Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie intorno all’origine di alcuni centri come Vibonati.

Vibonati
Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Andrebbero pure ulteriormente indagate le sparse e frammentarie notizie intorno ad alcuni piccoli ma antichissimi centri come Vibonati. Per l’origine di alcuni centri del ‘basso Cilento’ e di alcuni Monasteri, sorti, alcuni dei quali, quasi tutti ormai scomparsi, ci aiuta lo studio delle poche fonti storiche fino a noi giunte, in originali (pochissime) o trascritte nei primi del secolo XIX, che lavorarono negli archivi Angioini prima della loro distruzione. Sebbene, le poche testimonianze, Atti e donazioni pervenuteci, soprattutto quelli sul patrimonio immobiliare e fondiario dei detti Monasteri, frutto delle passate donazioni e privilegi, sono ancora oggetto di studio e ci riservano a volte rare sorprese. In questo nostro saggio, parlerò ed indagherò di un interessante notizia riferita Nicola Maria Laudisio (…), secondo cui Vibonati, insieme ad altri centri del basso Cilento, si siano ripopolati intorno al X secolo, con famiglie provenienti dalla Calabria, chiamate da monaci italo-greci che avevano impiantato già da molto tempo, in questi luoghi, cenobi e monasteri. Ad avvalorare la notizia riferitaci dal Laudisio (…) e poi in seguito citata anche dal Cappelli (…), è una nostra personale scoperta. Si tratta di un documento del 1097, dove figura un monaco di Vibonati, Sergio Milano, a cui venne concessa la facoltà di costruire una cappella a S. Fantino, forse una località o una grangia di un preesistente monastero o cenobio italo-greco, nel territorio saprese, che come sappiamo non dista molto da Vibonati. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Forse queste notizie riguardano anche Sapri ed il suo antico porto. La notizia che alcuni paesi, sono sorti in epoca Normanna, nel 1065, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, tratta dal Laudisio (…) e, che secondo cui “in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra Diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati, una città sorta, come pensa qualche studioso, sulle rovine dell’antica Vibona, un volta sede vescovile, ecc…”. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, dopo la caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” (stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964), parlando di “Vibonati”, a p. 37 (p. 273), in proposito scriveva che: “L’attuale Vibonati potrebbe connettersi con l’antico Vibo, ma, siccome l’etnico di Vibo è Vibonensis, si potrà, come ipotesi di studio, supporre che si tratti di un’immigrazione dell’antica Vibinum, l’attuale Foggia; cfr. G. Alessio in ]apigia XVI, 1945, p. 44 e Le lingue indoeuropee ecc., p. 459 segg.”.
Nel IV sec. a.C., Vibonati, colonia dei Fenici scampati alla distruzione di Tiro
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia”, a p. 158, in proposito scriveva che: “Bosio, nelle sue “Note alla VII Epistola ad Attico di Cicerone”, lasciò intendere che Vibonati, nel IV secolo a.C., fosse colonia dei Fenici, definendola “Vibo oppidum Thuriorum”. La notizia, anche se non confermata può essere ritenuta di una certa attendibilità. Difatti, Alessandro il Grande, una volta sconfitto Dario III nella grande battaglia di Isso (333 a.C.) volendo completare la conquista dei paesi costieri del Mediterraneo, invase la Fenicia e, dopo un lungo assedio, prese e distrusse, in quello stesso anno, la famosa e fiorentissima città di Tiro (12).”. Il Guzzo, a p. 158, nella nota (12) postillava: “(12) U. Nicolini, Storia Orientale e Greca – Torino – Utet, 1960, pag. 282”. Ugo Nicolini (….), nel suo “Storia Orientale e Greca”, nel cap. V dedicato alla “Storia dei Fenici”, a p. 53, in proposito scriveva che: “Fu poi conquistata da Ciro, re dei Persiani, e infine da Alessandro Magno, il quale la sottomise nel 332, dopo aver assediata e distrutta Tiro, che si difese a lungo con grande ardimento.”. Il Nicolini, a p. 282 ci parla di Dario III che fuggì verso l’interno dell’Asia abbandonando la famiglia ma ovviamente non dice nulla di Vibone o Vibonati come afferma il Guzzo. Da Wikipedia leggiamo che i Fenici, dopo la battaglia di Isso contro Dario III, una volta ricostruita Sidone nel 345 a.C., poiché fondamentale base strategica, si arrende spontaneamente insieme ad Arado e Biblo all’arrivo di Alessandro. Tiro si oppone e viene cinta d’assedio: il conquistatore unisce l’isola alla terraferma e conquista la città, che tuttavia mostra in seguito una ripresa. La cultura greca, già nota dai commerci, presenta un’accelerazione dell’ellenizzazione: gli influssi artistici e le assimilazioni divine evidenziano un’interazione fra le due culture (Bonnet)[non chiaro], e un fatto lento e con ritorni (Moscati).[non chiaro] Dal I secolo a.C. si osserva l’intervento di Roma, che nel 64 a.C. istituisce la provincia di Siria, comprendendo le città fenicie. Il periodo sarà economicamente benefico, arricchito dallo splendore delle città di Tiro e Beirut. Il Guzzo continuando il suo racconto, in proposito scriveva ancora che: “I Fenici scampati alla devastazione ed all’eccidio della loro capitale, fuggirono, con le loro agilissime navi, per le coste occidentali del Mediterraneo, rifugiandosi in vari paesi. Alcuni di essi sbarcarono nel Sinus Vibonensis e attratti dalla fertilità dei campi, dalla rigogliosa vegetazione dei boschi circostanti e dalla grande ricettività del litorale che molto somigliava a quello dell’abbandonata patria, vi si stabilirono e vi fondarono alcune colonie. Una di esse dovette essere Vibone, e tae avvenimento sembra essere confermato dal nome che ancora oggi il rione più alto di Vibonati porta di “Tirone”, da Tiro appunto. Ma i Fenici non trovarono disabitate queste terre. Etc…”.Dunque, il Guzzo riporta una notizia di Bosio (….), che, secondo lui: “…nelle sue “Note alla VII Epistola ad Attico di Cicerone”, lasciò intendere che Vibonati, nel IV secolo a.C., fosse colonia dei Fenici, definendola “Vibo oppidum Thuriorum”.”. Intanto bisogna chiarire se questa fosse una notizia di Bosio o si trattasse di una notizia dataci da Cicerone nelle sue “Epistole ad Attico”. Cicerone, nelle sue lettere all’amico Attico, scrisse che in diverse occasioni si era fermato ad “Hipponem”. Sempre parlando di questa località, nel Bruzio e non distante da Reggio Calabria, Cicerone riportò delle notizie storiche riguardanti le origini di quei luoghi, delle poplazioni che ivi si femarono probabilmente già prima dell’VIII secolo a.C.. Ma Cicderone si riferiva alla Hipponium. Da Wikipedia leggiamo che Vibo Valentia, già Monteleone fino al 1863 e Monteleone di Calabria dal 1863 al 1928. Corrisponde all’antica Hipponion (Ἱππώνιον), importante città della Magna Grecia su cui sorse poi la colonia romana di Valentia. Tuttavia, è vero che sulle lettere di Cicerone vi sono delle distanze che non tornano e molti pensano che la Hipponion citata da Cicerone non fosse la colonia romana di Valentia ma si trattasse della “Vibone Lucana” che poi sarebbe Sapri. La questione è stata da me trattata quando parlo di Cicerone e delle sue lettere e dei riferimenti al “Fundus Siccae”.
Vibonati

(Fig…) Costume d’epoca di Vibonati (immagine tratta da Pietro Ebner (…))
Nel 1065, le migrazioni di famiglie provenienti dalla Calabria Bizantina che vennero a ripopolare Morigerati, Battaglia, Vibonati e Sicilì
Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX: “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: “Quasi in questo momento Enrico III viene sostituito al posto del defunto padre Enrico, e Alessio succede a Nicheforo, imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo, sconfitto in una grande battaglia, espulse completamente i Greci dalla Calabria, lasciando solo sacerdoti greci, che fino ai nostri tempi conservano la lingua e i costumi”. Dunque, il Platina (….), scriveva che ai tempi dell’Imperatore Niceforo Foca e della cacciata dei Bizantini dalla Calabria da parte di Roberto il Guiscardo “espulse completamente i Greci dalla Calabria, lasciando solo sacerdoti greci, che fino ai nostri tempi conservano la lingua e i costumi”. Dunque, il Platina, nel 1540 scriveva che dopo la grande battaglia in cui Roberto il Guiscardo sconfisse i Bizantini e riconquistò la Calabria e la Puglia, molte famiglie greche furono espulse dalla Calabria e dalla Puglia. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…”. Dunque, il Laudisio scriveva che in seguito alla caduta della Calabria Bizantina, vinta dal normanno Roberto il Guiscardo, molti monaci italo-greci che vennero a rifugiarsi nei nostri monasteri, si distinguevano: “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Il Laudisio scriveva che quei monaci italo-greci si distinguevano fra quelle famiglie di origine bizantina probabilmente provenienti dalla Calabria bizantina che vennero nelle nostre terre e ivi fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla coltura delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, il Cappelli scriveva chiaramente che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, etc…”, ovvero che, nei borghi di Morigerati, Battaglia, Vibonati e Sicilì, furono costituiti da popolazioni e famiglie calabresi chiamate ed accolte dai monaci italo-greci o basiliani che si erano stabiliti già da tempo nei piccoli monasteri sorti in questi luoghi. Dunque, Biagio Cappelli confermava l’ipotesi della colonizzazione dei monaci Basiliani o italo-greci che, ai tempi dell’Impero Bizantino e dei primi Longobardi si spostarono verso le nostre contrade. Dunque, il Cappelli scriveva che i piccoli borghi del basso Cilento come Morigerati, Vibonati, Battaglia e Sicilì furono in origine “costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Anche il sacerdote Gaetano Porfirio (…) che, nella sua ‘Diocesi di Policastro’ (…), a p. 538, io credo, riferendosi al periodo storico che precedette la nomina di Pietro Pappacarbone primo vescovo della restaurata sede Paleocastrense, affermava che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da qui l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie. Non è per tanto da passare sotto silenzio come quivi a questi tempi esstessero due badie, dette minori, dell’ordine basiliano, una di S. Pietro e l’altra di Sangiovanbattista, etc…”.

(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx
Dunque, il Porfirio, forse sulla scorta del Laudisio scriveva che in quel periodo storico molte famiglie greche e calabre e pugliesi cacciate da Roberto il Guiscardo emigrarono nelle nostre terre originando alcuni piccoli borghi come Morigerati, Battaglia e Vibonati. Sempre il Porfirio scriveva, forse sulla scorta del Laudisio che queste famiglie Calabresi emigrarono anche a Camerota e a Rivello. Su quel periodo storico e gli avvenimenti succedutisi ha scritto pure Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che: “…..la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni ed in proposito scriveva che: “Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”. Il Volpi (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a pp. 17-18, in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate…………..Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc…”.
Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che alcune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”.
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Come abbiamo visto ‘Casalecti’ nel medioevo era, insieme alla vicina ‘Bactalearum’ (23) (quest’ultima fondata, secondo il vescovo Laudisio, da “venerabili monaci orientali” che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche (24) che, come abbiamo visto, si insediarono nel territorio del sud Italia a partire dal VI secolo d.c. a seguito dell’occupazione bizantina) un casale della Terra di Tortorella.”. Nicola Montesano scriveva che nel medioevo “Casalecti” (Casaletto Spartano) e, “Bactalearum” (Battaglia) erano due casali di Tortorella. Siccome nel medioevo il casale di Battaglia era un casale come Casaletto che dipendeva da Tortorella (scrive il Montesano), egli lega la notizia a quella dell’origine di ‘Battaglia’ citata al Laudisio (….), ovvero un’origine remota dovuta alle persecuzioni di monaci provenienti dall’Oriente sin dal VI sec. d. C. e che, nel X-XI secolo, con i Normanni si ingrandirono grazie alle popolazioni calabresi chiamate dai monaci dei monasteri italo-greci ivi esistenti già da secoli. Su Morigerati ha scritto Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 41 in proposito scriveva che: “Secondo il Laudisio (11) saranno proprio i monaci greci a permettere la nascita di Morigerati e Battaglia. Certamente ai basiliani si deve la fondazione del paese stretto intorno alla chiesa di S. Demetrio, in magnifica posizione dominante, circondata com’è per tre lati da pareti a picco sui fiumi Bussentino e Bussento e con un solo lato, quello Nord, di più agevole ingresso, ma protetto dalla disposizione ad ali delle abitazioni, con al centro il nucleo del castello e la porta principale. Esiste giusto di fronte a Morigerati, sull’altra sponda del Bussentino e affacciantesi sull’intera vallata che porta al monte Bulgheria, il luogo chiamato ‘Romanù’, oggi ‘Romanuro’, che potrebbe indicare un primo agglomerato stretto intorno ad una cappella dei monaci basiliani (vedi capitolo “Introduzione”). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei Greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede vescovile era vaccante e lo sarà fino al 1067……………..Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato ecc…”. Il Gentile a p. 49, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci, op. cit., pag. 278 sub nota 1.”. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”.
L’indagine glottologica, conferma la presenza di monasteri italo-greci nell’area
Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102, ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia, “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e “nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano diversi Registri di dimissione rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 ed una del 1608″ (Volpe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132).”. Giuseppe Volpi (…) in proposito dice che “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”. Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (dopo l’anno 915), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Qui il Volpi, scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Il Volpi (…), ci parla della notizia citata dal Racioppi, quando a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”.
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Antonini a proposito della deduzione della colonia nell’anno 561 di Roma.“.
‘Vibonam’, per il Barrio, antica sede vescovile
Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: “…..che si distinguevano fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Ecc…”. Rileggendo il testo di Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 (v. Visconti, p. 16 (…)), leggiamo che: “Turba graecorum plurima advenit ea tempestate in dioecesim, expulsa a duce Guiscardo ex Calabria et Apulia (47), ad abbatiam S. Johannis ab Epyro et ad alteram S. Coni Camerotae se confugiens, opera Calogerorum ecc…”. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti (…), a pp. 16-17, nella sua nota (48), postillava che: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, nella nota (49), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Sulla notizia della sede vescovile di Vibona, il Laudisio a p. 73 (p. 17, versione latino della versione curata dal Visconti) postillava nella sua nota (48) che: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”. Il Laudisio scrivendo “Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile.” si riferiva a Gabriello Barrio (….) ed al suo testo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s., scritto e pubblicato molto prima dell’Ughellio (…). Il Barrio a p. 139 parlando dell’antica città di Vibone scriveva che era “una città una volta sede vescovile” (come scrive anche il Laudisio) ma credeva che questa città non fosse una “Vibone” in Lucania ma fosse l’antica “Hipponium” che credeva fosse la città calabra di “Vibo Valentia” :

(Fig….) Barrio Gabriele, De Antiquitate et situ Calabriae, Tomo V, parte I, libro II, p. 139
Dunque, la prima notizia circa una sede episcopale a Vibona, proviene dal Barrio (…) (Fig…). L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, da p. 420 e s., dedica molte pagine a Vibonati ed al suo toponimo e, disserta sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando le tesi del Barrio (…) nel suo “De antiquitate et Situ Calabriae” che, critica e confuta la sua tesi. Infatti, l’Antonini scrive che il Barrio confutava Plutarco (….), il quale, al contrario parlava di una ‘Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco (…) e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di ‘Vibone’, dà torto a Barrio (…) e cita anche Pomponio Mela. Il Barrio (…), nel tomo V, parte I, libro II, a p. 139, in proposito ad “Hipponium” (la città dei cavalli), in proposito scriveva che: “………………”. L’Antonini, a p. 420 in poposito alle critiche a Barrio scriveva che: “‘Gabriel Barrio’ nella, per altro, eruditissima ‘de situ Calabrie’, al lib. 2., per tirar tutto alla sua Regione, non solo volle a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso di ‘Vibo Valentia’, cioè l”Hypponium’ ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’, siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: “Ut Plutarcus, qui Vibonem in Lucania esse scribit”; ed a fede di lui standone l’Abate Aceti ecc…”. Dunque, come abbiamo visto, l’Antonini dava torto al Barrio che non la credeva “Vibone” in Lucania ma credeva che Plutarco e Cicerone si riferissero alla “Vibo Valentia” in Calabria. Anche Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…) affermava che: ”a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi in grazia dell’etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco esse si ebbero alcune di queste ancorate famiglie.”.
‘Bonati’, per il Laudisio, dove si trasferirono molte famiglie cacciate da Roberto il Guiscardo
Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: “…..che si distinguevano fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (50) postillava che: “(50)……………………….”. Soffermiamoci sulla sua frase “…..che si distinguevano fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), etc…”.
Dall’anno ‘827 (IX sec.) fino al X secolo, l’invasione Araba della Sicilia e la migrazione di famiglie di monaci dalla Sicilia in Calabria
Già a partire dal VII sec. la Sicilia subì diversi tentativi di conquista da parte degli Arabi. Posta nel cuore del Mediterraneo, l’isola costituiva una piazzaforte strategica di fondamentale importanza per il controllo delle rotte mediterranee e l’impero musulmano si trovava agli inizi di quella straordinaria fase di espansione che ne avrebbe esteso il dominio su tutte le coste settentrionali dell’Africa e su gran parte della penisola iberica. L’ennesima invasione araba ebbe inizio ufficialmente nell’827 con lo sbarco presso Mazara del Vallo delle truppe berbere guidate dal grande giurisperito di origini persiane, Asad ibn al-Furat. Nell’831 cadde Palermo nuova capitale del dominio arabo sull’isola. Caddero quindi Messina e Ragusa, mentre Castrogiovanni, l’attuale Enna, fu conquistata soltanto nell’859. Ci vollero oltre dieci anni per sottomettere le popolazioni di Val di Mazzara e di Val Demone, ultimo territorio a cadere in mano musulmana. Siracusa fu presa ancora più tardi, nell’878, mentre l’assedio di Taormina iniziò nel 902. Rometta fu l’ultima roccaforte a cedere all’assalto musulmano nel 965. La conquista della Sicilia e le continue incursioni arabe sulla terraferma innescarono un consistente flusso migratorio che si sviluppò progressivamente lungo tutto l’arco del X sec. fino oltre la prima metà del secolo successivo. In una prima fase furono interessate tutta la Calabria e la Basilicata sud-occidentale. In seguito la presenza di comunità greche si estenderà anche all’interno dei domini longobardi, dove le attività di contadini, artigiani, preti e monaci greci sono ben attestate dalla documentazione d’archivio di molti importanti enti benedettini, soprattutto quelli di Montecassino, Cava dei Tirreni e Montevergine. Le vicende di questi personaggi, originari per la maggior parte della Sicilia orientale, ci offrono una testimonianza vivida e suggestiva di questo momento storico. Ma quest’ondata migratoria è descritta anche da un’altra fonte, quella dell’agiografia monastica, ovvero il racconto delle vite di alcuni santi monaci in fuga. Le agiografie tramandano frammenti di una storia comune, di cui i santi monaci sono protagonisti, ma non unici attori. Cristoforo che raggiunge la Calabria con i figli e la moglie; Fantino che invita i genitori e fratelli a raggiungerlo nella “spopolata Lucania”. Luca di Demenna che invita la sorella e nipoti a raggiungerlo nella Valle dell’Agri per fondare un nuovo monastero. Saba, figlio di Cristoforo, che, dopo aver lasciato a suo fratello Macario la guida dei monasteri da lui fondati alle pendici del Pollino, raggiunge Luca di Demenna che è in fin di vita, e si prende cura della sua sepoltura. Vitale da Castronuovo che decide di raggiungere la Valle dell’Agri per praticare l’ascesi in una grotta non lontano dal monastero fondato ad Armento dallo stesso Luca. Nilo da Rossano che lascia spesso il suo eremo per raggiungere Fantino suo maestro e guida, e lo stesso Fantino che si reca in visita presso la grotta dove Nilo pratica l’ascesi. Nei racconti di queste Vite straordinarie traspare la vicenda corale della migrazione, il processo di ricostruzione dei legami familiari spezzati dalla fuga, e la sapiente ricucitura di una rete di solidarietà che ancora oggi caratterizza le comunità di emigrati nelle terre d’arrivo.
In ogni caso, a partire dai secoli VII-VIII, sembra sia stato proprio il monachesimo a favorire l’incremento della popolazione greca, soprattutto in Sicilia e Calabria, più limitatamente in Campania e in Puglia dove la graduale e continua integrazione longobarda finì per dare a queste terre una fisionomia marcatamente latina. Già nel corso del VII secolo è attestata in Sicilia la presenza di un certo numero di igumeni (in greco bizantino: “abati”), e quindi di monasteri greci. Sembra inoltre che Calabria e Sicilia durante l’VIII secolo siano state meta di immigrazioni di profughi orientali, vittime dell’iconoclastia, come dimostra il fatto che, tra il Consiglio di Nicea del 787 e quello di Costantinopoli dell’869, i monaci di Calabria erano tutti greci. Le invasioni persiane o arabe o anche le persecuzioni che nel secolo VII seguirono il monotelismo, corrente filosofico-religiosa che vedeva nel Cristo due nature ma un’unica volontà (thélelema), potrebbero aver causato immigrazioni di elementi di lingua greca e di religione ortodossa, provenienti dalle estreme province orientali dell’Impero come Siria, Palestina o Egitto. Più tardi, nel 731, la decisione attribuita all’imperatore Leone III di aggregare le diocesi di Calabria e di Sicilia al patriarcato di Costantinopoli, staccandole dalla dipendenza e dal controllo della Chiesa di Roma, dovette dare certamente nuovi impulsi all’elemento greco e quindi allo sviluppo del monachesimo di tradizione bizantina in quelle regioni, attraverso i frequenti spostamenti di monaci e prelati da Oriente verso Occidente. La conquista islamica della Sicilia avvenne tra l’827 con lo sbarco a Mazara del Vallo, e il 902, anche se l’ultima città bizantina del thema di Sikelia a cadere fu, il 5 maggio 965, Rometta, che aveva continuato a resistere da sola. Malgrado la Sicilia avesse subito incursioni da parte dei musulmani fin dalla metà del VII secolo, esse erano finalizzate al saccheggio e non minacciarono mai il controllo bizantino. L’opportunità per gli emiri aghlabidi di Ifriqiya giunse nell’827, quando il comandante della flotta bizantina isolana, Eufemio, si rivoltò. Sconfitto dalle forze lealiste e cacciato dall’isola, Eufemio cercò l’aiuto degli Aghlabidi, che inviarono un esercito a invadere la Sicilia con il pretesto di aiutarlo. Eufemio venne tuttavia prontamente messo da parte. Un assalto iniziale alla capitale Siracusa, fallì, ma i musulmani furono in grado di respingere il conseguente contrattacco bizantino e a impadronirsi di alcune fortezze. Con l’arrivo di rinforzi dall’Africa e da al-Andalus, nell’831 espugnarono Palermo, che divenne la capitale della nuova provincia musulmana. Il governo bizantino inviò alcune spedizioni per respingere gli invasori, ma impegnato nel conflitto contro gli Abbasidi sulla frontiera orientale e contro i Saraceni di Creta nel Mar Egeo, fu incapace di trovare forze sufficienti per scacciare i musulmani, i quali per i successivi tre decenni saccheggiarono i possedimenti bizantini trovando un’opposizione quasi nulla. La fortezza di Enna al centro dell’isola fu il principale baluardo bizantino contro l’invasione musulmana, fino alla sua caduta nell’859. I musulmani aumentarono poi la loro pressione sulla parte orientale dell’isola, e, dopo un lungo assedio, espugnarono Siracusa nell’878. I Bizantini mantennero il controllo di alcune fortezze nel quadrante nordorientale ancora per qualche decennio, e i loro tentativi di riconquista continuarono fino all’XI secolo, anche se furono incapaci di sfidare seriamente il controllo musulmano. Lo stesso periodo, 885–886, vide inoltre i notevoli successi conseguiti in Italia meridionale contro i musulmani dal generale bizantino Niceforo Foca il vecchio.
Nel X secolo i Longobardi nel basso Cilento ed il castello di Gisulfo II a Vibonati
Antonio Di Rienzo e i La Greca (…), nel loro ‘Viaggio nel Cilento’, scrivevano su Vibonati: “A nostro avviso l’origine del borgo va ricercata in epoca longobarda quando colà troviamo un “Castellum” di Gisulfo, ultimo dei principi longobardi di Salerno. L’etimologia del toponimo è quindi longobarda; da “wibo” cioè “villaggio” e “Ate”, nome del ruscello che scorre poco più a valle: quindi “villaggio dell’Ate”. Le due tradizioni indicano comunque una continuità di vita in un luogo che rappresentò anche in epoca Normanna un ottimo punto di difesa….Il vecchio castello longobardo subì numerosi ampliamenti e rifacimenti e rimase centro di vita militare e sociale del borgo, che ancora oggi conserva nel centro storico quasi intatta la sua struttura medievale.”. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri’, a p. 203 e, nel suo ‘Il Golfo di Policastro ecc.’, a p…. , scriveva che: “A Vibonati il castello sorse ove oggi si erge la chiesa di Sant’Antonio. Servì prima come centro di osservazione, poi divenne “casa dominicata”, cioè abitazione del signore, costituendo così il ‘castrum’. Trincee strette e lugubri univano la fortezza alla parte bassa del paese, ossia i luoghi denominati “il Ponte”, “l’Anafora” e “le Coste”. Il ponte levatoio era situato ove oggi si allarga Piazza Nicotera: da una parte era difeso dal fiume, dall’altra da una torre a guisa di bastione che, con la sua forma circolare, ancora oggi è ben visibile dietro la fontana.”. Il Guzzo (…), a p. 204, riporta una foto di Vibonati che rappresenta la “Torre e Màstio dell’antico castello”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, ecc..’, a p. 205, scrivendo di Vibonati, diceva che: “Nel IX secolo Vibonati divenne rifugio delle disgraziate popolazioni costiere del Golfo, costrette, dalle frequenti scorrerie dei pirati Saraceni, a cercare asilo e scampo nelle zone più impervie e meno facilmente accessibili. Verso la metà del secolo XI, i Normanni fecero del territorio di Vibonati un loro possesso. Gisulfo II, ultimo principe longobardo di Salerno, aveva affidato Vibonati, insieme Policastro ed altri castelli della zona, al fratello Guido, prode e bellissimo cavaliere.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri’, a p. 205, scriveva che: “il castello dominava tutta la valle sottostante ove si accentravano le abitazioni rustiche dei coloni, quasi tutte di legno e che costituivano importantissimi nuclei rurali (27). Il Guzzo, nella sua nota (27), postillava che: “(27) V. Salvioli – Storia dell’Italia nell’alto Medio Evo – Napoli – 1913, p. 217.”. Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Riguardo il castello di Vibonati, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p…… parlando di Vibonati segnalava dell’Alfano (….). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Vicino alla porta del ‘ponte’, l’Alfano dice che vi era un mediocre castello con terrapieni.”. Ebner citando l’Alfano postillava che egli parlava di Vibonati a p. 41.
Vibonati
Chiamato in passato ‘li Bonati’, ‘Libonati’ o semplicemente ‘Bonati’, secondo storici locali, Vibonati sarebbe stata fondata da coloni romani e sia la Vibo ad Siccam di cui parla Cicerone. Altri studiosi ipotizzano una sua fondazione da parte di esuli fenici provenienti da Tiro, visto che una parte del paese è denominata Tirone. Andrebbe ulteriormente indagata la curiosa notizia tratta dalla bibliografia antiquaria. Scipione Mazzella Napolitano (…), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: ” Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri, oggi nominata Li Bonati…”. Dunque, Scipione Mazzella-Napolitano (….) scriveva che il Golfo di Policastro era chiamato dagli antichi “Seno Saprico” e aggiungeva pure che l’origine del toponimo dato al golfo di Policastro derivava da Sapri, ce ai suoi tempi era chiamata “Li Bonati”. Dunque, secondo Scipione Mazzella Napolitano (…), Sapri, nel 1568 era chiamata “Li Bonati”. Non è tanto curioso il fatto che nel 1568 Sapri fosse chiamata “Li Bonati”. Io credo che l’abbaglio del Mazzella sia dovuto al fatto che una parte del territorio di Sapri appartenesse ai Palamolla di Torraca ed una parte appartenesse ai Carafa di Policastro che ad un certo punto vendettero a qualcuno insieme alla baronia di Vibonati. Comunque la prima menzione del borgo risale al 1415, quando fu concesso a Masello Conte di Ravello. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’,del 1978, pp. 64-65 parlando di “Vibone”, dopo aver detto che Vibonati fu ricostruita nel X secolo ai tempi di Roberto il Guiscardo scriveva che: “Durante le incursioni del sec. XVI la città scomparve completamente e non fu più ricostuita (14).”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (14), postillava che: “(14) Laudisio N M., op. cit., p. 44.”. Nel 1603 Carlo Caracciolo ne fece vendita a Diego Simone, da cui passò a Francesco Pertinet, e Fabio di Bologna e a Francesco Galuppo. Al termine del periodo feudale era possesso di Teresa Caracciolo, principessa di Policastro. Dopo il 1415, ai tempi della concessione a Masello Conte di Ravello vi è un salto di anni che non si capisce chi lo possedesse. Inoltre, devo pur segnalare che il cimitero di Sapri, il cui terreno possiede il Comune di Sapri si trova in pieno territorio di Vibonati. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’,del 1978, a p. 63, scriveva che: “L’altra ‘Vibona’, invece, che nel Medioevo troviamo spesso citata col nome di “Vibona Lucana”, è oggi completamente scomparsa. Le strade e le costruzioni, che le carte topografiche del sec. XVII ancora tracciano, sono coperte da una fitta vegetazione. Vibone Lucana (13) si trovava circa a metà strada fra l’odierna Sapri e l’odierna Policasto Bussentino, alla foce di un piccolo fiume che formava un bacino portuale, prima di gettarsi nel mare: quindi il tipico porto per la navigazione antica. Il bacino è oggi terra ferma e i detriti hanno avanzato la spiaggia di circa 200 metri. Questo è il comune di destino di quasi tutti i porti antichi del basso Tirreno; essi erano situati alle foci dei fiumi ecc..”. Il Tancredi a p. 63 parlando dell’antica “Vibone Lucana”, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600”. Sulla carta in questione ho ivi scritto un mio saggio dove l’ho pubblicata integralmente.

Il Tancredi, continuando il suo racconto a p. 64, in proposito scriveva pure che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova un villaggio, detto ‘Petrasia’ (17), che poco dopo scompare e rimase col nome di ‘Villammare’ (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13.”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. dal Troyli, Tomo I, P. II, p. 178 in “Additions ad Calepinum” la dice “Bibone”.”. Il Tancredi citava il Troyli (….), Tomo I, Parte II, nel suo “Istoria generale del Reame di Napoli” parlando di ‘Vibo Valenza’, a pp. 177-178 scriveva che: “X. Questa citta di ‘Vibona’ (che sul principio dispregevole non era per esservi gito da Roma un presidio di tre mila settecento Fanti, e di trecento Cavalli come sovra ‘Livio’ dicea; e per essere stata fin da Secoli di mezzo città Vescovile, come ce ne fà fede S. Gregorio Magno (d), nella pistola a ‘Rufino’ Vescovo di ‘Vibone’; nella città di Montelione da Gabriello Barrio vien collocata; dove pur la situa ‘Giuseppe Bisogno de Gatti’, nella sua storia di Montelione, nell’anno 1722 in Napoli stampata: Ma perchè quest’ultima città da ‘Federico II’ Imperadore fu fabricata, al dire di ‘Nicolò Jansilla’, (a) e da quattro miglia lontana dal mare si vede, allorchè ‘Vibone’ città marittima era, secondo il lodato ‘Strabone’, perciò in logo diverso da Montelione collocar si debbe, cioè o in ‘Torre Loppa’ con ‘Filippo Cluerio’, o in ‘Bivona’ con ‘Filippo Ferraro (b). Lasciando da parte l’opinione di qualche altro Autore, che per amore della sua Lucania la vorrebbe nè ‘Bonati’, da ‘Vibone’ deducendo ‘Vibonati’, con una etimologia molto nuova (c) Fu decantato, anche nè tempi antichi come Luogo da ‘Ateneo’ (d) per l’abbondante pesca de Tonni de ottimo sapore.”. Il Troyli, citava “Filippo Ferraro”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. dal Troyli, Tomo I, P. II, p. 178 in “Additions ad Calepinum” la dice “Bibone”.”. Dunque, secondo il Tancredi la citazione del Troyli di Filippo Ferrario riguardava il testo di “Additions ad Calepinum”. Il Troyli scriveva che l’antica ‘Vibone’ era citata nel testo di Filippo Ferraro come “Bivona”. Si tratta del testo Philippus Ferrarius Alexandrinus (Italice Filippo Ferrari), 1551 Oviliae prope Alexandriam Statiellorum natus et 1626 Mediolani mortuus, fuit geographus et hagiographus Italicus ex Ordine Servorum Mariae che ha per titolo: “Lexicon Geographicum”, del 1670. Dunque, stando a ciò che scriveva il Troyli ed il Tancredi, Filippo Ferrario citò questa città scomparsa di “Bivona”. Il Ferrario, a p. 375 scriveva: “Bivona, Hippo, Vibo, oppudulum Calabriae”. Infatti, sotto la voce “Vibo Valenzia” a p. 323, scrive di Hippo e Bivona e chiama il golfo di S. Eufemia “Sinus Vibonensis”.
Nell’XI secolo, “Vibonem”
Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa l’esistenza di una città in Lucania chiamata “Vibone”, una città sorta sulle antiche rovine di “Vibone” che un tempo fu anche una sede vescovile, una delle prime diocesi fondate da S. Paolo e che, nel X secolo accolse alcune famiglie calabresi. Sull’antica città di “Vibone” (Lucana), antica sede vescovile ho scritto ivi in un altro mio saggio. In questo mio saggio vorrei fare il punto su alcune notizie storiche che riguardano questa antica città, forse sorta tra le campagne dell’attuale Sapri e Vibonati che, nel X secolo ospitò diversi nuclei familiari chiamati a ripopolarla dal normanno Roberto il Guiscardo. L’antica città di “Vibone” continuava a sopravvivere come ci attestano alcune notizie tratte da alcune epistole di papa Gregorio Gregorio magno (papa Gregorio I), che fu papa nel 540 d.C.. Riguardo l’antica sede vescovile di “Vibone” di cui scriveva papa Gregorio Magno ho ivi scritto altri miei saggi. Il sacerdote Luigi Tancredi (….) parlando dell’antica sede Episcopale di “Vibone”, in proposito scriveva che: “Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’,del 1978, p. 64, il suo racconto, scriveva che: “Vibona Lucana era già poco importante quando nel X secolo (forse intorno al 915-950), gli abitanti fondarono la nuova città di Vibonati a pochi chilometri verso l’interno, sulla prima collina che si prestava allo scopo. Ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: “Per dare un quadro completo delle notizie su Vibona, ecc…ecc…”. Poi il Tancredi proseguendo il suo racconto scriveva che: “In più sappiamo che l’evangelazzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Gaetani (…), nel suo introvabile libretto sull’antica diocesi di Bussento, a riguardo scriveva che a Buxentum, nel 501, appare un Vescovo chiamato Rustico. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).” e, poi il Laudisio, continua il suo racconto scrivendo che alcune di queste comunità furono associate e Commendate (cioè dipesero) all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti (…), a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, nella sua nota (48), postillava che: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, nella nota (49), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Infatti, la stessa notizia riportava Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, che nel 1963, a p. 323, scriveva che: “…a Vibonati, che la tradizione locale dice costruita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22).”. Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (22), postillava che la notizia della tradizione locale è tratta dal Laudisio: “(21) F. Trinchera, op. cit., p. 80.” e, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis…N.M. Laudisii etc, Neapoli, 1931, pp. 34 e s.; v. in questo volume ‘Il monachesimo basiliano e la grecità medievale etc.”. Anche il Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, che nel 1963, a p. 323, scriveva che: “…a Vibonati, che la tradizione locale dice costruita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22).” e, citava il Laudisio (…), nella sua nota (22). Il Cappelli (…), citava il Laudisio (…), a p. 73 della versione curata dal Visconti (…). Il Cappelli (…), sulla scorta del Laudisio (…), a proposito di una sede vescovile di Vibonati, scriveva che: “…a Bonati, una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona, un volta sede vescovile, tant’è vero che S. Gregorio Magno (49), scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere identificata con Vibonati”. Anche Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…) affermava che: ”a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi in grazia dell’etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco esse si ebbero alcune di queste ancorate famiglie.”. Il Porfirio (…), nella sua nota (2), trae la notizia dall’epistola di Papa S. Gregorio Magno: ‘Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18’. La notizia citata dal Laudisio (…) e dal Volpe (…), è tratta dal Binio (…) e dal Gatta (…). Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che:

Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (2), si riferiva alle origini di alcuni nostri centri, come ad esempio Vibonati (li Bonati): “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, ……altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Il Porfirio si riferiva alle epistole papali ed è la stessa identica nota riportata dal Laudisio (…).

(…) Porfirio (…), p. 538, col. sn.
La tesi potrebbe essere quella che in un certo periodo, come afferma il Lanzoni (…): «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…), e quindi, come dice il Lanzoni (…), a causa delle continue incursioni Longobarde, nel VII secolo, alcune città lucane preesistenti (di cui parla Tito Livio), che intorno al V e VI secolo d.C., iniziarono a costituirsi giovani nascenti comunità cristiane, come l’antica città di Blanda che, a causa delle frequenti incursioni longobarde, dovettero trasferirsi in luoghi vicini ma più sicuri come poteva essere il ‘Porto di Sapri’ e ad indurre il papa S. Gregorio Magno (…) ad affidarne la cura al Vescovo Felice di Paestum (trasferitosi ad Agropoli fortificata). Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, del 1601, scriveva che a Camerota, i fuochi erano 183 e che molti volevano che Camerota fosse nata dalle origini di Molpa ed in proposito a p. 73, scriveva che: “Appresso Policastro col suo Golfo, che gli antichi chiamavano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri hoggi nominata ‘li Bonati’.”.
Nel 1008, un documento ed una donazione confermano la presenza
Biagio Cappelli (…), nel suo “Il Monachesimo Basiliano ai confini Calabro-Lucani”, scriveva che la notizia secondo cui l’origine di alcuni paesi dell’entroterra del basso Cilento, fosse dovuta all’emigrazione di popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da monaci italo-greci “ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008″, il monaco italo-greco Giovanni del monastero di S. Arcangelo de Cilento (…), ecc..ecc.., ovvero il Cappelli (…), a p. 23, cita un documento del 1008, tratto dal Codice Cavense “Codex Diplomaticus Cavensis”, di cui parleremo. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando delle origini di alcuni paesi del basso Cilento, scriveva in proposito che alcuni centri come Vibonati, si erano popolati grazie a: “popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”.
Nell’XI secolo, le migrazioni di popolazioni Calabresi verso alcuni paesi come Vibonati chiamatevi da igumeni (monaci) dei monasteri italo-greci preesistenti sul nostro territorio
Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente, dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. L’opera del normanno Guiscardo, si inserisce anche in un contesto in cui parte dei nostri territori, soprattutto nella diffusione dei cenobi e dei Monasteri italo-greci o basiliani, risentivano dell’influenza della regola bizantina e della nascente regola monastica benedettina. In Calabria, l’invasione dei Longobardi ne spezzò l’unità, strappandole il Cosentino, annesso al ducato di Benevento e poi al principato di Salerno (847). La riunificazione sotto i Bizantini (con l’erezione a tema: inizio X sec.) aprì una fase di radicale ellenizzazione, appoggiata dalla diffusione del monachesimo basiliano; ma per l’inerzia e il fiscalismo del governo decadde l’agricoltura, rinacque il latifondo, sparì quasi ogni energia locale. Il Guiscardo, dunque, dopo aver distrutto, forse per la seconda volta la città di Policastro, pensò bene di tradurre molti dei superstiti e trasferirli in alcuni paesi della Calabria a lui già soggetti da tempo. Già nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa. Un documento del 1080, citato nella Lucania dell’Antonini (…) dice che esisteva nell’Archivio Diocesano di Policastro e, poi citato anche dal Racioppi (…), sulla scorta del Pellegrino (…), di Ammirato (…) e, di Porfirogenneta (…), l’Antonini scriveva che si parla “di alcune concessioni (privilegi concessi) del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte”, “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”, “parole che dimostrano che a quel tempo non eran pochi”. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui, all’epoca di Roberto il Guiscardo, alcune famiglie Calabresi, ripopolarono alcuni centri come Vibonati e Morigerati. La notizia riferitaci da Biagio Cappelli (…), proviene dal Laudisio (…), che la traeva da Bartolomeo Platina (…). Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, Biagio Cappelli (…), a p. 23, riferiva la notizia storica secondo cui alcuni nostri centri, come ad esempio Vibonati (al tempo della penetrazione Normanna di Roberto il Guiscardo sul Principato Longobardo di Salerno di Gisulfo II), sarebbero stati “costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani”. Il Cappelli, traeva l’interessantissima notizia dal Laudisio (…)(vedi nota (40) a p. 33). Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, sulla scorta di Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platina (…), ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1573 (vedi sua nota (47)), a p. 16 (vedi p. 73, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che intorno al XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati, una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona, una volta sede Vescovile, ecc…”. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 16, nella sua nota (47), postillava in proposito che: “(47) Platin. In vita Steph. papae IX.”. Il Laudisio, alla sua nota (47) dice di aver tratto la notizia dal testo di Platino, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platino, Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573. Il Laudisio (…), alla sua nota (47), postillava che la notizia era stata tratta da Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’ che, stà in Bartolomeo Platina (…), Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573, dove a p. 150 parla della vita di papa Stefano IX:

(Fig…) Bertolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1573, p. 150
Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX: “Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: “E Roberto il Guiscardo aveva conquistato i greci, una grande battaglia, e Calabria a tutti di guidare, lasciando solo il modo di Greci, ai sacerdoti, che sono venuti anche ai giorni nostri, la lingua della penna veloce a casa con il loro carattere.“. Il Platina (…), ci parla della conquista delle Calabrie da parte di Roberto il Guiscardo che sconfisse i greci (i bizantini) in una violenta battaglia contro l’Imperatore Niceforo Foca e, scrive pure che il Guiscardo lasciò: “….solo isacerdoti greci, che erano in fondo alla nostra lingua preservano il suo carattere. accettare di essere diminuita.”. Rileggendo il testo di Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 (v. Visconti, p. 16 (…)), leggiamo che: “Turba graecorum plurima advenit ea tempestate in dioecesim, expulsa a duce Guiscardo ex Calabria et Apulia (47), ad abbatiam S. Johannis ab Epyro et ad alteram S. Coni Camerotae se confugiens, opera Calogerorum ecc…”, che tradotto è secondo il Visconti: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra Diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio (…), a differenza di quanto scrive il Cappelli (…), non parla di famiglie calabresi ma parla di “moltissimi monaci orientali”, cacciati da Roberto il Guiscardo. Nelle note del Visconti (…), vediamo che il Laudisio (…), traeva la notizia dal Platina (…), dove però si legge solo che Roberto il Guiscardo, aveva conquistato la Calabria ai greci (i bizantini) e che aveva lasciato di bizantino in Calabria solo i monaci ed i monasteri italo-greci che avrebbero preservato la lingua e le scritture greche. La notizia che alcuni paesi come Vibonati, fossero stati “costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani” è del Cappelli (…), che ne parlava a p. 23 e a p. 323 del suo testo (…). Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 17, nella sua nota (48), postillava in proposito che: “(48) Bar., Ant. Lucan., part. 1, pag. 139.”. Dunque, il Laudisio si riferiva a Gabriele Barrio (….) ed al suo ‘De Antiquitate et situ Calabriae’, parte 1°, P. 139. La Parte II a p. 139 dove il Barrio parla della città calabrese di Neocastro.

(Fig….) Barrio Gabriele, De Antiquitate et situ Calabriae, parte II, p. 139
Il Cappelli (…), sulla scorta del Laudisio (…), cita la notizia che, secondo la tradizione locale, si credeva che Vibonati fosse stato costituito “da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22).”. Biagio Cappelli (…), nel 1963, citava questa interessantissima notizia, anche in un altro suo scritto. Il Cappelli (…), a p. 323, parlando di S. Fantino e del Cilento meridionale, scriveva sull’antico documento pubblicato dal Trinchera (…): “con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ecc..”. Stando all’antico documento (…), datato anno 1097 (XII secolo), pubblicato dal Trinchera (…), il monaco Milano Sergio, abitante in Vibonati, nell’anno 1097, riceveva da ‘Odo Marchisius’, il privilegio – Sigillum factum – di costruire un monastero intorno alle predetta chiesetta campestre dedicata a S. Fantino a ‘Scido’ – e, di cui – il Cappelli (…), dice – rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Il Cappelli (…), però, oltre ad accennare al personaggio di “Odo Marchisii”, citato nell’antico documento del 1097, pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…), a p. 323, sosteneva che, il monaco Sergio Milano, abitante a Vibonati, scriveva: “…che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22)“ e, fa risalire questa notizia dal Laudisio (…). Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (22), postillava che la notizia della tradizione locale è tratta dal Laudisio (…), op. cit., p. 34: “(22) Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis…N.M. Laudisii etc, Neapoli, 1931, pp. 34 e s.; v. in questo volume ‘Il monachesimo basiliano e la grecità medievale etc.”. Il Cappelli (…), sosteneva che Laudisio (…), credeva il piccolo borgo medievale di Vibonati, costituito da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani dei monasteri italo-greci del posto. E’ un’interessantissima notizia che si incrocia con altre nostre recente intuizioni che, meritano ulteriori approfondimenti. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto. Oltre al Cappelli (…), la notizia delle famiglie calabresi, e non monaci come voleva il Laudisio (…), cacciate da Roberto il Guiscardo, è riferita nel 1848 (dopo il Laudisio), da Gaetano Porfirio (…) che, nella sua ‘Diocesi di Policastro’ (…), forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del suo coevo Laudisio (…), parlando del periodo storico che precedette la nomina di Pietro Pappacarbone primo vescovo della restaurata sede Paleocastrense, affermava che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da qui l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.” :

Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Il Porfirio si riferiva alle epistole papali ed è la stessa identica nota riportata dal Laudisio (…). Il Porfirio (…), a p. 538, riferiva la stessa notizia riportata dal Laudisio (…), ma da “moltissimi monaci orientali“ (come appunto scriveva il Laudisio), modificava in “ una gran moltitudine di famiglie greche”, ed è forse proprio per questo motivo che il Cappelli (…), anche alla luce dei documenti citati, scriveva che alcuni centri come Morigerati, Battaglia e Vibonati, erano stati: “costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani”. Il Porfirio (…), a p. 538, col. ds, nella sua nota (3), postilla del Cardinale Guglielmo Sirleti e cita un codice in Biblioteca Vaticana: il Vat. Lat. 2101, dove, presumo, vengono raccolti documenti papalini che attestano il divieto del rito greco nelle nostre chiese. Gerhard Rohlfs (…), nel suo ‘Mundarten und Griechentum des Cilento’ (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), segnalava ciò che scriveva il Racioppi (…), nel 1888, un paio di anni dopo la pubblicazione della ‘Synopsis’ del Laudisio (…). Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, vol. II, a pp. 99-100, parlando dei grecismi nella nostra terra, nella sua nota (2) di p. 99 (e poi continua a p. 100), postillava che: “Qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia, “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e “nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano diversi Registri di dimissione rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 ed una del 1608″ (Volpe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132).”. Dunque, da quanto leggiamo dal Racioppi (…), egli traduce in modo differente cio che aveva scritto il Visconti (…), nell’edizione da lui curata della ‘Synopsis” del Laudisio (…). Il Racioppi, come anche il Porfirio (…) e, il Cappelli (…), ci parla di “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro. Erano di quelle greche famiglie ecc..“. Il Racioppi, non traduce il Laudisio, parlando di “moltissimi monaci orientali,..”, ma scrive: “Erano di greche famiglie…”, espulse dalla Calabria e dalla Puglia dal Guiscardo. Avendo letto il Racioppi (…), ora siamo certi dell’origine della notizia riferitaci dal Cappelli e dal Porfirio, ovvero che il Guiscardo, indusse alcune famiglie calabresi ad emigrare in alcuni nostri centri. Siamo certi anche che l’origine della notizia proviene dal Laudisio (…), che ne scrisse nella sua ‘Synopsis’, ma non conosciamo da dove il Laudisio l’avesse tratta. Il Visconti, che cura l’edizione recente della ‘Synopsis’, postillava che la notizia fosse tratta dal Platina (…), ma abbiamo visto che il Platina (…), ci parla di Roberto il Guiscardo ma, non dice nulla sull’origine dei piccoli centri di Vibonati, Morigerati e Battaglia. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Biagio Cappelli (…), a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”.
Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), e scrive: “Al seguito dei Normanni era giunta nel Sud dell’Italia una moltitudine di monaci e abati che soppiantarono le istituzioni greche, lasciando che queste intraprendessero un irrimediabile processo di decadimento e precipitassero nel più completo abbandono. I monasteri mercuriensi finirono sotto la giurisdizione delle neo-istituzioni benedettine, le quali fecero subito man bassa dei loro possedimenti terrieri e si spartirono i codici miniati che sino ad allora avevano rappresentato il tratto distintivo e il motivo di vanto delle biblioteche monasteriali greche.“. Il Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che: “Il monastero di San Nicola di Donnoso, annota Russo, «registrò un progressivo incremento dei propri beni fondiari, al punto da non risentire degli effetti delle depredazioni normanne, né della grande carestia del 1058. È questo un aspetto di non secondaria importanza che rafforza maggiormente la convinzione della potenza, anche economica, del monastero di San Nicola di Donnoso e della brama di venirne in possesso da parte dei Normanni e delle organizzazioni religiose latine. Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». La notizia di famiglie calabresi che ripopolarono o costituirono l’origine di alcuni paesi delle nostre terre coma Vibonati, Morigerati e Battaglia (e forse anche Sicilì), può trovare un riscontro anche nella tradizione popolare secondo la quale Tortorella fu fondata da esuli di Tortora che, come scrissero il Di Rienzo e La Greca (…), a p. 250: “Secondo la tradizione fu fondata dagli esuli di Tortora (Cosenza) intorno al 950, quivi rifugiatisi per difendersi dalle incursioni dei pirati. La prima notizia dei documenti di un borgo detto “Turturella” risale al 1166 (1).“. Nella nota (1), si postillava “(1) Ebner, Chiesa, ecc.., p. 591.”. Andrebbe ulteriormente indagata una notizia citata da Ebner (…), tratta dal Tancredi (…). Pietro Ebner, a p. 591, non parla di Tortorella ma parla di Sapri e di Torraca, quali centri elencati nella Bolla di Alfano I del 1079 (Ebner fa risalire il documento all’anno 1066-67). Pietro Ebner (…), a p. 678, dove parla ancora di Tortorella, apprendiamo che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi Casali, dei baroni Carrafa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del Palazzo marchesale), del palazzo del barone Gallotti, ecc…”. Ebner (…), nella sua nota (20), postillava che: “(20) Tancredi L., Il Golfo, cit., p. 72 sgg.”, mentre nella sua nota (21), postillava che: “(21) Casaletto Spartano ecc..ecc..”. La notizia citata da Ebner (…), nella sua nota (20), di p. 678, vol. II, era tratta da un testo del sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, scrisse ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’. Il Tancredi (…), come vedremo, non parla di Tortorella ne di Casaletto Spartano ma, a p. 72, nel suo capitolo “Il Porto di Vibona”, parlando di Vibona e del suo porto (Sapri), sulla scorta della Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, nel 1975 e di cui trassi copia nel 1981 (…, v. Fig…..), credeva che l’antica città scomparsa di Vibona, di cui parlava Livio (…), fosse stata costruita sulle colline di Sapri e, scriveva che: “Vibona subì una prima distruzione nei primi decenni del sec. X, ad opera dei Saraceni di Agropoli e Camerota (6). A quel tempo risalgono le prime costruzioni di Vibonati, luogo di rifugio dei Vibonesi.”. Il Tancredi (…), a p. 72, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli F., op. cit., p. 36.”. Il Tancredi, nella sua nota (6), si riferiva al testo di Filippo Cirelli (…), che nel 1853, scrisse ‘Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato 1853-1860: Calabria’. Riguardo la carta in questione (…), citata da Ebner (…), sulla scorta del Tancredi (…), possiamo aggiungere che il sacerdote Luigi Tancredi (…), a p. 63, nalla sua nota (13), postillava sulla bibliografia di questa carta e scriveva che: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600.”. Sebbene il Tancredi (…), abbia citato la nostra carta corografica (…) (Fig….) ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, egli, riporta i suoi riferimenti bibliografici totalmente errati. Inoltre, riguardo le notizie tratte da Filippo Cirelli (…), riguardo all’incursione dei Saraceni nei primi decenni del secolo X, ma possiamo dire che di questo evento ci siamo occupati in un altro nostro saggio ivi pubblicato, e ne ha parlato il Volpe (…), sulla scorta del Malaterra (…) e, del manoscritto di Luca Mannelli (…). Della feroce incursione dei Saraceni sulle nostre terre, ne parlò anche il Vassalluzzo (…) e l’Ebner (…), sulla scorta di una cronaca del Gatta (…), che parlando di Camerota, si rifaceva al manoscritto del Mannelli (…), le cui pagine originali, sono ivi pubblicate in una altro nostro saggio. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri’, a p. 205, scrivendo di Vibonati, diceva che: “Nel IX secolo Vibonati divenne rifugio delle disgraziate popolazioni costiere del Golfo, costrette, dalle frequenti scorrerie dei pirati Saraceni, a cercare asilo e scampo nelle zone più impervie e meno facilmente accessibili. Verso la metà del secolo XI, i Normanni fecero del territorio di Vibonati un loro possesso. Gisulfo II, ultimo principe longobardo di Salerno, aveva affidato Vibonati, insieme Policastro ed altri castelli della zona, al fratello Guido, prode e bellissimo cavaliere.”. Il Guzzo, prosegue il suo racconto e dice che quando il Guiscardo pretese da suo cognato il principe Gisulfo II tutti i castelli del Cilento, aggiunge anche quello di Vibonati, e lo fa sulla scorta di Michele Schipa (…), che invece a pp. 211-240, nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia’, non cita Vibonati, ma parla dei castelli della Valle di S. Severino, donati da Gisulfo II, al fratello Guido, insieme alla vasta contea di Policastro, che doveva comprendere anche le terre di Vibonati. Tuttavia, la notizia dell’origine di alcuni nostri paesi che, come sosteneva il Porfirio, furono: “costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani”, dovrebbe connettersi, attestandosi al periodo del primo Guiscardo, alla restaurazione della sede episcopale bussentina, con la nomina a Pietro Pappacarbone, primo vescovo della restaurata sede episcopale suffraganea di Policastro. Il Porfirio (…), faceva riferimento al periodo in cui venne restaurata la sede episcopale Bussentina, diventata da quel momento Paleocastrense, con la nomina di Pietro Pappacarbone a primo vescovo della restaurata sede. I fatti narrati dal Laudisio (…) e poi dal Porfirio (…), ricorrono al tempo di Roberto il Guiscardo prima o dopo il Concilio di Melfi. A questo proposito, ci corre l’obbligo di citare una notizia citata dal barone Giuseppe Antonini (…), nel Discorso VII, a p. 367, della sua ‘Lucania’, dove, parlando dell’antica città scomparsa della Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercadanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (2), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi dello stesso Guiscardo.”. L’Antonini, scrivendo di Molpa, diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (mercadanti), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa Scalea. Si tratta del Libro I, del Cap. XXVI, il Malaterra scriveva (v. Lo Curto, p. 71) che: “Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto.”. L’Antonini, credeva che la ‘Melfi’, citata dal Malaterra, fosse la Molpa di Camerota e Palinuro. Il racconto del Malaterra, riferisce un episodio del 1057. Erano proprio gli anni in cui il normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, insieme ai suoi fratelli, iniziava ad impossessarsi di diversi territori della Calabria. Nell’anno 1058, il Guiscardo, sposerà la sorella di Gisulfo II, prinicipe longobardo di Salerno e, nel 1065, distruggerà per la seconda volta Policastro. Il Cataldo (…), riguardo il periodo storico trattato dal Laudisio (…), ovvero riguardo gli anni del pontificato di papa Stefano IX, scriveva che: “Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di Stefano IX (Federico di Lorena). L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, aveva ottenuto la facoltà di nominare e di eleggere 10 Vescovi suffraganei, tra cui quello di Policastro. Essendo stato richiesto dal popolo policastrese un nuovo Vescovo a Gisulfo II, Principe di Salerno, papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nominò nel 1067 Pietro Pappacarbone, Vescovo di Policastro. Questi fu consacrato nel 1079 e fu il primo nostro Vescovo, dopo la restaurazione della sede.”. Poi il Cataldo (…), aggiunge: “Papa Alessandro II lo aveva nominato Vescovo nel 1067 e Ildebrando di Soana, con altri prelati, ne firmava la bolla. Nel 1079, sotto papa S. Gregorio VII riceveva la consacrazione episcopale.”. Nel 1982, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 188, parlando di Bonifati, cita Vibonati e scriveva che: “Toponimi, documentazione e resti suffragano quanto andiamo asserendo…soprattutto “Valle Carbone”, emblema di quella rinascita basiliana di mediazione carbonense, che, in tarda epoca normanna, si diffuse nel vasto territorio dell’ex Principato Longobardo di Salerno (280). S. Maria del Piano trova riscontro in culti omonimi presso comunità coeve della costa: Majerà, Verbicaro, Vibonati. L’assistenza medico-ospedaliera e di ricovero, attività propria dei Basiliani, veniva praticata nello “Spedale”, posto nel cuore della cittadella monastica (281). Il Campagna, nella sua nota (280), postillava che: “(280) A Bonifati i Carbonesi furono estromessi dai Domenicani. Sul monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone, G. Robinson ecc…”, mentre nella sua nota (281), postillava che: “(281) Vengono ricordati “spedali” a Scalea, a Majerà (F.A. Vanni, ms. cit.), a Mottafollone (D. Cerbelli, Monografia, etc., cit.). Sempre il Campagna (…), a p. 253, parlando dei nostri paesi, scriveva che: “Il culto di S. Vito Martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Giovannelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).”.
Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102, ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “….qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia, “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e “nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano diversi Registri di dimissione rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 ed una del 1608″ (Volpe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132).”. Giuseppe Volpi (…) in proposito dice che “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”. Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (dopo l’anno 915), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Qui il Volpi, scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Il Volpi (…), ci parla della notizia citata dal Racioppi, quando a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata.
Nel 1067, Vibonati, Morigerati, Sicilì, Battaglia, Casaletto ecc.. non figuravano elencati nella ‘Bolla di Alfano I‘, forse essi appartenevano ad un’altra Diocesi
La ricostituzione della sede episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’Ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (…), si citavano quelli di: Fujenti (Mingardo o Rofrano in origine), Castrum (Roccagloriosa), Laeta (Aieta), Castellum de Mandelmo (Castello di Licusati), Languenum (Laino borgo), Porto o Portu (Sapri), Turraca o Turracca (Torraca), Ulia (Lauria), Vimanellum (Viggianello), Abbatemarcu (Abbatemarco fiume) Mercuri (fiume affl. Lao), Triclina (Trecchina), Revelia (Rivello), Lacumnigrum (Lagonegro), ecc…

(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…).
Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “La bolla dell’Arcivescovo Alfano I, dell’ottobre del 1067 che nominava vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, non ha nell’elenco dei paesi il nome di Morigerati, come quello degli altri abitati che sicuramente pur esistevano.”. E sin quì concordo con ciò che scriveva il Gentile. Il Gentile però continuando il suo racconto su Morigerati, sempre in riferimento all’asenza del toponimo di Morigerati sulla bolla di ALfano I aggiungeva che: “La mancanza è una prova ulteriore che il casale di Morigerati ricadeva da tempo sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano.”. In sostanza il Gentile sosteneva che siccome il toponimo di Morigerati non figura nelle trenta parrocchie che figurano nella bolla di Alfano I questa assenza avvalora l’ipotesi ed è una prova che il casale di Morigerati dipendeva da tempo dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, prima antichissimo cenobio basiliano che nel X secolo era diventata una “baronia” che l’Ebner chiamò “ecclesiastica”. Io dico che ciò non è corretto in quanto, se così fosse, non si capisce perchè nella cosiddetta bolla di Alfano I risalente agli anni 1067 (come vuole l’Ebner) e datata 1079, figurasse il centro o il toponimo di “Casella” che invece è stata una delle dipendenze dell’abazia Rofranese. Caselle in Pittari, sotto il toponimo di “Casella” figura sulla bolla di Alfano I ed è stata sempre una delle dipendenze o grangia dell’Abazia di S. Maria di Rofrano. Infatti, l’assenza di alcuni centri o borghi nella lettera pastorale dell’Arcivescovo primate di Salerno Alfano I trascritta dal vescovo Laudisio nella sua già citata ‘Sinossi’ risulta dubbia e strana. Forse uno o l’unico esemplare del documento che io pubblicai ivi per la prima volta, vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. In esso risulta il nome di Tortorella, di Torraca, di Caselle in Pittari ma non risultano i nomi di altri centri come Sicilì, Morigerati, Battaglia.

(Fig….) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (…), copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio Storico e digitale Attanasio)
Anche Biagio Cappelli (…), si chiedeva come mai ma arrivò a dubitare sull’autenticità dell’antica pergamena. Il Cappelli (…), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), così scriveva in proposito: “mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. Il Cappelli arrivava a questa conclusione dubitando della sua autenticità sulla scorta del Racioppi (…) di cui ho già parlato ivi in un altro mio scritto. L’autenticità dell’antica pergamena è stata riscattata recentemente da Biagio Moliterno (…) ma sui centri mancanti o assenti (che non vi figurano) bisognerebbe indagare ulteriormente. Io credo che il motivo di questa assenza sia dovuta ad un’altra diocesi suffraganea (dipendente) dalla nuova Arcidiocesi di Salerno in quegli anni e cioè alla Diocesi di Marsico e forse di Cassano Jonico. Infatti, come io credo, alcuni centri delle nostre terre come Sicilì e Morigerati, che pure esistevano in quel periodo, non furono elencati tra le trenta parrocchie che dovevano costituire la nuova restaurata diocesi Paleocastrense perchè ricadevano in altre diocesi come si può vedere nell’immagine tratta dal Tancredi (…).

(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)
Io credo che alcuni centri come Morigerati, Battaglia e Sicilì ricadessero nella diocesi di Marsico (Marsico Nuovo), l’antica diocesi di Cassano Jonico di cui ha scritto lo stesso Laudisio (…). Del resto sappiamo dell’esistenza documentata e certa di alcuni centri come Sicilì in quel periodo come è attestato in un documento oggi introvabile di una donazione di Ugone di Chiaromonte dell’anno 1077, dove figura un “Alphenus de Sicilisio”. I confini della restaurata diocesi paleocastrense, secondo quanto stabilito nella lettera del primate salernitano, andavano su una piccola parte del Golfo di Policastro ed il suo entroterra e arrivavano fino ad Abatemarco in Calabria. A nord invece arrivavano a lambire una parte della Lucania occidentale fino ad alcuni borghi ma non comprendevano i borghi a ridosso del Vallo di Diano. Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71 si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Oltre a questi centri ivi elencati e tratti dalla ‘Synopsi etc…’, il Laudisio aggiunge anche: “eccettuate quelle chiese, le loro pertinenze e gli altri beni, che, pur trovandosi entro i suddetti confini della diocesi di Policastro, siano stati riconosciuti dal nostro confratello e vescovo Pietro e dai suoi successori come proprietà, per diritto ereditario, della chiesa di Paestum……confratello Maraldo, vescovo della chiesa di Paestum, e dei suoi successori.”. Dunque, secondo quanto scrive il Laudisio, alcuni centri pur essendo dentro i confini della rinata diocesi di Policastro dipendevano dalla diocesi di Paestum (di Capaccio). Il Laudisio (…), a p. 72 aggiunge ancora un’altro particolare interessante: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Jonico.”. Dunque anche il Laudisio, vescovo di Policastro, si chiedeva quali fossero gli esatti confini in atichità della rinata diocesi Paleocastrense e afferma che le località, quasi tutte calabresi, che nel 1888, erano 15 e non facevano più parte della diocesi di Policastro ma di quella di Cassano Jonico. Il Laudisio scrive che il reale motivo per cui nel 1067 quindici località facessero parte della diocesi di Policastrosi perdeva nella notte dei tempi. Sempre il Laudisio a tal proposito aggiungeva che: “Vi è un’antica tradizione nel paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, ecc…..Dunque, questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao (37) fu eretta nei tempi antichi a sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo fu ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Dunque, il Laudisio, sulla scorta di un’antica leggenda che si narrava a Scalea, voleva che le ultime quindici località passarono alle dipendenze della Diocesi di Cassano Ionico. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: …..”. Ma il Laudisio sulla scorta del Barrio (…) parlava dell’origine sibaritica di Scalea. Sulla questione ci viene incontro lo studioso Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59) p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”. Pietro Ebner (23), sulla scorta di Paolo Diacono (9) e di Goffredo Mataterra (24), parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini. “.
Il documento Normanno dell’anno 1097
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di ‘Vibonati’ scriveva pure che: “Mancano notizie del villaggio in età normanna.”. Non è così come vedremo. Biagio Cappelli (…), parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (…). L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig…..), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (…), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Si tratta di un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (7), che tradotto è: “Nel mese di Settembre – indizione VI. – Odo Marchisius, dà al monaco Sergio la facoltà di costruire sante chiese nel luogo santo Phantinus e santa Ciriaca con la possibilità di costruire case per i monaci.”. Questo antichissimo documento è di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia (…), affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese, che facevano parte della platea dei beni (possedimenti) appartenuti all’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – di cui abbiamo già parlato in un altro nostro studio. L’antico documento (…), che pubblichiamo (Figg….), già pubblicato dal Trinchera (…) – non in originale ma trascritto e tradotto dal greco al latino – andrebbe ulteriormente indagato. Il documento del 1097, pubblicato dal Trinchera (…), fa luce su alcune notizie storiche in epoca Normanna, che riguardano il nostro territorio e, cita il toponimo di ‘Scido‘ – che noi crediamo fosse il toponimo che indica il luogo di Sapri. Il documento Normanno del XII secolo (…), è forse una delle poche testimonianze medievali del territorio e sebbene fu pubblicato dal Trinchera (…) nel 1865, è stato del tutto ignorato o sconosciuto agli studiosi locali. L’antico documento è stato citato per la prima volta da Biagio Cappelli (…). L’antico documento del XII secolo, restituisce un modesto contributo alla ricostruzione storica del nostro territorio nel medioevo territorio e, delle scarse fonti anche alla luce dei documenti esaminati dal Di Luccia (…), allorquando si occupò di una causa pendente con il Vescovado Bussentino e, delle scarse fonti e riferimenti bibliografici per le notizie storiche da lui forniteci – delle notizie che egli riporta sull’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, sui suoi antichi possedimenti longobardi – documenti e fonti mai del tutto ritrovati. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, questo antico documento rappresenta un unicum.


(Fig….) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco, tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (…).
Nel 1097 a ‘Scido’ la chiesetta di ‘Sancti Phantini’ (S. Fantino)

(Fig….) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82
La ‘Scido’, citata nel documento del 1097
Un altro documento che potrebbe avalorare la tesi precedentemente sostenuta di famiglie calabresi cacciate da Roberto il Guiscardo, dalla Calbria e dalla Puglia, che vennero a ripopolare alcuni centri della nostra zona, potrebbe essere anche quello citato da Biagio Cappelli (…), che parlando di S. Fantino e del Cilento meridionale, scriveva di un antico documento pubblicato dal Trinchera (…): “con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ecc..”. Stando all’antico documento (…), datato anno 1097 (XII secolo), pubblicato dal Trinchera (…), il monaco Milano Sergio, abitante in Vibonati, nell’anno 1097, riceveva da ‘Odo Marchisius’, il privilegio – Sigillum factum – di costruire un monastero intorno alle predetta chiesetta campestre dedicata a S. Fantino a ‘Scido’ – e, di cui – il Cappelli (…), dice – rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. L’antica pergamena d’epoca Normanna, manoscritta in greco (…) – stando alla traduzione dal greco al latino che fa il Trinchera (…), recita e parla di “trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido”. L’antico documento (…), parla della Cappella di S. Fantino a ‘Scido’. Secondo l’antica pergamena, nell’anno 1097, il monaco ‘Sergio’, abitante di Vibonati, poteva costruire un monastero intorno ad un’antica cappella dedicata a S. Phantino (S. Fantino), a ‘Scido’. La citazione di un monastero da costruire a ‘Scido’ – il documento chiama il luogo ‘Scido’ – è interessante perchè il toponimo dovrebbe indicare un luogo che, nella tradizione popolare e nella bibliografia antiquaria viene generalmente indicato posto a Sapri. Riguardo al toponimo di ‘Scido‘, citato nell’antica pergamena dell’anno 1079 (…) e, della sua localizzazione a Sapri o vicino il suo antico porto o baia naturale, è interessante notare quale fosse il toponimo di Sapri o del Porto di Sapri, all’epoca Normanna. Se la notizia fosse confermata, secondo l’antico documento membranaceo (…), Sapri, nell’anno 1097, era chiamato con il nome di ‘Scido’.

Esaminiamo meglio il toponimo (nome di luogo) di ‘Scido‘, citato nell’antico documento del 1097. A quale luogo si riferisce il toponimo ‘Scido’ citato/a nell’antica pergamena greca?. Secondo la traduzione del Cappelli (…), il monaco Sergio, era un abitante di Vibonati e quindi il Cappelli (…), accosta Vibonati (del monaco Sergio), al “templum sanctae patris nostri Phantini de Scido”, citata nella pergamena manoscritta in greco. Secondo il Cappelli (…), l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva una chiesetta campestre dedicata a S. Fantino, posta in una contrada tra Torraca e Vibonati. Quindi è lo stesso Cappelli (…), che dal testo in greco dell’antica pergamena del 1097, crede si tratti della cappella dedicata a S. Fantino e sita a ‘Scido’ e, siccome si parla di un monaco ‘Sergio’, abitante di Vibonati, il Cappelli (…), crede si tratti di una cappella (dedicata a S. Fantino), postra nelle campagne tra Torraca (territorio di Sapri) e Vibonati. La ‘Scido’ citata, è sicuramente un luogo vicino Policastro e vicino Vibonati o Bonati. La notizia, andrebbe ulteriormente indagata ma, non ci sono motivi per non ritenere la ‘Scido’ – citata nell’antico documento (…) – non fosse Sapri. Si deve dire che in Calabria, in provincia di Catanzaro, alle propaggini dell’Aspromonte, vi è una località chiamata Scido, ma non crediamo che l’antico documento d’epoca Normanna si riferisca allo Scido in Calabria, in quanto nell’antica pergamena, oltre a Scido, si citava un monaco di Vibone e si citava una cappella di S. Fantino, luoghi e cose che sappiamo essere nella nostra area, dove anche il Cappelli (…), li colloca. Io credo che l’origine dei diversi toponimi che hanno contraddistinto nei secoli il piccolo casale di Vibonati sia dovuto a questo personaggio Normanno, Odo archese o Buon Marchese.
Nel 1097, “Scido” (Sapri e non Vibonati), in un documento greco che cita un “Odobono Marchisio”, marito di Emma, forse i genitori di Tancredi d’Altavilla o di Lecce che, nel 1096, si recò insieme a Boemondo alla prima Crociata
Sul personaggio della carta greca del 1097, un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” che qui si riporta:


(Fig. 1) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco, tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (….).
dunque, di questo “Odo Marchisio”, che “Nel mese di Settembre – indizione VI…….dà al monaco Sergio la facoltà di costruire sante chiese nel luogo santo Phantinus e santa Ciriaca con la possibilità di costruire case per i monaci.”, ha scritto Giacomo Racioppi (….), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1909, nel suo “Cap. V – Lo stato di Melfi nei secoli XI-XII-XIII”, vol. II, a p. 158, parlando di: “Era già vivissima in Occidente l’agitazione dei popoli pel passaggio in Terra Santa a liberare il sepolcro di Cristo da mano dei Turchi, Bandita la Crociata nel 1095 nel Concilio di Clermont dallo stesso Urbano II, scesero l’anno dopo a frotte, a truppe, gli armati e i pellegrini nel ducato di Puglia per imbarcarsi nei porti di Bari, di Trani, di Brindisi, più prossimi alla Dalmazia. Boemondo, che sentiva troppo angusto campo al’ambizione sua il principato di Taranto e che già era esperto della guerra di oltre mare, prende di un tratto la croce, e si dà opera a crearsi un esercito; confortato senza dubbio dal fratello che gli dov’è esser largo di aiuti, perchè l’irrequieto s’allontanasse dalla Puglia. Ben settemila uomini si raccolsero alle sue bandiere, tra Pugliesi, Calabri, Salernitani, Basilicatesi (1); etc…”. Il Racioppi, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Un cronista-poeta delle crociate, Folco Carnotense o di Chartres, contava, con reminescenze dotte dell’antichità: “…etc…”. Ap. Di-Meo, ad ann. 1096.”. Dunque, il Racioppi, parlando della Crociata bandita dai Normanni e da papa Urbano II nel 1095, ci parla di Boemondo d’Altavilla, che con l’aiuto del fratello Ruggero Borsa, al tempo a capo del Ducato di Puglia, sempre a p. 158, aggiunge che: “Altro capo è Tancredi, valoroso quanto pio e discreto cavaliere nelle epiche cronache delle Crociate, e sì nobile, delicato ed ideale carattere nei versi del Tasso. Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. In questo passo, il Racioppi ci parla di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia (figlio di Roberto il Guiscardo) e fratello di Emma d’Hauteville, figlia di Roberto il Guiscardo. Il Racioppi (…), ci parla del marito di Emma e padre di Tancredi, ovvero ci dice di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, di cui parlerò innanzi. La notizia è intressante sopratutto per ciò che il Racioppi postilla nella sua nota (1), ovvero egli trae la notizia da un’antica pergamena dell’anno 1097, che fu pubblicata nel 1865 da Francesco Trinchera (…), di cui parlerò. Dunque, su Tancredi d’Altavilla, che seguì lo zio Boemondo nella storica Crociata in Terra Santa del1096, il Racioppi scriveva che: “Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, in questo passaggio, il Racioppi ci parla di un personaggio Normanno imparentato con la casata di Roberto il Guiscardo. Lo chiama “OTTOBONO MARCHISIO” e scrive che “che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, il Racioppi scrive che Ottobono Marchisio (forse il personaggio della carta greca del 1097 sia stato “Signore di Vibonati”. Infatti, il Racioppi scriveva di “…che alcune carte dicono signore di Bonati”. A quali carte si riferiva il Racioppi. Egli si riferiva proprio alle carte da me pubblicate in questo saggio, “Nel 1097, Scido (Sapri ?) in un documento Normanno”, carte greche che furono pubblicate da Francesco Trinchera prima della loro distruzione nel rogo di S. Paolo Belsito dove furono portate in deposito (sic!), le carte del Grande Archivio di Stato di Napoli, nel 1941, ad opera dei tedeschi ed in seguito nel 1943 a Pizzofalcone. Nell’antica pergamena (7) si parla di un Monaco Sergio di Vibonati che doveva costruire la cappella o il monastero di S. Fantino a “Scido”. Ma come si è visto non si trattava di “Bonati” (odierna Vibonati) ma, si trattava del territorio di Sapri (SA) perchè in questo documento si parla della cappella di S. Fantino che effettivamente si trova tra Sapri e l’attuale Comune di Torraca. Dunque, a mio avviso, il toponimo di cui parla l’antichissimo documento pubblicato dal Trinchera nel 18…., “Scido” è Sapri, non è Vibonati come scriveva il Racioppi e come scrissero altri in seguito. Infatti, Il Racioppi, postillava dell’antica pergamena trascritta e pubblicata dal Trinchera, postillando: “(1)….Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80.”. L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 1-2-3), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (3), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il documento del 1097, pubblicato dal Trinchera (3), fa luce su alcune notizie storiche in epoca Normanna, che riguardano il nostro territorio e, cita il toponimo di ‘Scido‘ – che noi crediamo fosse il toponimo che indica il luogo di Sapri. Il documento Normanno del XII secolo (7), è forse una delle poche testimonianze medievali del territorio e sebbene fu pubblicato dal Trinchera (3) nel 1865, è stato del tutto ignorato o sconosciuto agli studiosi locali. L’antico documento è stato citato per la prima volta da Giacomo Racioppi e poi da Biagio Cappelli (…). L’antico documento del XII secolo, restituisce un modesto contributo alla ricostruzione storica del nostro territorio nel medioevo territorio e, delle scarse fonti anche alla luce dei documenti esaminati dal Di Luccia (5), allorquando si occupò di una causa pendente con il Vescovado Bussentino e, delle scarse fonti e riferimenti bibliografici per le notizie storiche da lui forniteci – delle notizie che egli riporta sull’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, sui suoi antichi possedimenti longobardi – documenti e fonti mai del tutto ritrovati. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, questo antico documento rappresenta un unicum. Sulle origini di questo parente di Roberto il Guiscardo, “Odobono Marchisio”, il Racioppi, che tuttavia lo chiamava “Ottobono”, a p. 159, nella nota (1) postillava che: “(1) V. Di Meo, Ann. dipl. ad ann. 1096 4. – Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80 – Per quella di S. Chirico olte all’Antonini, Lucan., p. 490), vedi ‘Le notizie del comune di San Chirico Raparo’, in appendice alla ‘Vita di Santa Sinfarosa’ di D. Paolino Durante. Napoli, 1833, pagg. 136 e 144 – In queste notizie del Durante è una carta in cui Marchisio, Emma e il loro figlio Roberto, nel 1080, donano all”Ecclesia S. Aarcangeli de Raparo et tibi abati Nynpho collapsum castellum nominatum Saracenum cum omnib. tenimentis ejus. Tu vero redificabis et relevabis ipsum ad apparitionem (?) et confectionem, et facies habitationes hominum…’ – Pietro Diacono IV-II, che riferisce i nomi dei baroni che seguirono Boemondo, nomina prima ‘Tancredus Marchesii filius…’V. Troyli, Stor. gen. del reame di Napoli, vol. III, p. 440.”. Dunque, il Racioppi postillava del Di Meo (….), ovvero del suo “Ann. dipl. ad ann. 1096 4.”, ovvero l’opera di Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, per l’anno 1096, 4 (nel vol. IX), in proposito scriveva che:

(Fig…) Di Meo (…), vol. IX, p. 14, scrive di Tancredi d’Altavilla e di Oddone Marchisio
Il Di Meo (…), come scrive il Racioppi, in proposito a Tancredi d’Altavilla, riportando i personaggi che si recarono in Crociata in Terrasanta insieme a Boemondo I (d’Antiochia), sulla scorta di Falcone Beneventano (…), scriveva che: “Scrive il suddetto Pietro Diacono, che andarono con Boemondo ‘Capitanei hi: Tancredus Marchisii filius’. Figliuol di Marchiso lo dice Romoaldo Salernitano. Il Muratori lo vuole figlio di ‘Odone, Oddone o Ottone Buono’ Marchese, e di ‘Emma’ sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino di Marco Boemondo, e di nazione Italiano. Da altri è detto nipote di Boemondo, e quindi figliuol di una figlia, non di una sorella del Guiscardo; e questo mi sembra più verificabile, perchè in questi tempi egli era giovanetto, e prese moglie nel …..ecc…ecc..”. Riguardo a questi passi del Di Meo vedremo più avanti ciò che scriveva in proposito il De Blasi (…), che non concordava sull’origine del padre di Tancredi, ovvero di Odobono Marchisio. Il Di Meo scriveva dell’origine di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo e figlio di Emma che: “Scrive il suddetto Pietro Diacono, che andarono con Boemondo ‘Capitanei hi: Tancredus Marchisii filius’.“. Dunque, il Di Meo cita Pietro Diacono (….) ed il suo Chronicon. Molte delle sue opere letterarie ed agiografiche sono conservate nei codici autografi Casinense 361 e 257 (Montecassino, Archivio dell’Abbazia) e nel Casinense 518, il cd. Registrum S. Placidi. La sua nota attività di falsificatore emerge in tre gruppi di opere che possono classificarsi come: Falsificazioni relative a san Placido (testi riguardanti la figura di san Placido, primo discepolo di san Benedetto), Falsificazioni relative a Odone circa san Mauro (le interpolazioni operate sulla Translatio S. Mauri di Odone di Glanfeuil databile all’863 ecc…Il Di Meo cita pure “Figliuol di Marchiso lo dice Romoaldo Salernitano.”. Il Di Meo scriveva pure che: “Il Muratori lo vuole figlio di ‘Odone, Oddone o Ottone Buono’ Marchese, e di ‘Emma’ sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino di Marco Boemondo, e di nazione Italiano.”. Dunque, secondo il Di Meo, i tre autori vorrebbero che Tancredi d’Altavilla fosse “Tancredi Marchisio” cioè figlio di “Marchisio”. Romualdo Salernitano lo vuole figlio di “Marchisio” e, Muratori, lo vuole figlio di “Odone” o “Ottone Buono Marchese” e di Emma, sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino (e non nipote) di Boemondo d’Altavilla. Il Di Meo diceva pure che Tancredi d’Altavilla era pure: “Da altri è detto nipote di Boemondo, e quindi figliuol di una figlia, non di una sorella del Guiscardo; e questo mi sembra più verificabile, perchè in questi tempi egli era giovanetto, e prese moglie nel …..ecc…ecc..”. Il Di Meo, su Tancredi, su Emma (la madre) e su “Odobono Marchisio” (il padre) argomenta anche altre origini di cui parlerò in seguito. Il Racioppi, nel suo passo, cita anche il Troyli (…), che effettivamente, riguardo l’origine di Tancredi d’Altavilla, fa una buona disamina del caso nel suo vol. III, pp. 439-440 ecc..:

(Fig….) Troyli (…), vol. III, pp. 439-440
Stessa notizia, forse sulla scorta del Racioppi (….) è citata da Biagio Cappelli (….), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 323, parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (….). Il Racioppi (…), ci parla di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, e proprio riguardo questo personaggio, citato nell’antica pergamena (7), il Racioppi ci dice che “che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, il Racioppi, sulla scorta di alcuni autori, credeva che “Ottobono Marchisio” fosse Signore di San Chirico Raparo, un paese in Provincia di Potenza, noto in antichità anche per la presenza di un’antichissimo Monastero basiliano poi in seguito divenuto Abbazia Benedettina. Anche l’Antonini credeva che “Odobono Marchisio” fosse un feudatario normanno di S. Chirico Raparo. L’Antonini (…), credeva si trattasse di un feudatario di S. Chirico Raparo. Riguardo ciò che si è scritto intorno alle assonanze di Odobono Marchisio con S. Chirico Raparo, scriverò in seguito. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel Discorso II, Parte III, a p. 490, della sua prima edizione (1745), parlando di Castelsaraceno, un borgo in Lucania, vicino Latronico, diceva che: “In mezzo a questo posto è Castelsaraceno….una valle con un Monistero di Cappuccini. Fu così detto da i Saraceni (I), che vi si fortificarono, e di quell’opere ancora le reliquie si osservano al di sopra del paese. In effetto nella donazione, che nell’anno del mondo 6594, fanno Manchisio o forse Marchisio (2), ed Emma sua moglie al Monistero di S. Angelo a Raparo, ed all’Abate Ninfo, che in greco si legge, prodotta in varj atti del S. C. di Napoli, trovasi nominato questo Castello diruto, colla facoltà di abitare, perchè allora non ci erano abitatori. ..Il monistero posto sulla Montagna ridotto in Commenda senza monaci, va da un giorno all’altro in rovina……Sei miglia lontano da Castelsaraceno trovasi la grossa terra di Carbone, ….In mezzo a questo è posto Castelsaraceno, …..ebbe una rinomatissima Badia di Basiliani greci, padroni del luogo; delle di cui prerogative e fondazione, una ben scritta storia compose Paolo Emilio Santoro Vescovo d’Urbino.”.


L’Antonini, a p. 490, nella nota (2) postillava: “(2) Alcuni han preteso, che di questi fosse stato figlio Tancredi ricavandole dalle parole di Roberto di Caen, dove dè fatti di questo Principe scrive: “Tancredus clarae stirpis germen clarissimum, parentes eximios Marchisium habuit, et Emmam”; ma gli storici ci dicono, che fosse stato figlio di Ruggiero Normando.”. La nota dell’Antonini (51), a p. 490 che riporta il passo di Rodolfo Cadomense o di Caen sui Marchisio e Tancredi suo figlio. Dunque, questo scrisse l’Antonini (…), su Tancredi (…), figlio di Odo Marchisius e di Emma. Di Odo Marchisius o Odobono Marchisius, si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero sulle gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen (…) o Rodolfo Cadomense; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro (…); di Ugone Falcando (…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis). La studiosa Vera Falkenhausen (…), cita questa famiglia nel suo saggio ‘Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina’ (49), e dice: “In Basilicata, i Normanni favorirono monasteri come S. Angelo di Raparo, fondato dal monaco greco Vitale alla fine del X secolo (55) e beneficiato tra altri da Odobono Marchisius ed Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (51), e appunto – Carbone. Dalla donazione della chiesa di S. Nicola all’igumeno Biagio nel 1070/1071 risulta che, nonostante i vari danni subiti e in contrasto con le sorti di altri monasteri della regione, S. Anastasio di Carbone era sopravvissuto alla presa di potere dei Normanni. L’Abate greco cercò presto la protezione delle nuove autorità rivolgendosi nel 1074 ad Ugo di Chiaromonte, signore feudale della Basilicata meridionale.”. La Falkenhausen (49), a p. 69, nella sua nota (56), riguardo la notizia della famiglia Marchese, postillava che: “G. Antonini, La Lucania, I Discorsi, Napoli, 1745, p. 490, menziona una donazione dell’anno 6594 (= 1085/1086), ora perduta, con la quale Marchisio ed Emma, offrono “al monistero di S. Angelo a Raparo ed all’Abate Ninfo” il castello distrutto di Castelsaraceno “con la facoltà di farlo abitare, perchè allora non ci erano abitatori”. Scrive sempre la Falkenhausen nella sua nota (56) che: “I due donatori sono probabilmente i genitori dei due cavalieri Tancredi Tancredi e Guglielmi, che nel 1096 accompagnarono Boemondo I in Terra Santa (v. E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto in Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”. Dunque, Ernesto Pontieri ci parla di questo personaggio “Odobono le bon Marquiz”.
Nel 1279-1280, metà del casale“casalis Libonatorum” è concesso a Rodolfo de Lotteris
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 741 parlando di ‘Vibonati’ scriveva che: “La prima sicura è dell’età angioina e riguarda la concessione a Rodolfo de Lotteris della metà del “casalis Libonatorum” (9).”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Reg. 8, f 3 = vol. XXIII, p. 4, n. 10 – 1279-1280: (Fit mentio Rodulfi de Locteris (Rodolfo de Lotteris) mil. cui conceditur medietas casalis Libonatorum.”.
Nel 1300, Vibonati entrò a far parte della contea di Lauria dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Dopo il 1300 passò a far parte, insieme con i casali di Battaglia, Casaletto e Vibonati, della Baronia di Lauria, appartenente al famoso Almirante Ruggiero prima e alla potentissima famiglia Sanseverino poi.”.
Il Convento dei padri Minimi di S. Francesco di Paola
Mons. Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, a p. 99 (v. Visconti), scriveva in proposito che: “A Vibonati c’era un altro convento, quello dei Minimi di S. Francesco di Paola, ma essendo stato pur soppresso, i suoi beni residui sono stati donati alla Mensa vescovile. La chiesa però, proprio grazie al vescovo, è ancora oggi aperta a tutti i fedeli; infatti, egli vi ha assegnato un cappellano col titolo di abate, e il locale è custodito da un ‘Oblato’ – nei tempi passati si chiamava diacono selvaggio – che abita nei pressi della chiesa, ricevendo, quando occorre, il necessario dallo stesso vescovo.”. Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘castri Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.
Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)
-Mesa episcopalis Policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
- Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV
Foglio 250 (v)
- Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
- Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV
Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”.”.
Nel 1308-1310, nel ‘Rationes Decimarum Italiae’
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”. Intorno al secolo XIV e su quel periodo (anni 1308-1310), Francesco Barra (…) nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, parlando di Centola, a pp. 70 e s., scriveva che: “Assai scarse sono altresì le notizie dei secoli successivi. Dalle ‘Rationes Decimarum’ del 1308-10 risulta che le rendite dell’abbazia ecc…(18) ecc..”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (18) postillava che: “(18) ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’, Città del Vaticano 1942, n. 5536, p. 385.”. Infatti riguardo questo punto il Barra (…), sulla scorta dei due studiosi Laurent e Guillou (…) cita il testo del ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’. La ‘Ratio Decimarum’ era il registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici. Questo registro quindi permette di avere numerose informazioni sia sulle parrocchie, sia sui singoli paesi, contenendo indirettamente dati storici sull’esistenza degli stessi. La fonte ben nota della lista di chiese e di monasteri compilata per la riscossione della decima sessannale su “tutti i redditi e i proventi ecclesiastici” istituita da papa Gregorio X nel 1274, e delle successive decime triennali volute da papa Bonifacio VIII, le cosidette: “Rationes Decimarum”. Nel caso della Camapania ed in particolare della nostra zona, troviamo il registro delle decime tra il 1308 e il 1310, ovvero il secondo volume a cura di Mauro Inguanez ed altri. Anche Nicola Montesano (…), parlando di Torraca e Tortorella così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”. Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. Per il testo di Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania’ – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi). I documentI contenuti nel testo a cura di Mauro Inguanez ed altri sono i nn° 6688, 6689, 6690, 6691, che riguardano “XXVII – POLICASTRO”. Infatti, a p. 479 vi è trascritto l’unico foglio rimasto superstite del registro, il foglio n° 250 “In Episcopatu Policastrensi” che si trova custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana con la segnatura di: “Arch. Vat. Collect. 161, f. 250-250v”.

‘S. Maria Li Piani’ in contrada ‘Carbone’ in territorio di Vibonati
Guardando una coeva carta geografica, vediamo che verso l’attuale frazione di Villammare vi è una via di ‘S. Marco’ e, una spiaggia chiamata di ‘S. Maria Li Piani’, in contrada ‘Carbone’. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 745 e ssg. parlando di ‘Villammare’ (oggi piccola frazione di Vibonati) scriveva che: “Le sue case digradano verso il mare. Sulla collina è sorto il villaggio Le ginestre e, tra la campagna e il mare, un altro nucleo abitato Santa Maria le Piane.”. Dunque, Ebner lo cita come “Santa Maria le Piane.”. Il capo roccioso su cui sorge la torre Petrosa divide, infatti, la costa in due parti: ad ovest troviamo la spiaggia di Villammare e la spiaggia di Santa Maria Li Piani, ad est la spiaggia del Parco Marinella e quella dell’Oliveto. Non manca anche una vasta zona completamente boschiva: è una macchia di bosco di circa 40 ettari, composto da resinose e da una parte di latifoglie della specie sughera. Questa località si trova ad un’altitudine di circa 200 metri, vi si arriva dalla strada provinciale Vibonati-Morigerati e prende il nome di Località Santa Lucia. Nel 1982, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 188, parlando di Bonifati, cita Vibonati e scriveva che: “Toponimi, documentazione e resti suffragano quanto andiamo asserendo…soprattutto “Valle Carbone”, emblema di quella rinascita basiliana di mediazione carbonense, che, in tarda epoca normanna, si diffuse nel vasto territorio dell’ex Principato Longobardo di Salerno (280). S. Maria del Piano trova riscontro in culti omonimi presso comunità coeve della costa: Majerà, Verbicaro, Vibonati. L’assistenza medico-ospedaliera e di ricovero, attività propria dei Basiliani, veniva praticata nello “Spedale”, posto nel cuore della cittadella monastica (281). Il Campagna, nella sua nota (280), postillava che: “(280) A Bonifati i Carbonesi furono estromessi dai Domenicani. Sul monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone, G. Robinson ecc…”, mentre nella sua nota (281), postillava che: “(281) Vengono ricordati “spedali” a Scalea, a Majerà (F.A. Vanni, ms. cit.), a Mottafollone (D. Cerbelli, Monografia, etc., cit.). Sempre il Campagna (…), a p. 253, parlando dei nostri paesi, scriveva che: “Il culto di S. Vito Martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati“, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”. Oreste Campagna (…), a p. 256, scriveva in proposito che: “I Carbonensi, che avevano ridato impulso al monachesimo al monachesimo greco sulla costa, esercitando una certa egemonia da Belvedere a S. Giovanni a Piro, fino a quando non furono estromessi dalle organizzazioni religiose della Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore, in Roma (60.”. Il Campagna, nella sua nota (60), postillava che: “(60) L’Archimandritato di Carbone fu a capo di un feudo vastissimo, da Salerno raggiungeva Metaponto, Trebisacce e, sul Tirreno, Belvedere, in B. Cappelli, Il Monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano’, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), e ‘Chronicon Carbonense. Insieme al monastero di S. Giovanni a Piro erano unite alla Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore in Roma, molte grangie della costa. Tra noti monasteri e grangie vengono ricordati S. Pietro a Carbonara di Majerà, S. Nicola di Grisolia, il monastero dei Siracusani di Scalea, S. Maria Maggiore di Tortora e di Maratea, S. Costantino della Trecchina, S. Nicola di Sapri (?), S. Fantino di Torraca, S. Benedetto a Policastro, un non identificato monastero di S. Maria delli Piani, i monasteri di S. Pietro e di S. Croce di Camerota e numerose altre istituzioni monastiche, in D. Martire, op. cit.; F. A. Vanni, ms. cit.; G. Mercati, op. cit.; P.M. Di Luccia, op. cit.; A. Fulco, op. cit.; D. Damiano, op. cit.”. Il Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Nell’elenco che nel 1877, Domenico Martire (…), riporta a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; ecc…”. Dunque, nell’elenco che riporta Domenico Martire, figura la “6. Grancia di S. Matteo a Policastro;”.

(Figg…) Domenico Martire (…), op. cit., p. 150
Domenico Martire (….), a p. 151, in proposito scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: 1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Rogieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano: 2. Santa Maria della Vita nel Territorio di Lauria. 3 S. Zaccaria nel territorio di Diano. 4. S. Pietro di Tamazzo nel territorio di Montesano, dipendente da Grottaferrata. 5. S. Arcangelo nel territorio di Campora. 6. S. Matteo nel territorio di Policastro. 7. S. Pietro di Rivello. 8. S. Nicola di Siracusa nel territorio di Discola ecc…”. Dunque, Martire lo chiama Monastero S. Matteo di Policastro, che pone al n. 6 dei monasteri non soggetti al monastero Carbonense. Il Martire, a p. 151, di questi monasteri, non soggetti al monastero Carbonense, pone anche il “11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie, unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma. 12. S. Benedetto a Policastro e 13. S. Nicola a Sapri.”. L’elenco continua fino al n. 17 e poi a p. 151 aggiunge: “17. S. Costantino alle Trecchine. Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3, fa menzione di altri monasteri chiamati Badie, unite dal Papa Clemente 8° alla detta Basilica, cioè: ecc…”. Dunque, il Martire, sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (….), e della sua “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita dalla sa: mem: di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico legale, nel quale si tratta di sua Baronia, Vassallaggio, Dominio e Giurisdittione del Dottore Pietro Marcellino Di Luccia di detto luogo a lui dedicato etc….” pubblicato a Roma, nel 1700, in proposito scriveva che a Policastro vi era il monastero di S. Matteo che dipendeva dal monastero Carbonense di …………….e poi aggiungeva che a Policastro vi era anche la “12. grangia di S. Benedetto”, grangia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che dipendevano entrambi dalla Cappella del Presepio nella S. Basilica Vaticana di S. Maria Maggiore a Roma (Cappella Sistina). Dunque, secondo Pietro Marcellino Di Luccia, la grangia di S. Benedetto a Policastro era una dipendenza dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, la cui intera proprietà era alle dirette dipendenze della Basilica di S. Maria Maggiore a Roma, la Cappella Sistina eretta da papa Sisto V.

(Figg…) Domenico Martire (…), op. cit., p. 151
Nell’elenco che, nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia (…), e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..”, e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse il suo ‘Trattato Istorico-legale ecc..”. Orazio Campagna (…), a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Oreste Campagna (…), a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, scriveva in proposito che: “Sappiamo dalla Historia di S. Saba che nell’area dell’Eparchia mercuriense vi era il monastero di S. Pietro, detto dei “Marcani”, dove il Santo operò un miracolo ridando la parola e l’udito ad un monaco colpito da un fulmine (131). Lo stesso monastero viene ricordato nella “Dedica” di S. Maria della Matina e nel relativo “Diploma” di Roberto il Guiscardo del 1065, entrambi “falsificazioni” di un originale perduto. Dalle pergamene risulta che l’abbazia era ubicata “in valle que Mercurii nuncupatur” (132). Prima che l’abbazia di S. Pietro divenisse filiazione carbonense (133), doveva essere dei “Marcani”. I ruderi, andati distrutti da qualche anno, evidenziano le caratteristiche della struttura muraria romana. Del vasto complesso monastico, ora, rimane la sola chiesetta dedicata all’Apostolo (134). Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi”, nella nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appere interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna, nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni e poi una platea dei beni, redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Capagna, dunque a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. La “Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, è un documento conservato all’Archivio Diocesano di Policastro ed è stato ivi da noi pubblicato per la prima volta. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara. Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza.
MAYERA’ (CALABRIA)

(Fig….) Pag. 139 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Mayerà (Calabria)(…)
Libonatorum, Bonatorum, Bonati seu Bonatorum, li Bonati, Libonati, Vibonati
Vibonati oggi offre un borgo medioevale del tutto intatto, attraversato da stradine pavimenate in pietra. Nel punto alto del paese troviamo il santuario di Sant’Antonio Abate edificato su una collina donata alla comunità dalla principessa Carafa di San Severo. La chiesa, originariamente in stile romanico, fu sempre di rito greco. Nel corso degli anni ha subito numerosi interventi di restauro. Il più antico di cui si ha memoria fu fatto nel 1580 sotto la guida del Mons. Ludovico Bentivoglio. La chiesa fu ancora ristrutturata nel 1653 e fu riconsacrata nel 1728 dal Vescovo Mons. De Robertis. Altri restauri seguirono poi nel XIX secolo e nella metà del secolo scorso, quando il campanile, in stile romanico, fu sostituito con quello attuale. La Chiesa è costituita da 3 navate: una centrale ampia e due laterali di larghezza minore. Entrando sulla destra si ammira il fonte battesimale, scavato in un antico capitello corinzio, mentre in alto si trova un soppalco di legno dov’è collocato l’organo a canne risalente a ‘700. Sotto la volta della navata centrale si trova una pittura raffigurante il Santo a cui la chiesa è dedicata, opera di un artista vibonatese, A. Giannini, che lo eseguì nel 1832. Collocata al di sopra dell’altare, la statua lignea a mezzo busto del Santo patrono, eseguita nella seconda metà del ‘700, viene portata in processione il 17 gennaio per le strade del paese. Un’ attenzione particolare meritano anche il Convento di San Francesco, che è posto nella parte bassa di Vibonati , la chiesa della Santissima Annunziata, la chiesa di Santa Lucia e la chiesa di San Lazzaro. Gran parte del centro storico può essere visitato solo a piedi; tra scorci e vedute che provocano intense suggestioni. Di particolare valore storico-artistico sono i portali che decorano le stradine principali della piccola cittadina. Al paese di Vibonati appartengono, inoltre, circa 4000 metri di costa. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 740 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Libonatorum, Bonatorum, Bonati seu Bonatorum, li Bonati, Libonati, Vibonati. Università autonoma fino alla sua elevazione a Comune. Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Anche il Giustiniani (8), che pur attingeva tante notizie dall’Antonini, mostrava che nei Quinternioni il villaggio è sempre designato “Bonati seu Bonatorum e li Bonati, o Libonati, come nelle situazioni del 1648 e 1669, e mai Vibonati”. Pietro Ebner a p. 740, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Giustiniani, cit., II, Napoli, 1797, p. 313 sgg.”. Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico ecc…”, alla voce “BONATI, o Libonati”, nel suo vol. II, a pp. 313-314-315, in proposito scriveva che: “Nei ‘Quinternioni’ ella è detta ‘Bonati’, seu ‘Bonatorum’, e li ‘Bonati’, o Libonati’, come nelle situazioni del 1648 e 1669, ecc..ecc…”.
Nel 1400, Giovanni Nigro di Policastro ottenne l’assenso per“Bonatorum de Provincia Principatus”
Ebner a p. 741 scriveva pure che: “In età aragonese Giovanni Nigro di Policastro ottenne l’assenso (10) sul casale “Bonatorum de Provincia Principatus”, tassato per XII tarì.”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Fonti aragonesi, II, f 75 t = vol. III, p. 105, n. 626.”.
Nel 1490, una permuta di proprietà a Vibonati
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati, nella nota (11) postillava che: “(11)…..Nell’Archivio della Badia di Cava vi sono due documenti riguardanti Bonati (Vibonati): una permuta (febbraio 1490, VIII, LXXXVI, 80) ecc…”.
Nel 1415, Masello, conte di Ravello possedeva Vibonati
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 30 parlando di Tortorella ed i suoi casali di Casaletto e Battaglia, in proposito scriveva che: “Occorre precisare che, in questo periodo, Bonati non faceva parte dei casali di Tortorella, essendo documentata la notizia che “nel 1415 Bonati era in possesso di Masello, conte di Ravello” (46) e che, ecc…”. Il Montesano, a p. 30, nella nota (46) postillava che: “(46) Pietro Ebner – Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, pag. 741“. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 741 scriveva che: “Nel 1415 Bonati era in possesso di Masello, conte di Ravello (11).”. Ebner, a p. 741, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Reg. 1415, f. 122 t.”. Dunque, secondo questa notizia riportata dall’Ebner, nel 1415, il feudo di “Bonati” appartenne a “Masello”, conte di Ravello.
Nel 28 luglio 1459, re Ferrante vendette le terre di Vibonati e di Laurito a Nicola di Procida, conte di Aversa
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 137-138, parlando della Baronia di Novi ai tempi degli Aragona, in proposito scriveva che: “2….Sala e Salella (N Q f 163), come l’odierno Vallo della Lucania (N Q f 62), già posseduti dai della Ratta di Caserta……Il 28 luglio 1429 (errore di trascrizione nel R Q per 1459) re Ferrante vendette per 1500 ducati (R Q 7, f 94) a Nicola da Procida, conte di Aversa, le terre di Laurito e Vibonati (R Q f 87).”. Dunque, anche in questo scritto Ebner chiarisce che secondo i Registri ancora esistenti, quelli che non sono andati distrutti in occasione dell’ultimo conflitto mondiale, ed in particolare i Registri Aragonesi, in particolare i Repertori dei Quinternioni, nel 1459, il feudo di Vibonati fu venduto da re Ferrante d’Aragona a Nicola da Procida, conte di Aversa. Nicola da Procida, conte di Aversa discendeva dalla famiglia dei da Procida. Da Wikipedia leggiamo chela famiglia Procida o Da Procida (in spagnolo De Pròixida, De Pròixita o De Pròxita) è una famiglia nobile italiana di origine salernitana o napoletana e di fede ghibellina. All’epoca degli Aragonesi, agli inizi del XV secolo vive una Sibilia de Escrivà y Pròixita, figlia di Sibilia de Pròixita, sorella minore di Nicola, che fu madre di Jofre de Borja Llanzol, a sua volta padre di papa Alessandro VI, nato col nome di Rodrigo Borgia. Dal 1447 con Alfonso il Magnanimo la signoria di Almenara fu trasformata in contea (30), che rimase, con alterne vicende, ai Pròixida fino al XIX secolo.
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 30 parlando di Tortorella ed i suoi casali di Casaletto e Battaglia, in proposito scriveva che: “Occorre precisare che, …..e che nel 1459 “re Ferrante vendette per 1500 ducati (R Q 7, f 94) a Nicola di Procida, conte di Aversa le terre di Laurito e Vibonati” (47).”. Il Montesano, a p. 30, nella nota (47) postillava che: “(47) Pietro Ebner – Storia di un feudo del Mezzogiorno, pag. 138.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Tuttavia dal R Q f 50 risulta che nell’anno 1445 la donazione era stata fatta non dai conti di Caserta, ma da Francesco Sanseverino, duca di Scalea, conte di Lauria e barone di Cuccaro (17). Gorga e Grasso (R Q f 80), con Moio e Massascusa (f 103), erano posseduti dai Sanseverino (18) di Salerno (19). Il 28 luglio 1429 (errore di trascrizione nel R Q per 1459) re Ferrante vendette per 1500 ducati (R Q 7, f 94) a Nicola da Procida, conte di Aversa, le terre di Laurito e Vibonati (N Q f 87).”. Ebner, a p. 138, nella sua nota (17) postillava che: “(17) L’istrumento di donazione alla Ss. Annunziata del feudo di Castellammare della Bruca, con i casali della Ascea, Catona, e Terradura e relativi diritti, fu redatto il 19 agosto 1447 nel castello di Roccagloriosa dal notaio Guglielmo Fasano di Policastro. V’intervenne, dando il relativo assenso, Elisabetta Caracciolo, moglie di Francesco Sanseverino. Con atto del 27 agosto 1447, stipulato a Fuscaldo (notar Venceslao Ferraro di Lagonegro) davano il loro assenso alla donazione Venceslao Sanseverino, fratello di Francesco e il figlio Gaspare; vedi ‘Assenso della cesarea e cattolica Maestà dell’imperatore Carlo VI sopra le trascrizioni e le concordie passate tra la Casa Santa dell’Annunziata e i deputati del ceto dei creditori di essa, Napoli, 1733, pp. 140-156; vedi pure G.R. D’Addosio, Origine, vicende storiche e progressi della Real S. Casa dell’Annunziata di Napoli, Napoli, 1833, p. 33, dove è notizia pure degli otto comuni posseduti a titolo feudale dall’Annunziata in Terra di Lavoro.”.
Nel 25 ottobre 1498, re Federico I d’Aragona, smembrò la Contea di Lauria e diede le Terre di Tortorella, Battaglia, Casaletto e Vibonati a Giovanni Andrea Caracciolo, patrizio Napoletano e maestro d’armi del re Federico I d’Aragona
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Nel 1498, in seguito alla ribellione del Conte di Capaccio, Guglielmo Sanseverino, al re di Napoli Ferdinando I d’Aragona, la famiglia Sanseverino fu privata, tra l’altro, anche del feudo di Tortorella, che fu dato a Giovanni Andrea Caracciolo, maestro d’armi del re (4).”. Il Guzzo, a p. 201, nella nota (4) postillava che: “(4) C. Porzio: La congiura dei Baroni del Regno di Napoli contro Ferdinando I, Napoli, 1964, pag. 76.”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: “Pochi anni dopo il nuovo re di Napoli Federico I, succeduto a Ferdinando II, effettuò un vero e proprio smembramento della Contea di Lauria suddividendola in tanti piccoli feudi che furono messi all’asta e ceduti alla nuova nobiltà di toga. Come documentato nei Quinternioni conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, Lib. III°, al foglio 169 e Lib VII°, foglio 159, in data 25 ottobre 1498 il re conferì “le Terre di Tortorella con i casali di Libonati, Casaletto e Battaglia” al patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, etc…”. Dunque, su concessione di re Federico I d’Aragona, in seguito ai fatti della Congiura de Baroni, il casale di Vibonati, che all’epoca veniva chiamato Libonati, venne devoluto, insieme a Casaletto e Battaglia al patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo. Infatti, in seguito alla Congiura dei Baroni, re Federico I d’Aragona, che aveva assediato i Sanseverino a Teggiano, suddivise la Contea di Lauria appartenuta a Bernardino Sanseverino, ultimo conte di Lauria. Sul blog in rete del “Libro d’oro della Nobiltà Mediterranea” è scritto che G7. Giovanni Andrea (+ 1528), Patrizio Napoletano; ebbe le Serre di Tortorella e Casaletto il 25-10-1498 e la terra di Misuraca il 25-4-1500, compra Scalea il 25-4-1501, Signore di Misuraca, Scalea, Tortorella con i casali di Libonati, della Battaglia e Casaletto; 1° Marchese di Misuraca dal 4-10-1523. = Andreanna, figlia ed erede di Paolo di Caivano Signore di Misuraca. H1. Paolo (+ assassinato nel corso di una ribellione di villici 1528), Patrizio Napoletano. = Donna Caterina Vittoria Acquaviva d’Aragona, figlia di Don Belisario 1° Duca di Nardò e di Sveva Sanseverino dei Principi di Bisignano (+ uccisa col marito 1528) (vedi/see) H2. Porzia (+ post 13-8-1546); 1 a) = 1523 Ferdinando Piscicelli, Patrizio Napoletano; 1 b) = Ferdinando Caracciolo, Patrizio Napoletano (vedi/see). H3. Isabella (+ post 1569), Marchesa di Misuraca e Signora di Scalea a Tortorella. = Don Ferdinando Spinelli 2° Duca di Castrovillari (vedi/see. H4. Aurelia (+ post 1558) = 1525 Francesco de Guevara Signore di Arpaia e Buonalbergo (vedi/see). H5. Antonia (+ post 1566) = Diego Sandoval de Castro. H6. Giulia = Vincenzo Casera.H7. Lucrezia (+ 3-12-1580), monaca dal 6-2-1528, poi Badessa del monastero di Santa Maria Donna Regina a Napoli dal 1-9-1569 al 30-8-1572. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…), scriveva in proposito: “Vibonati…. Quest’ultimo Comune fu Feudo dei Caracciolo, etc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 164, in proposito scriveva che: “Dopo la tragica conclusione della Congiura dei Baroni, nel 1486, i Sanseverino vennero privati dei loro possedimenti e Bonati, che faceva parte del feudo di Tortorella, passò nelle mani di Giovanni Andrea Caracciolo.”.
Nel 25 aprile 1501, Giovanni Andrea Caracciolo acquista le Terre di Scalea
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: “….patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, il quale, due anni dopo, il 25 aprile 1500, divenne anche signore della Terra di Misuraca (60), avendo sposato Andreanna, unica figlia ed erede di Paolo di Caivano. Il 25 aprile 1501 compra inoltre le Terre di Scalea, mentre il 4 ottobre 1523 gli viene concessa dal Vicerè la corona di I° Marchese di Misuraca. A partire da questo periodo le notizie rintracciabili all’Archivio di Stato di Napoli relative a Casaletto diventano sempre più numerose (61). nel 1508 il “Magnifico Ioanni Andrea Caraczolo, (viene) tassato in ducati 51.4.19 1.2 per Turturella et Casalecto, comperia per il detto donativo” (62).”. Il Montesano, a p. 41, nella nota (60) postillava che: “(60) Oggi Mesoraca, Comune in Provincia di Crotone”. Il Montesano, a p. 41, nella nota (61) postillava che: “(61) La scarsità di notizie relative al precedente periodo angioino e aragonese è i realtà dovuta principalmente alla distruzione degli archivi storici avvenuti, in parte, con i bombardamenti del Grande Archivio di Napoli etc..”. Il Montesano, a p. 42, nella nota (62) postillava che: “(62) ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Partium, Inventario 1468-1688, vol. 75, 1508, f. 134”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a pp. 147-148, in proposito scriveva che: “Don Ferdinando Spinelli (morto nel 1547 c.a.), secondo duca di Castrovillari, secondo conte di Cariati, ecc…, sposò in seconde nozze Isabella Caracciolo, figlia ed erede di Giovanni Andrea, primo marchese di Mesoraca, signore di Scalea e Tortorella, e di Andreanna di Caivano, signora di Mesuraca. Etc…”. Dunque, Giovanni Andrea Caracciolo, marchese di Mesoraca, signore di Scalea e di Tortorella, insieme alla moglie Andreanna di Caivano, ebbero come figli, le figlie Isabella e Porzia. Carmine Manco (…), nella sua “Scalea prima e dopo”, a p. 52, in proposito scriveva che: “Inoltre i tributi erano pesantissimi. L’amministrazione era confusa. Ogni sorta di abusi era possibile. Anche il napoletano Giovan Andrea Caracciolo che accentrava le cariche di fundicario, vice-secreto, e portolano di Scalea ne commise. In tutto questo caos a Scalea si fece qualcosa. I Palamolla riuscirono ad incrementare l’industria serica. Aumentò il commercio di cui erano mercanti oltre ai Palamolla, Sipio e Andrea Caputo, Antonio Macrino e Matteo Manfredi. Ecc…”. Dunque, in questo breve passo il Manco ci parla di Giovan Andrea Caracciolo che nel frattempo aveva assunto diverse cariche pubbliche del Viceregno spagnolo. Egli ricopriva le carice di “fundicario, vice-secreto, e portolano di Scalea“. A questo proposito il Manco scriveva che il Caracciolo aveva commesso diversi abusi. Da Wikipedia leggiamo che Mesoraca (IPA: /mezoˈraka/, Misuraca in dialetto mesorachese, Mesoràchion in greco bizantino) è un comune italiano di 5868 abitanti della provincia di Crotone in Calabria. Dal 1292 fu territorio dei Ruffo di Calabria, mentre dal 1523 entrò a far parte del Marchesato di Crotone come possesso dei Caracciolo.
Nel 20 maggio 1504, Pisciotta, la Molpa ecc….vengono cedute a Bernardo di Villammare (?)
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 319, parlando di ‘Pisciotta’ scriveva che: “…. (il) villaggio di Pisciotta che nel ‘400 faceva parte dei feudi dei Sanseverino, ai quali anche Pisciotta venne avocato al fisco al tempo della congiura dei Baroni. Feudo, come è noto, poi restituito, ma avocato ancora quando Guglielmo Sanseverino aderì alla frazione francese (19), poi restituiti e di nuovo avocati. Infatti, il 20 marzo 1504 il re donò Pisciotta a Bernardo di Villammare “in remuneratione de suoi servitii”. Il villaggio fu poi venduto nel 1515 ad Alfonso Caracciolo, cui successe (1517) il figlio Baldassarre. Ecc..”. Su questa notizia ha scritto pure Guglielmo Passarelli (….), nel suo saggio su Cuccaro e Pisciotta (in Rassegna Storica Salernitana, II, anno ………), a pp. 180-181, in proposito scriveva che: “Seconchè dopo pochi anni il conte Guglielmo ricadde nel medesimo errore, ed allora lo stesso Re, il 20 maggio 1504, ne riprese tutto il patrimonio e lo donò a Don Bernardo da Villammari in ‘remuneratione de suoi servitii’, comprendendovi anche le dette terre di Pisciotta, ‘pro se suisque et successoribus ex suo corpore legittimi discendentibus etc’ (1).”. Il Passarelli (….), a p. 181, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pandetta Principato Citra”.
Nel 12 maggio 1523, Amerio di Gennaro, utile signore e barone di Vibonati vende la baiulazione
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati, nella nota (11) postillava che: “Nell’Archivio della Badia di Cava vi sono due documenti riguardanti Bonati (Vibonati): …….la vendita della baiulazione fatta dall’utile signore e barone del luogo Amerio di Gennaro per ducati 12 (maggio 1523, XI, XC 77).”.
Nel 1528 muore Giovan Andrea Caracciolo a Mesoraca in una rivolta contadina
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Malgrado il possesso delle terre sicuramente il marchese Caracciolo non risiedeva in Tortorella, ma bensì nel palazzo marchesale di Misuraca. Ed è proprio lì che Giovanni Andrea trovò la morte (65); nel 1528 egli, insieme al figlio Paolo e sua moglie Caterina, venne trucidato in piazza a seguito di una rivolta contadina.”. Il Montesano, a p. 43, nella nota (65) postillava che: “(65) Racconti calabresi – di Achille Grimaldi – stamperia del Filiberto, Napoli, 1860”. Il Montesano cita il duca Ferrante Spinelli mentre il Vacchiano lo cita come “Ferdinando Spinelli”. Da Wikipedia leggiamo che Mesoraca (IPA: /mezoˈraka/, Misuraca in dialetto mesorachese, Mesoràchion in greco bizantino) è un comune italiano di 5868 abitanti della provincia di Crotone in Calabria. Dal 1292 fu territorio dei Ruffo di Calabria, mentre dal 1523 entrò a far parte del Marchesato di Crotone come possesso dei Caracciolo. Alla famiglia Caracciolo è legato uno degli episodi più noti e cruenti della storia mesorachese: nel 1527 a causa del malcostume del signore e nella messa in pratica del diritto Ius primae noctis, una congiura alimentò una rivolta contadina che causò lo sterminio di parte dei componenti della famiglia ad eccezione delle figlie Isabella e Porzia, che riuscirono a scappare a Catanzaro; la rivolta fu repressa e vendicata dal principe Ferrante Spinelli, il quale sposò la marchesina Isabella Caracciolo per ripristinare il feudo, conservato dalla famiglia Spinelli fino al 1584.
Nel 1529, Isabella Caracciolo ed il Principe Ferdinando Spinelli, signori di Scalea, Vibonati e Tortorella
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a pp. 164-165, in proposito scriveva che: “A quest’ultimo successe Antonio Spinelli.”. E’ strana la notizia dataci dal Guzzo perchè gli Sinelli entrarono nel feudo di Vibonati solo dopo che Ferdinando, e non Antonio, Spinelli sposò Isabella Caracciolo figlia di Giovan Andrea Caracciolo che nel 1528 sarà ucciso in una rivolta popolare. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a pp. 147-148, in proposito scriveva che: “In questi anni infelici, tuttavia, un punto di riferimento importante e un elemento di stabilità a Scalea fu rappresentato dalla famiglia Spinelli. Anche questa importante casata calabrese giunse a Scalea ‘maritali nomine’, cioè attraverso un matrimonio. Don Ferdinando Spinelli (morto nel 1547 c.a.), secondo duca di Castrovillari, secondo conte di Cariati, ecc…, sposò in seconde nozze Isabella Caracciolo, figlia ed erede di Giovanni Andrea, primo marchese di Mesoraca, signore di Scalea e Tortorella, e di Andreanna di Caivano, signora di Mesuraca. Con suo figlio, don Troiano I (c.a. 1530-66), secondo marchese di Mesoraca, che nel 1566 ottenne il titolo di principe di Scalea, inizia la serie dei principi. Essi fissarono la propria dimora nel palazzo dove presumibilmente già risiedevano i precedenti signori della città e che ancora oggi porta il nome di Palazzo dei Principi. Nelle sue grandi linee l’edificio, che fu ampliato e abbellito dagli Spinelli, oggi conserva la fisionomia che aveva ricevuto nel Cinquecento.”. Dunque, Giovanni Andrea Caracciolo, marchese di Mesoraca, signore di Scalea e di Tortorella, insieme alla moglie Andreanna di Caivano, ebbero come figli, le figlie Isabella e Porzia. Il Vacchiano ci dice che la figlia Isabella Caracciolo andò sposa a don Ferdinando Spinelli, secondo duca di Castrovillari che la sposò in seconde nozze e da cui si ebbe Troiano II Spinelli. Carmine Manco (…), nella sua “Scalea prima e dopo”, a p. 50, in proposito scriveva che: “Tutte queste terre, che erano infeudate, titolate e che davano il titolo principesco, passarono nel 1556 agli Spinelli. Pertanto gli Spinelli presero il titolo di Principi di Scalea. Il primo Principe di Scalea fu Troiano e il secondo Ferdinando. Sotto il governo di questi vennero portati a termine i lavori di ampliamento della loro dimora, già dei Romano e dei Duchi di Sanseverino, che prese l’aspetto attuale e il nome di “Palazzo dei Principi…..(p. 52). Inoltre i tributi erano pesantissimi. L’amministrazione era confusa. Ogni sorta di abusi era possibile. Anche il napoletano Giovan Andrea Caracciolo che accentrava le cariche di fundicario, vice-secreto, e portolano di Scalea ne commise. In tutto questo caos a Scalea si fece qualcosa. I Palamolla riuscirono ad incrementare l’industria serica. Aumentò il commercio di cui erano mercanti oltre ai Palamolla, Sipio e Andrea Caputo, Antonio Macrino e Matteo Manfredi. Ecc…”. Dunque, in questo breve passo il Manco ci parla di Giovan Andrea Caracciolo che nel frattempo aveva assunto diverse cariche pubbliche del Viceregno spagnolo. Egli ricopriva le carice di “fundicario, vice-secreto, e portolano di Scalea“. A questo proposito il Manco scriveva che il Caracciolo aveva commesso diversi abusi. Infatti, Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Malgrado il possesso delle terre sicuramente il marchese Caracciolo non risiedeva in Tortorella, ma bensì nel palazzo marchesale di Misuraca. Ed è proprio lì che Giovanni Andrea trovò la morte (65); nel 1528 egli, insieme al figlio Paolo e sua moglie Caterina, venne trucidato in piazza a seguito di una rivolta contadina. Grazie all’aiuto di alcuni parenti riuscirono a mettersi in salvo soltanto le figlie che, scampate al massacro, trovarono rifugio a Catanzaro. Qui conobbero il duca di Castrovillari Ferrante Spinelli il quale con le sue truppe era corso in aiuto del vicerè Filiberto di Chalois, intento a contrastare il tentativo di conquista della città da parte delle truppe fracesi e di quelle del Duca di Capaccio. Il duca Ferrante s’invaghì della giovane e bella Isabella e, dopo aver liberato dall’assedio la città e, nel contempo, sposato in seconde nozze la marchesa, marciò con il proprio esercito su Misuraca, ristabilendo l’ordine costituito e restituendo il feudo alla nuova moglie Isabella. Dal matrimonio tra i due nacque Troiano Spinelli, il quale ereditò, nel 1548, il feudo della madre, essendo quello del padre spettante al figlio avuto dal primo matrimonio, il III duca di Castrovillari Don Giovanni Battista II (66).”. Il Montesano, a p. 43, nella nota (65) postillava che: “(65) Racconti calabresi – di Achille Grimaldi – stamperia del Filiberto, Napoli, 1860”. Il Montesano cita il duca Ferrante Spinelli mentre il Vacchiano lo cita come “Ferdinando Spinelli”. Da Wikipedia leggiamo che, nel 1527 a Mesoraca vi fu una rivolta in cui fu ucciso Paolo, fratello di Isabella e porzio Caracciolo, insieme al padre ed alla madre. Isabella e pOrzia si salvarono. La famiglia ad eccezione delle figlie Isabella e Porzia riuscirono a scappare a Catanzaro; la rivolta fu repressa e vendicata dal principe Ferrante Spinelli, il quale sposò la marchesina Isabella Caracciolo per ripristinare il feudo, conservato dalla famiglia Spinelli fino al 1584. Sul blog in rete del “Libro d’oro della Nobiltà Mediterranea” è scritto che H3. Isabella (+ post 1569), Marchesa di Misuraca e Signora di Scalea a Tortorella. = Don Ferdinando Spinelli 2° Duca di Castrovillari (vedi/see). Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Il duca Ferrante s’invaghì della giovane e bella Isabella e, dopo aver liberato dall’assedio la città e, nel contempo, sposato in seconde nozze la marchesa, marciò con il proprio esercito su Misuraca, ristabilendo l’ordine costituito e restituendo il feudo alla nuova moglie Isabella. Dal matrimonio tra i due nacque Troiano Spinelli, etc….”. Dunque, secondo il Mallamaci, la marchesa Isabella Caracciolo, figlia di Giovan Andrea Caracciolo sposò il futuro Principe di Scalea, Ferdinando Spinelli. Dalla loro unione nacque Troiano Spinelli. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…), scriveva in proposito: “Vibonati…. Quest’ultimo Comune fu Feudo dei Caracciolo, etc…”.
Nel ……., Antonio Spinelli, signore dei feudi di Vibonati e Tortorella (?)
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 164, in proposito scriveva che: “A quest’ultimo successe Antonio Spinelli.”. E’ strana la notizia dataci dal Guzzo perchè gli Spinelli entrarono nel feudo di Vibonati solo dopo che Ferdinando, e non Antonio, Spinelli sposò Isabella Caracciolo figlia di Giovan Andrea Caracciolo che nel 1528 sarà ucciso in una rivolta popolare. Secondo il Guzzo, dopo Giovan Andrea Caracciolo fu Antonio Spinelli ad ereditare il feudo di Vibonati che era stato dei Caracciolo.
Nel 1548, Trojano Spinelli, figlio di Isabella Caracciolo e del principe Ferdinando Spinelli erditò il feudo di Scalea della madre
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Il duca Ferrante s’invaghì della giovane e bella Isabella e, dopo aver liberato dall’assedio la città e, nel contempo, sposato in seconde nozze la marchesa, marciò con il proprio esercito su Misuraca, ristabilendo l’ordine costituito e restituendo il feudo alla nuova moglie Isabella. Dal matrimonio tra i due nacque Troiano Spinelli, il quale ereditò, nel 1548, il feudo della madre, essendo quello del padre spettante al figlio avuto dal primo matrimonio, il III duca di Castrovillari Don Giovanni Battista II (66).”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Dalla famiglia Caracciolo il feudo passò al marchese di Misuraca, Troiano Spinelli, il quale, nel 1555, lo vendette a Giovanni Antonio Ricca.”. Da Wikipedia leggiamo che da Isabella Caracciolo e Ferrante Spinelli nasce Troiano che subentro’ al padre. È famoso a Mesoraca per aver fondato sul finire del sec. XVI un villaggio nelle campagne della cittadina, Vico Troiano,che successivamente venne saccheggiato e raso al suolo dai turchi. In questo villaggio aveva dimora una ragazza, figlia della nobile famiglia Rossi di Mesoraca, si chiamava Sara e durante le incursioni turche, fu deportata in schiavitu’ insieme ad altre compaesane. Il triste avvenimento si trasformò in felicità nel momento in cui il sultano si innamorò della giovane donna, descritta “bruna, dalle greche forme, di una disumana bellezza”. La ragazza in cambio della sua mano chiese di mantenere il proprio credo religioso e le venne concessa per amore la libertà di culto, diventando sultana di Costantinopoli. Sara Rossi inviò ingenti somme di denaro nella sua terra natìa attraverso un suo cappellano, con la raccomandazione di ingrandire e ristrutturare il convento dei domenicani, tali somme non arriveranno mai a Mesoraca ma furono usate a Napoli per altri lavori.
Nell’11 luglio 1552, domenica, l’incursione turca-ottomana di Dragut Pascià distrusse Vibonati, S. Marina e S. Giovanni a Piro
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Il 10 luglio 1552 (era un sabato sera), una flotta di 123 galee gettò le ancora nel porto di Palinuro e propriamente presso la località Oliveto. Il giorno dopo, domenica, verso le 15 i musulmani di Dragut pascià sbarcarono mettendo a ferro e a fuoco Policastro e saccheggiarono, poi distruggendoli, i villaggi di Vibonati, S. Marina, S. Giovanni a Piro, mentre altri si spingevano fino a Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggiero uccidendo e facendo prigionieri gli abitanti (12).”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Laudisio cit., p. 22 sg: “……………..”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a pp. 164-165, in proposito scriveva che: “Nel 1552, insieme con Scario, San Giovanni a Piro, Policastro, Santa Marina, Bosco, Torre Orsaia, Roccagloriosa e Sapri, anche Vibonati ebbe a subire il saccheggio e l’incendio ad opera dei Turchi di Dragut Rais Bassà. Fu in occasione di tale funesta incursione che Vibonati perse beni e uomini, dei quali alcuni furono uccisi ed altri condotti schiavi (31).”. Il Guzzo, a p. 165, nella nota (31) postillava che: “(31) N. M. Laudisio: Paleocastren Dioceseos Historica Cronologica Sinopsis Erudita, Napoli, 1831, pag. 44.; G. Volpe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, Salerno, 1881, p. 118”. Il Laudisio ci parla di questa funesta giornata a p. 78, della sua ‘Sinopsi’ (vedi versione a cura del Visconti). Il Laudisio (…), a p. 79, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Veloviores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, ‘in deserto insidiati sunt nobis).” e nella nota (67) postillava che: “(67) Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio, pag. 1, in arch. Matr. Ecclesiae oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Antonini…… Ricorda che per la sua breve distanza dal mare subì le incursioni musulmane nel 1559, orde respinte dai pochi che erano scampati alla peste del 1656. A seguito delle incursioni del 1562, si cinse di mura nel 1565.”. Dragut-Pascià fu un comandante navale ottomano e il successore di Khayr al-Din Barbarossa (che aveva assalito le nostre coste nel 1533). Viceré di Algeri, Signore di Tripoli e di al-Mahdiyya, si fece chiamare Spada vendicatrice dell’Islam e fu spesso lo spietato prota-gonista di credenze popolari, a causa della sua efferatezza. È ricordato anche per essere stato uno dei più grandi ammiragli (in turco Kapudanpasa) di etnia turca al servizio del sultano. La sua flotta ed i suoi uomini, nel 1552, furono gli autori di un’efferata operazione militare incursiva sulle nostre coste. La quarta per la precisione. Questo triste episodio della nostra storia è ricordato dal vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), che nella sua ‘Synossi’ (un testo scritto e pubblicato nel 1831 – 3), così scriveva in proposito: “ …e per la quarta volta nel 1552 dal musulmano Dragut pascià; infatti il 10 luglio 1552, decimo dell’edizione – era un sabato sera – una flotta musulmana di 123 navi gettò le ancore nel Golfo di Policastro, ed esattamente presso la località che è chiamata Oliveto ( e quì sono chiari i riferimenti filo-borbonici del vescovo sanfedista, dello sbarco di Carlo Pisacane). Il giorno dopo, domenica, verso le ore 15, i musulmani sbarcarono più veloci delle aquile e misero a ferro e fuoco Policastro, e contemporaneamente alcuni di essi saccheggiarono e distrussero Vibonati, S. Marina, e S. Giovanni a Piro, altri Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggero, inseguendone gli abitanti sui monti e uccidendoli in luoghi deserti. (66). Quanti furono i morti e quanti i prigionieri! Quante le sciagure! Quanti raccolti furono bruciati nei campi! Il martedì successivo, 13 luglio, passarono a Camerota dirigendosi verso Policastro che pure distrussero, e di lì il giorno dopo, giovedì, salparono di sera, così come di sera erano giunti, e si diressero con le loro navi verso Napoli (67).” (…).
VIBONATI SARA’ STACCATO DAL FEUDO DI TORTORELLA
Nel 1555, Giovanni Antonio Ricca o Ricco acquistò il feudo di Vibonati da Troiano I Spinelli
Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…) parlando di Sapri, a p. 197, in proposito scriveva che: “L’anno 1555 segna il passaggio di Bonati nelle mani feudali degli Spinelli a quelle di Giovanni Antonio Ricco.”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Precedentemente, nel 1555, Trojano aveva già alienato separatamente la Terra di Tortorella a Giovanni Antonio Ricca. Successivamente lo stesso marchese Spinelli la riacquistò dal figlio Cesare Ricca etc….”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Dalla famiglia Caracciolo il feudo passò al marchese di Misuraca, Troiano Spinelli, il quale, nel 1555, lo vendette a Giovanni Antonio Ricca.”.
Nel 15…., Scipione Oferio acquistò da Cesare Ricca il feudo di Tortorella (e quindi pure Vibonati)
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Successivamente lo stesso marchese Spinelli la riacquistò dal figlio Cesare Ricca e la rivendette definitivamente a Scipione Oferio per 6.000 ducati.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Da questo poi passò ai Gallotti, poi agli Oferio e quindi al nobile Francesco Alderisio nel 1569.”.
Nel 1569, Francesco Alderisio acquistò il feudo di Tortorella (e quindi pure Vibonati)
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Dopo pochi anni, nel 1569, la Terra di Tortorella passò nelle mani di Francesco Alderisio.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Da questo poi passò ai Gallotti, poi agli Oferio e quindi al nobile Francesco Alderisio nel 1569.”.
I CARAFA DELLA STADERA
Dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che i l’illustrissima e storica famiglia napoletana Carafa discende da altro più antico casato napoletano: i Caracciolo. Il capostipite fu Gregorio di Giovanni Caracciolo vissuto nel XII secolo, detto Carafa perchè ricopriva la carica di concessionario della gabella sul vino chiamata “campione Carafa”. Guerrello Caracciolo detto Carafa, Maresciallo del Regno, fu cavaliere dell’Ordine della Nave. Si divise in due grandi rami detti della Spina e della Stadera; capostipite della famiglia Carafa della Stadera fu Tommaso, figlio di Bartolomeo. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nido e, dopo la soppressione dei sedili (1800) fu iscritta nel Libro d’Oro Napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: barone di: Apricena, Binetto, Bonifati, Campolieto, Capriati, Civita Luparella, Colubrano, Rocca d’Aspro, Rutigliano, Sant’Angelo a Scala, San Mauro, Sessola, Tortorella, Trivigno, Tufara, Vallelonga. marchesi di: Anzi (1576), Baranello (1621), Bitetto (1595), Corato (1727), Montenero (1573), Montesardo, S. Lucido, Tortorella (1710). I Carafa raggiunsero i più alti gradi ecclesiastici nella Chiesa Romana con quindici cardinali e un Papa; Giovan Pietro Carafa (Capriglia 28-6-1476 † Roma, 18-8-1559), figlio di Giovanni Antonio dei conti Carafa e di Vittoria Camponeschi, figlia di Pietro Lalle, ultimo conte di Montorio, feudo in provincia di Teramo, fu eletto Papa il 23 maggio 1555 con il nome di Paolo IV. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Giustiniani (18), ….ci informa ….e del feudatario “Caraffa della Stadera”. Egli ci informa pre delle numerazioni dal 1532 al 1669 (19). Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitisi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carraffa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo dei baroni Gallotti etc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(20) Tancredi, Il Golfo di Policastro etc..”, p. 72.”. I Carafa o Caraffa sono una nobile e antica famiglia di origine napoletana, discendente dall’ancor più antica famiglia Caracciolo. Divisa in numerosi rami, i cui principali e più importanti sono i Carafa della Spina e i Carafa della Stadera, e decorata dei più alti titoli, raggiunse l’apice della sua potenza con l’elezione al soglio pontificio di Gian Pietro Carafa, papa con il nome di Paolo IV. Capostipite della famiglia Carafa della Spina fu Andrea, familiare della regina Giovanna I d’Angiò, il quale seguì Carlo III di Durazzo nella guerra d’Ungheria. I rappresentanti del Casato ricoprirono le più alte cariche in campo civile, militare ed ecclesiastico sino ad arrivare al soglio pontificio. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nilo e, dopo la soppressione dei sedili (1800), fu iscritta nel Libro d’Oro napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: Barone di: Bianco (1629), Carreri (1629), Cerro, Forlì (1629), Petrella, Rionegro (1666), Ripalonga, Roccasicone, Rocchetta, San Nicola di Leporino, Torraca; Conte di: Arpaia (1605), Condojanni (1629), Conte palatino (1622), Cerro, Grotteria (1496), Policastro, Roccella (1522); Marchese di: Brancaleone, Tortorella, Castelvetere (1530) con annesso il Granducato di Spagna di prima classe (1581); Duca di: Bruzzano (1646), Forli (1625), Montenero, Rapolla (1623), Traetto (1712); Principe di: Roccella (1594), Sacro Romano Impero (1563). Riguardo la famiglia dei Carafa, ha scritto il Cataldo (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 42, in proposito scriveva che: “Questa famiglia si divise in vari rami, fra cui i principali: i Carafa della Spina (Principi di Belvedere), della Bilancia (Duchi d’Andria), della Serra, ecc..a Tortorella vi erano i Marchesi dell’altro ramo: (Carafa della Stadera), i cui tenimenti passarono alla famiglia Rocco. Da essi uscirono personaggi illustri: – Giampietro Carafa (1476-1559), che fu papa Paolo IV nel 1555, ecc..”.

Nel 1600, donna Vittoria Alderisio, signora di Tortorella sposò Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel 1600 l’unica figlia di Francesco, D. Vittoria Alderisio, sposò il patrizio Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa (68) dei conti di Moncalvo (69), portando il feudo sotto l’egida della potente famiglia Carafa, che governerà Tortorella, in maniera a volte dispotica e violenta, fino al 1806. Il titolo di Marchese di Tortorella venne concesso il 20 luglio 1710 a Francesco Carafa (70).”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (68) postillava che: “(68) Fabio era il quinto dei sette figli di Giovan Francesco Carafa, II Conte di Montecalvo.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (69) postillava che: “(69) Biagio Aldimari – Historia genealogica della famiglia Carafa – stamperia Raillard, Napoli, 1691, pag. 420.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 165, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1569, Francesco Alderisio Junior cedette il feudo di Tortorella con i relativi casali e castelli alla sua unica figlia Vittoria, andata in sposa a Gian Battista Carafa. In conseguenza di tale matrimonio il feudo di Tortorella e conseguentemente Bonati, furono uniti al feudo di Policastro.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il nipote di questi, Francesco Alderisio junior, cedette tutto alla sua unica figlia Vittoria, andata in sposa, i seguito, al marchese Giovan Battista Carafa Stadera e, in virtù di tale matrimonio, il feudo di Tortorella passò nelle mani di questa potentissima famiglia che la governò ininterrottamente per circa due secoli, fino all’abolizione della feudalità, (2 agosto 1806).(5)”. Il Guzzo, a p. 203, nella nota (5) postillava che: “(5) F. Rinaldi: Dei primi Feudi nell’Italia Meridionale – Napoli – 1886 – pag. 85.”. Nel 1745, nella sua prima edizione della “Lucania – Discorsi”, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) a p. 436 parlava di Tortorella ed in proposito scriveva che: “Un miglio lontano da Tortorella sono due altri piccioli luoghi, Casaletto, e Battaglia.”. Antonini non dice altro.

(Fig…) Antonini Giuseppe, op. cit., p. 436
Nel 1603, Diego Simone acquistò da Carlo Caracciolo il feudo di Vibonati (staccato dalla contea di Policastro)
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 741 parlando di Vibonati scriveva pure che: “Nel 1603 Carlo Caracciolo vendette il feudo di Vibonati a Diego Simone per ducati 20.300 (13).”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Ass. in Quint., 31, f 105.”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…), scriveva in proposito: “Vibonati…. Quest’ultimo Comune fu Feudo dei Caracciolo, etc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 165, in proposito scriveva che: “Nel 1603 Carlo Caracciolo, che lo aveva acquistato quualche anno pima, vendette il Feudo di Vibonati a Diego Simone per 20.300 ducati.”.
Nel ……, Francesco Pertinet acquistò il feudo di Vibonati
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “E’ notizia poi che Francesco Pertinet l’avesse venduto a Fabio di Bologna per ducati 21.000 (14), il quale, a sua volta, l’alienò a favore di Francesco Galluppo per ducati 21.300 (15), “e questi di nuovo allo stesso Galluppo per la stessa somma” (16). Il Galluppo vendette poi il feudo a Giovan Camillo Greco per ducati 20.300 (17).”. Ebner, a p. 741, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Quint. 52, f 106.”. Ebner, a p. 741, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Quint., 48, f 30.”. Ebner, a p. 741, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Quint. 52, f 90.”. Ebner, a p. 741, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Quint., 52, f 98”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…), scriveva in proposito: “Vibonati…. Quest’ultimo Comune fu Feudo dei Caracciolo, di Francesco Pertinet, di Fabio di Bologna, etc..”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 165, in proposito scriveva che: “Da questi passò nelle mani di Francesco Pertinet che, a sua volta, lo vendette a Fabio di Bologna per 21.000 ducati.”.
Nel ……., Fabio di Bologna acquistò il feudo di Vibonati da Francesco Pertinet
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “E’ notizia poi che Francesco Pertinet l’avesse venduto a Fabio di Bologna per ducati 21.000 (14), il quale, a sua volta, l’alienò a favore di Francesco Galluppo per ducati 21.300 (15), “e questi di nuovo allo stesso Galluppo per la stessa somma” (16). Il Galluppo vendette poi il feudo a Giovan Camillo Greco per ducati 20.300 (17).”. Ebner, a p. 741, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Quint. 52, f 106.”. Ebner, a p. 741, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Quint., 48, f 30.”. Ebner, a p. 741, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Quint. 52, f 90.”. Ebner, a p. 741, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Quint., 52, f 98”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…), scriveva in proposito: “Vibonati…. Quest’ultimo Comune fu Feudo dei Caracciolo, di Francesco Pertinet, di Fabio di Bologna, etc..”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 165, in proposito scriveva che: “Da questi passò nelle mani di Francesco Pertinet che, a sua volta, lo vendette a Fabio di Bologna per 21.000 ducati.”.
Nel ……, Francesco Galluppo riacquistò il feudo di Vibonati da Fabio di Bologna e lo tenne fino al 1627
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “…..Fabio di Bologna……il quale, a sua volta, l’alienò a favore di Francesco Galluppo per ducati 21.300 (15), “e questi di nuovo allo stesso Galluppo per la stessa somma” (16).”. Ebner, a p. 741, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Quint. 52, f 90.”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…), scriveva in proposito: “Vibonati…. Quest’ultimo Comune fu Feudo …..di Francesco Galluppo, etc…”. Dunque, un Francesco Galluppi, della nobile famiglia di patrizi Napoletani dei ‘Galluppi’, che Scipione Mazzella Napolitano (….) chiama “Galluppo”, figlio di Cesare Galluppo, nel …….acquistò il feudo di Vibonati e sposò la Isabella Patti baronessa di Belvedere da cui nacquero Onofrio Galluppi e il primogenito Ansaldo Galluppi. Essi avevano possedimenti a Tropea ed Abbatemarco. Sul sito dei ‘Nobili Napoletani’ in rete, troviamo un “figlio del citato Cesare fu Francesco, il quale acquistò i feudi di Vibonati (SA) e Abatemarco (3), sposò Isabella Patti baronessa di Belvedere, accrebbe i dominii della sua casa anche di questa baronia; ebbero per figli Onofrio e il primogenito Ansaldo.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 165, in proposito scriveva che: “Ma anche quest’ultimo se ne sbarazzò ben presto, cedendolo, per lo stesso prezzo, a Francesco Galluppo.”.
Nel …….., Giovan Camillo Greco acquistò il feudo di Vibonati da Francesco Galluppo
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Il Galluppo vendette poi il feudo a Giovan Camillo Greco per ducati 20.300 (17).”. Ebner, a p. 741, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Quint., 52, f 98”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…), scriveva in proposito: “Vibonati…. Quest’ultimo Comune fu Feudo….di Francesco Galluppo, di Giovanni Camillo Greco.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 165, in proposito scriveva che: “Da questi passò ancora Vibonati a Giovan Camillo Greco che lo acquistò per la somma di 20.300 ducati.”.
Nel 1627, il dott Giovanni Langanario acquistò il feudo di Vibonati da Francesco Galluppo e lo tenne fino al 1669
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva pure che: “Costui (Francesco Galluppo) alienò poi a favore del dottor Giovanni Langanario per ducati 23.500 (18) nel 1627, il quale lo possedeva ancora nel 1669.”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Quint., 77, f 164.”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Quint., 77, f 164.”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…), scriveva in proposito: “Vibonati…. Quest’ultimo Comune fu Feudo….di Francesco Galluppo, di Giovanni Camillo Greco.”. Pietro Ebner a p. 741 scriveva pure che: “Durante la peste del 1656 G. Battista Ursaya, dei frati minori, nel visitare “gl’infermi in xenodochijo civibus Bonatorum”, si ammalava di peste per cui decedeva nel mese di settembre di quell’anno. Il nipote frate Gerolamo Ursaya di S. Francesco di Paolo, nel 1675 fu nominato arcivescovo di Rossano da papa Clemente X.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 165, in proposito scriveva che: “Il Greco lo cedette, nell’anno 1627, a Laganario per la somma di 23.000 ducati.”.
Nel 1659, il feudo di Vibonati fu venduto per ordine della SRC
Pietro Ebner a p. 742 scriveva pure che: “Scrive il Giustiniani di aver letto di una vendita (p. 315) fatta nel 1659, per ordine della SRC a istanza dei creditori di Niccolò Pignone a Carlo Brancaccio per ducati 20.000 (19).”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Quint., 96, f 143.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Anche il Giustiniani (8), che pur attingeva tante notizie dall’Antonini, mostrava che nei Quinternioni il villaggio è sempre designato “Bonati seu Bonatorum e li Bonati, o Libonati, come nelle situazioni del 1648 e 1669, e mai Vibonati”. Pietro Ebner a p. 740, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Giustiniani, cit., II, Napoli, 1797, p. 313 sgg.”. Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico ecc…”, alla voce “BONATI, o Libonati”, nel suo vol. II, a pp. 313-314-315, in proposito scriveva che: “Nei ‘Quinternioni’ ella è detta ‘Bonati’, seu ‘Bonatorum’, e li ‘Bonati’, o Libonati’, come nelle situazioni del 1648 e 1669, ecc..ecc…”.
Nel 1665, Giovan Battista Ursaya, dei frati minori di Vibonati si ammalò di peste
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva pure che: “Durante la peste del 1656 G. Battista Ursaya, dei frati minori, nel visitare “gl’infermi in xenodochijo civibus Bonatorum”, si ammalava di peste per cui decedeva nel mese di settembre di quell’anno.“.
Nel 1669, Giovan Camillo Greco acquistò il feudo di Vibonati da Francesco Galluppo
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Il Galluppo vendette poi il feudo a Giovan Camillo Greco per ducati 20.300 (17).”. Ebner, a p. 741, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Quint., 52, f 98”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…), scriveva in proposito: “Vibonati…. Quest’ultimo Comune fu Feudo di Giovanni Camillo Greco.”.
Nel 1675, frate Gerolamo Ursaya, frate del monastero di San Francesco di Paola a Vibonati fu nominato Arcivescovo di Rossano da Papa Clemente X
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva pure che: “Il nipote frate Gerolamo Ursaya di S. Francesco di Paolo, nel 1675 fu nominato arcivescovo di Rossano da papa Clemente X.”.
Nel 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e di Ippolita Carafa, conti di Policastro
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Poi il feudo passò alla famiglia Carafa che lo possedeva ancora nel ‘700. Il 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa (v. a Policastro) e della congiunta Ippolita Carafa, quale unica erede ebbe l’intestazione di Policastro, con titolo di conte, Fòrli con titolo di duca (il titolo venne trasferito su Ispani, università autorizzata a denominarsi Fòrli), Libonati, Sapri e Santa Maricina o Santa Marina, insieme con i casali di S. Cristoforo e di Capitello. In seguito Teresa Carafa ebbe intestate anche le giurisdizioni di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il parente Gennaro Carafa, principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Da costei il principe aveva avuto dei maschi, tra cui il primogenito Vincenzo al quale tocarono i feudi della Roccella. Da Teresa Carafa il principe aveva avuto altri maschi, tra cui il primogenito Gerardo che ebbe titolo e feudi di Policastro. A Gerardo seguì Francesco e poi il figlio Nicola e due femmine, Maddalena e Maria Teresa. Nicola, che con decreto ministeriale del 1831 aveva ottenuto il riconoscimento di tutti i titoli e predicati, morì senza eredi. I titoli e i feudi di Policastro (v.), Fòrli (cioè Ispani), Sapri, Vibonati e Pardinola con R. Assensodel 1897 passarono a Maria Severina Longo, figlia di Maddalena Carafa e perciò marchesa di Gagliati e di San Guiliano.”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…) parlando di Sapri, a p. 197, in proposito scriveva che: “Vibonati….Nel 1797 si trovava infeudato alla Principessa D. Teresa Carafa di Policastro. Intorno a questo centro, detto anche Bonati o Libonati, sono state fatte numerose polemiche. Molti hanno voluto vedere qui il golfo di Vibona, di cui parla Cicerone nella sesta epistola ad Attico.”. Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 165, in proposito scriveva che: “La lunga serie di vendite e cessioni terminerà nell’anno 1797, quando Vibonati si troverà infeudato alla Principessa Teresa Carafa di Policastro (32). All’epoca Vibonati contava 3.000 abitanti circa.”.
Il Guzzo, a p. 165, nella nota (32) postillava che: “(32) N. Camera: Annali delle Due Sicilie – Napoli – 1860 – vol. II – pagg. 309-314.”. Non è N. ma è M., ovvero Matteo Camera.
Nel 1799, i Sanfedisti borbonici ed i moti carbonari del basso Cilento
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le ricerche del Cassese (279) della fine degli anni Quaranta hanno escluso infatti coinvolgimenti diretti di cittadini dell’Università casellese, mentre tutt’intorno nelle ‘Terre’ contigue divampava l’insurrezione, spesso affrettata e spietata. A Sanza infatti i galntuomini aizzarono il popolo contro i ‘democratizzatori’ padulesi Ettore Netti e Francesco Notaroberto; a Casaletto operò un nutrito gruppo di cospiratori contro il governo borbonico (la famiglia Petrosino: don Felice, Notar Vincenzo, Pascale; Notar Gianuario La Falce; Angelo Loviso; Saverio Scafuri; Don Pasquale Polito) e fu piantato ‘l’albero della Libertà’; a Morigerati furono attivi Don Bernardino Mega, Diego Cioffi e Don Gaetano Granato originario di Lentiscosa; a Vibonati Domenico Furiati e il fratello Notar Biagio (280). Neppure la quasi immediata reazione realista e sanfedista, che coinvolse in prima persona il vescovo di Policastro Monsignor Ludovico Ludovici (281) incaricato dal cardinale Fabrizio Ruffo di organizzare la controrivoluzione nella Valle del Bussento (282), pare avesse coinvolto la ‘Terra di Tortora.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (278) postillava che: “(278) Con l’entrata dei Francesi in Napoli del 1799 il generale Championnet occupò la capitale del regno borbonico costringendo il re Ferdinando IV a fuggire in Sicilia) tutto il Cilento ebbe un fremito di riscossa: gli spiriti più nobili della borghesia progressista, impevuti delle idee liberali propugnate dalla Rivluzione Francese, si batterono per creare Municipalità democratiche in ogni paese, dove piantarono l’albero della libertà.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (279) postillava che: “(279) Leopoldo Cassese, Giacobini e realisti nel Vallo di Diano, in “Rassegna Storica Salernitana”, X (1949), pp. 134 ss., ora in ‘Scritti di Storia Meridionale, Salerno, Laveglia, 1970, pp. 63-149.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (280) postillava che: “(280) Ivi, passim; ASN, Casa Reale, vol. 177, Libro nel quale son descritti…..tutti gli individui….che son notati per materie di Stato, passim.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (281) postillava che: (281)Frate ebolitano dei Minori Osservanti, fu trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797 (N.M. Laudisio, Sinossi etc., cit. p. 36).”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (282) postillava che: “(282) L. Cassese, Scritti di storia etc., cit., p. 106 ss.; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 268.”.
Dal 1807 al 1811, Vibonati fu sede di Distretto e capoluogo di Mandamento fino al 1924
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 740 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Libonatorum, Bonatorum, Bonati seu Bonatorum, li Bonati, Libonati, Vibonati. Università autonoma fino alla sua elevazione a Comune. Sede di distretto con 12 comuni dipendenti fino al 4 maggio 1811 (Legge da Parigi n. 122) quando venne sostituito da Vallo come sede di Distretto (1). Capoluogo di mandamento poi fino al 1924 quando venne sostituito con Sapri. Ecc..”. Ebner a p. 740 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Con la Legge 19 gennaio 1807, n. 14 (Napoli), Giuseppe Napoleone divise la Provincia di Principato Citeriore in 46 circondari. Vallo divenne distretto con la legge 4 maggio 1811, n. 122 che divise la provincia in 14 circondari, come immutati sono i comuni. Con la legge 19 gennaio 1807, n. 14 si stabilì (v. Ebner, Storia cit., p. 221), che il primo paese elencato era sede del circondario e “del giusdicente”. Il Laudisio cit., p. 60 ci informa (vedi oltre) dei tre circondari in provincia di Principato della sua Diocesi.”. Infatti, sempre l’Ebner, a p. 741, in proposito scriveva che: “Il Laudisio (26) scrive che l’intera diocesi, ai suoi tempi, per ciò che attiene l’amministrazione civile, comprendeva sei circondari nei quali risiedevano i giudici regi, di cui tre nella provincia di Basilicata e tre nella provincia di Principato Citra. E cioè Vibonati, Torre Orsaia e Camerota, villaggio quest’ultimo, dove si erano rifugiati i saraceni che distrussero per la prima volta Policastro e che si erano stanziati pure ad Agropoli.”.
Petralia, Petrasia, o Petrosa a Villammare
Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’,del 1978, pp. 64-65 parlando di “Vibone”, dopo aver detto che Vibonati fu ricostruita nel X secolo ai tempi di Roberto il Guiscardo scriveva che: “Durante le incursioni del sec. XVI la città scomparve completamente e non fu più ricostuita (14).”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (14), postillava che: “(14) Laudisio N M., op. cit., p. 44.”. Il Tancredi, continuando il suo racconto a p. 64, in proposito scriveva pure che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova un villaggio, detto ‘Petrasia’ (17), che poco dopo scompare e rimase col nome di ‘Villammare’ (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13.”. Il Tancredi, a p. 63, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600.”. Sulla carta in questione ho dedicato ivi un mio saggio. La carta in questione è la “Carta del Cilento” da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli e mostrata al sacerdote luigi Tancredi. In questa carta d’epoca Aragonese (credo sia molto più antica del 1600 come voleva il Tancredi) è riportato il toponimo di “Petrasia” all’eltezza dell’attuale Villammare.

Il Malaterra (….) proseguendo il suo racconto con l’assedo di Aiello in Calabria e, con il Cap. XXXVIII, ci parla della costruzione di un castello a ‘Petralia’. Il Lo Curto (…), nella sua traduzione del Malaterra, scrive che il conte Ruggero d’Altavilla: “..nell’anno del signore del 1066 edificò a Petralia un castello fuori delle mura della città fortificandolo con molta cura mediante torri e bastioni..”, forse la località indicata nella carta corografica d’e-poca aragonese, ricca di toponimi che non figurano in nessun’altra carta geografica del Regno (Fig….). Come si può ben vedere nella carta corografica d’epoca Aragonese, da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig….)(…), il toponimo ‘Petrasia’ – molto simile al toponimo citato dal Malaterra (…), è posta sulle alture subito vicino la costa, quasi in corrispondenza dell’attuale Villammare, ove attualmente si può vedere la Torre della Petrosa (Fig….), che prende il nome dell’attuale località di Villammare, ovvero località Petrosa. Villammare, era la marina o il porto di Vibonati o Li Bonati (Figg….). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (…), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (…), i due studiosi scrivono che, nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche il porto di Sapri. Secondo la traduzione dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del testo in arabo di al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, scrive: “Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” (…). Poi aggiunge: ” Da questo Capo a qast.r.k.lì (Castrocucco) tredici miglia” . Nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “(2) Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.“. Il Vassalluzzo (…), sulla scorta dell’Alfano (…), scriveva in proposito: “Siamo a Capitello, che ci attende di mostrarsi la torre omonima (Tav. VI, fig. 4), conservatasi discretamente nella struttura dell’epoca. I torrieri, posti alla sua guardia nei secoli XVI e XVIII, furono Rey Bernardo (1569), Gomez Alfonso (1598) e Gomez Fernando (1605). Essa fu costruita dopo il 1563. Capitello, una volta comune autonomo, oggi è frazione di Ispani. Eccoci a Villammare. La Torre (Tav. VI, fig. 5), incorporata nell’abitato, almeno esternamente si conserva bene ed è adibita a civile abitazione. Anch’essa compare nel piano della costruzione delle torri del 1563 (1- Archivio di Stato di Napoli e Pasanisi, p. 440), All’anno 1598 si trovano come torriere Pugliese Carlo (1). Villammare fa parte come frazione, del Comune di Vibonati.”.

(Fig….) Carta geografica d’epoca Borbonica, del basso Cilento e costa (…)

(Fig…) Torre della Petrosa a Villammare
Santuario di S. Antonio Abate a Vibonati
(XI secolo), edificato su una collina donata alla comunità dalla Principessa Carafa di San Severo. La chiesa, originariamente in stile romanico, fu sempre di rito greco. Nel corso degli anni ha subito numerosi interventi di restauro. Il più antico di cui si ha memoria fu fatto nel 1580 sotto la guida del Mons. Ludovico Bentivoglio. La chiesa fu ancora ristrutturata nel 1653 e fu riconsacrata nel 1728 dal Vescovo Mons. De Robertis. Altri restauri seguirono poi nel XIX secolo e nella metà del secolo scorso, quando il campanile, in stile romanico, fu sostituito con quello attuale. La chiesa di Sant’Antonio abate, pur conservando la sua rara e assoluta bellezza, ha perso il suo caratteristico aspetto originario, assumendo lo stile di una chiesa barocca. La Chiesa è costituita da 3 navate: una centrale ampia e due laterali di larghezza minore. Entrando sulla destra si ammira il fonte battesimale, scavato in un antico capitello corinzio, mentre in alto si trova un soppalco di legno dov’è collocato l’organo a canne risalente al Settecento. Nella seconda cappella della navata destra è collocato uno splendido dipinto a tempera su tavola, raffigurante la Vergine del Rosario tra i Santi Domenicani e i vincitori della battaglia di Lepanto, che commemora la partecipazione della comunità a tale vittoria. L’opera è attribuita alla scuola del pittore di origine fiamminga, Teodoro d’Errico. Sotto la volta della navata centrale si trova una pittura raffigurante il Santo a cui la chiesa è dedicata, opera di un artista vibonatese, A. Giannini, che lo eseguì nel 1832. Collocata al di sopra dell’altare, la statua lignea a mezzo busto del Santo patrono, eseguita nella seconda metà del Settecento, viene portata in processione il 17 gennaio per le strade del paese. Il Laudisio, a p. 99 (edizione a cura del Visconti), scriveva solo che: “A Vibonati c’era un altro convento, quello dei Minimi di S. Francesco di Paola, ma essendo pur esso soppresso, ecc..”.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, in ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Attanasio)
(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il ministro Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981
(…) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; “cfr. Laudisio, op. cit., p. 20, nota (f)”.
(….) Di Luccia Pietro Marcellino, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita dalla sa: mem: di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico legale, nel quale si tratta di sua Baronia, Vassallaggio, Dominio e Giurisdittione del Dottore Pietro Marcellino Di Luccia di detto luogo a lui dedicato etc….” pubblicato a Roma, nel 1700, stamperia Chracas.

(…) Palazzo Felice, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006
(…) Porfirio, Policastro, stà in ‘D’Avino G., ‘Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili e prelatizie del Regno delle due Sicilie’, Napoli, ed. Ranucci, 1848, p. 538
(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Attanasio)
(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna, p. 155 (citato da Ebner), (Archivio Attanasio)
(…) Salvioli G., Storia dell’Italia nell’alto Medio Evo, Napoli, 1913, p. 217

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253 (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.
(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.
(…) Guzzo A., Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997, pp. 53 e s.

(…) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2, 1 e 16; si veda pure: Borsari S., Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanne, Napoli, Sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1963 (Archivio Storico Attanasio), si veda cap. II, pp. 69-70, nota (183), parla di un documento del 1065.

(…) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cappelli B., I Basiliani nel Cilento superiore, in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata» ed. Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, XVI, 1962 pp. 9-21, oppure dello stesso autore e saggio: in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata» ed. Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, vol. XXIV, 1970. pp…….(Archivio Attanasio)
(…) Trinchera Francesco, Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc.. (Archivio Attanasio)
(…) Platina Bartolomeo, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platino, ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1593, p. 170 (Archivio Attanasio)
(…) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848, a p. 538
(…) Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Notizia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600.
(…) Cammarosano Paolo, Storia dell’Italia medievale, dal VI all’XI secolo, ed. Laterza, Bari, 2001, p. 98.
(…) Mazzella Napolitano S., Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1568, p. 79
(…) Gregorio Magno papa, Registro Episcopale, scritto tra il 590 e il 604; si veda anche: Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Cor- pus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.
(…) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.
(…) Abbate Paolo, Cenobi italo-greci e paesi del Basso Cilento, ed. ……., ……………, 1999; si veda un estratto sul Cenobio di S. Giovanni a Piro, pubblicato da Fariello (…).
(…) Schiavone Clara – Buonomo Emilio, Sulle Tracce dei Monaci Italo-Greci nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, 1999.
(…) Alaggio Rosanna, La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio).
(…) Rohlfs G., ‘Mundarten und Griechentum des Cilento’ (Dialetti e grecità nel Cilento), stà in “Zeitschrift fur Romanische Philologie”, 57 (1937), pp. 421-461 (ristampa anastatica a cura dell’Università della Basilicata, ‘Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento’ di Gerhard Rohlfs, ed. Congedo, si veda su Scario, pp. 83, 112 ecc.. (Archivio Storico Attanasio).
(…) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.
(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p…..
(…) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra.
(…) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, ed. Ripostes, Roma, 1888, p. 117.
(…) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (…), p. 136 nota (c).
(…) Natella Pasquale Peduto Paolo, Pyxous – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, rivista di I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.
(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.
(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio Storico Attanasio).
(…) Troccoli C., Montesacro antichissimo santuario basiliano, ed. Laurenziana, Napoli, 1986 (Archivio Storico Attanasio).
(…) von Falkenhausen Vera, Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina, stà in “Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’età Moderna Nel millenario della morte di S. Luca Abate“, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, Atti e Memorie del Convegno Internazionale di Studio promosso dall’Università di Basilicata, Potenza-Carbone, 26-27 giugno 1992, Potenza, 16, ed. Congedo, Lavello (PZ), 1996, p. 61 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: von Falkenhausen Vera, La Diocesi di Tursi-Anglona terra di incontro tra greci e latini, Atti del Convegno Internazionale di Studi promosso dall’Università di Basilicata sulla Diocesi di Tursi-Anglona, 1978, p. 31.
(…) Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile15. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa corpus, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabre. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (30). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e Taranto zona) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Tutte le offerte infatti una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale.

(…) Tancredi L., Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Il Tancredi, parlando dell’antica città di Avenia, cita il documento notarile (…) (vedi nota 4 di p. 23), al posto di “Velia“, riporta “Avenia“, p. 23; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695″ (1), p. 73 e s. (Archivio Storico Attanasio).
(…) (Figg…..) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (…) e dal Cataldo (…). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (3), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), e dice di aver tratto lo stralcio del documento in questione dal suo amico Canonico Giuseppe Menta (…), che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (…). Il Cataldo (…), nelle sue note (p. 19, nota n. 71), a proposito della “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a…”, scrive che essa è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: “come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 73 e s., si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”. Il Tancredi, alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (…). Il Gaetani (…), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta (…). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano (…). Le immagini che noi quì pubblichiamo (Figg…..), sono tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (Fig….), da cui abbiamo tratto le pagine finali che riguardano i possedimenti a Torraca e del territorio Saprese.

(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime della R. Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ed. I.T.E.A., 1926, pp. 423-442; dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio)

(….) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio), p….
(…) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; vedi pure Vassalluzzo M., Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p. 39; vedi pure Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.
(4) ibidem, Parc. Prov. Fascio 119, fol. 138.
(…) (Fig….) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti E., op. cit., (19), vol. II, tav. XVII.
(…) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370).
(…) (Fig….) Schmiedt G., Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche, stà nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975 (che noi possediamo in originale), pp. 78-79.
(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio)

(…) Mazzoleni Jole, Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), RSS, Salerno 1951; segue il Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630) acquistate anni fa dall’ASN.
(…) Montesano N., Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, ed. Lightning Source UK Ltd, 2018 (Archivio Storico Attanasio), v. p. 24 e p. 27
(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.
(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

(…) Tancredi L., Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985 (Archivio Attanasio)
