Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale e, non solo, metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo storico meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulla nuova Latinizzazione in epoca Normanna e le restaurate Diocesi tra cui quella di Policastro.
Nel VI-VII sec. d. C., i Bizantini, dopo la sconfitta dei Goti costruirono la chiesa ‘trichora martyrium’ corrispondente all’abside del duomo di Policastro

(Fig….) Abside trilobata (trichora) della Cattedrale di Policastro Bussentino
A Policastro (da Polis-Castrum) Bussentino ( ex colonia marittima greca detta Pyxous e poi colonia marittima romana detta Buxentum o Bussento), toponimo di derivazione bizantina, vi è una ‘Triphora’, chiesa di architettura bizantina, individuata nella parte absidale del Duomo di Policastro, forse risalente al VI sec. d.C. Da Wikipedia, alla voce “La cattedrale di Santa Maria Assunta (Policastro Bussentino)” leggiamo che “incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. Etc…La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig…..). L’interno della cattedrale era a tre navate fino ai rifacimenti settecenteschi. Oggi si presenta con un’unica navata con altari laterali e la cappella del Santissimo Sacramento (1627); il presbiterio è rialzato per la cripta sottostante. Da ricordare, infine, le lapidi sepolcrali dei tre vescovi Giacomo Lancellotto di Tropea, Nicola e del nobile Giacinto Camillo Maradei di Laino. La cripta, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. Il duomo di Policastro, aggiunto all’antica Trichorae, etc…”. In Wikipidia leggiamo che la cattedrale “Incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La costruzione romanica subì importanti interventi di restauro in senso barocco nel Settecento (tra il 1709 ed il 1716), interventi che riguardarono soprattutto gli interni. “. Sempre in Wikipidia leggiamo che “La cripta, come si presenta oggi, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento).”. Il titolo di ‘Odeghitria’, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale (22) e tale rimase il titolo dell’abside della Cattedrale del Bussento fino al 1848. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense”, sebbene il Porfirio (18) sia convinto che il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina (4) “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Nel testo di autori vari della Soprintendenza Per i Beni Ambientali Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino (….), “Chiesa cattedrale di Policastro – La Storia e i restauri”, che, nel saggio di Angelina Montefusco (….), “La Cattedrale nella storia e nell’arte”, a p. 25 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa tricora, la cui forma è chiaramente visibile sia all’interno che all’esterno dell’attuale presbiterio, è indicata da A. Venditti (1) come la iniziale costruzione della cattedrale e si può, approssimativamente, ascrivere alla fine del VI secolo, epoca della maggiore diffusione di tale tipologia in Italia, oppure alla prima metà del secolo successivo. La tricora sorse nella zona del foro romano e venne a chiudere il decumano massimo corrispondente, almeno in parte, all’attuale via Vescovado. Etc..”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria”, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII n. 3 – 1973.”. Silvia Pellecchi (….), nel suo “Pixus-Buxentum – Policastro Bussentino, dalle prime frequentazioni al XVI secolo”, a p. 15, in proposito scriveva che: “Le fonti ricordano che nel 592 la città era rimasta priva del vescovo (28). La situazione non dovette, però, protrarsi a lungo se già nel 649, un vescovo di Policastro, Sabazio, è attestato tra i partecipanti al concilio Lateranense (29). Al periodo compreso tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo d.C. risale, forse, l’impianto di un fortilizio sulla sommità del colle, cui vengono ipoteticamente riferiti i resti di una muratura – poi inglobata nelle strutture del castello – datata sulla base del rinvenimento di una seriedi monete neo-greche (30). Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32). Più sicure appaiono le notizie secondo le quali, dopo un periodo di vacanza, nel 1079 a Policastro fu ripristinato l’episcopio e venne consacrato il duomo che, nel frattempo, era stato annesso alla vecchia trichora (33).”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (31) postillava che: “(30) Panebianco 1964, p. 364. Cfr. Natella, Peduto 1973, pp. 494 e 520.” e nella nota (31) postillava: “(31) Ibid., p. 508.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Punto della questione in Ibid., p. 512, con bibliografia precedente.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Ibid., p. 512 con bibliografia.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Ibid., p. 505, fig. 21″. Dunque, la Pellecchi riferendosi al VII secolo d. C. scriveva che: “Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32).”. Dunque, la Pellecchi citava Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 508, in proposito scrivevano che: “La datazione della Cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ del mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. Infatti, i due autori, a p. 508, nella nota (59) postilleranno che: “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”. Dunque, sulla scorta della lettera di papa San Gregorio Magno al Vescovo pestano Felice del 601 (VII sec. d.C.), di cui abbiamo ampiamente detto in altri saggi, i due autori fanno rialire la costruzione della ‘trichorae’ (chiesa con sottostante cripta che ritroviamo costruita alla fine del decumano maggiore (attuale via Vescovado) e, quindi costruzione avvenuta evidentemente dopo il 601 d.C…E’ probabile che l’attuale cripta era l’antica “domus ecclesiae” del VII secolo d.C. e che in seguito, nel VII sec. d.C. è stata costruita la trichora, corrispondente nell’impianto all’attuale presbiterio rialzato per la presenza della cripta. Sul macellum di Buxentum scrisse Vittorio Bracco (…..), nel suo “Il macellum di Buxentum”, in ‘Epigraphica’, XLV, 1983, PP. 109-115. Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum approfondì mirabilmente sul ‘kastra’ bizantino di Policastro. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). La Trillmich, a p. 704, in proposito scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI sec. d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10). Passata, al termine della guerra greco-gotica, sotto il dominio dei bizantini, ai quali si deve il nuovo nome greco di Παλλιοκαστρον, la città fu munita di un fortilizio sul punto più elevato della collina – cui si è avanti accennato e la cui datazione è stata recentemente (1961- 62) confermata dal rinvenimento di monete neo-greche di VI-VII secolo in saggi esplorativi condotti da V. Panebianco all’interno del castello (11) – e di una chiesa, sotto forma di ‘trichora’ (12), inglobata nell’attuale duomo trecentesco, che ha peraltro conservato fino al 1848 il bel nome greco di S. Maria di Hodeghitria.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (10) postillava che: “(10) Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino in gli ‘Studi in Italia. Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 386.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (11) postillava che: “(11) Natella Peduto, op. cit., p. 494 e 520.”. Riguardo la nota (11) su Venturino Panebianco, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 494, in proposito scrivevano che: “Recenti scavi nel castello (1961-62), promossi da Venturino Panebiaco, direttore dei Musei Provinciali del Salernitano, erano stati deliberati per riconoscere in questo sito altre tracce di murazione antica. I risultati, però, furono negativi; delle fosse escavate al di sotto e ai fianchi della torre trecentesca e degli ambienti comitali vicino alla cappella vennero alla luce le basi del castello stesso, con una cronologia quindi del tutto medioevale. Al di fuori delle mura castellane si reperirono, inoltre, monete d’età bizantina, attribuibile alla prima occupazione neo-greca.”. I due autori, a p. 507, nella nota (57) postillava che: “(57) Cfr. rispettivamente V. Panebianco, Policastro di S. Marina, in “Apollo” (Salerno), III-IV, 1963-1964, pp. 191-192; id. Policastro di S. Marina, Saggi esplorativi, in “Bolettino d’arte d. Ministero d. P. I.”, s. IV, XLIX, 1964, IV, p. 364 (rifer. in “Fasti Archeologici”, XVIII-XIX, 1968, p. 517″. La Trillmich, a p. 704, nella nota (12) postillava che: “(12) Per la datazione della primitiva chiesa bizantina al VI-VII secolo, si vedano oltre a Natella-Peduto, p. 508, I. G. Kalby, Contributi e note su nuova documentazioni paleocristiane nella Camapnia meridionale, in Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Matera, 1969, Roma, 1971, p. 252 e A. Venditti, Architettura Bizantina nell’Italia Meridionale, Torino, 1967, p. 541.”. Riguardo la nota (12), i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. Riguardo la nota (12), i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro” pubblicato nel 1973, a p. 508, in proposito scrivevano che: “..della ‘trichora’. Quest’ultima, infine, espressione della fase tardo-romana della città, venne a chiudere il decumano massimo solo quando i bizantini del VI secolo d.C. pensarono di ricondurre Buxentum al primitivo ruolo di città fortificata, rinforzando le mura e iniziando un castello sul monte che fin dalla toponomastrica ( o Παλvιοκαστρον), doveva ricordare una funzione vitale, anche ai fini della sicurezza religiosa, per l’intera zona del golfo tirrenico.”. Sempre i due autori, a p. 508, in proposito all’età moderna e, riferendosi all’anno 501, anno in cui è ricordato il vescovo Rustico, in proposito scrivevano che: “Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescobo Sabbazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno di una documentazione storica di rilievo.”. I due autori, a p. 508, nella nota (59) postillavano che: “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”. I due autori, a p. 516, in proposito scriveva pure che: “Duomo di Policastro. Si è accennato alle vicende del contesto urbano, e come in esso la primitiva sede ecclesiastica fosse stata creata sulla linea del decumano maggiore. Il dato protobizantino del duomo di Policastro risulta dal presbiterio sollevato che un dì, alla fine del VI sec., doveva rappresentare, insieme con una elementare aula, sull’esempio di simili risultati architettonici campani (Cimitile), la sola costruzione culturale del complesso oggi visibile. Il presbiterio è, infatti, una ‘trichora martyrium’, che si presenta all’interno con una larga cupola il cui estradosso è nascosto da un cubo poggiante sui pennacchi delle ‘chorae’.”. Quello che, a mio parere, non viene detto in questi scritti, che la forma della ‘trichora’, ovvero tre lobi, tre chore, molto probabilmente doveva essere quadrilobata cioè con un impianto a croce greca, e così rimase fino all’epoca della latinizazzione in cui l’impianto si allungò in facciata aggiungendo tre navate, una centrale più larga e le altre due più strette. Natella e Peduto, a p. 520, in proposito aggiungevano pure che: “Nel secolo XI il duomo ricevette altra struttura: alla piccola aula risultante dallo spazio interno della ‘trichora’ fu aggiunta, secondo la prassi romanica del tempo, una lunga navata unica centrale, affiancata da altre due navatelle, che tuttavi a nulla servirono se non ad accentuare, dietro una parvenza di voluta romanicità di gusto corrente, la preminenza ancora in fondo bizantina dell’aula allungata e della terminazione trichorense tardo antica.”. I due autori, a p. 520, in proposito scrivono pure che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d.C.. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato, non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di esso si può vedere la presenza di un muro di quella età.”. Orazio Campagna, a p. 257, ancora scriveva che: “Un lungo silenzio avvolge la storia di Policastro, ad iniziare dalla seconda metà del VII secolo. Oltre alla sostituzione del toponimo (66), coi Bizantini avvenne la grecizzazione della lingua e del rito. Aveva subito distruzioni vandaliche, ma non così atroci come le longobarde (67). Non da meno furono le incursioni saracene, anzi nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Pyxous, il nome era passato dal fiume all’agglomerato, divenne Buxentum coi Romani, Polis-Kastrum (città-fortezza) o, meno probabilmente, Paleocastrum (antica fortezza) coi Bizantini.”. Dunque, il Campagna (…), riteneva che, il vecchio nome di Pixo o Pyxous, con i Bizantini, mutasse in “Polis-Kastrum’ = città-fortezza”, o in “Paleocastrum”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (67), postillava che: “(67) Già dalla guerra gotica, la terza regione d’Italia, Lucania e Bruzi, era stata paurosamente spopolata, in Procopio, ‘Guerra Gotica’, III, 18 (J. Haury, Procopii Caesareensis opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913, ed. rec., Leipzig, 1962-64). I Longobardi distrussero del tutto le colonie per dare l’avvio a quel particolarismo pre-feudale, che avrà per emblema il castello.”. Orazio Campagna (…), a p. 257, dopo aver parlato delle distruzioni vandaliche subite da Policastro, citava quelle dei Saraceni e, in proposito scriveva che: “nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”, senza però darci il riferimento bibliografico. Il Campagna (…) a p. 257, nella nota (64), faceva citava il Lanzoni (…) e scriveva: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”.
Nel 641 d.C. (VII sec. d.C.), l’Imperatore Eraclio divise l’Impero bizantino in ‘themata’
Nel 641, la perdita delle province meridionali in favore degli Arabi, rese più forte l’ortodossia nelle province rimanenti. Eraclio divise l’impero in un sistema di province militari chiamate themata per fronteggiare gli assalti permanenti, con la vita urbana che declinava al di fuori della capitale, mentre Costantinopoli continuava a crescere consolidando la sua posizione di città più grande (e civilizzata) del mondo. I tentativi arabi di conquistare Costantinopoli fallirono di fronte alla superiorità della marina bizantina e al suo monopolio di una tuttora misteriosa arma incendiaria, il fuoco greco. Dopo aver respinto gli iniziali assalti arabi, l’Impero iniziò un progressivo e parziale recupero delle sue posizioni. Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della provincia della Lucania”, del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Egli a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“.
Nel 640-649 (?) (VII sec. d.C.), la bizantina Policastro e la sua probabile prima distruzione da parte dei Longobardi
Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: “Una prima distruzione da parte dei Longobardi (60), dovrebbe essere avvenuta soltando dopo tale ultima data (640), e comunque tra la fine del VII e la prima metà dell’VIII sec. Ecc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (60) postillavano che: “(60) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”, che vedremo. Da una qualche parte avevo erroneamente scritto che il Duchesne (si veda Barni a pp. 383-384) in proposito alla Regione III scriveva che: “Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (….).”, ma forse non si tratta di Duchesne ma si tratta di Natella e Peduto. In seguito vedremo ciò che scrisse Mons. Duchesne (….), trascritto nel testo di Gianluigi Barni. Sull’affermazione che: “…ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII, ecc..”, che leggo da qualche parte dei miei scritti aver copiato dal Duchesne, ma ciò non è così, è interessante la notizia secondo cui Policastro o l’antica Buxentum avesse subito una prima distruzione nell’anno 640, forse ad opera dei primi Longobardi che cercarono di impossessarsi di un territorio ancora controllato dai Bizantini. E’ interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 330, dove, parlando di Buxentum e della lettera di papa Gregorio Magno che invitava il Vescovo Felice di Paestum a recarsi presso le sedi vacanti di vescovi a Velia, a Buxentum e a Blanda, in proposito scriveva che: “…..che, dopo l’ultimo vescovo Sabbazio (a. 640) continuò ad essere mantenuta salvo un brevissimo periodo nell’XI secolo (14), dai vescovi pestani fino ai primi del XII secolo (15).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. il mio ‘Pietro da Salerno’”. Dunque, in questo passaggio, l’Ebner ricorda che dopo la lettera di papa Gregorio Magno, Policastro avrebbe avuto un ultimo vescovo nell’anno 640: il vescovo Sabbazio. E’ forse da questo fatto che i due studiosi Natella e Peduto ci dicono che: “Una prima distruzione da parte dei Longobardi (60), dovrebbe essere avvenuta soltando dopo tale ultima data (640), e comunque tra la fine del VII e la prima metà dell’VIII sec. Ecc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (60) postillavano che: “(60) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”, ma come vedremo Giuseppe Volpe, riferendosi al manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (….), no dice nulla dell’eventuale distruzione di Policastro nell’anno 640. Insomma, si fa ritenere che una probabile prima distruzione di Policastro sia avvenuta nell’anno 640 in quanto l’ultimo Vescovo di Policastro di cui siamo a conoscenza (prima della restaurazione della rinata Diocesi), sia Sabbazio. Nel 1898, monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974), a p. 384, in proposito scriveva che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno“. Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “……nel 649 al concilio romano,……..A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Dunque, secondo il Duchesne, il Vescovo di ‘Buxentum’, “Sabbazio”, partecipò e figura al Concilio dei Vescovi Romani del 649. La figura di Sabbazio l’analizzeremo in seguito. Il Duchesne (….), scrive pure che “nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Dunque, secondo il Duchesne, dopo il 679, ed in particolare dopo l’anno 649, con Sabbazio non si sa più nulla di Policastro, forse ancora chiamata Buxentum. Il Mannelli, continuando il suo racconto sui Saraceni d’Africa, a pp. 22-23, in proposito scriveva che (vedi Gaetani): “Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia ch’havevano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono ed abbatterono quasi tutte le maritime di questo e dell’altro lido del mare Ionio, e particolarmente questa di Buxento, restando nelle sue rovine anche sepolto il nome. Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Sarraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo dè Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere particolarmente avendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute 1079 ecc…“. Dunque, il Mannelli nel suo manoscritto inedito arriva all’anno 1079 quando dice che Policastro, col suo nuovo nome e già in mano ai Normanni fu elevata a Diocesi per la seconda volta. Dunque, è proprio questo il passaggio a cui si riferiva il Volpe (…). Il Mannelli attribuisce ai Vandali d’Africa, “anzi della vicina Sicilia che avevano occupata”, le frequenti incursioni sulle nostre coste del Tirreno e del mare Ionio, e dice pure “e, particolarmente la città marittima di Buxento”. Forse si riferiva ai Vandali d’Africa di Genserico ma se così fosse non si tratta dell’anno 640, ma ciò accadde al tempo di Genserico ovvero verso il VI secolo. Tuttavia il Mannelli scrive: “Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi;”. Dunque, il Mannelli scrive che Buxentum (ancora non era Policastro) fu di sicuro distrutta dai Saraceni d’Africa ma non sa dire quando questo avvenne. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, proseguendo il suo racconto sui Bizantini e Longobardi, a p. 39 scriveva che: “I rappresentanti dell’Imperatore d’Oriente rimasero ancora per anni nel Golfo di Policastro anche dopo la venuta di Arechi (640) che tolse loro i territori da Agropoli in su. Mentre Salerno risorgeva per opera di Arechi II che la fortificava e l’abbelliva il territorio del Golfo veniva ancora tormentato, questa volta, dalle reiterate incursioni dei Saraceni.”.
Nel 649 (VII sec. d.C.), il Concilio Lateranense sotto Papa Martino I ed i Vescovi di Blanda Pasquale e di Bussento Sabbazio
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…..Nelle altre due diocesi menzionate nella lettera al vescovo Felice, i Longobardi non si trattennero se i due vescovi, con quello di Paestum ma non di Agropoli, parteciparono al Concilio romano del 649 (Martino I).“. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653)“. Il Concilio Lateranense di Papa Martino I, riguardo le notizie sulla nostra zona fu citato anche da Mons. Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, dove, l’alto prelato, già Vescovo della Diocesi di Policastro, a p. 68 (si veda il testo a cura di G. G. Visconti), scriveva che: “Perciò nel Concilio di Nicea del 325, che stabilì con le disposizioni canoniche XV, XVI e XVII i confini di ciascuna diocesi, partecipò assieme ad altri 318 vescovi anche Marco, vescovo di Calabria – allora la Lucania e la Calabria costituivano una provincia sola – Così pure Rustico, vescovo di Bussento, partecipò al III Concilio Romano indetto nel 502 dal pontefice S. Simmaco; e successivamente Sabbazio, vescovo di Bussento, partecipò al Concilio Lateranense dei centoquattro vescovi, che al tempo del pontefice S. Martino condannarono nel 649 i monoteliti *, come risulta dal Binnio (tomo IV, p. 736.).”. Dunque, il Laudisio (….) scriveva che, secondo il Binnio (….) il vescovo di Bussento, Sabbazio, nell’anno 649 partecipò insieme ad altri 104 vescovi al Concilio Lateranense indetto da Papa Martino I. Dunque, il Laudisio si riferiva al testo di Severino Binio (….), “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt”, vol. IV, p. 736, del 1606. Ma come vediamo in questa pagina è molto probabile che non sia corretta la postilla del Laudisio. Il concilio Lateranense fu tenuto dal 5 all’31 ottobre 649 nella Basilica lateranense sotto la presidenza di Papa Martino I. Il concilio, causato dal conflitto che opponeva Costante II alla Chiesa di Roma in merito all’eresia monotelita, si riunì nella chiesa del Laterano e vi presero parte 105 vescovi (principalmente provenienti da Italia, Sicilia e Sardegna, più alcuni dall’Africa e da altre aree), si svolse in cinque sessioni, dette secretarii, dal 5 ottobre al 31 ottobre 649. Il sinodo produsse venti canoni di condanna dell’eresia monotelita, dei suoi autori, e degli scritti che questa aveva promulgato. Nella condanna erano incluse non solo le Ectesi, ovvero le esposizioni di fede del patriarca Sergio I, delle quali si era fatto sostenitore l’imperatore Eraclio, ma anche il Tipo del patriarca Paolo II (641-653) – successore di Pirro I (638-641), successore di Sergio – che godeva del supporto dell’imperatore regnante; inoltre «sancì l’esistenza in Cristo di due volontà e di due capacità operative». Anche se il concilio si opponeva agli atti imperiali si ebbe «cura di usare espressioni del più grande rispetto verso le persone degli imperatori e di contenere il dissenso nell’ambito più spiccatamente religioso». Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò il Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio (18) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Mons. Curzio (….), dice in proposito di Blanda: “Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Domenico Romanelli (….) ed il Troyli (….), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: “sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. La notizia, era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne Louis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Sempre il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. Ecc…”. Il Cantalupo (…), p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, il Cantalupo, ci dice che risultano al Concilio Romano dell’anno 649, troviamo Pasquale Vescovo di Blanda e Sabazio vescovo di Bussento, insieme al Vescovo Pestano Giovanni. Domenico Romanelli (….) ed l’abbate Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: “sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa memoria il Laudisio (….) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: “…e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino ( che si svolse nell’anno 649). Il Laudisio, trae questa notizia da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736″. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che collaborò con il Visconti (….) alla stesura del testo del Laudisio (….) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino (….), “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc…”, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Giuseppe Volpe (….), citato dai due studiosi Natella e Peduto, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento’, del 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. Il Binnio a p. 148, del vol. II scrive del Quinto Concilio Romano. Il Volpe citava il testo di Severino Binnio, il vol. II, p. 148. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.“. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc…Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Dunque, anche il Gaetani scriveva che nel VII secolo, dopo il vescovo di Bussento, Sabbazio, non troviamo notizie della Diocesi per un certo periodo. Anche il sacerdote Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli anticihi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1). III. Sabbazio, che nel 649 trovavasi al concilio romano del papa Martino I contro i monoteliti. Nè di più se ne sa.”.
Nel ‘855 (IX sec. d.C.), il bizantino Niceforo Foca
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…..Si tenga presente che solo tra l’855/6 Niceforo Foca restituì a Bisanzio i territori calabri ancora in possesso dei Longobardi.”.
Nel 983, papa Benedetto VII, elevò Salerno a sede di Diocesi Metropolitana
Lo studioso calabro, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 219, in proposito scriveva che: “In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro.”. Il Campagna, a p. 219, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.“. Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59) p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”.
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Ecc..”.
Nel XI secolo, la basilica romanica di Policastro Bussentino, forse fatta costruire da Roberto il Guiscardo

A Policastro (da Polis-Castrum) Bussentino ( ex colonia marittima greca detta Pyxous e poi colonia marittima romana detta Buxentum o Bussento), toponimo di derivazione bizantina, vi è una ‘Triphora’, chiesa di architettura bizantina, individuata nella parte absidale del Duomo di Policastro, forse risalente al VI sec. d.C… Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973, a p. 520, in proposito aggiungevano pure che: “Nel secolo XI il duomo ricevette altra struttura: alla piccola aula risultante dallo spazio interno della ‘trichora’ fu aggiunta, secondo la prassi romanica del tempo, una lunga navata unica centrale, affiancata da altre due navatelle, che tuttavia a nulla servirono se non ad accentuare, dietro una parvenza di voluta romanicità di gusto corrente, la preminenza ancora in fondo bizantina dell’aula allungata e della terminazione trichorense tardo antica…..etc…e, la cripta del Duomo, dell’XI secolo, le cui 14 colonne con capitelli di spoglio sono nella tradizione campana del romanico maggiore (cattedrale di Calvi).”. Da Wikipedia, alla voce “La cattedrale di Santa Maria Assunta (Policastro Bussentino)” leggiamo che “Incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La facciata presenta un tetto a capanna con tre spioventi. In essa sono inseriti quattro elementi: un rosone romanico; un solo portale rinascimentale d’età aragonese nella cui architrave sono scolpiti la data di costruzione dell’edificio e lo stemma del vescovo consacrante; un’edicola marmorea con un basso-rilievo raffigurante la Vergine Maria in trono con Bambino e angeli; due leoni in pietra ai lati del portale. La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig…..). L’interno della cattedrale era a tre navate fino ai rifacimenti settecenteschi. Oggi si presenta con un’unica navata con altari laterali e la cappella del Santissimo Sacramento (1627); il presbiterio è rialzato per la cripta sottostante. Il soffitto ligneo della navata è composto da tele del 1655; al centro la raffigurazione dell’Assunzione di Maria. Il soffitto a cupola del presbiterio è affrescato con una scena del Paradiso (XVIII secolo) e, nei pennacchi, le rappresentazioni dei quattro evangelisti. Di notevole interesse storico-artistico è la Tomba di Giulio Gallotti (XV secolo). Da ricordare, infine, le lapidi sepolcrali dei tre vescovi Giacomo Lancellotto di Tropea, Nicola e del nobile Giacinto Camillo Maradei di Laino. La cripta, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento). Il duomo di Policastro, aggiunto all’antica Trichorae, fu consacrato nell’anno 1070 dal Vescovo di Salerno Alfano I.“. Il titolo di ‘Odeghitria’, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale (22) e tale rimase il titolo dell’abside della Cattedrale del Bussento fino al 1848. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, ” il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense”, sebbene il Porfirio (18) sia convinto che il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Natella e Peduto, a p. 512, riferendosi al lasso di tempo che interorre dalla conquista bizantina, breve parentesi, di Niceforo Foca e la conquista Normanna, in proposito scrivevano che: “In questo lungo lasso di tempo la città, ricostruita più volte secondo affermazioni di storici tardi non sempre esatte e sicure, non dovette cambiare il suo antico impianto: la ‘trichora’ e il castello furono le sole aggiunte bizantine ex-novo. Alla conquista normanna vanno riferiti la riforma ecclesiastica bussentina e un rinforzamento totale, se non ripristino genuino, delle mura urbiche. Etc…..Il Duomo aggiunto all’antica ‘trichora’ fu consacrato nel 1079 da Alfano, e la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111 etc…La ripresa cattolica-romana in Policastro è da mettersi in rapporto con la riconosciuta politica dei Normanni di isolamento della religione e dei culti orientali, comunque si manifestassero.”. In Wikipidia leggiamo che la cattedrale “L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La costruzione romanica subì importanti interventi di restauro in senso barocco nel Settecento (tra il 1709 ed il 1716), interventi che riguardarono soprattutto gli interni.”. Sempre in Wikipidia leggiamo che “La cripta, come si presenta oggi, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento).”. Entrambe queste notizie, sia sulla cripta che sulla cattedrale (impianto originario) rimandano a Roberto il Guiscardo. Dunque, Wikipidia scrive che l’attuale chiesa o cattedrale risale all’XI secolo, quando fu edificata per volere del re Normanno Roberto il Guiscardo e consacrata al vescovo di Salerno Alfano I, nel 1079. Sulla consacrazione della sede episcopale e della relativa chiesa o basilica o cattedrale preesistente all’Arcivescovo metropolita di Salerno, Alfano I. La notizia che la cattedrale “fu edificata per volere del re Normanno Roberto il Guiscardo”, non è certa e non so wikipedia dove l’abbia presa e comunque essa non è documentata. E’ vero che la notizia della ricostruzione della cattedrale per volere di Roberto il Guiscardo rimanda e corrisponde agli anni in cui Alfano I nominò Pietro Pappacarbone nuovo vescovo della rinata Diocesi di Policastro ma ciò non è suffregato da alcun documento. Non mi sembra che la ‘bolla di Alfano I’ citi Roberto il Guiscardo. Sull’epoca di fondazione della cattedrale di Policastro Bussentino, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, parlando di “Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, ecc..”, e riferendosi a dopo la morte del Guiscardo, in proposito scriveva che: “Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, etc…”. Dunque, il Cataldo, sulla scorta del De Giorgi (….) e del Volpe (….) e, riferendosi a Ruggero I gran Conte di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo scriveva che egli, e non il Guiscardo, “prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre”. In questo passaggio, non documentato , il Cataldo riferiva che Ruggero I d’Altavilla, e non Roberto il Guiscardo, come vuole Wikipidia, dal 1085 e fino all’elezione del vescovo Arnaldo, II Vescovo della rinata Diocesi di Policastro, la cattedrale e Policastro stessa fu ricostruita. Il Cataldo attribuì a Ruggero Borsa la rinascita di Policastro. Infatti, stessa notizia aveva dato il Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri etc…”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1066, impegnato il Guiscardo nella guerra contro Bisanzio, il fratello di lui Ruggero I, prendendo profondamente a cuore le sorti di Policastro, iniziò una fattiva opera di ricostruzione del glorioso centro e gettò le basi, con la munizione di nuove e più massicce fortificazioni, per ricondurre Policastro al primitivo splendore.”. Sempre il Guzzo, a p. 175, in proposito scriveva pure che: “Intanto, morto Roberto il Guiscardo, nell’anno 1085, era diventato re di Sicilia suo nipote Ruggero II figlio di Ruggero I. Questi continuò e portò a perfetto compimento l’opera di ricostruzione della città intrapresa dal padre e, nell’anno 1152, consegnò la rinata Policastro, insignita del titolo di contea, a suo figlio bastardo Simone, che ne divenne così primo Conte (59).”. Il Guzzo, a p. 175, nella nota (59) postillava: “(59) G. Volpe – Op. cit., pag. 117”. Dunque, il Guzzo riportava alcune notizie tratte da Giuseppe Volpe (….), ed il suo “Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento etc..”, pubblicato nel 1888 che, a p. 117, in proposito scriveva che: “…; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso, per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli estremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21). Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto Guiscardo, e poi affatto distrutta, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che quei cittadini, i quali poterono uscire salvi da quella rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città, intesero a levarvi quel villaggio, che ora ‘Bosco’ si addimanda (22). Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figlio naturale, con il titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (23), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli”. Dunque, notizie contrastanti e contraddittorie ma degne di un meritevole approfondimento. La letteratura ottocentesca non rimanda al Guiscardo ma rimanda a suo fratello il Gran conte di Sicilia, Ruggero I che la diede a suo figlio illegittimo Simone del Vasto, col titolo di conte. Ma ciò accadde nel 1152. Ma prima cosa accadde ?. La cattedrale risale a Roberto il Guiscardo, ovvero alla conquista di Salerno nel 1077 ? Oppure era una costruzione iniziata già in epoca Bizantina da Niceforo Foca, di cui abbiamo evidenze nella costruzione del campanile a tre ordini che è di chiara costruzione d’epoca Bizantina. Una buona disamina della “vessata questio” si trova nel testo di autori vari della Soprintendenza Per i Beni Ambientali Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino (….), “Chiesa cattedrale di Policastro – La Storia e i restauri”, che, nel saggio di Angelina Montefusco (….), “La Cattedrale nella storia e nell’arte”, a p. 25 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel secolo XI, in piena età romanica, in conseguenza della restaurazione della diocesi e dell’attrazione poplare verso il luogo di culto, la tricora fu adattata a presbiterio ed allungata in cattedrale, secondo un modulo abbastanza diffuso all’epoca, come dimostrano gli esempi di Cimitile, Copanello e Padula. E’ l’epoca della conquista normanna di Policastro, avvenuta ad opera di Roberto il Guiscardo, che, secondo alcune notizie storiche poco sicure, avrebbe prima distrutto e poi ricostruito la città, innalzando la cattedrale (2) che il Vescovo Alfano avrebbe consacrato nel 1079 (3). In realtà quest’ultima è soltanto la data sicura della ripresa dell’episcopato bussentino con la nomina del vescovo Pietro Pappacarbone. La pianta di tipo basilicale, con transetto sopraelevato per la presenza di una cripta, rimanda indiscutibilmente al prototipo della chiesa di Montecassino, voluta dall’Abate Desiderio nel 1071 e alla cattedrale di Salerno voluta da Alfano I e Roberto il Guiscardo, ma l’anno preciso della sua consacrazione rimane oscuro.”, e quindi aggiungo io non si conosce chi avesse voluto e fece costruire la nuova cattedrale, allungata dal transetto in poi con una navata unica come si presenta oggi. La Montefusco, a p. 26, in proposito aggiungeva pure che: “Incerto ne è anche il committente: potrebbe essere il Guiscardo, ma potrebbe essere anche Ruggero Borsa, suo figlio, che dal 1085 al 1111 ne fu il successore. E se superiamo l’XI secolo, si potrebbe pensare anche pensare a Ruggero II, che completò la ricostruzione di Policastro per consegnarla in contea al figlio bastardo Simone (4).”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria”, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII n. 3 – 1973.”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (2) postillava che: “(2) L. Tancredi, “Policastro Bussentino”, Napoli, 1978, p. 18″. La Montefusco, a p. 38, nella nota (3) postillava che: “(3) A.D.P., Bolla di Alfano I, anno 1079, de mense octobri (intestazione).”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (4) postillava che: “(4) P. Ebner, “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, Roma, 1982, vol. II, p. 345″. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 345 parlando di Policastro cita il Galanti e scrive che: “Il Galanti (80) ricorda che il villaggio contava 388 abitanti, ma che “di questa città se ne ignora assolutamente l’origine (….). Era in molta considerazione nel 1055, quando fu spianata da Roberto il Guiscardo. Il conte Ruggiero la riedificò nel 1065 e la diede a Simone suo figlio naturale. Nel 1099 fu eretta in vescovado” etc…”. Ebner a p. 345, nella nota (80) postillava che: “(80) Galanti cit., IV, pp. 233 e 244.”. Ebner scriveva “Galanti (80), ma nell’indice generale rimanda al vol. II e a p. 298 dove non viene indicato nessun Galanti. Nel testo di Rocco Gaetani (….), “L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino etc…”, nelle “Note”, a p. 27, nella nota (1) postillava su S. Pietro Pappacarbone e: “(1)……Galante, Sulla traslazione di alcune reliquie di s. Pietro Pappacarbone dall’Abbadia di Cava a Policastro-Bussentino. (Nel periodico ‘La Scienza e Fede’, anno 1879). “. Ebner si riferiva sicuramente a Francesco Maria Galanti (…..) e del suo “Della descrizione geografica e politica delle Sicilie”, tomo IV, p. 229 e ssg. Infatti, il Galanti, nel tomo IV, a p. 229 capitolo VI parla del Cilento e a p. 233 scrive che ai suoi tempi (anno 1790), vi erano 388 abitanti a Policastro. Il Galanti, a p. 244, su Policastro scriveva che: “Di questa città se ne ignora assolutamente l’origine. Le iscrizioni che si trovano nei suoi contorni, gli avanzi di un edificio Romano, che probabilmente era un luogo detto ‘Castellara’, ci fanno supporre che sia stata una città antica. Era in molta considerazione nel 1055, quando fu spianata da Roberto il Guiscardo. Il conte Ruggiero la riedificò nel 1065 e la diede a Simone suo figlio naturale. Nel 1099 fu eretto un Vescovado. Etc…”. Tutte le notizie che riporta il Galanti sono tratte dall’Antonini (….) che le traeva dall’Ughelli. Ho già detto in precedenza ciò che scrisse sulla chiesa di Policastro Ferdinando Ughelli (….) nella sua “Italia Sacra etc..”, vol. VII. Ritornando a ciò che affermava la Montefusco: “Incerto ne è anche il committente: potrebbe essere il Guiscardo, ma potrebbe essere anche Ruggero Borsa, suo figlio, che dal 1085 al 1111 ne fu il successore. Etc…”. Sulle notizie che ci conducono a Roberto il Guiscardo, alcune sono tratte dall’Ughelli ma altre sono indotte da alcune notizie storiche che lo riguardano. Sappiamo che il territorio di Policastro, la sua Contea longobarda era retta da Guido, fratello del principe di Salerno Gisulfo II. Dopo l’uccisione di Guido (“Guidonem” di Alfano I), nel 1052, la contea di Policastro, per volere del Guiscardo d’accordo con il cognato Gisulfo II, non andò a Guimondo de Mulsi, fidato di Guglielmo di Principato ma fu assegnata ad un altro fratello di Guido e di Gisulfo II, Landone che la resse fino al 1077, anno in cui il Guiscardo, conquistato definitivamente Salerno ed allontanato il cognato Gisulfo II si fece restituire tutti possedimenti dell’ex ed ultimo principe longobardo. Dal 1077, dunque, Policastro divenne un possedimento di Roberto il Guiscardo che la tenne fino al 1085, anno della sua morte. Il Guiscardo, però, non amministro direttamente i possedimenti e la contea di Policastro a causa delle sue frequenti assenze in battaglia. Policastro dal 1077 al 1085 fu amministrata dalla moglie Sichelgaita, principessa longobarda, sorella di Gisulfo II. Sichelgaita amministro i beni del Guiscardo anche per conto del figlio Ruggero Borsa che divenne titolare effettivo del principato solo nel 1085, alla morte del padre. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ”19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 64, del suo vol. III, in proposito scriveva che: “Che in processo di tempo fosse sabbandonato affatto pare accennarlo il nome di ‘Paleocastrum’, o di ‘antico castello’, con che trovasi ricordata nel medioevo, e che diede origine al nome odierno di ‘Policastro’, nella quale dopo le distruzioni de’ Saraceni nel 915 e di Roberto Guiscardo nel 1065 risorse l’antica ‘Bussento’, a circa due miglia dalla foce del fiume omonimo e ad un miglio dalle sue rovine.”. In questo passaggio il Corcia accenna a Roberto il Guiscardo e riporta la notizia del Malaterra, poi in seguito ripresa dall’Ughelli e dal Volpe, della sua distruzione nel 1065. Il Corcia però scrive che dopo la sua distruzione nel 1065 ad opera di Roberto il Guiscardo, Policastro “risorse l’antica ‘Bussento’, a circa due miglia dalla foce”. Fu Rocco Gaetani (….) che sulla scorta del manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (….) dubitava fortemente della distruzione e poi rinascita ad opera del Guiscardo. Rocco Gaetani (….), nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel Sacerdote Rocco Gaetani etc…” e, riferendosi ai Saraceni, a pp. 22-23-24, in proposito scriveva: “Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo de’ Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere, particolarmente havendone i fratelli Normani tolta la Sicilia; cominciò a riabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute del 1079, era così popolato di gente che potea sostenere la Vescovile dignità. Per lo che Alfano Arcivescovo di Salerno, per la facoltà che dal Papa ne havea, vi ripose l’honor della Cathedra, non più sotto nome di Bussento ma di Policastro, concedendo alle preghiere di quel Popolo, per primo Vescovo Pietro Pappacarbone, nobil Salernitano, huomo di gran santità e dottrina, e Monaco di S. Benedetto, come nella sua bolla, che dianzi accennai si legge.”. Dunque, il monaco Agostiniano Luca Mannelli (….), probabile autore di questo manoscritto tradotto dal Gaetani, riteneva che Policastro iniziò a riprendersi e ad aumentare la sua popolazione in seguito alle ultime sconfitte inferte dai Normanni ai Saraceni. In particlare egli scrive e ricorda come doveva essere molto popolato se nel 1079, Alfano I, Arcivescovo di Salerno la riedificò a Diocesi, nominando Pietro Pappacarbone suo vescovo, primo Vescovo della rinata Diocesi di Policastro. Il Mannelli si riferiva al periodo in cui Roberto il Guiscardo aveva già ripudiato la prima moglie, Alberada, e aveva sposato la sorella del principe di Salerno Gisulfo II, Sichelgaita, rapita e sposata contro il volere del sovrano longobardo. Il Guiscardo, sposò Sichelgaita nel ……… e gli donò in dote…………..Il Mannelli, infatti, a questo punto del suo racconto, a pp. 23-24-25 su Policastro aggiunge che: “Scrive Goffredo Malaterra celebre scrittore delle prime imprese de’ Normanni in questi paesi, che Ruberto Guiscardo nel 1065, dishabitasse Policastro, trasportando i cittadini a popolare Nicotera da lui edificata. Anno Dom. Incarnat. MLXC. ‘Policastrum castrum destruens incolas omnes Nicoteram, quod ipso anno fundavit, adducens, ibi hospitari fecit’ (1).”. Il Gaetani (….), a p. 23 traduce il testo del manoscritto di Luca Mannelli che riportava un frase di Goffredo Malaterra, cronista normanno e, tratta dal testo del Malaterra. Goffredo Malaterra, anche noto come Geoffroi Malaterra (… – XI secolo), è stato un monaco benedettino di origine normanna, autore del De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius, una cronaca sull’origine dei Normanni in Italia. Scrisse il “De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius“, una delle tre principali cronache che narrano delle imprese normanne nel Mar Mediterraneo, con particolare attenzione per le spedizioni siciliane del Gran Conte Ruggero, che conobbe personalmente. Il Gaetani (….), a p. 23, nella nota (1) postillava che: “(1) Malaterra, lib. 2 n. 37”. Il Malaterra, riferendosi al Guiscardo, nel suo lib. 2 al n. 27 scriveva che: “Nell’anno 1065 Dom. Si incarna. Policastro, distrutto il castello, condusse tutti gli abitanti di Nicotera, che aveva fondato nello stesso anno, e li fece alloggiare.”. Dunque, la notizia della distruzione di Policastro nel 1065 da parte del Guiscardo non è dell’Ughelli ma è del Malaterra. Il Mannelli (vedi traduzione del Gaetani), a p. 25, continuando il suo racconto dubitava della notizia del Malaterra riguardo il ripopolamento della città di Nicotera da parte del Guiscardo ed in proposito scriveva che: “Ma questo non parmi si possa intendere del nostro Policastro ma d’un altro di simil nome, il quale hoggigiorno così vien detto nella Provincia di Calabria inferiore, dove ancora Nicotera è situata. – Poichè per primo non è verisimile che, se Policastro di Lucania fusse stato da Guiscardo distrutto, appresso nello spatio di dodici anni si potesse riempire d’habitatori che paresse all’Arcivescovo di Salerno vi fusse bisogno di proprio Pastore. Nè si può credere che al patir de’ cittadini v’accerresse moltitudine di Foresteri; leggendosi che altre volte i medesimi coloni che da Romani trasportati vi furono l’abbandonarono. Nè meno ha del verosimile che i Cittadini primieri di Nicotera, vi rifuggissero, non avendo ciò ardito contro la volontà di Guiscardo. Aggiungo che Nicotera l’anno 1074 fn presa e predata da Saraceni e gli habitatori parte furono uccisi, parte fatti schiavi colle loro donne e fanciulli, lando scrisse il medesimo: ‘Africani etc…’ (1). Da quel tragico avvenimento ben si raccoglie che gli habitatori menatovi da Guiscardo, non se n’erano partiti, e che fu fatta strage, e preda si grande, mentre invece di celebrar con astinenze e digiuni la Vigilia del Principe degli Apostoli con tanta dissolutezza l’havevano profanata.”. Dunque, il Mannelli scriveva nel suo manscritto che nutriva dei dubbi che la “Policastro” di cui parlava il Malaterra fosse la “Policastro di Lucania”, cioè la nostra Policastro Bussentino e nutriva dubbi sulla traduzione del Malaterra che pure riportava notizie molto interessanti. Silvia Pellecchi (….), nel suo “Pixus-Buxentum – Policastro Bussentino, dalle prime frequentazioni al XVI secolo”, a p. 15, in proposito scriveva che: “Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32). Più sicure appaiono le notizie secondo le quali, dopo un periodo di vacanza, nel 1079 a Policastro fu ripristinato l’episcopio e venne consacrato il duomo che, nel frattempo, era stato annesso alla vecchia trichora (33).”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Punto della questione in Ibid., p. 512, con bibliografia precedente.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Ibid., p. 512 con bibliografia.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Ibid., p. 505, fig. 21″. Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich (….), nel suo Pyxous-Buxentum, a p. 704, in proposito scriveva che: “….inglobata nell’attuale duomo trecentesco, che ha peraltro conservato fino al 1848 il bel nome greco di S. Maria di Hodeghitria.”.
Nel 1058, il territorio bussentino e la Contea di Policastro
I due studiosi Natella e Peduto (….), in proposito scrivevano che, “la ripresa cattolica-romana in Policastro e la restaurazione della sede episcopale, è da mettersi in rapporto con la riconosciuta politica Normanna.”. Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. Noi, non concordiamo del tutto con questa tesi, in quanto crediamo che i Normanni non odiassero del tutto il rito greco di cui questa zona era intrisa anche a causa dei numerosi Cenobi basiliani sorti in epoca precedente. La nostra tesi è inoltre suffragata dall’antica pergamena greca, d’epoca Normanna e datata anno 1097 pubblicata dal Trinchera (….) e, di cui abbiamo parlato in un altro nostro studio ivi pubblicato (….). L’antico documento membranaceo (….), è dello stesso periodo storico della nota Lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I, di cui parliamo quì ma per noi è un ulteriore conferma e testimonianza storica del passato in quanto in esso si riporta un privilegio concesso da un nobile Normanno ad un monaco di Vibonati che voleva costruire un monastero a ‘Scido’ che noi crediamo fosse l’originario toponimo di Sapri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli nicendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “….fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica……..Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054………nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, vol. I, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ebner, Pietro da Salerno, cit., p. 11 sgg.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”.
Nell’XI secolo, la restaurazione dell’Episcopato Paleocastrense
Intorno alla metà dell’anno 1000, sulle nostre terre, dominate da poco da alcuni personaggi Normanni e che avevano già da tempo visto fiorire il rito bizantino-greco con la nascita di numerosi Cenobi basiliani poi diventati delle vere e proprie Abbazie benedettine, videro il tentativo da parte della Curia Vescovile Salernitana, spinta dalle crescenti richieste Papali, di ricostruzione di un nuovo enclave cattolico. Ritroviamo l’episcopato bussentino ripristinato nell’anno 1058, dopo che l’Arcivescovo e Metropolita di Salerno Benedetto Alfano (Alfano I), dietro la nota protezione longobarda dell’ultimo dei Principi longobardi, Gisulfo II, ricevè da Papa Stefano IX (Federico di Lorena), la licenza per la nomina di nuovi vescovi e la restaurazione di alcune sedi episcopali a quel tempo vacanti e, tra queste, anche quelle Velina e la Bussentina (3). Papa Stefano IX nel Marzo del 1058, concesse ad Alfano I, la potestas di scegliere e consacrare dieci nuovi vescovi – ‘suffraganei’ – tra cui il nuovo Vescovo della sede (vacante) ‘Paleocastrenses’. Così, nel 1070, dietro petizione di Gisulfo II – ultimo principe longobardo, Papa Alessandro II (Anselmo da Baggio), nell’anno 1067, nominò Vescovo di Policastro, il monaco benedettino Pietro Pappacarbone (…), il Papa Alessandro II, nel 1067, l’aveva nominato Vescovo e, Ildebrando di Soana, insieme ad altri prelati, ne firmavano la Bolla e, solo il 22 ottobre 1067, l’Arcivescovo di Salerno Alfano I, dette mandato al monaco Pietro Pappacarbone di prendere possesso della diocesi di Policastro e di introdurre il rito latino nelle chiese e nei monasteri delle nostre terre che erano rimaste in parte sotto il controllo bizantino e con il rito greco. Nel 1079, Pietro Pappacarbone, fu consacrato Vescovo di Policastro dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I e, sotto Papa S. Gregorio VII, riceveva la consacrazione episcopale. Pietro Pappacarbone, fu il primo Vescovo di Bussento (Buxentum), dopo la restaurazione della sede Bussentina, restaurata dopo 1013 anni (…) e, per la seconda volta veniva elevata a sede episcopale. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (…), sulla scorta del Keher (…) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I), scrivevano: “Sicuro è che l’episcopato bussentino risorse nel sec. XI dopo che l’arcivescovo salernitano, dietro la nota protezione longobarda, ricevè da da Papa Stefano IX, la licenza di ordinare un vescovo in oppido Policastro: Primo vescovo della rinata città fu Pietro Pappacarbone, nobile salernitano, Abbate di Cava dal 1079 al 1122, educatosi a Cluny. Dietro petizione di Gisulfo, ultimo principe longobardo di Salerno, Pietro entrò nel 1070 in possesso della sua carica bussentina (71).”. Dal punto di vista strettamente bibliografico, il primo a riportare la notizia della restaurazione della sede Paleocastrense è stato l’Ughelli (…), che forse traeva queste notizie dai ‘fragmenta‘ (antiche pergamene di donazioni e privilegi), pubblicate poi dal Muratori (…). Di Pietro Pappacarbone, ne ha parlato il Guillaume (…) che, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dal Ridolfi sul finire del ‘500 (…). Il Vescovo di Salerno Alfano I, nel periodo di Regno dell’ultimo Principe Longobardo, riattivava l’antica sede Episcopale Policastrense ed elevava a suo vescovo il monaco cavense Pietro Pappacarbone da Salerno (…), destinandolo a quella sede. Il Di Meo (…), afferma che la notizia ci è confermata da diverse fonti e cronache dell’epoca: Analista Saxo (…), Annalista Salernitano o Cronista Cavense (…), Malaterra (…), Romoaldo Salernitano o Guarna (…), Paolo Diacono (…), Leone Ostiense ed infine Ugone Venusino (…). Una di queste è quella di Ugone, Abate dell’Abadia di Venosa (…), che nel 1140, scrisse un manoscritto inedito: “Vitae quatur priorum abbatun Cavensium: Alferium, Leonis, Petris et Constabilis”, scritto in latino e tradotto in italiano dal Ridolfi sul finire del ‘500 (…). Si veda pure Guillaume, “Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II”, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876 (…). Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate dell’Abbazia della S.S. Trinità di Venosa in Lucania. Ecco cosa scriveva Guillaume (…) a proposito del manoscritto di Ugone e di Pietro Pappacarbone: “4) Ecco quello che dice, a tal proposito, il Venosino, nella Vita di San Pietro, f. 15: “Patentibus clero et populo una cum “Gisulfo Salerni principe, in ecclesia Policastrensis in episcopum” “electus est. Qui, cum parum illic temporis expendisset, exterioris vite strepitum non farens, ad monasterium (Cavense) rediit”. La città di Policastro, di cui si ritiene l’abate Pietro essere stato il primo vescovo (1070), è situata nell’antica Lucania. (Cfr. Ughelli, Italia Sacra, VII, 543 e seg.)“. Come abbiamo già detto, traendo la notizia dal Di Meo, un altro cronista dell’epoca che scrisse sull’epoca a cavallo tra la dominazione Longobarda e quella Normanna nel Principato di Salerno è stato il ‘Cronista Cavese’ o ‘Annalista Salernitano’ (…)(come lo chiama l’Antonini), Anno 1079, Ind. 2, che conferma la nomina di Pietro Pappacarbone ad Abate di Cava dei Tirreni il 16 Luglio 1079. Anche il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva in proposito a p. 538 su Pietro Pappacarbone elevato a vescovo di Policastro da Alfano I. Quindi, secondo i due studiosi Natella e Peduto, l’arrivo a Policastro di Pietro Pappacarbone è nel 1070. L’Ebner (…), invece, ha datato al 1066-1067, l’arrivo di Pietro a Policastro e quindi anche la datazione della Bolla di Alfano I, datata 1079, verrebbe suffragata da maggiore consistenza. Infatti, pare che, il nobile Pietro Pappacarbone, ordinato vescovo della Diocesi (vacante) di Policastro, nel 1070, entrò in possesso della sua carica bussentina; ma poco dopo l’abbandonò ritornandosene a Cava (…) e fu solo dal 1079, dopo che ne era stato scacciato, che poté rientrare tranquillamente in Policastro e dare avvio al suo effettivo mandato episcopale. Scrive in proposito l’Ebner (…): “Il 22 ottobre del 1067 l’arcivescovo di Salerno Alfano, con poteri conferitigli da papa Stefano IX (ma X, bolla 24 Marzo 1058), ricostituì la diocesi di Policastro segnandone i confini che comprendevano, tra i 24 villaggi, la stessa Maratea, nei cui pressi era la Blanda del VI secolo d.C.“. L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, scriveva: “Così il papa elevò Alfano alla cattedra arcivescovile, consacrandolo il 15 marzo (seconda domenica) del 1058 metropolita di Salerno, assegnando alle sue dipendenze, oltre gli antichi vescovadi, anche Policastro ecc..(bolla del 24 Marzo). Perciò Alfano potè nominare vescovo di Policastro il benedettino cavense Pietro da Salerno, non nel 1070 oppure nel 1079, come sempre si è ritenuto, ma nei primi dell’inverno 1067-1068.”. Papa Alessandro II, confermerà in seguito ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla chiesa di Salerno, dai precedenti pontefici (…).
Nel 24 marzo 1058, la bolla di papa Stefano IX (Stefano X) e, le restaurate diocesi di Buxentum, Blanda, Marsico, Talao e Cassano Ionico
Nel 1831, mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), ristampato a cura di Gian Galeazzo Visconti, a pp. 70-71-72 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Poi nel 1057 il pontefice Stefano X diede allo stesso Alfano, arcivescovo metropolitano, la facoltà di nominare, scegliere e consacrare dieci vescovi suffraganei, e fra questi il vescovo di Policastro (31). Ecc…”. Il Laudisio, a p. 12, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Lud. Ant. Mur., tomo I, Ant. Ital., diss. 5, col. 219 et seq.”. Dunque, il Laudisio (….), nella sua ‘Sinopsis’ citava Antonio Ludovico Muratori (…) e la sua “Antiquitates Italicae medii aevi”, tomo I, dissertazione 5, colonna 219 e seguenti. Infatti, il Muratori,

Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a pp. 5-6 riferendosi alla restaurata Diocesi di Bussento o Policastro Bussentino, in proposito scriveva che: “In quanto diocesi, essa compare per la prima volta nella bolla emanata il 24 marzo 1058 da papa Stefano IX (2), che la annoverò ta le suffraganee della metropolia di Salerno (3), mentre non figura affatto nell’analogo elenco che papa Leone IX aveva inserito nella bolla del 1051 (4). Pertanto la sua costituzione potrebbe risalire al periodo intermedio tra queste due date (5), benchè non manchi chi la ritiene già esistente in epoca anteriore (6) e chi, pur considerando suo atto fondativo la bolla papale del 1058, è del parere che la sua effettiva istituzione fosse avvenuta nel 1079. Ecc…”. Biagio Moliterni (…), a p. 5 in proposito a papa Stefano IX postillava che: “(2) Questo pontefice, eletto nel 1057 e morto nel 1058, è a volte indicato come Stefano X. La discordanza è dovuta al fatto che ad un suo predecessore, Stefano II, eletto papa nel 752 e morto prima di essere incoronato, non fu riconosciuto il titolo. Tuttavia alcuni studiosi lo considerano papa a tutti gli effetti, determinando così l’aumento della numerazione dei pontefici successivi che scelsero di chiamarsi con il suo stesso nome.”. Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (3) postillava che: “(3) P. Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, Roma, 1982, vol. II, p. 332, nota 20, riporta uno stralcio della bolla del 1058, emanata appena nove giorni dopo la nomina di Alfano I a metropolita di Salerno, al quale il pontefice rivolse queste parole: “…..”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 332-333, parlando di Policastro Bussentino, in proposito alla ricostruita Diocesi Bussentina scriveva che: “Il 22 ottobre del 1067 (20) l’arcivescovo Alfano di Salerno, con i poteri conferitigli (bolla 24 marzo 1058) da papa Stefano IX (ma X), ricostituì la diocesi di Policastro ampliandone i confini. Ecc…”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (20) postillava che: “(20) La data è anticipata da quella riferita dal Laudisio cit., p. 14, per le mie ricerche, di cui vedi in ‘Pietro da Salerno’, cit., Nella sua bolla ad Alfano del 24 marzo 1058, il papa scrive: “Ad hoc licentiam et potestatem tuae fraternitati damus cum clero et populo etc…………………”. Ebner cita mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi della Diocesi di Polcastro”.
Nella bolla del 1058 trascritta da Pietro Ebner a p. 332 vol. II, le chiese sugfraganee della sede metropolita di Salerno sono: “Pestanensi civitate, et in civitate Consana et in civitate Acheruntina et Nolana, quoque et Cosentina, nec non in Bisianum et in Malvito, et in Policastro, et in Marsico, et in Martirano, et in Cassiano ecc..”. Dunque la bolla del 1058 citava le diocesi di Paestum, Marsico, Cassano Ionico, ecc….Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (4) postillava che: “(4) ……
Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (5) postillava che: “(5) ………….
Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (6) postillava che: “(6) …………..
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Dopo un vuoto di circa tre secoli appaiono altre notizie. Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di papa Stefano IX (Federico di Lorena). La sede vescovile di Salerno fu fondata nel 499 assieme a quella di Paestum; papa Benedetto VII nel 974, ad istanza del Principe Giovanni, la elevò a metropoli e vi designò l’Arcivescovo di nome Amato. Papa Giovanni XIV la confermò nel 984; papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. – L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, ecc….”. Il Cataldo, a p. 124 pubblicò la trascrizione della bolla di papa Stefano IX.

(Fig…..) Lettera di Papa Stefano IX ad Alfano I, Arcivescovo di Salerno, tratta da un dattiloscritto inedito di Biagio Cataldo (…..), p. 124, donatoci dall’autore
Come si può vedere nel documento trascritto e tratto dal dattiloscritto del Cataldo (…), papa Stefano IX, la bolla, nel 1058 scrive all’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I per la nomina dei nuovi Vescovi e la restaurazione delle nuove sedi vescovili, tra cui quella di Policastro e di Cassano Ionico. Come si può leggere nel documento trascritto da Biagio Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, a p. 124 (vedi Fig….), con la ‘bolla’ di papa Stefano IX ad Alfano I arcivescovo di Salerno che, nel 1058 lo autorizzava a restaurare le antiche sedi episcopali di Paestum, Conza, Acerenza, Nola, Cosenza, Bisignano, Melfi, Policastro, Marsico e Cassano Ionico. Con la bolla del 1058, papa Stefano IX, scrive all’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I per la nomina dei nuovi Vescovi e la restaurazione delle nuove sedi vescovili, autorizzandolo a restaurare le antiche sedi episcopali di Paestum, Conza, Acerenza, Nola, Cosenza, Bisignano, Melfi, Policastro, Marsico e Cassano Ionico
Nel 1062, Gisulfo II si recò a Costantinopoli ospite dell’Imperatore di Bisanzio Costantino
Nel 1062 è documentata la sua presenza a Costantinopoli, ospite del facoltoso mercante amalfitano Pantaleone, per chiedere al basileus Costantino sostegno e aiuto militare proprio contro il cognato Roberto e i suoi normanni. Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto il Guiscardo per le terre usurpate a chiese e abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’Imperatore bizantino (3), ecc….”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”.
Nel 1067, papa Alessandro IX scomunicò Guglielmo e Roberto il Guiscardo
Nel 1062 è documentata la sua presenza a Costantinopoli, ospite del facoltoso mercante amalfitano Pantaleone, per chiedere al basileus Costantino sostegno e aiuto militare proprio contro il cognato Roberto e i suoi normanni. Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto il Guiscardo per le terre usurpate a chiese e abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), ecc….”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”.
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Dopo un vuoto di circa tre secoli appaiono altre notizie. Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di papa Stefano IX (Federico di Lorena). La sede vescovile di Salerno fu fondata nel 499 assieme a quella di Paestum; papa Benedetto VII nel 974, ad istanza del Principe Giovanni, la elevò a metropoli e vi designò l’Arcivescovo di nome Amato. Papa Giovanni XIV la confermò nel 984; papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. – L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, aveva ottenuto facoltà di nominare e di eleggere 10 vescovi suffraganei, tra cui quello di Policastro. Essendo stato richiesto dal popolo policastrense un nuovo Vescovo a Gisulfo II, Principe di Salerno, papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nominò nel 1067 Pietro Pappacarbone, vescovo di Policastro. – Questi fu consacrato nel 1079 e fu il primo nostro Vescovo, dopo la restaurazione della Sede. Papa Alessandro II lo aveva nominato Vescovo nel 1067 e Ildebrando di Soana, con altri prelati, ne firmava la bolla. Nel 1079, sotto papa S. Gregorio VII riceveva la consacrazione episcopale. Ma, dopo tre anni di vita pastorale a Policastro, assetato di vita contemplativa, nel 1082 si ritirò nel monastero di Cava e successe alla reggenza dell’Abate Leone. Di lì passò al Monastero di Pedifumo, dove morì nel 1123, all’età di 80 anni. Dalla sua scuola uscì un ottimo alunno, Oddone di Chatillon, che fu papa Urbano II (1088-1099).”. Un’altra notizia utile alla ricostruzione storiografica delle nostre diocesi ci è sempre data dal Cataldo che a p. 16 scriveva che: “Nel 930 Paestum fu distrutta dai Saraceni e la sede passò a Capaccio, conservando il nome di Paestum fino al 1156. La nuova sede di Capaccio fu trasferita, sotto Sisto V (1585-89), a Diano (Teggiano), senza perdere il titolo, ecc…”. Sempre il Cataldo a p. 19 si chedeva “Quali furono gli antichi confini della nostra Diocesi ?. Della nuova sede policastrense, restaurata dopo 1013 anni, nel 1079, grazie all’iniziativa illuminata dell’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano, già autorizzato da papa Stefano IX nel 1057, e dal principe di Salerno, Gisulfo II, sappiamo i confini, più ampliati di quelli attuali, perchè abbracciavano con Policastro 30 parrocchie. Parrocchie della Diocesi di Policastro nel 1079. Molti di questi paesi sono compresi ancora nella Diocesi attuale. I centri abitati periferici passarono col tempo ad altre diocesi (Cassano Jonio e Capaccio) perchè i Vescovi, amministratori e signori delle terre, se le cedevano a vicenda. Così avvenne per Maratea, che nel 1098 passò da Policastro a Cassano Jonio, nuova diocesi eretta in cambio dell’antica Scalea. Però la “perla della diocesi bussentina”, col Santuario di S. Biagio, doveva ritornare per sempre sotto la primitiva giurisdizione nel 1898. – “. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 218, riferendosi all’anno mille e all’influenza dei Bizantini e del rito greco nell’area, in proposito scriveva che: “Restano inoltre, qui e qua, dei paesi, alcuni come Matera dipendenti dalla sede di Cassano-Jonio; altri come Lagonegro, Lauria, Rivello e Trecchina da Policastro.”.
Nel 1067, la ricostruita Diocesi di Policastro da parte dell’Arcivescovo Primate di Salerno Alfano I
Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “…..Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Infatti, fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, asoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appaena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: “Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi.”.
Nel 1067, la Contea di Policastro, il conte longobardo Guido, fratello di Gisulfo II
Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli incendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: “Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6). Nè i rapporti del conte di Policastro con il fratello Gisulfo erano quelli di otto anni prima. Di fronte all’aggressiva reazione dei normanni, non accontentati dal principe nelle loro giuste richieste, Guido aveva fatto sue le rimostranze del fratello stroncando le brutali e rapide loro conquiste. Ma poi aveva capito e, sulla scia dell’omonimo zio Conte di Conza, aveva mutato atteggiamento. Si era reso conto, cioè, che il fratello Gisulfo avrebbe potuto conservare il trono solo se, adattandosi alla nuova situazione, fosse tornato alla politica paterna: Guaimario V (IV) con le indispensabili investiture ai conti normanni era riuscito, oltre che a salvaguardare la propria autorità, ad accrescerne il prestigio. Il principe, però, forse per insofferenza dei continui consigli di moderazione dello zio, certamente geloso del prestigio militare goduto dal fratello Guido, forse anche perchè era giunto il tempo di una ulteriore conferma del noto vecchio adagio latino (7), persisteva nell’insano suo comportamento verso i normanni. Un modo d’agire intollerabile per Guido, specialmente per l’inconsulto tergiversare di Gisulfo circa la consegna della dote alla coraggiosa sorella Sighelgaita, la quale, seguito a Melfi Roberto il Guiscardo, lo sposava ricevendone quale “dono del mattino”, l’antico longobardo ‘morgincap’ (8), il quarto dei beni conquistati dal marito, tra cui, forse, anche castelli confinanti con la contea di Guido. E’ evidente che tutto ciò rendeva più che precaria la salvaguardia dei confini, dei settentrionali più che dei lucano-calabri. Qui era Roberto al quale, oltre che da vincoli di parentela, Guido era ormai legato da ammirata amicizia per quel suo leggendario valore che doveva suscitare la considerazione persino dell’ostile Anna Commeno. L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, nel cap. III, a p. 88 parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo (si riferisce al fratello del Guiscardo), il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Sullo sconfinamento, casuale o voluto a Guimondo, si era intanto accesa una controversia di cui venne nominato arbitro (Guido aveva rifiutato il fratello) il principe di Capua verso cui Guido s’incamminò. Sorpreso lungo il viaggio dagli sgherri di Guimondo, Guido venne ucciso dopo strenua resistenza (a. 1075). Poco prima Alfano aveva inviato al valoroso guerriero quel suo carme che si chiudeva con l’augurio di vederlo vincitore dei Parti (Turchi) e sovrano di Costantinopoli.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”.
Nel 1067, Pietro Pappacarbone detto ‘Pietro da Salerno’ venne consacrato Vescovo della rinata Diocesi di Policastro da papa Alessandro II (Anselmo da Baggio)
Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 510, sulla scorta del Keher (….) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I), scrivevano: “Sicuro è che l’episcopato bussentino risorse nel sec. XI dopo che l’arcivescovo salernitano, dietro la nota protezione longobarda, ricevè da Papa Stefano IX, la licenza di ordinare un vescovo in ‘oppido Policastro’ (70): primo vescovo della rinata città fu Pietro Pappacarbone, nobile salernitano, Abbate di Cava dal 1079 al 1122, educatosi a Cluny. Dietro petizione di Gisulfo, ultimo principe longobardo di Salerno, Pietro entrò nel 1070 in possesso della sua carica bussentina, ma poco dopo ‘non potendo soffrir’ i strepiti della vita esteriore (71), rinunciò alla sede e ritornò a Cava. Il Duomo aggiunto all’antica ‘trichora’ fu consacrato nel 1079 da Alfano, e la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi vescovi effettivi: Arnaldo 1111, ecc… “. Dunque, i due studiosi, parlando di Policastro ritenevano che Pietro da Salerno, Pietro Pappacarbone fosse stato ordinato vescovo nell’anno 1079, sebbene avessero scritto: “Pietro entrò nel 1070 in possesso della sua caricabussentina, ma poco….”, scrivevano pure che: “Il Duomo aggiunto all’antica ‘trichora’ fu consacrato nel 1079 da Alfano, e la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi vescovi effettivi: Arnaldo 1111, ecc… “. Dunque, la cronologia dei due studiosi non è molto chiara. I due studiosi, a p. 510, nella loro nota (70) postillavano che: “(70) P. F. Kehr, Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372-“. I due studiosi a p. 510, nella loro nota (71) postillavano che: “(71) P. Guillaume, L’ordine cluniacense in Italia, ossia vita di S. Pietro Salernitano primo vescovo di Policastro, Cava de Tirreni, 1876. La vita di S. Pietro è opera di Ugone, Abate di Venosa, autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140, tradoo in italiano da A. Ridolfi sul finire del ‘500 ed edito dal Guillaume nel citato anno. Di recente Pietro Ebner (Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in “Saggi in onore di Leopoldo Cassese”, Napoli, 1971, p. 18) ha datato al 1066-1067, l’arrivo di Pietro in città.”. Ricordo che su Ugo da Venosa ha scritto pure Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377 che, a p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)…..La data effettiva deve perciò risalire al 22 ottobre 1067, tanto più che U. da Venosa (“il Venusino”), ‘Vitae sanctorum abbatum cavensium’, ABC, cod. n. 24, ff. 15v – 15r) colloca l’evento subito dopo il ritorno di Pietro da Cluny. Ecc…”. Sulle date e sulla cronologia degli eventi, importantissime notizie, della sua ordinazione a Vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro, da parte di Alfano I, Arcivescovo di Salerno, con la nota “bolla di Alfano I”, ci sono delle discussioni. Leggendo la Treccani on-line sulla figura di Pietro Pappacarbone leggiamo che: “La veridicità della notizia della nomina vescovile è indubbia, e l’identificazione del monaco cavense con il Pietro cui si riferisce il documento relativo alla nomina vescovile alla cattedra di Policastro (una lettera, sulla cui autenticità gli studiosi hanno lungamente dibattuto;…….La cronologia di tale nomina costituisce però una questione storiografica. Nel 1079 – la data riportata dalla lettera – Pietro risulta da altre fonti (cfr. infra) già essere stato designato abate di Cava da un anno, e di ciò non si fa menzione nel testo. Ecc…“. Dunque, la Treccani on-line poneva dei dubbi sulla cronologia di tale nomina, ovvero sull’anno di datazione riportato nella “bolla di Alfano I”. Si trattava dell’anno 1079, come è datata la “bolla di Alfano I” o si trattava della probabile datazione attribuita da Pietro Ebner, ovvero l’anno 1067 ?. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, in proposito scriveva che: “2. Così Pietro da Salerno, avulso dalla cavense vita cenobitica, giovane ancora venne consacrato da Alfano vescovo di Policastro, dandone poi comunicazione alle popolazioni della ricostituita diocesi con una lettera, di cui è sola la trascrizione del Laudisio (5). Da essa appare evidente che la delimitazione dei confini della diocesi più che a criteri religiosi fu determinata dai più impellenti di natura politica.”. Pietro Ebner, a p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5) N. M. Laudisio, ‘Paleocastren dioecesis, cit., p. 28 sgg. Lettera e nomina sono segnalate pure dal Kehr, cit. p. 371, ma non ne è cenno in ‘Salerno sacra’ di G. Crisci e A. Campagna, Salerno, 1962. Manca nell’ADS il codice membranaceo di cui all’autentica del Pastore riportata nel mio saggio suindicato p. 14. La datazione della lettera nel Laudisio è inesatta. Nel 1079 (22 ottobre) il conte Guido era morto da quattro anni (a. 1075). Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079). La data effettiva deve perciò risalire al 22 ottobre 1067, tanto più che U. da Venosa (“il Venusino”), ‘Vitae sanctorum abbatum cavensium’, ABC, cod. n. 24, ff. 15v – 15r) colloca l’evento subito dopo il ritorno di Pietro da Cluny. La giurisdizione della nuova diocesi comprendeva: “Castellum quod dicitur de Mandelmo, Camarota, etc….”. Osserva il Laudisio che le ultime quindici località ai suoi tempi erano sotto la giurisdizione del vescovo di Cassano Ionico. Suppone perciò che fossero state dapprima assegnate alla diocesi di Talao, soppressa dopo l’assassinio del suo primo vescovo, e in seguito al vescovo di Cassano Ionico che dipendeva direttamente dalla Santa Sede.”. Dunque, in questo passaggio Pietro Ebner attribuisce la “bolla di Alfano I” alla sola trascrizione fattane nel 1831 dal vescovo di Policastro Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi”. E’ evidente che la datazione della “bolla di Alfano I” e con questa anche la successione temporale degli eventi che si susseguono dopo la nomina di Pietro da Salerno a Vescovo di Policastro non è cosa che attiene solo alla storia di Policastro ma, essa riguarda tutti i successivi eventi di cui siamo a conoscenza. La datazione che l’Ebner propone all’anno 1067 della nomina a presule di Policastro di Pietro da Salerno non è da escludere ma essa cozza con la datazione degli eventi successivi. Infatti, dalla datazione della nomina e rinuncia di Pietro Pappacarbone a presule di Policastro, dipenderà la datazione della sua fuga dall’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni, furiosamente contestato dopo la nomina ricevuta dal primo Abate S. Leone. Dalla datazione della “bolla di Alfano I”, ovvero dalla nomina di Pietro da Salerno a vescovo di Policastro, dipenderà anche la datazione della suo ritiro nel Monastero di Sant’Angelo di Perdifumo. Dunque, si trattava dell’anno 1067, come sosteneva Pietro Ebner o si trattava di un periodo immediatamente successivo al 1079 che è l’anno di datazione proposto dal vescovo di Policastro mons. Laudisio ?. Come sostiene l’Ebner, l’anno 1067, la rinuncia a presule di Policastro e la venuta di Pietro a Cava dè Tirreni può volere significare che in seguito alla rinuncia dell’abbate di Cava, S. Leone, nell’anno 1063, Pietro si dovette recare a Cava verso l’anno 1067 come sostiene Pietro Ebner. Ma se questo è vero in quale anno Pietro dovette lasciare Cava per ritirarsi nel monastero di Sant’Arcangelo di Perdifumo ?. La questione è chiara per Pietro Ebner, il quale nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)…..Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079). La data effettiva deve perciò risalire al 22 ottobre 1067, tanto più che U. da Venosa (“il Venusino”), ‘Vitae sanctorum abbatum cavensium’, ABC, cod. n. 24, ff. 15v – 15r) colloca l’evento subito dopo il ritorno di Pietro da Cluny. Ecc..”. Dunque, l’Ebner in questo passaggio indica come data della nomina ad Abate dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni del monaco Pietro Pappacarbone all’anno 1074, tre anni prima dell’anno, 1077, in cui era stato deposto, dice lui, il principe longobardo Gisulfo II, da Roberto il Guiscardo che in quell’anno assediò Salerno. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Essendo stato richiesto dal popolo policastrense un nuovo Vescovo a Gisulfo II, Principe di Salerno, papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nominò nel 1067 Pietro Pappacarbone, vescovo di Policastro. – Questi fu consacrato nel 1079 e fu il primo nostro Vescovo, dopo la restaurazione della Sede. Papa Alessandro II lo aveva nominato Vescovo nel 1067 e Ildebrando di Soana, con altri prelati, ne firmava la bolla. Nel 1079, sotto papa S. Gregorio VII riceveva la consacrazione episcopale. Ecc…”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, aveva ottenuto facoltà di nominare e di eleggere 10 vescovi suffraganei, tra cui quello di Policastro. Essendo stato richiesto dal popolo policastrense un nuovo Vescovo a Gisulfo II, Principe di Salerno, papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nominò nel 1067 Pietro Pappacarbone, vescovo di Policastro. Ecc…”.
Anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Policastro a pp. 257-258, riteneva erroneo l’anno di nomina al 1079, ed in proposito scriveva che: “Con la latinizzazione del rito Ortodosso, l’Arcivescovo Alfano di Salerno ripristinò la sede vescovile di Policastro, rendendola suffraganea dell’archideocesi metropolitana. Fu consacrato vescovo della nuova sede il benedettino Pietro da Salerno, detto Pappacarbone, tra il 1067 ed il 1068 (70).”. Il Campagna, a p. 258, nella sua nota (70), postillava che: “(70) Sull’anno di nomina, erroneamente ritenuto il 1070 oppure il 1079, P. Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc., op. cit., p. 89.”. Il Campagna, a p. 258, scriveva che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille, era retta da Guido, fratello di Gisulfo di Salerno.”.
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 219, in proposito scriveva che: “In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno…..dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro.”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (96) postillava che: “(96) Nei primi dell’inverno del 1067-1068 (non nel 1070- o 1079 come si crede) Benedetto Alfano, arcivescovo di Salerno, nominò vescovo di Policastro il benedettino cavense Pietro da Salerno (Ebner Pietro, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc., op. cit., pag. 89). Nella delimitazione del territorio diocesano, Ajeta, con Avena, Abbate Marcu, Mercuri, Ursimarcu, Didascalea, Castrocuccu, Turtura, Marathia, etc., sulla costa, risulterebbe aggregata a Policastro, come da copia autentica del vescovo A. De Robertis con bollo a secco e controfirmata da M. Lombardo, cancelliere di Lauria, 20 gennaio 1745, attualmente presso la Curia vescovile di Policastro, in D. G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro Bussentino, Policastro B., 1973.”. Dunque, il Campagna, anche sulla scorta di Ebner scriveva che con la Restaurazione della Diocesi di Policastro di cui venne nominato vescovo Pietro Pappacarbone, anche Laeta figura nei toponimi elencati nella “Bolla di Alfano I”.
Nel 22 ottobre 1067 (come vuole Pietro Ebner) o nel 1079 ?, la “Bolla di Alfano I” (Arcivescovo di Salerno) e la restaurata Diocesi di Policastro
Leggendo la Treccani on-line sulla figura di Pietro Pappacarbone leggiamo che: “La veridicità della notizia della nomina vescovile è indubbia, e l’identificazione del monaco cavense con il Pietro cui si riferisce il documento relativo alla nomina vescovile alla cattedra di Policastro (una lettera, sulla cui autenticità gli studiosi hanno lungamente dibattuto; la copia più antica, del XII sec., è conservata nel ms. vat. Patetta 1621) risale già al XVIII secolo. La cronologia di tale nomina costituisce però una questione storiografica. Nel 1079 – la data riportata dalla lettera – Pietro risulta da altre fonti (cfr. infra) già essere stato designato abate di Cava da un anno, e di ciò non si fa menzione nel testo. Ritenendosi poco probabile un doppio incarico, la lettera è stata spesso interpretata come un falso, pur se esemplato sull’originale (o come la copia di un falso originale secondo Maria Galante). Recentemente Biagio Moliterni (…) ha sostenuto che il Pietro a cui si riferisce la copia della lettera del 1079 potrebbe essere stato un omonimo vescovo di Policastro successore di Pietro: se così fosse non risulterebbe più inverosimile la datazione al 1079.“.
Nel mio studio sulla “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, che pubblicai nel 1998 (1), in proposito scrivevo che: “Interessante fonte è la nota lettera pastorale (bolla) di Benedetto Alfano I, Arcivescovo di Salerno, datata all’ottobre 1079, con la quale, dietro la protezione longobarda, ricevè nel 1058 da Papa Stefano IX la licenza per la nomina di nuovi vescovi (69). Il documento (70), col quale veniva restaurata l’antica sede episcopale bussentina “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”, è la più antica fonte archivistica in nostro possesso.”. Nella mia nota (69) postillavo che: “(69) Questo documento proviene da un’antica pergamena della Chiesa Arcivescovile di Salerno d’onde fu tratta copia e autenticata il 14.10.1737 e conservata presso l’Archivio Arcivescovile di Policastro e citata anche da Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G., ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, pp. 70, 72 e citata anche da Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, vol.II, p. 591.” e, nella mia nota (70) postillavo che: “(70) “Restaurazione della Diocesi di Policastro,centri che la costituiscono,confini, beni.”, è stato riportato dal Laudisio (Laudisio N.M., op. cit.). Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno: Ludovico Muratori, Tomo I, “Antiquitate Italiae”, diss., V, col. 219 e seq. Alphanus Archieps An. 1080; Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961, (rist.), pp. 371-372.”. Nelle mie note citavo il testo di Mons. Nicola Maria Laudisio (….), che nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), pubblicata nel 1831 e ristampato a cura di Gian Galeazzo Visconti, a pp. 70-71-72 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Il 26 aprile 1073 fu deposta la veste del lutto e per volontà del clero, del popolo e del principe, il benedetto Alfano, arcivescovo di Salerno, nell’ottobre del 1079, terzo della indizione, ventiduesimo del suo apostolato, consacra vescovo della chiesa di Policastro, che per tano tempo era rimasta priva del suo pastore, Pietro Pappacarbone del monastero di Cava, nipote ed erede della santità di Sant’Alferio abate, anch’egli della famiglia dei Pappacarbone, nato cioè, da una delle più illustri famiglie longobarde e ambascaitore presso l’imperatore Ottone del principe di Salerno Guaimario, suo consanguineo. Pietro Pappacarbone fu consacrato vescovo da Alfano di Salerno perchè il pontefice Giovanni XV aveva concesso nel 986 ad Amato, arcivescovo di Salerno, la dignità di Primate……Non appena il monaco benedettino Pietro Pappacarbone fu consacrato vescovo di Policastro, l’Arcivescovo che lo aveva consacrato si diede subito cura di rendere noto che la diocesi, dopo tanti secoli, aveva di nuovo il suo Pastore come era nelle aspettative e nei desideri di tutti, proprio perchè aveva provveduto ad essa ‘secondo il segno della destra di Dio’ (33). Quale fu la letizia e il gaudio di tutta la diocesi! Subito il nuovo vescovo protese le mani verso il Santuario e benedisse il Signore (34)…….(35). Ecco la trascrizione della lettera pastorale dell’Arcivescovo Primate di Salerno. Noi Alfano, per volere della Divina Provvidenza Arcivescovo della santa sede di Salerno, auguriamo la salvezza eterna nel Signore a tutti coloro che credono nella vera Fede, all’ordine dei sacerdoti e dei chierici e al popolo della chiesa di Bussento, che ora è detta chiesa di Policasto, che per disposizione apostolica è soggetta al nostro arcivescovato. Non abbiamo indugiato un istante ad appagare i vostri giusti desideri. Vi abbiamo già assegnato come sacerdote il nostro confratello e vescovo Pietro, e gli abbiamo prescritto di non procedere mai ad ordinazioni illecite, cioè di non consentire che acceda al sacro ordine sacerdotale chi si si sia sposato una seconda volta, o chi non abbia sposato una donna onesta, o un analfabeta, o un vizioso, qualunque sia il suo vizio, o chi è tenuto a scontare la pena di una colpa troppo grave, o chi ecc..ecc….”. Il Laudisio, a p. 12, nella sua nota (33) postillava che: “(33) 2 Esdr. 2, 8 (Et dedit mihi rex iuxta ‘manum Dei’ mei bonam mecum).”. Il Laudisio, a p. 12, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Psalm. 133, 3 (In noctibus ‘extollite manus’ vestras ‘in Sancta, et benedicte Dominum’).”. Il Laudisio, a p. 12, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Psalm. 80, 1, 2, 3, ecc..”. Il Laudisio, a p. 14, nella sua nota (36) (36, vedi versione Visconti) della sua ‘Synopsi’, postillava che, l’antico documento “Bolla o pastorale di Alfano I” è citato in “P. Mannelli, Not. Luc.; Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34; Troyl., cit., tom. 1, part. 2, pag. 135 (il Troyli (op. cit., tomo I, parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi manoscritti rapportata”. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36)), dice che la Bolla di Alfano è citata in: “P. Manell., Note Lucane”; in “Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34′.

(Fig….) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (…), copia originale indita conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio digitale Attanasio)

(Fig….) Ms. Patetta 1621, “Chartularium ecclesiae Salernitanae”, XII secolo, Bolla di Alfano I, stà in Fondo Patetta, Biblioteca apostolica Vaticana, Città del Vaticano, Roma, pp. 30r (…) (Archivio Storico Attanasio)
Il Laudisio, a p. 13, continua la trascrizione del preioso documento manoscritto in latino:

L’Abate Troily, nel suo “………………………”, vol. ……, a p……, parlando dell’antica diocesi di Bussento, nella sua nota (g) postillava che: “(g) Alfano in Epist. Pastoral. ‘Obnibus Fidelibus Orthodonis, Sacerdotali, Clericalique Ordini, & Plebi consistenti, BUXENTINAE, QUAE MODO POLICASTRENSIS DICITUR ECCLESIA.” :

(Fig…) Troyli (…), vol. I, parte II , p. 135
Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a pp. 5-6 riferendosi alla restaurata Diocesi di Bussento o Policastro Bussentino, in proposito scriveva che: “In quanto diocesi, essa compare per la prima volta nella bolla emanata il 24 marzo 1058 da papa Stefano IX (2), che la annoverò tra le suffraganee della metropolia di Salerno (3), mentre non figura affatto nell’analogo elenco che papa Leone IX aveva inserito nella bolla del 1051 (4). Pertanto la sua costituzione potrebbe risalire al periodo intermedio tra queste due date (5), benchè non manchi chi la ritiene già esistente in epoca anteriore (6) e chi, pur considerando suo atto fondativo la bolla papale del 1058, è del parere che la sua effettiva istituzione fosse avvenuta nel 1079. A tale anno risale infatti una discussa lettera inviata dall’arcivescovo metropolita “Alfano” di Salerno ai fedeli e al clero della diocesi di Policastro, nella quale l’alto prelato ricordava l’avvenuta nomina del vescovo “Pietro” a capo della locale comunità religiosa, indicava i centri posti sotto la sua giurisdizione ecc…”. Dunque, Biagio Moliterni, scriveva che è l’anno 1079, la data a cui risale la lettera del presule Alfano I, Arcivescovo di Salerno che scrisse ai fedeli di Policastro Bussentino per annunciare di aver nominato nuovo Vescovo della restaurata Diocesi omonima, il monaco cluniacense Pietro Pappacarbone o Pietro da Salerno. La data dell’anno 1097 è però controversa ed alcuni come Pietro Ebner la fanno risalire al 22 ottobre 1067.

(Fig….) Ms. Patetta 1621, “Chartularium ecclesiae Salernitanae”, XII secolo, Bolla di Alfano I, stà in Fondo Patetta, Biblioteca apostolica Vaticana, Città del Vaticano, Roma, pp. 30r (…) (Archivio Storico Attanasio).
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5) N. M. Laudisio, ‘Paleocastren dioecesis, cit., p. 28 sgg. Lettera e nomina sono segnalate pure dal Kehr, cit. p. 371, ma non ne è cenno in ‘Salerno sacra’ di G. Crisci e A. Campagna, Salerno, 1962. Manca nell’ADS il codice membranaceo di cui all’autentica del Pastore riportata nel mio saggio suindicato p. 14. Ecc…”. Dunque, riguardo la “bolla di Alfano I”, l’Ebner scriveva che della lettera pastorale (“bolla di Alfano I”), oltre alla sua trascrizione del vescovo di policastro mons. Nicola Maria Laudisio, vi è traccia solo nel testo di Ridolin Kehr (….), mentre non se ne fa cenno nel testo della “Salerno Sacra” di Crisci e Campagna.
La lettera pastorale (Bolla) di Alfano I e la ricostituita sede Episcopale Paleocastrense nel secolo XI
La notizia della nuova e seconda ricostituzione della sede Episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, ci è data da un antico documento (…), una delle più antiche fonti archivistiche in nostro possesso. Con la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’Ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, che, nel 1058, in piena lotta tra gli ultimi principi Longobardi dell’ex Ducato di Benevento ed i Normanni di Roberto il Guiscardo, aveva ricevuto dal Papa Stefano IX, l’autorizzazione e la licenza per la nomina di nuovi vescovi (…) e, con la protezione longobarda dell’ultimo Principe Longobardo di Salerno, Gisulfo II, restaurava l’antica sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”, ed elevava a Vescovo il monaco Pietro Pappacarbone, (nipote di Alfano I, e monaco alla Badia di Cava dei Tirreni), destinandolo a quella sede (…). I documenti sono due (…). La pergamena originale, con la quale Alfano I, restaurava l’antica sede episcopale ‘Paleocastrens’, datata all’ottobre dell’anno 1079, forse è conservata all’Archivio Diocesano di Salerno. Oltre all’antico documento, vi è poi l’altro documento (…), la sua copia conservata all’Archivio Storico Diocesano di Policastro, di cui pure parleremo (Fig….)(…). Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione dell’antico documento in questione è di Ludovico Antonio Muratori (6), citato in seguito dal Troyli (…) e, poi da Ebner (…). Tratta da un codice manoscritto della Chiesa di Salerno ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.“, il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblicava i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, (antico Codex manoscritto della Chiesa di Salerno), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.“. Tuttavia, l‘Ughelli (…), nella sua Italia Sacra, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall‘Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”. Il Cappelli (…), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), così scriveva in proposito: “mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. La veridicità della notizia della nomina vescovile di Pietro Pappacarbone è indubbia, e l’identificazione del monaco cavense con il Pietro cui si riferisce il documento relativo alla nomina vescovile alla cattedra di Policastro (una lettera, sulla cui autenticità gli studiosi hanno lungamente dibattuto. La cronologia di tale nomina costituisce però una questione storiografica. Nel 1079 – la data riportata dalla lettera – Pietro risulta da altre fonti (cfr. infra) già essere stato designato abate di Cava da un anno, e di ciò non si fa menzione nel testo. Ritenendosi poco probabile un doppio incarico, la lettera è stata spesso interpretata come un falso, pur se esemplato sull’originale (o come la copia di un falso originale secondo Maria Galante). Il Maria Galante (…), riteneva fosse come un falso, pur se esemplato sull’originale (o come la copia di un falso originale). Recentemente Biagio Moliterni ha sostenuto che il Pietro a cui si riferisce la copia della lettera del 1079 potrebbe essere stato un omonimo vescovo di Policastro successore di Pietro: se così fosse non risulterebbe più inverosimile la datazione al 1079. Il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva in proposito a p. 538: “Come monumento di tanta ventura conservasi tuttora nell’archivio arcivescovile di Salerno, in pergamena, la lettera pastorale, con cui l’arcivescovo Alfano annunziava alla Chiesa episcopale di Policastro il suo fortunato ristoramento. E troviamo degna in vero di menzione la prefata pastorale, in quanto che, oltre alle qualità del vescovo che vi vengono enumerate, precipua rassegna vien fatta di tutt’i paesi e villaggi, su cui il vescovo di Policastro sarebbe tenuto esercizio di giurisdizione. Ecc…”. Forse il Porfirio (…), nella sua nota (3) faceva riferimento al Muratori (…). L’Ebner (…), a proposito della lettera pastorale, nel suo saggio del 1971: Pietro da Salerno e il monachesimo Italo-greco nel Cilento (..), così scriveva: ” Così Pietro, avulso dalla cavense vita cenobitica, giovanissimo ancora veniva consacrato Vescovo da Alfano, il quale ne dava comunicazione alle popolazioni della nuova diocesi con una lettera di cui manca non solo l’riginale, ma ogni trascrizione nei documenti dell’Archivio Arcivescovile di Salerno, mi assicura mons. A. Balducci, il quale mi conferma nell’inesistenza dello stesso Codice membranaceo di cui è cenno nell’autentica della lettera in parola fatta dal Pastore, il quale peraltro, non ne dice nella sua Platea.”. L’Ebner (…), a p. 92 del suo ‘Studi sul Cilento’, vol. II, aggiunge e scriveva a proposito: “Della lettera, però, come della nomina di Pietro a vescovo, segnalate da P.F. Kehr (7), manca ogni cenno anche nel recente (a. 1962), Salerno Sacra, di G. Crisci e A. Campagna, ecc..”. L’Ebner (…), nel suo saggio ‘Pietro da Salerno e il monachesimo Italo-greco nel Cilento’, nella nota (4) a p. 92, afferma che nel manoscritto del Mannelli, si parla e si cita la bolla di Alfano I, nei ff. 23 e 42 è ripetuto ricordo della bolla e nel II (v. Policastro): “Per lo che Alfano concedendo alle preghiere di quel Popolo per primo Vescovo Pietro Pappacarbone come nella sua bolla, che dianzi accennai si legge.“. Il manoscritto del Mannelli, è stato trascritto sia dal Gatta (…) che dal Gaetani (…). Nel Gaetani (9), troviamo il passo del Mannelli, citato dall’Ebner (…), a p. 23. Il ‘Pastore’ a cui si riferisce il Balducci e L’Ebner è il Laudisio (…) che come abbiamo visto nel testo del Visconti (4), invece ne parla. Mons Balducci, fu il bibliotecario dell’Archivio Diocesano di Salerno – dove il Laudisio (…), diceva conservavasi l’originale della ‘Bolla di Alfano I‘. Il Balducci, scrisse un libro sull’Archivio Diocesano di Salerno (…) e, nel suo testo effettivamente non ne fa cenno. I documenti sono due (…): la pergamena originale, datata anno 1079, con la quale Alfano I, restaurava l’antica sede episcopale ‘Paleocastrens’, forse conservata ancora all’Archivio Diocesano di Salerno, ma al momento non si è potuta rintracciare e poi esiste l’altro documento (…), la sua copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro (Figg………..), di cui parleremo innanzi e di cui pubbliciamo l’originale inedito. L’antica pergamena (…), sebbene sia stata citata da tanti eruditi della bibliografia antiquaria, come il Muratori (…), dal Gatta (…) e, dall’Ebner (…), è stato considerato dal Racioppi (…) non autentico e, dal Cesarino (…), apocrifo. Il Racioppi scriveva in proposito: “Ma io dubito della autenticità di questa carta”. Il Gaetani (…), in un suo scritto, trae le notizie storiche su Policastro dal manoscritto inedito del Mannelli (…), che aveva letto e ricopiato integralmente da un manoscritto conservato e fattogli vedere da Scipione Volpicella. Abbiamo ritrovato il manoscritto originale del Mannelli (…), a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, in un altro nostro studio ivi pubblicato: “Il Manoscritto di Luca Mannelli”, di cui abbiamo pubblicato solo le dieci pagine che ci parlano di Policastro e, come si può vedere nell’immagine che riportiamo, esso è stato fedelmente riportato dal Gaetani (…). Riguardo la Bolla di Alfano I, è corretto ciò che affermava il Laudisio nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36), che riferiva del Troyli (…), il quale affermava: “la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(Fig….) ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito di Mannelli (…), Libro II, Capo XI, p…….
Nel 1079, i confini e le trenta località della ricostruita Diocesi di Policastro nella ‘Bolla di Alfano I’
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, nella sua nota (187), postillava che: “(187) Nel 1067 fu consacrato vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, cavense; nel 1079, avvenuta la restaurazione della territorio diocesano, furono aggregate a Policastro, sulla costa meridionale, le parrocchie di Porto (Sapri), Marathia, Castrocucco, Turtura, Laeta, Didascalea, Languenum (Laino), Avena, Mercuri, Abatemarco, da Bolla di Alfano, arcivescovo di Salerno, copia notarile del 1737, da cui copia manoscritta dalla Curia di Policastro, autenticata dal vescovo A. De Robertis e controfirmata dal cancelliere di Lauria, M. Lombardo, in data 20 gennaio 1745. Vedi L. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941; N. Acocella, ‘La figura e l’opera di Alfano I di Salerno’, in “RSS, XIX, 1958. Ancora intorno al 1572 il vescovo di Policastro, Ferdinando Spinelli, ingiungeva ai sacerdoti greci della diocesi di conformarsi al rito latino, in N.M. Laudisio. Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”.
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 332-333, parlando di Policastro Bussentino, in proposito alla ricostruita Diocesi Bussentina scriveva che: “Il 22 ottobre del 1067 (20) l’arcivescovo Alfano di Salerno, con i poteri conferitigli (bolla 24 marzo 1058) da papa Stefano IX (ma X), ricostituì la diocesi di Policastro ampliandone i confini. Tra i 24 villaggi della nuova diocesi la stessa Maratea, nei cui pressi era l’antica Blanda. Più che tutti i paesi dell’odierno Cilento meridionale, Alfano tenne a includere nella nuova diocesi buona parte di quelli che erano dipesi da Blanda. Evidentemente il disegno rispondeva anche ad esigenze politiche. Si volle cioè unire intorno a Policastro una consistenza fascia di terre, monti e colline lucani capaci non solo di una difesa strategica dei confini del Principato, che la recente incursione normanna rendeva più acuta, ma di contenere altre infiltrazioni verso l’odierno medio e alto Cilento dei greci di Calabria. Come si è ampiamente dimostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (l’in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata a un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ecc…”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (20) postillava che: “(20) La data è anticipata da quella riferita dal Laudisio cit., p. 14, per le mie ricerche, di cui vedi in ‘Pietro da Salerno’, cit., Nella sua bolla ad Alfano del 24 marzo 1058, il papa scrive: “Ad hoc licentiam et potestatem tuae fraternitati damus cum clero et populo etcc…”. Ebner cita mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi della Diocesi di Polcastro”. Pietro Ebner, a p. 333, vol. II, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia cit., ed Economia e Società, cit.”.
Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: “Da essa appare evidente che la delimitazione dei confini della diocesi più che a criteri religiosi fu determinata dai più impellenti di natura politica. E cioè oltre a frenare eventuali disposizioni degli igumeni del Mercurion (“Mercuri” era incluso tra i paesi della giurisdizione ecclesiastica di Policastro) ai cenobi italo-greci disseminati nel Principato, si cercò di creare intorno a Policastro una fascia lucano-calabra di territorio capace di salvaguardare il Principato da ulteriori pericolose infiltrazioni dei greci di Calabria. Infatti, buona parte dei villaggi una volta soggetti alla diocesi di Blanda (presso Maratea ?) vennero inclusi da Alfano nel territorio della nuova diocesi.”.
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, in proposito scriveva che: “2. Così Pietro da Salerno, avulso dalla cavense vita cenobitica, giovane ancora venne consacrato da Alfano vescovo di Policastro, dandone poi comunicazione alle popolazioni della ricostituita diocesi con una lettera, di cui è sola la trascrizione del Laudisio (5). Da essa appare evidente che la delimitazione dei confini della diocesi più che a criteri religiosi fu determinata dai più impellenti di natura politica.”. Pietro Ebner, a p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5) N. M. Laudisio, ‘Paleocastren dioecesis, cit., p. 28 sgg……Osserva il Laudisio che le ultime quindici località ai suoi tempi erano sotto la giurisdizione del vescovo di Cassano Ionico. Suppone perciò che fossero state dapprima assegnate alla diocesi di Talao, soppressa dopo l’assassinio del suo primo vescovo, e in seguito al vescovo di Cassano Ionico che dipendeva direttamente dalla Santa Sede.”.
Il sacerdote Giuseppe Cataldo che a p. 16 scriveva che: “Nel 930 Paestum fu distrutta dai Saraceni e la sede passò a Capaccio, conservando il nome di Paestum fino al 1156. La nuova sede di Capaccio fu trasferita, sotto Sisto V (1585-89), a Diano (Teggiano), senza perdere il titolo, ecc…”. Sempre il Cataldo a p. 19 si chedeva “Quali furono gli antichi confini della nostra Diocesi ?. Della nuova sede policastrense, restaurata dopo 1013 anni, nel 1079, grazie all’iniziativa illuminata dell’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano, già autorizzato da papa Stefano IX nel 1057, e dal principe di Salerno, Gisulfo II, sappiamo i confini, più ampliati di quelli attuali, perchè abbracciavano con Policastro 30 parrocchie. Parrocchie della Diocesi di Policastro nel 1079. Molti di questi paesi sono compresi ancora nella Diocesi attuale. Ecc…”.
Vediamo quali sono queste quindici località che poi in seguito furono tolte alla Diocesi di Policastro. Nella ‘Bolla di Alfano‘ le ultime quindici località in ordine sono le seguenti: 15) Latronicum – 16) Agrimonte – 17) S. Athanasium – 18) Vimanellum – 19) Rotunda – 20) Languenum – 21) Rosolinum – 22) Avena – 23) Regione – 24) Abb. Marcu – 25) Mercuri – 26) Ursimarcu – 27) Didascalea – 28) Castrocucco – 29) Turtura – 30) Laeta Marathia. Queste quindici località, nel 1079 dipendevano dalla Diocesi di Policastro restaurata nell’anno 1079, come dice la lettera pastorale detta ‘Bolla di Alfano I°’ e nel 1098 secondo il Campagna, come vedremo entreranno a far parte della Diocesi di Cassano Ionico. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 218, riferendosi all’anno mille e all’influenza dei Bizantini e del rito greco nell’area, in proposito scriveva che: “Restano inoltre, qui e qua, dei paesi, alcuni come Matera dipendenti dalla sede di Cassano-Jonio; altri come Lagonegro, Lauria, Rivello e Trecchina da Policastro.”.
Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a pp. 5-6 in proposito scriveva che: “In quanto diocesi, essa compare per la prima volta nella bolla emanata il 24 marzo 1058 da papa Stefano IX (2), che la annoverò ta le suffraganee della metropolia di Salerno (3), mentre non figura affatto nell’analogo elenco che papa Leone IX aveva inserito nella bolla del 1051 (4). Pertanto la sua costituzione potrebbe risalire al periodo intermedio tra queste due date (5), benchè non manchi chi la ritiene già esistente in epoca anteriore (6) e chi, pur considerando suo atto fondativo la bolla papale del 1058, è del parere che la sua effettiva istituzione fosse avvenuta nel 1079. A tale anno risale infatti una discussa lettera inviata dall’arcivescovo metropolita “Alfano” di Salerno ai fedeli e al clero della diocesi di Policastro, nella quale l’alto prelato ricordava l’avvenuta nomina del vescovo “Pietro” a capo della locale comunità religiosa, indicava i centri posti sotto la sua giurisdizione ecc…”. Biagio Moliterni (…), a p. 5 in proposito postillava che: “(2) Questo pontefice, eletto nel 1057 e morto nel 1058, è a volte indicato come Stefano X. La discordanza è dovuta al fatto che ad un suo predecessore, Stefano II, eletto papa nel 752 e morto prima di essere incoronato, non fu riconosciuto il titolo. Tuttavia alcuni studiosi lo considerano papa a tutti gli effetti, determinando così l’aumento della numerazione dei pontefici successivi che scelsero di chiamarsi con il suo stesso nome.”. Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (3) postillava che: “(3) P. Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, Roma, 1982, vol. II, p. 332, nota 20, riporta uno stralcio della bolla del 1058, emanata appena nove giorni dopo la nomina di Alfano I a metropolita di Salerno, al quale il pontefice rivolse queste parole: “…..”. Nella bolla del 1058 trascritta da Pietro Ebner a p. 332 vol. II, le chiese sugfraganee della sede metropolita di Salerno sono: “Pestanensi civitate, et in civitate Consana et in civitate Acheruntina et Nolana, quoque et Cosentina, nec non in Bisianum et in Malvito, et in Policastro, et in Marsico, et in Martirano, et in Cassiano ecc..”. Dunque la bolla del 1058 citava le diocesi di Paestum, Marsico, Cassano Ionico, ecc.. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Dopo un vuoto di circa tre secoli appaiono altre notizie. Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di papa Stefano IX (Federico di Lorena). La sede vescovile di Salerno fu fondata nel 499 assieme a quella di Paestum; papa Benedetto VII nel 974, ad istanza del Principe Giovanni, la elevò a metropoli e vi designò l’Arcivescovo di nome Amato. Papa Giovanni XIV la confermò nel 984; papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. – L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, aveva ottenuto facoltà di nominare e di eleggere 10 vescovi suffraganei, tra cui quello di Policastro. Essendo stato richiesto dal popolo policastrense un nuovo Vescovo a Gisulfo II, Principe di Salerno, papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nominò nel 1067 Pietro Pappacarbone, vescovo di Policastro. – Questi fu consacrato nel 1079 e fu il primo nostro Vescovo, dopo la restaurazione della Sede. Papa Alessandro II lo aveva nominato Vescovo nel 1067 e Ildebrando di Soana, con altri prelati, ne firmava la bolla. Nel 1079, sotto papa S. Gregorio VII riceveva la consacrazione episcopale. Ma, dopo tre anni di vita pastorale a Policastro, assetato di vita contemplativa, nel 1082 si ritirò nel monastero di Cava e successe alla reggenza dell’Abate Leone. Di lì passò al Monastero di Pedifumo, dove morì nel 1123, all’età di 80 anni. Dalla sua scuola uscì un ottimo alunno, Oddone di Chatillon, che fu papa Urbano II (1088-1099).”. Un’altra notizia utile alla ricostruzione storiografica delle nostre diocesi ci è sempre data dal Cataldo che a p. 16 scriveva che: “Nel 930 Paestum fu distrutta dai Saraceni e la sede passò a Capaccio, conservando il nome di Paestum fino al 1156. La nuova sede di Capaccio fu trasferita, sotto Sisto V (1585-89), a Diano (Teggiano), senza perdere il titolo, ecc…”. Sempre il Cataldo a p. 19 si chedeva “Quali furono gli antichi confini della nostra Diocesi ?. Della nuova sede policastrense, restaurata dopo 1013 anni, nel 1079, grazie all’iniziativa illuminata dell’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano, già autorizzato da papa Stefano IX nel 1057, e dal principe di Salerno, Gisulfo II, sappiamo i confini, più ampliati di quelli attuali, perchè abbracciavano con Policastro 30 parrocchie. Parrocchie della Diocesi di Policastro nel 1079. Molti di questi paesi sono compresi ancora nella Diocesi attuale. I centri abitati periferici passarono col tempo ad altre diocesi (Cassano Jonio e Capaccio) perchè i Vescovi, amministratori e signori delle terre, se le cedevano a vicenda. Così avvenne per Maratea, che nel 1098 passò da Policastro a Cassano Jonio, nuova diocesi eretta in cambio dell’antica Scalea. Però la “perla della diocesi bussentina”, col Santuario di S. Biagio, doveva ritornare per sempre sotto la primitiva giurisdizione nel 1898. – “. Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. Ma, come vedremo, la nota ‘Bolla di Alfano I’ oltre a riportare 15 località (le ultime) che oggi non fanno parte della Diocesi di Policastro-Teggiano e che come vedremo furono in seguito aggregate alla Diocesi di Cassano Ionico, non riporta alcune località che pure già esistevano sul territorio dell’entroterra del Golfo di Policastro. C’è da chiedersi come mai la lettera pastorale del primate Salernitano nel delimitare i confini della ricostruita diocesi di Policastro (ex diocesi dell’antica Bussento), non nominava località come Bonati, Sicilì, Morigerati, Casaletto, Battaglia. Forse che questi centri ricadevano in un’altra diocesi ?. Biagio Moliterni (29), nel suo recente studio, ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, edito nel 2013, a p. 17, in proposito scriveva che: “Un altro punto non del tutto chiaro della lettera di Alfano I riguarda l’ambito territoriale entro cui era circoscritta la diocesi di Policastro. Rimangono infatti di incerta determinazione alcune delle località ad essa aggregate, i cui toponimi sono oggi scomparsi: “medium castrum” (36), il “castellum quod dicitur de Mandelmo” (37), “Arriusu” (38), “Sanctum Athanasium” (39) e “Trolotinum” (40). Più sicuro appare il riconoscimento del “Portu” (41) e di “Caselle” (42), che sembrano avere delle corrispondenze rispettivamente con Sapri, un tempo porto e frazione di Torraca, e con Caselle in Pittari. “Ylice”, o forse “Ulice” (43), dovrebbe corrispondere all’attuale Lauria, se non proprio alla località lauriota di “Timpa di d’Elce”, “Timpa d’Ilice”, in dialetto, dove fino agli anni ’60 del secolo scorso erano ancora visibili degli antichi ruderi. Ecc..”. Il Moliterni, a p. 17, nella sua nota (36), postillava che: “(36) ………………………”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, in proposito scriveva che: “Anche per quanto riguarda la latinizzazione di chiese, grangie ed asceteri della costa il mandato pontificio fu devoluto all’episcopato di Salerno e alla Badia di Cava. Difatti, nel 1079, e per poco meno di un ventennio, la parrocchia di Tortora fece parte della diocesi di Policastro, restaurata; probabilmente fino al 1098, quando fu aggregata a Cassano. La diocesi latinizzata di Policastro doveva, così, procedere alla reintegrazione del rito latino, certamente col beneplacido di Ruggero Borsa (187).”.

(Fig. 15) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I. L’immagine illustra un particolare della pagina 30v., tratta dal “Chartularium ecclesiae Salernitanae”, contenuta nel manoscritto Patetta 1621 (28), in cui si può leggere chiaramente: ‘Turracca’ (Torraca) e ‘Portu’ (Sapri ?).
Anche Biagio Cappelli (…), si chiedeva come mai e arrivò a dubitare sull’autenticità dell’antica pergamena. Il Cappelli (…), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), così scriveva in proposito: “mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. Il Cappelli arrivava a questa conclusione dubitando della sua autenticità sulla scorta del Racioppi (…) di cui ho già parlato ivi in un altro mio scritto. L’autenticità dell’antica pergamena è stata riscattata recentemente da Biagio Moliterno (…) ma sui centri mancanti o assenti (che non vi figurano) bisognerebbe indagare ulteriormente. Io credo che il motivo di questa assenza sia dovuta ad un’altra diocesi suffraganea (dipendente) dalla nuova Arcidiocesi di Salerno in quegli anni e cioè alla Diocesi di Marsico e forse di Cassano Jonico. Infatti, come io credo, alcuni centri delle nostre terre come Sicilì e Morigerati, che pure esistevano in quel periodo, non furono elencati tra le trenta parrocchie che dovevano costituire la nuova restaurata diocesi Paleocastrense perchè ricadevano in altre diocesi come si può vedere nell’immagine tratta dal Tancredi (…). L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (3), si citavano: Fujenti (Mingardo o Rofrano in origine), Castrum (Roccagloriosa), Laeta (Aieta), Castellum de Mandelmo (Castello di Licusati), Languenum (Laino borgo), Porto o Portu (Sapri), Turraca o Turracca (Torraca), Ulia (Lauria), Vimanellum (Viggianello), Abbatemarcu (Abbatemarco fiume) Mercuri (fiume affl. Lao), Triclina (Trecchina), Revelia (Rivello), ecc..

(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…).

(Fig….) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (…), copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio Storico e digitale Attanasio)
Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71, nel Laudisio (…) la traduzione della ‘Bolla di Alfano I’ si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Dunque, nella ‘Bolla di Alfano I’ i limiti ed i confini della restaurata Diocesi Paleocastrense sono: “Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro“. Tutte le località che si trovano a sud del fiume Fuienti (era un piccolo fiume ancora esistente tra gli attuali borghi di Rofrano e Alfano, forse corrisponde all’attuale fiume Alento). Inoltre, lungo il corso del fiume Alento sale sino alla località dove sorse il villaggio di Fujenti (un piccolo borgo oggi scomparso i cui abitanti secondo il Ronsini (…) andarono a fondare Rofrano Vetere e che nel 1079, come dice la ‘Bolla di Alfano’ “oggi è detto le Petrocelle”. Sul borgo delle “Petrocelle” io credo che si riferisca all’attuale Torre Orsaia, antica “Petrasia”. Inoltre, dice: dalle Petrocelle sino al castello che fu costruito sul Monte Tufolo. Si sviluppa poi verso Oriente e comprende oltre Bussento, che in quel momento si chiama Policastro con tutte le altre trenta località : “Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea”.

(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)
Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a p. 8 in proposito scriveva che: “L’originale della lettera di Alfano è andato perduto nel corso dei secoli, ma se ne conosce ugualmente il contenuto attraverso alcune riproduzioni, la più antica delle quali è conservata nella Biblioteca Vaticana. Eccone il testo (10).”. Il Moliterni a p. 8 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Si è cercato di riprodurre il testo che segue nel modo più fedele possibile, conservando l’uso delle ecc..”. Il Moliterni si riferisce alla trascrizione della Bolla di Policastro’, come la chiama lui, conservata in un codice latino conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Il Moliterni a p. 10 scrive che: “Il documento è inserito nei fogli 30r – 32r del cosiddetto “Manoscritto Patetta 1621″, un codice membranaceo di ridotte dimensioni (mm. 175 x 105) ecc..”. Nel testo trascritto dal Moliterni le 30 località citate nella ‘Bolla di Policastro’ sono: “….Scilicet castellum quod dicitur de Madelmo, Cammarota, Arriuso, Caselle, Turturella, Turracca, Portu, Lacunigru. Revellu. Triclina. Ylice (12). Soluci. Latronicu. Agrimonte. Sanctum Athanasium. Vimanellum. Rotunda. Laguenum. Trolotinum. Avena. Regione. Abbatemarcu. Mercuri. Ursimarcu. Didascalea. Castrucuccu. Turtura. Laita. Marathia. cum ecc…”. Queste le trenta località elencate nella trascrizione della ‘bolla di Policastro’ in Biagio Moliterni tratta dal “Manoscritto Patetta”. Tuttavia ritengo che alcuni centri o località così elencate dal Moliterni non corrispondono a quelli effettivamente elencati nel “Manoscritto Patetta” e ritengo pure che molti dei toponimi elencati nel “Manoscritto Patetta 1621” non corrispondono ad altre ‘bolle di Alfano I’ descritte da altri autori.
Le fonti della ‘Bolla o pastorale di Alfano I’
Nel mio studio sulla “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, che pubblicai nel 1998 (1), in proposito scrivevo che: “Interessante fonte è la nota lettera pastorale (bolla) di Benedetto Alfano I, Arcivescovo di Salerno, datata all’ottobre 1079, con la quale, dietro la protezione longobarda, ricevè nel 1058 da Papa Stefano IX la licenza per la nomina di nuovi vescovi (69). Il documento (70), col quale veniva restaurata l’antica sede episcopale bussentina “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”, è la più antica fonte archivistica in nostro possesso.”. Mons. Nicola Maria Laudisio (4), vescovo di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro (Figg. 4-5-7) e, nella sua nota (35) della sua ‘Synopsi’, dice che, l’antico documento “Bolla o pastorale di Alfano I”, è citato in “P. Mannelli, Not. Luc.; Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34; Troyl., cit., tom. 1, part. 2, pag. 135 (il Troyli (op. cit., tomo I, parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi manoscritti rapportata”. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36)), dice che la Bolla di Alfano è citata in: “P. Manell., Note Lucane”; in “Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34′ ecc..

(Fig…) Troyli (…), vol. I, parte II , p. 135
Lo studioso Biagio Moliterni (29), nel suo pregevole e recente studio, ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, edito nel 2013, in proposito, nella sua nota (9) a p. 7, postillava che: “(9) Il Mandelli (…), fu il primo studioso a parlare della Bolla di Alfano, “Bulla in Arch. Salern. ann. 1079”, e a pubblicare l’incipit: “Alfanus Dei providentia S. Salernitanae sedis Archiepiscopus omnibus Fidelibus Orthodoxis, Sacerdotali, Clericalique, ordini et Plebi consistenti Buxentinae, quae modo Policastrensis dicitur Ecclesiae” (vol. II, c. 146), ecc..”. Dunque, se il Mannelli (…), aveva citato la bolla di Alfano I, nel suo manoscritto inedito e trascritto solo mesi più tardi in un testo del Volpicella (…), possiamo affermare con ragionevole certezza che dal punto di vista strettamente bibliografico, il primo a riportare la notizia della restaurazione della sede Paleocastrense non è stato l’Ughelli (13), che forse traeva queste notizie dai ‘fragmenta‘ (antiche pergamene di donazioni e privilegi), pubblicate poi dal Muratori (6), ma fu invece il Mannelli (…), di cui parleremo appresso. Sempre il Moliterni (…), nella sua nota (22), a pp. 11-12, postillava che: “(22) La Bolla di Alfano non è menzionata da Ferdinando Ughelli, ‘Italia Sacra’, Roma, 1654, vol. VII, s.v. Policastro. Ne parla invece Giulio Ambrogio Lucenti in un’aggiunta, inserita nel supplemento all’Ughelli del 1704, successivamente ripresa nell”additio’ di Nicola Coleti, curatore della riedizione dell’Italia Sacra dell’Ughelli, Venezia, 1717-1722, il quale così scrisse nel vol. VII, col. 543, in nota: “Ex vetusto huius Ecclesiae documento, ut nobis indicat nostri Ughelli adnotatio Ms., in veteri civitate, cum Policastrensem restituisset Episcopatum, Petrus ordinatus est Episcupus Polycastrensis, ut ex literis Alphani ad Clerum Buxentinum datis anno praesulatus sui 21. qui fuit a. 1079. Hinc facile coniiciendum Polycastrum successisse Buxento in Episcopali dignitate, & alios ante hunc Petrum habuisse Episcopos, quorum perie monumenta. Lucentius”.”. Di Pietro Pappacarbone, ne ha parlato il Guillaume (2) che, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (19), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dal Ridolfi sul finire del ‘500 (19). Il Vescovo di Salerno Alfano I, nel periodo di Regno dell’ultimo Principe Longobardo, riattivava l’antica sede Episcopale Policastrense ed elevava a suo vescovo il monaco cavense Pietro Pappacarbone da Salerno (2), destinandolo a quella sede. Il Di Meo (22), afferma che la notizia ci è confermata da diverse fonti e cronache dell’epoca: Analista Saxo (…), Annalista Salernitano o Cronista Cavense (…), Malaterra (30), Romoaldo Salernitano o Guarna (23), Paolo Diacono (24), Leone Ostiense ed infine Ugone Venusino (19). Una di queste è quella di Ugone, Abate dell’Abadia di Venosa (19), che nel 1140, scrisse un manoscritto inedito: “Vitae quatur priorum abbatun Cavensium: Alferium, Leonis, Petris et Constabilis”, scritto in latino e tradotto in italiano dal Ridolfi sul finire del ‘500 (20). Si veda pure Guillaume, “Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II”, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876 (2). Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate dell’Abbazia della S.S. Trinità di Venosa in Lucania. Ecco cosa scriveva Guillaume (2) a proposito del manoscritto di Ugone e di Pietro Pappacarbone: “4) Ecco quello che dice, a tal proposito, il Venosino, nella Vita di San Pietro, f. 15: “Patentibus clero et populo una cum “Gisulfo Salerni principe, in ecclesia Policastrensis in episcopum” “electus est. Qui, cum parum illic temporis expendisset, exterioris vite strepitum non farens, ad monasterium (Cavense) rediit”. La città di Policastro, di cui si ritiene l’abate Pietro essere stato il primo vescovo (1070), è situata nell’antica Lucania. (Cfr. Ughelli, Italia Sacra, VII, 543 e seg.)”. Come abbiamo già detto, traendo la notizia dal Di Meo (…), un altro cronista dell’epoca che scrisse sull’epoca a cavallo tra la dominazione Longobarda e quella Normanna nel Principato di Salerno è stato il ‘Cronista Cavese’ o ‘Annalista Salernitano’ (…)(come lo chiama l’Antonini), Anno 1079, Ind. 2, che conferma la nomina di Pietro Pappacarbone ad Abate di Cava dei Tirreni il 16 Luglio 1079. I due studiosi Natella e Peduto (2), nella loro nota (70) a p. 512, postillavano che: “(70) P.F. Keher Fredolin, Regesta Pontificum Romanorum’, stà in ‘Italia Pontificia Campania’, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 ( rist.), pp. 371-372.”. Vedi nostra nota (7). Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (7) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I). Pietro Ebner, op. cit. (5), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s. Il Porfirio (21), sulla scorta dell’Ughelli (13), scriveva in proposito a p. 538 su Pietro Pappacarbone elevato a vescovo di Policastro da Alfano I. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi (11), secondo cui è il Muratori (6) parlava della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori (…), ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione dell’antico documento in questione è di Ludovico Antonio Muratori (6), citato in seguito dal Troyli (16) e, poi da Ebner (5). Tratta da un codice manoscritto della Chiesa di Salerno: ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (6), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.“, il Muratori (6), sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblicava i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, (antico Codex manoscritto della Chiesa di Salerno), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Giuseppe Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’, vol……, da p. 368, parlando della ‘Chiesa di Salerno e le sue suffraganee’, ci parlava della chiesa di Policastro e, in proposito alla Bolla di Alfano I. Il Cappelletti (35), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis'”. Il Cappelletti (…), ci informa che l’Ughelli (13), nella sua Italia Sacra, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò: “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis'”.
Il Cappelli (25), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (3), parlando del ‘Castello’ di Mercurio o della ‘Fortezza del Mercurio’, a pp. 202-203, così scriveva in proposito che: “mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro (7); carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio. Proprio nell’epoca alla quale questa carta è falsamente attribuita, i ricordi del castello di Mercurio si infittiscono, non soltanto per i vari riferimenti che ad esso fanno alcune bolle papali datate dal 1089 al 1169 ed un’altra carta del 1152 (8), quanto anche per il passo di Edrisi che indicando le sorgenti del Lao come situate “innanzi” ad un determinato luogo denominato m.rkuri (9) sembra alludere all’omonimo castello. “. Il Cappelli (…), a p….., nella sua nota (7), postillava che: “(7) Paleocastrensis Dioeceseos historico-chronoloica sinopsys etc, Neapolis, 1831, op. cit. p. 7.”. Il Cappelli (…), a p….., nella sua nota (7), postillava che: “(8) P. Guillaume, Essai historique de l’Abbaye de Cava, Cava de Tirreni, 1877, App., pp. XX ss; L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in A.S.C.L., VIII, (1938), p. 174.”. L’Ebner (5), a p. 92 del suo ‘Studi sul Cilento’, vol. II, aggiunge e scriveva a proposito: “Della lettera, però, come della nomina di Pietro a vescovo, segnalate da P.F. Kehr (7), manca ogni cenno anche nel recente (a. 1962), Salerno Sacra, di G. Crisci e A. Campagna, ecc..”. Il ‘Pastore’ a cui si riferisce il Balducci e L’Ebner è il Laudisio (4) che come abbiamo visto nel testo del Visconti (4), invece ne parla. Mons Balducci, fu il bibliotecario dell’Archivio Diocesano di Salerno – dove il Laudisio (4), diceva conservavasi l’originale della ‘Bolla di Alfano I’. Il Balducci, scrisse un libro sull’Archivio Diocesano di Salerno (24) e, nel suo testo effettivamente non ne fa cenno. I documenti sono due (3): la pergamena originale, datata anno 1079, con la quale Alfano I, restaurava l’antica sede episcopale ‘Paleocastrens’, forse esistente all’Archivio Diocesano di Salerno, ma al momento non si è potuta rintracciare e poi esiste l’altro documento (3), la sua copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro (Figg…), di cui parleremo innanzi e di cui pubblico l’originale inedito. Leggendo la Treccani sulla figura di Pietro Pappacarbone, apprendiamo che: “…(una lettera, sulla cui autenticità gli studiosi hanno lungamente dibattuto; la copia più antica, del XII sec., è conservata nel ms. vat. Patetta 1621) risale già al XVIII secolo. Nel 1079 ecc.., la lettera è stata spesso interpretata come un falso, pur se esemplato sull’originale (o come la copia di un falso originale secondo Maria Galante). Recentemente Biagio Moliterni (29) ha sostenuto che il Pietro a cui si riferisce la copia della lettera del 1079 potrebbe essere stato un omonimo vescovo di Policastro successore di Pietro: se così fosse non risulterebbe più inverosimile la datazione al 1079.“.
L’autenticità della lettera pastorale nota come Bolla di Alfano I
Lo storico locale Felice Cesarino (….), nel suo “Sapri archeologica”, pubblicato nel 1987, sulla rivista “I Corsivi”, n. 5, in proposito scriveva che: “A partire dai primi secoli dell’era cristiana le tracce della Sapri antica vanno affievolendosi, per scomparire del tutto in età medievale. Le cause possono essere ricercate in una catastrofe naturale (tesi sostenuta dalla tradizione locale) o in un progressivo impaludamento della zona, soggetta anche a fenomeni di bradisismo. Rifiutando la citazione di un “portus Saprorum”, contenuta nella bolla di Alfano del 1079, come probabile apocrifa (1), le vicende del ripopolamento di Sapri si possono far iniziare nel 1600″. Dunque, il Cesarino scrive che dal V secolo d.C., le notizie su Sapri si vanno affievolendosi fino al 1600 che secondo lui è il secolo in cui avverrebbe il suo possibile ripopolamento. La tesi del Cesarino era la stessa del sacerdote Rocco Gaetani che sebbene nei suoi scritti su Torraca avesse portato alla luce notevoli notizie sulla nostra terra sosteneva che: “In Sapri, i primi che si fanno vedere sono alcuni cittadini di Torraca: sono proprietari e lavoratori di vigne”. Dunque, Felice Cesarino dal V secolo d. C. al 1600 fa un salto di oltre 11 secoli. E’ possibile che un luogo sia disabitato per così tanto tempo ?. E’ credibile ciò che scriveva il Gaetani che i primi cittadini di Sapri erano lavoratori di vigne apparsi, come scrive il Cesarino nel 1600 ?. Il Cesarino, nel suo scritto sulla moneta dell’Imperatore di Massimiano Erculio, aggiungeva che: “1600. A tale epoca risale il nucleo di abitazioni più antiche sulla collinetta del Timpone, dove intorno al 1670 era stata costruita la cappella di S. Antonio di Padova da fedeli della terra di Torraca, il cui clero vi celebrava le messe.”. Oltre a queste affermazioni e ricostruzioni storiche di cui io dubito, il Cesarino affermava che: “Rifiutando la citazione di un “portus Saprorum”, contenuta nella bolla di Alfano del 1079, come probabile apocrifa (1), le vicende del ripopolamento di Sapri si possono far iniziare nel 1600″. In questo passaggio, il Cesarino citava il toponimo di “portus Saprorum” apparso nella “bolla di Alfano I”, databile intorno al 1079. Il documento di cui ho parlato in un mio saggio ivi pubblicato, è di notevole importanza per i toponimi citati che erano i nomi dei luoghi che costituivano la ricostruita Diocesi di Policastro. Secondo il Cesarino, che citava lo storico Giacomo Racioppi, il documento è apocrifo e secondo il Racioppi (….), nei suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata” (vedi nota (1) del Cesarino) scriveva che: “(1) Di questo documento esiste soltanto una copia del 1737. In proposito, il sacerdote e storico attendibile G. Racioppi nella sua “Storia dei popoli della lucania e della Basilicata” così si esprimeva: “…ma io dubito dell’autenticità di questa carta”. Infatti il Racioppi, nel suo vol. II, a p. 100, scriveva che “dubitava dell’autenticità di questa carta” d’epoca Normanna, dubitava ma non diceva che essa era non autentica. All’epoca di Racioppi 1889, vi era solo il testo del vescovo mons. Nicola Maria Laudisio che citava l’importante documento. L’Antonini, nel 1745, l’aveva citata ma non l’aveva sufficientemente indagata. Recentemente lo studioso Biagio Moliterni (….) ha indagato tutta la questione confutando alcune affermazioni del Racioppi. Sulla carta esistono anche degli studi di Pietro Ebner. La “bolla di Alfano I” è uno dei documenti più antichi che noi oggi abbiamo e sebbene esista una copia del 1737 conservata presso l’Archivio della Diocesi di Policastro essa è un documento d’epoca Normanna. Inoltre, Alfano I, arcivescovo di Salerno in quegli anni, oltre ad aver nominato primo vescovo della rinata diocesi di Policastro, Pietro Pappacarbone ha scritto diverse cose su Policastro, l’antica Bussento. Come rifiutare la citazione di un “portus Saprorum” ?.
Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 66, nella nota (231) postillava che: “(233) Non mi sembra falsa, come giudica il Cappelli p. 202, la lettera di Alfano che va però retrodatata. Con essa l’arcivescovo Salernitano affidava al monaco cavense Pietro da Salerno la ricostruita diocesi di Policastro, delimitata nell’informe quadrilatero Scalea-Latronico-Torre Orsaia- mar Tirreno. Cfr. Pietro Ebner, Pietro da Salerno cit., p. 13. L’esplicita menzione di Didascalea, Rotonda, Mercuri indica che la valle del Lao non era più bizantina ma normanna (Roberto il Guiscardo), per cui la mia induzione che parte dei castelli donati da Roberto a Sighelgaita come morgingab forse erano ubicati proprio nel territorio confinante con la contea di Policastro (era stata affiata al fratello di Sighelgaita, il prode Guido) la quale certamente comprendeva le terre limitrofe dell’odierna regione lucana (sulla dote di Sighelgaita vedi Pirro cit., I, p. 75 etc…”.
La veridicità della notizia della nomina vescovile di Pietro Pappacarbone è indubbia, e l’identificazione del monaco cavense con il Pietro cui si riferisce il documento relativo alla nomina vescovile alla cattedra di Policastro (una lettera, sulla cui autenticità gli studiosi hanno lungamente dibattuto. La cronologia di tale nomina costituisce però una questione storiografica. Nel 1079 – la data riportata dalla lettera – Pietro risulta da altre fonti (cfr. infra) già essere stato designato abate di Cava da un anno, e di ciò non si fa menzione nel testo. Ritenendosi poco probabile un doppio incarico, la lettera è stata spesso interpretata come un falso, pur se esemplato sull’originale (o come la copia di un falso originale secondo Maria Galante). Il Maria Galante (…), riteneva fosse come un falso, pur se esemplato sull’originale (o come la copia di un falso originale). Recentemente Biagio Moliterni ha sostenuto che il Pietro a cui si riferisce la copia della lettera del 1079 potrebbe essere stato un omonimo vescovo di Policastro successore di Pietro: se così fosse non risulterebbe più inverosimile la datazione al 1079. Leggendo la Treccani sulla figura di Pietro Pappacarbone, leggiamo: “La veridicità della notizia della nomina vescovile è indubbia, e l’identificazione del monaco cavense con il Pietro cui si riferisce il documento relativo alla nomina vescovile alla cattedra di Policastro (una lettera, sulla cui autenticità gli studiosi hanno lungamente dibattuto; la copia più antica, del XII sec., è conservata nel ms. vat. Patetta 1621) risale già al XVIII secolo……Ritenendosi poco probabile un doppio incarico, la lettera è stata spesso interpretata come un falso, pur se esemplato sull’originale (o come la copia di un falso originale secondo Maria Galante).”. Dunque, secondo la Treccani, il Galante (…), la bolla di Alfano I, conservata all’Archivio della Diocesi di Policastro, rimasta inedita fino alla mia pubblicazione, sarebbe stata una copia di un falso originale. Nel mio studio sulla “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, che pubblicai nel 1998 (1), in proposito scrivevo che: “Considerato dal Racioppi (71) non autentico, e dal Cesarino (72), apocrifo, nell’elenco delle trenta parrocchie della diocesi, figura un “Portum” (da ritenersi Sapri) al settimo posto.”. Nel mio studio per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (71), in proposito postillavo che: “(71) Racioppi G., Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata; di questo documento egli dice: “Ma io dubito dell’autenticità di questa carta”. (72) Cesarino F., op. cit., p. 28.”. Nella mia nota (72), postillavo del Felice Cesarino (12) e, nella mia nota (56), mi riferivo al suo saggio: “(56) Cesarino F., Sapri archeologica, stà in “I Corsivi”, Sapri, Aprile 1987, p. 28.”, dove, appunto il Cesarino (12), riferiva dell’opinione del Racioppi (11) su questa antichissima pergamena, tradotta dal Laudisio (…), nella sua ‘Sinopsys’. Citavo, di nuovo il Racioppi (11), anche nel mio studio: ” I Villaggi deserti del Cilento”, stà nella rivista ‘I Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13. Dunque, la citazione che il Racioppi (…), la definisse non autentica è del Cesarino (…), che ne scrisse in un suo saggio ‘Sapri Archeologica’, edito sui ‘I Corsivi’ di Pier Libero. Il Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura – mito e storia’, a p. 182, parlando di Sapri, cita la nota lettera pastorale di Alfano I, ed in proposito nella sua nota (20), forse sula scorta del Cesarino (…), postillava che: “(20) In proposito, il sacerdote e storico Giacomo Racioppi, nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e Basilicata’, così si esprimeva: “…ma io dubito dell’autenticità di questa carta”.”. Il Guzzo (…), però, non cita affatto la pagina del Racioppi (…). L’antica pergamena (3), sebbene sia stata citata da tanti eruditi della bibliografia antiquaria, come il Muratori (6), dal Gatta (16) e, dall’Ebner (5), è stato considerato dal Racioppi (11) non autentico e, dal Cesarino (12), apocrifo. Il Racioppi scriveva in proposito: “Ma io dubito della autenticità di questa carta”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicata nel 1831, vol. II, a p. 69 (della 2° edizione del 1902, ristampata nel 1970), parlando delle origini di alcuni centri della Basilicata e, in particolare parlando di Lauria, in proposito scriveva che: “Nella bolla di Alfano Arcivescovo di Salerno che determina la diocesi di Policastro, nel 1079, Lauria è detta ‘Ulia’, con aferesi della prima sillaba ‘la’, quasi questa fosse l’articolo che il latino non comporta. In questa bolla (pubblicata nella ‘Paleocastren. Dioeceseos historia-cronologica. Synopsis’, etc, Neapoli, 1831) si nominano, come paesi della diocesi, tra gli altri,….’Lacumnigrum, Revelia, Triclina, Ulia, Seleuci, Latronicum, Agrimonte, S. Athanasium (presso Rivello), Vinanellum (Viggianello), Rotunda, Languenum (Laino)….Dida, (Dina, isoletta) Scalea….Laeta (Aieta), Marathia, etc….Ma io dubito dell’autenticità di questa carta. – Altri avevano letto ‘Ulci’ la ‘Ulia’ di questa bolla; e di qua molti arzigogoli, di cui è un qualche cenno in Giustiniani, Diz. geogr. ad v. Lauria, ecc…”. Dunque è parlando di Lauria che il Racioppi (…), cita la bolla di Policastro e cita il Laudisio (…), che aveva pubblicato il testo ma, la giudica non autentica, senza spiegarne il motivo. Si deve pure precisare che nel suo testo il Racioppi, a più riprese ci parla di altre bolle ed antichissimi documenti, come ad esempio la ‘bolla di Acerenza’, anche questa giudicata falsa. Tuttavia, come ho potuto segnalare, è stato Biagio Moliterni che ha contraddetto tutti coloro, compreso il Racioppi (…), che ritenevano falsa questa carta. E’ vero che Biagio Moliterni ci parla del suo contenuto, riportato in un codice del secolo XVIII, ma è anche vero che il Codice cosiddetto ‘Patetta’, la riporta integralmente, anche se con piccolissime varianti. Biagio Cappelli (25), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (3), parlando di un ‘Castello’ di Mercurio o della ‘Fortezza del Mercurio’, a pp. 202-203, così scriveva in proposito che: “mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro (7); carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio. Proprio nell’epoca alla quale questa carta è falsamente attribuita, i ricordi del castello di Mercurio si infittiscono, non soltanto per i vari riferimenti che ad esso fanno alcune bolle papali datate dal 1089 al 1169 ed un’altra carta del 1152 (8), quanto anche per il passo di Edrisi che indicando le sorgenti del Lao come situate “innanzi” ad un determinato luogo denominato m.rkuri (9) sembra alludere all’omonimo castello. “. Il Cappelli (…), a p….., nella sua nota (7), postillava che: “(7) Paleocastrensis Dioeceseos historico-chronoloica sinopsys etc, Neapolis, 1831, op. cit. p. 7.”. Il Cappelli (…), a p….., nella sua nota (7), postillava che: “(8) P. Guillaume, Essai historique de l’Abbaye de Cava, Cava de Tirreni, 1877, App., pp. XX ss; L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in A.S.C.L., VIII, (1938), p. 174.”. Dunque, il Cappelli (…), questa carta, la riteneva falsa. Su questa carta, il Cappelli (…), cita il testo di Paul Guillaume (…), che scrisse sull’Abbazia di Cava de Tirreni e cita anche l’altro di Mattei Cerasoli.
Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a p. 8 in proposito scriveva che: “L’originale della lettera di Alfano è andato perduto nel corso dei secoli, ma se ne conosce ugualmente il contenuto attraverso alcune riproduzioni, la più antica delle quali è conservata nella Biblioteca Vaticana. Eccone il testo (10).”. Il Moliterni a p. 8 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Si è cercato di riprodurre il testo che segue nel modo più fedele possibile, conservando l’uso delle ecc..”. Il Moliterni si riferisce alla trascrizione della ‘Bolla di Policastro’, come la chiama lui, conservata in un codice latino conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Il Moliterni a p. 10 scrive che: “Il documento è inserito nei fogli 30r – 32r del cosiddetto “Manoscritto Patetta 1621″, un codice membranaceo di ridotte dimensioni (mm. 175 x 105) ecc..”.
La bolla di Alfano I nel manoscritto Patetta 1621, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana
Il Romagnani (27) e Biagio Moliterni (29), citati nella Treccani, parlando della figura di Pietro Pappacarbone, segnalavano che molto probabilmente la copia più antica della ‘Bolla di Alfano I’, del XII sec. – di cui quì pubblichiamo le tre pagine che la riguardano, ovvero le pp. 30r e 30v e 31r (Figg. 8), è tratta da un codice miniato Vaticano di Federico Patetta, (coll.: Ms. vat. Patetta 1621), che risale già al XVIII secolo e conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV) di Roma. Secondo il Romagnani (27), il manoscritto Patetta (28), si trova presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, Manoscritti Patetta 709 (ma noi sotto questa collocazione non abbiamo trovato nulla). Lo studioso Biagio Moliterni (29), nel suo recente studio ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, da pp. 5-36, riferiva del manoscritto di Federico Patetta appartenente allo stesso Fondo dell’Apostolica Vaticana, collocato con il n. 1621 (vedi illustrazioni Figg. 8). Il Moliterni (29), affermava che la ‘Bolla di Alfano I’ è una copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XI sec., che è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Fondo Patetta, Ms. n. 1621)(28)(Fig. 8) che risale già al XVIII secolo. Il Moliterni (29), ha sostenuto che il Pietro a cui si riferisce la copia della lettera del 1079 potrebbe essere stato un omonimo vescovo di Policastro successore di Pietro: se così fosse non risulterebbe più inverosimile la datazione al 1079 e, quindi dovremmo dare ragione all’Ebner (5). Abbiamo consultato il Manoscritto Patetta n. 1621, conservato alla Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana (BAV)(28), che si può consultare e quì, pubblichiamo le pagini n. 30r e 33v. , che si possono scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621. Sull’antico documento (…), la Treccani scrive: “…(una lettera, sulla cui autenticità gli studiosi hanno lungamente dibattuto; la copia più antica, del XII sec., è conservata nel ms. vat. Patetta 1621) risale già al XVIII secolo. Nel 1079 ecc.., la lettera è stata spesso interpretata come un falso, pur se esemplato sull’originale (o come la copia di un falso originale secondo Maria Galante). Recentemente Biagio Moliterni (29) ha sostenuto che il Pietro a cui si riferisce la copia della lettera del 1079 potrebbe essere stato un omonimo vescovo di Policastro successore di Pietro: se così fosse non risulterebbe più inverosimile la datazione al 1079.“. Di seguito, pubblichiamo le tre pagine 30r, 30v e 31r (Figg. 8), della Bolla di Alfano I (forse l’originale), tratte da un Codice del XII secolo, manoscritto, il Ms. Patetta 1621, “Chartularium ecclesiae Salernitanae” (28), conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana e segnalate recentemente in uno studio di Biagio Moliterni (29), citato dalla Treccani sulla figura di Pietro Pappacarbone (32).

(Fig. 6) Ms. Patetta 1621, “Chartularium ecclesiae Salernitanae”, XII secolo, Bolla di Alfano I, stà in Fondo Patetta, Biblioteca apostolica Vaticana, Città del Vaticano, Roma, p. 30r (28).

(Fig. 7) Ms. Patetta 1621, “Chartularium ecclesiae Salernitanae”, XII secolo, Bolla di Alfano I, stà in Fondo Patetta, Biblioteca apostolica Vaticana, Città del Vaticano, Roma, p. 30v (28)
(Fig. 8) Ms. Patetta 1621, “Chartularium ecclesiae Salernitanae”, XII secolo, Bolla di Alfano I, stà in Fondo Patetta, Biblioteca apostolica Vaticana, Città del Vaticano, Roma, p. 31r (28)
La lettera Episcopale (Bolla) di Alfano I, conservata all’Archivio Storico Diocesano di Policastro Bussentino (…)
Alcuni di questi studiosi, hanno scritto che l’antico documento, la ‘Bolla di Alfano‘ finora, la nota lettera pastorale (a. 166 /67)(5), dell’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano (detto Alfano I), datata Ottobre 1079, fosse stata conservata all’Archivio Diocesano di Salerno. Una sua copia è conservata all’Archivio Diocesano di Policastro: “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.“ (3). I due antichi documenti – conservati nei due Archivi Diocesani di Salerno e di Policastro – sono stati citati da Ebner (5). L’Ebner (5), scrive che la collocazione dell’originale conservato all’Archivio Diocesano di Salerno è: “Bolla a. 166/67″. Dell’antico documento (3), col quale veniva restaurata l’antica sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”, ne parla il Gaetani (9), in un suo saggio su Policastro. Il Gaetani (9), parlando di Policastro, sulla scorta del manoscritto del Mannelli (9-17), riporta il titolo dell’antico documento: “Alfanus Divina Providentia Sanctae Salernitanae sedis Archiepiscopus, omnibus fidelius orthodonis sacerdotali, clericalique ordini et plebi consistenti BUXENTINAE, QUAE MODO PALEOCASTREN. DICITUR, ECCLESIAE, per apostolicam institutionem nostro Archiepiscopatui subjectae, in Domino aeternam salutem.” (Figg……., l’originale conservato all’ADP). Il Gaetani (9), a proposito di Bussento (Buxentum), a p. 23, proprio sulla scorta del manoscritto inedito del Mannelli (17), del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, scriveva in proposito: “..;et intorno all’anno di nostra salute del 1079, era così popolato di gente, che potea sostenere la Vescovile dignità. Per lo che Alfano Arcivescovo di Salerno, per la facoltà che dal Papa ne havea, vi ripose l’honor della Cathedra, non più sotto nome di Bussento ma di Policastro, concedendo alle preghiere di quel Popolo primo Vescovo Pietro Pappacarbone, nobil salernitano, homo di gran santità, e dottrina, e Monaco di S. Benedetto, come nella sua bolla che dianzi accennai si legge.”. Sempre il Gaetani (9), sulla scorta del manoscritto inedito del Mannelli (17), a proposito della bolla di Alfano I, scriveva a p. 11: “et essendo dagli habitatori poi riedificata acquistò quel nuovo, il che si fa manifesto da una Bolla d’Alfano Arcivescovo di Salerno, il quale ergendo a Vescovado la rinomata Città, con l’autorità apostolica così scrisse a quel popolo: Alfanus Dei Providentia Sanctae Salernitanae sedis Archiepiscopus Omnibus Fidelibus, Orthodonis, Sacerdotali Clericalique et Plebi Consistenti Buxentinae, quae modo Poleocastrensis dicitur Ecclesiae (1).”. Il Gaetani (9) alla nota (1) scrive: “Bulla in Arch. Saler. anno 1079“. L‘antico documento, il canonico Giuseppe Cataldo, lo pubblicava a pp. 129 e 130, in un suo pregevole studio rimasto inedito. Il Cataldo (36), scriveva: “Questo documento storico (di cui esistono copie manoscritte nella Curia Vescovile di Policastro, una delle quali fu autenticata dal Vescovo Andrea De Robertis, con bollo a secco e firmata da lui e dal Can. Matteo Lombardo, Cancelliere, in Lauria il 20 gennaio 1745) proviene da un’antica pergamena della Curia Arcivescovile di Salerno, donde fu tratta copia nel 1737. In calce alla copia, vistata dal De Robertis, si legge: “Ab Archivio Mensae Episcopalis Salernitanae, et signanter a quodam antiquo Regestro in carta Pergamena scripto, inibi sistente, exhacta est praesens copia & meliori & et ad fide ego Clericus MATTHAEUS Episcopus Pastor Salernitanus, Apostolica Auctoritate pubblico Notarius in Archivio Romano descriptus , et CURIA ARCHIEPISCOPALIS SALERNITANAE Ordinarius ACTORUM MAGISTER, requisitis signavi & Salerni, 14 Octobris 1737. (Adest signum Notarii praedicti).”. Riportiamo quì di seguito le immagini inedite che illustrano la lettera (bolla) di Alfano I (…), conservata all’Archivio Diocesano di Policastro, su concessione dell’Archivista Bibliotecario don Pietro Scapolatempo.

(Fig. 10) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (3), della copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio Storico Attanasio)

(Fig. 11) Pag. n. 2 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (3), della copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario. Nella pag. n. 2 vengono elencate le 30 parrocchie della rinata Diocesi

(Fig. 12) Pag. n. 3 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (3), copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario.
Oltre alla copia della Bolla di Alfano I, individuata dal Moliterni (28), esiste una copia della Bolla di Alfano I, del 1777, conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino: “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.“ (3), manoscritta in latino (inchiostro su carta vergata). L’esemplare conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, così di seguito collocata: “Sezione Documenti antichi, Cartella I, dalle origini al 1400” (secondo quanto ci ha riferito l’attuale Bibliotecario e Archivista don Pietro Scapolatempo, parroco di S. Giovanni a Piro), che quì pubblichiamo su gentile concessione della Diocesi (Figg. 2-4-5-7). Il Cappelli (25), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (3), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (6), così scriveva in proposito: “mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. L’esemplare conservato all’Archivio Storico Diocesano di Policastro Bussentino (Figg. 2-4-5-7), il Laudisio (4), riporta integralmente il testo manoscritto in latino. La trascrizione dell’antico documento (3) – copia dell’originale conservato – come affermano alcuni – presso l’Archivio Diocesano di Salerno – il suo testo in latino è stata integralmente pubblicata da Monsignor Nicola Laudisio Vescovo di Policastro (4), nella sua ‘Synopsi‘, nel 1831 e, in seguito il Visconti (4), pubblica la sua traduzione dal latino in italiano. In seguito, anche il Tancredi (18) ha pubblicato il testo tradotto in italiano (Fig. 6), in cui vengono elencate le 30 parrocchie della rinata Diocesi Paleocastrense, tra cui il ‘Portum’ di cui parleremo. Nel 1976, lo storico Gian Galeazzo Visconti (9), pubblicò uno studio del Vescovo di Policastro, Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, in quanto nel 1831, il Laudisio aveva pubblicato un suo manoscritto Synopsi ecc.., del 1777, composto di n. 37 pagine. Il Visconti, nella sua prefazione alla ‘Sinossi’ del Laudisio, dice che il Laudisio, riferisce di alcune interessanti notizie storiche e toponomastiche sulla Diocesi di Buxentum (Policastro) e, aggiunge che il manoscritto del Laudisio (9), contiene la ‘Bolla di Alfano’, datata 1079: “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.“. La copia della Bolla di Alfano I, che quì pubblichiamo è contenuta nel manoscritto originale della ‘Synopsi’ del Laudisio. Sia il manoscritto del Laudisio che la copia della Bolla di Alfano I (Figg. 2-4-5-6-7), sono conservate nell’Archivio Storico Diocesano di Policastro. La pubblicazione del Laudisio (4), della traduzione del testo latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro: “nel XXII anno del nostro Apostolato e nel III della indizione (*). La presente copia notarile è stata estratta dall’Archivio della Mensa Arcivescovile di Salerno, ed esattamente da un antico registro in carta pergamena ivi esistente.”, che fino ad oggi era inedito. Il Tancredi (18), scriveva che la collocazione dell’antico documento conservato all’Archivio Diocesano di Policastro è: “Documenti antichi, Vol. I, Bolla di Alfano I, Arcivesco di Salerno (ottobre 1079)”. Il Tancredi (18) e il Laudisio (4), scrivono che la copia conservata all’ADP, proveniva da un’antica pergamena della Chiesa Arcivescovile di Salerno d’onde fu tratta copia e autenticata il 14 Ottobre ‘1737. Il documento, venne pubblicato dal Vescovo di Policastro, Nicola Maria Laudisio, nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro” (4), trascritta dal suo manoscritto nel 1777 e, pubblicata nel 1831. Galeazzo Visconti (4), nella sua prefazione al testo della ‘Synopsi’ del Laudisio, scrive in proposito: “Abbiamo dato incarico al chierico Giovanni di stendere il testo di questo privilegio nel mese di ottobre dell’anno 1079 dell’Incarnazione del Signore, nel XXII anno del nostro Apostolato e nel III della indizione (*). La presente copia notarile è stata estratta dall’Archivio della Mensa Arcivescovile di Salerno, ed esattamente da un antico registro in carta pergamena ivi esistente. In fede, io chierico Matteo, sacerdote salernitano, per autorizzazione apostolica, pubblico notaio.”. Il Laudisio (4), riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro (Figg. 4-5-7) e, nella sua nota (35) della sua ‘Synopsi’, dice che, l’antico documento “Bolla o pastorale di Alfano I”, è citato in “P. Mannelli, Not. Luc.; Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34; Troyl., cit., tom. 1, part. 2, pag. 135 (il Troyli (op. cit., tomo I, parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi manoscritti rapportata”. Il Cataldo (36), scriveva: “Questo documento storico (di cui esistono copie manoscritte nella Curia Vescovile di Policastro, una delle quali fu autenticata dal Vescovo Andrea De Robertis, con bollo a secco e firmata da lui e dal Can. Matteo Lombardo, Cancelliere, in Lauria il 20 gennaio 1745) proviene da un’antica pergamena della Curia Arcivescovile di Salerno, donde fu tratta copia nel 1737. In calce alla copia, vistata dal De Robertis, si legge: “Ab Archivio Mensae Episcopalis Salernitanae, et signanter a quodam antiquo Regestro in carta Pergamena scripto, inibi sistente, exhacta est praesens copia & meliori & et ad fide ego Clericus MATTHAEUS Episcopus Pastor Salernitanus, Apostolica Auctoritate pubblico Notarius in Archivio Romano descriptus , et CURIA ARCHIEPISCOPALIS SALERNITANAE Ordinarius ACTORUM MAGISTER, requisitis signavi & Salerni, 14 Octobris 1737. (Adest signum Notarii praedicti).“. Riportiamo quì di seguito le immagini che illustrano la lettera (bolla) di Alfano I (…), pubblicata da Pietro Ebner (…), sulla scorta della stessa lettera pubblicata dal Laudisio (…). Ebner, in un suo pregevole studio “Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento” (5), scriveva in proposito: “Il testo così autenticato e che trascrivo tal quale, è solo nell’introvabile saggio Paleocastren diocesis (Napoli 1831) del bussentino vescovo N.M. Laudisi, noto per serietà di studi e qualità umane, per cui è ben difficile supporlo capace di aggiunte o addirittura d’invenzione del documento.”. L’Ebner (5), si riferiva a Nicola Maria Laudisio (non Laudisi), che nel 1831, pubblicò un suo precedente manoscritto poi in seguito ripubblicato dal Vesconti (4).



(Fig. 9) Lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I)(…), tratta dalla trascrizione pubblicata da Pietro Ebner (…).
La “bolla di Alfano I” secondo il Mannelli
Riguardo la Bolla di Alfano I, è corretto ciò che affermava il Laudisio nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36), che riferiva del Troyli (16), il quale affermava: “la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il manoscritto del Mannelli, è stato trascritto sia dal Gatta (14) che dal Gaetani (9). Nel Gaetani (9), troviamo il passo del Mannelli, citato dall’Ebner (5), a p. 23. Il Gaetani (9), in un suo scritto, trae le notizie storiche su Policastro dal manoscritto inedito del Mannelli (17) (Fig. 3), che aveva letto e ricopiato integralmente da un manoscritto conservato e fattogli vedere da Scipione Volpicella. Abbiamo ritrovato il manoscritto originale del Mannelli (17), a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, in un altro nostro studio ivi pubblicato: “Il Manoscritto di Luca Mannelli”, di cui abbiamo pubblicato solo le dieci pagine che ci parlano di Policastro e, come si può vedere nell’immagine che riportiamo (Fig. 3), esso è stato fedelmente riportato dal Gaetani (9). Luca Mannelli, o Mandelli, scrisse nei primi anni del ‘600, un prezioso manoscritto intitolato ‘Lucania sconosciuta‘ (…), rimasto inedito, già conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno e, per molti secoli è stato introvabile e, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. In questo nostro studio, pubblichiamo tutto il Capitolo IX del Libro II, ovvero le pagine che ci parlano della storia di Camerota e di Policastro, proponendoci di pubblicare anche le pagine seguenti del manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, che riguardano il territorio fino a oltre Scalea. Luca Mannelli o Mandelli, era un frate Agostiniano (dell’Ordine di S. Agostino). Nella fortuna critica della sua “Lucania sconosciuta” c’è una palese contraddizione: da parte, il Mandelli è utilizzato e citato, dal Seicento in poi, fino ad oggi, dagli storici che si sono occupati del territorio lucano e poi salernitano; dall’altra, nonostante tale persistente ed indiscussa vitalità, la sua opera, tranne appunto la parte che riguarda il Vallo di Diano, è rimasta manoscritta. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini (…) e del Troyli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico sono stati i primi a comporre una storia organica dei nostri territori. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava (…). Quì, pubblichiamo le dieci pagine del secondo volume (Libro II), Capo (Capitolo) IX, che raccontano e ricostruiscono alcuni eventi di storia delle nostre terre, in particolare la pagina illustrata in Fig…., parla di Camerota e Policastro e quelle seguenti. Le pagine che pubblichiamo (…), sono tratte dal manoscritto di Luca Mannelli, ‘La Lucania sconosciuta’, conservato alla Sezione ‘Manoscritti e Rari’ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, da cui abbiamo ottenuto la riproduzione dei file digitali. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r.

(Fig….) Mannelli (…), pag. 46r e 47v della ‘Lucania Sconosciuta’ (Archivio digitale Attanasio)
Lo studioso Biagio Moliterni (29), nel suo pregevole e recente studio, ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, edito nel 2013, in proposito, nella sua nota (9) a p. 7, postillava che: “(9) Il Mandelli (…), fu il primo studioso a parlare della Bolla di Alfano, “Bulla in Arch. Salern. ann. 1079”, e a pubblicare l’incipit: “Alfanus Dei providentia S. Salernitanae sedis Archiepiscopus omnibus Fidelibus Orthodoxis, Sacerdotali, Clericalique, ordini et Plebi consistenti Buxentinae, quae modo Policastrensis dicitur Ecclesiae” (vol. II, c. 146), per precisare, subito dopo, che Policastro, “intorno all’anno di nostra salute 1079, era così popolato di gente che potea sostenere la Vescoval dignità: Perlocchè Alfano Arcivescovo di Salerno, per la facoltà che dal Papa ne havea, vi ripose l’honor della Cathedra, nò più sotto nome di Bussent, ma di Policastro, concedendo alla preghiera di quel Popolo per primo Vescovo Pietro Pappacarbone nobil Salernitano, huomo di gran santità, e dottrina, e Monaco di S. Benedetto, come nella sua Bolla, che dianzi accennai si legge” (ivi, cc. 148-149).”, come si può leggere nella pagina sotto inedita e per la prima volta da me ivi pubblicata. In questa pagina (la n. 47r), del suo manoscritto inedito, da me pubblicato per la prima volta, il Mannelli (…), scriveva che: “dopo che fu da Saraceni distrutta, et essendo dagli habitatori poi edificata, acquistò quel nuovo Nome, che vi fu manifesto da una Bolla d’Alfano Arcivescovo di Salerno il quale erigendo a vescovado la rinnovata città con l’Autorità Apostolica così scrisse a quel popolo. Alphanus Dei providentia Salernitane sedis Archipiscopus Obnibus ecc…”:

(Fig….) Pagina n. 47r, tratta dal Libro II, Cap. IX del manoscritto del Mannelli (…)

(Fig….) Pagina n. 48v, tratta dal Libro II, Cap. IX del manoscritto del Mannelli (….)
Nell’inverno del 1066-1067, l’arrivo a Policastro e la rinuncia di Pietro da Salerno, nuovo Vescovo della Diocesi di Policastro
Da Wikipedia leggiamo che nell’anno 1067, Pietro di Salerno (Pietro Pappacarbone), lasciò la sede episcopale di Policastro per recarsi a Perdifumo. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 379, in proposito scriveva che: “E’ forse in siffatta situazione politica, forse imperfettamente valutata dalle alte sfere ecclesiastiche romane, che bisogna porre l’arrivo di Pietro da Salerno a Policastro (inverno 1066- 1067)…….(v. p. 380). Già dai primi contatti con le autorità locali il presule dovè rendersi conto che, malgrado ogni buona disposizione per la cordiale amicizia che lo legava all’arcivescovo, Guido non avrebbe potuto mai corrispondere a tutte le speranze in lui riposte da Alfano, soprattutto da Ildebrando di Soana. Apparve subito chiaro che era assolutamente da escludere quella coordinata azione politico-religiosa che avrebbe dovuto rendere più spedito il successo della sua missione. Nè era da pensare ad un’azione unilaterale energica, per quanto immediata. Pietro si rendeva conto delle immancabili, imprevedibili e forse incontrollabili reazioni di igumeni e popolo, di cui avrebbero senz’altro approfittato i nemici esterni della contea. E un’opera di persuasione capillare, appunto perchè tale, avrebbe richiesto tempo, troppo tempo: non sarebbe bastata forse l’intera sua vita. Va ricordato che nonostante il fiscalismo normanno, come si è detto vessatorio per i monasteri italo-greci, e le persecuzioni angioine, la badia di S. Giovanni a Piro, con le vicine di S. Cono di Camerota e di S. Maria di Centola continuarono nella liturgia greca, come le chiese di Policastro e dintorni ancora nel 1572, come si è visto. Nell’impossibilità di modificare comunque le cose a Policastro, è evidente che a Pietro non restasse che una sola via, la rinuncia al compito affidatogli (prima dell’agosto del 1067). Decisione approvata da Roma che non elesse altri presuli a Policastro consigliandolo al principe Gisulfo, protetto dal cardinale Ildebrando, che il dilagare delle usurpazioni normanne poteva essere frenata solo mediante massicce donazioni di ogni sorta di beni alla chiesa di Salerno e alla Badia di Cava. Contrariamente a quanto si è detto e si crede (9), la rinuncia al vescovado di Policasto da parte di Pietro precede senz’altro la sua nomina a coadiutore di S. Leone. Ecc…”. Pietro Ebner, a p. 380, nella sua nota (9) postillava che: “(9) P. Ebner, Pietro da Salerno, cit., p. 19 sgg.”. Dunque, da quanto leggiamo in Wikipedia è accettata l’ipotesi di Pietro Ebner che non accettava la data dell’anno 1079, ovvero la datazione della “bolla di Alfano I”, il documento citato dal Laudisio.
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, in proposito scriveva che: “2. Così Pietro da Salerno, avulso dalla cavense vita cenobitica, giovane ancora venne consacrato da Alfano vescovo di Policastro, dandone poi comunicazione alle popolazioni della ricostituita diocesi con una lettera, di cui è sola la trascrizione del Laudisio (5)….”. Pietro Ebner, a p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5) N. M. Laudisio, ‘Paleocastren dioecesis, cit., p. 28 sgg. La datazione della lettera nel Laudisio è inesatta. Nel 1079 (22 ottobre) il conte Guido era morto da quattro anni (a. 1075). Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079). La data effettiva deve perciò risalire al 22 ottobre 1067, ecc…”. Dunque, in questo passaggio Pietro Ebner attribuisce la “bolla di Alfano I” alla sola trascrizione fattane nel 1831 dal vescovo di Policastro Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi”. E’ evidente che la datazione della “bolla di Alfano I” e con questa anche la successione temporale degli eventi che si susseguono dopo la nomina di Pietro da Salerno a Vescovo di Policastro non è cosa che attiene solo alla storia di Policastro ma, essa riguarda tutti i successivi eventi di cui siamo a conoscenza. La datazione che l’Ebner propone all’anno 1067 della nomina a presule di Policastro di Pietro da Salerno non è da escludere ma essa cozza con la datazione degli eventi successivi. Infatti, dalla datazione della nomina e rinuncia di Pietro Pappacarbone a presule di Policastro, dipenderà la datazione della sua fuga dall’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni, furiosamente contestato dopo la nomina ricevuta dal primo Abate S. Leone. Dalla datazione della “bolla di Alfano I”, ovvero dalla nomina di Pietro da Salerno a vescovo di Policastro, dipenderà anche la datazione della suo ritiro nel Monastero di Sant’Angelo di Perdifumo. Dunque, si trattava dell’anno 1067, come sosteneva Pietro Ebner o si trattava di un periodo immediatamente successivo al 1079 che è l’anno di datazione proposto dal vescovo di Policastro mons. Laudisio ?. Come sostiene l’Ebner, l’anno 1067, la rinuncia a presule di Policastro e la venuta di Pietro a Cava dè Tirreni può volere significare che in seguito alla rinuncia dell’abbate di Cava, S. Leone, nell’anno 1063, Pietro si dovette recare a Cava verso l’anno 1067 come sostiene Pietro Ebner. Ma se questo è vero in quale anno Pietro dovette lasciare Cava per ritirarsi nel monastero di Sant’Arcangelo di Perdifumo ?.
Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 380, in proposito scriveva che: “Contrariamente a quanto si è detto e si crede (9), la rinuncia al vescovado di Policasto da parte di Pietro precede senz’altro la sua nomina a coadiutore di S. Leone. Il Venusino è più che esplicito a riguardo (10) e i dati archivistici pare che lo confermino. Il ritorno di Pietro a Cava, pertanto, non può essere collocato oltre l’aprile del 1067. S. Leone, a conoscenza dei disegni di riforma monastica di Pietro, volle dargli mano libera ritirandosi nel piccolo cenobio di S. Leone nel 1063. Ma i monaci si mostrarono subito ostili al designato successore, frapponendo ogni sorta di ostacoli alle sue attese, alle sue rinuncie, ai suoi propositi, fino a determinare una vera e propria levata di scudi contro di lui, per cui l’affrettato ritorno di S. Leone a Cava e la partenza di Pietro, amareggiato e deluso, per Cilento.”. Pietro Ebner, a p. 380, nella sua nota (9) postillava che: “(9) P. Ebner, Pietro da Salerno, cit., p. 19 sgg.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “La veridicità della notizia della nomina vescovile è indubbia, e l’identificazione del monaco cavense con il Pietro cui si riferisce il documento relativo alla nomina vescovile alla cattedra di Policastro (una lettera, sulla cui autenticità gli studiosi hanno lungamente dibattuto; la copia più antica, del XII sec., è conservata nel ms. vat. Patetta 1621) risale già al XVIII secolo. La cronologia di tale nomina costituisce però una questione storiografica. Nel 1079 – la data riportata dalla lettera – Pietro risulta da altre fonti (cfr. infra) già essere stato designato abate di Cava da un anno, e di ciò non si fa menzione nel testo. Ritenendosi poco probabile un doppio incarico, la lettera è stata spesso interpretata come un falso, pur se esemplato sull’originale (o come la copia di un falso originale secondo Maria Galante). Recentemente Biagio Moliterni ha sostenuto che il Pietro a cui si riferisce la copia della lettera del 1079 potrebbe essere stato un omonimo vescovo di Policastro successore di Pietro: se così fosse non risulterebbe più inverosimile la datazione al 1079.”. Dunque, la probabile datazione della nomina di Pietro a vescovo di Policastro all’anno 1067 proposta da Pietro Ebner è da ritenersi valida e, secondo quanto leggiamo dalla Treccani on-line, la datazione all’anno 1079 proposta dal Laudisio della nomina di Pietro a vescovo di Policastro perchè quest’anno è la datazione della “bolla di Alfano I”, ovvero della lettera con cui Alfano I annunciava ai Policastresi la nomina di Pietro. La Treccani scrive che: “La cronologia di tale nomina costituisce però una questione storiografica. Nel 1079 – la data riportata dalla lettera – Pietro risulta da altre fonti (cfr. infra) già essere stato designato abate di Cava da un anno, e di ciò non si fa menzione nel testo. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 332-333, parlando di Policastro Bussentino, in proposito alla ricostruita Diocesi Bussentina scriveva che: “Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro da Salerno congiunto della famiglia principesca e amico di Stefano IX, durò appena qualche mese, per l’intervenuta rinuncia del futuro grande abate cavense. La diocesi, pertanto continuò a essere tenuta, come prima, in amministrazione apostolica dai vescovi pestani, fino alla nomina del nuovo vescovo Arnaldo (a. 1110)(22). Nè i confini della diocesi subirono modifiche in età normanna, perchè il nuovo governo continuò a mantenere politicamente tutto il territorio alle dirette dipendenze del giustiziere del Principato residente a Salerno. Ho fatto osservare (23) che i villaggi fino al Bussento continuarono a gravitare, anche linguisticamente, verso il Cilento e non verso la Basilicata calabra, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi, scrivevo non risponde a nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed Economia e società, cit.”. Ebner, a p. 333, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Ancora nel corrente secolo Policastro fu retta da vescovi della diocesi del Cilento. Nel luglio del 1924 Mons. Cammarota, vescovo di Vallo venne nominato amministratore apostolico della diocesi di Policastro, di regio patronato. Con decreto reale del 12 agosto 1927 Policastro venne unita a Vallo sotto lo stesso vescovo Cammarota. Il decreto venne ecc….”. Ebner, a p. 333, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner, Economia e società, cit., I, p. 537.”.
Nel 1067, Pietro da Salerno viene nominato Abate dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 332-333, parlando di Policastro Bussentino, in proposito alla ricostruita Diocesi Bussentina scriveva che: “Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro da Salerno congiunto della famiglia principesca e amico di Stefano IX, durò appena qualche mese, per l’intervenuta rinuncia del futuro grande abate cavense. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 380, in proposito scriveva che: “Contrariamente a quanto si è detto e si crede (9), la rinuncia al vescovado di Policasto da parte di Pietro precede senz’altro la sua nomina a coadiutore di S. Leone. Il Venusino è più che esplicito a riguardo (10) e i dati archivistici pare che lo confermino. Il ritorno di Pietro a Cava, pertanto, non può essere collocato oltre l’aprile del 1067. S. Leone, a conoscenza dei disegni di riforma monastica di Pietro, volle dargli mano libera ritirandosi nel piccolo cenobio di S. Leone nel 1063. Ma i monaci si mostrarono subito ostili al designato successore, frapponendo ogni sorta di ostacoli alle sue attese, alle sue rinuncie, ai suoi propositi, fino a determinare una vera e propria levata di scudi contro di lui, per cui l’affrettato ritorno di S. Leone a Cava e la partenza di Pietro, amareggiato e deluso, per Cilento.”. Pietro Ebner, a p. 380, nella sua nota (9) postillava che: “(9) P. Ebner, Pietro da Salerno, cit., p. 19 sgg.”. Pietro Ebner, a p. 380, nella sua nota (10) postillava che: “(10) “Ubi iam cum doctus scriba in regno celorum magne opinionis haberetur etc….”. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “La veridicità della notizia della nomina vescovile è indubbia, e l’identificazione del monaco cavense con il Pietro cui si riferisce il documento relativo alla nomina vescovile alla cattedra di Policastro (una lettera, sulla cui autenticità gli studiosi hanno lungamente dibattuto; la copia più antica, del XII sec., è conservata nel ms. vat. Patetta 1621) risale già al XVIII secolo. La cronologia di tale nomina costituisce però una questione storiografica. Nel 1079 – la data riportata dalla lettera – Pietro risulta da altre fonti (cfr. infra) già essere stato designato abate di Cava da un anno, e di ciò non si fa menzione nel testo. Ritenendosi poco probabile un doppio incarico, la lettera è stata spesso interpretata come un falso, pur se esemplato sull’originale (o come la copia di un falso originale secondo Maria Galante). Recentemente Biagio Moliterni ha sostenuto che il Pietro a cui si riferisce la copia della lettera del 1079 potrebbe essere stato un omonimo vescovo di Policastro successore di Pietro: se così fosse non risulterebbe più inverosimile la datazione al 1079.”. Dunque, la probabile datazione della nomina di Pietro a vescovo di Policastro all’anno 1067 proposta da Pietro Ebner è da ritenersi valida e, secondo quanto leggiamo dalla Treccani on-line, la datazione all’anno 1079 proposta dal Laudisio della nomina di Pietro a vescovo di Policastro perchè quest’anno è la datazione della “bolla di Alfano I”, ovvero della lettera con cui Alfano I annunciava ai Policastresi la nomina di Pietro. La Treccani scrive che: “La cronologia di tale nomina costituisce però una questione storiografica. Nel 1079 – la data riportata dalla lettera – Pietro risulta da altre fonti (cfr. infra) già essere stato designato abate di Cava da un anno, e di ciò non si fa menzione nel testo. Ecc..”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, riferendosi a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che: “Ma, dopo tre anni di vita pastorale a Policastro, assetato di vita contemplativa, nel 1082 si ritirò nel monastero di Cava e successe alla reggenza dell’Abate Leone. Di lì passò al Monastero di Pedifumo, dove morì nel 1123, all’età di 80 anni.”. Dunque, come si è visto, la datazione proposta dal Cataldo molto probabilmente è errata. Infatti, dalla Treccani on-line leggiamo che: “Alla rinuncia all’episcopato di Policastro seguì per Pietro la responsabilità della guida dell’abbazia di Cava, affidatagli dall’abate Leone, che lasciò il cenobio indicandolo dunque come suo successore e ritirandosi presso la chiesa da lui fondata a Vietri in onore di S. Leone papa. Pietro impose subito ai monaci, abituati a un controllo meno rigido da parte di Leone, una più stretta disciplina. Secondo il biografo, fu per questo motivo che Pietro venne cacciato dai suoi stessi confratelli (Vitolo, 1985), e non per la volontà di plasmare la congregazione cavense a modello della cluniacense.”.
Nel 1067, i cenobi ed i monasteri nel basso Cilento
Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 388-389, in proposito scriveva che: “Poichè la presenza di Pietro da Salerno nel territorio può essere documetata solo a partire dal 1067 è da convenire ce tutti i documenti afferenti ai cenobi ivi esistenti prima di quel tempo, poi trasportati e conservati a Cava, sono tutti da ascrivere ai numerosi italo-greci costruiti nel territorio, da cui alcuni fiorenti nel X secolo, quando nella Valle Metilliana non era ancora traccia d’insediamenti monastici, eccetto forse un ricordo del passaggio da colà di Elia di Castrogiovanni (monte S. Elia) e della temporanea dimora ivi del cassinese Liuzio (41).”. Ebner, a p. 388, nella sua nota (40) postillava che: “(40) ABC, Cod., n. 3, ad a. 1122.”. Ebner a p. 389, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Dopo la morte dell’abate cassinese Aligerno (949-986), i principi di Capua imposero come abate un loro congiunto, Mansone (986-996). Alcuni monaci preferirono abbandoare il cenobio. Tra essi ‘domnus etiam Liutius, de religiosoribus ac prioribus loci huius monachis unus’ (Chron. Cas., II, xii, Pertz, Mon. Germ., SS. VII 636; ma v. Leone D’Ostia, Chronicum etc…”.
Nel 1067, Pietro da Salerno ed il monastero di Sant’Arcangelo di Perdifumo
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, riferendosi a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che: “Ma, dopo tre anni di vita pastorale a Policastro, assetato di vita contemplativa, nel 1082 si ritirò nel monastero di Cava e successe alla reggenza dell’Abate Leone. Di lì passò al Monastero di Pedifumo, dove morì nel 1123, all’età di 80 anni.”. Dunque, sulla datazione dei due avvenimenti, il Cataldo, molto probabilmente si sbagliava. Infatti, da Wikipedia leggiamo che nell’anno 1067, Pietro di Salerno (Pietro Pappacarbone), lasciò la sede episcopale di Policastro per recarsi a Perdifumo dove nel Cenobio di Sant’Arcangelo, sperimentò per la prima volta nella storia d’Italia, la ‘Riforma di Cluny’, ovvero, alcuni monaci benedettini divenivano ‘cluniacensi’ che trasformava i Cenobi e le Lauree greche (diffuse anche nel nostro territorio), diventavano Abbazie (Badie) con a capo un Abate, il quale era a capo di altri Monasteri minori con a capo un Priore. La nuova regola cluniacense sostituirà quella benedettina che diffonderà il rito latino a quella diffusa nel mezzogiorno della regola di S. Basilio, tipicamente bizantina che vedeva solo il rito greco. Dunque, come si è visto, la datazione proposta dal Cataldo molto probabilmente è errata. Infatti, dalla Treccani on-line leggiamo che: “Sta di fatto che Pietro si allontanò da Cava e gli studiosi concordano nel riconoscerlo in quel Pietro, che tra il 1067 e il giugno 1072 fu abate nel monastero di S. Arcangelo sul monte Corace nel Cilento (Loré, 2008, p. XXIV). Qui diede inizio a un rilancio del monastero basato su una fruttuosa gestione del patrimonio monastico tramite acquisti di terre e concessioni a lunga durata, facendo inoltre di S. Arcangelo un polo attrattivo per le donazioni di terre.”.
Nel 1073, i benedettini di Cava e Pietro Pappacarbone
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 387 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “4. Non è da escludere che Pietro da Salerno, dopo le negative esperienze vescovili e riformatrici, fosse stato indotto a raggiungere la serena oasi che era la tebaide di Cilento dal bisogno di meditare meglio sulle vie e sul modo di toccare ciò che il suo carattere riteneva fossero i suoi immediati obiettivi: la riforma monastica e la redenzione morale e materiale del popolo (37). Va ribadito, però, che è da escludere che nel territorio vi siano state fondazioni cenobitiche benedettine di Montecassino o di S. Vincenzo al Volturno, prima dell’arrivo (inverno 1066-1067) di Pietro da Salerno nel luogo. Il silenzio delle fonti è assoluto, nè può ritenersi attendibile (38) la notizia di cenobi nella zona dipendenti da S. Vincenzo al Volturno, come quello di Agropoli, di cui si legge nel falso ‘Chronicon cavense’ del Pratilli. La più antica donazione di terre del luogo a monasteri benedettini è quella di Gisulfo I del 950 (39): il principe donò al suo confessore etc…”. Ebner, a p. 387, nella nota (37) postillava: “(37) P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in “Saggi in onore di L. Cassese”, Napoli, 1971, pp. 8, 10, 24, 26 e ssg.”. Ebner, a p. 387, nella nota (38) postillava: “(38) P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in “Saggi in onore di L. Cassese”, Napoli, 1971, Ibidem, p. 21, le notizie del ‘Chronicon del Pratilli verranno segnalate solo quando di esse è sicura conferma in altri documenti cavensi.”. Ebner, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo. Nel diploma è detto che il principe donò il terreno a ‘johanni abbati padri nostro et in tuo monasterio’, que a nobo fundamento intus hec civitatem salernitanam fundasti’. Tuttavia ciò non esclude che questo niovo monastero fosse stato costruito dall’anzidetto Giovanni abate di S. Benedetto, anche perchè, in genere, erano proprio gli abati di quest’ultimo cenobio che i principi sceglievano come propri confessori.“. Dunque, Ebner scriveva che prima dell’inverno del 1066-67 è escluso che nel Cilento vi siano state fondazioni cenobitiche benedettine di Montecassino o di S. Vincenzo al Volturno, come invece scriveva il Pratilli nel suo ‘Chronicon Cavense’.
Nel 1073-1074, Pietro da Salerno si recò di nuovo all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni
Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Ma nel corso degli anni Settanta (probabilmente è lui il decano citato in un documento cavense del 1073) Pietro fu richiamato a Cava dai suoi confratelli: dai documenti risulta essere abate già nel 1078, un anno prima della morte di Leone. Rimase in carica fino al 1123, data della sua morte, dispiegando eccellenti doti politico-amministrative, ottenendo l’immunità da parte dei duchi per l’abbazia e la parziale esenzione dalla giurisdizione dell’arcivescovato salernitano. Riuscì pertanto a compiere opere di consolidamento della rupe sulla quale sorge l’abbazia e a condurre opere di irreggimentazione delle acque; costruì inoltre una nuova chiesa abbaziale, poi consacrata nel 1092 da Urbano II.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)…..Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079).“. Dunque, l’Ebner in questo passaggio indica come data della nomina ad Abate dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni del monaco Pietro Pappacarbone all’anno 1074, tre anni prima dell’anno, 1077, in cui era stato deposto, dice lui, il principe longobardo Gisulfo II, da Roberto il Guiscardo che in quell’anno assediò Salerno.
Nel 1077, Roberto il Guiscardo sconfigge Gisulfo II, ultimo principe longobardo, assedia Salerno e se ne impossessa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)…..Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079).“. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scrive che Gisulfo II fu deposto nell’anno 1077. Da Wikipedia leggiamo che Landolfo, conservò il dominio della Contea di Policastro fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni, quando Landolfo conservò i propri domini, ma dovette consegnare i castelli più importanti tra cui San Severino. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo nell’anno 1078 che, come narra il cronista dell’epoca Amato di Montecassino (…), Landolfo dovette consegnare a Roberto dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo, dovette consegnare a Roberto il Guiscardo la contea di Policastro e di S. Severino e Guaimario dovette consegnare la città fortificata del Cilento. Nel 1077 la capitale del Ducato, unito al Ducato di Calabria, divenne Salerno. Questo ducato detto di Puglia e Calabria, che comprendeva gran parte del Mezzogiorno continentale, fu annesso nel 1130 al Regno di Sicilia da Ruggero II. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Si apriva nel frattempo tra Gregorio VII e l’imperatore di Germania Enrico IV la “lotta per le investiture”, ed il Papa, costretto a cambiar politica verso i Normanni, dovette suo malgrado abbandonare Gisulfo al suo destino, potendolo solo consigliare di venire a patti con il cognato. Ma troppi motivi di contrasto, vecchi e nuovi, rendevano ormai inconciliabile il dissidio fra i due, e tra i nuovi vi era l’intervento normanno ad Amalfi, fatto che aveva particolarmente indispettito il Principe, spingendolo ad aumentare le rappresaglie contro questa città. Il Guiscardo aveva invitato il cognato a non molestare gli Amalfitani, ma Gisulfo aveva ignorato l’invito. Il Normanno allora ruppe ogni rapporto col Principe e, tirando dalla sua anche Riccardo di Capua, lo isolò. Gisulfo si diede ad apprestare dovunque opere di difesa, avvertendo ormai prossima l’aggressione del Guiscardo al suo regno. Roberto, infatti, non indugiò e l’8 maggio 1076 cinse d’assedio Salerno con uno sterminato esercito di Normanni, Greci e Saraceni; bloccò anche il porto con la flotta e chiese, per questo aiuti navali agli Amalfitani. Ne approfittò però per inviare nel frattempo un contingente di truppe nel Ducato, sicchè il protettorato del 1073 divenne una vera e propria signoria normanna ed Amalfi perdè, dopo oltre 250 anni, la sua indipendenza: “….hoc aevo – dice una cronaca del tempo – ‘Res Amalphitanorum pubblica jacuit, amissis uno tempore opibus, liberate ac propriis Ducibus’ (1). L’assedio di Salerno fu lungo e difficoltoso, nonostante il vasto impiego di forze ed il valido aiuto fornito dalle milizie di Riccardo di Capua. La città stremata, potè esser presa per il tradimento di alcuni cittadini solo il 13 dicembre 1076; Gisulfo riuscì a chiudersi nella rocca con i familiari e gli uomini più fidati e continuò ancora a difendere il suo Stato, finchè, stretti gli assediati dalla fame, nell’estate del 1077 si arrese. Con lui terminava così, dopo più di cinque secoli di storia, il dominio dei Longobardi a Salerno (2). Ecc…”.
Houbert Houben ed i fondi scoperti nell’Abbazia della SS. Trinità di Venosa ed il Libro dei Privilegi
Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: “Un recente lavoro di Rosanna Alaggio (81) apre un ulteriore spiraglio sugli avvenimenti. Nel delineare la storia della SS. Trinità di Venosa, si serve di una singolare pubblicazione di Houbert Houben (82): nell’intento di ricostruire l’archivio dell’abbazia, purtroppo perduto, l’autore ha raccolto le varie trascrizioni degli antichi documenti che alcuni eruditi del Seicento interessati, peraltro, a ricostruire la storia delle antiche famiglie nobili del Regno di Napoli, avevano effettuato da una fonte intermedia, il ‘Libro dei Privilegi’, un registro che raccoglieva donazioni, concessioni e privilegi goduti dall’ente monastico. Dopo accurate verifiche e confronti incrociati con tutti i regesti tramandati, Houben è risalito all’archetipo da cui gli eruditi avevano attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti fornendo, così, una ricostruzione molto attendibile di una parte del prezioso archivio. Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico.”. Medici, a p. 71, nella nota (81) postillava: “(81) Cfr. Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Quaderni dell’Associazione “L. Pica”, Laveglia Editore, 2004, pag. 134.”. Medici, a p. 71, nella nota (82) postillava: “(82) Houben H., Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”. Infatti, Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. ‘4.1 Le origini’, a p. 135 così si esprimeva: “Nel 1985 Houbet Houben, dopo aver individuato l’archetipo da cui questi eruditi hanno attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti, ha fornito un edizione, con confronti incrociati, di tutti i registri tramandati consentendo, in questo modo, di risalire ai contenuti degli atti originali (66). Proprio quest’edizione permette di seguire il processo costitutivo del patrimonio della S.ma Trinità di Venosa, fornendo indicazioni puntuali sulle dipendenze e sulla cronologia della loro annessione al monastero.”.
Dal 1077, l’opera di latinizzazione nel basso Cilento e nel Vallo di Diano e le Abbazie di Cava e di Venosa
Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Il primo assetto della penetrazione normanna nel Vallo di Diano è strettamente legato alla rilevante diffusione nel territorio di insediamenti benedettini, divisi tra le dipendenze della S.ma Trinità di Venosa, che controllano con la loro gestione una parte rilevante di tutto il versante orientale della vallata, e i priorati della Trinità di Cava dei Tirreni, con San Pietro di Polla, Sant’Arsenio, San Marzano, San Nicola e Santa Maria di Diano, San Pietro e San Pancrazio di Atena, sottomesse a Cava rispettivamente nel 1100 da Rao, signore di Atena, e nel 1091 da ‘Abiusus’ e ‘Trotta’, abitanti dello stesso centro (21). La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di latinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22). Risulterebbe altrimenti inspiegabile la crescita di importanti enti monastici italo-greci in Basilicata, Calabria e Salento, come il monastero di Sant’Elia di Carbone, beneficiario delle donazioni della famiglia Chiaromonte, o di San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole (23). Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. L’Alaggio, a p. 83, nella nota (21) postillava: “P. Guillaume, L’Abaye de Cava, cit, pp. LXXX-LXXXIX. Per San Pietro di Polla si veda il lavoro di G. Vitolo, San Pietro di Polla nei secoli XI-XV, Salerno, 1980.”. L’Alaggio, a p. 83, nella nota (22) postillava: “(229 Si veda in proposito V. von Falkenhausen, I momasteri greci dell’Italia meridionale e della Sicilia dopo l’avvento dei Normanni: continuità e mutamenti, in “Il passaggio dal dominio bizantino allo Stato normanno nell’Italia meridionale’, Atti del II Convegno internazionale di Studi (Taranto-Mottola, 31 ottobre-4 novembre 1973) a cura di C.D. Fonzeca, Taranto, 1977, pp. 197-219, cit., a p. 207.”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. L’Alaggio, a p. 85, in proposito ai Benedettini scriveva pure che: “Il ruolo svolto in ambito sociale dall’elemento religioso venne usato come fattore di gestione e di controllo territoriale, e la successiva annessione di Santa Maria di Pertosa al patrimonio della Trinità di Cava dei Tirreni deve essere interpretata solo come esito di una strategia di legittimazione e di accentramento messa in atto attraverso la sottomissione delle piccole realtà monastiche all’egida dei potenti cenobi benedettini già largamente presenti nella regione (26). Fu quindi prima il bisogno di garantire le posizioni di potere della nuova classe dominante a favorire l’incremento della presenza benedettina, cui venne assegnato un ruolo di mediazione tra i nuovi signori e il sostrato sociale, evidentemente ancora fortemente legato alle dinastie della preesistente aristocrazia fondiaria longobarda. Dalla fine dell’XI sec. di assiste, infatti, alla nascita di nuovi insediamenti e allo sviluppo di quelli già esistenti, in un quadro generale di sviluppo economico di cui si fanno promotrici proprio quelle fondazioni benedettine dipendenti dalla Trinità di Venosa e dalla Badia di Cava.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “Gli abati basiliani di Grottaferrata governarono il castello i Rofrano e le annesse grange per oltre quattro secoli, in un periodo durante il quale le comunità greche del Cilento sarebbero venute a trovarsi in forte disagio in un ambiente ormai avviato a “latinizzarsi” completamente. Non sembra un caso, inoltre, il fatto che il feudo si trovasse nel salernitano, sede nel continente proprio in quegli anni, della corte di Ruggero II. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione.”. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perche si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “Mentre Cilento, perduto ormai il suo ruolo di fortezza primaria, a partire dal 1166 era divenuto sede di un governatore dipendente dall’abate di Cava, il quale a sua volta dopo alcuni anni anch’egli spostò la sua residenza a Rocca. A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 70, in proposito scriveva che: “Per meglio orientarci in questa vicenda, è utile ricostruire il contesto nel quale l’evento riferito all’Eterni si dispone e far rriferimento alla situazione politica in cui si trovava il Vallo di Diano nel XII secolo. Nel Principato di Salerno si era appena concluso il travagliato processo che aveva visto i Normanni sostituirsi ai Bizantini e Longobardi, ricorrendo di volta in volta alle armi, alla diplomazia ed ad una accorta politica di matrimoni e di alleanze. In tale ottica un ruolo rilevante fu affidato proprio ai benedettini, i cui insediamenti furono appoggiati e promossi dai principi normanni, secondo una prassi già felicemente avviata dai principi longobardi: era un espediente che, estromettendo gradualmente le comunità monastiche italo-greche, in pratica gettava un colpo di spugna sulla precedente sovranità bizantina e legittimava il nuovo potere. Vanno ricordati, in proposito, gli ottimi rapporti che i principi salernitani Roberto il Guiscardo e la moglie Sighelgaita avevano con le abbazie di Montecassino, Cava e Venosa (80). Le direttive politiche della capitale venivano seguite anche in periferia e, quindi, nel Vallo di Diano, dove si affermavano le nuove dominazioni di feudatari normanni.”. Medici, a p. 71, nella nota (80) postillava: “(80) Sighelgaita era legata all’abbazia di Cava per motivi di spiritualità e di parentela con l’abate fondatore Alferio; era altresì partecipe del clima religioso di Montecassino, per via dell’abate Desiderio suo cugino e padre spirituale, tanto che proprio a Montecassino volle essere sepolta. Il marito Roberto, invece, fu autorevole fondatore dell’abbazia di Venosa, dove riposa con tutti i componenti della sua famiglia d’origine.”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: “Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico. Apre, infatti, nuovi scenari la notizia che il primo conte di Marsico, Rainaldo Malcovenienza, allineandosi anche lui alla politica dei principi salernitani, nel 1077 dona all’abbate di Venosa alcune fondazioni monastiche nel territorio di Sala, comprensive dei loro casali, e tra di esse figurano anche le chiese di S. Maria e S. Giovanni “fontium”.”. Medici, a p. 71, nella nota (83) postillava: “(83) Cfr. Houben H., op. cit., pag. 259, reg. 25 (Io Rainaldo Malconvenienza, conte di Marsico per grazia di Dio, dono la chiesa di Santa Maria e S. Giovanni delle fonti alla Santa Trinità di Venosa e ad Azzone, priore di detto monastero. Testimone Osmundo di Missanello).”.
Nel 1077-78, la Contea di Policastro a Roberto il Guiscardo dopo la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo
Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)…..Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079). La data effettiva deve perciò risalire al 22 ottobre 1067, tanto più che U. da Venosa (“il Venusino”), ‘Vitae sanctorum abbatum cavensium’, ABC, cod. n. 24, ff. 15v – 15r) colloca l’evento subito dopo il ritorno di Pietro da Cluny. Ecc..”. Dunque, l’Ebner in questo passaggio indica come data della nomina ad Abate dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni del monaco Pietro Pappacarbone all’anno 1074, tre anni prima dell’anno, 1077, in cui era stato deposto, dice lui, il principe longobardo Gisulfo II, da Roberto il Guiscardo che in quell’anno assediò Salerno. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo nell’anno 1078 che, come narra il cronista dell’epoca Amato di Montecassino (…), Landolfo dovette consegnare a Roberto dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo, dovette consegnare a Roberto il Guiscardo la contea di Policastro e di S. Severino e Guaimario dovette consegnare la città fortificata del Cilento. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a pp. 122-123, in proposito scriveva che: “Il Guiscardo lasciò che i familiari del deposto principe conservassero i loro possedimenti, solo pretese che gli venissero consegnate le fortezze più importanti; così Landolfo dovette cedere Policastro ed il castello di S. Severino, Guiamario il Castellum Cilenti: “….Et il frere de Gisolfe vindrent; et comment lor fu comandé, Landulfe rendi lo Val de Saint Severin et Pollicastre, et Guaymere rendi Cyliente (1).”. Il Cantalupo, a p. 123, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Amato, op. cit., p. 37.”. Dunque, il Cantalupo citava Amato di Montecassino (….). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: “(49) Dopo la caduta della rocca salernitana, tra le condizioni di resa la consegna di tutte le contee. E cioè di Policastro che, dopo l’assassinio di Guido, il principe aveva dato all’altro fratello Landolfo, e Cilento tenuto da Guaimario, fratello non figlio e di cui è pure notizia per l’episodio del dente di S. Matteo (il principe l’aveva dato in consegna appunto a Guaimario), narrato dallo Schipa, p. 240. Di fronte alle tergiversioni di Gisulfo, Roberto il Guiscardo minacciò lo spodestato principe d’inviarlo in catene a Palermo, ecc..”. Ebner (…), cita Michelangelo Schipa (….) che, infatti, nel cap. 12 ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 232, dopo aver detto dell’uccisione di Guido, scriveva di Landolfo, suo fratello minore, scriveva che: “Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”.
I due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto. Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S. Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Scrivono i due studiosi Natella e Peduto (2) che, “la ripresa cattolica-romana in policastro e la restaurazione della sede episcopale, è da mettersi in rapporto con la riconosciuta politica Normanna.”.
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “la contea di Policastro, …..fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: “Dopo la caduta della rocca salernitana, tra le condizioni di resa la consegna di tutte le contee. E cioè di Policastro ……..è pure notizia per l’episodio del dente di S. Matteo (il principe l’aveva dato in consegna appunto a Guaimario), narrato dallo Schipa, p. 240. Di fronte alle tergiversioni di Gisulfo, Roberto il Guiscardo minacciò lo spodestato principe d’inviarlo in catene a Palermo, ecc..”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”.
Michelangelo Schipa (…), nel cap. 12, del suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 240, parlando dell’episodio citato da Ebner (…), sul dente di S. Matteo e, riferendosi a Roberto il Guiscardo e, della conquista di Salerno, dopo il suo assedio, scriveva che: “E maggiore contesa sorse dopo. Pretendeva Roberto che dovessero porsi in sua mano i castelli della valle di S. Severino, di Policastro e del Cilento, tenuti da Landolfo e da Guaimario, fratelli di Gisulfo, poichè diceva spettargli intera la signoria del Principato. E Gisulfo schermivasi, negando che dei castelli si fosse fatta parola allorchè egli si era arreso.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 256, scriveva in proposito che:
(Fig…..), Aimè (…), op. cit., p. 256
Nel 1079, la nomina di un Pietro, successore di Pietro da Salerno a Vescovo della Diocesi di Policastro ?
Leggendo la Treccani on-line apprendiamo che: “Recentemente Biagio Moliterni ha sostenuto che il Pietro a cui si riferisce la copia della lettera del 1079 potrebbe essere stato un omonimo vescovo di Policastro successore di Pietro: se così fosse non risulterebbe più inverosimile la datazione al 1079.”. Si tratta di Biagio Moliterni (….), ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36.
Nel 1079, papa S. Gregorio VII consacrò Pietro Pappacarbone a Vescovo della Diocesi di Policastro
Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, riferendosi a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che: “Questi fu consacrato nel 1079 e fu il primo nostro Vescovo, dopo la restaurazione della Sede. Papa Alessandro II lo aveva nominato Vescovo nel 1067 e Ildebrando di Soana, con altri prelati, ne firmava la bolla. Nel 1079, sotto papa S. Gregorio VII riceveva la consacrazione episcopale. Ecc…”. Dunque, il Cataldo scriveva che, nell’anno 1079, papa Gregorio VII consacrò Pietro Vescovo. Ma chi era questo Pietro, si trattava di un altro Pietro o si trattava di Pietro da Salerno ?. Gregorio VII, nato Ildebrando di Soana (Soana, 1015 circa[N 1] – Salerno, 25 maggio 1085), è stato il 157º papa della Chiesa cattolica dal 22 aprile 1073 alla sua morte.
Dal 1082 al 1110, la Diocesi di Policastro, dopo la rinuncia di Pietro da Salerno, secondo l’Ebner dipendeva dal vescovo di Capaccio
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 332-333 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “…La diocesi, pertanto continuò a essere tenuta, come prima, in amministrazione apostolica dai vescovi pestani, fino alla nomina del nuovo vescovo Arnaldo (a. 1110)(22). Ecc…”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Ancora nel corrente secolo Policastro fu eretta da vescovi della diocesi del Cilento. Nel luglio del 1924 Mons. Cammarota, vescovo di Vallo venne nominato amministratore apostolico della diocesi di Policastro. Ecc…”. Dunque, Ebner scriveva che sia prima che dopo la rinuncia di Pietro da Salerno (dopo il 1080), la Diocesi di Policastro fu amministrata direttamente dai Vescovi Pestani (dai Vescovi con sede a Capaccio) fino alla nomina del secondo vescovo, Arnaldo, nel 1111. Pietro Ebner scriveva ancora che, dopo il 1080: “Nè i confini della diocesi subirono modifiche in età normanna, perchè il nuovo governo continuò a mantenere politicamente tutto il territorio alle dirette dipendenze del giustiziere del Principato residente a Salerno. Ho fatto osservare (23) che i villaggi fino al Bussento continuarono a gravitare, anche linguisticamente, verso il Cilento e non verso la Basilicata calabra, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi, scrivevo non risponde a nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Ebner scriveva che i confini della diocesi di Policastro non mutarono. Dunque, non mutando i confini della Diocesi di Policastro, mutarono le sue 30 parrocchie perchè esse furono quindici. Ebner, a p. 333, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner, Economia e Società, cit., I, p. 537.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, vol. I, p. 537, in proposito scriveva che: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi però, anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui Diocesi non risponde a nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Dunque, l’Ebner, a sufragio della sua ipotesi citava il vescovo Arnaldo che sarà il secondo vescovo eletto della Diocesi di Policastro (anno 1111), in piena epoca Normanna. Dopo la rinuncia di Pietro da Salerno, nel 1099, papa Urbano II, tolse quindici località a suo tempo assegnate alla Diocesi di Policastro e le assegnò prima alla Diocesi di Talao e poi esse andarono alla Diocesi di Cassano Ionico. Dunque, in definitiva possiamo dire che dalla ninuncia di Pietro da Salerno, la Diocesi di Policastro mantenne i suoi confini e forse pure le 30 località solo fino all’anno 1099, quando papa Urbano II, su richiesta dello stesso Alfano I, le quindici località…………..saranno assegnate prima all’antica diocesi di Talao e subito dopo a quella di Cassano Ionico. Dunque, come scrive l’Ebner, i confini della diocesi di Policasro non subirono modifiche fino al 1099, e dunque le località facenti parte della Diocesi dovevano restare le trenta confermate da Alfano I, nella sua “bolla” del 1079. Ebner aggiunge che nel decennio in questione, dal 1080, al 1099, le trenta località della Diocesi di Policastro saranno amministrate dalla Diocesi di Capaccio dove risiedevano i vescovi pestani. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 387 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “4. Non è da escludere che Pietro da Salerno, dopo le negative esperienze vescovili e riformatrici, fosse stato indotto a raggiungere la serena oasi che era la tebaide di Cilento dal bisogno di meditare meglio sulle vie e sul modo di toccare ciò che il suo carattere riteneva fossero i suoi immediati obiettivi: la riforma monastica e la redenzione morale e materiale del popolo (37). Va ribadito, però, che è da escludere che nel territorio vi siano state fondazioni cenobitiche benedettine di Montecassino o di S. Vincenzo al Volturno, prima dell’arrivo (inverno 1066-1067) di Pietro da Salerno nel luogo. Il silenzio delle fonti è assoluto, nè può ritenersi attendibile (38) la notizia di cenobi nella zona dipendenti da S. Vincenzo al Volturno, come quello di Agropoli, di cui si legge nel falso ‘Chronicon cavense’ del Pratilli. La più antica donazione di terre del luogo a monasteri benedettini è quella di Gisulfo I del 950 (39): il principe donò al suo confessore etc…”.
Nel 21 settembre 1089, papa Urbano II, a Venosa confermava a Pietro Pappacarbone tutti i privilegi dell’Abbazia di Cava dei Tirreni
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”. Sulla bolla palale di Urbano II che concedeva all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e all’abate Pietro ampia autonomia e confermava le sue pertinenze e concessioni ha scritto Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “…e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Sempre il Guillaume (…), a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava. Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).“. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli sostiene pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: “già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).“. Da Wikipedia leggiamo che Urbano II, nato Eudes (Ottone) de Lagery o de Châtillon (Châtillon-sur-Marne, 1040 circa – Roma, 29 luglio 1099), è stato il 159º papa della Chiesa cattolica dal 1088 alla sua morte. Nel 1095 convocò la prima crociata. Nato intorno al 1040 dalla nobile famiglia francese de Châtillon, a Lagery (nei pressi di Châtillon-sur-Marne), venne educato nelle scuole ecclesiastiche. Si fece monaco benedettino. Studiò a Reims, dove successivamente divenne arcidiacono, sotto la guida del tedesco Bruno di Colonia, suo maestro ed amico. Sotto l’influenza di Bruno, nel 1067 lasciò l’incarico ed entrò nell’Abbazia di Cluny dove divenne priore (carica seconda soltanto a quella dell’abate). Nel 1077 fu tra gli accompagnatori dell’abate di Cluny a Canossa presso papa Gregorio VII. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana a seguito della venuta dei Normanni con Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “…Il grande abate si proponeva a lungo termine di restituire l’intera regione a Roma e al rito latino. Certo è che Pietro da Salerno, insieme a Urbano II (34), influirono sulla politica di Ruggero Borsa, la cui venerazione per l’abate cavense è dimostrata da ben 27 diplomi di donazioni, di cui il riassunto è nel cavense C 25.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (34), postilava che: “(34) La bolla che il Balducci (I, p. 11, n. 25) attribuisce a Urbano II (“Regimen universalis”, 9 febbraio 1089, Roma) e crede falsa è senz’altro autentica, ma del 1379 e perciò di Urbano VI (Prignano). L’abate Pietro della bolla “perditionis filius” aveva seguito Roberto di Ginevra (“perditionis alumno Roberto antipapa adhesit”), il papa dello scisma avignonese e cioè Clemente VII.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 407, in proposito scriveva che: “Ma già nel 1085, con la morte del duca Roberto a Cefalonia e di Gregorio VII a Salerno, le cose subivano un’evoluzione diversa, su cui non potè sostanzialmente influire Vittore III, il cassinese anche monaco a Cava, eletto dopo un anno di incertezze (a. 1086), anche perché troppo impegnato dai suoi oppositori, i rigidi seguaci del defunto ponteice. L’orizzonte cominciò sempre più a schiarirsi dopo la morte del papa e l’elezione, dopo sei mesi (a. 1088), di un allievo di Cluny, Urbano II, il papa della prima crovciata. Infatti, il pontefice, con la nota bolla “Cum universis”, esentò la Badia da ogni ingerenza ecclesiastica della chiesa salernitana, per cui le rimostranze di quell’arcivescovo (Alfano II), come della pestana, per cui il vivo malontento del vescovo Maraldo che vedeva sottratti alla sua giurisdizione diverse chiese e villaggi (95). Con la medesima bolla il papa concesse alla Badia di versare a Roma la decima di soli tre soldi d’oro annui, confermandole “apostolicae, auctoritate (….) in cilento monte”, oltre i sei anzideti monisteri, ognumo “cum cellis suis”, anche quelli di S. Giorgio (96), S. Nicola di Serramezzana etc…”. Ebner, a p. 407, nell nota (95) postillava: “(95) ABC, C 21, a. 1089, XIII, Venosa. Guillaume (Append., p. XX) data il documento 21 settembre. Oltre l’enumerazione di tutti i beni dell’Abbazia il pontefice chiarisce: ‘De cellis etc..”. Ebner, vol. I, a p. 408, aggiunge che: “Con un altra bolla, pure del settembre 1089 (98), e con l’autorità del Concilio di Melfi, il papa stabiliva definitivamente, superando il malumore del vescovo pestano Maraldo, la giurisdizione della Badia cavense su chiese e monasteri “in cilento territorio posita”, riservando al vescovo pestano la consacrazione di altari e chiese, l’ordinazione dei monaci locali e il versamento di decime se l’Abbazia “parochianos (e cioè battesimali) ecclesie pestane possiderint”. Proprio in questo periodo, e per la particolare devozione del duca Ruggiero per l’abate Pietro, che l’Abbazia emerge nel Mezzogiorno per prestigio spirituale consolidando la sua potenza economica.”. Ebner, a p. 408, nella nota (98) postillava: “(98) E’ la bolla “Notum vobis” trascritta dal Dizionario del Venereo, I, f 314 sg. che il Guillaume cit., riporta in Append., p. XXII sg.”. Queste due bolle, il Guillaume (….), nel suo “L’Abbazia di Cava etc..”, a p. XX dell’appendice scrive che: “Appendice, F (pag. 59), I. Bulle inédite d’Urbain II à l’abbé Pierre I*, Venusie, 21 Septembre 1089 (Arc. Mag. C 21)” e, l’altra a p. XII, in proposito scriveva: “II. Urbain II, au Concilie de Melfi, malgré les reclamations de l’eveque de Paestum, confirme les dependances du Cilento, Melfi, settembre 1089 (Vener. Dict. I, 314-315).”. Ebner, a p. 409, scriveva pure che: “Il Ventimiglia che in Appendice riporta l’importante ‘charta iudicati’ del 1083, a dimostrare la dipendenza dalla Badia dei non pochi casali enumerati, argomenta specialmente dalla bolla di Urbano II del 1092 (103), etc…”. Ebner, a p. 409, nella nota (103) postillava: “(103) Del 15 settembre edita dal Senatore, in Append., p. XX, doc. III. Nell’ABC, oltre il C 35 (transunto de lata sententia di Urbano II nel Concilio di Melfi del processo in contradictorio tra l’abate di Cava e i vescovi di Salerno e Pestum circa privilegi e possessi di chiese anche nel distretto di Cilento), vi sono il C 36 (transunto della bolla 19 febbraio 1093 “Ad hoc nos” che conferma antichi privilegi), il C 37 e i due originali falsi dell'”Ad hoc nos” trascritti, il primo nel XIII e il secondo tra il XIII e il XIV secolo.”.
Nel 20 settembre 1099, papa Urbano II confermava la Diocesi Metropolita di Salerno estendondone i confini
Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), pubblicata nel 1831 e ristampato a cura di Gian Galeazzo Visconti, a pp. 70-71-72 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “E Alessandro II, quando si fermò a Capua, confermò con alcune sue lettere gli antichi privilegi della chiesa di Salerno. Infine Urbano II, nel sesto sinodo dei vescovi tenuto a Salerno il 20 luglio 1099, dietro richiesta del lodato Alfano e del duca Ruggiero, attribuì all’arcivescovo di Salerno ed ai suoi successori una primazìa ancora più estesa (32). Ecc…”. Il Laudisio, a p. 12, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Ex cod. ms. eccl. Salern. et Chronic. Caven.”. Nella sua versione il Visconti, non da i riferimenti bibliografici di questo antico manoscritto Cavense ma credo che si riferisca al cronicon del Venusino (….) che ci racconta la storia dell’Abbazia di SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “….papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, Cassano Jonico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. Ecc…”.
Nel 1098, le Diocesi di Talao (Scalea) e di di Cassano Ionico
Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), continuando a scrivere sull’attribuzione delle 15 località alla Diocesi di Cassano Jonico diceva pure che: “Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti (37). Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi a sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Dunque, secondo il Laudisio, l’antica “Didascalea”, toponimo che appare sulla “bolla di Alfano I” è Scalea, località non molto distante dall’Isola di Dino. Poi, il Laudisio aggiunge pure che non molto distante da Scalea vi era l’antica città di “la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti (37)”. Il Visconti (…), nell’edizione curata della ‘Synopsi’ del Laudisio (…), a p. 14, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. Antiq (Gabriello Barrio, ‘Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: ‘Scalea, Talaus olim dicta. De qua Strabo: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”. Ma, il Laudisio, sulla scorta del Barrio (…) parlava di Scalea che una volta si chiamava “Talao”. Il Laudisio si riferiva a Gabriele Barrio (….) ed al suo “De antiquitate et situ Calabrie”, libro 2, Roma, 1571.

(Fig….) Barrio, op, cit., p. 837
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “….papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, Cassano Jonico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. Ecc…”. La notizia dell’aggregazione di alcune nuove sedi vescovili, tutte suffraganee a quella Metropolita di Salerno, tra cui pure la sede “suffraganea” di Cassano Ionico. Il Campagna a p. 241, nella sua nota (187), postillava che: “(187) ……Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”. Il Campagna riporta altre notizie di quel periodo storico sempre sulla scorta del Russo. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, in proposito scriveva che: “Difatti, nel 1079, e per poco meno di un ventennio, la parrocchia di Tortora fece parte della diocesi di Policastro, restaurata; probabilmente fino al 1098, quando fu aggregata a Cassano. La diocesi latinizzata di Policastro doveva, così, procedere alla reintegrazione del rito latino, certamente col beneplacido di Ruggero Borsa (187).”. Il Campagna, a p. 241, nella sua nota (187), postillava che: “(187) ……Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”. Dunque, il Campagna (…), affermava, forse sulla scorta del Guillou (…) che Tortora fu aggregata alla Diocesi di Cassano Ionico nel 1098. Infatti, secondo Andree Guillou (…), nel suo ‘Geografia amministrativa del Katepanato, etc.’, il catepanato di Basilicata o di Lucania fu istituito intorno al 968-970. Dunque, se la ricostruzione storica del Campagna è corretta significa che le ultime quindici località citate nella ‘Bolla di Alfano I’, aggregate solo in un primo momento, nel 1079 alla Diocesi di Policastro, in seguito, nel 1098 saranno aggregate alla Diocesi di Cassano. Dunque, Orazio Campagna (…), a p. 91, sulla scorta del sacerdote Francesco Russo in proposito scriveva che: “…..nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).” e, nella sua nota (59) postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro (96).”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Dunque, secondo il sacerdote Francesco Russo (…), l’antica Diocesi di Cassano Jonico, fu aggregata nel 1058 da papa Stefano IX alla “Metropolia” di Salerno ed in seguito, nel 1098, le 15 località assegnate al vescovo di Policastro dal primate Alfano I furono di nuovo assegnate al vescovo di Cassano Jonico.
Riguardo il toponimo di “Talao”, Angelo Bozza (…), nella sua “La Lucania etc…”, a p. 215 del vol. II, parlando di Scalea scrive che: “Si vuole che quì sia stata l’antica città di Lao, o Talao; ed avvalora un tal sospetto l’esservi rinvenute fuor delle mura dell’attuale edifizio, molti ruderi di acquedotti, di mura, di ipogei, ed un tempietto con un titolo di marmo, fatto spezzare da un’arciprete intollerante, con altre anticaglie.”. Secondo l’antica tradizione tramandatasi oralmente a Scalea, riferitaci da Gabriello Barrio (….), appena nata la Diocesi di Talao, fu soppressa perchè il primo vescovo fu ucciso e accadde pure che le 15 località invece di tornare all’altra antica Diocesi di Policastro, “….ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico”. Il Laudisio, riferisce pure della Diocesi di Cassano Ionico, la quale secondo il racconto di Gabriele Barrio, “quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica.”. Dunque, Gabriele Barrio, riferisce che la Diocesi di Cassano Ionico, per espresso volere del papa dipendeva direttamente dalla Santa Sede Apostolica di Roma e, questo, come abbiamo visto accadde nel 1098. Sulla Diocesi di Cassano Jonico, abbiamo già visto in precedenza che questa Diocesi, insieme ad altre diocesi fu aggregata alla “Metropolia” di Salerno, retta da Alfano I e direttamente dipendente dalla Santa Sede Apostolica. Infatti, Orazio Campagna (….), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59) p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Dunque, il Campagna trae la notizia da Francesco Russo (….). Sulla Diocesi di Cassano Jonico, il sacerdote Francesco Russo (….), nel suo vol. I, a p. 37 nel cap. I, del suo testo: “La Diocesi di Cassano al Jonio” scriveva che: “Le Diocesi confinanti sono quelle di Rossano, di Bisignano e di San Marco a mezzogiorno, di Anglona e Tursi e di Policastro a settentrione. Il territorio della Diocesi Cassanese è l’unico in Italia, che si estende da un mare all’altro; per cui è stata definita “La Diocesi dei due mari”. Fino al principio del secolo XX, era uno dei più vasti di tutta la Calabria, perchè comprendeva anche il territorio di Maratea, poco a sud di Sapri, e la massima parte dell’attuale Eparchia o Diocesi bizantina di Lungro. Pur così mutilata, conserva tuttavia un’entità notevole, estendendo la sua giurisdizione anche su alcuni paesi della limitrofa Lucania, in Provincia di Potenza; al contrario, diversi paesi della Calabria, che fanno parte civilmente della Provincia di Cosenza, sono aggregati alla limitrofa Diocesi di Anglona e Tursi: incongruenza questa, che si perpetua da secoli e che non si è voluto mai eliminare, malgrado i considerevoli vantaggi, che ne deriverebbero ecc…”. Dunque, in questo passo introduttivo il Russo (…), chiarisce la stratificazione dei confini e delle relative sedi aggregate nei secoli e trasmigrate da una Diocesi all’altra.
Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a pp. 19-20 riferendosi al vescovo di Blanda “Gaudioso”, nell’anno 743, in proposito scriveva che: “6) Dopo di lui di Blanda si perdono le tracce e sembra più che probabile che sia stata distrutta nella seconda metà del sec. VIII. Non conosciamo le vicende posteriori della sua Chiesa; ma abbiamo ritenuto che, verosimilmente, i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano. Ecc..“. Dunque, secondo il sacerdote Francesco Russo, i vescovi di Blanda, dopo l’ultimo vescovo chiamato Gaudioso (anno 743), si sarebbero rifugiati nell’antica diocesi di Scalea, che altri studiosi hanno scritto fosse quella di Talao. Come abbiamo già visto in altri miei saggi, l’antica città di Blanda, antichissima sede vescovile, poi da ricostruire secondo le lettere di papa Gregorio Magno, sarebbe stata individuata da alcuni non lontana da Maratea e da Tortora. Forse ad Ajeta. Dunque, il Russo, a proposito dell’antica sede vescovile di Blanda scriveva che non si conoscevano le vicende posteriori della sua Chiesa dopo l’VIII secolo. Russo ipotizzava che dopo l’VIII secolo, “i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano”. Dunque, secondo Russo, dopo l’VIII secolo è probabile che le località che erano amministrate dai vescovi di Blanda siano state assegnate ai vescovi di Talao (Scalea) e poi in seguito alla Diocesi di Cassano Jonico. Infatti, scrive sempre il Russo che: “Se ciò non si fosse verificato, noi non sapremmo specificare a quale Pastore fosse stata affidata la cura di tutto il litorale tirrenico, che si estendeva da Belvedere a Maratea (10).”. Il Russo, si chiedava cosa fosse accaduto alle diocesi scomparse e vacanti di Bussento e di Blanda dopo l’VIII secolo e scrive che l’unica spiegazione è quella secondo cui i vescovadi si spostarono in sedi più sicure come ad esempio nel caso di Blanda, i suoi vescovi, si spostarono a Scalea. Infatti, il Russo aggiunge che: “L’esistenza della chiesa di ‘S. Maria de Episcopio’ in Scalea, consacrata nel 1167, potrebbe costituirne una conferma, perchè il titolo non potrebbe aver altro riferimento all’infuori dell’antica residenza vescovile. Questo titolo infatti non dovette spuntare all’atto della sua consacrazione del 1167, ma, con molta probabilità, dovette provenire dalla vecchia costruzione preesistente, la quale doveva essere adiacente o incorporata all’antico vescovado di Blanda, funzionante in Scalea. Era infatti nella prassi dei Normanni di ingrandire o di restaurare le vecchie chiesette bizantine, dotandole anche con grande generosità. “. Il Russo a p. 19 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Mansi, XII, 369; Ughelli-Coleti, X, 30, che l’assegna a Blera “. Il Russo a p. 20 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. Russo, Storia della Diocesi di Cassano, I, p. 81.”. Dunque, secondo gli studi di Francesco Russo, l’antica diocesi di Blanda – di cui non si hanno più notizie posteriori al 743 dell’ultimo (?) suo Vescovo Gudioso, forse diventava Diocesi di Scalea che a sua volta scomparve per diventare Diocesi di Cassano Jonico.
Nel 1099, la Diocesi Metropolita di Salerno
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “….papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, Cassano Jonico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. Ecc…”.
Nel 1098, Urbano II e la ricostruita Diocesi di Cassano Jonico e le ulteriori assegnate quindici località che Alfano I aveva assegnato alla Diocesi di Policastro
Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dal Laudisio (…) e tratta dal Barrio (…), secondo cui quindici località citate nella nota lettera pastorale o ‘Bolla di Alfano I’, nel 1831, al tempo in cui scriveva il Laudisio, appartenevano alla Diocesi di Cassano Ionico, ma che, secondo un’antica tradizione che si narra a Scalea, nella vicina Calabria, un tempo le quindici località, fossero appartenute all’antichissima diocesi di Talao, citata anche da Strabone, e che secondo la tradizione locale, in questa Diocesi, il primo suo vescovo fu ucciso, la sede vescovile su subito soppressa e le quindici località non furono più restituite alla Diocesi di Policastro. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), a p. 19 riferendosi alle località citate nella “bolla di Alfano I” che costituivano la ricostruita Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “I centri abitati periferici passarono col tempo ad altre diocesi (Cassano Jonio e Capaccio) perchè i Vescovi, amministratori e signori delle terre, se le cedevano a vicenda. Così avvenne per Maratea, che nel 1098 passò da Policastro a Cassano Jonio, nuova diocesi eretta in cambio dell’antica Scalea. Però la “perla della diocesi bussentina”, col Santuario di S. Biagio, doveva ritornare per sempre sotto la primitiva giurisdizione nel 1898.”. Anche Pietro Ebner, in proposito, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)……La giurisdizione della nuova diocesi comprendeva: “Castellum quod dicitur de Mandelmo, Camarota, etc….”. Osserva il Laudisio che le ultime quindici località ai suoi tempi erano sotto la giurisdizione del vescovo di Cassano Ionico. Suppone perciò che fossero state dapprima assegnate alla diocesi di Talao, soppressa dopo l’assassinio del suo primo vescovo, e in seguito al vescovo di Cassano Ionico che dipendeva direttamente dalla Santa Sede.”. Dunque, Ebner, sulla scorta del Laudisio si poneva il dubbio sulle quindici località che nel 1067, Alfano I concesse al nuovo vescovo di Policastro. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 218, riferendosi all’anno mille e all’influenza dei Bizantini e del rito greco nell’area, in proposito scriveva che: “Restano inoltre, qui e qua, dei paesi, alcuni come Matera dipendenti dalla sede di Cassano-Jonio; altri come Lagonegro, Lauria, Rivello e Trecchina da Policastro.”. Cerchiamo di chiarire nel dettaglio la faccenda. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), pubblicata nel 1831 e ristampato a cura di Gian Galeazzo Visconti (….) traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (….), dalle “Memorie Lucane”, cap. II, p. 34 del Gatta (….), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del Troyli (….), e dal Barrio (….), scriveva nel 1831 in proposito: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico.”. Dunque, in questo passaggio, mons. Laudisio si chiedeva come mai nella nota “bolla di Alfano I” apparissero le quindici località, di cui non si conosceva neanche l’esistenza, e che esse non avevano mai fatto parte della pertinenza Episcopale Bussentina. Abbiamo già visto in precedenza a quali località e toponimi il Laudisio si riferisse. Ricordiamole di nuovo. Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71, nel Laudisio (…) la traduzione della ‘Bolla di Alfano I’ si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Dunque, nella ‘Bolla di Alfano’ le ultime quindici località in ordine sono le seguenti: 15) Latronicum – 16) Agrimonte – 17) S. Athanasium – 18) Vimanellum – 19) Rotunda – 20) Languenum – 21) Rosolinum – 22) Avena – 23) Regione – 24) Abb. Marcu – 25) Mercuri – 26) Ursimarcu – 27) Didascalea – 28) Castrocucco – 29) Turtura – 30) Laeta Marathia. Nel testo trascritto dal Moliterni le 30 località citate nella ‘Bolla di Policastro’ sono: “….Scilicet castellum quod dicitur de Madelmo, Cammarota, Arriuso, Caselle, Turturella, Turracca, Portu, Lacunigru. Revellu. Triclina. Ylice (12). Soluci. Latronicu. Agrimonte. Sanctum Athanasium. Vimanellum. Rotunda. Laguenum. Trolotinum. Avena. Regione. Abbatemarcu. Mercuri. Ursimarcu. Didascalea. Castrucuccu. Turtura. Laita. Marathia. cum ecc…”. Queste le trenta località elencate nella trascrizione della ‘bolla di Policastro’ in Biagio Moliterni tratta dal “Manoscritto Patetta”. La Diocesi di Policastro restaurata dall’Arcivescovo di Salerno, Alfano I, si sviluppava poi verso Oriente e comprendeva oltre Bussento, che in quel momento si chiama Policastro con tutte le altre trenta località : “Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, 1- Agromonte, 2- S. Attanasio, 3- Viggianello, 4- Rotonda, 5- Laino Borgo, 6- Trosolino, 7- Avena, 8- Regione, 8- Abatemarco, 9- Mercurio, 10-Orsomarso, 11-Scalea, 12-Castrocucco, 13-Tortora, 14-Aieta, 15- Maratea“. Gli ultimi quindici centri elencati essi sono: “Sanctum Athanasium. Vimanellum. Rotunda. Laguenum. Trolotinum. Avena. Regione. Abbatemarcu. Mercuri. Ursimarcu. Didascalea. Castrucuccu. Turtura. Laita. Marathia“. Ritornando agli ultimi quindici centri elencati essi sono: “Sanctum Athanasium. Vimanellum. Rotunda. Laguenum. Trolotinum. Avena. Regione. Abbatemarcu. Mercuri. Ursimarcu. Didascalea. Castrucuccu. Turtura. Laita. Marathia“.

(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)
Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), continuando a scrivere sull’attribuzione delle quindici località alla Diocesi di Cassano Jonico diceva pure che: “Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi a sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Secondo l’antica tradizione tramandatasi oralmente a Scalea, riferitaci da Gabriello Barrio (….), appena nata la Diocesi di Talao, fu soppressa perchè il primo vescovo fu ucciso e accadde pure che le 15 località invece di tornare all’altra antica Diocesi di Policastro, “….ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico”. Il Laudisio (…), continuando il suo racconto sulle ultime quindici località citate nella ‘Bolla di Benedetto Alfano I’, aggiungeva e citava la leggenda che si narra a Scalea sull’antica diocesi di Talao. Il Laudisio si chiedeva quali fossero stati nell’antichità i confini della Diocesi di Policastro dopo la rinuncia di Pietro da Salerno e perchè le quindici località che figuravano, tra le trenta, nella bolla di Alfano I, in seguito saranno assegnate alla Diocesi di Cassano Ionico. Il Laudisio afferma che le quindici località, quasi tutte calabresi, che nel 1888, ai suoi tempi, nel 1098, diventarono di pertinenza non più della diocesi di Policastro ma di quella di Cassano Jonico. Il Laudisio scrive che il reale motivo per cui nel 1067 quindici località facessero parte della diocesi di Policastrosi perdeva nella notte dei tempi. Dunque, il Laudisio, sulla scorta di un’antica leggenda che si narrava a Scalea, voleva che le ultime quindici località passarono alle dipendenze della Diocesi di Cassano Ionico. Dunque, il Laudisio (…), a p. 72 continuando il suo racconto cita un’antica tradizione che si narra a Scalea secondo la quale: “la città di Talao fu eretta nei tempi antichi a sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località;”. Il Laudisio riferiva che a Scalea, ai suoi tempi (1831) era ancora viva un’antica tradizione secondo cui l’antica città di “Talao” narrata da Strabone, forse l’antica Lao, colonia mago-greca sul Tirreno, “fu eretta nei tempi antichi a sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località”. Secondo questa antica tradizione tramandatasi a Scalea, il primate di Salerno, Alfano I, dovette assegnare le 15 località alla ricostruita Diocesi di Policastro, nel 1079 perchè la tradizione narra che: “ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ecc..”. Dunque, secondo questa leggenda orale, a Scalea si dice che le ultime quindici località elencate nella ‘Bolla di Alfano I’, nell’antichità facessero parte dell’anticihissima diocesi cristiana di Talao che però – sempre secondo la leggenda – ebbe solo un vescovo il quale fu ucciso ed essa fu soppressa. Dunque, secondo la leggenda citata dal Laudisio, queste 15 località facevano parte della diocesi di Talao e poi furono aggregate nel 1079 alla restaurata diocesi di Policastro. In seguito, fu creata la sede vescovile di Talao a cui furono aggregate le 15 località, ma essa fu subito soppressa perchè il vescovo fu ucciso. Nel 1079, con la creazione della restaurata sede vescovile di Policastro (ex “Buxentum”), le quindici località vennero aggregate alla sede di Policastro ma queste, restarono dipendenti dalla sede di Policastro fino a quando, nell’anno 1098 furono aggregate alla sede vescovile di Cassano Ionico, anche questa resa “suffraganea”, insieme ad altre nel 1058. Io credo che alcuni centri come Vibonati, Morigerati, Battaglia e Sicilì ricadessero nella diocesi di Marsico (Marsico Nuovo), l’antica diocesi di Cassano Jonico di cui ha scritto lo stesso Laudisio (…). A proposito di queste quindici località presenti e citate nella bolla di Alfano I, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, a pp. 202-203 riferendosi alla località ‘Castello’ di Mercurio o della ‘Fortezza del Mercurio’ ed alla “bolla di Alfano I”, si chiedeva come mai comparissero alcune località ed in proposito scriveva che: “mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro (7); ecc…”. Il Cappelli (…), a p….., nella sua nota (7), postillava che: “(7) Paleocastrensis Dioeceseos historico-chronoloica sinopsys etc, Neapolis, 1831, op. cit. p. 7.”. Biagio Cappelli, continuando a discorrere sulla “bolla di Alfano I”, in proposito scriveva pure che: “carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio. Proprio nell’epoca alla quale questa carta è falsamente attribuita, i ricordi del castello di Mercurio si infittiscono, non soltanto per i vari riferimenti che ad esso fanno alcune bolle papali datate dal 1089 al 1169 ed un’altra carta del 1152 (8), quanto anche per il passo di Edrisi che indicando le sorgenti del Lao come situate “innanzi” ad un determinato luogo denominato m.rkuri (9) sembra alludere all’omonimo castello. “. Dunque, secondo il Cappelli, è proprio “Questa omissione” (non esservi citato il toponimo di “Fortezza di Mercurio”) che a suo avviso avvalora l’ipotesi che la “bolla di Alfano I” sia falsa. Tuttavia, il pensiero del Cappelli è interessante poichè egli dice che le quindici località citate nella bolla di Alfano I, “sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce.”. Il Cappelli (…), a p….., nella sua nota (8), postillava che: “(8) P. Guillaume, Essai historique de l’Abbaye de Cava, Cava de Tirreni, 1877, App., pp. XX ss; L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in A.S.C.L., VIII, (1938), p. 174.”. L’Ebner (5), a p. 92 del suo ‘Studi sul Cilento’, vol. II, aggiunge e scriveva a proposito: “Della lettera, però, come della nomina di Pietro a vescovo, segnalate da P.F. Kehr (….), manca ogni cenno anche nel recente (a. 1962), Salerno Sacra, di G. Crisci e A. Campagna, ecc..”. Dunque, secondo il Laudisio, questi 15 centri o località appartenevano prima alla Diocesi di Talao (Scalea) e poi andarono alla Diocesi di Cassano Ionio – secondo il Campagna (…), nel 1098, venti anni dopo. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicata nel 1831, vol. II, a p. 66 (della 2° edizione del 1902, ristampata nel 1970), parlando delle origini di alcuni centri della Basilicata e, in particolare parlando di Lauria, in proposito scriveva che: “Nella bolla di Alfano Arcivescovo di Salerno che determina la diocesi di Policastro, nel 1079, Lauria è detta ‘Ulia’, con aferesi della prima sillaba ‘la’, quasi questa fosse l’articolo che il latino non comporta. In questa bolla (pubblicata nella ‘Paleocastren. Dioeceseos historia-cronologica. Synopsis’, etc, Neapoli, 1831) si nominano, come paesi della diocesi, tra gli altri,….’Lacumnigrum, Revelia, Triclina, Ulia, Seleuci, Latronicum, Agrimonte, S. Athanasium (presso Rivello), Vinanellum (Viggianello), Rotunda, Languenum (Laino)….Dida, (Dina, isoletta) Scalea….Laeta (Aieta), Marathia, etc….Ma io dubito dell’autenticità di questa carta. – Altri avevano letto ‘Ulci’ la ‘Ulia’ di questa bolla; e di qua molti arzigogoli, di cui è un qualche cenno in Giustiniani, Diz. geogr. ad v. Lauria, ecc…”. I confini della restaurata diocesi paleocastrense, secondo quanto stabilito nella lettera del primate salernitano, andavano su una piccola parte del Golfo di Policastro ed il suo entroterra e arrivavano fino ad Abatemarco in Calabria. A nord invece arrivavano a lambire una parte della Lucania occidentale fino ad alcuni borghi ma non comprendevano i borghi a ridosso del Vallo di Diano. Oltre a questi centri ivi elencati e tratti dalla ‘Synopsi etc…’ del Laudisio, il Laudisio aggiunge anche: “eccettuate quelle chiese, le loro pertinenze e gli altri beni, che, pur trovandosi entro i suddetti confini della diocesi di Policastro, siano stati riconosciuti dal nostro confratello e vescovo Pietro e dai suoi successori come proprietà, per diritto ereditario, della chiesa di Paestum……confratello Maraldo, vescovo della chiesa di Paestum, e dei suoi successori.”. Dunque, secondo quanto scrive il Laudisio, alcuni centri pur essendo dentro i confini della rinata diocesi di Policastro dipendevano dalla diocesi di Paestum (di Capaccio). Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 80 e s. parlando della Diocesi di Policastro e di Lagonegro in proposito scriveva che: “II. Lagonegro ha fatto parte sempre della Diocesi di Policastro, e coll’antico nome latino di ‘Lacusniger’ trovasi noverato nella bolla dell’Arcivescovo Alfano di Salerno del 1079, con la quale fu ricostruita la Diocesi Bussentina. In detta bolla, che è ricordata nella Sinossi storica della Diocesi di Policastro (1), questa è circoscritta nei suoi antichi confini più estesi degli attuali, dal Cilento fino al fiume Mercuri in Calabria, e comprendeva molte Città e terre del Salernitano, della Basilicata e della Calabria.”. Dunque, il Pesce (…) ci ricorda che nella bolla di Alfano I, il toponimo di Lagonegro ivi riportato è “Lacusniger“ e non come è scritto in Laudisio (…), nella versione del Visconti, è scritto: “Lacumnigrum” come scrivevano invece il Troccoli e il Tancredi. Carlo Pesce ci cicorda che: “(1) Vedi il libro edito nel 1831 per ordine di Monsignor Laudisio ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica Synopsis’, che dicesi composta dal can. Rossi di Rivello.”. Il can. Rossi di Rivello, secondo ciò che trovo scritto sul testo della ‘Synopsi’ ripubblicato dal Visconti (…) trovo scritto “Lacumnigrum” e non “Lacusniger” come dice il Pesce. Dunque c’è qualcosa che non mi torna. Come mai il Rossi pubblicò “Lacumnigum” ? Sul testo originale e inedito della “Bolla di Alfano I” conservato all’Archivio Arcivescovile della Diocesi di Policastro a Policastro è scritto “Lacunigru“. Anche il manoscritto del Mannelli (…) citò la bolla di Alfano I ma in esso non si leggono le località. Anche a pp. 128 e 130 il Cataldo (…), nel suo dattiloscritto “Policastro Bussentino”, riportava la ‘Bolla di Alfano I’ ma riportava dei toponimi differenti rispetto all’originale inedito concessoci dall’attuale Archivista Don Pietro Scapolatempo (…). Il Cataldo riportava “Lacumnigrum”. Della ‘Bolla di Alfano’ ne parlò anche il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani”, pubblicato nel 1888, a p. 17 ma, la cita trascrivendone l’intitolazione senza trascriverne il testo completo. Il testo completo con i relativi confini della pastorale sono in Pietro Ebner (…), nel suo ‘Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s. Ebner (…) a p. 92 in proposito scriveva che: “Il testo, così autenticato e che trascrivo tal quale, è solo nell’introvabile saggio ‘Paleocastren dioecesis’ (Napoli 1831) del bussentino vescovo N. M. Laudisi, noto per serietà di studi e qualità umane, ecc…”, riportava “Castellum quod dicitur Mandelmo – Camarota – Arriuso – Caselle – Turturella – Turraca – Portum – Lacumnigrum – Revelia – Triclina – Ulia – Seleuci – Latronicum – Agrimonte – S. Athanasium – Vimanellum – Rotunda – Languenum – Rosolinum – Avena – Regione – Abb. Marcu – Mercuri – Ursimarcu – Didascalea – Castrocucco – Turtura – Laeta Marathia.” che sono le stesse località che trascrive il Laudisio (…) nella sua ‘Synopsi’ che come abbiamo visto fu curata dal sacerdote di Rivello De Rossi. Si è visto come il toponimo di “Lacumnigrum” riportato dal Laudisio non corrisponde al toponimo di “Lacunigru” riportato sull’originale concessoci all’ADP. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “La bolla dell’Arcivescovo Alfano I, dell’ottobre del 1067 che nominava vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, non ha nell’elenco dei paesi il nome di Morigerati, come quello degli altri abitati che sicuramente pur esistevano.”. E sin quì concordo con ciò che scriveva il Gentile. Il Gentile però continuando il suo racconto su Morigerati, sempre in riferimento all’asenza del toponimo di Morigerati sulla bolla di ALfano I° aggiungeva che: “La mancanza è una prova ulteriore che il casale di Morigerati ricadeva da tempo sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano.”. In sostanza il Gentile sosteneva che siccome il toponimo di Morigerati non figura nelle trenta parrocchie che figurano nella bolla di Alfano I questa assenza avvalora l’ipotesi ed è una prova che il casale di Morigerati dipendeva da tempo dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, prima antichissimo cenobio basiliano che nel X secolo era diventata una “baronia” che l’Ebner chiamò “ecclesiastica”. Io dico che ciò non è corretto in quanto, se così fosse, non si capisce perchè nella cosiddetta bolla di Alfano I risalente agli anni 1067 (come vuole l’Ebner) e datata 1079, figurasse il centro o il toponimo di “Casella” che invece è stata una delle dipendenze dell’abazia Rofranese. Caselle in Pittari, sotto il toponimo di “Casella” figura sulla bolla di Alfano I ed è stata sempre una delle dipendenze o grangia dell’Abazia di S. Maria di Rofrano. La seconda ricostituzione della sede Episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 91 , riferendosi a Pietro da Salerno, Pietro Pappacarbone, parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini. “. La notizia di profughi e Slavi assoldati da Roberto il Guiscardo per la conquista delle Calabrie va ulteriormente approfondita ed indagata. Su Castrocucco ha scritto pure Biagio Cappelli (…), nel suo Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 212-213, dove parlava anche di Aita, riferendosi a certe chiese o monasteri basiliani sorti in quell’area. Di Castrocucco ha parlato Mons. Damiano (…), nel suo ‘Maratea nella storia e nella luce’, etc, Sapri, 1965, in proposito scriveva che: “………………..”.
Nel 1085, Ruggero d’Altavilla detto “Borsa”
Dall’unione con la principessa Longobarda Sighelgaita il Guiscardo ebbe un figlio, Ruggero Borsa (Ruggero I, detto Ruggero Borsa). Alla morte del Guiscardo, nel 1085, sua moglie Sighelgaita, fece di tutto per dare il potere al suo figlio Ruggero Borsa, a danno dell’altro figlio del Guiscardo, Boemondo, nato dalle prime nozze del Guiscardo con Alberada di Buonalbergo. Ruggero Borsa era il cugino di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero, era figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e di Sichelgaita, principessa longobarda di Salerno, nacque nell’anno 1059, essendo i genitori sposatisi nel 1058. Non si conosce il luogo di nascita di Ruggero Borsa. Ruggero, era il figlio primogenito della coppia, che ebbe altri due figli maschi, Roberto e Guido, e sette figlie femmine. Ruggero d’Altavilla, detto ‘Borsa’, era fratello di Roberto e Guido ed era fratellastro di Emma e di Boemondo. Ruggero Borsa, era anche nipote di Ruggero I d’Altavilla (detto il Gran Conte di Sicilia), fratello di Roberto il Guiscardo. Ruggero Borsa (1060/1061 – Salerno, 22 febbraio 1111) fu duca di Puglia e di Calabria dal 1085 al 1111. Dopo la morte del padre, Roberto il Guiscardo, dopo varie vicende, nel 1085, Ruggero Borsa, ereditò parte del Principato Longobardo di Gisulfo II. Figlio e il successore di Roberto il Guiscardo, il cavaliere normanno che fu duca di Puglia e di Calabria e conquistatore della Sicilia. Alla morte del Guiscardo, a succedergli come Duca di Puglia e Calabria, Principe di Salerno fu il secondogenito Ruggero Borsa, primo dei figli avuti da Sichelgaita. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 92-93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana al tempo dei primi Normanni e delle loro prime conquiste del Principato Longobardo di Salerno, nella sua nota (36), postillava che: “(36) A Roberto il Guiscardo, quarto conte (1057-1059) e poi primo duca di Puglia (1059-1085) successe il secondo maschio, quello avuto da Sighelgaita di Salerno (il primo, Boemondo, poi principe di Antiochia, gli era nato da Alberada di Buonalbergo), Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-1111) e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ruggero Borsa, investito del ducato a Melfi da Urbano II (a. 1089), ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Telesino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis, III, 2.”. Di Ruggero Borsa lo storico inglese John Julius Norwich scrive: “…Ruggero – detto Borsa a causa della sua inveterata mania nel contare e ricontare il proprio danaro – era un ragazzino tredicenne debole ed esitante che diede l’impressione che un’infanzia trascorsa con Roberto e Sichelgaita fosse stata già troppo per lui.“. Pur descritto come un guerriero forte e temibile, in grado di espugnare con abili assedi le città di Benevento, Canosa, Capua e Lucera, Ruggero Borsa non fu mai in grado di eguagliare la potenza di Boemondo, né di portare quest’ultimo sotto il proprio controllo. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Solo, nel 1089, Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Ruggero Borsa, vincerà la lotta di successione al padre Guiscardo ma non sarà mai in grado di eguagliare la potenza del fratellastro Boemondo, né di portare quest’ultimo sotto il proprio controllo. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Non sappiamo se in quegli anni, Ruggero Borsa, che morì a Salerno nell’anno 1111, in che modo abbia influito sulla demaniale Policastro e sulle nostre terre. Nel 1099 fu eletto come papa Pasquale II. Anche questa volta il duca Ruggero non intervenne nell’elezione papale, ma mantenne un buon rapporto con il pontefice. Nel 1100 il duca represse una rivolta a Canosa e riconquistò Amalfi, ma ignoriamo come ci sia riuscito. Nel 1101 morì il granconte di Sicilia Ruggero, che lasciò al comando dei suoi stati in qualità di reggente la giovane moglie Adelaide del Vasto. Con la morte dello zio, il duca Ruggero perse il suo miglior alleato, in quanto Adelaide del Vasto non ebbe né tempo né forze per aiutare il duca di Puglia. Nel 1102 il duca Ruggero sostenne il pontefice Pasquale II nella riconquista di Benevento, ribellatasi fra il 1097 e il 1098. E’ probabile che il duca abbia approfittato della cattura del fratellastro Boemondo da parte dei Turchi, avvenuta nel 1101, per riconquistare Bari e forse i suoi dintorni. Questa occupazione andrebbe dal 1102 a prima del 1107, quando la città pugliese era già tornata nella mani di Boemondo. Fra il 1105 e il 1107, il duca Ruggero fu impegnato in una guerra contro Guglielmo, conte di Monte Sant’Angelo: di questa guerra conosciamo solo due episodi ovvero la conquista di Monte Sant’Angelo nell’ ottobre del 1105 e la conquista di Lucera nell’agosto del 1107. La contea venne poi abolita e la città di Lucera attribuita al figlio illegittimo del duca, Guglielmo. Il duca Ruggero non intervenne nella lotte per la successione che sconvolsero il principato capuano e che videro l’ascesa al potere, dopo la morte di Riccardo II nel 1106, del fratello di quest’ultimo, Roberto. Il duca sopravvisse alla morte di due figli, Ludovico morto nel 1094 e Guiscardo morto nel 1108, e dei suoi due fratelli, Guido morto nel 1108 e Roberto morto nel 1100. Nel corso del 1100 il duca Ruggero si mise d’accordo con Pasquale II per concordare una strategia da perseguire al momento dell’arrivo a Roma dell’imperatore Enrico V. La malattia impedì al duca di salvare il pontefice, catturato dall’imperatore. Il duca Ruggero morì per malattia il 22 febbraio dell’anno 1111. Suo figlio Guglielmo gli successe come duca nel 1111, ma fino al 1114 fu sotto la reggenza della madre Ada. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia (…), che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia. Il duca Ruggero sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Dalla consorte ebbe tre figli maschi: Ludovico, nato nel 1092, Guiscardo, nato nel 1093, e Guglielmo, nato nel 1097. Ebbe un figlio illegittimo da una donna chiamata Maria, anch’egli chiamato Guglielmo. Solo i due Guglielmi sopravvissero alla morte del padre. Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Lo storico Pierre Aubè (…), parlando di Ruggero Borsa (…), nipote di re Ruggero I e, parlando pure di suo figlio naturale Simone, in proposito scriveva che: “Ruggero non è ancora vecchio, ha raggiunto l’apogeo del suo potere, ma è vedovo. La sua seconda moglie Eremburga, era morta due anni prima, poco dopo la presa di Butera. Lo stesso anno si verifica un sorprendente incrocio matrimoniale. Il Conte di Calabria e Sicilia sposa Adelaide, figlia di Enrico del Vasto, appartenente alla famiglia piemontese degli Aleramici. Di lignaggio originario del vecchio regno longobardo, il marchese viene investito di una delle signorie più notevoli della contea siciliana, situata in posizione strategica fra Paternò, Butera, Cerami e Nicosia. Anche lui vedovo, Enrico convola a nozze con una delle numerose figlie di Ruggero.”. Poi parlando del nipote del Gran Conte Ruggero, Ruggero Borsa, l’Aubè scriveva: “Più o meno in quel periodo Ruggero Borsa, contrae un matrimonio con Alaina, figlia di Roberto il Frisone, terribile conte di Fiandra.”. Poi parlando di Ruggero I d’Altavilla, lo zio di Ruggero Borsa, l’Aubè scriveva: “Il matrimonio con Adelaide è alienato da parecchi figli. Innanzitutto Simone, nato verso il 1093, chiamato per natura a succedere al padre. Un altro nato certamente nel 1095, a cui viene imposto il nome paterno di Ruggero.”. Sempre l’Aubè (…), parlando del dopo la morte di re Ruggero I d’Altavilla, scriveva che: “In Sicilia e in Calabria la contessa Adelaide deve assumere i poteri durante la minorità dell’erede naturale, Simone, che resta debitore dell’omaggio a suo cugino, Ruggero Borsa. Il duca, che risiede spesso nella città di Salerno, ereditata dagli avi paterni, non è affatto all’altezza degli eventi ed esercita un potere esile sui beni che detiene in proprio. Il ducato prospera ancora, ma le conquiste hanno divorato somme notevoli. Nel 1101, Ruggero Borsa, offre ancora trecento libre di incenso e balsamo ecc….In continente, una delle rare iniziative di Ruggero Borsa è l’occupazione di due città nate dalla spartizione del feudo di Melfi, da cui eredita inoltre Lucera, ampliando così i suoi possedimenti diretti, da cui non si separerà mai. …Ruggero Borsa, muore il 22 febbraio 1111, più o meno all’età di cinquant’anni. Aveva incontrato l’ultima volta il papa a Benevento l’anno prima. Qualche settimana dopo il novembre dell’anno 1111, scompare in Puglia un eroe di ben altra statura, Boemondo di Taranto.”. L’Aubè (…) scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…). Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia, che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Dopo la sua morte, il dominio fu definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla che diventerà Re di Sicilia. L’Aubè scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…). Nell’ aprile del 1090 il duca Ruggero perse sua madre Sichelgaita, sua principale alleata e sostenitrice, e nel novembre successivo morì il principe Giordano. Con la sua morte iniziò la decadenza del suo principato. Dunque, il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del normanno Ruggero Borsa dal 1073 al 1111 e dal 1111 al 1187, sotto la dominazione del figlio Guglielmo I d’Altavilla. Lo studioso Salvatore Tramontana (…), nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’, parlando delle lotte di successione e dello zio di Ruggero Borsa, il Gran Conte di Sicilia Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, a pp. 546-547, in proposito scriveva che: “Del resto la predicazione della crociata e la partenza per l’Oriente di Boemondo di Taranto e di tanti piccoli e medi cavalieri turbolenti e senza beni, solo in apparenza rinsaldava la posizione del duca di Puglia. E in effetti se nel 1098 Ruggero Borsa riusciva ad ottenere l’omaggio vassallatico da parte di Riccardo II di Capua che, divenuto maggiorene, cercava aiuti per riconquistare il principato, perdeva il controllo di Amalfi e di numerosi castelli periferici, e subiva un allargamento di potere del granconte di Sicilia al quale andavano persino taluni diritti giurisdizionali su Napoli.”. Scrive sempre il Tramontana (…), a p. 555, parlando di Ruggero Borsa: “E le strutture del ducato e lo stesso prestigio del Duca, che pur nel 1100 aveva ripreso il dominio diretto su Amalfi, dovevano aver raggiunto un alto livello di vulnerabilità se di fatti, i centri più importanti sfuggivano al controllo di Ruggero Borsa: Enrico di Montesant’Angelo, Roberto di Loretello, Riccardo dell’Aquila, il conte di Conversano, quello di Barletta, di Canne ecc…..potevano ormai considerarsi, anche in termini giuridici, autonomi e sovrani nei propri territori se datavano i documenti redatti nelle loro cancellerie senza riferimento alle istituzioni ducali. Roberto di Loretello siintitolava adirittura ‘comes comitium’ per volontà diDio (3).”. Il Tramontana (…), a p. 555, nella sua nota (3), postillava che: “(3) F. Chalandon, HIstoire cit, I, p. 308.”. Recentemente, Carmelina Urso, in un suo saggio su “Adelaide del Vasto”, nel “Con animo virile” Donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XII) a cura di Patriazia Mainoni (…), a p. 75, parla di Ruggero Borsa (…), ed in proposito scriveva che: “Tra gli storici, alcuni sono convinti che, dopo la conquista della capitale araba della Sicilia, Roberto il Guiscardo si fosse riservata per sè tutta Palermo, oltre che metà di Messina e parte del Valdemone, lasciando al fratello Ruggero Catania, Troina ecc…. Poi, nel 1091, Ruggero Borsa avrebbe ceduto metà Palermo a Ruggero I e, nel 1122, sarebbe stato il duca Guglielmo a completare la consegna della città nelle mani di Ruggero II.”. Alessandro Pratesi (…), nel suo ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’, pubblicato nel 1958, riguardo ad un documento, un’antica pergamena del 1110, un atto di donazione di Ruggero Borsa, di cui parlerò innanzi, a p. 18, postillava che: “Circa l’era del ducato pugliese di Ruggero Borsa, decorrente dal settembre 1085, cfr. Chalandon, ‘Histoir de la domination normande, I, p. 287.
Nel 1099, papa Urbano II, Oddone di Chatillon
Il Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, parlando di Pietro Pappacarbone in proposito scriveva che: “Dalla sua scuola uscì un ottimo alunno, Oddone di Chatillon, che fu papa Urbano II (1088-1099).”. Dunque, papa Urbano II, che emise la sua bolla nel 1098, era Oddone di Chatillon che fu papa dal 1088 al 1099. Secondo il Cataldo la bolla di papa Urbano II fu promulgata nell’anno 1099. Urbano II, nato Eudes (Ottone) de Lagery o de Châtillon (Châtillon-sur-Marne, 1040 circa – Roma, 29 luglio 1099), è stato il 159º papa della Chiesa cattolica dal 1088 alla sua morte. Nel 1095 convocò la prima crociata. Molto più sottile delle crociate, ma di maggior successo nel lungo periodo, fu il programma di Urbano per portare Campania e Sicilia saldamente nella sfera d’influenza cattolica, dopo generazioni di controllo bizantino e di egemonia degli emiri arabi in Sicilia. Il suo alleato nel Thema di Sicilia era il governante normanno Ruggero I. Nel 1097 Urbano conferì a Ruggero prerogative straordinarie, alcuni degli stessi diritti che venivano negati ai sovrani temporali in altre parti d’Europa. Ruggero era libero di nominare vescovi (“investitura laica”), libero di raccogliere le rendite della Chiesa e di inoltrarle al papato (una posizione sempre lucrativa), libero di avere voce nel giudizio di questioni ecclesiastiche. Ruggero era virtualmente un legato papale in Sicilia. Nella ricristianizzazione della Sicilia si dovettero fondare nuove diocesi, nonché fissare i loro confini, e nominare una nuova gerarchia ecclesiastica dopo secoli di dominazione musulmana. La consorte aleramica di Ruggero, Adelaide, trasferì dei coloni dalla valle del Po nella Sicilia orientale (Lombardi di Sicilia). Ruggero, come governante secolare, sembrò una scelta sicura, in quanto era un semplice vassallo del suo parente Conte di Puglia, a sua volta vassallo di Roma, perciò, in quanto ben sperimentato comandante militare sembrò sicuro concedergli questi poteri straordinari, anche se in seguito si sarebbe giunti al un confronto finale tra gli Hohenstaufen, eredi di Ruggero, e il papato del XIII secolo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “….papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, Cassano Jonico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. Ecc…”.
Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelasia), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza e la contea di Policastro
Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”. Dunque, Pietro Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia” o “Adalatia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: “Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110). Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Neapoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani Chronicon, in Rer. Italic. Script.,2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317.
Nel 17 febbraio 1100, Arnaldo, II vescovo di Policastro in una donazione di “Adalatia” (Adelasia), sposa di Ruggero Borsa e madre reggente di Guglielmo II di Puglia nel Ducato di Puglia e di Calabria
La notizia del vescovo ‘Arnaldo’, successore di Pietro da Salerno, proviene dall’Ughelli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico, è stato il primo che ha citato le prime notizie circa i Vescovi della restaurata Diocesi Policastrense in epoca Normanna. La citazione di questo vescovo “Arnaldo”, riguarda sia Policastro e pure Roccagloriosa, come vedremo in seguito. I primi documenti d’epoca Normanna in cui figura un vescovo “Arnaldo Policastrense”, sono stati pubblicati per la prima volta dall’Ughelli (11), a p. 789 della sua ‘Italia Sacra’. Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo “Le Chiese d’Italia”, in proposito scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al Vescovo di Squillace in Calabria la “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa). Forse la donazione riguardava la chiesa di Santa Maria a Roccella Ionica. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 542, inizia a parlare dei “Policastrensses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro:
Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII (prima edizione), a p. 789 parlando del secondo vescovo di Policastro, ‘II. Arnaldus’, citava due documenti che lo citavano: “2 ARNALDUS (Arnaldo II) Policastrensis Episcopus testis fuit donaztionis Adalatia comitissa Siciliae & Calabria, quam fecit Petro Episcopo Squillacensi de Ecclesia sancta Maria de Roccella cum iuribus & pertinentijs fuis anno ab Incarnatione Domini 1110. 13. Kal. Martij Indictione 6. documentum dadibus in Episcopis Squillacensibus. Post Arnaldum qui successerit usqui ad Innocentij III. tempora non habemus. Legitur enim in eiusdem Pontificis regestro epistola ad Clarum, Populorum, Episcopumque Policastrensem ut benigne Cardinalem Apostolica Sedis Legatum suscipiant, & debitam reverentiam impendant, nomen autem Episcopi in ea non exprimitur.”:

(Fig…..) Pag. 789 dell’Ughelli, Tomo VII, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi e di Arnaldus, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone
la cui traduzione dovrebbe essere che: “2. Arnaldo II vescovo di Policastro testimone della donazione di Adelasia contessa di Sicilia e Calabria, che ha fatto la chiesa di diritti Squillace Roccella di San Pietro pertinenze proprietà nell’anno del Signore 1110. 13. Id. Pomeriggio di marzo 6. Il documento dadibus i vescovi Squillace. dopo l’Arnaldo, che ha finora avanzato a Innocente III. tempi non erano così, che abbiamo. leggiamo nel dello stesso Pontefice regestro la lettera al popolo hanno la brillante, dei popoli, il vescovo Policastrense in modo che con gentilezza il cardinale, la Sede Apostolica, l’agente dell’impresa, e quali, e danno il dovuto rispetto e la spesa, il nome dei vescovi che vivono al suo interno, non siamo detto.”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, (II edizione, Coleti, 1601), parlando dei “Policastrensi Episcopi”, a pp. 542 e ssg. pubblicò la stessa notizia:


(Fig…..) Ferdinando Ughelli, “Italia Sacra”, Tomo VII (edizione Coleti), pp. 559-560 e 561-562, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi e di “Arnaldus”, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone e parla della donazione di “Adelasia”.
Ferdinando Ughelli (11), nella sua ‘Italia Sacra’ , a p. 789 (vol. VII, I edizione) parlando dei Vescovi che successero a Pietro Pappacarbone dopo la sua rinunzia citava due documenti d’epoca Normanna di cui ne pubblicava il testo in latino e la loro traduzione. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 560 parlando dei “Policastrenses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro, citava un documento datato 17 febbraio 1110 ed un documento del 13 marzo 1110. Si tratta di una concessione o privilegio o atto di donazione in cui figurava tra i presenti un vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo”. Di questo vescovo, la prima notizia certa risulta proprio da questo documento del 1110. L’Ughelli (11), riportava notizie sui primi vescovi della restaurata Diocesi Policastrense ed in particolare quando parla del successore di Pietro Pappacarbone, il vescovo Arnaldo, trae sue notizie da un antico documento Normanno che sarà poi pubblicato e tradotto dal greco in latino dal Di Meo (17). Il documento datato 17 febbraio 1110, in cui figura un “Arnaldus Palecastrensis” (forse il vescovo successore di Pietro Pappacarbone), che risulta testimone ad una donazione Normanna. I due documenti citati dall’Ughelli (11), due donazioni al vescovo di Squillace (in Calabria), da Adelasia, contessa di Sicilia e di Calabria. In una di queste cerimonie è citato testimone il vescovo di Policastro Arnaldo. Nel 1745, la notizia dell’Ughelli fu in seguito ripresa dall’Antonini. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva che: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato ‘Ughellio’ ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; ecc…”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 542 pubblicava una “carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per esser quì trascritta.”. Dunque, l’Antonini, parlando di Policastro, cita la carta pubblicata nel 16….da Ferdinando Ughelli. Antonini scriveva che questa antica carta era talmente lunga che non si poteva pubblicare nella sua “La Lucania”. Dopo un secolo, nel 1866, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’ parlando della chiesa Paleocastrense scriveva che: “Poco dopo la rinunzia del vescovo San Pietro, ne fu sostituito il successore Arnaldo, non si sa in quale anno. La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace. Ne, dopo questa notizia, altra se n’ha di Arnaldo: ne dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo.”. Dunque, il Cappelletti scriveva che il vescovo “Arnaldo”, non si sa quando o in che anno fu nominato Vescovo della Diocesi di Policastro. Si sa solo che egli fu il successore di Pietro Pappacarbone, dopo la sua rinuncia a Vescovo di Policastro. Dunque, è molto probabile che sulla base di questa notizia, il nuovo vescovo “Arnaldo”, fu il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro. Il Cappelletti scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al Vescovo di Squillace in Calabria la chiesa di santa Maria della Roccella. Il sacerdote Cappelletti (…), quindi, proprio sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Di Meo (…), scrive che il vescovo Arnaldo, risulta testimone il 17 febbraio 1110, alla donazione che ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I, e zia di Simone detto il Bastardo, figlio di Re Ruggiero I d’Altavilla (fratello del Guiscardo), a cui fu affidata la Contea di Policastro – della “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa). Il sacerdote Rocco Gaetani (2), scriveva: “vedi De Meo, Annali del Regno di Napoli, vol. 3, p. 327“. In effetti, forse vi è un errore di stampa del breve saggio del Gaetani (libretto introvabile ed in nostro possesso), non si tratta di “De Meo” ma di Alessandro Di Meo (17), che nel Tomo IX dei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e s., parlando dell’“anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla dell’Ughelli (11) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo. Secondo Alessandro Di Meo (17), che li ripubblicò, in “Annali del Regno di Napoli, vol. 3, p. 327“, nel Tomo IX dei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e s., parlando dell’“anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, si tratta di due documenti. Il primo documento, di cui parla l’Ughelli, è datato 17 febbraio 1110, in cui figura un “Arnaldo paleocastrense” (forse il successore di Pietro Pappacarbone a vescovo di Policastro), che risulta testimone ad una donazione Normanna. Alessandro Di Meo (…), in proposito scriveva che: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, che dice, ‘Pastor es per nos institutus Sc. Dat. Lat. per m. Joannis S.R.E.D.C. ac Bibl. Nonis Aprilis, Ind. III. An.D.Inc.MCX.Pont.D.Pascalis II. an. XI’“, e a p. 165 aggiunge: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace (paese della Calabria in Provincia di Catanzaro) rapporta la seguente carta: ‘An. ab. Inc. MCX. XIII. Kal. Martii, Ind. III. Regnante in Sic. Calabr. Rogerio filio Rogerii Comitis, consigit ut statim post electionem Petri Squillacensis Episcopi, cum in Capella Messanae ad ipsam electionem convenissent Barones, quorum nomina inferius legentur; Adalasia Comitissa Sicilia, e Calabrie, supplens Rogerius filius eius.’, cioè Reggente per la minorità del figlio Ruggeri, ne approva la fatta elezione, presenti i Vescovi ‘Angelario’ di Catania, e ‘Arnaldo Paleocastrense’ , e i Baroni ‘Roberto Moretto’, Gosberto di Licia, Guglielmo di Altavilla, Tancredi di Siracusa, Goffredo di Ragusa, Roberto Avenelio, Rodolfo di Belcaco, Cristofero Ammirato; e la Carta fu scritta da ‘Buono’ Notajo. Colla Chiesa di Squillace si dona ancora ad esso Pietro eletto la Chiesa di ‘S. Maria di Roccella’ co’ suoi beni, come pria di morire la possedè ‘Girolamo’, che fu Abbate.”.

(Fig…..) Documento Normanno del 1110, in cui figura Arnaldo, tratto da Di Meo (…), Annali ecc…, Tomo IX, pp. 164 e 165 (citato dall’Ughelli, vedi Fig…..)
Il Cappelletti (8), quindi, proprio sulla scorta dell’Ughelli (11) e del Di Meo (17), scrive che il vescovo Arnaldo, risulta testimone nell’anno 1110, alla donazione che “Adalasia Comitissa Sicilia, e Calabrie, supplens Rogerius filius eius.’, cioè Reggente per la minorità del figlio Ruggeri,..” (come scriveva il Di Meo). Ma chi era questa “Adalasia”, contessa di Sicilia e di Calabria, che, nell’anno 1110 era reggente nel Ducato di Sicilia e di Calabria al posto del figlio Ruggero minorenne ?. L’Ughelli (…), scriveva che Arnaldo, veniva citato in una donazione al vescovo di Roccella, ai tempi di “Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”. “Adalasia” o “Adalatia”, o “Adala” (come la chiama l’Ebner). Si tratta di Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero (detto Borsa) che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato ?. Dunque, “Adala” (come la vuole Pieto Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc..”, a pp. 92-93, nella sua nota (36) postillava che: “A Roberto il Guiscardo, quarto conte ecc…., Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-11119 e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Questa “Adala”, dunque fu la reggente del Ducato di Puglia e di Calabria, per il figlio minorenne Guglielmo II di Puglia. Adala fu l’unica sposa di Ruggero detto Borsa che era a suo volta figlio di Roberto il Guiscardo e di Sichelgaita. Ebner, nel suo “Storia del feudo etc…”, a p. 92, in proposito scriveva che: “Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino di Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gra Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, Adala resse il Ducato di Puglia e di Calabria, per la minore età del figlio erede Guglielmo II di Puglia, dalla morte del marito Ruggero Borsa. Dalle parole di Ebner si evince il collegamento che facevano alcuni autori tra cui lo stesso Ughelli con il “Simone” di Policastro, di cui parlerò in seguito. Dunque, il documento o atto di donazione del 17 febbraio 1110, riguarda Adele di Fiandra, moglie di Ruggero Borsa e madre reggente del minorenne figlio erede al trono Guglielmo II di Puglia. Alla morte del marito Adelaide governò come reggente per il figlio dal 1111 al 1114 per poi morire un anno dopo nel mese di aprile del 1115.
Il Cappelletti scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al Vescovo di Squillace in Calabria la “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa).
Il Cappelletti (8), nel 1866, forse sulla scorta del Di Meo (17) e dell’Ughelli (11), riporta le stesse notizie sul vescovo Arnaldo. Anche i due studiosi Richard e Giraud (14), scrivevano: “Quanto agli altri vescovi di Policastro vedasi l”Italia Sacra’ dell’Ughelli (11), tomo VII, p. 542.”. Forse si tratta dell’edizione Coleti dell’Ughelli, perchè a p. 542 del tomo VII, si parla della Diocesi Salernitana e di Pietro Pappacarbone. Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’, a p. 369, parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Il Cappelletti cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi (…), secondo cui è il Muratori (…) parlava della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori (…), ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione dell’antico documento in questione è di Ludovico Antonio Muratori (…), citato in seguito dal Troyli (…) e, poi da Ebner (…). Tratta da un codice manoscritto della Chiesa di Salerno: ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (6), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.“, il Muratori (6), sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblicava i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, (antico Codex manoscritto della Chiesa di Salerno), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”.
oppure si tratta di ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I (Ruggero Borsa), e zia di Simone detto il Bastardo (figlio di Re Ruggiero I d’Altavilla il fratello del Guiscardo), che tuttavia era già morto. Infatti, Simone, a cui gli era stata affidata la contea di Policastro, morì nel 1105 e quindi la donazione avvenuta nel 1111 o 1110, a cui risulta testimone un vescovo Paleocastrense, Arnaldo, fu fatta da Adelasia o Adelaide del Vasto, reggente dopo la morte del marito Ruggero I d’Altavilla, nel 1101. Alcuni ritengono che la chiesa “chiesa di santa Maria della Roccella”, a cui si riferisce la donazione di Adelasia (la madre di Simone e di Ruggero II), fosse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, in una frazione di Roccagloriosa. Il Cappelletti (…), quindi, proprio sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Di Meo (…), scriveva che il vescovo Arnaldo, risulta testimone nell’anno 1111, alla donazione che ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I, e zia di Simone detto il Bastardo, figlio di Re Ruggiero I d’Altavilla (fratello del Guiscardo), a cui fu affidata la Contea di Policastro. Riguardo la “chiesa di Santa Maria della Roccella”, segnalo che Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, a p. 93, in proposito scriveva che: “I nuovi elementi architettonici sono invece dati da una finestrella, sulla cortina meridionale, inscritta in un’arcata concentrica; forma supposta di età preniliana (34), ma che penso sia da accostare, pur continuando modi ravennati ed esarcali, con ignoti in Calabria, come analoghi tipi di aperture del periodo normanno, visibili, ad esempio in S. Giovanni dei Lebbrosi di Palermo o nella stessa chiesa della Roccella di Squillace (36).”. Il Cappelli, a p. 93, nella sua nota (36) postillava che: “(36) F. Valenti, L’arte nell’era Normanna, in “Il Regno Normanno”, Messina, (1932), fig. 80; A. Frangipane e C. Valente, La Calabria, Bergamo, 1929, fig. a pag. 39; G. Di Stefano, Monumenti della Sicilia Normanna, Palermo, 1955, tav. 30.”. Dunque, è molto probabile che la donazione di Adelasia si riferisca alla chiesa calabrese della Roccella di Squillace. La chiesa di Santa Maria della Roccella, a cui probabilmente si riferisce l’atto di donazione, non si trova nell’attuale comune di Squillace ma non è molto distante da questo e da Soverato. Posta in una posizione che domina l’alpia vallata che si affaccia sul Mar Ionio, nella Calabria centrale, è una Basilica detta appunto “della Roccella” che, si trova a Roccelletta, che si trova nell’attuale Comune di Borgia, in Provincia di Catanzaro e precisamente presso il “Parco Archeologico di Scolacium”, dove cioè sorgeva la città romana di Minerva Scolacium. Oggi il nome di Basilica della Roccella viene riferito a questi imponenti ruderi della chiesa di Santa Maria, edificata dai normanni tra la fine del XI e la prima metà del XII secolo. La chiesa, edificata sui resti della città romana di Scolacium a quel tempo dimenticata, è in stile romanico occidentale, ma conserva tuttavia forti influenze arabe e bizantine. Come le grandi basiliche normanne, anche l’edificio costruito a Roccelletta aveva una grande navata unica, lunga 73 metri e larga 25.
Nel 13 marzo 1110, Arnaldo, vescovo della Diocesi di Acerenza
Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo Le Chiese d’Italia della loro origine sino ai nostri giorni, vol. XX, Venezia, 1866, pp. 415-431 e 435-452 e Francesco Lanzoni (….), nel suo Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza, 1927, pp. 299-300. Infatti, dopo circa un secolo, nel 1866, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’ parlando della chiesa Paleocastrense scriveva che: “Poco dopo la rinunzia del vescovo San Pietro, ne fu sostituito il successore Arnaldo, non si sa in quale anno. La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace. Ne, dopo questa notizia, altra se n’ha di Arnaldo: ne dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo.”. Dunque, il Cappelletti scriveva che il vescovo “Arnaldo”, non si sa quando o in che anno fu nominato Vescovo della Diocesi di Policastro ma attraverso la carta pubblicata dall’Ughelli, quella del 13 marzo 1110, si ha notizia di lui. Dunque, secondo alcuni, “Arnaldo”, potrebbe essere il successore di Pietro Pappacarbone, dopo la sua rinuncia a Vescovo di Policastro. Sul Vescovo “Arnaldo” ha scritto anche Biagio Cappelli (….), nel suo “Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-Lucano”, a pp. 258-259, in proposito scriveva che: “Latinianon appare in una carta generalmente ritenuta di dubbia autenticità, a della quale non è stato possibile provarne la falsità in modo assoluto (12). Carta che sarebbe stata rilasciata da papa Alessandro II ad Arnaldo arcivescovo di Acerenza nel 1068 (13) nella quale Latinianon, insieme ad altre località nell’attuale Basilicata, viene menzionata, con Gravina, Matera, Tricarico, Tursi ed altre, come sede vescovile dipendente dalla chiesa acerentina.”. Il Cappelli, a p. 272, nella sua nota (12) postillava che: “(12) A. Di Meo, Annali critico-diplomatici etc., ad. ann. 1068; I Gay, op. cit., p. 514.”. Il Cappelli, a p. 272, nella sua nota (13) postillava che: “(13) F. Ughelli, Italia sacra, 2° ed., Venetiis, 1721, VII, p. 3.”. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali critico-diplomatici etc…”, vol. VIII, a p. 83, per l’anno 1068, in proposito scriveva che: “Famosa per le controversie è la Bolla di Alessandro II. in cui dicesi ‘Arnoldo’ consacrato in quest’anno Arcivescovo di Acerenza:

Da Wikipidia apprendiamo che questo Arcivescovo Arnaldo † (1066 – 1101 deceduto). Dunque, se Arnaldo fosse deceduto nell’anno 1101, come poteva essere presente alla donazione della contessa “Adelasia” ? Questo “Arnaldo”, lo ritroviamo già molto tempo prima come Vescovo della Diocesi di Acerenza che come vedremo sarà sede suffraganea della sede “Metropolita” di Salerno. Nicola Acocella (….), in “Salerno Medievale ed altri saggi” a cura di Antonella Sparano, nell’indice, a p. 669 troviamo “Arnaldo, vescovo di Acerenza, 44.“. Dunque, secondo l’Acocella (…), Arnaldo era vescovo di Acerenza, una delle Diocesi suffraganee di Salerno ai tempi dei Normanni e di Afano I. Nicola Acocella (….), nel suo “La figura e l’opera di Alfano I di Salerno (sec. XI)”, (si veda “Salerno Medievale ed altri saggi” a cura di Antonella Sparano), a p. 44, nella sua nota (112) in proposito al Vescovo Arnaldo ed al Vescovado di Acerenza postillava che: “(112) Acerenza nel 1076 era ancora sede vescovile, contrariamente a quanto affermano taluni scrittori: cfr. la lettera di Gregorio VII del 14 marzo 1076 al ‘vescovo’ di Acerenza Arnaldo: Registrum, III, 11, in M.G.H., EE., ed. E. Caspar, Berlino, 1920, p. 271 sg.”. Dunque, nella sua nota (112), l’Acocella postillava che nel 1076, Acerenza, contrariamente a quanto credevano alcuni, era ancora sede Vescovile. Acocella scrive pure che nel 14 marzo 1076, papa Gregorio VII scrive una lettera ad “Arnaldo”, Vescovo di Acerenza. Dunque, l’Acocella, riguardo il vescovo “Arnaldo”, cita la nota lettera di papa Gregorio VII ad Arnaldo vescovo di Acerenza del 14 marzo 1076. Acocella postilla della lettera del papa pubblicata in “Registrum, III, 11, in M.G.H., EE., ed. E. Caspar, Berlino, 1920, p. 271 sg.”, ovvero postilla che la lettera è pubblicata da Caspar C. (….), in “Monumenta Germaniae Historica” (M.G.H.). Acocella, ap. 44, nella sua nota (113) postillava che: “(113) F. Ughelli, VII, op. cit., col. 571 sg.; G. Giesebrecht, op. cit.; p. 68 sg.; G. Paesano, op. cit., I, 121; G.B. Gams, Series episcoporum Ecclesiae Catholicae, Ratisbona, 1873, p. 920; A. Adinolfi, Storia della Cava, Salerno, 1836, p. 147.”. Acocella però nel postillare del Gams (p. 920) si riferiva al vescovado di Sarno creato da Alfano. Riguardo il vescovado di Acerenza, si veda G.B. Gams (…) che, nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, 1873, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122 ecc..”. Dunque, per il Gams, il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro (che successe a Pietro Pappacarbone) è: “ 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211;” dunque, nel 1110 e morto nel 1211. Pietro Ebner (….), scriveva al riguardo: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i Normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi, però anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi non risponde nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Da Wikipidia apprendiamo che l’arcivescovo Arnaldo verso negli ultimi anni dell’XI secolo fece iniziare i lavori per la costruzione della cattedrale durante i quali furono ritrovate le reliquie di san Canio. Ma chi era questo “Pietro” che fu eletto Vescovo della Diocesi di Squillace, di cui alla bolla di Papa Pasquale II ?. Da Wikipidia, alla voce Diocesi di Acerenza leggiamo che Pietro successe all’Arcivescovo Arnaldo. Nel mese di maggio 1102 fu eletto arcivescovo Pietro al quale furono confermati i privilegi concessi ad Arnaldo. Nel 1106 papa Pasquale II scrisse all’arcivescovo Pietro per conferirgli i diritti metropolitici, assegnandogli come suffraganee le diocesi di Venosa, Gravina, Tricarico, Tursi e Potenza e l’uso del pallio nelle festività. Da Wikipidia apprendiamo che l’Arcidiocesi di Acerenza il 4 maggio 1041 il vescovo di Acerenza Stefano (1029-1041), che appoggiava il catapano di Bari, morì combattendo sulle rive dell’Ofanto contro i primi Normanni che avevano conquistato la zona intorno a Melfi. In seguito a questa battaglia Acerenza fu conquistata dai Normanni e nel 1061 Roberto il Guiscardo ne fece una roccaforte, rendendola un centro di difesa da rappresaglie bizantine. Nel 1059 il vescovo Godano o Gelaldo partecipò al concilio di Melfi nel quale si distinse; per questo ottiene il titolo di arcivescovo. Questa notizia comunque non è confermata; infatti secondo altre fonti Acerenza divenne arcivescovado sotto papa Leone IX o sotto papa Niccolò II. Il 13 aprile 1068 papa Alessandro II emanò una bolla, diretta ad Arnaldo, arcivescovo di Acerenza, con la quale istituì una nuova provincia ecclesiastica comprendente, fra le altre, le diocesi di Venosa, Potenza, Tricarico, Montepeloso, Gravina, Matera, Tursi, Latiniano, San Chirico, Oriolo, lasciando sotto il controllo diretto della Santa Sede Montemurro e Armento. Riguardo la Diocesi di Acerenza ed il Vescovo “Arnaldo” ha scritto padre Francesco Russo (….), nel suo “L’organizzazione ecclesiastica in Lucania alla fine del dominio bizantino e all’inizio di quello Normanno (sec. X-XI)- estratto da “Giacomo Racioppi e il suo tempo”.”., dove, a p. 350, in proposito scriveva che: “Di Acerenza l’Holtzmann etc…..Poichè essa era ai margini delle due metropolie – di Otranto e di Salerno – le fu relativamente facile rendersi autonoma dall’una e dall’altra, come fecero contemporaneamente Cosenza e Bisignano, marginali riguardo alle metropoli sia di Reggio che di Salerno. Acerenza non solo si rese autonoma, ma assunse anche il ruolo di metropoli – unica in tutta la Lucania – avente per suffraganee le chiese di Tursi, Tricarico, Venosa e Potenza. La stessa via seguì Conza, già sede di importante gastaldato, che, in Lucania, ebbe suffraganea la diocesi di Muro. Quando avvenne ciò ? E’ difficile stabilire una data. Il Racioppi rileva che nella consacrazione della chiesa di Montecassino nel 1071, il capo della chiesa acheruntina figura come vescovo e tale risulta anche nella bolla di Gregorio VII del 1074, mentre Lupo Protospada ricorda Arnaldo, nella qualifica di Arcivescovo di Acerenza nel 1080. Il Racioppi perciò conclude che l’elevazione a sede metropolitana cade tra il 1074 e il 1080 (26). Se ciò è vero l’autenticità della bolla del 1060 di Godano, preteso arcivescovo di Acerenza, va per aria, malgrado i sottili argomenti di Mons. Zavarroni nel difenderne l’autenticità. La stessa cosa deve dirsi della bolla di Alessandro II del 1068, in cui vengono ricordate le suffraganee di Acerenza.“. Il Russo (…), a p. 350, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, 217.”. Padre Russo riferisce che: “mentre Lupo Protospada ricorda Arnaldo, nella qualifica di Arcivescovo di Acerenza nel 1080.”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 217, in proposito scriveva che: “Nella cronica di Lupo Protospada (che era cittadino di Matera, o di città di lì intorno) viene nominato l’arcivescovo di Acerenza Arnaldo sotto l’anno 1080; ecc..”. Dunque, Giacomo Racioppi (…), forse sulla scorta del Di Meo (….) segnalava che nel ‘chronicon’ di Lupo Protospata (….) è scritto che nell’anno 1080, Arnaldo venne nominato arcivescovo della Diocesi di Acerenza. La notizia è interessantissima perchè potrebbe confermare le notizie intorno al vescovo “Arnaldo”, forse successore a Pietro Pappacarbone nella Diocesi di Policastro che per l’appunto doveva forse dipendere dalla Diocesi Metropolita di Acerenza. Lupo Protospata (1030 circa – 1102) è stato un cronista attivo in Puglia nel secolo XI. Lupo è considerato l’autore del Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum, una cronaca di fatti occorsi nel Mezzogiorno d’Italia dall’anno 855 al 1102: gli eventi più antichi furono attinti certamente dagli Annales Barenses, mentre maggiori dettagli si riscontrano per il periodo dal 1082 al 1102, in quanto contemporanei allo scrittore, in particolare, Lupo riporta con una certa attenzione, oltre a calamità e curiosità astronomiche (terremoto del 1087, cometa del 1098), gli eventi storici che portarono alla conquista normanna del Sud e fatti di rilevanza religiosa (il terzo sinodo di Melfi del 1089 e quello tenutosi a Bari nel 1099). Il Chronicon di Lupo fu poi utilizzato dall’Anonimo Barese per la stesura della sua Cronaca. Per alcune edizioni di Lupo Protospada, da Wikipidia leggiamo che: Antonio Caracciolo, Antiqui chronologi quatuor Herempertus Langobardus, Lupus Protospata, Anonymus Cassinensis, Falco Beneventanus cum appendicibus historicis, Napoli 1626; oppure si veda Lupi Protospatae Rerum in Regno neapolitano gestarum ab anno sal. 860 usque ad 1102 Breve Chronicon, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano 1724, pp. 37–49; Georg Heinrich Pertz, Lupi Protospatarii Chronicon, in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, V, Hannover 1844, pp. 51–63. Infatti, nel 1724, Antonio Ludovico Muratori (…), nel suo “Rerum Italicarum Scriptores”, vol. V, a pp. 37-49 pubblicò “Lupi Protospatae rerum i Regno Neapolitano gestarum, Ab Anno Sal. 860 usque ad 1102. Breve Chronicon”. Il Protospata, a p. 45, per l’anno 1080, in proposito scriveva che:

Come si è visto in precedenza, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e ssg. scriveva che, l’Ughelli aveva pubblicato due carte. La prima carta pubblicata dall’Ugheli è: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, ecc…”. Il Di Meo scriveva che l’Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, edizione Coleti (2°) parlando dei “Vescovi di Squillace”, a p. 542 aveva pubblicato la Bolla di Papa Pasquale II del 9 aprile 1110. Il Di Meo, a p. 165 scriveva pure che: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace (paese della Calabria in Provincia di Catanzaro) rapporta la seguente carta: ‘An. ab. Inc. MCX. XIII. Kal. Martii, Ind. III. Regnante in Sic. Calabr. Rogerio filio Rogerii Comitis etcc…”. Il Di Meo scrive che l’Ughelli, cita pure un’altra carta del 13 marzo 1110, riferendosi ad un’altra carta in cui: “Colla Chiesa di Squillace si dona ancora ad esso Pietro eletto la Chiesa di ‘S. Maria di Roccella’ coi suoi beni, come pria di morire la possedè ‘Girolamo’ che ne fu Abbate.”. Come abbiamo visto, la donazione della chiesa di S. Maria di Roccella viene fatta all’eletto (da poco) “Pietro eletto” oppure “Petri Squillacensis Episcopi”. Come scrive lo stesso Di Meo (….), a p. 164: “ne approva la fatta elezione, presenti i Vescovi ‘Angelario’ di Catania, e ‘Arnaldo Paleocastrense’”. Dunque, secondo il Di Meo, sulla scorta dell’Ughelli, all’investitura del Vescovo della Diocesi di Squillace “Pietro”, era presente anche il Vescovo di Policastro “Arnaldo”. Ma chi era questo vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo” che è presente alla cerimonia di investitura del nuovo vescovo di Squillace chiamato “Pietro” e nominato da papa Pasquale II ?. Secondo il Di Meo (….), nella seconda carta, quella del 17 febbraio 1110, la carta in cui si approva l’elezione di Pietro a Vescovo di Squillace, sono presenti alcuni personaggi dell’epoca e tra questi vi è il presule “Arnaldo”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 217 continuando il suo racconto cita alcuni documenti che riguardano la Diocesi di Acerenza divenuta Metropolia. In questi documenti, che il Racioppi giudica di dubbia autenticità, figura sempre il Vescovo Arnaldo. Racioppi a pp. 217-218, in proposito scriveva che: “Nella cronica di Lupo Protospada (che era cittadino di Matera, o di città di lì intorno) viene nominato l’arcivescovo di Acerenza Arnaldo sotto l’anno 1080; nella lettera del 1074 di Gregorio VII a questo stesso Arnaldo, gli è detto non altrimenti che vescovo. Parrebbe adunque che entro questo breve periodo di anni fosse elevata a metropoli la sede di Acerenza; e l’induzione sarebbe confermata dall’altra notizia, che nel novero dei prelati che assistettero alla dedicazione solenne della chiesa di Monte Cassino nel 1071, Arnaldo di Acerenza non è detto altrimenti che vescovo (1). Il dato cronologico sarebbe pertanto accertato, se lo Zavarroni, vescovo di Tricarico, non avesse pubblicata una bolla del 1060 data da un arcivescovo a nome Godano di Acerenza al vescovo Arnaldo di Tricarico; e se nell’Ughelli stesso non fosse la famosa bolla di Alessandro II, del 1068, all’arcivescovo Arnaldo di Acerenza con l’indicazione di gran numero di chiese suffraganee (2). La prima del 1060, che avremo occasione di riferire fra breve, è ritenuta un’impostura manifesta dal critico Di Meo (3). La seconda, famosa per le controversie che suscitò pei Tribunali nell’anti-passato secolo, è pubblicata in miglior lezione dal Di Meo stesso; che dopo averla corretta sul luogo, cioè presso l’archivio episcopale acheruntino, conclude sembrargli per lo meno “spuria” (1). Dalla metropoli di Acerenza dipendono, negli ordinamenti gerarchici, quasi tutte le sedi episcopali della provincia di Basilicata, e propriamente (oltre a Matera che le fu unita) quelle di Tursi, di Tricarico, di Venosa, e di Potenza. Restano inoltre, qui e là, dei paesi, alcuni come Matera dipendenti dalla sede di Cassano-Jonio; altri come Lagonegro, Lauria, Rivello e Trecchina da Policastro.”. Il Racioppi, a p. 217, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Conf. Di Meo, ad ann. 1071. 3 – Invece ed erratamente,, vien riferito tra gli Arcivescovi assistenti alla consacrazione, dall’Ughelli e dal Fimiani”. Il Racioppi, a p. 217, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Ughelli stesso (vol. VII, col. 7 e 24) accenna ad una donazione del 1063, fatta dal Duca Roberto alla Santissima Trinità di Venosa, in cui si porta sottoscritto un Gerardo, Arcivescovo Acheruntino: ma nè egli pubblica il documento, nè dice dove si legge. Indicativamente all’Ughelli, il Fimiani e il Lupoli: ma il Di Meo, che l’accenna sulla fede dell’Ughelli medesimo (ad ann. 1062, 5), la dice un’impostura. – Per me, poichè non è pubblicato il documento, mi limito a dirlo inaccettabile.”. Racioppi, nella nota (3) postillava: “(3) Annali, ad ann. 1060, n. 5”. Il Racioppi, a p. 218, nella nota (1) postillava: “(1) Ad ann. 1068, 7 dice: “La pergamena che si conserva in Acerenza ha ciera di spuria se non si volglia copia: l’inchiostro è nero etc…“. Sulla bolla o la lettera di papa Gregorio VII ad “Arnaldo”, Vescovo di Acerenza, è da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi (…), secondo cui è il Muratori (…) parlava della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori (…), ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione dell’antico documento in questione è di Ludovico Antonio Muratori (…), citato in seguito dal Troyli (…) e, poi da Ebner (…). Tratta da un codice manoscritto della Chiesa di Salerno: ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (6), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.“, il Muratori (6), sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblicava i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, (antico Codex manoscritto della Chiesa di Salerno), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Ecc…”. Infatti, sulle Diocesi in Calabria e nel Cilento, Nicola Acocella (….), nel suo “La figura e l’opera di Alfano I di Salerno (sec. XI)”, (si veda “Salerno Medievale ed altri saggi” a cura di Antonella Sparano), a p. 44, in proposito scriveva che: “A Policastro, una delle sedi di più recente istituzione (o, meglio, ricostruzione, perchè l”ecclesia Buxentina’ è già ricordata in antico), Alfano prepose come vescovo, nel 1079 o anche prima, un santo monaco cavense, Pietro Pappacarbone (110). Questi era stato designato dalla volontà del clero e del popolo e dal principe Gisulfo; ed Alfano, seguendo la norma indicata dal papa Stefano, ratificò l’elezione con un lettera indirizzata al clero e al popolo di Bussento (111). La scelta dei presuli per le diocesi suffraganee da parte del Nostro fu sempre ispirata a criteri di superiore valutazione morale e religiosa, come è lecito dedurre da qualche altro documento relativo a nomine da lui effettuate. L’integrità della circoscrizione ecclesiastica dell’Archidiocesi rimase fuori discussione finchè strutturalmente saldo il Principato longobardo. Allorchè questo venne rapidamente sfaldandosi, anche l’unità giuridica dell’Archidiocesi venne chiamata in causa. S’è già accennato che Alfano tentò di ovviare a questo moto centrifugo facendo proclamare di nuovo da Alessandro II e da Gregorio VII l’ntica sudditanza di Conza a Salerno, contro il tentativo di sottrarnela. Ma la forza centrifuga prevarrà, in seguito alla scomparsa del Principato longobardo: Acerenza e Conza assurgeranno anch’esse al rango di archidiocesi, e nel 1099 saranno solo nominalmente riaggregate a Salerno, proclamata allora sede ‘primaziale’ (112): i vescovadi di Bisignano, Malvito, Cassano (di Calabria) saranno assoggettati direttamente a Roma; quello di Martorano aggregato a Cosenza, anche essa elevata ad archidiocesi; Nola sarà attribuita a Napoli. A questo fatale processo di aggregazione non assistette Alfano; perchè, anzi, egli tentò di rendere maggiormente articolata la distribuzione dei vescovadi della sua Archidiocesi, continuandosi ad avvalere – come s’era fatto negli anni precedenti – della facoltà, davvero singolare ma non eccezionale in quei tempi, di creare nuovi vescovati. Erano le conseguenze delle speciali clausole inserite nelle bolle di Leone IX e di Stefano IX. Due vescovati creò certamente Alfano; forse anche un terzo. Prima fu la volta di Sarno: marzo 1066. Eretta la diocesi ecc…(113).”.
Nel 1110, Arnaldo, (“Arnaldus Palecastrensis”) II (?) Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro
In questo saggio parlerò del vescovo ‘Arnaldo’ che figura in alcuni documenti d’epoca Normanna come Vescovo della Diocesi Paleocastrense ricostruita dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone. Sui vescovi (che successero a Pietro da Salerno), che hanno retto la Diocesi di Policastro Bussentino e l’Episcopato Bussentino – nel frattempo diventata ‘Dioceseos Paleocastrenses’, che nell’anno 1079, in cui fu consacrato il primo vescovo Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, dopo la sua definitiva rinunzia, Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni”. Dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone a vescovo della rinata Diocesi di Bussento, chiamata con la sua venuta e nomina a presule di quella sede, ‘Paleocastrense’, poco si sa dei suoi successori. Pare che dopo la restaurazione della Diocesi di Policastro, in cui fu elevato a vescovo, Pietro Pappacarbone, il suo successore fu un certo ‘Arnaldo’. La prima notizia di un Vescovo della Diocesi di Policastro chiamato “Arnaldo” proviene dall’Ughelli (…), che, nel 1659, dal punto di vista bibliografico e storiografico, è stato il primo che ha citato le prime notizie circa i Vescovi della restaurata Diocesi Policastrense in epoca Normanna. Secondo l’Ughelli (….), questo Vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo” doveva essere il 2° Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro e che dovette succedere a Pietro Pappacarbone dopo la sua rinuncia. La prima citazione di questo vescovo “Arnaldo”, riguarda sia Policastro e pure Roccagloriosa, come vedremo in seguito. I primi documenti d’epoca Normanna in cui figura un vescovo “Arnaldo Policastrense”, sono stati pubblicati per la prima volta dall’Ughelli (11), a p. 789 della sua ‘Italia Sacra’. Il Cappelletti (8), nel 1866, forse sulla scorta del Di Meo (17) e dell’Ughelli (11), riporta le stesse notizie sul vescovo Arnaldo. Anche i due studiosi Richard e Giraud (14), scrivevano: “Quanto agli altri vescovi di Policastro vedasi l”Italia Sacra’ dell’Ughelli (11), tomo VII, p. 542.”. Si tratta dell’edizione Coleti (2° edizione) dell’Ughelli (….), perchè a p. 542 del tomo VII, si parla della Diocesi Salernitana e di Pietro Pappacarbone. Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII (prima edizione), a p. 789 parlando del secondo vescovo di Policastro, ‘II. Arnaldus’, citava due documenti che lo citavano: “2 ARNALDUS (Arnaldo II) Policastrensis Episcopus testis fuit donaztionis Adalatia comitissa Siciliae & Calabria, quam fecit Petro Episcopo Squillacensi de Ecclesia sancta Maria de Roccella cum iuribus & pertinentijs fuis anno ab Incarnatione Domini 1110. 13. Kal. Martij Indictione 6. documentum dadibus in Episcopis Squillacensibus. Post Arnaldum qui successerit usqui ad Innocentij III. tempora non habemus. Legitur enim in eiusdem Pontificis regestro epistola ad Clarum, Populorum, Episcopumque Policastrensem ut benigne Cardinalem Apostolica Sedis Legatum suscipiant, & debitam reverentiam impendant, nomen autem Episcopi in ea nonexprimitur.”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 542, inizia a parlare dei “Policastrensses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro:

(Fig…..) Pag. 789 dell’Ughelli, Tomo VII, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi e di Arnaldus, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone
la cui traduzione dovrebbe essere che: “2. Arnaldo II vescovo di Policastro testimone della donazione di Adelasia contessa di Sicilia e Calabria, che ha fatto la chiesa di diritti Squillace Roccella di San Pietro pertinenze proprietà nell’anno del Signore 1110. 13. Id. Pomeriggio di marzo 6. Il documento dadibus i vescovi Squillace. dopo l’Arnaldo, che ha finora avanzato a Innocente III. tempi non erano così, che abbiamo. leggiamo nel dello stesso Pontefice regestro la lettera al popolo hanno la brillante, dei popoli, il vescovo Policastrense in modo che con gentilezza il cardinale, la Sede Apostolica, l’agente dell’impresa, e quali, e danno il dovuto rispetto e la spesa, il nome dei vescovi che vivono al suo interno, non siamo detto.”. Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’, a p. 369, parla della chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Il Cappelletti cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”. Come si è già visto in recedenza, non è proprio corretto ciò che scriveva Pietro Ebner e cioè che non mutarono i confini della Diocesi. Abbiamo visto che dopo la rinuncia di Pietro da Salerno, i confini non mutarono subito e le parrocchie della Diocesi restarono trenta. Ad un certo punto, però, quindici delle trenta località citate nella lettera “pastorale” del presule e primate Alfano I, furono assegnate all’antica Diocesi di Talao e poi ancora a Cassano Ionica e tale rimasero. Dunque, nell’anno 1110, l’anno della nomina del secondo Vescovo della Diocesi di Policastro, i confini erano mutati e le parrocchie furono quindici. Fino a quell’anno però, fino al 1110, la Diocesi sarà amministrata dai vescovi Caputaquensi, ovvero Pestani che risiedevano a Capaccio. Dall’anno 1110 (anno della notizia del vescovo Arnaldo), la Diocesi sarà retta ed amministrata dal nuovo presule, sebbene, come scriveva Pietro Ebner, nel suo “Economia e società nel Cilento medievale“, vol. I, p. 537, in proposito scriveva che: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi però, anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui Diocesi non risponde a nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Sebbene l’Ebner (…), scrivesse che “(notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110,..)”, non dice nulla su di lui. L’Ebner, a sufragio della sua ipotesi citava il vescovo Arnaldo che sarà il secondo vescovo eletto della Diocesi di Policastro (anno 1111), in piena epoca Normanna. Da quell’anno in poi, la chiesa bussentina ebbe vescovi effettivi: troviamo Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto, nel 1120; Goffredo nel 1139 e Giovanni nel 1172 (….). Da Wikipidia, alla voce “cronostassi dei Vescovi di Policastro” leggiamo che al 2° posto risulta “Arnaldo”, menzionato nel 1111 (9). Wikipidia, nella nota (9) postillava che: “(9) Data riportata da Kehr; Gams e Tortorella indicano il 1110.” e pure che: “(9) I vescovi Pietro, Ottone, Goffredo e Giovanni I sono menzionati da Kehr, Italia pontificia, VIII, p. 371.”.

(Fig….) Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371
Dunque, Wikipidia ci dice che Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, ci parla del vescovo Arnaldo, che figura nell’anno 1111. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122 ecc..”. Dunque, per il Gams, il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro (che successe a Pietro Pappacarbone) è: “ 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211;” dunque, nel 1110 e morto nel 1211. Secondo il Gams (….), Arnaldo fu vescovo della Diocesi di Policastro dal 1110 e morì nel 1211. Pietro Ebner (7), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un intero capitolo: “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e seguenti. I due studiosi Natella e Peduto (4) nel loro “Pixous-Policastro”, a p……., in proposito scrivono che: “Il Duomo di Policastro, aggiunto all’antica trichora, fu consacrato nell’anno 1079 dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, e la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni.”. I due studiosi, Natella e Peduto (4), sulle notizie dei vescovi della rinata Diocesi, succedutisi a Pietro Pappacarbone, pare che rimandino alla loro nota (71) che riguarda un testo di Paul Guillaume (56), L’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro’, e scrivono: “(71) La vita di S. Pietro, è opera di Ugone, abate di Venosa, autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140, tradotto in italiano da A. Ridolfi, sul finire del ‘500 ed edito dal Guillaume nel citato anno. ecc..”. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (19), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (19), venne pubblicato dal Guillaume (4). Natella e peduto (…), nella loro nota (71), sulla scorta del Keher (39) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I). I due studiosi Natella e Peduto (…), non hanno dato riferimenti precisi circa la datazione dell’anno 1111, quando scrivevano che dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone “la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111″ ma, citano l’Ebner (…), che nel saggio citato voleva che: “ha datato al 1066-1067 l’arrivo di Pietro in città.”. Dunque, i due studiosi Natella e Peduto (4), ritenevano che il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro fosse Arnaldo, vescovo effettivo nel 1111. I due studiosi (4), proseguendo sulle notizie su Policastro in quegli anni (secolo XI), citano il Volpe (29), con la frase: “Unico riferimento preciso nella breve storia di Policastro del Volpe (29) è la sua dichiarazione circa le mura della città formate sotto Ruggero II“. Ma il Volpe (29), citando il manoscritto del Mannelli (6) e, sulla scorta del Malaterra (20), non riporta alcuna notizia circa i Vescovi citati dai due studiosi (4). Il Volpe (29), parla solo della consacrazione di Pietro da Salerno. Anche il Vassalluzzo (67), non dice nulla in proposito. Il Guzzo (26), non dice nulla in proposito e riporta la notizia di Policastro al tempo dell’ultimo dei vescovi citati dai due studiosi Natella e Peduto (4), ovvero il vescovo ‘Goffredo’ che resse la Diocesi nell’anno 1139 e ‘Giovanni‘ che resse la Diocesi nell’anno 1172, ma senza dare riferimenti bibliografici. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 333 parlando di Policastro in proposito scriveva che: “….in seguito all’intervenuta rinuncia del futuro grande abate cavense. La diocesi, pertanto continuò a essere tenuta, come prima, in amministrazione apostolica dai vescovi pestani, fino alla nomina del nuovo vescovo Arnaldo (a. 1110)(22). Nè i confini subirono modifiche in età normana, perchè il nuovo governo continuò a mantenere politicamente tutto quel territorio alle dirette dipendenze del giustiziere del Principato residente a Salerno.”. Ebner, a p. 333, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Ancora nel corrente secolo Policastro fu retto da vescovi della diocesi del Cilento. Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 scriveva che: “Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.”. Ebner, a p. 416, nella nota (11) postillava che: “(11) Laudisio cit. (Sinossi a cura di G.G. Visconti, p. 17) ecc…, poi a p. 47 sg. sul monastero di S. Mercurio unito a quello di S. Veneranda, sulla fondazione da parte del conte Leone dei due monasteri di monache, “quia in suo feudo”, ecc….”. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Rofrano e delle cause e liti giudiziarie vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro e diversi comuni che vantavano diritti sulla tenuta allodiale del monte Centaurino e, riferendosi ad un altro vescovo successivo ad Arnaldo (forse un certo Guido), a p. 435, in proposito scriveva che: “All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Ho citato il passaggio di Ebner che, sebbene non riguardi il vescovo Arnaldo, egli, nel citare il Laudisio (….) e la sua notizia sul vescovo “Arnaldo” e l’autorizzazione che dava a Manso o Mansone ad unire due monasteri, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), ecc…”, scrivendo che aveva dei dubbi sulla “cronostassi dei Vescovi” citata dal Laudisio (….) e, per converso, segnalava quella del sacerdote Giuseppe Cataldo: “mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) ecc…”, riferendosi alla serie del Cataldo pubblicata nella Sinossi del Laudisio curata dal Visconti a p. 131. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Il citato ‘Ughellio’ ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ecc..”. Antonini citava la carta antichissima pubblicata dall’Ughelli (….) di cui ho già parlato e che riguarda una donazione del 17 febbraio 1110 in cui figura un vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo”. Nel 1866, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’ parlando della chiesa di Policastro (‘Paleocastrense’) scriveva che: “Poco dopo la rinunzia del vescovo San Pietro, ne fu sostituito il successore Arnaldo, non si sa in quale anno. La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace. Ne, dopo questa notizia, altra se n’ha di Arnaldo: ne dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo.”. Dunque, il Cappelletti scriveva che il vescovo “Arnaldo”, non si sa quando o in che anno fu nominato Vescovo della Diocesi di Policastro. Si sa solo che egli fu il successore di Pietro Pappacarbone, dopo la sua rinuncia a Vescovo di Policastro. Dunque, è molto probabile che sulla base di questa notizia, il nuovo vescovo “Arnaldo”, fu il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro. Il Cappelletti scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al Vescovo di Squillace in Calabria la “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa). Molti secoli dopo dell’Ughelli (….), nel 1831, Mons. Nicola Maria Laudisio (9), Vescovo di Policastro, nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 74 (vedi edizione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Secondo il Laudisio (9) e, l’Ebner (7), quindi, all’epoca della conquista Normanna dei nostri territori, dopo la nuova restaurazione della Diocesi Paleocastrense e precisamente nell’anno 1110, figurava un nuovo vescovo che successe al rinunciatario Pietro Pappacarbone, il nuovo vescovo ‘Arnaldo’, che resse la Diocesi di Policastro, mentre i due studiosi Natella e Peduto, scrivono che Arnaldo fu vescovo effettivo di Policastro nel 1111. La notizia del Laudisio è interessante ma egli non fornisce alcun riferimento bibliografico. Il Laudisio, riguardo il passo successivo che ci parla di Simone conte di Policastro e del 1152, cita e postilla di Ferdinando Ughelli (…). Il Laudisio (….), però, parlando ancora di Roccagloriosa, a p. 101 (vedi versione a cura di Visconti), in proposito scriveva che: ” A Rocca Gloriosa……Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Ma anche in questo caso il Laudisio non postillava nulla a riguardo. La notizia di un vescovo di Policastro chiamato Arnaldo fu in seguito ripresa da diversi autori. Un altro studioso che accenna al vescovo Arnaldo è stato il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, il Ducato di Puglia e di Calabria. Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Dunque, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), scriveva che: “In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa ecc…”. Sul “Simone, figlio di re Ruggero e conte di Policastro” ho scritto in altri miei saggi. Però andiamo per ordine. Il Cataldo aggiunge anche la notizia che “In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo”. Il Cataldo (….) nella sua “Serie dei Vescovi di Policastro Bussentino dall’XI secolo ad oggi”, dopo aver citato Pietro Pappacarbone aggiungeva il secondo vescovo di Policastro e scriveva che: “2. Arnaldo ? 1110,….”. Anzi, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, parlando di “Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, ecc..”, e riferendosi a dopo la morte del Guiscardo, in proposito scriveva che: “Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Dunque, il Cataldo riferendosi a Ruggero Borsa (nipote del principe longobardo Gisulfo, vinto dal padre Roberto il Guiscardo) scriveva che egli “prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte.”, ovvero il Cataldo spiegava che Ruggero Borsa avviò un serio programma di restauro delle fortificazioni di Policastro e la elevò a Contea donandola al figlio Simone che nominò Conte di Policastro. Forse in questo passaggio il Cataldo fa un pò di confusione.
Nel 1110-1111, il Normanno Leone, conte di Roccagloriosa e di Padula
Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti) parlando di Rocca Gloriosa, in proposito scriveva che: “II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte normanno Leone, ad ecc….”. Dunque, il Laudisio in questo breve passaggio oltre a citare il II vescovo di Policastro, Arnaldo, cita anche il conte Normanno Leone, padre di Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula, di cui parlerò in seguito. Sebbene il Laudisio non riportasse alcun riferimento bibliografico circa la notizia di Arnaldo e del conte Leone, è molto probabile che abbia tratto la notizia dall’“Italia Sacra” di Ferdiando Ughelli (….). Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), parlando di “Rocca Gloriosa”, in proposito scriveva che: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva che: ” A Rocca Gloriosa c’era il monastero di S. Mercurio di cui abbiamo già parlato, ed a cui era unito l’altro di Santa Veneranda; ma poichè il monastero fu soppresso, il Vescovo Pietro Magri, in ottemperanza alle norme del Tridentino, ne assegnò in perpetuo i beni al seminario diocesano. Il conte normanno Leone aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Dunque, il Laudisio ci parla di un certo “conte Normanno Leone”, il quale, a Roccagloriosa, che era un suo feudo, aveva fondato i due monasteri claustrali (monasteri femminili di monache) chiamati monasteri di Santa Veneranda e monastero di San Mercurio che, alla morte del figlio Manso o Mansone, nel 1130, secondo le sue volontà testamentarie e, con l’autorizzazione del vescovo di Policastro Arnaldo furono uniti in un unico monastero, il monastero di San Mercurio, sempre claustrale e femminile e con la prima badessa “perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento”. Dunque, da ciò che leggiamo “Altrude” era figlia del Conte Manso o Mansone. Ma sulla figura di Altrude diremo innanzi. Secondo il Laudisio (….), il conte normanno Leone aveva fondato a Roccagloriosa, tre monasteri di monache, uno era quello di S. Mercurio, S. Leo e l’altro di S. Veneranda. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 cita l’antico documento Normanno del Conte Leone, citato dal Laudisio (9), ed in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.”. Ebner, a p. 416, nella nota (11) postillava che: “(11) Laudisio cit. (Sinossi a cura di G.G. Visconti, p. 17) ecc…, poi a p. 47 sg. sul monastero di S. Mercurio unito a quello di S. Veneranda, sulla fondazione da parte del conte Leone dei due monasteri di monache, “quia in suo feudo”, sulla venuta dei bulgari che nel 550 si rifugiarono nel castello ecc….”. Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, la notizia tratta dal Laudisio di un conte normanno chiamato Leone che, ai suoi tempi, “aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo” di Roccagloriosa, dice Pietro Ebner che la notizia sarebbe tratta da un “testamento” e che di esso non vi è traccia. Ebner, però sbagliava quando scrive del “testamento di Leone”, in quanto il Laudisio e l’Antonini non si riferivano al “testamento” del conte normanno Leone ma si riferiva al testamento che lasciò il figlio di Leone, il conte Manso o Mansone nel 1130, allorquando dovette morire. Del testamento di Manso o Mansone parlerò innanzi. Infatti, sulla fondazione del Monastero claustrale (femminile) di S. Mercurio, a Roccagloriosa, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64) che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc.. Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Sulle origini di questo feudatario, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo aveva scritto nel 1745 anche il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p…… parlando del monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa ci dice del Conte Leo: “Manso Leone Signor del luogo”, parente di Roberto il Guiscardo (così scrive l’Antonini), di cui parlerò in seguito. Suo figlio il conte Mansone che continuò a dominare sulle nostre terre, aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed era sposato ad una donna chiamata Gaitellina. Il Conte Leone, oltre a Mansone aveva la figlia chiamata Altrude (sorella di Mansone). Dunque, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo, aveva tre figli: Mansone, Altrude e Landolfo. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Altre notizie su questo conte non ne ho trovato. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 242 parlando di Padula in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età Longobarda, normanna e sveva. Nell’ASN notizie di Padula in un diploma di Gisulfo I, il quale “per rogum landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “candelaria de padule” all’abate Giovanni nel monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli (4)”. Ebner, a p. 242, nella nota (4) postillava che: “(4) ASN, Catasto monasteri del Salvatore e di S. Pietro, f. 165 (edito dallo Schipa, cit., I, p. 55).”. Pietro Ebner (….), scriveva al riguardo: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i Normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi, però anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi non risponde nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Dalla Relazione di De Micco (18 – Fig. 11), apprendiamo che: ”Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, ecc…”. Il sacerdote Romaniello (….), scriveva che Roberto il Guiscardo aveva donato il feudo di Roccagloriosa al suo parente il conte normanno Leone che, al principio del secolo XII, a Roccagloriosa, oltre al monastero maschile di San Mercurio che esisteva già da tempo e che era rimasto abbandonato in seguito alle incursioni di Narsete ecc…, volle fondarne altri due femminili, quello di “Santo Leo” e quello di “Santa Venere”. Anche padre Romaniello è molto chiaro sulle origini del feudo Normanno di Roccagloriosa che, dal conte Normanno, Leone, parente di Roberto il Guiscardo, fu ereditato dal figlio suo, il conte Manso o Mansone, che, nel 1130, prima di morire fece testamento e unificò i due monasteri laasciando la guida alla sorella Altrude. Secondo il Romaniello, sulla scorta del Laudisio e dell’Antonini, a p. 36 scriveva pure che il conte Normanno Leone, “il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64) ecc…Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, anche perchè in quel periodo calamitoso, in seguito alle accennate invasioni e depredazioni saracene, il numero delle donne si riduceva sempre di più; e, per salvare queste, le invitava nei monasteri, dove gl’invasori, per il rispetto alle chiese e luoghi pii, non osavano mettere facilmente piede”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Dunque, il Romaniello, riguardo il monastero femminile di S. Leo, fondato da Leone conte Normanno, postillava che siccome vi era una chiesetta in questo cenobio si chiamò “Cannamaria”. Dunque, i questo passaggio padre Romaniello conferma al principio del secolo XII, a Roccagloriosa, oltre al Monastero maschile di San Mercurio, da tempo abbandonato ma già preesistente da molto tempo, furono fatti edificare dal conte normanno Leone, i due monasteri femminili di “Santo Leo” e quello di “Santa Veneranda”. Dalla Relazione di De Micco (18), apprendiamo che: ”Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Ecc…”. Alle notizie precedenti dobbiamo aggiungere che i tre monasteri riattivati dal cone Leone, di stirpe Normanna, essi divennero Benedettini. Infatti, sempre il sacerdote Roaniello, a p. 30, in proposito scriveva che: “Nel 1070 gran parte del basso Cilento passò alle dipendenze della Badia di Cava dei Tirreni che assunse ben presto a gran splendore e continuò in forma più legale ed organizzata l’opera benefica iniziata dai monasteri benedettini e basiliani del basso Cilento, superando con risultati maggiori e migliori i mille particolarismi dei precedenti cenobi chiusi ed indipendenti tra loro (38).”. Il Romaniello, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che: “(38) Nella biblioteca della Badia di Cava dei Tirreni esistono numerosi atti originali di concessioni e vendite di terreni datati dal secolo XI in poi: ne esistono appena nove riguardanti vendite di terreni appartenenti al comprensorio di Roccagloriosa (cfr. arca 53, 113; 76, 52; arca 86, 18; arca 86, 45).”.
Nel 1111, Arnaldo, II vescovo di Policastro autorizzò il visconte Manso o Mansone di unire i due monasteri di S. Mercurio e di S. Veneranda in un unico monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa
Mons Nicola Maria Laudisio (9), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro” (si veda versione a cura del Visconti), a p. 74 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Infatti, Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Roccagloriosa, a p. 416, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (9), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. Mons. Laudisio, nel 1831 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che “Arnaldo”, secondo il Laudisio, secondo Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro “nominato vescovo di Policastro nel 1110″, autorizzò “Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”.Dunque, il Laudisio (….), ci dà un interessante notizia su Manso o Mansone. In primo luogo, il Laudisio dice che “Altruda” era figlia di Manso o Mansone. Inoltre, il Laudisio scriveva che sua figlia Altruda aveva era entrata nel monastero claustrale di monache di S. Mercurio a Roccagloriosa. Inoltre, il Laudisio riporta la notizia che il vice-conte o visconte Manso o Mansone fu autorizzato dal vescovo di Policastro Arnaldo ad unire i due monasteri esistenti a Roccagloriosa in un unico monastero, ovvero egli creò il nuovo monastero claustrale di monache detto di S. Mercurio.
Nel 1111, Leone, conte normanno di Roccagloriosa e di Padula ed il possedimento di ‘Cannamaria’ poi detta del ‘Centaurino’
Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa scriveva pure che il conte Leone, di stirpe Normanna e parente di Roberto il Guiscardo, agli inizi del secolo XII, dopo aver fondato il nuovo monastero femminile di “Santo Leo (64)”, lo “dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc..”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Dunque, il Romaniello, riguardo il monastero femminile di S. Leo, fondato da Leone conte Normanno, postillava che siccome vi era una chiesetta in questo cenobio si chiamò “Cannamaria”. Dunque, in questo passaggio, padre Romaniello scrive che i due monasteri femminili di S. Leo e Santa Venere, da lui stesso fondati, furono dotati di una vasta tenuta di terreno denominata “Cannamaria”, ovvero il Monte Centaurino.
Nel 1119, il normanno Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula successo al padre Leone e prossimo alla morte nel 1130
Nel XII secolo, queste contrade erano dominate dai Normanni e dai parenti di Roberto il Guiscardo che si era impossessato di Policastro. Il Cilento era stato diviso in feudi e contee. Intorno all’anno 1119, la contea di Roccagloriosa e di Padula era retta dal conte normanno Manso, che era successo al padre Leone, parente di Roberto il Guiscardo. Il documento di cui parliamo in questo nostro saggio è un documento d’epoca Normanna, un testamento di “Manso Leone Signor del luogo” (così scrive l’Antonini), un Istrumento (un Atto) in cui viene scritto un testamento di Mansone, conte di Roccagloriosa e Padula, figlio del Conte Leone Normanno, parente di Roberto il Guiscardo. Mansone, figlio di Leone, continuò a dominare sulle nostre terre, era sposato ad una donna chiamata Gaitellina ed aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed una sorella chiamata Altrude. La sorella di Mansone, Altrude, aveva due nipoti: Guidone e Alessandro che il 7 aprile 1133, ratificarono e confermarono il privilegio del 1130. Nel 1133, dominavano sulle nostre terre i due nipoti di Altrude (figlia di Mansone che nel 1130 era conte di Roccagloriosa e di Padula). Dobbiamo indagare sugli eredi del Conte Mansone, ovvero sui due nipoti di Altrude: Alessandro e suo figlio Guido o Guidone. Dobbiamo indagare sui due nipoti di Altrude: Alessandro nipote di Altrude e suo figlio Guido o Guidone (eredi del conte Mansone). Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), parlando di “Rocca Gloriosa”, in proposito scriveva che: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva che: ” A Rocca Gloriosa c’era il monastero di S. Mercurio di cui abbiamo già parlato, ed a cui era unito l’altro di Santa Veneranda; ecc…”. Il Laudisio ci parla di un certo “conte Normanno Leone”, il quale, a Roccagloriosa, che era un suo feudo, aveva fondato i due monasteri claustrali (monasteri femminili di monache) chiamati monasteri di Santa Veneranda e monastero di San Mercurio che, alla morte del figlio Manso o Mansone, nel 1130, secondo le sue volontà testamentarie e, con l’autorizzazione del vescovo di Policastro Arnaldo furono uniti in un unico monastero, il monastero di San Mercurio, sempre claustrale e femminile e con la prima badessa “perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento”. Dunque, da ciò che leggiamo “Altrude” era figlia del Conte Manso o Mansone. Ma sulla figura di Altrude diremo innanzi. Secondo il Laudisio (….), il conte normanno Leone aveva fondato a Roccagloriosa, tre monasteri di monache, uno era quello di S. Mercurio, S. Leo e l’altro di S. Veneranda. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 cita l’antico documento Normanno del Conte Leone, citato dal Laudisio (9), ed in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.”. Ebner, a p. 416, nella nota (11) postillava che: “(11) Laudisio cit. (Sinossi a cura di G.G. Visconti, p. 17) ecc…, poi a p. 47 sg. sul monastero di S. Mercurio unito a quello di S. Veneranda, sulla fondazione da parte del conte Leone dei due monasteri di monache, “quia in suo feudo”, sulla venuta dei bulgari che nel 550 si rifugiarono nel castello ecc….”. Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, la notizia tratta dal Laudisio di un conte normanno chiamato Leone che, ai suoi tempi, “aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo” di Roccagloriosa, dice Pietro Ebner che la notizia sarebbe tratta da un “testamento” e che di esso non vi è traccia. Ebner, però sbagliava quando scrive del “testamento di Leone”, in quanto il Laudisio e l’Antonini non si riferivano al “testamento” del conte normanno Leone ma si riferiva al testamento che lasciò il figlio di Leone, il conte Manso o Mansone nel 1130, allorquando dovette morire. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Sulle origini di questo feudatario, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo aveva scritto nel 1745 anche il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p…… parlando del monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa ci dice del Conte Leo: “Manso Leone Signor del luogo”, parente di Roberto il Guiscardo (così scrive l’Antonini), di cui parlerò in seguito. Suo figlio il conte Mansone che continuò a dominare sulle nostre terre, aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed era sposato ad una donna chiamata Gaitellina. Il Conte Leone, oltre a Mansone aveva la figlia chiamata Altrude (sorella di Mansone). Dunque, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo, aveva tre figli: Mansone, Altrude e Landolfo. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Altre notizie su questo conte non ne ho trovato. Dalla Relazione di De Micco (18), apprendiamo che: ”Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Il Conte Mansone, figlio del detto Leone, riunì in un solo i tre sodalizi, serbando il primitivo titolo di S. Mercurio. Indi esso Conte Mansone, con testamento del 3 maggio 1130 per notar Cioffi, legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’, la quale si fece monaca in detto Monastero, ed ‘allo stesso Monastero’. Ecc…ecc..”. Sulla fondazione del Monastero claustrale (femminile) di S. Mercurio, a Roccagloriosa, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. Dunque, il sacerdote Romaniello parlando di Roccagloriosa scriveva che signore di Roccagloriosa era il conte Manso, che era successo al padre Leo. Manso o Mansone, nel 1130, prossimo alla morte fece testamento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 242 parlando di Padula in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età Longobarda, normanna e sveva. Nell’ASN notizie di Padula in un diploma di Gisulfo I, il quale “per rogum landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “candelaria de padule” all’abate Giovanni nel monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli (4)”. Ebner, a p. 242, nella nota (4) postillava che: “(4) ASN, Catasto monasteri del Salvatore e di S. Pietro, f. 165 (edito dallo Schipa, cit., I, p. 55).”. Riguardo il conte Manso o Mansone si ha notizia in Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, ne parla a p. 16 e a p. 98. Egli, parlando dell’epoca Normanna e dell’organizzazione politica del Principato di Salerno, a p. 98 in proposito scriveva che: “I ‘vece-comes’ invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva da un documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vice-comes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendende da Cilento (42). Nel ecc….”. Ebner, a p. 98, nella nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui una probabile sua giurisdizione malfitana.”. Ebner, a p. 16, postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Dunque, se “Manso” appare nel documento del III, ottobre 1083 pubblicato dal Ventimiglia, al seguito di Roberto il Guiscardo, come “vicecomes”, è probabile che si tratti dello stesso personaggio citato dall’Ughelli (….) e dal Laudisio (….). Sulla figura di Manso o Mansone, conte di Roccagloriosa (“Signore del luogo”) e di Padula, ha scritto pure Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”. Il Barra, a p. 63, parlando del monte “Cellarano” o del toponimo “Kellerana” (Monte Bulgheria), sulla scorta dell’Antonini, in proposito scriveva che: “Non a caso, del resto, proprio in quest’area di Centola che guarda verso il Mingardo sussistono ancora oggi numerosi toponimi di chiara impronta basiliana: S. Basile, S. Sergio, S. Elia, S. Agata, S. Andrea, oltre che Macchia della Chiesa, storico possedimento fondiario dell’abbazia di S. M. degli Angeli di Centola. Sul lato opposto del Mingardo…….Ma sembra pure che i centri basiliani più importanti della zona fossero quelli, più a nord, di Roccagloriosa, e di Rofrano, il quale ultimo giunse a contare ben undici dipendenze (8).”. Il Barra (….), a p. 63, nella nota (8) postillava che: “(8) Scrive a questo proposito l’Antonini “Sul declinar di questa montagna chiamata di Bulgheria a tramontana trovasi Roccagloriosa; paese grande, ed in bellisimo sito allogato (…..). Nel 1130 Manso Leone Signor de luogo con suo testamento dotò la chiesa (di S. Mercurio) di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina, e volle che fosse femminile, riservandosi alla famiglia il diritto di nomina della badessa dopo la morte d’Alruda sua sorella, che egli nominò per prima; ratifica del conte Guidone suo nipote.”. Dunque, il Barra, sulla scorta dell’Antonini scriveva che il feudatario di Roccagloriosa era “Manso Leone Signor de luogo”, ovvero scriveva che Manso e Leone erano la stessa persona a differenza del Romaniello che distingueva la figura del padre Leone, parente di Roberto il Guiscardo con quella del figlio Manso o Mansone, fratello (?) o padre (?) di Altrude, diventata badessa del rinato Monastero femminile benedettino di S. Mercurio. Infatti, sempre il Barra, a p. 37 proseguendo il suo racconto sulla donazione del 1119, in proposito scriveva pure che: “Alderuna può probabilmente identificarsi con quella Alruda che fu la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa, fondato nel 1130 da suo fratello “Manso Leone, Signor del luogo”, che con suo testamento lo dotò “di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina”, riservandosene il diritto di nomina delle badesse (G. Antonini, La Lucania, cit., pp. 385-86).”. Anche in questa sua postilla, il Barra lo chiamava “Manso Leone signor de luogo”, ribadendo che il Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa fosse stato fondato dal fratello della badessa Altruda, “Manso Leone signor de luogo”.
Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni ecc..’, a p. 435 parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, scriveva che: “Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28) si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, Ebner scrive che secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda”, ma ella era la sua figlia.
Nel 1119, la chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis”
Da Wikipidia leggiamo che in epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi. Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi. In zona, visibili ancora oggi, ci sono altre due chiese a pianta triconca: l’antica cattedrale di Policastro Bussentino e la chiesa di San Nicola de Donnis a Padula. I Normanni amministrarono il territorio fino al 1189. Tutte notizie molto interessanti ma non suffragate da notizie documentate. Secondo quanto ci fa notare il barone Giuseppe Antonini, molto probabilmente nel 1113, la chiesa ebbe dei danni in seguito di un saccheggio operato dai Saraceni, forse di Licosa. In seguito a questo fatto, la chiesa, nel 1119 ricevette un donazione per il ripristino edilizio delle mura, che vennero riparate e la chiesa fu dotata degli oggetti liturgici rubati dai Saraceni. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 209, nel suo vol. IV, della sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo capitolo “8. Le prime chiese”, in proposito scriveva che: “Pur non conoscendo l’anno, sappiamo che nella città della Molpa vi erano tre chiese dedicate a S. Giuliano, S. Giovanni Battista e S. Andrea. (AFL). Delle tre sopravvivono vistosi ruderi della chiesa di San Giuliano, che era la principale e che poi fu sede della parrocchia (AFL). Delle altre due sopravvivono solo i nomi (AFL). Disfarsi della zavorra del passato, ecc….E così i superstiti della Molpa per non dimenticare lo splendore del passato anche della vita cristiana, costruiono a piè del massiccio, su cui sorgeva la molpa, in ricordo di una delle chiese, S. Andrea Apostolo, alla foce del Lambro una cappella, i cui ruderi ancora sono visibili. Come si apprende dall’AFL fu costruita dopo il 1464 da pescatori e mercanti. Essa fu visitata dal Vicario Generale Riccio Pepoli il 20 febbraio 1731 restaurata con l’obolo dei fedeli..”. Sempre il Cammarano, a pp. 211-212, scriveva “11) La parrocchia di San Giuliano. I ruderi di questa chiesa e qualche notizia di storia renderanno certamente piacevole il soffermarsi a parlare di quella che fu sede dell’ex parrocchia della Molpa. Mi sono recato varie volte alla sommità del massiccio, e per fortuna sempre in giornate di sole splendente, di mare calmo e di freschi venti ristoratori e non nascondo che mi sarei fermato a pernottarvi se vi fosse stato un ricovero, tanta è la bellezza del posto. A questa altezzza rievocare il suono della campana ecc..”. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Della chiesa di S. Giuliano avanzano oggi solo pochi ruderi, dai quali sembra dedursi che fosse a pianta quadrata con abside tricora. Una chiesa con lo stesso titolo nei pressi di Caprioli è ricordata nel catasto onciario del 1754.”. La chiesa di San Juliano alla Molpa di Palinuro è di particolare interesse storico in quanto di essa l’Antonini ci informa di un documento risalente all’anno 1119. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a pp. 213-214, nel suo vol. IV, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, riferendosi ai ruderi superstiti della chiesetta di S. Giuliano da lui visitati, in proposito scriveva che: “Difatti i muri perimetrali della chiesa, per tutto il loro svolgersi si sono conservati fino all’altezza di 2 metri. Nonostante i i secoli i muri larghi cm. 70, fatti di pietra calcarea e levigati dal vento e dalla salsedine del mare, sono ben solidi. E’ di forma rettangolare con la lunghezza di m. 23.40 e la larghezza di m. 15. Nella parte ovest, che guarda quindi verso il promontorio, che considero la parte anteriore, si aggancia un prolungamento di 2 muri dalla lunghezza di 7 metri e della larghezza di 1.40 restando tra i due muri uno spazio di m. 2.80. Sommando le misure dei muri e lo spazio si arriva a m. 5.40. Come si vede, rispetto al muro del vano chiesa, che è di m. 15.30 compresi i muri perimetrali, si restringe a m. 5.40 con in meno m. 9.90 rispetto al vano chiesa. Quando fu costruita la chiesa resta uno di quei misteri, di cui è ricca la città. Comunque innanzi a questo rudere imponente…..


Doveva essere molto antica questa chiesa parrocchiale posta sul lato est della Molpa, se Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a p. 569, parlando di Centola, scriveva che: “Chiesa di S. Giuliano, chiesa sulla Molpa, oggi con ruderi evidenti a est della cima; nel 1119 riceve la donazione di un podere dentro le mura della Molpa per le riparazioni necessarie alle mura e per la ricostruzione della dote liturgica a seguito della spoliazione operata dai saraceni nel 1113 circa; fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio; per questo sorse controversia tra il vescovo di Pisciotta e l’abate di Centola (Cammarano 133, II, 190 e IV, 198-205-209-211-214).”. Dunque, il Di Mauro (….), ci parla di antichi documenti in cui si parla di donazioni alla chiesa di S. Guiliano, chiesa sulla Molpa di Palinuro. Il Di Mauro (….) scrive che la chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio e per questa ingerenza, scrive il Di Mauro che il Cammarano, sorse una controversia tra il Vescovo di Pisciotta e l’Abate di Centola. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a pp. 574-575 parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421)”. Infatti, il Cammarano (….), a p. 189 del vol. II , in proposito scriveva che: “7. Quarta lite. Si svolse tra il Vescovo Luigi Pappacoda e l’Abate Cesare De Bologna e il reggente della Badia per la sopravvenuta morte dell’Abate Cesare De Bologna. E’ stata possibile ricostruirla dall’esposto alla S. Congregazione, che l’Abate Filicaia (1642) fece a difesa dei privilegi, ecc…”. Il Cammarano a pp. 189-190, del vol. II, in proposito scriveva che: “Le relazioni diventarono tese per una decisione presa da Mons. Pappacoda (248) il quale dispose “che tutto il beneficio dell’ex chiesa parrocchiale S. Giuliano (249) della città della Molpa, venisse trasferito all’arcipretura di Pisciotta, avvalendosi, si disse, che Pisciotta costituì un casale della Molpa e che il feudo della Molpa era posseduto dalla famiglia Pappacoda col titolo di Marchese di Pisciotta e principe di Centola” (AFL)”. Il Cammarano, a p. 190, nella sua nota (249) postillava che: “(249) S. Giuliano: di questa chiesa parrocchiale sopravvivono vistosi ruderi. C’è ancora il perimetro fino all’altezza di due metri. E’ sita nella parte orientale della Molpa e quindi verso il fiume Mingardo.”. Infatti, riguardo il passaggio della parrocchia della chiesa di S. Giuliano a Pisciotta sappiamo che la richiesta del de Leyna non ebbe esito e nel 1578 il feudo di Molpa e Palinuro, con la terra di Pisciotta, fu venduto per 30.000 ducati a don Camillo Pignatelli, viceré di Sicilia. Nel 1583 la proprietà fu venduta dai Pignatelli ad Ettore Maderno di Monteleone, che a sua volta nel 1602 la vendette ad Aurelia della Marra, moglie di Cesare Pappacoda. La famiglia dei Pappacoda terrà il feudo di Pisciotta, Molpa e Palinuro, divenuto frattanto marchesato, fino al 1806. Riguardo il passaggio della parrocchia e della chiesa di S. Guiliano a Pisciotta, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella nota (52) postillava pure che: “(52)…..Dalla platea della Molpa del 1666 risulta che il feudatario versava dieci ducati annui al beneficiario di San Giuliano per le terre da questi a lui censuate.”. La Platea della Molpa del 1666, è stata pubblicata dall’amico Massimino Iannone (….), nel suo “Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX”, pubblicato nel 2016. Francesco Barra, a p. 37, dopo aver parlato del casale di S. Serio alla Molpa e della “La distruzione del 1464 ricordata dall’Antonini, viene sostanzialmente confermata, anche se non si ha certezza precisa dell’anno (52).”.
Nel 1119, Aldruda o Alderuna, badessa del Monastero di Monache di S. Mercurio a Roccagloriosa
Mansone, figlio di Leone e conte di Roccagloriosa e di Padula continuò a dominare sulle nostre terre, era sposato ad una donna chiamata Gaitellina ed aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed una sorella chiamata Altrude (per il Laudisio era sua figlia). La sorella di Mansone, Altrude, aveva due nipoti: Guidone e Alessandro che il 7 aprile 1133, ratificarono e confermarono il privilegio del 1130. Nel 1133, dominavano sulle nostre terre i due nipoti di Altrude (figlia di Mansone che nel 1130 era conte di Roccagloriosa e di Padula). Dobbiamo indagare sugli eredi del Conte Mansone, ovvero sui due nipoti di Altrude: Alessandro e suo figlio Guido o Guidone. Dobbiamo indagare sui due nipoti di Altrude: Alessandro nipote di Altrude e suo figlio Guido o Guidone (eredi del conte Mansone). Su questa donna vi sono poche notizie. Mons Nicola Maria Laudisio (9), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro” (si veda versione a cura del Visconti), a p. 74 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Infatti, Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Roccagloriosa, a p. 416, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (9), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. Mons. Laudisio, nel 1831 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che “Arnaldo”, secondo il Laudisio, secondo Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro “nominato vescovo di Policastro nel 1110″, autorizzò “Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”.Dunque, il Laudisio (….), ci dà un interessante notizia su Manso o Mansone. In primo luogo, il Laudisio dice che “Altruda” era figlia di Manso o Mansone. Inoltre, il Laudisio scriveva che sua figlia Altruda aveva era entrata nel monastero claustrale di monache di S. Mercurio a Roccagloriosa. Inoltre, il Laudisio riporta la notizia che il vice-conte o visconte Manso o Mansone fu autorizzato dal vescovo di Policastro Arnaldo ad unire i due monasteri esistenti a Roccagloriosa in un unico monastero, ovvero egli creò il nuovo monastero claustrale di monache detto di S. Mercurio. Il barone Giuseppe Antonini (….), la chiama “Aldruda”, mentre il Laudisio la chima “Altruda”. Approfondiamo la questione. Il barone Giuseppe Antonini (….) che, nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando di Roccagloriosa, a p. 385 (Discorso VIII), sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601 parlando del Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: “Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte d’Aldruda sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. Dunque, in questo primo passaggio a p. 385, l’Antonini scriveva che, nel 1130, “Aldruda” (così la chiamava), sorella del conte “Manso Leone Signor de luogo” (che fu nominata per prima badessa del Monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa, secondo le sue volontà testamentarie del fratello conte Manso o Mansone. L’Antonini, però, diversamente dal Laudisio scriveva che “Aldruda” era sorella di Manso e non la figlia come scrive il Laudisio. Sempre l’Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva di “Alderuna”. L’Antonini, a p. 372, ci parla di Alderuna e della donazione che ella fece nel 1119, come vedremo innanzi. L’Antonini, a p. 373 parla di un sacerdote “Presbitero Euphemio” e poi aggiunge “da Alderuna (I)”. Il barone Antonini (….), a p. 373, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Puotesi credere, che questa Alderuna fosse Longobarda, dal leggersi nel principio della donazione: “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, sapendosi che i Longobardi destinavano un Uomo col nome di Mundualdo per aver cura di non far ingannar le donne: Costume passato a noi, e fino a’ tempi di nostri Avi durato, siccome cogli esempj abbiamo provato altrove.”. “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, ovvero, Mundualdo, uomo longobardo si fermò di fronte ad Alderuna, donna longobarda che condeva al sacerdote Eufemio. Secondo l’Antonini questo uomo longobardo chiamato “Mondualdo” era un uomo che secondo l’antica usanza longobarda doveva “aver cura di non far ingannar le donne”. L’Antonini a p. 373, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Quando questa parola ‘Nuper’ non voglia essere presa in troppo stretto senso, può significare: “Da pochi anni in quà”, e tal volta arrivare a dieci ed a venti. Può pastarci per i tempi bassi un luogo di S. Gregorio nel lib. 3 dè Dialoghi c. 26 ove ragionando di un solitario chiamato Mena, così scrive: “Nuper quidam venerabilis vir Menas nomine, solitariam vitam ducebat, qui nostrorum multis cognitus, ante hoc ferè post decennium defunctus”. Per gli antichi senza dubbio sarà sufficiente ‘Cicerone’ nel I. de Orat. Ivi di fresca cosa parlando dice: “In quibus eratis, qui nuper Romae fuit, Menedemus holpes meus.”.”. Riguardo la figura di “Alderuna”, che, nel 1119, donò un podere, recentemente, nel 2017, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 63, parlando del monte “Cellarano” o del toponimo “Kellerana” (Monte Bulgheria), in proposito scriveva che: “Non a caso, del resto, proprio in quest’area di Centola che guarda verso il Mingardo sussistono ancora oggi numerosi toponimi di chiara impronta basiliana: S. Basile, S. Sergio, S. Elia, S. Agata, S. Andrea, oltre che Macchia della Chiesa, storico possedimento fondiario dell’abbazia di S. M. degli Angeli di Centola. Sul lato opposto del Mingardo…….Ma sembra pure che i centri basiliani più importanti della zona fossero quelli, più a nord, di Roccagloriosa, e di Rofrano, il quale ultimo giunse a contare ben undici dipendenze (8).”. Il Barra (….), a p. 63, nella nota (8) postillava che: “(8) Scrive a questo proposito l’Antonini “Sul declinar di questa montagna chiamata di Bulgheria a tramontana trovasi Roccagloriosa; paese grande, ed in bellisimo sito allogato (…..). Nel 1130 Manso Leone Signor de luogo con suo testamento dotò la chiesa (di S. Mercurio) di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina, e volle che fosse femminile, riservandosi alla famiglia il diritto di nomina della badessa dopo la morte d’Alruda sua sorella, che egli nominò per prima; ratifica del conte Guidone suo nipote.”. Dunque, in questo passaggio, il Barra ricorda la donazione di Manso al monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa e della sua sorella “Alruda” che dovette essere la prima badessa di questo antico Monastero di monache clarisse. Dunque, secondo il Barra, “Alruda”, la prima badessa del monastero di monache di Roccagloriosa era la sorella del conte Normanno Leone Manso. Francesco Barra, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) ‘La Lucania’, cit., p. 330. Attendibile ci pare pure l’atto di donazione del 1119 di un podere da parte della longobarda Alderuna al presbitero Eufemio della chiesa di “S. Juliano ad moenia Molpis”, “ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismaterium, et vestamentos que nuper disrobaverunt Agareni in depradatione praecalendatae Molpis”. Il documento proveniente dall’archivio di S. M. degli Angeli di Centola, ecc…”. Il Barra, a p. 37 proseguendo il suo racconto sulla donazione del 1119, in proposito scriveva pure che: “Alderuna può probabilmente identificarsi con quella Alruda che fu la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa, fondato nel 1130 da suo fratello “Manso Leone, Signor del luogo”, che con suo testamento lo dotò “di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina”, riservandosene il diritto di nomina delle badesse (G. Antonini, La Lucania, cit., pp. 385-86).”. Dunque, interessantissimo il passaggio del Barra che ci ricorda il personaggio di Alderuna. Dunque, Francesco Barra, riferendosi alla donazione del conte Manso al monastero di Roccagloriosa scriveva che “Alderuna” era longobarda, sorella del conte Leone Manso e, prima badessa del Monastero di monache clarisse di S. Mercurio a Roccagloriosa, fondato nel 1130 dal fratello Leone Manso. Secondo il Barra, “Alderuna”, era la stessa che nel 1119 donò un podere alla chiesa di S. Juliano a Molpa e che nel 1130 diventerà, per volere del fratello, la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni ecc..’, a p. 435 parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, scriveva che: “Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28) si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, Ebner scrive che secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda”, ma ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Dunque, Guido e Alessandro secondo questi documenti erano cugini della badessa di S. Merurio Altrude. Dunque, Ebner scriveva che: “alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, etc…”.
Nel 1119, la donazione di Alderuna, sorella del conte Manso Leone alla chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis”
Il barone Giuseppe Antonini che, nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando della Molpa ci parla pure della donazione del 1119. Infatti, l’Antonini, a p. 372, in proposito scriveva che: “Mancandoci le notizie dè susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, chtabbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII. Allora cogli altri marittimi luoghi della Lucania fu dà Saraceni saccheggiata; sebbene altra distinzione non se ne sappia, che quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, “ad moenia Molpis, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’. Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore. La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”.

Dunque la notizia della donazione del 1119, viene dall’Antonini che vedeva un antico documento datato all’anno 1119 mostratogli dall’Abate Commendatario dell’Abbazia di S. Maria di Centola, Girolamo Gascone, che nel 1745, anno della prima edizione della “La Lucania” dell’Antonini aveva conservato nei ricchi archivi dell’antichissima abbazia benedettina. L’Antonini scrive che Gascone gli “imprestasse” l’antico atto di donazione che egli dice essere datato 1119. L’Antonini scriveva che l’antico documento “Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore.”. Dunque, l’antico documento d’epoca Normanna, fu mostrato all’Antonini dall’Abate Gascone, abate dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola, che come si è letto precedentemente possedeva una ricca biblioteca, ricca di testi manoscritti e di documenti e pergamene antichissime come il cosiddetto “Censuale”. Devo però precisare che l’Antonini, nelle precedenti pagine, ci parla di un ‘‘Chronicon’ medievale che egli chiama “Cronica” del Monaco di S. Mercurio e che attribuisce al secolo XII. Si tratta del chronicon del Monaco di S. Mercurio, di cui il Cammarano scriveva a più riprese che nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola (AFL) se ne conservano le copie degli abbati successivi al monaco Mercurio, ovvero Venceslao I, come lo chiama il Cammarano. Il Cammarano, citando la chiesa di S. Giuliano, di oggi vi sono visibili ancora solo i ruderi, si riferiva al ‘Chronicon del Monaco di S. Mercurio’, di cui ho parlato anche in un altro mio saggio. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 44, nel suo vol. II, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” (Chronicon) di Mercurio 1°, e a proposito della Chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Ecc… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che…….E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. Ecc…”. Dunque, vediamo cosa scriveva in proposito l’Antonini. L’Antonini scriveva che alcune notizie storiche sulla Molpa si possono ricavare dalla “quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, ecc..”. Dunque, l’Antonini la chiama chiesa di San Juliano. L’Antonini scrive di aver visto un’antichissima pergamena che lui dice essere una donazione fatta nell’anno 1119 alla chiesa di S. Giuliano alla Molpa. Riguardol’antica donazione, l’Antonini aggiungeva pure che: “La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”. Antonini, in questo passo ci parla della prima notizia ovvero che la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni presumibilmente, secondo i suoi alcoli nel 1113. Antonini scriveva nell’antichissima pergamena della “donazione” alla chiesa di S. Giuliano della Molpa, “scritta per metà con greci caratteri”, si riportava o meglio egli leggeva il seguente testo: “ad moenia Molpis’, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’.“, il cui significato dovrebbe corrispondere al seguente testo: “presso le mura di Molpis, e per te il sacerdote Eufemio, già dei Remodii, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, per il mantenimento di torri, calici, polli, crismari e vasi, che gli Agareni avevano recentemente scavato dalle depredazioni di Molpis.”. Il testo in latino cita un presbiterio (un sacerdote) chiamato Eufemio “già dei Remodii”. Egli a Molpa aveva un podere, un piccolo limitato pezzettino di terreno dove i Saraceni scavarono gli oggetti sacri che saccheggiarono presumibilmente nel 1113 e in seguito, nel 1119, avvenne la donazione per ricostituire gli oggetti sacri derubati dai Saraceni. L’Antonini, a p. 373 parla di un sacerdote “Presbitero Euphemio” e poi aggiunge “da Alderuna (I)”. Il barone Antonini (….), a p. 373, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Puotesi credere, che questa Alderuna fosse Longobarda, dal leggersi nel principio della donazione: “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, sapendosi che i Longobardi destinavano un Uomo col nome di Mundualdo per aver cura di non far ingannar le donne: Costume passato a noi, e fino a’ tempi di nostri Avi durato, siccome cogli esempj abbiamo provato altrove.”. “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, ovvero, Mundualdo, uomo longobardo si fermò di fronte ad Alderuna, donna longobarda che condeva al sacerdote Eufemio. Secondo l’Antonini questo uomo longobardo chiamato “Mondualdo” era un uomo che secondo l’antica usanza longobarda doveva “aver cura di non far ingannar le donne”. L’Antonini a p. 373, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Quando questa parola ‘Nuper’ non voglia essere presa in troppo stretto senso, può significare: “Da pochi anni in quà”, e tal volta arrivare a dieci ed a venti. Può pastarci per i tempi bassi un luogo di S. Gregorio nel lib. 3 dè Dialoghi c. 26 ove ragionando di un solitario chiamato Mena, così scrive: “Nuper quidam venerabilis vir Menas nomine, solitariam vitam ducebat, qui nostrorum multis cognitus, ante hoc ferè post decennium defunctus”. Per gli antichi senza dubbio sarà sufficiente ‘Cicerone’ nel I. de Orat. Ivi di fresca cosa parlando dice: “In quibus eratis, qui nuper Romae fuit, Menedemus holpes meus.”.”. La notizia riferita dal Di Mauro (….), della donazione del 1119 è interessante ed è tratta dal Cammarano ma sia il Di Mauro che il Cammarano non forniscono riferimenti bibliografici dell’antico documento che risale al 1119, epoca della dominazione Normanna di Ruggero Borsa, ne si danno riferimenti per l’altra notizia dell’incursione e del saccheggio dei Saraceni nel 1113. Riguardo la figura di “Alderuna”, che ricevette la donazione del 1119, recentemente, nel 2017, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 63, parlando del monte “Cellarano” o del toponimo “Kellerana” (Monte Bulgheria), in proposito scriveva che: “Non a caso, del resto, proprio in quest’area di Centola che guarda verso il Mingardo sussistono ancora oggi numerosi toponimi di chiara impronta basiliana: S. Basile, S. Sergio, S. Elia, S. Agata, S. Andrea, oltre che Macchia della Chiesa, storico possedimento fondiario dell’abbazia di S. M. degli Angeli di Centola. Sul lato oposto del Mingardo…….Ma sembra pure che i centri basiliani più importanti della zona fossero quelli, più a nord, di Roccagloriosa, e di Rofrano, il quale ultimo giunse a contare ben undici dipendenze (8).”. Il Barra (….), a p. 63, nella nota (8) postillava che: “(8) Scrive a questo proposito l’Antonini “Sul declinar di questa montagna chiamata di Bulgheria a tramontana trovasi Roccagloriosa; paese grande, ed in bellisimo sito allogato (…..). Nel 1130 Manso Leone Signor de luogo con suo testamento dotò la chiesa (di S. Mercurio) di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina, e volle che fosse femminile, riservandosi alla famiglia il diritto di nomina della badessa dopo la morte d’Alruda sua sorella, che egli nominò per prima; ratifica del conte Guidone suo nipote.”. Dunque, in questo passaggio, il Barra ricorda la donazione di Manso al monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa e della sua sorella “Alruda” che dovette essere la prima badessa di questo antico Monastero di monache clarisse. Dunque, secondo il Barra, “Alruda”, la prima badessa del monastero di monache di Roccagloriosa era la sorella del conte Normanno Leone Manso. Francesco Barra, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) ‘La Lucania’, cit., p. 330. Attendibile ci pare pure l’atto di donazione del 1119 di un podere da parte della longobarda Alderuna al presbitero Eufemio della chiesa di “S. Juliano ad moenia Molpis”, “ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismaterium, et vestamentos que nuper disrobaverunt Agareni in depradatione praecalendatae Molpis”. Il documento proveniente dall’archivio di S. M. degli Angeli di Centola, ecc…”. Il Barra, a p. 37 proseguendo il suo racconto sulla donazione del 1119, in proposito scriveva pure che: “Alderuna può probabilmente identificarsi con quella Alruda che fu la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa, fondato nel 1130 da suo fratello “Manso Leone, Signor del luogo”, che con suo testamento lo dotò “di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina”, riservandosene il diritto di nomina delle badesse (G. Antonini, La Lucania, cit., pp. 385-86).”. Dunque, interessantissimo il passaggio del Barra che ci ricorda il personaggio di Alderuna. Dunque, Francesco Barra, riferendosi alla donazione del conte Manso al monastero di Roccagloriosa scriveva che “Alderuna” era longobarda, sorella del conte Leone Manso e, prima badessa del Monastero di monache clarisse di S. Mercurio a Roccagloriosa, fondato nel 1130 dal fratello Leone Manso. Secondo il Barra, “Alderuna”, era la stessa che nel 1119 donò un podere alla chiesa di S. Juliano a Molpa e che nel 1130 diventerà, per volere del fratello, la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa.
Nel 3 maggio 1130, il testamento di Mansone, figlio di Leone e conte di Roccagloriosa e di Padula
Sappiamo di un altro documento d’epoca Normanna che riguarda le nostre terre. Uno dei quattro documenti Normanni che conosciamo e che riguardano le nostre zone, è l’Istrumento o Testamento con il quale, il figlio del conte Normanno Leone, il conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda, ecc.. Il documento d’epoca Normanna, datato 3 maggio 1130, riguarda il conte di Roccagloriosa Manso o Mausone o Manzo, figlio del conte Normanno Leone, che nel 1130, prima di morire, fece una donazione al Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa. Il Laudisio (9), nella sua ‘Synopsi’, scritta nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (11), a proposito del vescovo Arnaldo, così si esprimeva: “Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Ebner (7), sulla scorta del Ronsini (10), riferiva che in occasione di una delle tante Cause (‘liti’) vertenti tra la Diocesi di Policastro e i diversi feudatari del posto che si erano appropriati dei beni e possedimenti donati dai signori del posto Normanni, ad alcuni monasteri, parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano. L’Ebner, ritenendo falso l’antico documento d’epoca Normanna, alla sua nota (29), scriveva: “negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura)”, dice che il Vescovo di Policastro, ……………. “esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29).”. L’Ebner (7), a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni ecc..’, sulla scorta del Ronsini (10), scrive: “Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (…).”. Secondo il Ronsini (10), il nome di ‘Arnaldo’, “il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (…)”. Secondo l’Ebner (7), sulla scorta del Ronsini (10), apprendiamo del vescovo ‘Arnaldo’, contenuto ed appariva nell’anatema dell’Istrumento’ “istrumento”, o “testamento” (come lo chiamava l’Antonini), che in seguito, il 7 aprile 1133, fu ratificato dai Signori del luogo, i Normanni Conte Guido e Alessandro, nipoti di Altruda, figlia del defunto Conte Manso figlio di Leone parente di Roberto il Guiscardo. Sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601, l’Antonini (5), parlando di di Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: “….che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) ecc..ecc..”. Padre Agatangelo Romaniello (16), parlando della sua Roccagloriosa in un suo pregevole scritto, scriveva in proposito: “Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda. Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”. L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”.

Dal punto di vista strettamente bibliografico, l’antico documento d’epoca Normanna, datato l’anno 1130, apprendiamo dall’Antonini (5) che fu citato dal Santorio (13). L’Antonini (5), sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601, parlando di un monastero di Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: “Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte di Altrude sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. L’Antonini nella sua nota (1), dice che il Santorio (13), scriveva: “Ad Sancti Mercurii coenobium confugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”, e riguardo al testamento del conte Manso, nella sua nota (2), scrive: “Con titolo di ‘testamento’ soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. “Ambrosio Morales nelle note al Diploma del Re Veremndo: sicuri ce ne fa ) oltre tanti altri) colle seguenti parole: Solemne bis temperibus, e multis postea sequentibus…”, ovvero che all’epoca, per “testamento” si intendeva una donazione. L’Antonini (5), parlando dell’antico documento, scriveva in proposito: “la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. ecc… (1).” e, nelle sua nota (1), postillava che traeva la notizia dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Paolo Emilio Santorio Casertano (13), che, nel 1601, nella sua ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’, parlando dei Monasteri Basiliani, accennava ai luoghi frequentati da S. Nilo da Rossano, ha citato l’antica donazione Normanna ancora prima che ne parlasse l’Ughelli (11). Il Santorio (13), citava l’antico privilegio concesso al Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa dal conte Leone Manso o Mausone o Mansone, signore del luogo e poi ratificato da suo nipote il conte Guidone. In seguito, nel 1659, la notizia fu ripresa nell”Italia Sacra’ dall’Ughelli (11) e poi in seguito ripreso dall’Antonini (5) e dal Laudisio (9). Il Santorio (13), in ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, nel 1601, scriveva in proposito: “distribuis in inopum necessitates fortunis, ad Sancti Mercurij coenobium confugit, fed urgentibus provinciae praesidis minacibus nuntijs, ne monachorum albo adscriberetur, illico recurrit ad monasterium Sancti Nazarij, ibique deposito cingulo, Christo militare incoepit, vigilatissimus & cibi, femper in procinctu, semper in castris, religionis, pietatis, charitatis, ac demissionis armis tectus cum hoste humani generis dimicare, non mislilibus, eminussue, fed cominus, pede collato, & mucrone fidei terribilis lacessere vel quiescentem, tunditur ab hoste, verbetatur, affligitur, vel illato terrore minatum, nec animo ipse strato succumbit, pedibus nudis, capite intecto, ferox, magnaq; alacritate martem poscens, fruiturque consuetudine multorum Sanctorum Monachorum, & non procul monasterio Sancto Mercurij, cellam in rupe praecelta delegit , dicataque Michaeli Archangelo ara, vitan longe asperrimam, ac laboriosissimam duxit celestium contemplatione conditam: ….”.
Il Gaetani ed il manoscritto del Mannelli
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli – in questo primo suo studio (…), egli fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Come vedremo, il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal sig. Scipione Volpicella (…) e, di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio – in questo suo saggio, fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche. La ricca documentazione bibliografica e le interessanti citazioni e notizie storiche trattate, sono state rivedute e citate nei miei saggi ivi pubblicati, come ad esempio “Nel 1079, il Portum (Sapri?), nella Bolla di Alfano I”, o nel saggio “Sapri negli anni 592 e 649 (VI e VII secolo)”. Traducendo il testo del manoscritto del Mannelli (…), le cui pagine inedite, ho pubblicato ivi, in un altro mio saggio, in originale, il Gaetani (…), da p. 17, inizia a parlare della bolla di Alfano I, citando l’Antonini (…), dove parlava della rinata Diocesi Paleocastrense. Il Mannelli (…), a p. 17, secondo il Gaetani, scriveva che: “Basta leggere la lettera di Alfano, anzi la sola intitolazione, ecc…”.

(Fig….) Gaetani (…),
Le origini della Diocesi di Bussento (Buxentum) per il sacerdote Rocco Gaetani
Il Gaetani (…), in un suo breve ma prezioso saggio, spiegava che: “Il Bussento, antichissima città della Lucania celebre nei fasti cristiani, vanta due periodi di Episcopato, il primo di cui teniamo discorso, ch’è sconosciuto nella sua origine e fine, ed il secondo che vive vita novella ed incominciò con S. Pietro Salernitano.” . Il Gaetani, in sostanza, ci dice che in origine, l’Episcopato Bussentino, si può delineare in due momenti storici separati: il primo, di cui si conosce poco, in cui la sede Episcopale Bussentina, veniva restaurata da papa Gregorio VII, ed il secondo periodo, in cui l’episcopato risorge con la bolla di Alfano I (XI secolo) e la nomina di Pietro Pappacarbone o S. Pietro da Salerno, a cavallo della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno. In questo saggio, mi occuperò del primo periodo, ovvero quello dell’antica ‘Buxentum‘, o ‘Bussento’. Il Gaetani (…), aveva pubblicato altri suoi studi teologici. E’ stato Bibliotecario dell’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino al tempo del Vescovo Cione. In seguito pubblicherà altri scritti sulla storia di Torraca e di di Sapri: “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca” (…), nel 1906 e poi nel 1914, il saggio su “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” (…), ambedue ristampati a cura della nipote Rossella Gaetani. Sempre a caccia di nuovi ed interessanti documenti, recentemente il mio Archivio ha acquisito un libretto ormai introvabile che pubblico. Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso. Si tratta del secondo saggio che il sacerdote Rocco Gaetani pubblicò nel lontano 1882: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani (…). Il saggio risultava in dotazione alla Biblioteca del Centro culturale dell’Università di Torre Orsaja. Lo cercavo ma pare che sia andato perso. Questo che pubblico è il risultato di una lunga ricerca e di un recente acquisto.

Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso. Il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli – in questo primo suo studio (…), fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Il Gaetani, aveva pubblicato altri suoi studi teologici. E’ stato Bibliotecario dell’Archicio Diocesano di Policastro Bussentino al tempo del Vescovo Cione. In seguito pubblicherà altri scritti sulla storia di Torraca e quindi di Sapri: “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca” (…), nel 1906 e poi nel 1914, il saggio su “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” (…), ambedue ristampati a cura della nipote Rossella Gaetani. Buona lettura. Il Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito:

Traducendo il testo del manoscritto del Mannelli (…), le cui pagine inedite, ho pubblicato ivi, in un altro mio saggio, in originale, il Gaetani (…), da p. 17, inizia a parlare della bolla di Alfano I, citando l’Antonini (…), dove parlava della rinata Diocesi Paleocastrense. Il Mannelli (…), a p. 17, secondo il Gaetani, scriveva che: “Basta leggere la lettera di Alfano, anzi la sola intitolazione, ecc…” (si veda fig….).












(Figg….) Rocco Gaetani (9), ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.
I vescovi della Diocesi di Policastro, successori di Pietro Pappacarbone
Sui vescovi (che successero a Pietro da Salerno), che hanno retto la Diocesi di Policastro Bussentino e l’Episcopato Bussentino – nel frattempo diventata ‘Dioceseos Paleocastrenses’, che nell’anno 1079, in cui fu consacrato il primo vescovo Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, dopo la sua definitiva rinunzia, Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni”.
Nel 1167, all’epoca di re Guglielmo II, il vescovo “Giovanni III” venne eretto il Campanile del Duomo di Policastro
Nel 1167, Giovanni III, 3° vescovo della restaurata Diocesi di Policastro (?)
Questo Vescovo è ricordato in una epigrafe scolpita in una lapide marmorea murata alla base della torre campanaria della Cattedrale di Policastro. La lapide ricorda la costruzione del campanile nell’anno 1167. Di questo vescovo si ha per certo solo questa epigrafe che tuttavia resta una testimonianza del passato di non poco conto. L’epigrafe non passò inosservata agli eruditi del passato. La notizia proviene dall’Antonini. Nel 1745, nella sua prima edizione, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 417 parlando di Policastro e della sua Cattedrale in proposito scriveva che: “La Cattedrale, che non è di rozza architettura, è bastantemente grande, e di presente molto bene ornata, ed ufficiata per sei mesi da dodici Canonici. Nel secondo ordine della sua torre, o sia campanile colla sottoposta Iscrizione di carattere Gotico ci mostra l’autore, e ‘l tempo di sua edificazione. TEMPORE MAGNIFICI W. SDI. REGIS IOANNES .III. EPUS DO ET BEATAE M. HOC OPVS FECIT. MCLXXVII. ANNO INCARNATIONIS XPI M. APLI XV. IND. II.”. Nel 1831, ebbe la luce l’edizione introvabile del testo scritto da Mons. Nicola Maria Laudisio (….), Vescovo di Policastro nella sua “Sinossi della Diocei di Policastro”, a p. 95 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Termina qui la sillogia dei vescovi di Policastro che si trova nelle stanze a loro dedicate. Ma bisogna riconoscere che è rimarchevole e non completa; ed infatti sulla torre campanaria della Catedrale, nel secondo ordine (13), si legge che Giovanni terzo vescovo di Policastro, fece fare quell’opera al tempo del re normanno Guglielmo II. L’iscrizione, in caratteri gotici, è questa: NEL TEMPO DEL RE GUGLIELMO II IL MAGNIFICO GIOVANNI TERZO VESCOVO FECE FARE QUEST’OPERA IN ONORE DEL SIGNORE E DELLA BEATA VERGINE MARIA NEL 1167 DELL’INCARNAZIONE DI CRISTO IL 15 DEL MESE DI APRILE SECONDO DELLA INDIZIONE. Questo vescovo Giovanni manca tra i vescovi ricordati; il suo nome, difatti, non si trova nella silloge dei vescovi di Policastro.”.

(Fig….) Policastro Bussentino – Campanile della Cattedrale – epigrafe lapidea medievale (foto Attanasio)
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “I successori di Ruggiero furono: Guglielmo I (1154-1166) e Guglielmo II il Magnifico (1166-1189). Sotto quest’ultimo il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale (1167).“. Il Cataldo, sulla scorta del Laudisio (…), scriveva a p. 18 del suo dattiloscritto inedito: “La data di erezione è del 1167, sotto il vescovado di Giovanni, III vescovo di Policastro, e il dominio del re Normanno Guglielmo II il Magnifico, come si legge dalla lapide, ancora esistente, incassata nel parapetto sottostante alla scalea che conduce alla porta laterale della sagrestia.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (4) nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 512, in proposito scrivono che: “Il Duomo di Policastro aggiunto all’antica trichora fu consacrato nell’anno 1079 dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, e la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni.”. Dunque, i due studiosi pongono questo “Giovanni”, nel 1172, all’epoca di Guglielmo II d’Altavilla, re di Sicilia e lo pone non III Vescovo della Diocesi di Policastro ma lo pone V vescovo. In seguito alla rinuncia di Pietro Pappacarbone, la chiesa bussentina ebbe vescovi effettivi: troviamo Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto, nel 1120; Goffredo nel 1139 e Giovanni nel 1172 (….). Da Wikipidia, alla voce “cronostassi dei Vescovi di Policastro” leggiamo che al 5° posto risulta “Giovanni”, menzionato dall’anno 1166 (….). In Wikipidia leggiamo che: “Giovanni I † (1166 – 1º agosto 1172 deceduto)(10)”. In Wikipedia alla nota (10) leggiamo che: “(10) I vescovi Pietro, Ottone, Goffredo e Giovanni I sono menzionati da Kehr, Italia pontificia, VIII, p. 371.”. Dunque, Wikipidia ci dice che Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, ci parla del vescovo Giovanni, che figura dall’anno 1166.

(Fig….) Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371
Infatti, Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, in proposito scriveva che: “Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231) adnotantur Petrus et Oto Paleocastrenses episcopi et in Necrologio eiusdem ecclesiae sub die iul. 25 a. 1139 depositio Goffridi Paleocastrensis ep. et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74). Etc..”. Dunque, il Kehr citava il vescovo Giovanni e scriveva che nel testo: “Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231)” veniva annotato da C. A. Garufi (vedi fig….) che: “……et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74).”, che tradotto significa: “e il giorno di agosto 1 a. 1172 La morte di Giovanni di Polecastro ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), la cui iscrizione ne conserva la memoria sul campanile della chiesa cattedrale (ed. Laudisio p. 74).”. Dunque, il Kehr rimanda al testo di Carlo Alberto Garufi ed al suo ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI)’ :

(Fig…..) Garufi C.A., ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, pp. 230
Riguardo la citazione del Garufi si tratta di Carlo Alberto Garufi (….), ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, stà in‘Fonti per la storia d’Italia’, LVI, anno 1922, p. 231. Il Garufi ci parla del “Diptychon o Liber Vitae (dei secoli XI-XII)”, un antico codice membranaceo conservato nel Capitolo della Cattedrale di S. Matteo a Salerno. Il Garufi (….), nel suo ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI)’, a p. 100, in proposito scriveva che: “Luglio 23. X K. A……..A.D.I….MC. nonagesimo .II. .ob. Manso Depositio Iohannis cler. indizione XIIa. magistri (d) et presbiteri”. A p. 104, invece leggiamo: “Agosto I. K. A. Depositio//Malfride Fasanelle a.D. MCIII – Anni D. MCXXXIIII. Indictione .XII. depositio domini Iohannis de Guarna Archidiaconus (…) Salernitanus. A. D. MCLX Floresia ob. A.D.I. MCLXIII ob. Iohannes Policastrensis episcopus.”.

(Fig….) Garufi C.A., ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, p. 104-10
Il Garufi (….), nei “Nomi non identificati”, a p. 401 riporta un “Iahannis Policastrensis episcopi. ( + 1172), 104 27.”. Si veda Fig….. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122; Giovanni di Castellomata 1221 ecc..”. Dunque, il Gams, nella serie dei Vescovi di Policastro si ferma a Guglielmo de Licio per saltare a Giovanni Castellomata. Sul vescovo Giovanni ha scritto Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, dedica un intero capitolo: “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e seguenti. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Rofrano e delle cause e liti giudiziarie vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Ecc..”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo, nella sua “serie dei Vescovi di Policastro dal XI secolo ad oggi” (pubblicata nella versione del Laudisio a cura del Visconti), scriveva che: “4. OTTONE (OTHO)?, 1120…5. GOFFREDO?, 1139; 6. GIOVANNI III?, 1166…; 7. GIOVANNI IV ?, 1172; 9. GERARDO Arciprete di Saponara – Saponara, 1211-18 ecc..”. Il Cataldo, però, nel 1973, nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 170, nella serie dei Vescovi della Diocesi, dopo Pietro Pappacarbone e Arnaldo pone “3. Giovanni …….(?)……1166”. Dunque, nell’edizione del Laudisio lo pone 6 vescovo e nel suo inedito lo pone 3 vescovo. Pietro Ebner scriveva che il Laudisio non diceva nulla del vescovo Giovanni ma abbiamo visto che ciò non è vero. Ebner, però cita la “cronostassi dei vescovi” che fece il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo, nella sua cronostassi dei vescovi di policastro pone Giovanni “Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172)”. Dunque, il Cataldo ci dice che ritroviamo il III Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro, nel 1166 e poi ancora nel 1176 lo ritroviamo ancora. Il Cataldo, da dove trae la notizia di un vescovo chiamato Giovanni sia nell’anno 1166 e nel 1176 ?. Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo “Le Diocesi d’Italia”, nel vol. XX, a pp. 369 e s. ci parla di Policastro e, sulla scorta dellUghelli (….)(nella sua nota (I), ‘Italia Sacra’, tomo VII, pp. 544-553), in proposito scriveva che: “nè, dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo. Nell’anno infatti 1211, si trova, in una lettera di papa Innocenzo III la decisione di una controversia insorta per l’elezione del vescovo, di cui non si sa il nome, tra il capitolo dei canonini che lo avevano eletto, e Federico re di Sicilia, ecc…”. Gaetano Porfirio (….), nel suo “Policastro” (stà in Vincenzo D’Avino (….), ed il suo “Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle Due Sicilie annotate etc…”, a p. 538, dopo aver detto dell’anno 1079 in cui Pietro Pappacarbone lasciò la cattedra vescovile di Policastro, in proposito scriveva che: “Da qui comincia a diradarsi quel buio che ricopre la cronaca della sede di Policastro, ed i nomi de’ vescovi che ne tennero l’indirizzo si veggono ora notati coi rispettivi stemmi nell’aula episcopale (1-2-3-4)…..I vescovi che poscia succedettero al Pappacarbone, per quanto a noi è tornato conoscerne ascendono fino al presente al numero di cinquanta: numero che noi crediamo incompiuto.” ma della serie dei vescovi di Policastro nessun accenno. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, vol. II, a p. 684 (indice) riporta: “Giovanni: vescovo di Paestum, 275, 317; G., vescovo di Paestum, 317; G., vescovo di Paestum, 283, 321; G., vescovo di Capaccio, 120, 279, 281, 326;”. Nel 2004, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel testo “Visibile latente – Il Patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro”, nel suo “L’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino”, a p. 52, in proposito scriveva che: “Altri eventi memorabili furono: l’erezione della chiesa paleocristiana ad opera dei Bizantini nel secolo VI (14), oggi visibile nella Cripta; la ricostruzione di Policastro da parte di Ruggero II, duca di Calabria e Puglia (1085-1111)(15) e la successiva elevazione della città a contea, data a Simone il Bastardo nel 1152 (16); la ricostruzione del campanile dell’attuale cattedrale romanico-normanna ad opera di Guglielmo II il Buono e del vescovo Giovanni III nel 1167 (17); i restauri e le innovazioni rinascimentali, ad opera del vescovo Filippo Giacomo (1652-1671)(18).“. Il Cataldo, a p. 52, nella sua nota (17) pstillava che: “(17) Lapide di Policastro (campanile).”. Riguardo la torre campanaria del Duomo di Policastro, nel testo “Visibile latente – Il Patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro”, nel suo “La cattedrale di Policastro”, a p. 37, nella sua nota (3) postillava che: “(3) cfr. A. Montefusco, ‘La cattedrale nella storia e nell’arte’, in Chiesa Cattedrale di Policastro, 1990, pp. 25-39”.

La chiesa cattedrale di policastro Bussentino è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il CAMPANILE romanico fu costruito nel 1167 per volere di re Guglielmo II e ampliato nel XIV secolo. Al primo periodo risalgono i primi due ordini di arcate, eretti sulle vestigia di una torre di difesa romana. Nel XIV secolo il Campanile fu completato con altri due ordini di arcate e con la cuspide terminale che in seguito fu distrutta da un fulmine. Sappiamo che nel 1167, durante il Regno di Guglielmo II il Magnifico (1166- 1189), il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale di Policastro. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “I successori di Ruggiero furono: Guglielmo I (1154-1166) e Guglielmo II il Magnifico (1166-1189). Sotto quest’ultimo il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale (1167).“. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Laudisio (…), a p. 18, in proposito scriveva che: “La data di erezione è del 1167, sotto il vescovado di Giovanni, III vescovo di Policastro, e il dominio del re Normanno Guglielmo II il Magnifico, come si legge dalla lapide, ancora esistente, incassata nel parapetto sottostante alla scalea che conduce alla porta laterale della sagrestia. Detta lapide s’interpreta così: “Nel tempo del Re Guglielmo II il Magnifico, Giovanni III (Vescovo di Policastro) fece fare quest’opera (dedicandola) a Maria nel 1167. Mons. Laudisio ne spiega la dicitura: “Tempore Magnifici W (lielmi) secundi regis Joannes III Episcopus Domino et Beatae Mariae) hoc opus fieri fecit MCLXVII anno Incarnationis Christi m(ense) aprili XV ind (ictione) II.”. Dunque, il Cataldo, sulla scorta del Laudisio scrive che l’anno di erezione del campanile della Catterale di Policastro è del 1167, anno in cui sul Regno di Sicilia dominava Guglielmo II d’Altavilla detto il Buono e re di Sicilia dal 1166.

(Fig….) Policastro Bussentino – Campanile della Cattedrale – epigrafe lapidea medievale (foto Attanasio)
Orazio Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ una nota iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.,”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (81), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. Ma la notizia non viene dal Cataldo. La notizia proviene dal Laudisio e prima ancora dall’Ughelli. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocei di Policastro”, a p. 95 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Termina qui la sillogia dei vescovi di Policastro che si trova nelle stanze a loro dedicate. Ma bisogna riconoscere che è rimarchevole e non completa; ed infatti sulla torre campanaria della Catedrale, nel secondo ordine (13), si legge che Giovanni terzo vescovo di Policastro, fece fare quell’opera al tempo del re normanno Guglielmo II. L’iscrizione, in caratteri gotici, è questa: NEL TEMPO DEL RE GUGLIELMO II IL MAGNIFICO GIOVANNI TERZO VESCOVO FECE FARE QUEST’OPERA IN ONORE DEL SIGNORE E DELLA BEATA VERGINE MARIA NEL 1167 DELL’INCARNAZIONE DI CRISTO IL 15 DEL MESE DI APRILE SECONDO DELLA INDIZIONE. Questo vescovo Giovanni manca tra i vescovi ricordati; il suo nome, difatti, non si trova nella silloge dei vescovi di Policastro.”. Il Laudisio, a p. 95, nella sua nota (13) postillava che: “(13) L’iscrizione è posta attualmente sul muro della scala di accesso alla sacrestia della Cattedrale; è mutila e mancano le parole ANNO INCARNATONIS CHRISTI M(ENSE) APRILI XV IND (ICTIONE) II (n.d.t.).”. Nel 2004, Rosanna Romano (….), nel testo “Visibile latente – Il Patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro”, a p. 37, nel suo “La cattedrale di Policastro”, a p. 37, nella sua nota (3) postillava che: “(3) cfr. A. Montefusco, ‘La cattedrale nella storia e nell’arte’, in Chiesa Cattedrale di Policastro, 1990, pp. 25-39”. Sempre la Romano (….), nello stesso testo, a p. 38 in proposito scriveva che: “Nel 1167 fu costruito il campanile utilizzando materiale di spoglio ricavato dalle pietre tombali di età romana. L’edificio si distribuisce su tre piani ed è caratterizzato da monofore e arcate cieche intrecciate di epoca normanna. Come testimoniano alcune fotografie risalenti a prima dei restauri, si rileva che il campanile conserva due ordini di lesene con archi intrecciati, che ritroviamo nel duomo di Amalfi e di Salerno e ricalcanti motivi di miniature già presenti nel ‘Liber ad honorem Augusti’ di Pietro da Eboli (4). Due le iscrizioni funerarie romane poste sui primi due ordini romanici, una dedicata a Julia, figlia dell’imperatore Augusto, l’altra a Germanico, figlio dell’imperatore Tiberio. Gli altri due ordini furono sovrapposti nel secolo XV. Conpletava il campanile una cuspide oggi mancante perchè distrutta da un fulmine. Questa vien ben rappresentata nel rilievo in facciata.”. La Romano, a p. 38, nella sua nota (4) postillava: “(4) Ibidem.”. Sempre nello stesso testo, il saggio del sacerdote Giuseppe Cataldo (….) “L’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino”, a p. 52, in proposito è scritto che: “Altri eventi memorabili furono: l’erezione della chiesa paleocristiana ad opera dei Bizantini nel secolo VI (14), oggi visibile nella Cripta; la ricostruzione di Policastro da parte di Ruggero II, duca di Calabria e Puglia (1085-1111)(15) e la successiva elevazione della città a contea, data a Simone il Bastardo nel 1152 (16); la ricostruzione del campanile dell’attuale cattedrale romanico-normanna ad opera di Guglielmo II il Buono e del vescovo Giovanni III nel 1167 (17); i restauri e le innovazioni rinascimentali, ad opera del vescovo Filippo Giacomo (1652-1671)(18).“. Il Cataldo, a p. 52, nella sua nota (17) pstillava che: “(17) Lapide di Policastro (campanile).”.
Nel 1167, il vescovo Giovanni III (?) e la l’epigrafe nella consacrazione della chiesa di S. Maria de Episcopio di Scalea, simile a quella di Policastro
Riguardo questo Vescovo, Giovanni III devo citare padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. III, che, a p. 38 parlando della “Cronostassi dei Vescovi etc…”, della Diocesi di Cassano Jonica, in proposito scriveva che: “11) GIOVANNI III (1165-1168) – E’ un altro nome nuovo, che si inserisce nella Cronostassi dei Vescovi di Cassano. Risulta da una lapide marmorea, che ricorda la consacrazione della chiesa di S. Maria de Episcopio di Scalea. Questa, che altra volta era sul muro esterno della suddetta chiesa, è ora adibita in una scala di casa moderna. E così: concepita:
TEM SEMPR MAGNIFICI W. SEDI
REGIS. JOHS. III. EPS. DO. ET BEATE
M. HOC OPVS FECIT MCLXVII.
Cioè: ‘al tempo del Magnifico Re Guglielmo (il Malo) il Vescovo Giovanni III ha consacrato in onore di Dio e della Beata Vergine Maria MCLXVII’. Quel che c’è da rilevare in questa lapide è che il Vescovo consacrante si qualifica come Giovanni III: il che vuol dire che, tra i suoi predecessori, ce ne sono stati altri due di questo nome. Ciò giustifica, i qualche modo, l’inserzione dei due Prelati di questo nome da noi fatta in precedenza. Si tratta, evidentemente, di semplice supposizione e di nient’altro.”. La notizia di padre Russo è interessante perchè ci dice che nella chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea vi era murata una epigrafe, forse scritta in caratteri gotici, molto simile alla epigrafe che oggi si trova murata su una scaletta adiacente al campanile della cattedrale di Policastro Bussentino. Francesco Russo (….), nel vol. I, a p. 291, in proposito scriveva che: “Scalea ha due chiese di origine medievale: S. Maria de Episcopio e S. Nicola de Platea. ‘S. Maria de Episcopio’ fu costruita o, quanto meno consacrata, nel 1167. E’ andata però soggetta a vari rifacimenti; per cui conserva ben poco della struttura originale. Si è tuttavia salvata l’abside con una magnifica finestra gotica, divisa in due da una colonnina, con trabeazione sormontata da decorazione multilobata, di bellissimo effetto, messa in luce dall’Arch. Gisberto Martelli nel 1950. Notevole anche il campanile, in cui lo stesso Martelli ha scoperto dei conci, con iscrizioni romane del I secolo dell’E. V. L’architettura di questa chiesa, come quella “del presumibile Episcopio con pseudo-loggia normanna”, che vi è adiacente, viene collegata alle correnti artistiche campane del secolo XII-XIII (33).”. Padre Russo, nel vol. I, a p. 291, nella nota (33) postillava: “(33) G. Martelli, Architetture Campane in Calabria, in “Atti del Congresso di Storia dell’Architettura di Caserta”, Roma 1956, pp. 296-300; Martelli, Chiese monumentali di Calabria, in “Calabria nobilissima”, X, 37-88″. La notizia del ritrovamento di alcune epigrafi latine murate sulla chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea, molto simili alle epigrafe di Policastro che annuncia la costruzione del Campanile della Cattedrale, ci vengono confermate da Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo – cenni storici”, dove, a p. 24 parlando di Ruggero I d’Altavilla, in proposito scriveva che: “Promosse una serie di costruzioni atte a migliorare l’efficienza e l’estetica del paese. Vennero completate, ampliate, abbellite le chiese di S. Maria d’Episcopio e la parte inferiore della chiesa di S. Nicola in Plateis, che prendevano grosso modo l’aspetto di oggi. Venne tra l’altro costruito il papazzo con pseudo loggiato, ancora visibile in via S. Maria, probabilmente sede di pubblici uffici. Venne istituito lo “spedale”, i cui resti sono ancora in via Ospedale. Morto Ruggero i suoi domini, compreso Scalea, andarono a suo figlio Ruggero II, che regnò da Palermo, capitale del nuovo stato formato dai ducati di Puglia, Calabria, Sicilia. Dopo la morte di Ruggero II, a cui succedettero Guglielmo I il Malo e Guglielmo II il Buono.”. Altro autore locale ci parla della chiesa di S. Maria dell’Episcopio. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a p. 70 e ssg., in proposito scriveva che: “Si può supporre, infatti che nella seconda metà del secolo X, cioè dopo la costituzione della diocesi di Cassano, nel sito urbano di Scalea, a poca distanza dal cenobio dei Siracusani, sia sorto un terzo monastero greco, che successivamente diede origine alla chiesa matrice di Santa Maria, detta un tempo “della Scala”, “dell’Ospedale” o “dell’Annunziata”, oggi chiesa parrocchiale con il titolo di Santa Maria ‘de Episcopio’. Al momento, però, il documento più antico sul luogo sacro rimane una bolla dell’antipapa Anacleto II, collocabile fra il 1130 e il 1137, che confermava a Simeone, abbate della S.ma Trinità di Cava ‘apud Scaleam monasterium Sancti Petri et ecclesiam Sanctae Mariae cum hospitali’, mentre la più antica attestazione del titolo ‘de Episcopio’, a quanto ci risulta, risale al 1545. Di conseguenza la chiesa è stata generalmente considerata una nuova fondazione di epoca normanna, sorta cioè per iniziativa dei nuovi conquistatori, che ne avrebbero affidato la costruzione e il possesso all’Ordo Cavensis. Proprio la nascita come monastero, però, lascia perplessi: è davvero sostenibile l’ipotesi che i benedettini abbiano creato ‘ex novo’ la chiesa e l’annesso monastero ? Pare poco verosimile. I Normanni, infatti, secondo una prassi ben documentata, il più delle volte assegnavano ai religiosi latini istituzioni bizantine preesistenti abbandonate dai monaci, di cui si erano impadroniti per diritto di conquista.”. Amito Vacchiano, a p. 92 ci parlava del palazzo con il pseudo-loggiato. Egli, in proposito scriveva: “All’epoca normanna va ascritto poi un palazzo, i cui resti ormai fatiscenti sono ancora visibli di fronte alla chiesa di Santa Maria ‘de Episcopio’. Caratterizzato da un rustico peseudo-loggiato dai rilievi ad archi intrecciati ricavati con muratura di frammenti laterizi, è un edificio di grande interesse perchè, come afferma Gisberto Martelli, “costituisce la più cospicua testimonianza superstite di architettura ciile normanna in Calabria e forse si tratta del Palazzo Episcopale ricordato nella dedicazione della Chiesa (S. Maria d’Episcopio). Queste strutture non trovano riferimento alcuno in Calabria etc….”. Barbara Visentin (…..), nel suo “Fondazioni Cavensi nell’Italia Meridionale (secoli XI-XV)”, a p. 336, in proposito scriveva che: “3. Santa Maria. Sanctae Mariae (96). Le vicende della chiesa di Santa Maria di Scalea incrociano quelle della SS. Trinità di Cava in una data imprecisata prima del maggio 1149, quando compare tra i beni confermati al monastero dal pontefice Eugenio III, munita di un ricovero per pellegrini, poveri e sofferenti (97). Nel 1168 però si rintraccia il secondo ed ultimo atto che la menzione, è la bolla di Alessandro III che, nel gennaio di quell’anno, la esenta dalla giurisdizione vescovile (98). Le tracce materiali di questa cappella sembra si possano riconoscere nel cuore del centro antico di Scalea, dove svetta il campanile della cosidetta chiesa di sopra, dedicata a Santa Maria d’Episcopio, il cui nucleo originario risalirebbe addirittura all’VIII secolo. Lungo il lato meridionale della chiesa si conserva un edificio caratterizzato da un elegante loggiato riferibile al XII secolo e, per tradizione, indicato come il “palazzo del Vescovo”. La Visentin, a p. 336, nella nota (97) postillava: “(97) AC, H 7: apud Diascaleam….ecclesiam sanctae Mariae cum ospitali’, edito da Guillaume, Essai, Appendice, pp. XXXII-XXXV; Kehr, IP VII, p. 325, nr. 23”. La Visentin, a p. 336, nella nota (98) postillava che: “(98) Apud Diascoleam…ecclesiam Sanctae Mariae’, la menzione dell’ospedale è scomparsa, cfr. AC, H 50 falso e P. 24: transunto del marzo 1399 – H 51: transunto – I 1: transunto, per la genuinità del testo di questo documento si veda Kehr, IP VIII, p. 326.”.
Nel 1177, a Casaletto, il vescovo di Policastro Giovanni III consacrò la chiesa madre di S. Nicola di Bari
Da Wikipedia leggiamo che il primo documento che può dare una collocazione storiografica al paese è una piccola lapide di pietra con scritta in latino attualmente posta all’ingresso della navata laterale sinistra della chiesa madre di San Nicola, la quale ricorda la consacrazione della chiesa, recante la data del 1177. Il toponimo “Casaletto” deriva, come si può facilmente dedurre, da “casale”. Infatti ‘Casalecti’, nel medioevo, era, insieme a ‘Bactalearum’ (Battaglia) un casale delle terre di Tortorella. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 17-18 in proposito scriveva che: “Accantonando quindi l’ipotesi di una possibile datazione della nascita del paese all’inizio del IX secolo andiamo a prendere in considerazione il primo vero e solido “documento” che ci permette di inserire Casaletto nell’arco temporale della Storia, “depositato” nella chiesa Madre intitolata a San Nicola di Bari. Su una piccola lapide di pietra attualmente posta all’ingresso della navata laterale sinistra della chiesa, contigua al campanile, una scritta in latino ci ricorda che, sotto il vescovo di Policastro Giovanni III, nell’anno 1177, fu consacrata la chiesa: ecc….(riporta l’epigrafe scritta in latino), ecc…”, che come si è detto è posta sul portale della chiesa madre di S. Nicola a Tortorella. Sull’iscrizione (epigrafe), il Montesano aggiungeva che: “I dati sull’epigrafe, probabilmente settecentesca, furono desunti, come anche specificato nella stessa, dal medaglione commemorativo depositato all’interno dell’armadio delle reliquie all’interno della sagrestia. Ecc..”. Dunque, il Montesano riporta la notizia storica su Casaletto tratta da una epigrafe scritta in latino scolpita su una lapide di pietra posta nella chiesa madre parrocchiale di Casaletto, la chiesa di San Nicola di Bari. La notizia storica riguarda la consacrazione della chiesa di San Nicola all’epoca del vescovo di Policastro nell’anno 1177, il vescovo Giovanni III. Su un Vescovo della Diocesi di Policastro chiamato “Giovanni III” vi sono opinioni contrastanti. La lapide di Casaletto si aggiunge ad un’altra notizia che riguarda questo “Giovanni III”, vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro. Infatti, sebbene nelle cronostassi dei presuli di Policastro che fece il vescovo Mons. Nicola Maria Laudisio, vi è una iscrizione (epigrafe) scritta in caratteri gotici scolpiti in una lapide di pietra posta sul Campanile della Cattedrale di Policastro. L’iscrizione ci parla della costruzione del Campanile nell’anno 1166, all’epoca di re Guglielmo II il Buono. Nel 1745, nella sua prima edizione, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 417, parlando di Policastro e della sua Cattedrale in proposito scriveva che: “La Cattedrale, che non è di rozza architettura, è bastantemente grande, e di presente molto bene ornata, ed ufficiata per sei mesi da dodici Canonici. Nel secondo ordine della sua torre, o sia campanile colla sottoposta Iscrizione di carattere Gotico ci mostra l’autore, e ‘l tempo di sua edificazione. TEMPORE MAGNIFICI W. SDI. REGIS IOANNES .III. EPUS DO ET BEATAE M. HOC OPVS FECIT. MCLXXVII. ANNO INCARNATIONIS XPI M. APLI XV. IND. II.”. Nel 1831, ebbe la luce l’edizione introvabile del testo scritto da Mons. Nicola Maria Laudisio (….), Vescovo di Policastro nella sua “Sinossi della Diocei di Policastro”, a p. 95 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Termina qui la sillogia dei vescovi di Policastro che si trova nelle stanze a loro dedicate. Ma bisogna riconoscere che è rimarchevole e non completa; ed infatti sulla torre campanaria della Catedrale, nel secondo ordine (13), si legge che Giovanni terzo vescovo di Policastro, fece fare quell’opera al tempo del re normanno Guglielmo II. L’iscrizione, in caratteri gotici, è questa: NEL TEMPO DEL RE GUGLIELMO II IL MAGNIFICO GIOVANNI TERZO VESCOVO FECE FARE QUEST’OPERA IN ONORE DEL SIGNORE E DELLA BEATA VERGINE MARIA NEL 1167 DELL’INCARNAZIONE DI CRISTO IL 15 DEL MESE DI APRILE SECONDO DELLA INDIZIONE. Questo vescovo Giovanni manca tra i vescovi ricordati; il suo nome, difatti, non si trova nella silloge dei vescovi di Policastro.”. Si veda pure (Ughelli, vol. I, p. 1246), ovvero: Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, vol. I, p. 1246; Si veda pure sulla Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro, Tomo VII, p. 542 e da p. 758 a p. 800 (Policastrensis Episcopi)


La bolla di papa Pio IX
Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, dove ci parla della Diocesi di Policastro. Il Cappelletti (…), a p. 362, scriveva che il papa Pio IX, spinto dalla lettera di Re Ferrante d’Aragona, formò la nuova Diocesi di Capaccio-Vallo, ed a Vallo, fissò il nuovo Episcopio del Vescovo. Camerota (“Camarotta”) e la sua chiesa, fu associata alla Diocesi di Capaccio-Vallo che fu assegnata al Vescovo di Diano.

(Fig…) Cappelletti (…), p. 362
La Diocesi di Policastro oggi
La Diocesi di Policastro fu eretta il 24 marzo 1058 con una bolla di papa Stefano IX all’arcivescovo Alfano di Salerno, al quale il pontefice concesse la potestas di scegliere e consacrare il vescovo per la nuova diocesi. Solo il 22 ottobre 1067 Alfano dette mandato al monaco Pietro Pappacarbone di prendere possesso della diocesi e di introdurre il rito latino nelle chiese e nei monasteri; ma fu solo dal 1079, dopo che ne era stato scacciato, che Pietro poté rientrare tranquillamente in Policastro e dare avvio al suo effettivo mandato episcopale. Nel 1552 Policastro fu distrutta dai turchi e i vescovi posero temporaneamente la loro residenza a Torre Orsaia; e forse in seguito anche a Padula, dove nel 1567 fu celebrato un sinodo diocesano. Ancora nel 1650 il vescovo Pietro Magri trasferì nuovamente la residenza a Torre Orsaia per motivi di sicurezza. Nel 1596 il vescovo Filippo Spinelli istituì il seminario diocesano nel palazzo vescovile di Policastro. Nel 1850, contestualmente all’erezione della diocesi di Diano, fu soppressa l’abbazia nullius di Bosco, e i territori di Bosco e di Licusati furono annessi alla diocesi di Policastro. Nel 1898 ha acquisito Maratea e le sue quattro parrocchie dalla diocesi di Cassano all’Jonio. L’8 settembre 1976, per conformare i confini ecclesiastici con quelli delle regioni civili, la diocesi di Policastro cedette alla diocesi di Anglona-Tursi le parrocchie site in provincia di Potenza, nei comuni di Lagonegro, Latronico, Lauria, Maratea, Nemoli, Rivello e Trecchina come risulta da: Acta Apostolicae Sedis 68 (1976), pp. 675-677.
La diocesi di Teggiano-Policastro (in latino: Dioecesis Dianensis-Policastrensis) è una sede della Chiesa cattolica in Italia suffraganea dell’arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno, appartenente alla regione ecclesiastica Campania. Nel 2017 contava 114 661 battezzati su 115 461 abitanti. È retta dal vescovo Antonio De Luca, C.SS.R. La diocesi comprende 41 comuni della provincia di Salerno: Aquara, Atena Lucana, Bellosguardo, Buonabitacolo, Camerota, Casalbuono, Casaletto Spartano, Caselle in Pittari, Castelcivita, Celle di Bulgheria, Controne, Corleto Monforte, Ispani, Monte San Giacomo, Montesano sulla Marcellana, Morigerati, Ottati, Padula, Pertosa, Petina, Polla, Postiglione, Roccagloriosa, Roscigno, Sala Consilina, San Giovanni a Piro, San Pietro al Tanagro, San Rufo, Santa Marina, Sant’Angelo a Fasanella, Sant’Arsenio, Sanza, Sapri, Sassano, Serre, Sicignano degli Alburni, Teggiano, Torraca, Torre Orsaia, Tortorella e Vibonati. Sede vescovile è la città di Teggiano, dove si trova la cattedrale di Santa Maria Maggiore. A Policastro, frazione di Santa Marina, sorge la concattedrale di Santa Maria Assunta. Il territorio si estende su 1986 km² ed è suddiviso in 81 parrocchie, raggruppate in 7 foranie (Teggiano-Sala, Polla, Sicignano degli Alburni, Sant’Angelo a Fasanella, Padula-Montesano, Policastro, Camerota), a loro volta ricomprese in 3 zone pastorali: Fasanella e Alburni, Vallo di Diano, Policastro e Camerota.
La sacra reliquia del corpo di S. GIOCONDO, martire nella cattedrale di Policastro
Nicola Maria Laudisio (…), nella sua Sinossi della Diocesi di Policastro”, (si veda edizione curata da GG. Visconti), a pp. 98-99, in proposito scriveva che: “Oltre le sacre reliquie che in tutta la diocesi sono venerate anche come le insegne della diocesi stessa, ….è esposto alla venerazione dei fedeli proprio come il corpo del già citato S. Giocondo martire coservato nella cattedrale di Policastro.”. Il Laudisio, a p. 45, scriveva pure che: “I corpi di queste sette santi ‘sono sepolti in pace, e i loro nomi vivranno in eterno; agli occhi degli stolti parve che essi morissero, ma essi, sono nella pace'”. Infatti, il Laudisio (v. versione a cura del Visconti), a p. 45, in proposito scriveva che: “Septem corpora Sanctorum ‘in pace sepulta sunt, et vivent nomina eorum in aeternum; visi sunt oculis insipientium mori, illi autem sunt in pace (154).”. Il Laudisio, a p. 45, nella nota (154) postillava che: “(154) ‘Sapient.’, 3, 2, 3 (Visi sunt oculis insipientium mori’, et aestimata est afflictio exitus illorum. Et quod a nobis est iter, exterminium; ‘illi autem sunt in pace’.”. Il Laudisio, a p. 45, postillava “Sapient.”. Il Visconti nella versione curata della Sinossi del Laudisio, nell’Indice dei nomi, a pp. 138-139, in proposito scriveva: “Regione, località del basso Cilento, 71: reliquie: di S. Nicola nella Chiesa Madre di Rivello, 84; di S. Giocondo nella cattedrale di Policastro, 93, 98; etc…”. Il Laudisio, a p. 93, in proposito scriveva che: “Lo stesso vescovo Ludovici ottenne dalla Santa Sede il santo corpo del martire Giocondo che stava nelle catacombe, ed ora queste sacre reliquie, coperte da una veste mirabilmente ricamata in oro, sono venerate nella Cattedrale. La sedonda domenica dopo Pasqua si celebra la festa di questo santo a cui accorre un gran numero di abitanti dei paesi vicini”.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(…) (Figg. 1) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.
(…) (Figg….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (Archivio Storico Attanasio)
(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888; Tip. Buona Stampa, 1888, Cimitile (Archivio Storico Attanasio).
(…) Baumund P.M., Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385
(3) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.
(…) Lenormant Francois, La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant, Vol. I, Cosenza, ed. ‘Casa del Libro’, dott. Gustavo Brenner, 1961 (citato da Gay J., op. cit., a p. 270, si veda p. 308 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Anastasi Bibliotecarii, De Vitis Romanorum Pontificum a B. Petro Apostolo, ad Nicolaum I. Romae, Salvioni, M DCC XVIII in 4.
(…) Bernino Domenico, L’Historia di tutte l’Heresie descritta da Domenico Bernino, Roma, Stamperia Bernabò, 1719 (Archivio Storico Attanasio), si veda vol. II, secolo 8, pag. 399 (noi però abbiamo trovato il paragrafo che parla di Papa Paolo I, nel vol. II, secolo VIII, p. 191).
(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (…), p. 136 nota (c); Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di ‘Paleocastren’. Il Cappelletti (…), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.
(…) Barni G., I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383 (Archivio Attanasio)
(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 (Archivio Attanasio)
(…) Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968 (Archivio Attanasio)
(…) Lanzoni F., Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323
(…) Magaldi Emilio, Lucania Romana, ed. Istiituto di Studi Romani, Roma, 1917, vol. I-II (Archivio Attanasio)
(…) Duchesne L., I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde), in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365–399 (cfr. p. 367), stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370.
(…) Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581.
(…) Gregorio Magno papa, Registro Episcopale, scritto tra il 590 e il 604; si veda anche: Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Cor- pus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.
(…) Gregorio Magno papa, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.
(…) Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum; oppure si veda pure: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…)
(…), Gagliardo Carlo, (…) Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; “cfr. Laudisio (vedi versione a cura del Visconti), op. cit., p. 20, nota (f)”.
(…) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15
(…) Fimiani, De Ortu et Progressus metropoleon Ecclesiasticorum, Napoli,
(…) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574; Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”
(…) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di ‘Pyxous’, in Tancredi)
(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, 12 voll. Roma, ed. G. Gesualdi, 1974-1993; Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, 1974, si veda I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.
(…) Russo P. Francesco, Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968 (Archivio Attanasio, vol. III)

(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848, a p. 538 (Archivio Attanasio)
(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36 (Archivio Attanasio)

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Attanasio).
(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) De Rosa Gabriele, Vescovi popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Bernino Domenico, Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino, Roma, 1709
(…) Delahaye M., Synax Costantinopolitani della Vergine, (scrive Ebner a p. 587, vol. I) si veda col. 511, 5 marzo: “ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron. Martire 4 marzo, col. 509: O aghios.”.
(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253 (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.
(…) De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963

(…) Pomponio Mela, De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (35), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV. Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione dall’originale del testo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Monaco in Austria

(…) Beguinot Corrado, Il Cilento, problemi urbanistici, (Archivio Storico Attanasio)
(…) Cilento Nicola, Le incursioni saraceniche in Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, …….; dello stesso autore si veda pure: ‘I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X’ – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.

(…) Carucci Carlo, La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato, Storia diplomatica, Subiaco, ed. Tipografia dei Monasteri, 1934 XII (Archivio Attanasio)
(…) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Attanasio)


(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’, ed. G. Caldo, Napoli, 1964, p. 7; dello stesso autore si veda pure: ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ITEA, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, a. XII (1951), 1-4, pp. 93-108; dello stesso autore si veda pure: ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro’, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, IV, 1934 (Archivio Storico Attanasio).
(…) D’Auria A., L’omicidio di mons. Marchese dei feudatari di Camerota, stà in “Annali Cilentani”, a. XIII, n. 2, Luglio-Dicembre 2001, pp. 179-208 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della Memoria, luoghi e leggende, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2007, p. 234 (Archivio Storico Attanasio
(…) Cardinale Sirleti (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Il Sirleti (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177 (vedi nota (51), di Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’.
(…) Cappelletti Giuseppe, Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp…….
(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.“.

(…) Acocella Nicola, La traslazione di San Matteo, stà in ‘Documenti e testimonianze’, ed. Di Giacomo, Salerno, 1954 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, Ente per le Antichità e i Monumenti della Provincia di Salerno, Salerno, 1963 (Archivio Storico Attanasio), Parte II, p. 7 (su S. Matteo). Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”.
(…) (Figg……) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.”, o la nota lettera episcopale detta “Bolla di Alfano I”, datata anno 1079 – lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I. L’esemplare conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, così di seguito collocata: “Sezione Documenti antichi, Cartella I, dalle origini al 1400” (secondo quanto ci ha riferito l’attuale Bibliotecario Don Pietro, che pubblichiamo per gentile concessione). L’Ebner (11), colloca l’esemplare (forse quello conservato all’Archivio Diocesano di Salerno): “bolla a. 166 /67”. L’antico documento, è citato in Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (…), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.”. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.“. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda anche Laudisio N.M., op. cit. (4), nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda pure Porfirio P., ‘Policastro’, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151. Il Cataldo (36), scriveva: “Questo documento storico (di cui esistono copie manoscritte nella Curia Vescovile di Policastro, una delle quali fu autenticata dal Vescovo Andrea De Robertis, con bollo a secco e firmata da lui e dal Can. Matteo Lombardo, Cancelliere, in Lauria il 20 gennaio 1745) proviene da un’antica pergamena della Curia Arcivescovile di Salerno, donde fu tratta copia nel 1737. In calce alla copia, vistata dal De Robertis, si legge: “Ab Archivio Mensae Episcopalis Salernitanae, et signanter a quodam antiquo Regestro in carta Pergamena scripto, inibi sistente, exhacta est praesens copia & meliori & et ad fide ego Clericus MATTHAEUS Episcopus Pastor Salernitanus, Apostolica Auctoritate pubblico Notarius in Archivio Romano descriptus , et CURIA ARCHIEPISCOPALIS SALERNITANAE Ordinarius ACTORUM MAGISTER, requisitis signavi & Salerni, 14 Octobris 1737. (Adest signum Notarii praedicti).”. Recentemente B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (29), sostiene che la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621)(28) e, risale già al XVIII secolo (Fig….). Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621 (28). L’antico documento, il canonico Giuseppe Cataldo (39), lo pubblicava a pp. 129 e 130, in un suo pregevole studio rimasto inedito.
(…) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i ‘Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.
(…) Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 ( rist.), pp. 371-372, oppure ed. Berolini, 1935, p. 371. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (vedi nota 70 che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I).

(….) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (17) e, in particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano, la cita allo stesso modo del Mannelli (17), riportandone solo l’intestazione; si veda pure dello stesso autore: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 2014. Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385.
(…) (Figg…..) “Chartularium ecclesiae Salernitanae”, il codice manoscritto di Federico Patetta (Ms. Patetta 1621), XII secolo, Bolla di Alfano I, stà in Fondo Patetta, Biblioteca apostolica Vaticana, Città del Vaticano, Roma, pp. 30r – 30v – 31r., in cui si può leggere chiaramente: ‘Turracca’ (Torraca) e ‘Portu’ (Sapri ?). Biagio Moliterni, op. cit. (29), sostiene che: “la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., ed è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621) e, risale già al XVIII secolo.”. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621. Il codice Patetta, manoscritto, Fondo Patetta, ms. 1621, “Chartularium ecclesiae Salernitanae”; citazioni bibliografiche: Galante, Maria, Esperienze grafiche a Cava nel XII secolo, in Archivio storico per le province napoletane 1982; si veda pure: Galante Maria, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; Galante Maria, Esperienze grafiche a Cava nel XII secolo, In Archivio storico per le province napoletane 1982; Zimmermann, Harald, 1926- Papsturkunden 896-1046. Erster Band: 896-996, In Denkschriften der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, philosophisch-historische Klasse 1984; Zimmermann, Harald, 1926- Papsturkunden 896-1046. Zweiter Band: 996-1046, In Denkschriften der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, philosophisch-historische Klasse 1985; Girgensohn, Dieter Miscellanea Italiae pontificiae. Untersuchungen und Urkunden zur mittelalterlichen Kirchengeschichte Italiens, vornehmlich Kalabriens, Siziliens, und Sardiniens, In Nachrichten der Akademie der Wissenschaften in Göttingen. Philologisch-historische Klasse 1974.

(…) Moliterni B., Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (Archivio Storico Attanasio). Recentemente Biagio Moliterni, sostiene che la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621)(28)(Fig….).

(Fig…) La ‘Lucania Sconosciuta’, Capo XI, manoscritto inedito di Luca Mannelli (…).
(…) (Fig….) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine dell’ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sconosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato a Napoli, alla Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Il manoscritto inedito di Luca Mannelli, ‘Lucania sconosciuta’ ( di cui pubblichiamo una delle pagine del Capo XI, illustrato in Fig. 4), ci parla della storia della Lucania ed in particolare al Capo XI del Libro II, ci parla di Camerota e della storia dell’antica Bussento e di Policastro. Recentemente abbiamo ottenuto la fotoriproduzione digitale delle dieci pagine contenute nel Libro II del Capo XI del manoscritto ‘Lucania Sconosciuta’ del Mannelli, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli con la seguente collocazione: BNN, Ms. XVIII.24, che abbiamo pubblicato integralmente su un altro nostro studio ivi: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli” e a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. L’Ebner (5), nel suo saggio Pietro da Salerno e il monachesimo Italo-greco nel Cilento, a p. 92, nella nota (4), afferma che nel manoscritto del Mannelli, si parla e si cita la bolla di Alfano I, nei ff. 23 e 42 è ripetuto ricordo della bolla e nel II (v. Policastro): “Per lo che Alfano concedendo alle preghiere di quel Popolo per primo Vescovo Pietro Pappacarbone come nella sua bolla, che dianzi accennai si legge.”. Il manoscritto del Mannelli, è stato trascritto sia dal Gatta (14) che dal Gaetani (9). Nel Gaetani (9), troviamo il passo del Mannelli, citato dall’Ebner (5), a p. 23.
(…) Su Pietro Pappacarbone (Pietro da Salerno) e la figura di Alfano I, si veda: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151; B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXIX (2013), pp. 5-36.

(…) Curzio Nicola, Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, (cap. XIV, p. 29; si veda pure dello stesso autore: ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, Lauria, Tip. Editrice Francesco Rossi & figli, 1934 (Archivio Storico Attanasio).

(…) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’ ( a cura di A. La Greca, A. Capano, D. Chieffallo, G. Chirichiello), ed. Cento di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2013, p. 42 (Archivio Storico Attanasio).
(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…)

(…) Tancredi Luigi, Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 34 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Crisci G. e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.
(…) Mosca Gaspare, De Salernitanae Ecclesiae Episcopis et Archiepiscopis catalogus, Neapoli, 1591
(…) Scandone Francesco, Documenti per la storia dei Comuni dell’Irpinia, vol. I, Avellino, 1956
(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.
(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)
(….) Barrio Gabriele, De antiquitate et situ Calabrie, Roma, 1571 (Archivio Attanasio), vedi libro 2, pp. 83-84-85 su Scalea ecc…

