Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Questo saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulla storia e le origini di un’anticissima città oggi diruta chiamata “Amalphi La Vecchia” che si trovava alle pendici del monte Bulgheria e poco discosta dalla Molpa. Sebbene molti storici e chronicon antichissimi parlino e si riferiscano all’antichissima città di Molpa, oggi scomparsa, in questo mio saggio vorrei parlare di un antichissimo casale scomparso, la cui orgine si perde nella notte dei tempi. Si tratta dell’antico casale che sulla ‘Carta del Cilento’ viene indicato alle pendici del Monte Bulgheria “Casale di Amalfi Dir.”. L’area su cui esso doveva sorgere dovrebbe corrispondere all’ampio pianoro di “Ciulandrea” che dal casale di San Giovanni a Piro degrada verso la fascia costiera delle spiagge oggi dette dei “Gemelle”. Devo pure precisare che questo antichissimo casale non ha nulla a che vedere con l’antico casale della “Molpa” o “Melfi” come pure il fiume Melfi non è la stessa cosa del “vallone del Marcellino” di cui parla il Di Luccia (….).

Plinio e il “flumen Melpas”
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 170, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Molpa, Malfa, Melfa (“flumen Melpas” di Plinio (1)…”. Ebner a p. 170 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Plinio, N. H., III, 5,7. “Proximus autem Melpas”.”. Sempre l’Ebner (…), riguardo la leggenda in proposito a p. 171, vol. II, scriveva che: “Gli abitanti nei luoghi, cioè, sarebbero stati puniti per l’orrendo misfatto della morte del nochiero di Enea.”. Nei primi del ‘600, il monaco Agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (…), lasciò scritto un anoscritto inedito e da me pubblicato dal titolo ‘Lucania sconosciuta‘, manoscritto inedito oggi conservato alla Bibilioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Il Mannelli (…) dedica due pagine al promontorio di Palinuro e della Molpa, la p. 43r. Il Mannelli ne parla nel cap. X: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume e Terra distrutta, et altri luoghi convicini Cap X”. Il Mannelli in proposito scriveva che: “Uno dei già accennati fiumicelli, che cadono nel Mare presso del Promontorio, ha nome Melfe, e con la solita corrottela dal Volgo molpa. Non però gli fu impedimento la picciolezza alla fama, essendo stato mentovato da molti scrittori, e particolarmente da Plinio, il quale rammentando questo tratto littorale, disse “Promontorius Palinury proximus huic flumen Melphes. Ma più divenne famoso poi per haver quindi ricevuto il nome da quei gloriosi Romani, ritornati da Ragugia, in Italia, che quivi dimorando Melfitani, e poi Amalfitani sorsi à gran potenza eran appellati….ecc…” si veda giù in basso la p. 43r
Le ‘ruine di Melpi’, in una carta del XV secolo

(Fig….) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio digitale Attanasio). Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2. Forse una delle carte originali viste dal Galiani a Parigi
Come si può vedere nella carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), carta corografica inedita e da me scoperta, forse la più antica carta corografica finora conosciuta, vengono indicati alcuni toponimi locali, di estremo interesse per lo studio in questione. La carta è di probabile epoca Aragonese, e fu compilata molto probabilmente a Napoli, durante il Regno di Alfonso I o Ferrante d’Aragona, da un cartografo anonimo che doveva far parte dell’Accademia Pontaniana. La carta fu compilata molto probabilmente per motivi fiscali, ma i dati in essa contenuti, come alcuni toponimi o nomi di orri marittime e costiere, dovevano essere conosciuti già ai tempi degli Angioini. A questa carta, ho dedicato ivi un mio saggio. Nella carta, si può leggere il toponimo ed un disegno di un centro abitato, forse abbandonato “ruine di Melpi”, che come si vede, sono stati disegnati con il colore rosso un gruppo di edifici, posti in una zona prossima alla foce dei due fiumi Lambro e Mingardo. Inoltre, sempre nella carta in questione si può leggere un altro toponimo “Casale di Amalfi dir.”, di cui vorrei dire alcune cose.

Il ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, nella ‘carta del Cilento’ all’ASN
Sempre riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Sebbene il La Greca (7) si riferisse alla carta Parigina, di gran lunga più recente di quella conservata all’ASN, a p. 46 in proposito scriveva che: “Fra le testimonianze medievali, un ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, sulla ‘Montagna della Bulgheria’, lato mare richiama la nota storia della fondazione di Amalfi: alcune famiglie romane, partite per Costantinopoli verso il 339 d.C., sorprese da una tempesta, ripararono dapprima a Ragusa, e poi in Lucania nei pressi di Palinuro, dove fondarono la città di Molpe; in seguito passarono ad Eboli e infine sulla costa rocciosa e inaccessibile, dove fondarono Amalfi (62).”. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (62) postillava che: “(62) Vd. M. Camera, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20.”. Infatti, nelle due carte che ivi pubblico – gli stralci – quella da me rintracciata all’ASN (Fig…) (…), che io credo sia l’originale carta d’epoca Aragonese e, l’altra conservata a Parigi, che io credo sia una copia dalle carte originali d’epoca Aragonese, questa, pubblicata da La Greca (…), dove si distingue nettamente sotto la “Montagna della Bulgaria”, lato mare, internamente al litorale costiero e a destra di Scario, toponimo successivo all’altro detto “le Scalette”, il toponimo di un casale diroccato chiamato sulla carta: “Casale di Amalfi dir.”. Il termine “dir” sta per diroccato. Il toponimo di “Casale di Amalfi dir”, sulla carta conservata all’ASN e su quella Parigina, si trova segnato alle pendici del Monte Bulgheria verso la fascia costiera tra Scario e gli Infreschi. Io credo si possa trattare di un’antico piccolo centro scomparso e diroccato, di cui non si conosce l’esistenza e che come Lentiscosa era abbarbicato sulle pendici del Monte Bulgheria. Questo casale di Amalfi potrebbe esistere e bisognerebbe ulteriormente indagare sul territorio. I due toponimi di Amalfi e di Molpa sono collegati direttamente con una leggenda medioevale sorta intorno alle genti che andarono poi in seguito a fondare la città di Amalfi. Singolare è la presenza sulle due carte del toponimo di “le Scalette” e la vicinanza con quello di Amalfi. Dico singolare perchè sulla costiera Amalfitana troviamo Amalfi e Scala, antica sede vescovile.


(Fig….) BNF , ……………., stralcio dove è segnato “Casale de Amalfi dir.”. La carta simile alla prima è stata pubblicata da La Greca e Valerio (…). Si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio digitale Attanasio)
Nel 339 d.C. (IV sec. d.C.), alcune famiglie patrizie Romane, in viaggio verso Costantinopoli fondarono Amalfi vecchia
Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ne a me altro resta da dire, se non che così distrutta etaterrato, pure dagli Scrittori si ricorda tanto l’essere stata culla del nome Amalfetano gli diede fama, quantunque Antonio Magini situarre Amalfi ecc..”. Si tratta di frammenti del manoscritto inedito ‘Lucania sconosciuta’, scritto dal padre maestro Agostiniano Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conservava in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine. Oggi il manoscritto è conservato a Napoli, alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, nella Sezione Manoscritti, con la seguente collocazione: XVIII, 24 – cc. 47-51. Nel 1700, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Sebbene il La Greca (7) si riferisse alla carta Parigina, di gran lunga più recente di quella conservata all’ASN, a p. 46 in proposito scriveva che: “Fra le testimonianze medievali, un ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, sulla ‘Montagna della Bulgheria’, lato mare richiama la nota storia della fondazione di Amalfi: alcune famiglie romane, partite per Costantinopoli verso il 339 d.C., sorprese da una tempesta, ripararono dapprima a Ragusa, e poi in Lucania nei pressi di Palinuro, dove fondarono la città di Molpe; in seguito passarono ad Eboli e infine sulla costa rocciosa e inaccessibile, dove fondarono Amalfi (62).”. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (62) postillava che: “(62) Vd. M. Camera, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20.”. Infatti, nelle due carte che ivi pubblico – gli stralci – quella da me rintracciata all’ASN (Fig…) (…), che io credo sia l’originale carta d’epoca Aragonese e, l’altra conservata a Parigi, che io credo sia una copia dalle carte originali d’epoca Aragonese, questa, pubblicata da La Greca (…), dove si distingue nettamente sotto la “Montagna della Bulgaria”, lato mare, internamente al litorale costiero e a destra di Scario, toponimo successivo all’altro detto “le Scalette”, il toponimo di un casale diroccato chiamato sulla carta: “Casale di Amalfi dir.”. Il termine “dir” sta per diroccato. Il toponimo di “Casale di Amalfi dir”, sulla carta conservata all’ASN e su quella Parigina, si trova segnato alle pendici del Monte Bulgheria verso la fascia costiera tra Scario e gli Infreschi. Io credo si possa trattare di un’antico piccolo centro scomparso e diroccato, di cui non si conosce l’esistenza e che come Lentiscosa era abbarbicato sulle pendici del Monte Bulgheria. Questo casale di Amalfi potrebbe esistere e bisognerebbe ulteriormente indagare sul territorio. I due toponimi di Amalfi e di Molpa sono collegati direttamente con una leggenda medioevale sorta intorno alle genti che andarono poi in seguito a fondare la città di Amalfi. Singolare è la presenza sulle due carte del toponimo di “le Scalette” e la vicinanza con quello di Amalfi. Dico singolare perchè sulla costiera Amalfitana troviamo Amalfi e Scala, antica sede vescovile. Li vicino, infatti vi era il Monastero di S. Iconio, di cui ho già ivi parlato in un altro mio studio. Ecco le due pagine 42r 43v originali ed inedite del manoscritto di Luca Mannelli (…), che riguardano il Cap. X sul “Promontorio di Palinuro e la città di Molpa”. Sulla Molpa scrisse pure Luca Mannelli (…). Ecco le pagine 44v e 45r originali ed inedite, per la prima volta da me pubblicate in un altro mio saggio, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla dell”Anonimo Salernitano’ e di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla ‘Lucania sconosciuta’ sulla Molpa. Luca Mannelli (…), nella sua ‘La Lucania sconosciuta’, al cap. X cita il Malaterra (…) e, di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla Molpa: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume, terra distrutta, ed altri luoghi convicini Cap. X.”. Qui riporto trascritto il testo delle pagine nn. 43r, 44v, 44r, 45v, 45r, 46v del manoscritto del Mannelli (…), conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, con la segnatura Ms.XVIII.24: “Ma più divenne famoso poi per aver quindi ricevuto il nome quei gloriosi Romani, ritornati da Ragusa in Italia che quivi dimorando Melfitani e poi Amalfitani con (?) gran potenza furono appellati. Già fu accennato altrove, che questi primitivi dell’antica Patria, per andare a Popolare la nuova Roma, edificata da Costantino, trattenuti dal Naufragio, che gli costrinse a fermarsi in Ragusa, donde dopo cinque anni si rivolsero ritornandosene in Italia, e quivi giunti si risolsero di più non passar oltre, havendosi edificata una Terra, che dal mome di fiume, chiamarono Melphi dicebatur, Palinuri concedisse Melphim edificasse ac Romano nomine relitto Melphitanos uel Amalphitanos dictos. Già di questo discorsi altrove, ma perchè nonostante che sia affermato da molti grandi Scrittori e soprattutto dalla Cronica stessa Amalfitana, pure si trovò sta cennato ingegno, il quale poco prattico d’antichità si sforzò di mostrare, che non da questo Melfi hoggi di picciolo grido ma dalla Città famosa di tal nome presso il Monte Vulturno confine della Lucania verso la Puglia di Amalfitani prendessero le denominate sase mio peso difendere la gloria di questo Melfe, o fiume, o terra presso di Palinuro, potendosi nel vero recare a gran fortuna l’haver dato nome e ricetto ad Hospiti cotanto nobili e degni. Alle invasioni di gente guerriera quivi vi andarono fermandesi perpetua sede adornande quei scoscesi luoghi ecc… che dall’antica patria dissero Melfi, i poi Malfi, e poi Amalfi chiamata. Quindi ordinarono lo Stato ………., fondando quella Repubblica, che poi divenne tanto ricca e potente, poiché ammandandosi sempre nella marittima, erano poderosi nelle Armi e famosi nella mercantia, non meno che nei tempi moderni gli Olandesi si scorgono ecc….gli Amalfitani ….la gran perizia di essi che ne cantarono Guglielmo Pugliese antico poeta fra quelli di mezza età. E’ dunque da notarsi quanto scrisse l’Anonimo Salernitano Autore non pure veritiere ma vicino di tempo e di loco che gli Amalfitani intorno a di loro origine. Dice dunque egli che curioso di rinvenirla, usò gran diligenza, dimandandone i più saputi di loro, e facendone diligente vicenda nelle antiche scritture, e finalmente ritrovò che in tal mededo avvenisse Patrizi da Roma gl’Imperador Costantino e di Senato e quanto vi era di maestoso in quella gran città …….nella Tracia per fondare su le ruine dell’antica Bisantio una nuova Roma, che dal suo nome Costantinopoli fu detta imbricando e con la nave, e ad esempio altri più degni cittadini di seguirlo. Per questi alcuni imbarcatesi sopra due grossi navigli a quella volta navigarono, ma nel viaggio assaliti da fiera tempesta naufragarono presso Ragusa, ma con tale accanimento che fatta partire dei legni, e robbe, tutte le persone si salutarono. Non havendo dunque modo di ritornare le navi,…………..quivi fermarsi havendo ritrovato modo cortesi ai loro bisogni i Ragusei, che gli donarono quanto loro facevasi di mestiere, nonché luoco per habitarvi. Appresso da esso l’industriarsi i traffici marittimi e con tal fortuna gli esercitarono che in un processo di tempo in odio quella primiera gentilezza, come l’agrandimento di quei forestieri fusse loro perduta, si che non potendo darsene pace, cominciarono ad opprimerli con diverse angherie. Non sopperirono alla lunga i ……….quei maltrattamenti e risoluti quindi partirsi occuparono le Navi de Nimici et Barcatisi le Mogli, et i figliuoli con quanto havevano loro dispetto scilsero dal Porto di Ragusa, e verso Italia dirizzarono le prore, e con felice corso giunsero in queste Spiagie, e ritrovandole vote (vuote) di habitatori vi si fermarono, e dal luoco chiamato Melfi, Melfitani furono appellati essendo sempre per l’odierno detti col nome originario Romani. Insorta poi turbolenze in questi paesi, non poterono più dimorarsi questi sottoposti a diversi insulti laonde quindi dipartirsi se ne vennero in Eboli, dove in processo di tempo pure sperimentarono le medesime oppressioni, per lo che ecc……….Facendo ritorno al principio dell’Historia donde la grandezza di rigogliosa Ragusa slicami ha rispostato. Nel ritorno che ferono da Ragusa come pure sognare questo nuovo ritorno, che andassene quei Romani a Melfi di Puglia, essendo questa città lontana più di quaranta dall’adriatico Mare, e molto più dal tirreno …….sbarcarono in qualche riviera di quelle, ma dove e come poterono ritrovare in quelle spiagie tante civette, e bestie da soma per trasportare in si lontano luoco le Mogli et i figliuoli, e le loro case, già dice l’Historico essere partiti da Ragusa Cum Uxoribus et natis comunque super …………………Che cosa fecero dette loro Navi forse le lasciarono in abbandono sarebbe stata follia, poiche con quella per …….dei trafichi si procacciavano il Vitto, e poi furono instromessi di ogni loro grandezza. Non abbandonarono dunque le navi nelle spiagie dell’Adriatico per andare a Melfi di Puglia, che non avevano che fare anzi per segno non vi era come dirò hor hora, ma con quella approdarono al Fiume Melfe della Lucania, e quivi si fermarono attendendo à loro trafichi consueti, havendone già assaggiati gli utili mentre li esercitarono in Ragusa. Dissi che colui il quale sognò l’andata e la dimora di quei Romani a quell’altro Melfi, fuste poco i……..nell’antichità, mentre dimostrerò che tal città non i era ma che molti secoli appresso fù da Normandi edificata, ecc..ecc..”. Il Mandelli riporta la notizia della fondazione di Amalfi vecchia ma fa risalire la fondazione della città di Molpa ai Normanni di Roberto il Guiscardo. L’Antonini, riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c.4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta “che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”.
Le marine o porti del litorale fino alla costa di Villammare dipendevano dall’abbazia di S. Giovanni a Piro
Vorrei citare quanto ho letto scritto da Matteo Camera (….), che nel 1876, nel suo capitolo I: “Origine e fondazione di Amalfi ecc.”, del suo “Memorie Storico-Diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, scritta sulla scorta di antichissimi manoscritti raccolti dall’autore, a pp. 4-5 parlando dell’antichissima città di Melphi o Molpa, in proposito scriveva che: “Malgrado il lungo andare dè secoli rimangono, rimangono colà tuttavia dei ruderi dove giaceva l’antica Melfe o Amalfi lucana. Il suo fabbricato stava alquanto discosto dal lido ed in mezzo ad una piccola valle. Abbiamo sott’occhio una vecchia ‘memoria’ forense di contenzioso possedimento territoriale, tra l’Abate di S. Giovanni ‘a Piro’, utile signore di essa terra, contro il conte e la contessa di Policastro, nell’anno 1513; in cui a pagina 113, negli articoli XVII, XVIII, XIX troviamo scritto: “come da tempo immemorabile dal vallone nominato Amalphi la vecchia, verso ponente insino alli scogli di Pretralua verso levante, il mare sempre ha battuto ed al presente batte il territorio della terra detta di san Giovanni, senza che tra il mare et territorio predetto se interponga alcun territorio in mezzo ecc…Item” :

In sostanza, lo storico Amalfitano Matteo Camera scrivendo delle origini della città di Amalfi citava il testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….), il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700 a Roma. Il Di Luccia (….), nei suoi capitoli XVII-XVIII, XIX scriveva del territorio che apparteneva all’antichissima Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro e diceva che questo territorio, che dipendeva da essa, si estendeva dall’antichissima città scomparsa di “Amalphi, la Vecchia” fino al Canale di Mezzanotte, attuale confine con la Basilicata. Dunque, i possedimenti dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, secondo il Di Luccia (…), nell’antichità comprendevano anche la fascia costiera ed il territorio di Sapri. L’antica città di “Petralua” doveva essere l’antica città sepolta di Vibone lucana, attuale Vibonati. Infatti, a Villammare esiste la Torre Petrasia che sorge sull’omonima area. Interessante è ciò che scriveva il Di Luccia (…), a p…..: “come dal sopradetto vallone di Amalphi la vecchia, seu Marcellino, calando verso levante si viene alla marina della grotta del porco, e de là alle marine delle Massete, del Molaro, di Garigliano, dell’Ogliastro, dello Scario et insino alli scogli di Petralua, quale marine sono state, e sono marine della terra di S. Giovanni, e così sono nominate, e sono e si tieneno, trattano, e reputano comunemente e generalmente” ecc..(1).”. Il Di Luccia (….), riportato dal Camera (….), scriveva che l’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva tutte le marine sulla fascia costiera compresa fra la vecchia Molpa, ossia una città scomparsa che ho individuato nella “Carta del Cilento”, una carta d’epoca aragonese fino agli scogli di “Petralua” (Villammare). Il Di Luccia (….), nel suo Trattato si basò sugli atti del processo del 1513 tra il Casale di San Giovanni a Piro ed i Carafa della Spina, Conti di Policastro:

La Molpa e Marino Freccia
Sulla Molpa e sulla “città di Amalfi” scrisse anche il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – Discorsi‘, edizione del 1745. L’Antonini (…), a p. 369, parlando di Molpa, dopo aver detto di Marino Freccia, disserta che: “Alquanto però diversamente narra l’edificazione d’Amalfi, ‘Marino Frezza’ (I) suo Cittadino nel ‘tratt. de subfeud. lib.I. fol. 37. poichè non fa venire i Romani da Ragusa alla Molpa, e da quì a fondare Amalfi, ma dal Cilento citeriore intorno al Silaro, che vuol dire più di cinquanta miglia ad occidente ecc…”. L’Antonini, nella sua nota (2) a p. 369 (ma si riferisce alla nota a p. 368) postillava che: “(2) A dir vero non saprei qual fede prestar si possa a Marino Frezza, che tre pagine prima, cioè alla 77 aveva scritto, che Amalfi, Scala, e Ravello erano stati edificati dai cittadini di Pesto a tempo di sua distruzione, ch’egli scioccamente fa cadere intorno agli anni di Pirro, siccome da noi è stato più minutamente esaminato, anzi vi aggiunge, che Amalfi fu fatta Romana colonia. Troppo novizio della storia esser deve chi tali cose dice, o crede.” Ben’a lungo di queste cose leggesi in alcune nostre lettere in questi mesi stampate scritte in Parigi al chiarissimo S. Egizio nostro gran amico, dove si fanno alcune osservazioni intorno a ciò, che il medesimo Sign. Egizzio aveva scritto contro il ‘Sign. Languet’.”. L’Antonini cita anche Marino Freccia (…) opinando su ciò che scrisse. Marino Freccia il quale fa risalire la fondazione della città di Amalfi non alla Molpa. Dunque, l’Antonini (…), riguardo l’edificazione di una città di Molpa, citava Marino Freccia (…) e, il suo libro I, fol. 37. Riguardo la notizia del Freccia (…) si tratta del suo ‘De Subfeudis Baronum, & Inuestituris Feudorum’, pubblicato nel 1579. L’Antonini cita il lib. I, fol. 37. Infatti, Marino Freccia (…), sulla scorta di alcuni manoscritti dell’epoca, in proposito nel libro Primo e nel capitolo “De officio Admirtis maris” scriveva che:

(Fig….) Marino Freccia (…), op. cit., lib. Primo, fol. (p.) 37
Il ‘Chronicon Salernitanum’ o l’Anonimo Salernitano e la Molpa
L’Antonini, riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. L’Antonini (…), cita l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “….le frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”.

Dunque l’Antonini (…), a p. 370, cita l’‘Anonimo Salernitano’ che nel suo manoscritta ‘Chronicon‘, voleva che gli abitanti di Molpa, avessero fondato Amalfi e Ravello. L’episodio raccontato dall’‘Anonimo Salernitano’ (…), viene citato anche da Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a pp. 171-172, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ (11) dice di alcune famiglie romane in viaggio per l’Oriente sbattute dalla tempesta a Ragusa e poi giunte a Molpa, da dove sarebbero ripartite per fondare Amalfi.”. Ebner, a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235.
La Molpa nella “Cronaca Amalphitana”
I riferimenti bibliografici citati dal Camera (…), nel suo testo, opera citata, le note da p. 10 a p. 13. Il Camera a p. 10, nella sua nota (I) postillava che: “(I) La ‘Cronica Amalfitana’, ms. conservasi nella libreria dè RR. PP.Teatini di Napoli. Chronici Amalphitani nunquam antea editi fragmentum ab.an. 1294 sta pubblicato dal Ch. Muratori Antiqu. maed. aevi, et antiqui. Ital.to. I. pag. 349 ed Aretii 1773 e nella raccolta del Perger to. I. pag. 143, e dall’Ughelli Italia sacra to. 7 in Archiep. Amalphit.”. Dunque, il Camera cita più volte la cronaca medievale detta “Chronici Amalphitani”, pubblicata dal Muratori (…), dal Perger (…) e dall’Ughelli (…), che vedremo. Il Camera scrive che la ‘Cronaca Amalfitana‘ era un testo antico manoscritto conservato presso “….libreria dè RR. PP. Teatini di Napoli”. Su questi antichissima e ricca libreria, se non ricordo male ha scritto padre Camillo Tutini (…). Il Camera sempre a p. 10, nella sua nota (2) citava di Recco (…) e postillava delle, ‘Notizie di famiglie nobili e Regno della città di Napoli‘, p. 77. Matteo Camera (…), cita anche la Chronaca di “Guglielmo Pugliese al lib. I. de gest. Norman. “Melphia capta fuit; quicquid ecc…”. Un altro testo per lo studio delle origini di Amalfi e dell’insediamento di alcune genti Romane che si fermarono a Molpa o in un luogo posto nei pressi del litorale alle pendici del Monte Bulgheria, prima che si trasferissero ad Eboli e che poi in seguito andassero a fondare la città di Amalfi sull’omonima costiera è il saggio di Vera Von Falkenhausen (…), dal titolo “Il Ducato di Amalfi e gli Amalfitani fra Bizantini e Normanni” che si trova in ‘Istituzioni civili e organizzazione ecclesiastica nello stato medievale Amalfitano, Atti del Congresso Internazionale di Studi Amalfitani (Amalfi, 3-5 luglio 1981). La Falkenhausen, a p. 9 in proposito scriveva che: “Perciò vorrei cominciare con l’analisi della leggendaria storia delle origini della città di Amalfi, nata forse durante il IX secolo (2), e che sicuramente circolava nell’Italia meridionale nella seconda metà del X secolo, quando venne raccolta, dall’anonimo autore del ‘Chronicon Salernitanum’ (3); più tardi, la stessa leggenda fu inclusa nel ‘Chronicon Amalfitanum’, una compilazione tardomedioevale (4): secondo tale testo, gli antenati degli Amalfitani sarebbero stati Romani i quali, seguendo Costantino Magno per installarsi a Costantinopoli, la nuova capitale dell’Impero, fecero naufragio presso Ragusa (5). Chiesero ospitalità agli abitanti del luogo che concessero loro terre per insediarvisi; ma dopo qualche tempo, sentendosi oppressi dai Ragusei, i futuri Amalfitani fuggirono via mare in Italia e presero dimora in una località chiamata Melfis, donde poi il loro nome. In seguito, per fuggire l’invasione di popoli allogeni, da ‘Melfis’ gli Amalfitani si sarebbero ritirati ad Eboli, e di là, mal sopportavano ecc…”. La Falkenhausen a p. 9, nella sua nota (3) postillava: “(3) ed. U. Westerbergh, (Studia latina Stockholmiensia 3), Stockholm, 1956, cc. 87-89, pp. 87-90. La leggenda è stata interpretata sotto aspetti diversi dal Prof. P. Delogu, durante una tavola rotonda tenutasi ad Amalfi nel 1977.”. Sempre la Falkenhausen a p. 10, nella sua nota (4) postillava che: “(4) U. Schwarz, ‘Amalfi in fruhen Mittelalter (9.-11. Jahrundert), Tubigen 1978, pp. 195-197.”. Il testo di Schwarz (…) Schwarz Ulrich, Amalfi nell’alto Medioevo, è stato pubblicato in ristampa a cura del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, con introduzione di Giovanni Vitolo, ad Amalfi, nel 2002. Schwarz pubblicava nel 1978 il testo del “Chronicon Amalfitanum”. Sempre la Falkenhausen, a p. 10, nella sua nota (5) ci fa notare che “(5)….M. Berza, ‘Amalfi preducale’, in “Rivista storica italiana”, s. V., III, 3 (1938),…lo stesso M. Berza, in ‘Le origini di Amalfi’, cit., p. 16, peraltro, ha individuato in vicinanza di Ragusa il toponimo ‘Malfi’. Ecc..”. La Falkenhausen si riferiva al testo di M. Berza, ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, in “Studii italiani”, 6, (1940), pp. 6 s. In un sito sulla storia di Amalfi leggiamo che: “Il toponimo “Amalfi” è, inoltre, di sicura estrazione latina: esso, secondo la saga di origine principale, deriverebbe da Melfi, un villaggio marittimo lucano abbandonato da alcuni profughi romani nel IV d.C.; oppure potrebbe corrispondere al cognome di una gens romana del I secolo d.C. (Amarfia). A seguito delle incursioni germaniche del V secolo d.C. molti profughi romani delle città campane ormai preda delle orde barbariche si rifugiarono sui Monti Lattari e, dopo breve tempo, diedero maggiore impulso al piccolo villaggio di Amalfi, trasformandolo in una città, che era già sede vescovile nell’anno 596.“. E qui ritorniamo al centro Lucano di ‘Melfi’ o ‘Molpa’. Riguardo la “leggenda” di Molpa e dei protoamalfitani, Ulrich Schwarz (…), nel suo saggio ‘Amalfi nell’alto Medioevo’, uscito nel 1978, a pp. 31-32, nella sua nota (68) in proposito postillava che: “(68) Nella leggenda medioevale sulla fondazione di Amalfi l’origine della città è messa in relazione con i Romani, ed è significativo che, ugualmente per gli inizi sia tirato in ballo anche Bisanzio. Su di essa vedi Schwarz, ‘Amalfi, pp. 113 sgg. Per le altre leggende moderne sulla fondazione della città vedi Berza, ‘Origini di Amalfi’, pp. 35 sgg. Esse si fondano in gran parte sulla leggenda medievale (Berza parla di un “ciclo costantiniano”) o inventano una ninfa che avrebbe dato il nome alla città.”. Lo Schwarz, cita il Berza e si riferiva a Michail Berza (…) ed al suo ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, pubblicato nel 1940. Sempre la Falkenhausen nel suo saggio in proposito scriveva che: “La fantasiosa odissea dei protoamalfitani contiene, a mio parere, alcuni elementi che ben caratterizzano gli Amalfitani medioevali, e che vorrei trattare in quattro punti: 1) la romanità degli Amalfitani, 2) i loro interessi marittimi, 3) i loro rapporti con Costantinopoli, 4) la struttura della società amalfitana.”. Dunque, la Falkenhausen fa notare un elemento distintivo contenuto nella leggenda su cui bisognerbbe ulteriormente indagare, ovvero “3) i loro rapporti con Costantinopoli”, anzi, perchè mai, mi chiedo, secondo la storia contenuta nel ‘Chronicon Amalfitanum’, i profughi da Ragusa avrebbero dovuto fermarsi sulle coste Lucane ed in particolare lungo le pendici del Monte Bulgheria. Le notizie intorno alla probabile origine dei profughi Romani approdati sulle nostre coste dovrebbe far riflettere e riportarci intorno alle vicende che diedero origine agli stanziamenti di alcuni genti Bulgare da cui il nome della montagna alle cui pendici, in antichità esisteva gia un’antica città sepolta forse di fondazione Romana. All’epoca dei fatti a cui si riferisce la “leggenda”, ovvero agli anni 337-339 d.C., epoca in cui era salito al trono l’Imperatore d’Oriente che il Camera (…), sulla scorta di Guglielmo di Puglia scriveva che: “Basilio Imperatore di cui ha inteso ragionare il Pugliese fu nel 975 col fratello Costantino proclamato Imperador d’orinte, e sono figli di Romano II, che nel nel 979 ricuperarono la Puglia e la Calabria posseduta da Ottone II.”. Certo è che queste notizie bisognarà ulteriormente indagare. Bisognerà meglio indagare quella nostra parte dell’antica lucania Romana le vicende storiche che la distrasero nei primi secoli della Cristianità e dell’Impero Bizantino. La venuta delle popolazioni barbariche sulle coste Lucane, i rapporti dei nostri piccoli centri con Bisanzio e Costantinopoli, i rapporti con i vicini Ducati di Napoli, Gaeta e Benevento, ecc…, tutte questioni non ancora sufficientemente indagate. Ferdinando La Greca (…), riferendosi alle carte Parigine e all’Antonini, cita la storia delle origini della città di Amalfi raccontataci da Matteo Camera (…). Infatti, lo storico Matteo Camera, nel suo ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, pubblicato a Napoli nel 1836 a p. 10, parlando delle origini della città di Amalfi, citavo interessanti notizie sulla Molpa e su un’antico casale di Amalfi li vicino sorto ed in proposito scriveva che: “Noi per ridurre tali favolosi commenti al giusto lor valore ricorriamo alla più sensata e comune opinione tramandataci dai Cronisti (I) sull’origine e fondazione di questa città, la quale fanno rimontare al IV secolo dè tempi di Costantino, ecc…Fondata ch’ebbe questo Principe una novella capitale sul Bosforo della Tracia vi richiamò colà la primaria nobiltà di Roma a lui devota. Cessato egli di vivere nell’anno 337 carico di vittorie e di corone, molte altre nobili famiglie di Roma cercarono trasferirsi nella fortunata metropoli d’oriente (2); quindi nel 339 (secondo le Cronache Amalfitane) imbarcatesi con le più ricche suppellettili sopra cinque navi si diressero per Costantinopoli. Colpite da improvvisa tempesta in sull’altura del mare Jonio, due di esse appena riuscirono campare dal fiero naufragio, e balzare dalle onde nè vicini lidi giunsero ad afferrare terra presso Ragusa in Dalamazia. – E’ facile il supporre con quanta ospitalità e cortesia furono gl’infelici naufraghi in sulle prime accolti dà Ragusei, che dichiaravansi altamente beneficati dal popolo Romano; ma in appresso la restrizione dè confini che lor prescrissero, e l’ubbidienza che del pari tributar doveano a coloro che l’innanzi riguardati aveano come sudditi, divenne per essi un idea poco consolante…..Imbarcatisi eglino su navi Raguesee dopo aver percorso l’Adriatico si soffermarono in sulle spiagge della Lucania vicino Palinuro, che dal naufrago nocchiero il nome prese (I). Il bisogno di custodire le loro vite e sostanze, aggiunto all’avidità di fabbricare una città per loro stabilimento, determinò la Romana colonia di gittar colà le fondamenta d’una nuova città lungo un picciol fiume chiamato anticamente ‘Molpa’ (2) o ‘Melfi’. Di questo fiume fa menzione Plinio (3) dicendo: ‘promontorium Palinurum a quo sinu recente trajectos ad columnam regiam, c.m. pass. proximum autem huic (Palinuro scilicet) flumen Melfes et oppidum Buxentum, gracce Pyxus’ (Pisciotta). Cluverio nel lib. IV dell’Italia antica parimente scrisse. ‘Post Palinurum promontorium sequitur Melphes flumen, vulgo nunc Molfa, et Malfa, et idem Molpa, Malpa, et Melpa adcolis dictum’. Oggi ritiene solamente quello di ‘Molpa’, non conosciuti affatto gli altri nomi; e da questo ha improntato il suo nome anche un villaggio detto Molpa (I). Più diffusamente di questa edificazione ne scrisse Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis. “Quae te non fluerunt Nymphae, quae littora Molpis ? Testis erit Molpis tantae pars maxima cladis, Quam Venus in silicem vertit.”. Questa città di Molpa o Melfi nel seno di Palinuro fu totalmente dà barbari distrutta. Al presente però è osservabile colà nelle rupe meridionale una grotta appellata ‘la grotta delle ossa’, dove si vede un cumulo di ossa umane pietrificate e riunite insieme da una materia gessosa stillata dalle viscere del monte superiore. Il dottore Antonini (2) opina che le ossa ammonticchiate in quella grotta furono quelle dè naufraghi Romani di ritorno dall’Africa con 150 navi sotto il Console di S. Servinio Servilio Cepione, e di C. Sempronio Bleso (Orosio lib. 4 cap. 9.) che per ordine di Ottaviano furono ivi riposte. Fondata adunque la città di Melfi che dal fiume il nome prese, vennero i suoi abitanti conosciuti sotto il nome di Melfitani. Alcuni scrittori poco intesi della situazione particolare dè luoghi hanno scritto che la romana colonia, abbandonata Ragusa, capitasse in Melfi città della Puglia, donde il nome prese Malfitani. Questo è un errore evidente non che contrario a ciò che ne dice un Cronista Amalfitano: “Viaggiando questi Romani per mare; Melfi di Puglia sta dentro terra più di 40 miglia lungi da Palinuro: gli antichi che scrissero questo viaggio avrebbero certamente indicato un luogo marittimo di approdazione” oltre che la città di Melfi in quel tempo non esisteva, e ciò con chiarezza ce lo dice Guglielmo Pugliese al lib. I. de gest. Norman. “Melphia capta fuit; quicquid ecc…”. Basilio Imperatore di cui ha inteso ragionare il Pugliese fu nel 975 col fratello Costantino proclamato Imperador d’orinte, e sono figli di Romano II, che nel nel 979 ricuperarono la Puglia e la Calabria posseduta da Ottone II. Gli scrittori nulla rimarcavando tali differenze si sono lasciati incorrere nel più intollerabile anacronismo. – Di corta durata fu il soggiorno dè Melfitani nella città da essi colà fabbricata; che per essere poco fortificata e troppo esposta alle barbariche irruzioni difendere ben non si potea. Quindi lasciata Malpa, o Melfi si condussero in ‘Eboli’ vicino Salerno al riferimento della Cronica Amalfitana: ecc..”. Da p. 14, il Camera, continua il suo racconto parlando delle origini di Amalfi e di queste genti Romane che si trasferirono dal casale di Amalfi vicino Palinuro, lo abbandonaro e si trasferirono ad Eboli pe poi andare a fondare Amalfi sull’omonima costiera. Dunque, Matteo Camera, riferisce di questa notizia che riguarda Molpa, la città sepolta (diruta) di Molpa e la città diruta di Amalfi citata nella carta corografica da me scoperta e conservata all’ASN. Vediamo ora i riferimenti bibliografici citati dal Camera (…), nel suo testo, opera citata, le note da p. 10 a p. 13. Il Camera a p. 10, nella sua nota (I) postillava che: “(I) La ‘Cronica Amalfitana’, ms. conservasi nella libreria dè RR. PP.Teatini di Napoli. Chronici Amalphitani nunquam antea editi fragmentum ab.an. 1294 sta pubblicato dal Ch. Muratori Antiqu. maed. aevi, et antiqui. Ital.to. I. pag. 349 ed Aretii 1773 e nella raccolta del Perger to. I. pag. 143, e dall’Ughelli Italia sacra to. 7 in Archiep. Amalphit.”. Dunque, il Camera cita più volte la cronaca medievale detta “Chronici Amalphitani”, pubblicata dal muratori, dal Perger e dall’Ughelli. Il Camera scrive che la Cronaca Amalfitana era un testo antico manoscritto conservato presso “….libreria dè RR. PP.Teatini di Napoli”. Su questi antichissima e ricca libreria, se non ricordo male ha scritto padre Camillo Tutini (…). Il Camera sempre a p. 10, nella sua nota (2) postillava e citava di Recco, ‘Notizie di famiglie nobili e Regno della città di Napoli‘, p. 77. Matteo Camera (…), cita anche la Chronaca di “Guglielmo Pugliese al lib. I. de gest. Norman. “Melphia capta fuit; quicquid ecc…”. Matteo Camera si riferiva alla cronaca dei Normanni scritta da Guglielmo di Aix (…), cronista osservatore e contemporaneo dell’epoca. Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso. Sempre il Camera a p. 11, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Virgilio……………………..”. Il Camera citava anche Ferdinando Ughelli (…). Ferdinando Ughelli (…), nel 1721, per i nuovi tipi (nuova edizione) dell’“Italia sacra”, pubblicò a Venezia la sua opera mastodontica. Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “‘Ferdinando Ughellio, al tomo 9 dell’Italia Sacra, fol. 235, dice quasi lo stesso fino al ritorno da Ragusa; ma soggiugne a fede della ‘Cronaca’ manoscritta (quale in Amalfi conservasi) che colle navi stesse vennero alla Molpa: ‘In loco, qui Melpes dicebatur Palinuri, consedisse’; e che da quì fossero poi passati ad edificare Amalfi.”. Ferdinando Ughelli (…), nel 1659 pubblicò il suo tomo 7° dell'”Italia sacra, Romae, Sumptibus Blasij Deversin, & Zenobij Masotti. Nel suo Tomo VII (non come scriveva l’Ebner nel vol. IX), dell‘”Italia sacra ecc..”, pubblicato nel 1659, l’Ughelli (…) a p. (fol. 235) riporta integralmente un vecchio testo della cronaca Amalfitana o Chronici Amalphitani’. La trascrizione della ‘Cronaca Amalfitana’ pubblicata dall’Ughelli è la seguente: “Antiqua vero Amalphitanorum Chronica de ac civitate, deque eius, Amalphitanorumque nomine & origine haec ………..”Cum a Costantino nova Roma Bizantium appe….ecc…”:


Sempre a proposito del “Chronicon Amalphitanum”, la nota (19) a p. 18 dell’edizione curata dell’Ente Provinciale per il turismo di Salerno in occasione della Regata storica delle quattro antiche Repubbliche marinare tenutasi in Amalfi nel 1965, ove il testo e la sua revisione critica sono state curate da Leopoldo Cassese (…), si postillava che: “(19) Torna a proposito a questo punto, riportare il brano di un ‘Chronicon Amalphitanum anonymi cuiusdam saeculi XV, praef. (riportato dal Pelliccia, ‘Raccolte di varie croniche etc…, vol. 5 (Napoli, 1782), pag. 143): “Originale chronicae Amalphitanae, quae erat scripta caractere curialistico et in carta membranae, servatum fuisse una cum Tabula prothontina maris in domo familiare Domini Ursi et ex illa cives faciebant sibi copias, ut fuit Dominus Amalfae, ecc…”. Dunque la nota (19) del Cassese a p. 18 citava Pelliccia (…), ed il suo ‘Raccolte di varie croniche etc..’., vol. 5 (Napoli, 1782), pag. 143


Tommaso Gar (…), nel suo ……………………., pubblicò un’antico manoscritto da lui scoperto alla Biblioteca Nazionale di Vienna, ivi traslato dagli Austiaci da Venezia dove esso era conservato. In questo antico codice veneziano Foscariniano fu trascritta la “Tabula de Amalpha”. In seguito, nel ………., il Governo Italiano l’acquistò per …………………..dal Governo Austriaco che la restituì all’Italia ed è oggi conservata nel Comune di Amalfi. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla storia di Amalfi, scrisse che possedeva un’altra “Tabula de Amalpha” simile a quella del codice Foscariniano ma oggi irrimediabilmente andata perduta, forse perchè appartenuta al fondo che Roberto Filangieri Gonzaga chiese e ottenne per l’Archivio di Stato di Napoli e che andò irrimediabilmente perso nel famoso rogo del 1943. Recentemente per i tipi di De Mauro Editore è stata stampata un’edizione curata dell’Ente Provinciale per il turismo di Salerno in occasione della Regata storica delle quattro antiche Repubbliche marinare tenutasi in Amalfi nel 1965. Il testo e la sua revisione critica sono state curate da Leopoldo Cassese (…) che eseguì la trascrizione di un antico testo. Pare che il testo della “Tabula de Amalpha” fosse contenuto in un testo di Alianelli (…), del Leband (…), del Laudati (…), del Racioppi (…) ecc….
La Molpa nella ‘Cronaca manoscritta Cavense’ o Chonicon Cavense
Come possiamo leggere nella mia trascrizione delle pagine del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…) in cui egli parla di Molpa e della città di Melfe, di cui mi scuso per eventuali omissioni o errori (alcuni termini non sono ben comprensibili), egli cita alcuni autori come il Carafa (…), la cronaca Amalfitana (…), la cronaca di Montecassino (…), la cronaca di Guglielmo di Puglia (Guglielmo di Aix) (…), Leandro Alberti (…), Fabio Magini e la sua carta geografica “Tavola in piano di quella Provincia”, la Bolla di Alfano I (…), la cronaca del “Volaterano” (…), del Mazzella (…). Autori questi che cercherò di citare e parlare in questo mio saggio. Per “Voleterrano” il Mannelli intendeva il “Volterrano” (…), nome di cui era appellato Raffaele Maffei (…), che nel ………. pubblicò alcuni scritti sulla geografia d’Italia. Infatti, Raffaele Maffei (Maffeius Raphael) (…), nel 1451-1522 pubblicò il suo “Commentariorum vrbanorum Raphaelis Volaterrani, octo et triginta libri, accuratius quam antehac excusi, praemissis eorundem indicibus secundum tomos ut ab autore conscripti fuerunt: quibus accessit nouus, res ac uoces in philologia explicatas demonstrans, quo superiores editiones carebant hactenus. Item Oeconomicus Xenophontis, ab eodem Latio donatus”. L’Antonini (…), nella sua nota (1) a p. 369 postillava che: “(I) Eccone diverse autorità. La ‘Cronaca manoscritta Cavense’, nell’anno MXCVI parlando dell’assedio di Amalfi (di cui anche ragiona il ‘Malaterra’) dice: “Rogerius ecc…”. Poi nel manoscritto scrive “Rogerius Dux obsedit Amalphiam, & coepit eam: e nell’anno MCXXX vi si legge: “Et …………….”. L’Antonini (…), a p. 370, parlando della Molpa e delle sue origini, nelle sue note postillava citando anche il Mabillon (…) al lib. 58, degli ‘Annali Benedettini’ e cita pure ‘L’ignoto Cassinense’ al num. 7, parlando dell’Imperator Ludovico dice: “Obtinuit Capuam, ingreditur Salerno navigans Malfim, Puteoli utitur lavacris.”.
Matteo Camera, la Molpa e le origini di Amalfi
Di Matteo Camera e della sua prima edizione lo Schwarz (…) a p. 24 del saggio tradotto da Vitolo scriveva che: “Una ristampa eseguita a Cava dè Tirreni nel 1955 presenta diversità nella numerazione delle pagine e delle note). Per la bibliografia e le pubblicazioni del Camera vedi G. Del Giudice, ‘Della vita e delle opere di Matteo Camera’, in ‘Memoria di Camera’, pp. 3-24. Sempre lo Schwarz (…) nel suo saggio a p. 24 in proposito ai testi del Camera scriveva che: “La sua opera principale sono tuttavia le ‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi cronologicamente ordinate e continuate fino al XVIII secolo’, che egli pubblicò in due volumi negli ultimi anni della sua vita (35), facendovi confluire una gran massa di materiale inedito (36).”.

Bibliografia:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(2) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2. Forse una delle carte originali viste dal Galiani a Parigi.
(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981
(…) La Greca Fernando e Vladimiro Valerio, Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano. Le terre del Principato Citra, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 2013; in questo testo si parla delle carte conservate alla Bibilioteca Nazionale di Francia, molto simili a quella da me scoperta e pubblicata
(…) La Greca Ferdinando Valerio Vladimiro, Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra, ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 2008 (Archivio Attanasio)
(…) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Attanasio)
(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.
(…) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976
(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Attanasio)
(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c)
(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743
Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.
(…) Il Chronicon Cassinese o ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense o Leone Marsicano. La Chronica sacri monasterii casinensis (“Cronaca del sacro monastero cassinese”), anche conosciuta come Chronica monasterii casinensis (“Cronaca del monastero cassinese”) o semplicemente Chronicon casinense (“Cronaca cassinese”), è una cronaca medievale redatta da Leone Marsicano (1046-1115) e poi “continuata” da Pietro Diacono (1107/1110-1159). Il testo tratta della storia dell’Abbazia di Montecassino dalla fondazione, ad opera di Benedetto da Norcia nel 529, fino al XII secolo, nonché delle vicende del territorio sottoposto all’Abbazia, ovvero lo stato feudale medievale della Terra Sancti Benedicti. La Chronica è suddivisa in quattro libri, l’ultimo dei quali venne redatto da Pietro Diacono diversi anni dopo la morte di Leone Marsicano. Per la redazione di questa cronaca medievale, Leone Marsicano, si servì della Chronaca di Romualdo Guarna Salernitano (…). L’originale in latino: “Chronica sacri monasterii casinensis”, Lutatiae Parisiorum, Ex Officina Ludovici Billaine 1668. Il Chronicon Cassinese, di Leone Ostiense, La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata dal Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, pp. 135
(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)
(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc.., ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2007 (Archivio Attanasio)
(…) Camera Matteo, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20; di questa edizione lo Schwarz (…) a p. 24 del saggio tradotto da Vitolo scriveva che: “Una ristampa eseguita a Cava dè Tirreni nel 1955 presenta diversità nella numerazione delle pagine e delle note). Per la bibliografia e le pubblicazioni del Camera vedi G. Del Giudice, ‘Della vita e dele opere di Matteo Camera’, in ‘Memoria di Camera’, pp. 3-24. Sempre lo Schwarz nel suo saggio a p. 24 in proposito ai testi del Camera scriveva che: “La sua opera principale sono tuttavia le ‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi cronologicamente ordinate e continuate fino al XVIII secolo’, che egli pubblicò in due volumi negli ultimi anni della sua vita (35), facendovi confluire una gran massa di materiale inedito (36).”
(….) Cassese Leopoldo, La Tabule de Amalpha, ed. Di Mauro, Ente Provinciale per il Turismo di Salerno, 1965 (Archivio Attanasio)
(…) Schwarz Ulrich, Amalfi nell’alto Medioevo, ristampa a cura del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, con introduzione di Giovanni Vitolo, Amalfi, 2002 (Archivio Attanasio)
(…) AA.VV., Istituzioni civili e organizzazione ecclesiastica nello stato medievale Amalfitano, Atti del Congresso Internazionale di Studi Amalfitani (Amalfi, 3-5 luglio 1981), Amalfi, ed. Presso la sede del Centro, 1986
(…) Berza Michail, ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, in “Studii italiani”, 6, (1940), pp. 6 s.; si veda il testo di Schwarz
(…) Freccia Marino, De Subfeudis Baronum, & Inuestituris Feudorum, 1579
(…) Collenuccio Pandolfo, Compendio dell’Historia del Regno di Napoli composta da M. Pandolfo Collenutio Iuriconsulto in Pesaro, con la giunta di M. Mambrino Roseo da Fabriano ecc…,
(…) Maffei Raffaele detto il ‘Volaterrano’, Commentariorum vrbanorum Raphaelis Volaterrani, octo et triginta libri, accuratius quam antehac excusi, praemissis eorundem indicibus secundum tomos ut ab autore conscripti fuerunt: quibus accessit nouus, res ac uoces in philologia explicatas demonstrans, quo superiores editiones carebant hactenus. Item Oeconomicus Xenophontis, ab eodem Latio donatus’, Basilea,………
