a p. 10, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Processi della causa vertente tra la casa di Palamolla e il Conte di Policastro dipendente dagli atti del Patrimonio del duca di Bernanda in Banca attualmente di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39, dopo aver parlato di Decio Palamolla, primo barone di Torraca in proposito scriveva che: “Non mancano riferimenti successivi all’agro saprese. In alcuni processi, circa i limiti tra la baronìa di Torraca e la contea di Policastro, per la causa vertente e dipendente dagli atti del Patrimonio del Duca di Bernalda in Banca (nel 1914 di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta), il signor Pietro Gaglierano nel 1641 fece l’apprezzamento di Sapri, specificando i confini dei due feudi, precisò che “a Policastro toccava Vibonati e Torraca, che sino al verde era territorio di Torraca e sino al mare terminato dal vallone di S. Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo di Fenosa da oriente (33)”. Il documento citato dal Gaetani (…) si trova conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; e si tratta di alcuni documenti riguardanti i “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernanda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”. Dunque, il Gaetani citava alcuni documenti e atti di causa che oggi (a. 1914) si trovavano conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli e sono quelli di “D. Luigi presso V. Quaranta. Fol. 161, vol. I”. Il Tancredi (….), a p. 39, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Arch. di Stato di Napoli: ‘Processi di causa vertente fra Palamolla e Carafa, fol. 161, vol. 1.”. Dunque, si trattava degli Atti di Causa vertente fra la casa dei Palamolla ed i Carafa conti di Policastro. L’unica stranezza della notizia sta nel fatto che il Gaetani dice essere atti del 1541 mentre il Tancredi giustamente pone la data del 1641. Credo abbia torto il Gaetani di anno 1541 perchè a quel tempo il feudo di Torraca non apparteneva ai Palamolla che il Decio acquistò solo nel 1598. Inoltre, sempre a proposito delle cause vertenti a quell’epoca, il sacerdote Rocco Gaetani (….), prosegue il suo racconto e a p. 10 scriveva che: “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (2).”. Il Gaetani (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Fol. 217, P.O. Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, pronipote di Decio. Copia tratta dall’originale. Grande Archivio di Stato di Napoli.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sempre sulla scorta del Gaetani (….) continuando il suo racconto citava altri documenti ed in proposito scriveva che: “L’appartenenza di Sapri alla Baronia di Torraca si deduce da altri atti così indicati: “Sono stati sempre del Barone di Torraca il ‘seminatorio’ di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino la mare, il vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi Baroni di Torraca e posseduto da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri (34).”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia.”. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani (….), a p. 10, nella sua nota (2) postillando che: “(2) Fol. 217, P.O.”, citava gli atti della Causa (“Esami presso dell’Esaminatore”) intentata da Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamolla e 4° Barone di Torraca. Oggi questi atti sono conservati nel “Fol. 217, P.O” all’Archivio di Stato di Napoli e riguardano gli “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del Sacro Collegio ad istanza di Don Francesco Palamolla”. Francesco Palamolla intentato davanti alla Regia Camera della Sommaria di Napoli contro i conti di Policastro. Questi Atti sono conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Le cause pendenti e processi di limiti del territorio e dei possedimenti feudali intentate tra i Carafa e diversi feudatari dell’area oltre che quelle intentate contro la Curia vescovile furono diverse. Oltre alle liti che sorsero tra la Curia Vescovile, le Abbazie basiliane come quella di San Giovanni a Piro, i suoi ampi possedimenti, anche nel territorio Saprese, e i Carafa, conti di Policastro, sorsero delle liti anche fra gli stessi feudatari del posto, come ad esempio la lite riportata in un documento del 1541. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui nell’Archivio di Stato di Napoli esistono gli atti di una vertenza giudiziaria sorta nel 1551: la Causa di possesso e di limiti del 1551, che fu intentata davanti alla Real Corte di Napoli da Carafa, Conte di Policastro ed i feudatari di Torraca, i Palamolla. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”. Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte: “ come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Nel 1541 (secondo il Gaetani ma 1641 secondo il Tancredi), il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541 (ma il Tancredi scrive anno 1641), il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla. Devo però precisare sulla data del 1541 che all’epoca i Palamolla ancora non detenevano Torraca e parte del territorio di Sapri essendo Decio Palamolla divenuto il primo barone di Torraca solo in seguito, ovvero nel 1599. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.”. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica. Nel 1541, il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541, il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla e, che il suo pronipote Don Francesco Palamolla, nel 1641 allorquando Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamola era il 4° Barone di Torraca. Francesco presentò istanza alla Real Corte di Napoli, ed intentò una causa di confini con il Conte di Policastro. Dunque, nel processo o causa intentata dai Palamolla di Torraca contro i feudatari di Policastro, i Carafa della Spina, per stabilire i limiti (confini) dei possedimenti appartenenti alle due casate, si deduce che il territorio di Vibonati doveva essere appannaggio dei Carafa e quello di Sapri doveva appartenere ai Palamolla di Torraca. Come ci fa sapere il Gaetani (….), che secondo “l’appezzo di Sapri” redatto nel 1541 dal notaio Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.”. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica.
Il territorio di Sapri fu “dismembrato” dalla contea di Policastro dei Carafa
Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Sui possedimenti dei Carafa della Spina, conti di Policastro ed il passaggio della Terra di Sapri ad altri feudatari è interessante una “rivela” del 1742. Questa “rivela” parla dello “smembramento” della Contea di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a p. 92, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Notevole è pure il fascicolo che contiene la Rivela fatta da Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro, in qualità di fattore, ma è molto difficile la decifrazione della grafia. Comunque, è certo che all’inizio si parla dell’ubicazione geografica del Porto di Sapri e delle sue ultime vicende storiche, riferite allo smembramento della Contea di Policastro. Ne riportiamo qualche stralcio per intenderne l’importanza. “Antonio La Corte della Terra di Sapri, Erario dell’E.ma Casa del Sig.re Principe D. Girardo Caraffa, Conte di Policastro, Cavaliere Napolitano, et habitante in detta Città di Napoli, rivela come, quantunque il Feudo del med.mo dovesse andar compreso con la Città di Policastro, e nel Catasto si forma dalla med.ma, nò cadesse più proprio, il Rivelo delli suddetti beni sì esser fatto Sapri corpo compreso nella Contea di detta Città, e nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra, nulla però di meno, affinchè restino separatamente Rivelate, et adempita la mente di S. M. (ch’Iddio guardi) Rivela possedersi da detto Ecc.mo Sig.re li seguenti beni propri, e li infrascribe Redditi senza recare menomo pregiudizio alle rag.ni di detta città, e sono …” (Firma).”. Dunque, come scriveva il Tancredi presentandoci dei documenti “Rivele” che riguardavano alcuni parroci della Diocesi di Policastro ed in particolare quella di “Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro”, preposto del conte di Policastro Gerardo Carafa nel 1742, nella “rivela” del La Corte, fattore del conte di Policastro Gerardo Carafa, il territorio di Sapri doveva appartenere ai Carafa conti di Policastro. Secondo questo manoscritto il detto territorio fu “dismembrato” (dalla Contea dei Conti di Policastro), nel 1605: “nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, ecc..”. Infatti, il barone di Torraca, Decio Palamolla, pare che abbia acquistato solo dopo la Terra di Sapri dai Conti di Policastro i Carafa della Spina. Secondo il documento del 1742, la contea di Policastro dipendente dai conti Carafa della Spina, nel 1605 fu “dismembrato” dal territorio del porto di Sapri, ovvero tutta la porzione di territorio che si estendeva dalla torre del Buondormire alla Torre di Capobianco (il porto e la baia di Sapri) che dovettero passare ai Palamolla di Torraca. Infatti come ho già scritto la citazione del Celico (….) che scriveva appunto che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Riguardo i possedimenti dei Carafa, conti di Policastro è molto interessante ciò che si scrive nel prosieguo della “Rivela” del La Corte, fiduciario del conte Gerardo Carafa nel 1742. Si scrive che il territorio di Sapri nel 1742 venne “et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra ecc…”. Dunque, in sostanza, in questo documento si afferma che prima del 1605 e poi pure dopo il 1742, il territorio che apparteneva alla Contea di Policastro dipendente dai Carafa della Spina consisteva “…la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, ecc…”. Dunque, la marina o la fascia costiera che si estendeva dai confini di Camerota, volgarmente detta “Li Marcellini” fino al Canale di Mezzanotte, confine con la Basilicata.
Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XI, parte II, p. 436, così parlava di Torraca: “Dentro terra due miglia trovasi la Torraca dove le castagne, le querce, e le viti sono in abbondanza, e si fabbrica squisitissima polvere da schioppo.”. Queste le uniche parole dedicate dall’Antonini a Torraca. Più avanti, l’Antonini, parlava del Porto di Torraca, o Sapri.
I Carafa della Spina di Policastro e le loro indebite usurpazioni
Da Ferdinando Palazzo (…), che scrisse sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’, scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15):“…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei dueenti.”. Dunque, è dal 1599, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile e con il Conte di Policastro, vi furono sempre continui conflitti legali. Pietro Ebner (…), riferendosi al casale di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali e temporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’ ecc.., scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio.”.
Nel 1648, Torraca contava 117 fuochi che moltiplicato per 6 = 702 abitanti
Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.
Nel 1648 e 1669, Sapri non figura tra i centri censiti da Ottavio Beltrano
Sapri non rifigura tra quei centri censiti per i soli anni 1648 e 1669, riportati da Ottavio Beltrano (…) nel suo ‘Breve descrizione del Regno di Napoli’, che sappiamo essere stato pubblicato a Napoli nel 1644, la sua prima edizione. In questo testo il Beltrano riporta la popolazione di alcuni centri del basso Cilento appartenenti al Principatro Citra o Citeriore del Regno di Napoli le cui numerazioni sono tratte dai dati di alcuni censimenti effettuati nel secolo XVII come ad esempio quelli del 1648 e poi l’altro del 1669. In questi due censimenti pare non figurasse Sapri o Terra Saprorum in quanto questo territorio all’epoca apparteneva ai Palamolla di Torraca e dunque rientrava nell’esile popolazione dell’Università di Torraca. Il Beltrano enumera i fuochi, le famiglie presenti nel Principato Citra da p. 147 e seguenti.
(Fig….) Beltrano Ottavio, op. cit., p….., sul Principato Citra nel Regno di Napoli
Nel 22 maggio 1656, un documento di Carlo Palamolla
Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”. Sulla figura del Vicerè spagnolo nel Regno di Napoli don Enrique de Guzman leggiamo su wikipedia che quando a Filippo II succedette sul trono di Spagna il figlio Filippo III l’amministrazione del vicereame di Napoli era affidata a Enrique de Guzmán, conte di Olivares. Il regno di Spagna era al suo massimo splendore unendo la corona d’Aragona, i domini italiani, a quella di Castiglia e del Portogallo. A Napoli il governo spagnolo fu debolmente attivo nella sistemazione urbanistica della capitale: risalgono a de Guzman la costruzione della fontana del Nettuno, di un monumento a Carlo I d’Angiò e la sistemazione della viabilità. Enrique de Guzmán y Ribera (Madrid, 1540 – Madrid, 1607) fu il secondo conte di Olivares e viceré di Napoli dal 1595 al 1599, per due mandati. Il figlio, Gaspar de Guzmán y Pimentel, fu de facto primo ministro spagnolo dal 1621 al 1643.
Nel 1658, Vespasiano Palamolla, 3° Barone di Torraca e della Terra di Sapri
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “3° Vespasiano Palamolla, 3° Barone, ebbe a moglie donna Lucrezia Salone, figlia del Barone di Castrocucco “. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “…..a lui successe Vespasiano, sposato a Lucrezia Salone, figlia del barone di Castrocucco. Ecc..”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “Nel 1658, a due anni dalla terribile peste che, come tutti gli altri paesi del Cilento decimò anche qui la scarsa popolazione, subentrò nel dominio del feudo Vespasiano Palamolla, che ebbe per moglie donna Lucrezia Salone, figlia del barone di Castrocucco. Ecc…”. Dunque, secondo il Guzzo fu nel 1658 che Vespasiano Palamolla successe a Carlo Palamolla e diventò 3° barone di Torraca e di Sapri. Vespasiano Palamolla sposò donna Lucrezia Salone dei baroni di Castrocucco. Su donna Lucrezia Salone, baronessa di Castrocucco e figlia di del Barone di Castrocucco vi sono alcue notizie tratte dalla rete. Lo storico, verso il 1890 Michele Lacava (….) chiese e ottenne da Bartolomeo Capasso, all’epoca direttore dell’archivio, un sunto di quei documenti per un suo libro; dai suoi appunti possiamo seguire, a grandi linee, la successiva storia del feudo. Lacava appuntò come «nel 1470 Re Ferrante investì Galiotto Pascale di Policastro del castello diruto e disabitato di Castrocucco in Provincia di Valle di Crati e Terra Giordana, cum eius arce juribus etc. Nel 1563 il detto castello fu venduto a Giulia De Rosa dall’incantatore del Sacro Regio Consiglio per esecuzione contro Antonio Varavalle. Nel 1573 lo stesso castello fu venduto a Giovan Cola de Giordano… Nel 1603 era possessore di Castrocucco, Fabio Giordano… Nel 1680 Domenica Giordano, Baronessa di Castrocucco, legittima moglie di D. Bonaventura Salone Caracciolo donò a D.a Francesca Greco sua figlia primogenita la Terra seu Castello di Castrocucco sito in Provincia di Basilicata» . Dunque, secondo i ‘Cedolaria’ e il Lacava, nel 1680 un Don Bonaventura Salone Caracciolo, Barone di Castrocucco, forse era il padre di donna Lucrezia Salone Caracciolo che era andata sposa a Vespasiano Palamolla. Intanto, nel 1664 la nobildonna Francesca Greco aveva sposato Antonio Labanchi, attraverso cui questa famiglia acquisì il titolo di barone di Castrocucco e che conserverà fino all’abolizione della feudalità.
Nel 1695-96, la ‘Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’ redatta dal notaio Domenico Magliano
Le notizie di alcuni possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese e le sue origini, di cui parleremo – sono molto più antiche del documento (…) del Notaio Domenico Magliano. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, parlando di Torraca, a pp. 151-152 ecc.. fa luce (…) su un antico documento manoscritto conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro e citato pure dal Di Luccia (….). Si tratta di un documento del 1695 (….): “La Platea dei beni e delle rendite dell’Abbadia di S. Giovanni a Piro”, compilata nel 1695 dal notaio Domenico Magliano. Questo documento è di estrema importanza anche per Sapri in quanto in esso vengono elencati i beni e le rendite di tutti i possedimenti che dipendevano dall’antica Abbazia italo-greca prima e poi benedettina di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il sacerdote Rocco Gaetani, a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina, com’oggi si osserva involta di erbe e roveti. Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni. La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza ecc…”. Dunque è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Il Gaetani a pp. 153-154 riporta il passo della descrizione della detta cappella e del territorio o possedimenti in Torraca (ma io dico in territorio Saprese) che appartenevano alla Grancia di S. Fantino.
(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…)
(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca
(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.
Nel 1689, i confini del territorio della Grancia di S. Fantino in ‘Terra di Torraca’ (territorio di Sapri ?)
La Grancia di S. Fantino, nel 1689, dipendeva sempre dall’Abbadia di S. Giovanni a Piro, i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa – e non più dipendente dagli Abbati dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro come era in origine e, che secondo il Gaetani (4): “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”. La ‘Grangia’, secondo il Visconti (…): “Era particolarmente nelle Abbazie benedettine, il magazzino destinato alla conservazione dei prodotti agricoli che i monaci ricavavano dai loro terreni. Faceva parte di solito, del complesso monastico, ma nei monasteri dei Cistercensi, a causa dello sviluppo delle abbazie, la grangia venne costruita anche in località non lontane dall’Abbazia stessa, ed ospitava i conversi che sotto la guida di un monaco anziano erano addetti ai lavori nei campi.”. Il Gaetani (4), che, in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, sita nel territorio Saprese (Torraca), pubblicò anche la trascrizione del contenuto del documento (5) illustrato nell’immagine di Fig. 9 (pag…..), dove si descrivono i confini del territorio della ‘Grancia di S. Fantino’ riferendosi al documento (…), da cui trae il passo, nel suo ‘La fede degli Avi nostri o Ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 152-153, in proposito pubblicava la trascrizione del testo estratto di una o due pagine tratte dal documento del 1695-96 redatto dal notaio Domenico Magliano “La Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, che riguardavano la chiesa di S. Fantino a Torraca e la grancia di S. Fantino posta in territorio saprese: “Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni.”. Dunque, il Gaetani (…), a pp. 152-153, scrive che sulla scorta del suo amico Canonico Domenico Menta, cita e si riferisce alla “Platea di Beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro, del 1695-96”, redatta dla notaio Domenico Magliano, trascrivendone il testo di alcune pagine: “La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere d’ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tutti i fondamenti; li quattro cantoni, ed il frontespitio, et anco un arco sopra l’altare medesimente di pietre scarpellate, stimandosi che tal edificio sia stato costrutto in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare; la detta Cappella era diuta senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. D. D. Michele Brandaleone alla f. m. di P. P. Innocenco XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vesc.vo di Policastro, et incaricato dal suddetto D. Michele, il quale n’ebbe cura, et con l’entrate di detta Cappella rifece le mura, la ricoverse, fece l’astraco Porte et Altare et di più di suo proprio, e per sua divotione ci fece intempiata, valtaltare, carta di gloria et candelieri.”, poi continua la trascrizione del testo che riguarda i confini della Grancia di S. Fantino: “Incomincia il territorio di detta Grancia, sita et posta nel territorio di detta Terra di Torraca, da Ponente vi è il vallone che sparte la foresta de Cercole del Barone della Torraca detto lo Saracino, et và a basso per detto vallone insino allo vallone detto della Chiusa della Sorba, poi saglie per la via pubblica, per sopra il scariazzo di m.ro Francesco Brando, et circuisce detta via detto territorio, et poi circuisce la Chiusura, che fu del q.m D. Flaminio Barra renditia à detta Grancia et per sopra la vigna fu di Mario Campanella, che hoggi si possiede dal Abbate D. Francesco Magaldo, et p. sopra la Chiusura del D.co Tommaso Mercadante, per sopra la vigna di Francesco di Loise, per sopra la vigna di Gio Tommaso Brando, per sopra la vigna di D. Daniele mangia, per sopra le Castagne, et cerque di Luca Palamolla, et Domenico mercadante pe sopra le Cerque furno di q.m. Cesare Brando, per sopra la Chiusura della Coia, poseduta da Francesco Brando di Celio, per sopra le Cerque di D. Giacomo Antonio Brando, et per sopra la terra possedeva il q.m Gio. Antonio Alias Cisina, hoggi devoluta à dètta Grancia et scende al’ vallone sparte la foresta del Barone, da parte di Ponente chiamata la foresta dello Saraceno (1).”. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei confini del suo territorio e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuare l’esatta sua localizzazione che aveva nel 1695-96. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio Saprese (Terra di Torraca) a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “Piscitello” – come ci dice lo stesso Gaetani (…) e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla (“Barone della Torraca detto lo Saracino”), da cui dipendeva l’intero territorio Saprese.
Nel 1700, il Catasto Onciario ed i possidenti di Sapri, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli
Il Catasto onciario, precursore degli odierni catasti, rappresenta l’attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per un riordino fiscale del regno di Napoli, progettato e diretto da Bernardo Tanucci. Nonostante fosse un catasto descrittivo, poiché non prevedeva la rappresentazione geometrica dei luoghi, fu uno strumento teso ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili e di fatto rappresenta uno dei più brillanti esempi del tempo di ingegneria finanziaria e di ripartizione proporzionale del peso fiscale. Il catasto era basato su un sistema di duplice tassazione, che prevedeva sia una imposizione di tipo reale cioè sui beni e sia personale cioè sulla capitazione o testatico e sulle attività dei contribuenti e dei loro nuclei familiari. Dall’imposizione catastale per antico privilegio era esentata la città di Napoli. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni sia immobiliari che da bestiame o finanziari (per es. da censi attivi), veniva stimato in base all’unità monetaria teorica di riferimento, l’oncia, corrispondente a sei ducati. Era anche detta Oncia di carlini tre, in quanto ogni tre carlini di rendita, capitalizzati al tasso di interesse fissato al 5% (solo per il bestiame era fissato al 10%), equivalevano a 60 carlini, pari a sei ducati e quindi 1 Oncia di capitale o patrimonio. Veniva così introdotta anche una distinzione tra unità monetarie di riferimento per la valutazione delle rendite, adottando le valute correnti del grano, il carlino e il ducato, e per i patrimoni usando delle unità monetarie di conto come il tarì e l’oncia. È chiaro come un meccanismo volutamente semplice poteva assicurare nelle intenzioni, un prelievo fiscale generalizzato ed accertamenti molto rapidi. Per il calcolo delle imposte le persone erano distinti in diverse categorie. Una prima distinzione era effettuata fra cittadini e forestieri: i primi formavano i “fuochi” (ovvero le famiglie) dell’Università; i secondi erano solamente iscritti nell’Onciario o perché vi possedevano beni o perché vi esercitavano un’attività. La consultazione dell’Onciario, conservato in originale per tutte le università del Regno presso la Regia Camera della Sommaria (S.R.C.) poi nell’Archivio di Stato di Napoli, oltre che in copia in alcuni pochi archivi comunali, è ancora oggi, pur con tutti i suoi limiti e omissioni, una fonte preziosa di informazioni sul periodo. Sul Catasto Onciario ha scritto Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di storia dalle origini al settecento”, a p. 120, nella nota (222) postillava che: “Il metodo delle Rivele restò in vigore sino al 1741, quando Carlo di Borbone dispose il Catasto Onciario); ivi, Catasti Onciari, Caselle in Pittari, vol. 4249. Il Catasto Onciario, detto ‘Liber unciarii’ e ‘Libro di tassa’, fu iniziato il 20 di settembre dai ‘Magnificis deputatis electis in publico colloquio pro confictione catasti’ e reso pubblico (pubblicatus in publica Plàtea) il 27 di ottobre del 1754. I Deputati furono due notai, Nicola Barbelli e Giuseppe Peluso, e due Reverendi, Don Carmine Greco e Don Paolo Orlando, coadiuvati da Giovanni Tancredi, Nicola Giudice e Nicola Torre. Quell’anno il ‘Sindaco’ era Antonio Fiscina, il Capoeletto Carlo Speranza, gli Eletti Pietro Torre, Gioacchino Stoduto e Giuseppe Croccia, in pratica gli amministratori (‘Magnifici de regime) del tempo.”.
Nel 1710, Francesco Palamolla, 4° Barone di Torraca e della terra di Sapri
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Vespasiano successe, nel 1710, Francesco Palamolla, che sposò donna Lucrezia Bruno, dei Baroni di Santa Lucia e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, stando a quanto scrive il Guzzo, Francesco Palamolla diventa 4° barone di Torraca e della Terra di Sapri nel 1710 alla successione della morte di Vespasiano. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ecc…”. Chi era Francesco Palamolla, IV barone di Torraca ?. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, non dice nulla di Francesco Palamolla. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia.”. Dunque, secondo il Gaetani (…), il IV° barone di Torraca, Francesco Palamolla nel 1641 era sposato con donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia. Nella storia di Torraca troviamo scritto che dopo Decio Palamolla troviamo “Decio Palamolla sposò Brianna Gaetani e nei successivi tre secoli si susseguirono ben 7 baroni della stessa dinastia: Carlo, Vespasiano, Francesco, Biagio etc.”. Duque, il IV barone, Francesco Palamolla successe al III° barone di Torraca, Vespasiano Palamolla che ebbe a moglie donna Lucrezia Salone dei Baroni di Castrocucco. Dunque, Francesco Palamolla era figlio di donna Lucrezia Salone e di Vespasiano Palamolla. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Riguardo l’acquisto di Sapri, il Tancredi (…), sulla scorta del Gaetani a p. 39 precisava che: “L’appartenenza di Sapri alla Baronia di Torraca si deduce da altri atti così indicati: “Sono stati sempre del Barone di Torraca il ‘seminatorio’ di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino la mare, il vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi Baroni di Torraca e posseduto da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri (34). Ecc…“. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”.
Nel 1710 (?), Francesco Palamolla intentò una causa contro i Carafa di Policastro
Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (120) postillavo che: “(120) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P. O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla.”. Andrebbero ulteriormente indagati gli atti del Processo e della Causa vertente tra il barone di Torraca Francesco Palamolla, pronipote di Decio ed il conte di Policastro Carafa della Spina (quale ?). Il Di Luccia (…), ha citato questi processi ma non dice chi fossero i loro intestatari. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani (….), a p. 10, nella sua nota (2) postillando che: “(2) Fol. 217, P.O.”, citava gli atti della Causa (“Esami presso dell’Esaminatore”) intentata da Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamolla e 4° Barone di Torraca. Francesco Palamolla intentato davanti alla Regia Camera della Sommaria di Napoli contro i conti di Policastro.
Nel 9-10 maggio 1714, la visita pastorale a Torraca del Vescovo di Policastro, Mons. A. De Robertis
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 594 parlando della ‘Chiesa’ di Sapri in proposito scriveva che: “Sapri fu eretta in parrocchia solo il 1° settembre 1719 da mons. Andrea de Robertis col titolo dell’Immacolata. Nella visita del 1735 non si è notizia di cappelle, nè del clero. Nell’800 vi erano a Sapri solo tre cappelle intra moenia S. Giovanni Battista, S. Antonio di Padova al Timpone e S. Rosario. Nel giugno del 1832 visitò la chiesa mons. Laudisio. Decreto. Ecc..”. Devo far notare in proposito che quando Ebner scriveva che nella visita a Sapri nel 1735 non vi è notizie di cappelle, forse è dovuto al fatto che le cappelle a Sapri esistevano ma appartenevano al clero di Torraca. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), parlando della Sapri sacra nel suo libro “Sapri giovane e antica”, parlando della chiesa dell’Immacolata concezione a Sapri, a p……, nella sua nota (41) postillava che: “A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714: nello Stato d’anime si rileva che Don Gennaro Eboli, chierico, era figlio di Scipione e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello, Matteo.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il documento che contiene alcune interessanti notizie circa l’origine della Chiesa Madre di Sapri, la Chiesa dell’Immacolata concezione sono contenute in un verbale della visita pastorale del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, per l’anno 1714. Vediamo in dettaglio la notizia. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il verbale delle visite pastorali di Mons. De Robertis attesta che nel 1714, don Gennaro Eboli era chierico. Sul documento citato da Laudisio (….), fa luce il sacerdote Rocco Gaetani (…) ancor prima del Tancredi. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); ecc…”. Il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Dunque, secondo il Gaetani (….), egli sapeva che nel 1714 Sapri segnava 345 persone. Inoltre il Gaetani (…), sulla base del documento conservato alla Curia Vescovile di Policastro dice che nel 1714 si presentò davanti al Vescovo Mons. Andrea De Robertis “l’accolito Gennaro Eboli del Porto di Sapri”.
(Fig…) Via S. Paolo
Da secoli, esiste un collegamento stradale che, nell’antichità, univa alcuni centri della corolla collinosa a ridosso della fascia costiera. Si tratta di una strada interpoderale che corre lungo la dorsale costiera, chiamata via S. Paolo. Nel territorio saprese, un tempo facente parte del feudo dei Palamolla di Torraca, si imbocca all’altezza dell’attuale locale ‘Capannelle’, che si può ritrovare lungo la SS. che da Sapri corre verso Torraca. Come si può vedere dalla vista del satellite di google maps, la via S. Paolo, corre lungo la dorsale costiera e collega le campagne Sapresi, con Vibonati e da lì porta a S. Marina. L’attuale località vicino il locale ‘le Capannelle’, denominata ‘Torrette Tempe’, molto vicina alla contrada dei ‘Codici’, è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri.
(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arriva oltre Vibonati, fino a S. Marina
Nell’11 maggio 1774 (o 1776 come scrive il Guzzo ?), Vespasiano Palamolla, 5° barone di Torraca
Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “…..e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, riguardo il Barone di Torraca nel 1746, doveva essere il barone Vespasiano Palamolla che morì, secondo i Cedolaria ricordati dal Gaetani, l’11 maggio 1774. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; ecc….”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Dopo la descrizione del complesso ritorniamo ai Moscati e precisamente a Teresa, figlia di Giuseppe ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 di gennaio 1771 che il 20 agosto del 1795 sposò Vespasiano Palamolla, barone di Torraca. Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer avi del medico Santo Giuseppe Moscati, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Dunque, come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei Nobili Napoletani, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano.
Nel 1786, Sapri e Torraca secondo Giuseppe Maria Galanti
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” vol. II, a p. 665 parlando di Torraca in proposito ai Palamolla di Torraca scriveva che: “Il Galanti (12) scrive che “Torraca” contava ai suoi tempi 1296 abitanti.”. Ebner a p. 665, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Galanti, cit. IV, p. 234.”. Ebner si riferiva al testo di Giuseppe Maria Galanti (….), vol. IV del “Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie”, pubblicata dal 1796 in poi, egli riportava la popolazione dei centri del Cilento e a p. 234 scriveva “Toraca – d. di Policastro, 1296”, dove “d” stava per Diocesi, dunque “Toraca” in Diocesi di Policastro, abitanti 1296. Il Galanti riportava anche e distintamente la popolazione di Sapri che risultava a quei tempi superiore a quella di Torraca e scriveva che: “Sapri, d. di Policastro, 1423”.
Nel 20 agosto 1795, Vespasiano Palamolla, 5° barone di Torraca sposò in prime nozze Teresa Moscati, marchesa di Poppano
Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Dopo la descrizione del complesso ritorniamo ai Moscati e precisamente a Teresa, figlia di Giuseppe ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 di gennaio 1771 che il 20 agosto del 1795 sposò Vespasiano Palamolla, barone di Torraca. Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Vespasiano successe, nel 1710, Francesco Palamolla, che sposò donna Lucrezia Bruno, dei Baroni di Santa Lucia e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; Ecc..”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”.
Nel 22 giugno 1798, muore Bonaventura Palamolla, fratello del 5° barone di Torraca, Vespasiano Palamolla
Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, ecc… “.
Nel XIX secolo, a Sapri e Torraca, ramai e calderai
Pietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: “Il Bozza (16), etc..”. Ebner, a p. 665, nella nota (16) postillava: “(16) Bozza, cit., II, p. 221.”. Ebner citanto il Bozza si riferiva ad Angelo Bozza (….) ed al suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, del 1888, vol. II, che a p. 221 parlando di Torraca scriveva che: “Torraca, …..Caccia numerosi calderai, che vanno in tutti i paesi d’Europa ed in America, esercitandovi la loro arte.”. A parte il cognome noto e antico di Sapri della famiglia dei “Calderaro”, ho trovato nuovi elementi a suffragio della notizia del Primicerio Guida (….). Recentemente, Giovannipaolo Ferrari (….), nella sua “Relazione socio-economica e demografica”, redatta per il PUC del Comune di Sapri parlando dell’“5.6 – L’Ottocento” a p. 22 in proposito scriveva che: “Sapri alla fine del XVIII secolo, era un consistente agglomerato cittadino, fiorente di attività, con un porto sicuro ed efficiente che consentiva scambi con Sicilia e Calabria a Sud ed altre Regioni a Nord. Tale struttura concentrava i traffici anche dei paesi dell’entroterra campano-lucano che confluiva a Sapri sia per imbarcazioni sia per spedire e ricevere merce. Un vivace traffico con le isole toscane consentiva l’approvvigionamento di ferro e di rame necessari per le ferriere e le lamiere dell’entroterra rivellese. A proposito della situazione di Sapri a fine secolo uno scrittore contemporaneo scrive: “….””. Ferrari (….), nella sua relazione riguardo la notizia dei “calderai” fiorente attività a Sapri non forniva riferimenti bibliografici. Nel 1984, Amedeo La Greca, Antonio Di Rienzo, Emilio La Greca, pubblicarono “Viaggio nel Cilento”, dove a pp. 255-256 parlando di Sapri in proposito scrivevano che: “Un particolare artigianato sorse a Sapri in quest’epoca, i “Calderari” detti in dialetto “i conza-caurare”, che giravano di paese in paese per la riparazione delle caldaie di rame. Agli inizi dell’ottocento ben quattrocento di costoro giravano per tutto il Regno. I “conza-cauràre” sono artigiani ormai scomparsi. Ma fino a qualche anno fa, essi ancora girovagavano per tutti i paesi del Cilento ed erano tramite di notizie, nonchè di “cultura” a carattere popolare. Questa filastrocca che presentiamo è un inno alla vita libera senza alcun legame di matrimonio; una dissacrazione di un valore, quello della famiglia: ma solo a parole, quasi a giustificare la condizione dei “conza-cauràre”, il cui lavoro a volte non permetteva la formazione di un focolare.: ‘A RANCASCIA. Managgia a chi se nzùra e a chi re se nzurà! Ecc…”. Il mestiere di “accomodare caldare” era il calderaio ovvero un artigiano che oltre a lavorare le ‘caldare di rame’ le accomodava. Questi artigiani erano molto diffusi all’epoca in quanto all’epoca, molte stoviglie erano di rame e queste di diversa forma e funzione erano dette caldare. Secondo la notizia riportata nella relazione del Guida (…), redatta per il Governo Murattiano, circa 400 sapresi “vivevano e giravano dentro e fuori il regno col mestiere di accomodare caldare”. Le caldare erano e sono oggetti di metallo lavorato nelle diverse forme adatte a contenere alimenti o liquidi che dovevano essere cotti sul fuoco. Grandi recipienti di rame battuto e a volte stagnato. Il rame, oltre ad essere contenuto negli alimenti e nell’acqua potabile, trova un largo impiego anche in cucina. Come ben sanno i cuochi, questo metallo possiede una conduttività termica così alta da evitare i rischi di surriscaldamenti locali, che fanno “attaccare” i cibi. Oltretutto i fondi dei recipienti in rame non rischiano di rovinarsi o deformarsi. Quello del calderaio è uno dei tanti mestieri che con il tempo sono scomparsi. Di calderai non ce n’erano molti in paese. Tuttavia quei pochi artigiani che c’erano bastavano a soddisfare le esigenze e le richieste di chi ne aveva bisogno. Nel corso dei miei studi presso la Facoltà di Architettura di Napoli presentai uno studio sugli usi, i costumi e le produzioni locali nel basso Cilento ed a Sapri raccolsi una serie di testimonianze delle antiche produzioni locali. Già dai primi del ‘500, allorquando sorse il primo centro abitato alla marina del torrente Brizzi, oggi individuabile con la località detta le “Mocchie”, e poi sviluppatesi con la “Marinella”, era molto diffusa la produzione della calce viva che serviva a diversi usi nelle costruzioni di case e muri. Questo tipo di produzione locale era molto antica e abbastanza diffusa. Dalle informazioni che raccolsi nelle interveste a diversi anziani di Sapri appurai che al Timpone, oggi piccola frazione di Sapri, posta abbarbicata su una piccola altura prospiciente l’antica marina di Sapri, lungo il torrente Brizzi, vi era in passato una forte produzione di calce che avveniva con la costruzione delle cosiddette “carcare”. La “carcara” nel dialetto saprese era una piccola costruzione realizzata nel terreno e a forma di una piccola torretta di grosse pietre, una specie di fornace, cava all’interno che serviva alla cottura della pietra locale che una volta raggiunta una certa temperatura diventava calce viva. La calce viva così prodotta veniva in seguito posta all’intern di grosse vasche per farla spegnere e poterla cos’ utilizzare nelle costruzioni edilizie. Forse il Primicerio Gennaro Guida avrà fatto un pò di confusione. Inoltre, dal Pesce (…) sappiamo che già alla sua epoca era diffusa a Rivello la produzione di caldaie di rame. La collega Maria Carla Calderaro di Sapri mi faceva notare che molti sapresi emigrarono in America e svolgevano il mestiere di calderai e ramai e che ad un certo punto il re del Messico concesse ad alcuni sapresi ivi emigrati la facoltà di gestire la zecca di Stato. Una di queste famiglie di Sapri erano i Farano che si arricchirono molto nel Messico di Massimiliano d’Asburgo.
Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’, partiggiano anzi sicario di casa Borbone, etc…”.
Nel 1799, la Repubblica Partenopea
Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, nel 1796 Giuseppe prese parte con Napoleone alla prima campagna d’Italia, lasciando la Corsica che ormai veniva abbandonata anche dagli inglesi. Il 23 gennaio 1799 il Regno di Napoli cadde in seguito al fallimento della spedizione dell’esercito borbonico, al comando del generale austriaco Karl von Mack per liberare Roma dai francesi. La controffensiva dei transalpini costrinse alla ritirata le truppe di Ferdinando IV, il quale fuggì a Palermo imbarcandosi sul Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia (21 dicembre 1798). Nella città fu proclamata la Repubblica Napoletana (“sorella” di quella francese) e fu innalzato l’albero della libertà. Il nome divenne celebre nel 1799 per le gesta degli insorgenti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. L’anno seguente, durante la Prima Repubblica francese. Il Re Ferdinando IV Borbone di Napoli tornò precipitosamente a Napoli, e il 21 dicembre 1798 s’imbarcò di nascosto sulla HMS “Vanguard” dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la Famiglia Reale e John Acton, in fuga verso Palermo (portandosi dietro, tra l’altro, il denaro dei Banchi). Venne affidato al Marchese di Laino Francesco Pignatelli l’incarico di Vicario Generale e da questi fu dato ordine di distruggere la Flotta, che venne incendiata. Seguirono alcuni giorni di confusione e di caos. Mentre gli Eletti del Popolo rivendicarono il diritto di rappresentare il Re Ferdinando IV Borbone di Napoli, l’11 gennaio 1799 il Marchese Pignatelli concluse, a Sparanise, un gravoso Armistizio col generale Championnet. La Repubblica Napoletana, anche detta Repubblica Napolitana e, impropriamente, Repubblica Partenopea, fu un’entità statuale proclamata a Napoli nel 1799, ed esistita per alcuni mesi sull’onda della prima campagna d’Italia (1796-1797) delle truppe francesi della Repubblica sorta dalla Rivoluzione. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a p. 106, nella nota (278) postillava che: “(278) Con l’entrata dei Francesi in Napoli del 1799 il generale Championnet occupò la capitale del regno borbonico costringendo il re Ferdinando IV a fuggire in Sicilia) tutto il Cilento ebbe un fremito di riscossa: gli spiriti più nobili della borghesia progressista, impevuti delle idee liberali propugnate dalla Rivluzione Francese, si batterono per creare Municipalità democratiche in ogni paese, dove piantarono l’albero della libertà.”.
Nel 1799, il passaggio delle truppe Francesi di Napoleone Bonaparte
Recentemente Nicola Femminella (….), nel suo “Tesori nelle terre dei Lucani nelle terre dei Sanseverino etc…”, a p….. parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “La Madonna è ritenuta protettrice del paese per un episodio ormai entrato nella tradizione popolare. Nel 1799 l’esercito francese era diretto a Torraca per conquistare l’abitato e infierire sulla popolazione. Uomini e donne, vecchi e bambini si rifugiarono nella Chiesa di Cordici a invocare la Madonna. Inspiegabilmente calò sull’abitato una nebbia fittissima che impedì alle truppe francesi di vedere il paese. Esse lo sorpassarono allontanandosi dalle sue case.“. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: “Il Bozza (16), nel’ubicare il villaggio su un colle, segnala che sulla cima vi è un castello. Torraca era notissima per i suoi calderai che giravano tutta l’Europa e che, emigrati, impresero a girare anche per le Americhe. Accorsatissimo è il suo santuario campestre (Madonna dei Cordici) in un ameno sito. Anche il Tancredi (17) scrive di Torraca bruciata dai francesi nel 1806, del santuario della Madonna dei Cordici e del castello baronale dei Palamolla che ospitò re Ferdinando il 15 settembre 1852 (lapide). In nota trascrivo i dati di censimento dal 1861 al 1971 (18).”. Ebner, a p. 665, nella nota (16) postillava: “(16) Bozza, cit., II, p. 221.”. Ebner citanto il Bozza si riferiva ad Angelo Bozza (….) ed al suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, del 1888, vol. II, che a p. 221 parlando di Torraca scriveva che: “Torraca, comune di 1298 ab., nel circ. di Sala, mand. di Vibonati, dal quale e dal mare dista 6 chm. Giace su di un colle alla cui cima sorge il castello con magnifico orizzonte. Caccia numerosi calderai, che vanno in tutti i paesi d’Europa ed in America, esercitandovi la loro arte. Vi è nelle sue vicinanze un accorsatissimo santuario campestre detto la Madonna dei Cortici, in un sito dilettevolissimo. Ha un piccolo territorio dal quale si ricava però in abbondanza ottimi vini, olio castagne e ghiande.”. Ebner, a p. 665, nella nota (17) postillava: “(17) Tancredi, Il golfo, cit., p. 69 sg.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 194 parlando di Torraca scriveva che: “Il 3 marzo 1799 si verificò a Torraca un fatto straordinario. I torracchesi, minacciati dai Francesi, che portavano terrore e sterminio in queste terre, si riunirono in chiesa e pregarono a lungo la Vergine dei Cordici. La preghiera fu ascoltata. Discese, all’improvviso, una nebbia fitta e oscura intorno al borgo, che fu sottratto, così, alla vista del nemico, mentre un sudore, mai visto, grondò dal volto della Madonna e dal braccio del Bambino.”. Queste le uniche parole del Guzzo su Torraca nel 1799. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Nel gennaio 1799 da Napoli giungono, portate dai soldati dell’esercito borbonico in fuga, notizie di sommosse avvenute nella città partenopea. La prima ad insorgere è la vicina Basilicata….All’armata dell’intrepido cardinale aderirono, spinti dalla sete di sangue e ricchezza, anche molti briganti. Tra questi vi era Panedigrano, al secolo Nicola Gualtieri, con il quale il cardinale Ruffo risalì il regno facendo proseliti ecc…Il movimento controrivoluzionario, ebbe in Novi il suo caposaldo e in Vallo della Lucania il suo più fiero avversario. Torraca, che si tenne fuori da vampate rivoluzionarie filo-repubblicane, venne minacciata dai francesi i quali dopo aver devastato e conquistato i paesi limitrofi si diressero verso il paese. La gente, disperata, il 3 marzo 1799, sotto il baronato di Vespasiano Palamolla e Terese Moscati, si riunì nella chiesa della Madonna dei Cordici per chiedere alla Vergine una sua intercessione. L’intensa preghiera della popolazione fu ascoltata, ed avvenne il miracolo. Discese all’improvviso una nebbia fitta e oscura che avvolse il borgo rendendolo invisibile alla vista del nemico che passò oltre.”. Ebner citando il Tancredi si riferiva a Luigi Tancredi (….), ed al suo “Il Golfo di Policastro etc…”, che purtroppo non posseggo. Il canonico Luigi Tancredi però scrisse di Sapri nel suo “Sapri – giovane e antica” e a p….., in proposito scriveva che: “…..
Nel 1799, la reazione dei Sanfedisti filo-borbonici del vescovo di Policastro, mons. Ludovico Ludovici ed i moti carbonari del basso Cilento
Già precedentemente e sin dal 1978 dedicai gran parte del mio tempo libero alla ricerca di testimonianze storiche sull’argomento, testimonianze e documenti che attestassero eventuali conferme o ripensamenti. Ho più volte pubblicato miei saggi di storia ed in seguito, nel 1998, su incarico dell’Amministrazione Comunale di Sapri avevo redatto uno studio di analisi storico-urbanistico per la redazione del Piano Regolatore Generale redatto dal Prof. Francesco Forte. Lo stusio si intitolava, l’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri”. Verso la fine del testo in proposito scrivevo che: “I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi.”. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Ludovico Ludovici, plenipotenziario ‘Sanfedista’ nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. In un manoscritto datato 1803 il nipote Cosmo Lodovici, canonico cantore della Collegiata della città di Eboli, tra gli arcadi sebezj “Salmoneo Meleagride” ed accademico sincero laureato, raccolse in un volume le gesta di suo zio per tramandarne ai posteri la memoria. Questo “diario-raccolta” venne in possesso del prof. Francesco Paolo Cestaro il quale da attento storico lo studiò e lo ritenne un importante e curioso saggio sanfedista perché era una sicura fonte di notizie storiche e biografiche, che citavano documenti singolari e mettevano in risalto lo spirito e la reazione popolare del nostro circondario contro i Francesi e la Repubblica Napoletana. Il volume, legato in carta pecora, è un manoscritto composto di 382 pagine, contiene oltre duecento componimenti di autori diversi ed è intitolato “Raccolta di varie composizioni italiane e latine in lode dell’Ill.mo e Rev.mo Mons, Lodovico Lodovici fatta dal Rev.mo Signore Cosmo Lodovici” -Eboli MDCCCIII-. In questa raccolta si trovavano inseriti parecchi componimenti poetici di ebolitani tra cui alcuni sonetti del signor D. Carlo d’Orsi (che fra gli Accademici Sinceri laureati aveva scelto il nome di Demarete Megalite, dai quali si apprende che egli nel 1797 aveva iniziato a scrivere la storia degli uomini illustri ebolitani), un’elegia latina di Donato Campagna ed una “cantata” per la caduta di Picerno di Salmoneo Meleagride ( Cosmo Lodovici). Il 23 gennaio 1799 il Regno di Napoli cadde in seguito al fallimento della spedizione dell’esercito borbonico, al comando del generale austriaco Karl von Mack per liberare Roma dai francesi. La controffensiva dei transalpini costrinse alla ritirata le truppe di Ferdinando IV, il quale fuggì a Palermo imbarcandosi sul Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia (21 dicembre 1798). Nella città fu proclamata la Repubblica Napoletana (“sorella” di quella francese) e fu innalzato l’albero della libertà. Il nome divenne celebre nel 1799 per le gesta degli insorgenti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. La parola “sanfedismo” deriva infatti da “Esercito della Santa Fede“, l’armata creata dal cardinale clabrese Fabrizio Ruffo che, tra il febbraio ed il giugno del 1799, prese parte attiva alla restaurazione del dominio borbonico a Napoli, ponendo fine alla Repubblica Napoletana. All’inizio della primavera, il cardinale Fabrizio Ruffo annunciò la costituzione di un’Armata Cristiana e Reale. Decine di migliaia di volontari accorsero da ogni parte del Regno. Il nucleo dell’Armata sanfedista fu composto da contadini, borghesi, ufficiali, finanche preti, pronti ad abbandonare famiglia, lavoro, case, chiese, per difendere la monarchia e la santa fede (da cui il nome sanfedisti), dalle truppe francesi rivoluzionarie. All’esercito si unirono anche banditi e recidivi nella speranza di vedere perdonati i propri reati, distinguendosi molto spesso in episodi di crudeltà gratuita. Guidata dal cardinale, l’armata contribuì a mettere fine all’esperienza della Repubblica Napoletana, con il conseguente ritorno sul trono di Napoli della dinastia Borbone (giugno 1799). Il cardinale Fabrizio Ruffo è sbarcato il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e a impadronirsi rapidamente della regione e quindi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militarono anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa, che si distinguono con metodi feroci e sanguinari, tant’è che lo stesso Ruffo ne rimane amareggiato e non riesce a placare del tutto la loro efferatezza. Certamente gli episodi che riguardano quel momento storico ed in particolare le figure che parteciparono agli avvenimenti come ad esempio Mons. Ludovico Ludovici, Vescovo di Policastro dal …… e di Rocco Stoduti devono essere ulteriormente meglio indagati. Mons. Nicola Maria Laudisio (4), nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, non dice molto su questi episodi ma parla dei vescovi di Policastro e qualche notizia siamo riusciti a strapparla. Il 25 aprile viene approvata la legge di eversione della feudalità, sulla base di criteri relativamente radicali, ma anch’essa non potrà avere un principio di attuazione in conseguenza del repentino crollo della Repubblica. Nel frattempo, nel resto delle province, la situazione comincia a precipitare. Il cardinale Fabrizio Ruffo è sbarcato il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e a impadronirsi rapidamente della regione e quindi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militarono anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa, che si distinguono con metodi feroci e sanguinari, tant’è che lo stesso Ruffo ne rimane amareggiato e non riesce a placare del tutto la loro efferatezza. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le ricerche del Cassese (279) della fine degli anni Quaranta hanno escluso infatti coinvolgimenti diretti di cittadini dell’Università casellese, mentre tutt’intorno nelle ‘Terre’ contigue divampava l’insurrezione, spesso affrettata e spietata. A Sanza infatti i galntuomini aizzarono il popolo contro i ‘democratizzatori’ padulesi Ettore Netti e Francesco Notaroberto; a Casaletto operò un nutrito gruppo di cospiratori contro il governo borbonico (la famiglia Petrosino: don Felice, Notar Vincenzo, Pascale; Notar Gianuario La Falce; Angelo Loviso; Saverio Scafuri; Don Pasquale Polito) e fu piantato ‘l’albero della Libertà’; a Morigerati furono attivi Don Bernardino Mega, Diego Cioffi e Don Gaetano Granato originario di Lentiscosa; a Vibonati Domenico Furiati e il fratello Notar Biagio (280). Neppure la quasi immediata reazione realista e sanfedista, che coinvolse in prima persona il vescovo di Policastro Monsignor Ludovico Ludovici (281) incaricato dal cardinale Fabrizio Ruffo di organizzare la controrivoluzione nella Valle del Bussento (282), pare avesse coinvolto la ‘Terra di Tortora.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (279) postillava che: “(279) Leopoldo Cassese, Giacobini e realisti nel Vallo di Diano, in “Rassegna Storica Salernitana”, X (1949), pp. 134 ss., ora in ‘Scritti di Storia Meridionale, Salerno, Laveglia, 1970, pp. 63-149.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (280) postillava che: “(280) Ivi, passim; ASN, Casa Reale, vol. 177, Libro nel quale son descritti…..tutti gli individui….che son notati per materie di Stato, passim.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (281) postillava che: (281)Frate ebolitano dei Minori Osservanti, fu trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797 (N.M. Laudisio, Sinossi etc., cit. p. 36).”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (282) postillava che: “(282) L. Cassese, Scritti di storia etc., cit., p. 106 ss.; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 268.”. Il Laudisio (…) ci parla del vescovo Ludovici a pp. 91-92-93, nell’edizione del Visconti. Laudisio a p. 91 in proposito scrive che: “XLVIII. Ludovico Ludovici, frate dell’Ordine dei Minori Osservanti, di Eboli, trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797….Fu insignito della carica di ministro plenipotenziario del defunto nostro augustissimo re Ferdinando, e ispezionò le provincie del regno e le contee del Molise, della Capitanata, di Principato Ultra e Terra di Bari; perciò, dopo l’occupazione del Regno fu con audacia sacrilega cacciato con la forza delle armi dal suo episcopo di Lauria. E come il pontefice Pio VII in quegli stessi anni fu deportato dal Quirinale a Savona e poi in Francia, così egli fu deportato dal suo episcopio a Roma e poi ad Assisi. A Roma dal pontefici Pio VII, allora regnante, fu nominato prelato domestico e suo assistente al soglio Pontificio. Passò per Rivello il comndante in capo delle truppe francesi, e gli fu consegnata dai cittadini una petizione; così, dopo parechi anni ecc…Perciò lo zelantissimo vescovo Ludovici, per liberare la sua diocesi dalla luce che serpeggiava, ecc…”. Mons. Lodovici ebbe una parte importantissima nella restaurazione del Regno Borbonico, egli ritenne utile e doveroso aiutare la Chiesa e contribuire a restaurare la monarchia, il suo impegno per la riuscita di questa missione durò oltre due anni e nel novembre del 1801 fece ritorno alla diocesi di Policastro. In un saggio on line leggiamo che: “Nel dramma di questa controrivoluzione emerge quale principale protagonista al fianco del Ruffo, il vescovo di Policastro mons. fra Lodovico Lodovici, dell’ordine dei Minori Osservanti, egli, come il cardinale Ruffo, si attivò girando in lungo e in largo il sud della provincia di Salerno, da Eboli agli Alburni, dal cuore del Cilento fino ai confini calabro-lucani infiammando gli animi con la predicazione e l’esempio, tanto da raccogliere ed armare sedicimila uomini, mettendovi a capo Don Rocco Stoduti, dando inizio all’insurrezione nel Principato Citeriore ed in tutti i comuni di fede realista. Il cardinale Vicario a questo punto credette giunto il momento di dare la responsabilità del comando degli insorti di tutto il territorio salernitano al vescovo di Policastro, gli affidò il governo politico ed economico nella provincia di Principato Citra, nominandolo “Generale dell’Armata cristiana, commissario regio, e, suo ministro plenipotenziario”. Alla caduta della Repubblica, venerdì 14 giugno 1799, Lodovico Lodovici, per la sua fedeltà verso il re, fu uno dei sei commissari regi nominati da Ferdinando IV ed inviato come “visitatore” con pieni poteri nelle terre di Lucera, Trani, Montefusco, della Capitanata (foggiano) e nel contado del Molise.”. Dopo la battaglia di Austerlitz, 2 dicembre 1805, i francesi occuparono il Regno di Napoli decretando la fine della dinastia; Lodovico Lodovici nel 1806 fu esiliato a Roma, dove divenne assistente al soglio pontificio, ritornò nel 1811 nella sua diocesi, dove morì e fu sepolto il 17 gennaio 1819: aveva 72 anni. Anche il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (….) ci dice alcune cose sull’arrivo dei francesi a Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Per contrastare il dilagare della rivoluzione repubblicana, il clero della zona cilentana intervenne infiammando la folla che accorse ad arruolarsi sotto il comando del Durante capo dei sanfedisti. Il 12 aprile 1799 venivano destituiti tutti gli apparati repubblicani di questi paesi che insorsero. Il vescovo di Policastro mons. Ludovico Ludovici, dell’ordine dei frati Minori Osservanti, (resse la diocesi dal 1797 fino al 1818, anno della sua morte) entrò in azione in prima persona. Egli si attivò riuscendo a scuotere il sud della provincia di Salerno, fino al confine calabro, infiammando gli animi con la predicazione ed attirare a se un gran numero di accoliti. Il cardinale Ruffo, visto il suo impegno per la sana causa, gli affidò il governo politico ed economico nella Provincia del Principato Citra, nominandolo ‘Generale dell’armata cristiana, commissario regio e suo ministro plenipotenziario’. Il presule non deluse le aspettative del cardinale; riuscì in poco tempo ad imporre il controllo di tutto il Cilento meridionale fino al Vallo di Diano. Dal Golfo di Policastro assicurò un tranquillo sbarco delle truppe inglesi, mentre Padula divenne la roccaforte per il controllo della Regia strada delle Calabrie. Per ottenere in breve tempo ottimi risultati, l’intrepido vescovo si circondò di elementi validi ma principalmente fidatissimi, tra questi molto sanguinari e noti briganti, come Nicola Gualtieri detto Panedigrano e Michele Pezza alias Fra Diavolo.”. Certamente gli episodi che riguardano quel momento storico ed in particolare le figure che parteciparono agli avvenimenti come ad esempio Mons. Ludovico Ludovici, Vescovo di Policastro dal …… e di Rocco Stoduti devono essere ulteriormente meglio indagati.
Nel 1799, Rocco Stoduti e le sue probabili origini con gli Eboli di Ispani (o di Torraca)
Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Tra gli uomini che accorsero al richiamo del Ludovici è doveroso citare il capomassa Rocco Stoduti, al quale lo stesso vescovo affidò un’armata di ben sedicimila uomini. Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani. La conferma che costui sia torracchese, viene ancor più avvalorata dal fatto che in alcuni documenti del XVII e del XVIII sec. riportati dal Rev. Rocco Gaetani nel testo “La fede degli avi nostri”, questo cognome si legge di frequente. In una scrittura datata 1656, contenente il “Voto fatto dall’Università di Torraca a favore del clero di essa”, compaiono Carlo e Fabritio Stodut(o). In un altro del 1671, inerente ad un registro in cui venivano annotate le messe, spiccano i nomi di Guglielmo e Vittorio Stodut(i); ed ancora, in un elenco del 1733, ove vengono elencati i sacerdoti del paese, si fa menzione di Don Donato e Domenico Stoduti. Per finire, in un Regio Memoriale del 1778, in cui sono trascritte le regole inerenti la fondazione della Confraternita delle Anime del Purgatorio, si nominano appartenenti a tale organizzazione religiosa, Domenico e Rocco Stoduti. Da quanto accennato e dagli sparuti elementi, sarebbe azzardato affermare incondizionatamente che quest’ultimo, sia la stessa persona al quale il Vescovo di Policastro ha affidato il comando di un vero e proprio esercito, ma le coincidenze sono senz’altro numerose, specialmente le date. Come si è potuto constatare dal 1656 al 1778, degli otto Stoduti citati, nei tre documenti esiste uno solo con il nome Rocco, che in qualche modo potrebbe essere colui che nel 1799, anno della controrivoluzione monarchica intrapresa dal Cardinale Ruffo, sia stato uno degli artefici che ha portato al fallimento il sogno della Repubblica Partenopea. La fedeltà alla corona farà sì che nel primo decennio del XIX sec. lo ritroveremo ancora una volta in prima linea con suo figlio e vari torracchesi a combattere contro gli invasori francesi. La capitolazione lo costrinse a riparare con altri compaesani in Sicilia, presso la corte del re Ferdinando IV, ove sembra sia deceduto nel 1826. Dopo la sua fuga, cosa alquanto strana, non si ha traccia nel paese di qualcuno che porti tale cognome. Non è possibile neanche attingere ulteriori notizie dai registri parrocchiali, poichè sono andati distrutti dall’incendio provocato dai soldati napoleonici. Un’altra ipotesi che porta a pensare che lo Stoduti sia nato a Torraca, è rappresentata dal fatto che gli stessi francesi nutrivano per questo paese un particolare rancore, molto probabilmente dovuto al fatto che di aver dato i natali all’intrepido torracchese ed a suo figlio, ma anche per l’esistenza di un nutrito gruppo di compaesani che spalleggiava ambedue gli Stoduti e che seguiva gli incrollabili ideali monarchici da loro propugnati. Il vescovo di Policastro ebbe un’alta considerazione di costui, tanto da affidargli l’incarico di capeggiare i sanfedisti locali, i quali ebbero rapidamente ragione sui repubblicani, estirpando dai paesi vicini della ribelle Basilicata e successivamente in molti paesi del Cilento, il simbolo della repubblica “l’albero della libertà”. Il torracchese dopo aver placato la fievole rivolta cilentana, proseguì verso la Basilicata ed una volta sedata la ribellione lucana si diresse verso Salerno. Praticamente, in poco più di tre mesi, il versante tirrenico fino alle montagne campane sovrastanti Sapri, era ritornato nelle mani dei lealisti, grazie all’opera di Rocco Stoduti il quale riuscì ad innalzare il bianco vessillo borbonico nei centri liberati.“. Dunque, nell’interessante passaggio, il Mallamaci (….), scrive che alcuni storici, senza citarli, ritenevano che il Rocco Stoduti, quello della reazione Sanfedista del Cardinale Ruffo fosse nato a Torraca nel 1756 da Carmine Stoduto e Anna Eboli di Ispani. Il Mallamaci scrive che: “Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani.”.
Nel 5 novembre 1803, Vespasiano Palamolla, diventa il 5° barone di Torraca e Teresa Moscati, Marchesa di Poppano
Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “…..5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc….”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; Ecc…”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……“. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; ecc..”.
Nel 1805, muore Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca
Nel 1805, Biagio Palamolla, 6° barone di Torraca
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “…..6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…” parlando di Torraca a p. 193 in proposito scriveva che: “Nel 1805, morto Vespasiano, diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto.”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Dunque, secondo il Gaetani (….) sulla cui scorta scriveva il Guzzo, Biagio Palamolla diventa il 6° Barone di Torraca alla morte di Vespasiano Palamolla che, il 5 novembre 1803 risulta dal ‘Cedolario’, 5° barone di Torraca. Dunque Vespasiano morirà due anni dopo essere diventato il 5° Barone di Torraca e nel 1805, alla sua morte sarà Biagio a diventare il titolare erede della nobile casata. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Dunque, come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei ‘Nobili Napoletani’, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano.
Nel 1806, Torraca e le truppe Francesi (Napoleoniche) di Giuseppe Bonaparte e del Generale Massena
Recentemente Nicola Femminella (….), nel suo “Tesori nelle terre dei Lucani nelle terre dei Sanseverino etc…”, a p….. parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “Cinque anni dopo, altre truppe francesi, guidate dal generale Massena, assalirono il castello, portando via ogni oggetto prezioso, dopo aver dato fuoco all’Archivio Parrocchiale. Gli abitanti del borgo ricordano i due episodi il 3 marzo e l’8 settembre con festeggiamenti e una solenne processione in onore della Madonna dei Cordici.”. Da Wikipedia leggiamo che nel nel 1796 Giuseppe prese parte con Napoleone alla prima campagna d’Italia, lasciando la Corsica che ormai veniva abbandonata anche dagli inglesi. L’anno seguente, durante la Prima Repubblica francese, venne nominato diplomatico, prima alla corte dei duchi di Parma e poi a Roma, lasciando la città solo dopo i disordini del 28 dicembre 1797 e l’assassinio del generale Duphot, suo aiutante. Dal 1806 al 1808 Giuseppe Bonaparte governò il Regno di Napoli in nome di suo fratello, che gli affiancò nel governo i napoletani Antonio Cristoforo Saliceti e Marzio Mastrilli, oltre ad altri valenti personaggi di governo francesi dell’epoca, quali Pierre-Louis Roederer, André-François Miot de Mélito, Louis Stanislas de Girardin e Mathieu Dumas. Con Andrea Massena a capo della spedizione che aveva il compito di scacciare i Borboni da Napoli, Giuseppe intraprese il suo viaggio verso il regno del sud e nel gennaio 1806 si fermò per tre giorni a Roma, dove firmò un accordo per le forniture militari al nuovo regno che andava conquistando, passando poi il confine con 40.000 uomini. L’11 febbraio entrò nella piazzaforte di Capua e il 15 dello stesso mese fece il proprio ingresso solenne a Napoli, omaggiato dalle autorità cittadine e di governo, che apprezzarono particolarmente il suo gesto di omaggio a San Gennaro, patrono della città, cui fece dono di una preziosissima collana di diamanti. Ferdinando IV di Napoli, intanto, era fuggito in Sicilia e il suo esercito si era ritirato al suo seguito. Per conoscere e farsi conoscere, Giuseppe intraprese subito una visita nelle principali province del regno, giungendo in Calabria già nel marzo successivo.
Nel 4 agosto 1806, a Torraca l’attacco delle truppe Francesi e Leonilda Campanella che fu squartataAngelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 195 parlando di Torraca scriveva che: “Alcuni anni dopo, il 4 agosto 1806, festa di S. Domenico, i francesi del generale Massena, dopo aver messo a guasto e rovina il castello baronale, asportandone quadri, statue e oggetti preziosi, distrussero con l’incendio l’archivio della chiesa parrocchiale. Andarono perduti documenti, atti, registri e pergamene di grande importanza storica. Appiccarono poi il fuoco agli edifici pubblici e alle case, distruggendo mobili e suppellettili e sperperando frumento, olio, vino ed altri prodotti. I guasti furono quantizzati in circa 10.000 ducati. Il barone Palamolla espose i danni al re Ferdinando IV e chiese il risarcimento (5). Il triste episodio è ricordato ancor oggi dai vecchi del luogo con la pietosa, tragica storia di Leonilda Campanella, anziana donna di Torraca, la quale, malata e impedita fisicamente, non riuscì a sfuggire alla furia dei soldati francesi, i quali, sordi, ad ogni preghiera e privi di qualsiasi sentimento umano, la squartarono orribilmente e le troncarono il capo che, come trofeo di vittoria, appesero ad un ramo di ulivo. L’olivo del capo di Leonilde era additato, fino agli inizi di questo secolo, presso il pozzo della Porta alla Fontana, nella proprietà Perazzo.”. Guzzo, a p. 194, nella nota (5) postillava: “(5) R. Gaetani, cit., pag. 64”. Guzzo si riferiva all’opera del sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, che a p. 64, in proposito scriveva che: “….
Nel 29 settembre 1806, a Torraca l’attacco del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara
Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 52 racconta un episodio accaduto a Sapri. Scrive il Barra che: “Un altro e più consistente raggruppamento, costituito da circa 900 uomini, parte locali e parte sbarcati da un legno siciliano, si erano trincerati a Torraca, dove il 29 settembre furono attaccati dal I reggimento napoletano di linea del colonnello Pignatelli (43): “. Il Barra a p. 52 riporta quanto scrisse Pietro Calà Ulloa e, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il “Monitore Napolitano”, 3 ottobre 1806, n. 63.“.
Nel 1846, Biagio Palamolla, 6° barone di Torraca, dopo la morte di Teresa Moscati, sua madre e, diventa marchese di Poppano
Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846…..ecc…“.
Nel 28 settembre 1852, la visita di Ferdinando II di Borbone a Torraca
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 75 in proposito scriveva che: “Nell’autunno del 1852 il re Ferdinando II volle visitare la Basilicata e la Calabria. Sbarcato da Napoli il mattino del 28 settembre sul lido di Sapri, nel golfo di Policastro, col figlio quindicenne, Francesco, duca di Calabria, e col fratello, il Conte di Trapani, Aiutante Generale del grado di Brigatiere, visitò e confortò il vecchio D. Vincenzo Peluso nelle sua villa; indi proseguì per Torraca, Casaletto Spartano, Battaglia e Lagonegro. Il Peluso morì il 4 ottobre.”. Infatti, anche Mario Vasalluzzo (…), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 202 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Il 28 settembre del 1852, Sapri riceveva la visita del Re. Il sovrano accompagnato da un nutrito seguito e scortato da quattro navi, approdò al Fortino, a circa un chilometro dalla cittadina. Ferdinando, saputo della sua infermità, volle far visita al Peluso. Fu l’ultimo saluto col suo fedele collaboratore: Vincenzo Peluso infatti, a sei giorni da quello storico incontro, cessava di vivere la sua esistenza agitata e tormentata (5).”. Il Vassalluzzo a p. 204, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Mazziotti M., Costabile Carducci ed i Moti…., op. cit., vol. II, pp. 16, 17, 30, 110, 119. De Cesare R., La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18.”. Dunque, il sacerdote Mario Vassalluzzo cita il Matteo Mazziotti (….) e cita anche Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18. E’ proprio sulla scorta del De Cesare (….), che lo storico coevo, Giorgio Mallamaci scrivendo la storia di Torraca ci parla dello storico evento distorcendone i fatti. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848”, dopo aver parlato di Costabile Carducci che dice essere stato ucciso “sul Monte Spina” (che non esiste), continuando a parlare di Torraca, a p. 88, riferendosi al re Ferdinando IV di Borbone, “divenuto Ferdinando II, re delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “Il Peluso si ritirò in una casa di campagna a Torraca, dove trascorse in solitudine gli ultimi giorni della sua esistenza, e dove prima di morire ebbe l’onore di essere visitato dal suo amato sovrano. In quell’occasione, Re Ferdinando si imbarcò a Napoli, sulla nave ammiraglia il ‘Fulminante’, scortata dal ‘Guiscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’ e giunse nella rada di Sapri il 28 settembre. la stessa sera raggiunse a piedi Torraca, dove fu accolto dalla popolazione con festose manifestazioni: luminarie, spettacoli, giochi di fuoco e danze. Il re fu ospitato nel castello, dal vecchio marchese Biagio Palamolla. Quest’ultimo, a causa di una grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima dall’incarico di guardia del re con il grado di brigadiere e portastendardo. Il sovrano prima di lasciarlo, gli donò una carrozza in segno di gratitudine e poi conferì all’ospite il titolo di Duca di Torraca. Fu questa la sola volta, in cui Ferdinando di Borbone accettò ospitalità da privati. Re Ferdinando, durante la visita al marchese di Poppano, Biagio Palamolla, saputo che a poca distanza dal castello era in fin di vita il vecchio prete, assassino del Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, con suo figlio, il principe ereditario Francesco, di quindici anni e con il seguito di corte. Si racconta, che il Peluso aveva 75 anni, provato dalla malattia, ed emozionato dall’inaspettata visita, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo spirò. Era il 4 ottobre del 1852.”. Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, ed. Longanesi, Milano, 1969, nel suo “capitolo II”, a p. 32 parlando del viaggio del Re Ferdinando II in Calabria, sulla scorta di Carlo Pesce (….), in proposito scriveva che: “Sulla fine di settembre del 1852, il re vole dare….., partisse alla volta delle Calabrie. Il movimento delle truppe ebbe luogo nei giorni 23, 24, 25 e 26 settembre, concentrandosi tutta la colonna nei dintorni di Lagonegro. Il re s’imbarcò la sera del 27 settembre a Napoli sul ‘Fulminante’, insieme col principe ereditario, che contava quindici anni, e col conte di Trapani. Il suo seguito era formato dal principe D’Aci, dai brigatieri Ferrari e Del Re, dai colonnelli Nunziante e De Steiger, dal tenente colonnello Letizia, dai maggiori Severino, Anziani e De Angelis, dai capitani Grenet, Schumacher e Salvatore Nunziante. Il colonnello Afan de Ribera, che era pure del seguito, comandava l’atiglieria; il brigatiere Garofalo era capo dello stato maggiore, e il maggiore La Tour seguiva, come aiutante in campo, il conte di Trapani. I direttori Scorza e Murena partirono per posta ed attesero il sovrano a Lagonegro. Il re aveva seco il suo cameriere particolare, Gaetano Galizia, mentre un cuoco e un sottocuoco, con servizio completo, di cucina in apposito furgone, procedevano il corteo di un giorno. Il ‘Fulminante’, seguito dal ‘Giuscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’, giunse la mattina del 28 nella rada di Sapri. La sera di quel giorno il re dormì a Torraca, facendo la prima tappa, da Sapri a Torraca, a piedi per mancanza di strade. Alloggiò nel castello del marchese di Poppano, Biagio Palamolla: castello medioevale, con le torri merlate. Lo ricevette il vecchio marchese che, per grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima, dalle guardie del Corpo, col grado di brigatiere e portastendardo. Il re, prima di allontanarsi, conferì all’ospite il titolo di duca di Torraca; e il marchese, a perpetuo ricordo, fece cingere con una catena di ferro l’ingresso del castello e murare sulla facciata una lunga lapide latina, della quale ecco la chiusa: ……..Fu quella la sola eccezione che Ferdinando fece al suo proposito di non accettare, a nessun patto, ospitalità da privati. Saputo che, a poca distanza di là, in una casa di campagna, era in fin di vita il vecchio prete Peluso, l’assassino di Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, e vi andò a piedi, seguito dal figlio e dagli aiutanti, ed esortò quel tristo a sperare nella divina Provvidenza. Il Peluso, accasciato dagli anni e dal male, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo morì (1). Alla Taverna del Fortino trovò una berlina di corte ecc….”. Il De Cesare, a p. 33, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Avv. Carlo Pesce, ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’, Lagonegro, Tipografia Lucana, Matteo Tancredi, 1905. E’ un breve scritto, che si legge con viva commozione. Devo anche al signor Pesce un curioso diario sul passaggio del re da Lagonegro, pubblicato dal giornale ‘il foglietto’ di quella città. (Vedi Parte III, Documenti).”. Dunque, il De Cesare ci parla dell’episodio del passaggio del re a Sapri sulla scorta del libretto dello storico di Lagonegro Carlo Pesce (…), di cui una sola copia si trova nei miei archivi e alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Io posseggo anche copia del manoscritto olografo del Pesce (…) che ho pubblicato in un altro mio saggio. E’ molto probabile che il racconto del Pesce sia stato influenzato da notizie di prima mano di un parente dell’arciprete Timpanelli. Ma il Pesce (….), non scrive ciò che ha scritto il De Cesare e sulla cui scorta ha scritto il Mallamaci. Dunque, il racconto del Mallamaci, cambia anche la data di arrivo di re Ferdinando II a Sapri, ponendola non al 28 settembre 1852 ma al 4 ottobre 1852. Stessa divergenza di date e di notizie ritrovo anche in Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di policastro ecc..”, dove parlando di Torraca a p. 196 in proposito scriveva che: “Il 15 ottobre 1852 Torraca ebbe l’onore di ospitare il re Ferdinando II, il quale, diretto in Calabria, si fermò al castello Palamolla su invito dell’amico barone Biagio. Sul portale del salone principale del maniero dovrebbe ancora far mostra di sè la lapide che ricorda l’avvenimento.”. Il Pesce dunque riporta la data scolpita sulla lapide apposta sulla facciata del Castello di Torraca ed in particolare parlando dell’amico barone Biagio si riferiva al barone Biase Palamolla. Di Biagio Palamoll, Angelo Guzzo (…), ne parla a p. 193 ed in proposito scriveva che: “Nel 1805, morto Vespasiano, diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla, Marchese di Poppano, ecc….”. Ecco cosa scrive il Pesce (….), nell’altro suo libro “Storia della città di Lagonegro” parlando della visita del Re Ferdinando II (già Ferdinando IV): “Nell’autunno del 1852 il Re Ferdinando volle visitare un’altra volta questa parte della Basilicata e le Calabrie…Il Re, imbarcatosi la sera del 27 settembre a Napoli, sulla fregata a vapore Fulminante, col figlio allora quindicenne Francesco, Duca di Calabria, e col fratello il Conte di Trapani, sbarcò nel mattino del 28 Settembre nella rada di Sapri. Quivi, avendo appreso che il Prete Vincenzo Peluso, l’esecrando assassino del gran patriota Costabile Carducci, era infermo e presso a morte, volle visitarlo, e recatosi a piedi nella villa, dove il vecchio era accasciato da idropisia e dagli anni, lo confortò e lo esortò a bene sperare nella divina misericordia. Da Sapri, il Re, a cavallo, percorrendo una traccia di rotabile, costruita da un negoziante per lo scarico di legname al porto, passò a Torraca, dove alloggiò e pernottò nel castello medievale, dalle torri merlate, del Marchese di Poppano (Biagio Palamolla), il quale a perpetuo ricordo della visita reale, fece murare sulla facciata del Castello una lapide con lunga ed enfatica iscrizione latina….Su quella spiaggia, presso al casino bianco, levarono il grido – Italia degli Italiani”. In quella occasione e nel corso della visita il re Ferdinando II donò al Peluso morente l’anello di oro col sigillo di casa reale che portava seco, oggi custodito dalla famiglia Martorelli erede Peluso.
Nel 29 giugno 1857, lunedì, Pisacane con i suoi trecento, ed altri, si recò a TorracaGiorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno a Torraca ci si accingeva a festeggiare San Pietro, eletto protettore nel 26 aprile del 1776. Nulla faceva supporre, specialmente a coloro dediti al solito lavoro dei campi e lontani dalla politica, che in quella solenne giornata potessero arrivare più di trecento persone tra cui anche due donne. Erano al seguito di un individuo dall’aspetto signorile, il quale si esprimeva correttamente in italiano, ma che si rivolgeva ai torracchesi con inflessione prettamente campana. Nella salita che da Sapri si inerpica fino al piccolo borgo di Torraca, quell’uomo che capeggiava la comitiva, ebbe l’occasione di ammirare il panorama che spaziava sul golfo, reso ancor più bello dalle prime luci del giorno. La splendida vista gli aprì l’animo verso un fiero ottimismo sulla missione che aveva intrapreso. Etc…”. Proseguendo il suo racconto, a p. 90, il Mallamaci scriveva: “Aveva riunito la gente in Piazza dell’Olmo, alla quale lesse il seguente proclama: “Cittadini. E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. Avoi basta volerlo. L’odio contro di lui è universalmente inteso. L’esercito è con noi. La capitale aspetta dalle provincie il segnale della ribellione etc…ra impossibile pertanto non chiedersi come mai individui come ‘Luigi Lazzaro’ di Policastro, ‘Luigi Smimmero’ e ‘Gaetano Tropeano di Polla, nonché quel tale saprese ‘Samuele Lacorte’, tutti personaggi di pessima nomea, invece di essere rinchiusi nel carcere di Ponza, circolassero liberamente in compagnia di quelle persone. Sicuramente, come asseriva il loro parroco, anche coloro con cui si accompagnavano erano gente della loro stessa risma. Comunque a sostenerli vi era anche la presenza del vescobo Nicola Maria Laudisio, noto per la sua fedeltà borbonica, giunto a Torraca per l’occasione della festività di S. Pietro, il quale dovette nascondersi per motivi di sicurezza. Solo dopo la partenza dei trecento diretti verso il Fortino, poté mostrarsi e celebrare una messa per lo scampato pericolo. A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al indaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote. Un’altra versione storica riguardante il vescovo Laudisio, è che accolse i rivoltosi con la dovuta diplomazia, e per aggraziarsi la loro simpatia, fece distribuire del buon vino locale e delle belle ciliege. Quest’ultima ipotesi, sicuramente non è tra le più credibili, poiché era nota la sua fama di fedeltà al Re, etc….A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti. Ad un certo Carmine Viggiano vennero sottratte sei piastre e fu proprio la figlia Angela ad indicare al loro capo (Pisacane) chi li aveva derubati. Poiché le monete non furono tutte ritrovate, il Pisacane diede loro la parte mancante. Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile. Oltre al Viggiano e al Tancredi, denunciano furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco. Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona. Successivamente si recò a Torraca, e qui spedì altri messaggeri a Tortorella e Casaletto per avvisare del pericolo imminente. La mattina del 29 giugno, da Capitello, inviò un accorato telegramma per avvisare il re di quanto stava accadendo in quella zona. Da questi episodi che coinvolsero il giudice Fischetti, si intuisce che il gruppo di Carlo Pisacane era atteso a Torraca il giorno precedente alla loro venuta, pertanto le autorità del paese ne erano al corrente.”.
Nel 29 giugno, 1857, la partenza dei trecento e di Pisacane da Torraca che arrivarono al Fortino
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; ‘Vicenzo Cioffi’, gestore o proprietario della taverna del Fortino ed originario di Tortorella, il quale si prodrigò per fornire le cibarie ai rivoltosi. Il Cioffi, più volte fece sfornare il pane alla propria moglie per sfamare i liberatori. Ai predetti fecero seguito: ‘Michele Albano’, Pasquale e Nicola Bifano, Pasquale Brandi, Francesco Cesarino, Anna e Antonio Falce, Giuseppe Falce, Carmine Falco, Biagio Filizzola, Vincenzo Gallo, l’arciprete Pietro Gravina, Giovanni Lanza di Roccagloriosa, Nicola Mercadante, Vincenzo Mugno, Giuseppe Petrizzo originario di Padula, Raffaele Petrizzo, Carlo Viggiano, Domenico e Pasquale Zipparo. L’accoglienza da parte di costoro fu calorosa e spontanea, qualcuno ha anche gridato “Viva Murat e viva la Repubblica”, però nessuno di questi ebbe il coraggio di seguire i trecento nella loro impresa.”.
Nel 30 giugno 1857, la strada vicinale detta della “Verdesca” percorsa dal Fischetti per salire a Torraca e spiare Pisacane
(Fig….) Ponte d’epoca medievale posto lungo un sentiero che da località Mocchie di Sapri risale verso Torraca. L’immagine ci è stata inviata dal Gruppo di escursionisti di Sapri “Golfo Trek”.
Pare che questa strada vicinale o sentiero risalisse dalla località ‘Mocchie’ a Sapri, su per il monte Olivella, attraverso i territori nel Comune di Torraca e da lì proseguiva verso Torraca o verso il Fortino del Cervaro, si chiamasse “Verdesca”, forse la stessa strada carovaniera che attraversava la contrada della “Carnale”, dove furono trovati dai G.A.S., antichissimi insediamenti Enotri e Lucani, in gran parte distrutti dall’incuria delle autorità preposte per il passaggio della condotta del gas metano. Andrebbe ulteriormente indagata la presenza di alcune strade mulattiere presenti sul nostro territorio in quanto esse sono state frequentate in epoche in cui si è persa la memoria del tempo. Infatti, questa strada vicinale ed alpestre, prima che arrivasse nei pressi di Torraca, a metà strada, si trova un sito oggi chiamato “Agriturismo S. Fantino”. Io credo che l’intera area fosse stata anticamente l’area dove sorgeva la grancia di S. Fantino, di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio. La probabile epoca di fondazione della grancia di S. Fantino, può riferirsi molto probabilmente all’anno 1097, allorquando, secondo una pergamena d’epoca normanna, veniva concesso a Sergio, monaco di Vibonati, di costruire una cappella a S. Fantino, che doveva essere una località posta tra Sapri e Torraca, come risulta dall’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna) illustrata nella Fig. 2, di cui ho parlato. La testimonianza della strada vicinale e di campagna detta la “Verdesca”, ci è data da uno dei principali protagonisti dello sbarco a Sapri dei ‘trecento’ di Carlo Pisacane, il giudice di Vibonati Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni, da poco eletto, Giovanni Nicotera. Il Fischetti (…), a p. 35, parlando della notte in cui Pisacane sostava a Sapri, in proposito scriveva che: “…ed io con pochi amici mi avviai sopra Torraca per la via cosiddetta della ‘Verdesca’, impraticabile quasi, montuosa ed alpestre assai, per evitare la solita via pubblica, laddove quelli avessero voluto inseguirmi.”. Nella tradizione orale popolare, nel nostro dialetto, il termine di “Verdesca”, stà ad indicare un pesce di mare, una specie di pescecane simile allo squalo. Sempre nella tradizione popolare orale, vi è un termine simile “Ventresca”, la pancia o la pelle del ventre di un certo tipo di squalotto di mare. La strada “Verdesca”, verrà poi in seguito, nel 1907, citata anche dal Bilotti (…), il quale a p. 198, in proposito al giudice scriveva che: “Il Fischietti.. (e anche quì il Bilotti erra il cognome del giudice Vibonatese), effettivamente aveva fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura nell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria….”. Con l’indagine geo-storica, possiamo stabilire quale e dove fosse questa stradina o sentiero di campagna, assai disagevole per i tempi a cui si riferiscono i fatti di Pisacane. Si trattava di un percorso o un sentiero di campagna che risaliva le campagne in direzione di Torraca, che partendo dalla località a Sapri detta le “Mocchie”, risalisse verso Torraca. Dalla località detta le “Mocchie” a Sapri, posta subito dopo la contrada saprese della “Marinella”, si inerpicano due sentieri che risalgono alle pendici del Monte dell’Olivella, verso i territorio di Torraca. Io credo che le “Mocchie”, dove ancora oggi è rimasto un gruppo di antichissime case, molte di queste solo recentemente ristrutturate, sia una contrada di Sapri prossima ad un molo o un antico porticciolo. La contrada delle “Mocchie”, infatti, si trova quasi a ridosso della vecchia spiaggia o insenatura formatasi del torrente detto “Brizzi”, di cui ancora oggi non si conosce l’esatto significato dell’etimo. Il torrente “Brizzi” e il suo alveo, dopo un lungo percorso dalle montagne poste nel Comune di Tortorella a confine con quello di Torraca e di Sapri, scende a valle e sversa le sue acque a Sapri e, lungo il suo percorso attraversa la contrada delle “Mocchie” che è posta quasi posta di fronte alla collina dell’altra antica contrada del “Timpone”. Recentemente, alcuni membri del locale gruppo di trekking di Sapri “Golfo Trek” hanno percorso e smacchiato questo vecchio sentiero che risale dalle Mocchie e si inerpica tra balze e dirupi verso il territorio un tempo di Torraca. Io credo che il nome di questo sentiero fosse proprio quello di “Verdesca”, il nome che citava il Bilotti (…) e prima ancora il giudice vibonatese Fischetti (…). Lungo questo percorso vi sono alcuni ruderi di un ponte medievale che lasciano pensare ad un’antichissima frequentazione e forse, come io credo, questo sentiero doveva essere quello che collegava il piccolissimo approdo delle Mocchie con l’antichissima grangia di “S. Fantino”, dipendente dal cenobio basiliano di San Giovanni a Piro. Della grangia di S. Fantino (…), come vedremo, ci parlano gli antichissimi documenti ma i suoi ruderi non sono stati mai individuati. Infatti, risalendo l’immagine satellitale con l’amico Giamberto del locale gruppo di escursionisti, si può vedere che nel territorio prossimo più a Sapri che a Torraca, si scorgono dei duderi o degli edifici che lasciano pensare all’antica grancia di S. Fantino, di cui parla il Di Luccia (…) e il Martire (…), ma che non è stata mai del tutto localizzata. L’antica grancia o masseria o addirittura l’Abbadia di S. Fantino di cui si parla in antichi testi, non solo esisteva dall’epoca Normanna come attesta l’antica pergamena del 1097 pubblicata dal Trinchera (…) e poi dal Cappelli (…), ma era posta nel territorio di Sapri, divenuto solo nei primi del ‘500 appartenente al feudo di Torraca. Credo pure che questo percorso sia proprio quello che percorrevano i monaci abitanti dell’antica grangia di S. Fantino per scendere al porto di Sapri che forse era posto proprio nella contrada detta le “Mocchie”, per il trasporto via mare delle merci essendo questo piccolo ma nascosto e sicuro approdo collegato con i piccoli porti della costa velina. Non sono mai state del tutto individuate alcune cappelle e costruzioni religiose di cui ci parlano alcuni studiosi locali nei primi del ‘900 come il Gallotti (…) e il Gaetani (…). Molte costruzioni si pensa fossero nel territorio di Torraca ma solo perchè il territorio di Sapri, fu delineato nei suoi attuali confini solo dopo l’Unità d’Italia, ma in realtà alcune costruzioni o manufatti citati dal Cappelli (…), dal Martire (…), ecc.., si trovavano prossimi al territorio saprese, ovvero posti si nella campagne ma molto prossimi al vicino piccolo approdo della costa saprese. Infatti, nell’antichità per il trasporto delle merci e per i traffici si preferiva percorrere le vie marittime anzicchè quelle sulla terra ferma molto più frequentate ed insicure. I monaci lo sapevano bene. Nell’anticihità le località e le comunità rivierasche erano molto più fiorenti e popolate rispetto a quelle interne che si ripopolarono specialmente dopo la Guerra del Vespro e sopratutto in epoca Vicereale a discapito di quelle rivierasche che al contrario si spopolarono. I documenti ci parlano di una grangia o di un piccolo cenobio di monaci basiliani o benedettini, la grangia di S. Fantino, che doveva essere attiva e fiorente all’epoca medievale ovvero XII-XIII secolo.
Dal 1860, il mandamento ed il circondario di Vibonati appartenente al Distretto di Sala Consilina nel Regno d’Italia
Da Wikipedia leggiamo che Sapri dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1924, durante il Regno d’Italia ha fatto parte del mandamento di Vibonati, nel 1924 il mandamento fu trasferito a Sapri fino al 1927 anno della sua soppressione appartenente al Circondario di Sala Consilina.
Nel 13 gennaio 1862, la divisione dei territori sapresi della “Verdesca” e della “Finosa”
Nel 1916, il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, a pp. 1-2-3 in proposito scriveva che: “Per noi qui sottoscritti e crocosegnati rispettivi Notar Nicola Mariniello della terra di Tortorella e Biase Falco della terra della Torraca, esperti deputati delle cinque Università, cioè esso Biase Falco eletto dall’Università della Torraca e detto Notar Nicola Mariniello dell’Università della Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia per dividere i territorii controvertiti nel Sacro Regio Consiglio, cioè Vinosa, Verdesca, Giuliani e Ciglio della Mortella in virtù dei processi attitati in detto Sacro Consiglio e come che in detta Causa s’è attirata da più secoli il signor Consigliere Commissario si fossero divisi, ed essendosi proceduto da noi qui sottoscritti e crocesegnati rispettivi alla divisione di detti territori controvertiti. In primo luogo si è destinato una via pubblica che discende da detta Torraca da dove al presente vi è la confinazione delli territori suddetti, principia dalla casa di Scarpitta ossia Fanuele lo Vallone in suso, sale detta confinazione sino sotto le vigne di detta Torraca, e detta via per comune commodo si è stabilita di palmi quaranta da sopra la croce scolpita alli duri sassi in dove si debbono fare li pilastri di fabbrica; quale via per comune commodo debba andare traverso traverso per sotto dette vigne di Torraca insino al Vallone della Strecara da sotto la chiusa del Signor Barone con il commodo dell’acqua ecc……e sopra le croci scolpite che sono nella Finosa e vanno al Rocca del Craparizzo, che sono da tomola quattro in cinque in circa resti a benefizio dell’Università della Torraca, e del Varco suddetto della Strecara passare la suddetta via mezza costa, ed uscire addirittura alla croce scolpita del Signor Consigliere Cappellaro e proprio quella detta li Craparizzo, e da sopra detta croce debba camminare traverso traverso vie meditate, che va a Sapri sino al Valco che va alli Giuliani e da ivi passare per sopra le grotticelle, a basso; sgarrone di palmi quaranta e da dette grotticelle, della quale via possono servirsene tutte e cinque le Università, e da ivi addirittura passare mezza costa mezza costa pigliando il primo ciglio seu Sgarrone, e rupe rupe alte a dirittura giungere per sopra li Giuliani ed arrivare alle Rocche alte, che dividono a dirittura per la confinazione di Barba Nicola. E per quando pende acqua da dette rocche verso l’Olivella, resta a beneficio delle quattro Università, ed il sedente è tutto verso ponente a beneficio di detta Torraca, salendo poi a dirittura rocche rocche ad acqua pendente sino alla fontana della spina per detti ciglioni, e da ivi secondo vanno le croci antiche sino al manicone dell’aria della Cerasia, con dichiarazione però che in detta Cerasia vi è un piccolo pozzino al presente di Torraca verso il territorio delle quattro Università sia lecito a dette quattro Università di rifare detto pozzo per pigliare l’acqua per bere unomini in detti territorii con potervi abbeverare due paia di bovi, e cavalcature con espressa con espressa proibizione che non si possono abbeverare morre di animali, perchè farebbero incommodo alla mandra di detto signor Barone, e uomini di Torraca, e che il territorio debba sempre camminare da detta Cerasia sino alla Lupinara, siccome vanno le antiche croci, ove non vi è stato mai controversione, cioè si è convenuto e stabilito che andando li cittadini così delle quattro Università, come di Torraca a beverare li loro rispettivi animali nel fiume della Lupinara ecc….(1).”. Il Gaetani a p. 9 nella sua nota (I) postillava che: “(I) Limitazione e divisione fatta tra le Università di Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia del territorio alla Verdesca e Finosa con l’Università di Torraca – Vibonati, li 13 gennaio 1862.“.
Nel 1867 muore Biagio Palamolla e Francesco Palamolla diventa il 7° Barone di Torraca e marchese di Poppano
Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “….Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei ‘Nobili Napoletani’, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta, si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli. Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolora pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”.
Nel 10 febbraio 1909 (o 1910 ?), muore Francesco Palamolla, il 7° barone di Torraca
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta, si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli.”. Il Gaetani dunque scriveva che il sangue della famiglia Palamolla di Torraca si estinse ma chiaramente continuava a scorrere nella famiglia Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli. In rete, nel blog “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”.
Nel 6 settembre 1907, muore Teresa Palamolla, contessa di Torraca
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolora pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”.
Dal 1861, Torraca e la sua poloazione nei Censimenti del Regno d’ItaliaPietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: “In nota trascrivo i dati di censimento dal 1861 al 1971 (18).”. Ebner, a p. 666, nella nota (18) postillava: “(18) 1861 (ab. 1563), 1871 (1721), 1881 (1526), 1901 (1593), 1911 (1626), 1921 (1545), 1931 (1238), 1951 (1357), 1971 (1233).”.
Note bibliografiche:(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “ i Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998
(…) (Fig…..) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1981 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).
(…) Archivio della Badia di Cava dei Tirreni, anno Aprile 1481, XV, LXXXV, 98
(…) (Figg…..) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (…) e dal Cataldo (…). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96“ (…), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), e dice di aver tratto lo stralcio del documento in questione dal suo amico Canonico Giuseppe Menta (…), che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (…). Il Cataldo (…), nelle sue note (p. 19, nota n. 71), a proposito della “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a…”, scrive che essa è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: “come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 73 e s., si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”. Il Tancredi, alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (…). Il Gaetani (…), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta (…). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano (…). Le immagini che noi quì pubblichiamo (Figg. da n. 1 in poi), sono tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (Fig….), da cui abbiamo tratto le pagine finali che riguardano i possedimenti a Torraca e del territorio Saprese.
(…) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 (Archivio Storico Attanasio) o si veda pure la ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.
(…) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P.O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla.”. Il documento e la notizia furono citati dal Gaetani, in Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Tip. del Senato, Roma, 1914, p. 9 (Archivio Storico Atanasio)
(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.
(…) Guzzo A., Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997, pp. 53 e s.
(…) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.
(…) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio).
(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).
(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas (Archivio Storico Attanasio).
(…) Ebner Pietro, Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 117-121. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi, Roma, ed. di Storia e Letteratura, 1973 (Archivio Storico Attanasio).
(…) Mazzoleni Jole, Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), RSS, Salerno 1951; segue il Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630) acquistate anni fa dall’ASN, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol .12, 1951, pp. 126-140 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Montesano N., Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, ed. Lightning Source UK Ltd, 2018 (Archivio Storico Attanasio), v. p. 27
(…) Tancredi L., Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Il Tancredi, parlando dell’antica città di Avenia, cita il documento notarile (…) (vedi nota 4 di p. 23), al posto di “Velia“, riporta “Avenia“, p. 23; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695″ (1), p. 73 e s. (Archivio Storico Attanasio).
(…) Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche.
(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova
(…) Cozzetto Fausto, Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, 1993
(…) Silvestri A., ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura di Alfonso Silvestri, della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Silvestri A., Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Vassalluzzo M., ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975
(Fig….) Attanasio F., “I villaggi deserti del Cilento”, studio pubblicato sulla rivista “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16.
(….) “…Cedola de focolaribus queinveniuntur diminuta per collationem factam: “, datato 1 Dicembre 1271, era conservato al Grande Archivio di Napoli, oggi Archivio di Stato di Napoli. E’ un documento d’epoca Angioina, “….in cui si enumerano i fuochi dei feudila cui popolazione era diminuita”. Il documento Angioino è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25). Il Del Mercato, dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Il documento è stato pubblicato anche dal Carucci C., Codice diplomatico salernitano del secolo XIII, (…), vol. I, ovvero ” 1201-1281- Salerno durante la dominazione sveva e quella del primo angioino – a cura di Carlo Carucci”, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, p. 400 e 401, che postillava a p. 400 che era stato tratto da Minieri-Riccio che a sua volta l’aveva tratto da “Napoli. Archivio di Stato. Reg. Ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, in Minieri Riccio, p. 41”. Minieri-Riccio (…), op. cit. p. 41 e s., pubblica il documento a p. 41 sotto “Anno 1271, indizione 15°, dal 1 Settembre 1271 al 31 Agosto 1272”, e che nella sua nota (172), a p. 118, postillava che il documento era così collocato: “Reg. 1272 A. n. 13 fol. 186-187 t.”. Purtroppo, questo documento angioino non esiste in originale. Gli autori come il Minieri Riccio o il Filangieri, hanno pubblicato, solo la loro trascrizione integrale che è quella che ci resta. Purtroppo, la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”. Riguardo i Registri Angioini all’Archivio di Stato di Napoli, i Registri di Carlo I d’Angiò, si veda Filangieri R., I registri della Cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di R. Filangieri, Napoli 1950, reg. VI, 427 p. 299; si veda pure: Dierreu Paul, Les Archives Angevines de Naples, etude sur les Registres du Roi Charles I (1265-1285), par Paul Durrieu, Tomo I, Paris, ed. E. Thorin, 1886.
(…) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli.
(…) Il ‘Liber censuum’ nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, ‘Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216–1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).
(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, ‘Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.
(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, v. pag. 479 (Archivio Attanasio)
(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni“. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, a p….., possiamo leggere che: “……
(…) Mazzella Napolitano Scipione, ‘Descrittione del Regno di Napoli’, Napoli, 1568, p. 87(….) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA (Archivio Attanasio).
(…) Valente Angela, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino, ed. Einaudi 76, 1965, ristampa del 1976, pp…… (Archivio Attanasio)
Il documento Normanno del 1079, pubblicato dal Trinchera (…)(…) (Fig….) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (…), pp. 80-81-82. Dovrà essere ulteriormente indagata l’origine dell’antica pergamena (…) membranacea, manoscritta, d’epoca Normanna, pubblicato dal Trinchera (Figg. 1-2-3) nel 1865 (…). Il Trinchera, pubblicava l’antico documento (…), nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (Fig….)(…), dove si riportano gli antichi documenti membranacei dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo – come quello di cui parliamo (…) – che, trae da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8”, conservati all’Archivio di Stato di Napoli. Il documento (7) membranaceo pubblicato dal Trinchera (Figg…..) è un’antica pergamena manoscritta medievale (membranaceo), che il Trinchera (…), nella sua nota (3), afferma, provenisse dall'”Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”, contenuta nell’ “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. Il Trinchera, ritrovò, ordinò e, pubblicò le antiche carte greche contenute in un armadio della ‘Sezione Diplomatica’, conservate presso l’Archivio di Stato (ex Grande Archivio Regio) di Napoli – di cui egli era Direttore Generale (3). L’antico documento membranaceo, manoscritto in greco e, pubblicato e tradotto in latino dal Trinchera (…), a p. 80, è il n. LXIV, intitolato: “Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (…) (Figg….), è la membrana n. 64 o pagina XVIII, contenuta in un fondo di carte greche, proveniente dalle “Carte e diplomi del Monastero di S. Stefano al Bosco”, contenuta nel volume n. 8 e, conservato negli ‘Archivi Napoletani’. Dell’antica pergamena, oggi rimane la sua trascrizione pubblicata dal Trinchera (3), in quanto l’antichissimo fondo di carte greche, secondo Salemme – attuale Direttore dell’Archivio – “il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andato distrutto, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera..”. Sull’origine dell’antica pergamena (…), il Trinchera (…) a p. XXV, a proposito dell’antico documento (…) membranaceo n. 64 (Membrana 64 o LXIV, postillava che:
“Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XCVIII, in qua Sichelgaita vidua dicitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucca edito (3) inter testes ipse Odo se subscribit, ideo nos anco membranam anno 1097, in cuius mense Septembri indictio VI decurrebat, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptione regii diplomatis constat, signandam coniecimus.“, che tradotto significa: “Membrana LXIV. Per Odones Marchisii (Odone Marchisio) si fa menzione della membrana dell’anno 1126 che abbiamo pubblicato sotto il numero “XCVIII – anno 1126 – mese di Luglio – Indizione IV” (Fig. 4, pubblicato a p. 128), in cui Sighelgaita marchisia e la vedova di Odonis Marchisii conferma che il Leone di S. Maria della Torre (a Leone il Priore degli Eremiti) è stato quello di concedere alcune aziende agricole agli Eremiti e, la lettera del conte Ruggero dell’anno 1098 un Vargas-Macciucea è contenuto tra i testimoni se stesso, Odo stesso a firmare, è quindi abbiamo membrana per l’anno 1097, nel mese di Settembre, dell’Indizione VI e Odo fatto in un avallo di vita del brevetto citato costante confinamento firma.”. Dunque, il Trinchera (…), nell’Introduzione al suo testo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, che pubblicò nel 1831, commentava il documento n. 64 (LXIV) del 1097 (…) e, citava anche il personaggio di Odo Marchisio, dicendo che esso era menzionato anche nell’altro documento pubblicato a pp. 128-129, il XCVIII, del Luglio 1126, di cui parleremo in seguito. Il Trinchera (…), data il nostro documento LXIV nella VI Indizione del mese di Settembre dell’anno 1097. Il Trinchera (…), nella sua Introduzione, ci dice pure che questo documento del 1097, assomiglia al documento pubblicato a pagina XVIII del testo di Vargas-Macciucca. L’antico documento membranaceo d’epoca Normanna (…), ci parla di un ‘Odo Marchisius’ (Figg…..) o ‘Odone Marchisio’. Quì il Trinchera (…), sempre a p. XXV, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Vargas-Macciucca, ‘Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco’, Documenti pag. XVIII.”. Dunque, il Trinchera (…), cita il testo di Francesco Vargas-Macciucca, ‘Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco’. Il Trinchera (…), nella sua nota (3), cita il Documento pubblicato a pagina XVIII, del testo di Vargas-Macciucca (…) ‘Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco’, Napoli, stamperia Simoniana, 1765, dove in Appendice, a p. XVIII, riportava questo documento:
(Fig….) Vargas-Macciucca F. (…), documento a p. XVIII
(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 323. Il Cappelli poi nelle sue note a p. 345, dice: nota (20): Di Luccia P.M., op. cit., pp. 8; 3. Poi la nota (21): Trinchera F. (…), p. 80; poi la nota (22): Laudisio N.M. (…), pp. 34 e s. Si veda pure Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e, stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, …
(…) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli eccc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..
(…) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (4), a p. 154, alla nota 4 (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) (Figg…..) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (4), p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta, che redasse la “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani (…), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il canonico Giuseppe Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (…), ma il Laudisio (…), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (…), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…) a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il Libro di memorie di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (30), a p. 113.
(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio Storico Attanasio).
(…) Gaetani R., op.cit. (4), p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.”. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.
(…) De Crescenzo Alfredo, La prima udienza del processo di Sapri, stà in ‘Archivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno III, della nuova serie, Fasc. IV ottobre-Dicembre 1935 XIV, Napoli, Tipografia Lorenzo Barca, 1936 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese Leopoldo, Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in ‘Rassegna storica salernitana’, IX, 1948, pp. I-IV; Cassese Leopoldo, op.cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77; dello stesso autore vedi pure: ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, a cura di, Salerno, ed. di ‘Collana Stocico Economica del Salernitano, Fonti III, 1959; dello stesso autore si veda pure: ‘Il Processo per la Spedizione di Sapri – inventario a cura di Leopoldo Cassese’, ed. Pubblicazioni dell’Archivio di Stato di Salerno, Salerno, 1957 (Archivio Storico Attanasio); sempre del Cassese, si veda pure: La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, Tip. Ispirato e Cuomo, 1955 (Archivio Attanasio)
(…) La Greca Amedeo, Temi per una storia di Torraca, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2010 (Archivio Attanasio)
(…) Mallamaci Giorgio, Torraca – Storia di un borgo del Cilento, ed. e-book (Archivio Attanasio)
(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.
(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)
(…) Sinno Andrea, Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo”, Salerno, 1954, si veda parte II, 1955 (Archivio Attanasio)
(…) Demarco Domenico, La Statistica del Regno di Napoli nel 1811, a cura di Domenico Demarco, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, Voll. 4, 1988
(….) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp. I-IV; Cassese Leopoldo, op.cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77; si veda pure dello stesso autore: “La “Statistica” del Regno di Napoli del 1810 – Relazioni sulla Provincia di Salerno”, Salerno, 1955 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: “Il Cilento al principio del secolo XIX”, a cura di Leopoldo Cassese, Salerno, 1956, Collana Storico Economica del Salernitano, Fonti III (Archivio Attanasio)



























































































































