Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie………..
Le munifiche donazioni dei Normanni alla chiesa di Rofrano e del basso Cilento
Purtroppo, le notizie storiche e gli “Istrumenti”, atti di donazione o diplomi, a dimostrazione della fondatezza di tali notizie in tal senso, sono poche e frammentarie e, tale argomento, non solo è stato sottovalutato o solo accennato ma non è stato sufficientemente indagato. Come ho avuto modo di dire, queste donazioni vi furono e risalgono ai principi del Ducato Longobardo di Benevento e del Principato Longobardo di Salerno. Già in precedenza Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato’ e, a pp. 10-11, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “…..per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto,…ecc…”. Il barone Giuseppe L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo. Il Diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo 1130., o 1131. (2)”.

L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: “Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero.“. Anche Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, ecc..ecc…(197).”. Enrica Follieri (….), scrive che il contenuto del ‘crisobollo’ è il seguente: “Re Ruggero, stando nel suo palazzo di Palermo, concede a Leonzio, abate di S. Maria di Grottaferrata, che si è presentato da lui per supplicarlo, la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro, con tutti i suoi diritti, grange e pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta chiesa dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo“. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta dell’Antonini e Giovanna Falcone, sulla scorta della Follieri (…), riferendosi al diploma del 1131, di re Ruggero II d’Altavilla, detto ‘Crisobollo’, scrivevano che il diploma del 1131, confermava le precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa alla chiesa di Rofrano, anzi la Follieri (…), delle donazioni fatte da Ruggero Borsa, scrive che: “vi è conferma”, ma senza dare riferimenti bibliografici. Forse la Follieri, intendeva che vi fosse conferma delle donazioni precedenti di Ruggero Borsa, riferendosi alla conferma nel ‘Crisobollo’ del cugino Ruggero II d’Altavilla. Il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, confermava le concessioni fatte precedentemente alla chiesa di S. Maria di Rofrano, dal cugino Ruggero I d’Altavilla (Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111) e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). La Follieri (…), sulla scorta dell’Antonini (…), si riferiva alle precedenti donazioni concesse da Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111 e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). Credo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con il famoso atto di donazione detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parlerò, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà, che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. In un altro mio scritto ivi publicato, dicevo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo d’Altavilla, che ereditò i possedimenti del padre, dopo la sua morte nel 1111. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.
Nel 1086, Ruggero Sanseverino dona un privilegio all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola
Vorrei cercare di fare il punto su alcune notizie tratte dall’Antonini e, questa volta, sulla notizia di una donazione fatta nell’anno 1086, di cui ancora, bnchè abbia indagato e approfondito le mie ricerche nulla ho potuto altro scoprire e di queste donazioni non vi è traccia. L’Antonini, nella sua “Lucania”, oltre a parlarci di un’antica donazione e privilegio concesso ad un monastero vicino il luogo detto le “Celle” dall’Imperatore Lotario III, parlando a p…… del casale di Celle di Bulgheria cita invece un altro privilegio o donazione fatta nell’anno 1086 da Ruggero Sanseverino. Due distinte e diverse donazioni di cui l’Antonini non fornisce alcun riferimento bibliografico se non per la prima fa riferimento all’Abate Erasmo Gattola. L’Antonini (…), come ho già detto, parlando dei casali di S. Severino di Camerota prima e di Celle di Bulgheria dopo, parlava di una donazione di “Ruggiero da Sanseverino” fatta ad un altro “Monastero di Benedettini”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, parlando di Celle di Bulgheria, a p…….., cita un’altra donazione che riguardava Centola ed in particolare il Monastero di S. Maria di Centola. L’Antonini dice che questa donazione era dell’anno MLXXXVI (anno 1086). L’Antonini, riferisce di un’altra simile donazione fatta questa volta sempre da Ruggero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Questa volta, l’Antonini cita addirittura l’intitolazione dell’antico privilegio dell’anno 1086. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel Discorso VIII, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, e, parlando di Celle di Bulgheria, in proposito a p. 387 accennava all’antico privilegio di Ruggiero Sanseverino dell’anno 1086 da cui egli trae l’origine dell’antica e nobile famiglia e, scriveva che:

Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, scriveva a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, scrive: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa)”, e cita una donazione del 1086, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatto al monastero di S. Maria di Centola nell’anno 1086: “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”:

(Fig….) Antonini (…), p. 387 su Celle di Bulgheria e su Poderia
Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, ci informavache: “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.…”. Sempre l’Ebner, riferendosi sempre alla Badia di S. Maria di Centola aggiungeva che: “L’Antonini, ……., parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3)…”. Dunque, l’Ebner (…), a p. 712 parlando di Centola, ci informa che l’Antonini, scriveva che “a nord della via per S. Severino, la nota Abbazia di S. Maria…”, secondo l’Antonini (…): “….assicura….e parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3).”. L’Ebner a p. 713, vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “Antonini, cit. Vol. I, p. 387. “Curtem unane prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiserum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. La notizia della donazione era tratta dall’Antonini (…). Il baronne Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria e di Poderia, accenna di nuovo alla “trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa”, dunque la donazione di Ruggiero Sanseverino e non di Lotario III, donazione anche questa dell’anno 1086 ma, questa volta non al monastero di S. Severino ma al monastero di: “Monistero di S. Maria di Centola”, indicando pure l’intitolazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Dunque, l’Antonini scrive che: “Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, ecc…”. Dunque, l’Antonini, a p. 387 parla del casale di Celle di Bulgheria ma dicendo della donazione scrive che Celle è citata in detta donazione ma quando scrive “oltre di quello che che ne abbiamo accennato sopra”, si riferisce al casale di Roccagloriosa. Dunque, secondo l’Antonini, nella donazione del 1086 di Ruggiero Sanseverino che fa al Monastero italo-greco di S. Maria di Centola vengono citati anche i casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa. Del monastero di S. Maria di Centola ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini dice che nel luogo chiamato “le Celle”, si vedevano ancora (nel 1745) le vestigie dirute del Monastero di Benedettini. La traduzione del testo in latino riportato dall’Antonini è il seguente: “Sono andato alla corte uname vicino al fiume, nel luogo e nel guado dell’aereo. Inoltre, il possesso del glandiserum, il nome dello afferma che il Murex (Murici), che ha il suo inizio dal fiume, ai piedi della Bulgaria; percorre la sua strada attraverso la Serra Serra.“. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Forse il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Riguardo la donazione dell’anno 1086 citata dall’Antonini a p. 387, quando scriveva che: “Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola“, quando scrive “di quest’ultimo” si riferisce al casale di Celle di Bulgheria e quando scrive “oltre di quello che abbiamo scritto sopra” si riferisce al casale di Roccagloriosa. Dunque, l’Antonini, a p. 387 voleva che i due casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa erano citati nel privilegio del 1086 concesso da Ruggiero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Sui privilegi rilasciati da alcuni duchi Normanni intorno all’anno 1086, interessante è ciò che scriveva il nipote di Costantino Gatta (…), Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino. Egli a p. 149, parlando dei Sanseverino in proposito scriveva che: “: tutto ciò costa dalle Vite dè Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivio del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114 nel regnare del Principe Roberto leggesi: “Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &”, ecc…”. Forse era proprio a questi 6 privilegi a cui si riferiva l’Antonini. Essi sono conservati nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Non sono riuscito a trovare queste due simili o una donazione anche perchè nel primo caso l’Antonini cita solo Erasmo Gattola (…), che la citava. Forse l’Antonini aveva letto di questi due privilegi, sia del privilegio dell’Imperatore Lotario III e sia di quella di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola (in entrambi i casi lasciati nell’anno 1086) leggendola dalla “Cronaca di S. Mercurio”, una cronaca medioevale apocrafa di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Certo è che queste notizie come pure di altre andrebbero ulteriormente indagate. Ruggero Sanseverino fu vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose elargizioni (anche se la documentazione è talvolta di dubbia autenticità). Il Cappelli, a p. 23, in proposito scriveva che: “…, mentre da un documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria de Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli (…), a p…., nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Codex Diplomaticus Cavensis, IV, p. 122; VI, p. 18. Ecc..”. E’ proprio in questo Codice scritto dagli Abati della SS. Trinità della Cava dè Tirreni che si trovano trascritti i sei privilegi a cui si riferiva il Gatta (…), e forse troviamo pure quello del 1086 citato dal barone Antonini. Sempre su questi privilegi e donazioni fatte da Duchi Normanni ha scritto Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio “Organizzazione dello spazio e vicende di popolamento” a p. 51 nel vol. II in “Storia del Vallo di Diano”. Vitolo in proposito cita la “donazione di Asclettino del 1086, alla quale intervenne come testimone suo cognato Guaimario, figlio di Pandolfo e nipote del principe Guaimario IV (V) (46)”. Vitolo a p. 51 nella sua nota (46) postillava che: “(46) V. Bracco, Polla, cit., p. 761”. Vitolo cita la stessa donazione dell’anno 1086 in un altro suo passo. Vitolo a p. 146, dove scriveva che: “La serie delle donazioni iniziò nel maggio del 1086, quando Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e la moglie Sikelgaita, figlia di Pandolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV (V), donarono il monastero di S. Pietro e la chiesa di S. Caterina di Polla (93)……Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di montesano, donati da Ugo ‘de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Ecc…”. Se vogliamo meglio indagare sulla donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia benedettina (?) di S. Maria di Centola dobbiamo riferirci alle munifiche donazioni degli ultimi principi Longobardi di Salerno e i primi duchi Normanni dell’area donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. Si tratta dell’eventuale connessione che questo antico privilegio donato da Ruggero Sanseverino nell’anno 1086 al Monastero di S. Maria di Centola sia da collegarsi direttamente o indirettamente con l’altro Monastero nel luogo detto “le Celle”, citato sempre dall’Antonini e dove secondo lui accadde il miracolo di S. Pietro Pappacarbone del figlio di Ruggero. La notizia del miracolo, di Ruggero Sanseverino e del monastero benedettino nel luogo detto le Celle è riportata dall’Antonini in due altri passi, ovvero a p. 347 e p. 279, dove l’Antonini ci parla di un altro privilegio, anch’esso dell’anno 1086. L’Antonini dice che nel privilegio di Ruggero all’abazia di S. Maria di Centola sono citati i due casali: Celle di Bulgheria e Roccagloriosa. L’Antonini, riguarda quest’ultimo privilegio che dice essere dell’anno 1086, non fornisce alcun riferimento bibliografico ne io sono riuscito a capire da dove abbia tratto questa notizia. Riguardo le numerose donazioni dei principi Longobardi e Normanni elargite ai Monasteri delle “Congregazione Cavense” ed all’Abbazia stessa di Cava dè Tirreni, è interessante ciò che scriveva Paul Guillaume (…), nella sua opera sull’Abazia di Cava dè Tirreni perchè cita il De Blasi.

Paul Guillaume (…), nella sua opera ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, ristampato con traduzione dalla Ruocco (…), a pp. 91, nella sua nota (1) postillava dei documenti e donazioni conservati nell’Abbazia di Cava dè Tirreni: “(1) Nov. 1081 (‘Arc. Mag.’ B. 18), Juin 1121 (ib. F. 18). Rodul. Op. cit., p. 62. “1122…circa hunc annum Rogerius de S. Severino Castri S. Severini, aliarumque terrarum Dnus, qui ex Normannorum Ducum prosapia Sanseverinae familiae stipes fuit in Sacrosanto Cavensi Monasterio Sanctae Religionis habitum suscepit.” ‘Chron. ad. an. 1122, in fine.”. Inoltre sempre il Guillaume (…) a p. 91 nella sua nota (4) postillava di De Blasi: “(4) De Blasi, ‘Chron. ad. an. 1122, 1123, 1124; Rodul. Op. cit., p. 76, etc.”. Dunque, il Guillaume cita un passo (dell’anno 1122) di un opera del monaco Di Blasi (…). Si tratta del testo di Saverio Maria De Blasi (…) ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ che il Guillaume si riferiva più volte nelle sue note. Perchè il Guillaume cita il testo “Chronicon‘ del De Blasi ?. Il 15 settembre 1778, domenicano Salvatore Di Biasi, fu chiamato a Cava, presso Salerno, da dom Tiberio Ortiz Abate dell’Abbazia della Santissima Trinità della Cava che gli affidò il riordino dell’importante archivio del monastero. Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077. Dalla Treccani on-line leggiamo che: Gli Opuscoli uscirono regolarmente fino al 1778, anno in cui il De Blasi venne chiamato dall’abate R. Pasca a lavorare al riordino dell’importante archivio del monastero benedettino-cassinense della Ss. Trinità di Cava dei Tirreni, presso Salerno. Egli condusse a termine tale incarico nel periodo di otto anni, riordinando un archivio ricco di circa sessantamila scritture avendo come solo supporto un indice alfabetico di sei volumi compilato nel 1630 da Agostino Veneno. Il De Blasi utilizzò i dati raccolti direttamente dalle pergamene, per chiarire e puntualizzare diversi aspetti della storia del territorio salernitano al tempo della dominazione longobarda. Il suo lavoro, reso noto attraverso relazioni alle accademie napoletane e articoli pubblicati su vari periodici, sollevò alcune critiche, talora aspre (in particolare si segnalarono in questo Giuseppe Cestari, A. Di Meo e F. A. Ventimiglia), cui egli replicò dimostrando la correttezza metodologica delle sue ricerche. Riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante Dictionarium Cavense compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Dunque, il Guillaume cita il testo di De Blasi (…), ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ e, cita le notizie per gli anni 1122, 1123, 1124 nello stesso testo e molto probabilmente riguardano proprio l’ultima donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia di Cava dè Tirreni, fatto nel 1121.
Sulle donazioni di Ruggero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, racconta che: “….Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117).“. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Infatti, su queste cose, anche sulla scorte del De Blasi (…), ha scritto il Di Meo (…), nei suoi “Annali etc…”. Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

(Fig….) Di Meo (…), ‘Annali etc…’, op. cit., tomo IX, p. 295
Un altro autore che ha scritto sulle antiche donazioni e privilegi conservati negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni è stato Carlo Alberto Garufi (…) nel suo saggio ‘Sullo strumento notarile nel salernitano nello scorcio del secolo XI’, stà in Archivio Storico Italiano, serie V, 1910, vedi da p. 291 e s. Il Garufi esamina alcuni atti e privilegi conservati all’Abbazia di Cava, otto documenti risalenti a non prima dell’anno 1076. Riguardo il Ruggiero Sanseverino (che come abbiamo visto l’Antonini gli attribuisce una donazione all’Abbazia di S. Maria di Centola), ha scritto Enrico Cuozzo (…), nel suo “Normanni nobiltà e cavalleria”, ed. Gentile, dove a p. 129, in proposito scriveva che: “Giovanni ha sei figli: Giovanni, suddiacono di S. Matteo, che muore nel giugno 1189 (107); Itta sposa di un importante esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia, cioè Ruggiero figlio di Torgisio di S. Severino (108); ecc…”. Il Cuozzo a p. 129 nella sua nota (108) postillava che: “(108) M. De’ Santis, Memorie delle Famiglie nocerine, II, Napoli 1893, p. 408.”. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino, Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino), ‘Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis‘, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino:
(Fig….) Mattei-Cerasoli Leone, op. cit., pp. 21-22 (corrisponde al f. 19 del Ms.)
Dunque, Leone Mattei Cerasoli (…), nella traduzione e pubblicazione del testo medioevale dell’antico manoscritto del ‘Venusino’ (Ugo da Venosa) che racconta della vita di S. Pietro Pappacarbone Abate dell’Abazia di Cava dè Tirreni, postillava di Ruggiero I Sanseverino figlio di Turgisio il Normanno, compagno di Roberto il Guiscardo, scrivendo pure che egli fece diverse donazioni all’Abate di Cava dè Tirreni Pietro Pappacarbone, di cui una ne parla l’Antonini dicendo essere stata fatta da Ruggero nell’anno 1086 al monastero di S. Maria di Centola. Leone Mattei Cerasoli, per queste donazioni dice essere state otto e cita due testi, ovvero quelli di “Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”. Dunque, il testo di Erasmo Ricca (…), ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, p. 13 e 19 e il testo di Portanova G., ‘Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924. Riguardo le donazioni di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18).”. Dunque, Leone Mattei Cerasoli citava 7 donazioni conservate nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dè Tirreni. Leone Mattei Cerasoli, sulla scorta del Ricca (…) scriveva pure che: “Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino all’Abate di Cava Pietro Pappacarbone, troviamo scritto su Wikipedia alla voce Ruggero I Sanseverino che: “Codex diplomaticus Cavensis (1081-1085), a cura di C. Carlone, L. Morinelli, G. Vitolo, XI, Battipaglia 2015, pp. 55-58, 69-72, 120 s.”. Infatti, nel testo del Codex diplomaticus Cavensis (1081-1085), a cura di C. Carlone, L. Morinelli, G. Vitolo, vol. XI, troviamo il privilegio dell’anno 1081 e il privilegio dell’anno 1082 a pp. 69-72, e a p. 120 troviamo il privilegio del 1083. Molti di questi privilegi sono stati pubblicati dallo stesso Mattei Cerasoli (…), nl suo “La Badia di Cava e i monasteri della Calabria superiore”.
Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Rinunciamo a dare un elenco dei numerosi insediamenti cavensi nel Cilento, per le quali rimandiamo allo studio di Ebner. Per il Vallo di Diano ci limitiamo a riassumere l’elenco elaborato da Vitolo: nel maggio 1086 Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e sua moglie Sikelgaita donarono a Cava il monastero di S. Pietro di Polla e la chiesa di S. Caterina (49). Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50). Nel 1110 Rao, castellano di Atena, e sua moglie Gaitelgrima donarono il monastero di S. Pietro di Atena, ubicato fuori il castello (51). Furono poi donati il monastero di S. Marzano presso Diano (tra il 1100 e il 1113); il monastero di S. Arsenio presso l’omonimo comune (nel 1136); le chiese di S. Nicola di Scaulano presso Diano (tra il 1116 e il 1136), di S. Pancrazio di Atena (tra il 1141 e il 1168) e di S. Maria di Matuniano presso Diano (prima del 1149) (52). Ecc..”. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Oltre alla questione fin qui trattata vi è anche un’altra questione, questa non meno secondaria.
Le munifiche donazioni di Ruggero Borsa alla chiesa Salernitana
Secondo il ‘Crisobollo’ del 1131, erano state fatte donazioni alle chiese del basso Cilento dal normanno Ruggero Borsa, confermate pure da suo figlio Guglielmo. Chi era Ruggero Borsa, a cui faceva riferimento il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II d’Altavilla ?. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il normanno duca di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085, ecc…”. Alla morte del padre, Roberto il Guiscardo, dopo varie vicende, nel 1085, Ruggero Borsa, ereditò parte del Principato Longobardo di Gisulfo II. Figlio e il successore di Roberto il Guiscardo, il cavaliere normanno che fu duca di Puglia e Calabria e conquistatore della Sicilia. Alla morte del Guiscardo, a succedergli come Duca di Puglia e Calabria, Principe di Salerno fu il secondogenito Ruggero Borsa, primo dei figli avuti da Sichelgaita. Ruggero Borsa era il cugino di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero, era figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e di Sichelgaita, principessa longobarda di Salerno, nacque nell’anno 1059, essendo i genitori sposatisi nel 1058. Non si conosce il luogo di nascita di Ruggero Borsa. Ruggero, era il figlio primogenito della coppia, che ebbe altri due figli maschi, Roberto e Guido, e sette figlie femmine. Roberto il Guiscardo, per sposare la prinicipessa Longobarda Sighelgaita, sorella del principe di Salerno Longobardo Gisulfo II e madre di Ruggero Borsa, dovette ripudiare la prima moglie Alberada di Buonalbergo, normanna come lui e che aveva sposato durante la sua permanenza in Calabria, con la scusa della consanguineità e, da cui aveva avuto due figli: Emma e Boemondo d’Altavilla. Invero il matrimonio fu sciolto per permettere al Guiscardo di sposare una principessa longobarda, rafforzando così la sua posizione di potere presso i Longobardi. Dunque, Ruggero d’Altavilla, detto ‘Borsa’, era fratello di Roberto e Guido ed era fratellastro di Emma e di Boemondo. Ruggero Borsa, era anche nipote di Ruggero I d’Altavilla (detto il Gran Conte di Sicilia), fratello di Roberto il Guiscardo. Ruggero Borsa (1060/1061 – Salerno, 22 febbraio 1111) fu duca di Puglia e Calabria dal 1085 al 1111. Proprio alla madre, la principessa longobarda Sichelgaita, si deve l’estromissione del primogenito Boemondo dalla successione: nel 1073, infatti, insediata la propria corte a Bari, Sichelgaita indusse i nobili pugliesi a riconoscere suo figlio Ruggero come legittimo successore del Guiscardo in luogo di Boemondo, nato dal primo matrimonio di Roberto con Alberada. A garantirgli la successione al Guiscardo furono le abili manovre della madre, la principessa longobarda Sichelgaita, che nel 1073 riuscì a convincere i baroni pugliesi a riconoscerlo erede in luogo di Boemondo, primogenito di Roberto nato dal primo matrimonio di questi con Alberada di Buonalbergo. Di lui lo storico inglese John Julius Norwich scrive: “…Ruggero – detto Borsa a causa della sua inveterata mania nel contare e ricontare il proprio danaro – era un ragazzino tredicenne debole ed esitante che diede l’impressione che un’infanzia trascorsa con Roberto e Sichelgaita fosse stata già troppo per lui.“. Nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Il dominio sulla Contea di Sicilia, col titolo di Gran Conte, rimase appannaggio del fratello di Roberto, Ruggero, che aveva combattuto costantemente al suo fianco. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia (…), che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia, che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Dopo la sua morte, il dominio fu definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla che diventerà Re di Sicilia. L’Aubè scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…). Nell’ aprile del 1090 il duca Ruggero perse sua madre Sichelgaita, sua principale alleata e sostenitrice, e nel novembre successivo morì il principe Giordano. Con la sua morte iniziò la decadenza del suo principato. Dunque, il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del normanno Ruggero Borsa dal 1073 al 1111 e dal 1111 al 1187, sotto la dominazione del figlio Guglielmo I d’Altavilla. Carlo Carucci (…), nel suo ‘La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. XV ‘Salerno capitale del ducato di Puglia’, a p. 298, riguardo l’epoca della dominazione Normanna di Ruggero Borsa, le sue concessioni e privilegi, in proposito scriveva solo che: “Del Duca Ruggiero si conservano non pochi diplomi che in generale furono firmati da lui in Salerno (3), nel palazzo di Terracena, dove egli normalmente risiedeva“. Il Carucci (…), a p. 298, nella sua nota (3), postillando, citava alcuni diplomi ma in particolare scriveva che: “(3) Trascurando i diplomi che riguardano donazioni fatte nelle varie parti dell’Italia meridionale, noto quelli riguardanti donazioni fatte alle chiese di Salerno e di Amalfi e alla Badia di Cava: ecc..ecc… e poi cita “E’ del 1099 un suo diploma in favore di Mansone Mansone figlio di Pietro di Atrani (Archivio della Cava, E, 40); e infine nel 1111 donò al monastero di Cava – e questo fu l’ultimo atto di Ruggero che noi conosciamo – il castello di S. Adiutore e le sue pertinenze (Ivi, E. 18).”. Dunque, sia dal Carucci che dal Paesano, nessun atto o diploma che citi la chiesa di Rofrano o di Caselle in Pittari. La Falcone (…), pur ammettendo le precedenti donazioni alla chiesa fatte da Ruggero Borsa, notizia riferitaci dall’Antonini e poi in seguito riportata anche da Ebner, pone dei seri dubbi sulle donazioni fatte da lui, scrivendo che: “Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro ecc… (si veda nota 200). Il primo documento successivo al privilegio in cui risulti il rapporto di dipendenza di Rofrano dall’abbazia di Grottaferrata è un atto giudiziario del 1140, un ricorso presentato dai monaci al papa Innocenzo II contro il conte di Tuscolo Tolomeo II (204). Il documento, detto ‘libello querulo’, presenta una solennità speciale poichè registra la presenza di tutti monaci, non solo i residenti a Grottaferrata ma anche i preposti assegnati ai complessi patrimoniali più cospicui, compreso il preposto di Rofrano, Innocenzo. Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim'” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”. Per la nota (200), della Falcone (…), si veda nota (43). Nella sua nota (200), la Falcone, scrive: “Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e da Caciorgna (…).

(Fig…) Diploma di Ruggero Borsa, tratto dal Pratesi (…)
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.
Nel 1111, Guglielmo d’Altavilla, figlio di Ruggero Borsa
Il duca Ruggero sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Dalla consorte ebbe tre figli maschi: Ludovico, nato nel 1092, Guiscardo, nato nel 1093, e Guglielmo, nato nel 1097. Ebbe un figlio illegittimo da una donna chiamata Maria, anch’egli chiamato Guglielmo. Solo i due Guglielmi sopravvissero alla morte del padre. Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo I d’Altavilla, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla. Durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II, l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Quando nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia, morì senza figli, Ruggero II, cugino di Ruggero Borsa, reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e conquistò senza difficoltà Amalfi e Salerno, dove venne incoronato. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “…..e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. Il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo I d’Altavilla, dal 1111 al 1127. Secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, in seguito alle donazioni munifiche di Ruggero Borsa, vennero pure confermate dal figlio, Guglielmo d’Altavilla che, dopo la morte del padre nel 1111, ereditò i suoi possedimenti. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Riguardo le donazioni fatte da Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa, Carlo Carucci (…), nel suo ‘La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. XV ‘Salerno capitale del ducato di Puglia’, a p. 299, in proposito scriveva che: “Continuò così a rovinare l’opera compiuta dal Guiscardo, nè migliorò le cose, quando Guglielmo, divenuto maggiorenne, prese esso le redini del governo, perchè dovè continuamente lottare contro i baroni ribelli ecc…” e poi aggiungeva che “Nel suo governo Guglielmo ebbe valido sostegno nell’abate di Cava, che per la vastità dei possessi, era potente non meno di quello di Montecassino e quindi le donazioni di Guglielmo a quel Cenobio e ad altri monasteri e chiese son continue. Appena prese il governo, confermò all’abazia di Cava le donazioni del duca Ruggiero (2), e a pochi mesi dopo donò all’abate Pietro i villani che possedeva a Vietri (2) e confermò i privilegi precedenti (3). Nel dicembre del 1114 donò ad alcuni suoi fedeli il ‘pleteatico’ di Busanola presso Salerno (4); nel 1115 accordò al monastero di Cava una parte del monastero di S. Giorgio nel Cilento (5), ecc…”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ivi E, 19”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ivi E, 29”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Ivi, E, 44”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(5) Ivi, E, 50”. Guglielmo non visse a lungo anzi morì giovanissimo nel 1127 senza lasciare figli.
Le munifiche donazioni Normanne all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni
Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano. ……e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…“. Interessante a questo proposito è ciò che scriveva Gustavo Breccia (…) che, sulla scorta del Borrelli (…), riteneva che: “Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva pure che: “Nel 1110 Rao, castellano di Atena, e sua moglie Gaitelgrima donarono il monastero di S. Pietro di Atena, ubicato fuori il castello (51). Furono poi donati il monastero di S. Marzano presso Diano (tra il 1100 e il 1113); il monastero di S. Arsenio presso l’omonimo comune (nel 1136); le chiese di S. Nicola di Scaulano presso Diano (tra il 1116 e il 1136), di S. Pancrazio di Atena (tra il 1141 e il 1168) e di S. Maria di Matuniano presso Diano (prima del 1149) (52). Ecc..”. L’Houben, a p. 119 nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ibidem”. Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Rinunciamo a dare un elenco dei numerosi insediamenti cavensi nel Cilento, per le quali rimandiamo allo studio di Ebner. Per il Vallo di Diano ci limitiamo a riassumere l’elenco elaborato da Vitolo: nel maggio 1086 Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e sua moglie Sikelgaita donarono a Cava il monastero di S. Pietro di Polla e la chiesa di S. Caterina (49). Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50).”. Credo che l’Houben si riferisse al documento di cui stò per parlare. Il Cappelli (…), sempre a p. 224, nella sua nota (2), postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, 1865, p. 250.”. Ambedue i documenti sono membranacei e scritti in greco che il Trinchera riporta e traduce il testo in latino sulla parte destra. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Tuttavia, riguardo il monastero di Montesano: S. Simeone citato da Vitolo egli, riferendosi all’anno 1089, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di Montesano, donati da ‘Ugo de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95). Il primo è da identificare con il monastero di S. Nicola al Turone, che nell’aprile del 1538 divenne una dipendenza della certosa di Padula (96); il secondo in un’epoca imprecisata cambiò il suo titolo in quello di S. Maria di Cadossa ed ebbe vita autonoma, finchè nell’ottobre 1514 non fu ugualmente sottomesso alla certosa (97).”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Il Vitolo, nella sua nota (96) a p. 146 postillava che: “(96) A Sacco, op.cit., vol. II, pp. 153 s.”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (97) postillava che: “A. Sacco, La certosa di Padula, cit., vol. II, p. 133.”. La donazione di Asclettino è riportata anche in ‘Documenti’ a p. 761 nel testo di Vittorio Bracco, Polla – Linee di una storia, Salerno, ed. Cantelmi, 1976. Vittorio Bracco, nel suo ‘Polla – Linee di una storia’, a p. 77, parlando delle chiese di Polla ed in particolare della Chiesa di S. Nicola dei Greci, in proposito scriveva che: “si apprende che nell’archivio si conservano ancora alcune schede risalenti al secolo tredicesimo, dalle quali risultava che la chiesa era la prima parrocchia di Polla, intitolata in origine a San Nicola e a San Matteo (152). Tra le due fu innalzata la terza chiesa, Santa Maria dei Greci (153), adiacente alla Piazza della parte di Santa Caterina. L’identità dell’appellativo ‘dei Greci’, inducono a ritenere…….all’azione del monachesimo basiliano sull’elemento locale: si consideri che dei cinque edifici religiosi nominati (tre chiese e due cappelle), quattro di essi appaiono attraverso la chiara impronta o dei santi titolari o del citato appellativo legati all’influenza dei monaci orientali. I quali possedevano una grancia a Montesano (154) e un’altra col titolo di S. Zaccaria presso Sassano (155), nè dovevano essere estranei alla fondazione di Sant’Arsenio e all’affermazione stessa del culto di questo santo d’Oriente (156).”. In particolare il Bracco, a p. 548 nella sua nota (154) postillava del Gatta (…) ed in prposito scriveva che “(154) Cfr. Gatta, p. 131: “Giovavasi etcc..”. Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia.”. Il Bracco (…) a p. 547 nella sua nota (153) parla anche dell’Archivio parrocchiale della chiesa di S. Nicola dei Greci a Polla e scrive che in esso si conservavano almeno 60 pergamene che poi in seguito mi sembra siano state pubblicate dal Macchiaroli (…) e poi dal Vitolo (…). Interessante è ciò che scriveva Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”. Il Gatta, a p. 130 scriveva che: “Quattro miglia più oltre della Padula verso Ostro ritrovasi su di uno scosceso e straripevole Monte la Terra di ‘Montesano’, il di cui Territorio per lo grandissimo numero di cristallini Fonti, ecc..Vantasi questa terra di aver allogato uno antico Monistero dè Padri Benedettini detto la ‘Cadossa‘, ed ora è doviziosa Grancia del descritto Monistero di S. Lorenzo.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.
Il privilegio di Lotario III
L’Abate Erasmo Gattola (…), suo vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”. Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86 cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e, non Monastero di S. Arcangelo come è scritto negli ultimi studi. L’Abate Gattola (…), suo vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”.


(Fig…) Gattola Erasmo (…), op. cit., fol. (pag.) 86
Dunque, l’Abate Gattola (…), scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”. Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. Erasmo Gattola (…), come noi stessi possiamo vedere cita l’antico privilegio dell’Imperatore Lotario III ma dell’antico documento non vi è traccia. Il Gattola e l’Antonini, citano anche il Lubin (…), ma per quest’ultimo, il Gattola si riferisce al monastero di S. Pancrazio. Dunque, l’Abate Gattola (…), scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”. Non vi sono altre notizie su questo prilegio dell’Imperatore Lotario III, nè sulla Badia benedettina citata dall’Antonini e dal Gattola. Dunque, il documento (il privilegio o donazione) dell’Imperatore Lotario III fatta al Monastero di S. Maria di Centola, riportato dall’Abate Gattola (…)(Erasmo Gattola), parte I, p. 86 (vedi Fig…), di cui, l’Antonini dice che vi figurava anche il monastero benedettino posto nel luogo detto le “Celle”, se risale all’anno indicato dall’Abate Gattola e dall’Antonini all’anno 1086, questo privilegio di Lotario III (II), dovrebbe essere di circa 46 anni antecedente lo scontro con Ruggero II d’Altavilla. Su questi avvenimenti si veda John Julius Norwich, The Normans in Sicily, Penguin Books, 1992 (raccoglie The Normans in the South, 1967, e The Kingdom in the Sun, 1970, dello stesso autore). Sempre intorno a quegli anni (1137), si veda pure il mio saggio sul ‘Crisobollo’ di Ruggero II d’Altavilla. Forse si tratta di un antico Monastero ad Acquavena che è un altro borgo vicino piccolo casale. Forse l’Antonini voleva riferirsi ad un’antica Abbazia (“Badia”) bendettina esistente a Bosco, di cui ho ivi parlato in un altro mio saggio. Il piccolo borgo medioevale di Bosco è anch’esso posto sulle pendici del Monte Bulgheria e non è di molto distante dai due centri nominati dall’Antonini, da Celle di Bulgheria e da Poderia, dove egli dice sorgesse “Monistero di Benedettini (siccome sopra si è detto) e che in un’altra pagina scrive pure “Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, ecc…”. Della cosa ha scritto pure Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Sempre il Bozza (…), parlando di San Severino, in proposito scriveva, nella parte II a p. 209 che: “Patria di parecchi uomini distinti, è la culla della nobilissima famiglia dei principi Sanseverini, delle geste dei quali riboccano le nostre croniche.”. Dunque, il Bozza, diceva molto di più di quanto affermasse l’Antonini, ovvero scriveva che a Celle di Bulgheria: “V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto”. Il Bozza affermava che già nel VI secolo il Monastero di S. Arcangelo fosse a Celle di Bulgheria. Non saprei dire da dove avesse preso questa notizia il Bozza ma di certo essa è interessantissima. Forse si riferiva all’invasione o trasmigrazione di gruppi di Bulgari nell’area. Ma vediamo cosa dice Scipione Ammirato sul miracolo di S. Pietro Pappacarbone, Abate del Monastero di S. Arcangelo “quod in territori Cilenti situm est”. Da wikipedia leggiamo che: In effetti, il capostipite della Famiglia Sanseverino è Turgisio che morì nel 1081. A lui succedette Ruggero che sposò Sica, una nipote del principe Guaimario IV di Salerno che, rimasto vedovo, finì i suoi giorni nel 1125 come monaco benedettino della Badia di Cava, alla quale fece importanti donazioni. Ruggero ebbe due figli: Roberto, signore di Lauro; Enrico, signore di Sanseverino e del Cilento. Il cavaliere, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota (l’odierna Mercato San Severino), posta in una posizione strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e di Benevento. Avendo questi stabilito la sua dimora nel Castello di Sanseverino che si trovava nei suoi nuovi possedimenti, ne assunse anche il nome.
Il culto di S. Sofia a Torraca ed altri centri del basso Cilento
Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, op. cit., pp. 24-25.”. Infatti, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica Bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 (v. Fig….), che posseggo,

parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, a pp. 24-25, scriveva che: “La seconda cosa degna di molto studio per gli agiografi è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, che ha un culto così esteso nelle chiese occidentali d’Italia, ed in modo particolare…….Checchè sia delle varie opinioni sulla santa Sofia, nella Diocesi di Policastro, precipuamente in Poderia, in Roccagloriosa ed in Torraca è celebre il culto di una santa Sofia. Fattisi i nostri ad indagare chi Ella fosse, a niuno meglio potevano rivolgersi che al dottissimo ellenista ed agiografo, il chiarissimo abate di Grottaferrata D. Giuseppe Cozza Luzi, il quale soddisfece ampiamente alla richiesta dell’illustre arciprete canonico Giovanni De Sanctis, facendo conoscere la memoria di una insigne s. Sofia greca, della quale benchè gli atti non esistano, pure il nome è celebratissimo, ed attesa la moltitudine dei prodigi nel restituire la sanità gl’infermi fu distinta col nome di ‘Sofia’ ………(curatrice), il perchè si disse dai greci ‘Thaumaturga’. (24).”. Il Gaetani, nella sua nota (24), a p. 29, postillava che: “(24) Cf. l’Officia recitanda in civit. et dioec. Polycastrensi. Die XV Maij. In festo s. Sofiae. Monitum ad futuram rei memoriam. – E’ tuttora in Torraca un luogo che chiamasi s. Sofia, ove la Santa in un tempietto a lei innalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto delle scarsissime carte del nostro Archivio, che ai 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso che crudelmente mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine dè Cortici, a s. Rocco ed a s. Sofia di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto, scrivendo che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….”. Il Gaetani (…), cita il Cozza Luzi Giuseppe (…), che, nel 1880, scrisse ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ovvero scrisse la storia delle vite dei due santi Macario e Saba, che passarono nel Cilento e da cui si possono trarre interessanti notizie sui monaci basiliani come S. Fantino e S. Nilo, qui nel basso Cilento.
Nel 1131, il Monastero di S. Maria a Rofrano ed i suoi possedimenti nel “Crisobollo” di re Ruggero II divenne dipendente dall’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a pp. 160-161 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Gli abati di Rofrano, signori di Rofrano e di Caselle e rappresentanti nel basso Cilento dell’Abbazia tuscolana, godevano di grande prestigio perchè titolari anche della giurisdizione spirituale sui suddetti casali. Per esaltare ancora di più la loro posizione tennero a mettere in rilievo la dipendenza della loro chiesa da quella di Grottaferrata aggiungendo appunto al titolo del monastero e della chiesa quello della predetta abbazia, la quale conservò tutti i suddetti beni fino al 1476 fino a quando, cioè, con l’assenso pontificio, non vendette il feudo di Rofrano.“. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo “Cap. V. Monasteri e chiese ricettizie”, vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Un altro antico e fiorente cenobio italo-greco era quello di S. Maria di Rofrano, grancia del tuscolano monastero di Grottaferrata. Già nel 1131 il monastero di Rofrano aveva notevoli dipendenze, come si evince dall’elenco dei beni enumerati nel diploma di re Ruggiero di Sicilia, rilasciato a Palermo. Il re confermò all’abate Leonzio di Grottaferrata “ad nos profectos ac supplicanti”, oltre la grancia di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case di Salerno, la grancia di S. Nicola di Siracusa a Scalea, anche quella di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case di Salerno, la grancia di Sant’Arcangelo di Campora e di S. Maria di Rofrano con annesse le numerose dipendenze, quali S. Maria di Vita di Fogna (odierno Villa Littorio), S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tomusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”.
Il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, cenobio basiliano o italo-greco poi in seguito “Obbedientiae” benedettina che, secondo l’Antonini diede origine al monastero di S. Nazario
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Il monastero di S. Nazario…..etc……L’origine di questo cenobio, fu erroneamente attribuita dall’Antonini (3) e da qualche autore più recente a monaci del cenobio di S. Mercurio di Roccagloriosa, mentre è provato che essa risale ad asceti provenienti dal Mercurion dei confini calabro-lucani, sede, nel X secolo, di una fiorente eparchia monastica italo-greca. Etc….Per evitare complicazioni il futuro S. Nilo partì verso “un altro dominio nella regione dei Principi”(5) longobardi di Salerno.”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) G. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin, Paris, 1904, p. 269. Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Ebner, a p. 573, nella nota (3) postillava che: “(3) Antonini, cit., p. 333”. Ebner, a p. 573, nella nota (4) postillava che: “(4) Bios, 30: “Per tutti i quaranta giorni che (Nilo) ebbe a dimorare nel monastero del grande Martire S. Nazario, dove aveva rivestito l’abito monastico”, v. pure ‘Bios’, 25: “Qui (S. Nazario) reso l’ossequio devoto all’egùmeno ed a tutti i fratelli (i monaci), e scongiuratili di pregare per lui il Signore, fu da essi accolto come figlio e fratello diletto”.”. Ebner, a p. 573, nella nota (5) postillava che: “(5) “En tois meresi ton prinkipion” Cod. Cript. cit.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, Discorso VI, a pp. 333-334 riferendosi al casale ed al monastero di S. Nazario scriveva che: “….Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”.

L’Antonini (…) poi, sulla scorta del Santorio (…), in ‘Historia Carbone Monasterii’, fol. 29, riporta nelle sue note (1): “(I) ‘Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) et ibi cellulam in rupe praecelsa delegit’, dice Santonio in hist. Carbon. Monast. fol. 29. Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione dè PP. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Gio: a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. Dunque, Antonini, nella sua nota (I) postillava che queste notizie sono tratte da “dice Santonio in hist. Carbon. Monast. fol. 29″. Dunque, l’Antonini postillando nella sua nota (I), si riferiva alle notizie storiche ricavate dal testo di Paolo Emilio Santorio (….), ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601. Dunque, l’Antonini, sulla scorta di Paolo Emilio Santoro credeva che l’abbazia di S. Nazario fosse già esistente al tempo di S. Nilo e fosse stata fondata molto tempo prima che arrivasse S. Nilo. Antonini, sulla scorta del Santoro scriveva che S. Nilo si era recato “verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario”. Dunque, secondo il Santoro, S. Nilo, nel ‘950 fuggì dal Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa per recarsi o rifugiarsi in quello di S. Nazario. Dunque, l’Antonini conclude che non sarebbe vera la notizia secondo cui l’Abbazia di S. Nazario fosse stata fondata da Nantaro e poi Richerio: “nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori.”. Dunque, l’Antonini citava Paolo Emilio Santorio (….), ovvero il suo “Historia Monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, edito a Roma, nel 1601. Antonini cita la p. 29 “Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29″. Ecco cosa scriveva P. E. Santoro a pp. 29-30: “distribuis in inopum necessitates fortunis, ad Sancti Mercurij coenobium confugit, fed urgentibus provinciae praesidis minacibus nuntijs, ne monachorum albo adscriberetur, illico recurrit ad monasterium Sancti Nazarij, ibique deposito cingulo, Christo militare incoepit, vigilatissimus & cibi, femper in procinctu, semper in castris, religionis, pietatis, charitatis, ac demissionis armis tectus cum hoste humani generis dimicare, non mislilibus, eminussue, fed cominus, pede collato, & mucrone fidei terribilis lacessere vel quiescentem, tunditur ab hoste, verbetatur, affligitur, vel illato terrore minatum, nec animo ipse strato succumbit, pedibus nudis, capite intecto, ferox, magnaq; alacritate martem poscens, fruiturque consuetudine multorum Sanctorum Monachorum, & non procul monasterio Sancto Mercurij, cellam in rupe praecelta delegit , dicataque Michaeli Archangelo ara, vitan longe asperrimam, ac laboriosissimam duxit celestium contemplatione conditam: ….”.


Il Sartorio (…), riferendosi a S. Nilo, in proposito scriveva che: “distribuendo la sua fortuna alle necessità dei poveri, si rifugiò nel monastero di S. Mercurio, ma, sollecitato dal governatore della provincia, con messaggi minacciosi, perché non fosse aggiunto all’elenco dei monaci, corse subito di nuovo al monastero di San Nazaret; coperto delle armi della religione, della pietà, della carità e dello sconforto, per combattere il nemico del genere umano, non con i proiettili, a distanza, o di mano in mano, con il piede, lui stesso cade sotto il suo letto nella sua mente, piedi scalzi, capo nudo, feroce e grande; chiedendo con entusiasmo Marte e godendo dell’usanza di molti santi; etc…”. In seguito, nel 1659, la notizia fu ripresa nell”Italia Sacra’ dall’Ughelli (11) e poi in seguito ripreso dall’Antonini (5) e dal Laudisio (9). Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Paolo Emilio Santorio Casertano (13), che, nel 1601, nella sua ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’, parlando dei Monasteri Basiliani, accennava ai luoghi frequentati da S. Nilo da Rossano, ha citato l’antica donazione Normanna ancora prima che ne parlasse l’Ughelli (11). Il Santorio (13) citava l’antico privilegio concesso al Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa dal conte Leone Manso o Mausone o Mansone, signore del luogo e poi ratificato da suo nipote il conte Guidone.

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 386 riferendosi al casale ed al monastero di Roccagloriosa scriveva che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte di Altrude sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti. Il citato ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’ (si tratta del manoscritto sulla “vita di S. Nilo” a cui si rifà il testo di Paolo Emilio Santorio (13)), al fol. 7., fa menzione di tre Santi Uomini, che furono di questo Monistero a tempo di S. Nilo, e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (1), & Angelica puritae Zachariam, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato de’ Basiliani, altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. L’Abate Ughellio Italia Sacra tomo 6, fol. 143, scrive, che questo Monastero di monache fosse stato da Turchi ruinato: ‘Quod enim erat in Oppido Roccae gloriosae Turcae fuflulerunt’; ciò che non è vero, non essendosi mai Turchi tanto entro terra inoltrati; anzi sappiamo, che le moniche vi erano fin al MDLXV poichè in tal anno vi morì Suor Maria Sanseverino, e ne fu come Abate provveduto Fabio Lanario con Breve di Sisto V. che il secolarizzò. Ma verso il MDCI il Baron della Rocca (non avendo avuto ragione di ciò che Sisto aveva fatto) presentò in Badessa Suor Beatrice Pinella monaca Benedettina il Monistero.“. L’Antonini (5), sulla scorta del Santorio (13), nella sua nota (1), riguardo la notizia di un “Romitorio”, fabbricato a Roccagloriosa da S. Nilo da Rossano, scriveva: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. La notizia tratta dal Santorio (13), in “hist. Carbon. Monast. fol. 29”, che è il testo rappresentato alla nostra nota (13), intitolato: ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’. L’Antonini, nella sua nota (1), prosegue scrivendo: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”.
Domenico Antonio Ronsini (…), parlando di Rofrano e, del suo antichissimo Monastero, in proposito scriveva che: “Dunque bisogna indietreggiare la fondazione del Cenobio almeno nell’antecedente secolo X. E ce ne porge un altro plausibile documento. S. Nilo (Vita di S. Nili, interprete Sirleto penes Marten Vet. Script. Coll. I. VI c. 715. Salmon. t. XXIII), nato in Russano nel 906 ecc…Fu tra noi in questa contrada, ed ebbe stanza in Rocca Gloriosa dove aveva un romitorio nel Cenobio dei Benedettini detto di S. Mercurio e vi fabbricò un Romitaggio, ‘et ibi cellulam in rupe praecelsa delegit’ (Santorio in Hist: Carbon. Monast. f. 29) Abitò pure nell’altro romitorio di benedettini in S. Nazario. Indi fu accolto trionfalmente in Montecassino, dove riformò i monaci di quel celebre Monasterio, trattenne 15 anni tra i Benedettini di Casaluce. Era in Roma ecc…”. Il Ronsini (…), si chiedeva se il Cenobio di Rofrano fosse stato fondato da S. Nilo, o lo trovò già fondato?. La Badia di Rofrano ebbe il titolo di Grotta Ferrata da quella di Tuscolo (Frascati), o viceversa? Scrive il Ronsini: “A me pare che lo trovò già fondato: primo perchè il greco biografo di S. Nilo, che narra le altre fondazioni, tace di questa, secondo perchè altrimenti la nostra Badia nel breve spazio di tempo di una ottantina di anni (quanti ne corron da S. Nilo al Duca Ruggiero) non poteva giungere al grado di grandezza, che descriversi nel Diploma. Quindi parmi ancora che essendo posteriore la fondazione di Frascati potè solo ricevere non già dare il titolo di Grottaferrata.”. Poi il Ronsini, parla dei ruderi di un Monastero che esisteva a Rofrano Vetere (il vecchio Rofrano), ricordato nella Vita di S. Elena o Eliena di Laurino.


(Fig….) Pagine di storia tratte dal Ronsini (…)
Le donazioni Longobarde confermate in seguito dai Duchi Normanni e dai re di Napoli Angioini
Il Di Luccia (…),nel suo ‘Trattato’, a pp. 11-12-13, riferendosi ai beni, ed alle precedenti donazioni Longobarde al “Territorio di S. Giovanni a Piro”, scriveva pure che: “Che detto Territorio di S. Gio: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli non se ne può dubitare, mentre oltre il dominio dal Monastero de PP. Basiliani in quello eretto, e dal suo Abbate pro tempore esercitato il tutto risulta dalle risposte, che facevano gli habitatori di d. loco, li quali in recognizione di dominio pagavano le risposte al Monastero, e dalla narrativa di una commissione data dal Re Carlo II dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero, e la lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1340 al Signor Conte di Policastro per l’assistenza, che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture,….

Il Di Luccia, traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”.
Nel 2 ottobre 1565, la ‘Platea dei Beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco’, compilata da Giacomo De Vio, Procuratore incaricato da Tommaso De Thomasijs, Vicario dell’Abate Commendatario di S. Giovanni a Piro Andrea de Vio e, l’elenco del vasto patrimonio terriero donato nel 501 dai Longobardi alla Chiesa
Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbadia di Bosco – come quella Basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata di un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa nell’anno 571, il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tomasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato, in apposita “PLATEA”, dal suo Procuratore GIACOMO DE VIO, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. Noi, nel corso dei nostri studi intensi a accertare la storia del nostro glorioso passato, abbiamo avuto modo di vedere, in casa dei Signori Carboni-Viviani della frazione di Bosco, antica famiglia del luogo, copia di detta “platea”, che abbiamo potuto esaminare attentamente, rendendoci perfettamente conto dell’importanza patrimoniale dell’Abbadia Benedettina. Con nostro vivo rincrescimento, però, abbiamo dovuto constatare come tale documento – che avrebbe potuto essere l’unico atto probatorio per poter dimostrare i diritti territoriali di questo Comune, di fronte ai Comuni contermini – non può avere alcuna efficacia giuridica perchè manca della firma del compilatore o, comunque, di autentica di pubblico ufficiale, per cui non ha alcun valore probatorio per poter accertare i veri confini territoriali del nostro Comune, l’incertezza dei quali fa sorgere continue e dispendiose controversie, specialmente con Camerota.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Il Palazzo (…), a p. 110, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Di Luccia: pag. 26, op. cit. “. Il Palazzo (…), a p. 110, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Di Luccia: pag. 26, op. cit.”. Ferdinando Palazzo (…), sempre a pp. 110-111, riferendosi sempre alla “Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni di Bosco”, compilata nel 1565 da Giacomo De Vio, nominato Procuratore della Badia, scriveva pure che l’avesse vista e consultata in casa della famiglia Carboni-Viviani di Bosco. Il Palazzo (…), citava la interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Il Di Luccia (…), riferendosi al monastero di S. Giovanni a Piro, detta “Badia” (Abbazia), in proposito scriveva che: “Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2 Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: “come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Il Palazzo (…), sulla ‘Platea dei beni’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “…il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. ecc…”. Delle antiche donazioni di beni alla Chiesa del basso Cilento, da parte dei principi Longobardi, abbiamo pubblicato ivi un altro nostro studio. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 64, ci informa che: “4) D. Antonio De Bacio, amministratore dell’Ente mediante il Vicario Tommaso De Tommasijs, pare che abbia avuto per Procuratore D. Girolamo Sursaja, perchè era nel luogo e conosceva gli usi della vasta zona terriera del patrimonio basiliano………6) A. Andrea De Vio, di Gaeta, ottenne la Commenda per cessione o per traslazione, fattagli dallo zio, ed ebbe per Vicario l’Abate Tommaso De Thomasijs. Questi nel 1555 indisse il “Sinodo di S. Giovanni a Piro”. Il Sinodo consta di 19 disposizioni.”. Pietro Ebner, nel vol. I del suo “Chiesa baroni e popoli nel Cilento”, a p. 154, nel capitolo V “Monasteri e Chiese ricettizie”, in proposito scriveva che: “Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (Km. 5) a quella italo-greca di S. Giovanni a Piro, abbazia tra le più fiorenti,…”. Il Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato historico legale etc…’, a p. 26, parlando di Andrea de Vio, VI Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il sesto fù Andrea de Vio di Gaeta forsi nepote di detto Cardinale, quale hauerà hauuto l’Abbadia, o per cessione, o traslatione fattali dal medesimo, stante che nell’anno 1539. il medesimo Abbate di Tomaso esercitava il Vicariato per lui come giustificationi, che si addurranno appresso, e questo mediante Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2. Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. II. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”.

(Fig….) P.M. Di Luccia (…), op. cit., p. 26
Dunque, secondo il Di Luccia (…), che a p. 26, ci parla di Giacomo De Vio (nipote del Cardinale De Vio), nominato Procuratore di Tommaso de Tommasjis Vicario di D. Andrea de Vio, sesto Abate Commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Giacomo de Vio, il 2 ottobre 1565, compilò una “Platea di Beni e di Rendite” che appartenevano alle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e S. Nicola di Bosco.
Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro’, a p. 50-51, sulla scorta del Palazzo (…), e soprattutto di ciò che nel suo trattato, nel 1700, aveva già scritto il Di Luccia (…), parlando dei padri basiliani che fondarono il celebre cenobio, scriveva che: “I Padri Basiliani furono Baroni delle terre del Cesareto e di quelle donate dai Longobardi alla Chiesa nel 571, con giurisdizione autonoma spirituale e temporale. Di questa autonomia riferiscono non solo gli atti di ordinaria amministrazione dei Padri, ma soprattutto Mons. Angelo Oliverio, Vescovo di Acerra, quando, ordinando Diacono Antonio Ferrari della terra di S. Giovanni a Piro, con la dicitura ‘nullius dioeceseos’ (14), afferma che il territorio Basiliano, cui il Ferrari apparteneva, era fuori di ogni giurisdizione diocesana.”. La notizia era stata tratta dal Di Luccia (…). Il Vescovo di Acerra, Mons. Oliviero, ordinò Antonio Ferrari, diacono della terra di S. Giovanni a Piro, nel…….e, la notizia del documento venne poi riportata dal Di Luccia (…), nel 1700, all’epoca del suo trattato istorico-legale.
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram Dioecesis Polycastren cujus curam, ecc..”. Infatti, il Di Luccia (…), sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442, che diceva: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”, che tradotto è: “Oltre all’Abbazia di San Giovanni Piras (Pyrus) Diocesi Polycastren cura che, a causa della debolezza degli abati, vescovi hanno ricevuto dall’Abbazia di merci non si perdono, ma piuttosto aumentare, insieme con il cottage, l’Abbazia di San Giovanni, mentre appartiene alla pera portato gli attacchi Internet, e impegnato detiene il frutto, e poi tornò a proprio uso raggiunto girando …”. Giuseppe Cataldo (…), a p. 44, sulla scorta di ciò che sosteneva il Di Luccia (…), aggiungeva: “Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, furono materia di esoso sfruttamento a danno della comunità religiosa e dei cittadini del casale di S. Giovanni a Piro, poichè esse, medianti appositi fittatari, erano date ad enfiteusi temporanea, quasi fitto, con diritto di preferenza ai naturali del luogo, che dovevano pagare, invece delle decime, cospicui canoni annuali. Da ciò le cause, dell’impoverimento economico. L’ingerenza dei vescovi e dei conti di Policastro nella predetta Badia “nullius dioceseos” fu per salvare il salvabile, poichè sarebbe lo stesso finita in malora.”.
Nel 1695-96, la “Platea di Beni e di Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro” redatta dal Notaio Domenico Magliano

(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…).

(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 – Cappelletto storico
MAYERA’ (CALABRIA)

(Fig….) Pag. 139 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Mayerà (Calabria)(…)
La Platea di Beni e di Rendite del monastero di S. Pietro di Carbonaro a Majerà, compilata nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112 v. p. 263) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112, v. p. 263), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà e del Monastero e dell’Abbazia di S. Giovanni a piro, scriveva in proposito che: “Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi”, nella nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appare interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo, (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia (…), e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..”, e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse il suo ‘Trattato Istorico-legale ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà (paese in Provincia di Cosenza), scriveva in proposito che: “Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni e poi una platea dei beni, redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…).
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (9) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.
(…) Mattei-Cerasoli D. Leone, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-78

(…) Porfirio Gaetano, “Diocesi di ‘Policastro”, stà in D’Avino Vincenzo, ‘Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie’, Napoli, Stamperia Ranucci, 1948, a p. 538
(…) Gregorio Magno papa, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.
(…) Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum; oppure si veda pure: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (26).
(…) Mercati Giovanni, ‘‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo, (Studi e Testi 68), Città del Vaticano, 1935, p. 209 (?) (Archivio Storico Attanasio).
(…) Barni G., I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383;
(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146
(…) Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952
(…) Lanzoni F., Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323.
(…) Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (…), da pagg. 361 a 390 (a noi interessa p. 383)

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia Marchese di Camerota, si veda: vol. I, p. 120. Riguardo la notizia del Malaterra, su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(…) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.
(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna, p. 155 (citato da Ebner), (Archivio Storico Attanasio).

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253 (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.
(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997, pp. 53 e s.

(…) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2, 1 e 16; si veda pure: Borsari S., Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanne, Napoli, Sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1963 (Archivio Storico Attanasio), si veda cap. II, pp. 69-70, nota (183), parla di un documento del 1065.

(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cappelli B., I Basiliani nel Cilento superiore, in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata» ed. Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, XVI, 1962 pp. 9-21, oppure dello stesso autore e saggio: in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata» ed. Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, vol. XXIV, 1970. pp..


(…) Martire D., La Calabria Sacra e Profana, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s.

(…) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).
(…) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370).

(…) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..
(…) Platina Bartolomeo, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platino, ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1593, p. 170
(…) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.
(…) Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Notizia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600.
(…) Cammarosano Paolo, Storia dell’Italia medievale, dal VI all’XI secolo, ed. Laterza, Bari, 2001, p. 98.
(….) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.
(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in Scipione MAFFEI, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527).
(…) Abbate Paolo, Cenobi italo-greci e paesi del Basso Cilento, ed. (?), 1999; si veda un estratto sul Cenobio di S. Giovanni a Piro, pubblicato da Fariello (…).
(…) Schiavone Clara – Buonomo Emilio, Sulle Tracce dei Monaci Italo-Greci nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, 1999.
(…) Alaggio Rosanna, La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio).
(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p…..
(…) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra.
(…) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, ed. Ripostes, Roma, 1888, p. 117.
(…) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (…), p. 136 nota (c).
(…) Natella P. Peduto P., Pixous – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, rivista di I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.
(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.
(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio Storico Attanasio).
(…) Troccoli C., Montesacro antichissimo santuario basiliano, ed. Laurenziana, Napoli, 1986 (Archivio Storico Attanasio).
(…) von Falkenhausen Vera, Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina, stà in “Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’età Moderna Nel millenario della morte di S. Luca Abate“, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, Atti e Memorie del Convegno Internazionale di Studio promosso dall’Università di Basilicata, Potenza-Carbone, 26-27 giugno 1992, Potenza, 16, ed. Congedo, Lavello (PZ), 1996, p. 61 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: von Falkenhausen Vera, La Diocesi di Tursi-Anglona terra di incontro tra greci e latini, Atti del Convegno Internazionale di Studi promosso dall’Università di Basilicata sulla Diocesi di Tursi-Anglona, 1978, p. 31.
(…) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (4), a p. 154, alla nota 4 (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (3) (Figg. 1-2-3-4-5-6-7-8-9-10-11 ecc..) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (4), p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (4), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta, che redasse la “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani (4), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il canonico Giuseppe Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (4), ma il Laudisio (7-8), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (7-8), scrive in proposito a p. 93 (8): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…) a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il Libro di memorie di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (32), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (30), a p. 113.
(…) (Figg…..) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (…) e dal Cataldo (…). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (3), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), e dice di aver tratto lo stralcio del documento in questione dal suo amico Canonico Giuseppe Menta (…), che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (…). Il Cataldo (…), nelle sue note (p. 19, nota n. 71), a proposito della “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a…”, scrive che essa è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: “come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 73 e s., si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”. Il Tancredi, alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (…). Il Gaetani (…), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta (…). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano (…). Le immagini che noi quì pubblichiamo (Figg…..), sono tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (Fig….), da cui abbiamo tratto le pagine finali che riguardano i possedimenti a Torraca e del territorio Saprese.

(…) Schmiedt Giulio, Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche, stà nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975 (che noi possediamo in originale), pp. 78-79.

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.
(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.
(…) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.

(…) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in Follieri E., ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio). Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”.
(….) S. Bartolomeo di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata presso Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455; Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del “Bios” di Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504.
(…) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria. In onore di Arnold Esch‘ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A.; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228, oppure Nuova Serie, vol. XLV, 1991, Luglio-Dicembre (Archivio Storico Attanasio).

(…) Giovanelli Germano (Ieromano), Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (…), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Vita di S. Nilo, e pure: Grottaferrata, stà in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Padre Germano Giovanelli G., Vita di S. Bartolomeo juniore, IV egumeno e cofondatore di Grottaferrata, ed. Badia Greca di Grottaferrata, Scuola Tip. Italo-Orientale ‘S. Nilo’, Grottaferrata, 1962, no. 25 (Archivio Storico Attanasio), pp. 55 e 75.
(…) Mai Angelo, Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis, stà in ‘Nova Patrum bibliotheca’, VI, 2, Roma, 1853, pp. 514-530; che secondo la Treccani, non si tratta di S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma di un S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533.

(…) Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia, anteriormente alla Monarchia, ed. La Terza & figli, Bari, 1923 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Bernino Domenico, Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino, Roma, 1709
(…) John Julius Norwich, I Normanni nel Sud: 1016-1130. Mursia, Milano 1971 (ed. orig. The Normans in the South 1016-1130. Longmans: London, 1967).
(…) d’Engenio Cesare, Nuova e perfettissima descrizione del Regno di Napoli, Napoli, ed. Scoriggio, 1629
(…) Troyli P.P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento. Si veda pure: Attanasio F., Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà in ” I Corsivi”, n. 12, 1978. Si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135.
(…) Su Pietro Pappacarbone (Pietro da Salerno) e la figura di Alfano I, si veda: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151; B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXIX (2013), pp. 5-36.
(…) Ruggero, era figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e di Sichelgaita, principessa longobarda di Salerno, nacque nell’anno 1059, essendo i genitori sposatisi nel 1058. Non si conosce il luogo di nascita di Ruggero Borsa. Ruggero, era il figlio primogenito della coppia, che ebbe altri due figli maschi, Roberto e Guido, e sette figlie femmine. Roberto il Guiscardo, per sposare la prinicipessa Longobarda Sighelgaita, sorella del principe di Salerno Longobardo Gisulfo II e madre di Ruggero Borsa, dovette ripudiare la prima moglie Alberada di Buonalbergo, normanna come lui e che aveva sposato durante la sua permanenza in Calabria, con la scusa della consanguineità e, da cui aveva avuto due figli: Emma e Boemondo d’Altavilla. Invero il matrimonio fu sciolto per permettere al Guiscardo di sposare una principessa longobarda, rafforzando così la sua posizione di potere presso i Longobardi. Dunque, Ruggero d’Altavilla, detto ‘Borsa’, era fratello di Roberto e Guido ed era fratellastro di Emma e di Boemondo. Ruggero Borsa, era anche nipote di Ruggero I d’Altavilla (detto il Gran Conte di Sicilia), fratello di Roberto il Guiscardo. Ruggero Borsa (1060/1061 – Salerno, 22 febbraio 1111) è stato un cavaliere normanno. Fu duca di Puglia e Calabria dal 1085 al 1111. Ruggero visse la prima parte della sua vita all’ombra del padre, aiutandolo nella repressione dei conti normanni ribelli e della città restie a tollerare la dominazione normanna: per questo motivo le prime notizie che abbiamo su di lui sono le sue imprese militari. Il primo incarico militare fu l’assedio a Castrovillari, nel 1073, dove si era rifugiato Guglielmo Arenga, ribellatosi con Abelardo, nipote del Guiscardo e cugino di Ruggero, all’autorità ducale. Nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il normanno duca di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085, ecc…”. Alla morte del padre, dopo varie vicende, nel 1085, Ruggero Borsa, ereditò dal padre Roberto il Guiscardo parte del Principato Longobardo di Gisulfo II. Figlio e il successore di Roberto il Guiscardo, il cavaliere normanno che fu duca di Puglia e Calabria e conquistatore della Sicilia. Alla morte del Guiscardo, a succedergli come Duca di Puglia e Calabria, Principe di Salerno fu il secondogenito Ruggero Borsa, primo dei figli avuti da Sichelgaita. Proprio a lei si deve l’estromissione del primogenito Boemondo dalla successione: nel 1073, infatti, insediata la propria corte a Bari, Sichelgaita indusse i nobili pugliesi a riconoscere suo figlio Ruggero come legittimo successore del Guiscardo in luogo di Boemondo, nato dal primo matrimonio di Roberto con Alberada. A Boemondo furono comunque destinati i possedimenti al di là dell’Adriatico, prima fra tutte la roccaforte di Durazzo. A garantirgli la successione al Guiscardo furono le abili manovre della madre, la principessa longobarda Sichelgaita, che nel 1073 riuscì a convincere i baroni pugliesi a riconoscerlo erede in luogo di Boemondo, primogenito di Roberto nato dal primo matrimonio di questi con Alberada di Buonalbergo. Di lui lo storico inglese John Julius Norwich scrive: “…Ruggero – detto Borsa a causa della sua inveterata mania nel contare e ricontare il proprio danaro – era un ragazzino tredicenne debole ed esitante che diede l’impressione che un’infanzia trascorsa con Roberto e Sichelgaita fosse stata già troppo per lui.“. Nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Il dominio sulla Contea di Sicilia, col titolo di Gran Conte, rimase appannaggio del fratello di Roberto, Ruggero, che aveva combattuto costantemente al suo fianco. Unico ad opporsi al riconoscimento del futuro duca fu Abelardo d’Altavilla, cugino di Ruggero in quanto figlio di Umfredo, fratello di Roberto. Questi rivendicò per sé il diritto alla successione, poiché il Guiscardo, nominato suo tutore alla morte di Umfredo, ne aveva arbitrariamente confiscato i possedimenti, tagliando fuori lui e suo fratello Ermanno dalla linea ereditaria. Ruggero si ricongiunse con la madre a Cefalonia e insieme a lei fece ritorno in patria, dove in settembre, grazie anche al supporto dello zio Ruggero I di Sicilia, fu riconosciuto duca di Puglia e Calabria. Un avvento che non mancò di suscitare reazioni: Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua occupò i castelli di Oria, Otranto e Taranto, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto co-reggente insieme al fratellastro, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova rivolta e col sostegno di buona parte dei vassalli di Ruggero riuscì a sconfiggere quest’ultimo a Fragneto, riprendendo possesso anche di Taranto. Pur descritto come un guerriero forte e temibile, in grado di espugnare con abili assedi le città di Benevento, Canosa, Capua e Lucera, Ruggero Borsa non fu mai in grado di eguagliare la potenza di Boemondo, né di portare quest’ultimo sotto il proprio controllo. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia (…), che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Lo storico Pierre Aubè (…), parlando di Ruggero Borsa (…), nipote di re Ruggero I e, parlando pure di suo figlio naturale Simone, in proposito scriveva che: “Ruggero non è ancora vecchio, ha raggiunto l’apogeo del suo potere, ma è vedovo. La sua seconda moglie Eremburga, era morta due anni prima, poco dopo la presa di Butera. Lo stesso anno si verifica un sorprendente incrocio matrimoniale. Il Conte di Calabria e Sicilia sposa Adelaide, figlia di Enrico del Vasto, appartenente alla famiglia piemontese degli Aleramici. Di lignaggio originario del vecchio regno longobardo, il marchese viene investito di una delle signorie più notevoli della contea siciliana, situata in posizione strategica fra Paternò, Butera, Cerami e Nicosia. Anche lui vedovo, Enrico convola a nozze con una delle numerose figlie di Ruggero.”. Poi parlando del nipote del Gran Conte Ruggero, Ruggero Borsa, l’Aubè scriveva: “Più o meno in quel periodo Ruggero Borsa, contrae un matrimonio con Alaina, figlia di Roberto il Frisone, terribile conte di Fiandra.”. Poi parlando di Ruggero I d’Altavilla, lo zio di Ruggero Borsa, l’Aubè scriveva: “Il matrimonio con Adelaide è alienato da parecchi figli. Innanzitutto Simone, nato verso il 1093, chiamato per natura a succedere al padre. Un altro nato certamente nel 1095, a cui viene imposto il nome paterno di Ruggero.”. Sempre l’Aubè (…), parlando del dopo la morte di re Ruggero I d’Altavilla, scriveva che: “In Sicilia e in Calabria la contessa Adelaide deve assumere i poteri durante la minorità dell’erede naturale, Simone, che resta debitore dell’omaggio a suo cugino, Ruggero Borsa. Il duca, che risiede spesso nella città di Salerno, ereditata dagli avi paterni, non è affatto all’altezza degli eventi ed esercita un potere esile sui beni che detiene in proprio. Il ducato prospera ancora, ma le conquiste hanno divorato somme notevoli. Nel 1101, Ruggero Borsa, offre ancora trecento libbre di incenso e balsamo ecc….Ruggero Borsa, muore il 22 febbraio 1111, più o meno all’età di cinquant’anni. Aveva incontrato l’ultima volta il papa a Benevento l’anno prima. Qualche settimana dopo il novembre dell’anno 1111, scompare in Puglia un eroe di ben altra statura, Boemondo di Taranto.”. L’Aubè scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…). Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia, che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Dopo la sua morte, il dominio fu definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla che diventerà Re di Sicilia.
(…) Secondo l’antica pergamena detta ‘Crisobollo’, del 1131, in seguito alle donazioni munifiche di Ruggero Borsa, vennero pure confermate dal figlio, Guglielmo d’Altavilla che, dopo la morte del padre nel 1111, ereditò i suoi possedimenti. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Il duca Ruggero sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Dalla consorte ebbe tre figli maschi: Ludovico, nato nel 1092, Guiscardo, nato nel 1093, e Guglielmo, nato nel 1097. Ebbe un figlio illegittimo da una donna chiamata Maria, anch’egli chiamato Guglielmo. Solo i due Guglielmi sopravvissero alla morte del padre. Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo I d’Altavilla, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla. Oltre al titolo ducale di Puglia e Calabria, Guglielmo ereditò dal padre Ruggero Borsa, anche lo stesso carattere debole e inetto. Durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II, l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Quando nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia, morì senza figli, Ruggero II, cugino di Ruggero Borsa, reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e conquistò senza difficoltà Amalfi e Salerno, dove venne incoronato. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “…..e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. Il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo I d’Altavilla, dal 1111 al 1127.
(…) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV, a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio).
(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, si veda I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.
(…) Pochettino Giuseppe, I Longobardi nell’Italia Meridionale, 570-1080, ed. Guida, Napoli,
(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone, Battipaglia, 2012 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006.

(…) Gassisi Sofronio Jeromonaco, Contributo alla storia del rito greco in Italia, ed. Tipografia Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, 1917 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947 (Archivio storico Attanasio).
(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna, p. 155 (citato da Ebner), (Archivio Storico Attanasio)
(…) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).
(…) D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV, a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938 (Archivio Storico Attanasio); si veda Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.
(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone, Battipaglia, 2012 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Alaggio Rosanna, La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Lasco Giuseppina, I Santi monaci basiliani in Lucania, ed. et cetera Libri, Brienza (PZ), 2016 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Troisi C., I monasteri di rito greco-bizantino del Cilento nell’alto medioevo, da ‘Racconti di vita Cilentana’, stà in Vassalluzzo M., Cilento a occhio nudo’, a cura di, ed. Massimo Villone, Roccapiemonte, 1987, p. 179 e s.
(…) Crisci G. e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Storico Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.
(…) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).
(…) Balducci A., L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Attanasio).
(….) Gentile Angelo, Storie e tradizioni popolari del santuario di Santa Rosalia di Lentiscosa, ed. Poligraf, 1983; si veda pure dello stesso autore: Gentile Angelo, Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati, ed. Palladio 1988 (Archivio Storico Attanasio); si veda dello stesso autore: Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, ed. Palladio, Salerno, 1984 (Archivio Attanasio)
Ruggiero di Sanseverino
Dalla Treccani leggiamo che: Sanseverino, Ruggero I. – Nacque tra il 1064 e il 1065 da Troisio (o Turgisio) di Rota, di discendenza normanna. Primo di cinque figli (suoi fratelli erano Silvano, Troisio jr, Roberto e Deletta), ereditò i possedimenti paterni che, oltre al castello di San Severino dal quale egli trasse il nomen familiae, comprendevano la pianura dell’attuale Mercato San Severino, Montoro, Lauro e Apudmontem (Roccapiemonte). Il suo nome personale si ricollega con molta probabilità a quello del conte di Sicilia Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo, a cui la famiglia era legata da rapporti di amicizia. Vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose elargizioni (anche se la documentazione è talvolta di dubbia autenticità). Nel settembre del 1111, partecipò, invece, a un’assemblea indetta dal duca Ruggero Borsa per difendere il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che in presenza dell’abate Pietro e dei nobili campani riconobbe tutte le concessioni fatte dalla sua famiglia ai monaci cavensi. Il problematico rapporto con Cava restava però sempre al centro degli interessi di Sanseverino. Nel marzo del 1114, alcuni suoi uomini iniziarono a vessare i dipendenti dell’abbazia, ma egli,dichiaratosi estraneo ai fatti, intervenne in sua difesa, ottenendo in cambio la custodia del castello di Sant’Auditore di Cava. Nello stesso mese, confermò anche un provvedimento preso dal fratello Troisio in favore dello stesso monastero e, come se non bastasse, concesse egli stesso il casale di Selefone del Cilento, di cui delimitò i confini. Poco dopo però insorsero contrasti con i monaci a seguito delle molestie da lui arrecate ai loro coloni, ma ancora una volta l’abate Pietro intervenne per cercare una mediazione, e nel novembre del 1116 Ruggero gli confermò il possesso della quarta parte del monastero cilentano di S. Giorgio con i beni annessi. Non è sicuro invece che nel 1118 abbia forzato il cognato Erberto il Normanno, detto Caputasini, a restituire a Cava alcune terre da lui usurpate. Nel giugno del 1121, donò all’abate Pietro alcuni terreni siti a Ogliarola(località oggi non più esistente), appartenuti in precedenza al suocero Landolfo. La Treccani non parla del borgo di S. Severino. Da Wikipedia leggiamo che: Ruggero I Sanseverino, conosciuto come Ruggero di Sanseverino o di San Severino (1065 circa – Cava dè Tirreni, 1125), è stato un nobile e religioso italiano. Primogenito di Turgisio di Sanseverino, ereditò i possedimenti e titoli dal padre, e il castello di San Severino da cui prese il ‘nomen familiae’. Era il primo di cinque figli (Silvano, Troisio junoiores, Roberto e Deletta), fu il capostipite (insieme a suo padre) che diede il nome alla illustre e potente famiglia dei Sanseverino, che governò per diversi secoli nelle terre dell’Italia meridionale, stringendo rapporti con le maggiori famiglie reali, e rimanendo al centro dei maggiori eventi storici del sud Italia. La casata ebbe origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota (l’odierna Mercato San Severino), posta in una posizione strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e di Benevento. Avendo questi stabilito la sua dimora nel Castello di Sanseverino che si trovava nei suoi nuovi possedimenti, ne assunse anche il nome. Ruggero deve il suo nome al fratello di Roberto il Guiscardo, anch’egli Ruggero. Sanseverino sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV principe longobardo di Salerno, e figlia del conte Landolfo. Secondo le fonti ebbero non meno di quattro figli: Enrico (“Arrigo”), Troisio, Ruggero e Riccardo. Inoltre vi fu un figlio naturale, Tancredi e uno illegittimo, Roberto. Ereditò dal padre, il titolo di conte di Rota e Signore di San Severino e di altri feudi. Poche notizie riguardanti il suo governo, sono affiliate al castello di Montoro, da lui posseduto almeno dal 1097. Partecipò ad un’assemblea di investitura, del 1109, durante la quale il signore di Monteforte, Guglielmo Carbone, giurò fedeltà a Roberto, figliastro di Ruggero. Guglielmo fu investito delle terre situate nei pressi di Sanseverino, Lauro e Forino. Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. L’Antonini (…), in proposito scriveva che: “Devesi inoltre sapere, che questo Sanseverino (diciamo pure di Cilento), era capo di molti paesi d’intorno, a segno che anche oggi il Baron della Terra esigge da Centola, dalla Foria, e dalla Poderia un’annua contribuzione a titolo di ‘Bagliva’, indubitato segno dell’antica soggezione (I), e dipendenza. Quell’ormai ruinato Castello fa ancor vedere, che non poteva esser fatto, che per Uomini di sommo conto. In questo luogo, e non in Perdifumo, come malamente scrive il Toppi, nacque Vincenzo di Vita, Barone della steessa Terra, e patrizio di Ravello, vicino Amalfi, ecc…”. Nicola Acocella (…), in proposito scriveva che: “Dopo l’anno 1097, nuove forze politiche ed egemoniche si affermarono nella zona…Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (41).”. Sulle origini di Ruggiero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). infatti, il Di Meo, scriveva in proposito:

(Figg…) Di Meo (…), vol. IX, p. 295
Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

Il Di Meo (…), sulla scorta di Ugo da Venosa (…), un cronista dell’epoca che ci ha raccontato la vita di S. Pietro Pappacarbone (Abate di Cava) e di S. Costabile Gentilcore (Abate di Cava), parlando del miracolo di Pietro sul figlio di Ruggero Sanseverino, scrive che Pietro Pappacarbone: “Essendo nella Chiesa di S. Michel’ Arcangelo nel Cilento, seppe che Ruggieri Signor ‘Castri Severini’, spesso..”. Dunque il Di Meo, come pure il Gattola, ci parlano di ‘Castro Severini’, che dovrebbe corrispondere all’attuale borgo medievale di San Severino di Centola (vedi immagine). L’Antonini (…), nella Parte II, ‘Discorso III’ (e non IV), a p. 279, ci parla del Monastero di Benedettini, ‘vicino al Castello di Sanseverino di Centola’, e citava un episodio accaduto ai tempi in cui Pietro Pappacarbone (…), si era ritirato nel Monastero di S. Arcangelo: “quod in territori Cilenti situm est”. L’Antonini (…), accenna ad un episodio narrato negli “Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone”, pubblicati dall’Ughelli (…): “..con qualche piccola variazione nè Vescovadi d’Italia”.

(Fig…) Ughelli (…), Tomo VII, sulla Diocesi ‘Palicastrense‘ (Policastro), p. 768
Secondo l’Antonini (…), Pietro Pappacarbone, dopo che egli concluse la sua esperienza di Abate al Monastero di Cava dè Tirreni e si ritirò nell’antico monastero di S. Arcangelo: “quod in territori Cilenti situm est”, ovvero nel Monastero di S. Arcangelo, che l’Antonini (…), vuole essere “..nel luogo chiamato le Celle” e, per avvalorare tale sua ipotesi, cita gli ‘Atti su S. Pietro Pappacarbone’ (pubblicati dall’Ughelli) e, sulla scorta di Scipione Ammirato (…), a p. 278-279, Parte II, Discorso III (e non nel ‘Discorso IV’), in cui si cita l’episodio (di cui parla anche a p. 347, quando parla di ‘Celle’). L’Antonini (…), parlando della legenda del miracolo di Pietro Pappacarbone che: “se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo: ‘quod in territorio Cilenti situm est’”, scrive pure che il nobile Ruggero Sanseverino: “che nell’XI secolo, tenendosi il Castello di S. Severino….molestava i Coloni del vicino Monistero.”. Dunque l’Antonini, dice che il miracolo accadde nel Monastero vicino al Castello di S. Severino. L’Antonini (…), parlando di Pietro Pappacarbone, cita il miracolo dell’Abate Benedettino, ritiratosi in quel monastero, sul figlio di Ruggiero Sanseverino e scrive: “Prima di questo tempo (1079), essendo egli Monaco, ed Abate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo: ‘quod in territorio Cilenti situm est’. Ma queste parole niente proverebbero, se avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque (e qui l’Antonini si riferisce agli ‘Atti manoscritti di San Pietro Pappacarbone’ (…)), che nell’XI secolo, tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i Coloni del vicino Monistero, e con tale occasione si narra di un miracolo accaduto in persona del tenero del tenero figliuolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nello stesso Monistero Religioso si fece. Or S. Severino, e ‘l suo Castello, ch’ancor oggi è in piedi, si sa esser dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Roccagloriosa, e dove il fiume Menicardo, o Mengardo entrando fra strettissime balze, non si può che con orrore, da sopra il Castello riguardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia.”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Matteo Mazziotti, parlando di Ruggiero Sanseverino, scriveva che egli dopo la sua morte, gli successe il figlio Arrigo. Mazziotti dice pure che Ruggiero Sanseverino era sposato con Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito del principe Longobardo di Salerno Guaimario. Da Sica, Ruggiero Sanseverino ebbe Arrigo che gli successe dopo la sua morte. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera scrivendo del piccolo borgo medioevale di San Severino e del suo munito e fortissimo castello, voleva che ivi fossero i natali di uno dei primi rampolli di uno dei rami della nobilissima famiglia dei Sanseverino: Ruggero Sanseverino e forse pure del padre Torgisio o Troisio. Ruggero legò la storia della propria famiglia ai monaci della Santissima Trinità di Cava dè Tirreni, a cui cedette più volte appezzamenti di feudi e terre, senza esimersi da concedere favori signorili. Prima donazione è stata la chiesa di Santa Maria di Roccapiemonte, avvenuta nel 1081, e di sette terreni annessi, nel 1083. Nel 1111, difese il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che ne rivendicava le donazioni fatte in precedenza: entrambi si confrontarono in un’assemblea organizzata dal duca Ruggero Borsa. Il rapporto con i monaci cavesi fu tuttavia contraddittorio. Infatti lo accusarono più volte di maltrattamenti e molestie anche morali ai propri coloni. L’intervento di mediazione dell’abate Pietro calmò le acque e nel 1114, a Ruggero fu affidata la custodia del castello di Sant’Auditore. Nel 1116, dopo aver donato al monastero il casale di Selefone del Cilento, gli concesse una parte del monastero di San Giorgio, dopo ulteriori proteste. Secondo la tradizione, poco dopo il giugno del 1121, Sanseverino decise, dopo quarant’anni di rapporti religiosi, di spogliarsi dei suoi beni, prendendo l’abito monastico proprio a Cava, dove morì nel 1125. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): “L’Antonini scrisse perciò che Centola, Foria e Poderia, erano tenuti a versare ai Sanseverino di Sanseverino di Camerota, un tributo annuo di per la bagliva (9)”. Dunque l’Ebner, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Negli Atti dei creditori di Antonio Caracciolo, signore di Pisciotta, e di Molpa, si leggeva in una relazione che il feudatario era tenuto a offrire il 15 agosto di ogni anno un pranzo ai sacerdoti di Pisciotta, al quale doveva essere invitato anche il governatore del Castello di S. Severino, il quale doveva “sedere nel primo luogo, tenendo il suo cane a piedi, a il quale quale dovesse anche darsi tutto a mangiare”.”. La Greca e Di Rienzo (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…, vedi ‘Storia di un feudo…’, p. 121), a p. 216, scrivevano in proposito che: “La prima notizia del borgo è del 1227 quando Tommaso Sanseverino lo cede alla Regia Curia in scambio della Contea di Marsico (2). E’ probabile che la sua nascita risalga al XII secolo, quando i Normanni conquistarono l’Italia meridionale scacciandone definitivamente i Bizantini. Quivi, infatti, venne fondato un castello della nobile famiglia dei Sanseverino circondato da mura turrite che lo resero inespugnabile. Il feudo comprendeva Centola, Foria e, al di là del Mingardo, Poderia.”. Il Gatta (…), sulla scorta della Chronaca di Leone Ostiense Marsicano (…), “Vite dei Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava” (…), scrive che: “Da Turgisio Primo Conte Sanseverino nacque Rugiero, che sposò Sirca, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario, già Principe di Salerno del sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritiratosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente…”. L’Antonini (…), distingue i Sanseverino di Cilento, che avrebbero preso il nome dal villaggio di S. Severino di Camerota, ora di Centola, dai Sanseverino di S. Severino Rota. Saverio Gatta, figlio di Costantino (…), nel 17….., pubblicando le ‘Memorie Istoriche ecc..’, opera postuma del padre, che sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), forniva alcune interessanti notizie in merito. Ecco cosa scrive in proposito, Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino:

(Figg….) Gatta (…), pp. 149 e 150, in cui si parla delle origini dei Sanseverino
Il nipote dell’Antonini, Mazzarella Farao (…), nella seconda edizione (postuma) della ‘Lucania’ di Antonini, edizione Tomberli del 1795, in proposito al Monastero benedettino che l’Antonini poneva nel luogo detto “le Celle”, a p. 378 nella sua nota (*) postillava che: “(*)……….Non bisogna confondere S. Angelo con S. Arcangelo, ne questi con le ‘Celle’, com’è chiaro da quel che ne dice Scipione Ammirato, scrivendo di Rainaldo Conte dè Marsi, uno dè famosi benefattori dei Monaci suddetti., ed al dir del Cioccarelli, il quale mette il ‘S. Arcangelo’ vicino Perdifumo ‘de Cilento Caputaquensis Dioccesis’ ecc…”. Dunque, anche il nipote dell’Antonini, Mazzarella Farao cita Scipione Ammirato (…) e si riferisce al suo ‘Delle famiglie nobili napoletane‘, pubblicato nel 1580. Scipione Ammirato (…), parlando dei Sanseverino, ed in particolare del Conte di Marsico Rainaldo Sanseverino, a p….., in proposito scriveva che: ………………………………..
Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino), ‘Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis‘, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino. Leone Mattei Cerasoli (…), a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi. ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18). Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”.

vorrei maggiori informazioni sul culto per San Giuliano da parte dei monaci italo-greco basiliani