GARIBALDI A NAPOLI
Nel 7 settembre 1860, Garibaldi, da Salerno parte in carrozza ed arriva a Napoli, Capitale del Regno Borbonico delle Due Sicilie
Da Wikipedia leggiamo che il 6 settembre re Francesco II abbandonava Napoli, imbarcandosi con la famiglia sul vapore Messaggero, cercando di riorganizzare il suo esercito fra la fortezza di Gaeta e quella di Capua, con al centro il fiume Volturno. Così, il 7 settembre, Garibaldi, precedendo il grosso del suo esercito, viaggiando su un treno, che da Torre Annunziata dovette procedere lentamente per non travolgere le ali di folla festante, poté entrare in città accolto da liberatore Le truppe borboniche, ancora presenti in abbondanza e acquartierate nei castelli, non offrirono alcuna resistenza e si arresero poco dopo. Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 380 e ssg., in proposito scriveva che: “….CAPITOLO XIV. Ingresso in Napoli, 7 settembre 1860. L’ingresso nella grande capitale ha più del portentoso che della realtà. Accompagnato da pochi aiutanti, io passai framezzo alle truppe borboniche ancora padrone, le quali mi presentavano l’armi con più ossequio certamente, che non lo facevano in quei tempi ai loro generali. Il 7 settembre 1860 ! E chi-dei figli di Partenope non ricorderà il gloriosissimo giorno ? Il 7 settembre cadeva l’abborrita dinastia che un grande statista inglese avea chiamato « Maledizione di Dio ! » e sorgeva sulle sue ruine la sovranità del popolo, che una sventurata fatalità fa sempre poco duratura. Il 7 settembre un figlio del popolo, accompagnato da pochi suoi amici che si chiamavano aiutanti, ‘entrava nella superba capitale dal focoso destriero acclamato e sorretto dai cinquecentomila abitatori, la cui fervida ed irresistibile volontà, paralizzando un esercito intiero, li spingeva alla demolizione d’ una tirannide, all’ emancipazione dei sacri loro diritti; quella scossa avrebbe potuto movere l’intiera Italia, e portarla sulla via del dovere, quel ruggito basterebbe a far mansueti i reggitori insolenti ed insaziabili, ed a rovesciarli nella polve !.”. Garibaldi, a p. 380, nella nota (1) postillava: “Missori, Nullo, Basso, Mario, Stagnetti, Canzio.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 267, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre, alle sette di sera, il re Francesco II si era imbarcato alla volta di Gaeta; il 7 mattina Garibaldi aveva ricevuto a Salerno i deputati di Napoli, e verso le undici, accompagnato da una dozzina di ufficiali, era arrivato con un treno diretto nella città, dove lo aspettava la guardia nazionale.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nel suo “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the making of Italy”, a pp. 226-227 , in proposito scriveva che: “Annunziato telegraficamente il suo arrivo alla capitale per le undici di quel venerdì 7 settembre, il Dittatore e il suo seguito lasciaron Salerno in vettura alle nove e mezzo in punto, accompagnati da un altro scoppio di entusiasmo frenetico (1). A Vietri, stazione di confine, montarono in un treno speciale che traboccò subito di gente, Garibaldi, il suo Stato Maggiore e i suoi amici personali, una ventina di Guardie Nazionali salernitane etc…”. Costanzo Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 96, in proposito scriveva che: “Dal 4 al 7 settembre gli avvenimenti nell’Italia meridionale s’erano rapidamente succeduti in un modo meraviglioso. L’Europa stupefatta aveva assistito in pochi giorni allo sfacelo di un grande esercito ed alla fine di un Regno, fino a pochi mesi prima comunemente ritenuto il più potente degli Stati della penisola Italiana. Quegli ostacoli che, il 4 settembre, alcuni credevano che avrebbero dovuto ritardare la marcia trionfale di Garibaldi, s’erano invece rivelati inesistenti, e Garibaldi, tre giorni dopo la scena del Fortino, aveva potuto entrare trionfalmente in Napoli, circondato dal solo suo Stato Maggiore, mentre all’alba dello stesso giorno (7 settembre) l’ultimo dei Borboni di Napoli era sbarcato a Gaeta, che doveva essere l’ultimo propugnacolo dell’agonizzante Monarchia. Durante la sua rapida marcia da Lagonegro a Napoli (4-7 settembre) Garibaldi aveva riconfermato alle varie deputazioni, venutegli incontro per ossequiarlo, il suo aperto e deciso proposito di proclamare l’annessione delle Provincie meridionali a Roma. Etc…(191).”. Maraldi, a p. 97, nella nota (191) postillava: “(191) Dal “Diario del Bertani”, pubblicato dalla Mario, op. cit., vol. II, pag. 188. Si noti pure che l’idea di riprendere Nizza all’odiato Bonaparte non era poi completamente estranea al pensiero di Garibaldi etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: “Ivi, nel mattino del 6 Settembre, ……Nel giorno stesso il Generale, col breve eletto corteo, ripartì, fra le vive acclamazioni e benedizioni del popolo festante, per Eboli, Salerno e Napoli, dove entrò trionfalmente nella sera del Venerdì 7 Settembre, inerme, senza scorta ed in carrozza scoperta, passando sotto i cannoni del Forte del Carmine, le cui sentinelle, gli resero gli onori militari, mentre nel giorno innanzi il Re Francesco, con tutta la Corte, era partito per mare per la fortezza di Gaeta in cerca d’asilo ed in attesa degli aiuti dimandati dall’Europa, che si mostrò sorda a quell’invito.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 929, in proposito scriveva che: “All’alba del 7 settembre, il Di Lorenzo e il Rendina furono presentati da Cosenz a Garibaldi, che loro fece cordialissima accoglienza. Si parlò del prossimo arrivo del sindaco e del comandante della guardia nazionale, che Garibaldi era impaziente di vedere. Etc…(p. 930) A nulla valsero le preghiere del Bertani e del Nullo, i quali sapevano essere a Nocera ancora occupata dalle truppe bavaresi, e i castelli di Napoli dai soldati borbonici….Etc…(p. 931) Si partì da Salerno alle nove e mezzo. La guardia nazionale e le squadre insurrezionali del Salernitano volevano seguire Garibaldi, ma egli non volle. Di Lorenzo e Rendina precedevano con altro legno a tutta corsa, per far telegrafare dal capostazione di Cava che fosse sgomberata dai bavaresi la stazione di Nocera, ma questi etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 931, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore della giornata, Emilio Visconti Venosta, che era ancora a Napoli, incontrò in piazza Ferdinando il Frapolli, prima camicia rossa che si vedesse per le vie di Napoli, alcune ore avanti che Garibaldi arrivasse. Egli conosceva il Frapolli, che era stato per poco tempo ministro della guerra a Modena col Farini. Il Frapolli, informato il Visconti della sua missione, gli annunziò che Garibaldi sarebbe arrivato fra poche ore, etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, riferendosi al 6 settembre 1860, in proposito scriveva che: “La sera di quel giorno, Garibaldi giunse a Salerno, e prese stanza nel palazzo dell’intendenza.“. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 194, in proposito scriveva che: “…XL…..Erano passati appena undici giorni dallo sbarco in Calabria, quando Garibaldi, accompagnato soltanto da alcuni aiutanti di campo, precedendo il suo piccolo esercito che lo seguiva a marcie forzate, entrava in Napoli, circondato da una folla delirante. Trovava il « nido caldo » come disse egli stesso. Il giorno prima Francesco II aveva lasciato il palazzo reale per recarsi a Capua ad organizzarvi le estreme difese. Le truppe borboniche occupavano ancora la città; trascinate dall’entusiasmo generale presentarono le armi all’eroe trionfante. Era il 7 settembre.”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, a pp. 68-68 e ssg. trascriveva una lettera dell’8 settembre ed in proposito scriveva che: “Sapri, Policastro, le 8 september. Garibaldi est à Naples. Il y est entré hier dans la journée, accompagné seulement de quelques-uns de ses amis (1). En de pit du temps qui parait vpouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui merite à peine aujourd’hui le nom de village, car elle ne renferme pas plus de quatre cents ames. On lui donne sans doite ce titre en souvenir de son importance passée, et parce qu’elle prete son nom au golfe qui s’etend devant elle. D’apres un historien digne de foi, elle fut, en 1055, entierement detruite par Robert Guiscard, etc…”, che tradotto significa: “Garibaldi è a Napoli. Vi è entrato ieri in giornata, accompagnato solo da alcuni suoi amici (1). Nonostante il tempo che sembra cambiare, vado con i miei due connazionali a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, cittadina che oggi merita a malapena il nome di villaggio, perché non contiene più di quattrocento anime. Le viene dato senza dubbio questo titolo in ricordo della sua passata importanza e perché dà il nome al golfo che si estende davanti ad essa. Secondo uno storico attendibile fu, nel 1055, completamente distrutta da Roberto il Guiscardo, etc…”. Il volontario garibaldino scriveva di Sapri che era un piccolo paesino di 400 anime. Maison, a pp. 68-69, nella nota (1) postillava: “(1) D’après M. Edwin James, témoin oculaire , Garibaldi passa par Eboli. A Salerne etc…”, che tradotto significa: “(1) Secondo il signor Edwin James, un testimone oculare, Garibaldi passò da Eboli. A Salerno, prese la ferrovia.”. Mason cita M. Edwin James (….), il cui testo è di un giornale curato da Ms. Edwin James’s. Egli scrisse “Garibaldi and his advisers”. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 86, in proposito scriveva che: “……………”.
Dopo il 7 settembre 1860, il GOVERNO provvisorio (Pro-Dittatura) di Garibaldi a Napoli
Il governo provvisorio di Garibaldi a Napoli si instaurò dopo l’ingresso trionfale dei Mille a Napoli il 7 settembre 1860, in seguito alla spedizione in Sicilia e alla successiva conquista del Regno delle Due Sicilie. Da Wikipedia leggiamo che il Governo di Garibaldi a Napoli è stato il breve esecutivo dittatoriale (dal 7 settembre al 29 ottobre 1860) instaurato dopo l’ingresso del Generale nella capitale borbonica. Caratterizzato da una convulsa transizione e dall’alleanza con elementi della camorra per mantenere l’ordine, portò all’annessione dell’ex Regno delle Due Sicilie al nascente Regno d’Italia. Il 6 settembre 1860 Francesco II abbandonava Napoli, imbarcandosi con la famiglia sul vapore Messaggero, cercando di riorganizzare il suo l’esercito fra la fortezza di Gaeta e quella di Capua, con al centro il fiume Volturno. Così, il 7 settembre, Garibaldi, precedendo il grosso del suo esercito, viaggiando su un treno, che da Torre Annunziata dovette procedere lentamente per non travolgere le ali di folla festante, poté entrare in città accolto da liberatore. Le truppe borboniche, ancora presenti in abbondanza e acquartierate nei castelli, non offrirono alcuna resistenza e si arresero poco dopo. Garibaldi decise di fare il suo ingresso accompagnato da un numero limitato di garibaldini, per non apparire un conquistatore, bensì un liberatore protetto dallo stesso popolo. Al treno si aggrapparono quante più persone era possibile e all’altezza di Torre Annunziata il treno dovette procedere lentamente, per non travolgere le ali di folla festante di decine di migliaia di abitanti locali, che cercavano di vedere e toccare Garibaldi. Dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli, la situazione italiana era questa: le regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Basilicata, e quasi tutta la Campania) erano state conquistate da Garibaldi (re Francesco II si era asserragliato a Gaeta, mentre Lombardia, Emilia, Romagna, Toscana erano unite nel Regno di Sardegna sotto Vittorio Emanuele II di Savoia in seguito alla seconda guerra d’indipendenza italiana e ai successivi plebisciti di annessione. Il Sud e il Nord della penisola italiana erano però ancora separati dalla presenza dello Stato Pontificio. L’avanzata di Garibaldi, inoltre, preoccupava i moderati e le corti europee sia per una sua possibile avanzata fino a Roma e per il rischio di una svolta repubblicana rivoluzionaria causa la presenza mazziniana sempre più attiva. L’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 segna un momento cruciale per l’Italia, con la fine del dominio borbonico e l’avvio dell’unificazione nazionale. L’azione di Garibaldi in Sicilia e nel Sud Italia fu facilitata e in parte coordinata con il Regno di Sardegna, guidato dal Primo Ministro Camillo Benso, conte di Cavour. Cavour, pur non condividendo completamente l’approccio di Garibaldi, comprese l’importanza strategica di queste azioni per l’unificazione italiana sotto la corona sabauda. Dopo la conquista di Napoli, fu chiaro che l’intero Mezzogiorno avrebbe potuto essere annesso al Regno di Sardegna. Questo processo fu formalizzato attraverso un plebiscito tenutosi nell’ottobre 1860, che vide una schiacciante maggioranza dei votanti esprimersi a favore dell’annessione al Regno di Sardegna. L’annessione fu ratificata e il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere, portando alla creazione del Regno d’Italia, proclamato il 17 marzo 1861. L’intervento piemontese fu cruciale per garantire l’ordine e la stabilità durante la transizione, nonché per assicurare che l’unificazione avvenisse sotto l’egida piemontese, piuttosto che sotto una repubblica democratica come alcuni garibaldini avrebbero preferito. Sempre da Wikipedia, alla voce “Francesco Crispi” leggiamo che a Napoli il governo provvisorio di Garibaldi era in gran parte nelle mani dei fedeli di Cavour. Crispi, che arrivò in città a metà settembre, insistette con il generale e ottenne di concentrare il potere nelle sue mani. Tuttavia, la spinta rivoluzionaria che aveva animato la spedizione andava affievolendosi, specie dopo la battaglia del Volturno. Sempre da Wikipedia, alla voce “Francesco Crispi” leggiamo che a Napoli il governo provvisorio di Garibaldi era in gran parte nelle mani dei fedeli di Cavour. Crispi, che arrivò in città a metà settembre, insistette con il generale e ottenne di concentrare il potere nelle sue mani. Tuttavia, la spinta rivoluzionaria che aveva animato la spedizione andava affievolendosi, specie dopo la battaglia del Volturno. Intanto Cavour aveva dichiarato che nell’Italia meridionale non avrebbe accettato altro che l’annessione incondizionata al Regno di Sardegna mediante plebiscito. Crispi, che aveva ancora la speranza di far proseguire la rivoluzione per riscattare Roma e Venezia, si oppose, proponendo di far eleggere al popolo un’assemblea parlamentare. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 315, in proposito scriveva: “….Garibaldi si occupò seriamente della necessaria organizzazione amministrativa. Del vecchio ministero non rimase che Liborio Romano; tutti gli altri ministri furono rinnovati, nel che Garibaldi pose diligenza a mettere al governo gli uomini più possibilmente moderati. Ministro della guerra fu nominato il generale Cosenz, Pisanelli ebbe il ministero della giustizia, Antonio Ciccone quello dell’istruzione pubblica, Rodolfo Afflitto i lavori pubblici, Scialoja, che trovavasi tuttora a Torino, venne nominato ministro delle finanze. Andrea Colonna venne eletto sindaco della città. Anche alle ambasciate si provvedette con nuovo personale; a Torino venne spedito Pier Silvestro Leopardi, a Parigi il marchese De Bella, Carlo Cattaneo venne destinato all’ ambasciata di Londra. Se di molti di questi uomini quasi poteva dirsi che fossero cavouriani, non fece invece poca sensazione la nomina di Bertani a segretario generale del dittatore, e verosimilmente avrebbe prodotto la stessa impressione quand’ anche Bertani meravigliosamente non avesse in pari tempo ottenuto il titolo di colonnello.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 205, in proposito scriveva che: “Tantosto il dittatore si fece il ministero. Confermò D. Liborio, e i direttori Giacchi e De Cesare, che anime di fango non arrossirono del pubblico tradimento. Mise alla Guerra Cosenz, con direttore Guglielmo Sauget nostro tenente colonnello figlio del generale. Alla giustizia il Pisanelli, quello del governo provvisorio; alla polizia fu direttore un Giuseppe Arditi; e rimase prefetto il Bertani per un giorno solo, a non sfuggir la vergogna del servire due padroni in un giro di sole.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli (1824-1860)”, a pp. 148-149, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Provvide pure monarchicamente con uomini egregi e tutti del Cavour al reggimento dello Stato. Tenne Liborio Romano a primario consigliere, affidandogli il dicastero dell’interno e quello della polizia, dato poi con decreto del 13 a Raffaele Conforti, la giustizia al Pisanelli, i lavori pubblici al d’ Afflitto, la istruzione pubblica al Ciccone, la guerra al Cosenz, le finanze allo Scialoia richiamato espressamente da Torino; furono direttori della marina, lo Scrugli, il Giacchi dell’ interno, Guglielmo de Sauget della guerra; poi nominava il Crispi, venuto di Sicilia, a ministro degli affari esteri. Dell’indole stessa fu il rinnovamento del corpo municipale sotto il sindacato di Andrea Colonna, per nobiltà di casato e per assidua fede al partito moderato unitario a nessuno secondo. Riconfermava il Sirtori per comandare l’esercito come egli ne fosse impedito; e al generale Ghio, che a Soveria gli aveva messo ai piedi le armi borboniche, accomandò la piazza di Napoli.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 146, in proposito scriveva che: “Il partito garibaldino e il partito cavouriano, che chiedeva l’annessione immediata, erano venuti ad aperto contrasto; una rottura sarebbe riuscita infinitamente dannosa alla causa nazionale, se pure non avrebbe dato luogo addirittura ad una guerra civile. Si era gia arrivati alla formazione di un ministero secondo gl’intenti del partito cavouriano; da un momento all’altro potevano scoppiare disordini; l’atteggiamento delle truppe che occupavano ancora il Castel Nuovo e Sant’Elmo era cupo e minaccioso. L’arrivo di Garibaldi che entrò in città col generale Cosenz e qualche ufficiale del suo stato maggiore, in vettura scoperta, accompagnato da alcune guide, troncò l’attesa di tutti i dubbiosi e gl’indecisi, il lavorio dei partiti e l’eventuale resistenza delle truppe borboniche rimaste. L’entusiasmo dei Napoletani non conosce limiti. Prima di mezzogiorno il generale Cosenz aveva formato un Governo; la sera, il generale Turr faceva ingresso in città con l’avanguardia della sua Divisione. Il giorno stesso le truppe borboniche sgomberavano il Castel Vecchio e alcuni punti fortificati; l’indomani capitolò Sant’Elmo, …..Garibaldi affidò all’ammiraglio Persano, suo vecchio amico, il comando della flotta e spedì un vapore a Genova, per offrie la prodittatura al marchese Pallavicino. Si sviluppò la Guardia Nazionale….Garibaldi si condusse con somma moderazione e saggezza. La sua situazione era difficile, tra annessionisti, repubblicani ed ex soldati e ufficiali regi. Avendo sempre di mira lo scopo della sua vita e delle sue lotte, l’unità d’Italia, sempre cercando di conseguirlo senza spargimento di sangue, egli procurò di conciliare repubblicani e annessionisti, formò coi soldati e ufficiali napoletani una Divisione a parte e, col grosso del proprio esercito etc…”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 131, in proposito scriveva che: “Francesco Crispi fu l’anima di governo di Garibaldi in Sicilia e a Napoli. Eguali sorti, dolori e lotte l’unirono lungo tempo col Dittatore dell’Italia meridionale. Crispi è repubblicano, come Garibaldi. Quando, a metà ottobre, la politica di Cavour venne ad aperto contrasto con quella di Garibaldi fu costretto a sacrificare il suo amico Crispi al principio costituzionale e all’unità delle popolazioni italiane, etc…”. Giuseppe Garibaldi, ebbe negli anni avvenire diverse amarezze causate da inevitabili dissapori con il Cavour e con i suoi partigiani. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a pp. 145-146, in pproposito scriveva che: “Né il rapido ingresso di Garibaldi a Napoli fu una imprudenza, come si è spesso affermato nella stampa tedesca; fu invece un’urgente necessità per la città. Il partito garibaldino e il partito cavouriano, che chiedeva l’annessione immediata, erano venuti ad aperto contrasto; una rottura sarebbe riuscita infinitamente dannosa alla causa nazionale, se pure non avrebbe dato luogo addirittura ad una guerra civile. Si era gia arrivati alla formazione di un ministero secondo gl’intenti del partito cavouriano; da un momento all’altro potevano scoppiare disordini; l’atteggiamento delle truppe che occupavano ancora il Castel Nuovo e Sant’Elmo era cupo e minaccioso. L’arrivo di Garibaldi che entrò in città col generale Cosenz e qualche ufficiale del suo stato maggiore, in vettura scoperta, accompagnato da alcune guide, troncò l’attesa di tutti i dubbiosi e gl’indecisi, il lavorio dei partiti e l’eventuale resistenza delle truppe borboniche rimaste. L’entusiasmo dei Napoletani non conosce limiti. Prima di mezzogiorno il generale Cosenz aveva formato un Governo; la sera, il generale Turr faceva ingresso in città con l’avanguardia della sua Divisione. Il giorno stesso le truppe borboniche sgomberavano il Castel Vecchio e alcuni punti fortificati; l’indomani capitolò Sant’Elmo, …..Garibaldi affidò all’ammiraglio Persano, suo vecchio amico, il comando della flotta e spedì un vapore a Genova, per offrie la prodittatura al marchese Pallavicino. Si sviluppò la Guardia Nazionale. Garibaldi si condusse con somma moderazione e saggezza. La sua situazione era difficile, tra annessionisti, repubblicani ed ex soldati e ufficiali regi. Avendo sempre di mira lo scopo della sua vita e delle sue lotte, l’unità d’Italia, sempre cercando di conseguirlo senza spargimento di sangue, egli procurò di conciliare repubblicani e annessionisti, formò coi soldati e ufficiali napoletani una Divisione a parte e, col grosso del proprio esercito etc…”. Alfonso Maria Tufano (….) nel capitolo di storia del testo Padula prima e durante la Certosa – ecc…, Associazione Amici del Cassero, Grafiche Zaccara, Lagonegro, 1995, a pp. 22-23, in proposito scriveva che: “Nell’estate del 1860, il colonnello Luigi Fabrizi, comandante in capo delle forze insurrezionali salernitane pro-Garibaldi, sceglie la Certosa di San Lorenzo come caposaldo a sud dello schieramento contro le truppe borboniche, tagliando le comunicazioni tra Napoli ed il resto del Regno delle due Sicilie e garantendo l’avanzata al Generale di Nizza, che il 5 settembre, proprio a Padula, stipulò la resa con il pari grado borbonico Cardarelli, già sconfitto in Calabria.”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 299 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi, che alla partenza da Salerno si proponeva di fare arrestare Silvio Spaventa e i membri del Comitato d’Azione (suoi partigiani) che avevano accettato di formare un Governo provvisorio con esponenti cavouriani (1), chiarito quello che fu definito un “equivoco”, formò un Ministero con Liborio Romano all’Interno, Cosenz alla Guerra, Pisanelli alla Giustizia, Rodolfo Afflitto ai Lavori Pubblici, Ciccone alla Pubblica Istruzione, Antonio Scialoja alle Finanze. Segretario Generale della Dittatura fu nominato Bertani, Sindaco Andrea Colonna di Stigliano. Il Ministero, del quale facevano parte più cavouriani che garibaldini (e da Torino, Cavour, sempre vigile e trepidante, se ne diceva “enchanté”) si mise al lavoro, etc…”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 300 e ssg., in proposito scriveva che: “Un decreto confiscò tutti i beni dei Borboni, comprese le doti delle Principesse di altre famiglie. Francesco II aveva lasciato oltre dieci milioni di ducati perchè, diceva in una nota diplomatica, unita la sua causa a quella del popolo suo, non aveva curato di porre al sicuro le sue sostanze, “sdegnando di serbare per me un tavola, in mezzo al naufragio della Patria”. Di quei milioni – ed erano ducati, non lire – una parte cospicua (sei) fu destinata in seguito (decreto del 23 ottobre) a risarcire tutti coloro che dal 15 maggio 1848 in poi avevano subito danni dai Borboni: i “martiri del regime”, insomma, che spuntano sempre fuori. Quella decisione provocò proteste sedegnose e specie da parte dei veri danneggiati, e cioè gli Scialoja, gli Spaventa, i poerio, i Massari, i Caracciolo, ma contro la protesta – nota De Sivo – protestò “chi aveva più fame etc…”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 312 e ssg., in proposito scriveva che: “Agostino Bertani, segretario generale della Dittatura, più garibaldino dello stesso Garibaldi, era giunto ai ferri corti coi Ministri, tutti di opinione moderata, ed emetteva decreti senza consultare nessuno o non dava eseuzione a quelli deliberati dal Governo. Liborio Romano (1), dal canto suo, ignorava la presenza del Bertani, presenza non poco invadente, e le sue proposte di legge presentava direttamente a Garibaldi per la firma. Tutti legiferavano; nelle provincie, governatori nominati dal Bertani, con poteri illimitati, tassavano, discioglievano municipii, raccoglievano danaro con collette, altro ne sperperavano, emettevano decreti che spesso contraddicevano quelli di Garibaldi stesso. A complicare maggiormente le cose, il 17 settembre giunse a Napoli Mazzini, e pochi giorni dopo anche Carlo Cattaneo. Il partito monarchico, insospettivo dell’arrivo dei due agitatori, il primo unitario, l’altro federalista, ma entrambi repubblicani, orchestrò dimostrazioni popolari al grido di “Morte a Mazzini!” e chiese al Dittatore che l’esule genovese fosse espulso.”. Giuseppe Garibaldi, ebbe negli anni avvenire diverse amarezze causate da inevitabili dissapori con il Cavour e con i suoi partigiani. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione , nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre. Quello che più mi urtava nei maneggi di cotesto partito era di trovarne le traccie in certi individui che mi erano cari, e di cui mai avrei dubitato. Gli uomini incorruttibili erano dominati coll’ ipocrita ma terribile pretesto della necessità ! La necessità d’esser codardi ! La necessità di ravvolgersi nel fango davanti ad un simulacro di effimera potenza, e non sentire, non capire la robusta, imponente, maschia volontà d’un popolo che, volendo essere ad ogni costo, si dispone a frangere cotesti simulacri e disperderli nel letamaio da dove scaturirono. Cotesto partito, composto di compri giornali, di grassi proconsoli e di parassiti d’ ogni genere, sempre pronto a servire, con ogni specie d’abbassamento e di prostituzione , chi lo paga, e pronto sempre a tradire il padrone quando questi minaccia di crollare, quel partito, dico, mi fa l’effetto dei vermi sul cadavere: il loro numero ne segna il grado di putridume ! In ragion diretta del numero di questi vermi, si può valutare la corruzione d’ un popolo. Io ebbi a soffrire delle mortificazioni da quei signori che la facevan da protettori dopo le nostre vittorie e che ci avrebbero dato il calcio dell’ asino, come lo diedero a Francesco II, se si fosse stati sconfitti, le quali mortificazioni io certo non avrei tollerato, se si fosse d’altro trattato che della causa santa dell’Italia. Per esempio, giungono due battaglioni dell’ esercito sardo non dimandati, con lo scopo reale di non lasciar fuggire la preda della ricca Partenope ed assicurarla, ma col pretesto di mettersi ai miei ordini, se richiesti. Io li chiedo, e mi si risponde che devesi ottenere il beneplacito dell’ ambasciatore; questi, consultato, risponde che si deve chiedere il permesso a Torino. Ed i miei prodi compagni frattanto si battevano e vincevano sul Volturno, non solamente senza il concorso di un solo soldato dell’ esercito regolare, ma privi dei contingenti che la gioventù generosa di tutta Italia voleva inviarci, e che Cavour e Farini trattenevano od imprigionavano. I pochi giorni passati in Napoli, dopo l’accoglienza gentile fattami da quel popolo generoso, furono piuttosto di nausea, appunto per le mene e sollecitudini di quei tali cagnotti delle monarchie, che altro non sono in sostanza che sacerdoti del ventre, Aspiranti immorali e ridicoli, che usarono i più ignobili espedienti per rovesciare quel povero diavolo di Franceschiello, colpevole solo d’esser nato sui gradini d’un trono, e per sostituirlo del modo che tutti sanno. Tutti sanno le trame d’una tentata insurrezione, che doveva aver luogo prima dell’arrivo dei Mille per toglier loro il merito di cacciar il Borbone, e farsene poi belli costoro presso l’Italia, con poca fatica e merito. Ciò poteva benissimo eseguirsi se coi grossi stipendi la monarchia sapesse infondere ne’ suoi agenti un po‘ più di coraggio, e meno amor della pelle. Non ebbero il coraggio d’una rivoluzione i fautori sabaudi, ed era allora tanto facile di edificare sulle fondamenta altrui, maestri come sono in tali appropriazioni; ma ne ebbero molto per intrigare, tramare, sovvertire l’ ordine pubblico, e mentre nulla avean contribuito alla gloriosa spedizione, quando poco rimaneva da fare ed era divenuto il compimento facile, la smargiassavano da protettori ed alleati nostri, sbarcando truppe dell’esercito sardo in Napoli (per assicurare la gran preda, s ‘ intende), e giunsero al punto di protezionismo da inviarci due compagnie dello stesso esercito il giorno dopo la battaglia del Volturno, il 2 ottobre. Sempre il calcio dell’ asino !”.
Nel settembre 1860, Rodolfo D’AFFLITTO, dei baroni di Roccagloriosa fu Ministro dei Lavori Pubblici del governo prodittatoriale di Garibaldi
Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, Grafica Jannone, Salerno, 1986, a p. 74, in proposito scriveva che, di Roccagloriosa era: “Rodolfo D’Afflitto, grande politico. Favorì con discorsi e con opere la politica di Cavour e di La Farina. Collaborò alla spedizione di Garibaldi in Sicilia e l’annessione del Napoletano al Regno. Rifiutò la carica di ministro. Nel 1872 fu mandato a Genova in qualità di Prefetto, e di lì venne trasferito a Napoli, dove morì.“. Romaniello, a p. 74, nella nota (119) postillava: “(119) De Crescenzo G., o.c., p. 134”. Romaniello citava il testo di Gennaro De Crescenzo, “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, ma a p. 134, non troviamo nulla. P. Agatangelo di Roccagloriosa ed il cav. Domenico Falco, nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, Salerno, 1968, a p. 51, in proposito scriveva: “Rodolfo D’Afflitto, grande politico. Favorì con discorsi e con opere la politica di Cavour e di La Farina. Collaborò alla spedizione di Garibaldi in Sicilia e l’annessione del Napoletano al Regno. Rifiutò la carica di ministro. Nel 1872 fu mandato a Genova in qualità di Prefetto, e di lì venne trasferito a Napoli, dove morì.“. Infatti, su Wikipedia leggiamo che Rodolfo d’Afflitto (Ariano, 19 marzo 1809 – Napoli, 26 luglio 1872) è stato un politico italiano, duca di Campomele e di Castropignano, marchese di Montefalcone, di Frignano Maggiore e d’Agropoli, patrizio di Scala. Appartenente alla famiglia d’Afflitto, del ramo dei marchesi di Montefalcone, era figlio di Luisa d’Evoli e di Pantaleone. La sua carriera ha inizio nel 1834, dopo aver studiato legge ed amministrazione dopo una carriera nella burocrazia borbonica, fu arrestato nel 1859 come cospiratore liberale nel Comitato dell’Ordine, ma fu subito rilasciato. Dopo la concessione della costituzione da parte di Francesco II nel giugno 1860, il comitato riprese vigore, sotto la direzione di Silvio Spaventa e con d’Afflitto tra i suoi membri più attivi. Il comitato si impegnò prima ad ottenere un pronunciamento dell’esercito a favore dell’annessione al Piemonte e poi – dopo il fallito colloquio del D. con il generale De Sauget – a provocare l’insurrezione del continente prima dell’arrivo di Garibaldi, per impedire una svolta rivoluzionaria. Anche questa seconda iniziativa non ebbe l’effetto desiderato, provocando solo una parziale insurrezione in Basilicata. Frattanto il D’Afflitto era stato inserito in alcuni organismi consultivi creati da Francesco Il nel mese di luglio, ma ormai il rovescio era imminente e dopo poco, il 7 sett. 1860, Garibaldi faceva il suo ingresso in Napoli. Dopo la spedizione dei Mille, fu ministro dei Lavori pubblici nel governo provvisorio garibaldino, e fece poi parte della luogotenenza di Luigi Carlo Farini. Nel governo provvisorio, creato nel settembre da Garibaldi, il D. fu ministro dei Lavori pubblici, ma ben presto si scontrò – come gli altri ministri – con il segretario della dittatura, il Bertani, che compiva atti e emanava decreti in contrasto con il moderatismo del governo di L. Romano. Dopo l’annessione al Regno d’Italia fece parte, nel novembre, della luogotenenza Farini, prima come consigliere ai Lavori pubblici e dopo pochi giorni agli Interni. Da Wikipedia leggiamo che anche nelle ex province napoletane del regno delle Due Sicilie si nominò il 6 novembre 1860 come luogotenente generale del re Luigi Carlo Farini. Arrestato nell’ottobre 1859, fu presto liberato e nell’anno successivo fece parte del governo provvisorio di G. Garibaldi, pur adoperandosi a sollecitare l’intervento delle truppe piemontesi e la pronta annessione. Ancora ministro durante la luogotenenza di Luigi Carlo Farini. Negli ultimi quattro mesi del 1860 il D’Afflitto partecipò attivamente alla vita politica napoletana, un breve ma intenso periodo in cui furono affrontati i molti problemi meridionali e attuato il passaggio da capitale di un regno indipendente a semplice capoluogo di una delle province del Regno d’Italia. Egli fu uno degli esponenti del moderatismo meridionale che collaborarono in tale azione con gli inviati del governo torinese, con l’intento, alquanto palese, di attutire le spinte rivoluzionarie di stampo garibaldino e di operare un amalgama con la classe dirigente settentrionale. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 299 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi, che alla partenza da Salerno si proponeva di fare arrestare Silvio Spaventa e i membri del Comitato d’Azione (suoi partigiani) che avevano accettato di formare un Governo provvisorio con esponenti cavouriani (1), chiarito quello che fu definito un “equivoco”, formò un Ministero con Liborio Romano all’Interno, Cosenz alla Guerra, Pisanelli alla Giustizia, Rodolfo Afflitto ai Lavori Pubblici, Ciccone alla Pubblica Istruzione, Antonio Scialoja alle Finanze. Segretario Generale della Dittatura fu nominato Bertani, Sindaco Andrea Colonna di Stigliano. Il Ministero, del quale facevano parte più cavouriani che garibaldini (e da Torino, Cavour, sempre vigile e trepidante, se ne diceva “enchanté”) si mise al lavoro, etc…”. Michele Topa lo chiama “Afflitto”.
Il 9 settembre 1860, un telegramma da Lauria a Trecchina
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dai primi giorni il governo stimò debito di giustizia di tornare a libertà due vecchi e antichi impiegati di finanza, e cittadini di Potenza, i quali un subito ordine del rifatto governo di Napoli avea messo prigioni in sospetto di macchinate trame retrive alla neonata costituzione borbonica: e la cosa parve, ed era infatti stranissima; se oggi non ci fossero note le bieche industrie di certi trafficatori di patriottismo e di libertà; i quali a succedere agl’invidiati e lucrosi uiiizii di quelli, non so quali arcani di Stato inventarono a loro danno; e la ignobile tattica e antica si, ma non antiquata, nè vecchia (a).”. Racioppi, a p. 203, nella nota (a) postillava: “(a) Ecco, a notizia della storia del tempo, uno strano documento. – a Al signor Commissario Civile funzionante da Sottointendente a in Lagonegro. — Lauria 9 settembre 1860. N. 6. -Cittadino Commissario. Mi giunge in questo momento uffizio della Giunta insurrezionale di Trecchina, che mi chiede cosa debba farsi riguardo ad a un ordine dato da un sottotenente al seguito del Gen. Garibaldi a del tenore Seguente: – Si autorizza il signor Presidente della Giunta insurrezionate di Trecchina di disfarsi di tutti i reazionarii di quel Municipio, facendoli arrestare e tradurli a sottotenentc al seguito del Gen. Garibaldi. Lo partecipo a Lei e per gli ordini a darsi. che sarà compiacente trasmettere diretta a mente alla Giunta di Trecchina. -Il commissario inslallatore della Giunta -L. Chiurazzi i). -È superfluo il dire quali ordini furono dati contro a quel minuscolo dittatore che si arrogava di si pazzamente interpetrare le intenzioni e gli atti del General Garibaldi i).”. Del Commissario Civile funzionante da Sottointendente di Lagonegro, L. Chiurazzi ne ha parlato l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”. Infatti, il Pesce, a p…., in proosito scriveva che: “…….
Nel 12 settembre 1860, a Napoli, NICOTERA, CRISPI, DEPRETIS, AMARI arrivano da Palermo
Dalla Treccani on-line leggiamo che Mario Menghini scriveva che Giovanni Nicotera raggiunse subito dopo Garibaldi a Napoli. Nicotera dovette restare però una diecina di giorni a Palermo o in Sicilia perchè Depretis gli negò il permesso di allontanarsi dalla Sicilia ed imbarcarsi per Napoli e poter raggiungere Garibaldi che, nel frattempo era diventato prodittatore della Capitale. Mauro Macchi (….), nella sua “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; pure gli riuscì recarsi dal dittatore, che lo accolse con immensa gioia, e dopo qualche giorno, giunti in Napoli i 1500 volontari toscani, lo invito a prenderne il comando, ma egli rifiutò preferendo rimanere nello Stato Maggiore del Generale. Terminata la guerra, nella quale i toscani segnalaronsi per coraggio, nella famosa giornata del 1.º ottobre 1860, il Nicotera si dimise da colonnello brigadiere.”. I dissensi partigiani dell’ottobre 1860 provocarono un duello tra lui e F. Petruccelli della Gattina. Denis Mack Smith, p. …. aggiunge che il 12 settembre 1860, dopo una diecina di giorni di permanenza a Palermo, Nicotera arrivò a Napoli per andare da Garibaldi e Mazzini che si era ivi stabilito. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 447, riferendosi al Depretis, in proposito scriveva che: “….decise di partire anch’egli per Napoli, lasciando provvisoriamente al suo posto il Paternò. Partì infatti da Palermo l’11 settembre sullo stesso vapore del Crispi. Proprio in quel giorno Garibaldi emanava il noto proclama: “Vicino o lontano io sono con te, bravo popolo di Palermo etc…”. Parole quest’ultime che non lasciavano prevedere quando avvenne. Poiché il Crispi e il Depretis, giunti a Napoli il 13, furono ricevuti da Garibaldi il giorno seguente e gli esposero le rispettive ragioni. Garibaldi, dice il Palamenghi, si riservò di decidere, ma ricevuta subito etc…”. Dunque, secondo l’Agrati, Depretis e Crispi arrivarono a Napoli il 13 settembre 1860. Agrati fa riferimento al Diario dello Statista Francesco Crispi raccontato dal nipote Tommaso Palamenghi-Crispi (….), nel suo “I Mille”, ed. Treves, 1927. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 256, in proposito scriveva che: “Egli era partito l’11 settembre in mattinata, giungendo a destinazione all’alba del 12; e il mattino stesso alle nove s’incontrò con Garibaldi. Con la sua nave erano giunti a Napoli anche Crispi ed il barone Nicotera.”. Dunque, Mack Smith scriveva che il 12 settembre 1860 sbarcò a Napoli lanave che portava da Palermo Depretis, Crispi ed il barone Giovanni Nicotera, che raggiunsero Garibaldi già aqquartierato a Napoli. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 315, in proposito scriveva che: “Nella prima settimana del governo di Garibaldi a Napoli, giunse colà anche la maggior parte degli altri capi radicali: Crispi, Nicotera e Depretis arrivarono il 12 dalla Sicilia; Alberto Mario e sua moglie, Jessie White, si trovavano già nella città; nella stessa nave che il 17 portò Mazzini giunsero anche Aurelio Saffi ed il professor Saliceti; giunsero poi Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari, le due più eminenti figure del movimento federalista italiano e due dei maggiori intellettuali fra i deputati al Parlamento.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78, nella nota (65) postillava: “(65) Articolo dell’Unità Italiana di Genova, del 13 settembre 1860, riportata in G. Mazzini, Epistolario, vol. XLI, pp. 68-69. Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. La lunga crisi politica del Partito d’Azione: dal Plebiscito alla Convenzione di Settembre”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 87 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra il 12 e il 17 settembre 1860, sulla scia di Garibaldi, giunse a Napoli tutto lo Stato maggiore del partito democratico: Crispi, Nicotera, Depretis, Saffi, Saliceti, Cattaneo, Ferrari, e lo stesso Mazzini (1).”. Capone, a p. 87, nella nota (1) postillava: “(1) D. Mack Smth, Garibaldi e Cavour nel 1860, Torino, 1958, p. 315; v. pure E. Passerin d’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, op. cit., R. Romeo, Dal Piemonte sabaudo all’Itali liberale, Torino, 1963; F. Bracato, La Dittatura garibaldina nel Mezogiorno e in Siclia, Trapan, 1965; A. Sirocco, Governo e paese nel Mezzogiorno nella crisi dell’unificazione, 1860-1861, op. cit., etc…”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “….Crispi solo sostenne essere debito ubbidire a Garibaldi e, vedendosi soverchiato, abbandonò Palermo ed andò ad appellarsene al Generale stesso in Napoli (1). Con lui, sul piroscafo Panther, il giorno 11 settembre partì per Napoli anche il prodittatore in persona ed a lui, Michele Amari, ministro per gli affari esteri, faceva consegnare l’interessante promemoria riprodotto nel Doc. X. Nell’archivio Bertani si conservano sotto questa data parecchi documenti che danno modo di apprezzare, oltre le fasi delle trattative, anche i patti espliciti che Garibaldi intendeva porre all’annessione, nella quale egli soprattutto vedeva la consegna della nuova conquista alla diplomazia ed al dominio del protocollo, da lui ritenuto, alla causa nazionale, sì nefasto (3).”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) ….; Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”.
Nel 17 settembre 1860, arrivò a Napoli GIUSEPPE MAZZINI: MAZZINI e BERTANI
L’avanzata di Garibaldi, inoltre, preoccupava i moderati e le corti europee sia per una sua possibile avanzata fino a Roma e per il rischio di una svolta repubblicana rivoluzionaria causa la presenza mazziniana sempre più attiva. L’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 segna un momento cruciale per l’Italia, con la fine del dominio borbonico e l’avvio dell’unificazione nazionale. L’azione di Garibaldi in Sicilia e nel Sud Italia fu facilitata e in parte coordinata con il Regno di Sardegna, guidato dal Primo Ministro Camillo Benso, conte di Cavour. Cavour, pur non condividendo completamente l’approccio di Garibaldi, comprese l’importanza strategica di queste azioni per l’unificazione italiana sotto la corona sabauda. Dopo la conquista di Napoli, fu chiaro che l’intero Mezzogiorno avrebbe potuto essere annesso al Regno di Sardegna. Questo processo fu formalizzato attraverso un plebiscito tenutosi nell’ottobre 1860, che vide una schiacciante maggioranza dei votanti esprimersi a favore dell’annessione al Regno di Sardegna. L’annessione fu ratificata e il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere, portando alla creazione del Regno d’Italia, proclamato il 17 marzo 1861. L’intervento piemontese fu cruciale per garantire l’ordine e la stabilità durante la transizione, nonché per assicurare che l’unificazione avvenisse sotto l’egida piemontese, piuttosto che sotto una repubblica democratica come alcuni garibaldini avrebbero preferito. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 312 e ssg., in proposito scriveva che: “Agostino Bertani, segretario generale della Dittatura, più garibaldino dello stesso Garibaldi, era giunto ai ferri corti coi Ministri, tutti di opinione moderata, ed emetteva decreti senza consultare nessuno o non dava eseuzione a quelli deliberati dal Governo. Liborio Romano (1), dal canto suo, ignorava la presenza del Bertani, presenza non poco invadente, e le sue proposte di legge presentava direttamente a Garibaldi per la firma.Tutti legiferavano; nelle provincie, governatori nominati dal Bertani, con poteri illimitati, tassavano, discioglievano municipii, raccoglievano danaro con collette, altro ne sperperavano, emettevano decreti che spesso contraddicevano quelli di Garibaldi stesso. A complicare maggiormente le cose, il 17 settembre giunse a Napoli Mazzini, e pochi giorni dopo anche Carlo Cattaneo. Il partito monarchico, insospettivo dell’arrivo dei due agitatori, il primo unitario, l’altro federalista, ma entrambi repubblicani, orchestrò dimostrazioni popolari al grido di “Morte a Mazzini!” e chiese al Dittatore che l’esule genovese fosse espulso.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II, “, a p. 137, in proposito scriveva che: “Senza dubbio in quel momento Napoli era divenuta il quartiere generale del repubblicanismo: v’era il Mazzini, il quale coi suoi interminabili biglietti e pei suoi discepoli si sforzava ad essere la ninfa Egeria del dittatore, onde non desse alla monarchia dei Savoia un palmo delle terre conquistate, se non a patto che essa si impegnasse a gridar l’Italia una al Campidoglio; v’era il Cattaneo, il filosofo del federalismo, che voleva al plebiscito far precedere un’assemblea costituente etc..”. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II, “, a p. 150, in proposito scriveva che: “Ma nè il mettere la flotta napoletana sotto gli ordini del Persano, nè il ministero composto nella quasi totalità di aderenti del Cavour, nè il governare in nome di Vittorio Emmanuele, nè tutta la importazione delle leggi piemontesi fecero cessare le diffidenze che sorgevano dal vedere circondato il dittatore da uomini non amici della monarchia; anzi si accrebbero per la nomina del Bertani a segretario generale della dittatura. Questi, amico del Mazzini, segretario della Società armata di Genova, fautore aperto e zelantissimo della impresa di Roma con le forze popolari, di animo rivoluzionario ed in ogni suo proposito audace e tenacissimo, era lo spettro pauroso dei cavourriani, i quali, erroneamente, ritenevano grande il suo ascendente sull’animo del Garibaldi, vedevano in pericolo l’opera dell ‘ annessione e la sperata unità della nazione. Senza dubbio il Bertani non era avverso alla annessione, ma la voleva a suo modo e pei suoi fini, onde il Mezzogiorno fosse la rocca del mazzinianismo, il campo da cui doveva partire la nuova rivoluzione sociale. E per sedurre il Garibaldi, si fece apostolo della annessione condizionata alla redenzione di Roma; e perchè aveva illimitata potestà di dire e fare si ritenne generalmente che con lui negl’ intendimenti il dittatore concordasse.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Regno, “, a p. 158, in proposito scriveva che: “Senza dubbio in quel momento Napoli era divenuta il quartiere generale del repubblicanismo: v’era il Mazzini, il quale coi suoi interminabili biglietti e pei suoi discepoli si sforzava ad essere la ninfa Egeria del dittatore, onde non desse alla monarchia di Savoia un palmo delle terre conquistate, se non a patto che essa s’impegnasse a gridar l’Italia una dal Campidoglio; v’era il Cattaneo, il filosofo del federalismo, che voleva al plebiscito far precedere un’assemblea costituente da cui le condizioni ne sarebbero prescritte; v’era proprio presso il Garibaldi Alberto Mario, partigiano ardentissimo del prolungamento della dittatura e del plebiscito condizionato. A fronte di questa poderosa influenza sull’animo del dittatore e della fucina bertaniana di ogni arma per farla trionfare, il ministero non si sarebbe retto, se la cittadinanza napoletana non avesse preso, mentre i garibaldini fronteggiavano la invasione borbonica, atteggiamento fermo contro la segreteria e contro il Mazzini per obbligare la dittatura indefinita a cedere alla monarchia. Quella fu vera riscossa degli onesti cittadini contro i soprusi della segreteria dittatoria la quale, facendo dei magistrati e degli uffiziali dello Stato ludibrio dei suoi messi e di scioperati avventurieri che con divise garibaldinesche, sciabole romoreggianti sul lastricato e rivoltelle alla cintura spavaldavano per la città, rendeva la libertà sorgente d’iniquità quali sono ordinario corredo dei tempi di rivoltura. Io non ripeterò le cose pubblicate dal La Farina nel Cittadino di Palermo circa le grosse mancie pagate e le brutte baratterie commesse, anzi mi piace ritenerle favole di una mente corriva a partigiane vendette, dagli scrittori borbonici con gioia ripetute, quasi il momentaneo libertinaggio di uomini, che in questo perenne carnevale della vita , prendono sempre le vesti del costume predominante, fosse naturale frutto della libertà, e non triste retaggio di generazioni corrotte da lungo dispotismo. Così non v’era camorrista non divenuto un pretoriano del palazzo d’Angri; ed il Bertani, che sovente si dilettava a sfoggio democratico di andare a braccetto con un infornatore di pizze o un pescivendolo, da essi aveva relazioni sullo spirito pubblico.”. Denis Mack Smith, p. …. aggiunge che il 12 settembre 1860, dopo una diecina di giorni di permanenza a Palermo, Nicotera arrivò a Napoli per andare da Garibaldi e Mazzini che si era ivi stabilito. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 315, in proposito scriveva che: “Nella prima settimana del governo di Garibaldi a Napoli, giunse colà anche la maggior parte degli altri capi radicali: Crispi, Nicotera e Depretis arrivarono il 12 dalla Sicilia; Alberto Mario e sua moglie, Jessie White, si trovavano già nella città; nella stessa nave che il 17 portò Mazzini giunsero anche Aurelio Saffi ed il professor Saliceti; giunsero poi Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari, le due più eminenti figure del movimento federalista italiano e due dei maggiori intellettuali fra i deputati al Parlamento.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. La lunga crisi politica del Partito d’Azione: dal Plebiscito alla Convenzione di Settembre”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 87 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra il 12 e il 17 settembre 1860, sulla scia di Garibaldi, giunse a Napoli tutto lo Stato maggiore del partito democratico: Crispi, Nicotera, Depretis, Saffi, Saliceti, Cattaneo, Ferrari, e lo stesso Mazzini (1).”. Capone, a p. 87, nella nota (1) postillava: “(1) D. Mack Smth, Garibaldi e Cavour nel 1860, Torino, 1958, p. 315; v. pure E. Passerin d’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, op. cit., R. Romeo, Dal Piemonte sabaudo all’Itali liberale, Torino, 1963; F. Bracato, La Dittatura garibaldina nel Mezogiorno e in Siclia, Trapan, 1965; A. Sirocco, Governo e paese nel Mezzogiorno nella crisidllunificaione, 1860-1861, op. cit., etc…”. Sempre riguardo il 12 settembre 1860, a Napoli, Alfredo Capone (….), nel suo L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a pp. 87-88 e ssg., riferendosi a Giuseppe Mazzini, in proposito scriveva che: “Questi, durante il suo soggiorno napoletano rimase personalmente nell’ombra, ma cercò in ogni modo di contrapporre Garibaldi ai moderati, e comunque non sembrava affatto adattato all’idea del trionfo della monarchia”(2): se egli condannava ogni esclusivismo repubblicano (“Nicotera (….) come Castelli, evidentemente vogliono combattere soltanto per la Repubblica, ma secondo me hanno torto”(3)), approvava poi le impennate repubblicane dello stesso Nicotera. Ed egli stesso dichiarava sull’Unità Italiana di voler riabbracciare la sua “pura bandiera”(4). Intorno al 20 settembre, inoltre, i radicali esercitarono massicce pressioni su Garibaldi, e sembrò incombente la minaccia di un fronte anticavouriano e potenzialmente repubblicano comprendente Garibaldi e Mazzini: “Vimercati – scriveva Cavour a Nigra – qui est arrivé hier me dit que Bertani, Mario, Miss White, Nicotera, Libertini, Sterbini, forment une haie de chemises rouges autour de Garibaldi, et insolent de tout homme raisonnable. Il s’est réconcilié publiquement avec Mazzini”(5). Edoardo Fusco scriveva poi al Ranucci: “si presentò, or son tre giorni, una deputazione di dodici persone, introdotte alla presenza del Dittatore (….). Ne formavan parte Zuppetta, Agresti, Libertini, Nicotera ed altri (….) chiesero al Dittatore che fosse proclamata la Repubblica, poiché ‘il paese la voleva’. Il buon senso di Garibaldi schivò in parte il pericolo, ma solo in parte e momentaneamente”(6).”. Capone, a p. 87, nella nota (2) postillava: “(2) D. Mack Smith, op. cit., p. 313”. Capone, a p. 88, nella nota (6) postillava: “(6) Lettera del 25 settembre 1860 in C.C. Liberaz. del Mezzogiorno, vol. V, p. 305”. Alfredo Capone (….), nel capitolo Quarto “La polemica su Sapri”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dal primo momento del suo ritorno dalla fallita spedizione nello Stato Pontificio, prima a Palermo e poi a Napoli, Nicotera si presentò all’opinione pubblica come l’uomo di fiducia del Mazzini (1), etc…”. Capone, a p. 81, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. G. Mazzini a Carlo Lodi, novembre 1860, in S.E.I., vol. LXX, Epistolario, vol. XLI, Imola, 1935, pag. 211: “Nicotera, del resto, rimane mio incaricato a Napoli”. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II, “, a p. 137, in proposito scriveva che: “Senza dubbio in quel momento Napoli era divenuta il quartiere generale del repubblicanismo: v’era il Mazzini, il quale coi suoi interminabili biglietti e pei suoi discepoli si sforzava ad essere la ninfa Egeria del dittatore, onde non desse alla monarchia dei Savoia un palmo delle terre conquistate, se non a patto che essa si impegnasse a gridar l’Italia una al Campidoglio; v’era il Cattaneo, il filosofo del federalismo, che voleva al plebiscito far precedere un’assemblea costituente etc..”.
Dopo il 7 settembre 1860, GARIBALDI a Napoli, il suo Governo Prodittatoriale e gli Annessionisti
Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a pp. 145-146, in pproposito scriveva che: “Né il rapido ingresso di Garibaldi a Napoli fu una imprudenza, come si è spesso affermato nella stampa tedesca; fu invece un’urgente necessità per la città. Il partito garibaldino e il partito cavouriano, che chiedeva l’annessione immediata, erano venuti ad aperto contrasto; una rottura sarebbe riuscita infinitamente dannosa alla causa nazionale, se pure non avrebbe dato luogo addirittura ad una guerra civile….Garibaldi affidò all’ammiraglio Persano, suo vecchio amico, il comando della flotta e spedì un vapore a Genova, per offrie la prodittatura al marchese Pallavicino….Avendo sempre di mira lo scopo della sua vita e delle sue lotte, l’unità d’Italia, sempre cercando di conseguirlo senza spargimento di sangue, egli procurò di conciliare repubblicani e annessionisti, formò coi soldati e ufficiali napoletani una Divisione a parte e, col grosso del proprio esercito etc…”. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II, “, a p. 150, in proposito scriveva che: “Ma nè il mettere la flotta napoletana sotto gli ordini del Persano, nè il ministero composto nella quasi totalità di aderenti del Cavour, nè il governare in nome di Vittorio Emmanuele, nè tutta la importazione delle leggi piemontesi fecero cessare le diffidenze che sorgevano dal vedere circondato il dittatore da uomini non amici della monarchia; anzi si accrebbero per la nomina del Bertani a segretario generale della dittatura. Questi, amico del Mazzini, segretario della Società armata di Genova, fautore aperto e zelantissimo della impresa di Roma con le forze popolari, di animo rivoluzionario ed in ogni suo proposito audace e tenacissimo, era lo spettro pauroso dei cavourriani, i quali, erroneamente, ritenevano grande il suo ascendente sull’animo del Garibaldi, vedevano in pericolo l’opera dell’annessione e la sperata unità della nazione. Senza dubbio il Bertani non era avverso alla annessione, ma la voleva a suo modo e pei suoi fini, onde il Mezzogiorno fosse la rocca del mazzinianismo, il campo da cui doveva partire la nuova rivoluzione sociale. E per sedurre il Garibaldi, si fece apostolo della annessione condizionata alla redenzione di Roma; e perchè aveva illimitata potestà di dire e fare si ritenne generalmente che con lui negl’ intendimenti il dittatore concordasse.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Regno, “, a p. 158, in proposito scriveva che: “Senza dubbio in quel momento Napoli era divenuta il quartiere generale del repubblicanismo: v’era il Mazzini, il quale coi suoi interminabili biglietti e pei suoi discepoli si sforzava ad essere la ninfa Egeria del dittatore, onde non desse alla monarchia di Savoia un palmo delle terre conquistate, se non a patto che essa s’impegnasse a gridar l’Italia una dal Campidoglio; v’era il Cattaneo, il filosofo del federalismo, che voleva al plebiscito far precedere un’assemblea costituente da cui le condizioni ne sarebbero prescritte; v ‘era proprio presso il Garibaldi Alberto Mario, partigiano ardentissimo del prolungamento della dittatura e del plebiscito condizionato. A fronte di questa poderosa influenza sull’animo del dittatore e della fucina bertaniana di ogni arma per farla trionfare, il ministero non si sarebbe retto, se la cittadinanza napoletana non avesse preso, mentre i garibaldini fronteggiavano la invasione borbonica, atteggiamento fermo contro la segreteria e contro il Mazzini per obbligare la dittatura indefinita a cedere alla monarchia. Quella fu vera riscossa degli onesti cittadini contro i soprusi della segreteria dittatoria la quale, facendo dei magistrati e degli uffiziali dello Stato ludibrio dei suoi messi e di scioperati avventurieri che con divise garibaldinesche, sciabole romoreggianti sul lastricato e rivoltelle alla cintura spavaldavano per la città, rendeva la libertà sorgente d’iniquità quali sono ordinario corredo dei tempi di rivoltura. Io non ripeterò le cose pubblicate dal La Farina nel Cittadino di Palermo circa le grosse mancie pagate e le brutte baratterie commesse, anzi mi piace ritenerle favole di una mente corriva a partigiane vendette, dagli scrittori borbonici con gioia ripetute, quasi il momentaneo libertinaggio di uomini, che in questo perenne carnevale della vita, prendono sempre le vesti del costume predominante, fosse naturale frutto della libertà, e non triste retaggio di generazioni corrotte da lungo dispotismo. Così non v’era camorrista non divenuto un pretoriano del palazzo d’Angri; ed il Bertani, che sovente si dilettava a sfoggio democratico di andare a braccetto con un infornatore di pizze o un pescivendolo, da essi aveva relazioni sullo spirito pubblico.”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 312 e ssg., in proposito scriveva che: “Agostino Bertani, segretario generale della Dittatura, più garibaldino dello stesso Garibaldi, era giunto ai ferri corti coi Ministri, tutti di opinione moderata, ed emetteva decreti senza consultare nessuno o non dava eseuzione a quelli deliberati dal Governo. Liborio Romano (1), dal canto suo, ignorava la presenza del Bertani, presenza non poco invadente, e le sue proposte di legge presentava direttamente a Garibaldi per la firma.Tutti legiferavano; nelle provincie, governatori nominati dal Bertani, con poteri illimitati, tassavano, discioglievano municipii, raccoglievano danaro con collette, altro ne sperperavano, emettevano decreti che spesso contraddicevano quelli di Garibaldi stesso. A complicare maggiormente le cose, il 17 settembre giunse a Napoli Mazzini, e pochi giorni dopo anche Carlo Cattaneo. Il partito monarchico, insospettivo dell’arrivo dei due agitatori, il primo unitario, l’altro federalista, ma entrambi repubblicani, orchestrò dimostrazioni popolari al grido di “Morte a Mazzini!” e chiese al Dittatore che l’esule genovese fosse espulso.”.
Dopo il 27 settembre 1860, a Napoli, Mazzini fonda il giornale Il Popolo d’Italia
Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 94-95, in proposito scriveva che: “Su una posizione simile è Mazzini, che riprende subito l’azione col vecchio spirito. Durante la Dittatura egli pensa di fare del Mezzogiorno la base di una prossima iniziativa rivoluzionaria (6), credendo che vi sia lo stesso fermento del 1859-60 in Sicilia. per suo impulso si costituisce a Napoli fin dal 27 settembre l’Associazione Nazionale Unitaria; contemporaneamente egli incoraggia la costituzione di una società operaia (7) e fonda un giornale, “Il Popolo d’Italia”. Da Wikipedia leggiamo che Il quotidiano “Il Popolo d’Italia” fu fondato da Giuseppe Mazzini nel 1860 a Napoli, come organo di stampa dell’Associazione Unitaria Italiana. Aveva lo scopo di sostenere l’unificazione nazionale e la causa risorgimentale. Mazzini, allora esule a Londra, inviò alcuni suoi uomini a Napoli per organizzare la pubblicazione. Il giornale, che riprendeva il nome di un precedente quotidiano mazziniano, “Italia del Popolo”, si rivolgeva principalmente alla sinistra risorgimentale, mazziniani, garibaldini e repubblicani.
Nel 12 settembre 1860, i GOVERNATORATI creati con Decreto da Garibaldi
Renato Dentoni Litta (…), nel suo saggio “Echi garibaldini nell’Archivio di Stato di Salerno”, in Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, ed. Plectica etc.., dove, parlando dell’Archivio di Stato di Salerno, a p. 298, in proposito scriveva che: “La documentazione di altro Ufficio, il ‘Governatorato’, che nasce proprio con un decreto di Garibaldi, quale dittatore delle Due Sicilie, fornisce altre utili indicazioni: un primo decreto del 12 settembre 1860 dichiara che i Governatori delle provincie “le prime autorità civili e amministrative con cessazione delle funzioni degl Intendenti”. Pochi giorni dopo, ed esattamente il 17, si ritenne opportuno definire meglio le funzioni dei Governatori e fu emanato il decreto n. 55 che concedeva “facoltà e poteri straordinari ai governatori delle provincie”, tra l’altro fu data loro facoltà di proclamare lo stato d’assedio. Primo Governatore della Provincia di Salerno fu Giovanni Matina, irruente liberale originario di Teggiano, etc…”. Litta, a p. 298, nella nota (…) postillava: “(….) …………………….”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 312 e ssg., in proposito scriveva che: “Agostino Bertani, segretario generale della Dittatura, più garibaldino dello stesso Garibaldi, era giunto ai ferri corti coi Ministri, tutti di opinione moderata, ed emetteva decreti senza consultare nessuno o non dava eseuzione a quelli deliberati dal Governo. Liborio Romano (1), dal canto suo, ignorava la presenza del Bertani, presenza non poco invadente, e le sue proposte di legge presentava direttamente a Garibaldi per la firma.Tutti legiferavano; nelle provincie, governatori nominati dal Bertani, con poteri illimitati, tassavano, discioglievano municipii, raccoglievano danaro con collette, altro ne sperperavano, emettevano decreti che spesso contraddicevano quelli di Garibaldi stesso. A complicare maggiormente le cose, il 17 settembre giunse a Napoli Mazzini, e pochi giorni dopo anche Carlo Cattaneo. Il partito monarchico, insospettivo dell’arrivo dei due agitatori, il primo unitario, l’altro federalista, ma entrambi repubblicani, orchestrò dimostrazioni popolari al grido di “Morte a Mazzini!” e chiese al Dittatore che l’esule genovese fosse espulso.”.
A SAPRI I BARONI GALLOTTI E L’UNITA’ D’ITALIA
Nel 1860, il barone Giovanni GALLOTTI nominato Maggiore nell’Esercito Meridionale e Capitano della Guardia Nazionale
(Fig. n….) Lettera di don Giovanni Gallotti al Prefetto di Salerno – Archivio di Stato di Salerno – Gabinetto Prefettura, b. 1, f. 1
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, etc….”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella (….), e del suo “Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870)”, Lodi, Ellebi, 2000; oppure Amicarella Romolo, “Il Risorgimento in Basilicata. I Lucani nelle guerre di indipendenza dal 1848 al 1870″. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio, Cajazzo ha scritto anche Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”, “….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”.
Nel Settembre 1860, gli Atti deliberativi dei MUNICIPI per l’adesione al Governo Unitario Nazionale del Re del Piemonte Vittorio Emanuele II
Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “In virtù della circolare del primo settembre emanata dal governo provvisorio salese (“Cittadino sindaco. Essendosi felicemente inaugurata una nuova era…..convocherà immediatamente il Decurionato e lo farà deliberare per l’atto di adesione al Governo Unitario Nazionale…)(103) i decurionati dei vari borghi dei due distretti si affrettarono a votare l’atto formale di adesione al governo di Vittorio Emanuele II. A Buonabitacolo “il collegio decurionale” così scrisse nella deliberazione di adesione: “…con voti unanimi…solennemente stabilisce di aderire al governo nazionale di Vittorio Emanuele II re d’Italia…”(104); e a Vibonati: “Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosiinterprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al governo unitario nazionale acclamando Re Vittorio Emanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(105). A Montesano “numerosissimo popolo cantò “con un entusiasmo indscrivibile l’inno ambrosiano” e così San Rufo (dove si registrarono “generali esternazioni di straordinaria gioia”), a Torre Orsaia (grande entusiasmo per Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo”), a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo furono in pratica riaffermati e sanciti col plebiscito del 21 d’ottobre, in virtù etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (103) postillava: “(103) Cfr. Il Lampo, Napoli, Bullettino 484 del 5 settembre 1860, n. 34; P. Russo, Un brandello ecc.., cit., p. 42 e n. 87”. Fusco, a p. 359, nella nota (104) postillava: “(104) E. Giudice, Storia civile e religiosa ecc.., p. 45 “. Fusco, a p. 358, nella nota (105) postillava: “(105) ACV (= Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1; F. Policicchio, Le Camicie Rosse, cit., p. 291.”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Non mancarono casi di avversine al nuovo governo (a Buccino, Maiori, Scafati, Baronisi, Eboli, Campagna). Ivi, p. 23 sg.”. Fusco, a p. 359, nella nota (107) postillava: “M. Montesano, Partiti politici e plebisito a Napolie nelle provincie meridionali nel 1860, in “Arch. Storico per le Provincie Napoletane”, a. IV, quarta serie, 1966, pp. 64-66″. Fusco, oltre a citare il giornale “Il Lampo”, di cui alcuni esemplari sono conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, citava anche il testo di Pasquale Russo (….) e del suo “Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta”, ed. Grafespress, Castelcivita (SA), 2000, bibliograficamente ben aggiornato e informato. Riguardo la Circolare citata dal Fusco, Paola Margarita (….), nel suo “1.2. Il 1860 nelle cronache del giornale “Il Lampo”.” (sta nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a p. 186 riporta il seguente documento del 31 agosto 1860, a Sala: “Sala, 31 agosto 1860. Il Prodittatore Giovanni Matina dichiara legittimo lo stato d’insurrezione della provincia (ASS, Giornali, “Il Lampo”, suppl. al n. 32, Napoli 4 settembre 1860). “Il Prodittatore Matina, installata la Prodittatura, dichiara legittimo lo Stato Insurrezionale della Provincia e ordina che tutti gli atti di governo sia per l’amministrazione civile che giudiziaria portino l’intestazione “Vittorio Emmanuele Re d’Italia e il Generale Giuseppe Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie”. Ordina, inoltre, che si affidi il comando dell’esercito al colonnello Luigi Fabrizi, che sia installata una Giunta Insurrezionale in tutti i Municipi della Provincia composta da tre individui noti per la fede patriottica, scelti dai cmmissari a ciò delegati. La giunta municipale così composta avrà pieni poteri per far eseguire tutte le disposizioni che emanerà il governo, per mantenere l’ordine interno, per l’apertura di liste di volontari e per formare una cassa del pubblico danaro.”. Questi provvedimenti e Atti emanati dal Governo provvisorio del Matina verrano pubblicati anche in Alfieri d’Evandro (….). Anche Roberto Parrella (…), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torre Orsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). Etc…”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che: “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 175, in proposito scriveva che: “Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda. All’avanzata delle Camicie Rosse, sostenute dai contadini e da da parte della borghesia, etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 169, in proposito scriveva: “Unanimi furono le adesioni dei comuni della provincia al nuov governoe numerose le manifestazioni digiubilo della popolazione come avvenne a Torre Orsaia, dove “universale del Circondario fu l’esultanza per il nuovo governo e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi per averli liberati dal più cieco dispotismo che per tanti anni aveva gravato su di loro”(225).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (224) postillava: “(224) F. Policicchio, Le camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., nota n° 14 pag. 275.”. Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”. L’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, “b. 1, f. 5”, rapporto del 12 settembre 1860, contiene il rapporto del 22 settembre 1860. Storia archivistica: Il fondo era già conservato nell’antico Archivio provinciale a cui era pervenuto dalla Prefettura di Salerno a partire dal 1873 e poi ancora all’inizio del sec. XX. Un ulteriore versamento risale al 1940 e l’ultimo, relativo al Cemento armato, al marzo 2013. Ad oggi è parzialmente riordinato e consultabile sulla base di inventari, per le serie sistemate, e di elenchi di versamento per le serie ancora in corso di ordinamento. Le carte del Gabinetto della Prefettura di Salerno sono giunte all’Archivio di Stato di Salerno per versamenti, il primo effettuato all’inizio del secolo e il secondo nel 1940. La documentazione è stata inventariata nel 1954.
Nel 14 Settembre 1860, l’atto deliberativo del MUNICIPIO DI SAPRI per l’adesione al Governo Unitario di Vittorio Emanuele II
(Fig. n….) Lettera di don Giovanni Gallotti al Prefetto di Salerno – Archivio di Stato di Salerno – Gabinetto Prefettura, b. 1, f. 1
Riguardo gli Atti promulgati dalle giunte Decurionali dei Municipi all’epoca ed in particolare del Municipio di Sapri si ha notizia da Rita Tagliè. Il Capitano della Guardia Nazionale del Distretto o del Circondario, Giovanni Gallotti di Sapri, il barone Gallotti di Casaletto Spartano – Fortino, il 22 settembre 1860 scriveva una lettera, pubblicata dalla Tagliè, e conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto Prefettura, dove si giustificava per il ritardo nella comunicazione dell’adesione del Municipio e del Decurionato di Sapri al Governo Unitario del Regno d’Italia e a Vittorio Emanuele II. La lettera, che il Gallotti inviava al Governatore della Provincia di Salerno, è firmata anche dall’allora Sindaco di Sapri. L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. La notizia dell’“Atto di adesione del Comune di Sapri al nuovo Regno”, è riportata anche da Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti.”. Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Etc…”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5″. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. La Tagliè, a p. 174, continuando sulla lettera del Sindaco di Sapri e, riferendosi alla lettera scriveva che: “Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum etc…”. Roberto Parrella (….), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica al’iniziativa garibaldina”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torreorsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigeni un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Parrella, a p. 22, nella nota (23) postillava: “(23) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del giudice regio, 15 settembre 1860.”. Parrella, a p. 22, nella nota (24) postillava: “(24) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del capitano della Guardia Nazionale, 16 settembre 1860.”. Parrella, a p. 22, nella nota (25) postillava: “(25) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 22 settembre 1860.”. Anche Roberto Parrella (…), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torre Orsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). Etc…”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che: “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. La notizia della lettera del Gallotti inviata il 22 settembre 1860 è confermata da Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 171, in proposito scriveva che: “A Sapri l’atto deliberativo del Municipio per l’adesione al Governo Unitario fu sottoscritto il 14 settembre.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, le assicuro che il giorno 15, 16 e 17 corrente (e non prima a causa degli embarchi Garibaldini) di già ebbero luogo in questa popolazione. Etc…”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 171, in proposito scriveva che: “In quella circostanza, curiosità, Sapri mutò anche la numerazione del protocollo. L’atto assunse il n. 1 di spedizione. Ma, presso la sede del Sotto Governatore non giunse e, il 24 successivo, dal sindaco, il Sotto Governatore fu assicurato d’averlo spedito in triplice copia e che un eventuale reclamo andava avanzato alla Direzione Postale (6). In ogni caso: “mi onoro farvene arrivare altre copie.”. Policicchio, a p. 171, nella nota (6) postillava: “(6) Il Direttore dell’ufficio primario delle poste di Casalbuono, traslocando a Sala, in questi termini si congedava dal Sindaco e cittadinanza di Vibonati il 17 novembre 1861: “Parto sapendo di non aver dispiaciuto in qualche riscontro, la sua gentil persona, e cotesti Patrioti, poiché per mia fortuna veruna doglianza fin’ora mi è arrivata”. ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati) b. 14, f. VI (categoria: Governo dal 1860 al 1865).”. La notizia venne riportata anche da Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “…a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Etc…”. Felice Fusco, scriveva che: “…a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”.
Nel 15, 16 e 17 settembre 1860, a Sapri si fecero tre giorni di festa ed il barone don GIOVANNI GALLOTTI offrì un pranzo per i Sapresi indigenti
Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Etc…”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5″. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. La Tagliè, a p. 174, continuando sulla lettera del Sindaco di Sapri e, riferendosi alla lettera scriveva che: “Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum in onore del nuovo sovrano, al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”. La cerimonia si concluse con un lauto banchetto offerto dal capitano della Guardia Nazionale agli indigenti.”. Inoltre, la Tagliè, a p. 174 aggiungeva sui Gallotti a Sapri che: “E’ da ricordare che i figli di Giovanni Gallotti, in occasione della spedizione di Sapri, diedero ospitalità a Pisacane ed ai suoi compagni al Fortino, mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”. L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. Sui tre giorni di festa tenutisi a Sapri, in seguito al passaggio di Garibaldi ed al ruolo, sempre più mortificato e bistrattato che tenne il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Roberto Parrella (….), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica al’iniziativa garibaldina”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torreorsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigeni un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Parrella, a p. 22, nella nota (23) postillava: “(23) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del giudice regio, 15 settembre 1860.”. Parrella, a p. 22, nella nota (24) postillava: “(24) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del capitano della Guardia Nazionale, 16 settembre 1860.”. Parrella, a p. 22, nella nota (25) postillava: “(25) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 22 settembre 1860.”. Roberto Parrella (…) che, nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigenti un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che: “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Sal\erno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, le assicuro che il giorno 15, 16 e 17 corrente (e non prima a causa degli embarchi Garibaldini) di già ebbero luogo in questa popolazione. Etc…”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava il testo dell’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. Policicchio continua trascrivendo la lettera del Gallotti che scriveva al Governatore sulla festa tenutasi a Sapri nei tre giorni del 15, 16 e 17 settembre 1860: “Esse sono state celebrate col massimo entusiasmo di gioja, allegrezza, spari, colpi di cannone, toselli eretti all’invitto Vittorio Emanuele, e ‘l Dittatore Garibaldi nella Piazza, toselli ornati con ricche ceri, e Musica. La Chiesa illuminata a giorno nel canto del Te Deum coll’intervento del Municipio, Guardia Nazionale, Guardia Doganale comandata dallo Tenente D. Giuseppe Monaco, nonchè tutta la popolazione accorsa, riempiva di vaghezza gli occhi che la miravano, soprattutto un’allucuzione di entusiastica favella spiccata nella Chiesa dell’avvocato Salvatore Gallotti figlio del Capitano, compiva la nobile arringa col grido Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Rè d’Italia e Viva Garibaldi. Applausi immensi. Etc…”. Il Capitano Giovanni Gallotti scriveva al Governatore che nei tre giorni di festeggiamenti, la Chiesa madre dell’Immacolata Concezione, nell’attuale piazza del Plebiscito a Sapri era “illuminata a giorno nel canto del Te Deum coll’intervento del Municipio, Guardia Nazionale, Guardia Doganale comandata dallo Tenente D. Giuseppe Monaco, nonchè tutta la popolazione accorsa, riempiva di vaghezza gli occhi etc…” e aggiungeva “…favella spiccata nella Chiesa dell’avvocato Salvatore Gallotti figlio del Capitano, compiva la nobile arringa col grido Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Rè d’Italia e Viva Garibaldi.”. Aggiungeva pure il Gallotti che: “….Diè compimento al fausto giorno un lauto banchetto ordinato dalla filantropia del Capitano Nazionale Barone Gallotti, che dava agli indigeni, venendo assisto dal d° Tenente Monaco, e situati innanzi ai detti Toselli era bello il vedere ed il sentire il grido di quei tutti, nel mentre che gustavano del pranzo Viva Italia una, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi, nonché accorse da Vibonati il Giudice Regio D. Francesco Saverio Cajazzo, che fece cerchio con la G° Nle e l’ammonì sulle nobili ideee di condotta.”. Dunque, il Gallotti diede pubblica lode al giudice del Circondario Francesco Saverio Cajazzo che dice essere venuto e accorso da Vibonati, sede del suo Ufficio e che in Piazza “fece cerchio con la Guardia Nazionale di Sapri e del Circondario”.
Nel 15, 15 e 17 settembre 1860, SALVATORE GALLOTTI, figlio del barone di Battaglia Giovanni Gallotti (Capitano della Guardia Nazionale), Avvovato
Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, scriveva che secondo il rapporto del Sindaco di Sapri, Francesco Gaetani che il 22 settembre inviò al Governatore della Provincia di Salerno, in occasione dei tre giorni di festeggiamenti tenutisi a Sapri, il 15, 16 e 17 settembre 1860, nel rapporto vi è scritto che: “….al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”.”.
Nel 15, 15 e 17 settembre 1860, il Tenente D. GIUSEPPE MONACO, Comandante della Guardia Doganale di Sapri
Nel 18 e 19 settembre 1860, a Capitello, la Guardia Nazionale di Capitello arrestava Giuseppantonio Scarpitta, Domenico Sabini e Concetta De Simone
Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “La notte del 18 e 19 settembre 1860, la Guardia Nazionale di Capitello arrestava Giuseppantonio Scarpetta, Domenico Sabini e Concetta De Simone, accusandoli di cospirazione contro la nuova forma digoverno, poichè avversi al nuovo regime liberale e desiderosi del ritorno della dinastia borbonica. Furono arrestati a causa deiloroprecedenti politici, e per essersi “di notte spostati a Sapri in casa Peluso, e per spargersi da essi voci sulla instabilità dell’attuale Governo….Giuseppantonio Scarpitta e Domenico Sabini nella sera del 18 detto comparivano in Capitello, asserendo voler comperare dè pesci; quindi su di una barca recaronsi in Sapri ove portarono a quel Capo Nazionale un fucile che si apparteneva a D. Annibale Peluso: ritornarono a Capitello verso le ore 7:00 in 8 della notte. Essi erano realmente affezionati alla famiglia Peluso, e da qualche testimone si assicura di aver guardato, assistito e scortato l’ex Capo Urbano Vincenzo Peluso da un punto all’altro, essendo latitante. I medesimi con altri si sono attivati a diffondere notizie sulla certezza del cangiamento dell’attuale Governo, e sulla venuta degli Austriaci; sul conto di Concetta De Simone si è liquidato solamente d’essere confidente della famiglia Peluso, e d’essere stato in sua casa il Sabini nel giorno precedente alla notte. Gli arrestati né loro interrogatori negavano di avre in modo alcuno cospirato contro il Governo”(240).”. Del Duca, a p. 177, nella nota (240) postilava che: “(240) A.S.S., Gran Corte Criminale, Process Politci, 1860, Compendio de Giudicato Regio di Vibonti del processo sul tentativo di cospirazione ordito a Capitello e Ispani, busta 172, fascicolo 15.”. La notizia è interessantissima anche perchè, sebbene a Sapri vi fossero alcune famiglie liberali presenti nel paese e in zona, in occasione dell’intensa attività di sbarco delle truppe garibaldine dirette verso la capitale del Regno borbonico, vi sia siano state altre famiglie di sediziosi, contrari al nuovo stato delle cose, come ad esempio la famiglia dei PELUSO, da decenni impegnata contro i liberali della zona. La notizia ed i Verbali conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, sono degni di nota e le notizie che contengono dovrebbero essere ulteriormente indagate. Tuttavia, a prima vista possiamo trarre delle notizie. La prima è quella che il 18 e 19 settembre 1860, a Sapri, vi era una “Casa Peluso” “Capo Nazionale”, dove, i tre arrestati a Capitello, Giuseppantonio Scarpitta, Domenico Sabino e Concetta De Simone, si recarono e dove fu da loro consegnato un fucile che sarebbe appartenuto a “don Annibale Peluso”. Il rapporto del Giudice di Vibonati dice pure che i tre “….erano realmente affezionati alla famiglia Peluso, e da qualche testimone si assicura di aver guardato, assistito e scortato l’ex Capo Urbano Vincenzo Peluso da un punto all’altro, essendo latitante.”. E qui la notizia mi sembra plausibile essendo il Capo Urbano di Sapri all’epoca dell’arrivo di Garibaldi Vincenzo Peluso, che, per l’occasione si rese latitante, insieme ad altri attendibili e borbonici della zona.
Nel 22 settembre 1860, il Sindaco di Sapri era Francesco GAETANI
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, etc…”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che: “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “13) Pasquale AUTUORI; 14) Francesco GAETANI 1870 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. La notizia dell’“Atto di adesione del Comune di Sapri al nuovo Regno”, e quindi della lettera del Sindaco di Sapri, è riportata anche da Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti.”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. Dunque, la Tagliè riferisce della lettera che il Sindaco di Sapri, Francesco Gaetani, nel 22 settembre 1960 scrisse al Governatore della Provincia di Salerno, in merito all’“Adesione del comune di Sapri al nuovo Governo di Vittorio Emanuele II”. Il documento interessantissimo è conservato presso l’Archivio di Stato di Salerno, ramo Prefettura, Gabinetto, b. 1, foglio 5. Scrive sempre la Tagliè che nella lettera vi è un rapporto dove vennero descritti i festeggiamenti che si tennero a Sapri per l’adesione al nuovo governo, festeggiamenti promossi a Sapri dal Capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti e figli, che si tennero per tre giorni consecutivi, il 15, 16 e 17 settembre 1860. La Tagliè scrive che nella lettera di Gaetani “Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum in onore del nuovo sovrano, al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”. La cerimonia si concluse con un lauto banchetto offerto dal capitano della Guardia Nazionale agli indigenti.”. Tagliè, a p. 174, concludeva su i Gallotti, baroni di Battaglia scrivendo che: “E’ da ricordare che i figli di Giovanni Gallotti, in occasione della spedizione di Sapri, diedero ospitalità a Pisacane ed ai suoi compagni al Fortino, mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”.
Nel 24 settembre 1860, a Torraca, Vincenzo GAETANI, capo della Guardia Nazionale e l’arresto di Francesco Torre di Vibonati
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 198, in proposito scriveva che: “Appena dopo il passaggio di Garibaldi, il 24 settembre 1860, il Capo Brigata della Guardia Nazionale di Torraca, Vincenzo Gaetani di Saverio, ordinò l’arresto, eseguito da Domenico Zipparro (5) e Carmine Barra, “in contrada Olmo (6), nella piazza, dell’abitato di Torraca” a danno di Francesco Torre di Vincenzo, di Vibonati, accusato d’aver pronunciato parole contro Vittorio Emanuele e Garibaldi. Francesco Torre, guardaboschi (7) del demanio promiscuo dei comuni di Casaletto, Tortorella e Vibonati, perché emissario delle autorità borboniche, fu destituito dalla carica con la seguente motivazione: “i boschi comunali a lui affidati sono stati sempre devastati, e precisamente le contrade nelle vicinanze dei Comuni di Torraca, e Sapri, e la legna di siffatti devastamenti con lui consenso, pe per suo profitto si sono venduti ad abitanti di Sapri, ed ai padroni di bastimenti siciliani ancorati al lido di detto comune, ed egualmente ha praticato cogli abitanti di Torraca. Etc…(8).”. Policicchio, a p. 198, nella nota (5) postillava: “(5) Insieme a Francesco Brandi, il 6 dicembre 1856 richiese di essere cancellato dall’elenco degli attendibili. Le informazioni prese dal Sotto Intendente fecero ritenere ce la loro condotta “non sia stata buona per modo che non convenga di depennarli dallo elenco degli attendibili. Essi figurano nella 2° categoria dello elenco dei sorvegliati, ed io riportandomi a quella biografia, reputo non secondabile la loro domanda” (ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 86, f. 24).”. Policicchio, a p. 198, nella nota (6) postillava: “(6) La storia orale tramanda che all’ombra di quest’albero, abbattuto non da molto, Carlo Pisacane, la mattina del 29 giugno 1857, lesse il suo proclama di libertà al popolo.”. Policicchio, a p. 198, nella nota (7) postillava: “(7) L’amministrazione forestale agli amministratori di Scalea chiese se i guardaboschi facessero o no il loro dovere. Il Decurionato “non trova motivi per rimuovere etc…” (ACSCL, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 5 dicembre 1860, p. 117v).”. Policicchio, a p. 198, nella nota (8) postillava: “(8) ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1, Delibera Decurionale del 2 dicembre 1860.”.
Nel 24 settembre 1860, a Capitello si faceva contrabbando di sale
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 250, in proposito scriveva che: “Oltre che debellare il brigantaggio, alla Guardia Nazionale furono assegnate altre funzioni. Nella baia di Capitello, il 24 settembre 1860, approdò un brigantino siciliano i cui marinai, in assenza temporanea del Ricevitore Doganale, Raffaele Falcone, a cui doveva eseguirsi la consegna del sale, si posero a contrabbandare il prodotto trasportato. Il 27 marzo il funzionario di dogana segnalava “l’arresto avvenuto di quattro somari con circa cantaja due di sale contrabbando, e con essi tre individui”(23).”. Policicchio, a p. 250, nella nota (23) postillava: “(23) ASS, Governatorato, b. 15, f. 713.”.
Nel 1860, a Roccagloriosa, VINCENZO PROTA tra i martiri per la libertà e per l’Unità d’Italia
Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, Grafica Jannone, Salerno, 1986, a p. 74, in proposito scriveva che, di Roccagloriosa era: “Giustino De Caro, nato il 1789, era ufficiale nelle guardie d’onnore durante il decennio francese, e poi fu capitano nella milizia provinciale del paese natio. Fu uno dei più valorosi eroi della rivolta del Cilento nel 1828. Di fronte a inaudite torture, non volle mai tradire le idee di libertà. Arrestato, fu condannato a 26 anni di ferri e imprigionato nella caserma della Maddalena; poi passò all’ergastolo di S. Stefano, dove ebbe a compagno Cono Mercurio. Un atto sovrano del 18 dicembre 1830 gli commutò la pena nella relegazione a Ponza. Ottenne la grazia nel 1831 e, ritornato nel paese natio, vi morì l’anno stesso (119).”. Romaniello, a p. 74, nella nota (119) postillava: “(119) De Crescenzo G., o.c., p. 134”. Nella nota (119) Romaniello citava il testo di Gennaro De Crescenzo, “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, ma a p. 134, non troviamo nulla. Romaniello, a p. 74 continuando il suo racconto ci parla di una latro martire di Roccagloriosa, VINCENZO PROTA e scriveva che: “Vincenzo Prota (1820-1903) apparteneva alle Società Segrete a Napoli dove studiava. Fu segnalato proditoriamente alla polizia borbonica, che lo catturò ed imprigionò assoggettandolo alla fustigazione, perché si rifiutò di svelare i nomi dei congiurati. Sopportò cinicamente 101 legnate senza parlare: i medici presenti ordinarono la sospensione della tortura, perché il Prota era già agli estremi. Però, dopo, egli si riprese e fu rinchiuso di nuovo in prigione, dove stette fino alla venuta di Garibaldi, che lo liberò. Ritornò in patria e visse minorato fino all’età di 83 anni.”. Dunque, scriveva il Romaniello che Vincenzo Prota di Roccagloriosa, fu fatto liberare da Garibaldi probabilmente dalle carceri napoletane. Rientrato a Roccagloriosa visse minorato fino all’età di 83 quando, nel 1913 morì. Romaniello cita anche “P. Salvatore da Acquavena, Francescano dell’Ordine degli Osservanti. Fu eletto ministro provinciale della Provincia di Principato tra il 1860-70 (120).”. Romaniello, a p. 75, nella nota (120) postillava: “(120) Paterno (da) P. Raffaele, o.c., p. 61″. Romaniello, sulla scorta del testo di Padre Raffaele da Paterno (….), scrive che Padre Salvatore di Acquavena, padre francescano dell’Ordine degli Osservanti di Acquavena e Rocagloriosa fu Ministro provinciale della Provincia di Principato dell’Ordine francescano degli Osservanti dal 1860 ed il 1870. Padre Raffaele da Paterno era Minore Osservante dell’Ordine Serafico. Si trata di Raffaele da Paternò è stato un francescano della Provincia picena. Dopo gli studi di filosofia e teologia, si dedica alla Sacra eloquenza e alle lingue greca ed ebraica, delle quali diventa professore. Eletto definitore provinciale, lascia poi Napoli per diventare guardiano a Nocera, ma eletto definitore generale deve recarsi a Roma. Con la fusione delle province riformate ed osservanti, viene nominato primo ministro provinciale della Provincia delle Marche e delegato generale della Magna Grecia. Con i suoi scritti e la sua predicazione stigmatizza gli errori ideologici e le ingiustizie sociali della Massoneria, dalla quale è aspramente osteggiato.
Nel 1860, la BRIGATA BASILICATA (ex Brigata Lucana del Boldoni) al comando di Clemente CORTE
Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati” (147)”. Dal Governo prodittatoriale si passava, così, al governo dei poteri illimitati. Giacinto Albini, ben conscio, come scrisse anche in diverse circolari, che il governo dell’emergenza era terminato, eliminò le giunte insurrezionali con un decreto del 29 agosto. Con questo “pose in prestito” alla rivoluzione gli avanzi di cassa delle finanze comunali e nominò, secondo le leggi amministrative borboniche, il segretrio nazionale della provincia nella persona di Giacomo Racioppi. Infine dispose la formazione di un corpo di milizie, il “Battaglione Lucano”, composto da 540 uomini, divisi in tre compagnie, ognuna delle quali di 180 armati (148).”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava: “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”. Venturi, a p. 74, nella nota (148) postillava: “(148) R. Rivilello, Cronaca Potentina, …., op. cit., p. 243.”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 251 in proposito scriveva che: “Mentre il Governatore Giacinto Albini con i suoi ‘poteri illimitati’ ristabiliva gli ufficii della magistratura, le schiere degl’Insorti Lucani venivano organizzate, prima a Vietri e poi a Salerno, in ‘Brigata dei Cacciatori Lucani’, licenziandosi coloro che per età, per cure di famiglia, o per altra qualsiasi causa, non potevano più a lungo permanere sotto le bandiere dell’Insurrezione. Ne restarono circa due mila e cinque cento, ed il Boldoni vi mise a capo dello Stato Maggiore il Maggiore Emilio Petruccelli, affidando il comando dei quattro Battaglioni al prete Nicola Mancusi di Avigliano, a Francesco Paolo La Vecchia di Tricarico, a Giuseppe Domenico La Cava di Corleto, ed a Francesco Paolo Pomarici di Anzi. La brigata Lucana entrò a Napoli nel 19 Settembre, sfilando con marziale disinvoltura lungo la via Toledo etc…(p. 252). A Napoli il comando della Brigata Lucana fu tolto al Boldoni e dato a Clemente Corte, Colonnello di Garibaldi, la qual cosa spiacque a moltissimi, perchè fu fatta forse per segreti disegni, ed in maniera alquanto brusca ed inaspettata. Agl’Insorti Lucani Garibaldi diede, come distintivo, un nastro blù con fibietta da portarsi sull’omero sinistro. Per mancanza di documenti non posso dire quali nuovi ordinamenti subisse la Brigata Lucana nel far parte della Divisione del General Medici; ne quale posto occupasse nelle giornate del 1 e del 2 Ottobre, allorchè vi fu sanguinoso combattimento fra i soldati di re Francesco e le valorose schiere di Garibaldi.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 411, in proposito scriveva pure che: “VI. Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 237, in proposito scriveva che: “La brigata Lucana e l’assedio di Capua. Giunto che fu il Dittatore a Casalnuovo, e venutovi, per mettersi agli ordini di lui, il Colonnello Boldoni, gli insorti della Lucania furono incorporati nella divisione del Generale Cosenz. Laonde il Colonnello ebbe ordinato alle sparse legioni di raccogliersi a Vietri di Potenza, ove trasmutava il quartier generale; li ordinò in brigata che disse dei Cacciatori Lucani; e queste divise in quattro battaglioni secondo i distretti della provincia, di poco meno che tremila uomini in tutto (1). La brigata ebbe nuovo ordinamento a Salerno; poichè diede licenza a’ militi più vecchi di ritrarsene; nominò capo dello stato maggiore il signor Emilio Petruccelli; e capo dei battaglioni i signori Giuseppe-Domenico La Cava, Francesco Paolo La Vecchia, Nicola Mancusi, e Francesco Paolo Pomarici. Restarono sotto le armi duemila centosettantasei militi. La brigata entrò il giorno 19 settembre nella città di Napoli “salutata (dice uno scrittore straniero) da calorose acclamazioni del popolo di Napoli il quale, a spettacolo nuovo sui lastrici della città capitale, vedeva la prima volta, senza il terrore dei seguaci della Santa-fede, gl’insorti popoli delle provincie nelle sue fogge ruvide, bizzarre e pittoresche, in armi da caccia e da museo, d’ogni sorta gente e condizione commisti, e preti e frati vessilliferi e capifila”(2). A Napoli un terzo riordinamento, e questo fu l’ultimo della brigata Lucana. Il Colonnello Boldoni fu surrogato dal colonnello Clemente Corte. Al Boldoni faceva ingiuria l’origine sua; cioè il partito che l’ebbe eletto alla impresa di Basilicata, e lo indirizzo di una politica, che egli non nascondea, ma bandiva sotto gli auspicii del Conte di Cavour. Codesto lo aveva reso non bene accetto, poscia mal visto a coloro, che ormai levavano bandiera in aperta opposizione al ministro di Sardegna: e poichè il Dittatore aveva vinto, e dei servigi di quello non pareva più bisogno, gli spiriti partigiani vollero sbrigarsene; e per quali vie non monta. Sinistrarono gli atti di lui; ne calunniarono intenzioni e parole; non dubitarono di mentire in nome del popolo appo il Dittatore; e il Boldoni fu rimosso dal comando della brigata; nè parola di lode venne a temperare la crudezza del fatto subitaneo. Cominciava da lui la manifestazione prima di quella febbre di demolizione, che poscia abbiam vista senza limiti appiccarsi a tutti gli animi, e aggredir tutti gli uomini e le cose. Unica, forse e sempre generosa, la città di Corleto non dimenticò il Colonnello Boldoni; ….Il Colonnello Clemente Corte, giovane ardito, operosissimo, valoroso e valente ebbe l’onore di guidare al fuoco la giovane brigata dei volontari Lucani. Ricominciando il novello e più acconcio ordinamento, le mutò il nome in brigata di Basilicata; scompose lo scheletro, o, come dicono, i quadri; non tenne conto, e ben fece, dei gradi che la rivoluzione etc…”. Racioppi, a p. 237, nella nota (1) postillava: “(1) Il giorno 5 di settembre, a Vietri, il battaglione detto di Lagonegro numerava 671 militi; quello di Potenza 957, il terzo di Matera 478; il quarto di Melfi 810; in uno 2916.”. Racioppi, a p. 237, nella nota (2) postillava: “(2) E. Maison, Journal d’un volontaire de Garibaldi. Paris, 1861, pag. 88.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 52-53, in proposito scriveva pure che: “Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”. Pesce, a p. 53, nella nota (1) postillava: “(1) Fra quei volontari emerse la figura gigantesca e balda del Capitano Gennaro Iannarelli di S. Severino Lucano, il quale, dopo aver combattuto coraggiosamente a Santamaria, fu a capo di una compagnia di Guardie Mobili per la repressione del brigantaggio nel Circondario di Lagonegro, etc…”. Il Pesce, a p. 55 scriveva pure che: “Ammirato e carezzato dai commilitoni per la sua tenera età e pel suo coraggio, fu iscritto, semplice milite, nel 1. Battaglione della Brigata Lucana, la quale, dopo che fu bene riordinata dei migliori elementi della disciplina militare dal nuovo Colonnello Clemente Corte, succeduto al Boldoni, e fu fornita, nei depositi di Aversa, d’armi e di divisa, fu aggregata alla Divisione del Generale Medici, e fu guidata al combattimento con mirabile slancio. E’ risaputo che gli insorti lucani ebbero, come distintivo, un nastro bleu con fibbietta da portarsi sull’omero sinistro.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a pp. 24-25-26, in proposito scriveva che: “Dopo l’entrata in Napoli, la Brigata Lucana si organizzò per distretti: il distretto di Matera fu dato a Carmine Ferri, che, avendo assicurato la tranquillità e data forma costituzionale alla città, riprese il suo posto di combattente, e il distretto di Lagonegro fu affidato al Lavecchia. Il 19 settembre la Brigata Lucana si riunì a Napoli, dopo aver spazzato il salernitano dei residui dell’esercito borbonico, e dopo aver compiuta la rivoluzione nell’avellinese. Gl’insorti lucani, vestiti ed armati alla meglio, vennero accolti con grandi feste, e costretti a fare il giro della città: Napoli, con quell’atto, volle dare il merito alla Basilicata di essere stata la prima ad insorgere e di aver meglio organizzata la rivoluzione. Garibaldi passò in rivista la brigata, riorganizzò gl’insorti in nome dell’Italia e li lasciò liberi. I vecchi furono costretti a ritornare a casa; i giovani, inquadrati da ufficiali garibaldini, formarono la nuova brigata, che si distinse sotto le mura di Capua e sulle sponde del Volturno. I tricaricesi furono rattristati dalla perdita del patriota Giuseppe Bronzini, morto a Napoli in seguito agli strapazzi di guerra. Finito il loro compito, i nostri patrioti ritornarono a casa, lieti di aver servita la Patria, e di aver concorso a liberare le nostre terre dalla soggezione borbonica; non chiesero nè onori nè ricompense. Il Lavecchia fu nominato prefetto, ma rifiutò dicendo: “Non abbiamo lavorato per ottenere una pagnotta”. Sorsero poi i vittoriosi, che misero in disparte gli autentici combattenti e carpirono gli onori destinati a chi aveva ben meritato della Patria. Il successo della campagna del ’60 dev’essere attribuito alla Basilicata.“. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Nicola Mignogna, a pp. 113-114, in proposito scriveva: “469) Brigata Lucana – Quartier Generale in Salerno – Ordine del giorno, Salerno li 15 settembre 1860, s. 1., nè a.” Foglio a stampa contenente le disposizioni impartite dal colonnello Boldoni per il funzionamento della brigata Lucana destinata ad essere aggregata all’Esercito Meridionale. I quattro battaglioni, quello del distretto di Lagonegro, costituito da 554 uomini, quello di Potenza, da 546, quello di Matera, da 497 uomini e quello di Melfi, da 579 uomini, vengono rispettivamente affidati al comando di Giuseppe Domenico Lacava, di Francesco Pomarici, di Francesco Emilio Petruccelli, recatosi a Napoli, sarà capo di Stato Maggiore della brigata Leopoldo Scoppa, si porta a conoscenza la costituzione di Commissione di donne con il compito di sovvenire ai bisogni etc…”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 84-85, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana informa lo storico Cilibrizzi (1) fu costituita con 3.500 insorti. Era formata su otto colonne: 1° Colonna: Potenza – Comandante Francesco Pomarici; 2° Colonna: Comandante Giuseppe Domenico Lacava; 3° colonna: Tricarico – Comandante Francesco Paolo Lavecchia etc..La Brigata Lucana divenne poi “Brigata Basilicata” comandata dal Colonnello Clemente Corte che si distinse poi nelle battaglie combattute contro i Borboni sul Volturno e nell’assedio di Gaeta.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 31-32, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana – che passò poi al comando del colonnello Clemente Corte col nuovo nome di ‘Brigata Basilicata’ – si battè valorosamente il 2 ottobre, alla battaglia del Volturno, e il 15 il 19 e il 30 ottobre all’assedio di Capua.“.
LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO
Nel 1 ottobre 1860, ad Aversa (Battaglia del Volturno) morì Carlo Mazzei di Maratea ed il 2 ottobre a Caserta morì Michele COSENTINO di Lagonegro dopo essere stato ferito
Da Wikipedia leggiamo che la battaglia del Volturno indica alcuni scontri armati tra i volontari garibaldini e le truppe borboniche, avvenuti tra il 26 settembre e il 2 ottobre 1860 nei pressi del fiume Volturno, durante la spedizione dei Mille. Il territorio impegnato dalle vicende belliche è sito nell’attuale provincia di Caserta, delimitato all’incirca in un triangolo avente i vertici nelle città di Capua, Caiazzo e Maddaloni. Sebbene in inferiorità di uomini e mezzi, i volontari dell’Esercito meridionale al comando di Giuseppe Garibaldi, dopo duri combattimenti nelle località sunnominate, riuscirono a respingere il tentativo dei napoletani di rompere l’accerchiamento di Gaeta e marciare su Napoli, convincendo i generali borbonici ad interrompere ogni tentativo di avanzata e a ritirarsi nelle posizioni di partenza. La battaglia fu l’ultimo tentativo fatto da Francesco II di respingere i garibaldini e riconquistare il proprio regno, ma il suo fallimento segnò definitivamente la fine del Regno delle Due Sicilie: il Re infatti, demotivato e persa la fiducia nei suoi comandanti, decise di chiudersi a Gaeta con i resti delle forze a lui fedeli, in attesa di un eventuale aiuto straniero alla sua causa, che tuttavia non giunse mai. Francesco II si arrese definitivamente il 13 febbraio 1861, dopo cinque mesi di assedio da parte dell’esercito piemontese. Biagio Moliterni (….), nel suo blog sulla rete “Abstrag.org” parlando di Tortora aggiunge che: “P.S. Il sedicenne Carlo Mazzei di Maratea, nipote acquisito di don Biagio Maceri, raggiunse i garibaldini a Lagonegro e morì in battaglia il 1° ottobre 1860 presso Aversa. Era anche chi ci credeva davvero!”. Carlo Mazzei di Maratea era nipote acquisito di don Biagio Maceri, il quale a sua volta era genero di don Pietro Lomonaco Melazzi di Tortora che ricevè Garibaldi il 3 settembre 1860, insieme ad altri notabili calabresi prima che egli si imbarcasse per Sapri. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 31-32, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana – che passò poi al comando del colonnello Clemente Corte col nuovo nome di ‘Brigata Basilicata’ – si battè valorosamente il 2 ottobre, alla battaglia del Volturno, e il 15 il 19 e il 30 ottobre all’assedio di Capua. Nella battaglia del Volturno, caddero Carlo Mazzei di Maratea, Francesco Abalsamo di Senise, Francesco Basile di Potenza, Michele Cosentino di Lagonegro e Antonio D’Angieri di Forenza.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 57-58, in proposito scriveva che: “Fu appunto in questo combattimento del 2 Ottobre, presso Caserta, che il giovanetto Michele Cosentino fu gravemente ferito, per cui, dopo avr partecipato ai genitori la gloriosa e triste sorte toccatagli, e chiesto perdono del dispiacere ad essi recato per la sua improvvisa partenza, morì dopo pochi giorni nell’ospedale del campo in Maddaloni. Di lì a poco, nell’anno stesso, quale triste fatalità! morirono pure la madre Rosa Aldinio, e poscia il padre Francesco, forse per le gravi amarezze provate pel generoso trascorso e per l’immatura morte del diletto figliuolo!. ‘A Lui non ombre pose, non pietra, non parola’ la Patria, ed il suo nome fu tosto coperto dall’oblio, ma fu rievocato nel discorso dell’On. Giustino Fortunato nel 20 Settembre 1898, per l’inaugurazione delle lapidi commemorative nella sala del Consiglio Provinciale di Basilicata, nelle quali è segnato pure il nome del nostro concittadino assieme con quello di Cristoforo Grossi, vittime ambedue degli stessi generosi sensi di libertà (1).”. Enrico Ajello (….), nel suo “Lucania 1860″, Arti grafiche Laterza, Bari, 1960, a pp. 164-165 in proposito scriveva che: “Entusiasmo patriottico che – mentre il Ministero Conforti lasciava i volontari garibaldini senza cartucce di fronte al nemico e rifiutava il pagamento di ottantamila franchi per una fornitura di fucili – in Lucania si manifestava responsabilmene con la formazione di una “Brigata Basilicata” che, agli ordini del colonnello Clemente Corte, doveva segnare altre pagine di gloria sul Volturno e sotto le mura di Capua. Il diciassettenne Michele Cosentino, indrappellatosi fra i volontari al loro passaggio per Lauria, nello scontro del due ottobre presso Caserta, fra le ‘brigata regia’ del generale Perrone e la “Brigata Basilicata” della Divisione Medici, cadeva mortalmente ferito. Gennaro Mitidieri, fuggito anch’egli dal Seminario di Policastro e divenuto “alfiere” della “Brigata Basilicata”, il trentuno ottobre, sotto le mura di Capua, riportava una grave mutilazione, che, di lì a poco, doveva trarlo a morte non ancora ventenne. Al suo fianco cadevano Francesco Di Giorgio di Anzi, Luigi Brancati di Potenza, Francesco Greco di Armento e il seminarista Celestino Grassano di Salandra, il cui eroismo doveva poi essere testimoniato, nel 1881, in piena Camera dei Deputati, da Giuseppe Marcora. E nella precedente Battaglia del Volturno, il 15 e il 19 ottobre, erano caduti Carlo Mazzei di Maratea, Francesco Abalsamo di Senise, Francesco Basile di Potenza, Antonio D’Angieri di Potenza, il capitano Salvatore Monti e il tenente Gentile Rossi. Ancora vivo è il ricordo dell’avvocato Vito Maria Magaldi, negli ultimi anni di vita segretario generale della Provincia, poeta profondo e scrittore elegante. Dodicenne fuggiva di casa dalla natia San Chirico Raparo per raggiungere, con una marcia di sessanta e più miglia, su strade impervie e sconosciute, solo e senza mezzi, il monte Marmo e di qui Auletta. Garibaldi, commosso e paterno, donò una “camicia rossa” all’ardito fanciullo, il quale poi nel sessantasei, appena diciottenne, nuovamente raggiunse i volontari garibaldini, che nel Tiriolo rinnovavano l’epica gesta.”.
Nel 3 ottobre 1860, a Napoli il Governo Prodittatoriale di Giorgio PALLAVICINO
Da Wikipedia leggiamo che dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli, la situazione italiana era questa: le regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Basilicata, e quasi tutta la Campania) erano state conquistate da Garibaldi, mentre Lombardia, Emilia, Romagna, Toscana erano entrate nel Regno d’Italia in seguito alla seconda guerra d’indipendenza italiana e ai successivi plebisciti. Il Sud e il Nord della penisola erano però ancora separati dalla presenza dello Stato Pontificio. L’avanzata di Garibaldi, inoltre, preoccupava i moderati e le corti europee sia per una sua possibile avanzata fino a Roma e per il rischio di una svolta repubblicana rivoluzionaria causa la presenza mazziniana sempre più attiva. L’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 segna un momento cruciale per l’Italia, con la fine del dominio borbonico e l’avvio dell’unificazione nazionale. La campagna dei Mille, iniziata a maggio, e il plebiscito di ottobre che sancisce l’annessione al Regno di Sardegna, sono passaggi fondamentali verso la nascita del Regno d’Italia. L’azione di Garibaldi in Sicilia e nel Sud Italia fu facilitata e in parte coordinata con il Regno di Sardegna, guidato dal Primo Ministro Camillo Benso, conte di Cavour. Cavour, pur non condividendo completamente l’approccio di Garibaldi, comprese l’importanza strategica di queste azioni per l’unificazione italiana sotto la corona sabauda. Dopo la conquista di Napoli, fu chiaro che l’intero Mezzogiorno avrebbe potuto essere annesso al Regno di Sardegna. Questo processo fu formalizzato attraverso un plebiscito tenutosi nell’ottobre 1860, che vide una schiacciante maggioranza dei votanti esprimersi a favore dell’annessione al Regno di Sardegna. L’annessione fu ratificata e il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere, portando alla creazione del Regno d’Italia, proclamato il 17 marzo 1861. L’intervento piemontese fu cruciale per garantire l’ordine e la stabilità durante la transizione, nonché per assicurare che l’unificazione avvenisse sotto l’egida piemontese, piuttosto che sotto una repubblica democratica come alcuni garibaldini avrebbero preferito. Per rafforzare la sua posizione presso Vittorio Emanuele II, Garibaldi nominò il 3 ottobre 1860 prodittatore di Napoli Giorgio Pallavicino, un sostenitore di casa Savoia. Costui definì subito Crispi incompatibile con la carica di Segretario di Stato. Intanto Cavour aveva dichiarato che nell’Italia meridionale non avrebbe accettato altro che l’annessione incondizionata al Regno di Sardegna mediante plebiscito. Crispi, che aveva ancora la speranza di far proseguire la rivoluzione per riscattare Roma e Venezia, si oppose, proponendo di far eleggere al popolo un’assemblea parlamentare. A lui si affiancò (per motivi molto diversi) il federalista Carlo Cattaneo. Preso fra due fuochi, Garibaldi dichiarò che la decisione sarebbe spettata ai due prodittatori di Sicilia e di Napoli, Antonio Mordini e Pallavicino. Entrambi optarono per il plebiscito e Crispi, dopo la riunione decisiva del 13 ottobre di palazzo d’Angri, si dimise dal governo di Garibaldi. Il Cavour, che non si fidava di Agostino Bertani, segretario generale del dittatore Garibaldi, favorì la nomina del Pallavicino come prodittatore a Napoli da parte di Garibaldi subito dopo l’ingresso nella città (settembre 1860). Pallavicino si batté, contro il volere dello stesso Garibaldi, per l’annessione immediata delle province napoletane al Regno di Sardegna e dopo il plebiscito del 21 ottobre, venne decorato con il collare dell’Annunziata. Pallavicino, pochi giorni dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli fu nominato prodittatore, ma l’azione sua fu variamente discussa. Proclamato il plebiscito a Napoli, si dimise, ritraendosi nella solitudine di San Fiorano. Ebbe però dal re il Collare della SS. Annunziata. Inviato con pieni poteri in Sicilia poco prima di Aspromonte, gli fu rimproverata la sua condiscendenza per l’impresa di Garibaldi, e tornò a San Fiorano, dove nel 1867, dopo un viaggio elettorale rimasto storico, ospitò il suo grande amico; e colà visse gli ultimi anni di vita, assistito dalla consorte Anna Koppmann, figlia del governatore di Praga, con la quale si era unito durante la sua forzata dimora colà, e che fu editrice delle Memorie di lui (Torino 1882-1895, voll. 3). Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “….XLIII. II Marchese Giorgio Pallavicini. Il Plebiscito. – In quel mezzo giungeva a Napoli Giorgio Pallavicini, condannato dall’Austria nel 1821 con Gonfalonieri, Pellico, Rossini e gli altri cospiratori. Benveduto dal generale, che lo aveva già scelto per prodittatore delle provincie continentali , senza per altro averlo ancora nominato. Proveniva da Torino, ove il Re e Cavour gli avevano impartite istruzioni, che si riassumevano così: Nessuna transazione coi mazziniani, nessuna debolezza coi garibaldini, ma riguardi massimi per il loro capo. » << Il 3 ottobre un decreto dittatoriale nominava prodittatore delle provincie napoletane il marchese Giorgio Pallavicini -Trivulzio. Il 5 questi decretava la soppressione del dipartimento degli affari siciliani. Crispi conservava le sue funzioni di segretario generale della dittatura e di ministro degli esteri. Il 9 fu decretato il plebiscito: il popolo era chiamato per si o per no sulla seguente formola: << Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele, re costituzionale, e i suoi legittimi discendenti. Etc…”. Crispi, a p. 202 aggiungeva: “Con Pallavicini diede le dimissioni il ministero, e Garibaldi il 12 ottobre fece promulgare il decreto di Crispi convocante l’assemblea napoletana per l’11 corrente e incaricava Crispi di formare un nuovo ministero. Ma intanto i moderati organizzarono una dimostrazione popolare al grido di morte a Mazzini, morte a Crispi! Garibaldi dal palazzo della foresteria arringò i dimostranti, rimproverando loro le inconsulte grida….etc…Il 21 il plebiscito ebbe luogo a Napoli ed in Sicilia e fu votata la dedizione dell’antico regno delle due Sicilie a Vittorio Emanuele.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 131, in proposito scriveva che: “Francesco Crispi fu l’anima di governo di Garibaldi in Sicilia e a Napoli. Eguali sorti, dolori e lotte l’unirono lungo tempo col Dittatore dell’Italia meridionale. Crispi è repubblicano, come Garibaldi. Quando, a metà ottobre, la politica di Cavour venne ad aperto contrasto con quella di Garibaldi fu costretto a sacrificare il suo amico Crispi al principio costituzionale e all’unità delle popolazioni italiane, etc…”.
Nel 7 ottobre 1860, a San Giovanni a Piro, movimenti reazionari
Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 177-178, in proposito scriveva che: “A San Giovanni a Piro, il 7 ottobre 1860, Gaetano Iannuzzi, scagliandosi contro coloro che inneggiavano al Generale, gridava: “Garibaldi vai a farti fottere”.
Nell’ottobre 1860, PIETRO LACAVA, Segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e il traferimento del Mango a Potenza e Vice Governatore del Distretto di Lagonegro
Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….ad Auletta. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’.”. Sempre il Pesce, a p. 59, in proposito scriveva che: “Il Governatore della Basilicata Giacinto Albini abolì tosto le giunte insurezionali, i comitati locali ed i commissari civili, e così fu richiamato a Potenza da Lagonegro il Commissario Giuseppe Mango, il quale, lungi dall’abusare del potere goduto, seppe conservare e rafforzare il plauso e la gratitudine dei suoi concittadini, ed in premio degli utili servizi resi alla rivoluzione fu nominato Giudice della Gran Corte Criminale di Potenza. Al posto del Mango fu mandato come Sotto-Governatore o Sotto-Intendente pel Distretto di Lagonegro il valoroso giovane Pietro Lacava, che tanta parte onorevole aveva presa in quei moti insurrezionali. Questi, venuto in Lagonegro nei primi giorni d’Ottobre, attese con tutta energia e con impareggiabile zelo al consolidamento del nuovo ordine di cose, e seppe in breve conquistare lo affetto e la stima di tutta la cittadinanza dell’intero Distretto, dove lasciò memorie ed amicizie imperiture.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, in proposito scriveva che: “Col plebiscito del 21 ottobre si può considerare come chiusa la gloriosa epopea dell’insurrezione napolitana, durata – come nelle classiche tragedie greche, dense d’azione per quanto rapide – breve tempo, nel quale i più grandiosi avvenimenti si successero con prodigiosa rapidità, mentre le popolazioni qui, come altrove, diedero prove mirabili di concordia, etc…(1).”. Pesce, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine. E qui è d’uopo ricordare il seguente episodio di quel periodo: Essendo stato disciolto il benemerito esercito garibaldino, la schiera del Colonnello Pace di Castrovillari si ritirava da Napoli passando nel 17 Dicembre 1860 per Lagonegro, dove trovavasi di guarnigione un distaccamento di soldati lucani, quando surse improvvisamente, fra le due fazioni, per na certa inconsulta rivalità, un vivace alterco, che presto degenerò in aperto conflitto con vivace scambio di molte fucilate, per cui rimase morto un soldato lucano, certo Costantino Brescia, che stava di sentinella avanti al Palazzo Corradi, ora sede del Tribunale. Il Lacava, a quel rumoroso conflitto fratricida, accorse immediatamente insieme col Dottor Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, e lasciandosi etc…”. Su Pietro Lacava, poi Ministro e fratello di Michele Lacava (….), ha scritto Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Su Wikipedia leggiamo che Pietro Lacava, il 21 giugno 1860 fece parte del Comitato Centrale Lucano di Corleto Perticara e il 19 agosto, in seguito alla insurrezione della Basilicata, fu nominato segretario del Governo Protodittatoriale Lucano. Divenuto vice-governatore a Lagonegro, represse le manifestazioni legittimiste dell’ottobre del 1860. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 104, in proposito scriveva che: “Furono abolite le giunte insurrezionali, soppressi i Comitati locali d’azione e al posto del Commissario civil avv.to Mango nel circondrio di Lagonegro fu inviato come Sotto Governatore Pietro Lacava che organizzò e mise nel migliore stato di funzionalità tutta l’ammistazione civile, politica, giudiziaria del distretto.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 84-85, in proposito scriveva: “…………………….”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Nel 1860 la Basilicata insorse, dando il segnale della riscossa alle vicine regioni. Si è già detto che il 18 agosto di quell’anno, venne proclamato a Potenza il Governo prodittatoriale, i cui componenti furono Giacinto Albini e Nicola Mignogna. Pochi giorni dopo, venne istituita la Giunta insurrezionale, con sette uffici. A Giacomo Racioppi – ch’era subito accorso a Potenza – – fu affidata la direzione del quarto ufficio, che doveva occuparsi dell’amministrazione provinciale e comunale e degli affari demaniali. Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale, giacchè Garibaldi nominò Giacinto Albini Governatore della Basilicata, con poteri illimitati.”. Enrico Ajello (….), nella sua “Lucania 1860”, ed. Laterza, Bari, 1960, a p. 166, in proposito scriveva che: “Frattanto Giacinto Albini, ora in veste di Governatore generale della provincia, andava smobilitando le improvvisate impalcature che la rivoluzione si era date. Abolì le ‘Giunte’ insurrezionali, creò il Battaglione lucano di Guardie nazionali per il mantenimento dell’ordine pubblico, favorì l’arruolamento di volontari per la “Brigata Basilicata”, riorganizzò le amministrazioni locali; nominò Giacomo Racioppi Segretario generale della provincia, destinò alle Sottointendenze Pietro Lacava a Lagonegro, Carmine Senise a Matera, Decio Lordi a Melfi; apprestò infine i mezzi necessari e convocò i comizi elettorali, nei quali il popolo di Lucania espresse plebiscitariamente, il 21 ottobre, la sua irrevocabile accettazione dello Stato unitario: novantottomiladuecentodue “Si” e solo centodieci “no” confermarono il voto che per l’indipendenza d’Italia il popolo di Lucania aveva consacrato, e col vermiglio olocausto dei suoi figli migliori, e col tormentoso calvario della lunga cospirazione.”.
Nel 14 ottobre 1860, a Torraca, il Decurionato ed il Sindaco PIETRO PAOLO PERAZZO ringraziarono il Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo
Sul giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, ha scritto Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, riferendosi al giudice del Circondario Francesco Cajazzo, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati. Socrate Falcone di Policastro. Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”.
Nel …..ottobre 1860, la rimozione dei Governatori delle Provincie dai ‘poteri illimitati’
Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 249, in proposito scriveva pure: “Molti nomi sono segnati in questo periodo storico, e primeggia fra gli altri quello di Giacinto Albini, insigne per mente, per gentilezza di animo e per fortezza di propositi; ma furono moltissimi i benemeriti e gli operosi, etc…”. Riviello, a p. 250 scriveva che: “Cessato il Governo provvisorio della Prodittatura, cominciarono i ‘poteri illimitati’ del Governatore della Provincia di Basilicata – In virtù dei poteri illimitati conferitigli dal Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi, con Decreto 6 Settembre 1860 – Nomina – a Segretario Generale della Provincia il Sig. Giacomo Racioppi – Potenza 10 Settembre 1860. Giacinto Albini (1)”.”. Riviello, a p. 254, in proposito scriveva pure che: “Prima del Plebiscito i Governatori dai ‘poteri illimitati’ furono rimossi dal loro ufficio, e quindi Giacinto Albini cessò di essere a capo della notra Provincia (1).”. Riviello, a p. 254, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Commendatore Giacinto Albini ritornò a Potenza nel 6 Novembre 1878 come Conservatore delle Ipoteche, e vi morì nell’11 Marzo 1884 – Tutta la cittadinanza ricordando i lieti e gloriosi giorni della Prodittatura, volle onorare la morte dell’insigne uomo etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 396, in proposito scriveva che: “E’ un vero peccato che tutti gli atti del periodo di Governatorato del Matina siano andati irrimediabilmente perduti, perché in base ad essi si sarebbe potuto disegnare il quadro della sua energica attività, intesa a dare un assetto nuovo alla provincia, rispondente ai suoi principi politici. Si sa che egli fu fieramente avverso alla borghesia neghittosa e in massima parte fino a pochi giorni innanzi ancora borbonica: fu intransigente, violento ed irruento, secondo il suo carattere; la qual cosa valse ad alienargli il consenso di tutto il moderatume salernitano, il quale con torbide manovre giunse a rovesciarlo dopo un mese di governo (33).”. Cassese, a p. 396, nella nota (33) postillava: “(33) Durò in carica fino alla prima decade di ottobre. Un manifesto del 18 ottobre è firmato dal governatore Mariano Englen.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 397, in proposito scriveva che: “Ed era naturale che la borghesia gli si opponesse! Si trattava di riorganizzare a tempo di primato tutta l’impalcatura dell’amministrazione provinciale, che si era schiantata; si trattava di sgomberare il terreno dei vecchi relitti del passato; di abbattere vecchi numi locali, boriosi quanto incompetenti; di combattere gli antichi borbonici diventati d’un tratto liberali con allegra e sfacciata manovra trasformistica; di dare al popolo, mediante saggi provvedimenti, una prova tangibile che una vera rivoluzione era in corso di attuazione; si trattava infine di stroncare energicamente i tentativi di reazione, fomentati dai borbonici e dal clero (34).”. Cassese, a p. 397, nella nota (34) postillava: “(34) Per le condizioni politiche della Capitale e delle province vedi il bel volume aneddotico di Gustav Rash, Garibaldi a Napoli nel 1860, Bari, Laterza, 1938, pp. 108 sgg.”. Da Wikipedia leggiamo che cessate le funzioni di governatore, ebbe un incarico secondario, alla fine del quale si ritirò a vita privata, dimenticato dal governo del neonato Regno d’Italia[senza fonte]. Solo in seguito a vive pressioni, il governo si decise a concedergli incarichi di prestigio, nominandolo Tesoriere generale della provincia di Benevento e successivamente Conservatore delle Ipoteche di Basilicata. Venne eletto deputato nel 1861 alle prime elezioni del Parlamento Italiano (elezione annullata in considerazione del suo ufficio retribuito), vice sindaco di Napoli nel 1867, consigliere comunale di Benevento nel 1868 e infine, dal 1876 al 1878, sindaco di Montemurro[senza fonte]. Dalla Treccani on-line leggiamo che il 10 settembre, dopo avere sciolto le giunte insurrezionali, l’Albini assumeva, in forza di un decreto di Garibaldi del 6 settembre, la carica di governatore della Basilicata con poteri illimitati. Tale carica conservò fino alla metà dell’ottobre seguente, eliminando in questo breve periodo i funzionari e i magistrati borbonici. Eletto il 27 genn. 1861 deputato nei collegi di Lagonegro e di Melfi, dovette rinunciare al mandato parlamentare essendo stato nominato, fin dal novembre 1860, ufficiale di nipartimento della ex Presidenza del consiglio di Napoli e, successivamente, direttore della Stamperia reale. Nel febbraio 1861 fu tra i fondatori in Napoli del Comitato di provvedimento per Roma e Venezia e, successivamente, promotore di numerose società operaie di mutuo soccorso in Campania e in Basilicata. Nel 1868 venne nominato tesoriere generale della provincia di Benevento, e in quella città fu esponente massonico e consigliere comunale, dopo essere stato, nel 1867, vicesindaco di Napoli. Sindaco di Montemurro dal 1876 al 1878, il 6 novembre di tale anno assunse la carica di conservatore delle ipoteche di Potenza. Quivi morì l’11 marzo 1884. Il figlio Decio (1865-1923), che fu presidente del Comitato romano della Società per la storia del Risorgimento, cercò di dimostrare, in una serie di brevi lavori sul Risorgimento lucano, il mazzinianesimo del padre: egli fu anche il fondatore di diverse riviste lucane. Ma la sua attività prevalente fu quella di medico chirurgo, con un particolare inteper i problemi dell’ infanzia. Per meglio comprendere la figura di Giacinto Albini e dei “Poteri illimitati”, ottenuti unitamente alla nomina di Governatore della Basilicata, in un suo saggio, Ernesto Pontieri (….), mette seriamente in luce la sua figura quale essa veramente era. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 44, nella nota (5) postillava: “(5) ….Ma, contrariamente alla tesi unanimemente accolta e mai posta in dubbio (cfr. per tutti N. Rosselli, op. cit., pp. 320 ss.), noi escludiamo che Giacinto Albini abbia potuto accettare il programma mazziniano. E ad avvalorare questa nostra ipotesi sono le relazioni redatte dall’Albini nella sua qualità di governatore della Basilicata nel 1860. Etc…”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Pedio, a p. 53, nella nota (2) postillava: “(2) Pedio Edoardo, La prodittatura lucana nel 1860 in Atti del Congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento, Napoli, Miceli, 1939, pp. 317 ss.”. Per comprendere meglio il dopo 1860, è utile leggere le pagine di Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (….), nel loro, Territorio e Società nella Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1973. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 104, in proposito scriveva che: “Furono abolite le giunte insurrezionali, soppressi i Comitati locali d’azione e al posto del Commissario civil avv.to Mango nel circondrio di Lagonegro fu inviato come Sotto Governatore Pietro Lacava che organizzò e mise nel migliore stato di funzionalità tutta l’ammistazione civile, politica, giudiziaria del distretto.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale, giacchè Garibaldi nominò Giacinto Albini Governatore della Basilicata, con poteri illimitati. Il 13 ottobre, il Racioppi venne nominato dall’Albini Segretario Generale del Governo della Provincia. Pietro Lacava ha scritto che “il Plebiscito di Basilicata fu votato sotto Racioppi, e con sue istruzioni”. Enrico Ajello (….), nella sua “Lucania 1860”, ed. Laterza, Bari, 1960, a p. 166, in proposito scriveva che: “Frattanto Giacinto Albini, ora in veste di Governatore generale della provincia, andava smobilitando le improvvisate impalcature che la rivoluzione si era date. Abolì le ‘Giunte’ insurrezionali, creò il Battaglione lucano di Guardie nazionali per il mantenimento dell’ordine pubblico, favorì l’arruolamento di volontari per la “Brigata Basilicata”, riorganizzò le amministrazioni locali; nominò Giacomo Racioppi Segretario generale della provincia, destinò alle Sottointendenze Pietro Lacava a Lagonegro, Carmine Senise a Matera, Decio Lordi a Melfi; apprestò infine i mezzi necessari e convocò i comizi elettorali, nei quali il popolo di Lucania espresse plebiscitariamente, il 21 ottobre, la sua irrevocabile accettazione dello Stato unitario: novantottomiladuecentodue “Si” e solo centodieci “no” confermarono il voto che per l’indipendenza d’Italia il popolo di Lucania aveva consacrato, e col vermiglio olocausto dei suoi figli migliori, e col tormentoso calvario della lunga cospirazione.”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 312 e ssg., in proposito scriveva che: “Agostino Bertani, segretario generale della Dittatura, più garibaldino dello stesso Garibaldi, era giunto ai ferri corti coi Ministri, tutti di opinione moderata, ed emetteva decreti senza consultare nessuno o non dava eseuzione a quelli deliberati dal Governo. Liborio Romano (1), dal canto suo, ignorava la presenza del Bertani, presenza non poco invadente, e le sue proposte di legge presentava direttamente a Garibaldi per la firma. Tutti legiferavano; nelle provincie, governatori nominati dal Bertani, con poteri illimitati, tassavano, discioglievano municipii, raccoglievano danaro con collette, altro ne sperperavano, emettevano decreti che spesso contraddicevano quelli di Garibaldi stesso. A complicare maggiormente le cose, il 17 settembre giunse a Napoli Mazzini, e pochi giorni dopo anche Carlo Cattaneo. Il partito monarchico, insospettivo dell’arrivo dei due agitatori, il primo unitario, l’altro federalista, ma entrambi repubblicani, orchestrò dimostrazioni popolari al grido di “Morte a Mazzini!” e chiese al Dittatore che l’esule genovese fosse espulso.”.
Dopo il 13 ottobre 1860, dopo l’indizione del PLEBISCITO nell’ex Regno delle Due Sicilie per l’annessione al Piemonte, al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II
Da Wikipedia leggiamo che per rafforzare la sua posizione presso Vittorio Emanuele II, Garibaldi nominò il 3 ottobre 1860 prodittatore di Napoli Giorgio Pallavicino, un sostenitore di casa Savoia. Costui definì subito Crispi incompatibile con la carica di Segretario di Stato. Intanto Cavour aveva dichiarato che nell’Italia meridionale non avrebbe accettato altro che l’annessione incondizionata al Regno di Sardegna mediante plebiscito. Crispi, che aveva ancora la speranza di far proseguire la rivoluzione per riscattare Roma e Venezia, si oppose, proponendo di far eleggere al popolo un’assemblea parlamentare. A lui si affiancò (per motivi molto diversi) il federalista Carlo Cattaneo. Preso fra due fuochi, Garibaldi dichiarò che la decisione sarebbe spettata ai due prodittatori di Sicilia e di Napoli, Antonio Mordini e Pallavicino. Entrambi optarono per il plebiscito e Crispi, dopo la riunione decisiva del 13 ottobre di palazzo d’Angri, si dimise dal governo di Garibaldi. Il plebiscito delle province napoletane del 1860 si svolse il 21 ottobre 1860 nelle province continentali del Regno delle Due Sicilie, già sottoposte alla dittatura garibaldina, e sancì la fusione con il costituendo Regno d’Italia. Il plebiscito, indetto dal prodittatore per le province napoletane Giorgio Pallavicino, si tenne il 21 ottobre 1860, con il quesito: «Il Popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti?». Il Cavour, che non si fidava di Agostino Bertani, segretario generale del dittatore Garibaldi, favorì la nomina del Pallavicino come prodittatore a Napoli da parte di Garibaldi subito dopo l’ingresso nella città (settembre 1860). Pallavicino si batté, contro il volere dello stesso Garibaldi, per l’annessione immediata delle province napoletane al Regno di Sardegna e dopo il plebiscito del 21 ottobre, venne decorato con il collare dell’Annunziata. L’annessione fu formalizzata con regio decreto 17 dicembre 1860, nn. 4498 «Le province napoletane fanno parte del Regno d’Italia». Le annessioni furono formalizzate con regi decreti 17 dicembre 1860, n. 4498 («Le province napoletane fanno parte dello Stato Italiano») e 4499 («Le province siciliane fanno parte del Stato Italiano»). Il plebiscito è una forma di consultazione popolare su questioni politiche fondamentali, poste di solito sotto la forma di un’alternativa fra due possibilità. Nato nel diritto romano, è stato utilizzato diverse volte anche in età moderna e contemporanea. I plebisciti risorgimentali sono i plebisciti tenuti nel corso del XIX secolo per ratificare l’annessione di territori, in particolare in relazione al Regno di Sardegna e al Regno d’Italia, portando così all’Unità d’Italia. I plebisciti furono indetti per la legittimazione di annessioni e variazioni territoriali relative al Regno di Sardegna e successivamente al Regno d’Italia. Ormai in rotta con lo statista piemontese, come mostrò anche il suo discorso di condanna, in Senato, della cessione di Nizza e Savoia alla Francia, nel settembre 1860 Pallavicino fu chiamato a Napoli da Garibaldi, che ne ottenne la nomina a prodittatore e lo inviò, senza risultato, presso il sovrano a chiedergli le dimissioni del ministero Cavour. Al suo ritorno ebbe un durissimo scontro col generale e con Francesco Crispi e altri democratici sulla questione del plebiscito d’annessione, al quale egli era decisamente favorevole, ritenendo che la proposta di convocare un’assemblea per stabilire le condizioni di unione delle province meridionali al Piemonte potesse provocare una guerra civile. In questo senso scrisse una lettera aperta a Mazzini per esortarlo ad abbandonare Napoli, poiché riteneva la sua presenza fonte di pericolose divisioni. Forte dell’appoggio della guardia nazionale e di ripetute manifestazioni in favore del plebiscito svoltesi a Napoli, riuscì a far prevalere la sua volontà e a sopprimere la segreteria generale della Dittatura garibaldina e i pieni poteri dei governatori delle province, mossa invano contrastata da Crispi. La formula da lui concepita, «il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale», avrebbe dovuto garantire l’impegno del sovrano «di fare l’Italia – come gli avrebbe ricordato in una lettera da Pegli del 30 gennaio 1865 – colla sua Venezia e colla sua Roma» (Salazaro, 1866, p. 112). Cavour, pur avendo visto con scetticismo la nomina di Pallavicino a prodittatore, ammirò la fermezza di cui diede prova in quella circostanza, e ottenne dal re che gli fosse conferito il collare dell’Annunziata. Da Wikipedia leggiamo che il 3 novembre 1860 in Piazza regia (in seguito Piazza del Plebiscito) il presidente della corte suprema di giustizia di Napoli, Vincenzo Niutta, proclamò il risultato del plebiscito che sancì l’annessione del Regno di Napoli al Regno di Sardegna: «Proclamo che il popolo delle province meridionali d’Italia vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele, Re costituzionale e suoi legittimi discendenti». Il 4 novembre lo stesso fece il presidente della Corte suprema di giustizia siciliana, Pasquale Calvi. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 61-62, in proposito scriveva che: “Benché già il Regno delle Due Sicilie fosse stato occupato in nome di Vittorio Emanuele dal Generale Garibaldi, tuttavia, a sperimentare meglio l’opinione e lo spirito pubblico, si volle procedere ad un generale plebiscito, che, in effetti, ebbe luogo in tutti i Comuni del Regno a giorno stabilito, nel 21 Ottobre 1860. In Lagonegro la solenne funzione, bene organizzata dal Vice Governatore Lacava e dal Sindaco Ladaga, procedè in mezzo al più vivo entusiasmo, e senza qui descriverla, é pregio riportare integralmente il verbale, redatto e conservato nell’Archivio Municipale: “L’anno 1860, etc…”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 158, in pproposito scriveva che: “L’8 novembre, il Dittatore delle Due Sicilie presentava al Re d’Italia il plebiscito, deponendo con ciò la sua dittatura. L’indomani, prima di giorno, s’imbarcava sul ‘Waschington’ alla volta di Caprera. L’ultima volta che manifestò pubblicamente il proprio pensiero politico fu in occasione della consegna alla Legione Ungherese, a Napoli, di una bandiera in ricordo delle sue gesta di valore e di devozione all’Italia. Riferisco qui testualmente il discorso, perché esso caratterizza non solo le idee di Garibaldi, ma quelle della maggior parte del popolo italiano, e chiudo con ciò la prima parte della mia opera.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 74, in proposito scriveva che: “Si arrivava, così, al plebiscito di annessione del 21 ottobre 1860, in verità caratterizzato, come altrove, da operazioni svoltesi “senza alcuna garanzia di libertà d’espressione”. In Basilicata si ebbe la partecipazione di 98.213 votanti, circa il 20% della popolazione, con il risultato di 98.102 voti favorevoli ed appena 111 contrari (149). Ma era stata ignorata la questione sociale. Questo spiega perché, soprattutto nell’area del Lagonegrese, si andavano già registrando focolai di tensione, con alcune vere e proprie sollevazioni popolari, ancorché connotate, per una serie di motivi, da attiva presenza di ecclesiastici e “galantuomini”, alla questione sociale interessati per altri e contrari motivi (150). Ma questa è altra pagina.”. Venturi, a p. 74, nella nota (149) postillava: “(149) A. D’Andria (a cura di), Potenza Città capoluogo e del Risorgimento. 1799-1860. Per un tracciato cronologico e documentario, vedi Potenza, STES, 2010, p. 14, Cfr. Appendice, doc. VII.”. Venturi, a p. 74, nella nota (150) postillava: “(150) T. Pedio, Vita politica in Italia meridionale 1860/1870, Potenza, La Nuova Libreria Editrice, 1966, pp. 76-95.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 192 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella sala del Trono, in Palazzo Reale, ventiquattro ore prima, Egli aveva presentato al Re i risultati del Plebiscito per l’annessione dell’Italia Meridionale, attraverso cifre assai eloquenti: nella Sicilia, 432.053 si, contro 667 no; nel Regno di Napoli, 1.302.064 si, contro 10.312 no. E le cifre vennero lette ad alta voce da un salernitano nativo di Calvanico, giurista famoso e Ministro dell’Interno sotto Ferdinando II, condannato a morte per le sue idee liberali, di nuovo Ministro a Napoli durante la Dittatura di Garibaldi: Raffaele Conforti.”. Vincenzo Giordano (….), nel suo “La vita e i discorsi parlamentari di Giovanni Nicotera nelle legislature VIII – IX – X-XI e XII”, a p. CI, e ssg, in proposito scriveva che: “Il giorno 21 ottobre le provincie meridionali pronunziavano il loro solenne Plebiscito. Il novembre Re Vittorio Emanuele al fianco di Garibaldi entrava in Napoli, ed il giorno dopo nella gran Sala del trono della Reggia, circondato dai grandi dignitarii della corona, dallo stato maggiore, dal ministro Farini e da tutto il Ministero, dal Sindaco di Napoli e da tutte le altre autorità, sempre presente Garibaldi, udiva pronunziare il seguente indirizzo dal ministro dell’ interno Conforti : Sire ! etc….”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale, giacchè Garibaldi nominò Giacinto Albini Governatore della Basilicata, con poteri illimitati. Il 13 ottobre, il Racioppi venne nominato dall’Albini Segretario Generale del Governo della Provincia. Pietro Lacava ha scritto che “il Plebiscito di Basilicata fu votato sotto Racioppi, e con sue istruzioni”. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Regno, “, a p. 170, in proposito scriveva che: “Laonde ordinatissimi nel 21 ottobre si raccolsero i comizi nella metropoli e nelle provincie di Napoli e di Sicilia, e le due corti di cassazione nel 5 novembre proclamarono, eseguiti gli scrutini, 1,310,266 si e 10,102 no per le provincie napoletane, e 432,054 sì e 667 no per le siciliane. Così la dinastia de ‘ Borboni per decreto solenne ed universale di popolo, e perciò non perituro come quello di Napoleone I da Berlino, cessava nelle due Sicilie di regnare, e col plebiscito del 21 ottobre 1860 si chiude la storia di Francesco II come re, e quindi la narrazione mia.”.
Nel 13 ottobre 1860, a Lentiscosa, movimenti reazionari
Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 177-178, in proposito scriveva che: “La notte del 13 ottobre del 1860, alle ore 22:00 nel borgo di Lentiscosa, frazione del Comune di Camerota accadde una sommossa popolare che era indirizzata a sollevare il popolo contro il nuovo governo liberale. Il Regio Giudice di Camerota Ferrari così descriveva la sommossa in un rapporto straordinario del 15 ottobre: “Mentre mi stava nella Marina di Scario, mi arrivava la notte del 13 ottobre andante uffizio del Capitano della Guardia Nazionale di Camerota Signor Nicola Greco, con che mi rapportava che nell’istesso giorno una mano di fanciulli di Lentiscosa, paesetto posto di a intorno di quattro milia, rione di Camerota, fatisi sul colle denominato Spodicela, dirimpetto all’abitato di Camerota, Vi erano circa 200 popolani, cioè fanciulli, donne e contadini; teneano a vicinanza della Chiesa di S.a Rosalina un tavolino ove aveano confinata una Bandiera Bianca, e due quadretti, le donne tenevano dei Pali, altri fiuri, gridavano a tutta voce Viva Francesco Secondo. Che avendo il detto Capitano Greco spedito colà il Guardia Luigi Cusati per conoscere di che si trattasse, da costui si seppe che il basso popolo di Lentiscosa, non escluse le donne era in completa reazione, etc….(241)”. Del Duca, a p. 179, nella nota (241) postillava: “(241) A.S.S., Gran Corte Criminale, Processi Politici, 1860, Compendio del Giudicato Regio di Camerota del processo sull’attaco e resistenza conto la forza pubblica e voci sediziose a Camerota, busta 250, fascicoli 3-4.”. Silvano De Luca racconta che nel 13 ottobre 1860, il Giudice Regio di Camerota era il sig. FERRARI che in un rapporto del 15 ottobre 1860 descrive una sommossa popolare sorta a Lentiscosa. In quei fatti accaduti a Lentiscosa il 13 ottobre 1860.
Nel 18 ottobre 1860, Mariano ENGLEN sostituì Giovanni Matina a Governatore del Salernitano
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 396, riferendosi al Matina, in proposito scriveva che: “….secondo il suo carattere; la qual cosa valse ad alienargli il consenso di tutto il moderatume salernitano, il quale con torbide manovre giunse a rovesciarlo dopo un mese di governo (33).”. Cassese, a p. 396, nella nota (33) postillava: “(33) Durò in carica fino alla prima decade di ottobre. Un manifesto del 18 ottobre è firmato dal governatore Mariano Englen.”. Sulla Treccani on-line leggiamo che Mariano Englen, il nuovo Governatore che sostituiva Matina, il 9 ag. 1860, poco prima della capitolazione borbonica, l’Englen fu nominato intendente della provincia di Bari, dove rimase fino al 7 novembre quando fu chiamato a sostituire il mazziniano Giovanni Matina come prodittatore di Salerno. Il 28 febbraio 1861 gli fu nuovamente affidata la presidenza del tribunale di commercio di Foggia, carica della quale non entrò mai in possesso in quanto, nell’aprile, fu nominato commissario demaniale di Cosenza. La nomina fu accompagnata da un decreto che gli concedeva soltanto “la metà del soldo”, per cui l’Englen si senti “nello stesso tempo premiato e punito”. Rientrò nella magistratura l’anno dopo con il grado di consigliere di corte di appello di Napoli. Politicamente l’Englen si era schierato con la Sinistra; anzi egli può essere considerato uno dei più fedeli interpreti della politica di Giovanni Nicotera (questa sua amicizia politica è anche documentata da una lettera del Nicotera a G. Lazzaro del 21 luglio 1871: “Dite al Billi [direttore politico del Roma] di mantenersi d’accordo coi nostri amici Bresciamorra, Englen, Piscopo e Fusco”). Nel 1870 l’Englen lasciò la magistratura con il grado di consigliere di Cassazione, per dedicarsi completamente alla vita politica. Eletto consigliere comunale di Napoli, venne subito inserito nella commissione d’inchiesta voluta dal Nicotera contro la precedente amministrazione Capitelli; nel 1871 divenne assessore ordinario. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 102, in proposito scriveva che: “Il costume assai basso della vita amministrativa, nella provincia di Salerno, come in altre del Mezzogiorno (8), si intrecciava strettamente con un altro fattore di maggior rilievo, che era la diffusa opposizione dell’opinione pubblica al governo moderato (9).”. Capone, a p. 102, nella nota (9) postillava: “(9) v. sul “Popolo d’Italia”, 19 ottobre 1860, le proteste di molti salernitani per la destinazione di Giovanni Matina, che era stato nominato da Garibaldi Governatore di Salerno, e per la sua sostituzione con l’Englen decisa dal Conforti.”. Raffaele Conforti era Ministro dell’Interno durante la Prodittatura di Napoli di Garibaldi ed il governo Pallavicino. Appoggiò la Spedizione dei Mille. Ritornò a Napoli in seguito all’amnistia concessa agli esuli da Francesco II, alla vigilia dell’arrivo dei garibaldini. Durante la dittatura del generale fu nominato ministro dell’Interno, e in tale veste organizzò il plebiscito a Napoli e fu lui a presentarne il risultato a Vittorio Emanuele II.
Nel 21 ottobre 1860, a Sapri si votò per il PLEBISCITO di annessione e si votò in Piazza dell’Olmo che divenne Piazza del Plebiscito
(Fig. n….) Lettera di don Giovanni Gallotti al Prefetto di Salerno – Archivio di Stato di Salerno – Gabinetto Prefettura, b. 1, f. 1
Anche a Sapri si votò. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 415, in proposito scriveva pure che: “Benchè già il Regno delle Due Sicilie fosse stato occupato in nome di Vittorio Emanuele dal Generale Garibaldi, tuttavia, a sperimentare meglio l’opinione e lo spirito pubblico, si volle procedere ad un generale plebiscito, che, in effetti, ebbe luogo in tutti i Comuni del Regno a giorno stabilito, nel 21 Ottobre 1860.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: “I “Municipisti” di Sapri, al Governatore, esposero: “che con scandalo, e meraviglia osservano che uno ancora di coloro che furono i carnefici del fu Deputato Carducci, cioè il Brigatiere dei Dazj Indiretti Francesco Antonio Peluso….Ora va spargendo voce che Francesco 2° deve tornare che egli colla forza venne obbligato fare la votazione mentre la sua intenzione era quella del no.”. A conclusione dell’istruttoria, il Policicchio, a p. 221, nella nota (61) postillava: “(61) ASS, Governatorato, b. 15, f. 706.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio Chiazza, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860. Il Regno venne chiamato, il 20 e 21 ottobre, a rispondere sul quesito: ‘Il Popolo vuole l’Italia una, ed indivisibile con Vittorio Emmanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti’ ? A Vibonati si votò il 21 ottobre, ma non fu un vero e proprio voto popolare. Intervennero solo 551 individui perché un (….) ‘considerevole numero di ascendenti a più di centinaia si sono trovati assenti dal Comune perchè emigrati etc…”. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 381, in proposito scriveva: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio CHIAZZA, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860. Il Regno venne chiamato, il 20 e 21 ottobre, a rispondere sul quesito: “Il Popolo vuole l’Italia una, ed indivisibile con Vittorio Emmanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti?”. A Vibonati si votò il 21 ottobre, ma non fu un vero e proprio voto popolare. Intervennero solo 551 individui perché un (….) ‘considerevole numero di votanti ascendenti a più centinaia si sono trovati assenti dal Comune precedentemente alla pubblicazione dei decreti, buona parte all’estero, e nelle Americhe col mestiere di ramaj, altrimenti il numero dei votanti sarebbe stato di gran lunga maggiore; senza omettere che i voti raccolti etc….(20).“. In questo passaggio del testo del Policicchio vi è l’errore di stampa perchè si tratta del giudice regio di Vibonati Cajazza non “Chiazza”. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 382-383, in proposito scriveva: “Allo spoglio delle schede (tessere) nessuna sortì con la risposta No (21).”. Policicchio, a p. 382, nella nota (21) postillava: “(21) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 21 ottobre 1860. Etc…”.
Nel 21 ottobre 1860, a Lagonegro, il Plebiscito
L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 61-62, in proposito scriveva che: “Benché già il Regno delle Due Sicilie fosse stato occupato in nome di Vittorio Emanuele dal Generale Garibaldi, tuttavia, a sperimentare meglio l’opinione e lo spirito pubblico, si volle procedere ad un generale plebiscito, che, in effetti, ebbe luogo in tutti i Comuni del Regno a giorno stabilito, nel 21 Ottobre 1860. In Lagonegro la solenne funzione, bene organizzata dal Vice Governatore Lacava e dal Sindaco Ladaga, procedè in mezzo al più vivo entusiasmo, e senza qui descriverla, é pregio riportare integralmente il verbale, redatto e conservato nell’Archivio Municipale: “L’anno 1860, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, in proposito scriveva che: “Col plebiscito del 21 ottobre si può considerare come chiusa la gloriosa epopea dell’insurrezione napolitana, durata – come nelle classiche tragedie greche, dense d’azione per quanto rapide – breve tempo, nel quale i più grandiosi avvenimenti si successero con prodigiosa rapidità, mentre le popolazioni qui, come altrove, diedero prove mirabili di concordia, etc…(1).”. Pesce, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 62, in proposito scriveva che: “….dal Sindaco Ladaga, procedè in mezzo al più vivo entusiasmo, e senza qui descriverla, è pregio riportare integralmente il verbale, redatto e conservato nell’Archivio Municipale: “L’anno 1860, il giorno 21 Ottobre in Lagonegro. Il Decurionato del Comune suddetto, composto dai Signori….Biase Gallotti, etc…”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 255, in proposito scriveva pure: “Mentre si era lieti nell’accordo, con cui in Potenza erasi compiuta la votazione, in sull’annotare corse sorda la voce di essere giunte al Governatore della Provincia notizie di turbolenze popolari in alcuni paesi del Distretto di Lagonegro. Si seppe poi che nel giorno del Plebiscito in Carbone, etc…”. (p. 255). Nel luglio 1865 si rifece il giudizio a Salerno, e le condanne precedenti furono alquante mitigate (1). I votanti della Basilicata nel giorno del Plebiscito furono 98312, dei quali 98202 affermarono la formola prescritta, e 110 la respinsero. (256) – e di Lagonegro 1115 – Si- e 4 Nò (1). Col Plebiscito si chiuse la storica e gloriosa epopea dell’Insurrezione Lucana, nel cui breve periodo di tempo più di mezzo milione di abitanti, quanti ne aveva la Basilicata, governandosi da sè, seppe con patriottismo, con saviezza e con dignità mirabile esercitare la ‘Padronanza dei propri diritti’. Col voto solene del 21 Ottobre questo popolo con abnegazione generosa e con fede sincerissima affidò le proprie sorti al Re Galantuomo, Vittorio Emmannuele II, etc…”. Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, tra varie sentenze politiche, rese manifeste specialmente nel mandare i rappresentanti al Parlamento Nazionale, i Lagonegresi han seguito sempre le più sane, e nelle elezioni, quantunque alle volte un pò agitate, si son sempre manifestati quali sono: uomini d’ordine, non avendo nessuno di queste mai lasciato strascichi deplorevoli…”. Cristoforo Pepe (….), nel suo “Memorie storiche della città di Castrovillari”, a p. 222, in proposito scriveva che: “Nulla di nuovo in questo frattempo era avvenuto in Castovillari, tranne del plebiscito, che il 21 ottobre, sotto la presidenza di Vincenzo Principe, primo sindaco del nuovo governo, fu compiuto con entusiasmo e concordia dai cittadini di ogni classe e condizione, inaugurandosi in tal modo per l’Italia intera e pr la nostra patria in particolare un’era novella di libertà, di civiltà e di progresso.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 86, in proposito scriveva: “Il Plebiscito delle popolazioni lucane per il riconoscimento di Vitorio Emanuele II re d’Italia e della Unità italiana, ebbe luogo il 28 successivo con il seguente risultato: numero dei votanti, 98.312: – rispsero sì 98.202 – no 202. Per ogni distreo furono incaricati a vigilare ed assistere le operazioni speciali del plebiscito i sottosegnati: d) Distretto di Lagonegro: Francesco Lovito e Giuseppe Mango (Lagonegro).”. Riguardo il Plebiscito svolto a Scalea, Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “La gente delusa fu, in parte compensata, pochi giorni dopo, dalla visita di molti garibaldini. Una delibera comunale del 18 ottobre 1860 omologò le spese per il soggiorno dei garibaldini. Il nuovo consiglio comunale legalmente costituito, formato da G. de Cesare, Francesco Cupido, Giovanni Cupido, Emanuele Pepe, deliberò, nel 1861, d’intitolare il monte pecuniario che portava il nome di Ferdinando di Borbone a Giuseppe Garibaldi. Omologò inoltre le spese dei festeggiamenti per la proclamazione del regno d’Italia. Conferì la cittadinanza onoraria ad Alessandro Dumas padre che aveva a Scalea amici e ammiratori. Donato Cupido fu liberato e mandato a combattere il colera a Lagonegro.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Il 13 ottobre, il Racioppi venne nominato dall’Albini Segretario Generale del Governo della Provincia. Pietro Lacava ha scritto che “il Plebiscito di Basilicata fu votato sotto Racioppi, e con sue istruzioni”. Nel 1861, il Racioppi fu eletto deputato nei collegi di Tricarico e di Chiaromonte. Ma le due elezioni non vennero ritenute valide, giacchè egli era un funzionario dello Stato. Il Racioppi tenne la carica di Segretario Generale del Governo della sua Provincia sino al 1862. L’anno successivo fu trasferito da Potenza a Napoli, in qualità di Consigliere di Prefettura.”. Enrico Ajello (….), nella sua “Lucania 1860”, ed. Laterza, Bari, 1960, a p. 166, in proposito scriveva che: “Frattanto Giacinto Albini, ora in veste di Governatore generale della provincia, andava smobilitando le improvvisate impalcature che la rivoluzione si era date. Abolì le ‘Giunte’ insurrezionali, creò il Battaglione lucano di Guardie nazionali per il mantenimento dell’ordine pubblico, favorì l’arruolamento di volontari per la “Brigata Basilicata”, riorganizzò le amministrazioni locali; nominò Giacomo Racioppi Segretario generale della provincia, destinò alle Sottointendenze Pietro Lacava a Lagonegro, Carmine Senise a Matera, Decio Lordi a Melfi; apprestò infine i mezzi necessari e convocò i comizi elettorali, nei quali il popolo di Lucania espresse plebiscitariamente, il 21 ottobre, la sua irrevocabile accettazione dello Stato unitario: novantottomiladuecentodue “Si” e solo centodieci “no” confermarono il voto che per l’indipendenza d’Italia il popolo di Lucania aveva consacrato, e col vermiglio olocausto dei suoi figli migliori, e col tormentoso calvario della lunga cospirazione.”.
I tumulti sorti nel Lagonegrese in seguito al PLEBISCITO ed alle delusioni dei contadini
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 257 e ssg., in proposito scriveva che: “Ai 21 di ottobre fu proposto il Plebiscito; e nella Basilicata e sul numero di 98, 312 votanti, 98, 202 lo affermarono, 110 votanti il respinsero. Di cinque comunità del circondario di Lagonegro mancano i suffragii, avvegnacchè contristate da selvaggi e sanguinosi tumulti in quello stesso giorno, i comizii o non si adunarono o si disperero. Lo scrutinio generale dei voti di tutte le napoletane provincie diede il risultamento di 10,302,034 voti affermativi, e di 10,312 voti negativi.”. Sempre il Racioppi, a p. 261, nel cap. XX, in proposito scriveva che: “Il Plebiscito, che si votava ordinatamente il ventunesimo giorno di ottobre, interruppero fescennine tragedie plebee nel distretto di Lagonegro.”. Sempre il Racioppi, a p. 271, nel cap. XXI, in proposito scriveva che:“Le reazioni del Lagonegrese al 21 ottobre del 1860 non furono che un brigantaggio urbano; subiti imbestiamenti di plebi che parodiarono, in farse fescennine e sanguinose la rivoluzione politica della borghesia del 18 di agosto. Il brigantaggio, che debacca da sei anni nella provincia, non nacque, per vero dire, dai plebei commovimenti dell’ottobre: etc…”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 255, in proposito scriveva pure: “Mentre si era lieti nell’accordo, con cui in Potenza erasi compiuta la votazione, in sull’annotare corse sorda la voce di essere giunte al Governatore della Provincia notizie di turbolenze popolari in alcuni paesi del Distretto di Lagonegro. Si seppe poi che nel giorno del Plebiscito in Carbone, etc…”. (p. 255). Nel luglio 1865 si rifece il giudizio a Salerno, e le condanne precedenti furono alquante mitigate (1). I votanti della Basilicata nel giorno del Plebiscito furono 98312, dei quali 98202 affermarono la formola prescritta, e 110 la respinsero. (256) – e di Lagonegro 1115 – Si- e 4 Nò (1). Col Plebiscito si chiuse la storica e gloriosa epopea dell’Insurrezione Lucana, nel cui breve periodo di tempo più di mezzo milione di abitanti, quanti ne aveva la Basilicata, governandosi da sè, seppe con patriottismo, con saviezza e con dignità mirabile esercitare la ‘Padronanza dei propri diritti’. Col voto solenne del 21 Ottobre questo popolo con abnegazione generosa e con fede sincerissima affidò le proprie sorti al Re Galantuomo, Vittorio Emmannuele II, etc…”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 254, in proposito scriveva pure che: “Prima del Plebiscito i Governatori dai ‘poteri illimitati’ furono rimossi dal loro ufficio, e quindi Giacinto Albini cessò di essere a capo della notra Provincia (1).”. Riviello, a p. 254, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Commendatore Giacinto Albini ritornò a Potenza nel 6 Novembre 1878 come Conservatore delle Ipoteche, e vi morì nell’11 Marzo 1884 – Tutta la cittadinanza ricordando i lieti e gloriosi giorni della Prodittatura, volle onorare la morte dell’insigne uomo etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 418, in proposito scriveva che: “VIII. – A turbare la fulgida aurora del risorgimento nazionale, e ad occasione del plebiscito del 21 ottobre 1860 si ebbe a deplorare, in vari Comuni del Distretto di Lagonegro, un’insana reazione politica, accompagnata da selvagge scene di sangue, la quale fu come la nota discordante in mezzo a quella sublime armonia di pensiero e d’azione, fu la pagina nera del libro glorioso della nostra redenzione, ed apportò in mezzo al giubilo generale, il più triste lutto, che si propagò fino a questo Capoluogo. Dopo i rapidi ed insperati successi della rivoluzione, gli umori avversi al nuovo ordine di cose, suscitati e ravvivati più che dall’affetto per la caduta della dinastia, dei partiti municipali, dalle gare e gelosie intestine e da precedenti odi e rancori, scoppiarono violntemente quaa e là nel nostro Distretto, più che in qualunque altra regione, ad opera della più bassa plebe, che la parte liberale e dirigente non seppe o non potè calmare o tenere a freno. Centro di quel fiero moto rivoluzionario fu il piccolo Comune di Carbone. Etc…”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 53, in proposito scriveva pure che: “12) Dopo l’annesssione delle provincie meridionali al Piemonte e la proclamazione del Regno d’Italia, si notano in Basilicata…….”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 105-106, in proposito scriveva che: “Le votazioni si svolsero con entusiasmo e con massimo ordine in tutti i Comuni del Regno meridionale. Nel nostro circondario purtroppo furono dolorosamente turbate da alcune insane cruente reazioni che si verificheranno proprio il 21 ottobre in alcuni Comuni del Lagonegrese….Il Racioppi fa la diagnosi di fatti e trova che la causa prima e determinante di tali tumulti fu “la non equa distribuzine degli uffici municipali. Imperocchè – egli aggunge – in qualche terra si costituì una vera e propria oligarchia di poche famiglie, anzi di qualche famiglia; che nel primo turbinio di uomini e cose disponevano del divino e dell’umano, dittatori e despoti, insipienti e violenti; i quali tassavano il loro emuli di retrivismo, difamavano i loro nemici di borbonismo; e di ogni ingiuria vituperavano i governanti, se questi studiassero modi di refrenarli, non però riuscendo che ad inarcerbirli; perchè ogni forza mancava ancora al governo, se quella non era di una fazione ch volesse sorreggerlo; mancava ogni stablità, perchè l’ondeggare della tempesta era negli animi e nelle cose” (1). Sintomi di ribollimento si ebbero fin dalla vigilia del plebiscito in alcuni Comuni del distretto e in particolare a S. Cririco Raparo e a S. Martino d’Agri, dove turbe di ragazzi e di e di ex soldatiborbonici, certamente non di propria iniziativa, di notte tempo acclamarono il re bandito, agitando insegne della caduta monarchia e cantando inni borbonici.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Anche da Lagonegro partirono subito per i paesi in rivolta drappelli di guadie nazionali, di guardie mobili e di volontari comandati dagli ufficiali Gennao Giliberti, Alfonso Picardi e Venanzio Zambrotti. Essi scortarono prima il Sotto Governatore Lacava, che si fermò in Latronico per dirigere le operazioni di repressione, e poi ripresero la marcia verso i paesi ad essi assegnati. Il cpiano Zambrotti etc…”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 74, in proposito scriveva che: “Si arrivava, così, al plebiscito di annessione del 21 ottobre 1860, in verità caratterizzato, come altrove, da operazioni svoltesi “senza alcuna garanzia di libertà d’espressione”. In Basilicata si ebbe la partecipazione di 98.213 votanti, circa il 20% della popolazione, con il risultato di 98.102 voti favorevoli ed appena 111 contrari (149). Ma era stata ignorata la questione sociale. Questo spiega perché, soprattutto nell’area del Lagonegrese, si andavano già registrando focolai di tensione, con alcune vere e proprie sollevazioni popolari, ancorché connotate, per una serie di motivi, da attiva presenza di ecclesiastici e “galantuomini”, alla questione sociale interessati per altri e contrari motivi (150). Ma questa è altra pagina.”. Venturi, a p. 74, nella nota (149) postillava: “(149) A. D’Andria (a cura di), Potenza Città capoluogo e del Risorgimento. 1799-1860. Per un tracciato cronologico e documentario, vedi Potenza, STES, 2010, p. 14, Cfr. Appendice, doc. VII.”. Venturi, a p. 74, nella nota (150) postillava: “(150) T. Pedio, Vita politica in Italia meridionale 1860/1870, Potenza, La Nuova Libreria Editrice, 1966, pp. 76-95.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 421, in proposito scriveva che: “In breve al reazione fu repressa in tutti i Comuni del Circondario, e così, ben presto, quelle buone popolazioni, passata la triste bufera reazionaria, e sbollita la momentanea aberrazione, rientrarono nell’ambito della legalità, e presero parte onorevole alla nuova redentrice vita italiana. Tuttavia, la statistica di quei luttuosi eventi riporta alla causa ben nove vittime umane, numerosi saccheggi di case private ed altre nefandezze, degne d’altri tempi e d’altri popoli. Alla pronta repressione della rivolta tenne dietro severa Nemesi vendicatrice; i più audaci e feroci reazionari – per lo più miseri contadini, proletari ed ignoranti, per oltre un centinaio, fra cui pure delle infelici donne – furono arrestati ed avvinti in lunghe catene furono tradotte in Lagonegro,, dove furono fatti segno dal feroce Comandante di Piazza Stilo ai più inumani trattamenti ed alle più dure sevizie e vendette, compatibili solo pei tempi eccezionali. Non bastando qui le prigioni della Pastina a contenere tutti gli arrestati, furono essi rinchiusi pure nei sotterranei del Tribunale, dove ne morirono tre; indi tutti quei miserabili furono portati a Potenza, dove istituitisi un regolare processo, 43 furono rinviati al giudizio della Corte d’Assise, etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “La reazione borbonica. Nella realtà meridionale, si inasprirono i contrasti preesistenti e ben presto, le aspettative e le speranze delle masse dei contadini e dei braccianti vennero deluse, in special modo per quanto riguardava la distribuzione della divisione delle terre, ora divenute proprietà nazionale. Le divisioni tra sostenitori ed oppositori del nuovo governo dunque, andava acuendosi con notevoli ripercussioni sullo spirito pubblico. Ne conseguirono diverse manifestazioni di avversione al regime liberale, al fine di diffondere un movimento reazionario favorevole al ritorno dei Borbone, molte delle quali indirizzate contro coloro che, avendo sostenuto Garibaldi nella sua risalita verso Napoli, erano poi ritornati nei luoghi natii. A creare un sentimento antiunitario contribuirono anche le autorità civili, religiose e militari che, con le dimostrazioni di opposizione al nuovo assetto istituzionale, causarono il diffondersi di nuovi turbamenti sociali.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, ……Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”.
Nell’ottobre 1860, dopo l’annessione delle Provincie Meridionali al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II
Ruggero Moscati (….), nel suo , Il Mezzogiorno d’Italia nel Risorgimento ed altri saggi, Ed. G. D’Anna, Messina-Firenze, a p. 99, in proposito scriveva che: “..il movimento “meridionalista” tenterà poi, ma molto in ritardo (con tutte le conseguenze da ciò derivanti) di colmare questa lacuna nella preparazione dei quadri nazionali del Mezzogiorno, attraverso lo studio delle condizioni reali in cui era venuto a trovarsi il Sud in seguito alla saldatura politica col resto d’Italia, attraverso il confronto tra le varie regioni, l’esame delle possibilità di sviluppo, di integrazione sul terreno economico, di valorizzazione delle tradizioni giuridiche ed amministrative meridionali.”. Poi, a p. 100 egli continua: “Dal punto di vista amministrativo ci fu poi un vero e proprio urto, provocato in gran parte dalla rigidezza dei funzionari piemontesi che maggioririsultati avrebbero potuto ottenere se avessero tenuto maggior conto delle tradizioni amministrative del Regno e, sia pure a costo di un certo ritardo nell’opera contingente di rinnovamento dell’amministrazione meridionale, le avessero in parte vivificate e valorizzate sul piano nazionale. Apparve in sostanza la sua paurosa ampiezza l’impreparazione reciproca del Mezzogiorno e di conto del resto d’Italia: del Mezzogiorno, che ben poco conosceva l’intera penisola, e, poichè in effetti mai s’era posto quel problema, nn si era preoccupato minimamente di studiare e di fissre in anticipo quella che avrbbe dovuto essere la sua funzione nello Stato italiano; del resto d’Italia, che nel Mezzogiorno conosceva solamente quel che era stato riferito dalla propaganda anti-borbonica. Sicchè ora, con tutta la tipica volontà possibile alle classi dirigenti subalpine – tipica l’incompremprensione di un uomo come Costantino Nigra – e gli stessi esuli napoletani che ritornava “piemontesizati” in patria era difficile separare ciò…”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 158, in pproposito scriveva che: “L’8 novembre, il Dittatore delle Due Sicilie presentava al Re d’Italia il plebiscito, deponendo con ciò la sua dittatura. Etc…”. Per comprendere meglio il dopo 1860, è utile leggere le pagine di Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (….), nel loro, Territorio e Società nella Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1973. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. La lunga crisi politica del Partito d’Azione: dal Plebiscito alla Convenzione di Settembre”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 87 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra il 12 e il 17 settembre 1860, sulla scia di Garibaldi, giunse a Napoli tutto lo Stato maggiore del partito democratico: Crispi, Nicotera, Depretis, Saffi, Saliceti, Cattaneo, Ferrari, e lo stesso Mazzini (1). Questi, durante il suo soggiorno napoletano rimase personalmente nell’ombra, ma cercò in ogni modo di contrapporre Garibaldi ai moderati, e comunque non sembrava affatto adattato all’idea del trionfo della monarchia”(2): se egli condannava ogni esclusivismo repubblicano (“Nicotera (….) come Castelli, evidentemente vogliono combattere soltanto per la Repubblica, ma secondo me hanno torto”(3)), approvava poi le impennate repubblicane dello stesso Nicotera. Ed egli stesso dichiarava sull’Unità Italiana di voler riabbracciare la sua “pura bandiera”(4). Intorno al 20 settembre, inoltre, i radicali esercitarono massicce pressioni su Garibaldi, e sembrò incombente la minaccia di un fronte anticavouriano e potenzialmente repubblicano comprendente Garibaldi e Mazzini: “Vimerati – scriveva Cavour a Nigra – qui est arrivé hier me dit que Bertani, Mario, Miss White, Nicotera, Libertini, Sterbini, forment une haie de chemises rouges autour de Garibaldi, et insolent de tout homme raisonnable. Il s’est réconcilié publiquement avec Mazzini”(5). Edoardo Fusco scriveva poi al Ranucci: “si presentò, or son tre giorni, una deputazione di dodici persone, introdotte alla presenza del Dittatore (….). Ne formavan parte Zuppetta, Agresti, Libertini, Nicotera ed altri (….) chiesero al Dittatore che fosse proclamata la Repubblica, poiché ‘il paese la voleva’. Il buon senso di Garibaldi schivò in parte il pericolo, ma solo in parte e momentaneamente”(6). E, in quegli stessi giorni, il Nicotera, che era allora il più attivo e più ortodosso esponente mazziniano, comunicava all’unità Italiana di Milano ed altri giornali: “Sono autorizzato dal Generale Garibaldi di dichiarare false le voci di una Dittatura da lui proposta al re e di qualsiasi accordo”(7). Ma, in realtà, il partito d’Azione, oltre alla chance immediata di contrapporre Garibaldi a Cavour, non aveva alcuna prospettiva politica a lunga scadenza con qualche possibilità di successo, giacché – e questa era forse una situazione che probabilmente riusciva difficile al Cavour di comprendere – dietro Garibaldi, nel Mezzogiorno, vi era un vuoto politico pressocché totale. E’ stato del resto giustamente sottolineato come rapidamente alla Dittatura “venne meno ogni appoggio nel paese e ogni possibilità di azione. Appena due settimane dopo la liberazione della capitale, l’esito della lotta era già segnato”(8). “Noi eravamo in una spaventosa minoranza” scrisse Bertani per spiegare la sconfitta dei democratici nel ’60; (9) una minoranza che aveva dovuto operare, nel Mezzogiorno, in uno spazio sociale assai risicato, quello della piccola borghesia, stretta fra la grossa borghesia terriera e i contadini. Su di essa, inoltre, gravava l’eredità negativa di una “poltica romantica” sfociante “nell’attività cospirativo-settaria, e nell’oscuro sottosuolo dell’azione clandestina” dove si “confondevano i motivi più eterogenei”, sicché, alla fine, le tendenze cospirativ, fin dal periodo quarantottesco, avevano “acquistato la forza di un istituto”(10). Questa eredità romantica, che i moderati meridionali avevano bruciato durante un decennio di discepolato cavouriano, continuava a vivere, intatta, nel ’60, in molti democratici meridionali e, più che in ogni altro, in Giovanni Nicotera. Egli, infatti, rappresentava proprio fisicamente la continuità del ‘mito’ di Sapri, che egli, uomo più pronto all’impulso che alla riflessione, tendeva a perpretare come una generica e polivalente “rivoluzione” meridionale, talora anche venata di umori regionalistici, e che, tuttavia, costituiva il sottofondo ideologico di una gran parte della democrazia del Mezzogiorno (11). Se quindi, dopo il plebiscito, questa confusa ideologia democratica era ancora ben viva, vieppiù alimentata dalle delusioni della sconfitta, tuttavia il pericolo repubblicano in nome del quale Cavour aveva giustificato l’annessione, era ormai praticamente scomparso.”. Capone, a p. 89, nella nota (11) postillava: “(11) A. Capone, Giovanni Capone, e il mito di Sapri, Roma, 1967”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “I. La Sinistra meridionale e i problemi del paese (1860-1865)”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 41 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra gli uomini che si trovarono a Napoli nei turbinosi mesi immediatamente successivi all’unificazione del Mezzogiorno, non furono pochi, come è noto, coloro che si provarono a dare un’analisi della complessa situazione politico-sociale dell’ex-Regno, e che credettero di individuare in questo o quel fatto storico o di costume, la causa prima di disgregamento meridionale. Le analisi più diffuse, ma anche le meno profonde, facevano per lo più riferimento alla complessiva arretratezza politica e civile della società meridionale, e delle sue classi dirigenti, come frutto del malgoverno e del dispotismo borbonico. Ma non mancarono coloro che spinsero il loro sguardo al di là della superficie e cercarono nelle vicende delle classi sociali la chiave per spiegare unitariamente la storia recente del Mezzogiorno. Ad esempio, abbastanza acutamente, uno scrittore del partito d’azione, in un articolo sul ‘Popolo d’Italia’ dal titolo “Popolani e borghesi di Napoli”, del gennaio 1861, poneva l’accento sulle vicende della borghesia meridionale: ne denunciava la arretratezza, ma soprattutto – ciò che è più interessante – ne sottolineava la ristrettezza, come classe sociale, il che dava ad essa un carattere di frammentarietà, sia sul piano degli atteggiamenti politici che dei concreti interessi economici (1). Dietro questo concetto di frammentarietà non c’è dubbio che si debba scorgere la divisione tra grossa e piccola borghesia terriera.”. Capone, a p. 41, nella nota (1) postillava: “(1) “Il Popolo d’Italia”, 14 gennaio 1861; sul giornale democratico, in questi mesi, cfr. il severo giudizio di E. Passerin d’Entrévers: “etc…”, in ‘L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956, p. 140.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo Quarto “La polemica su Sapri”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dal primo momento del suo ritorno dalla fallita spedizione nello Stato Pontificio, prima a Palermo e poi a Napoli, Nicotera si presentò all’opinione pubblica come l’uomo di fiducia del Mazzini (1), l’erede e il vindice dello spirito pisacaniano, e al tempo stesso l’accusatore violento di quei membri del Comitato napoletano che, secondo lui, sarebbero venuti meno agli impegni presi e avrebbero provocato il fallimento della spedizione di Sapri. Tale decisa presa di posizione di Nicotera ebbe naturalmente l’effetto di gettare scompiglio nelle file del partito democratico napoletano che, oltre alla delusione per la sconfitta politica, si vedeva così ricoprire di discredito.”. Capone, a p. 81, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. G. Mazzini a Carlo Lodi, novembre 1860, in S.E.I., vol. LXX, Epistolario, vol. XLI, Imola, 1935, pag. 211: “Nicotera, del resto, rimane mio incaricato a Napoli”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 46, in proposito scriveva che: “…mentre, invece, è da prendersi in considerazione il sospetto avanzato da questo autore che molti degli studiosi lucani di storia patria si siano lasciati trascinare ad esagerare e, financo, ad alterare i fatti svoltisi nella nostra regione durante l’età del Risorgimento (4).”. Pedio, a p. 46, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. in proposito Pedio, Radicali cit., p. 5.”. Pedio, a p. 46, in proposito scriveva che: “(11) Nonostante una ricca bibliografia sui fatti svoltisi in Basilicata nel 1860, ben poco è stato scritto sui contrasti esistenti tra le diverse correnti politiche operanti in quell’anno nei paesi lucani.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Pedio, a p. 53, nella nota (2) postillava: “(2) E. Pedio, La prodittatura lucana nel 1860 in Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento, Napoli, Miceli, 1939, pp. 317 ss.”. Pedio, a p. 61, in proposito scriveva che: “Rifacendosi agli studi di Giustino Fortunato, di Leopoldo Franchetti e di Francesco Saverio Nitti, Alfredo Vita, nel soffermarsi rapidamente sulle condizioni in cui versava la Basilicata dopo il 1860, esamina il fenomeo del brigantaggio, ne rileva l’aspetto economico e sociale e pone in risalto come, spesse volte, all’origine dello schieramento della borghesia in favore o contro quel movimento non sia stato un sentimento ideologico, bensì contrasti ed odi personali esistenti in seno alla classe dirigente lucana i cui maggiori esponenti si schierarono dall’una e dall’altra parte sol per combattersi a vicenda e dare sfogo, in tal modo, a vecchi rancori che avevano, sin dalla fine del sec. XVIII, caratterizzato le fazioni locali nei divesi centri abitati della regione (5).”. Pedio, a p. 61, nella nota (5) postillava: “(5) Vita, La Basilicata in La Riforma sociale, a. XIV (1907), vol. XVII, pp. 386.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 89 e ssg., in proposito scriveva che: “A Napoli, è vero, era Mazzini ad ispirare più di ogni altro il ‘Popolo d’Italia’; ma “la deliberata intenzione dei democratici di non spingere la loro opposizione fino alla lotta insurrezionale”(12) li inclinava sempre più all’accettazione dei fatti compiuti. Inoltre la rinuncia, anche se all’origine fu tattica, finì poi col mettere in luce l’animus più autentico del partito, che era piuttosto volontaristico e genericamente patriottico che effettivamente politico, insomma, ‘garibaldino’. Ad esempio, Mazzini scriveva a Saffi, di ricordare Nicotera, “e per lui ai capi-popolo” che “le dimostrazioni non hanno scopo se al grido di ‘vogliamo Garibaldi’ non aggiungono ‘abbasso Cavour”(13). In realtà, il mazzinianesimo, che prima dell’unità non aveva mai avuto salde radici nel Mezzogiorno, divenne poi una formula che acquistò consistenza etc…”. Alfredo Capone (….), a p. 91 e ssg., in proposito scriveva che: “I rapporti di Villamarina dipingevano la sua attività a tinte nerissime (“Dopo la partenza di Mario e Nicotera per le provincie (….) si ricevono quasi ogni giorno notizie di nuove infamie commesse”(19), le autorità sottoponeano i suoi spostamenti ad una sorveglianza strettissima (20). Ma in realtà la propaganda elettorale svolta dal Nicotera per le elezioni del ’61, sorprende per la sua moderazione; ‘Il Popolo d’Italia’, ricordava, ad esempio, che in una riunione elettorale a Salerno, nel corso di una discussione sul programma dell’Associazione patriottica locale, Nicotera “manifestò il desiderio che vi fosse aggiunta la frase ‘con modi legali” e così – commentava il giornale – “si ebbe l’occasione per ammirare la moderazione e la legalità di colui che voci sinistre accusavano di turbolente opinioni”(21). Una moderazione, si dirà, tattica. Ma nel discorso tenuto dal Nicotera a Cosenza il 17 gennaio, egli non solo accettava la monarchia, ma mostrava di condividere un’interpretazione ortodossa e in fondo conservatrice dei rapporti tra i partiti moderato e radicale. Più che di apparenze di una legalità formale, si trattava in questo caso di una vera e propria linea politica autonoma, diversa da quella mazziniana e tipicamente meridionale (21 bis).”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a pp. 75-76, in proposito scriveva che: “…l’insurrezione lucana dell’agosto 1860 va considerata come significativa risultante di un’accurata pianifcazione nazionale e meridionale, attuata con l’obiettivo di imprimere un’accelerazione, sia pure in chiave moderata, al processo unitario, in modo tale da poterlo far percepire, proporio secondo gli indirizzi del Cavour, come “atto spontaneo” e venuto dalle popolazioni meridionali, non casualmente prima dello sbarco di Garibaldi in Calabria. Essa fu, anche per questo, abilmente affidata, con differenziate funzioni, a Giacinto Albini, Nicola Mignogna e Camillo Boldoni, uomini di sicura affidabilità, tutti passati a funzioni isituzionali all’interno della Prodittatura e del nuovo Stato. Si vuol dire che l’insurrezione lucana fu abilmente guidata per farla confluire nell’alveo cavouriano, lasciando fuori le istanze “socialiste” e “comuniste” di Garibaldi e dei radicali. Il primo segno di delusione e di una sorta di tradimento, che perpetuava l’esclusione dal potere delle masse popolari povere, fu il brigantaggio, che finì col prendere una piega reazionaria e illiberale. La repressione, la mancata distribuzione delle terre, le mancate riforme sociali, il servizio militare obbligatorio, le nuove tasse erano destinati ad aprire ulteriore frattua tra popolo e potere, anche se, questa volta, il potere era uno Stato che, in ogni caso, dava una Costituzione, apriva scuole e ospedali, e creava strade e ferrovie. E’ pur vero però che, mancando le riforme sociali, mancando la distribuzione delle terre, pur promesse, strade e ferrovie presto non servirono che ad agevolare la fuga verso altri Paesi ed altre terre, in cerca di una vita più vivibile. E fu la prima grande emigrazione.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, a pp. 78-79, in proposito scriveva: “Tra il ’57 ed il ’60, vi fu infatti un mutamento completo dell’equilibrio delle forze politiche in gioco, e non valutare ciò era un errore di prospettiva, generoso, ma che poteva essere anche fonte di numerose illusioni (69). Come quelle che lo stesso Nicotera, che rimase a lungo legato al ‘mito’ di Sapri, coltivò dopo il ’60, fino a che quel ‘mito’ non si andò via via consumento, a contatto con la dura prosa dei molti e difficili problemi del nostro Stato unitario.”. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 40, in proposito scriveva: “…e, la vittoria del Volturno dove ancora i Calabresi si coprono di gloria, si mette in moto la macchina diplomatica del Cavour e la sua abilità di politico e di negoziatore per impedire una soluzione repubblicana, com’era nelle speranze e nelle aspirazioni di molti garibaldini, e per sollecitare, con la proclamazione dell’annessione delle province liberate, una vittoria moderata, monarchica-unitaria. Garibaldi intanto lasciava la Calabria, liberata dal dominio borbonico, con i suoi essenziali problemi politici, amministrativi, economici, sociali e morali non risolti, mentre la borghesia si impossessava di tutto il potere del nuovo Stato, compreso quello locale, e sfruttava in ogni senso la vittoria del ’60…Fu la classe dirigente del periodo unitario che non volle e non seppe interpretare adeguatamente la lezione del Risorgimento ed estendere i vantaggi dell’Unità e i valori della libertà e della giustizia per i quali si era combattuto dal 1799 al 1860, a tutti gli italiani e quindi anche ai calabresi.”.
Nell’ottobre 1860, a Vibonati, il rinnovato corpo della Guardia Nazionale
Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 382-383, in proposito scriveva: “La Giunta Comunale Insurrezionale ordinò di rinnovare il corpo della Guardia Nazionale (22) escludendo chi era troppo vecchio e inabile, ritroso o negato: chi aveva commesso eccessi in servizio e chi era sospetto per condotta politica. Furono esclusi: Nicola Polito perché troppo vecchio; Biase Pifano fu Vincenzo perché ritroso al servizio; Antonio Filizola di Vito perché negato al servizio; Agostino Magaldi fu Mansueto perché di sospetta condota politica; Nicola Pifano fu Vincenzo per la stessa ragione; Carmine Vita di Vincenzo per aver commesso eccessi in servizio; D. Francesco Curzio fu Leonardo perché morto. Il Decurionato all’unanimità approvando l’esclusione dei suddetti individui nominò il corpo della Guardia Nazionale (23), aumentata di forza, composta dai soggetti che seguono (24): etc…”. Secondo le direttive del nuovo ordine, Vincenzo Vecchio fu nominato Commissario formatore del Governo Provvisorio della Provincia (il Governatore prese il posto dell’Intendente ed il Sottointendente venne chiamato Sottogovernatore). In occasione di una sua venuta a Vibonati per organizzare le Giunte Insurrezionali, di questo ed altri Circondari, il suo corpo di guardia causò al Comune, per diaria, una spesa di sette ducati e 80 grana. La somma fu prelevata dalle imprevedute (25). Il passaggio delle truppe garibaldine causò alla tesoreria comunale una notevole spesa che pose in lite Cassiere e Amministratori. Il Cassiere Luigi Brandi, vistasi rigettata l’istanza di rimborso della somma di lire 844:70 per le spese, a suo dire, sostenute; reclamò al Prefetto. Questi, il 22 maggio 1871, ordinò l’adunanza straordinaria del Consiglio comunale chiamandolo a stabilire il seguente: “1° Non negandosi il debito. E’ vero che etc….”.
Nel 22 ottobre 1860, a Vibonati, il Verbale della seduta Decurionale e le lodi al giudice Cajazzo
Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 385, in proposito scriveva: “…i Municipi ebbero il carico di far conoscere alle superiori autorità sia la buona che la cattiva condotta degli impiegati e i Decurionati furono invitati a manifestarsi. In altre parole, iniziò la caccia ai compromessi col precedente regime e si chiese che venissero poste in luce tutte le qualità personali, negative o positive che fossero, dei pubblici incaricati. Sul conto del Magistrato locale, il Decurionato espose: “(….) il Giudice D. Francesco Saverio Chiazza, preposto al governo ed all’amministrazione della giustizia in questo Circondario, quando il dispotismo Borbonico era tuttavia nel suo apogeo, manifestò chiara la sua opinione politica quale si addice ad un uomo ben noto, istruito, e che sente il vero amor di Patria etc…” (28).” Policicchio, a p. 385, nella nota (28) postillava: “(28) ACV, B.3 F.1., Delibera Decurionale del 22 ottobre 1860”.
Nel 6 novembre 1860, il Comune di Torraca ed il Consiglio Decurionale
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, dopo aver parlato dell’occupazione di alcuni paesi del basso Cilento, tra cui Roccagloriosa da parte della colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v.”. Dunque, la notizia dataci dal Policicchio proviene dall’Archivio Comunale di Torraca. Si tratta della Delibera decurionale del 6 novembre 1860.
Nel 7 novembre 1860, re VITTORIO EMANUELE II entra in Napoli
Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 331, in proposito scriveva che: “La Regina Adelaide morì, a trentun anni, nel 1855. Vittorio, era, dunque, vedovo quando venne a Napoli. La sua popolarità era grandissima tra i patrioti: tutti ammiravano in lui il Sovrano che aveva conservato al suo popolo lo Statuto concesso da Carlo Alberto, e il soldato che si era battuto contro gli austriaci, sui campi di Lombardia. Questi meriti, indiscutibili, avevano fatto dimenticare persino le feroci repressioni di Genova del 1849. La sua stella, però, era stata un pò offuscata dall’astro di Garibaldi; e, a questo proposito, ancora l’Ideville, non senza cattiveria dice: “Come tutti gli uomini mediocri, è geloso e ombroso. Gli riuscirà difficile dimenticare il suo ingresso trionfale a Napoli, quando seduto in carrozza accanto a Garibaldi in camicia rossa, era presentato al suo nuovo popolo dal più potente tra i suoi sudditi”. Il Sovrano entrò in Napoli il 7 novembre. Si era avviato a Sessa – sede del Quartier generale – in carrozza etc..”.
Nel 9 novembre 1860, GARIBALDI presentò i risultati del Plebiscito a Re Vittorio Emanuele II
Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 334, in proposito scriveva che: “Nella sala del Trono, l’indomani, Garibaldi presentò a Vittorio i risultati del plebiscito, e Conforti, prendendo la parola, disse che il popolo “a immensa maggioranza”, aveva proclamato il Savoia suo Re. La sera, gran gala al San Carlo, dove si eseguì un lavoro del Petrella; ma Vittorio a un certo punto sparì: un baccano d’inferno, provocato dai garibaldini rimasti fuori dalla sala, aveva fatto accorrere i Carabinieri. Il Re, turbato, era andato via. Quel giorno il Sovrano parlò più volte, da solo a solo, con Garibaldi, facendogli offerte che furono tutte respinte.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 158, in pproposito scriveva che: “L’8 novembre, il Dittatore delle Due Sicilie presentava al Re d’Italia il plebiscito, deponendo con ciò la sua dittatura.”. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Garibaldi, dopo le votazioni per il plebiscito che si tennero il 21 ottobre, Garibaldi approfittò della vittoria di Enrico Cialdini sul generale borbonico Scotti Douglas per superare il Volturno il 25 ottobre; incontrò Vittorio Emanuele II il 26 ottobre 1860, lungo la strada che portava a Teano, e gli consegnò la sovranità sul Regno delle Due Sicilie. Garibaldi accompagnò poi il re a Napoli il 7 novembre. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 227-228, in proposito scriveva che: “Il 21 finalmente il plebiscito ‘era votato, così al di qua che al di là dello Stretto. La formola: < Il popolo vuole l’ Italia una e indivisibile sotto lo scettro di Casa Savoia, › era assai più comprensiva della semplice annessione al Piemonte, ma forse ne esagerarono la portata coloro che videro in esso il vincolo della Monarchia, la garanzia dell’ Unità, il pegno di Roma. L’unità d’Italia era già nel fatto dell’ unione di ven tidue milioni d’Italiani; il vincolo della Monarchia stava nella storia d’una Casa, che da vent’anni aveva confuse le sue sorti a quelle dell’intera nazione ; il pegno stava nell’ evoluzione naturale del risorgimento italiano, e il Cavour stesso, molto prima che il plebiscito fosse bandito, lo dava al Parlamento nelle solenni parole: < Noi vogliamo fare di Roma la splendida capitale del Regno d’ Italia. > Col plebiscito e l’entrata di Vittorio Emanuele nel Regno l’opera di Garibaldi e della rivoluzione nel Mezzogiorno poteva dirsi finita. Pure, nè il Dittatore nè il suo Prodittatore lo credevano: il Pallavicino s’affaticava a profittare di quegli ultimi istanti per riordinare e migliorare l’amministrazione della cosa pubblica, quasi direbbesi, per rassettare la casa che doveva consegnare a’ novelli signori ; Garibaldi sentivasi obbligato a qualcosa più che montar la guardia al Volturno; etc….”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 232-233, in proposito scriveva che: “….Al di vegnente, 7 novembre, giorno prefisso al solenne ingresso di Vittorio Emanuele in Napoli, lo accompagnava in carrozza, seduto alla sua sinistra, nella consueta sua assisa, dirimpetto i due Prodittatori, sotto una proterva pioggia che sciupava gli archi, dilavava i parati e infracidiva i fiori, ma non poteva intiepidire l’ immenso entusiasmo dei Napoletani, ebbri di quel giorno tanto aspettato. E fu l’ultima comparsa pubblica del Dittatore. Gli furono offerti il collare dell’ Annunziata, il grado di Maresciallo, altri onori e stipendi: rifiutò ogni cosa. L’8 di novembre consegnò a Vittorio Emanuele, nella gran Sala del trono, il plebiscito delle Due Sicilie; poscia, diretto a’ suoi compagni d’armi un ultimo belligero addio, etc…”. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Regno, “, a p. 175, in proposito scriveva che: “Questa fu l’ultima comparsa pubblica del dittatore. Nel togliersi dal sommo posto a cui pel suo genio , pel suo valore, pel suo infinito amore alla patria era salito , il Garibaldi mostrò grandezza d’animo che lo rese singolare nella storia, Gli furono offerti il collare dell’Annunziata, il grado di maresciallo , palazzo reale a sua scelta, ricchi stipendi, altri onori e beni. Rifiutò ogni cosa, e sola sua raccomandazione al re fu la fusione del suo esercito meridionale nel regio, solo premio richiesto per la redenzione di tanta parte della penisola la non dimenticanza dei servigi dei suoi compagni d’armi. Preso congedo dal re ed avutone commiato affettuoso, all’alba del 9 novembre tacitamente, quasi un fuggitivo, seguito dal Basso, dal Guasmaroli, dal Colteletti, dal Nuvolari, s’imbarcava sul Washington alla volta della sua Caprera , recando con sè piante coltive pel suo piccolo podere, poche civaie, pesce salato e non più di mille e cinquecento lire che il Sirtori in una borsa gli dava nel suo partire: egli non aveva pensato a danaro.”.
Nel 9 novembre 1860, GARIBALDI lascia Napoli e si imbarca per Caprera
Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 158, in pproposito scriveva che: “L’indomani, prima di giorno, s’imbarcava sul ‘Waschington’ alla volta di Caprera. L’ultima volta che manifestò pubblicamente il proprio pensiero politico fu in occasione della consegna alla Legione Ungherese, a Napoli, di una bandiera in ricordo delle sue gesta di valore e di devozione all’Italia. Riferisco qui testualmente il discorso, perché esso caratterizza non solo le idee di Garibaldi, ma quelle della maggior parte del popolo italiano, e chiudo con ciò la prima parte della mia opera.”. Garibaldi accompagnò poi il re a Napoli il 7 novembre e, il 9 novembre si ritirò nell’isola di Caprera, partendo con il piroscafo americano Washington, dopo aver ringraziato l’ammiraglio George Mundy. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 232-233, in proposito scriveva che: “E fu l’ultima comparsa pubblica del Dittatore. Gli furono offerti il collare dell’ Annunziata , il grado di Maresciallo, altri onori e stipendi: rifiutò ogni cosa. L’8 di novembre consegnò a Vittorio Emanuele, nella gran Sala del trono, il plebiscito delle Due Sicilie; poscia, diretto a’ suoi compagni d’armi un ultimo belligero addio, in sull’alba del 9, tacitamente, clandestinamente, quasi un fuggitivo, seguíto dal Basso , dal Gusmaroli, dal Coltelletti, dal Nuvolari e da qualche altro famigliare, s’imbarco sul Washington alla volta della sua Caprera.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Regno, “, a p. 175, in proposito scriveva che: “Preso congedo dal re ed avutone commiato affettuoso, all’alba del 9 novembre tacitamente, quasi un fuggitivo, seguito dal Basso, dal Guasmaroli, dal Colteletti, dal Nuvolari, s’imbarcava sul Washington alla volta della sua Caprera , recando con sè piante coltive pel suo piccolo podere, poche civaie, pesce salato e non più di mille e cinquecento lire che il Sirtori in una borsa gli dava nel suo partire: egli non aveva pensato a danaro.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Regno, “, a p. 176, in proposito scriveva che: “In quello stesso giorno 9 novembre che il Garibaldi compiva l’atto più glorioso della sua vita, la sua tacita partenza per Caprera, etc…”.
Nel 9 novembre 1860, la LUOGOTENENZA DI FARINI
Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Regno, “, a p. 176, in proposito scriveva che: “In quello stesso giorno 9 novembre che il Garibaldi compiva l’atto più glorioso della sua vita, la sua tacita partenza per Caprera, e Carlo Luigi Farini inaugurava in Napoli il reggimento della luogotenenza generale, riserbando al parlamento nazionale l’assetto terminativo delle nuove provincie , e accennando che non sarebbe impossibile al senno italico stabilire ordine di amplissima libertà amministrativa per grandi provincie, il conte di Cavour, forte del voto del plebiscito e del suffragio di tutta la nazione, ripigliava il suo posto nella diplomazia europea, etc…”. Da Wikipedia leggiamo che il 6 novembre 1860 viene nominato da Vittorio Emanuele II «Luogotenente generale delle provincie napoletane». L’incarico è lo stesso che aveva ricoperto un anno prima a Bologna: guidare l’annessione dei territori appena conquistati allo Stato sabaudo (il plebiscito si svolge il 21 ottobre). La realtà napoletana è piuttosto diversa da quella che Farini aveva conosciuto tra la natia Russi e Torino. Rimane tuttora celebre il feroce e sprezzante giudizio su Molise e Terra di Lavoro, che riportò in un dispaccio inviato il 27 ottobre al presidente del Consiglio, Cavour. Dopo pochi mesi viene sollevato dall’incarico. Come ultimo atto della sua luogotenenza, Farini sequestra le rendite dei vescovi assenti dalle diocesi. Motiva il provvedimento asserendo che, in base al diritto canonico, le assenze non erano giustificate. In realtà i vescovi si erano allontanati dalle diocesi per salvarsi la vita. Il 30 dicembre Farini viene sostituito dal principe Eugenio di Carignano. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Regno, “, a p. 158, in proposito scriveva che: “Senza dubbio in quel momento Napoli era divenuta il quartiere generale del repubblicanismo : v’era il Mazzini, il quale coi suoi interminabili biglietti e pei suoi discepoli si sforzava ad essere la ninfa Egeria del dittatore, onde non desse alla monarchia di Savoia un palmo delle terre conquistate, se non a patto che essa s’impegnasse a gridar l’Italia una dal Campidoglio; v’era il Cattaneo, il filosofo del federalismo, che voleva al plebiscito far precedere un’assemblea costituente da cui le condizioni ne sarebbero prescritte; v ‘ era proprio presso il Garibaldi Alberto Mario, partigiano ardentissimo del prolungamento della dittatura e del plebiscito condizionato. A fronte di questa poderosa influenza sull’animo del dittatore e della fucina bertaniana di ogni arma per farla trionfare, il ministero non si sarebbe retto, se la cittadinanza napoletana non avesse preso, mentre i garibaldini fronteggiavano la invasione borbonica, atteggiamento fermo contro la segreteria e contro il Mazzini per obbligare la dittatura indefinita a cedere alla monarchia. Quella fu vera riscossa degli onesti cittadini contro i soprusi della segreteria dittatoria la quale, facendo dei magistrati e degli uffiziali dello Stato ludibrio dei suoi messi e di scioperati avventurieri che con divise garibaldinesche, sciabole romoreggianti sul lastricato e rivoltelle alla cintura spavaldavano per la città, rendeva la libertà sorgente d’iniquità quali sono ordinario corredo dei tempi di rivoltura. Io non ripeterò le cose pubblicate dal La Farina nel Cittadino di Palermo circa le grosse mancie pagate e le brutte baratterie commesse, anzi mi piace ritenerle favole di una mente corriva a partigiane vendette, dagli scrittori borbonici con gioia ripetute, quasi il momentaneo libertinaggio di uomini, che in questo perenne carnevale della vita, prendono sempre le vesti del costume predominante, fosse naturale frutto della libertà, e non triste retaggio di generazioni corrotte da lungo dispotismo. Così non v’era camorrista non divenuto un pretoriano del palazzo d’Angri; ed il Bertani, che sovente si dilettava a sfoggio democratico di andare a braccetto con un infornatore di pizze o un pescivendolo, da essi aveva relazioni sullo spirito pubblico.”.
Nel 1860, l’accusa all’ex Cancelliere del Regio giudicato di Vibonati, Giuseppe di(e) Leo
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 206, in proposito scriveva che: “il Cancelliere del Regio giudicato, Giuseppe di(e) Leo, al contrario, fu accusato di essere stato: “vivo persecutore degli imputati politici e di non essere affatto onesto (….) egli nell’epoca del 1857, e nel 1858 fu anche colla cennata qualità di cancelliere presso il Regio giudicato di questo Mandamento di Vibonati vivo persecutore degli imputati politici, teneva corrispondenza epistolare col sig. D. Salomone Peluso di Sapri impiegato, e domiciliato in Napoli, a solo oggetto di tenere sorveglianza ai sorvegliati politici, e comprimerli. Che nella sua carriera di cancelliere non era affatto onesto, e nelle cause assumeva un’interesse attivo sinistramente, ed occultamente a grave danno della giustizia, ed a pregiudizio degli interessi dei litiganti. Ora questo Municipio per le sue qualità si augurava sentirlo destituito, ed invece con meraviglia assoluta che nella sua carriera è stato promosso e migliorato.”. I Decurionato domandò: “che le autorità tenghino presente le qualità, e gli andamenti del nominato di Leo, e nella rettitudine giudichino se egli è meritevole a rimanere in carriera”(22).”. Policicchio, a p. 206, nella nota (22) postillava che: “(22) ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati), b. 3 f. 1, delibera del 16 luglio 1861; F. Policicchio, Vibonati….cit., p. 385.”.
Nell’11 novembre 1860, lo scioglimento dell’ESERCITO MERIDIONALE
Da Wikipedia leggiamo che questo esercito, composto da volontari italiani e anche stranieri, raggiunse circa 50.000 uomini. Gli ufficiali indossavano l’uniforme di colore rosso, e quindi tutti i combattenti, come i Mille, furono definiti “camicie rosse”. Venne disciolto prima della proclamazione del Regno d’Italia. Cristoforo Pepe (….), nel suo “Memorie storiche della città di Castrovillari”, a p. 222, in proposito scriveva che: “….Ordinatosi lo scioglimento ed il disarmo dell’esercito meridionale, il solo reggimento Pace, per decreto di Vittorio Emanuele, ebbe lo speciale privilegio di far ritorno in patria con tutte le armi e bagaglio. Ciascun milite ebbe ducati 36, i caporali 43, i sergenti 90, i tenenti 120, ed i capitani 300. Il colonnello poi rinunciò per sè e pei suoi compagni alle indenità concesse dal Governo in favore dei danneggiati politici, facendo la nobile risposta che nè il suo sangue nè quello dei suoi concittadini si vendeva (1).”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 425, in proposito scriveva pure che: “L’esercito garibaldino, cotando benemerito alla causa dell’unificazione italiana, fu disciolto con decreto 11 Novembre 1860, poco dopo le battaglie del Volturno, onde si videro ritornare nei loro paesi di Basilicata e di Calabria, non così baldi e pieno l’animo di gioia e d’entusiasmo, e non senza qualche disinganno, quei volontari, che, pochi mesi prima, avevano seguito il Dittatore per la conquista di una sublime idealità, oramai raggiunta.”. Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Nell’Italia Meridionale si ebbe pure il brigantaggio con tutti i suoi terribili effetti dal 1861 al 1877. Richiamati al servizio militare i giovani del disciolto esercito borbonico, con Decreto del 20 Dicembre 1860, molti si rifiutarono, nascondendosi nelle case, o fuggendo nelle campagne. A questi si unirono malviventi, e insieme, col pretesto di ristabilire l’antica dinastia, cominciarono a turbare la pace dei cittadini. Dato il malpasso continuarono poi di scelleratezza in scelleratezza. Nel nostro territorio fu tolta la vita a parecchi cittadini. Nel 1864 in contrada Treconfini, a Migilmieri, i due fratelli Marino e Nicola detto ‘Capoluongo’, ed Apollonio, di Centola in Provincia di Salerno, uccisero l’un dopo l’altro 6 giovani, dei quali uno seminarista, che avevano catturato in Aieta in Calabria. Grazie a Dio nessun brigante era natio della nostra città.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 231-232, in proposito scriveva che: “E così gli ultimi giorni della sua Dittatura si avvicinavano. Il 31 ottobre consegnava solennemente alla Legione ungherese una bandiera ricamata per essa dalle signore napoletane; il 2 novembre Capua segnava la resa ; il 4 faceva ai Mille la solenne distribuzione delle medaglie loro decretate dal Comune di Palermo ; il 6 passava in rassegna sulla piazza di Caserta il suo stracciato, ma glorioso esercito, dopo aver atteso invano che il Re venisse ad onorare d’un suo sguardo i prodi che da Marsala a Sant’ Angelo avevano combattuto in suo nome (1).”. Guerzoni, a p. 232, nella nota (1) postillava, riferendosi a Vittorio Emanuele, che: “(1) I commenti per quella mancanza furono molti, acerbi e lunghi. Noi non possiamo credere ad una pensata scortesia; ma nessun impedimento doveva trattenere Vittorio Emanuele dal rendere all’esercito meridionale quel meritato onore. Se il giorno 6 il Re era impedito , la rivista poteva differirsi, ma egli doveva assistervi. Altre volte, in quei giorni, il Re, mal consigliato, mancò alle forme della cortesia, che erano in quel caso anco le forme della buona politica. Così, per esempio, fece scrivere al generale Della Rocca un Ordine del giorno di encomio all’esercito garibaldino, che poteva scrivere egli stesso!..”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 158, in pproposito scriveva che: “L’8 novembre, il Dittatore delle Due Sicilie presentava al Re d’Italia il plebiscito, deponendo con ciò la sua dittatura. L’indomani, prima di giorno, s’imbarcava sul ‘Waschington’ alla volta di Caprera. L’ultima volta che manifestò pubblicamente il proprio pensiero politico fu in occasione della consegna alla Legione Ungherese, a Napoli, di una bandiera in ricordo delle sue gesta di valore e di devozione all’Italia. Riferisco qui testualmente il discorso, perché esso caratterizza non solo le idee di Garibaldi, ma quelle della maggior parte del popolo italiano, e chiudo con ciò la prima parte della mia opera.”.
Nel 17 dicembre 1860, a Lagonegro, la scaramuccia sorta tra i calabresi del colonnello Pace di Castrovillari ed un distaccamento garibaldino e la morte di Costantino Brescia
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 425, in proposito scriveva pure che: “Ora avvenne che una compagnia di Calabresi, comandata dal Colonnello Pace di Castrovillari, la quale s’era assai distinta nella campagna di Capua, si ritirava, passando nel giorno 17 dicembre 1860 per Lagonegro, dove trovavasi di guarnigione un distaccamento di soldati del Battaglione Lucano, istituito dal Governatore Albini pel servizio territoriale e di sicurezza. Fra questi soldati e i reduci Calabresi sorse improvvisamente un vivace alterco, provocato evidentemente da una certa inconsulta rivalità, e camuffato da un futile pretesto per l’acquisto di certi fichi secchi, che si vendevano in piazza. Immantinente si corse alle armi da ambo le fazioni, fuvvi un vivace scambio di molte fucilate, e nel conflitto rimase morto, colpito nell’addome da una palla, un soldato lucano, certo Costantino Brescia, il quale stava di sentinella davanti a Palazzo Corrado – ora sede del Tribunale – dove era aqquartierato il distaccamento, comandato dal tenente Antonio Miraglia. Il Sotto Governatore Pietro Lacava, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine. E qui è d’uopo ricordare il seguente episodio di quel periodo: Essendo stato disciolto il benemerito esercito garibaldino, la schiera del Colonnello Pace di Castrovillari si ritirava da Napoli passando nel 17 Dicembre 1860 per Lagonegro, dove trovavasi di guarnigione un distaccamento di soldati lucani, quando surse improvvisamente, fra le due fazioni, per na certa inconsulta rivalità, un vivace alterco, che presto degenerò in aperto conflitto con vivace scambio di molte fucilate, per cui rimase morto un soldato lucano, certo Costantino Brescia, che stava di sentinella avanti al Palazzo Corradi, ora sede del Tribunale. Il Lacava, a quel rumoroso conflitto fratricida, accorse immediatamente insieme col Dottor Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, e lasciandosi etc…”.
NEL 1861, LE PRIME ELEZIONI POLITICHE DEL REGNO D’ITALIA
Nel 27 gennaio 1861, le elezioni politiche del Regno d’Italia nel Lagonegrese
L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 427, in proposito scriveva che: “Il Collegio elettorale di Lagonegro, fu costituito, come adesso, dei cinque Mandamenti di Lauria, Maratea, Latronico e Rotonda, e non aveva che solo cinque sezioni, nelle quali, con buon concorso di elettori, e con molto entusiasmo, si procedè alla votazione del Deputato. Furonvi ben cinque candidati: Giacinto Albini, Giacomo Racioppi, Francesco Lovito, Francesco Maria Gallo e Gabriele Abatemarco. Nella prima votazione del 3 Febbraio 1861 fu eletto l’Albini con 466 voti, ma l’elezione di lui fu annullata dalla Camera perché egli occupava un impiego presso la Luogotenenza di Napoli. In conseguenza, ripetutasi la votazione del 7 Aprile, l’Avv. Francesco Maria Gallo di Lauria, il quale durante la rivooluzione erasi mostrato buon patriota, e per adempiere il nobile onorifico mandato a Torino, dove allora era la Capitale, consumò il suo modesto patrimonio; tuttavia di lui rimase il motto di Petruccelli della Gattina: ‘E’ un gallo che non canta’”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 87, in proposito scriveva: “Dopo il plebiscito delle popolazioni del Napoletano (già regno delle Due Sicilie e cioè delle regioni Abruzzo, Campania, Calabria e Sicilia, liberate da Garibaldi, il Governatore di Napoli, delegato del governo Piemontese, ordinò la convocazione dei comizi elettorali per la nomina dei Deputati al I° Parlamento nazionale italiano, e nel contempo, dispose il lavoro preparatorio per le elezioni stesse, facendo compilare le liste elettorali per ogni comune. (Gli elettori che rappresentavano appena il 2 per cento della popolazione, erano stati scelti fra i cittadini per cultura, anche se modesta, e per censo). Le elezioni ebbero luogo il 27 gennaio 1861 e riuscirono eletti i seguenti deputati nel Collegio a fianco di ognuno segnato: …..3) Ferdinando Petruccelli della Gattina da Moliterno (Collegio di Brienza); 4) Colonnello Boldoni Camillo da Barletta (Collegio di Corleto Perticara); 5) Giacinto Albini di Montemurro (Collegio di Lagonegro e Melfi) etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 427, in proposito scriveva che: “Tra gli atti più solenni, dopo del Plebiscito, nella nuova vita italiana, vanno annoverate le elezioni dei Deputati al Parlamento le quali ebbero luogo e a norma della legge 20 Novembre 1859, già vigente nelle altre province della Monarchia, nel Capoluogo d’ogni Mandamento, e per la prima volta nel 27 Gennaio 1861.”. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a pp. 110-111, in proposito scriveva: “4) La destra parlamentare, come si era già detto, governò dal 1861 al 1876, rimanendo sempre intransigente nell’applicazione di tutte le leggi sardo-piemontesi delle regioni annesse, non tenendo conto della democrazia e nè tampoco delle condizioni economiche e morali di tutto il popolo meridionale.”.
Nel 27 gennaio 1861, le elezioni politiche del Regno d’Italia e la propaganda elettorale per NICOTERA candidato in Provincia di Salerno
Alfonso Scirocco (….), nel suo “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 153, in proposito scriveva: “Il fatto nuovo delle elezioni del ’61 fu la partecipazione dei repubblicani, decisa nonostante l’opposizione di Saffi, Mario e Nicotera (48). Mazzini, ridottosi a sperare nel Parlamento, era sicuro di un grande successo nel Sud, che gli avrebbe permesso di mandare alla Camera “una minoranza numerosa e compatta che potesse riuscire anche a rovesciare Cavour, cioè l’influenza bonapartista”(49). Perciò “Il Popolo d’Italia”, in quei mesi principale interprete delle sue direttive, nel dicembre del ’60 sollecitò la pronta convocazione del Parlamento etc…Il programma si appoggiava all’autorità di Garibaldi, che però non volle dare esplicita adesione (51). I risultati delle elezioni furono deludenti per i democratici, che attribuirono l’insuccesso alla ristrettezza del suffragio (52), o alle pressioni del governo (53), o alla dispersione dei voti causata dalla disorganizzazione del partito (54)…..Ancor più che nel ’60 i democratici avevano impostato la campagna elettorale sulla immediata ripresa della lotta per il completamento dell’unità e su una campagna denigratoria contro Cavour, trascurando i problemi di politica interna, divenuti più complessi ed urgenti dopo la scomparsa del regno borbonico: da ciò era derivata la freddezza dell’elettorato, preoccupato delle difficoltà economico-amministrative dell’unificazione più che della sorte di Roma e Venezia.”. Alfredo Capone (….), a p. 91 e ssg., in proposito scriveva che: “I rapporti di Villamarina dipingevano la sua attività a tinte nerissime (“Dopo la partenza di Mario e Nicotera per le provincie (….) si ricevono quasi ogni giorno notizie di nuove infamie commesse”(19), le autorità sottoponeano i suoi spostamenti ad una sorveglianza strettissima (20). Ma in realtà la propaganda elettorale svolta dal Nicotera per le elezioni del ’61, sorprende per la sua moderazione; ‘Il Popolo d’Italia’, ricordava, ad esempio, che in una riunione elettorale a Salerno, nel corso di una discussione sul programma dell’Associazione patriottica locale, Nicotera “manifestò il desiderio che vi fosse aggiunta la frase ‘con modi legali” e così – commentava il giornale – “si ebbe l’occasione per ammirare la moderazione e la legalità di colui che voci sinistre accusavano di turbolente opinioni”(21). Una moderazione, si dirà, tattica. Ma nel discorso tenuto dal Nicotera a Cosenza il 17 gennaio, egli non solo accettava la monarchia, ma mostrava di condividere un’interpretazione ortodossa e in fondo conservatrice dei rapporti tra i partiti moderato e radicale. Più che di apparenze di una legalità formale, si trattava in questo caso di una vera e propria linea politica autonoma, diversa da quella mazziniana e tipicamente meridionale (21 bis).”. Alfredo Capone (….), a p. 92-93 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa impostazione di Nicotera, che era uno dei più rappresentativi esponenti dell’opposizione democratica meridionale, riassumeva in modo adeguato lo stato d’animo più autentico e diffuso del partito d’azione nel Mezzogiorno, quale esso era nella realtà, al di là di più avanzate, ma, spesso, solo dottrinarie sollecitazioni. Né si può dire che Nicotera fosse un isolato; anzi, egli era assai autorevole, nel partito, e inoltre la sua attività politica era circondata da un’ampia propaganda (23). In realtà egli esprimeva bene il carattere verbalmente radicale, ma socialmente moderato, della base del partito d’azione, che era pure più sensibile a concessioni immediate, che a un rigido dottrinarismo. Ciò, fra l’altro spiega anche come attorno a Nicotera si raggruppassero non solo gli “scontenti generici”, ma anche talune frange del conservatorismo autonomista.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “In una di queste “valli” ad esempio, dopo il ’60, ebbe vita e si sviluppò un altro ‘mito’ di Sapri; non quello ‘aureo’, legato a Pisacane, proiettato verso un futuro socialmente più giusto; ma un ‘mito’, per dir così, di stagno, immediato – legato all’eroe di Sapri’, a Giovanni Nicotera – che fu quasi una deformazione e una caricatura dell’altro. Questo mito, tanto minore, suggeriva non una rivoluzione sociale, ma una rivoluzione ‘meridionale’, confusa, velleitaria e ambiguamente polivalente…..Dietro Nicotera c’era, infatti, una gran parte della democrazia meridionale, tanto che, ad un certo momento, l’uomo e il partito si identificarono; e le ambiguità dell’uno, necessariamente, rimandano ai disorientamenti dell’altro. Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. Capone, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Vincenzo Giordano (….), nel suo “La vita e i discorsi parlamentari di Giovanni Nicotera nelle legislature VIII – IX – X-XI e XII”, a p. CXVIII, in proposito scriveva che: “Nella Camera egli neppure deviò dal suo programma nei molti anni che conta di vita parlamentare. Egli fu costantemente deputato di Salerno. I Salernitani, appena l’Italia fu libera lo mandarono al Parlamento loro rappresentante, proclamandolo la prima volta deputato nella stessa sala, ove tre anni innanzi i giudici del Borbone lo avevano condannato alla pena di morte; e lo rielessero di poi sempre e con simpatie ognor crescenti. Dicono i più che Giovanni Nicotera entrò nella Camera repubblicano e che la politica parlamentare lo abbia reso monarchico. Il fatto è questo, che Giovanni Nicotera nella Camera ha perduto molte angolosità, e la politica battagliera lo ha reso per tempo accorto che la politica del sentimento non era fatta per la politica pratica . Quando egli divenne un uomo parlamentare non comune , quando egli incominciò a perorare non in nome proprio , ma in nome degli amici politici , quando egli incominciò a capitanare altri colleghi nel Parlamento , certamente comprendeva che colà non si faceva la repubblica. E se egli modificò le sue opinioni si fu perchè l’ ambiente intorno a lui si era modificato. Giovanni Nicotera acquistò ben presto una posizione rispettabile nella Camera . E di vero noi lo vediamo dopo un anno appena, da che era deputato, nel 1862 , in una interpellanza sulla politica generale del Ministero Rattazzi, parlare a nome dei suoi amici politici , e fare uno dei suoi discorsi, che se non è dei più importanti , certo è uno di quelli che facevano prevedere che non sarebbe restato un oratore comune. Per altro a che stiamo noi qui ad almanaccare sulla fede politica, colla quale il Nicotera è entrato nel Parlamento italiano , quando abbiamo documenti che ci dicono con quali intendimenti egli vi è entrato ? Nei giornali di quell’ epoca troviamo il seguente indirizzo ai suoi elettori di Salerno, che è un vero programma parlamentare . Ed è tanto più importante questo documento in quantochè esso non venne scritto prima che fosse stato eletto , ma ad élezione etc…”. Andrea Guglielmini (….), nel suo, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877, a p. 23, in proposito scriveva: “Compiutasi felicemente la Rivoluzione nel ex Regno delle Due Sicilie e fatto il solenne Plebiscito, con cui queste Meridionali Provincie si congiunsero all’italia, Giovanni Nicotera venne eletto al Parlamento Nazionale dalla Città di Salerno che lo aveva accolto prigioniero nell’epoca memorabile del 1857, carico di catene, lacero di ferite, circondato di sgherri, ma non òmo dei trascorsi pericoli. E per 16 e più anni la fiducia dei suoi elettori si è in lui stato consolidata, che a dispregio dei suoi nemici e dei suoi calunniatori egli venne sempre rieletto con unanime ed invulnerata costanza. Né sedendo in Parlamento, Giovanni Nicotera si fece sfuggire occasione per militare tra quelli che tentavano colle armi il compimento dei destini d’Italia.”. Cristoforo Pepe (….), nel suo “Memorie storiche della città di Castrovillari”, a p. 222, nella nota (1) postiillava: “(1) Giuseppe Pace nel 1861 fu eletto Deputato al Parlamento nel collegio di Cassano al Ionio. Il 1864, col grado di colonnelo, fu mandato a Potenza per la distruzione del brigantaggio. E mntre si teneva ponto per la nuova guerra di Venezia, tornato in patria, il 3 magio 1866 morì repentinamente in Eboli nella verde età di appena 40 anni; essendo nato il 4 febraio 1826. Le sue ceneri furono trasportate in Castrovillari e riposano nella chiesa della Trinità.”.
IL FRANCOBOLLO DI 1/2 TORNESE DELLE PROVINCIE NAPOLETANE STAMPATO A ROCCAGLORIOSA

Tra gennaio e febbraio del 1861 i territori continentali dell’ex-regno delle Due Sicilie facevano già parte dei domini di Vittorio Emanuele II con il generico nome di “province napoletane”. Da marzo si sarebbero chiamati “regno d’Italia”. Naturalmente, per giungere alla vera unificazione ci sarebbe voluto ancora del tempo. Le differenze fra i territori del nord e quelli del sud erano ancora notevoli: oltre alle questioni sociopolitiche e infrastrutturali, i sistemi postali erano molto diversi, e così la moneta. Quella napoletana, formata da ducati, grana e tornesi, era una valuta solida e diffusa, che non poteva essere sostituita molto facilmente. Rimase quindi provvisoriamente in uso, al pari dei sistemi postali e dei francobolli, che portavano ancora i simboli dell’antico regime. Se non si poteva ancora sostituire la valuta, e se ci voleva tempo per le norme, la sostituzione dei francobolli era però urgente: non si potevano infatti tollerare ancora quelli con i simboli borbonici, e occorreva far circolare l’immagine del nuovo re. Il francobollo di 1/2 tornese, di colore verde, veniva stampato in una tipografia di Roccagloriosa. Si tratta di un francobollo facente parte di un’emissione filatelica per le Provincie Napoletane, le pro-vincie del Regno delle due Sicilie conquistate da Giuseppe Garibaldi, emessa in base al Decreto della Luogotenenza di Garibaldi (dittatore di Napoli) del 6.01.1861. Questo francobollo stampato a Roccagloriosa è il primo dell’emissione di 8 valori in grana e tornesi, la moneta borbonica in corso legale nel Regno delle due Sicilie prima dell’arrivo di Garibaldi. Il catalogo specializzato Sassone, riporta la data di emissione del 14 febbraio 1861. Infatti, nel riquadro a stampa litografica si vede l’effige del futuro Re d’Italia, Vittorio Emanuele II di Savoia. L’emissione era prevista senza effige ma quando a Teano Garibaldi il Regno delle due Sicilie al futuro Re d’Italia, la Direzione delle poste piemontesi del Regno di Sardegna in Torino, preferì inviare nelle Provincie napoletane una serie con valori in moneta borbonica, anche perchè le provincie meridionali non accettavano di buon grado la lira sardo-italiana. Questo francobollo, insieme agli altri della serie completa, fu in corso nelle Provincie Napoletane durante la reggenza garibaldina fino al 1862. In ossequio all’effige sovrana ne fu tollerato l’uso anche nel resto dell’Italia che ancora non era tutta unita. Questi franco-bolli sono molto rari gli esemplari usati fuori delle provincie napoletane. Da Wikipedia apprendiamo che Il francobollo da mezzo tornese delle Province Napoletane stampato in nero anziché nel colore corretto (verde) è noto come mezzo tornese nero ed è una variante rara del francobollo originale. Questo errore di stampa ha portato a una distribuzione esclusiva a Roccagloriosa (Salerno), rendendo gli esemplari usati provenienti da questo luogo particolarmente ricercati dai collezionisti.
LE CONDIZIONI DELLA BASILICATA DOPO L’UNITA’ D’ITALIA
Nel 1861, i primi Governi del Regno d’Italia e l’attività repressiva e reazionaria
In un blog su Ricigliano leggiamo che Ricigliano, interamente ricostruito partecipò di riflesso alle vicende storiche nazionali, sia nella costruzione dell’Unità d’Italia, grazie alla nobile figura di Onofrio Pacelli, sia nei contrasti post-unitari culminati nelle rivendicazioni contadine, nel brigantaggio e nell’emigrazione. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 41 scriveva: “I governi reazionari del primo periodo dell’unità lo sottoposero ad altre vessazioni, perché non aveva mai rinnegato il suo ideale repubblicano. Il 2 giugno 1861, anniversario della festa nazionale per la concessione dello Statuto Albertino, O. Pacelli, coraggiosamente sceso nella piazza di Ricigliano, arringa il popolo e lo incita alla ribellione, inneggiando alla Costituzione repubblicana. Conseguentemente fu l’ntervento degli organi tutori, questa volta del Regno d’Italia, e la denuncia di Onofrio, Vincenzo, Antonio e Cristoforo Pacelli e di Giovanni Pascale per “…tentato eccitamento alla guerra civile etc…”. Comincia così una lunga serie di denunzie, persecuzioni, processi a cui è stottoposto O, Pacelli nella nuova Italia, unita sì, ma in cui non era possibile professare liberamente il proprio convincimento politico.”. Di Capua, a p. 53, in proposito scriveva: “Questo episodio, di scarsa importanza agli effetti pratici, è indicativo per mostrare come attento, rigoroso e spietato fosse il controllo politico del nuovo regime unitario, tendente a reprimere con inesorabile durezza, ogni tentativo di opposizione al governo….Presso l’Archivio di Stato di Salerno ho ritrovato un grosso fascicolo (38) che illustra, con una documentazione doviziosa, il progredire degli avvenimenti successivi. Nei giorni seguenti gli eventi descritti, Onofrio Pacelli si era rifugiato a Salerno etc…”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 102, in proposito scriveva che: “Il costume assai basso della vita amministrativa, nella provincia di Salerno, come in altre del Mezzogiorno (8), si intrecciava strettamente con un altro fattore di maggior rilievo, che era la diffusa opposizione dell’opinione pubblica al governo moderato (9). Una opposizione che aveva le sue radici lontano, nel fatto cioè che sul Salernitano, come in tutto il Mezzogiorno, dopo il ’48, il movimento anti-borbonico, dopo l’esilio dei leaders moderati, aveva fatto perno soprattutto sulla piccola borghesia provinciale, che non aveva veri motivi per identificare i suoi interessi e le sue antiche aspirazioni – divisione dei demani comunali, divisione del latifondo ecclesiastico, ecc.. – con quelli del lontano Stato piemontese (10). Quindi il patriottismo locale si era sviluppato, negli anni precedenti l’unità, sotto il segno di un diffuso radicalismo che, se aveva un contenuto economico abbastanza concreto, sul piano dottrinario ondeggiava sotto la spinta di varie suggestioni ideologiche, sopravvivenze di carbonarismo, pisacanismo, mazzinianesimo, accolti, talora, senza una precisa consapevolezza politica, ma in ogni caso assai lontane dagli ideali moderati (11).”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 431-432, in proposito scriveva che: “Per assoluto difetto d’insegnanti, fu istituita, a cura e spese dello Stato, nel Gennaio 1861 in questo Capoluogo, una Scuola magistrale maschile per un corso accellerato di studii, sotto la direzione del Prof. Sac. Raffaele Schettini, fervente patriotta di Trecchina – il quale poscia, pei suoi sentimenti repubblicani, fu arrestato e morì in prigione – allo scopo precipuo di preparare alla meglio dei maestri per insegnare nelle scuole rurali dei piccoli paesi. La Scuola ebbe discreto concorso per lo più d’ecclesiastici, durò un anno solo e quando essa si chiuse, etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “La reazione borbonica. Nella realtà meridionale, si inasprirono i contrasti preesistenti e ben presto, le aspettative e le speranze delle masse dei contadini e dei braccianti vennero deluse, in special modo per quanto riguardava la distribuzione della divisione delle terre, ora divenute proprietà nazionale. Le divisioni tra sostenitori ed oppositori del nuovo governo dunque, andava acuendosi con notevoli ripercussioni sullo spirito pubblico. Ne conseguirono diverse manifestazioni di avversione al regime liberale, al fine di diffondere un movimento reazionario favorevole al ritorno dei Borbone, molte delle quali indirizzate contro coloro che, avendo sostenuto Garibaldi nella sua risalita verso Napoli, erano poi ritornati nei luoghi natii. A creare un sentimento antiunitario contribuirono anche le autorità civili, religiose e militari che, con le dimostrazioni di opposizione al nuovo assetto istituzionale, causarono il diffondersi di nuovi turbamenti sociali.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, ……Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Renato Dentoni Litta (….), nel suo “Echi garibaldini nell’Archivio di Stato di Salerno”, nel testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a pp. 298-299, in proposito scriveva che: “La documentazione di un altro ufficio, il Governatorato, che nasceva proprio con un decreto di Garibaldi, quale dittatore delle Due Sicilie, fornisce altre utili indicazioni: un primo decreto del 12 settembre 1860 dichiara i Governatori delle provincie “le prime autorità civili e amministrative con cessazion delle funzioni degli Intendenti”. Pochi giorni dopo, esattamente il 17, si ritenne opportuno definire meglio le funzioni dei Governatori e fu emanato il decreto n. 55 che concedeva “facoltà e poteri straordinari ai governatori delle province”, tra l’altro fu data loro la facoltà di proclamare lo stato di assedio. Primo governatore della Provincia di Salerno fu Giovanni Matina, irruente liberale originario di Teggiano, etc…L’attività di questi primi giorni del governatorato fu certamente convulsa, come testimoniano alcuni dei primi documenti che recano ancora il sigillo borbonico frettolosamente annullato con un tratto di penna. Dalla loro lettura si evince un’evidente opera di controllo ed epurazione dai ranghi degli uffici provinciali di tutte le persone ritenute non degne o di scarsa fiducia in quanto eccessivamente legati al precedente governo. Si trattava di una preoccupazione importante che fu tenuta in massima considerazione anche successivamente, come dimostra la circolare del 29 novembre 1861, a firma del ministro degli Interni Ricasoli, nella quale si chiede ai Prefetti delle provincie napoletane e toscane di “esprimere il proprio avviso sulla capacità, moralità e condotta amministrativa e politica dei loro dipendenti”(6).”.
Nel 17 febbraio 1861, la Legge piemontese per la ripartizione dei beni del DEMANIO e dei BENI della CHIESA
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 205 e ssg., in proposito scriveva che: “I pessimi umori, cui dànno corso nei municipii nostri le vecchie quistioni demaniali, già ribellivano per ogni dove, mossi sia da quell’anarchia che mette negli animi ogni rimutamento degli ordini statuali, sia dalle concitatrici promesse di arruffapopoli di bassa lega, che dallo scioglimento della quistione politica diceano dipendesse lo scioglimento delle quistioni demaniali; sia dalle antiche e soppiatto gare di municipio, che or sono leva ora catena alle municipali fazioni. Tumultuarii assembramenti di popolo, che, a parere legali, s’iniziavano al grido dell’Italia e del Dittatore, conturbavano l’ordine interno: in molte parti , aizzate di sottomano da chi per proprio interesse volea distrarlo dal demanio usurpato dai privati, versavasi il minuto popolo nei boschi e nelle sodaglie del Comune; e devastandone in fretta e in furia la selva, così rimuoveano di forza il primo e.supremo ostacolo, che venia dalle leggi dell‘economia silvana, al suddividersi di quei terreni sodi ai nullatenenti. Il fenomeno oramai prendeva qualità di febbre epidemica; e la Giunta Centrale di amministrazione impensierita del danno, sanzionava severissimc pene (a) contro a ai capi, complici e fautori di moti violenti ed a mano « armata per lo esercizio di protesi dritti sulla proprietà, dichiarando non potere emergere conseguenza legale dai a fatti già consumati, o che potessero consumarsi per le vie turbolento de’moti popolari ». E mentre nell’atto medesimo prometteva alle reclamazioni del popolo a che avrebbe « ha fatto procedere allo scioglimento delle quistioni demaniali nei modi di legge e nel più breve tempo possibile )) dava fiducia ai possidenti minacciati, in ordinando alle propiuque Comunità di accorrere in forze subitamente, ove quei moti si manifestasseso. Gravi pene sanzionava agli autori o complici « di ogni sboscamenlo o dissoda mento in fondi di proprietà pubblica o privata che sia, non escluso i demaniali del Comune, commesso con attruppamento; e questo di dodici persone, comeclrè divisi a in drappelli (a) a. Le quali provvisioni a qualche cosa giovarono, mantenendo i popoli in calma. Poscia il nuovo governo centrale occupato ora alla subita demolizione del passato, ora alla ricostruzione dell’utile e del superfluo, dimentico questo che era provvedimento di ordine interno; e i popoli spazientati fecero in tempi di maggior calma ciò che si rattennero in tempi di concitazioni maggiori. Una legge luogotenenziale del 2 Gennaio 1861 promise di un tratto di penna grandi cose; ed in esempio del napoletano governo dodicenne, che sciolse la feudalità in solo un anno, in breve tempo: ma la legge restò in rubrica, aspettando i calori della state a svolgersi in fiori: passò l‘anno, passerà il decennio; e le quistionì demaniali resteranno peggio che insoluto, arrui’fate. Giova alla vanità degli uni, al dottrinarismo degli altri, alla essenza della rivoluzione stessa tanto al ricostruire impotente, quanto al distruggere potentissima, giova crollare, abbattere, e confondere e rimescolar gli elementi tutti del vivere civile, e degli ordini politici, economici e morali; perché l’ideale ordine, in loro giudizio, ne esca, come il frutto primatiecio ai calori della stufa; e se insipido non monta; non monta se efimerq; per ché non passerà l’anno, e il rimescolio ricomincia. E tutto questo a vantato legge di progresso o a maggior bene del popolo; il quale intanto non sa trovar posa come 1’ infer mo; e sperimenta la vanità della dottrina o vacua, e ambiziosa, o dotta si, ma insipiente. ‘Ma di vacui o vanitosi decreti non fu netta la Giunta , amministrativa della insurrezione Lucana; benché, a puro debito di giustizia, aggiungeremo , che meno delle altre potestà rivoluzionarie del tempo fu trascinata ad atti, i quali, uscendo dal confine di locali interessi, toccassero alle relazioni della previncia con altre e con lo Stato. Quando fu noto al pubblico, che i governi provvisorii delle Calabrie e di Sala aveano della metà sminuito il prezzo del sale, fu messo a partito in grembo alla Giunta Lucana il provvedimento stesso, a seduzione o compenso, come di cevano, del minuto popolo. Ma la maggioranza avvisò, e con prudente consiglio, che non era savio annullare dazii senza provvedere in pari tempo ad equilibrare il vuoto nel bilancio dello Stato con novelle fonti d’introito o diminuzione etc…”. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a p. 97, in proposito scriveva: “Oltre al malcontento per le mancate promesse, si aggiunse lo sdegno del popolo per l’ingiusta ripartizione dei beni demaniali e di quelli delle Comunità religiose, soppresse con la legge piemontese del 17 febbraio 1861. L’acquisto di entrambi tali beni fu fatto, con irrisorio prezzo, dai già ricchi latifondisti o da qualche furbo doppio-giochista, millantando il credito di essere stato un autentico patriota (?)…della sesta giornata.”. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 40, in proposito scriveva: “…e, la vittoria del Volturno dove ancora i Calabresi si coprono di gloria, si mette in moto la macchina diplomatica del Cavour e la sua abilità di politico e di negoziatore per impedire una soluzione repubblicana, com’era nelle speranze e nelle aspirazioni di molti garibaldini, e per sollecitare, con la proclamazione dell’annessione delle province liberate, una vittoria moderata, monarchica-unitaria. Garibaldi intanto lasciava la Calabria, liberata dal dominio borbonico, con i suoi essenziali problemi politici, amministrativi, economici, sociali e morali non risolti, mentre la borghesia si impossessava di tutto il potere del nuovo Stato, compreso quello locale, e sfruttava in ogni senso la vittoria del ’60…Fu la classe dirigente del periodo unitario che non volle e non seppe interpretare adeguatamente la lezione del Risorgimento ed estendere i vantaggi dell’Unità e i valori della libertà e della giustizia per i quali si era combattuto dal 1799 al 1860, a tutti gli italiani e quindi anche ai calabresi.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “La reazione borbonica. Nella realtà meridionale, si inasprirono i contrasti preesistenti e ben presto, le aspettative e le speranze delle masse dei contadini e dei braccianti vennero deluse, in special modo per quanto riguardava la distribuzione della divisione delle terre, ora divenute proprietà nazionale. Le divisioni tra sostenitori ed oppositori del nuovo governo dunque, andava acuendosi con notevoli ripercussioni sullo spirito pubblico. Ne conseguirono diverse manifestazioni di avversione al regime liberale, al fine di diffondere un movimento reazionario favorevole al ritorno dei Borbone, molte delle quali indirizzate contro coloro che, avendo sostenuto Garibaldi nella sua risalita verso Napoli, erano poi ritornati nei luoghi natii. A creare un sentimento antiunitario contribuirono anche le autorità civili, religiose e militari che, con le dimostrazioni di opposizione al nuovo assetto istituzionale, causarono il diffondersi di nuovi turbamenti sociali.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), soli in grado di porre un freno ai tumulti, e in Garibaldi vedono l’unico uomo che in quel momento possa far rispettare la proprietà e mettere fine ai disordini. Così, contadini e proprietari, popolo minuto e borghesi, operai e professionisti, per motivi diversi e talora opposti, associano al nome di Garibaldi l’idea della ‘liberazione’: affrancamento della servitù per gli uni, restaurazione dell’ordine per gli altri. E, accorrono, “nobili e plebei, proprietari e commercianti”, a combattere pel “riscatto della patria”(93).”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) A Potenza, il 19 agosto, si era formato un governo prodittatoriale (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc…, cit., p. 120; A. Romano-Manebrini, Documenti sulla rivoluzione di Napoli, ecc.., cit., p. 60). Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; e la narrazione di A. de Meo, in A. Alfieri d’Evandro, Della insurrezione nazionale del Salernitano, ecc..ecc.., cit., pp. 58-66). Ad Altamura, il 30 Agosto, è proclamato il governo provvisorio (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc.ecc.., cit., pp. 168-169).”. Demarco, a p. 183, nella nota (93) postillava: “(93) Dal preambolo dell’ordine del giorno del gen. T. De Dominicis, Vallo, 4 settembre 1860 (Il Garibaldi, n. 14, 6 settembre 1860, p. 54; v. anche la corrispondenza da Altamura ne ‘La opinione nazionale’, n. I, n. 34, 4 settembre 1860, p. 136).”. Demarco, continuando il suo racconto scriveva: “Le province aiutavano in tal modo la marcia dell’esercito garibaldino. Ai primi di settembre del ’60, nel Cilento, in casa del barone Mazziotti, si proclamava la decadenza di Francesco II. E nella capitale “la rivoluzione non attendeva che il segnale per manifestarsi” (94). Imbarcandosi per Gaeta, il 6 settembre, il sovrano denunziava in un proclama di protesta ai potenti d’Europa l’occupazione del regno da parte di un “ardito condotttiero” con tutte le “forze” di cui disponeva l’Europa “rivoluzionaria”, invocando il nome di un sovrano d’Italia”(95). In questo tramonto rossoreggiante di ambizioni, di speranze, di odi, di furore, di desideri, di paure, si chiude il regno dell’ultimo sovrano delle Due Sicilie. Ma “scacciare un re dal trono non è rivolzione; la rivoluzione si compie quando le istituzioni, gli interessi, su cui quel trono si poggiava, si cangiano”(96).”. Demarco, a p. 184, nella nota (94) postillava: “(94) N. Nisco, Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860, ecc.., cit., libro III, p. 112.”. Demarco, a p. 184, nella nota (96) postillava: “(96) C. Pisacane, Saggio su la rivoluzione, ecc..ecc…, p. 233”. Ulteriore elemento di fragilità era costituito dall’ostilità della Chiesa cattolica e del clero nei confronti del nuovo Stato liberale, ostilità alimentata dalla Legge Rattazzi, che si sarebbe rafforzata dopo il 1870 con la presa di Roma (questione romana). Nel 1870, con la breccia di Porta Pia, Roma venne conquistata da un gruppo di bersaglieri e divenne capitale d’Italia l’anno seguente. Il Papa, privato del suo Stato, si proclamò prigioniero e lanciò virulenti attacchi allo Stato italiano, istigando per reazione un’altrettanto virulenta campagna laicista e anticlericale da parte della Sinistra. Il governo regolò unilateralmente i rapporti Stato-Chiesa con la legge delle guarentigie; il Papa respinse la legge e, disconoscendo la situazione di fatto, proibì ai cattolici di partecipare alla vita politica del Regno, secondo la formula «né eletti, né elettori» (non expedit). Tommaso Pedio (…), nel suo “Relazione alla politica piemontese ed origine del brigantaggio in Basilicata (1860-61)”, ed. Lib. Riviello, 1961, a pp. 3-4 e ssg., in proposito scriveva che: “La rapida trasformazione politica conseguita nel Mezzogiorno d’Italia ad opera di una minoranza che ne ha affrettata la soluzione per impedire ripercussioni nella vita economica e sociale del paese (1) e l’atteggiamento assunto dal governo piemontese, che si avvale di uomini che non conoscono o hanno dimenticato quali siano le reali condizioni delle provincie meridionali, suscitano ovunque risentimenti e malcontenti non solo negli esponenti della vecchia classe dirigente borbonica, ma anche tra gli stessi liberali, molti dei quali, ritenendo che la libertà e la nazionalità siano sinonimi di ricchezza e di impieghi, lamentano di non essere chiamati a ricoprire incarichi remunerativi (2). D’altra parte, pur lamentando quanto si è venuto a creare nella vita del paese, i nuovi governanti non si preoccupano di porre un freno alle ambizioni ed alle aspirazioni di coloro che si siano affrettati ad autodefinirsi liberali subito dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia. Interessati soltanto a non irritare l’elemento liberale moderato per assimilarne i maggiori esponenti al fine di servirsene contro le aspirazioni dei radicali; in contrasto con coloro che, pur avendo coscientemente contribuito alla caduta della dominazione borbonica, ora si oppongono a che Napoli diventi una provincia del Piemonte; animati dal proposito di cattivarsi la simpatia di coloro che, prima del 1860, specie nelle provincie, erano stati i più autorevoli fautori dei Borboni, i piemontesi si ispirano ad una politica sostanzialmente conservatrice ed, incuranti di quelli che sono i bisogni e le aspirazioni delle classi popolari, non si preoccupano di cattivarsi l’animo delle popolazioni contadine alle quali sarebbe bastato il riconoscimento dei diritti sulle terre demaniali e la espropriazione e la quotizzazione di quelle usurpate. Naturalmente tutti risentono di questa politica di cui lo stesso Nigra non nasconde gli inconvenienti (1). Ma a risentirne maggiormente sono le regioni più povere e, prima di ogni altra, la Basilicata. Questa regione, che ha bisogno di scuole, di asili, di strade, di abitazioni, di acquedotti e, soprattutto di riforme sociali ed economiche (2), viene affidata ad uomini che, nella quasi totalità, non sono in grado di amministrare il proprio paese mentre, dai posti di maggiore responsabilità, vengono estromessi od impediti di operare coloro che, pure avendo ben meritato nella lotta contro il Borbone, non si piegano facilmente alle imposizioni piemontesi. Proni ed ossequienti alle direttive del potere centrale, le maggiori autorità della regione non provvedono a sanare quelle che sono le gravi deficienze della Basilicata alle cui popolazioni, nei primi del 1860, è stato fatto intravvedere, dalle autorità borboniche e dai liberali, la possibilità di conseguire un miglioramento materiale dai primi con il mantenimento dei Borboni sul trono di Napoli, dai secondi con la trasformazione politica del paese (1). Ma mutati gli uomini, le condizioni di questa regione rimangono, purtroppo, le stesse. La povera gente, priva di un tetto, di una capanna, di indumenti, di strumenti di lavoro, si vede ancora costretta a mendicare il pane. Oppressi da una miseria che non consente loro alcuna via di uscita, tormentati dalla fame e dalla disperazione (2), i vinti e gli oppressi guardano con un senso di odio coloro che si sono avvantaggiati degli avvenimenti politici riuscendo ad ottenere cariche, impieghi e nuovi guadagni. Questo stato di cose li sconvolge, li esaspera, li rede facili vittime di chi mal sopporta di essere stato sostituito dai fautori del nuovo ordine politico.”.
Nel 1861, la Basilicata, il Lagonegrese e il Cilento, nel Meridione dopo l’annessione al Regno Sabaudo
Tommaso Pedio (…), nel suo “Relazione alla politica piemontese ed origine del brigantaggio in Basilicata (1860-61)”, ed. Lib. Riviello, 1961, a pp. 3-4 e ssg., in proposito scriveva che: “La rapida trasformazione politica conseguita nel Mezzogiorno d’Italia ad opera di una minoranza che ne ha affrettata la soluzione per impedire ripercussioni nella vita economica e sociale del paese (1) e l’atteggiamento assunto dal governo piemontese, che si avvale di uomini che non conoscono o hanno dimenticato quali siano le reali condizioni delle provincie meridionali, suscitano ovunque risentimenti e malcontenti non solo negli esponenti della vecchia classe dirigente borbonica, ma anche tra gli stessi liberali, molti dei quali, ritenendo che la libertà e la nazionalità siano sinonimi di ricchezza e di impieghi, lamentano di non essere chiamati a ricoprire incarichi remunerativi (2). D’altra parte, pur lamentando quanto si è venuto a creare nella vita del paese, i nuovi governanti non si preoccupano di porre un freno alle ambizioni ed alle aspirazioni di coloro che si siano affrettati ad autodefinirsi liberali subito dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia. Interessati soltanto a non irritare l’elemento liberale moderato per assimilarne i maggiori esponenti al fine di servirsene contro le aspirazioni dei radicali; in contrasto con coloro che, pur avendo coscientemente contribuito alla caduta della dominazione borbonica, ora si oppongono a che Napoli diventi una provincia del Piemonte; animati dal proposito di cattivarsi la simpatia di coloro che, prima del 1860, specie nelle provincie, erano stati i più autorevoli fautori dei Borboni, i piemontesi si ispirano ad una politica sostanzialmente conservatrice ed, incuranti di quelli che sono i bisogni e le aspirazioni delle classi popolari, non si preoccupano di cattivarsi l’animo delle popolazioni contadine alle quali sarebbe bastato il riconoscimento dei diritti sulle terre demaniali e la espropriazione e la quotizzazione di quelle usurpate. Naturalmente tutti risentono di questa politica di cui lo stesso Nigra non nasconde gli inconvenienti (1). Ma a risentirne maggiormente sono le regioni più povere e, prima di ogni altra, la Basilicata. Questa regione, che ha bisogno di scuole, di asili, di strade, di abitazioni, di acquedotti e, soprattutto di riforme sociali ed economiche (2), viene affidata ad uomini che, nella quasi totalità, non sono in grado di amministrare il proprio paese mentre, dai posti di maggiore responsabilità, vengono estromessi od impediti di operare coloro che, pure avendo ben meritato nella lotta contro il Borbone, non si piegano facilmente alle imposizioni piemontesi. Proni ed ossequienti alle direttive del potere centrale, le maggiori autorità della regione non provvedono a sanare quelle che sono le gravi deficienze della Basilicata alle cui popolazioni, nei primi del 1860, è stato fatto intravvedere, dalle autorità borboniche e dai liberali, la possibilità di conseguire un miglioramento materiale dai primi con il mantenimento dei Borboni sul trono di Napoli, dai secondi con la trasformazione politica del paese (1). Ma mutati gli uomini, le condizioni di questa regione rimangono, purtroppo, le stesse. La povera gente, priva di un tetto, di una capanna, di indumenti, di strumenti di lavoro, si vede ancora costretta a mendicare il pane. Oppressi da una miseria che non consente loro alcuna via di uscita, tormentati dalla fame e dalla disperazione (2), i vinti e gli oppressi guardano con un senso di odio coloro che si sono avvantaggiati degli avvenimenti politici riuscendo ad ottenere cariche, impieghi e nuovi guadagni. Questo stato di cose li sconvolge, li esaspera, li rede facili vittime di chi mal sopporta di essere stato sostituito dai fautori del nuovo ordine politico. Nella miseria che avvilisce le plebi, nel risentimento di coloro che sono tenuti in disparte dalla vita del proprio paese (3), nella incomprensione del potere costituito e dei suoi rappresentanti in provincia si sprigionano le prime scintille di quel brigantaggio che sconvolgerà, per circa un decennio, le piccole comunità della Basilicata (1).”. Le differenze economiche, sociali e culturali ereditate dal passato ostacolavano la costruzione di uno Stato unitario. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 53-54, in proposito scriveva che: “12) Dopo l’annessione delle provincie meridionali al Piemonte e la proclamazione del Regno d’Italia, si notano in Basilicata fermenti di malcontento che destano viva preoccupazione. Questa, infatti, appare manifesta in alcuni scritti del tempo: Raffaele Rogges (8), Francesco Giambrocono (9), Rocco Brienza (10) e Pasquale Ciccotti (11), in discorsi e scritti di occasione, si soffermano sulle condizioni politiche in cui versa la provincia ed esortano tutta la popolazione ad essere unita intorno alla nuova monarchia (1). Nonostante i tentativi diretti a far convergere la popolazione lucana verso il nuovo ordine di cose, l’ordinamento economico e politico imposto dal Piemonte provoca un profondo malcontento in ogni stato della popolazione la quale, ancora incerta, segue quanto avviene in provincia ad opera del ceto contadino che, dopo aver tentato l’occupazione delle terre, manifesta la propria opposizione al nuovo ordine di cose in atti di brigantaggio che vengono promossi e protetti da coloro che sono rimasti fedeli ai Borboni, dai militari sbandati e dalla ricca borghesia terriera insoddisfatta dalla politica fiscale piemontese (2). Ad accrescere questo malcontento ancora latente, sono le condizioni generali della regione e la indifferenza delle autorità costituite di fronte ai bisogni della provincia: uomini che, per l’attività svolta in seno al movimento liberale rappresentano la parte migliore della borghesia lucana, insistono perché il potere centrale provveda ai più elementari bisogni della regione (3). Ogni loro richiesta, però, rimane inascoltata: le proposte, le ozioni, i voti non vengono presi in considerazione (4) ed a questo atteggiamento del potere centrale, si aggiunge quello dei nuovi funzionari governativi. Costoro assumono infatti, atteggiamenti autoritari che irritano la classe dirigentte (5) ed, estranei completamente all’ambiente, di cui non conoscono le abitudini e non comprendono neppure la lingua (6), anzicché affrontare i problemi che tormentano quelle popolazioni, sollecitano sottoscrizioni straordinarie che provino la devozione della borghesia lucana al nuovo ordinamento politico (1). Nonostante il malcontento venutosi a creare in coloro che avevano sinceramente partecipato alla insurrezione del 1860, il pericolo della reazione, i moti legittimisti svoltisi nell’aprile del 1861 (2), la spedizione di Borjes in Basilicata e la presenza delle numerose bande armate che operano nella regione, uniscono i liberali lucani nella lotta contro il brigantaggio (1) e nella reazione alla posizione assunta ufficialmente dalla Santa Sede nei confronti del nuovo Regno d’Italia (2). Ma la politica governativa, così come si manifesta in Basilicata, provoca sempre maggiori contrasti. Le autorità costituite assumono un atteggiamento inscusabile di fronte al legittimo malcontento della corrente liberale causato dalla indifferenza dei funzionari piemontesi che, preoccupati di reprimere il brigantaggio, di cui non hanno intuito le cause (3), non provvedono ai bisogni più urgenti della regione ed, amministrando la nuova provincia senza tener conto delle aspirazioni delle popolazioni lucane, spingono coloro che avevano promosso ed arginato la insurrezione del 1860 a schierarsi nel movimento di opposizione che fa capo a Giuseppe Garibaldi (1).”. Pedio, a p. 57, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Pedio, L’attività del movimento garibaldino nel biennio 1861-62 attraverso le circolari dell’Associazione dei Comitati di Provvedimento per Roma e Venezia in Rassegna Storica del Risorgimento, a. XLI (1954), pp. 507 ss.”.
IL BRIGANTAGGIO
Tommaso Pedio (…), nel suo “Relazione alla politica piemontese ed origine del brigantaggio in Basilicata (1860-61)”, ed. Lib. Riviello, 1961, a p. 5 e ssg., in proposito scriveva che: “Proni ed ossequienti alle direttive del potere centrale, le maggiori autorità della regione non provvedono a sanare quelle che sono le gravi deficienze della Basilicata alle cui popolazioni, nei primi del 1860, è stato fatto intravvedere, dalle autorità borboniche e dai liberali, la possibilità di conseguire un miglioramento materiale dai primi con il mantenimento dei Borboni sul trono di Napoli, dai secondi con la trasformazione politica del paese (1). Ma mutati gli uomini, le condizioni di questa regione rimangono, purtroppo, le stesse. La povera gente, priva di un tetto, di una capanna, di indumenti, di strumenti di lavoro, si vede ancora costretta a mendicare il pane. Oppressi da una miseria che non consente loro alcuna via di uscita, tormentati dalla fame e dalla disperazione (2), i vinti e gli oppressi guardano con un senso di odio coloro che si sono avvantaggiati degli avvenimenti politici riuscendo ad ottenere cariche, impieghi e nuovi guadagni. Questo stato di cose li sconvolge, li esaspera, li rede facili vittime di chi mal sopporta di essere stato sostituito dai fautori del nuovo ordine politico. Nella miseria che avvilisce le plebi, nel risentimento di coloro che sono tenuti in disparte dalla vita del proprio paese (3), nella incomprensione del potere costituito e dei suoi rappresentanti in provincia si sprigionano le prime scintille di quel brigantaggio che sconvolgerà, per circa un decennio, le piccole comunità della Basilicata (1). A favorire questo movimento si aggiungono anche la pusillanimità e la avidità di guadagno del ricco proprietario di terre il quale, non sentendosi protetto dai rappresentanti del potere centrale, cede al brigante, lo accoglie nelle proprie terre, lo protegge, lo favorisce, lo sfrutta (4). Odi di famiglie ed ambizioni personali, prepotenze della nuova classe dirigente che, nuova ai piaceri del comando, sfoga i propri rancori e le proprie ambizioni avvalendosi della protezione che le deriva per i suoi rapporti con i rappresentanti del nuovo regime (1); la incomprensione che la nuova classe dirigente mostra nei confronti dei miseri e degli oppressi, che nessun beneficio hanno ottenuto con la conseguita trasformazione politica; e le promesse non mantenute consentono ai nostalgici dell’antico regime, ossia alla vecchia classe dirigente ultra conservatrice, agli impiegati destituiti, al clero (2) ed ai vescovi fautori del potere temporale di servirsi della plebe per opporsi energicamente al nuovo ordine politico. E gli oppressi ascoltano questa voce, credono di poter conseguire un miglioramento materiale e, dimentichi di quella che era stata la loro esistenza prima del 1860, si illudono che una eventuale restaurazione borbonica possa loro arrecare vantaggi e benefici.”. Alfonso Maria Tufano (….) nel capitolo di storia del testo Padula prima e durante la Certosa – ecc…, Associazione Amici del Cassero, Grafiche Zaccara, Lagonegro, 1995, a pp. 22-23, in proposito scriveva che: “Tra il 1861 ed il 1871, contro i Piemontesi, così diversi per mentalità e per lingua, insorgono i briganti (ma il fenomeno fu principalmente espressione della miseria e del malcontento delle plebi rurali: “I caffoni veggono nel brigante il vindice dei torti che la società loro infligge…” dalla testimonianza resa dal generale Gavone alla commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio): oltre alla banda Cianciarulo composta da cinque – sei renitenti alla leva più manutengoli che veri briganti, a Padula e nelle vicine contrade della Basilicata opera Angelantonio Masini “Alias Cuccolo”, un bracciante nativo di Marsicovetere, ex soldato borbonico, ben presto tradito dal suo stesso popolo (dicembre 1884), terzo brigante d’importanza dopo il generale Carmine Donatelli “Crocco” di Rionero in Vulture e Giuseppe Nicola Somma di Avigliano detto “Ninno Nanco”. La storia orale ricorda che il Masini, che in verità non si macchiò di alcun assassinio ma solo di reati contro il patrimonio, era certamente temuto ma in qualche modo anche rispettato, tanto che poteva circolare liberamente insieme alla sua banda della notte del Venerdì santo per pregare ed adorare il Sepolcro e, soprattutto, aveva in pieno centro del paese rifugio, conosciuto ma inviolabile, nella cappella di S. Maria di Costantinopoli appartenente alla famiglia Romano. Etc…”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 90-91, in proposito scriveva: “Quasi tutti i Prefetti non conoscevano nè le speciali condizioni di vita dei popoli meridionali, nè conoscevano i bisogni dei popoli stessi, tenuti dal governo borbonico nella più crassa ignoranza e nella più crudele miseria ed inciviltà. Ed i detti funzionari vennero, nella Basilicata, specialmente, con false prevenzioni contro il popolo ritenuto incivile, rozzo, ignorante e superstizioso. Potenza fu deliziata dalla presenza di un Prefetto, di origine francese, che non conosceva l’italiano e indovinava a senso qualche parole della nostra lingua.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 426, in proposito scriveva che: “Dopo breve dimora del Sotto Prefetto Calandra, il quale lasciò triste fama d’avere trescato coi briganti e coi manutengoli e di aver corrotto i pubblici servizi, onde fu costretto a fuggire di soppiatto da Lagonegro, fu mandato qui in missione straordinaria il Consigliere Delegato di Prefettura Carmine Senise, il quale tanto egregiamente aveva saputo preparare e dirigere, insieme con Giacinto Albini, l’insurrezione lucana. Il Senise giunse a ristabilire nel Circondario l’ordine e la morale, tristamente conculcati, etc…”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 93, in proposito scriveva: “Ce lo spiega il dotto e illustre storico, Prof. Antonio Lucarelli, nel suo “La Puglia nel secolo XIX”…..Lasciamo immaginare che cosa potè verificarsi nello svolgimento delle operazioni elettorali per la nomina dei consiglieri!…Gli elettori (come si è già detto) designati solamente per cultura e per censo, rappresentavano il 2 % della popolazione, per giunta, nel Meridione, non preparati nell’esercizio del creduto diritto di eleggere i propri rappresentanti nei comuni e nel Parlamento….Lo storico Giulio Petroni a tal riguardo affermò (egli ne fu spettatore….): “Le ambizioni, le avidità, i perduti poteri, i ricordi passati non indugiarono a ridestarsi, aggrupparsi, scindersi in partiti, prender nomi, e si udì chiamarli borbonici, clericali, moderati, progressisti, democratici e così via via. Tutti però si agitavano, parlavano, ostentavano i loro diversi proponimenti coi tanti nomi di libertà e di Patria”…..Il Pani Rossi affermò che l’ignoranza totale del popolo portò a soprusi ed a pateggiamenti in tutti i comuni e prevalsero sempre tutti quelli che per bramosia di vendetta, insinuanti ed ingordi, si impossessarono degli Uffici comunali come beni personali.”. Lorenzo Predome (….), nel suo“I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a pp. 110-111, in proposito scriveva: “4) La destra parlamentare, come si era già detto, governò dal 1861 al 1876, rimanendo sempre intransigente nell’applicazione di tutte le leggi sardo-piemontesi delle regioni annesse, non tenendo conto della democrazia e nè tampoco delle condizioni economiche e morali di tutto il popolo meridionale.”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 57, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Pedio, L’attività del movimento garibaldino nel biennio 1861-62 attraverso le circolari dell’Associazione dei Comitati di Provvedimento per Roma e Venezia in Rassegna Storica del Risorgimento, a. XLI (1954), pp. 507 ss.”. Pedio, a p. 61, in proposito scriveva che: “Rifacendosi agli studi di Giustino Fortunato, di Leopoldo Franchetti e di Francesco Saverio Nitti, Alfredo Vita, nel soffermarsi rapidamente sulle condizioni in cui versava la Basilicata dopo il 1860, esamina il fenomeo del brigantaggio, ne rileva l’aspetto economico e sociale e pone in risalto come, spesse volte, all’origine dello schieramento della borghesia in favore o contro quel movimento non sia stato un sentimento ideologico, bensì contrasti ed odi personali esistenti in seno alla classe dirigente lucana i cui maggiori esponenti si schierarono dall’una e dall’altra parte sol per combattersi a vicenda e dare sfogo, in tal modo, a vecchi rancori che avevano, sin dalla fine del sec. XVIII, caratterizzato le fazioni locali nei divesi centri abitati della regione (5).”. Pedio, a p. 61, nella nota (5) postillava: “(5) Vita, La Basilicata in La Riforma sociale, a. XIV (1907), vol. XVII, pp. 386.”. Pedio, a p. 61, continuando il suo ragionamento scriveva: “Questo severo giudizio, che non può essere generalizzato anche se chiarisce molte situazioni ed atteggiamenti, non trova consensi tra gli studiosi lucani di storia patria, i quali finiscono per accettare i risultati cui era pervenuto Nicola Nisco che avrebbe ravvisato nel brigantaggio un movimento politico e filoborbonico di ispirazione clericale (6). ….(p. 62) Della vita svoltasi in Basilicata nel decennio 1860-70 (6) si sono recentemente interessati Francesco Nitti, il quale dalle carte di Leonardo Passarelli trae notizie sul brigantaggio materano (7), il Lasorsa, che riassume gli studi del Piani Rossi (8), e, sull’aspetto della economia agraria, molto autorevolmente Raffaele Ciasca (9). Nonostante quegli ultimi contributi, il lavoro fondamentale su questo periodo di storia lucana rimane ancora l’ottimo studio critico di Umberto Zanotti Bianco (10) il quale, nel soffermarsi sulle condizioni in cui versava la regione subito dopo il 1860, traccia le linee cui dovranno attenersi coloro che vorranno illustrare la storia della Basilicata durante il Regno d’Italia ed individuare le cause e l’origine di quel male che, conseguenza delle condizioni economiche e sociali e dei contrasti manifestatisi latenti nella regione sin dal sec. XVIII, sarà estirpato soltanto nelle sue manifestazioni esteriori di brigantaggio senza che siano, però, eliminate le cause che, sotto diverse manifestazioni, continueranno a sussistere ed a caratterizzare la vita lucana nella seconda metà del sec. XIX (11).”. Pedio, a p. 62, nella nota (10) postillava: “(10) Zanotti Bianco, Introduzione storica, in ‘La Basilicata’, Roma, Unione It. Assistenza Infanzia, 1926, pp. 5 ss.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 76, in proposito scriveva che: “Il primo segno di delusione e di una sorta di tradimento, che perpetuava l’esclusione dal potere delle masse popolari povere, fu il brigantaggio, che finì col prendere una piega reazionaria e illiberale. La repressione, la mancata distribuzione delle terre, le mancate riforme sociali, il servizio militare obbligatorio, le nuove tasse erano destinati ad aprire ulteriore frattua tra popolo e potere, anche se, questa volta, il potere era uno Stato che, in ogni caso, dava una Costituzione, apriva scuole e ospedali, e creava strade e ferrovie. E’ pur vero però che, mancando le riforme sociali, mancando la distribuzione delle terre, pur promesse, strade e ferrovie presto non servirono che ad agevolare la fuga verso altri Paesi ed altre terre, in cerca di una vita più vivibile. E fu la prima grande emigrazione.”.
Nel 23 agosto 1861, i briganti a CENTOLA
Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 231, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto un’altra compagnia, al comando del capitano Caccia, dopo aver sostenuto per oltre due mesi continue scaramucce, li raggiunse e li battè a Torchiara; il 23 agosto avvenne uno scontro di distaccamenti a Centola, mentre il giorno seguente la compagnia del capitano Romagnani cacciava da Villanova le bande che infestavano Amalfi….Sparite le più grosse bande, i briganti si suddivisero in bande più piccole, le quali stancarono le truppe, costrette senza posa ad inseguirle. Finalmente la nostra provincia fu liberata (1862) almeno per il momento da questi malviventi “velenosi serpi – come scrisse al Patella un amico – etc…”.
Nel 17 marzo 1861, la proclamazione del REGNO D’ITALIA
Da Wikipedia leggiamo che Il Regno d’Italia fu lo Stato italiano unitario proclamato il 17 marzo 1861. La proclamazione fece seguito alla seconda guerra d’indipendenza italiana (1859), combattuta dal Regno di Sardegna contro l’Impero austriaco, e alla spedizione dei Mille, con la conquista del Regno delle Due Sicilie. La proclamazione del Regno rappresentò il culmine di quel movimento culturale, politico e sociale, nonché periodo storico, detto “Risorgimento”. Ad essa seguì la terza guerra d’indipendenza italiana (1866) e l’annessione dello Stato Pontificio, con la conseguente presa di Roma (20 settembre 1870). Dal 1861 al 1946, il Regno d’Italia fu una monarchia costituzionale, basata sullo Statuto Albertino, concesso nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia ai sudditi del Regno di Sardegna, prima di abdicare l’anno successivo. Al vertice dello Stato vi era il re, il quale riassumeva in sé i tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, seppur non esercitati in maniera assoluta.[7] Tale forma di governo fu avversata dalle frange repubblicane (oltreché internazionaliste e anarchiche) e si concretizzò soprattutto in due note vicende: la fucilazione di Pietro Barsanti (da alcuni considerato il primo martire della Repubblica Italiana) e l’attentato di Giovanni Passannante (di fede anarchica). Tutti questi territori saranno annessi ufficialmente al Regno di Sardegna tramite plebisciti, ratificati dal parlamento, e pubblicati sulla gazzetta ufficiale del Regno di Sardegna n. 306 del 26 dicembre 1860. Su richiesta dalla Francia di Napoleone III, in cambio dell’aiuto militare ricevuto contro gli austriaci, il Regno di Sardegna concesse la Contea di Nizza e il Ducato di Savoia. Il 21 febbraio 1861 la nuova Camera dei deputati approvò un disegno di legge con il quale Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re d’Italia, assumendone il titolo per sé e per i suoi successori. La legge 17 marzo 1861 n. 4671, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia del 17 marzo 1861 (formalmente però una legge del Regno di Sardegna) sancì l’assunzione da parte del monarca sabaudo del titolo di re. Dal punto di vista istituzionale e giuridico assunse la struttura e le norme del Regno di Sardegna, esso fu infatti de jure una monarchia costituzionale, secondo la lettera dello Statuto Albertino del 1848. Il Re nominava il governo, che era responsabile di fronte al sovrano e non al parlamento; il re manteneva inoltre prerogative in politica estera e, per consuetudine, sceglieva i ministri militari (Guerra e Marina). Il diritto di voto era attribuito, secondo la legge elettorale piemontese del 1848, in base al censo; in questo modo gli aventi diritto al voto costituivano appena il 2% della popolazione. Le basi del nuovo regime erano quindi estremamente ristrette, conferendogli una grande fragilità. Tornando al 1861, il Regno d’Italia si configurava come una delle maggiori nazioni d’Europa, almeno a livello di popolazione e di superficie (22 milioni su una superficie di 259320 km²), ma non poteva considerarsi una grande potenza, a causa soprattutto della sua debolezza economica e politica. Le differenze economiche, sociali e culturali ereditate dal passato ostacolavano la costruzione di uno Stato unitario. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 88, in proposito scriveva: “Eletti i deputati e nominati dal Re i Senatori, si riunì il nuovo parlamento, a Torino, il 18 febbraio 1861, che approvò la Legge dichiarando re Vittorio Emanuele II di Savoia, mentre il Senato l’approvò nella seduta del 28 successivo. Per la proclamazione ufficiale del Regno d’Italia (afferma Giuseppe Massari) Cavour presentò al Senato del Regno il relativo disegno di Legge.”. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a p. 87, in proposito scriveva: “Dopo il plebiscito delle popolazioni del Napoletano (già regno delle Due Sicilie e cioè delle regioni Abruzzo, Campania, Calabria e Sicilia, liberate da Garibaldi, il Governatore di Napoli, delegato del governo Piemontese, ordinò la convocazione dei comizi elettorali per la nomina dei Deputati al I° Parlamento nazionale italiano, e nel contempo, dispose il lavoro preparatorio per le elezioni stesse, facendo compilare le liste elettorali per ogni comune. (Gli elettori che rappresentavano appena il 2 per cento della popolazione, erano stati scelti fra i cittadini per cultura, anche se modesta, e per censo). Le elezioni ebbero luogo il 27 gennaio 1861 e riuscirono eletti i seguenti deputati nel Collegio a fianco di ognuno segnato: 5) Giacinto Albini di Montemurro (Collegio di Lagonegro e Melfi) etc…”. Da Wikipedia leggiamo che il Regno d’Italia fu lo Stato italiano unitario proclamato il 17 marzo 1861. La proclamazione fece seguito alla seconda guerra d’indipendenza italiana (1859), combattuta dal Regno di Sardegna contro l’Impero austriaco, e alla spedizione dei Mille, con la conquista del Regno delle Due Sicilie. La proclamazione del Regno rappresentò il culmine di quel movimento culturale, politico e sociale, nonché periodo storico, detto “Risorgimento”. Ad essa seguì la terza guerra d’indipendenza italiana (1866) e l’annessione dello Stato Pontificio, con la conseguente presa di Roma (20 settembre 1870). Dal 1861 al 1946, il Regno d’Italia fu una monarchia costituzionale, basata sullo Statuto Albertino, concesso nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia ai sudditi del Regno di Sardegna, prima di abdicare l’anno successivo. Al vertice dello Stato vi era il re, il quale riassumeva in sé i tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, seppur non esercitati in maniera assoluta. Tale forma di governo fu avversata dalle frange repubblicane (oltreché internazionaliste e anarchiche) e si concretizzò soprattutto in due note vicende: la fucilazione di Pietro Barsanti (da alcuni considerato il primo martire della Repubblica Italiana) e l’attentato di Giovanni Passannante (di fede anarchica). Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 90-91, in proposito scriveva: “…Ufficialmente, il 17 marzo 1861, può dirsi che ebbe inizio il funzionamento del governo del nuovo stato italiano, che organizzò la conseguente nuova struttura burocratica dello Stato stesso. Furono abolite le intendenze per ogni capoluogo di provincia e sostituite con le Prefetture, i cui capi, prefetti, furono nominati dal Ministro dell’Interno di Torino, allora capitale della nuova Italia. Per la Basilicata fu costituita una sola provincia: Potenza, con quattro circondari; e cioè: Potenza, Lagonegro, Matera e Melfi. …..2) Circondario di Lagonegro, formato dai comuni di: ….Capo di ogni circondario era il Sotto-Prefetto (attualmente soppresso). Come prima applicazione della nuova disposizione, il Governo di Torino nominò i prefetti, scegliendoli fra i Generali e gli ufficiali superiori dell’esercito piemontese (parlavano costantemente il loro dialetto) e tra le persone di fiducia (sempre dell’alta Italia) che già si erano distinte nella lotta per il Risorgimento. Quasi tutti i Prefetti non conoscevano nè le speciali condizioni di vita dei popoli meridionali, nè conoscevano i bisogni dei popoli stessi, tenuti dal governo borbonico nella più crassa ignoranza e nella più crudele miseria ed inciviltà. Ed i detti funzionari vennero, nella Basilicata, specialmente, con false prevenzioni contro il popolo ritenuto incivile, rozzo, ignorante e superstizioso. Potenza fu deliziata dalla presenza di un Prefetto, di origine francese, che non conosceva l’italiano e indovinava a senso qualche parole della nostra lingua.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 426, in proposito scriveva che: “Dopo breve dimora del Sotto Prefetto Calandra, il quale lasciò triste fama d’avere trescato coi briganti e coi manutengoli e di aver corrotto i pubblici servizi, onde fu costretto a fuggire di soppiatto da Lagonegro, fu mandato qui in missione straordinaria il Consigliere Delegato di Prefettura Carmine Senise, il quale tanto egregiamente aveva saputo preparare e dirigere, insieme con Giacinto Albini, l’insurrezione lucana. Il Senise giunse a ristabilire nel Circondario l’ordine e la morale, tristamente conculcati, etc…”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 93, in proposito scriveva: “Ce lo spiega il dotto e illustre storico, Prof. Antonio Lucarelli, nel suo “La Puglia nel secolo XIX”…..Lasciamo immaginare che cosa potè verificarsi nello svolgimento delle operazioni elettorali per la nomina dei consiglieri!…Gli elettori (come si è già detto) designati solamente per cultura e per censo, rappresentavano il 2 % della popolazione, per giunta, nel Meridione, non preparati nell’esercizio del creduto diritto di eleggere i propri rappresentanti nei comuni e nel Parlamento….Lo storico Giulio Petroni a tal riguardo affermò (egli ne fu spettatore….): “Le ambizioni, le avidità, i perduti poteri, i ricordi passati non indugiarono a ridestarsi, aggrupparsi, scindersi in partiti, prender nomi, e si udì chiamarli borbonici, clericali, moderati, progressisti, democratici e così via via. Tutti però si agitavano, parlavano, ostentavano i loro diversi proponimenti coi tanti nomi di libertà e di Patria”…..Il Pani Rossi affermò che l’ignoranza totale del popolo portò a soprusi ed a pateggiamenti in tutti i comuni e prevalsero sempre tutti quelli che per bramosia di vendetta, insinuanti ed ingordi, si impossessarono degli Uffici comunali come beni personali.”. Lorenzo Predome (….), nel suo“I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a pp. 110-111, in proposito scriveva: “4) La destra parlamentare, come si era già detto, governò dal 1861 al 1876, rimanendo sempre intransigente nell’applicazione di tutte le leggi sardo-piemontesi delle regioni annesse, non tenendo conto della democrazia e nè tampoco delle condizioni economiche e morali di tutto il popolo meridionale.”.

Nel 1861, SAPRI, Comune del Regno d’Italia
Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1924, durante il Regno d’Italia ha fatto parte del mandamento di Vibonati, nel 1924 il mandamento fu trasferito a Sapri fino al 1927 anno della sua soppressione appartenente al Circondario di Sala Consilina. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 92, in proposito scriveva: “2) Le costituite amministrazioni comunali. E per i Comuni cosa fu deciso? Dopo aver provveduto alla disciplina e alla riorganizzazione delle provincie, si dispose la formazione del Consiglio Comunale di ogni singolo paese. Come fu fatto per la scelta dei deputati, così venne eseguito per quella dei componenti del Consiglio di ciascun comune. La data delle elezione era fissata dal Prefetto della Provincia, previa autorizzazione del Ministero dell’Interno. Alla votazione partecipavano gli elettori residenti nel comune che erano già segnati nelle apposite liste e per la cultura e per il censo. Nel seno del Consiglio veniva scelto il Sindaco con i componenti la giunta comunale, che coadiuvava il Sindaco nell’amministrazione. La scelta del Sindaco veniva fatta dal Re per quei comuni con popolazione inferiore a 4.000 abitanti. Per quelli superiori a tale numero provvedeva ciascun consiglio comunale, scegliendo tra i suoi componenti stessi.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 94, in proposito scriveva: “Il Pani Rossi affermò che l’ignoranza totale del popolo portò a soprusi ed a pateggiamenti in tutti i comuni e prevalsero sempre tutti quelli che per bramosia di vendetta, insinuanti ed ingordi, si impossessarono degli Uffici comunali come beni personali.”.
Nel 1861, Sapri, i GALLOTTI e Giovanni NICOTERA
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”.Dunque, il sacerdote Luigi Tancredi scriveva che don FILOMENO GALLOTTI fu il 16° Sindaco del Comune di Sapri (SA) e lo divenne nel 1880. Secondo il Policicchio, invece, la carica di Sindaco l’assunse nel 1878 fino al 1905. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Su Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri troviamo una notizia interessante nel testo di Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, parlando di Giovanni Nicotera, uno dei principali protagosti della vita politica della Provincia di Salerno, in proposito scrivevano: “….perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, riferendosi al figlio del barone don Giovanni, RAFFAELE GALLOTTI, in proposito scriveva che: “Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Dunque, Policicchio scriveva che da alcuni familiari della famiglia Gallotti (mi domando quali, visto che, oggi, dopo la morte di don Filomeno e dell’ultima sua moglie, VINCENZA RECCHIA, non erano più in vita), “la stessa godeva” (forse qui vi è un evidente errore perche Policicchio ci parla di Raffaele e quindi si riferisce alla sua vedova ?), “di una pensione a lei assegnata”. Policicchio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque Policicchio scriveva che don FILOMENO GALLOTTI: “..rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221, in proposito scriveva che: “A questo punto del lavoro, per completezza, pare doveroso, allontanandoci del periodo di nostro interesse, come si è fatto per la famiglia Gallotti, dire della famiglia Peluso (62).”. Policicchio, a p. 221, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di ilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”.
Nel 4 febbraio 1861, Francesco Antonio PELUSO, brigadiere dell’Ufficio Doganale (Fondaco de’ Dazj indiretti) di Capitello
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 219, in proposito scriveva che: “I “Municipisti” di Sapri, al Governatore, esposero: “che con scandalo, e meraviglia osservano che uno ancora di coloro che furono i carnefici del fu Deputato Carducci, cioè il Brigatiere dei Dazj Indiretti Francesco Antonio Peluso che trovasi fin dalla sua ammissione da circa dieci anni posto in questa dogana, che colle sue estorsioni complimentava i suoi parenti in Napoli D. Salomone e D. Moisè Peluso; che non ha mai prestato servizio avendo dormito in sua casa. In tutta la permanenza che qui fecero i Garibaldini più di giorni 40 fu latitante. Ora va spargendo voce che Francesco 2° deve tornare che egli colla forza venne obbligato fare la votazione mentre la sua intenzione era quella del no. Ed intanto costui non ostante vedesi nello impiego, ma anche fisso nel posto di Sapri avendo figurato nei passati tempi, e continua in simile riprevovevole condotta in epoca di sospirato risorgimento e di benessere protetto nelle sue scelleratezze. In punto in sua casa la Guardia Nazionale di Sala vi fa una visita domiciliare, ed egli è in fuga vi replichiamo ch’è la pietra di scandalo, almeno che venchi campiato fuori controllo. Una simile se ne diretta al Direttore.”. L’interessato, il 4 febbraio 1861, rivolgendosi alla stessa autorità cui si erano rivolti i sapresi, così giustificò: “Francescantonio Peluso del Comune di Sapri da molti anni trovasi in servizio in qualità di Brigatiere in questo Fondaco dei Dazi indiretti di Capitello. Il medesimo sarebbe appartenuto in legame di parentela a quegli altri Peluso etc…”. Della questione il Governatore ne interessò il sottoposto di Sala che, esperite le indagini, il 16 marzo 1861 rispose: “La supplica del Brigatiere de’ D. I. Francescantonio Peluso dimorante in Sapri, (….) con la quale lo stesso vorrebbe rimanere nella Dogana ove rattrovasi etc…”. Policicchio, a p. 221, nella nota (61) postillava: “(61) ASS, Governatorato, b. 15, f. 706.”.
Nel …………, 1861, a Sapri, Tommaso EBOLI
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 200, in proposito scriveva che: “Sul conto del Torre risultò un precedente: un danno volontario di tre ducati in pregiudizio di D. Tommaso Eboli di Sapri; nulla sul conto di Michele Fusco. Il giudice Francesco Saverio Cajazzo, per affetto della sovrana indulgenza del 17 febbraio 1861, dichiarò abolita l’azione penale del procedimento (11). Da Tommaso Eboli, nel 1818, il Comune di Sapri comprò il terreno su cui venne realizzato, nei pressi dell’odierna Trovatella, il primo camposanto del paese, poi dismesso dopo essere stato interessato da una frana. Egli, insieme ai figli Gaetano, Giuseppe e Domenico, era inserito nella terza classe degli attendibili politici perchè “nel 1848 aderirono alla corrente liberale senza eccedenza e senza decisa volontà”. Un altro figlio, Vincenzo, era incluso, invece, nella seconda classe degli attendibili: “nel 1848 spargeva notizie allarmanti ed esultava nel progresso del liberalismo”. Tommaso, anche a nome dei figli, chiese la cancellazione dalle “abominevoli liste” e, assicurando d’essere sempre stato attaccato al Re, così motivò la richiesta: “….quando l’Augusta persona del Sovrano si recò in Sapri, che spontaneamente gli esponenti, con i loro travagliatori, appianarono l’alpestre strada che da Sapri mena a Torraca (12) per dove S. M. passò e gli esponenti erano contenti per il solo bene di aver prestato a Lei.”. Le informazioni assunte sul conto della famiglia Eboli, facendo restare incompleto il carteggio, furono più lunghe e complicate del solito perché il Sottintendente si dovette rivolgere ai Giudici di Vibonati e Sanza in quanto la loro dimora era in ambo i Circondari (13). Avevano spostato i loro interessi economici a Sanza, dove vive ancora oggi la discendenza (14).”. Policicchio, a p. 200, nella nota (11) postillava: “(11) Testimonianza di D. Emmanuele Gaetani fu Vincenzomaria, di anni 75, proprietario di Torraca.”. Policicchio, a p. 200, nella nota (12) postillava: “(12) Il Re, prima di andare a Torraca, il 28 settembre 1852, fece sosta a Sapri per visitare il sacerdote, moribondo, Vincenzo Peluso, per i servigi resi durante i rivolgimenti del 1848 conclusisi con la morte di Costabile Carducci.”.
Nel 18 marzo 1861, a Sapri sbarcarono truppe garibaldine arrivate da Paola
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 161, in proposito scriveva pure: “Il Sindaco di S. Giovanni a Piro dovette somministrare al Colonnello Oriano Temes e al suo seguito, sei vetture per recarsi a Vallo. Del che ne fu rilasciato relativo “bono” di undici ducati e 40 grana (22). Nel medesimo Comune si presentarono il primo sergente dei carabinieri Salvatore Amispergh; Nicola Santoro, terzo sergente, Gaetano Curcio ed Eduardo Biscaglia caporali, tutti dello stesso corpo, i quali dichirarono che: “…partivano da Paola il giorno 18 corrente mese di marzo (1861) alle ore 23 imbarcati sul vapore denominato Torrente come conduttori di sessanta soldati sbandati…etc…(23).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (23) postillava: “(23) ACSGP, Registro raccolta delibere Decurionali anni 1861-1871, delibera del 20.3.1861, p. 185v.”. Policicchio, a p. 161, in proposito scriveva pure: “E siccome le spese straordinarie assorbite dalle truppe insurrezionali sostenute dal Comune ammontano a oltre 300 ducati, per l’importo dei detti 24 ducati il cassiere dovette ricorrere ad un prestito. Per tale motivo: “è inabilitato a poter fra fronte ad altri pagamenti e deve ricusare qualunque mandato”(24).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (24) postillava: “(24) Ivi, delibera del 5 Aprile e 3 maggio 1861, pp. 187-188v.”.
Nell’aprile 1861, a Camerota arrivò Ambrogio BIELLA di Milano, garibaldino e orologiaio
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 157, in proposito scriveva pure: “Nei primi giorni d’aprile 1861 ancora vi erano residui dell’Esercito Meridionale. A Camerota vi giunse un garibaldino di nome Ambrogio Biella di Milano, di professione orologiaio. Trovato il posto incantevole e libero dall’ormai sciolto Esercito garibaldino, vi rimase ad esercitare la sua arte. Ma il 14 aprile ebbe una rissa con alcuni della Gurdia Nazionale del luogo, riportò una ferita che dai medici fu giudicata mortale. Il milite era privo di mezzi e dal Comune venne aiutato per non farlo morire facendogli somministrare tutto ciò che gli veniva prescritto dai medici. Etc..”. Policicchio, a p. 157, nella nota (15) postillava: “(15) ASS., Governatorato, b. 4 f. 118”.
Nel 1861, la SINISTRA STORICA, DEMOCRATICI E REPUBBLICANI in Provincia di Salerno
Alfredo Capone (….), nel capitolo “I. La Sinistra meridionale e i problemi del paese (1860-1865)”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 41 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra gli uomini che si trovarono a Napoli nei turbinosi mesi immediatamente successivi all’unificazione del Mezzogiorno, non furono pochi, come è noto, coloro che si provarono a dare un’analisi della complessa situazione politico-sociale dell’ex-Regno, e che credettero di individuare in questo o quel fatto storico o di costume, la causa prima di disgregamento meridionale. Le analisi più diffuse, ma anche le meno profonde, facevano per lo più riferimento alla complessiva arretratezza politica e civile della società meridionale, e delle sue classi dirigenti, come frutto del malgoverno e del dispotismo borbonico. Ma non mancarono coloro che spinsero il loro sguardo al di là della superficie e cercarono nelle vicende delle classi sociali la chiave per spiegare unitariamente la storia recente del Mezzogiorno. Ad esempio, abbastanza acutamente, uno scrittore del partito d’azione, in un articolo sul ‘Popolo d’Italia’ dal titolo “Popolani e borghesi di Napoli”, del gennaio 1861, poneva l’accento sulle vicende della borghesia meridionale: ne denunciava la arretratezza, ma soprattutto – ciò che è più interessante – ne sottolineava la ristrettezza, come classe sociale, il che dava ad essa un carattere di frammentarietà, sia sul piano degli atteggiamenti politici che dei concreti interessi economici (1). Dietro questo concetto di frammentarietà non c’è dubbio che si debba scorgere la divisione tra grossa e piccola borghesia terriera.”. Capone, a p. 41, nella nota (1) postillava: “(1) “Il Popolo d’Italia”, 14 gennaio 1861; sul giornale democratico, in questi mesi, cfr. il severo giudizio di E. Passerin d’Entrévers: “etc…”, in ‘L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956, p. 140.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo Quarto “La polemica su Sapri”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dal primo momento del suo ritorno dalla fallita spedizione nello Stato Pontificio, prima a Palermo e poi a Napoli, Nicotera si presentò all’opinione pubblica come l’uomo di fiducia del Mazzini (1), l’erede e il vindice dello spirito pisacaniano, e al tempo stesso l’accusatore violento di quei membri del Comitato napoletano che, secondo lui, sarebbero venuti meno agli impegni presi e avrebbero provocato il fallimento della spedizione di Sapri. Tale decisa presa di posizione di Nicotera ebbe naturalmente l’effetto di gettare scompiglio nelle file del partito democratico napoletano che, oltre alla delusione per la sconfitta politica, si vedeva così ricoprire di discredito.”. Capone, a p. 81, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. G. Mazzini a Carlo Lodi, novembre 1860, in S.E.I., vol. LXX, Epistolario, vol. XLI, Imola, 1935, pag. 211: “Nicotera, del resto, rimane mio incaricato a Napoli”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 159, in proposito scriveva: “…, nell’ambito della Sinistra cominciavano a distinguersi due correnti, quella del rinnovato partito di Azione formato dagli uomini legati a Garibaldi e a Mazzini, e quella dei deputati, in prevalenza meridionali, che tendevano a porre in primo piano i problemi economico-amministrativi dell’unificazione. Tra questi diversi orientamenti non si trovò un’intesa; meglio sarebbe a dire che non la si cercò proprio, perchè non si avvertì chiaramente la divergenza esistente tra le due correnti, le cui istanze si accavallavano disordinatamente. Senza un piano d’azione, senza intese preventive, la Sinistra non ebbe nel Parlamento una linea di condotta precisa, né riuscì a mettere in difficoltà il governo, che seppe mantenere l’iniziativa. La Sinistra fu battuta innanzitutto nelle discussioni che potremmo dire preliminari, in cui non riuscì a far prevalere il principio dell’origine rivoluzionaria del nuovo Stato.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “In una di queste “valli” ad esempio, dopo il ’60, ebbe vita e si sviluppò un altro ‘mito’ di Sapri; non quello ‘aureo’, legato a Pisacane, proiettato verso un futuro socialmente più giusto; ma un ‘mito’, per dir così, di stagno, immediato – legato all’eroe di Sapri’, a Giovanni Nicotera – che fu quasi una deformazione e una caricatura dell’altro. Questo mito, tanto minore, suggeriva non una rivoluzione sociale, ma una rivoluzione ‘meridionale’, confusa, velleitaria e ambiguamente polivalente…..Dietro Nicotera c’era, infatti, una gran parte della democrazia meridionale, tanto che, ad un certo momento, l’uomo e il partito si identificarono; e le ambiguità dell’uno, necessariamente, rimandano ai disorientamenti dell’altro. Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. Capone, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 102, in proposito scriveva che: “Il costume assai basso della vita amministrativa, nella provincia di Salerno, come in altre del Mezzogiorno (8), si intrecciava strettamente con un altro fattore di maggior rilievo, che era la diffusa opposizione dell’opinione pubblica al governo moderato (9). Una opposizione che aveva le sue radici lontano, nel fatto cioè che sul Salernitano, come in tutto il Mezzogiorno, dopo il ’48, il movimento anti-borbonico, dopo l’esilio dei leaders moderati, aveva fatto perno soprattutto sulla piccola borghesia provinciale, che non aveva veri motivi per identificare i suoi interessi e le sue antiche aspirazioni – divisione dei demani comunali, divisione del latifondo ecclesiastico, ecc.. – con quelli del lontano Stato piemontese (10). Quindi il patriottismo locale si era sviluppato, negli anni precedenti l’unità, sotto il segno di un diffuso radicalismo che, se aveva un contenuto economico abbastanza concreto, sul piano dottrinario ondeggiava sotto la spinta di varie suggestioni ideologiche, sopravvivenze di carbonarismo, pisacanismo, mazzinianesimo, accolti, talora, senza una precisa consapevolezza politica, ma in ogni caso assai lontane dagli ideali moderati (11).”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’attività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867). Dopo la presa di Roma (1870), la fittizia unità del partito si sciolse, e gli elementi più moderati confluirono e formarono quella sinistra parlamentare che doveva salire, con de Pretis, al potere nel 1876. Onofrio Pacelli fu seguace di quel partito e repubblicano. Nel 1866 si arruolò tra i “Cacciatori delle Alpi” e partecipò alla vittoriosa campagna di Garibaldi, nel Trentino, contro gli Austriaci. Il modello politico, perlomeno negli anni successivi al 1860, fu rappresentato da Giovanni Nicotera, che, come ho detto, divenne suo amico personale. Di un pregevole studio di Alfredo Capone (29) cito i passi seguenti: “….Questa eredità romantica, (quella di contrapporre Garibaldi a Cavour) che i moderati meridionali avevano bruciato durante un decennio di discepolato cavouriano, continuava a vivere intatta, nel ’60 in molti democratici meridionali, e, più che in ogni altro, in Giovanni Nicotera…A Napoli, è vero, era Mazzini ad ispirare più d’ogni altro il ‘Popolo d’Italia (30)…Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 111, in proposito scriveva: “La destra parlamentare, come si è già detto, governò dal 1861 al 1876, rimanendo sempre intransigente nell’applicazione di tutte le leggi sardo-piemontesi delle regioni annesse, non tenendo conto della democrazia e nè tampoco delle condizioni economiche e morali di tutto il popolo meridionale. Con l’avvento della sinistra, ormai consolidata dal propagarsi del Socialismo, fu formato il Governo il 20 marzo 1876 – con la presidenza dell’On. Agostino Depretis e con i ministri: on. Giovanni Nicotera, patriota calabrese. Nel decennio del Governo di sinistra al potere si ebbero alcune leggi che agevolarono le condizioni degli operai specialmente etc…”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a pp. 39-40, in proposito scriveva che: “Ricerca, che darebbe anche frutti e novità di risultati, sarebbe quella di esaminare un pò da vicino la formazione, i precedenti, gli interessi, i legami con la terra, del gruppo cattolico, a mezza strada tra il borbonismo e l’autoritarismo, non limitandosi solo alle consuete e già note personalità di spicco (Savarese, Dragonetti, Cenni (37) e simili) così amorosamente studiati dall’Anzilotti, ma alla folla di ‘minori’ che saranno destinati ad avere notevole ‘peso’, e do a questa parola il senso letterale, nella vita del Mezzogiorno italiano. Uomini di destra che, poichè, per la ben nota situazione, non fu possibile dar vita in Italia ad un movimento cattolico-conservatore, aumentarono le file della sinistra meridionale, e, intorno a Nicotera, ne costituirono il nerbo, dando l’avvio con le elezioni del 1865 e del 1874, e con la rivoluzione parlamentare del ’76, a tutta una nuova fase della vita italiana. Ed erano uomini, questi ex-borbonici, cattolici-conservatori mascherati di sinistra, che, a differenza dei liberali di destra, mossi – e fu il loro limite – unicamente da ragioni ideali, portavano nella vita pubblica mentalità e sistemi che sembravano più moderni, anche se non erano assai spesso che la rispolveratura del vecchio paternalismo di tipo borbonico, ma comunque erano legati a problemi concreti e avevano ben diversi agganci con la situazione regionale e locale.”. Moscati, a p. 40, nella nota (37) postillava: “(37) Cfr. E. Passerin D’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 159, in proposito scriveva: “…, nell’ambito della Sinistra cominciavano a distinguersi due correnti, quella del rinnovato partito di Azione formato dagli uomini legati a Garibaldi e a Mazzini, e quella dei deputati, in prevalenza meridionali, che tendevano a porre in primo piano i problemi economico-amministrativi dell’unificazione. Tra questi diversi orientamenti non si trovò un’intesa; meglio sarebbe a dire che non la si cercò proprio, perchè non si avvertì chiaramente la divergenza esistente tra le due correnti, le cui istanze si accavallavano disordinatamente. Senza un piano d’azione, senza intese preventive, la Sinistra non ebbe nel Parlamento una linea di condotta precisa, né riuscì a mettere in difficoltà il governo, che seppe mantenere l’iniziativa. La Sinistra fu battuta innanzitutto nelle discussioni che potremmo dire preliminari, in cui non riuscì a far prevalere il principio dell’origine rivoluzionaria del nuovo Stato.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo Quarto “La polemica su Sapri”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dal primo momento del suo ritorno dalla fallita spedizione nello Stato Pontificio, prima a Palermo e poi a Napoli, Nicotera si presentò all’opinione pubblica come l’uomo di fiducia del Mazzini (1), l’erede e il vindice dello spirito pisacaniano, e al tempo stesso l’accusatore violento di quei membri del Comitato napoletano che, secondo lui, sarebbero venuti meno agli impegni presi e avrebbero provocato il fallimento della spedizione di Sapri. Tale decisa presa di posizione di Nicotera ebbe naturalmente l’effetto di gettare scompiglio nelle file del partito democratico napoletano che, oltre alla delusione per la sconfitta politica, si vedeva così ricoprire di discredito.”. Capone, a p. 81, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. G. Mazzini a Carlo Lodi, novembre 1860, in S.E.I., vol. LXX, Epistolario, vol. XLI, Imola, 1935, pag. 211: “Nicotera, del resto, rimane mio incaricato a Napoli”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Etc…”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a pp. 76-77 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma la realtà era tutta diversa da come Mazzini aveva sperato. Nicotera infatti si trovò di fronte l’ordine preciso di frazionare le truppe dei volontari che sarebbero partiti in convogli successivi per la Sicilia (61).”. Capone, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 454-455, in proposito scriveva che: “E non c’era, per di più, attorno a Garibaldi quella gente che aveva ideee notoriamente repubblicane ? E’ vero che tutti quanti affermavano che, pur di fare l’Italia, a quelle ideee avevan rinunciato, ma questa loro affermazione meritava fede ? Sono proprio leali come Garibaldi, Bertani e Mazzini, Nicotera e Carlo Cattaneo e tanti altri, fra cui lo stesso Crispi, quando sventolano la bandiera “Italia e Vittorio Emanuele!” ?”…. Intanto, il Pianciani, il Nicotera sulle bandiere della loro spedizione quello scudo non ce l’avevan neanche messo. Si deve riconoscere che per costoro Cavour aveva piena ragione di diffidare. Etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 341, in proposito scriveva che: “Il solo capo repubblicano attivo in Sicilia era stato Nicotera, il quale venne privato del comando proprio per tale motivo.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892).”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Mario Vinciguerra (…), nel suo “I partiti italiani dal 1848 al 1955”, a p. 57, in proposito scriveva che: “…..si mosse la politica interna italiana nel periodo 1861-’76, ed a causa di ciò questo periodo assistette alla graduale dissoluzione della maggioranza cavouriana uscita dalle elezioni del 1861. Questa maggioranza personale, anche dagli storici, perpetuando l’equivoco, si è continuata a chiamare con nomi allora in uso di sedtra (dopo il 1876 “destra storica”. un rispettoso atto di morte), oppure di “conservatori” o di “liberali”- in contrapposto ai “progressisti” o “democratici” della sinistra – ; ma è chiaro che questo oscillare incerto di nomi era sintomo di interiore mancanza di omogeneità; del convivere di idee e fini diversi, e talora discordi.. E, in realtà, che cosa poteva significare la denominazione di destra per un partito che aveva combattuto ad arma corta contro l’autentica destra del parlamento subalpino, ed anche ultimamente aveva fatto una specie di giuramento nelle mani di Cavour che Roma doveva diventare capitale del Regno d’Italia e cessare di esserlo dello Stato del Papa? Quali pensieri, quali sentimenti della parte di destra del paese poteva illudersi di rappresentare? E ce cosa poteva significare la denominazione si “conservatori” per un partito che, per mezzo della Società nazionale (v. cap. VII), dal 1856 al 1860, era entrato in rapporti con Garibaldi, etc…”. Alfonso Conte (….), nel suo “Immagini e simboli dell’epopea unitaria a Salerno”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, dove, a p. 86, parlando di Nicotera scriveva: “Anche con l’avvento della Sinistra storica al governo, la situazione resta la stessa; anzi, per molti aspetti, l’atteggiamento disinvolto di molti suoi esponenti provoca rimpianti e delusioni. A Salerno, in particolare, lo “scandaloso processo” del 1877, che vede protagonista Nicotera, “fatti segno di atroci sospetti per la parte avuta nella spedizione di Pisacane”, si conclude “con la condanna degli ingiusti accusatori, ma anche con l’ombra che sempre lasciano queste cose”(79). Messi a disagio dalle diffidenze e pressati dai problemi quotidiani, sia gli uomini plitici sia gli amministratori locali sembrano definitivamente rinunciare al compito, svolto per un breve periodo, di celebrare l’unità nazionale al fine di coinvolgere i ceti popolari.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 591-592, in proposito scriveva che: “Ma la Sinistra aveva troppo promesso per poter tutto mantenere; d’altra parte i prodigi per accontentare Garibaldi neppur essa poteva farli; talchè non correranno molti mesi che il principale suo paladino ne sarà divenuto il principale avversario. Eccolo quindi nel 1879 piombare di nuovo come folgore a Roma, destandovi le consuete alternative d’inquietudine e d’entusiasmo, e predicando a tutti, dal Re che lo visitava pel primo in sua casa, al più modesto giornalista e al più umile operaio, la necessità di disfarsi dell’uomo fatale, e l’uomo fatale era per lui il Depretis; di riconciliare tutte le frazioni discordi della Sinistra, cementandone con un Ministero che ne comprendesse le sommità più pure l’auspicata concordia (1); di affrettar soprattutto l’adempimento delle fatte promesse, che per Garibaldi non ammettevano indugi e non conoscevano confine. Etc…”.

Nel 1861, il “mito” di Sapri, le polemiche e le accuse di Giovanni NICOTERA
Giovanni Di Capua (….), nel suo “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) d………………”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Luci e ombre nel processo per la Spedizione di Sapri”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 291, riferendosi a Giovanni Nicotera, in proposito scriveva che: “Anche in questo costituto tenne parola delle trame dei Murattiani, ma sempre tacendo i nomi di coloro che vivono nell’interno del regno. Confermò poi i diversi proclami da lui sotoscritti, sebbene gli sarebbe stato facile negarli a causa della ferita alla mano dritta che gl’impediva di scrivere, e quindi fare il confronto del carattere, come pure la missione che si era dato appena giunto a Sapri di arrestare e fucilare il capourbano Peluso, che è precisamente quello che assassinò l’infelice Carducci. In una parola, dai suoi costituti nulla rilevasi che possa menomamente far male, né agli uomini del suo partito, né al suo principio politico, né infine agli stessi Murattiani che sono nel Regno.”. Cassese, a p. 272 si chiedeva: “…quale fu l’atteggiamento di Nicotera durante il processo di Salerno e in che misura egli contribuì, per motivi di carattere soggettivo ed ideologico, alla formazione di quella spessa incrostazione di equivoci che ancora oggi fa apparire poco chiare certe linee di quel grande avvenimento?…..(p. 273) A redere più concitato ed enigmatico lo svolgimento del processo contribuì in misura esorbitante Giovanni Nicotera, che dopo la morte di Carlo Pisacane e di Giovanbattista Falcone, era rimasto il padrone incontrastato della scena, l’attore che sa di svolgere un ruolo di grande impegno in tutta l’azione drammatica. Figura sconcertante quella di Nicotera, figura apparentemente complessa, contraddittoria fino all’esasperazione, e perciò tra le più discusse e criticate, nella vita privata e in quella di uomo politico, patriota, cittadino, ministro. Il suo temperamento essenzialmente teatrale, la sua indole impulsiva, che lo spinse talvolta a gesti inconsulti, il suo esagerato amor proprio che lo portava a ritenersi infallibile, la paura quasi infantile di essere mal giudicato e di non far bella figura, che esasperava la sua suscettibilità: etc…(p. 277) Giovanni Nicotera, a sua volta, si scagliava dal carcere contro la “indifferenza” di Salerno che definiva “ingeneroso e corrottisimo paese” (poco dopo, però, secondo il suo solito mutò parere), senza rendersi conto che i tempi erano ormai mutati e che l’impresa di Sapri aveva segnato il limite ultimo della crisi del mazzinianesimo. Ma Nicotera non era un uomo tanto riflessivo da meditare sulle cause profonde del fallimento della spedizione; Nicotera, irascibile ed impulsivo, s’intestardì nel credere fermamente che la spedizione aveva avuto esito infelice perché vi era stato chi aveva tradito la causa per fiacchezza d’animo, per leggerezza, per incapacità e per paura. Per lui Fanelli, Dragoni, Pateras, cioè i capi del Comitato napoletano, si erano resi colpevoli di tradimento; avevano tradito etc…”. Cassese, a p. 279 racconta l’episodio accaduto con il duello con Petruccelli della Gattina. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva pure: “Pur nell’esplicito riconoscimento della grandezza morale del sacrificio di Pisacane, la critica al partito mazziniano, come vede, è fatta apertamente. La reazione quindi fu immediata: Mazzini stesso e Nicotera, in due lettere inviate al “Popolo d’Italia”, rigettarono ogni colpa del fallimento della Spedizione sui componenti del Comitato napoletano. Ma in difesa di questi insorse subito Nicola Fabrizi, che con Fanelli e Dragone era stato in stretti rapporti epistolari con Malta etc…”. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva che: “Quello contro cui si appuntò maggiormente l’ira di Nicotera fu il povero Fanelli. In quello stesso anno, 1864, incontrandosi con lui per le vie di Napoli, lo aggredì insultandolo con l’epiteto di traditore. La conseguenza fu una sfida a duello, che non ebbe luogo per intercessione di amici comuni…, ma poco dopo Nicotera, con la stessa impulsività con cui l’aveva aggredito, si riconciliò con lui e volle poi nel 1871 presentarlo lui stesso agli elettori di un collegio del salernitano, quello di Torchiara, dove fu eletto in competizione col barone Francesco Antonio Mazziotti. L’anno successivo fu la volta di Diego Tajani. Questi, come si sa, fu il difensore di Nicotera al processo di Salerno e riscosse lodi e ringraziamenti per la difesa che fece di lui e degli altri imputati. Ma Nicotera, tuttavia, serbava contro il Tajani un sordo rancore, che esplose in un attacco violento sul “Popolo d’Italia”, dove egli stesso accusò colui che lo aveva difeso con perizia e coraggio, di essere stato murattista, di essere stato pavido etc…(p. 283) Subito dopo aver assunto la carica di Ministro dell’Interno, Nicotera fu fatto segno ad un attacco giornalistico di particolare violenza. La “Gazzetta d’Italia” di Firenze, nel n. 307 del 1° novembre ’76, pubblicò un articolo intitolato ‘L’eroe di Sapri. Autobiografia di Giovanni Nicotera’, in cui veniva raccontata la partecipazione di Nicotera alla Spedizione e, in base ad alcuni interrogatori, veniva descritto il suo atteggiamento durante il processo di Salerno etc…..”, il 2 Novembre il il giornale fu sequestrato ed il giornalista Sebastiano Visconti fu messo sotto processo. Forse l’assenza di documenti attestanti l’opera di alcuni in quel periodo storico (ad esempio, al Comune di Sapri, mancano le Delibere Decurionali di quegli anni – il Libro esistente arriva fino al 1844), potrebbe trovare riscontro in cio che Leopoldo Cassese, a p. 285 riscontrava quando scrive: “E’ passato un secolo dal processo per la spedizione di Sapri, e la storia, col sussidio dei documenti – primissimi quelli pubblicati nel 1877 da Luigi De Monte nella sua ‘Cronaca del Comitato Segreto di Napoli’ – ha dato in gran parte ragione a Francesco Spirito. Il quale, ad esempio, a Firenze denunziò coraggiosamente che il barone Nicotera, ministro dell’Interno, aveva arbitrariamente richiamato presso di sé quei documenti del processo che erano stati richiesti dal Tribunale di Firenze. Questa accusa parve allora offensiva ed infondata, ma ora noi possiamo affermare che era esatta: il Ministro dell’Interno, in dispregio dei regolamenti archivistici e della correttezza politica, volle esaminare, prima che fossero trasmessi a Firenze, tutti gli atti processuali di Salerno e tutti quegli altri del Ministero di grazia e giustizia conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che furono chiesti con dispaccio telegrafico (14).”. Cassese, a p. 287, riferendosi al primo interrogatorio del 2 luglio 1857 che il Nicotera subì subito dopo l’eccidio di Sanza, in proposito scriveva pure che: “In questo interrogatorio Nicotera, dopo avere enfaticamente parlato della sua partecipazione ai moti del ’48 e agli avvenimenti della Repubblica Romana, disse tutto quello che sapeva della preparazione della Spedizione, dell’esistenza di un Comitato a Napoli, dei rapporti di Pisacane con i suoi componenti, dell’andata dello stesso Pisacane colà per assicurarsi dell’organizzazione nella capitale e nelle provincie, riconobbe tutti i documenti che gli furono esibiti e soprattutto si diffuse nel dare notizie circostanziate sul partito murattista e sulle sue mene in Napoli, rivelando i nomi dei suoi più attivi componenti. Diede poi i precisi connotati dei du giovani di Padula, i fratelli Santelmo, per consiglio dei quali la colonna dei rivoltosi si era diretta in quella cittadina….La descrizione dei due giovani di Padula portò all’arresto dei fratelli Santelmo, i quali il 13 agosto furono messi a confronto con Nicotera, ma costui, già pentito di aver detto troppo, finse di non riconoscerli. Tre anni dopo, come abbiamo visto, accusò uno dei due fratelli di tradimento.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Aspetti della vita intellettuale a Salerno dopo il 1860 e gli studi intorno al Risorgimento”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Ma, d’altra parte, i tempi non volgevano ancora propizi per iniziare una esatta valutazione degli avvenimenti, perchè erano ancora vivi molti uomini che vi hanno partecipato; era ancora vivo Giovanni Nicotera il quale riuscì a monopolizzare nella sua persona tutto il patriottismo salernitano, e a dominare, quasi incontrastato, la provincia come rappresentante politico del capoluogo dal 1861 alla morte, suscitando qui come in tutta la nazione, rancori profondi ed aspre polemiche a causa del suo temperamento dispotico e settario.”. Su Giovanni Nicotera, dopo l’epopea del 1860, nel 18….., ha scritto Jessie White Mario (….), nel suo, “In memoria di Giovanni Nicotera”, ed……………Come ho scritto, la White, moglie di Mario attinse alle carte dell’Archivio Bertani. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 228, in proposito scriveva che: “….Salerno memore del suo martirio, per rimunerarlo dei sagrifizi fatti per la patria ; dal 1861 in poi , gli ha sempre e in tutte le legislature, che da quell ‘ epoca sonosi seguite, rinnovato il mandato di rappresentarla in Parlamento ; nel quale egli da giovane acquistò subito brillante posizione , sino a che nel 1876, caduto il partito di destra dal potere , per sua principale attitudine, dal re Vittorio Emanuele, veniva chiamato al dicastero degli affari interni, nella cui qualità si distinse per ingegno e somma energia nel distruggere il brigantaggio , la camorra e la maffia. Egli tuttora vive , vigile custode dei destini d’ Italia, e il suo paese, S. Biase, a perenne ricordo delle sue virtù, come cittadino, soldato e uomo di Stato, gli ha eretto un grandioso monumento.”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a pp. 39-40, in proposito scriveva che: “Ricerca, che darebbe anche frutti e novità di risultati, sarebbe quella di esaminare un pò da vicino la formazione, i precedenti, gli interessi, i legami con la terra, del gruppo cattolico, a mezza strada tra il borbonismo e l’autoritarismo, non limitandosi solo alle consuete e già note personalità di spicco (Savarese, Dragonetti, Cenni (37) e simili) così amorosamente studiati dall’Anzilotti, ma alla folla di ‘minori’ che saranno destinati ad avere notevole ‘peso’, e do a questa parola il senso letterale, nella vita del Mezzogiorno italiano. Uomini di destra che, poichè, per la ben nota situazione, non fu possibile dar vita in Italia ad un movimento cattolico-conservatore, aumentarono le file della sinistra meridionale, e, intorno a Nicotera, ne costituirono il nerbo, dando l’avvio con le elezioni del 1865 e del 1874, e con la rivoluzione parlamentare del ’76, a tutta una nuova fase della vita italiana. Ed erano uomini, questi ex-borbonici, cattolici-conservatori mascherati di sinistra, che, a differenza dei liberali di destra, mossi – e fu il loro limite – unicamente da ragioni ideali, portavano nella vita pubblica mentalità e sistemi che sembravano più moderni, anche se non erano assai spesso che la rispolveratura del vecchio paternalismo di tipo borbonico, ma comunque erano legati a problemi concreti e avevano ben diversi agganci con la situazione regionale e locale.”. Moscati, a p. 40, nella nota (37) postillava: “(37) Cfr. E. Passerin D’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 159, in proposito scriveva: “…, nell’ambito della Sinistra cominciavano a distinguersi due correnti, quella del rinnovato partito di Azione formato dagli uomini legati a Garibaldi e a Mazzini, e quella dei deputati, in prevalenza meridionali, che tendevano a porre in primo piano i problemi economico-amministrativi dell’unificazione. Tra questi diversi orientamenti non si trovò un’intesa; meglio sarebbe a dire che non la si cercò proprio, perchè non si avvertì chiaramente la divergenza esistente tra le due correnti, le cui istanze si accavallavano disordinatamente. Senza un piano d’azione, senza intese preventive, la Sinistra non ebbe nel Parlamento una linea di condotta precisa, né riuscì a mettere in difficoltà il governo, che seppe mantenere l’iniziativa. La Sinistra fu battuta innanzitutto nelle discussioni che potremmo dire preliminari, in cui non riuscì a far prevalere il principio dell’origine rivoluzionaria del nuovo Stato.”. Alfredo Capone (….), a p. 92-93 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa impostazione di Nicotera, che era uno dei più rappresentativi esponenti dell’opposizione democratica meridionale, riassumeva in modo adeguato lo stato d’animo più autentico e diffuso del partito d’azione nel Mezzogiorno, quale esso era nella realtà, al di là di più avanzate, ma, spesso, solo dottrinarie sollecitazioni. Né si può dire che Nicotera fosse un isolato; anzi, egli era assai autorevole, nel partito, e inoltre la sua attività politica era circondata da un’ampia propaganda (23). In realtà egli esprimeva bene il carattere verbalmente radicale, ma socialmente moderato, della base del partito d’azione, che era pure più sensibile a concessioni immediate, che a un rigido dottrinarismo. Ciò, fra l’altro spiega anche come attorno a Nicotera si raggruppassero non solo gli “scontenti generici”, ma anche talune frange del conservatorismo autonomista.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “I. La Sinistra meridionale e i problemi del paese (1860-1865)”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 41 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra gli uomini che si trovarono a Napoli nei turbinosi mesi immediatamente successivi all’unificazione del Mezzogiorno, non furono pochi, come è noto, coloro che si provarono a dare un’analisi della complessa situazione politico-sociale dell’ex-Regno, e che credettero di individuare in questo o quel fatto storico o di costume, la causa prima di disgregamento meridionale. Le analisi più diffuse, ma anche le meno profonde, facevano per lo più riferimento alla complessiva arretratezza politica e civile della società meridionale, e delle sue classi dirigenti, come frutto del malgoverno e del dispotismo borbonico. Ma non mancarono coloro che spinsero il loro sguardo al di là della superficie e cercarono nelle vicende delle classi sociali la chiave per spiegare unitariamente la storia recente del Mezzogiorno. Ad esempio, abbastanza acutamente, uno scrittore del partito d’azione, in un articolo sul ‘Popolo d’Italia’ dal titolo “Popolani e borghesi di Napoli”, del gennaio 1861, poneva l’accento sulle vicende della borghesia meridionale: ne denunciava la arretratezza, ma soprattutto – ciò che è più interessante – ne sottolineava la ristrettezza, come classe sociale, il che dava ad essa un carattere di frammentarietà, sia sul piano degli atteggiamenti politici che dei concreti interessi economici (1). Dietro questo concetto di frammentarietà non c’è dubbio che si debba scorgere la divisione tra grossa e piccola borghesia terriera.”. Capone, a p. 41, nella nota (1) postillava: “(1) “Il Popolo d’Italia”, 14 gennaio 1861; sul giornale democratico, in questi mesi, cfr. il severo giudizio di E. Passerin d’Entrévers: “etc…”, in ‘L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956, p. 140.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 119-120, in proposito scriveva che: “Tuttavia, gli sforzi del governo per ostacolare la continua ascesa della sinistra nel Mezzogiorno erano destinati al più completo insuccesso; una ascesa che – come è noto – fu uno dei fattori decisivi che portarono alla “rivoluzione parlamentare” del 18 marzo 1876 e all’assunzione, da parte di Nicotera, del Ministero dell’Interno nel primo Gabinetto Depretis (69).”. Capone, a p. 119, nella nota (69) postillava: “(69) B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Bari, 1928, p. 11.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 123-124, in proposito scriveva che: “Erano, pertanto, nel giusto coloro che, difronte ai tanti problemi sociali non risolti dallo Stato unitario avevano rivendicato per sé la vera eredità morale e politica di Sapri. Già il 2 luglio 1865, infatti, la commemorazione di pisacane fu tenuta a Salerno, non da Nicotera, ma da Onofrio Pacelli e Ermenegildo Romanelli, esponenti dei nascenti raggruppamenti democratici e socilaisti. Pacelli, in quella occasione, parlò del Risorgimento italiano come di una “rivoluzione troncata a mezzo”, e ribadì la necessità di riprender l cammino iniziato da Pisacane e poi interrotto; “non basta – egli disse – offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo (di Pisacane) programma, e giuriamo di compierlo”(81). Queste affermazioni del Pacelli aprivano coraggioe prospettive su un futuro più democratico e ponevano reali e gravi problemi che nuove forze politiche e sociali avrebbero poi dovuto avviare a soluzione. Le parole del Pacelli, inoltre, condannavano senza possibilità di appello, l’inganno del “mito” nicoterino di Sapri, come copertura ideologica di interessi prevalentemente conservatori.”. Capone, a p. 124, nella nota (81) postillava: “(81) “Il Popolo d’Italia”, 4 luglio 1865″. Capone, a p. 124, così concludeva: “Tuttavia, anche quel “mito” – di per sé equivoco – va visto all’interno delle vicende della Sinistra meridionale e del suo sforzo, certamente positivo, di trasformare le opposizioni allo Stato in opposizioni al Governo e di aprire a nuove forze, più concrete prospettive di inserimento nello Stato (82).”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 174, in proposito scriveva: “Arrivato a questo punto della narrazione, mi si presenta l’ azione più rilevante, e nel tempo stesso più sventurata, che la parte rivoluzionaria ebbe tentata nelle province meridionali in quel tristo periodo di scoraggiamento generale. Io intendo parlare della eroica spedizione di Sapri, preconizzatrice di quella de’ Mille di Marsala. Era mio intendimento narrarla particolareggiata; ma la sua importanza richiedeva una compiuta monografia co’ documenti giustificatici. Mi posi anche al lavoro; ma mi avvidi che la economia dell’opera generale ne avrebbe sofferto; che avrei dovuto uscire dallo scopo prefissomi, di notare alcune memorie sulla rivoluzione del 1860, e sulle cause preparatorie, talchè avrei dovuto modificare il mio concetto. E tanto più mi raffermai quanto che nel corso del 1864 vennero fuori in Napoli alcuni scritti che narravano del fatto, e tra questi citerò come autorevole quello di Niccola Fabrizi.”.
Dal 30 giugno 1861, la provincia di Salerno, feudo elettorale di Giovanni NICOTERA ed il suo ruolo nell’Italia post-Unitaria
E’ a mio avviso che, in questo periodo saranno effettuate alcune operazioni chirurgiche sul territorio di Sapri, ex di Torraca, dell’ex baronia dei Palamolla e dei diversi processi tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro. Una parte del territorio di Sapri passerà nei confini del territorio di Vibonati, con cui il Nicotera aveva avuto da sempre ottimi rapporti, sia con i Sindaci che con gli attendibili del posto. Del periodo in cui Nicotera fu Ministro degli Interni del Governo Depretis, non sono chiarissime alcune cose che avvennero nei nostri Comuni, che nel frattempo, dopo il Plebiscito del 21 Ottobre 1860 erano diventati comuni del Regno d’Italia. E’ un periodo, questo che dovrà essere ancora indagato. Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, fin dal 1860 aveva anche intrapreso un’attività politica, pubblicando articoli su un giornale, Il popolo d’Italia, al quale collaborava anche Aurelio Saffi; per un decennio fu su posizioni di estrema opposizione; dal 1870 iniziò tuttavia ad appoggiare le riforme militari di Ricotti-Magnani. Massone, nel 1864 fu eletto membro del Grande Oriente d’Italia dall’Assemblea costituente di Firenze, dove nel 1867 fu membro della Loggia “Universo”. Nel 1869 fu Maestro venerabile della Loggia “Rigenerazione” di Napoli e nel 1872 fu eletto membro del Consiglio dell’Ordine. Dalla Treccani on-line leggiamo che quel successo partiva da lontano. L’azione politica dispiegata nel collegio di Salerno (comprensivo anche di Sapri), in cui fu eletto ininterrottamente dal 1861 al 1892, rivelava una compattezza nei consensi che annullava ogni distinzione tra schieramenti e ceti sociali. Si presentava come il martire di Sapri, ma non rinunciava a servirsi di ex borbonici che vedevano in lui l’avversario del nuovo regime e del piemontesismo. Inoltre, insieme con Giuseppe Lazzaro e al duca Gennaro Sambiase Sanseverino di San Donato, fu molto attivo nella vicenda amministrativa del Municipio e della Provincia di Napoli. Nonostante i contrasti ripetuti con i rappresentanti moderati del potere centrale, in particolare con il prefetto di Rudinì, i tre intesserono una fitta rete politica che, grazie al sostegno della massoneria e al consenso diffuso della piccola borghesia, assicurò a San Donato il controllo quasi ininterotto dell’amministrazione provinciale dal 1871 al 1901. Oltre al collegio di Salerno e all’area napoletana, in cui operava l’Associazione del progresso, un terzo polo territoriale che dava forza a Nicotera era la Calabria. Dal 1869 aveva insistito in Parlamento per il rafforzamento di alcune infrastrutture importanti come gli approdi di Paola e di Pizzo, lamentando l’isolamento regionale, che l’avrebbe poi portato a ripresentare continuamente la proposta modernizzatrice del tracciato ferroviario tra Eboli e Reggio Calabria. Da questi tre poli estese poi la sua influenza politica a Benevento, Caserta, Avellino e alla Puglia, mentre nell’area lucana si appoggiò su grandi notabili di livello nazionale come Pietro Lacava e Ascanio Branca. Questa articolata costellazione politica interregiornale poté contare altresì sul sostegno di alcuni fogli periodici: il Corriere delle Puglie a Bari, L’Avanguardia a Cosenza, La Costituzione a Benevento. Fattasi così portavoce della Sinistra meridionale, la rete nicoterina non riuscì però a impiantarsi in Sicilia, dove erano presenti altri leader e interessi già coalizzati. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera fu deputato del collegio di Salerno per trentatrè anni, dal 30 giugno 1861 – da quando vi fu eletto in seguito alle dimissioni di Giovanni d’Avossa – fino alla sua morte, avvenuta a Vico Equense il 13 giugno 1894 (1). Trentatrèanni di dominio incontrastato, che fecero di Salerno un vero e proprio “feudo” elettorale, governato dal barone Nicotera con metodi che apparvero così autoritari, che recentemente uno storico ha potuto paragonarli a quelli fascisti (2). Tuttavia, una analisi del rapporto tra Nicotera e il suo collegio elettorale, non può fermarsi soltanto agli aspetti del costume; i quali vanno calati nelle condizioni economico-sociali della provincia di Salerno e messi in relazione con gli orientamenti culturali e politici della borghesia salernitana negli anni dopo l’Unità (3).”. Capone, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) v. A. Moscati, I ministri del Regno d’Italia (vol. IV), op, cit., p. 13, e ‘La Provincia di Salerno vista dalla R. Società Economica, Salerno, 1935, pp. 86 e ssg.”. Capone, a p. 99, nella nota (2) postillava: “(2) M. Vinciguerra, I partiti italiani dal 1848 al 1855, Roma, 1955, p. 69, dove a proposito delle elezioni del 1876, si sottolinea la tendenza del Nicotera a costituire un “monopolio di partito”; il Vinciguerra, ivi, definisce Nicotera “un misto di giacobino e di feudatario meridionale”. Capone, a p. 99, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. G. Santoro, L’economia della provincia di Salerno nell’opera della Camera di Commercio, 1862-1862, Salerno, 1964; notizie sulle condizioni economiche della provincia di Salerno sono in L. De Rosa, Il Banco di Napoli nella vita economica nazionale (1863-1883) Napoli, 1964, pp. 390 e ssg.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nicotera, deputato di Salerno, appariva dunque – si potrebbe dire – l’uomo giusto al posto giusto. E non solo perché i salernitani conoscevano assai bene Nicotera, il compagno di Pisacane, il processato di Salerno, la vittima illustre della tirannide borbonica, cui essi avevano tributato anni prima un’ammmirazione calda e sincera; ma anche perché Giovanni Nicotera si presentava, all’indomani dell’Unità, come l’uomo di fiducia di Mazzini, il radicale per eccellenza, l’espressione più vera di quella generica “rivoluzione” meridionale che era stata la confusa ideologia della maggior parte del patriottismo locale che ora sembrava prolungarsi e personificarsi in lui. Era naturale, pertanto, che soprattutto la piccola borghesia intellettuale salernitana, che era partecipe e custode di quella ideologia, gli riserbasse un appoggio fervido e incondizionato.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 109, in proposito scriveva che: “Non solo le elezioni, ma nessun movimento politico locale sfuggiva al Nicotera che attraverso i suoi agenti controllava uomini e situazioni. Ad esempio, nel febbraio ’64 si tenne una riunione della Massoneria in cui, alla presenza di due emisari venuti da Napoli, si parlò di una prosima insurrezione; vi presero parte oltre ai mazziniani, gli agenti di Nicotera, cioè “non pochi di quei borbonici più screditati che presero una parte attiva alla elezione del Nicotera, gli avvocati De Bonis, Autuori, Brajone. In tal modo il Nicotera andava sempre più consolidando a Salerno il suo “regime”, e lo rafforzava, fra l’altro, collocando a capo delle aministrazioni comunali alcuni uomini fidati, travolgendo all’occorrenza senza scrupoli quanti ostacolavano i suo piani (29). Alla Prefettura, inoltre, giungeva notizia che Nicotera continuava ad eccitare nele zone più arretrate dela provincia il malcontento della popolazione contro il governo, attraverso la popagada dei suoi emsari nel circondario di Campagna, ad esempio, etc..”. Mario Vinciguerra (….), I partiti italiani dal 1848 al 1955, Centro editoriale dell’Osservatore, Roma, 1955, a pp. 68-69in proposito scriveva che: “…in quell’ambigua giornata del 18 marzo del ’76 avesse avuto luogo un avvenimento rivoluzionario, una “rivoluzione parlamentare”. Senonché, passata la giornata e le concesse polemiche giornalistiche, e rientrati nella carreggiata della normale vita parlamentare, si presentava il problema di come raggiungere la maggioranza: questa volta, per assicurare l’esistenza al ministero sorto dalla minoranza. A questo problema si dedicò, con passionalità che metteva in tutte le cose, un uomo singolare, che aveva preso posto al ministero dell’Interno: il barone Giovanni Nicotera. Nicotera era un misto di giacobino e di feudatario meridionale. Irruente ed astuto, generoso e prepotente, egli trovò naturalissimo che un ministro dell’Interno considerasse apertamente i prefetti come gli agenti elettorali e intimidatori in servizio del governo in carica. Etc..”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) d………………”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’atttività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867). Dopo la presa di Roma (1870), la fittizia unità del partito si sciolse, e gli elementi più moderati confluirono e formarono quella sinistra parlamentare che doveva salire, con de Pretis, al potere nel 1876. Il modello politico, perlomeno negli anni successivi al 1860, fu rappresentato da Giovanni Nicotera, che, come ho detto, divenne suo amico personale. Di un pregevole studio di Alfredo Capone (29) cito i passi seguenti: “….Questa eredità romantica, (quella di contrapporre Garibaldi a Cavour) che i moderati meridionali avevano bruciato durante un decennio di discepolato cavouriano, continuava a vivere intatta, nel ’60 in molti democratici meridionali, e, più che in ogni altro, in Giovanni Nicotera…A Napoli, è vero, era Mazzini ad ispirare più d’ogni altro il ‘Popolo d’Italia (30)…Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”.
Nel 3 luglio 1861, le Elezioni Provinciali in Provincia di Salerno
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, oltre a dici dell’elezione di don Paolo Gallotti, figlio di Carlo e nipote di Giovanni, a Consigliere Provinciale della Provincia di Salerno, a p. 219, nella nota (60) postillava: “(60) Per il mandamento di Sanza (n. 28) fu eletto Giuseppe Picinni fu Filippo con voti 70; per il Mandamento di Montesano (n. 27) Francesco Gervasio fu Federico, voti 29; per il Mandamento di Diano (n. 26) Pasquale de Honestis fu Cono, voti 44; per il Mandamento di Torre Orsaja (n. 44) Giuseppe Speranza di Pietrantonio, voti 88, legale; per il Mandamento di Pisciotta (n. 46) Luciano Saulle fu Carlo voti 99; per il Mandamento di Camerota (n. 47) Vincenzo Sebastiano di Napoli, sacerdote, voti 101; per il Mandamento di Laurito (n. 48) il 70enne Francesco Carelli fu Domenico, legale, voti 172.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 219, in proposito scriveva che: “Legale di pofessione, morì settentenne il 21 aprile 1893. Durante il periodo del Governatorato, il 3 luglio 1861 fu proclamato Consigliere Provinciale, eletto per il Mandamento di Vibonati (59) Circondario di Sala, (Mandamento numero 29)(60) con 130 preferenze.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (59) postillava: “(59) Il comune di Vibonati, con delibera dell’8 agosto 1860 propose le terne dei candidati: Pugliesi Vincenzo, paternità Giacomoantonio, età 55, Legale, Vibonati, rendit. 268,12; Demarco Felice, di Domenico, età 55, Dr. Fisico, di Tortorella, rendita 151; Perazzo Pietro Paolo, di Carmine, età 65, legale, di Torraca; 2° Terna: De Petrinis Giuseppe, di Domenico, età 46 possidente, di Sala, rendita 2000; Gallotti Paolo, di Carlo, età 38, possidente, di Casaletto, rendita 125; Falcone Domenico, di Felice, età 44, possidente, di Sala, rendita 250.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 430, in proposito scriveva che: “Nel 19 Maggio 1861 si procedè pure nei tre Comuni del Mandamento all’elezione del Consigliere Provinciale, e rimase eletto il Dott. Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, cittadino di sensi retti e liberali; indi, essendo stato sciolto il Consiglio Provinciale di Basilicata con R. Decreto 21 Dicmbre 1862, fu eletto, nella votazione del 1° Marzo 1863, l’Avv. Giuseppe Mango, che ebbe nella storia cittadina onorevole parte, come s’è visto innanzi etc..Egli fu pure Deputato Provinciale, carica che per lo più fu conferita al Consigliere Provinciale del nostro Mandamento (1).”. Pesce, a p. 430, nella nota (1) postillava: “(1) Il Cav. Giuseppe Mango rimase nel Consiglio Provinciale fino al 1876, come ho riferito a p. 74, e morì in Napoli nel 1881 fra il compianto generale, e di lui ben disse il Prof. Rocco Romanelli in un’iscrizione etc…”.
Nel 1861, I MAZZIOTTI antagonisti di Giovanni Nicotera
Dunque, Capone scrive che nelle elezioni politiche del 1865, nella Provincia di Salerno fu eletto Lucio Magnoni, amico di Nicotera, nel collegio di Torchiara, che batté l’altro candidato Francesco Antonio Mazziotti (….), se non erro nipote dello zio Matteo Mazziotti, barone di Celso e noto storico. Infatti, da Wikipedia leggiamo che Matteo nacque a Napoli, nel palazzo Mazziotti a Trinità Maggiore, dal barone Francesco Antonio Mazziotti di Celso e dalla baronessa Marianna Pizzuti. La famiglia apparteneva all’aristocrazia terriera cilentana, proveniente dal borgo di Celso (presso Pollica) che insieme a Stella e Torricelli costituivano i feudi familiari. Il padre, oppositore del regime borbonico era stato costretto prima a trasferirsi a Napoli sotto sorveglianza nel 1838 e, dopo la sua partecipazione ai moti del Cilento del 1848, fu costretto a riparare a Genova nel 1849. La madre, che aveva seguito il marito nel 1850, tornata a Napoli per problemi di salute nel 1851, dove diede alla luce Matteo, fu costretta nuovamente all’esilio nel 1853, accusata di propaganda mazziniana, e morì per un’epidemia di colera nel 1855. Il padre si risposò nel 1857 con la genovese Anna Gibelli. Da Wikipedia leggiamo che Francesco Antonio Mazziotti nacque a Stella Cilento, dal barone Pietro Mazziotti (figlio di Ferdinando Mazziotti barone di Celso e S. Maria della Stella, signore di Torricelli e dalla nobile Giustina Vassalli) e da Anna Maria Sodano, una donna di umili condizioni. Apparteneva ai baroni Mazziotti di Celso, discendenti degli omonimi patrizi di Capua. Il padre, che sotto l’occupazione francese aveva esercitato funzioni pubbliche ed era stato influenzato dalle idee liberali, fu arrestato dalla polizia borbonica per la sua adesione alla setta politica dei Filadelfi, morendo in carcere a Salerno nel 1829. Messo sotto la tutela dello zio Matteo, amministratore del patrimonio familiare, nell’ottobre 1830 Francesco Antonio Mazziotti si sposò con la baronessa Marianna Pizzuti, di Montecorvino Rovella e si stabilì nel palazzo Mazziotti a Celso di Pollica. Manifestò sentimenti liberali e nel giugno 1838 gli fu ordinato con un’ordinanza prefettizia di trasferirsi a Napoli. A Napoli risiedette nelle proprietà familiari: palazzo Mazziotti a Trinità Maggiore e villa Mazziotti a Posillipo. Nell’aprile 1860 il barone Mazziotti fece parte della commissione incaricata di reperire uomini, fondi e mezzi per la spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi. In luglio, fruendo dell’amnistia che re Francesco II di Borbone concesse per ingraziarsi i liberali in funzione anti – garibaldina, il patriota napoletano intrattenne fitti rapporti con il marchese di Villamarina, ambasciatore piemontese a Napoli, e con il conte di Cavour adoperandosi per l’annessione al Piemonte. Con le elezioni del 1861 per il nuovo Parlamento italiano, il barone Mazziotti fu eletto deputato per i collegi di Montecorvino e Torchiara, sedendo tra i banchi della Destra storica. Fu rieletto deputato del Regno d’Italia nel 1867 per il solo collegio di Torchiara, sostenendo alla camera dei deputati le posizioni della destra cattolica. Durante il suo mandato, con regio decreto del 25 novembre 1868, fu autorizzato a portare il titolo di barone di Celso. Sconfitto alle elezioni del 1870 dal candidato della Sinistra storica, Giovanni Nicotera, e poi anche nella tornata elettorale del 1871, Francesco Antonio Mazziotti morì improvvisamente il 29 gennaio 1878 a Napoli, a 66 anni, alla vigilia del suo terzo mandato.
Nel 3 luglio 1861, don Paolo GALLOTTI, figlio di Carlo e nipote del barone Giovanni fu proclamato Consigliere Provinciale
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 219, in proposito scriveva che: “Legale di pofessione, morì settantenne il 21 aprile 1893. Durante il periodo del Governatorato, il 3 luglio 1861 fu proclamato Consigliere Provinciale, eletto per il Mandamento di Vibonati (59) Circondario di Sala, (Mandamento numero 29)(60) con 130 preferenze.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (59) postillava: “(59) Il comune di Vibonati, con delibera dell’8 agosto 1860 propose le terne dei candidati: Pugliesi Vincenzo, paternità Giacomoantonio, età 55, Legale, Vibonati, rendit. 268,12; Demarco Felice, di Domenico, età 55, Dr. Fisico, di Tortorella, rendita 151; Perazzo Pietro Paolo, di Carmine, età 65, legale, di Torraca; 2° Terna: De Petrinis Giuseppe, di Domenico, età 46 possidente, di Sala, rendita 2000; Gallotti Paolo, di Carlo, età 38, possidente, di Casaletto, rendita 125; Falcone Domenico, di Felice, età 44, possidente, di Sala, rendita 250.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (60) postillava: “(60) Per il mandamento di Sanza (n. 28) fu eletto Giuseppe Picinni fu Filippo con voti 70; per il Mandamento di Montesano (n. 27) Francesco Gervasio fu Federico, voti 29; per il Mandamento di etcc…”. Dunque, Policicchio scriveva che don Paolo Gallotti (uno dei figli di don Giovanni Gallotti, barone di Battaglia), in occasione delle elezioni del Consiglio Provinciale, il 3 luglio 1861 (“nel periodo del Governatorato”) fu proclamato Consigliere provinciale eletto nel Mandamento di Vibonati del Circondario di Sala Consilina. Policicchio scrive pure che il comune di Vibonati, l’8 agosto 1860 deliberò e propose la tera di candidati a detta elezione: Pugliesi (probabilmente Pugliese) Vincenzo ecc..”.
Nel 25 agosto 1862, Garibaldi e Nicotera lo raggiunge in Aspromonte
Da Wikipedia leggiamo che per l’intera esistenza Garibaldi colse ogni occasione per liberare Roma dal potere temporale; grazie al successo passato, nel 1862, organizzò una nuova spedizione, senza considerare che Napoleone III, l’unico alleato del neonato Regno d’Italia, proteggeva Roma stessa. Il 27 giugno 1862 Garibaldi si era imbarcato sul Tortoli a Caprera per la Sicilia. Durante un incontro commemorativo della spedizione dei mille, si convinse a marciare verso Roma (vedi anche: Roma o morte) e trovò 3 000 uomini nei pressi di Palermo pronti a seguirlo. Il 13 agosto arringò il popolo ad Enna, e il 19 incontrò la popolazione di Catania a Misterbianco. Prese due navi, la Dispaccio e la Generale Abbatucci, partendo di sera, costeggiando gli scogli, eluse le navi di Giovanni Battista Albini. Il 25 agosto 1862, alle 4 del mattino, sbarcava in Calabria, fra Melito di Porto Salvo e capo dell’Armi. Con duemila uomini, continuò la marcia, non seguendo la costa per via del fuoco di una nave; si inoltrarono quindi per il massiccio dell’Aspromonte. La sera del 28 agosto si contarono 1 500 uomini; il 29 agosto si scontrarono con le truppe di Emilio Pallavicini a cui il governo di Torino aveva affidato circa 3 500 uomini. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 226, in proposito scriveva che: “….e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi. Era il 1861 , al compimento dell’unità della patria mancava Roma e Venezia e tutti avevano un palpito di simpatia per queste provincie, ancora soggette a straniero dominio, ed ecco che Garibaldi lascia la romita sua Caprera, viene nel continente , chiama a raccolta le antiche sue legioni, i suoi amici, tra questi il Nicotera, corre tutta la Sicilia e pervenuto a Catania, s’imbarca per le Calabrie attentandosi sulla etc…”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’atttività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867).”.
Nel 1863, i Processi per sedizione ai rivoltosi che parteciparono ai tumulti in occasione del Plebiscito
Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 114, in proposito scriveva che: “Molte centinaia di persone, tra cui anche delle donne, furono arrestate e tradotte nelle carceri di Lagonegro per essere sottoposte a processo; alcune furono poi rimesse in libertà, mentre un centinaio di imputati furono trasferiti a Potenza, “dove – scrive il Pesce – istruitosi regolare processo, 43 furono rinviati al giudizio della Corte d’Assise, che da poco aveva incominciato a funzionare coi giudicipopolari, e che con sentenza del dicembre 1863 condannò cinque di essi alla pena di morte, 25 ai lavori forzati a vita e altre a pene minori. L’asprezza di quel verdetto fu mitigata dalla Corte d’Assise di Salerno, davanti alla quale fu ripetuto il dibattimento nel luglio dell’anno 1865″ (1).”. Guida, a p. 114, nella nota (1) postillava: “(1) Pesce C. – Storia della città di Lagonegro – Napoli – Stabilimento tip. Pausini, 1913, pag. 421.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 421, in proposito scriveva che: “In breve al reazione fu repressa in tutti i Comuni del Circondario, e così, ben presto, quelle buone popolazioni, passata la triste bufera reazionaria, e sbollita la momentanea aberrazione, rientrarono nell’ambito della legalità, e presero parte onorevole alla nuova redentrice vita italiana. Tuttavia, la statistica di quei luttuosi eventi riporta alla causa ben nove vittime umane, numerosi saccheggi di case private ed altre nefandezze, degne d’altri tempi e d’altri popoli. Alla pronta repressione della rivolta tenne dietro severa Nemesi vendicatrice; i più audaci e feroci reazionari – er lo più miseri contadini, proletari ed ignoranti, per oltre un centinaio, fra cui pure delle infelici donne – furono arrestati ed avvinti in lunghe catene furono tradotte in Lagonegro, dove furono fatti segno dal feroce Comandante di Piazza Stilo ai più inumani trattamenti ed alle più dure sevizie e vendette, compatibili solo pei tempi eccezionali. Non bastando qui le prigioni della Pastina a contenere tutti gli arrestati, furono essi rinchiusi pure nei sotterranei del Tribunale, dove ne morirono tre; indi tutti quei miserabili furono portati a Potenza, dove istituitisi un regolare processo, 43 furono rinviati al giudizio della Corte d’Assise, etc…”.
Nel 1° marzo 1863, le elezioni provinciali nel mandamento del Lagonegrese
L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 430, in proposito scriveva che: “Nel 19 Maggio 1861 si procedè pure nei tre Comuni del Mandamento all’elezione del Consigliere Provinciale, e rimase eletto il Dott. Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, cittadino di sensi retti e liberali; indi, essendo stato sciolto il Consiglio Provinciale di Basilicata con R. Decreto 21 Dicembre 1862, fu eletto, nella votazione del 1° Marzo 1863, l’Avv. Giuseppe Mango, che ebbe nella storia cittadina onorevole parte, come s’è visto innanzi etc..Egli fu pure Deputato Provinciale, carica che per lo più fu conferita al Consigliere Provinciale del nostro Mandamento (1).”. Pesce, a p. 430, nella nota (1) postillava: “(1) Il Cav. Giuseppe Mango rimase nel Consiglio Provinciale fino al 1876, come ho riferito a p. 74, e morì in Napoli nel 1881 fra il compianto generale, e di lui ben disse il Prof. Rocco Romanelli in un’iscrizione etc…”.
Nel 1864, le LOGGE MASSONICHE in Campania e Giovanni Nicotera
Aderì alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. E’ proprio con il programma mazziniano che iniziò la sua avventura con la sfortunata Spedizione di Carlo Pisacane che sbarcò a Sapri nel 1857. Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, fu massone, nel 1864 fu eletto membro del Grande Oriente d’Italia dall’Assemblea costituente di Firenze, dove nel 1867 fu membro della Loggia “Universo”. Nel 1869 fu Maestro venerabile della Loggia “Rigenerazione” di Napoli e nel 1872 fu eletto membro del Consiglio dell’Ordine. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 107, in proposito scriveva che: “I democratici salernitani, inoltre, riuscirono a stabilire i primi collegamenti fra il capoluogo e la periferia della provincia: nel febbraio 64′ il prefetto di Salerno compilò un elenco di 37 aderenti al partito repubblicano, scelti fra quelli “che in questi ultimi tempi tennero vera ed attiva corrispondenza politica coi capi dei partiti di Napoli e Salerno e che attualmente sono incaricati della costituzione dei Comitati elettorali delle Logge Massoniche in tutti i Comuni della Provincia”(19).”. Capone, a p. 107, nella nota (19) postillava: “(19) A.S.S., Gab. Pref., fasc. cit.; sulla Massoneria a Salerno notizie in b. V, f. 8.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 109, in proposito scriveva che: “Non solo le elezioni, ma nessun movimento politico locale sfuggiva al Nicotera che attraverso i suoi agenti controllava uomini e situazioni. Ad esempio, nel febbraio ’64 si tenne una riunione della Massoneria in cui, alla presenza di due emissari venuti da Napoli, si parlò di una prossima insurrezione; vi presero parte oltre ai mazziniani, gli agenti del Nicotera, cioè “non pochi di quei borbonici più accreditati che presero una parte così attiva alla elezione del Nicotera, gli avvocati De Bonis, Autuori, Brajone”(28).”. Capone, a p. 109, nella nota (28) postillava: “(28) A.S.S., Gab. Pref., b. IV, f. 8. Non si può dire, che i voti cattolici e borbonici fossero un monopolio della Sinistra. Nelle elezioni del 1969 ad Amalfi, ad esempio, il prefetto di Salerno mobilitò, su pressioni del Ministro dell’Interno, vescovo e clero a favore dell’Acton contro il radicale Della Monica; cfr. A.S.S., Gab. Pref., b. IX, f. 26.”.
Nel 1864, le ELEZIONI POLITICHE e Giovanni Nicotera
Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 107, in proposito scriveva che: “I democratici salernitani, inoltre, riuscirono a stabilire i primi collegamenti fra il capoluogo e la periferia della provincia: nel febbraio 64′ il prefetto di Salerno compilò un elenco di 37 aderenti al partito repubblicano, scelti fra quelli “che in uesti ultimi tempi tennero vera ed attiva corrispondenza politica coi capi dei partiti di Napoli e Salerno e che attualmente sono incaricati della costituzione dei Comitati elettorali delle Logge Massoniche in tutti i Comuni della Provincia”(19).”. Capone, a p. 107, nella nota (19) postillava: “(19) A.S.S., Gab. Pref., fasc. cit.; sulla Massoneria a Salerno notizie in b. V, f. 8.”. Capone, continuando il suo racconto, a p. 107 scriveva: “Questa rete di associazioni dei repubblicani salernitani rappresentò, naturalmente, la base dell’organizzazione elettorale di Nicotera, il quale le affiancò pure, come abbiamo visto, molti capi elettori borbonici o ex-borbonici. Questo complesso apparato, nelle elezioni del 10 gennaio 1864, diede a Nicotera un grosso ed importante successo, non solo elettorale, ma anche politico. In quelle elezioni, il deputato di Salerno, dimissionario dal dicembre ’63 (20), fu rieletto con un numero imponente di suffragi. L’11 gennaio, difatti, Nicotera così scriveva a Bertani: “E’ un completo trionfo. La prima volta che fui eletto, ebbi nel ballottaggio con Pinelli circa 264 voti; adesso con tutte le premure del Prefetto, le seduzioni e l’influenza del candidato governativo Centola, il quale è medico, è ricco, ed è di Salerno, ho avuto 532 voti, cioè più del doppio della prima elezione”(21). La rielezione di Nicotera a Salerno fu al centro dei commenti di tutta la stampa politica italiana, anche per il valore di “sfida” al “sistema” che Nicotera, dimissionario del Parlamento le aveva dato (22). Ed è da credere che, proprio per questo, il Prefetto di Salerno Bardesono, aveva fatto più di un tentativo per ostacolarla, così come accusava la stampa democratica (23).”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a pp. 39-40, in proposito scriveva che: “Ricerca, che darebbe anche frutti e novità di risultati, sarebbe quella di esaminare un pò da vicino la formazione, i precedenti, gli interessi, i legami con la terra, del gruppo cattolico, a mezza strada tra il borbonismo e l’autoritarismo, non limitandosi solo alle consuete e già note personalità di spicco (Savarese, Dragonetti, Cenni (37) e simili) così amorosamente studiati dall’Anzilotti, ma alla folla di ‘minori’ che saranno destinati ad avere notevole ‘peso’, e do a questa parola il senso letterale, nella vita del Mezzogiorno italiano. Uomini di destra che, poichè, per la ben nota situazione, non fu possibile dar vita in Italia ad un movimento cattolico-conservatore, aumentarono le file della sinistra meridionale, e, intorno a Nicotera, ne costituirono il nerbo, dando l’avvio con le elezioni del 1865 e del 1874, e con la rivoluzione parlamentare del ’76, a tutta una nuova fase della vita italiana. Ed erano uomini, questi ex-borbonici, cattolici-conservatori mascherati di sinistra, che, a differenza dei liberali di destra, mossi – e fu il loro limite – unicamente da ragioni ideali, portavano nella vita pubblica mentalità e sistemi che sembravano più moderni, anche se non erano assai spesso che la rispolveratura del vecchio paternalismo di tipo borbonico, ma comunque erano legati a problemi concreti e avevano ben diversi agganci con la situazione regionale e locale.”. Moscati, a p. 40, nella nota (37) postillava: “(37) Cfr. E. Passerin D’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956.”. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a pp. 105-106, in proposito scriveva: “3) I deputati lucani dal 1861 al 1870. Il nome dei deputati al Parlamento Nazionale eletti nel 1861 è stato dato in altra parte del libro e propriamente a pagina 87. Furono intanto costituiti i Collegi come nell’elenco sottosegnato, con i nomi dei deputati eletti dal 1861 al 1870….Collegio di Lagonegro: Albini Giacinto, Arcieri Antonio, Gallo Francesco Maria, Villani Giambattista…..etc….4) I deputati e senatori lucani nel 1864. In prosieguo e cioè fino al 1943, i deputati al Parlamento venivano eletti, ogni cinque anni, nei collegi della regione, mentre i Senatori erano nominati dal Re a vita.”.
Nel 1865, le ELEZIONI POLITICHE e Giovanni Nicotera
Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Nella provincia di Salerno, dominata da Nicotera, la nuova situazione si presentò nel ’65, con caratteristiche vistosamente esemplari. Innanzi tutto la nuova leadership del Nicotera fu sancita e celebrata elettorlmente dalla sua elezione di Saleno – dove gli fu contrapposto i Bixio – con un suffragio presssoché plebiscitario: 762 voti contro 194 (34). Ma tutta la provincia di Salerno registrò un imponente cambio di guardia. A Torchiara, Lucio Magnoni batté F.A. Mazziotti, a Sala Consilina, Giuseppe Giuliano batté Carlo Aveta; a Teggiano, Giovanni Matina batté Emilio Civita; nelle elezioni suppletive, Raffaele Fioretti batté ad Angri Francesco De Sanctis e, ad Amalfi, Federico Della Monica battè Domenico Pisacane; ma la vittoria, a S. Severino di Mattia Farina, ricco proprietario terriero, appoggiato dal Nicotera, su Raffaele Conforti, era un segno esemplare del “nuovo corso” della Sinistra (35). Non c’è quindi da meravigliarsi, se, dopo le elezioni del ’65, il distacco di Nicotera da Mazzini si fece più profondo e, anzi, definitivo.”. Capone, a p. 111, nella nota (35) postillava: “(35) La Provincia di Salerno vista dalla R. Società economica, op. cit., pp. citate. I Farina, filo-borbonici negli anni prima del ’60, si mantennero su posizioni di attesa subito dopo l’Unità, per poi schierarsi al fianco di Nicotera di cui furono intimi. Negli anni a cavallo del secolo, i Farina presero poi parte al movimento cattolico e furono magna pars del Partito Popolare a Salerno. Etc…”. Capone, a p. 112, nella nota (38) postillava: “(38) Cfr. la testimonianza del mazziniano Attanasio Dramis, il quale, invitato ad assumere la direzione delle Falangi Sacre mazziniane, consigliò si “rivolgessero al Nicotera, perché già inchinevole a passare il Rubicone”, in A. Romano, L’Unità italiana…, op. cit., p. 171.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, 2002, a p, 286, in proposito scriveva: “Cristoforo Ferrara di S. Biase, frazione di Ceraso, apparteneva ad una nota famiglia di liberali cilentani. Già distintosi nei moti del ’48 quando aveva fatto parte del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valaiante e Teodosio De Dominicis (319), ne l’65 fu eletto deputato nel Collegio di Vallo a spese del moderato Pasquale Atenolfi.”.
Onofrio Pacelli
Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo la presa di Roma (1870), la fittizia unità del partito si sciolse, e gli elementi più moderati confluirono e formarono quella sinistra parlamentare che doveva salire, con de Pretis, al potere nel 1876. Onofrio Pacelli fu seguace di quel partito e repubblicano. Nel 1866 si arruolò tra i “Cacciatori delle Alpi” e partecipò alla vittoriosa campagna di Garibaldi, nel Trentino, contro gli Austriaci. Il modello politico, perlomeno negli anni successivi al 1860, fu rappresentato da Giovanni Nicotera, che, come ho detto, divenne suo amico personale.”. In un blog su Ricigliano leggiamo che Ricigliano, interamente ricostruito partecipò di riflesso alle vicende storiche nazionali, sia nella costruzione dell’Unità d’Italia, grazie alla nobile figura di Onofrio Pacelli, sia nei contrasti post-unitari culminati nelle rivendicazioni contadine, nel brigantaggio e nell’emigrazione. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 34-35, in proposito scriveva che: “…Pisacane (20). A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con i Magnoni (22) di Rutino, per punire i trucidatori di Pisacane.”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc, cit. alla voce Magnoni, pp. 246-247.”. Di Capua, a p. 40 scriveva: “Dirò soltanto che Onofrio Pacelli prese parte ai moti rivoluzionari che precedettero l’arrivo di Garibaldi e, indossata la camicia rossa, partecipò alla Battaglia del Volturno e all’Assedio di Gaeta.”. Di Capua, a p. 41 scriveva: “I governi reazionari del primo periodo dell’unità lo sottoposero ad altre vessazioni, perché non aveva mai rinnegato il suo ideale repubblicano. Il 2 giugno 1861, anniversario della festa nazionale per la concessione dello Statuto Albertino, O. Pacelli, coraggiosamente sceso nella piazza di Ricigliano, arringa il popolo e lo incita alla ribellione, inneggiando alla Costituzione repubblicana. Conseguentemente fu l’ntervento degli organi tutori, questa volta del Regno d’Italia, e la denuncia di Onofrio, Vincenzo, Antonio e Cristoforo Pacelli e di Giovanni Pascale per “…tentato eccitamento alla guerra civile etc…”. Comincia così una lunga serie di denunzie, persecuzioni, processi a cui è stottoposto O. Pacelli nella nuova Italia, unita sì, ma in cui non era possibile professare liberamente il proprio convincimento politico.”. Di Capua, a p. 53, in proposito scriveva: “Questo episodio, di scarsa importanza agli effetti pratici, è indicativo per mostrare come attento, rigoroso e spietato fosse il controllo politico del nuovo regime unitario, tendente a reprimere con inesorabile durezza, ogni tentativo di opposizione al governo….Presso l’Archivio di Stato di Salerno ho ritrovato un grosso fascicolo (38) che illustra, con una documentazione doviziosa, il progredire degli avvenimenti successivi. Nei giorni seguenti gli eventi descritti, Onofrio Pacelli si era rifugiato a Salerno etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 123-124, in proposito scriveva che: “Erano, pertanto, nel giusto coloro che, difronte ai tanti problemi sociali non risolti dallo Stato unitario avevano rivendicato per sé la vera eredità morale e politica di Sapri. Già il 2 luglio 1865, infatti, la commemorazione di Pisacane fu tenuta a Salerno, non da Nicotera, ma da Onofrio Pacelli e Ermenegildo Romanelli, esponenti dei nascenti raggruppamenti democratici e socialisti. Pacelli, in quella occasione, parlò del Risorgimento italiano come di una “rivoluzione troncata a mezzo”, e ribadì la necessità di riprender l cammino iniziato da Pisacane e poi interrotto; “non basta – egli disse – offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo (di Pisacane) programma, e giuriamo di compierlo”(81). Queste affermazioni del Pacelli aprivano coraggio e prospettive su un futuro più democratico e ponevano reali e gravi problemi che nuove forze politiche e sociali avrebbero poi dovuto avviare a soluzione. Le parole del Pacelli, inoltre, condannavano senza possibilità di appello, l’inganno del “mito” nicoterino di Sapri, come copertura ideologica di interessi prevalentemente conservatori.”. Capone, a p. 124, nella nota (81) postillava: “(81) “Il Popolo d’Italia”, 4 luglio 1865″. Capone, a p. 124, così concludeva: “Tuttavia, anche quel “mito” – di per sé equivoco – va visto all’interno delle vicende della Sinistra meridionale e del suo sforzo, certamente positivo, di trasformare le opposizioni allo Stato in opposizioni al Governo e di aprire a nuove forze, più concrete prospettive di inserimento nello Stato (82).”. Su Onofrio Pacelli ha scritto pure Alfonso Conte (….), nel suo “Immagini e simboli dell’epopea unitaria a Salerno”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, dove, a pp. 82-83, parlando di Nicotera scriveva: “…mese di settembre, quando Nicotera compie la svolta decisiva in senso costituzionale, accettando, lui che nel 1862 aveva partecipato al tentativo di Garibaldi sull’Aspromonte, la Convenzione di Napoleone III; tale atto, sancito durante una riunione pubblica a Napoli, costituisce u’evidente presa di distanza da Mazzini (62) e rivela – come ancor più dimstreranno i risultati elettorali del 1865 nel Mezzogiorno, favorevoli ai democratici – che i rilevanti successi costituiscono l’elemento decisivo per “sanare molte fratture ideologiche” e per “indicare al partito una strada, (….) quella del distacco dal mazzinianesimo”(63). A comprova di tale svolta, già il 2 luglio 1865 la commemorazione di Pisacane tenuta a Salerno non è presieduta da Nicotera, “ma da Onofrio Pacelli e Ermenegildo Romanelli, esponenti dei nascenti raggruppamenti democratici socialisti”(64), e le parole pronunciate dal Pacelli in tale occasione condannano “l’inganno del “mito” nicoterino di Sapri, come copertura ideologica di interessi prevalentemente conservatori”(65). E, non a caso, alle elezioni svoltesi nell’ottobre successivo, “per distinguere garibaldini da garibaldini”(66), a Nicotera viene opposta, invano, la candidatura di Nino Bixio. Sicché la statua di Pisacane, costretta anch’essa a cambiare più volte collocazione per altre esigenze (67), viene condannata a non rappresentare più un simbolo significativo nemmeno per quel “partito nicoterino”, nel quale la borghesia salernitana si riconosce pressoché unanime e attraverso il quale egemonizza la vita pubblica cittadina fino alla fine del secolo”(68).”. Conte, a p. 84, nella nota (68) postillava: “(68) Per l’attività politica di Nicotera, a lungo intrecciata con le vicende salernittane, cfr. M. De Nicola, Trasformismo, autoritarismo, meridionalismo. Il ministro dell’interno Giovanni Nicotera, Il Mulino, Bologna, 2001.”. L’autore però non è De Nicola ma è Marco De Nicolò.
Nel 22 ottobre 1865, le elezioni politiche del Regno d’Italia nel Lagonegrese
L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 427, in proposito scriveva che: “Nelle successive elezioni del 22 ottobre 1865 per la 9° legislatura fu eletto, come ho rifeito a pag. 78 nell’elenco dei Deputati del Collegio elettorale, il Prof. Antonio Arcieri di Latronico, illustre avvocato del Foro di Lagonegro, il quale militò sempre nelle file della Sinistra assieme con Depretis, Crispi, Nicotera, Lovito e Lacava, etc…(1).”.
Nel 1865, Pasquale AUTUORI, Sindaco di Sapri
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “13) Pasquale AUTUORI etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”.
Nel 1866, il colera a Lagonegro, ed in tutta l’area
Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 479, in proposito scriveva che: “Capo III. Il colera del 1866 secondo i libri parrocchiali. I libri parrocchiali ci danno pure notizie del colera del 1866 (v. il Lib. XIII dei defunti superiori ai 12 anni, e il XIV dei defunti fra i 12 anni). Il 23 settembre ne fu vittima Nicola Rossi di anni 43, in contrada Sierro, dov’era giunto, mentre ritornava dalle Americhe, e lì fu sepolto. Indi passarono ad altra vita altri 7 adulti e 3 bambini; ma non è detto se per quel morbo. In seguito, dal 3 novembre, quando sul Libro parrocchiale l’Economo Curato Pasquale Molinari scrisse: Hi sequentes mortui sunt morbo dicto cholera asiaticus, sino al 30 dicembre, ultimo dei giorni in cui si seppellirono i cadaveri nel luogo stabilito dalla Commissione Sanitaria, i morti – di ogni ceto sociale, pur non essendo mancate precauzioni – furono 134, cioè 63 uomini e 71 donne: il primo Francesco Consoli di anni 72. (p. 481) Il Dott. Giuseppe Donato Cupido, uno dei nostri medici, in una relazione a stampa scrive che il morbo “durò 18 giorni; attaccò 174 individui, ne uccise 96″. Certo egli volle indicare i periodi più acuti ( i suoi rapporti sanitari vanno dall’8 al 25 dicembre), avendo notato che già serpeggiava dall’anno innanzi. Lo stesso documento ha parole di biasimo pel Municipio etc…”. In un blog sulla rete troviamo scritto che nel 1866, un’epidemia di colera colpì Lagonegro, causando un’ondata di paura e disperazione. Sebbene la situazione fosse grave, non ci sono dati specifici disponibili sui decessi o sull’entità dell’epidemia in Lagonegro. Tuttavia, si sa che il colera era una malattia diffusa e devastante nel XIX secolo, causando un’enorme mortalità in molte aree d’Italia. Nel 1866, il colera causò solo 4 decessi, ma poi nel 1867 ne causò 231. A Lagonegro, come in altre località, alle prime avvisaglie della malattia si rafforzò la vigilanza e si adottarono nuovi provvedimenti restrittivi. È importante ricordare che il colera era una malattia particolarmente pericolosa nel XIX secolo, prima che si scoprissero le cause e le cure efficaci. La trasmissione avveniva principalmente attraverso l’acqua contaminata e la mancanza di igiene rendeva la malattia ancora più diffusa. Nonostante non vi siano dati specifici sull’epidemia di Lagonegro nel 1866, si può immaginare che la situazione fosse molto difficile per la popolazione, con un forte impatto sulla vita sociale ed economica del paese.
Nel 1866, la Terza Guerra d’Indipendenza ed i martiri di Torraca
Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 98, nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “…così nel 1860, allorchè gran parte dell’esercito meridionale calpestava il suo suolo, nessun torracchese andò ad invigorire la schiera garibaldina che si apprestava all’ultimo scontro della battaglia del Volturno. Dopo la gloriosa impresa dei Mille, Torraca può vantare il merito di aver concorso nella lotta per la libertà. Nella terza guerra d’Indipendenza, Garibaldi con i suoi volontari, forzò la difesa austriaca e riuscì ad aprirsi la strada verso Trento. Il paese, in tale occasione, avrà l’onore di vedere indossare la camicia rossa a dodici suoi figli. Costoro sono: caporale Lorenzo Barra ed i soldati Giuseppe Brando, Pasquale Branda, Giuseppe Falce, Marcello Filizzola, Francesco Filizzola, Nicola Filizzola, Domenico Flora, Giuseppe Forte, Pietro Gaetano, Vincenzo Giordano, Pasquale Gravina.”.
DOPO L’UNITA’ IL DISAGIO ECONOMICO DELLE CLASSI SUBALTERNE NEL SALERNITANO
Nel 1866, la lettera del Sindaco di Casaletto Spartano al sottoprefetto di Sala Consilina
Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Purtuttavia ci è sembrato inutile riportare, come testimonianza del disagio economico in cui versava la popolazione rurale del Salernitano, una lettera che il Sindaco di Casaletto Spartano, un comune assai povero del Cilento, scriveva a sottoprefetto di Sala, nel ’66: una denuncia che sembra acquistare una portata ben più vasta dei motivi contingenti che l’avevano provocata. Egli scriveva: “Signor Marchese, i beatissimi di Firenze veggono attraverso il prisma dei loro agi e delle larghe indennità di rappresentanza e dei larghissimi soldi, e tutto appare dovuto. Ma se scendessero nella realtà dei fatti, se si degnassero entrare nel tugurio del povero, ecco allora la cosa sarebbe diversa….Qua il plebeo vende la sua opera per un anno, a tenue prezzo di otto, dieci ducati. Con questa vilissima somma occorre ai bisogni della famiglia e propri. Ora che sarà se da questa deduce 1,94 (lire otto) per il dazio del porco?…Il popolo che poco si ama essere cittadino di una grande Nazione…che non sa e non vede le reti di ferrovie, che annette alla parola Italia l’idea, son fatti, di una grossa prostituta, questo popolo imbeccato, sobillato dai borbonici, guarda solo che prima pagava il sale ad otto grani al rotolo, ora lo paga a dodici!, il sigaro ad un grano, ora a sette centesimi, che adesso paga la ricchezza mobile che prima non pagava; la tassa sulla successione che prima non era, il Dazio consumo che prima non esisteva, il grave aumento sul registro e sulla carta da bollo, questo popolo non può essere contento. A tutto ciò si aggiunga l’aumento dei cereali, il commercio estinto, l’agricoltura finita per mancanza di braccia, i pubblici lavori non menati innanzi né dal Governo né dalla Provincia”(4).”. Capone, a p. 100, nella nota (4) postillava: “(4) A.S.S., Gab. Pref. b. V, f. 5. Nel fondo Gabinetto di Prefettura si trovano scarsi documenti sulla economia della Provincia; da essi tuttavia si ricava qualche notizia utile. Il fenomeno dell’emigrazione era già, nel ’67, amplissimo in provincia di Salerno, etc…”. Stessa notizia fu riportata dal Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, 2002, a pp. 358-359, nella nota (384) postillava: “L’Unità non aveva portato miglioramenti per la povera gente: sono eloquenti a tal proposito, le parole del Sindaco di Casaletto Paolo Gallotti indirizzate al Sottoprefetto di Sala nel 1867: “La pubblica tranquillità minaccia turbarsi….qua il plebeo vende etc…” (ASS. Pref. Gab., b. 5, a. 1867).”.
Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 285 e ssg., in proposito scriveva che: “Nelle banche erano depositati trentatrè milioni di ducati; nei musei c’erano inestimabili tesori d’arte e così nelle regge (1); c’erano diecine e diecine di navi nel porto; c’erano gli arsenali con tutte le più moderne attrezzature, c’era insomma, l’intero patrimonio materiale e morale del più ricco paese (1) d’Italia da tutelare; d’un paese dalla finanza così solida che la ragione commerciale del suo debito pubblico aveva toccato, talvolta, il 120 per cento, mentre quella torinese oscillava intorno al 70….”. Topa, a p. 286, nella nota (1) postillava: “(1) Quando si parla di ricchezza delle Due Sicilieci si riferisce agli enormi capitali, in gran parte inutilizzati, di cui disponeva il Reame; capitali che erano il frutto di anni e anni di risparmi e sacrifici della parsimoniosa gente meridionale. Allora come oggi – e Giustino Fortunato ha rilevato e diffuso questa tragica vertà – vaste zone delle regioni del Sud erano improduttive per cause naturali e non per incuria degli uomini. Ma i governi che si succedettero in Italia dal 1861 sino ai primi del ‘900 consideravano il Mezzogiorno quasi un secondo Eldorado, una inesauribile miniera alla quale si potesse attingere a piene mani; e, difatti, vi attinsero, con conseguenze ancora oggi constatabili. A quanto denunziava Liborio Romano nella sua lettera a Cavour (più avanti nota a p. 312) bisogna aggiungere che, mentre industrie e commerci meridionali, per la cieca politica dei governi, venivano asfissiati, e il credito polverizzato, il Nord, coi capitali trovati nel Sud, costruiva la sua rete ferroviaria e finanziava le sue industrie, le quali si avvantaggiavano anche della posizione geografica di città come Torino, Genova e Milano. Ad aggravare maggiormente, la posizione del Mezzogiorno, nella nuova compagine statale unitaria, concorse la unificazione del Debito Pubblico. E’ noto che il Reame aveva un debito pubblico irrisorio, ladove Piemonte e Toscana, ad esempio, erano indebitati sino al collo: il Regno sardo, nel 1860, era addirittura sull’orlo del fallimento finanziario; ma il Gran Libro di Bastogi, risolse il problema, addossando alle popolazioni meridionali – che pagarono, e come – quel passivo di centinaia e centinaia di milioni di lire, e di Lire di allora, si badi bene. Ma non è finita. Nello stesso tempo, sull’economia del Sud si abbatteva il flagello del sistema fiscale piemontese. I sudditi del Reame, i meno tassati d’Italia, erano abituati a pagare soltanto la ‘fondiaria’, il registro e bollo e qualche altro dazio del tabacco e delle carte da gioco; ma con l’unificazione della Penisola, dovettero subire nuove tasse e nuove imposte, che, oltre ad essere gravose, erano anche esatte secondo un sistema che in nulla poteva essere paragonato a quello esemplare già vigente nel Regno delle Due Sicilie. Naturalmente, mentre i meridionali cominciarono a gemere sotto il torchio del Fisco piemontese, i settentrionali, i cui imponibili furono ridotti, cominciarono a respirare. Anche le tasse, dunque, concorsero a favorire quel fenomeno denunziato da Nitti (op. citata) sotto la definizione di “drenaggio di capitali dal Sud al Nord”; “drenaggio protrattosi per decenni e che tuttora, certo in misura ridotta, perchè il Mezzogiorno è immiserito, continua.”.
Dal 1867 al 1872, don FILOMENO GALLOTTI, figlio del barone Giovanni fu ESATTORE DEL COMUNE DI SAPRI

(Fig. n…..) – Ritratto del barone don Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri – olio su tela (1882) – conservato al Comune di Sapri – foto Attanasio
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Su Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri troviamo una notizia interessante nel testo di Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Etc..”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, parlando di Giovanni Nicotera, uno dei principali protagosti della vita politica della Provincia di Salerno, in proposito scrivevano: “….perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”.”. Leone e Stancati (….), a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221, in proposito scriveva che: “A questo punto del lavoro, per completezza, pare doveroso, allontanandoci del periodo di nostro interesse, come si è fatto per la famiglia Gallotti, dire della famiglia Peluso (62).”. Policicchio, a p. 221, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di ilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti. Secondo la lapide marmorea nel cimitero di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI nacque il 3-11-1832 e morì il 12-11-1918, all’età di anni 86. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Insomma, don FILOMENO GALLOTTI – uno dei cinque figli maschi del barone don Giovanni non era il “sacerdote”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta il “17) Nicola Gallotti 1895” fino al “16) Filomeno Gallotti 1880”. Dunque, secondo il Tancredi (….), il dott. FILOMENO GALLOTTI eletto Sindaco nel 1880 e rimase in carica fino al 17° Sindaco, ovvero fino al 1895 quando fu eletto Sindaco di Sapri il dott. Nicola Gallotti – che apparteneva ad un altro ramo dei Gallotti – quelli che io distinguo con i Gallotti di Piazza Plebiscito. Nell’elenco dei “Sindaci di Sapri” pubblicato a p. 89 dal Tancredi (…), notiamo che nel 1883 doveva essere Sindaco di Sapri “16 – Filomeno Gallotti, 1880” che restò in carica fino al 1895 con “17) Nicola Gallotti, 1895“. Questo stesso identico nome, Nicola Gallotti, ricorre poi ufficialmente come Sindaco ed Ufficiale dello Stato Civile di Sapri nel 1838, e compare nuovamente nella celebre lista del disarmo della Guardia Urbana del 1857 insieme a Raffaele, Filomeno, Francesco e Diomede. Su don FILOMENO GALLOTTI Esattore del Comune di Sapri, Eugenia Granito (….), nel suo “Un popolo uno Stato – Conquiste e problematiche dell’unificazione italiana viste da una provincia meridionale, Archivio di Stato di Salerno – Catalogo della mostra marzo dicembre 2011, ed. Plectica, 2012, a p. 126, in proposito aggiungeva che: “Filomeno Gallotti, esattore fondiario, “ha disimpegnato tale carica infamemente e svergognatamente, facendosi con minacce e prepotentemente pagare da queste infelici donne due volte la fondiaria, usando l’accorgimento di non rilasciare loro ricevo”. “In una parola – conclude il delegato di P.S. – quasi tutta la classe infima di qui è stata prepotentemente rubata, vessata e minacciata da’ Gallotti”.”.
I GALLOTTI A SAPRI DOPO L’UNITA’ D’ITALIA

(Fig. n….) – Lettera nota del delegato di P.S. di Sapri al sottoprefetto di Sala del 29 maggio 1860- conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, b. 7, f.lo 39
Eugenia Granito (….), nel suo “Un popolo uno Stato – Conquiste e problematiche dell’unificazione italiana viste da una provincia meridionale, Archivio di Stato di Salerno – Catalogo della mostra marzo dicembre 2011, ed. Plectica, 2012, a p. 114-115, in proposito scriveva che: “Gli strali del clero si appuntavano contro le nuove amministrazioni liberali: a Cava si era costituita una società segreta di sacerdoti etc…(52). E’ a dire che la nuova classe dirigente non sempre dava prova di correttezza nella gestione delle amministrazioni locali. Talora chi nel vecchio ordine politico era stato oggetto di persecuzioni per le sue idee, una volta asceso al potere, non si rivelò migliore dei suoi persecutori. E’ il caso dei Gallotti che, dopo i moti del Quarantotto, avevano conosciuto le carceri borboniche, riportando pesanti condanne, divenuti dopo l’Unità d’Italia, i “Faraoni di Sapri”, come sprezzantemente li avevano soprannominati i loro concittadini, giacché “in tutti gli affari comunali, cioè negli appalti del Dazio Consumo ed altri, i Gallotti sono stati i soli ad acquistarli (….) non permettendo l’ingerenza di altri, e quindi l’esazione a modo loro e prepotentemente”. A Raffaele Gallotti, “dedito alle cure di campagna, era affidato il compito di appropriarsi del suolo pubblico demaniale”. Filomeno Gallotti, esattore fondiario, “ha disimpegnato tale carica infamemente e svergognatamente, facendosi con minacce e prepotentemente pagare da queste infelici donne due volte volte la fondiaria, usando l’accorgimento di non rilasciare loro ricevo”. Per questo “quasi tutta la classe infima di qui è stata prepotentemente rubata, vessata e minacciata da’ Gallotti” (53).”. Questa di Sapri non era l’eccezione, ma una realtà molto diffusa, basti leggere le relazioni sullo spirito pubblico dei sottoprefetti: quello di Campagna, a proposito delle amministrazioni comunali del circondario, si sofferma sul “pelago di cose sconce”, sulla “lotta vicendevole per godere l’abuso, l’angaria, le rendite municipali, con arti peggiori del fine, senza che ne derivi, almeno per pretesto, un bene qualunque alle popolazioni etc…”.(53)….Sovente, dopo l’Unità, il potere locale rimase nelle mani dei vecchi notabili che, gattopardescamente, si erano affrettati ad aderire al nuovo ordine. La borghesia meridionale – ha scritto a ragione Leopoldo Cassese – “si chiuse nel suo egoismo e, forte della sua potenza economica, riuscì a far deviare e, direi a impantanare la rivoluzione italiana in una sterile e meschina lotta di interessi” (55).”. Granito, a p. 115, nella nota (53) postillava che: “AS SA, Prefettura, Gabinetto, b. 7, f. lo 39, nota del delegato di P.S. di Sapri al sottoprefetto di Sala del 29 maggio 1860.”. Granito, a p. 115, nella nota (54) postillava che: “(54) Ivi, b. 6, f.lo 1, relazione del Prefetto sullo spirito pubblico del 16 ottobre 1867.”. Granito, a p. 115, nella nota (56) postillava che: “(55) L. Cassese, La lotta per l’unità nazionale nel Salernitano, ora in L. Cassese, Scritti di storia meridionale, a cura di A. Cestaro e P. Laveglia, Pietro Laveglia editore, Salerno, 1970, p. 403.”. Il documento pubblicato dalla Granito è presentato nella sezione “Documenti” del Catalogo della mostra del 2011 presso l’Archivio di Stato di Salerno e a p. 125-126, lo ha pubblicato nel sottocapitolo “I limiti dei nuovi gruppi dirigenti”. Granito, a p. 125, in proposito scriveva su questo documento: “Sapri, 29 maggio 1868. Nota del delegato di P.S. di Sapri al sottoprefetto di Sala sulle prepotenze perpretate dai componenti della famiglia Gallotti ai danni dei propri concittadini, prepotenze che sono valse loro l’appelllativo di “Faraoni di Sapri”. AS SA, Prefettura, b. 7, f.lo 39.”. Io aggiungo che la “Nota” fu scritta del delgato di P.S. di Sapri- di cui non si riesce a capire il nome – riguardava non solo i Gallotti ma scrive pure “Gallotti ed Eboli”. Granito, a p. 126, in proposito aggiungeva che: “I Gallotti avevano pagato pesantemente la loro opposizione al regime borbonico: il padre Giovanni, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che era stata prima ridotta a dieci anni e poi del tutto condonata; nel 1857 l’ospitalità data a Pisacane ed ai suoi uomini al Fortino era costata ai Gallotti un nuovo arresto. All’indomani dell’Unità da vittime si trasformarono in persecutori: “il colore politico” serviva “sempre loro di pretesto, onde spogliare coloro che avevano qualche parente compromesso per l’uccisione di del Carducci, i quali per non essere continuamente vessati, con danaro e con prodotti delle loro terre, cercavano calmare lo sdegno de’ venali Gallotti, i quali da persecutori quasi per un centesimo si si mutavano in protettori (….). I Gallotti hanno messo a contribuzione tutt’i cosidetti borbonici ed i sedicenti uccisori del Carducci. In tutti gli affari comunali, cioè negli appalti del Dazio Consumo ed altri, i Gallotti sono stati i soli ad acquistarli (…) non permettendo l’igerenza di altri, e quindi l’esazione a modo loro e prepotentemente”. Salvatore Gallotti, soprannominato il “Nerone di Sapri”, pretendeva di “esigere non solo il dazio sui generi che rimanevano in Sapri, ma anche su qualli che, sbarcati in Sapri, venivano inviati a Lagonegro, Lauria ed in altri paesi.”. A Raffaele Gallotti, “dedito alle cure di campagna, era affidato il compito di appropriarsi del suolo pubblico demaniale”. Filomeno Gallotti, esattore fondiario, “ha disimpegnato tale carica infamemente e svergognatamente, facendosi con minacce e prepotentemente pagare da queste infelici donne due volte la fondiaria, usando l’accorgimento di non rilasciare loro ricevo”. “In una parola – conclude il delegato di P.S. – quasi tutta la classe infima di qui è stata prepotentemente rubata, vessata e minacciata da’ Gallotti”.”. Sarebbe interessante sapere il nome del Delegato di P. S. di Sapri – visto che il suo nominativo non si legge sul documento – che nel 1868 denunciava al Sottoprefetto di Sala questo stato di cose nei riguardi dei “Gallotti ed Eboli”.
Nel 1867 muore Biagio Palamolla e FRANCESCO PALAMOLLA diventa il 7° Barone di Torraca e marchese di Poppano
Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “….Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei ‘Nobili Napoletani’, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta, si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli. Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolorosa pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”.
Nel 1868, a Padula, la Certosa di S. Lorenzo
Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg., in proposito scriveva che: “En 1868 le gouvernement italien l’a fermée de nouveau, en dispersant les moines et en confisquant ce qu’elleavait encore de biens. Il n’y est resté qu’un unique custode les meubles ont été vendus à l’encan, et les édifices abandonnés dépérissent rapidement, faute de réparations depuis quinze ans. Cette année enfin; le gouvernement etc…”, che tradotto significa: “….Certosa di San Lorenzo…..Nel 1868 il governo italiano richiuse, disperdendo i monaci e confiscando i beni che ancora le erano rimasti. Non c’è rimaneva solo un quarto di pannello, i mobili stati venduti all’asta e gli edifici abbandonati stanno rapidamente scomparendo a causa della mancanza di riparazioni quindici anni. Quest’anno finalmente; il governo etc…”.
Nel 1870, i moti mazziniani del ’70 a Napoli e provincie napoletane
Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 112, in proposito scriveva che: “Il Nicotera si orientava sempre più verso un tipo di azione politica del tutto legalitaria (38), ciò non poteva non dare origine ad un conflitto fra i due schieramenti di opposizione. Ciò si vede in tutta evidenza in occasione dei moti mazziniani del ’70. Se il Prefetto di Napoli, il 2 aprile, scriveva al prefetto di Salerno: “Vuolsi pure che il Nicotera abbia in mano le fila della cospirazione in cotesta provincia e che si avvalga di tutta la sua influenza per riuscire allo scopo”, tuttavia il giorno seguente, scrivendo allo stesso, precisava: “Mi affretto a comunicarle varie altre notizie che da persone di fiducia mi vengono comunicate intorno alle mene dei mazziniani in codesta provincia. Il noto Calicchio Francesco che trovasi in Roccadaspide era d’accordo col Romanelli ed altri per provocare anche in Salerno un tentativo d’insurrezione. Federico La Monica, però, volle prima consultare il barone Nicotera, il quale avrebbe risposto che il paese non aveva seguito l’esempio di Pavia, etc…”.
Nel 17 maggio 1873, morì don Giovanni GALLOTTI, ultimo barone di Casaletto e Battaglia
(Fig. n…..) – Stemma araldico della famiglia dei baroni Gallotti di Casaletto – dipinto su muro (affresco e tempera) nell’androne di palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice a Sapri
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”.
Nel 1875, il discorso di Pietro Melazzi Lomonaco, Presidente della Società Operaia “Silvio Curatolo” di Aieta
Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora Con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 1960, ristampato dal Comune di Tortora a cura di Aleardo Dino Fulco, nel cap. V, a pp. 131-132, parlando del passaggio di Garibaldi a Tortora, Fulco cita il discorso di Pietro Melazzi Lomonaco: “L’evento storico è confermato, oltre che da fonti orali, da una lettera con firma autentica di Garibaldi datata da Roma 7 febbraio 1875 e conservata in casa Lomonaco, e dall’accenno che ne fece Pietro Melazzi Lomonaco, presidente della Società Operaia Silvio Curatolo di Aieta, nel suo discorso commemorativo di Garibaldi, tenuto ai soci di quel soldalizio il 9 luglio 1882. “Il 3 settembre 1860- egli disse – il Comune vicino di Tortora ebbe l’onore e il piacere di alloggiarLo fra le sue mura; anzi dimorò per varie ore in casa di mio fratello Biagio ch’è domiciliato e residente a Tortora, ove prese una refezione insieme ai Generali Bixio, Cosenz, Medici e Bertani, soli, senza niuna forza”.”.
LA SINISTRA STORICA
Da Wikipedia leggiamo che la Sinistra, detta in seguito storica per distinguerla dai partiti e movimenti di sinistra che si sarebbero affermati nel corso del XX secolo, è stata uno schieramento politico dell’Italia post-risorgimentale. Si parla comunemente di un’egemonia della sinistra storica tra la “rivoluzione parlamentare” del 1876 (quando succedette al governo della Destra) e la “crisi di fine secolo” del 1896. Il primo leader storico della Sinistra storica fu il piemontese Urbano Rattazzi, il quale nel 1852 realizzò insieme all’allora leader della Destra storica, Camillo Benso di Cavour, il cosiddetto “Connubio”. Rattazzi sarà sia Presidente della Camera dei Deputati che Presidente del Consiglio, con i voti sia della Destra, che della Sinistra. Il primo presidente del consiglio a capo di un governo solo della Sinistra storica fu Agostino Depretis, incaricato dal Re, oltre che dallo schieramento di cui faceva parte, si reggeva anche sull’appoggio di una parte della Destra, quella che aveva contribuito alla caduta del governo Minghetti. Nella sua azione di governo, Depretis cercò sempre ampie convergenze su singoli temi con settori dell’opposizione, dando vita al fenomeno del trasformismo. La fase egemonica della Sinistra storica si concluse nel 1896 a seguito delle elezioni politiche. Il governo Depretis, infatti, si era spostato verso l’ala conservatrice del parlamento, incontrando i moderati più progressisti, che erano stati inglobati all’interno di una più grande coalizione. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a pp. 110-111, in proposito scriveva: “4) Il Governo della Sinistra Parlamentare. La destra parlamentare, come si era già detto, governò dal 1861 al 1876, rimanendo sempre intransigente nell’applicazione di tutte le leggi sardo-piemontesi delle regioni annesse, non tenendo conto della democrazia e nè tampoco delle condizioni economiche e morali di tutto il popolo meridionale. Con l’avvento della sinistra, ormai consolidata dal propagarsi del socialismo, fu formato il Governo il 20 marzo 1876 – con la presidenza dell’on. Agostino Depretis (Mazzacorti – Pavia 1813. Stradella 1887) e con i Ministri: on Giovanni Nicotera, patriota calabrese (1828-1894).”. Nel decennio del Governo di sinistra al potere si ebbero alcune leggi che agevolarono le condizioni degli operai specialmente con la istituzione della Cassa Nazionale di assicurazione per gli infortuni sul lavoro (1883) l’abolizione dell’arresto personale per i debiti, e la riforma elettorale che elevò il numero degli elettori dal 2 al 7 per cento della popolazione. Etc…”. Alfonso Conte (….), nel suo “Immagini e simboli dell’epopea unitaria a Salerno”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, dove, a p. 86, parlando di Nicotera scriveva: “Anche con l’avvento della Sinistra storica al governo, la situazione resta la stessa; anzi, per molti aspetti, l’atteggiamento disinvolto di molti suoi esponenti provoca rimpianti e delusioni. A Salerno, in particolare, lo “scandaloso processo” del 1877, che vede protagonista Nicotera, “fatti segno di atroci sospetti per la parte avuta nella spedizione di Pisacane”, si conclude “con la condanna degli ingiusti accusatori, ma anche con l’ombra che sempre lasciano queste cose”(79). Messi a disagio dalle diffidenze e pressati dai problemi quotidiani, sia gli uomini plitici sia gli amministratori locali sembrano definitivamente rinunciare al compito, svolto per un breve periodo, di celebrare l’unità nazionale al fine di coinvolgere i ceti popolari.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 591-592, in proposito scriveva che: “Ma la Sinistra aveva troppo promesso per poter tutto mantenere; d’altra parte i prodigi per accontentare Garibaldi neppur essa poteva farli; talchè non correranno molti mesi che il principale suo paladino ne sarà divenuto il principale avversario. Eccolo quindi nel 1879 piombare di nuovo come folgore a Roma, destandovi le consuete alternative d’inquietudine e d’entusiasmo, e predicando a tutti, dal Re che lo visitava pel primo in sua casa, al più modesto giornalista e al più umile operaio, la necessità di disfarsi dell’uomo fatale, e l’uomo fatale era per lui il Depretis; di riconciliare tutte le frazioni discordi della Sinistra, cementandone con un Ministero che ne comprendesse le sommità più pure l’auspicata concordia (1); di affrettar soprattutto l’adempimento delle fatte promesse, che per Garibaldi non ammettevano indugi e non conoscevano confine. Etc…”. Guerzoni, nella nota (1) postillava: “(1) Voleva un ministero Crispi, Cairoli, Zanardelli, Nicotera, Villa, Mancini: coloro precisamente che in quel momento più si dilaniavano.”.

Nel 1876-77, Giovanni NICOTERA, Ministro dell’Interno del Governo del Regno d’Italia e la sua avversione ai primi circoli socialisti
Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera fu costretto alle dimissioni nel dicembre 1877; formò quindi la “pentarchia”, con Crispi, Cairoli, Zanardelli e Baccarini, in opposizione a Depretis. Tornò al governo, sempre come ministro dell’interno, nel 1891, con il primo governo di Rudinì. Durante questo incarico reintrodusse la circoscrizione uninominale, si oppose alle agitazioni socialiste e propose invano l’adozione di severe misure repressive contro le banconote false stampate dalla Banca Romana. La sua permanenza al governo terminò con la caduta di Rudinì, nel maggio 1892. Morì a Vico Equense il 13 giugno 1894. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 160, nella nota (41) postillava: “(41) Il Nicotera….Nel 1876-77 e nel 1891-92 sarà ministro dell’Interno, poi si ritirerà dalla politica militante.”. E’ a mio avviso che, in questo periodo saranno effettuate alcune operazioni chirurgiche sul territorio di Sapri, ex di Torraca, dell’ex baronia dei Palamolla e dei diversi processi tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro. Una parte del territorio di Sapri passerà nei confini del territorio di Vibonati, con cui il Nicotera aveva avuto da sempre ottimi rapporti, sia con i Sindaci che con gli attendibili del posto. Del periodo in cui Nicotera fu Ministro degli Interni del Governo Depretis, non sono chiarissime alcune cose che avvennero nei nostri Comuni, che nel frattempo, dopo il Plebiscito del 21 Ottobre 1860 erano diventati comuni del Regno d’Italia. E’ un periodo, questo che dovrà essere ancora indagato. Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, fin dal 1860 aveva anche intrapreso un’attività politica, pubblicando articoli su un giornale, Il popolo d’Italia, al quale collaborava anche Aurelio Saffi; per un decennio fu su posizioni di estrema opposizione; dal 1870 iniziò tuttavia ad appoggiare le riforme militari di Ricotti-Magnani. Massone, nel 1864 fu eletto membro del Grande Oriente d’Italia dall’Assemblea costituente di Firenze, dove nel 1867 fu membro della Loggia “Universo”. Nel 1869 fu Maestro venerabile della Loggia “Rigenerazione” di Napoli e nel 1872 fu eletto membro del Consiglio dell’Ordine. Con l’arrivo al governo della Sinistra storica, nel 1876, divenne ministro dell’interno nel primo governo Depretis, incarico che esercitò con particolare fermezza. Nel 1877 presentò al governo un progetto di legge per la riforma delle Opere Pie (IPAB), al termine di una lunga inchiesta che ne denunciava da un lato gravi abusi da parte degli amministratori e dall’altra alcune incongruenze con le necessità della pubblica assistenza. Fu costretto alle dimissioni nel dicembre 1877; formò quindi la “pentarchia”, con Crispi, Cairoli, Zanardelli e Baccarini, in opposizione a Depretis. Tornò al governo, sempre come ministro dell’interno, nel 1891, con il primo governo di Rudinì. Durante questo incarico reintrodusse la circoscrizione uninominale, si oppose alle agitazioni socialiste e propose invano l’adozione di severe misure repressive contro le banconote false stampate dalla Banca Romana. La sua permanenza al governo terminò con la caduta di Rudinì, nel maggio 1892. Morì a Vico Equense il 13 giugno 1894. Giovanni Di Capua (….), nel suo “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) di Rutino, per punire i trucidatori di Pisacane.”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’atttività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867). Dopo la presa di Roma (1870), la fittizia unità del partito si sciolse, e gli elementi più moderati confluirono e formarono quella sinistra parlamentare che doveva salire, con de Pretis, al potere nel 1876. Onofrio Pacelli fu seguace di quel partito e repubblicano. Nel 1866 si arruolò tra i “Cacciatori delle Alpi” e partecipò alla vittoriosa campagna di Garibaldi, nel Trentino, contro gli Austriaci. Il modello politico, perlomeno negli anni successivi al 1860, fu rappresentato da Giovanni Nicotera, che, come ho detto, divenne suo amico personale. Di un pregevole studio di Alfredo Capone (29) cito i passi seguenti: “….Questa eredità romantica, (quella di contrapporre Garibaldi a Cavour) che i moderati meridionali avevano bruciato durante un decennio di discepolato cavouriano, continuava a vivere intatta, nel ’60 in molti democratici meridionali, e, più che in ogni altro, in Giovanni Nicotera…A Napoli, è vero, era Mazzini ad ispirare più d’ogni altro il ‘Popolo d’Italia (30)…Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 228, in proposito scriveva che: “….Salerno memore del suo martirio, per rimunerarlo dei sagrifizi fatti per la patria ; dal 1861 in poi , gli ha sempre e in tutte le legislature, che da quell ‘ epoca sonosi seguite, rinnovato il mandato di rappresentarla in Parlamento ; nel quale egli da giovane acquistò subito brillante posizione , sino a che nel 1876, caduto il partito di destra dal potere , per sua principale attitudine, dal re Vittorio Emanuele, veniva chiamato al dicastero degli affari interni, nella cui qualità si distinse per ingegno e somma energia nel distruggere il brigantaggio , la camorra e la maffia. Egli tuttora vive , vigile custode dei destini d’ Italia, e il suo paese , S. Biase , a perenne ricordo delle sue virtù , come cittadino, soldato e uomo di Stato, gli ha eretto un grandioso monumento.”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a pp. 39-40, in proposito scriveva che: “Ricerca, che darebbe anche frutti e novità di risultati, sarebbe quella di esaminare un pò da vicino la formazione, i precedenti, gli interessi, i legami con la terra, del gruppo cattolico, a mezza strada tra il borbonismo e l’autoritarismo, non limitandosi solo alle consuete e già note personalità di spicco (Savarese, Dragonetti, Cenni (37) e simili) così amorosamente studiati dall’Anzilotti, ma alla folla di ‘minori’ che saranno destinati ad avere notevole ‘peso’, e do a questa parola il senso letterale, nella vita del Mezzogiorno italiano. Uomini di destra che, poichè, per la ben nota situazione, non fu possibile dar vita in Italia ad un movimento cattolico-conservatore, aumentarono le file della sinistra meridionale, e, intorno a Nicotera, ne costituirono il nerbo, dando l’avvio con le elezioni del 1865 e del 1874, e con la rivoluzione parlamentare del ’76, a tutta una nuova fase della vita italiana. Ed erano uomini, questi ex-borbonici, cattolici-conservatori mascherati di sinistra, che, a differenza dei liberali di destra, mossi – e fu il loro limite – unicamente da ragioni ideali, portavano nella vita pubblica mentalità e sistemi che sembravano più moderni, anche se non erano assai spesso che la rispolveratura del vecchio paternalismo di tipo borbonico, ma comunque erano legati a problemi concreti e avevano ben diversi agganci con la situazione regionale e locale.”. Moscati, a p. 40, nella nota (37) postillava: “(37) Cfr. E. Passerin D’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 111, in proposito scriveva: “….fu formato il Governo il 20 marzo 1876 – con la presidenza dell’On. Agostino Depretis e con i ministri: on. Giovanni Nicotera, patriota calabrese. Etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 119-120, in proposito scriveva che: “Tuttavia, gli sforzi del governo per ostacolare la continua ascesa della sinistra nel Mezzogiorno erano destinati al più completo insuccesso; una ascesa che – come è noto – fu uno dei fattori decisivi che portarono alla “rivoluzione parlamentare” del 18 marzo 1876 e all’assunzione, da parte di Nicotera, del Ministero dell’Interno nel primo Gabinetto Depretis (69).”. Capone, a p. 119, nella nota (69) postillava: “(69) B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Bari, 1928, p. 11.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 120-121, in proposito scriveva pure che: “Una volta Ministro, Nicotera, tuttavia, come è noto, diede alla sua azione di governo un’impronta nettamente conservatrice, il che non mancò di sorprendere l’opinione pubblica che era abituata a considerarlo un “rivoluzionario”(72). L’eutoritarismo di Nicotera ministro allarmò inoltre la stessa opinione moderata liberale: scriveva ad esempio Caterina Pepoli Tattini al Capitelli, il 1° maggio 1876: “…il Nicotera, che per me è un vero Rabagas mostra quale salda convinzione reggesse le sue idee, quando gridava contro l’Assolutismo del governo. Ora proibisce i ‘meetings’ e credo diventerà l’elemento più assolutista del Ministero. Le nostre speranze debbono essere certo negli uomin del centro e del settentrione dell’Italia”(73). Ma ciò che dette all’azione del Nicotera un appariscente carattere conservatore, fu la sua pervicace opera di repressione del movimento repubblicano ed internazionalista (74). Quest’opera si esplicò in maniera assai vistosa proprio in provincia di Salerno, dove l’ufficiale “Corriere di Salerno” così ammoniva: “L’on. Nicotera ha dato prova anche una volta del senno e della serietà alle quali ispira i suoi principii di governo; e i radicali, se pure l’hanno potuta cullare, possono ormai abbandonare ogni lusinga, di trovare in lui per avventura un appoggio, un incoraggiamento de’ loro disegni”(75). Del resto, i prefetti cominciarono ad essere bombardati da un numero incredibile di circolari ministeriali che suggerivano misure repressive nei confronti del partito repubblicano, come del movimento internazionalista (76). Il Prefetto di Salerno, continuamente sollecitato ad indicare i nomi delle persone ostili al governo, finiva con l’inviarne un elenco, ma vi aggiungeva alcune intelligenti osservazioni etc…Egli scriveva infatti: “….ad eccezione di Matina Giovanni, De Honestis Giovanni, e Morone Erminio, niuno altro meritava e merita d’esservi annotato, perché se pure hanno convinzioni veramente repubblicane (del che è lecito dubitare) non hanno le altre qualità di carattere e posizione etc…”. Capone, a p. 123, nella nota (72) postilava: “(72) Sul primo Gabinetto Depretis e l’avvento della Sinistra al potere, v. G. Carocci, Agostino Depretis e la politica interna italiana dal 1876 al 1887, Torino, 1956; sul Nicotera Ministro così scrisse il De Cesare: “nel mutare, anzi nello sconvolgere l’amministrazione, non ebbe affatto misura. I prefetti delle grandi provincie dettero le dimissioni; gli altri tutti cambiarono di residenza, e così pure avvenne nelle altre amministrazioni dello Stato…quel primo ministero di Sinistra visse una vita assai agitata per l’irriquietezza quasi morbsa del Ministro dell’Interno, che prodigava favori agli amici, non levò scandalo la concessione di oltre settanta alte decorazioni, con un sol decreto ad altrettanti deputati della maggioranza… A quei deputati egli concesse il premio del voto favorevole alla tassa sugli zuccheri”; R. De Cesare, Sommario di Storia politica e damministrativa d’Italia (1801-1901) in Cinquanta anni di Storia Italiana, vol. I, Milano, 1911, p. 22 e p. 23; moltissime notizie sul Nicotera ministro in P. Vigo, Annali d’Italia, Storia degli ultimi trent’anni del secolo XIX, vol. II, pp. 115 e ssg.“. Capone, a p. 121, nella nota (73) postillava: “(73) cit., in R. Quazza, La disfatta della Destra, in “Rass. Storica del Risorgimento”, a. XIII, (1925), p. 232; la Pepoli Tattini si riferiva alla repressione di una dimostrazione a Corato, etc…“. Capone, a p. 121, nella nota (75) postillava: “(75) “Il Corriere di Salerno”, 29 agosto 1876; una copia in A.S.S., Gab. Pref. , b. XIV, f. 6.”. Capone, a p. 121, nella nota (76) postillava: “(76) Quanto all’internazionalismo, quasi quotidiane erano le circolari ministeriali che ne illustravano ai prefetti l’organizzazione e sollecitavano provvedimenti repressivi. Ma in Provincia di Salerno i fermenti internazionalisti erano quasi del tutto scomparsi, e nel settembre ’76, il prefetto di Salerno rispose che “le poche società operaie presentano bn poca vitalità e mostrano tendenze al postutto temperate ad intendimenti umanitari di mutuo soccorso, tenendosi estranee a brighe politiche. Soltanto la società operaia esistente a Pellezzano ove i diversi stabilimenti riuniscono una massa di oltre due mila operai potrebbe presentare una vera e propria importanza etc…”(A.S.S., Gab. Pref., b. XIV, f. 37). All’occhiuso ministro, per altro, non sfuggiva neanche il movimento di una piccola Società di mutuo soccorso tra tipografi, sospetta di socialismo, costituitasi in Salerno, su cui pure riferì, ma in modo del tutto tranquillante il Prefetto (A.S.S., Gab. Pref., b. XIV, f. 38). Nel 1878 il Melillo dirigeva il giornale “La rivendicazione del Popolo” etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 120-121, in proposito scriveva pure che: “L’avvento della Sinistra al potere fu accolto nel Mezzogiorno con vera soddisfazione, soprattutto dalla piccola borghesia provinciale che a quell’avvenimento confidò un gran numero di speranze e di giuste attese. Il 26 marzo il Melillo organizzò a Mercato Cilento una associazione Giovanile Repubblicana (70), costituita prevalentemente da esponeni della piccola borghesia di vari paesi del Cilento, la quale tenne il 23 aprile una manifestazione a favore del nuovo Ministero, presieduta da Salvatore Magnoni. Pure il 23 aprile a Vallo della Lucania si organizzò un’assemblea popolare, per plaudire al primo Ministro della Sinistra, la quale approvò un ordine del giorno che indicava i punti di un nuovo programma di governo (71).”. Alfredo Capone (….), nel capitolo V “Un Feudo Elettorale”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “Si giunge così negli anni dell’avvento della Sinistra al potere, al termine della parabola di quel “mito” di Sapri che era stato incarnato da Nicotera: questi, che gli aveva dato un contenuto sempre più lontano dalle sue autentiche origini rivoluzionarie, ora, Ministro, sembrò addirittura rovesciarlo nel suo contrario, se non, peggio, nella sua caricatura. Ad esempio, un amico zelante del Ministro sentì il bisogno di avvertirlo che “La Gazzetta Ufficiale del 2 luglio 1857 ricordava, narrando il fatto di Sapri, che sul “Cagliari” era inalberata la Bandiera rossa”; ed aggiungeva: “Mi perdoni se le ricordo questo dato, ma vedo che si prende una via pericolosa e tremenda”(79).”. Capone, a p. 123, nella nota (79) postilava: “(79) In A.C.S., Attilio De Pretis, serie IV, busta II, fasc. 13, è la minuta, non firmata, ed incompleta nella data (1877), del diploma di concessione del titolo.”. Si tratta dell’Archivio Centrale dello Stato a Roma. Mario Vinciguerra (….), I partiti italiani dal 1848 al 1955, Centro editoriale dell’Osservatore, Roma, 1955, a pp. 68-69in proposito scriveva che: “…in quell’ambigua giornata del 18 marzo del ’76 avesse avuto luogo un avvenimento rivoluzionario, una “rivoluzione parlamentare”. Senonché, passata la giornata e le concesse polemiche giornalistiche, e rientrati nella carreggiata della normale vita parlamentare, si presentava il problema di come raggiungere la maggioranza: questa volta, per assicurare l’esistenza al ministero sorto dalla minoranza. A questo problema si dedicò, con passionalità che metteva in tutte le cose, un uomo singolare, che aveva preso posto al ministero dell’Interno: il barone Giovanni Nicotera. Nicotera era un misto di giacobino e di feudatario meridionale. Irruente ed astuto, generoso e prepotente, egli trovò naturalissimo che un ministro dell’Interno considerasse apertamente i prefetti come gli agenti elettorali e intimidatori in servizio del governo in carica. Nei mesi che precedettero le elezioni del novembre 1876 avvenne una specie di terremoto nelle prefetture del Regno, tali furono i mutamenti di personale. I risultati superarono le aspettative.”. Vinciguerra, a p. 70, in proposito scriveva: “Passato il primo sbalordimento, il colpo di Nicotera fallì al suo scopo. Due anni dopo in quella enorme maggioranza, presentatasi alla camera con un unica bandiera, era la più grande confusione tra infiniti contrasti personali. “Fin dal 1878 in Italia – dirà una diecina di anni dopo Francesco Crispi – non vi furono partiti politici, ma uomini politici. Ogni gruppo, anzichè comprendere un ordine d’idee, comprendeva un’ssociazione d’individui, i quali fatalmente, secondo i casi, mutavano d’opinione”. E fin dal 1877 Francesco de Sanctis ammoniva: “Oramai siamo a questo, che non ci sono partiti solidamente costituiti, se non quelli fondati sulla ragione e sulla clientela, le due piaghe d’Italia”. Prima manifestazione in grandi proporzioni del rapido disgregamento di quella che chiamerò per precisione “la sinistra del ’76” (con le elezioni seguenti del 1880 era già diminuita di mole e mutata di fisionomia) fu la formazione, in mezzo ad essa del gruppo Cairoli, con Zanardelli, Beccarini, De Sanctis tra gli uomini preminenti; gruppo ostile a Deprètis, ostilissimo a Nicotera. Salvo la breve parentesi di un ministero Deprètis tra il dicembre ’78 e il luglio ’79, Cairoli governò per tre anni, con tre ministeri; ma al terzo di essi (novembre ’79) egli era esaurito, e, per comporlo, chiese mercè a Depretis, che c’entrò come ministro dell’Interno. Depretis aveva di nuovo via libera davanti a sè….”. Mario Vinciguerra (….), I partiti italiani dal 1848 al 1955, Centro editoriale dell’Osservatore, Roma, 1955, a pp. 74-75, in proposito scriveva che: “Come nei tempi andati, era una specie di “congiura di baroni”, che faceva capo a Nicotera e a Crispi. Le elezioni del 1880 permisero a Depretis una serie di ritocchi, mediante i quali si costituì una base di manovra, per effettuare il piano che volgeva nella mente. Presto il potere nel maggio del 1881 – in un’atmosfera di panico – , egli mandò innanzi l’anno dopo la legge lettorale che allargò il corpo elettorale di quasi quattro volte quello esistente (da 600 mila ad oltre 2 milioni di elettori), e contemporaneamente mutò il sistema del collegio uninominale in quello di grandi collegi regionali, con scrutinio di lista. Stabilite queste basi di azione, Depretis indisse le elezioni per l’autunno dell’82, etc….Nel maggio 1883 Zanardelli e Beccarini, che erano nel ministero, ne uscirono, e unitisi con altri tre promotori della sinistra, Cairoli, Crispi e Nicotera, fondarono una opposizione di sinistra intransigente, che fu chiamata prima con una punta di umorismo ‘Pentarchia’; ma il nome è poi passato alla storia.”. Benedetto Croce (….), nel suo, “Storia d’Italia dal 1871 al 1915”, Laterza, Bari, 1934 (V edizione riveduta), a p. 102, in proposito scriveva: “Si cominciava a sorridere delle “camicie rosse” e dei loro cortei: quante di quelle camicie rosse coprivano petti di guerrieri? Il Garibaldi appariva un povero cervello con le sue lettere e i suoi discorsi sconclusionati, e si circondava di gente equivoca, e aveva accettato una dotazione sul bilancio dello stato, col pretesto che, rifiutandola dai reazionari della Destra, poteva riceverla dai progressisti e repubblicaneggianti di Sinistra; e i clericlali gli avevano mutato il nome da “eroe dei due mondi” in “eroe dei due milioni”. Il Nicotera, che vendicativamente perseguitava gli uomini della Destra e li calunniava a tutto potere, era stato a sua volta fatto segno di atroci sospetti per la sua parte avuta nella spedizione di Pisacane, e ne era seguito uno scandaloso processo con la condanna degl’ingiusti accusatori, ma con l’ombra che sempre lasciano queste cose. Il Crispi aveva dovuto dimettersi da ministro, perchè tacciato di aver abbandonato la donna che gli era stata compagna nell’esilio e nei travagli, e di aver commesso bigamia. Il Depretis si era procacciato la nomea di cinico, curante solo di mantenersi al potere, ricorrente a tutte le arti della corruttela: egli aveva convertito la Camera (dicevano i più temperati) “in un vasto Consiglio Provinciale, in cui ogni deputato rappresentava il suo collegio, e il governo d’Italia solo pretendeva rappresentare la Nazione.”.
Nel 1876-77, il Processo di Firenze Nicotera-Visconti
Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 228, in proposito scriveva che: “….Salerno memore del suo martirio, per rimunerarlo dei sagrifizi fatti per la patria ; dal 1861 in poi , gli ha sempre e in tutte le legislature, che da quell’ epoca sonosi seguite, rinnovato il mandato di rappresentarla in Parlamento ; nel quale egli da giovane acquistò subito brillante posizione, sino a che nel 1876, caduto il partito di destra dal potere, per sua principale attitudine, dal re Vittorio Emanuele, veniva chiamato al dicastero degli affari interni, etc…”. Benedetto Croce (….), nel suo, “Storia d’Italia dal 1871 al 1915”, Laterza, Bari, 1934 (V edizione riveduta), a p. 102, in proposito scriveva: “Il Nicotera, che vendicativamente perseguitava gli uomini della Destra e li calunniava a tutto potere, era stato a sua volta fatto segno di atroci sospetti per la sua parte avuta nella spedizione di Pisacane, e ne era seguito uno scandaloso processo con la condanna degl’ingiusti accusatori, ma con l’ombra che sempre lasciano queste cose.”. Alfonso Conte (….), nel suo “Immagini e simboli dell’epopea unitaria a Salerno”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, dove, a p. 86, parlando di Nicotera scriveva: “Anche con l’avvento della Sinistra storica al governo, la situazione resta la stessa; anzi, per molti aspetti, l’atteggiamento disinvolto di molti suoi esponenti provoca rimpianti e delusioni. A Salerno, in particolare, lo “scandaloso processo” del 1877, che vede protagonista Nicotera, “fatti segno di atroci sospetti per la parte avuta nella spedizione di Pisacane”, si conclude “con la condanna degli ingiusti accusatori, ma anche con l’ombra che sempre lasciano queste cose”(79). Messi a disagio dalle diffidenze e pressati dai problemi quotidiani, sia gli uomini plitici sia gli amministratori locali sembrano definitivamente rinunciare al compito, svolto per un breve periodo, di celebrare l’unità nazionale al fine di coinvolgere i ceti popolari.”. Conte, a p. 86, nella nota (79) postillava: “(79) B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Laterza, Bari, 1934 (V edizione riveduta), p. 102.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 174, in proposito scriveva: “E tanto più mi raffermai quanto che nel corso del 1864 vennero fuori in Napoli alcuni scritti che narravano del fatto , e tra questi citerò come autorevole quello di Niccola Fabrizi.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, etc…”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a pp. 79-80, in proposito scrivevano: “Indubbiamente Giovanni Nicotera aveva molti avversari politici, che erano divenuti più numerosi e inesorabili soprattutto dopo la caduta della Destra e l’avvento della Sinistra al potere, nel marzo del 1876, tempo in cui Nicotera iniziò a rivestire l’incarico di Ministro dell’Interno nel primo Governo Depretis (1). A partire dal mese di maggio 1876 il giornale fiorentino Gazzetta d’Italia, diretto da Carlo Pancrazi, iniziò ad attaccarlo sistematicamente. L’aggressione si fece più dura, allorquando il giornale pubblicò un articolo dal titolo ‘L’Eroe di Sapri – Autobiografia di Giovanni Nicotera’ (e non biografia, si badi bene), in quanto scritta con elementi da lui indirettamente forniti, cioè alcuni documenti del processo di Salerno del 1858, tenutosi dopo la spedizione di Sapri (2). A vent’anni dal processo di Salerno, quel giornale con una serie di calunnie abilmente imbastite accusava esplicitamente il Ministro Nicotera di avere tradito i compagni durante l’istruttoria e il processo per guadagnarsi la grazia.”. I due autori, a p. 79, nella nota (1) postillava: “(1) Secondo F. Petruccelli della Gattina, autore di una Storia d’Italia dal 1866 al 1880 (Napoli, 1882), Depretis sarebbe stato costretto da Vittorio Emanuele II a nominare, suo malgrado, Giovanni Nicotera ministro dell’Interno: cfr. De Nicolò, Trasformismo etc…, cit, p. 106.”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Luci e ombre nel processo per la Spedizione di Sapri”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 277 si chiedeva: “Giovanni Nicotera, a sua volta, si scagliava dal carcere contro la “indifferenza” di Salerno che definiva “ingeneroso e corrottisimo paese” (poco dopo, però, secondo il suo solito mutò parere), senza rendersi conto che i tempi erano ormai mutati e che l’impresa di Sapri aveva segnato il limite ultimo della crisi del mazzinianesimo. Ma Nicotera non era un uomo tanto riflessivo da meditare sulle cause profonde del fallimento della spedizione; Nicotera, irascibile ed impulsivo, s’intestardì nel credere fermamente che la spedizione aveva avuto esito infelice perché vi era stato chi aveva tradito la causa per fiacchezza d’animo, per leggerezza, per incapacità e per paura. Per lui Fanelli, Dragoni, Pateras, cioè i capi del Comitato napoletano, si erano resi colpevoli di tradimento; avevano tradito etc…”. Cassese, a p. 279 racconta l’episodio accaduto con il duello con Petruccelli della Gattina. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva pure: “Pur nell’esplicito riconoscimento della grandezza morale del sacrificio di Pisacane, la critica al partito mazziniano, come vede, è fatta apertamente. La reazione quindi fu immediata: Mazzini stesso e Nicotera, in due lettere inviate al “Popolo d’Italia”, rigettarono ogni colpa del fallimento della Spedizione sui componenti del Comitato napoletano. Ma in difesa di questi insorse subito Nicola Fabrizi, che con Fanelli e Dragone era stato in stretti rapporti epistolari con Malta etc…”. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva che: “Quello contro cui si appuntò maggiormente l’ira di Nicotera fu il povero Fanelli. In quello stesso anno, 1864, incontrandosi con lui per le vie di Napoli, lo aggredì insultandolo con l’epiteto di traditore. La conseguenza fu una sfida a duello, che non ebbe luogo per intercessione di amici comuni…, ma poco dopo Nicotera, con la stessa impulsività con cui l’aveva aggredito, si riconciliò con lui e volle poi nel 1871 presentarlo lui stesso agli elettori di un collegio del salernitano, quello di Torchiara, dove fu eletto in competizione col barone Francesco Antonio Mazziotti. L’anno successivo fu la volta di Diego Tajani. Questi, come si sa, fu il difensore di Nicotera al processo di Salerno e riscosse lodi e ringraziamenti per la difesa che fece di lui e degli altri imputati. Ma Nicotera, tuttavia, serbava contro il Tajani un sordo rancore, che esplose in un attacco violento sul “Popolo d’Italia”, dove egli stesso accusò colui che lo aveva difeso con perizia e coraggio, di essere stato murattista, di essere stato pavido etc…(p. 283) Subito dopo aver assunto la carica di Ministro dell’Interno, Nicotera fu fatto segno ad un attacco giornalistico di particolare violenza. La “Gazzetta d’Italia” di Firenze, nel n. 307 del 1° novembre ’76, pubblicò un articolo intitolato ‘L’erose di Sapri. Autobiografia di Giovanni Nicotera’, in cui veniva raccontata la partecipazione di Nicotera alla Spedizione e, in base ad alcuni interrogatori, veniva descritto il suo atteggiamento durante il processo di Salerno etc…..”, il 2 Novembre il il giornale fu sequestrato ed il giornalista Sebastiano Visconti fu messo sotto processo. Forse l’assenza di documenti attestanti l’opera di alcuni in quel periodo storico (ad esempio, al Comune di Sapri, mancano le Delibere Decurionali di quegli anni – il Libro esistente arriva fino al 1844), potrebbe trovare riscontro in cio che Leopoldo Cassese, a p. 285 riscontrava quando scrive: “E’ passato un secolo dal processo per la spedizione di Sapri, e la storia, col sussidio dei documenti – primissimi quelli pubblicati nel 1877 da Luigi De Monte nella sua ‘Cronaca del Comitato Segreto di Napoli’ – ha dato in gran parte ragione a Francesco Spirito. Il quale, ad esempio, a Firenze denunziò coraggiosamente che il barone Nicotera, ministro dell’Interno, aveva arbitrariamente richiamato presso di sé quei documenti del processo che erano stati richiesti dal Tribunale di Firenze. Questa accusa parve allora offensiva ed infondata, ma ora noi possiamo affermare che era esatta: il Ministro dell’Interno, in dispregio dei regolamenti archivistici e della correttezza politica, volle esaminare, prima che fossero trasmessi a Firenze, tutti gli atti processuali di Salerno e tutti quegli altri del Ministero di grazia e giustizia conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che furono chiesti con dispaccio telegrafico (14).”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 14-15, in proposito scriveva: “Infatti la polemica sulla spedizione di Sapri, che aveva visto schierati da una parte il Nicotera e dall’altra parte il Fanelli, spalleggiato e difeso dai capi del partito d’azione, aveva delle grosse implicazioni politiche che mettevano in discussione il patriottismo di tutto il partito d’azione meridionale. Il De Monte si rendeva conto che fare il processo alla spedizione di Sapri significava anche fare il processo alla democrazia meridionale, e non c’è quindi da meravigliarsi delle sue cautele e dei suoi giudizi, specie se si pensa che egli scriveva negli anni in cui, sotto la spinta dell’opposizione soprattutto nel Mezzogiorno, si preparava l’avvento della Sinistra al potere; il suo libro del resto fu pubblicato a Napoli, poco dopo la “rivoluzione” del 18 marzo 1876 (10). Perciò il De Monte, mentre da una parte si era guardato bene dal versare altro olio sul fuoco di quelle scabrose vicende, dall’altra si era sforzato di dare ai fatti una interpretazione il più possibile onorevole per i democratici meridionali; una interpretazione che fosse al tempo stesso storicamente documentata e perciò conclusiva di ogni polemica. Ma, alcuni anni più tardi, una smentita alle tesi del De Monte venne da uno dei massimi esponenti della democrazia italiana, Aurelio Saffi..etc…”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 43, nella nota (5) postillava: “(5) Racioppi, Storia dei moti cit.”. Pedio, a p. 43, nella nota (6) postillava: “(6) Luigi De Monte, Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla spedizione di Sapri, Napoli, Stamp. del Fibreno, 1877″. Sempre il Pedio (….), continuando il suo racconto scriveva pure che: “Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata durante il Risorgimento, ed, in particolare, di quelli svoltisi nel decennio 1850-1860, vien data dopo l’avvento della sinistra la potere. Dopo la pubblicazione dei documenti editi dal De Monte (6), allo scopo di dimostrare che gli artefici della insurrezione lucana avevano militato in quella stessa corrente da cui traevano origine i nuovi uomini politici italiani, si afferma, e ci si convince, che in Basilicata, prima del 1860, avesse svolto notevole attività il movimento mazziniano che avrebbe fatto capo a Giacinto Albini, etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 593-594, in proposito scriveva pure: “….da un alto sentimento di riconoscenza verso l’uomo che tanto aveva operato e tutto sacrificato per la patria sua, aveva ottenuto che il Parlamento approvasse e il Re sancisse (Vittorio Emanuele non aveva mestieri che altri lo istruisse delle quotidiane necessità del suo grande amico) una Legge che accordava a Garibaldi una rendita di lire cinquantamila annue a decorrere dal 1° gennaio 1875 ed inoltre un’annua pensione vitalizia di altre cinquantamila lire colla stessa decorrenza.¹ Ma Garibaldi in sulle prime scorse in quel dono un salario a’ suoi servigi, un oltraggio al suo disinteresse, una vittoria de’ suoi nemici, una perdita di quella indipendenza che fino allora era stata la più preziosa delle sue ricchezze, ed aspramente rifiuto. E in verità se egli avesse potuto respingere quel dono, l’ aureola della sua fronte avrebbe avuto una stella di più. Ma la vita ha realtà implacabili; realtà che non perdonano nemmeno agli eroi, e Garibaldi pure dovette piegarvi la fronte. Finchè durò al potere la Destra persistette nel rifiuto; ma venuto agl’Interni Giovanni Nicotera e conosciuto più dappresso tutte le strettezze in cui il Generale si dibatteva, toccato egli stesso con mano la prova che così egli come i suoi figli potevano essere minacciati da un istante all’altro da una levata di creditori e dallo scandalo d’ un fallimento, trovò in un forte sentimento di dovere il coraggio di dipingere al Generale tutta la gravità delle condizioni sue, chiedendogli un’ altra volta l’accettazione di quel dono , che non era insomma se non il compenso inadeguato de ‘ suoi grandi servigi e un tributo doveroso che l’intera nazione veniva volontaria a deporre a’ suoi piedi. E tuttavia l’Eroe riluttò ancora, durando per parecchi giorni una delle più fiere battaglie della sua vita. Ma posto finalmente tra la sua fierezza d’uomo e il suo amore di padre, sbigottito dal pensiero di non lasciare a’suoi figli che un retaggio di miseria e forse di disonore, premuto, incalzato da ogni parte, dai parenti, dagli amici, consapevoli più di lui dei pericoli che da ogni parte stringevano, piegò tristamente il capo a inesorabile fato ed accetto.”.
Nel 1877, Re Vittorio Emanuele II concede a Giovanni Nicotera il titolo di BARONE DI SAPRI
Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “…..nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo V “Un Feudo Elettorale”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad esempio, un amico zelante del Ministro sentì il bisogno di avvertirlo che “La Gazzetta Ufficiale del 2 luglio 1857 ricordava, narrando il fatto di Sapri, che sul “Cagliari” era inalberata la Bandiera rossa”; ed aggiungeva: “Mi perdoni se le ricordo questo dato, ma vedo che si prende una via pericolosa e tremenda”(79). Infine, lo stesso Nicotera, quasi ad esorcizzare i fantasmi del pasato, si preoccupò di farsi concedere il titolo di “barone di Sapri”, dal re (80).”. Capone, a p. 123, nella nota (79) postilava: “(79) In A.C.S., Attilio De Pretis, serie IV, busta II, fasc. 13, è la minuta, non firmata, ed incompleta nella data (1877), del diploma di concessione del titolo.”. Si tratta dell’Archivio Centrale dello Stato a Roma. Capone, a p. 123, nella nota (80) postillava: “(80) ibidem.”.
Nel 1879, Sapri, nel racconto di Rocco Baldanza, “La signora di Sapri: storia dei nostri tempi”, dove egli racconta di Sapri e della contessa Gioconda Walvescky

(Fig….) Baldanza Rocco, La Signora di Sapri, Roma, Tipografia di Adolfo Paolini, 1879 (Archivio Attanasio)
In questi anni, tramite il mio amico Alfonso Monaco, un libraio del Vallo di Diano, sono venuto a conoscenza del testo di Rocco Baldanza, “La Signora di Sapri: storia dei nostri tempi”, ed. A. Paolini, Roma, 1879. Baldanza ha pubblicato alcuni testi dedicati all’epopea del Risorgimento Italiano, “La nostra bandiera: storia di un veterano, ed. A. Paolini, Roma, 1885; Baldanza Rocco, Storia del Risorgimento italiano, ed. A. Paolini e, un piccolo ed interessantissimo volumetto intitolato “La signora di Sapri: storia dei nostri tempi”, ed. A. Paolini, 1879. In particolare, è proprio di quest’ultimo volumetto – di cui mi occupo – il Baldanza racconta della giovane Gioconda Walvescky, che amò lo sfortunato Gian Battista Falcone che rimase ucciso nell’eccidio dei “Trecento” di Carlo Pisacane a Sanza. Secondo il Baldanza, la giovane amante seguì il giovane calabrese Falcone fino all’epilogo di Sanza ed il Falcone, prima di morire l’affidò alle cure del suo servitore di un tempo, il mugnaio di Sapri Matteo. Gioconda, malata di tisi si trasferì a Sapri nel 1858, un anno dopo, per poter andare spesso a Sanza. Nel testo, nel vol. I, Baldanza ci parla del Laveglia, definendolo “abietto e scaltro”. Il testo di Baldanza è molto interessante in quanto essendo stato pubblicato nel 1879, non solo ci racconta dell’eccidio dello sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane, ma in esso sono raccolte molte notizie di Sapri e su alcuni personaggi a Sapri in quei tempi. Venni a conoscenza che l’amico e giornalista Tonino Luppino era in possesso del volume primo, di cui ho una copia scansita in pdf. Subito mi misi a cercare questo volume che sembrava introvabile sul mercato librario. Notai che, uno dei pochi testi originali si trova presso la Biblioteca Centrale del Risorgimento a Roma e ne richiesi copia scansita. Ottenni ed ho il volume II sconosciuto ai più. Nel 1879 lo scrittore Rocco Baldanza (…) pubblicò una serie di racconti romanzati sull’epopea Garibaldina e Risorgimentale. Nel volume II della sua trilogia pubblicò a Roma, per i tipi di Adolfo Paolini, il volumetto II dal titolo ‘La signora di Sapri: storia dei nostri tempi‘. In questo piccolo volumetto il Baldanza racconta della permanenza a Sapri della compagna di Giovan Battista Falcone, che morì a Sanza insieme a Carlo Pisacane. Il Baldanza parla della giovane contessa Gioconda Valvescky o Walvescky figlia di Ignazio Walvescky parente di Napoleone III. La Walvescky, compagna di Giovan Battista Falcone venne ad abitare a Sapri dove morì di tubercolosi. Spesso si recava al sepolcro di Giovan Battista Falcone e Pisacane a Sanza devolvendo le sue ricchezze ai poveri bambini di Sanza. Il testo è conservato presso tre biblioteche, di cui anche la Biblioteca di storia moderna e contemporanea – Roma – RM. Pare che una copia del vol. II sia di proprietà dell’amico Tonino Luppino che lo segnalò per la prima sul blog Golfonetwork su indicazione dell’amico ALfonso Monaco. Bellissimo e commovente il racconto del Baldanza che scrive una pagina di storia del nostro paese, citando personaggi e luoghi dell’epoca postuma a Pisacane. Io posseggo una scansione di una parte del libretto per gentile concessione della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma.
Nel 1879 lo scrittore Rocco Baldanza (…), pubblicò una serie di racconti romanzati sull’epopea Garibaldina e Risorgimentale. Nel volume II della sua trilogia pubblicò a Roma, per i tipi di Adolfo Paolini, il volumetto II° dal titolo ‘La signora di Sapri: storia dei nostri tempi‘. In questo piccolo volumetto il Baldanza racconta della permanenza a Sapri della compagna di Giovan Battista Falcone, che morì a Sanza insieme a Carlo Pisacane. Il Baldanza parla della giovane contessa Gioconda Valvescky o Walvescky figlia di Ignazio Walvescky parente di Napoleone III. La Walvescky, compagna di Giovan Battista Falcone venne ad abitare a Sapri dove morì di tubercolosi. Spesso si recava al sepolcro di Giovan Battista Falcone e Pisacane a Sanza devolvendo le sue ricchezze ai poveri bambini di Sanza. Il testo è conservato presso tre biblioteche, di cui anche la Biblioteca di storia moderna e contemporanea – Roma – RM. Pare che una copia del vol. II sia di proprietà dell’amico Tonino Luppino che lo segnalò per la prima sul blog Golfonetwork su indicazione dell’amico ALfonso Monaco. Bellissimo e commovente il racconto del Baldanza che scrive una pagina di storia del nostro paese, citando personaggi e luoghi dell’epoca postuma a Pisacane. Io posseggo una scansione di una parte del libretto per gentile concessione della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma.

(Fig. n….) – Pagg. 238-239 del testo di Rocco Baldanza, La Signora di Sapri: storia dei nostri tempi, ed. Paolini, 1879
Nel 1879, a Napoli muore il barone GIOVANNI GALLOTTI
Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Gallotti (Napoli, 13 aprile 1803 – Napoli, 31 gennaio 1879) è stato un politico italiano. Discendente da un’antica famiglia originaria del Cilento, il barone Giuseppe Gallotti, patriota meridionalista, figlio di Salvatore e di Maria Giuditta Parisio, espresse le sue critiche alla politica piemontese che aveva portato all’unità d’Italia nel pamphlet “Delle presenti condizioni delle Provincie Napoletane”, pubblicato nel 1861. Fu nominato senatore del Regno d’Italia (VIII legislatura) il 15 maggio 1862. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno, Napoli e Sicilia”, Parte II, Cap. XIV, ed……., a p….., in proposito scriveva che: “3 agosto 1860 — Il comandante del primo battaglione era Achille di Lorenzo, succeduto al barone Gallotti, dimissionario. Nell’agosto, dei capi della guardia nazionale, cioè di quei primi capibattaglione, che avevano firmato nel luglio il magniloquente e comico indirizzo a don Liborio, rimaneva il solo Domenico Ferrante. I nuovi erano: Achille di Lorenzo, Gioacchino Barone, Francesco Caravita di Sirignano, il marchese di Monterosso, Raffaele Martinez, il marchese di Casanova, Paolo Confalone, Michele Praus, il marchese Paolo Ulloa, il duca d’Accadia e Giovanni Wonviller, anzi Giovannino “Wonviller, come lo chiamavano gli amici. Allora era giovane, elegante, galante, uno dei lioni alla moda. Con gli animi cosi agitati, le voci più balorde trovavano credito, e le paure più puerili erano all’ordine del giorno. Il 16 agosto, una pattuglia di truppa regolare s’incontrò al largo etc…”.
Nel 1880 fino al 1895, don FILOMENO GALLOTTI, figlio del barone don Giovanni fu SINDACO di Sapri

(Fig. n…..) – Ritratto del barone don Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri – dipinto olio su tela (1882) – conservato al Comune di Sapri – foto Attanasio
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Dunque, il sacerdote Luigi Tancredi scriveva che don FILOMENO GALLOTTI fu il 16° Sindaco del Comune di Sapri (SA) e lo divenne nel 1880. Dunque, secondo gli Archivi Diocesani citati dal Tancredi (….), il barone don Filomeno Gallotti entrò in carica da Sindaco di Sapri nel 1880 sostituendo il 15° Sindaco che era stato Francesco Timpanelli che era entrato in carica nel 1875. Don Filomeno Gallotti rimase in carica da Sindaco di Sapri fino al 1895, quando fu sostituito dal dott. Nicola Gallotti, l’altro Gallotti di Piazza del Plebiscito. Secondo il Policicchio, invece, la carica di Sindaco l’assunse nel 1878 fino al 1905. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque, don Filomeno Gallotti rimase in carica da Sindaco del Comune di Sapri fino al 1895, data nella quale divenne sindaco l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti dei Gallotti di Piazza Plebiscito. Ma, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, ….Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque, il Policicchio – da poco scomparso – scriveva che don Filomeno Gallotti rivestì la carica di Sindaco di Sapri fino al 1905. Ma, credo però che Policicchio si sbagliasse perchè nel 1905 divenne Sindaco di Sapri l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti di Piazza del Plebiscito. Su Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri troviamo una notizia interessante nel testo di Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, parlando di Giovanni Nicotera, uno dei principali protagosti della vita politica della Provincia di Salerno, in proposito scrivevano: “….perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, riferendosi al figlio del barone don Giovanni, RAFFAELE GALLOTTI, in proposito scriveva che: “Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque Policicchio scriveva che don FILOMENO GALLOTTI: “..rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221, in proposito scriveva che: “A questo punto del lavoro, per completezza, pare doveroso, allontanandoci del periodo di nostro interesse, come si è fatto per la famiglia Gallotti, dire della famiglia Peluso (62).”. Policicchio, a p. 221, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di ilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, secondo Policicchio, il barone don GIOVANNI GALLOTTI morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. Don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti. Secondo la lapide marmorea nel cimitero di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI nacque il 3-11-1832 e morì il 12-11-1918, all’età di anni 86. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Insomma, don FILOMENO GALLOTTI – uno dei cinque figli maschi del barone don Giovanni non era il “sacerdote”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta il “17) Nicola Gallotti 1895” fino al “16) Filomeno Gallotti 1880”. Dunque, secondo il Tancredi (….), il dott. FILOMENO GALLOTTI eletto Sindaco nel 1880 e rimase in carica fino al 17° Sindaco, ovvero fino al 1895 quando fu eletto Sindaco di Sapri il dott. Nicola Gallotti – che appartenevaad un altro ramo della famiglia – ovvero i Gallotti di Piazza Plebiscito. Nell’elenco dei “Sindaci di Sapri” pubblicato a p. 89 dal Tancredi (…), notiamo che nel 1883 doveva essere Sindaco di Sapri “16 – Filomeno Gallotti, 1880” che restò in carica fino al 1895 con “17) Nicola Gallotti, 1895“. Sempre su don FILOMENO GALLOTTI, Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 293, riporta il “Documento 12”, e in proposito scriveva: “18 febbraio 1895 – Sapri. Richiesta di approvazione degli Statuti della Confraternita di S. Vito, eretta per arginare la deleteria attività di una loggia massonica. A sua Eccellenza Mons. Cione Vescovo di Policastro. Mi onoro compiegare alla Eccellenza sua uno Statuto per le Regole della Confraternita laicale di San Vito Martire, già costituitasi il 10 corrente mese in Sapri, etc…”. Filomeno nella sua lettera indirizzata a mons. Cione, Vescovo della Diocesi di Policastro, il 18 febbraio 1985, spiega l’utilità della Confraternita di S. Vito nata per arginare una Loggia Massonica. Dunque, don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti. Dunque, il sacerdote don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti.
Nel 1880, don EMANUELE GALLOTTI sacerdote di Sapri
Nel 1880, l’Avv. Giuseppe GALLOTTI, barone di Battaglia e Casaletto Spartano, Senatore del Regno d’Italia
(Fig. n….) – Busto marmoreo scolpito del sen. Giovanni Gallotti nella Villa Comunale di Napoli – foto tratta dalla rete
Antica famiglia originaria del Cilento; fedautaria di Battaglia, Casaletto, Farneto, Valladonna, ascritta nel Reg. Feud. e riconosciuta ammissibile nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. A Casaletto Spartano (comune di Battaglia) i Gallotti possedettero il castello baronale sin dal 1500, oggi trasformato in un apprezzato e confortevole Bed & breakfast, arredato con mobili d’epoca. Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Carlotta (o Gallotta) per 3260 denari. Scipione Gallotta già possedeva nel territorio il casale di Tornito. L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (m. 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia di suo padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, che aveva posseduto il feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio. Da un articolo apparso su il Mattino, tratto dalla rete, troviamo scritto che: “Il secolo di Donna Maria festa al castello per la baronessa” – Festa il castello. Il piccolo borgo di Battaglia, deliziosa frazione di Casaletto Spartano (nel cuore del Cilento) si prepara a festeggiare «la baronessa». Il suo non è un compleanno come gli altri: Donna Maria Amato Polito in Gallotti ecc.. A Battaglia la conoscono tutti. È la moglie dell’avvocato Giosuè, figlio di quel Giuseppe Gallotti che nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. Un cognome importante, una famiglia illustre, feudataria anche di Casaletto, Farneto, Valladonna, riconosciuta nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. Dunque, Maria Amato Polito fu sposa di Giusuè Gallotti, barone di Battaglia. Secondo l’articolo sulla rete, Giosuè Gallotti era figlio del noto letterato e patriota napoletano Giuseppe Gallotti, che, nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. Sul blog sulla rete troviamo scritto che l’amore per Giosuè, suo unico fidanzato e marito avvocato, figlio di Giuseppe Gallotti nel 1880 senatore del Regno d’Italia. Lo sposò nel 1940 proprio a Palazzo Gallotti, residenza del 1400, dove Donna Maria ha dato alla luce i suoi figli Giuseppe, Prosperina, Carla e Mario. Nonna di sette nipoti e dodici pronipoti. Il marito l’ha lasciata quattordici anni fa, dopo una vita sempre insieme, mano nella mano. Vive ancora nel suo castello, di fronte c’è Casaletto Spartano. Domina la vallata sul rio e ricorda un passato importante, di fatti che hanno rappresentato la storia per questo borgo. Il Barone GIUSEPPE GALLOTTI, fu discendente da un’antica famiglia originaria del Cilento, il barone Giuseppe Gallotti, patriota meridionalista, figlio di Salvatore e di Maria Giuditta Parisio, espresse le sue critiche alla politica piemontese che aveva portato all’unità d’Italia nel pamphlet “Delle presenti condizioni delle Provincie Napoletane”, pubblicato nel 1861. Fu nominato senatore del Regno d’Italia (VIII legislatura) il 15 maggio 1872. Sempre per derimere confusioni fatte in passato, i Baroni Gallotti a cui non ci riferiamo in questo scritto è un’antica famiglia originaria del Cilento, feudataria di Battaglia, Casaletto, Farneto, Valledonna, ascritta nel Registro dei Feudatari e riconosciuta ammissibile nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. A Casaletto Spartano (comune di Battaglia) i Gallotti possedettero il castello baronale sin dal 1500, oggi trasformato in un apprezzato e confortevole Bed & breakfast, arredato con mobili d’epoca. Il barone Giuseppe Gallotti (1803 † 1879), figlio di Salvatore e Maria Giuditta Parisio, fu senatore del Regno d’Italia (1880). La Famiglia risulta iscritta nell’Elenco Ufficiale Italiano col titolo di nobile in persona di Emanuele Gallotti, figlio di Paolo Emilio.

Nel 30 marzo 1884, il Decreto di Re Umberto I per la strada litoranea

Nel 1886, il Sindaco di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI ed il Consiglio Comunale concessero la cittadinanza onoraria a Giovanni NICOTERA, già Barone di Sapri
Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Ma come abbiamo visto, la carica da Sindaco del Comune di Sapri egli la rivestì fino al 1895, anno in cui fu eletto l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti, di Piazza del Plebiscito.
La linea ferroviaria Napoli-Reggio Calabria
Da Wikipedia leggiamo che già nel 1861 il ministro Peruzzi aveva proposto il collegamento, di grande utilità per Calabria e Sicilia e, nel 1870, la Camera del Regno aveva autorizzato il governo affinché procedesse alla sua costruzione. Gli studi vennero condotti dall’ingegnere Giordano per un itinerario da Eboli attraverso il Cilento e Vallo della Lucania fino a Sapri e Maratea e dall’ingegnere Gargiulo per un itinerario interno, più breve, attraverso il Vallo di Diano e la valle del Noce fino a Castrocucco. La scelta non fu facile e si ebbero accesi scontri in Parlamento tra le deputazioni lucana e campana fino a che nel 1879 con la Legge Baccarini non vennero recepite salomonicamente tutte e due. Data la riconosciuta importanza vennero ambedue inserite nella Tabella “A” tra le ferrovie da costruire a totale carico dello Stato. L’utilizzo della ferrovia per il trasporto degli agrumi, in quegli anni, iniziava ad intensificarsi dato che la tariffa speciale sui trasporti aveva ridato fiato al commercio degli agrumi. Si erano stipulati anche nuovi accordi con Francia, Austria-Ungheria e Svizzera e il traffico agrumario iniziava a spostarsi dall’America verso il centro-Europa passando così dal trasporto marittimo a quello con treni merci. Il completamento della linea ferroviaria Battipaglia-Reggio Calabria avrebbe reso i trasporti ferroviari più rapidi e quindi più convenienti; tuttavia il fallimento della Società Vittorio Emanuele nel 1872 e l’incarico, dato dal governo, alla Società per le Strade Ferrate del Mediterraneo di completare la rete calabra, non permise un celere avvio dei lavori progettati. Si dovette attendere la riorganizzazione delle ferrovie con la legge e le convenzioni del 1885 che affidarono la rete alla suddetta società perché si riavviassero speditamente i progetti. Tra il 1883 e il 1887 erano state attivate infatti solo le tratte Battipaglia-Agropoli-Vallo della Lucania di 50 km e Reggio Calabria – Bagnara di 29 km. Nel frattempo iniziava anche la costruzione delle tratte dell’itinerario via Vallo di Diano, ma molto a rilento, giungendo a completare il tratto tra Sicignano degli Alburni e Lagonegro solo nel 1892 ma non proseguendo più oltre.
LA FAMIGLIA GALLOTTI DI PIAZZA PLEBISCITO A SAPRI
Nel 1895 e nel 1905, il dott. don NICOLA GALLOTTI che successe a Evangelista PELUSO quale Sindaco di Sapri
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Dunque, don Filomeno Gallotti rimase in carica da Sindaco del Comune di Sapri fino al 1895, data nella quale divenne sindaco l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti dei Gallotti di Piazza Plebiscito. Ma, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, ….Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque, il Policicchio – da poco scomparso – scriveva che don Filomeno Gallotti rivestì la carica di Sindaco di Sapri fino al 1905. Ma, credo però che Policicchio si sbagliasse perchè nel 1905 divenne Sindaco di Sapri l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti di Piazza del Plebiscito. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri, nell’Italia Unitaria. Pare che non vi sia stata parentela fra le due famiglie. I Gallotti che furono proprietari del palazzo che affaccia in Piazza del Plebiscito a Sapri non sono gli stessi Gallotti che abitarono nel Palazzo in via Nicodemo Giudice a Sapri. Pare che i Gallotti di piazza del Plebiscito siano imparentati con i Gallotti nobili di Casaletto Spartano e Battaglia che non si devono confondere con i Gallotti di Sapri di cui ci occupiamo in questo saggio.In piazza del Plebiscito, viveva fino a poco tempo fa la mia carissima amica PIA GALLOTTI consorte di Enzo Mancuso, che da pochi anni ci hanno lasciato entrambi. Accanto al suo appartamento vi era l’altro appartamento di proprietà di un’altra sorella. Un’altra sorella ancora, sorella di Pia è ancora vivente. Si tratta di ………………. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (36), il secondo Sindaco di Sapri dell’Italia Unitaria, in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta il “17) Nicola Gallotti 1895” fino al “18) Filomeno Gallotti 1880”. Dunque, secondo il Tancredi (….), il dott. Nicola Gallotti eletto Sindaco nel 1895 e rimase in carica fino al 1880. Durante la sua sindacatura il dott. Gallotti pubblicò diversi studi e ricerche su Sapri che ho riportato in un altro mio saggio. Nell’elenco dei “Sindaci di Sapri” pubblicato a p. 89 dal Tancredi (…), notiamo che nel 1883 doveva essere Sindaco di Sapri “16 Filomeno Gallotti, 1880” che restò in carica fino al 1895 con “17) Nicola Gallotti, 1895“. Quest’ultimo è il dott. Nicola Gallotti che, oltre ad essere un noto e benemerito filantropo conosceva la Storia di Sapri avendola studiata attentamente anche attraverso le innumerevoli testimonianze archeologiche che proprio in quegli anni a Sapri si andavano meglio delineando. Nel suo Palazzotto in Piazza del Plebiscito, gli eredi conservano documenti e testimonianza del passato Saprese. Io stesso ho pubblicato ivi diverse immagini. La casa Gallotti dovrebbe diventare un Museo viste le opere, le monete antiche, i dipinti ed i documenti storici che ivi si conservano che spero non vadano disperse e destinate all’oblio tel tempo. A Sapri, purtroppo si sa, non esiste il senso civico della tutela e conservazione dei beni comuni. A Sapri, risulta difficile tutelare il patrimonio storico e ambientale. Il recente intervento di ripristino della Piazza del Plebiscito ha visto mutilati alcuni elementi storici di questa bella Piazza come ad esempio l’olmo che si trovava in piazza che era stato ivi piantato in epoca francese come “Albero della Libertà”. Il diritto d’arma e il sigillo araldico del Gallo sul portone Il palazzo civile di Piazza del Plebiscito custodisce una smentita visiva insindacabile alla tesi delle famiglie separate. Sul portone in legno dell’edificio è montata una maniglia antica in ferro battuto a forma di gallo. Nel diritto araldico del Mezzogiorno, i rami secondari e cadetti (come quello civile) avevano il diritto e l’obbligo di differenziare o modificare lo stemma rispetto ai baroni primogeniti per distinguere le linee di successione.,ma scegliere di mantenere impresso il gallo parlante del 1562 (il simbolo del ceppo originario lombardo venuto dal Nord) era la firma esplicita del sangue comune. La matrice d’origine comune: l’infinità di Gallotti da Battaglia L’origine biologica di tutti questi rami (sia dei Baroni sia dei possidenti stanziali di Torraca) porta immancabilmente all’entroterra, verso l’infinità di Gallotti registrati nella frazione Battaglia (Casaletto Spartano). È da quell’asse feudale unico che, nel Settecento, per via delle leggi del maggiorasco, si è originata la spartizione dei lotti: il titolo e il castello al primogenito, e le terre della fascia superiore costiera (che scavalcavano la montagna verso Torraca e la marina) ai figli cadetti per liquidare le loro quote di dote. La carta burocratica ha diviso i cassetti dei comuni dopo il 1811, la “vecchia” signora ha confuso le date dei palazzi per darsi arie di nobiltà antica.
Nel 1891, Sapri in alcuni testi a stampa del dott. NICOLA GALLOTTI, Sindaco di Sapri dell’Italia Unitaria
Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (36), il secondo Sindaco di Sapri dell’Italia Unitaria, in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, parlando dei Sindaci di Sapri, in proposito scriveva che vi sono stati alcuni Gallotti: “16) Filomeno Gallotti 1880; 17 Nicola Gallotti 1895; 20) Nicola Gallotti 1905; etc..(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi ‘Diocesano’ di Policastro e Comunale di Sapri.”. Dunque, il dott. Nicola Gallotti – dei Gallotti di Piazza del Plebiscito – divenne Sindaco di Sapri dopo la Sindacatura di don Filomeno Gallotti, ovvero nel 1895. Il Nicola Gallotti che divenne Sindaco nel 1895 è il dott. Nicola Gallotti del Palazzo in Piazza del Plebiscito a Sapri che alcuni scrivono appartenere ad altro ramo della famiglia. Dunque, secondo il Tancredi (….), il dott. Nicola Gallotti fu eletto Sindaco nel 1895 e rimase in carica fino all’elezione del 18° Sindaco di Sapri, Evangelista Peluso, nel 1897 – Evangelista era il padre dell’Avv. Peluso per intenderci. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 101, però, parlando degli “Per il 1813 (17) Sapri (anime 1400)”, che, nella nota (17) postillava: “(17) Stati discussi – Vol. 101.”, in proposito riportava un documento firmato: “Il Sindaco Nicola Gallotti” e scriveva che: “Le cifre vengono riportate solamente in lire. Nel 1815 ritornerà il sistema monetario in ducati. Riportiamo alcune cifre per le pigioni e gli stipendi per un’utile comparazione con il sistema del ducato. Pigioni: – Casa Municipale, L. 26,40; – Caserma, L. 79,20 etc…”Al Maestro non si porta stipendio, sia per le miserie del Comune, sia ancora perchè i pochi giovani suscettibili di educazione alla scuola pubblica mancano da questo Comune col mestiere di concia e caldari, e qualc’uno che vi è, viene educato da Sacerdoti loro congiunti”. Per il Predicatore Quaresimale veniva corrisposta la cifra di L. 165,60.”. Come ho detto il Tancredi scrive 1813 ma mi chiedo se all’epoca il Sindaco di Sapri fosse Nicola Gallotti ?. Durante la sua sindacatura il dott. Gallotti pubblicò diversi studi e ricerche su Sapri che ho riportato in un altro mio saggio. Nell’elenco dei “Sindaci di Sapri” pubblicato a p. 89 dal Tancredi (…), notiamo che nel 1883 doveva essere Sindaco di Sapri “16 Filomeno Gallotti, 1880” che restò in carica fino al 1895 con “17) Nicola Gallotti, 1895“. Quest’ultimo è il dott. Nicola Gallotti che, oltre ad essere un noto e benemerito filantropo conosceva la Storia di Sapri avendola studiata attentamente anche attraverso le innumerevoli testimonianze archeologiche che proprio in quegli anni a Sapri si andavano meglio delineando. Nel suo Palazzotto in Piazza del Plebiscito, gli eredi conservano documenti e testimonianza del passato Saprese. Io stesso ho pubblicato ivi diverse immagini. La casa Gallotti dovrebbe diventare un Museo viste le opere, le monete antiche, i dipinti ed i documenti storici che ivi si conservano che spero non vadano disperse e destinate all’oblio tel tempo. A Sapri, purtroppo si sa, non esiste il senso civico della tutela e conservazione dei beni comuni. A Sapri, risulta difficile tutelare il patrimonio storico e ambientale. Il recente intervento di ripristino della Piazza del Plebiscito ha visto mutilati alcuni elementi storici di questa bella Piazza come ad esempio l’olmo che si trovava in piazza che era stato ivi piantato in epoca francese come “Albero della Libertà”.
(Fig….) Portale marmoreo di Palazzo Gallotti in Piazza del Plebiscito a Sapri – foto Attanasio
Nel 28 settembre 1902, a Lagonegro vennero in visita i Ministri Pietro LACAVA e FINALI, nella visita del Primo Ministro Giuseppe ZANARDELLI
Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 34, in proposito scriveva che: “Oltre di essi abbiamo visto dei Ministri; ….nel 1890 i Ministri Finali e Lacava, il quale nel 1860 era stato Sottogovernatore in Lagonegro, nel 1902 il Presidente dei Ministri Zanardelli. questi tre ebbero ospitalità nel Palazzo della Sottoprefettura.”. Su Pietro Lacava, Ministro e fratello di Michele Lacava (….), ha scritto Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a p. 113, in proposito scriveva: “1) Le tristi condizioni dei Lucani. Benchè la Basilicata con la sua azione di intenso patriottismo e con vera dedizione, avesse il 18 agosto 1860 a Potenza, dichiarato decaduto il Borbone, nessuno dei patrii Governi succedutisi dal 1861 al 1902, rivolse l’attenzione, seriamente, sulle gravissime condizioni di vita della gente lucana. La regione abbandonata per molti anni, priva di strade, di case, di ospedali, e finanche di cimiteri (su 124 comuni 62 avevano il luogo santo per i morti)(?) non veniva neanche guardata o pensata. Solamente il consiglio e la Giunta Provinciale – provvidero con scarsi mezzi alla costruzione di strade, di ponti, di edifici pubblici per le scuole o per altri bisogni della vita del popolo.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 114-115, in proposito scriveva: “L’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, S.E. Giuseppe Zanardelli di Brescia, s’indusse a venire in Basilicata per notare “de visu”, quanto veniva richiesto dai deputati lucani. Il vegliardo primo Ministro venne in Basilicata sopportando gravi disagi e il 28 settembre 1902, in un discorso tenuto a Potenza espose quanto dolorosamente egli aveva visto e constatato di persona.”. Da Wikipedia leggiamo che dopo l’annessione, però, la Basilicata, afflitta da una povertà remota e, al tempo, la provincia più arretrata e isolata del regno borbonico, vide vanificare le proprie speranze di un cambiamento sociale: la mancata promessa di una redistribuzione demaniale, lo status quo mantenuto dalla classe dirigente e l’incomprensione del regio governo, generarono il malcontento del ceto popolare, che si tradusse in una rivolta armata. Il brigantaggio, fenomeno endemico del Meridione del quale la monarchia borbonica se ne servì ogni qual volta il proprio regno fosse minacciato da potenze straniere, agli albori dell’unità d’Italia assunse i connotati di una vera e propria guerra civile che interessò le province dell’ex Regno delle Due Sicilie per circa dieci anni, causando migliaia di morti tra rivoltosi e truppe del regio esercito. La Basilicata fu la provincia con il maggior numero di bande, di cui se ne contarono 47 in totale. Le più notorie, capeggiate da Carmine Crocco, fecero del Vulture la propria base operativa. Sconfitto il brigantaggio, la Basilicata, come tutta l’Italia del tempo, iniziò a subire la piaga dell’emigrazione; un fenomeno che, tuttora, affligge la regione. Tra fine Ottocento e inizio Novecento iniziò a emergere il meridionalismo, movimento politico-culturale in favore del Mezzogiorno che tra i suoi esponenti annoverò personalità lucane come Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti, Ettore Ciccotti e Raffaele Ciasca. Grazie all’impegno dei meridionalisti, la Basilicata conobbe un lieve ma fondamentale sviluppo, con la realizzazione di scuole, vie di comunicazione, acquedotti, e politiche di bonifica e cura farmacologica.
FRANCESCO SAVERIO NITTI AD ACQUAFREDDA E LA SUA POLITICA MERIDIONALISTA 
Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 285 e ssg., in proposito scriveva che: “Nelle banche erano depositati trentatrè milioni di ducati; nei musei c’erano inestimabili tesori d’arte e così nelle regge (1); c’erano diecine e diecine di navi nel porto; c’erano gli arsenali con tutte le più moderne attrezzature, c’era insomma, l’intero patrimonio materiale e morale del più ricco paese (1) d’Italia da tutelare; d’un paese dalla finanza così solida che la ragione commerciale del suo debito pubblico aveva toccato, talvolta, il 120 per cento, mentre quella torinese oscillava intorno al 70….”. Topa, a p. 286, nella nota (1) postillava: “(1) Naturalmente, mentre i meridionali cominciarono a gemere sotto il torchio del Fisco piemontese, i settentrionali, i cui imponibili furono ridotti, cominciarono a respirare. Anche le tasse, dunque, concorsero a favorire quel fenomeno denunziato da Nitti (op. citata) sotto la definizione di “drenaggio di capitali dal Sud al Nord”; “drenaggio protrattosi per decenni e che tuttora, certo in misura ridotta, perchè il Mezzogiorno è immiserito, continua.”. Da Wikipedia leggiamo che Nitti affrontò diversi temi per risolvere l’emergenza economica del sud, come lo sviluppo industriale di Napoli e la valorizzazione delle risorse naturali presenti nel territorio meridionale, con particolare riferimento alla sua terra di origine, la Basilicata, e inoltre propose molte leggi speciali per il progresso del mezzogiorno. Proprio su questa materia elaborò un programma organico e innovativo di solidarietà sociale e di interventi per l’espansione delle forze produttive. Nei suoi saggi Nord e Sud (1900) e il successivo L’Italia all’alba del secolo XX (1901), Nitti espose la sua tesi sulle origini del dislivello economico e sociale tra settentrione e meridione italiano e criticò il procedimento in cui avvenne l’unità nazionale, che per lui non produsse benefici in maniera equa in tutto il paese e lo sviluppo dell’Italia settentrionale fu dovuto in grande misura ai sacrifici del Mezzogiorno. Fu molto polemico con i governi del suo tempo che, oltre a stanziare fondi di sviluppo maggiormente nelle zone settentrionali, istituirono un regime doganale che favoriva Liguria, Piemonte e Lombardia, accentuando così il divario tra le due parti e mantenendo il sud, a sue parole, come un «feudo politico». Attraverso le sue ricerche, osservò una grande disparità a livello fiscale tra nord e sud, notando che città meridionali come Potenza, Bari, Campobasso avevano una pressione tributaria superiore a città settentrionali come Udine, Alessandria e Arezzo. Nitti, tuttavia, non lesinò critiche anche alla classe politica del meridione stesso, accusandola di mediocrità e disonestà. Durante il soggiorno ad Acquafredda, continuò a svolgere l’attività pubblicistica relativa alle problematiche internazionali e proseguì la collaborazione con i più prestigiosi quotidiani europei. In questo periodo si diede alla composizione di una trilogia sull’andamento politico in Europa composta da L’Europa senza pace, La decadenza dell’Europa e La tragedia dell’Europa, la quale venne ultimata nel 1923. In aggiunta, scrisse diversi articoli per la United Press International, agenzia di stampa statunitense e mantenne stretti contatti con alcune personalità politiche, in particolare con l’amico Giovanni Amendola. In questo periodo, scampò ad un’aggressione di un gruppo fascista giunto davanti alla sua villa, il quale decise di andarsene a seguito della difesa dell’abitazione da parte di alcuni cittadini suoi amici, che vennero a conoscenza del loro arrivo. Gli squadristi rivolsero, tuttavia, minacce di un imminente ritorno. Dopo il soggiorno, Nitti tornò a Roma tentando di fermare il governo fascista per l’ultima volta. Il 30 novembre 1923 Mussolini, non avendo digerito il dissenso di Nitti verso il fascismo, mandò un gruppo di squadristi a devastare la sua casa nel quartiere Prati, oltreché minacciare lui e la sua famiglia. Nitti fu indotto a prendere la via dell’esilio. Fu il primo di tanti esuli antifascisti, a cui si aggiunsero in seguito Gaetano Salvemini, Luigi Sturzo, Piero Gobetti, Giuseppe Donati. Nitti, differentemente dai suoi coevi, non riteneva il Risorgimento un movimento scaturito da sentimenti popolari ma il frutto del pensiero delle classi colte. Egli sostenne che la plebe meridionale, ogni qual volta avvenne un’invasione, dimostrò sempre fedeltà al re borbonico, anche se manipolato per fini machiavellici, poiché la monarchia, nella sua concezione retrograda, mirava a garantire il suo benessere: «È un grave torto credere che il movimento unitario sia partito dalla coscienza popolare: è stata la conseguenza dei bisogni nuovi delle classi medie più colte; ed è stato più che altro la conseguenza di una grande tradizione artistica e letteraria. Ma le masse popolari delle Due Sicilie, da Ferdinando IV in qua, tutte le volte che han dovuto scegliere tra la monarchia napoletana e la straniera, tra il re e i liberali, sono stati sempre per il re: il ’99, il ’20, il ’48, il 60, le classi popolari, anche mal guidate o fatte servire a scopi nefandi, sono state per la monarchia e per il re. Questo concetto popolare (che ho studiato largamente altrove) non è, come si dice, effetto dell’ignoranza o del caso. I Borboni temevano le classi medie e le avversavano ; ma tenevano anche ad assicurare la maggiore prosperità possibile al popolo. Nella loro concezione gretta e quasi patriarcale non si preoccupavano se non di contentare il popolo, senza guardare all’avvenire, senza aver vedute prospettive. Per evitare il fallimento, la crisi del regno sardo poteva, secondo Nitti, essere risolta solo tramite la fusione della propria finanza con un’altra di uno «stato più grande»[37] ma escluse la tesi di una mera occupazione, poiché Cavour voleva «fare di Napoli a ogni costo e con ogni sacrifizio una grande città industriale: e sviluppare nello stesso tempo le risorse agrarie del Mezzogiorno».[44] Nitti imputò la piaga del mezzogiorno ai politici che lo sostituirono, non lesinando critiche anche ai meridionali stessi: «Chiara dunque avea Cavour l’idea della grande opera da compiere, poi che egli intendeva che l’annessione di Napoli e del Mezzogiorno al Regno di Sardegna non erano da considerarsi come una conquista; né il Sud potea nel concetto del grande statista avere, come ebbe infatti in seguito, funzione di semplice colonia, con diritto di rappresentanza nel Parlamento. Ma gli uomini che vennero dopo di lui, o forse le circostanze inevitabili, o forse la stessa azione dei meridionali, determinarono un indirizzo a dirittura opposto. Un regime tributario violento ed esiziale fu applicato repentinamente alle province meridionali.
Bibliografia e Note Bibliografiche
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(1) Attanasio Francesco, “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)

(….) Abba Cesare Giuseppe, “Arrigo. Da Quato al Volturno”, 1866; “Noterelle d’uno dei mille edite dopo vent’anni”, 1880; I Mille, ed. Bemporad e F., Firenze, 1868 (è interessante per lo sbarco in Sicilia ma non dice nulla sul resto); “Da Quarto al Faro. Noterelle d’uno dei mille”, 1882; vedi anche “Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille”, 1891
(….) AA.VV., Panteon dei martiri della libertà italiana, Torino, Stabilimento Tipografico Fontana, 1851 (….) Adamoli Giulio, “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves (….) Ajello Enrico, Lucania 1860, Arti grafiche Laterza, Bari, 1960 (….) Agrati Carlo, Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937; si veda pure: Agrati Carlo, Giuseppe Sirtori. Il primo dei Mille, a cura di Adolfo Omodeo, Bari, G. Laterza & figli, 1940
(…..), Albini Decio, La Lucania e Garibaldi nella Rivoluzione del 1860, Tip. delle Mantellate, 1912; si veda pure Albini Decio, L’insurrezione lucana nell’agosto 1860, Roma, Tip. Italiana, 1893
(….) Alfieri d’Evandro Antonio, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861 (….) Alatri Paolo, La Calabria nel Risorgimento, Ist. geografico tiberino, Roma 1955 (….) Alfieri d’Evandro Antonio, nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, (….) Alliego Raffaele Fimiani Marco, Il destino cambia in tre attimi – piccole storie di grandi ribellioni, ed. Spartaco, 2000
(….) Amicarella Romolo, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870)”, Lodi, Ellebi, 2000; oppure Amicarella Romolo, “Il Risorgimento in Basilicata. I Lucani nelle guerre di indipendenza dal 1848 al 1870″
(….) Anzilotti Antonio, Movimenti e contrasti per l’Unità Italiana, a cura di Luigi Russo, Bari, Laterza, 1930 (….) Aprile Pino, Terroni, ed. Piemme, Milano, 2010 (….) Aromolo G., Il ’60. Garibaldi e Garibaldini in Calabria; note e ricordi da documenti inediti, in “Cronaca di Calabria”, Cosenza, 1960, n. 2,3 etc.. (….) Archivio Storico del Banco di Napoli, a cura di D. Demarco, Salerno e la sua Provincia nei sec. XVI-XIX – Guida alla mostra documentale, ed. Banco di Napoli, Napoli, 1973 (….) Archivio di Stato di Napoli, a cura di Antonio Allocati, Il Mezzogiorno verso l’Unità d’Italia 1734-1860 – catalogo della mostra documentaria, Napoli, L’Arte Tipografica, 1860 (….) Archivio di Stato di Salerno, “La provincia di Salerno nell’età del Risorgimento”, a cura dell’A.SS. catalogo della mostra documentaria, 1957, Salerno (….) Arzano Aristide (capitano), Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913
(….) Atto Vannucci, I martiri della libertà italiana dal 1794 al 1848 – Memorie raccolte da Atto Vannucci, Milano, Tip. Bortolotti, 1887 
(….) Baldanza Rocco, La nostra bandiera: storia di un veterano, ed. A. Paolini, Roma, 1885; Baldanza Rocco, La signora di Sapri: storia dei nostri tempi, ed. A. Paolini, 1879; Baldanza Rocco, Storia del Risorgimento italiano, ed. A. Paolini,
(….) Bandi Giuseppe, I Mille, con prefazione di Stefano Canzio, Edizioni Vie Nuove, Milano, 1962 (….) Battaglini Tito, Il crollo militare delle Due Sicilie, Modena, ed. Società Tip. Modenese, 1938
(….) Bellavigna Francesca, I Diari di Eleonora Ludolf Pianell (1863-1891), in “Archivio Storico per le provincie napoletane”, vol. CXXII, Società Napoletana di Storia Patria, 2005 (….)
(….) Bellavigna Francesca, I Diari di Eleonora Ludolf Pianell (1863-1891), stà in “Archivio Storico per le Provincie Napoletane”, Napoli, ed. 2004, vol. CXXII (….) Besana Davide, La Guerra d’Italia 1859-60 – Due anni di Storia Italiana narrata al Popolo da Davide Besana, Milano, ed. Fravega, 1861
(…..) Berti Giuseppe, I democratici e l’iniziativa meridionale nel Risorgimento, ed. Feltrinelli, Torino, …….
(….) Bertani Agostino, Le spedizioni di volontari per Garibaldi – cifre e documenti complementari al resoconto Bertani, Genova, 1861

Bertani Agostino, L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani, Firenze, ed. Polizzi & C., 1869
(….) Bertolini Francesco, Storia del Risorgimento Italiano, Fratelli Treves, Milano, 1890
(….) Bianchi Nicomede, Storia documentata della diplomazia in Italia dall’anno 1814 al 1861, vol. VIII, Editrice Torinese, 1872
(….) Bideschini F., Garibaldi dal 1860 al 1879 per F. Bideschini, Roma, 1879
(….) Bilotti Paolo Emilio, La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, (….) Bizzoni A., Garibaldi nella sua epopea, Milano, ed. Sonzogno, 1932, vol. II (29) Bizzozero G., La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, Stabilimento Giuseppe Civelli, 1862 (….) Boyer Fernand, Les volontaires francais avec Garibaldi en 1860, articolo su ………………………. (….) Bordone Philippe Joseph, Garibaldi et l’armée des Vosges recit officiel de la Campagne, Paris, 1871 (….) Bozza Angelo, La Lucania – Studi storico-archeologici, vol. II, Rionero in Vulture, Tip. Ercolani, 13 ottobre 1889
(….) Brentari Ottone, I trentini dei Mille di Marsala in Nuova Antologia di lettere, scienze ed arti, Quinta serie, settembre-ottobre 1910, volume CXLIX della raccolta CCXXXIII, Roma, 1910
(….) Brignoli Marziano, I Mille di Garibaldi, ed. Rusconi, 19….
(….) Brienza Rocco, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868
(….) Bracco Vittorio, Polla, linee di una storia, Salerno, ed. Cantelmi, 1976,
(….) Buttà Giuseppe, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta – Memorie della Rivoluzione del 1860 al 1861, Napoli, 1875
(….) Casella Mario, La Massoneria nel Vallo di Diano tra Ottocento e Novecento, Lecce, Congedo ed., 1997
(….) Caldesi Leonida, Alla memoria di Vincenzo Caldesi – già colonnello garibaldino, il fratello Leonida, Bologna, 1871 (….) Camardella Pietro, I calabresi nella spedizione dei Mille, ed. a cura di Francesco Pennini, Accademia Cosentina, Napoli, 1976 (….) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, 1982
(….) Catalogo della “Mostra di ricordi storici del Risorgimento meridionale d’Italia”,
(….) Chiala L., Lettere edite ed inedite di C. Cavour, Torino, Roux, 1888, si veda pure ed. Roux e Favale, 1893
(…..) Capone Alfredo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970; si veda pure: Capone Alfredo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967; si veda pure A. Capone, La polemica sulla spedizione di Sapri. Un aspetto della crisi del mazzinianesimo nel Mezzogiorno, in “Rassegna Storica Salernitana”, a. XXVII (1966), n. 1-4
(….) Canzio Stefano, “Ragguaglio scritto a macchina dell’incontro di Vittorio Emanuele e Garibaldi”, manoscritto consegnato a Treveljan nel 1908; Canzio Stefano, Diario, manoscritto con schizzi (già pubblicato da M. Menghini), al Museo del Risorgimento di Milano; di Canzio, Attilio Pepe cita: Canzio Stefano, Diario con schizzi, La Lettura, Milano, anno 43, giugno 1943
(….) Capozzi Domenico, Vita di Salvatore Tommasi, 1890 (….) Caraguel Clement, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882 (….) Carpi Leone, Il Risorgimento italiano, Milano, (….) Carucci Carlo, Gli studi nell’ultimo cinquantennio borbonico, ed. Libreria antiquaria, Testaferrata, Salerno, 1971 (….) Carucci Carlo, L’Italia meridionale nei primi anni del governo unitario, stà in “Codice diplomatico salernitano del secolo XIV”, parte II, tip. Jannone, Salerno, 1950 (….) Casanova Eugenio, La Brigata Fabrizi da Salerno a Capua, in Stato Maggiore dell’Esercito, Bollettino dell’Ufficio Storico, V (1930)
(….) Castellini Gualtiero, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909; Eroi Garibaldini, ed. Zanichelli, Bologna, 1911
(….) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo inedito e dattiloscritto, Policastro nel 1973
(….) Catalano Franco, “Memorie autobiografiche e carteggio: (1848-1875) / Giuseppe Dezza”,
(…) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969; si veda pure: Luci ed ombre nel processo per la spedizione di Sapri, Salerno, 1958; La provincia di Salerno nell’età del Risorgimento, Catalogo della mostra documentaria, Salerno, 1957; Il Cilento al principio del secolo XIX, Salerno, 1956; Una lega di resistenza di contadini nel 1860 e la questione demaniale in un comune del salernitano, in « Movimento Operaio » n. 3, anno VI, maggio-giugno 1954 (nuova serie), pp. 684-723; L’Archivio di Gabinetto della Prefettura di Salerno, in «Movimento Operaio» n. 3, anno VI, maggio-giugno 1954 (nuova serie), pp. 464–493; Leopoldo Cassese, Scritti di storia meridionale, Pietro Laveglia editore, Salerno 1970 (volume postumo a cura di Pietro Laveglia e Antonio Cestaro)
(….) Cestaro Francesco Paolo, Il Vescovo di Policastro e la reazione borbonica del 1799, su questo testo vi è un saggio di Antonio Cestaro, Uno scritto inedito di F.P. Cestaro, in “Rassegna Storica Salernitana”, anno XV (1954), n. 1-4 (…) Cesari Cesare, La campagna di Garibaldi nell’Italia meridionale (1860), ed. Libreria dello Stato, Roma, 1928-VI (….) Cimino Michelangelo, Giovanni Matina: Breve biografia di un cospiratore salernitano, ed. Galzerano, 2002 (….) Cilibrizzi Saverio, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli (….) Civalleri B., Il 49° reggimento Fanteria- notizie storiche, Torino, ed. Bona, 1910 (….) Ciociano Giovanni, Storie camerotane, ed. dell’Ippografo, Salerno, 1985, (….) Colocci Adriano, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912
(….) Corciulo Maria Sofia, Opinione pubblica e processi politici nel regno delle due Sicilie: il caso Mignogna – De Pace (1855-56), in “Archivio Storico per le provincie napoletane”, vol. CXXII, Società Napoletana di Storia Patria, 2005
(….) Covino Luca, La vicenda dei Cattaneo nel Mezzogiorno moderno: ascesa e consolidamento, in “Archivio Storico per le provincie napoletane”, vol. CXXII, Società Napoletana di Storia Patria,
(….) Colombo Adolfo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, Saluzzo, 1911 (….) Comandini Alfredo, Cospirazioni di Bologna e Romagna, Bologna, ed. Zanichelli, Bologna, 1899 (….) Corselli Rodolfo, La campagna del 1860 in Sicilia: (I Mille e le squadre siciliane) Studio storico-militare; Corselli Rodolfo, I mille e le squadre siciliane : nel 1860 (da Marsala a Palermo), Palermo Scuola Tip. Bacco
(…..) Comandini Alfredo, L’Italia nei 100 anni del secolo XIX (1801-1900), vol. III, ed. Vallardi, Milano, 1907
(….) Cosenz Enrico, Custoza e altri scritti inediti del gen. Enrico Cosenz, e ricordi vari sullo stesso, a cura e con proemio di Francesco Guardione. Palermo: A. Reber, 1913
(….) Commissione Editrice (a cura di), La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860); si veda pure…..
(….) Corsi C., Memorie di un veterano, …………………..
(….) Crispi Francesco, Il Diario dei Mille, Treves, 1910; Crispi e l’impresa dei mille il diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio, Firenze, Soc. Edit. La voce, 19…..; Crispi Francesco, Crispi e l’impresa dei mille il diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio, Firenze, Soc. Edit. La voce, 19…..; Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890; Memorie di un candidato. Il collegio elettorale di Tricarico in Basilicata
(….) Croce Benedetto, Silvio Spaventa dal 1848 al 1861 – lettere, scritti documenti pubblicati da Benedetto Croce, Bari, Laterza, 1923; si veda pure: Croce Benedetto, Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza & Figli, Bari, 19…..; si veda pure: Croce Benedetto, Uomini e cose della vecchia Italia, ed. Laterza & figli, Bari, 1943
(….) Curàtulo Giacomo Emilio, Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria- Documenti inediti – Dieci lettere di Vittorio Emanuele a Garibaldi etc…”, ed. Zanichelli, Bologna, 1911; dello stesso autore si veda pure: “Scritti e figure del Risorgimento italiano con documenti inediti”, Torino, ed. Bocca, 1926
(….) Curti P. E., Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi (….) Dallolio Alberto, La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi, Bologna, ed. Zanichelli, 1910 (….) Damiano Domenico, Maratea nella storia e nella luce della Fede, (….) D’Ayala Michelangelo, Memorie di Mariano D’Ayala e del suo tempo, Rotary Club, Sala Consilina, 1998 (….) D’Ayala Mariano, Memorie di Mariano D’Ayala e del suo tempo (1808-1877) scritte dal figlio Michelangelo, Torino, Fratelli Bocca, 1886 (….) D’Amico Giuseppe, Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo preunitario, a cura del Rotary Club di Sala Consilina – Vallo di Diano, 1998 (….) D’Ancona A., Carteggio di Michele Amari, Torino, Roux, 1896
(….) De Cesare Raffaele, La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi; Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”; De Cesare Raffaele (Memor)(….), nel suo “La fine di un Regno”, Città di Castello, ed. S. Lapi, 1909, Parte II, “Regno di Francesco II”. Nella prefazione Raffaele De Cesare ci parla di un “Memor” un suo amico ma nel testo di Treveljan tradotto dall Dobelli, a p. 424 si postillava: “De Cesare, F. di P. = De Cesare (R.) – Una famiglia di patriotti. 1889. E’ la miglior narrazione, attinta alle fonti locali, della marcia di Garibaldi da Reggio a Napoli, e dell’insurrezione calabrese.”. Memor è il suo pseudonimo. De Cesare Raffaele, “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 19…..; De Cesare Raffaele, Una famiglia di patrioti – ricordi di due rivoluzioni in Calabria, Roma, Forzani, 1889
(….) De Rosa Gabriele e Cestaro Antonio, Territorio e Società nella Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1973 (….) De Crescenzo Alfredo, Lo sbarco garibaldino ad Acciaroli nel 1860, in Numero unico per l’Anniversario della fondazione della Lega Navale a Salerno, Salerno, 1938
(….) De Crescenzo Gennaro, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960; si veda pure: Dizionario salernitano di Storie e Cultura, ed. Jannone, 1960
(…) De Crescenzo Gennaro, Noi, i Neoborbonici, ed. Magenes, Milano, 2016 (….) De Nicolò Marco, Trasformismo, autoritarismo, meridionalismo. Il ministro dell’interno Giovanni Nicotera, ed. il Mulino, Bologna, 2001
(….) De Pilato Sergio, “Il brigantaggio di Basilicata”,
(….) De Ballesteros Ruiz, L’autodifesa del generale Ruiz de Ballesteros per taluni fatti militari del 1860,
(….) De Castro Giovanni, Giuseppe Sirtori, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892
(….) De Castro Giovanni e Guastalla Enrico, Giuseppe Sirtori, ed. Dumolard, Milano, 1892
(….) De Fiore Francesco, “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”, manoscritto, pubblicato da Antonio Emilio Parisi, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, (Roma, a. 1957, fasc. I-II; anno XXIX, 1960, fasc. I; e 1960, fasc. II pp. 117-135)
(….) De Nicolò Marco, Trasformismo, autoritarismo, meridionalismo. Il ministro dell’interno Giovanni Nicotera, Il Mulino, Bologna, 2001 (…) De Rossi pierluigi e Ettore Di Meo, Il Risorgimento Italiano nelle “Memorie” del colonnello Filippo Caucci-Molara etc…, Quaderni dell’Archivio Storico 1,
(….) De Sivo Giacinto, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Trieste, 1868,
(….) Del Duca Silvano, Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia, ed. Gaia, Saggi, 2011 (….) Del Mercato Pierfrancesco e Infante Antonio, “Cilento uomini e cose”, ed. Reggiani, Salerno, 1980
(…) Di Capua Giovanni, Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento italiano, Salerno, Cantelmi, 1985
(….) Di Capua Giovanni, Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985
(….) Di Fiore Gigi, Controstoria dell’Unità d’Italia fatti e misfatti del Risorgimento edizioni BUR Rizzoli, 2007 (….) Di Rienzo Eugenio, Il Regno delle Due Sicilie e le potenze Europee, 1830-1861, ed. Rubettino, Soveria Mannelli, 2012 (….) Dizionario del Risorgimento nazionale. Dalle origini a Roma capitale. Fatti e persone, ed. Vallardi dal 1931-38 (…) Dobelli Emma Bice, Garibaldi e i Mille, ed. Zanichelli, Bologna, 1913, traduzione del testo di George Macaulay Treveljan, “Garibaldi and the Thousand”
(….) Donaver Federico, La spedizione dei Mille – l’idea inspiratrice etc…, Genova, Libreria nuova di F. Chiesa, 1910; descrive alcuni degli sbarchi dei garibaldini avvenuti dopo il primo sbarco di Marsala, come le spedizioni: Agnetta, Medici (con Caldesi e Malenchini), Cosenz. Il Donaver accenna anche a spedizioni di materiali provenienti da Malta e condotte dal siciliano Salvatore Castiglia.
(….) Drezza Giuseppe, Note autobiografiche manoscritte e relazioni diverse, (….) Dufuourcq A., Memoires du général Baron Desvernois, Plon-Nourrit, Paris, 1898
(….) Durand-Bragher Henry, Quatre moise de l’expedition de Garibaldi en Sicilie et en Italie, Paris, ed. Dentu, 1861
(….) Du Camp Maxime, L’Expédition des Deux-Siciles (La Spedizione delle Due Sicilie), ed……; vedi pure L. De Rosa, Maxime Du Champ – La Spedizione delle due Sicilie, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963
(….) Dumas Alexandre, padre, Les Garibaldiens (I garibaldini), 1861 (….) Ebner Pietro, Storia di un feudo del Mezzogiorno, ed. Thesaurus
(….) Elia Augusto, Note autobiografiche e storiche di un garibaldino, Bologna, Zanichelli, 1898
(….) Finelli Riccardo, 150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi, ed. Incontri,
(….) Forbes Charles Stuart, The campaign of Garibaldi in the two Sicilies, ed……….; Forbes C. S., Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861)
(….) Fortunato Giustino, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano, Bari, Laterza, 1911, vol. II,
(….) Fratelli Terzaghi, “Album storico. Garibaldi nelle Due Sicilie ossia guerra d’Italia nel 1860. Scritta da B.G. con disegni dal vero, le barricate di Palermo, ritratti e battaglie, littografati da migliori artisti”,
(….) Fusco Felice, Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri, ed. Galzerano, Casalvelino Scalo (SA), 2007 (….) Franco Francesco, La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959
(…) Fulco Amedeo, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..; Fulco Amedeo, Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli, 2002, ristampa a cura del Comune di Tortora
(….) Gallotti Giuseppe, Delle presenti condizioni delle Provincie Napoletane, Ed. Nobile, Napoli, 1861
(….) Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861
(….) Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861
(…..) Gaiani Emilio, Garibaldi e i Cacciatori delle Alpi – Cenni storici,

(….) Garibaldi Giuseppe, Edizione Nazionale degli scritti: vol. 11, Epistolario, vol. 5: 1860 (a cura di Massimo De Leonardis), Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma, 1988; I Mille, Torino, Tip. Camilla e Bartolero, 1874; Memorie autobiografiche, Firenze, Barbèra, 1988 e ed. 1920
(….) Garnier Charles, Giornale dell’assedio di Gaeta, ed. Campagna, Napoli, 1861 (….) Genovesi Loris, Paolo Luigi de Flotte colonnello dei garibaldini, in Il Tempo, 28 maggio 1960
(….) Giancaspro Paolo, La insurrezione della Basilicata e del Barese nel 1860, Trani, Vecchi, 1890
(….) Giannone Francesco, Memorie storiche statuti e consuetudini dell’antica terra di Oppido, Palermo, Tip. Marsala, 1902 (….) Genoino Andrea, Napoli, Calabria e Sicilia, tra il ’67 e il ’70, dal carteggio inedito d’un funzionario, Società Editrice Dante Alighieri, Albrighi, Segati e C., Milano, 1925; si veda pure: Genoino Andrea, Raffaella Serfilippo e i Mazziniani di Salerno dopo il 1860,
(….) Gioia Giuseppe, Memorie storiche e documenti sopra Lao, Laino, Sibari, Tebe Lucana, Napoli, 1885
(…..) Giordano Vincenzo, “La vita e i discorsi parlamentari di Giovanni Nicotera nelle legislature VIII – IX – X-XI e XII”, Salerno, Tip. Nazionale, 1878
(….) Giuffre Liborio, I Medici nell’epopea garibaldina del 1860, ed. Trimarchi, Palermo, 1933 (….) Gnocchini V., L’Italia dei Liberi Muratori, Mimesis-Erasmo, Milano-Roma, 2005
(….) Granito Eugenia (a cura di), Un popolo uno Stato – Conquiste e problematiche dell’unificazione italiana viste da una provincia meridionale, Archivio di Stato di Salerno – Catalogo della mostra marzo dicembre 2011, ed. Plectica, 2012
(….) Guarasci Antonio, La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961 
(….) Guida Giuseppe, Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, Napoli, 1961
(….) Guglielmini Andrea, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877
(….) Guglione E. -Giulietti E., Adelaide Cairoli e i suoi figli, Milano, 1952
(….) Guerzoni Giuseppe, Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882; si veda pure: “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926; si veda pure: Giuseppe Guerzoni, Memorie autobiografiche di Giuseppe Garibaldi, ed. G. Barbèra, 1888; si veda pure: “La vita di Nino Bixio”, ed. Barbèra, 1875
(….) Guardione F., Il dominio dei Borboni in Sicilia dal 1830 al 1861, Torino, S.T.E.N., 1907 (….) Witehead Peard John, Journal, 
(…) White Mario Jessie, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra; Garibaldi e i suoi tempi, illustrazioni di Edoardo Matania, Treves, Milano, 1884; White Mario Jessie, In memoria di Giovanni Nicotera, ed………….
(….) Infante Antonio, Garibaldi nel Cilento“, ed. Arti grafiche del Cilento, Torchiara, 1984
(….) Infante Antonio – Nastro Catello, Filippo Patella Garibaldino di Agropoli, Edizioni Arti Grafiche del Cilento S.r.l., S. Antonio di Torchiara (SA), 1984
(….) Infante Antonio e Del Mercato Pierfrancesco, “Cilento uomini e cose”, ed. Reggiani, Salerno, 1980 (….) Iorio Salvatore, La Sedizione dei Mille e la crisi della formazione dell’Unità d’Italia, ed. Portosalvo, Napoli, 1972 
(….) Lacava Michele, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava, Napoli, ed. Morano, 1895; si veda pure: Lacava Pietro, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860
(….) La Greca Amedeo, “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015 (….) Lazzarini Cimbro, Nino Bixio (cenni storici-bibliografici), Forlì, Bombardini, 1911 (….) Lauria Francesco, Demani e Feudi nell’Italia meridionale, Tipografia degli Artigianelli, Napoli, 1924 (….) Lazzaro Giuseppe, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867
(….) La Gioia Filippo, L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia, Lauria 1891
(….) Lavagnino L., Cassa Centrale di Soccorso a Garibaldi, 1860, Resoconto di A. Bertani, Genova, 1868
(….) Lazzaro Giuseppe, Memorie della rivoluzione dell’Italia meridionale dal 1848 al 1860 dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, Stab. tipografico dei……, 1867 
(….) Leone Lucio e Stancati Filomena, Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011
(….) Lenna Milly, Un garibaldino dimenticato,
(….) Lomonaco Melazzi Pietro, Discorso tenuto alla Società Operaia «Silvio Curatolo» di Aieta,
(….) Lenormant Francois, A travers l’Apulie et la Lucanie, ed. A. Levy, Parigi, 1883; si veda pure “Tra le genti di Lucania – Appunti di Viaggio”, introduzione di Giovanni Battista Bronzini, ed. Osanna Venosa, 1999
(….) Lombroso Giacomo e Davide Besana, Storia di dodici anni narrati (1848-1861), narrata al popolo Italiano da Giacomo Lombroso e Davide Besana, Parte IV, Milano, Gaetano Fravega, 1868
(….) Lump Edwin James, Memorial testimone oculare della battaglia di Capua
(….) Magni Alessandro, Le vicende della Spedizione Cosenz nella guerra del 1860: da Genova a Palermo e al faro di Messina, Sbarco in Calabria etc…, (….) Mario A., La camicia rossa, a cura di Spellanzon, Milano, 1954, (….) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, (….) Maccia Raimondo, Garibaldi nelle Calabrie, o i Trionfi della Rivoluzione, Torino, 1862 (….) Magnaguti Alessandro Giacomo, Giovanni Chiassi: l’eroe di Reggio C. e di Bezzecca, Mantova, Eredi Segna, 1931 (….) Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861 (…) Maineri B.E., Fra Giovanni Pantaleo – ricordi e note, Roma, 1883 (….) Manco Carmine, Scalea prima e dopo- Cenni storici, Arti tipografiche, Scalea, 1969 (….) Mandalari Mario, Biblioteca storico-topografica delle Calabrie, edizione postuma a cura del figlio con presentazione di Oreste Dito, Grafiche “La Sicilia”, 1928 (….) Manacorda G., V. Emanuele e Garibaldi nel 1860 secondo le carte Trecchi, in “Nuova Antologia”, 1-6-1910
(….) Maraldi Giuseppe, La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani, Palermo, in Atti dell’Accademia delle Scienze, Serie IV, vol. I, parte II, 1940
(….) Maraldi Costanzo, Documenti francesi dopo la caduta del Regno meridionale, a cura di A. Omodeo, ed. Società Napoletana di Storia Patria, Napoli, 1935, Maraldi Costanzo, La Rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministativa di Agostino Depretis, estratto da Rassegna Storica del Risorgimento, Anno XIX, 1932, Aprile-Giugno (X), Fasc. 11, Roma, 1932
(….) Maraldi Costanzo, La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis, estratto dalla “Rassegna Storica del Risorgimento”, anno XIX 1932 – Aprile-Giugno (X) Fasc. II, Roma, tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932
(….) Mario Alberto, La Camicia rossa, ed. Sonzogno, Milano, 1875
(….) Mattigana Piero, Storia d’Italia dal 1850 al 1866 continuata da Giuseppe La Farina per Luigi Zini, ed. M. Guigoni, 1866-1869, Milano
(….) Maturi Egidio, Alcune notizie storiche documentate sui movimenti rivoluzionari del lagonegrese con lettera prefazione di Pietro Lacava, Napoli, Morano, 1910
(….) Mallamaci Giorgio, Torraca – Storia di un borgo del Cilento, Ed. Universitarie Romane, 2009 (….) Mauro Matteo, Biografia di Giovanni Nicotera, Nocera Inferiore, Tipografia Editrice della Vesuviana, 1886 (….) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848, Albrighi e Segati, Milano, 1909; Mazziotti Matteo, L’insurrezione Salernitana nel 1860, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921); Mazziotti Matteo, La reazione borbonica nel salernitano; Matteo Mazziotti, Memorie di Carlo De Angelis, 1902; Mazziotti Matteo, La reazione borbonica nel Regno di Napoli, ed. Dante Alighieri di Albrighi e Segati, 1912; Matteo Mazziotti, “Ricordi di famiglia (1780-1860)”; Mazziotti Matteo, II conte di Cavour e il suo confessore: studio storico con documenti e carteggi inediti, Nicola Zanichelli, Bologna 1915 (….) Menghini Mario, La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami, nelle corrispondenze, nei diarii e nelle illustrazioni del tempo , Società tipografica Editrice Nazionale, Torino, 1907
(….) MINISTERO DELLA GUERRA – STATO MAGGIORE DEL R. ESERCITO – UFFICIO STORICO, La campagna di Garibaldi nell’Italia meridionale (1860), Libreria dello Stato, Roma 1928
(….) Minervini Luigi, “Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli”, Trani, Tipografia Cannone, 1861
(….) Mondaini Gennaro, I moti politici del ’48 e la setta dell’Unità Italiana in Basilicata, Roma, Soc. Ed. Dante Alighieri, 1902
(….) Morisani Cesare, Ricordi storici. I fatti delle Calabrie nel luglio ed agosto 1860, Reggio, Tip. Caruso, 1872
(….) Moliterni Biagio, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI)
(….) Montanelli Indro, L’Italia del Risorgimento, Milano 1972 (…) Morabito L. (a cura di), Genova garibaldina e il mito dell’eroe nelle collezioni private, Genova, 2008
(….) Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – Appunti di storia Casalettana, ed. Lightning Source UK Ltd,
(….) Moscati Ruggero, La rivolta del Cilento, in “Archivio Storico per la Provincia di Salerno”, anno I, n.s. n. 2/4 (1933); Moscati Ruggero, Il Vallo di Diano nel 60, in “Rassegna Storica Salernitana”, XXI, 1960; La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60, Le Monnier, Firenze, 1960; Il Mezzogiorno d’Italia nel Risorgimento ed altri saggi, Ed. G. D’Anna, Messina-Firenze; I Borboni in Italia,
(….) Montesano Michele, Partiti politici e plebisito a Napolie nelle provincie meridionali nel 1860, in “Arch. Storico per le Provincie Napoletane”, a. IV, quarta serie, 1966 (….) Monnier Marc, Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles, Paris, Lévy, 1861, vedi pure la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861 (….) Mundy George, La fine delle Due Sicilie e la Marina Britannica, Berisio, Napoli, 1966
(….) Nardi Carlo, Le truppe del Ghio e il passaggio del “Calderaio”, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1961, pp. 303 e ssg.;
(….) Nazari Micheli Ida, Cavour e Garibaldi nel 1860 – Cronistoria documentata, Roma, ed. Tipografia Cooperativa Sociale, 1911

(….) Nisco Niccola (Niccola), Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli (1824-1860), vol. II, “Francesco II”, Napoli, II. Ed. Morano, 1889; si veda pure edizione 1891; si veda pure Nisco Niccola, Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860 – Francesco I – Ferdinando II – Francesco II, ed. Guida, Napoli, 5° edizione, 1889
(….) Nitti Francesco Saverio, L’Italia all’alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, 1901 (….) Omodeo Alfonso, Difesa del Risorgimento, Ed. Einaudi, Torino, 1951 (….) Oddo Giacomo, “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866; Oddo Giacomo, Il brigantaggio o l’Italia dopo la dittatura di Garibaldi, Milano, Scorza, 1866 (….) Ottati Davis, Dal Feudo alla libertà – un paese del Sud, ed. Pananti, Firenze, 1995 (….) Padula Vincenzo, Calabria prima e dopo l’Unità, a cura di Attilio Marinari, vol. I-II, ed. Laterza, Bari, 1977 (….) Pagano L. A., La spedizione di Sapri e la prigionia di G. Nicotera nelle carte della polizia borbonica di Sicilia, in Rassegna Storica del Risorgimento, anno XXI, 1934 (….) Paladino Giuseppe, Il Processo per la setta “L’Unità Italiana”, e la reazione borbonica dopo il ’48, ed. Le Monnier, Firenze, 1928 (….) Palamenghi-Crispi Tommaso, I Mille, 1927 (era nipote di Francesco Crispi e scrisse anche il suo Diario)
(….) Paolucci Giuseppe, Da Francesco Riso a Garibaldi memorie e documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860, 1906, ed………; si veda pure Paolucci Giuseppe, Giovanni Corrao e il suo battaglione alla battaglia di Milazzo, 1900
(….) Parrella Roberto, Elites urbane e organizzazione del potere a Salerno nel XIX secolo, Plectica, Salerno,
(….) Parisi Antonio Emilio, Le vicende garibaldine in Calabria durante l’agosto 1860 nel racconto inedito di Francesco De Fiore, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, (Roma, a. 1957, fasc. I-II; anno XXIX, 1960, fasc. I; e 1960, fasc. II pp. 117-135)
(….) Parrella Roberto, Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica); vedi anche Parrella Roberto, Notabili a salerno prima e dopo l’unità, E-doxa, Roma, 2003
(….) Passerin D’Entréves Ettore, L’ultima battaglia politica di Cavour: i problemi dell’unificazione italiana, ed. Ilte, Torino, 1956
(….) Pécout Gilles, Il lungo Risorgimento. La nascita dell’Italia contemporanea (1770-1922), Milano, Bruno Mondadori, 2011
(….) Pedio Edoardo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, pp. 317 ss.; si veda pure Pedio Edoardo, Uomini ed episodi del Risorgimento Lucano (Giuseppe D’Errico), in Rassegna storica del Risorgimento, Anno XVII, (VIII) Fasc. I
(….) Pedio Tommaso, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962; si veda pure: Pedio Tommaso, L’insurezione lucana nell’agosto del 1860, ed. fuori commercio, Napoli, XVIII febbraio 1960; si veda pure: Pedio Tommaso, Relazione alla politica piemontese ed origine del brigantaggio in Basilicata (1860-61), ed. Lib. Riviello, 1961
(….) Pellion Carlo, conte di Persano, Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861″, Torino, 1870, vol. I-II,
(….) Pesce Carlo, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911; si veda pure Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, Napoli, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, 1913 (….) Pepe Attilio, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, pp. 303 e ssg.; Pepe Attilio, I sei garibaldini che passarono da Tortora assieme col Generale il 3 settembre 1860, in “Cronaca di Calabria” del 2 ottobre 1960 (….) Pepe Cristoforo, Memorie storiche della città di Castrovillari, Castrovillari, tip. del “Calabrese”, 1880
(….) Perini Osvaldo, La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia, Editore F. Candiani, 1861. Nel testo l’autore, nel cap. XI ci parla dei rivoluzionari che a suo dire erano manigoldi, camorristi ed uomini di malaffare assoldati per la causa della rivoluzione. A questo testo, gli fa eco un altro di più recente pubblicazione, di Vito Antonio Boccia, “Le spedizioni di volontari per Garibaldi”. Dei volontari, dei mezzi dei Mille e delle sovvenzioni per affrontare la storica impresa ne ha parlato il Treveljan.
(….) Pianell (….), Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892), Firenze, C. Barbèra editore, 1902; si guardi pure “Le grandi manovre autunnali del 2° corpo d’esercito nell’anno 1869 del luogotenente generale conte Pianell”, ed. Voghera, 1870; si veda pure: Francesca Bellavigna, “I Diari di Eleonora Ludolf Pianell (1863-1891)”, stà in Archivio Storico per le Provincie Napoletane, Napoli, 2004, p. 605
(….) Pecorini-Manzoni Carlo, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli,
(….) Petruccelli Emilio, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861
(…) Piola Caselli Carlo – Cronache marinare di Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di Federico Adamoli, 2014
(….) Pizzolorusso Antonio, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885 (vedi ed. Ripostes), Salerno, 2001
(….) Pieri Piero, Garibaldi, ed. Gheroni, Torino,
(….) Pianciani Luigi, Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani, Milano, ed. del Politecnico, 1909
(….) Pittaluga Giuseppe, “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904,
(….) Policicchio Ferruccio, Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, Fisciano, 2011; Policicchio Ferruccio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica); Vibonati nel secolo Decimonono, ed. Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II (….) Pontieri Ernesto, Il tramonto del baronaggio siciliano, ed. GC. Sansoni, Firenze, 19…..; Riformismo borbonico in Sicilia del Sette e dell’Ottocento, Napoli, ed. Perrella, e si veda anche ed. E.S.I.; si veda pure la Presentazione al testo di Tommaso Pedio, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, vol. I-II, Potenza, 1962; (….) Porro Eliseo, La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, Milano, ed. Salvi, 1861 (….) Predome Lorenzo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966 (….) Pucci Michelangelo, Tortora – Natura, Storia Cultura”, “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino“, p. 99 e ssg. (….) Pupino-Carbonelli Giuseppe, Nicola Mignogna nella Storia dell’Unità d’Italia – con lettere indeite etc.., Napoli, tip. Morano, 1889 (….) Quandel-Vial Ludovico, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabria dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900
(…) Racioppi Giacomo, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, edizione Laterza, 1909; Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata,
(….) Ragazzoni Achille, Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888), Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988
(….) Raele Raffaele, La Città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aire, 1944
(….) Riviello Raffaele, Cronaca Potentina dal 1799 al 1882, Potenza, 1891
(….) Can. Raele Raffaele, La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944
(….) Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861, pubblicato in Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. Delle memorie di Gaetano Sacchi, Renato Soriga scriveva che: “Di questa memoria, il Museo del Risorgimento possiede due copie complete , in una numerosi documenti accessori , dei quali darò tra poco notizia nella mia relazione sulle Carte Sacchi.“. Sempre il Sòriga scriveva: “Molti anni dopo, nel 1875, il Capitano Pecorini -Manzoni, che da tempo attendeva a redigere la storia della XV Divisione Türr nella campagna del 1860, a mezzo d’un comune amico, pregava il Sacchi di pari favore. Anche in questa circostanza la bontà paterna del Generale non si smenti e sebbene si trovasse in cattive condizioni di salute, raccolse documenti, rievocò ricordi e stese altra memoria sull’operato della sua Brigata nella campagna del 1860 ( 1 ).”.
(….) Raffaele Giovanni, Rivelazioni storiche della rivoluzione dal ’48 al 1860, Palermo, Stab. Tip. Amenta,
(….) Rasch Gustav, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938
(….) Reisoli G., La campagna del 860, in Garibaldi condottiero, Roma 1957 (….) Rinaldi Evelina, Achille Sacchi, il medico che si batte (1827-1890), Modena, Società tip. Modenese, 1927 pubblicato in………………… (….) Riviello Raffaele, “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882”, Potenza, 1891 (….) Romano-Manebrini Aurelio, Documenti della rivoluzione di Napoli, 1864, Napoli, (….) Romaniello Agatangelo, “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, Grafica Jannone, Salerno, 1986 (….) Romagnano Domenico, Garibaldi nel Salernitano, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960 (….) Romano Aldo, L’Unità italiana e la prima internazionale 1861-71, Bari, 1966 (….) Rosi Michele, I Cairoli, ed. Cappelli, Bologna, 1944 (VII edizione) (….) Rossi Luigi, Dualismi economici nel Mezzogiorno liberale – La provincia di Salerno, ed. Palladio, Salerno, 1988; si veda pure: Rossi Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, a cura di…, ed. Plectica, Salerno, tip. Cava de Tirreni, 2005
(….) Russo Pasquale, Un brandello dell’impresa dei Mille, dal Fortino ad Auletta, Sala Consilina, 5 settembre 1997, relazione tenuta; Russo Pasquale, Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta”, ed. Grafespress, Castelcivita (SA), 2000, bibliograficamente ben aggiornato e informato

(….) Rustow Wilhelm (Guglielmo), La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861)
(…..) Salazaro Demetrio, Cenni sulla rivoluzione italiana del 1860, Napoli, tipografia Ghio, 1866
(….) Saggi Ludovico, Le vicende garibaldine durante l’Agosto 1860 nel racconto inedito di Francesco De Fiore, stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno XXIX, 1960, fasc. II, pag. 127, interessante ma parla della presa di Reggio e dice nulla su Paola e su Sapri
(….) Santoro Gianfredo e Marino Dario, Torraca: il Risorgimento, Pisacane ed altre vicende, a cura di Rita Garavina, ed. Zaccara, Lagonegro, 2011
(….) Sanseverino Rocco, Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860″, Trani, ed. Paganelli, 1928
(….) Scirocco Alfonso, Giuseppe Garibaldi, Corriere della Sera, via Solferino, Milano, 2005; si veda pure “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, E.S.I., Napoli, 1969
(….) Schettini Alfredo, Trecchina nel presente e nel passato – 1936, Tip. Ferrari, Alessandria, 1947 (….) Schlitzer Franco, La “Cronaca” della spedizione di Sapri e Luigi Dragone, Napoli, 1934 (….) Serra Alessandro, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961
(….) Sichirollo Angelo, Garibaldi e i Mille da Quarto al Volturno, Milano, ed. Signorelli, 1910
(….) Siniscalchi Silvia, “Il Cilento tra immaginario collettivo e realtà geografica”, in “Il viaggio di C.T. Ramage attraverso il Cilento nella prima metà del XIX secolo”, ed……………. (….) Smilari Alessandro, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862
(….) Smith Denis Mark, Garibaldi, ed. Mondadori, Milano, 1956; si veda pure Smith Denis Mark, Cavour e Garibaldi nel 1860, ed. Einaudi, Torino; si veda pure: Denis Mack Smith, I Savoia re d’Italia, Rizzoli editore, 1990
(….) Sole Anna, Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008 (….) Spadolini Giovanni, Gli uomini che fecero l’Italia, Milano 1993
(….) Società di Solferino e di San Martino, Elenco dei soldati italiani della provincia di Potenza che hanno fatto una o più delle sette compagnie dal 1848 al 1870 per l’Indipendenza Italiana, Padova
(….) Sòriga Renato, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913. Sòriga, nel fascicolo 1-2 del “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Sòriga Renato, “La brigata Sacchi e la prima spedizione garibaldina nelle Calabrie”, in Rivista d’Italia, lugio 1912
(….) Spadoni Domenico, “I Cairoli delle Marche (La famiglia Cattabeni)” Macerata, libreria Marchigiana, 1906
(….) Stato Maggiore dell’Esercito – Ufficio Storico, La campagna delr860, in Garibaldi condottiero, Roma 1957
(….) Strutt Artur John, A pedestrian turr & Calabria en Sicily, 1842
(….) Susani Luigi, Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860), ed. …………..,
(….) Tabarrini M. ed A. Gotti, Lettere e documenti del Barone Bettino Ricasoli, Firenze, 1890
(….) Tancredi Luigi, Sapri – giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa San Giovanni, 1985 (….) Tarantini Biagio, Blanda e Maratea – saggio di monografia storica”, (con introduzione di Biagio Limongi), ed. Istituto Grafico Editoriale Italiano, Arti grafiche Solimene, Casoria, 2006 (….) Topa Michele, Così finirono i borboni di Napoli, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, (….) Torraca Francesco, La Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta ridotta ad uso delle scuole secondarie da Francesco Torraca, ed. Sansoni, Firenze, 1890 (…) Treveljan George Macaulay, “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911; “Garibaldi and the Thousand”,
(….) Tripepi Antonino, Curiosità storiche di Basilicata, Potenza 1916; si veda ristampa ed. Fiorentino; si veda pure: I precursori – Imputati politici dal 1848 al 1862 studiati ordinati e sintetizzati, Bari, Cooperativa Tipografica, 1909
(….) Trevisani Giulio e Canzio Stefano, Compendio di Storia d’Italia, voll. I-II-III, ed…..
(….) Tufano Alfonso Maria, in “Padula prima e durante la Certosa – ecc…”, Associazione Amici del Cassero, Grafiche Zaccara, Lagonegro, 1995 (….) Turr Istvan, A Marsàlài ezer. Vàlasz Bertani “Bosszù a siron tùl” czimü müvere, Pest 1870 (trad. it. Risposta del Generale Türr all’opuscolo Bertani “Ire d’oltre tomba”, Milano 1874) (….) Ulloa-Calà Pietro, Intorno alla Storia del Reame di Napoli, di Pietro Colletta, annotamenti di Pietro Calà Ulloa duca di Calabria, Napoli, Stab. Tip. De Bonis, 1877
(….) Vigo Pietro, Storia degli ultimi trent’anni del secolo XIX, in Annali d’Italia, vol. II, ed. Treves, Milano,
(…) Vaiano Gioacchino, All’aria aperta – Poesie, Tip. Il Papiro, Sapri, 2008
(….) Venturi Immacolata, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016
(….) Venosta Felice, Carlo Pisacane e Giovanni Nicotera o la Spedizione di Sapri”, ed. Barbini, Milano, 1876
(….) Vinciguerra Mario, I partiti italiani dal 1848 al 1955, Centro editoriale dell’Osservatore, Roma, 1955
(….) Visalli Vittorio, I Calabresi nel Risororgimento italiano: Storia documentata delle rivoluzioni calabresi dal 1799 al 1862, vol. I, 1899; si veda pure dello stesso autore: “I. Conferenze e discorsi”, Palermo, Lib. editrice Trimarchi, 1911
(….) Vita Alfredo, La Basilicata in La Riforma sociale, a. XIV (1907), vol. XVII, p. 386 ss.
(…) Viceconti Raffaele, Il sacco di Lauria – vicende storiche del 1806-1807, Bologna, Zanichelli, 1903
(….) Vitale Antonio, Opere edite ed inedite di autori nati nel Lagonegrese, Potenza, Tip. Pomarici, 1890
(….) Viterbo M., Il Sud e l’Unità d’Italia, ed. Laterza, Bari, 1866
(….) Vecchi Augusto Candido, La vita e le gesta di Giuseppe Garibaldi, ed. Zanichelli, Bologna, 1882
(….) Zanotti Bianco Umberto, Meridione e meridionalisti, Roma, Collezione Meridionale Ed., 1964; si veda pure: Zanotti Bianco, Introduzione storica, in La Basilicata, Roma, Unione It. Assistenza Infanzia, 1926
(….) Zasio Emilio, Da Marsala al Volturno. Ricordi di E. Z., Padova, 1868
(….) Zini Luigi, Storia d’Italia dal 1850 al 1866 continuata da quella di Giuseppe La Farina per Luigi Zini, vol. VIII, ed. M. Guigoni, Milano, 1866
