I Gallotti nel Risorgimento

GLI STUDI 

Nel 1987 pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e le fonti che si sono occupate di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sullo sbarco di Giuseppe Garibaldi a Sapri, avvenuto il 3 settembre 1860. Prima di Garibaldi, il 2 settembre 1860 sbarcarono centinaia di garibaldini che Turr portava da Paola via mare. Insieme a Turr arrivarono a Sapri anche alcuni agenti di Cavour. Il Risorgimento italiano è comunemente ricordato dalla maggioranza delle persone soprattutto per l’opera di personaggi come Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II. Tuttavia, insieme ad essi, operarono migliaia di giovani che affrontarono sacrifici e pericoli per la libertà; tra loro i fratelli Magnoni ed i volontari delle brigate destinate agli Stati Pontifici, Parmensi, Milanesi, Bolognesi ed Emiliani, che parteciparono da volontari alla marcia verso la Capitale del Regno borbonico. In particolare, per quanto riguarda Sapri, la famiglia dei Gallotti – di cui mi occupo in questo mio saggio – ha avuto un ruolo non secondario nelle vicende risorgimentali che hanno interessato il paese di Sapri. Le loro vicende personali s’intrecciarono con i più importanti avvenimenti che caratterizzarono l’epopea popolare. Il lettore può così conoscere attraverso quanti rischi e privazioni quella generazione abbia realizzato l’evento più importante della storia italiana: l’Unità d’Italia.

LA SAPRI DEI GALLOTTI BARONI DI BATTAGLIA

(Fig. n….) – Carta del 1788, (credo una carta geografica del Ministero della Guerra Borbonica, apparsa sulla rete, e di cui ivi non riesco a pubblicare lo stralcio), su cui è scritto: “Foglio 24” e, “Gitto. Guerra. inc. Nap. 1788” è rappresentato parte del Cilento, con la costa del Golfo di Policastro ed i toponimi dell’entroterra, si vedono chiaramente i toponimi di questi luoghi. La carta in questione fa parte dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” redatto da Rizzi-Zannoni. L’Atlante Geografico del Regno di Napoli (titolo completo: Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (autore), Giuseppe Guerra (incisore) Atlante Geografico del Regno di Napoli compito e rettificato sotto i felici auspicj di Giuseppe Napoleone I re di Napoli e di Sicilia, Napoli 1808. L’atlante, in 31 fogli e in scala 1:114.545 (Valerio 1993, p.126), fu completato nel 1812. Il titolo venne modificato nel 1815, al rientro dei Borbone sul trono di Napoli: sostituendo la frase compito e rettificato . . . con delineato per ordine di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie. L’opera, in effetti, era stata commissionata nel 1781 da Ferdinando IV di Napoli al geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. La carta in questione si trova nella collezione on-line di David Rumsey Collection.

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(Fig…) Foto dei primi dell’900 – “Sapri, La Marina”, (spiaggia di S. Croce) un vecchio ‘gozzo’ dell’epoca (Archivio Attanasio)

(Fig. n….) – Dipinto olio su tela di Sapri nel periodo pre-Unitario

Sapri nel 1819, ten. Blois

(Fig….) Particolare tratto dal disegno del rilievo di Sapri del Ten. Blois del 1819, illustrato nell’immagine della Fig….., “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000. In questo particolare si vede il centro abitato di Sapri come doveva apparire al Genio Militare Borbonico nel 1 gennaio 1819.

La scomparsa di gran parte della documentazione originale dell’epoca

Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno hanno pubblicato gli stralci dei documenti contenuti nei fascicoli inerenti Torraca conservati presso il Comune di Torraca negli anni che interessano la nostra ricerca e non mi pare che vi siano documenti significativi che riguardino il periodo, il 1860, anno del passaggio di Garibaldi. Riguardo il periodo di Garibaldi ed il comune di Torraca, possaimo desumere i decurioni, i Sindaci, gli Intendenti borbonici dell’epoca ecc..In generale, il periodo del 1860, per il comune di Sapri ed il comune di Torraca, non è molto documentato e rappresentato. Non si capisce e non si conoscono i reali motivi della dispersione di molta documentazione che riguarda il periodo del passaggio di Garibaldi e questo non solo riguarda gli Archivi Municipali, come ad esempio gli Atti Decurionali ma ciò riguarda anche la documentazione dell’epoca conservata presso gli Archivi di Stato di Salerno e di Napoli. Molti dei documenti, atti, delibere decurionali, lettere, documenti d’Uffici pubblici, ecc…, che furono redatti all’epoca dei fatti che caratterizzarono la marcia di Garibaldi per la conquista dell’ex Regno borbonico delle Due Sicilie, andarono persi in seguito non solo a causa del loro deterioramento negli anni, spostamenti dai vari Archivi ecc.., a causa degli incendi che in ogni Comune si ebbero, o quelli causati dai borbardamenti del secondo conflitto mondiale, come l’ultimo eclatante di San Paolo Belsito dove andarono persi i preziosi documenti antichi conservati nell’allora Grande Archivio di Napoli, ma vi furono anche molti documenti che non furono sufficientemente raccolti e protetti e forse pure fatti sparire volutamente in quei luoghi, come Sapri, che furono i luoghi dove furono protagonisti i fatti e gli uomini suggellati alla Storia da Pisacane a Garibaldi. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, hanno pubblicato i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno che riguardano la “Questione demaniale”. Dopo il 1860, nl periodo detto “Post-Unitario”, nel 1861, nacque la questione dei confini e dell’attribuzione delle terre demaniali di cui si servivano i diversi Comuni vicini. Infatti, i 4 autori, nel loro “Temi per una storia di Torraca”, a p. 267 ci parla dell’“Archivio Demaniale”, e per es. dei diversi processi intentati dai Comuni come quello di Torraca, che nel “Archivio Demaniale. Atti Demaniali. Torraca. Busta 820. Fascicolo 1 – Documenti a prò del Comune (di) Torraca in sostegno della domanda di scioglimento di promiscuità, contro i Comuni di Tortorella, Vibonati, Battaglia e Casaletto, cc. ss. 56. 1651-1874.”. Ecc… Dopo il 1860 nacque la “Questione demaniale” che si protrasse fino al 1874 con innumerevoli istanze e processi civili intentati tra i comuni limitrofi.  Sulla questione demaniale, si veda pure i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno elencati da p. 43 del testo sulla Mostra documentaria “La provincia di Salerno nell’età del Risorgimento”, a cura dell’A.SS. catalogo, 1957, Salerno. I 4 autori, nel loro “Temi per una storia di Torraca”, a p. 268 ci parla dell’“Archivio Demaniale”, e per es. dei diversi processi intentati dai Comuni come quello di Torraca, che nel “Fascicolo 8 – Il Barone Vespasiano Palamolla, chiede una copia legale della divisione dei Demani che fu eseguita nel 1813, e carteggio vario. cc. ss. 55. 1832-1835.”. Infatti, in seguito all’occupazione francese e subito dopo con i Borboni si acuirono le controversie demaniali tra i Baroni ed i loro possedimenti ed i Comuni. E’ a mio avviso che, in questo periodo saranno effettuate alcune operazioni chirurgiche sul territorio di Sapri, ex di Torraca, dell’ex baronia dei Palamolla e dei diversi processi tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro. Una parte del territorio di Sapri passerà nei confini del territorio di Vibonati, con cui il Nicotera aveva avuto da sempre ottimi rapporti, sia con i Sindaci che con gli attendibili del posto. Oltre alle diversie controversie tra Comuni diversi a viciniori, nacque anche la questione demaniale dovuta alla cessione di terre demaniali che furono accaparrate dai latifondisti dell’epoca, famiglie di ex-borbonici che facevano il bello ed il cattivo tempo in ogni Comune. In tutto questo si inserì la lotta politica per il successo elettorale della Sinistra democratica di Giovanni Nicotera. Del periodo in cui Nicotera fu Ministro degli Interni del Governo Depretis, non sono chiarissime alcune cose che avvennero nei nostri Comuni, che nel frattempo, dopo il Plebiscito del 21 Ottobre 1860 erano diventati comuni del Regno d’Italia. E’ un periodo, questo che dovrà essere ancora indagato.  E’ in questo periodo che scomparvero diversi documenti che, in parte riguardavano le responsabilità storiche dei fatti del ’57 con Pisacane ma che riguardavano proprio gli uomini di spicco nella nascente politica del Regno d’Italia. Primo fra tutti Giovanni Nicotera che aveva saldi rapporti con molti uomini politici e novelli amministratori dello Stato post-unitario nella Provincia di Salerno. La questione venne alla luce grazie a Giovanni Nicotera, superstite della Spedizione di Carlo Pisacane, dopo la sua liberazione dal carcere di Favignana, nel 1860, volle vendicarsi verso quelli che lui credeva essere i responsabili del fallimento della tragica spedizione di Sapri. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Luci ed ombre nel processo per la Spedizione di Sapri”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 285, in proposito scriveva che: “E’ passato un secolo dal processo per la Spedizione di Sapri, e la storia, col sussidio dei documenti – primissimi quelli pubblicati nel 1877 da Luigi De Monte nella sua Cronaca del Comitato Segreto di Napoli – ha dato in gran parte ragione a Francesco Spirito. Il quale, ad esempio, a Firenze denunziò coraggiosamente che il barone Nicotera, ministro dell’Interno, aveva arbitrariamente richiamato presso di sé quei documenti del processo che erano stati richiesti dal Tribunale di Firenze. Questa accusa parve allora offensiva ed infondata, ma ora noi possiamo affermare che era esatta: il Ministro dell’Interno, in dispregio dei regolamenti archivistici e della correttezza politica, volle esaminare, prima che fossero trasmessi a Firenze, tutti gli atti processuali di Salerno e tutti quagli altri del Ministero di grazia e giustizia conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che furono chiesti con dispaccio telegrafico (14).”. Cassese, a p. 285, nella nota (14) postillava: “(14) Archivio di Stato di Napoli, Min. di Gr. e Giustizia, Causa del Cagliari. Nel 1° fascio vi è un foglio di trasmissione col seguente oggetto: “Napoli, 11.11.1876. Elenco in doppio originale degli atti della Causa del Cagliari, che si trasmettono nel detto dì al Ministero degli Interni in Roma, per effetto di dispaccio telegrafico del dì 8 nov. 1876 n. 827, del registro di recapito, pervenuto il giorno 9”. Segue l’annotazione: “Addì 15 ottobre 1877 restituiti dal Ministero dell’Interno e rimessi nei propri posti”. Vi è allegato l’elenco dei fasci trasmessi. Sempre in relazione alle preoccupazioni del Nicotera circa l’esistenza di documenti per lui compromettenti, mette conto ricordare che il 21 agosto 1881 ignoti ladri operarono un furto in casa di Silvio Spaventa in Roma e che Antonio Labriola sospettò che si fosse stato organizzato dal De Pretis e da Nicotera per entrare in possesso delle carte che si diceva conservasse lo Spaventa, cfr. Centoventitrè lettere inedite di Antonio Labriola e Bertrando Spaventa, in Supplemento al n. 1 di “Rinascita”, 1954, p. 83.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a p. 13, nella nota (6) postillava: “(6) Le vicende relative ai documenti sulla spedizione di Sapri sono, in parte, oscure.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. La documentazione inerente i fatti e le verità sulla Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, non rivestono solo un importanza per la verità storica di quei fatti ma anche perchè molti uomini e patrioti che parteciparono ai preparativi e forse contribuirono al suo tragico fallimento furono, nel 1860, tra i protagonisti della marcia di Garibaldi verso Napoli, alla capitolazione del Regno delle Due Sicilie. Molti personaggi che vedremo in questa ricerca, per i loro trascorsi e la loro partecipazione ai moti insurrezionali del ’48 e del ’57, ebbero una parte attiva nella risalita di Garibaldi, dalla sua partenza da Quarto fino a tutta l’epopea garibaldina della battaglia sul Volturno. Essi, ebbero parte attiva nella politica e nell’amministrazione dello Stato Unitario in seguito ai Plebisciti. Essi, ebbero ruoli e parte anche nell’Italia post-Unitaria, come vedremo in seguito. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “L’anno 1860 fu l’anno glorioso per la nostra Italia, specialmente per il meridione. L’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi (1807-1882) capo della famosa “Spedizione dei Mille”, partito da Quarto (Genova) il 5 maggio con due navi, …..etc…il terreno infuocato della rivoluzione, repressa, ma accesa dall’eroismo dei martiri, tra cui il Carducci e il Pisacane, degni precursori del Garibaldi.”. L’uccisione di Costabile Carducci, a Sapri e lo sbarco dei Trecento della Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri furono i prodromi e precursori dell’impresa di Garibaldi e delle sue truppe Garibaldine. Ma, anche molti documenti del 1860 riguardanti l’impresa di Garibaldi e del suo passaggio dalle nostre plaghe, non sono più reperibili, forse essi sono scomparsi, tanto che alcuni passaggi rimangono ancora oscuri e non del tutto chiariti. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella “Prefazione”, a p. 5, in proposito scriveva: “”Sapri preannuncia Marsala, il sacrificio ha aperto la strada al trionfo. I venti furono poscia Mille e poscia Legioni. Il sole di Marsala, di Calatafmi, di Palermo, di Milazzo, di Napoli, sorse all’alba di Sapri”. Così i patrioti meridionali, nel 1864, intesero e sentirono il nesso fra le due rivoluzioni, quella di Pisacane, fallita nel ’57, e quella vittoriosa di Garibaldi. Ma quel nesso che essi avevano stabilito era dettato, certamente, più dal sentimento che dalla verità storica. Infatti, a distanza di decenni da quegli avvenimenti, rasserenatesi le passioni, è emersa in piena luce la provvisorietà di quella sintesi, e si è imposto il problema di capire meglio, storicamente, quei fatti; e assieme al problema, naturalmente, le diverse soluzioni. Secondo una nota tesi, che si deve ad Aldo Romano, quella democrazia meridionale che aveva dato luogo all’impresa di Sapri, ed era ispirata alla dottrina rivoluzionaria di Pisacane, non si dissolse dopo il ’57. Essa sostenne compatta la rivoluzione garibaldina del ’60; ma tradita dai troppi compromessi coi moderati, affidò alle nascenti forze socialiste l’eredità del pensiero di Pisacane.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “…sotto la spinta di tante recriminazioni, allora, iniziò pure, prima strettamente intrecciato alle polemiche politiche e personali, poi col passar del tempo sempre più svincolato da esse, un più serio processo di accertamento storico della verità, che fu portato avanti da uomini politici e da storici che cominciarono a raccogliere memorie e documenti su quei fatti. Tale processo storico, iniziato in quegli anni, dura tuttora; e non metterebbe conto di ricordarne le principali tappe se il giudizio su quegli avvenimenti non fosse rimasto, ancora oggi, assai dubbio e non avesse messo capo a conclusioni assai discordi e talora contraddittorie.”. Alfredo Capone scriveva che nell’Italia post-Unitaria, proprio a causa della rabbia di Giovanni Nicotera, iniziò un processo storico di revisione che dura tuttora.  Capone, a p. 12, continuava: “Tale pubblica presa di posizione di Nicotera il quale apriva un processo morale agli organizzatori napoletani della spedizione di Sapri, sollevò nel partito democratico meridionale il più grave smarrimento e tutto una serie di reciproche accuse e di autodifese che durarono assai a lungo, fino al ’65, cioè fino a quando il successo elettorale della Sinistra a Napoli non giunse a far tacere la spinosa questione nell’interesse di tutti.”.

I GALLOTTI DI BATTAGLIA A SAPRI, POSSIDENTI A SAPRI E AL FORTINO

Il don Giovanni Gallotti dell’epoca dei moti del ’48, con i fatti di Costabile Carducci, del ’57, con l’arrivo di Pisacane, nel ’60 con l’arrivo di Garibaldi, è il GALLOTTI di cui ci occupiamo in questo nostro saggio.

I GALLOTTI A SAPRI: don GIOVANNI (padre), ex barone di Casaletto e Battaglia ed i figli: RAFFAELE, SALVATORE, don FILOMENO, ed il sacerdote don EMANUELE, ed il nipote di Giovanni, PAOLO GALLOTTI proprietario della taverna del Fortino e gli altri Gallotti: DIOMEDE, ANTONIO, NICOLA, FRANCESCO 

LO STEMMA DELLA FAMIGLIA GALLOTTI BARONI DI BATTAGLIA

(Fig. n…..) – Stemma araldico della famiglia dei baroni Gallotti di Casaletto – dipinto su muro (affresco e tempera) nell’androne di palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice a Sapri

A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice, al n. 106 vi è un’antico palazzotto che apparteneva alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. Sullo stemma araldico affrescato all’interno dell’androne del Palazzo in via Nicodemo Giudice appartenuto prima ai Gallotti e poi ai due fratelli Marino (ferrovieri) che sposarono due figlie femmine del barone don FILOMENO, donne RACHELE e GIOVANNINA, si racconta che presenta un “segno d’infamia” (uno sfregio o una modifica nel disegno originario). Forse questo “sfregio” del disegno originario fu fatto dai borbonici ai tempi di Costabile Carducci (magari dai Peluso contro i Gallotti liberali), oppure è relativo alle malevoli critiche che giravano nel paese ai danni del barone don Filomeno per il matrimonio con la giovane signora Recchia, di cui parlerò in seguito.

(Fig. n….) – Genealogia della famiglia Gallotti tratta da Policicchio (….). Nel foglio è presente anche il disegno dello stemma araldico della Famiglia

I GALLOTTI BARONI DELLA FRAZIONE DI BATTAGLIA

La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri, nell’Italia Unitaria. Pare che non vi sia stata parentela fra le due famiglie. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI ed i suoi figli. La famiglia Gallotti di Sapri – quella in questione – che aveva un palazzo in via Nicodemo Giudice non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che hanno un palazzo in Piazza del Plebiscito. Inoltre, don Giovanni Gallotti – quello di cui parliamo- sebbene pare che provenisse dalla Baronia di Battaglia, non deve confondersi con la famiglia nobile dei Gallotti Baroni di Casaletto e di Battaglia. Battaglia, la cui storia è molto legata alla vicina Casaletto Spartano, è un borgo di origine medievale risalente circa al XII secolo, col nome latino di Bactalearum. Fu una universitas autonoma fino all’aggregazione a quella di Casaletto, e nel XVII secolo contava 960 abitanti, fino al dimezzamento dovuto alla peste del 1656. Il paese fu anche comune autonomo fino al 1810, quando venne unificato per ordine del generale francese Charles Antoine Manhès, su mandato di Gioacchino Murat. All’epoca del in cui Murat fu re di Napoli (parte del Primo Impero bonapartista), onde risolvere il problema del brigantaggio filo borbonico, inviò ordine al sindaco di Casaletto di appestare i foraggi e fornire vettovagliamenti alle sue truppe. Non addivenendo alla richiesta, e sospettato da Mahnès di essere in combutta coi briganti, il sindaco venne fucilato. Successivamente Mahnès ordinò l’unificazione dei due comuni ed impose al sindaco di Battaglia di trasferirsi a Casaletto, nuovo capoluogo comunale. Dunque, è con il decennio francese, nel 1810 che l’antica “Bactalearum” (Battaglia) perse la sua autonomia amministrativa di piccolo Comune e venne unito al Comune di Casaletto Spartano – un piccolo paese vicino. Casaletto Spartano. La frazione di Battaglia è attraversata dalla Strada provinciale 16 (SP 16), collegante Sapri con Caselle in Pittari, da cui si dirama la Strada provinciale 349 (SP 349) Battaglia-Fortino. La stazione ferroviaria di Casaletto Spartano-Battaglia, sulla linea Sicignano-Lagonegro, dista 16 km ed è sita nella frazione lagonegrense di Pennarone. Dal 1987 è chiusa all’esercizio, assieme all’intera linea, e servita da autoservizi sostitutivi. Sempre per derimere confusioni fatte in passato, i Baroni Gallotti a cui non ci riferiamo in questo scritto è un’antica famiglia originaria del Cilento, feudataria di Battaglia, Casaletto, Farneto, Valledonna, ascritta nel Registro dei Feudatari e riconosciuta ammissibile nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Casaletto”, vol. I, a p. 639, in proposito scriveva che: “Casaletto, dopo il 1861 Casaletto Spartano. Università autonoma fino alla sua elevazione a Comune. A m. 400 etc…e con le frazioni (Battaglia v., e Fortino km.12) etc..”. Battaglia e Casaletto – che solo nel 1861 divenne Casaletto Spartano – erano feudi indipendenti fino alla loro elevazione a Comuni nel 1810. Battaglia fu una universitas autonoma fino all’aggregazione a quella di Casaletto – poi, nel 1861 divenuto “Spartano”. Le due Universitas  – e feudi autonomi tra loro –  furono uniti in unico Comune  autonomo nel 1810, quando venne unificato per ordine del generale francese Charles Antoine Manhès, su mandato di Gioacchino Murat. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 73, in proposito scriveva che: “L’unificazione dei comuni di Casaletto e Battaglia in un unico Ente, avvenne nel 1810, per mano del generale francese Charles Antoine Manhès. Questi aveva infatti ricevuto l’incarico dal re di Napoli Gioacchino Murat (che nel 1808 aveva sostituito Giuseppe Bonaparte) “dell’alta polizia delle Calabrie per liberarle dal Brigantaggio”. Montesano, riferendosi al nuovo Decreto definitivo dell’unificazione dei due Comuni – quello di Gioacchino Napoleone (Murat)  – il Regio decreto del 4 maggio 1811, a p. 83 aggiungeva pure che: “I Comuni riuniti di Casaletto e Battaglia facevano parte del Circondario di Bonati, Distretto di Sala (126), Provincia di Principato Citeriore, …Nel decreto si stabilisce inoltre che i Comuni di Casaletto e Battaglia dovranno essere riuniti sotto la stessa amministrazione comunale, che il Comune principale, dovrà essere Casaletto. E’ interessante notare come la scelta di indicare Casaletto e non Battaglia come capoluogo è poco chiaro. Probabilmente incise il maggior numero degli abitanti (nel 1809 Battaglia contava 900 residenti, mentre Casaletto 960)(128) anche se la presenza dei baroni Gallotti, dopo la legge sull’eversione della feudalità del 1806, sicuramente non fece pendere il favore del legislatore francese verso Battaglia, anzi. La stessa sorte di quest’ultima toccò anche ad altri paesi del circondario: San Cristoforo fu unito ad Ispani mentre l’antica città di Policastro fu unita a Santa Marina.”. Dunque, intorno agli anni 1810, sarà la “Legge sull’eversione della feudalità” che influirà sulle sorte delle vecchie Baronie, e, non solo Battaglia, feudo e Baronia dei Gallotti sarà unita al Comune di Casaletto, ma nascono i Municipi. A Casaletto Spartano (comune di Battaglia) i Gallotti possedettero il castello baronale sin dal 1500, oggi trasformato in un apprezzato e confortevole Bed & breakfast, arredato con mobili d’epoca. Il barone Giuseppe Gallotti (1803 † 1879), figlio di Salvatore e Maria Giuditta Parisio,  fu senatore del Regno d’Italia (1880). La Famiglia risulta iscritta nell’Elenco Ufficiale Italiano col titolo di nobile in persona di Emanuele Gallotti, figlio di Paolo Emilio. Ma come si formò la Baronia dei GALLOTTI a Battaglia ?. Ci sono legami con la famiglia GALLOTTI di Sapri e quella nobile del feudo di Battaglia ?. Vediamo dalle scarse notizie che si anno sui due paesi. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Casaletto”, vol. I, a p. 639, in proposito scriveva che: “Le notizie sul villaggio sono scarsissime….l’Alfano (3), che attribuisce il feudo alla famiglia Gallotti, scrive che contava 990 abitanti…” e poi, in sostanza non aggiunge null’altro che possa interessare la Baronia. Sulla situazione fondiaria del Comune di Casaletto e di Battaglia ha scritto Alfonso Leone (….), nella sua “L’Età Medievale”, nel vol. II del testo a cura di Nicola Cilento (….), “Storia del Vallo di Diano”. Ha scritto anche Nicola Montesano (….), che cita il testo di Lorenzo Giustiniani (…), e del suo “Dizionario istorico-ragionato etc…”. Ciò che scrisse il Giustiniani su Casaletto è riassunto da Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Battaglia”, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: “Università autonoma fino alla sua aggregazione a Casaletto Spartano (Km. 3). Il Giustiniani (1) pone il villaggio etc…Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Garlotta (o Gallotta?) per d. 3260 (2). Scipione Gallotta già possedeva nel territorio il casale di Tornito (3). L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, che aveva posseduto un feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”. Ebner, a p. 550, nella nota (2) postillava: “(2) Quint. 174, f. 105”. Ebner, a p. 550, nella nota (3) postillava: “(3) Quint. 35, f. 92”. Dunque, Ebner (….), parlando di “Battaglia”, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: “Università autonoma fino alla sua aggregazione a Casaletto Spartano (Km. 3).”. Dunque, dopo la vendita del feudo da parte del Conte di Policastro Ettore Carafa (un Carafa della Stadera), CARLO GALLOTTA ne divenne proprietario nel 1696. Dai Quinternioni (documenti conservati presso l’Archivio di Stato), si evince che, l’11 febbraio 1778, MARIO ANTONIO GALLOTTI ottenne l’intestazione del feudo e del casale di BATTAGLIA. Ma, il feudo che andò a MARIO GALLOTTI (figlio di MARIO ANTONIO) ed ai suoi figli: CARLO, GIUSEPPE e GIOVANNI, con l’avvento della Legge sull’eversione della feudalità, nel 1806, La famiglia Gallotti, che aveva posseduto un feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari.”. La legge sull’eversione della feudalità (conosciuta principalmente come la legge del 2 agosto 1806) è il celebre provvedimento che ha abolito il sistema feudale e i privilegi nobiliari nel Regno di Napoli, ponendo fine a secoli di giurisdizioni. Infatti, Anche Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Casaletto Spartano e di Battaglia, a p. 216, in proposito scriveva che: “Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Gallotti per la somma di 3260 ducati, mentre Scipione Gallotti già possedeva, nel territorio il casale di Tornito. Successivamente, per rinuncia di Carlo, la baronia passò al figlio Mario Gallotti, che la possedette fino alla morte, avvenuta il 14 gennaio 1768. Gli successe il figlio Mario Antonio, che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778 (4). La famiglia Gallotti, avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Guzzo, a p. 216, nella nota (3) postillava: “(3) L. Giustiniani, Dizionario geografico etc.. – Op. cit., vol. III, p. 204”. Guzzo, a p. 216, nella nota (4) postillava: “(4) P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento – Roma, 1982 – vol. I – pag. 550.”. Dunque, il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti era uno dei quatro figli del barone MARIO ANTONIO GALLOTTI. Il barone MARIO GALLOTTI morì il 14 gennaio 1768 e gli successe il figlio MARIO ANTONIO GALLOTTI che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778. In seguito, la baronia dei Gallotti “….avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni e Antonio.”. Dunque, in seguito alla morte di Mario Antonio Gallotti, successe il figlio Mario Gallotti, il quale aveva quattro figli, tra cui il nostro don Giovanni Gallotti. Antica famiglia originaria del Cilento; fedautaria di Battaglia, Casaletto, Farneto, Valladonna, ascritta nel Reg. Feud. e riconosciuta ammissibile nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. A Casaletto Spartano (comune di Battaglia) i Gallotti possedettero il castello baronale sin dal 1500, oggi trasformato in un apprezzato e confortevole Bed & breakfast, arredato con mobili d’epoca. Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Carlotta (o Gallotta) per 3260 denari. Scipione Gallotta già possedeva nel territorio il casale di Tornito. L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (m. 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia di suo padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio Gallotti. La famiglia Gallotti, che aveva posseduto il feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Battaglia, a p. 550, in proposito scriveva che: L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Dunque, a Battaglia la Baronia fu ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, nella persona dell’ultimo feudatario don Mario GALLOTTI, ultimo feudatario di Casaletto Spartano e Battaglia. Scrive Ebner che don Mario Gallotti ebbe quattro figli maschi: CARLO, GIUSEPPE, GIOVANNI e ANTONIO GALLOTTI. Dunque, don GIOVANNI GALLOTTI, era uno dei quattro figli maschi di don MARIO GALLOTTI. Da recenti ricerche ho potuto appurare che, i 5 figli maschi carnali di Don Carlo Gallotti del 1700 sono esclusivamente loro e nessun altro: Don MARIO ANTONIO GALLOTTI: Il cardine della successione, l’ultimo effettivo intestatario del titolo e del Castello di Battaglia prima che crollasse il sistema feudale. Don Salvatore Gallotti senior:  Salvatore si stabilì nella capitale del Regno per lanciare la famiglia nei ranghi più alti della magistratura, della burocrazia regia e del foro napoletano. Fu proprio a Napoli che nacque e fece fortuna suo figlio, il Barone Giuseppe Gallotti (1803–1879), che diventerà un grandissimo giurista, un nobile riconosciuto e, infine, Senatore del Regno d’Italia nel 1871. Don Carlo Gallotti junior, Don Antonio Gallotti senior, Don Giuseppe Gallotti senior, Donna Margherita Gallotti: Chiamata così in onore dell’antica baronessa del Seicento, andata in sposa con una ricca dote liquida a un ramo dei Sanseverino. Donna Porzia Gallotti: Inserita negli scambi di dote tra Battaglia e Tortorella. Donna Giovanna Gallotti: Monacata o maritata per non frazionare il nucleo centrale del castello di Battaglia. I 4 Figli Maschi di don MARIO ANTONIO: Don Carlo Gallotti junior (Il primogenito, erede formale dei beni del castello nell’entroterra), Don Giuseppe Gallotti junior, Don GIOVANNI GALLOTTI (Il secondo genito maschio, sesto in ordine di nascita totale. Nato nel 1798 e deceduto a Sapri il 17 maggio 1873 a 75 anni). È l’uomo del Palazzo Baronale di via Roma (via Nicodemo Giudice) che ospitò Garibaldi e del “Giovanni Gallotti al Fortino” del 1857. Don Antonio Gallotti junior. Le 5 Figlie Femmine: Donna Giacinta Gallotti, Donna Vincenza Gallotti, Donna Marianna Gallotti, Donna Flavia Gallotti junior (Chiamata come la madre Flavia Donnapenna). Donna Rosa Gallotti (L’effettivo nono nome registrato nelle schede d’asse, che si era confuso nei passaggi precedenti). Il feudo e il titolo non sono passati a Salvatore per anzianità (visto che Mario Antonio era l’ultimo feudatario ufficiale del ramo principale).   Salvatore Gallotti senior sposa donna Maria Giuditta Parisio. La famiglia Parisio di Cosenza e Napoli era una delle dinastie di togati e banchieri più ricche del Mezzogiorno, legata ai Gallotti già dal Seicento (quando Lelio Parisio aveva sposato l’antica Porzia Gallotti di Battaglia).  Attraverso la dote immensa dei Parisio e la sua posizione di magistrato, Salvatore acquisisce il capitale liquido necessario per rilevare e riscattare le quote del feudo di Battaglia dagli altri fratelli cadetti e dal ramo principale, che stava progressivamente affogando nei debiti di gestione e nelle doti delle cinque sorelle. Quando nel 1806 i francesi emanano le leggi di eversione della feudalità, il vecchio sistema dei baroni crolla. Il castello di Battaglia e le terre non sono più feudi indisponibili: diventano proprietà private pignorabili e commerciabili. Ma quando i periti del re vanno a pignorare il Castello di Battaglia e i grandi beni storici del casato, si trovano davanti a un muro legale: quei beni non appartengono a Giovanni, ma sono di proprietà esclusiva di suo cugino, il futuro Senatore Giuseppe Gallotti. Spero di essere stato chiaro, la ricostruzione che fai di omonimia non trova riscontro. Dunque, pare che il futuro senatore del Regno d’Italia, GIUSEPPE GALLOTTI sia stato cugino del barone don GIOVANNI GALLOTTI.

DON GIOVANNI GALLOTTI, BARONE DI BATTAGLIA ED I SUOI CINQUE FIGLI MASCHI: SALVATORE, FILOMENO, RAFFAELE, PASQUALE ed EMANUELE

In questo mio saggio mi occupo della Famiglia dei Baroni di Battaglia, ed in particolare del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI che ha vissuto alla “Marina di Sapri”, denominazione del paese prima che diventasse Comune del Regno delle Due Sicilie. Il barone don Giovanni Gallotti aveva un palazzotto a Sapri in via Nicodemo Giudice, all’odierno civico 106. La sua famiglia non sappiamo se fosse imparentata con l’altra famiglia dei Gallotti che possedeva ed abitava in Piazza del Plebiscito. Ma al momento possiamo affermare con certezza che non vi era legame di parentela con le due Famiglie. Il don Giovanni Gallotti dell’epoca dei moti del ’48, con i fatti di Costabile Carducci, del ’57, con l’arrivo di Pisacane, nel ’60 con l’arrivo di Garibaldi, è il GALLOTTI di cui ci occupiamo in questo nostro saggio. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Battaglia, a p. 550, in proposito scriveva che: L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”. Dunque, a Battaglia la Baronia fu ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, nella persona dell’ultimo feudatario don Mario GALLOTTI, ultimo feudatario di Casaletto Spartano e Battaglia. Scrive Ebner che don Mario Gallotti ebbe quattro figli maschi: CARLO, GIUSEPPE, GIOVANNI e ANTONIO GALLOTTI. Dunque, don GIOVANNI GALLOTTI, era uno dei quattro figli maschi di don MARIO GALLOTTI barone di Battaglia. Stessa notizia ci danno Nicola Montesano, Fusco e Policicchio. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Avanti si è detto che Garibaldi, a Sapri, fu ospite di Giovanni Gallotti, persona liberale il quale conobbe le prigioni borboniche. Non solo Giovanni soffrì per opinioni politiche sotto il Borbone, ma l’intera famiglia i cui membri erano annoverati tra gli attendibili politici.”. Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Policicchio (…), scriveva che don GIOVANNI GALLOTTI era figlio di don Mario Gallotti, Barone di Battaglia e di GIOVANNA DONNAPENNA, ma Policicchio scriveva che don Giovanni Gallotti era sestogenito della famiglia di don Mario Gallotti. Quindi, il barone don MARIO GALLOTTI aveva anche una figlia femmina. Dunque, se il barone don GIOVANNI GALLOTTI morì il 17 maggio 1873 all’età di anni 75, vuol dire che egli era nato nel 1798. Sui GALLOTTI di Sapri e di via Nicodemo Giudice ed in particolare don GIOVANNI GALLOTTI e dei suoi cinque figli, Dunque, Policicchio scriveva che don GIOVANNI GALLOTTI era figlio “sestogenito” di MARIO e GIOVANNA DONNAPENNA. Dunque, Policicchio scriveva che don GIOVANNI GALLOTTI era figlio di MARIO GALLOTTI e di GIOVANNA DONNAPENNA. Policicchio scriveva che don Giovanni Gallotti “Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno”. Policicchio scriveva pure che don Giovanni Gallotti morì all’età di 75 anni, il 17 maggio 1873. Dunque, don Giovanni Gallotti nacque nel 1798. Don Giovanni Gallotti sposò RACHELE GIUDICE dalla quale ebbe cinque figli maschi. Il don GIOVANNI GALLOTTI aveva cinque figli maschi: Salvatore, Raffaele, il prete don Filomeno, Emanuele. Don Giovanni Gallotti era il secondo dei quattro figli di Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. Da Wikipedia leggiamo che Giovanna Donnapenna è una figura storica legata alla nobiltà locale del Golfo di Policastro, nota principalmente per essere stata la moglie di Mario Gallotti, esponente della baronia di Casaletto e Battaglia. Attraverso la linea del figlio Giovanni e di sua moglie Rachela Giudice, Giovanna Donnapenna è l’antenata di importanti figure del Risorgimento e della storia locale, tra cui il sacerdote don Filomeno Gallotti. Don Giovanni Gallotti era figlio “sestogenito” della Baronia di Battaglia. Dunque, secondo Policicchio, don Giovanni Gallotti era il sesto figlio di MARIO GALLOTTI. Suo padre, MARIO GALLOTTI, possiamo ripetere ciò che scrisse Pietro Ebner (….). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Battaglia”, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: La famiglia Gallotti,….il barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”. Dunque, il padre di don Giovanni Gallotti, MARIO GALLOTTI, Barone di Battaglia (Battaglia era feudo a se fino al 1810 fu unita al Comune di Casaletto Spartano), successe al padre MARIO ANTONIO GALLOTTI ma, con la “Legge sull’eversione della feudalità” emessa da Giuseppe Bonaparte, tutta la famiglia Gallotti dei baroni di Battaglia – la loro Baronia, secondo Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Battaglia”, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: La famiglia Gallotti, che aveva posseduto un feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, …”. Ebner, a p. 550, nella nota (2) postillava: “(2) Quint. 174, f. 105”. Ebner, a p. 550, nella nota (3) postillava: “(3) Quint. 35, f. 92”. I Quinternioni feudali (o Regi Quinternioni) sono una serie di preziosi registri documentali conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Costituiscono una delle fonti più importanti per la storia istituzionale, topografica e genealogica dell’Italia meridionale, in quanto documentano i passaggi di proprietà e i feudi dell’antico Regno di Napoli. Dunque, don Giovanni Gallotti, che nel 1810 aveva 12 anni perse il titolo di Barone di Battaglia. Ancora sul barone don Giovanni Gallotti ed il padre Mario ha scritto Gaetani Fischetti (….), nel suo “Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel Circondario”, Prop. Letteraria, 1877, a pp. 53-54, che parlando degli avvenimenti al Fortino ai tempi di Pisacane, in proposito scriveva: Fallaci dunque sono le notizie suggerite al signor de Sivo quando nel vol . 2. pag. 355 dice. « Furon raggiunti dal Baroncino Gallotti di Sapri condannato graziato del 1848 solo che si accostasse a loro. » Di quale baroncino Gallotti si parla di Salvatore o di Giovanni di costui padre ? che la stessa condanna la stessa grazia come pure lo stesso titolo portavano per essere vivente allora Mario padre di Giovanni vecchio venerando di generosi e nobili sentimenti, nè poi sono di Sapri, ma di Battaglia, due non uno, che lungi dal raggiuni rivoltosi cercarono evitarli, e desiderati evitarono l’incontro.”. Dunque, Fischetti scriveva che il barone di Battaglia Giovanni Gallotti e Salvatore suo figlio, compagni politici di Ponza,….” e, poi aggiungevano gli altri due figli del barone don Giovanni Gallotti, Benvero Filomeno e Raffaele, figli anche essi del barone Giovanni Gallotti”. Dunque, il barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI, aveva cinque figli maschi: SALVATORE, FILOMENO e RAFFAELE. Oltre ai tre figli vi era anche l’altro figlio chiamato EMANUELE. Fischetti scriveva pure che il Barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI era figlio del Barone MARIO “vecchio venerando di generosi e nobili sentimenti,”. Dunque, il giudice del mandamento di Vibonati al tempo di Pisacane, Gaetano Fischetti (…), parlava della famiglia Gallotti, riferendosi a ciò che scrisse il De Sivo (….), nel vol. II, a p. 355, ovvero: “Furon raggiunti dal Baroncino Gallotti di Sapri condannato graziato del 1848 solo che si accostasse a loro.” egli, – il Fischetti opinava: “Di quale baroncino Gallotti si parla di Salvatore o di Giovanni di costui padre ? che la stessa condanna la stessa grazia come pure lo stesso titolo portavano per essere vivente allora Mario padre di Giovanni vecchio venerando di generosi e nobili sentimenti, nè poi sono di Sapri, ma di Battaglia, due non uno, che lungi dal raggiuni rivoltosi cercarono evitarli, e desiderati evitarono l’incontro.”. In questo passaggio, Fischetti è molto chiaro scrivendo che i GALLOTTI “non sono di Sapri, ma di Battaglia”. Fischetti scriveva pure sui Gallotti che: “…lo stesso titolo portavano per essere vivente allora Mario padre di Giovanni vecchio venerando di generosi e nobili sentimenti”. Fischetti scriveva che sia don Giovanni Gallotti che suo i suoi figli portavano il titolo di Barone di Battaglia in quanto il padre di Giovanni, MARIO GALLOTTI era ancora vivente. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno ed in particolare dei Processi politici presentati davanti alla “Gran Corte Criminale – Processi per Reati Politici”, per gli anni 1849-1850, a p. 263, in proposito scrivevano: “Toraca: ….Busta 257. Fascicolo 15-16 – Processo istituitosi a seguito della denuncia sporta dal farmacista Felice Mercadante per tentata cospirazione nel comune di Torraca. Imputati: …..Nicola Cesarini (Cancelliere), Carmine Crisci, notaio, Giovanni Gallotti di Mario, possidente, Giuseppe Gallotti fu Leonardo di anni 48, possidente, Carmine Perazzo, possidente. Anni: 1849-1850.”. In questo incartamento è presente un “Giovanni GALLOTTI di Mario, possidente” che potrebbe essere il don Giovanni Gallotti, figlio di Mario Antonio Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e di Battaglia, che aveva immobili a Sapri e al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Etc…”. Dunque, Montesano, sulla scorta di Cassese dice che il barone Giovanni Gallotti, oltre ad avere una sua proprietà, il palazzo in via Nicodemo Giudice a Sapri, aveva pure una villa “la casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro” dal Fortino di Casaletto. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno.”. Dunque, Montesano (….) riteneva che, nella famiglia Gallotti fosse sacerdote il figlio don FILOMENO. E’ un errore. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci.”. Policicchio scriveva che, tra i figli del barone Gallotti il figlio che era sacerdote era don EMANUELE “sacerdote di Sapri”. Sui Gallotti ed i suoi figli ai tempi di Pisacane ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Dunque, Pizzolorusso (….) a p. 289, nella nota (15) postillava e riportava i nominativi di: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di ……………..i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; etc…”. Pizzolorusso riporta i nominativi di RAFFAELE, FILOMENO, NICOLA, DIOMEDE e FRANCESCO GALLOTTI. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno”, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi ………..Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco, di Sapri, etc…”. Dunque, Pizzolorusso, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi: …..Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco”, cita GALLOTTI RAFFAELE, FILOMENO, NICOLA, DIOMEDE e FRANCESCO, tutti di Sapri. Dunque, secondo il Pizzolorusso, a Sapri, i Gallotti erano: RAFFAELE, FILOMENO, NICOLA, DIOMEDE e FRANCESCO. Raffaele, Filomeno e Francesco erano i tre figli di cinque di don GIOVANNI GALLOTTI, “possidente” figlio di MARIO. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, secondo Policicchio (…), GIOVANNI GALLOTTI e RACHELA GIUDICE ebbero cinque figli maschi: SALVATORE, EMANUELE, RAFFAELE, PASQUALE ed il sacerdote don FILOMENO. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno”, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, raccontando dell’impresa dei ‘300 e lo sbarco a Sapri, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi….La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco, di Sapri, etc…”. Dunque, è probabile che Policicchio si riferisca ai GALLOTTI: DIOMEDE, NICOLA e FRANCESCO citati da Pizzolorusso (….). Dunque, secondo Pizzolorusso, oltre a Raffaele e Filomeno, vi erano anche “Diomede Gallotti di Sapri” e Francesco Gallotti di Sapri. Inoltre, Pizzolorusso (….), riporta anche il nome di un certo “padre Luigi da Torraca”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Sui Gallotti ne parla anche Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a pp. 74-75, parlando di Rocco Stoduti di Torraca e della reazione Sanfedista del 1799,  in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal Vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine di controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Rocco Stoduti (padre) uccise tre esponenti della famiglia Gallotti a Torraca e a Vibonati decapitò crudelmente il sindaco Giovanni Alano. Un’altra notizia interessante sui figli del Gallotti è sempre da Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 59, riferendosi al Fortino, in proposito scriveva che: “Intanto uno dei rimasti, “un giovane dai 22 ai 23 anni, capelli biondi e lunghi, alla nazarena, barba bionda e lunga” (30), dopo aver offerto della ricotta ai rivoltosi, li incoraggiava etc…”. Cassese, a p. 59, nella nota (30) postillava che: “(30) V. deposizione di Rocco Lacava B. 216, vol. I, c. 38 t.”. Sui GALLOTTI di Battaglia e Sapri ha scritto pure Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 60, che, riferendosi al movimento a Casalnuovo in occasione della Spedizione di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: “Messisi in marcia verso Padula, giunsero nel pomeriggio a Casalnuovo. Qui, come sappiamo, era già giunto Mansueto Brandi e si era subito recato dai baroni Baldassarre ed Ermenegildo De Stefano, parenti dei Gallotti, forse per sollecitarli a far causa comune coi rivoltosi. Baldassarre era il capurbano, ma, come del resto lo stesso fratello era un pusillanime.. Leopoldo Cassese, riferendosi agli avvenimenti di Pisacane e a Casalnuovo scriveva che i DE STEFANO di Casalnuovo erano parenti dei Gallotti. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 117, riferendosi ai liberali che dovettero peregrinare ai tempi dell’infelice disfatta del Carducci, in proposito scriveva: “….i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti. Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, etc…”. A parte l’errore che il giudice Fischetti non era “Fischietti”, il Tancredi riferendosi ai fatti del Carducci, scriveva che a Sapri il Sindaco era il Barone don GIUSEPPE GALLOTTI. Non so se si tratta di un errore anche questo perchè forse si riferiva a don GIOVANNI GALLOTTI. Tancredi, a p. 119, in proposito scriveva pure che: “Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “……………….”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897; 20) Nicola Gallotti…..1905; etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano di Policastro e Comunale di Sapri”. Il Nicola Gallotti che divenne Sindaco nel 1895 è il dott. Nicola Gallotti del Palazzo in Piazza del Plebiscito a Sapri che alcuni scrivono appartenere ad altro ramo della famiglia. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 75, parlando dei “Parroci di Sapri”, in proposito scriveva che: “D. Emmanuele Gallotti 1826-1875.”. Dunque, da ciò che scriveva il Tancredi, DON EMMANUELE GALLOTTI – sacerdote di Sapri – nacque nel 1826 e morì nel 1875.

I GALLOTTI TRASFERITISI A POGGIO GINOLFO

Secondo una recente segnalazione inviatami dall’amico Massimo Basilici, studioso di Pereto, un paese dell’Abruzzo, dai Registri conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, risultano alcune evidenze su alcuni Eboli di Sapri trasferitisi a Poggio Cinolfo. Basilici ha condotto delle ricerche anagrafiche e storiche sulle famiglie e cognomi comuni di Pereto servendosi della ricca documentazione conservata presso gli Archivi di Stato dell’Aquila ed altro. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente in proposito scriveva che: “Agli inizi dell’Ottocento a Poggio Cinolfo visse Francescantonio di professione ‘calderaro’. (66).”. Nella sua nota (66) egli postillava che: (66) ASAq, Poggio Cinolfo, Nati, anno 1844. Da segnalare che in altre registrazioni anagrafiche di Poggio Cinolfo si trova distinta la professione di ‘ferraro’.”. Basilici (….) per “ASAq”, intende l’Archivio di Stato di Aquila. Basilici riferendosi a Francescantonio Eboli scriveva pure che: Sposò Gallotti Rosa, di professione ‘filatrice’ (68), domiciliata in Poggio Cinolfo che sarebbe nata intorno all’anno 1811. (68).”. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente, a p. 117 in proposito scriveva che: “Da quanto rinvenuto nei registri di Poggio Cinolfo e quelli di Sapri, si possono estrarre delle considerazioni: – il cognome Eboli ad inizio Ottocento era presente in entrambi i paesi con un certo Francescantonio. A Sapri di Eboli ve ne erano diversi, mentre a Poggio Cinolfo uno solo. – a Sapri si trovano diverse persone che di professione erano ramaioli, ovvero era una professione diffusa che in altri paesi, come ad esempio Poggio Cinolfo, erano chiamati calderari. Ecc..”. Dunque, l’amico Basilici ci parla dell’antica Famiglia degli Eboli a Sapri e a Pareto. Basilici, nell’“Appendici” al suo testo, a p. 115 riferendosi agli “Eboli” in proposito scriveva che: “Le Origini. Di seguito sono riportate le ricerche condotte per trovare informazioni sulle origini degli Eboli di Poggio Cinolfo.”. In realtà ed inconsapevolmente, l’amico Basilici attraverso la sua ricerca trova diversi documenti interessantissimi sugli Eboli di Sapri. Il Basilici, a p. 116 egli in proposito scriveva che: “Prendendo in considerazione la provenienza da Sapri, è stata condotta una ricerca sui matrimoni a Sapri dal 1844, andando a ritroso fino all’anno 1828. Non si trova alcun matrimonio con Rosa Gallotti. Si trova invece il matrimonio di un certo Francescantonio Eboli, di professione pastore, il 6 giugno 1841 di anni 26. Era figlio di Biagio, anche lui pastore, e di Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome) di 17 anni di Sapri (147).”. Basilici a p. 116 nella sua nota (147) postillava che: “(147) ASSa, matrimoni, anno 1841, registrazione numero 8.”. Infatti, all’Archivio di Stato dell’Aquila, troviamo al fascicolo 5762, registrazione n° 8 (immagine n° 36), il 6 giugno 1841 troviamo un certo “Francescantonio” Eboli, forse mio avo, di professione pastore e figlio di Biagio Eboli, anche lui pastore e Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome), di 17 anni di Sapri. Pierfrancesco Del Mercato e Antonio Infante (….), nel loro “Cilento uomini e cose”, ed. Reggiani, Salerno, 1980, sebbene abbiano parlato a lungo dei tanti patrioti insigni del Cilento non riportano nulla sul Gallotti.

1841-matrimoni-cart.-8

(Fig….) Archivio di Stato di Salerno – Registri di Sapri: “Matrimoni”, anno 1841, n° d’ordine 8

Sempre il Basilici a p. 116 in proposito scriveva che: “Per celebrare il matrimonio fu predisposto un ‘processetto’; (148) in questo si trovano delle carte autografe che forniscono altre informazioni. Francescantonio sarebbe nato il 13 marzo 1815 da ‘Biase’ (scritto per Biagio), mentre Maddalena sarebbe nata il 22 marzo 1824 (149). Il registro delle nascite di Sapri dell’anno 1815 è mancante, quindi non si hanno altre informazioni sulle origini di Francescantonio. E’ stata svolta anche una ricerca nelle registrazioni delle nascite di Sapri per trovare riferimenti al cognome Gallotti, con l’obiettivo di trovare una eventuale Rosa Gallotti. Nell’anno 1823 trovo tre registrazioni di nascite con il cognome Gallotti. Trovo tra queste una Rosa Maria Gallotti, figlia di Domenico, di professione ‘ramaio’, e Milo Maria, nata il 31 agosto 1823 (150).”. Basilici, a p. 116, nella sua nota (150) postillava che: “(150) ASSa, nati, anno 1823, registrazione numero 36.”. Dunque, il Basilici, trova tre registrazioni di nascite a nome di Rosa Gallotti

(Fig….) Archivio di Stato di Salerno – Registri di Sapri: “Nati”, anno 1823, n° d’ordine 36

Sui Gallotti e sui Baroni di Battaglia, GALLOTTI MARIO ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove, a p. 315, in proposito scriveva che: “Nel 27 Novembre 1806, sull’elenco delle persone più benestanti e capaci di esercitare tale carica, furono nel luogo solito sotto l’olmo grande estratti a sorte i nomi di 14 Decurioni, etc…ma, etc…, i cittadini convocati elessero Consiglieri Provinciali il Barone D. Mario Gallotti e D. Evangelista Corrado, e Consiglieri Distrettuali D. Carlo Mazzei e D. Venanzio Zambrotti, restando a Sua Maestà se tale lezione la vuole o no confermare.”. Dunque, secondo il Pesce, nei primordi del decennio francese con re Gioacchino Napoleone, a Lagonegro fu eletto Consigliere Provinciale il Barone di Battaglia don MARIO GALLOTTI. Don Mario Gallotti di Battaglia era il padre di don Carlo e di don Giovanni ?.

LA FAMIGLIA GIUDICE DI BATTAGLIA AVEVA DEI POSSEDIMENTI A SAPRI ?

Mi chiedo come sia la provenienza di detta proprietà a Sapri essendo il barone don Giovanni Gallotti di Battaglia, dove aveva le sue proprietà. Può essere che il barone don Giovanni avesse scelto di vivere a Sapri ai primi dell’ottocento e che avesse acquistato personalmente questo bene immobile in via Nicodemo Giudice. Ma può anche darsi che detto bene sia arrivato al Barone attraverso i beni di proprietà della moglie RACHELE GIUDICE anch’essa appartenente ad una ricca proprietaria terriera di Battaglia. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dopo il 1806, con le leggi napoleoniche, il primogenito non ereditava più tutto ma il patrimonio si divideva in parti uguali. Di conseguenza, don Giovanni dovette dividere l’eredità in quote paritarie con i fratelli (i figli del vecchio barone Mario). Risulta dai catasti dell’Ottocento se, in base a questa divisione, i quattro figli di Giovanni (Salvatore, Raffaele, don Emanuele il prete e don Filomeno che era l’ultimo) vivessero tutti insieme dentro il Palazzo di via Nicodemo Giudice, o se la casa spettasse a un unico asse ereditario? Come vedremo, don Giovanni Gallotti avevano dei possedimenti in località Fortino di Battaglia ed alla “Marina di Sapri”. Può essere che le dette proprietà derivassero dall’unione con RACHELE GIUDICE anch’essa appartenente ad una famiglia di proprietari terrieri di Battaglia. Ma quando andò sposa Rachele Giudice a don Giovanni Gallotti ? Quando avvenne il matrimonio tra i due ? Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 75, parlando dei “Parroci di Sapri”, in proposito scriveva che: “D. Emmanuele Gallotti 1826-1875.”. Dunque, da ciò che scriveva il Tancredi, DON EMMANUELE GALLOTTI – sacerdote di Sapri – nacque nel 1826 e morì nel 1875. Come ho già scritto, don EMMANUELE GALLOTTI era uno dei cinque figli maschi del Barone di Battaglia don GIOVANNI GALLOTTI e di donna RACHELE GIUDICE. Dunque, se uno dei cinque figli maschi di don Giovanni, don Emanuele Gallotti nacque nel 1826, essendo l’ultimo figlio maschio della coppia, vuol dire che il Barone si sposò molto prima del 1826. Rachele Giudice è stata un’esponente di una ricca famiglia di proprietari terrieri di Battaglia (frazione di Casaletto Spartano, nella zona del Golfo di Policastro), vissuta a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo. Matrimonio nobiliare: Sposò il barone don Giovanni Gallotti di Battaglia, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. [1] Patrimonio a Sapri: Tramite le sue proprietà e la sua dote, la famiglia Gallotti acquisì storici possedimenti immobiliari e terrieri nel comune di Sapri, tra cui un noto palazzo nobiliare situato nell’attuale via Nicodemo Giudice. Discendenza: Dalla sua unione con il barone Gallotti nacquero cinque figli maschi (tra cui Salvatore, Raffaele, il sacerdote don Emanuele e don Filomeno che in seguito divenne uno dei primi Sindaci di Sapri), i quali presero parte o vissero in prima persona i complessi contesti storici dei moti cilentani del 1848, della spedizione di Carlo Pisacane del 1857 e dell’arrivo di Garibaldi nel 1860. L’altro figlio maschio, don FILOMENO probabilmente era del 1830. Sembra che la moglie di don Giovanni Gallotti si chiamasse Rachele Giudice. È possibile che Giovanni abbia ampliato o originato i suoi possedimenti alla marina di Sapri e al Fortino proprio grazie alla dote di questo matrimonio ? Il Colosso dei Giudice a Battaglia e il riscontro della Chiesa (1928-1930). La seconda potenza della Montagna: Parallelamente ai Gallotti, a Battaglia operava la famiglia Giudice, l’altro colosso di grandi proprietari terrieri e galantuomini della montagna. Il Riscontro Materiale: Questo legame e la co-proprietà del borgo montano trovano un riscontro d’acciaio nella cronologia dei restauri della Chiesa di Santa Maria della Stella a Battaglia, dove le due famiglie hanno firmato insieme il tempio: «Giuseppe Giudice fu Domenico, fece costruire l’altare maggiore nel 1928, mentre il pavimento fu costruito a spese della famiglia Gallotti nel 1930.»Questo “fu Domenico” dimostra la presenza stabile di un asse paterno dei Giudice operante in montagna già in pieno Ottocento.  Il Matrimonio  e la Dote di RACHELE GIUDICE

      • L’Unione dei due Casati: Sfruttando questa alleanza montana, il terzogenito don Giovanni Gallotti (nato nel 1798) sposò  la capostipite RACHELE GIUDICE (nata a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento). La Casina del Fortino e il Palazzo di Via Roma: La Casina in località San Marco al Fortino non apparteneva al feudo di Battaglia dei Gallotti: era un bene nativo dei Giudice portato in dote nuziale da Rachele Giudice d’intesa con la sua famiglia per blindare il “posto di blocco” doganale privato al valico montano. I capitali e i terreni di questa dote sostennero l’edificazione del monumentale Palazzo Gallotti di via Roma (oggi via Nicodemo Giudice, civico 106) a Sapri, rendendo don Giovanni padrone indipendente della marina già all’epoca della fuga di Costabile Carducci nel 1848. Giovanni ne modificò lo stemma nell’androne secondo le leggi napoleoniche e poi borboniche sui figli cadetti.
              • L’Invasione della Costa: Nel 1809, la holding di don Mario acquistò in blocco i lotti di terreno della Diocesi di Policastro alla marina di Sapri, appena liberati dai vincoli dei Palamolla di Torraca, ma anche grazie all’editto di Gioacchino Murat sui beni ecclesiastici.
              • I Palazzi contemporanei: Su quei suoli della Diocesi la holding edificò, nella stessa identica epoca di via Roma (primi anni dell’Ottocento), il secondo grande palazzo a Piazza Plebiscito (Aria del Re), destinato alla linea ereditaria principale del casato, pervenuto poi a fine Ottocento al medico e primo sindaco don Nicola Gallotti (eletto nel 1895) in qualità di erede diretto di quel ceppo della holding  .                                               .
              • 5. La Liquidazione del 1867,
              • I 9 FIGLI VISSUTI e la svalutazione degli Stemmi
                • Il blocco anagrafico: Con la morte di don Mario nel 1867 all’età di 97 anni, la holding centrale cessa di esistere e si avvia la liquidazione del patrimonio comune, dove le concessioni e le formalità sugli stemmi passano in totale secondo piano di fronte agli interessi materiali.  Come confermano i registri genealogici di MyHeritage, il patriarca EBBE COMPLESSIVAMENTE 9 FIGLI CHE HANNO VISSUTO, arrivati all’età adulta, i quali insieme alla massa dei nipoti dei fratelli carnali occuparono l’intero comprensorio.
                • 6)  I Riconoscimenti tardivi:
      • Accanto ai figli legittimi, il patriarca riconobbe e legittimò i figli naturali (illegittimi) — esclusi dalle araldiche e dalle nobiltà ufficiali — e assegnò loro specifiche quote di questi palazzi e dei terreni della marina del 1809 tramite donazioni private per non lasciarli in miseria .   Il frazionamento ereditario: Questa successione allargata portò a un minuzioso frazionamento patrimoniale costiero. I rami legittimi procedettero alla formale divisione delle proprietà stanziali nei rispettivi palazzi (don Nicola in Piazza Plebiscito e il mio ramo in via Roma a tutela della dote Giudice del Fortino e del palazzo), definendo legalmente i confini patrimoniali rispetto alle quote liquidate agli altri membri del casato.   Ti chiedo di verificare se la documentazione d’archivio in tuo possesso, in particolare gli atti di acquisto dei beni della Diocesi del 1809 e i successivi decreti di successione, divisione e legittimazione post-1867, confermino questa impostazione societaria mercantile e i relativi passaggi di quote immobiliari.

I GALLOTTI NEL RISORGIMENTO

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. E’ molto probabile che sbagliavo sulla scorta del Cassese. Sui Gallotti di Sapri baroni di Battaglia ha scritto Gaetani Fischetti (….), nel suo “Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel Circondario”, Prop. Letteraria, 1877, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: “…Il sotto capo urbano Giuseppe Gallotti salvossi a nuoto dalla punta detta Fortino all’opposto lato del porto circa mezzo miglio ed ignudo giunse a quattr’ore nella propria casa; Giovanni Peluso ramiere non sapendo nuotare stette tuffato nell’ acqua l’intiera nottata. Etc..”. Dunque, il Fischetti citava uno dei Gallotti di Sapri, “il sotto capo urbano GIUSEPPE GALLOTTI”, che dalla punta del Fortino (dove oggi si trova il faro pisacane), si gettò in acqua e si salvò dai rivoltosi di Pisacane che avevano assaltato il posto doganale di Sapri. Sul sotto Capo degli Urbani ai tempi del Pisacane, Don GIUSEPPE GALLOTTI, ha scritto Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 52, in proposito scriveva che: “Essendo assente il capo (degli urbani), d. Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Peluso, ne prese il comando d. Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’Oliveto del Fortino; ma giunti colà furono immediatamente accerchiati, e tre di essi riuscirono a fuggire, otto rimasero prigionieri, ed il Gallotti sfuggì buttandosi a mare (4).”. Cassese, a p. 52, nella nota (4) postillava: “(4) B. 197, vol. I, c. 197, il verbale del sopralluogo effettuato dal procuratore Pacifico insieme con altri esperti nautici per assodare il punto preciso in cui approdò il Cagliari.”. Dunque, a Sapri, in occasione dello Sbarco dei Trecento vi era un GALLOTTI GIUSEPPE che fu incaricato dal Fischetti di sostituire il capo Urbano Peluso Vincenzo, nipote del famigerato prete. Fischetti cita Starace e De Sivo (….), nella citata sua Storia, vol. II, pag. 354. Fischetti, sui Gallotti, parlando del Fortino del Cervaro, a pp. 53-54, in proposito scriveva: “Al fortino di Cervara intanto i rivoltosi messi a pane ed acqua dal tavernaro Vincenzo Cioffi, non trovarono meglio da ristorare le loro forze, e prima dell’alba del giorno 30 si recarono a visitare il barone di Battaglia Giovanni Gallotti e Salvatore suo figlio, compagni politici di Ponza, ripatriati da circa un mese avanti per sovrana indulgenza; ma costoro aveano già declinato da tanto onore, perchè fin dal giorno precedente, nel sentire lo sbarco e la via presa da’ rivoltosi aveano abbandonato la casina, che possedeano in que’ dintorni ed eransi ricoverati in Lagonegro, dandomene avviso; ed io fui sollecito nel giorno 30 scriverne al sottintende del distretto. Essi avendo l’obbligo dimorare in Sapri sotto la più stretta sorveglianza di polizia, menavano intanto con mio speciale permesso vita solitaria e campestre nella detta contrada occupati alla coltura d’ un esteso fondo che la famiglia possedea, sì che scottati delle sofferte pene, si teneano lontani da’ brogli politici. Ciò non pertanto ben tosto mi pervennero dal sottintendente Calvosa di Sala, ordini pel loro di arresto e dal sottintendente Arnone di Lagonegro le premure medesime. Onde riscontrai l’occorrente all’uno ed all’altro, e vennero arrestati in Lagonegro Giovanni, e reduce al Fortino, Salvatore. Benvero Filomeno e Raffaele, figli anche essi del barone Giovanni Gallotti, resero gli onori di casa; ed a tutti poi nella taverna diedero il buon viaggio presenti l’oste Cioffi ed i sequestrati nominati di sopra Giuseppe Pasquale, Nicola Schettino ed il mulattiere Pasquale Gravina. Fallaci dunque sono le notizie suggerite al signor de Sivo quando nel vol . 2. pag. 355 dice. « Furon raggiunti dal Baroncino Gallotti di Sapri condannato graziato del 1848 solo che si accostasse a loro. » Di quale baroncino Gallotti si parla di Salvatore o di Giovanni di costui padre ? che la stessa condanna la stessa grazia come pure lo stesso titolo portavano per essere vivente allora Mario padre di Giovanni vecchio venerando di generosi e nobili sentimenti, nè poi sono di Sapri, ma di Battaglia, due non uno, che lungi dal raggiuni rivoltosi cercarono evitarli, e desiderati evitarono l’incontro.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1860”, vol. II, Roma, 1864, a p. 355, in proposito scriveva che: “Al mattino del 29 salirono a Torraca, ove era la festa di S. Pietro, protettore del paese, sperandosi nella moltitudine far seguaci, ma schifati da tutti, si gittarono a far quello che a Sapri; poi il 30 volsero sulla strada delle Calabrie, ruppero il filo elettrico al Fortino, e fur raggiunti dal baroncino Gallotti di Sapri, condannato e graziato del 48, solo che s’accostasse a loro.”. Giuseppe Ardau (….), nel suo “Carlo Pisacane”, ed. Ceschina, Milano, 1948, nel capitolo “Nella baia di Sapri”, a p. 307, in proposito scriveva: “Dov’erano i “liberali” sui quali si poteva far sicuro affidamento ? Nei suoi appunti il Pisacane trovò un nome: quello di un ricco liberale di Sapri, datogli dallo stesso Fanelli: il barone Giovanni Gallotti. Il Comitato di Napoli gli aveva assicurato che da lui avrebbe potuto avere aiuti materiali e morali. Si presentò dunque al Gallotti, come come comandante del corpo di spedizione sbarcato, ma fu ricevuto con indifferenza. Dello sbarco il barone non sapeva niente di niente; egli non aveva mai sentito parlare di rivoluzionari o di preparativi rivoluzionari. Il Pisacane cominciò a fremere. Il barone Gallotti discendeva da una famiglia di patriotti, ma la discendenza non aveva lasciato in lui che il terrore di ogni responsabilità ed il desiderio di non vedere turbata la sua pace. Tutto ciò che il Pisacane potè avere fu qualche arma ed alcuni chili di pane, non già offerti, ma richiesti per i suoi uomini. E non fu la sola grande delusione ! le visite del Nicotera ne procurarono di nuove e più amare. Passarono così le ore del pomeriggio ed il corpo di spedizione fu costretto a pernottare a Sapri. Il Pisacene passò una notte angosciosa. Si possono facilmente immaginare le conversazioni concitate col Nicotera e con gli altri compagni e lo sforzo d’apparire sereno e fiducioso.”. Dunque, Ardau fa un’impietoso resoconto di ciò che accadde a Sapri, allo sbarco di Pisacane ma, a mio parere erra su alcuni particolari, di non poco conto. Ardau fa ricadere molte colpe sui Sapresi e sul Gallotti – che peraltro scrive essere un ricco liberale di Sapri”, tralasciando i ritardi del Fanelli ad avvisare la rete cospirativa e soprattutto di Giacinto Albini che teneva le fila nella vicina Lucania e Lagonegro. Giuseppe Ardau (….), nel suo “Carlo Pisacane”, ed. Ceschina, Milano, 1948, nel capitolo “Nella baia di Sapri”, a p. 314, in proposito scriveva: “La marcia continuò fino al sentiero che porta al fortino di Cervara, fra la Campania e la Basilicata, proprio a metà strada fra Casalnuovo e Lagonegro.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Etc…”. Dunque, Montesano, sulla scorta di Cassese dice che il barone Giovanni Gallotti, oltre ad avere una sua proprietà, il palazzo in via Nicodemo Giudice a Sapri, aveva pure una villa “la casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro” dal Fortino di Casaletto. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno.”. Dunque, Montesano (….) riteneva che, nella famiglia Gallotti fosse sacerdote il figlio don FILOMENO. E’ un errore. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci.”. Policicchio scriveva che, tra i figli del barone Gallotti il figlio che era sacerdote era don EMANUELE “sacerdote di Sapri”. Un’altra notizia interessante sui figli del Gallotti è sempre da Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 59, riferendosi al Fortino, in proposito scriveva che: “Intanto uno dei rimasti, “un giovane dai 22 ai 23 anni, capelli biondi e lunghi, alla nazarena, barba bionda e lunga”(30), dopo aver offerto della ricotta ai rivoltosi, li incoraggiava etc…”. Cassese, a p. 59, nella nota (30) postillava che: “(30) V. deposizione di Rocco Lacava B. 216, vol. I, c. 38 t.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Dunque, Policicchio scriveva: “Giovanni Gallotti, dei Baroni di Battaglia.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, sulla scorta del Policicchio (….), in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Dunque, mentre il Policicchio scriveva che don Giovanni Gallotti era figlio “sestogenito” di MARIO e GIOVANNA DONNAPENNA, Montesano (….) scriveva che don Giovanni Gallotti “…era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Don GIOVANNI GALLOTTI aveva tre figli: Salvatore, Filomeno, Emanuele e Raffaele. Don Giovanni Gallotti era il secondo dei quattro figli di Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. Sempre Montesano (….), a p. 108, riferendosi al periodo della Spedizione dei “Trecento” di Pisacane, aggiungeva pure che GIOVANNI GALLOTTI: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio del cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovanni Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava di Cassese (….). Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Alcuni storici locali, scrivendo di Casaletto Spartano e di Battaglia hanno scritto pure dei Gallotti di Battaglia. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Dunque, anche Bilotti parlando di don Giovanni Gallotti, lo chiama “Barone”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 190, in proposito scriveva che: “Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 189, in proposito scriveva che: “..mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del Barone Gallotti (2), etc..”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali con rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse stata la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, la santa Maria Teresa di Savoia.”. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno ed in particolare dei Processi politici presentati davanti alla “Gran Corte Criminale – Processi per Reati Politici”, per gli anni 1849-1850, a p. 263, in proposito scrivevano: “Busta 257. Fascicolo 15-16 – Processo istituitosi a seguito della denuncia sporta dal farmacista Felice Mercadante per tentata cospirazione nel comune di Torraca. Imputati: …..Nicola Cesarini (Cancelliere), Carmine Crisci, notaio, Giovanni Gallotti di Mario, possidente, Giuseppe Gallotti fu Leonardo di anni 48, possidente, Carmine Perazzo, possidente. Anni: 1849-1850.”. In questo incartamento è presente un “Giovanni GALLOTTI di Mario, possidente” che potrebbe esssere il don Giovanni Gallotti, figlio di Mario Antonio Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e di Battaglia, che aveva immobili a Sapri e al Fortino. Sui Gallotti – don Giovanni ed i quattro suoi figli, ha scritto anche Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)…”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) I due fratelli (Emanuele e Filomeno) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159.”. Dunque, Fusco (…) scriveva che don Giovanni Gallotti (….) aveva come figli “EMANUELE”, “FILOMENO”, “SALVATORE e “RAFFAELE”. Infatti, Matteo Mazziotti (…), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1912, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V…Se non che, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronghi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2). Proprio nello stesso giorno la squadriglia Vairo arrestava nella pubblica piazza di Maratea i più accesi liberali del paese, tra cui Raffaele Ginnari, fido seguace del Carducci, e Domenico Mercadante persona assai devota a la famiglia Gallotti, accorso anche egli a Sapri nel luglio. Di un altro seguace del Carducci, Pasquale Bifano di Torraca, si seppe la morte avvenuta il 10 marzo del 1849 in Basilicata.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. Etc…”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno”, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a pp. 219-220, raccontando dell’impresa dei ‘300 e lo sbarco a Sapri, in proposito scriveva che: “Gli abitanti però non risposero all’appello (1) dei rivoltosi, gli uni perchè pensavano che quel manipolo di uomini non potevano avere probabilità di riuscita, gli altri perchè affidandosi alle voci sparse dagli agenti del borbone, li credettero forzati evasi venuti a saccheggiare, si nascosero aspettando l’arrivo delle guardie urbane e dei battaglioni dei cacciatori. Intanto i sollevati si diedero alla ricerca di quella gente armata promessa dal Comitato nazionale di Napoli a Pisacane, mossero verso il fortino col disegno di prendere la volta di Potenza, che era stata destinata come punto centrale della rivoluzione, etc…”. Pizzolorusso, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi Santelmo Antonio, Francesco e Giovanni, Forte Antonio, Francesco e Angelo, Romano Federico, Vecchio Giovanni, Cardillo Michele e Giuseppe e Cardillo Michele, di Giuseppe, de Marco Michele e Gaetano, Scolpino Felice, Paolo e Giuseppe, Tepidino Vincenzo, Padula Vincenzo e Michele, Masullo Raffaele, Gervasi Vincenzo, Bianco Angelomaria, Soriano Domenico, Robertucci Michele e Alferio, Ferrara Antonio, Gallo Michele, e Amabile, Faluotico Giuseppe, Mugno Vincenzo e Fiorante, Volpe Pietro, di Giuseppe Michele, sacerdote, Bruno Gabriele, Alliegro Domenico, Sanseverino Raffaele, Perillo Francesco , de Rosa Tommaso, Falce Antonio, Cernicchiaro Pietro, Bifano Pasquale, Zipparro Domenico, Viggiano Pietro e Carlo, Alfano Michele, Gallo Vincenzo , Patrizzi Giuseppe e Raffaele, de Simone Giovanni, di Giuseppe Evangelista, Arato Vincenzo, Barra Michele, Rizzo Ignazio, e Pierri Vincenzo, di Padula, La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco, di Sapri, Curcio Giuseppe, Peluso Liborio, Cioffi Nicola e Vincenzo, Barra Carmine, Zipparri Pasquale, Caccurri Camillo, Gravina Pietro, Cernicchiaro Pietro, Felizzolo Biagio, Falce Giuseppe, P. Luigi da Torraca, Bifani Pasquale e Nicola, Brandi Pasquale, Falco Carmine, Viggiano Carlo e Cono, Zipparro Domenico e Antonio, Mercadante Nicola, Cesarino Francesco, Falce Anna e Antonio, Fiorito Francesco, di Torraca; Lenza Giovanni, di Roccagloriosa; de Benedictis Giuseppe, Brienza Angelo e Vincenzo, Cammarano Raffaele, Arenaro Vincenzo, Trotta Pietro, di Sassano; Morone Tommaso, di S. Giacomo; Matina Giovanni, di Diano, de Stefano Baldassarre ed Ermenegildo, di Casalnuovo; Bellezza Angelo, di Buonabitacolo e Rega Vincenzo, di Giffoni; Scorziello Pasquale, di Roccadaspide; Orlando Pasquale, di Agnone; Mazzariello Angelo, di S. Giorgio; Mangia Nicola, di Poderia; Botta Pietro, di Giffoni, Budetta Pasquale, Pietropaolo e Agostino, Pizzuti Luigi, Masucci Giuseppe, d’Aiutolo Agostino, di Rovella; Calabritto Tommaso, di Pugliano; Quaranta Angelo, di Palo; Esposito Anselmo, di Nocera; Sarnelli Gioacchino, di Bracigliano; Lobuglio Giuseppe, di Diano ecc…”. Dunque, Pizzolorusso, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi: …..Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco”, cita GALLOTTI RAFFAELE, FILOMENO, NICOLA, DIOMEDE e FRANCESCO, tutti di Sapri. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, secondo Policicchio (…), GIOVANNI GALLOTTI e RACHELA GIUDICE ebbero cinque figli maschi: SALVATORE, EMANUELE, RAFFAELE, PASQUALE ed il sacerdote don FILOMENO. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno”, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, raccontando dell’impresa dei ‘300 e lo sbarco a Sapri, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi….La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco, di Sapri, etc…”. Dunque, è probabile che Policicchio si riferisca ai GALLOTTI: DIOMEDE, NICOLA e FRANCESCO citati da Pizzolorusso (….). Dunque, secondo Pizzolorusso, oltre a Raffaele e Filomeno, vi erano anche “Diomede Gallotti di Sapri” e Francesco Gallotti di Sapri. Inoltre, Pizzolorusso (….), riporta anche il nome di un certo “padre Luigi da Torraca”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovanni Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Riguardo poi ai Gallotti, è interessante ciò che emerse nel famoso Processo di Firenze al Nicotera. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci – Il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848”, Tipografia Palazzo della Cassazione, Napoli, 1895, a p. 9, in propposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse il sopravvento sui Pelosiani, etc…”. Sempre il Pesce, a p. 19, in proposito scriveva: “…, il partito liberale di Sapri, che pur era numeroso e rappresentato dalla parte più eletta della cittadinanza, etc…”. Dunque, il Pesce, nel raccontare dell’orrenda uccisione del deputato Costabile Carducci cita il barone Gallotti e dice che egli ed i suoi familiari era parte importante della componente LIBERALE della zona, insieme ad altre famiglie di Sapri. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in propposito scriveva che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà , partì per Vibonati.”. Peccato che questa del Pesce – che è l’unica testimonianza che solo lui dà – ovvero la notizia che Garibaldi, arrivato a Sapri si ferma a pranzare in casa del Barone Gallotti, il Pesce, in questo breve passaggio ci dice l’altra notizia del passaggio a Vibonati – anche questa notizia suffragata solo recentemente da un documento del Comune di Vibonati trovato dal Policicchio che egli dice essere autentico. Devo preò precisare che oltre a queste due notizie Pesce sbaglia perchè il generale Turr non era a Sapri quando arriva Garibaldi. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta….”. Sempre il Pesce, a p. 407, in proposito scriveva che: “Da parte del Comune si dovè provvedere a svariate esigenze, alle quali attese egregiamente l’Avv. Antonio Ladaga, il quale fu assunto alla carica di Sindaco dopo le dimissioni di D. Antonio Gallotti e dopo breve sindacato di D. Felice Consoli, etc…”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Era il prete Vincenzo Peluso, irremovibile conservatore e ostinato borbonico, che aveva lasciato tempo prima la sua villa di Sapri perchè lo urtavano fortemente gli entusiasmi liberali che avevano trovato fautore il barone Gallotti e le famiglie La Corte, Autuori, Timpanelli e Gaetani.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Sui Gallotti ne parla anche Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a pp. 74-75, parlando di Rocco Stoduti di Torraca e della reazione Sanfedista del 1799,  in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal Vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine di controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Rocco Stoduti (padre) uccise tre esponenti della famiglia Gallotti a Torraca e a Vibonati decapitò crudelmente il sindaco Giovanni Alano. Un’altra notizia interessante sui figli del Gallotti è sempre da Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 59, riferendosi al Fortino, in proposito scriveva che: “Intanto uno dei rimasti, “un giovane dai 22 ai 23 anni, capelli biondi e lunghi, alla nazarena, barba bionda e lunga” (30), dopo aver offerto della ricotta ai rivoltosi, li incoraggiava etc…”. Cassese, a p. 59, nella nota (30) postillava che: “(30) V. deposizione di Rocco Lacava B. 216, vol. I, c. 38 t.”. Sui GALLOTTI di Battaglia e Sapri ha scritto pure Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 60, che, riferendosi al movimento a Casalnuovo in occasione della Spedizione di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: “Messisi in marcia verso Padula, giunsero nel pomeriggio a Casalnuovo. Qui, come sappiamo, era già giunto Mansueto Brandi e si era subito recato dai baroni Baldassarre ed Ermenegildo De Stefano, parenti dei Gallotti, forse per sollecitarli a far causa comune coi rivoltosi. Baldassarre era il capurbano, ma, come del resto lo stesso fratello era un pusillanime.. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti. Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, etc…”. A parte l’errore che il giudice non era “Fischietti”, ma si tratta del giudice FISCHETTI, qui rilevo un altro errore perchè Tancredi ci parla del barone don GIUSEPPE GALLOTTI, Vice Sindaco di Sapri, ma forse voleva intendere don GIOVANNI GALLOTTI. Inoltre, Tancredi, a p. 119, in proposito scriveva pure che: “Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “……………….”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897; 20) Nicola Gallotti…..1905; etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano di Policastro e Comunale di Sapri”. Il Nicola Gallotti che divenne Sindaco nel 1895 è il dott. Nicola Gallotti del Palazzo in Piazza del Plebiscito a Sapri che alcuni scrivono appartenere ad altro ramo della famiglia. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 75, parlando dei “Parroci di Sapri”, in proposito scriveva che: “D. Emmanuele Gallotti 1826-1875.”. Dunque, da ciò che scriveva il Tancredi, DON EMMANUELE GALLOTTI – sacerdote di Sapri – nacque nel 1826 e morì nel 1875. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: La sua biografia politica dalla polizia borbonica fu definita “Tristissima”, ma peggio fu che educò i figli ad avere la sua stessa condotta politica. I regnicoli erano costretti a sopportare le nefaste conseguenze di un regime di sopraffazioni e di violenze. In un simile contesto, Giovanni Gallotti, uno tra i tanti liberali del nostro sud (49), etc…”. Policicchio, a p. 215, nella nota (49) postillava: “(49) Sul vigilato politico Domenico Crocco Egineta, fu Carlo, di S. Marina, accusato di avere corrispondenza con gli emigrati Mazziotti e Mariconda (suo suocero), arrestato il tre marzo 1859 per i troppi e sospetti spostamenti tra Licusati e Napoli. (Ivi, b. 22, f. 38).”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”.  Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”.

IL PALAZZO A SAPRI DEI GALLOTTI BARONI DI BATTAGLIA IN VIA NICODEMO GIUDICE DOVE SI FERMO’ CARLO PISACANE NEL 1857 E GARIBALDI NEL 1860 

(Fig. n….) – Palazzo Gallotti a Sapri in via Nicodemo Giudice, civico n. 106 e lapide commemorativa in ricordo dell’ospitalità data a Giuseppe Garibaldi – foto Attanasio

A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice, al n. 106 vi è un’antico palazzotto che apparteneva alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri, nell’Italia Unitaria. Pare che non vi sia stata parentela fra le due famiglie. I Gallotti che furono proprietari del palazzo che affaccia in Piazza del Plebiscito a Sapri non sono gli stessi Gallotti che abitarono nel Palazzo in via Nicodemo Giudice a Sapri. Pare che i Gallotti di piazza del Plebiscito siano imparentati con i Gallotti nobili di Casaletto Spartano e Battaglia che non si devono confondere con i Gallotti di Sapri di cui ci occupiamo in questo saggio.In piazza del Plebiscito, viveva fino a poco tempo fa la mia carissima amica PIA GALLOTTI consorte di Enzo Mancuso, che da pochi anni ci hanno lasciato entrambi. Accanto al suo appartamento vi era l’altro appartamento di proprietà di un’altra sorella. Un’altra sorella ancora, sorella di Pia è ancora vivente. Si tratta di ………………. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice, al civico n. 106, si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. La famiglia Gallotti di Sapri – quella in questione – che aveva un palazzo in via Nicodemo Giudice non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che hanno un palazzo in Piazza del Plebiscito. A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice, al n. 106 vi è un’antico palazzotto che apparteneva alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri. Non credo che vi sia stata parentela fra le due famiglie. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo etc…”. Mi chiedo come sia la provenienza di detta proprietà a Sapri essendo il barone don Giovanni Gallotti di Battaglia, dove aveva le sue proprietà. Può essere che il barone don Giovanni avesse scelto di vivere a Sapri ai primi dell’ottocento e che avesse acquistato personalmente questo bene immobile in via Nicodemo Giudice. Ma può anche darsi che detto bene sia arrivato al Barone attraverso i beni di proprietà della moglie RACHELE GIUDICE anch’essa appartenente ad una ricca proprietaria terriera di Battaglia. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”.

(Fig. n…..) – Stemma araldico della famiglia dei baroni Gallotti di Casaletto – dipinto su muro (affresco e tempera) nell’androne di palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice a Sapri

(Fig. n….) – Androne e scale del Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice  – foto Attanasio

Sui GALLOTTI di Sapri e di via Nicodemo Giudice ed in particolare don GIOVANNI GALLOTTI e dei suoi cinque figli, nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 190, in proposito scriveva che: “Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 189, in proposito scriveva che: “..mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del Barone Gallotti (2), etc..”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Sui Gallotti ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Dunque anche il Mazziotti parla di una villa al Fortino e di una Villa a Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (16) postillava: “(16) Pizzolorusso …………………..(A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (2) postillava: “(2) Delle vicende del Gallotti e dei suoi figli ho scritto ampiamente nel mio lavoro ‘Carducci e i moti del Cilento del 1848 e Reazione borbonica. Veggasi anche Pecorini-Manzoni – Storia della 15. Divisione Turr nella campagna del 1860, pag. 149.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Nel 1719 i Carafa regalano la terra alla Chiesa per farci una cappella. Nel 1773 l’area è ancora terra della Chiesa, e le carte dei Carafa sono solo vecchi permessi agricoli. Dopo il 1810, i Gallotti comprano i terreni della Chiesa all’asta da Murat. I viaggiatori che arrivavano via mare o scendevano dai sentieri di Torraca descrivevano Sapri come una distesa desolata di sabbia, palude e boscaglia. Non c’era alcuna “cortina” di palazzi signorili o piazze monumentali. Gli unici edifici in muratura censiti all’inizio dell’Ottocento erano la vecchia chiesetta dell’Immacolata (la cappella del 1719 ampliata), qualche magazzino temporaneo per il carbone o il grano, le stalle dei pescatori e la Torre del Fortino (la difesa militare sulla spiaggia della Marinella). I signori e i dotti non vivevano lì: la costa era considerata una trappola mortale per la salute. La conferma dei diari: La Malaria e lo spopolamento Tutti i resoconti dell’inizio dell’Ottocento insistono sul fatto che la marina fosse completamente evacuata durante l’estate. Chiunque avesse i mezzi scappava verso l’entroterra montuoso (a Casaletto Spartano dai Gallotti) o sulle colline per non contrarre la malaria. L’idea che nel 1773 ci fosse una famiglia di ricchi intellettuali stabiliti stabilmente in un palazzo monumentale di fronte alla spiaggia è smentita dai dati sanitari dell’epoca: in quel fango estivo non ci avrebbe abitato nessun nobile. Il diritto d’arma e il sigillo araldico del Gallo sul portone Il palazzo civile di Piazza del Plebiscito custodisce una smentita visiva insindacabile alla tesi delle famiglie separate.   Sul portone in legno dell’edificio è montata una maniglia antica in ferro battuto a forma di gallo ,     Nel diritto araldico del Mezzogiorno, i rami secondari e cadetti (come quello civile) avevano il diritto e l’obbligo di differenziare o modificare lo stemma rispetto ai baroni primogeniti per distinguere le linee di successione.,ma scegliere di mantenere impresso il gallo parlante del 1562 (il simbolo del ceppo originario lombardo venuto dal Nord) era la firma esplicita del sangue comune. La matrice d’origine comune: l’infinità di Gallotti da Battaglia L’origine biologica di tutti questi rami (sia dei Baroni sia dei possidenti stanziali di Torraca) porta immancabilmente all’entroterra, verso l’infinità di Gallotti registrati nella frazione Battaglia (Casaletto Spartano) È da quell’asse feudale unico che, nel Settecento, per via delle leggi del maggiorasco, si è originata la spartizione dei lotti: il titolo e il castello al primogenito, e le terre della fascia superiore costiera (che scavalcavano la montagna verso Torraca e la marina) ai figli cadetti per liquidare le loro quote di dote.    La carta burocratica ha diviso i cassetti dei comuni dopo il 1811, la “vecchia” signora ha confuso le date dei palazzi per darsi arie di nobiltà antica,………….

Nel 1848 e 1857, I LIBERALI DEL BASSO CILENTO e le loro attività patriottiche prodromiche alla Spedizione di Carlo Pisacane

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato. Nella mia Relazione, a p….., nella nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Sul sarto MATTEO GIORDANO, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 28, in proposito scriveva che: “A Genova, la sera del 4 giugno, alla presenza del Mazzini, viene fissata la data della spedizione per il 10 giugno. Si avverte Fanelli, il quale ne dà comunicazione a Magnone. Costui dovrà far trovare a Sapri all’alba del 13 persona fidatissima (il sarto Matteo Giordano), che si presenterà ai capi appena sbarcati etc…”. In un altro passaggio, Cassese dice che il sarto Matteo Giordano era di Sapri. Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 120, in proposito scriveva che: “Non mancavano, poi, i liberali, malgrado l’accurata sorveglianza borbonica, come precedentemente indicato (6).”. Tancredi, a p. 120, nella nota (6) postillava: “(6) Tra i paesi della zona, che parteciparono all’impresa di Pisacane, ricordiamo Scario con alcuni appartenenti alla famiglia Bruno e Santa Marina con membri della famiglia Maccarone: uno di essi, Maccarone Domenico, fu catturato, processato e imprigionato.”. Dunque, Tancredi scriveva che la famiglia MACCARONE di Santa Marina, ed in particolare Domenico Maccarone subirono gravi persecuzioni. Tancredi cita anche la famiglia BRUNO di Scario. Infatti, riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”.  Il Bilotti, a p……, nell’“Elenco generale dei compromessi disposti per ordine alfabetico dei rispettivi comuni di origine”, a p….., troviamo un “Vallato Carmine di Cuccaro; 241. Lazzaro Luigi di Policastro; Smimmero Luigi di Polla; Tropeano Gaetano di San Pietro di Polla; 285. Maccarone Giovanni di Santa Marina; 299. Tuoti Francesco di Scalea; 327. Raele Raffaele (forse di Lagonegro o di Lauria)”. Dunque, secondo i documenti consultati dal Bilotti, Giovanni Maccarone, era di Santa Marina-Policastro (non di Scario) e vi era anche un altro Maccarone Domenico di Santa Marina-Policastro che fu tradotto a Montesano. Sulla figura del patriota e liberale Mansueto Brandi citato dal Bilotti, ho scritto nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, etc…. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “….unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, etc…”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “….c’era un uomo semplice, al quale il comitato di Napoli non aveva pensato, perchè non sapeva governare la penna per sostenere una corrispondenza: Mansueto Brandi. Conosciuto da tutti come brav’uomo, pieno d’entusiasmo e d’iniziativa, etc…”. Ancora sui sorvegliati politici del tempo, il Bilotti, nel capitolo IX “Tra Salerno e Gaeta” raccontando dell’arresto di un traditore: “Un traditore fra i cospiratori – Arresto dei fratelli Taiani e sequesto di corripondenze compromettenti – Sospettati rapporti di Nicola Taiani nel distretto di Salerno etc…”, a p. 160 e sgg., in proposito egli scriveva che: “…le autorità giudiziarie non prendevano riposo, massime dopo l’arresto “degli emissari demagogici” Nicola e Salvatore Taiani da Maiori. I due fratelli giravano pel regno il primo coonestando i suoi viaggi col qualificarsi tipografo ambulante etc….Ad entrambi si erano sequestrate etc…a Salvatore varie carte e principalmente “una lettera enigmatica” con firma di un tale Gennaro Siniscalco, etc…Gli si trovò anche una carta di passaggio etc…Si seppe inoltre che il Nicola Taiani era stato più volte in segrete ferenze con D. Giovanni Amatruda da Agerola allora dimorante in domicilio forzoso a Napoli, ma compromesso in politica fin dal 1843. Nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Non si comprende come tali notizie fossero pervenute alla polizia, ma è certo che furono impartiti ordini pressanti ai giudici regi di Torreorsaia, Vibonati e Gioi perchè procedessero ad immediate perquisizioni e nel cas, all’arresto dei ‘pervenuti’, e poi anche ai giudici etc…”. Sempre il Bilotti, a p. 183 scriveva pure che: “Avveniva intanto a Montemurro verso la metà di maggio 1857, l’arresto di tal Vincenzo Gerbasi, soprannominato ‘Fatariello’, che fu uno dei più fidati emissari dei liberali di Padula; etc..”. Dunque, sempre il Bilotti scriveva che dalle carte sequestrate al Taiani di Maiori si seppe che, nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186-187, in proposito scriveva che: “(3) L’Arciprete Timpanelli malgrado le difese che di lui faceva monsignor Laudisio, era dalla polizia tenuto per capo ed istruttore dei liberali di Sapri, che riuniva numerosi quasi ogni quindici giorni. Non gli fu data mai tregua per avere tentato, dopo il 4 luglio 1848, di liberare il Carducci dalle mani di coloro che poco dopo ne fecero strage. Non potendo resistere in Sapri alle continue insidie di don Vincenzo Peluso e degli altri preti, erasi rifugiato in Salerno, dove il 2° sergente Vignes lo arrestò il dì 8 febbraio 1851, appena ebbe terminato di celebrare la mess nella chiesa del Purgatorio. E pure egli si trovava alla dipendenza della gran corte criminale col mandato pel palazzo. Ma la polizia napolitana interveniva dovunque e quando credeva. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della liberà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quel che si compiacque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco di Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci ed i loro nomi sono stati pubblicati dal dott. Michele Lacava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860’. Oltre ai quattro indicati sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca iscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. Giacomo Di Pietro – 3. Nicola Vita – 4. Antonio La Corte – 5. Salvatore Tinelli – 6. Francescantonio Vecchio – 7. Federico Vecchio – 8. Gaetano Vecchio – 9. Nicola Vecchio – 10. Giuseppe Guerra. – 11. Giuseppe Giffoni Fasanaro – 12. Giuseppe Pugliese – 13. Biagio Giffone – 14. Girolamo Giudice – 15. Clemente Giffoni – 16. Francesco Pugliese-Ciccone – 18. Angelo Tinelli – 23. Socrate Ant.à La Corte – 24. Giovanni Magaldi – 25. Francesco Timpanelli – 27. Carmine Timpanelli – 30. Francesco Colimodio – etc… – 37. Vincenzo La Corte – 38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – 56. Francesco Curzio – 57 Vincenzo Pugliese-Macrini – 58. Franc. Maria Pugliese – 59. Rocco Del Giudice. Arch. di Salerno – F. 1196 – Inv. pol.”. Dunque, Paolo Emilio Bilotti (….), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca iscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: …….38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – …..Arch. di Salerno – F. 1196 – Inv. pol.”. Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote (che alcuni danno come sacerdote ma il realtà il sacerdote era EMANUELE) don FILOMENO Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don GIOVANNI GALLOTTI, insieme ai suoi due figli, SALVATORE GALLOTTI e RAFFAELE GALLOTTI erano al Fortino. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. I due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallotti erano due figli del barone don Giovanni Gallotti ed erano fratelli del sacerdote (?) don Filomeno Gallotti. Oltre ai tre fratelli, SALVATORE, RAFFAELE e FILOMENO vi era anche un altro figlio e loro fratello, EMANUELE. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”.  Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi filo-borbonici furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p…., nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sempre il Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. I testi citati sono: P. Russo, Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta, Salerno, Grafespres, 2000.  Inoltre, è citato il testo di Ferruccio Policicchio (….), “Le camicie rosse del Golfo di Policastro” in AA. VV., Garibaldi e garibaldini in Provincia di Salerno,  Salerno, Plectica, 2005. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 328, in proposito scriveva che: “E pure Sanza come la maggior parte dei comuni della provincia di Salerno, aveva anch’essa avuto i suoi liberali, principalissimi tra i quali, D. Terenzio, D. Luigi e D. Rocco Barzellona (1).”. Su don Terenzio, Bilotti, a p. 328, nella nota (1) postillava: “(1) Il primo già settario fin dal 1820, avea ricettato nei suoi casini di Torre di Panno e Sirippi Costabile Carducci, quando nel 1848 fu nel Cilento, e di lì lo aveva fatto accompagnare in Calabria e poco dopo lo aveva richiamato per tentare nuove rivolte, quando quel patriotta caduto nelle mani degli urbani di Sapri, fu fatto assassinare dal famigerato prete Peluso. Il Barzellona era stato in attiva corrispondenza col su parente D. Leonino Vinciprova da Omignano etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno”, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a pp. 219-220, raccontando dell’impresa dei ‘300 e lo sbarco a Sapri, in proposito scriveva che: “Gli abitanti però non risposero all’appello (1) dei rivoltosi, gli uni perchè pensavano che quel manipolo di uomini non potevano avere probabilità di riuscita, gli altri perchè affidandosi alle voci sparse dagli agenti del borbone, li credettero forzati evasi venuti a saccheggiare, si nascosero aspettando l’arrivo delle guardie urbane e dei battaglioni dei cacciatori. Intanto i sollevati si diedero alla ricerca di quella gente armata promessa dal Comitato nazionale di Napoli a Pisacane, mossero verso il fortino col disegno di prendere la volta di Potenza, che era stata destinata come punto centrale della rivoluzione, etc…”. Pizzolorusso, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi Santelmo Antonio, Francesco e Giovanni, Forte Antonio, Francesco e Angelo , Romano Federico , Vecchio Giovanni, Cardillo Michele e Giuseppe e Cardillo Michele, di Giuseppe, de Marco Michele e Gaetano , Scolpino Felice , Paolo e Giuseppe , Tepidino Vincenzo , Padula Vincenzo e Michele, Masullo Raffaele, Gervasi Vincenzo, Bianco Angelomaria, Soriano Domenico, Robertucci Michele e Alferio, Ferrara Antonio , Gallo Michele , e Amabile, Faluotico Giuseppe, Mugno Vincenzo e Fiorante, Volpe Pietro, di Giuseppe Michele, sacerdote, Bruno Gabriele, Alliegro Domenico, Sanseverino Raffaele, Perillo Francesco, de Rosa Tommaso, Falce Antonio, Cernicchiaro Pietro, Bifano Pasquale, Zipparro Domenico, Viggiano Pietro e Carlo, Alfano Michele, Gallo Vincenzo , Patrizzi Giuseppe e Raffaele , de Simone Giovanni, di Giuseppe Evangelista, Arato Vincenzo, Barra Michele, Rizzo Ignazio, e Pierri Vincenzo, di Padula, La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco, di Sapri, Curcio Giuseppe, Peluso Liborio, Cioffi Nicola e Vincenzo, Barra Carmine, Zipparri Pasquale, Caccurri Camillo, Gravina Pietro, Cernicchiaro Pietro, Felizzolo Biagio, Falce Giuseppe, P. Luigi da Torraca, Bifani Pasquale e Nicola, Brandi Pasquale, Falco Carmine, Viggiano Carlo e Cono, Zipparro Domenico e Antonio, Mercadante Nicola, Cesarino Francesco, Falce Anna e Antonio, Fiorito Francesco , di Torraca; Lenza Giovanni, di Roccagloriosa; de Benedictis Giuseppe, Brienza Angelo e Vincenzo , Cammarano Raffaele, Arenaro Vincenzo , Trotta Pietro , di Sassano; Morone Tommaso , di S. Giacomo ; Matina Giovanni, di Diano, de Stefano Baldassarre ed Ermenegildo, di Casalnuovo; Bellezza Angelo, di Buonabitacolo e Rega Vincenzo, di Giffoni; Scorziello Pasquale, di Roccadaspide; Orlando Pasquale , di Agnone ; Mazzariello Angelo, di S. Giorgio; Mangia Nicola, di Poderia; Botta Pietro, di Giffoni, Budetta Pasquale, Pietropaolo e Agostino, Pizzuti Luigi, Masucci Giuseppe, d’Aiutolo Agostino, di Rovella; Calabritto Tommaso, di Pugliano; Quaranta Angelo, di Palo; Esposito Anselmo, di Nocera; Sarnelli Gioacchino, di Bracigliano; Lobuglio Giuseppe, di Diano ecc…”. Dunque, come si è detto, Pizzolorusso cita tra i GALLOTTI di Sapri: Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco”, cita GALLOTTI RAFFAELE, FILOMENO, NICOLA, DIOMEDE e FRANCESCO, tutti di Sapri. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “Sapri, naturalmente, non poteva essere assente in questa gara, guardando al futuro con trepidazione e speranza. Attesa la posizione felicissima, sul mare, crocevia di tre regioni, la vigilanza era intensa: i messaggi arrivavano piuttosto tempestivamente. E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice: GIOVANNI GALLOTTI era Vice-Sindaco di Sapri), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno ed in particolare dei Processi politici presentati davanti alla “Gran Corte Criminale – Processi per Reati Politici”, per gli anni 1849-1850, a p. 263, in proposito scrivevano: “Toraca: ….Busta 257. Fascicolo 15-16 – Processo istituitosi a seguito della denuncia sporta dal farmacista Felice Mercadante per tentata cospirazione nel comune di Torraca. Imputati: …..Nicola Cesarini (Cancelliere), Carmine Crisci, notaio, Giovanni Gallotti di Mario, possidente, Giuseppe Gallotti fu Leonardo di anni 48, possidente, Carmine Perazzo, possidente. Anni: 1849-1850.”. In questo incartamento è presente un “Giovanni GALLOTTI di Mario, possidente” che potrebbe esssere il don Giovanni Gallotti, figlio di Mario Antonio Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e di Battaglia, che aveva immobili a Sapri e al Fortino. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, riferendosi a Sanza e a Morigerati, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo della famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. …”. Inoltre, sempre il Cassese, sugli attendibili del periodo pre-unitario scriveva: Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”. Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offriva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1912, a pp. 28-30 e ssg., in proposito scriveva che: “VIII. Le carceri erano gremite di detenuti. Nella sola provincia di Salerno si trovavano in prigione per causa politica e soggetti a giudizio quattrocento quattordici individui (2). Parve necessario mettere un argine a tante carcerazioni ed istruttorie limitandole a i delitti importanti e sgombrando le Corti da i processi più lievi. Il re, con sovrani rescritti del 10 aprile 1850 e del 7 giugno 1851, pubblicò una amnistia per i reati politici meno gravi avvenuti in Basilicata e nelle Calabrie. Il 9 maggio dello stesso anno emanò un altro decreto con cui ” aboliva Fazione penale a riguardo di imputati, siano presenti siano assenti, per tutti i reati di discorsi tendenti a spargere il malcontento contro il governo commessi nell’anno 1848 „. Nonostante tutto ciò, ordini di arresto e processi si seguivano senza tregua. Si pensò allora di fare una indagine sommaria di tutti i procedimenti politici per sbarazzare il terreno da i meno importanti e far proseguire soltanto quelli di qualche gravità. A tale oggetto il re, con risoluzione sovrana del 14 febbraio 1852, istitui per ciascuna provincia una speciale commissione detta di scrutinio, che ebbe l’incarico di classificare i numerosi imputati in tre categorie secondo la gravità del delitto. Per la prima, che doveva comprendere quelli più gravi, si imponeva di procedere sollecitamente a giudizio; però in caso di condanna capitale era necessario, per eseguirla, chiedere il consenso del ministro. Per la seconda classe, si addiveniva egualmente a giudizio e se fosse intervenuta una condanna a morte si doveva domandare l’assenso del re. Per l’ultima classe infine, che comprendeva i delitti più lievi, si aboliva addirittura, per diminuire i giudizi e sfollare le carceri, l’azione penale. Per la provincia di Salerno la Commissione fa costituita da l’intendente Valia come presidente, dal procuratore generale Angelo Grabriele e dal generale brigadiere Cipriano Nasi. La Commissione provvide per quattrocentotrentuno imputati per le agitazioni del luglio 1848. Iscrisse nella prima classe sedici individui, cioè Filadelfo Sodano, Carlo Pavone, Antonio Curcio, Giuseppe Caputo, Giuseppe Maria Pessolani, Ovidio Serino, G. B. Riccio, Giovanni De Angelis, Filippo Vitagliano, Ernesto Del Mercato, Filippo Patella, Pasquale, Lamberti, Domenico Picone, Salvatore Garofalo, Gennaro Giardino, Benedetto Strommillo. Nella seconda eentosessantasei imputati, tra cui Carlo e Pompeo De Angelis, Salvatore e Lucio Magnoni, Angelo Pavone, Michele DeAugustinis, Leonino Vinciprova, F. P. Del Mastro, Giovanni Carducci, Stefano Passero, Gaetano Del Mercato, Zaccaria Ragone, Giovanni Guerrieri, Raffaele Ginnari, Giovanni e Salvatore Gallotti, Domenico Mercadante, Cristoforo e Socrate Falcone, padre e figlio. La terza classe, infine, annoverava duecentotrentetre persone, che avrebbero dovuto, giusta le norme adottate, essere subito prosciolte dal giudizio e dal carcere; ma cosi non avvenne (1). L’intendente Valla scriveva il 17 febbraio 1852 al ministro dell’interno cosi: ” Tra i compresi nella d^ categoria vi sono molti appartenenti al distretto di Vallo e tra questi parecchi per misura di preveggenza non dovrebbero per ora tornare in patria. Se Ella approva il mio proponimento, La prego di comunicarmi al più presto le necessarie facoltà. Chi ha il coraggio di mandare tanta canaglia in quel diabolico Cilento! „ (1). Il benigno suggerimento del Valia ebbe tutto il suo effetto; ben sessantasei persone della pròvincia di Salerno (la maggior parte del distretto di Vallo) che avrebbero dovuto liberamente tornare al proprio paese dovettero andare invece a domicilio forzoso. Tra esse Raffaele Coccoli mandato ad Eboli, Francesco Petillo ad Avellino, Pasquale De Feo a S. Cipriano (2). La stessa sorte toccava a l’ingegnere Pizzuti di Montecorvino. Arrestato nel maggio del 1851 perchè si rinvennero presso di lui carte criminose ed una fascia tricolore, nonostante che fosse stato assolto da la Gran Corte Speciale di Napoli fu relegato a Ventotene e poi ad Avellino.”. Mazziotti, a p. 28, nella nota (2) postillava: “(2) Archivio di Napoli, doc. dal 1848 al 1856, fase. 146.”. Mazziotti, a p. 30, nella nota (1) postillava: “(1) Archivio di Napoli, carte dal 1848 al 1850, fascio 306, espediente 7013.”. Mazziotti, a p. 31, nella nota (1) postillava: “(1) Protocollo ministero giustizia, verbale del 12. febbraio 1852. (2) Archivio di Napoli, fascio 305, espediente n. 7015.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, a p. 12, in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 258, riferendosi al periodo dei moti del ’48 nel Cilento, nella nota (46) postillava: “(46) A Sapri Stefano Passaro fu accolto dal sindaco Angelo Tinelli, da Giovani Gallotti coi figli Salvatore e Raffaele, dal prete Nicola Timpanelli. Un altro prete, Vincenzo Peluso, ex sanfedista e fanatico realista, di cui abbiamo già detto e diremo ancora, era fuggito da Acquafredda appena saputo dell’arrivo dei liberali.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 328, in proposito scriveva che: “E pure Sanza come la maggior parte dei comuni della Provincia di Salerno, aveva anch’essa avuto i suoi liberali, principalissimi tra i qauli, D. Terenzio, D. Luigi e D. Rocco Barzellona (1).”. Bilotti, a p. 328, nella nota (1) postillava: “(1) Il primo, già settario fin dal 1820, aveva ricettato nei suoi casini di Torre di Panno e Sirippi Costabile Carducci, quando nel 1848 fu nel Cilento, e di lì lo aveva fatto accompagnare in Calabria e poco dopo lo aveva richiamato per tentare nuove rivolte, quando quel patriotta caduto nelle mani degli urbani di Sapri, fu fatto assassinare dal famigerato prete Peluso. Il Barzellona era stato in attiva corrispondenza col suo parente D. Leonino Vinciprova da Omignano, con Mazziotti, De Dominicis ed altri capi del Cilento ed aveva avuto alla sua fedele dipendenza Tommaso Laveglia, Angelo Conforti e Carmine Millanni che spediva come corrieri nel Cilento, in Calabria ed in Matera, a racogliere gente e mandarla per Campestrino a Napoli; e quella gente aveva in gran parte vestita a sue spese. Irrequieto sempre, stava continuamente in giro pei paesi del Vallo ed insieme con suo figlio Luigi era in immediato contatto col comitato di Sassano e col noto attendibile Michele Aletta. Accompagnato dal suo carissimo amico D. Francesco De Stefano, arrestato poi in Napoli all’epoca delle barricate, girò per tutto il Distretto di Sala a promuovere una coscrizione per la Lombardia. Si conosce di lui il seguente aneddoto: nell’elezione dei capitani della G. N. essendo stato per comune suffragio eletto in Sanza D. Gennaro Campolongo, egli ne scrisse al Carducci lagnandosene e fu allora autorizzato a levare una compagnia a proprie spese, dalla quale sarebbe stato il capitano. E così fece; Sanza ebbe quindi due compagnie di guardia nazionale.”.

In seguito al 1857, la FAMIGLIA TIMPANELLI di SAPRI: l’arciprete NICOLA, ANGELO, FRANCESCO, perseguitati dalle autorità borboniche

(Fig. n….) Stemma lapideo (marmo scolpito) della famiglia Timpanelli posto sulla chiave del portale del Palazzo di Famiglia a Sapri in C.so Umberto I

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, il La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”.  Tancredi, per i fatti del Carducci, a p. 118, nella nota (5) citava il testo di Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, a pp. 186-187, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186, in proposito scriveva che: “(3) Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli…. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol….(p. 187) In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”. Dunque, il Bilotti ci informa che dopo l’uccisione del Carducci, il Timpanelli preferì allontanarsi da Sapri e si stabilì a Salerno e poi in seguito a Rivello, dove non cessò mai, fino alla sua morte, di favorire la causa della libertà, “benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua.”. Infatti, anche in occasione della Spedizione di Carlo Pisacane, egli In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio.”. Questa notizia si desume dagli Atti “Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol..”. Dunque, l’arciprete don Nicola Timpanelli, non solo era perseguitato dai suoi nemici sapresi, la fazione dei Pelusiani, del prete Vincenzo Peluso e dei suoi accoliti che si contrapponevano alla nutrita fazione dei liberali vicini al barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, ma egli era insidiato fin dal 1851 dalle autorità borboniche. Paolo Emilio Bilotti (….), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186-187, in proposito scriveva che: “(3) L’Arciprete Timpanelli malgrado le difese che di lui faceva monsignor Laudisio, era dalla polizia tenuto per capo ed istruttore dei liberali di Sapri, che riuniva numerosi quasi ogni quindici giorni. Non gli fu data mai tregua per avere tentato, dopo il 4 luglio 1848, di liberare il Carducci dalle mani di coloro che poco dopo ne fecero strage. Non potendo resistere in Sapri alle continue insidie di don Vincenzo Peluso e degli altri preti, erasi rifugiato in Salerno, dove il 2° sergente Vignes lo arrestò il dì 8 febbraio 1851, appena ebbe terminato di celebrare la mess nella chiesa del Purgatorio. E pure egli si trovava alla dipendenza della gran corte criminale col mandato pel palazzo. Ma la polizia napolitana interveniva dovunque e quando credeva. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della liberà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quel che si compiacque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco di Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donaata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci ed i loro nomi sono stati pubblicati dal dott. Michele Lacava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860’. Oltre ai quattro indicati sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca iscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. Giacomo Di Pietro – 3. Nicola Vita – 4. Antonio La Corte – 5. Salvatore Tinelli – 6. Francescantonio Vecchio – 7. Federico Vecchio – 8. Gaetano Vecchio – 9. Nicola Vecchio – 10. Giuseppe Guerra. – 11. Giuseppe Giffoni Fasanaro – 12. Giuseppe Pugliese – 13. Biagio Giffone – 14. Girolamo Giudice – 15. Clemente Giffoni – 16. Francesco Pugliese-Ciccone – 18. Angelo Tinelli – 23. Socrate Ant.à La Corte – 24. Giovanni Magaldi – 25. Francesco Timpanelli – 27. Carmine Timpanelli – 30. Francesco Colimodio – etc… – 37. Vincenzo La Corte – 38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – 56. Francesco Curzio – 57 Vincenzo Pugliese-Macrini – 58. Franc. Maria Pugliese – 59. Rocco Del Giudice. Arch. di Salerno – F. 1196 – Inv. pol.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, ai quali l’arciprete Nicola Timpanelli fornì pane e formaggio.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: Mentre i rivoltosi si avviano al Fortino, il vescovo, verso le ore quindici italiane, si porta in chiesa con tutta la popolazione, per un rito di ringraziamento per lo scampato pericolo: celebra una messa “alla spaguola” e pronunzia poi un discorso per incitare il popolo ad essere fedele al sovrano, e le sue parole equivalgono nel tono concitato alla grande paura provata nelle ore trascorse (26). Eppure il Fra Diavolo della rivoluzione italiana ed i banditi al suo ordine avevano di proposito del tutto ignorato la sua presenza.”. Cassese, a p. 57, nella nota (26) postillava: “(26) B. 197, vol. I, interrogatorio dell’arciprete di Torraca Timpanelli.”. Timpanelli era si arciprete ed apparteneva al clero di Torraca ma era di Sapri e si era già distinto sia nei moti del ’48 con Carducci e sia in occasione dello sbarco di Pisacane. Antonio Infante (….), nel testo scritto insieme a Pierfrancesco Del Mercato, “Cilento uomini e vicende”, a p. 256, ci parla del TIMPANELLI ed in proposito scriveva che: “Antica famiglia di Sapri, che si distinse non poco negli eroici movimenti insurrezionali del Cilento. Nicola, nato l’11 maggio del 1803, seguì gli studi ecclesiastici nel seminario di Policastro, dove ebbe come maestro il grande canonico De Luca. Nominato Arciprete Curato di Sapri, il 2 novembre 1836, animato dai suoi alti sentimenti liberali, avversò energicamente l’oppressione napoleonica. Fu in continuo contatto con numerosi ed importanti patrioti, fra cui il Vinciprova, il Vairo, il Passaro, il Verdoliva, con il De Dominicis, con G.B. Riccio, con F.A. Mazziotti e con il Carducci etc. Divenne il capo dei liberali della sua zona. Agli inizi del gennaio del 1848, insieme col Sindaco del paese Angelo Timpanelli, accolse con vivo entusiasmo la colonna insurrezionale del Passaro, poi, fatti trasferire tutti in chiesa, con espressioni limpide e solenni, parlò dei gravi problemi del tempo, intimamente collegati alle future sorti della Patria. Appena la notizia della tragica morte del Carducci, si recò subito con alcuni patrioti di Vibonati e di Sapri in località Tempone, con l’intento di vendicare la morte di quel grande eroe, ma il Peluso era già scomparso (1). Avuto sentore di un probabile arresto da parte della polizia, insieme al nipote Francesco, si rifugiò in Basilicata. Ma preso dalla polizia, fu rinchiuso in un primo momento in carcere, poi traferito a Salerno, fu condannato a domicilio coatto. Finì i suoi giorni il 28 agosto del 1858. Continuò l’opera eroica di nicola il nipote Francesco, che nacque il 25 settembre 1826 da Vincenzo e Caterina Perazzi, a Sapri. Conosciuto per le sue idee antiborboniche, dovette darsi alla latitanza; arrestato per aver partecipato ai fatti del 1848, fu processato e costretto anch’egli come lo zio, al domicilio coatto. Solo dopo lunghi anni di sofferenze e di isolamento acquistò la libertà. Morì il 21 marzo 1890.”. Infante, a p. 256, nella nota (1) postillava: “(1) Pietro Barbato, opera inedita sui moti Cilentani.”.

SUI GALLOTTI DI SAPRI COSPIRATORI CONTRO I BORBONI

Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Dunque, anche Bilotti parlando di don Giovanni Gallotti, lo chiama “Barone”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 190, in proposito scriveva che: “Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 189, in proposito scriveva che: “..mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del Barone Gallotti (2), etc..”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali con rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse stata la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, la santa Maria Teresa di Savoia.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Avanti si è detto che Garibaldi, a Sapri, fu ospite di Giovanni Gallotti, persona liberale il quale conobbe le prigioni borboniche. Non solo Giovanni soffrì per opinioni politiche sotto il Borbone, ma l’intera famiglia i cui membri erano annoverati tra gli attendibili politici.”. Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. La sua biografia politica dalla polizia borbonica fu definita “Tristissima”, ma peggio fu che educò i figli ad avere la sua stessa condotta politica. I regnicoli erano costretti a sopportare le nefaste conseguenze di un regime di sopraffazioni e di violenze. In un simile contesto, Giovanni Gallotti, uno tra i tanti liberali del nostro sud (49), abbandonando la vita riservata e settaria che fino ad allora aveva condotto, si distinse, a partire dal 1848, per avere abbracciato le novità dell’epoca e si rese responsabile d’avere strenuamente lottato per la libertà e le istituzioni liberali. Con spirito di dedizione e la consapevolezza della incommensurabile portata sociale degli innovatori concetti politici, affrontò la sua azione sfidando le incomprensioni, le resistenze e lo scetticismo alimentati dai pregiudizi e dalla gretta paura del nuovo che caratterizza ogni fase di avanzamento e di progresso. Fece parte del comitato rivoluzionario e fu in mezzo ai settari. Spedì emissari nel Cilento e nelle Calabrie per dare e ricevere notizie. Con la bandiera tricolore andò incontro ai rivoltosi Cilentani capitanati da Costabile Carducci e Stefano Passero ospitandoli in casa propria. Era in Chiesa quando l’arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, celebrò Messa col canto del Te-Deum per ringraziamento. Con l’accordo del Sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, fece loro dare cento ducati dalla casa comunale. Quando Carducci fu catturato ad Acquafredda minacciò di morte gli autori e spedì corrieri a Maratea per liberare i suoi amici. Un rapporto di Polizia dice che Giovanni Gallotti “non si astenne neppure dalla tracotanza di dire che il re doveva rinunciare al trono o fuggire, perché era prossima a proclamarsi la Repubblica”. Fu indicato come esaltato liberale e accusato di “cospirazione ed attentato contro la sicurezza interna dello Stato”. Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Policicchio, a p. 215, nella nota (49) postillava: “(49) Sul vigilato politico Domenico Crocco Egineta, fu Carlo, di S. Marina, accusato di avere corrispondenza con gli emigrati Mazziotti e Mariconda (suo suocero), arrestato il tre marzo 1859 per i troppi e sospetti spostamenti tra Licusati e Napoli. (Ivi, b. 22, f. 38).”. Policicchio, a p. 216, racconta pure che: “Achille de Nicolais, militare di riserva del 3° Reggimento Cacciatori della Guardia Reale, detenuto a Salerno per falsità in scrittura privata, a cominciare da maggio 1856, più volte, con insistenza, alle diverse autorità domandò d’essere con riservatezza ascoltato avendo da rapportare cose rilevanti. All’Intendente denunciò: – che le prigioni centrali di Salerno erano diventate il centro delle riunioni politiche, particolarmente dopo la liberazione di Stefano Passero; – che giornalmente i detenuti politici, tra cui il barone Gallotti di Sapri, si riunivano nella stanza del custode; – che stampa estera, proclami anche del Mazzini, corrispondenza degli “emigrati” Mazziotti e de Dominicis annunciante una prossima ribellione, veniva loro portata dallo stesso Passero e dal figlio di de Dominicis (50). In una delle richieste diceva che “un gran deposito di armi vi era nel Cilento, bisognante ad armare quella Nazione non appena scoppiata la rivoluzione, e mettere in libertà tutti i carcerati”. Il de Nicolais, temendo per la vita, chiese di essere trasferito a Napoli. Una sì fatta deposizione doveva sommariamente giungere al Commissariato Provinciale di Polizia che, il 23 gennaio 1857, così concluse (51): “il de Nicolais ha sempre avuto per abituale occupazione nella sua prigionia quella d’inventar fandonie, esposte ai superiori, e forse anche per farsi giuoco della stessa col mantenerle in continuo esercizio per essere tradotto da un carcere ad un’altro, per vendicarsi con qualche detenuto o custode”. Sei mesi più tardi si ebbe la spedizione del “bel Capitano”! Addosso a Pisacane, ucciso come tutti sappiamo nel conflitto di Sanza il 2 luglio 1857, furono trovati due biglietti riguardanti Giovanni Gallotti. Uno recava la scritta: “CERCARE A SAPRI DEL BARONE GALLOTTI”. L’altro: “GIOVANNI GALLOTTI AL FORTINO”. Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi. Dopo la disfatta di Padula e Sanza, da un filone di indagini emerse che a Sapri, Giovanni Gallotti, aveva presentato a Pisacane un cassettino con circa 15 rotoli di polvere da sparo e che altri della famiglia, al Fortino, ebbero contatti con i ribelli facendo sapere a Pisacane che tutto era pronto per la rivolta e che da 15 giorni la famiglia pagava gente con la diaria di 40 grana giornaliera. Inoltre, un membro della famiglia, incoraggiando le masse, asseriva che a Padula avrebbero trovato gente armata. Tutti sappiamo, che le cose così non andarono. Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1912, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Il prete Vincenzo Peluso, l’autore del truce assassinio di Costabile Carducci, anelava di vendicarsi contro i suoi nemici, i liberali di Sapri, Ad ispirazione del vecchio prete che, ospite nel palazzo reale di Napoli, godeva il favore della Corte, si istruì un voluminoso processo contro centoventuno individui, accasati di aver promosso disordini in Sapri allorché erano andati in cerca del Carducci. Cominciarono gli arresti. Fin da la metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi, spedito con un battaglione a reprimere la rivolta nel Cilento, aveva fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristoforo Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci. Il Falcone, probabilmente informato della visita poco gradita che lo attendeva, aveva prudentemente trascorso la notte altrove. Il Manzi rinvenne però un figlio di lui giovinetto, vivente tutt’ora, di nome Socrate e lo tenne in prigione qualche tempo nel castello ducale di Diano, come detentore di corrispondenze criminose trovate nella casa. Le corrispondenze però riguardavano il padre del giovine, sicché dopo breve intervallo questi riebbe la libertà (1). Se non che, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronghi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2). Proprio nello stesso giorno la squadriglia Vairo arrestava nella pubblica piazza di Maratea i più accesi liberali del paese, tra cui Raffaele Ginnari, fido seguace del Carducci, e Domenico Mercadante persona assai devota a la famiglia Gallotti, accorso anche egli a Sapri nel luglio. Di un altro seguace del Cardacci, Pasquale Bifano di Torraca, si seppe la morte avvenuta il 10 marzo del 1849 in Basilicata.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157-158-159, in proposito scriveva che: “Compiuta l’istruzione, apparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il procuratore generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava da gli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri, (1) era partito dal paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al decurione Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acqaafredda quali promotori di guerra civile. La Gran Corte, con decisioni del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: legittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto i due Falcone, i due Grallotti, il Ginnari, ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero a la Corte suprema di giustizia, che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertosi il dibattimento innanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone l’avv. Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’ insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale, con sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Assolse come estraneo al fatto- Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchio tempo in carcere e poi subi due anni di domicilio forzoso in Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859, condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti ed a suo figlio Salvatore in dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finche con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto si trovarono scritti i nomi del Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1)  Ufficio corrispondente a quello attualmente di segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2″, pag. 8. Aveva preso parte a l’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano decurioni.”. Mazziotti, a p. 159, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato « viva la repubblica ».”. Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana il 13 novembre 1860. Mori a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore nelle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari mori di colera il 1855.”. Mazziotti, a p. 160, nella nota (1) postillava: “(1-2) Archivio di Salerno, gabinetto anno 1859, s. s, n. 6, carte sfuse, fascio 14, n. 929.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “VII….La sera del 5 luglio giunsero al così detto Fortino presso Casalbuono e, secondo le loro istruzioni, si affrettarono ad avvertire il barone Giovanni Gallotti, che dimorava allora colà in una sua villa, dell’arrivo del Carducci in Sapri. L’annunzio sorprese il Gallotti, vecchio amico del Carducci, capitano della guardia nazionale a Sapri e capo della parte liberale del paese. Già arrivato il Carducci ?! Ed i suoi conterranei non lo avevano avvisato !. Forse non lo avevano potuto ! E perchè ? Balenò a la mente del Gallotti il sospetto di qualche colpo dei Peluso e della vecchia banda di lui. Immediatamente armatosi, discese a celeri passi con i tre arrivati e con due suoi fidi, Mansueto Brandi e Domenico Mercadante, a Sapri. Etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148). All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali nel golfo di Policastro. Infatti nel portafoglio del cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovanni Gallotti al Fortino” (149). In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era al Fortino, o meglio alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore.”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p….., in proposito scriveva che: “Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 220, in proposito scriveva che: “Il « Cagliari » durò un pezzo a bordeggiare poi sparì, e quando meno se lo aspettavano quei di Sapri, venne effettuito rapidamente lo sbarco nel luogo meno guardato, cioè tra Policastro e Sapri, in contrada Oliveto nel tenimento di Vibonati. E così nella notte tra il 28 e 29 giugno Carlo Pisacane e Giovanni Nicotera si trovarono su quella spiaggia, seguiti da quel pugno di generosi, con coraggio più unico che raro, ed innalzarono lo stendardo dell’insurrezione al grido di « Viva l’Italia ! ». Così essi si spinsero in un’impresa, della quale nel loro patriottismo non si curavano neppure di misurare il temerario ardimento: era ardimento eroico dinanzi al quale chiunque ama il suo paese deve inchinarsi. Approdata che fu quella coorte sul lido di Sapri, Pisacane e Nicotera sparsero per quei luoghi il seguente proclama: << Cittadini ! E tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II; a voi basta volerlo. La Capitale aspetta dalle provincie il segnale della ribellione per troncare la quistione in un colpo solo. Per noi il Governo di Ferdinando ha cessato di esistere, ancora un passo e avremo il tempo, facciamo massa e cominciamo dove i fratelli ci aspettano; noi abbiamo lasciato le famiglie e gli agi della vita, per gittarci in una intrapresa che sarà il segnale della rivoluzione, e voi ci guardate freddamente come se la causa non fosse la vostra ? Vergogna a chi potendo combattere non si unisce a noi. La vittoria non sarà dubbia; il vostro esempio sarà seguito dai paesi vicini, il nostro numero crescerà ogni giorno più, e in breve, tempo saremo un esercito di libertà. ». “Gli abitanti però non risposero all’appello ( 1 ).”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, parlando dei moti cilentani del ’48, a p. 33, in proposito scriveva che: “E’ pensabile che negli anni precedenti l’insurrezione del ’48 tutte le sette ormai fossero confluite nell’associazione mazziniana. Pizzolorusso riferisce che la cellula salernitana, retta da Giovanni e Saverio Avossa, avesse già preso contatti nei primi anni Quaranta con Costabile Carducci da Capaccio, Giovanni Gallotti da Sapri, Michelengelo Ronsini da Rofrano, Filippo Patella da Torchiara, i Magnone (Lucio, Salvatore e Michele) da Rutino, Giuseppe Pessolano da Atena, Giuseppe e Girolamo De Petrinis da Sala, Giuseppe Ferrara da San Biase, Leonino Vinciprova da Omignano, Francescantonio Mazziotti da Celso etc…”. Sempre il Fusco (….), a p. 36, in proposito scriveva che: “Carducci, che col grosso degli insorti avrebbe voluto seguire Vinciprova, stabilì allora di penetrare nel Vallo di Diano attraverso le Valli del Mingardo e del Bussento. Inviate due compagnie rispettivamente a Futani (al comando di Ncola Antonio Gatti) e a Torre Orsaia (al comando di Stefano Passero), etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 258, nella nota (46) postillava che: “(46) A Sapri Stefano Passero fu accolto dal Sindaco Angelo Tinelli, da Giovanni Gallotti coi figli Salavatore e Raffaele, dal prete Nicola Timpanelli. Un altro prete, Vincenzo Peluso, ex sanfedista e fanatico realista, di cui abbiamo già detto e diremo ancora, era fuggito ad Acquafredda appena saputo dell’arrivo dei liberali.”. Dunque, il Passero aveva partecipato ai moti rivoluzionari cilentani del 1848 con altri come Carducci.

L’UCCISIONE DI COSTABILE CARDUCCI ED I GALLOTTI

Nel 1848, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti

Paolo Emilio Bilotti, nel suo “La Spedizione di Sapri – Da Genova a Sanza”, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1912, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Il prete Vincenzo Peluso, l’autore del truce assassinio di Costabile Carducci, anelava di vendicarsi contro i suoi nemici, i liberali di Sapri, Ad ispirazione del vecchio prete che, ospite nel palazzo reale di Napoli, godeva il favore della Corte, si istruì un voluminoso processo contro centoventuno individui, accasati di aver promosso disordini in Sapri allorché erano andati in cerca del Carducci. Cominciarono gli arresti. Fin da la metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi, spedito con un battaglione a reprimere la rivolta nel Cilento, aveva fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristoforo Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci. Il Falcone, probabilmente informato della visita poco gradita che lo attendeva, aveva prudentemente trascorso la notte altrove. Il Manzi rinvenne però un figlio di lui giovinetto, vivente tutt’ora, di nome Socrate e lo tenne in prigione qualche tempo nel castello ducale di Diano, come detentore di corrispondenze criminose trovate nella casa. Le corrispondenze però riguardavano il padre del giovine, sicché dopo breve intervallo questi riebbe la libertà (1). Se non che, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronghi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2). Proprio nello stesso giorno la squadriglia Vairo arrestava nella pubblica piazza di Maratea i più accesi liberali del paese, tra cui Raffaele Ginnari, fido seguace del Carducci, e Domenico Mercadante persona assai devota a la famiglia Gallotti, accorso anche egli a Sapri nel luglio. Di un altro seguace del Cardacci, Pasquale Bifano di Torraca, si seppe la morte avvenuta il 10 marzo del 1849 in Basilicata.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157-158-159, in proposito scriveva che: “Compiuta l’istruzione, apparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il procuratore generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava da gli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri, (1) era partito dal paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al decurione Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acqaafredda quali promotori di guerra civile. La Gran Corte, con decisioni del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: legittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto i due Falcone, i due Grallotti, il Ginnari, ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero a la Corte suprema di giustizia, che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertosi il dibattimento innanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone l’avv. Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’ insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale, con sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Assolse come estraneo al fatto- Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchio tempo in carcere e poi subi due anni di domicilio forzoso in Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859, condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti ed a suo figlio Salvatore in dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finche con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto si trovarono scritti i nomi del Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1)  Ufficio corrispondente a quello attualmente di segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2″, pag. 8. Aveva preso parte a l’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano decurioni.”. Mazziotti, a p. 159, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato « viva la repubblica ».”. Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana il 13 novembre 1860. Mori a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore nelle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari mori di colera il 1855.”. Mazziotti, a p. 160, nella nota (1) postillava: “(1-2) Archivio di Salerno, gabinetto anno 1859, s. s, n. 6, carte sfuse, fascio 14, n. 929.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, parlando dei moti cilentani del ’48, a p. 33, in proposito scriveva che: “E’ pensabile che negli anni precedenti l’insurrezione del ’48 tutte le sette ormai fossero confluite nell’associazione mazziniana. Pizzolorusso riferisce che la cellula salernitana, retta da Giovanni e Saverio Avossa, avesse già preso contatti nei primi anni Quaranta con Costabile Carducci da Capaccio, Giovanni Gallotti da Sapri, Michelengelo Ronsini da Rofrano, Filippo Patella da Torchiara, i Magnone (Lucio, Salvatore e Michele) da Rutino, Giuseppe Pessolano da Atena, Giuseppe e Girolamo De Petrinis da Sala, Giuseppe Ferrara da San Biase, Leonino Vinciprova da Omignano, Francescantonio Mazziotti da Celso etc…”. Sempre il Fusco (….), a p. 36, in proposito scriveva che: “Carducci, che col grosso degli insorti avrebbe voluto seguire Vinciprova, stabilì allora di penetrare nel Vallo di Diano attraverso le Valli del Mingardo e del Bussento. Inviate due compagnie rispettivamente a Futani (al comando di Ncola Antonio Gatti) e a Torre Orsaia (al comando di Stefano Passero), etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 258, nella nota (46) postillava che: “(46) A Sapri Stefano Passero fu accolto dal Sindaco Angelo Tinelli, da Giovanni Gallotti coi figli Salavatore e Raffaele, dal prete Nicola Timpanelli. Un altro prete, Vincenzo Peluso, ex sanfedista e fanatico realista, di cui abbiamo già detto e diremo ancora, era fuggito ad Acquafredda appena saputo dell’arrivo dei liberali.”. Dunque, il Passero aveva partecipato ai moti rivoluzionari cilentani del 1848 con altri come Carducci. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. La sua biografia politica dalla polizia borbonica fu definita “Tristissima”, ma peggio fu che educò i figli ad avere la sua stessa condotta politica. I regnicoli erano costretti a sopportare le nefaste conseguenze di un regime di sopraffazioni e di violenze. In un simile contesto, Giovanni Gallotti, uno tra i tanti liberali del nostro sud (49), abbandonando la vita riservata e settaria che fino ad allora aveva condotto, si distinse, a partire dal 1848, per avere abbracciato le novità dell’epoca e si rese responsabile d’avere strenuamente lottato per la libertà e le istituzioni liberali. Con spirito di dedizione e la consapevolezza della incommensurabile portata sociale degli innovatori concetti politici, affrontò la sua azione sfidando le incomprensioni, le resistenze e lo scetticismo alimentati dai pregiudizi e dalla gretta paura del nuovo che caratterizza ogni fase di avanzamento e di progresso. Fece parte del comitato rivoluzionario e fu in mezzo ai settari. Spedì emissari nel Cilento e nelle Calabrie per dare e ricevere notizie. Con la bandiera tricolore andò incontro ai rivoltosi Cilentani capitanati da Costabile Carducci e Stefano Passero ospitandoli in casa propria. Era in Chiesa quando l’arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, celebrò Messa col canto del Te-Deum per ringraziamento. Con l’accordo del Sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, fece loro dare cento ducati dalla casa comunale. Quando Carducci fu catturato ad Acquafredda minacciò di morte gli autori e spedì corrieri a Maratea per liberare i suoi amici. Un rapporto di Polizia dice che Giovanni Gallotti “non si astenne neppure dalla tracotanza di dire che il re doveva rinunciare al trono o fuggire, perché era prossima a proclamarsi la Repubblica”. Fu indicato come esaltato liberale e accusato di “cospirazione ed attentato contro la sicurezza interna dello Stato”. Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Policicchio, a p. 215, nella nota (49) postillava: “(49) Sul vigilato politico Domenico Crocco Egineta, fu Carlo, di S. Marina, accusato di avere corrispondenza con gli emigrati Mazziotti e Mariconda (suo suocero), arrestato il tre marzo 1859 per i troppi e sospetti spostamenti tra Licusati e Napoli. (Ivi, b. 22, f. 38).”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa.”. Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “….mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (2) postillava: “(2) Delle vicende del Gallotti e dei suoi figli ho scritto ampiamente nel mio lavoro ‘Carducci e i moti del Cilento del 1848 e Reazione borbonica. Veggasi anche Pecorini-Manzoni – Storia della 15. Divisione Turr nella campagna del 1860, pag. 149.”. Dunque, sui Gallotti di Battaglia, Matteo Mazziotti dice di avere scritto molto nel suo testo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848″ e nel testo“L’insurezione salernitana nel 1860”, notizie che vedremo meglio in seguito. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “VII….La sera del 5 luglio giunsero al così detto Fortino presso Casalbuono e, secondo le loro istruzioni, si affrettarono ad avvertire il barone Giovanni Gallotti, che dimorava allora colà in una sua villa, dell’arrivo del Carducci in Sapri. L’annunzio sorprese il Gallotti, vecchio amico del Carducci, capitano della guardia nazionale a Sapri e capo della parte liberale del paese. Già arrivato il Carducci ?! Ed i suoi conterranei non lo avevano avvisato !. Forse non lo avevano potuto ! E perchè ? Balenò a la mente del Gallotti il sospetto di qualche colpo dei Peluso e della vecchia banda di lui. Immediatamente armatosi, discese a celeri passi con i tre arrivati e con due suoi fidi, Mansueto Brandi e Domenico Mercadante, a Sapri. Etc…”. Dunque, anche il Mazziotti chiama Giovanni Gallotti “barone”. Mazziotti scriveva pure che il Gallotti, vecchio amico del Carducci, capitano della guardia nazionale a Sapri e capo della parte liberale del paese.”. Mazziotti scriveva pure che don GIOVANNI GALLOTTI, ai tempi di Carducci, nel ’48, Fortino presso Casalbuono e, secondo le loro istruzioni, si affrettarono ad avvertire il barone Giovanni Gallotti, che dimorava allora colà in una sua villa,…. Infatti, don Giovanni Gallotti aveva una villa nei pressi del Fortino di Casaletto Spartano. La villa del Gallotti non è però da confondere con la Taverna del Fortino che invece apparteneva a suo nipote di don Giovanni, don Paolo Gallotti. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 23, in proposito scriveva che: “Immediatamente armatosi, discese a celeri passi con i tre arrivati e con due suoi fidi, Mansueto Brandi e Domenico Mercadante, a Sapri. Nel percorrere le vie del paese tenevano, per timore di qualche sorpresa, le armi in resta, chiedevano affannosamente del Carducci e gridavano ” Viva Carducci, viva il nostro liberatore e padre! „ (1).”. Mazziotti, a p. 23, nella nota (1) postillava: “(1) Sentenza della Gran Corte speciale di Salerno, del 6 novembre 1852.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri.”. Sui Gallotti ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Dunque anche il Mazziotti parla di una villa al Fortino e di una Villa a Sapri.

Nel 1850, don EMANUELE GALLOTTI, sacerdote di Sapri e figlio del barone di Battaglia, GIOVANNI GALLOTTI e la poesia per Costabile Carducci

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 75, parlando dei “Parroci di Sapri”, in proposito scriveva che: “D. Emmanuele Gallotti 1826-1875.”. Dunque, da ciò che scriveva il Tancredi, DON EMMANUELE GALLOTTI – sacerdote di Sapri – nacque nel 1826 e morì nel 1875. Come ho già scritto, don EMMANUELE GALLOTTI era uno dei cinque figli maschi del Barone di Battaglia don GIOVANNI GALLOTTI e di donna RACHELE GIUDICE. Su EMANUELE GALLOTTI, però, il Mazziotti, in altro testo dice alcune cose interessanti. Dunque, il sacerdote non era FILOMENO, ma era l’altro figlio di don Giovanni, ovvero don EMANUELE. Alcuni autori, però, hanno scritto che il sacerdote della famiglia Gallotti fosse don FILOMENO e non don EMANUELE. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 54, in proposito scriveva che: “Ed innanzi tutto chiede dei Gallotti alla cui casa si reca subito, guidato da una guardia doganale che era stata arrestata. Vi trova solo i fratelli, Emanuele ed il sacerdote d. Filomeno, il quale l’avverte che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele, si trovano al Fortino (12).”. Dunque, questo passaggio del Cassese conferma i quattro figli di Giovanni Gallotti. In questo passaggio però, Cassese scriveva che, nella faglia Gallotti – tra i cinque figli maschi del barone Giovanni Gallotti – vi era il “sacerdote don Filomeno”. In questo passaggio, Cassese scriveva che il sacerdote della famiglia era don FILOMENO, ma a me non risulta esatto. Io stesso, forse sulla scorta del Cassese commettevo lo stesso errore. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. E’ molto probabile che sbagliavo sulla scorta del Cassese. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno.”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”. Dunque, Montesano (….) riteneva che, nella famiglia Gallotti fosse sacerdote il figlio don FILOMENO. Dunque, Montesano (….) riteneva che, nella famiglia Gallotti fosse sacerdote il figlio don FILOMENO. E’ un errore. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci.”. Policicchio scriveva che, tra i figli del barone Gallotti il figlio che era sacerdote era don EMANUELE “sacerdote di Sapri”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157-158-159, riferendosi al periodo del Carducci, in proposito scriveva che: La Gran Corte speciale, con sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Assolse come estraneo al fatto- Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchio tempo in carcere e poi subi due anni di domicilio forzoso in Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859, condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti ed a suo figlio Salvatore in dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finche con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto si trovarono scritti i nomi del Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Dunque, Mazziotti scriveva che, a seguito del Decreto Reale del 18 dicembre 1856, don Giovanni Gallotti e suo figlio Salvatore ottennero la grazia, mentre Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”. Insomma, don FILOMENO GALLOTTI – uno dei cinque figli maschi del barone don Giovanni non era il “sacerdote”. Su EMANUELE GALLOTTI, però, il Mazziotti, in altro testo dice alcune cose interessanti. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157-158-159, riferendosi al periodo del Carducci, in proposito scriveva che: La Gran Corte speciale, con sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Assolse come estraneo al fatto- Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchio tempo in carcere e poi subi due anni di domicilio forzoso in Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859, condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti ed a suo figlio Salvatore in dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finche con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto si trovarono scritti i nomi del Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Dunque, Mazziotti scriveva che, a seguito del Decreto Reale del 18 dicembre 1856, don Giovanni Gallotti e suo figlio Salvatore ottennero la grazia, mentre Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 38-39 e ssg., in proposito scriveva che: “XII. Qualche mese dopo si tristi avvenimenti, nel febbraio 1849, in casa del signor Macario D’Alitto in Maratea un giovane poeta a nome Carlo Giuseppe Gallotti (2) ed una giovane denominata Teresa che lo seguiva e che passava per moglie di lui davano spettacolo di improvvisazione. Era allora profonda in tutta la contrada l’impressione del barbaro assassinio circondato ancora da un denso mistero! Uno degli astanti propose, poco prudentemente, quel tema ed i due poeti improvvisarono alcune strofe con questo ritornello: Ma Carducci invendicato No, per Dio !. non resterà. L’uditorio vibrante di emozione accompagnava il canto di quei versi. Gli’ improvvisatori, decorsi alcuni giorni, dovettero per desiderio generale ripetere la canzone al suono di un’arpa nel teatrino di Maratea tra il vivo sussulto del pubblico. La canzone, comunque non bella, divenne popolare trovando un eco negli animi impietositi da”, feroce sacrificio della nobile vittima (1). I ragazzi l’andavano cantando per le vie, i liberali di Sapri la sussurravano spesso a l’apparire di qualcuno degli autori dell’efferato delitto e dei più feroci reazionarii. I partigiani del Peluso denunziarono il fatto, la polizia indignata di quei versi, che, scriveva in una sua relazione, ” facevano fremere d’ira e di dispetto tutti i fedeli sudditi del re„, ordinava l’arresto dei due malcapitati poeti, di molte persone che avevano assistito a quella serata teatrale e di Raffaele Grinnari che aveva spifferato sul viso al capourbano Peluso il noto ritornello. A carico di essi s’imbastì un processo ” per provocazione a commettere attentati e cospirazioni contro la sacra persona del re (D. G.) e per distrugger e cambiare il governo e provocare la guerra civile „! II Gallotti e la sua compagna e parecchi imputati riuscirono a sottrarsi a le ricerche dei gendarmi. La Gran Corte di Potenza il 25 febbraio ritenne che quella canzone non poteva avere la gravità attribuitale, ma solo poteva spargere il malcontento contro il governo. Il Gallotti cadde nelle mani degli sbirri nel corso del 1851 ; ma vi restò poco tempo perchè la stessa Gran Corte il 21 novembre del medesimo anno gli concedeva la libertà provvisoria. Al povero poeta si vietala però di tornare in Napoli ” per esercitarvi la professione letteraria„. Il re Ferdinando, cui egli si presentò in Castelluccio nell’anno successivo per implorare il permesso di andare in America, glielo concesse. Il Galletti, lasciati i suoi figli in Napoli, si stabili negli Stati Uniti d’America e di là anche nel 1859 inviava una supplica al re chiedendo di tornare nel regno (1).”. Matteo Mazziotti scriveva che, in seguito ai fatti del ’49 e della barbara uccisione del Carducci, a Maratea, in casa del sig. Macario d’Alitto (….), due giovani, il poeta CARLO GIUSEPPE GALLOTTI e la compagna TERESA, davano spettacoli teatrali improvvisati. Mazziotti, a p. 38, nella nota (2) postillava: “(2) I documenti del tempo lo dicono ora di Napoli, altre volte di Montesarchio e qualche volta di Maratea. Archivio di Napoli, carte dal 1848 al 1859, fascio 251. In una supplica dell’ 11 novembre 1859 egli si dice di Napoli, figlio di Giuseppe, già capitano aiutante maggiore nel 1848 e poi controllore dei dazi in Catanzaro, ove mori.”. Mazziotti, a p. 39, nella nota (1) postillava: “(1) Trascrivo nell’appendice la canzone.”. Mazziotti, a p. 40, nella nota (1) postillava: “(1) Tutte le notizie di questo paragrafo sono desunte da i documenti indicati. Archivio di Napoli, carte dal 1848 al 1850, fascio 251; stesso archivio, ministero esteri, espulsi, fascio 3864.”. Sul sacerdote don EMANUELE GALLOTTI, uno dei cinque figli maschi di don Giovanni Gallotti, ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci. Per ordine della polizia fu mandato prima nel monastero di Montoro per rimanervi “loco carcoeris” in attesa di provvedimento giudiziario. Ma poiché vi erano già altri quattro sacerdoti della Diocesi di S. Angelo dei Lombardi fu tramutato, sempre ristretto, nel monastero di S. Maria delle Grazie in Salerno. La poesia, all’epoca dei fatti, era di pubblico dominio nel Golfo e, sebbene la Gran Corte di Potenza (46) avesse riconosciuto come autori D. Carlo Gallotti (47), D. Agnesina e D. Concettina Veri di Maratea, il sacerdote venne lo stesso trattenuto in prigione. Tra le diverse suppliche in cui chiese i provvedimenti di giustizia e metterlo in libertà, sostenne: “I suoi nemici lo accusarono falsamente. Finsero di trovare tal poesia, quando egli aveva dimorato d’apprima per sei mesi qui in Salerno, in quell’abitazione da loro scardinata, aperta, depredata, e lasciata poi in balia di tutti.”. La libertà veniva reclamata oltre che per sé anche per “assistere ai bisogni del padre e del fratello che languiscono nelle prigioni” (48)”. Policicchio (….), a p. 214, nella nota (46) postillava: “(46) Sentenza del 15 febbraio 1850”. Policicchio, a p. 214, nella nota (47) postillava: “(47) Agli inizi del 1850, pur essendo stato riconosciuto autore della poetica composizione, ebbe dal Ministro dell’Interno, ramo polizia, il permesso, per un anno, di girare le Province del Regno e dare lezioni essendo egli “poeta estemporaneo”. Dallo stesso Ministro, in modo riservato, venne diramata circolare a tutti gli Intendenti con la quale si ordinava di essere il Gallotti diligentemente sorvegliato sia nei suoi movimenti che nei temi toccati e svolti durante le sue lezioni. L’intendente di Salerno, nell’accusare ricezione e ottemperanza della circolare, al Direttore della polizia in Napoli aggiunse: “stimo doveroso di sottomettere, evidenziando alla sua diligenza, che se mal non mi ricordo nel 1847 vi furono disposizioni contro di questo poeta, di non farlo cioè rientrare nel Regno, mentre egli si trovava nelle Marche di Ancona”. Alla fine di marzo, insieme alla moglie, si portò a Montano, ospite di D. Antonio Lauro di Torchito ed i temi trattati furono seguiti da quel giudice regio, D. Nicola De Majo. La mattina del 27 partì per Avellino. In giugno si recò a Caserta e poi in Piedimonte d’Alife. Alla fine dell’estate fece perdere le tracce di sé e in ottobre venne emanata altra circolare per “rintracciarlo e farlo mettere a stretta sorveglianza” (ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 89, f. 17).”. Policicchio, a p. 214, nella nota (48) postillava: “(48) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 135, f. 1.”.

DON FILOMENO GALLOTTI, uno dei cinque figli maschi del barone di Battaglia don GIOVANNI

(Fig. n….) Dipinto (del 1882) del ritratto di don Filomeno Gallotti, con la coccarda e fascia tricolore di Sindaco di Sapri in epoca post-unitaria – olio su tela – foto Attanasio

FILOMENO GALLOTTI, uno dei cinque figli del barone don Giovanni, fu Sindaco di Sapri. Don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti. Secondo la lapide marmorea nel cimitero di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI nacque il 3-11-1832 e morì il 12-11-1918, all’età di anni 86.

Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, riferendosi a Giovanni Nicotera, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati (….), a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p….., in proposito scriveva che: “Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, etc…”. Felice Fusco scriveva che Antonio Pizzolorusso (….), dei liberali promessi a Pisacane, riporta i nomi dei Gallotti, della famiglia Gallotti baroni di Battaglia, di don Giovanni Gallotti e dei suoi figli: i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; etc…”. Dunque, secondo Pizzolorusso, oltre a Raffaele e Filomeno, vi erano anche “Diomede Gallotti di Sapri” e Francesco Gallotti di Sapri. Inoltre, Pizzolorusso (….), riporta anche il nome di un certo “padre Luigi da Torraca”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 220, riferendosi ai “pochi che vi presero parte”, ovvero a………….nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi Santelmo Antonio….Barra Michele, Rizzo Ignazio, e Pierri Vincenzo, di Padula, La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco, di Sapri, etc…”. Dunque, Pizzolorusso elenca i “pochi che ne presero parte”, riferendosi alla Spedizione di Carlo Pisacane, e come vediamo nei citati nomi tratti dall’elenco di Pizzolorusso notiamo diverse famiglie e nomi che, oltre ad essere del posto e dei paesi circonvicini a Sapri (del basso Cilento) figurano pure molti di Torraca e di Sapri. Pizzolorusso pubblicò il suo testo nel 1885, quando già erano noti gli atti tratti dal processo di Firenze intentato dal Nicotera. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, don FILOMENO GALLOTTI era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che aveva abitazioni a Sapri, a Battaglia e al Fortino di Casaletto. Sua madre era Rachela Giudice. Dunque, la famiglia dei Gallotti, feudatari di Casaletto e Battaglia, che avevano una casa a Sapri, attualmente in via Nicodemo Giudice, al civico….., da non confondere con i Gallotti di Piazza del Plebiscito, era composta dal barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che all’epoca di Pisacane (1857) avrebbe avuto circa 60 anni. Giovanni aveva tre figli: Salvatore, Filomeno, Emanuele che era sacerdote e Raffaele. Don Giovanni Gallotti era il secondo dei quattro figli di Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 216, sulla scorta del Cassese, in proposito scriveva che: Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giorno andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi.”. Sempre il Policicchio, a p. 216, racconta pure che: Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salvatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”. Dunque, in questo passaggio, Policicchio scriveva che uno dei cinque figli maschi del barone Gallotti (Giovanni), il figlio FILOMENO – di cui mi occupo ora – Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salvatore.”.”. Su EMANUELE GALLOTTI, sempre Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci. Per ordine della polizia fu mandato prima nel monastero di Montoro per rimanervi “loco carcoeris” in attesa di provvedimento giudiziario. Ma poiché vi erano già altri quattro sacerdoti della Diocesi di S. Angelo dei Lombardi fu tramutato, sempre ristretto, nel monastero di S. Maria delle Grazie in Salerno. La poesia, all’epoca dei fatti, era di pubblico dominio nel Golfo e, sebbene la Gran Corte di Potenza (46) avesse riconosciuto come autori D. Carlo Gallotti (47), D. Agnesina e D. Concettina Veri di Maratea, il sacerdote venne lo stesso trattenuto in prigione. Tra le diverse suppliche in cui chiese i provvedimenti di giustizia e metterlo in libertà, sostenne: “I suoi nemici lo accusarono falsamente. Finsero di trovare tal poesia, quando egli aveva dimorato d’apprima per sei mesi qui in Salerno, in quell’abitazione da loro scardinata, aperta, depredata, e lasciata poi in balia di tutti.”. La libertà veniva reclamata oltre che per sé anche per “assistere ai bisogni del padre e del fratello che languiscono nelle prigioni” (48)”. Dunque, anche in questo passaggio, Policicchio scriveva che, EMANUELE – uno dei cinque figli maschi del barone don Giovanni – era “sacerdote” ed infatti, scriveva che: D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci.”. Policicchio (….), a p. 214, nella nota (46) postillava: “(46) Sentenza del 15 febbraio 1850”. Policicchio, a p. 214, nella nota (47) postillava: “(47) Agli inizi del 1850, pur essendo stato riconosciuto autore della poetica composizione, ebbe dal Ministro dell’Interno, ramo polizia, il permesso, per un anno, di girare le Province del Regno e dare lezioni essendo egli “poeta estemporaneo”. Dallo stesso Ministro, in modo riservato, venne diramata circolare a tutti gli Intendenti con la quale si ordinava di essere il Gallotti diligentemente sorvegliato sia nei suoi movimenti che nei temi toccati e svolti durante le sue lezioni. L’intendente di Salerno, nell’accusare ricezione e ottemperanza della circolare, al Direttore della polizia in Napoli aggiunse: “stimo doveroso di sottomettere, evidenziando alla sua diligenza, che se mal non mi ricordo nel 1847 vi furono disposizioni contro di questo poeta, di non farlo cioè rientrare nel Regno, mentre egli si trovava nelle Marche di Ancona”. Alla fine di marzo, insieme alla moglie, si portò a Montano, ospite di D. Antonio Lauro di Torchito ed i temi trattati furono seguiti da quel giudice regio, D. Nicola De Majo. La mattina del 27 partì per Avellino. In giugno si recò a Caserta e poi in Piedimonte d’Alife. Alla fine dell’estate fece perdere le tracce di sé e in ottobre venne emanata altra circolare per “rintracciarlo e farlo mettere a stretta sorveglianza” (ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 89, f. 17).”. Policicchio, a p. 214, nella nota (48) postillava: “(48) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 135, f. 1.”. Su EMANUELE GALLOTTI, però, il Mazziotti, in altro testo dice alcune cose interessanti. Dunque, il sacerdote non era FILOMENO, ma era l’altro figlio di don Giovanni, ovvero don EMANUELE. Alcuni autori, però, hanno scritto che il sacerdote della famiglia Gallotti fosse don FILOMENO e non don EMANUELE. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 54, in proposito scriveva che: “Ed innanzi tutto chiede dei Gallotti alla cui casa si reca subito, guidato da una guardia doganale che era stata arrestata. Vi trova solo i fratelli, Emanuele ed il sacerdote d. Filomeno, il quale l’avverte che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele, si trovano al Fortino (12).”. Dunque, questo passaggio del Cassese conferma i quattro figli di Giovanni Gallotti. In questo passaggio però, Cassese scriveva che, nella faglia Gallotti – tra i cinque figli maschi del barone Giovanni Gallotti – vi era il “sacerdote don Filomeno”. In questo passaggio, Cassese scriveva che il sacerdote della famiglia era don FILOMENO, ma a me non risulta esatto. Io stesso, forse sulla scorta del Cassese commettevo lo stesso errore. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. E’ molto probabile che sbagliavo sulla scorta del Cassese. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. Etc…”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”. Dunque, Montesano (….) riteneva che, nella famiglia Gallotti fosse sacerdote il figlio don FILOMENO. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157-158-159, riferendosi al periodo del Carducci, in proposito scriveva che: La Gran Corte speciale, con sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Assolse come estraneo al fatto- Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchio tempo in carcere e poi subi due anni di domicilio forzoso in Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859, condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti ed a suo figlio Salvatore in dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finche con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto si trovarono scritti i nomi del Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Dunque, Mazziotti scriveva che, a seguito del Decreto Reale del 18 dicembre 1856, don Giovanni Gallotti e suo figlio Salvatore ottennero la grazia, mentre Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Insomma, don FILOMENO GALLOTTI – uno dei cinque figli maschi del barone don Giovanni non era il “sacerdote”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta il “17) Nicola Gallotti 1895” fino al “16) Filomeno Gallotti 1880”. Dunque, secondo il Tancredi (….), il dott. FILOMENO GALLOTTI eletto Sindaco nel 1880 e rimase in carica fino al 17° Sindaco, ovvero fino al 1895 quando fu eletto Sindaco di Sapri il dott. Nicola Gallotti – che apparteneva ad un altro ramo della famiglia – ovvero i Gallotti di Piazza Plebiscito. Nell’elenco dei “Sindaci di Sapri” pubblicato a p. 89 dal Tancredi (…), notiamo che nel 1883 doveva essere Sindaco di Sapri “16 –  Filomeno Gallotti, 1880” che restò in carica fino al 1895 con “17) Nicola Gallotti, 1895. Sempre su don FILOMENO GALLOTTI, Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 293, riporta il “Documento 12”, e in proposito scriveva: “18 febbraio 1895 – Sapri. Richiesta di approvazione degli Statuti della Confraternita di S. Vito, eretta per arginare la deleteria attività di una loggia massonica. A sua Eccellenza Mons. Cione Vescovo di Policastro. Mi onoro compiegare alla Eccellenza sua uno Statuto per le Regole della Confraternita laicale di San Vito Martire, già costituitasi il 10 corrente mese in Sapri, etc…”. Filomeno nella sua lettera indirizzata a mons. Cione, Vescovo della Diocesi di Policastro, il 18 febbraio 1985, spiega l’utilità della Confraternita di S. Vito nata per arginare una Loggia Massonica. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Policichio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”.

Nel 1850, don EMANUELE GALLOTTI, sacerdote di Sapri e figlio del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI e la poesia per Costabile Carducci

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 75, parlando dei “Parroci di Sapri”, in proposito scriveva che: “D. Emmanuele Gallotti 1826-1875.”. Dunque, da ciò che scriveva il Tancredi, DON EMMANUELE GALLOTTI – sacerdote di Sapri – nacque nel 1826 e morì nel 1875. Come ho già scritto, don EMMANUELE GALLOTTI era uno dei cinque figli del Barone di Battaglia don GIOVANNI GALLOTTI e di donna RACHELE GIUDICE. Su EMANUELE GALLOTTI, però, il Mazziotti, in altro testo dice alcune cose interessanti. Dunque, il sacerdote non era FILOMENO, ma era l’altro figlio di don Giovanni, ovvero don EMANUELE. Alcuni autori, però, hanno scritto che il sacerdote della famiglia Gallotti fosse don FILOMENO e non don EMANUELE. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 54, in proposito scriveva che: “Ed innanzi tutto chiede dei Gallotti alla cui casa si reca subito, guidato da una guardia doganale che era stata arrestata. Vi trova solo i fratelli, Emanuele ed il sacerdote d. Filomeno, il quale l’avverte che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele, si trovano al Fortino (12).”. Dunque, questo passaggio del Cassese conferma i quattro figli di Giovanni Gallotti. In questo passaggio però, Cassese scriveva che, nella faglia Gallotti – tra i cinque figli maschi del barone Giovanni Gallotti – vi era il “sacerdote don Filomeno”. In questo passaggio, Cassese scriveva che il sacerdote della famiglia era don FILOMENO, ma a me non risulta esatto. Io stesso, forse sulla scorta del Cassese commettevo lo stesso errore. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. E’ molto probabile che sbagliavo sulla scorta del Cassese. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno.”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”. Dunque, Montesano (….) riteneva che, nella famiglia Gallotti fosse sacerdote il figlio don FILOMENO. Dunque, Montesano (….) riteneva che, nella famiglia Gallotti fosse sacerdote il figlio don FILOMENO. E’ un errore. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci.”. Policicchio scriveva che, tra i figli del barone Gallotti il figlio che era sacerdote era don EMANUELE “sacerdote di Sapri”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157-158-159, riferendosi al periodo del Carducci, in proposito scriveva che: La Gran Corte speciale, con sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Assolse come estraneo al fatto- Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchio tempo in carcere e poi subi due anni di domicilio forzoso in Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859, condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti ed a suo figlio Salvatore in dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finche con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto si trovarono scritti i nomi del Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Dunque, Mazziotti scriveva che, a seguito del Decreto Reale del 18 dicembre 1856, don Giovanni Gallotti e suo figlio Salvatore ottennero la grazia, mentre Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”. Insomma, don FILOMENO GALLOTTI – uno dei cinque figli maschi del barone don Giovanni non era il “sacerdote”. Su EMANUELE GALLOTTI, però, il Mazziotti, in altro testo dice alcune cose interessanti. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157-158-159, riferendosi al periodo del Carducci, in proposito scriveva che: La Gran Corte speciale, con sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Assolse come estraneo al fatto- Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchio tempo in carcere e poi subi due anni di domicilio forzoso in Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859, condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti ed a suo figlio Salvatore in dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finche con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto si trovarono scritti i nomi del Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Dunque, Mazziotti scriveva che, a seguito del Decreto Reale del 18 dicembre 1856, don Giovanni Gallotti e suo figlio Salvatore ottennero la grazia, mentre Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 38-39 e ssg., in proposito scriveva che: “XII. Qualche mese dopo si tristi avvenimenti, nel febbraio 1849, in casa del signor Macario D’Alitto in Maratea un giovane poeta a nome Carlo Giuseppe Gallotti (2) ed una giovane denominata Teresa che lo seguiva e che passava per moglie di lui davano spettacolo di improvvisazione. Era allora profonda in tutta la contrada l’impressione del barbaro assassinio circondato ancora da un denso mistero! Uno degli astanti propose, poco prudentemente, quel tema ed i due poeti improvvisarono alcune strofe con questo ritornello: Ma Carducci invendicato No, per Dio !. non resterà. L’uditorio vibrante di emozione accompagnava il canto di quei versi. Gli’ improvvisatori, decorsi alcuni giorni, dovettero per desiderio generale ripetere la canzone al suono di un’arpa nel teatrino di Maratea tra il vivo sussulto del pubblico. La canzone, comunque non bella, divenne popolare trovando un eco negli animi impietositi da”, feroce sacrificio della nobile vittima (1). I ragazzi l’andavano cantando per le vie, i liberali di Sapri la sussurravano spesso a l’apparire di qualcuno degli autori dell’efferato delitto e dei più feroci reazionarii. I partigiani del Peluso denunziarono il fatto, la polizia indignata di quei versi, che, scriveva in una sua relazione, “facevano fremere d’ira e di dispetto tutti i fedeli sudditi del re„, ordinava l’arresto dei due malcapitati poeti, di molte persone che avevano assistito a quella serata teatrale e di Raffaele Grinnari che aveva spifferato sul viso al capourbano Peluso il noto ritornello. A carico di essi s’imbastì un processo ” per provocazione a commettere attentati e cospirazioni contro la sacra persona del re (D. G.) e per distrugger e cambiare il governo e provocare la guerra civile „! II Gallotti e la sua compagna e parecchi imputati riuscirono a sottrarsi a le ricerche dei gendarmi. La Gran Corte di Potenza il 25 febbraio ritenne che quella canzone non poteva avere la gravità attribuitale, ma solo poteva spargere il malcontento contro il governo. Il Gallotti cadde nelle mani degli sbirri nel corso del 1851 ; ma vi restò poco tempo perchè la stessa Gran Corte il 21 novembre del medesimo anno gli concedeva la libertà provvisoria. Al povero poeta si vietala però di tornare in Napoli ” per esercitarvi la professione letteraria„. Il re Ferdinando, cui egli si presentò in Castelluccio nell’anno successivo per implorare il permesso di andare in America, glielo concesse. Il Galletti, lasciati i suoi figli in Napoli, si stabili negli Stati Uniti d’America e di là anche nel 1859 inviava una supplica al re chiedendo di tornare nel regno (1).”. Matteo Mazziotti scriveva che, in seguito ai fatti del ’49 e della barbara uccisione del Carducci, a Maratea, in casa del sig. Macario d’Alitto (….), due giovani, il poeta CARLO GIUSEPPE GALLOTTI e la compagna TERESA, davano spettacoli teatrali improvvisati. Mazziotti, a p. 38, nella nota (2) postillava: “(2) I documenti del tempo lo dicono ora di Napoli, altre volte di Montesarchio e qualche volta di Maratea. Archivio di Napoli, carte dal 1848 al 1859, fascio 251. In una supplica dell’ 11 novembre 1859 egli si dice di Napoli, figlio di Giuseppe, già capitano aiutante maggiore nel 1848 e poi controllore dei dazi in Catanzaro, ove mori.”. Mazziotti, a p. 39, nella nota (1) postillava: “(1) Trascrivo nell’appendice la canzone.”. Mazziotti, a p. 40, nella nota (1) postillava: “(1) Tutte le notizie di questo paragrafo sono desunte da i documenti indicati. Archivio di Napoli, carte dal 1848 al 1850, fascio 251; stesso archivio, ministero esteri, espulsi, fascio 3864.”. Sul sacerdote don EMANUELE GALLOTTI, uno dei cinque figli maschi di don Giovanni Gallotti, ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci. Per ordine della polizia fu mandato prima nel monastero di Montoro per rimanervi “loco carcoeris” in attesa di provvedimento giudiziario. Ma poiché vi erano già altri quattro sacerdoti della Diocesi di S. Angelo dei Lombardi fu tramutato, sempre ristretto, nel monastero di S. Maria delle Grazie in Salerno. La poesia, all’epoca dei fatti, era di pubblico dominio nel Golfo e, sebbene la Gran Corte di Potenza (46) avesse riconosciuto come autori D. Carlo Gallotti (47), D. Agnesina e D. Concettina Veri di Maratea, il sacerdote venne lo stesso trattenuto in prigione. Tra le diverse suppliche in cui chiese i provvedimenti di giustizia e metterlo in libertà, sostenne: “I suoi nemici lo accusarono falsamente. Finsero di trovare tal poesia, quando egli aveva dimorato d’apprima per sei mesi qui in Salerno, in quell’abitazione da loro scardinata, aperta, depredata, e lasciata poi in balia di tutti.”. La libertà veniva reclamata oltre che per sé anche per “assistere ai bisogni del padre e del fratello che languiscono nelle prigioni” (48)”. Policicchio (….), a p. 214, nella nota (46) postillava: “(46) Sentenza del 15 febbraio 1850”. Policicchio, a p. 214, nella nota (47) postillava: “(47) Agli inizi del 1850, pur essendo stato riconosciuto autore della poetica composizione, ebbe dal Ministro dell’Interno, ramo polizia, il permesso, per un anno, di girare le Province del Regno e dare lezioni essendo egli “poeta estemporaneo”. Dallo stesso Ministro, in modo riservato, venne diramata circolare a tutti gli Intendenti con la quale si ordinava di essere il Gallotti diligentemente sorvegliato sia nei suoi movimenti che nei temi toccati e svolti durante le sue lezioni. L’intendente di Salerno, nell’accusare ricezione e ottemperanza della circolare, al Direttore della polizia in Napoli aggiunse: “stimo doveroso di sottomettere, evidenziando alla sua diligenza, che se mal non mi ricordo nel 1847 vi furono disposizioni contro di questo poeta, di non farlo cioè rientrare nel Regno, mentre egli si trovava nelle Marche di Ancona”. Alla fine di marzo, insieme alla moglie, si portò a Montano, ospite di D. Antonio Lauro di Torchito ed i temi trattati furono seguiti da quel giudice regio, D. Nicola De Majo. La mattina del 27 partì per Avellino. In giugno si recò a Caserta e poi in Piedimonte d’Alife. Alla fine dell’estate fece perdere le tracce di sé e in ottobre venne emanata altra circolare per “rintracciarlo e farlo mettere a stretta sorveglianza” (ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 89, f. 17).”. Policicchio, a p. 214, nella nota (48) postillava: “(48) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 135, f. 1.”.

Nel 16 gennaio 1851, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI e del figlio SALVATORE e Raffaele riuscì a dileguarsi

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Avanti si è detto che Garibaldi, a Sapri, fu ospite di Giovanni Gallotti, persona liberale il quale conobbe le prigioni borboniche. Non solo Giovanni soffrì per opinioni politiche sotto il Borbone, ma l’intera famiglia i cui membri erano annoverati tra gli attendibili politici. Le misure poliziesche contro elementi più progressisti o semplicemente sospettati, furono imponenti ed i migliori cittadini – nel campo dell’industria, delle arti o del pensiero – dovettero subire ignominiosi processi, montati dalla polizia e scontare conseguenti condanne in orribili bagni penali con i peggiori malviventi.”.

Nel 1852, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI e del figlio SALVATORE

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa.”. Paolo Emilio Bilotti, nel suo “La Spedizione di Sapri – Da Genova a Sanza”, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)….Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (16) postillava: “(16) M. Mazziotti, La reazione borbonica, ecc.., cit., p. 157. Secondo l’intendente di Potenza il “domestico” era stato il “latore della corrispondenza dei Gallotti con l’efferato Carducci” (ivi).”. Dunque, il Fusco, postillando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti citava il Mazziotti, Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, dove, a pp. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Il prete Vincenzo Peluso, l’autore del truce assassinio di Costabile Carducci, anelava di vendicarsi contro i suoi nemici, i liberali di Sapri. Ad ispirazione del vecchio prete che, ospite del palazzo reale di Napoli, godeva il favore della Corte, si istruì un voluminoso processo contro centoventuno individui, accusati di aver promosso disordini in Sapri allorchè erano andati in cerca del Carducci. Cominciarono gli arresti. Fin da la metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi,  spedito con un battaglione a reprimere la rivolta nel Cilento, aveva fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristofaro Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci. Il Falcone, probabilmente informato della visita poco gradita che lo attendeva, aveva prudentemente trascorso la notte altrove. Il Manzi però rinvenne un figlio di lui giovinetto, vivente tutt’ora, di nome Socrate e lo tenne in prigione qualche tempo nel castello ducale di Diano, come detentore di corrispondenze criminose trovate nella casa. Le corrispondenze però riguardavano il padre del giovine, sicchè dopo breve intervallo questi riebbe la libertà (1). Se non chè, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronchi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2).”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Nota del sottointendente di Vallo, Giuseppe Mollo, del 1° febbraio 1850, Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 8.”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (2) postillava: “(2) Verbale di arresto del 7 maggio 1850, incartamento suindicato.”. Mazziotti, a pp. 156-157 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Proprio nello stesso giorno la squadriglia Vairo arrestava nella pubblica piazza di Maratea i più accesi liberali del paese, tra cui Raffaele Ginnari, fido seguace del Carducci e Domenico Mercadante persona assai devota a la famiglia Gallotti, accorso anche egli a Sapri nel luglio. Di un altro seguace del Carducci, Pasquale Bifano di Torraca, so seppe la morte avvenuta il 10 marzo del 1849 in Basilicata. Le più attive indagini della polizia si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, con loro grande meraviglia, trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo, il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri, erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2°, pag. 8. Aveva preso parte all’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano ‘decurioni’.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”.  Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”.Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 94 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Capitolo III. Il Processo Carducci. I. In seguito a la denuncia del Lamberti e del Ginnari, il giudice regio Gaetano Bianchi, del circondario di Maratea, iniziava un processo per l’aggressione di Acquafredda. Si sapeva che la maggior parte dei colpevoli era del comune di Sapri, il quale è compreso nel circondario di Vibonati; quindi il Bianchi per l’accertamento di essi, si rivolse al suo collega Michele Palieri. Il Palieri, profondamente compreso del suo dovere, si pose sollecitudine a l’opera, ma purtroppo lo attendevano le più amare sorprese. Allorchè il giorno 8 luglio sbarcò a Sapri il colonnello Recco. Il buon giudice si vide, lui, il primo funzionario del paese, ricevuto con aperto dispregio dal colonnello. Dovette vedere invece il prete Peluso accolto con dimostrazioni di ossequio e portato in trionfo, sciolta la guardia nazionale e ricostruita la guardia urbana sotto il comando proprio di un fratello del Peluso. E questo prete indegno, macchiato di tanti misfatti, saliva tra le acclamazioni e le feste su una nave regia mandata a bella posta per lui!”. Mazziotti, ancora, a p. 95 e ssg. in proposito scriveva: “Il Palieri indignato di simile impudenza si apprestava a procedere per questo sendo misfatto, quando nel pomeriggio del giorno 13 gli si disse dell’approdo del maggiore Manzi, con un battaglione di cacciatori. Affrattatosi a là rada ebbe ad assistere a le cordiali accoglienze del Manzi a i capiurbani Pecorelli e Peluso, che con i loro proseliti arrivavano a frotte, evidentemente prevenuti dell’arrivo. Il Manzi, allineato il suo battaglione sul lido, lesse ad alta voce, con tono solenne, una lettera del ministero della guerra che incitava i due capiurbani di Policastro e di Sapri “a cooperarsi per il felice successo della truppa”…..Giovanni Gallotti, pochi giorni prima elogiato pubblicamente “per avere garantito l’ordine e cercato di assicurare degli assassini a la giustizia” (1) fu ricevuto tanto male, che sdegnosamente lasciò Sapri appartandosi nella sua villa al Fortino. Nonostante questo doloroso spettacolo, il Palieri, ….non temette di avvicinarsi al Manzi, in atto di saluto cortese e deferente. Ma l’arrogante ufficiale, anzicchè corrispondergli gentilmente, gli scagliò contro parole sconcie e villanee quindi gli volse superbamente le spalle. A questa vista le bande del Peluso e del Pecorelli si diedero a sghignazzare e poi quasi, inebriate da la gioia, a correre per le vie mettendo grida minacciose ed insolenti contro i migliori del paese. Etc…”. Mazziotti, proseguendo il bel racconto riferisce delle gravi traversie che dovrà affrontare il giovane giudice di Vibonati Gaetano Palieri. Mazziotti, a p. 97, nella nota (1) postillava: “(1)  Archivio di Napoli, incartamento Palieri, sa lettera del 14 luglio 1848 al procuratore generale di Salerno.”. Sempre sul giudice Palieri, il Mazziotti parlando della visita a Sapri del Recco nella nota (1) di pagina 99 postillava: “(1) Processo Carducci, vol. 2°, parte 2°.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 104 e ssg. parlando del “Capitolo III – Il Processo Carducci”, in proposito scriveva che: Per la continua ispirazione del prete si giunse al punto di accusare il Palieri di avere nel gennaio favorito l’invasione delle bande cilentane, e di poi, nel luglio, tentato in complicità con il Gallotti, di liberare e di proteggere un bandito. Bastò questo per creare contro il giudice regio un processo per lesa maestà. E mentre il Palieri, ignaro di tutta questa trama, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, …..Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”.

Nel 1852, la reazione borbonica e l’arresto di CRISTOFARO FALCONE

Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 194 in proposito scriveva che: Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, dove, a pp. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Il prete Vincenzo Peluso, l’autore del truce assassinio di Costabile Carducci, anelava di vendicarsi contro i suoi nemici, i liberali di Sapri. Ad ispirazione del vecchio prete che, ospite del palazzo reale di Napoli, godeva il favore della Corte, si istruì un voluminoso processo contro centoventuno individui, accusati di aver promosso disordini in Sapri allorchè erano andati in cerca del Carducci. Cominciarono gli arresti. Fin da la metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi,  spedito con un battaglione a reprimere la rivolta nel Cilento, aveva fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristofaro Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci. Il Falcone, probabilmente informato della visita poco gradita che lo attendeva, aveva prudentemente trascorso la notte altrove. Il Manzi però rinvenne un figlio di lui giovinetto, vivente tutt’ora, di nome Socrate e lo tenne in prigione qualche tempo nel castello ducale di Diano, come detentore di corrispondenze criminose trovate nella casa. Le corrispondenze però riguardavano il padre del giovine, sicchè dopo breve intervallo questi riebbe la libertà (1). Se non chè, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronchi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2).”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Nota del sottointendente di Vallo, Giuseppe Mollo, del 1° febbraio 1850, Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 8.”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (2) postillava: “(2) Verbale di arresto del 7 maggio 1850, incartamento suindicato.”. Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”.

Nel 23 dicembre 1856, la Gran Corte Criminale graziò don Giovanni GALLOTTI ed il figlio Salvatore

Mazziotti, Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912,  a pp. 157-158, in proposito scriveva che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2°, pag. 8. Aveva preso parte all’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano ‘decurioni’.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”.  Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, …..Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”.

Nel 29 giugno 1857, Pisacane, a Sapri si reca nella casa del barone don Giovanni Gallotti in via Nicodemo Giudice dove incontra solo i figli Emanuele, Raffaele ed il sacerdote don Filomeno e Salvatore  

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque scrivevo che a Sapri, Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Ad esser sincero in questo passaggio non sono stato molto chiaro. In primo luogo non ho chiarito se i due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallotti fossero i fratelli del barone don Giovanni Gallotti o fossero altri due fratelli del sacerdote don Filomeno Gallotti. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Altre notizie sui Gallotti ci vengono da  Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…..Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Sempre sui Gallotti, il Bilotti ne parla nel capitolo dedicato al Fortino. Il Bilotti, a p….., in proposito scriveva che: “….e vi si fermarono non soltanto per riposare e prendere un pò di cibo fornito alla meglio dal Cioffi, ma anche per attendere aiuti promessi o richiesti. Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, i quali poco dopo si distaccarono, forse con la promessa di affrettare l’arrivo di uomini e di vetttovaglie. Il loro padre, e l’altro fratello, Salvatore, rimpatriati da appena un mese per sovrana indulgenza, si trovavano in Lagonegro, ivi forse fuggiti, come opina il Fischietti, alla notizia dello sbarco dei rivoltosi. Essi avevano molto sofferto ed avevano legittima paura di nuve compromissioni (1).”. Bilotti, a p. 200, nella nota (1) postillava che: “(1) Tale precauzione del resto non valse a preservarli da un nuovo arresto.”. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberli di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.

Nella notte del 28 giugno 1857, il sotto-capo degli Urbani di Sapri, don GIUSEPPE GALOTTI

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, furono accerchiati e fatti prigionieri, erano Domenico Esposito, Francesco Cajafa, Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale, Filippo Fiorentino, Alfonso Panico e Nicola Calderaro, nipote del Peluso, che nel 1848 aveva fatto parte della comitiva che aveva sacrificato la vita del Carducci; solo il Gallotti ed altri due si salvarono.”. Dunque, scrivevo che del manipolo di urbani che si erano recati da Sapri a punta Fortino dove vi era il posto doganale e dove, presso la vicina spiaggetta del Buondormire era sbarcato il grosso dei “Trecento”, furono accerchiati ed arrestati dai rivoltosi. Solo il sotto capo urbano don Giuseppe Gallotti si salvò insieme ad altri due. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 183-184, in proposito scriveva che: Gli urbani si recarono all’Oliveto per tenere d’occhio il piroscafo e spiarne le mosse, ma egli non ebbe tempo a rasserenarsi, perchè i rivoluzionarii erano sbarcati con sorprendente sveltezza e dato assalto al posto doganale e disarmatolo, avevano in un momento invasa larga zona gridando: Viva l’Italia……Al primo incontro con gli sbarcati gli urbani temendo d’essere accerchiati, si diedero a precipitosa fuga. I più svelti si posero subito al sicuro, gli altri raggiunti vennero disarmati (2), rimanendovi prigionieri Domenico Esposito, Francesco Coia (o Cajafa), Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale e Nicola Calderaro (3). Quest’ultimo, nipote del Peluso, era stato uno della comitiva che aveva nel 1848 sacrificato il Carducci. Rimasero del pari prigionieri la guardia di dogana Filippo Fiorentino ed Alfonso Panico.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (2) postillava: “(2) Telegramma 1° luglio 1857, dell’intend. al generale Scotti in Nocera.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”. Infatti, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 189-190, scriveva pure che: Il sotto-capo D. Giuseppe Gallotti dal canto suo temendo l’incontro coi ribelli, si nascose dietro alcuni scogli e poco dopo si allontanò del tutto, traversando a nuoto un piccolo seno di mare (1).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (1) postillava: “(1) Rapporto 1° agosto 1857 del sottointendente di Sala sulle benemerenze.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici. L’avviso non li aveva raggiunto, ed essi avevano lasciato la città….il giovane Nicotera…..per cercare l’amico Giordano. Non c’era nessuno.”.

Nel 29 giugno 1857, Pisacane, a Sapri cerca di Matteo GIORDANO, sarto di Omignano ed emissario di Michele  MAGNONE

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Intanto il 14 maggio Fanelli era riuscito a riallacciare i rapporti con Michele Magnone, il quale dal carcere di Salerno, per mezzo di un nipote, dirigerà poi le operazioni nel Cilento con grande difficoltà e pericolo, ma con scarso risultato (54). A Genova, la sera del 4 giugno, alla presenza di Mazzini, viene fissata la data della spedizione per il 10 giugno. Si avverte Fanelli, il quale ne dà comunicazione a Magnone. Costui dovrà far trovare a Sapri, all’alba del 13 persona fidatissima (il sarto Matteo Giordano), che si presenterà ai capi appaena sbarcati facendosi riconoscere con la parola d’ordine: “L’Italia per gl’Italiani, e gl’Italiani per essa”; poi, dopo aver spedito messi in Basilicata e a Salerno, farà da guida alle forze rivoluzionarie: Magnone, appena appresa la notizia, invierà corrieri nel Cilento, che faranno insorgere quelle popolazioni (55).”. Purtroppo le cose non andranno così. Cassese, a p. 27, nella nota (54) postillava: “(54) De Monte, op. cit., pp. CCIX sgg.”. Cassese, a p. 28, nella nota (55) postilla: “(55) De Monte, op. cit., p. CCX.”. Il testo citato dal Cassese è di Luigi De Monte (….), ed il suo “Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla Spedizione di Sapri accompagnata da etc…”, Napoli, 1877. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Cassese, a p. 199, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 18° vi è la descrizione delle forze del partito e degli ostacoli a doversi superare’….Condizioni generali”,  ( e a p. 200) aggiungeva: “A Sapri. Matteo Giordano, sarto, con altri (scritto nel biglietto di carattere del socio: questa è la persona che desiderate). Italia per gli Italiani, e gl’Italiani per essa. Cercate a Sapri del Barone Gallotti.”. Dunque, secondo il biglietto (il n° 18) ritrovato nel portafogli di Carlo Pisacane a Sanza, si evince che egli doveva incontrare il sarto Matteo Giordano. Perché Pisacane voleva incontrare questa persona ? Chi era Matteo Giordano ?. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Esaurita l’azione in Sapri senza alcun risultato apprezzabile, Pisacane, avendo invano atteso quel Matteo Giordano che avrebbe dovuto incontrare colà, si mosse alla volta di Torraca (20).”. Cassese, a p. 56, nella nota (20) postillava: “(20) Il nome di Giordano fu trovato negli appunti di Pisacane. Questo bravo popolano il mese avanti compì puntualmente il suo dovere; questa volta, non essendo stato avvertito in tempo, rimase inattivo. V. l’incartamento che lo riguarda in B. 197, vol. 11.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”.  Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Effettuato lo sbarco, due manipoli guidati rispettivamente da Pisacane e da Nicotera entrano in Sapri quando ormai era già sera inoltrata. Pisacane cercò subito colui che doveva essere il suo punto di riferimento così come gli aveva comunicato Fanelli con la lettera (già riportata) del 27 di maggio, il sarto di Omignano Matteo Giordano, ed altri liberali, tra i quali essenzialmente i Gallotti, che si dovevano far conoscere “col motto ‘Italia per gli Italiani, e gli Italiani per essa” (10). Non si trovò né Giordano né Giovanni Gallotti, vecchio liberale tanto attivo nel ’48, probabilmente perchè non informati. Fanelli, nella lettera del 20 maggio a Pisacane, era stato, senza volerlo, giusto profeta: “L’insurrezione giungerà inattesissima, ma desiderata da tutti come la mamma…”(11). In realtà molti non volevano tale “mamma”, per i molteplici motivi che abbiamo già esposto, ed in seguito all’allarme dato dal Fischetti erano fuggiti (12) o si erano barricati in casa.”. Fusco, a p. 288, nella nota (10) postillava: “(10) Cfr. cap. V, n. 36. Negli scritti trovati addosso a Pisacane figurava il nome del sarto di Omignano (ivi, P. s.S., Atti Istruttori, b. 197, vol. XI).”. Fusco, a p. 288, nella nota (11) postillava: “(11) Cfr. cap. V, n. 35.”. Dunque, Matteo Giordano era il sarto di Omignano, dunque era fiduciario della famiglia patriottica di Magnone., in contatto con il Comitato Napoletano e col Fanelli.

IL PROCLAMA DI PISACANE SCRITTO IN CASA GALLOTTI

Nella notte del 28 giugno 1857, Pisacane, in casa Gallotti, ospite dei Baroni Gallotti scrisse il Proclama letto a Torraca

Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 220, in proposito scriveva che: “Il « Cagliari » durò un pezzo a bordeggiare poi sparì, e quando meno se lo aspettavano quei di Sapri, venne effettuito rapidamente lo sbarco nel luogo meno guardato, cioè tra Policastro e Sapri, in contrada Oliveto nel tenimento di Vibonati. E così nella notte tra il 28 e 29 giugno Carlo Pisacane e Giovanni Nicotera si trovarono su quella spiaggia, seguiti da quel pugno di generosi, con coraggio più unico che raro, ed innalzarono lo stendardo dell’insurrezione al grido di « Viva l’Italia ! ». Così essi si spinsero in un’impresa, della quale nel loro patriottismo non si curavano neppure di misurare il temerario ardimento: era ardimento eroico dinanzi al quale chiunque ama il suo paese deve inchinarsi. Approdata che fu quella coorte sul lido di Sapri, Pisacane e Nicotera sparsero per quei luoghi il seguente proclama: << Cittadini ! E tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II; a voi basta volerlo. La Capitale aspetta dalle provincie il segnale della ribellione per troncare la quistione in un colpo solo. Per noi il Governo di Ferdinando ha cessato di esistere, ancora un passo e avremo il tempo, facciamo massa e cominciamo dove i fratelli ci aspettano; noi abbiamo lasciato le famiglie e gli agi della vita, per gittarci in una intrapresa che sarà il segnale della rivoluzione, e voi ci guardate freddamente come se la causa non fosse la vostra ? Vergogna a chi potendo combattere non si unisce a noi. La vittoria non sarà dubbia; il vostro esempio sarà seguito dai paesi vicini, il nostro numero crescerà ogni giorno più, e in breve, tempo saremo un esercito di libertà. ». “Gli abitanti però non risposero all’appello (1).”.

Nel lunedì, 29 giugno 1857, la decisione di partire presto per Torraca

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 191-192, in proposito scriveva che: “Nulla avendo a sperare in Sapri, la Spedizione, la quale aveva passata la notte sulla spiaggia, pensò di liberare i prigionieri, meno Giuseppe Pasquale, Domenico Menta e Nicola Schettino che trattenne per guide, e decise di partire subito per Torraca.”. Dunque, a Sapri, Pisacane liberò alcuni prigionieri, tra cui Giuseppe Pasquale, Domenico Menta e Nicola Schettino che erano stati fatti prigionieri dalla truppa al posto doganale del Fortino. Sempre il Bilotti continua a scrivere che a Sapri, Pisacane decide di non idugiare e: “E fu bene presa quella decisione, quantunque alcuni proponessero di indugiare in Sapri almeno fino a mezzogiorno, in attesa di quegli aiuti che si sarebbero dovuti trovare all’ora dello sbarco e che forse erano in cammino. Ma aiuti non ne erano e non ne sarebbero andati, e ritardando si sarebbe corso rischio di veder demoralizzata quella massa composta in gran parte da persone che non avevano veduto armi se non in mano ai gendarmi od ai soldati. Nè tardarono a manifestarsi i primi sintomi di pericoloso scoramento, poichè non vedendo in Sapri le promesse forze, disertarono subito, quasi appena sbarcati, quattro uomini della Spedizione, cioè Bartolomeo Sapio da Monteforte, Luigi Diano da Nocera ed altri due che si diressero verso il distretto di Lagonegro dove il giorno seguente caddero in potere della polizia (1).”. Bilotti, a p. 192, nella nota (1) postillava: “(1) Arch. di Salerno – Disb. vol. 10”. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Di là passarono nel vicino comune di Tortorella e vi lessero un proclama eccitante alla insurrezione e ripetettero le stesse grida, e poscia proseguendo vittoriosamente per quei vicini villaggi giunsero a Padula nella sera del giorno 30.. Nel suo libretto di lodi a Giovanni Nicotera, il Guglielmini (….), di cui ho pubblicato integralmente le pagine della sua opera in un altro mio saggio, pare che scriva che Pisacane si fermi a Tortorella, dove avrebbe letto il suo ultimo proclama, e non a Torraca.

Nel 30 giugno, 1857, Pisacane ed i suoi “Trecento”, al Fortino del Cervaro (di Casaletto Spartano)

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150). Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.. Decio Albini (….), nel suo “La Spedizione di Sapri e la Basilicata”, a p. 23, in proposito scriveva: “La Basilicata, dunque, nella impresa di Sapri aveva un cómpito importantissimo e furono circostanze estranee ad essa se questo compito non potè mantenere integralmente. Aurelio Saffi, nella prefazione al vol. IX delle opere di Mazzini, afferma: « è noto come alla fidanza delle opere e al forte inizio dei fatti di Pisacane mal rispondessero con inesplicabile abbandono dopo le promesse date i suoi concittadini e noti sono purtroppo i fieri casi e l’ultima strage dei generosi che per amore d’Italia si avventurarono a crudel morte fra gente ignara e selvaggia» (1).”. Albini, a p. 23, nella nota (1) postillava: “(1) Un tal Venosta, in una partigiana ed astiosa narrazione della spedizione di Sapri, è giunto perfino a scagliar insulti contro un valoroso patriota di Montalbano Jonico, il compianto Dott. De Leo, cui move accusa di aver riferito al governo l’accaduto di Ponza. Questa accusa fu una calunnia, ed è davvero deplorevole come per non pochi scrittori la storia non sia lux ceritatis.”. L’accusa di Felice Venosta: Nelle sue opere sulla storia del Risorgimento (come gli scritti sui Fratelli Bandiera e i moti mazziniani), lo storico e patriota Felice Venosta accusò Vincenzo De Leo di aver boicottato la spedizione. Secondo il Venosta, il De Leo – ex compagno di prigionia a Ventotene – avrebbe convinto i detenuti politici a non imbarcarsi dopo aver appreso che l’obiettivo non era instaurare la monarchia murattiana. Sempre l’Albini (….), a p. 24, in proposito aggiungeva: “Se è vero che i sacrifici servono a protesta, se non a vittoria, non dimostra però minor valore e virti saper salvare l’organizzazione per tempi migliori. E questi tempi vennero: tre anni dopo la Basilicata spiegò il silenzio di Sapri, insorgendo prima che Garibaldi avesse passato il Faro, prima delle altre provincie del continente meridionale. Ai XVI Agosto 1860, data antesignana della nostra redenzione, la Basilicata onorò nella forma più splendida e nelle solenni feste della patria il sacrificio e la memoria di Carlo Pisacane, il cui nome rimane all’età ventura esempio di mirabile valore. La spedizione di Sapri e la organizzazione ordinata e condotta nelle provincie per secondarla scossero la dinastia dei Borboni. Pisacane iniziò con meraviglia di perseveranza e di audacia sfortunata quello che poi Garibaldi con felici auspici riusci a compiere. Tre anni dopo Sapri vennero Marsala e il Volturno, come tre anni dopo Mentana venne la breccia di Porta Pia.”.

Nel 6 luglio 1857, il barone di Battaglia don GIOVANNI GALLOTTI ed il figlio SALVATORE, furono arrestati a Lagonegro ed il 31 ottobre 1857 furono condannati

Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”.  Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”.Mazziotti, a p. 160, nella nota (1-2) postillava: “(1-2) Archivio di Salerno, gabinetto anno 1859, s.z., n. 6, carte fuse, fascio 14, n. 929.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, scriveva che i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: “Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26)……Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159″. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 216-217, racconta pure che: “Sei mesi più tardi si ebbe la spedizione del “bel Capitano”! Addosso a Pisacane, ucciso come tutti sappiamo nel conflitto di Sanza il 2 luglio 1857, furono trovati due biglietti riguardanti Giovanni Gallotti. Uno recava la scritta: “CERCARE A SAPRI DEL BARONE GALLOTTI”. L’altro: “GIOVANNI GALLOTTI AL FORTINO”. Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi. Dopo la disfatta di Padula e Sanza, da un filone di indagini emerse che a Sapri, Giovanni Gallotti, aveva presentato a Pisacane un cassettino con circa 15 rotoli di polvere da sparo e che altri della famiglia, al Fortino, ebbero contatti con i ribelli facendo sapere a Pisacane che tutto era pronto per la rivolta e che da 15 giorni la famiglia pagava gente con la diaria di 40 grana giornaliera. Inoltre, un membro della famiglia, incoraggiando le masse, asseriva che a Padula avrebbero trovato gente armata. Tutti sappiamo, che le cose così non andarono. Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi a Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.”. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”. Policicchio, a p. 217, in proposito scriveva: “Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi. “All’indomani però dopo una mezz’ora fatto giorno alquanti faziosi andarono nella casina Gallotti, ed uno di essi, che D. Salvatore poscia disse essere il capo dell’orda, ascese sulla stanza superiore, i Gallotti si alzarono e vi discorsero qualche quarto d’ora, e quindi, rimasto in casa il solo Salvatore, Raffaele e Filomeno ne sortirono con quegl’insorti e quando la turba mosse per Casalnuovo i Gallotti rientrarono nel casino (52).”. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15”. Policicchio, a p. 216, nella nota (51) postillava: “(51) Ivi, b. 51, f. 15.”. Policicchio, a p. 217, nella nota (52) postillava: “(52) Ivi, b. 33, f. 64.”. Policicchio, a p. 217, in proposito aggiungeva: “In conseguenza dei fatti di Pisacane, Giovanni Gallotti e il figlio Salvatore furono arrestati il 6 luglio 1857. Raffaele e Filomeno, accusati di reità di Stato per aver attentato alla sicurezza interna, furono latitanti (53).”. Policicchio, a p. 217, nella nota (53) postillava: “(53) Al potere giudiziario, per gli avvenimenti del 1857, furono anche passati elementi che prevedevano l’arresto di Raffaele e Filomeno Gallotti. Ma la gran Corte, con decisione del 21 dicembre 1858 “riservata la provvidenza di giustizia sulla spedidizione il mandato d’arresto”, richiesto dal Pubblico Ministero, a quando sarebbe stato espletato il giudizio a carico di Giovanni Matina e altri 11 coimputati.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum in onore del nuovo sovrano, al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”. La cerimonia si concluse con un lauto banchetto offerto dal capitano della Guardia Nazionale agli indigenti. E’ da ricordare che i figli di Giovanni Gallotti, in occasione della spedizione di Sapri, diedero ospitalità a Pisacane ed ai suoi compagni al Fortino, mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 387, in proposito scriveva che: “Ond’è che giustamente Michele Lacava, concordando col pensiero del de Meo, nota “che gli uomini del 1848 presero parte secondaria nella rivoluzione del 1860; le persecuzioni, le galere, avevano in essi fatto venir meno la fede dell’avvenire della Patria. La rivoluzione del 1860 fu in gran parte opera della goiventù che non aveva precedenti positivi. (10).”. Cassese, a p. 388, nella nota (19) postillava: “(19) Vedi Lacava, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero, Napoli, A. Morano, 1865.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 291, riferendosi a Giovanni Nicotera, in proposito scriveva che: “Anche in questo costituto tenne parola delle trame dei Murattiani, ma sempre tacendo i nomi di coloro che vivono nell’interno del regno. Confermò poi i diversi proclami da lui sotoscritti, sebbene gli sarebbe stato facile negarli a causa della ferita alla mano dritta che gl’impediva di scrivere, e quindi fare il confronto del carattere, come pure la missione che si era dato appena giunto a Sapri di arrestare e fucilare il capourbano Peluso, che è precisamente quello che assassinò l’infelice Carducci. In una parola, dai suoi costituti nulla rilevasi che possa menomamente far male, né agli uomini del suo partito, né al suo principio politico, né infine agli stessi Murattiani che sono nel Regno.”Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il processo di Salerno”, a pp. 47-48, in proposito scriveva: “Prendendo spunto da una dichiarazione fatta dal Nicotera nell’interrogatorio del 9 luglio, in cui egli disse che il barone Gallotti, l’uomo cui gli sbarcati avrebbero dovuto rivolgersi, “non si fece mica vedere”, Spirito disse: “Ma, non iscorgete voi, o signori, in queste parole il dispetto che sentiva il Nicotera contro colui che aveva il dovere di farsi trovare, ed invece non si fece vedere ?….I figli del barone Gallotti resero dei favori, dei servizi al Pisacane e al Nicotera e i loro nomi non comparvero; il barone Gallotti se ne fuggì, e Nicotera dette una certa indicazione che non fu certo una difesa pel barone Gallotti. Ora io penso: Nicotera ha creduto forse nel rendere qualche servizio ai Borboni di soddisfare altresì un certo suo sentimento di non nobile vendeta? Questo, o signori, me lo farebbero sospettare quasi tutti i nomi che egli ha indicato. Contro ciascuno di essi Nicotera ha dimostrato prima o poi di avere qualche ragione di risentimento. Difatti, il Gallotti non si fece vedere; il Santelmo che fu da lui chiamato taditore a Palermo e per cui ci dovette essere una sentenza di un consiglio di guerra che lo dichiarò innocente; l’Albini, che dal distretto di Lagonegro doveva prima di ogni altro soccorrere la spedizione ed a cui Nicotera, un giorno a Napoli fece aspri rimproveri per non essersi mosso; Pateras, come risulta dalla storia del Comitato di Napoli, doveva andare a sollevare la Basilicata, la quale doveva essere il centro della rivoluzione, e non andò o non poté andare; ….etc…Nel rapporto che l’11 luglio il Pacifico inviò al Ministro di Grazia e Giustizia, in seguito all’interrogatorio del 9 del Nicotera, si può leggere: “Nel foglio 5 sono indicati i nomi di Giovanni Gallotti al Fortino, Venanzio Aldini, Antonio Sant’Elmo. Per le spieghe date dallo stesso Nicotera, eran quelli da cui si doveva far capo nello sbarco a Sapri”(50).”. Capone, a p. 48, nella nota (50) postillava: “(50) A.S.N., Min. Grazia e Giustizia, b. 5268, v. 7; nella stessa occasione Nicotera indicò come appartenenti a persone di Genova, molti nomi segnati nei documenti di Pisacane, e disse che Giovanni Bazigher, attaché della legazione inglese era persona cui si doveva far capo (ibiem). Sul Gallotti, v. la testimonianza di G. Fischetti (Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1857) il quale affermò che il Gallotti, alle notizie dello sbarco dei rivoltosi, fuggì a Lagonegro per non compromettersi; v. P.E. Bilotti, op. cit., p. 199.”. Devo però precisare che il testo del Fischetti non fu scritto nel 1857 come scrive Capone ma fu scritto all’epoca di Nicotera Ministro proprio per ingraziarselo. Capone, a pp. 48-49 aggiunge: “Ora in un foglio di appunti presi dal Pacifico dopo l’interrogatorio del Nicotera era scritto fra l’altro: “Dirigere le indagini verso il Barone Gallotti…Procurare di conoscere i due padulesi che andarono incontro all’orda”(52). In seguito alle indicazioni del Nicotera furono arrestati Antonio e Angelo Forte etc….”.

Nel 1857, i GALLOTTI, baroni di Sanza e di Morigerati, attendibili ma anche filoborbonici

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. Uno di essi è decurione, un altro è supplente giudiziario (entrambi hanno pratiche illecite), sicché “disgraziatamente le cariche vengono dalla detta famiglia occupate, perché oltre ai medesimi evvi d. Diomede Gallotti, figlio al supplente Sindaco e Consigliere distrettuale, e D. Gaetano 1° Eletto”. “Costoro – ribadisce in altro rapporto il sottointendente – che si arrogano il titolo di Baroni, non desiderano le cariche comunali che per esercitare un dispotismo tanto più nefando, in quanto gravita su una popolazione misera e bisognosa”. Le frodi a danno dell’amministrazione comunale, del Monte frumentario, e dell’intera popolazione erano fatti di dominio pubblico, e perciò sottoposti ad essere travisati ed esagerati con elementi fantastici. La realtà di essi però rimaneva, e non potè esimere l’autorità provinciale dall’adottare il provvedimento della destituzione del sindaco e del cancelliere comunale, del Primo Eletto d. Gaetano, nonché del decurione d. Francesco Gallotti il quale, perché si emendasse dei sui turpi vizi, fu per un breve periodo rinchiuso nel monastero di Sanza. Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Sui Gallotti di Morigerati, fino a poco tempo fa era vivente CLORINDA FLORENZANO, zia di Fausto e di Teresa Florenza (anche lei da poco scomparsa). Clorinza è stata l’ultima discendente della famiglia Gallotti di Morigerati. Clorinda ci ha lasciato il Museo Etnografico di Morigerati che nasce da una collezione privata iniziata negli anni ’60 proprio da Clorinda Florenzano con l’aiuto della sorella MODESTINA. Clorinda, insieme alle sorelle Gemma e Modestina, è ultima discendente di un’antica e nobile famiglia, quella dei baroni Gallotti.

Nel 1858, CESARE GALLOTTI, Ministro della Giustizia del Regno delle Due Sicilie 

Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 34, in proposito scriveva che: “Oltre di essi abbiamo visto dei Ministri; nel 1858 il concittadino Avvocato Generale Cesare Gallotti, venuto per affari personali, quando era Direttore del Ministero di Giustizia, etc…”. Dunque, Raele scriveva che l’Avvocato Generale, Cesare Gallotti (…), nel 1858, Direttore del Ministero della Giustizia del Regno delle Due Sicilie sotto il regno di Ferdinando II, era di Lagonegro e, nel 1858 si recò a Lagonegro per affari personali. Non sappiamo se i Gallotti di Lagonegro fossero imparentati con i Gallotti di Casaletto Spartano, quelli per intenderci che avranno un ruolo nello Sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane a Sapri. Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 479, in proposito scriveva che: “………”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.

I DE STEFANO, NOBILI DI CASALNUOVO e PARENTI DEI GALLOTTI

Sui GALLOTTI di Battaglia e Sapri ha scritto pure Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 60, che, riferendosi al movimento a Casalnuovo in occasione della Spedizione di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: “Messisi in marcia verso Padula, giunsero nel pomeriggio a Casalnuovo. Qui, come sappiamo, era già giunto Mansueto Brandi e si era subito recato dai baroni Baldassarre ed Ermenegildo De Stefano, parenti dei Gallotti, forse per sollecitarli a far causa comune coi rivoltosi. Baldassarre era il capurbano, ma, come del resto lo stesso fratello era un pusillanime.. Dunque, alle precedenti notizie anagrafiche sui Gallotti, il Cassese ci dice che il capurbano di Casalnuovo (odierno Casalbuono), BALDASSARRE DE STEFANO e suo fratello ERMENEGILDO, entrambi Baroni di Casalnuovo, erano parenti dei Gallotti. Infatti, sulla rete troviamo scritto che i feudatari di Casalnuovo (SA). Sempre Cassese, sui de Stefano di Casalnuovo, a p. 60, in proposito aggiungeva: “Baldassarre era il capurbano, ma, come del resto lo stesso fratello, era un pusillanime….Pisacane accompagnato dal Brandi si recò in casa De Stefano e dai balconi esplorò lungamente la zona col cannocchiale (34).”. Cassese, a p. 60, nella nota (34) postillava: “(34) Per gli avvenimenti di Casalnuovo v. tutta la B. 200, voll. I-XV. Il giudizio sui De Stefano è del giudice istruttore di Sala, B. 204, vol. XL, c. 26”.

I GALLOTTI E LA RISALITA DI GARIBALDI VERSO LA CAPITALE

Nel 1860, il barone Giovanni GALLOTTI nominato Maggiore nell’Esercito Meridionale e Capitano della Guardia Nazionale

Come vedremo nei prossimi saggi, i Gallotti del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI e dei suoi figli maschi, SALVATORE, FILOMENO, EMANUELE ebbero un ruolo certamente importante negli avvenimenti che precedettero e seguirono l’arrivo il 3 settembre 1860 del generale Giuseppe Garibaldi. I Gallotti da sempre anti-borbonici, soprattutto nei mesi precedenti l’arrivo di Garibaldi a Sapri organizzare e tenere le fila degli aiuti e dell’organizzazione logistica nel porto di Sapri che da lì a poco diventerà un importante testa di ponte per il trasporto delle truppe nella capitale napoletana. Nel settembre del 1860, Sapri diventò un punto strategico per l’arrivo delle forze garibaldine che dalla Sicilia seguirono Garibaldi fino alla Capitale del Regno delle Due Sicilie. Poco è stato indagato su questi avvenimenti e su quei frangenti. Come poi vedremo, in seguito, i Gallotti ospitarono nel loro Palazzo di famiglia il generale Garibaldi, Agostino Bertani ed il generale Cosenz che da Sapri poi proseguirono la loro marcia e si fermarono al Fortino di Battaglia.

 

(Fig. n….) Lettera di don Giovanni Gallotti al Prefetto di Salerno – Archivio di Stato di Salerno – Gabinetto Prefettura, b. 1, f. 1

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, etc….”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella (….), e del suo “Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870)”, Lodi, Ellebi, 2000; oppure Amicarella Romolo, “Il Risorgimento in Basilicata. I Lucani nelle guerre di indipendenza dal 1848 al 1870″. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio, Cajazzo ha scritto anche Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”.

Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, RUSTOW, alle 16,00 pranzava ospite di don ANTONIO, in una casa posta nel mezzo del paese

Dell’arrivo di Garibaldi a Sapri vi è la testimonianza di un testimone diretto quale è stato il colonnello polacco Wilhelm (Guglielmo) Rustow. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a p. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina.”. Dunque, Rustow, racconta che, a Sapri, il 3 settembre 1860, alle ore 16,00, mentre  pranzava “presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, etc…”. Dunque, Rustow racconta che, alle 16,00 del pomeriggio, si trovava in una casa a Sapri, “presso il mio ospite Don Antonio”. Si potrebbe pensare che Rustow avesse un ospite ma in realtà l’ospite di don Antonio era lui. Infatti, questo modo di dire era comune all’epoca. Infatti,  Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 155, riferendosi al giorno 7 settembre 1860, allorquando egli era debilitato e ferito, a Cosenza, in proposito scriveva che: “E io intanto giacevo debilitato sul mio letto in un grosso palazzo deserto, su la piazza principale, imprecando alla sorte. Il mio ospite signor Cosentini, era con la famiglia in villeggiatura, ma non mancava ogni mattina di recarsi in città per visitarmi.”. Dunque, Rustow, che si trovava a Sapri, con le brigate lasciategli da Turr, alle 16,00 pranzava a casa di un certo don Antonio. Era ospite di questo signore di Sapri, a cui probabilmente gli aveva chiesto ospitalità per acquartierarsi. Chi fosse questo don Antonio e quale e dove fosse la sua casa non possiamo dirlo. Possiamo solo dire che questa casa: “era al centro del paese”. Forse la casa dei Gallotti ? Vi era un Gallotti che si chiamava Antonio ?. In questa casa, il Rustow, racconta che: “…mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario.”. Il “rumore” che scrive Rustow non era altro che il fragore delle popolazione accorsa a vedere Garibaldi che era da poco arrivato a Sapri, approdando sulla spiaggia. Infatti, Rustow aggiungeva che (riferendosi al rumore che sentì):  Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina.”. Dunque, Rustow racconta che mente pranzava in casa di don Antonio ebbe la notizia dell’arrivo di Garibaldi sulla spiaggia di Sapri. Rustow, si recò “…immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….., mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri, …. etc….”. Rustow scriveva erroneamente “Capri”, invece che “Sapri”. L’errore non è strano in quanto Rustow, essendo magiaro (Ungherese), non conosceva nulla della storia di Sapri e, probabilmente, confuse il nome di Sapri con Capri, non sapendo dello sparco dei Trecento e di Carlo Pisacane, il quale, invece era nel cuore di Garibaldi, di Cosenz e del Bertani. Sul “don Antonio” di cui parla il Rustow, Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, che a pp. 576-577 ed in proposito scriveva che: Anche D. Antonio Muraglia di Maratea dava la stessa assicurazione (44).”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”.  Sulla figura di don Antonio Muraglia di Maratea, citato da Quandel-Vial (….), non abbiamo che queste notizie. Dovrebbe essere stato un papabile di Maratea visto che dette assicurazioni allo Stato Maggiore di Turr che non vi erano nella rada di Sapri legni della marina borbonica. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”.  Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”

Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, il generale Giuseppe GARIBALDI con Nino BIXIO, Agostino BERTANI, MEDICI e BASSO, suo segretario particolare, furono ospitati da don GIOVANNI GALLOTTI, barone di Battaglia, con proprietà a Sapri in via Nicodemo Giudice

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. (172) etc….”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri il barone Giovanni Gallotta ospitò il Generale e il suo seguito per poche ore ….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 111 e ssg., in proposito scriveva che: “III…..Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, vole ospitare in casa sua, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito (6). Di là il generale scrisse al Turr, informandolo del suo sbarco a Sapri ed avvisandolo che avrebbe marciato fino al Fortino con le colonne Milano e Spinazzi, dopo aver lasciato a Sapri un notevole distaccamento. Gli chiese poi dove si trovasse il generale borbonico Caldarelli e la di lui brigata (7).”. De Crescenzo, a p. 111, nella nota (6) postillava che: “(6) La grande affabilità, con cui il Gallotti ed altri patrioti accoglievano il Generale, rappresentava un commovente gesto, che confermava il contributo di essi alla rivoluzione.”. De Crescenzo, a p. 111, nella nota (7) postillava che: “(7) Era sulla strada di Lagonegro alla testa di tremila uomini, con i quali aveva già iniziata la ritirata da Cosenza per passare nelle file Garibaldine.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). Dopo essere stato ospite per qualche ora del barone Giovanni Gallotti, lo stesso che nel ’57 non aveva saputo assicurare a Pisacane l’aiuto richiesto (59), etc…. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.. Fusco, a p….., nella nota (59) postillava che: “(59) Cfr. cap. VII, n. 13”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre 1860, Garibaldi, ….Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, volle ospitare in casa sua, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito. …(31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “A Sapri Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti, dei Baroni di Battaglia, un liberale d’antica data che conobbe le galere borboniche. In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata, etc…”. Dunque, Garibaldi, secondo il Bertani si recò insieme a lui da Sapri a Vibonati alle 5 di mattino, il giorno 4 settembre 1860. Vuol dire che Garibaldi e gli altri sei compagni, tra cui Bertani, restano a Sapri, ospite del barone di Battaglia Giovanni Gallotti, dalle ore 14 (ora di arrivo) del 3 settembre, fino alle ore 5 del mattino del giorno 4 Settembre 1860. Sul diario del Bertani, però l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in proposito  trascrivendo il testo del Bertani opinava che: “III. Garibaldi…., e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal generale Turr, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati,  dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio.”. Sempre il Pesce, a p. 400, traendo dal Diario del Bertani scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. Dunque, secondo il Pesce, il Bertani si sbagliava scrivendo Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta….. Sempre il Pesce, a p. 407, in proposito scriveva che: “Da parte del Comune si dovè provvedere a svariate esigenze, alle quali attese egregiamente l’Avv. Antonio Ladaga, il quale fu assunto alla carica di Sindaco dopo le dimissioni di D. Antonio Gallotti e dopo breve sindacato di D. Felice Consoli, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (2) postillava: “(2) Delle vicende del Gallotti e dei suoi figli ho scritto ampiamente nel mio lavoro ‘Carducci e i moti del Cilento del 1848 e Reazione borbonica. Veggasi anche Pecorini-Manzoni – Storia della 15. Divisione Turr nella campagna del 1860, pag. 149.”. Dunque, sui Gallotti di Battaglia, Matteo Mazziotti dice di avere scritto molto nel suo testo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848″ e nel testo “L’insurezione salernitana nel 1860”, notizie che vedremo meglio in seguito. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovanni Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Riguardo poi ai Gallotti, è interessante ciò che emerse nel famoso Processo al Nicotera. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 135, in proposito scriveva che: “In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore. Infatti, subito dopo la partenza di Garibaldi da Sala, il Segretario del Governo Provvisorio, nonché delegato interino civile e militare del Distretto, Antonio Alfieri d’Evandro si adoperò per delle sottoscrizioni volontarie, anche a mezzo del giornale ‘Il Popolo d’Italia’, per un monumento a Pisacane: “….a modo di riparazione Nazionale in questo Distretto più specialmente ove ebbe tomba il prode dei prodi Carlo Pisacane ed i suoi generosi compagni, si promuova una sotoscrizione Nazionale per erigere loro un monumento.” Un garibaldino nel suo Diario annotò: “Chiuderò questa mia con darvi una notizia che conforterà il vostro cuore italiano, ed è che Garibaldi ha dato ordine che si eriga un monumento ai fratelli Bandiera a Cosenza, ed un altro a Pisacane a Sapri (….)(5).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (4) postillava: “(4) Il 15 settembre, Garibaldi decretò la grazia, tra gli altri, ad Antonio Venturini condannato il 31 marzo 1850 per gli avvenimenti di Sapri e a Francesco Romano anch’esso condannato per lo stesso motivo. Successivamente, riconosciuta e provata la grave perdita che la società di navigazione a vapore Raffaele Rubattino & C. ebbe a soffrire per il sequestro del battello il ‘Cagliari’ che servì alla sventurata e patriottica impresa di Carlo Pisacane, alla stessa venne assegnata la somma di franchi 450.000 da pagarsi dalla tesoreria di Napoli in tante cartelle del debito pubblico corrispondente a detta somma. Alla stessa compagnia vennero pure assegnati 750 mila franchi, a carico per 3/4 parti dele finanze napoletane e 1/4 di quelle di Sicilia, in compenso della perdita dei battelli a vapore “Lombardo e Piemonte i quali saranno riparati in memoria dell’iniziativa del popolo italiano nella guerra d’indipendenza ed unità del 1860″. (Decreti n. 81 e 82 del 5 ottobre).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (5) postillava: “(5) P. Russo, Un brandello dell’Impresa dei Mille, dal Fortino ad Auletta, Grafepress, Castelcivita 2000, p. 63.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate.”Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, etc…”. Enrico Ajello (….), nel suo “Lucania 1860”, a p. 145, in proposito scriveva che: “Nella notte del tre settembre, Garibaldi con Bixio, Bertani, Basso, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr, seguendo aspri sentieri di montagna – “sette cavalieri e sette muli alla conquista di un regno” – scendeva a Maratea marina; di qui con una barca a vela si dirigeva a Sapri dove approdava, due ore dopo, ospite del barone Gallotti.”. E’ quasi tutto corretto ciò che dice Ajello ma devo precisare che nel gruppo, ad esempio non vi era il generale Turr. Anche Bixio – come ho detto in precedenza di sicuro non era con Garibaldi.

A SAPRI GARIBALDI OSPITE DEL BARONE GIOVANNI GALLOTTI

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, etc… (172) etc….”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri il barone Giovanni Gallotta ospitò il Generale e il suo seguito per poche ore ….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 111 e ssg., in proposito scriveva che: “III…..Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, vole ospitare in casa sua, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito (6). Etc..”. De Crescenzo, a p. 111, nella nota (6) postillava che: “(6) La grande affabilità, con cui il Gallotti ed altri patrioti accoglievano il Generale, rappresentava un commovente gesto, che confermava il contributo di essi alla rivoluzione.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). Dopo essere stato ospite per qualche ora del barone Giovanni Gallotti, lo stesso che nel ’57 non aveva saputo assicurare a Pisacane l’aiuto richiesto (59), etc…. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.. Fusco, a p….., nella nota (59) postillava che: “(59) Cfr. cap. VII, n. 13”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre 1860, Garibaldi, ….Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, volle ospitare in casa sua, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito. …(31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “A Sapri Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti, dei Baroni di Battaglia, un liberale d’antica data che conobbe le galere borboniche.”. Sui Gallotti e su don Giovanni Gallotti vi sono alcune notizie che riguardano la frazione di Casaletto Spartano, Battaglia, dove i Gallotti avevano delle loro proprietà. In particolare don PAOLO GALLOTTI forse parente di don Giovanni, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta….. Sempre il Pesce, a p. 407, in proposito scriveva che: “Da parte del Comune si dovè provvedere a svariate esigenze, alle quali attese egregiamente l’Avv. Antonio Ladaga, il quale fu assunto alla carica di Sindaco dopo le dimissioni di D. Antonio Gallotti e dopo breve sindacato di D. Felice Consoli, etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovanni Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari.”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella (…). E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “…Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ………………, a p. 34-35, in proposito scriveva: “E in attesa degli eventi il Comitato di Napoli facea ogni sua possa agli ultimi apparecchi . Avea per mezzo de’ Magnone postato un uomo a Sapri (1); ospite primo e guida di quei che vi approdassero; ed altri altrove; affinchè per essi venisse subita notizia del disbarco a Basilicata, a Salerno , ai Valli di Diano e di Policastro. Ad accentrare e dare impulso ai lavori era ito allora in Basilicata lo Albini; e questi avea subitamente inviato in Napoli messi, guide, e carte di passo pei capi militari, che verrebbero in quella a dirigervi il moto. Una lettera del dì 9 da Genova avvisava, che da tre giorni era in mare la barca di Rosolino Pilo con armi ed armati; che al 10 partirebbero gli uffiziali ; che col prossimo piroscafo postale giungerebbe il Cosenz in Napoli; e al 13 la merce sbarcherebbe a Sapri.”. Racioppi, a p. 35, nella nota (1) postillava: “(1) Lettera del Comitato a Michele Magnone del 7 giugno; – e di Magnone al Comitato dell’8, da Salerno.”. Felice Venosta (….), nel suo “Carlo Pisacane e Giovanni Nicotera o la Spedizione di Sapri”, ed. Brbini, Milano, 1876, a p. 90, in proposito scriveva: “Soltanto l’oste del Fortino, eretto lungo la strada che conduce a Lagonegro (21), disse al Pisacane che un po’più avanti avrebbe trovati i compagni col barone Gallotti. Recatosi al Casino di costui trovarono un di lui figlio, il quale non solo non fece delle vaghe promesse; ma chiese se si era fatta la spedizione per conto del Murat. Quanto al barone, come seppe dello sbarco di Sapri, recavasi subito dal Sotto- Intendente di Lagonegro, e dichiarò che, essendo egli un attendibile politico, non voleva si fosse ritenuto complice. Esiste nel processo, che seguì questi fatti, un certificato di quel Sotto-Intendente in questi sensi. “Per verità il Gallotti non sapeva nulla della spedizione, non aveva promesso nulla.”.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 365, in proposito scriveva che: “Nicotera invece attribuì il maggior torto ai capi liberali del Salernitano (1), a quelli, s’intende, che non erano in carcere, ed a Fanelli. Egli che ricordava lo squallore di Sapri, l’indifferenza di Torraca e di Casalnuovo, l’ostilità di Padula, il furore di Sanza, quando nel 1860 fu libero, credette suo dovere di inveire contro il Fanelli, di chiamarlo ingannatore perchè i fatti non avevano corrisposto alle promesse contenute in una lettera-rapporto di lui e di obbligarlo ad una partita di onore, quasi per isciogliere un voto alla memoria dei caduti in Padula ed in Sanza; ma il duello, che sarebbe stato fratricida, non ebbe uogo per l’abile intervento di una giuria di uomini eminenti dal cui verdetto fu risoluta in favore dell’accusato la questione di merito e di sostanza sui fatti che gli venivano rimproverati (2).”.

Nel 3 settembre 1860, RAFFAELE GALLOTTI, figlio del barone don Giovanni, si pose al seguito di Garibaldi 

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, continuando il suo racconto scriveva che: “Il successivo 30 ottobre, invece, Raffaele fu ristretto per ordine della polizia ordinaria e destinato alle carceri distrettuali di Sala. Il 21 febbraio 1860, all’Intendente chiese di rivedere la sua posizione. Il seguente 29 rispose che l’istanza non poteva trovare accoglimento perchè il caso era in dipendenza del potere giudiziario. Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (55) postillava che: “(55) ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 88, f. 33.”. Policicchio, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, riferendosi al figlio del barone don Giovanni, RAFFAELE GALLOTTI, in proposito scriveva che: “Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Dunque, Policicchio scriveva che da alcuni familiari della famiglia Gallotti (mi domando quali, visto che, oggi, dopo la morte di don Filomeno e dell’ultima sua moglie, VINCENZA RECCHIA, non erano più in vita), “la stessa godeva” (forse qui vi è un evidente errore perche Policicchio ci parla di Raffaele e quindi si riferisce alla sua vedova ?), “di una pensione a lei assegnata”.

MARIA TERESA PARASCANDOLO ed il BOLLETTINO DELLA RIVOLUZIONE NEL SALERNITANO DEL 1860

Alcuni storici coevi hanno riportato delle interessanti notizie circa il passaggio di Garibaldi e delle sue truppe nel nostro territorio. In particolare, come vedremo alcuni storici coevi si rifanno alle notizie storiche riportate sul BOLLETTINO DELLA RIVOLUZIONE NEL SALERNITANO DEL 1860. Da Wikipedia leggiamo che Bollettino della rivoluzione nel salernitano del 1860 (spesso citato anche come Bollettino della Rivoluzione Salernitana) è una pubblicazione periodica e ufficiale dell’epoca risorgimentale. E’ una Fonte storica: Documentava gli eventi, i proclama, le notizie militari e l’avanzata delle forze garibaldine durante la fine del Regno delle Due Sicilie. E’ Cronaca locale: Riportava i dettagli politici e amministrativi del territorio salernitano e del Vallo di Diano (come i resoconti sui comitati insurrezionali, i passaggi e le soste di Giuseppe Garibaldi e le cronache dei delegati civili e militari del governo prodittatoriale). E’ Testimonianze: Numeri specifici (come il bollettino dell’11 settembre 1860) sono conservati in archivi storici o collezioni private e descrivono i dettagli di quei giorni decisivi per l’Unità d’Italia. Infatti, Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Sul “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, dell’11 settembre 1860, posso dire che è stato pubblicato dall’Alfieri d’Evandro. Come abbiamo visto, il “Bollettino della Rivoluzione nel salernitano del 1860”, il numero dell’11 settembre 1860, è stato pubblicato da Antonio Alfieri-d’Evandro, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860”, che, a p. 40 pubblicò il Bollettino dell’11 settembre 1860, ovvero il suo riassunto degli avvenimenti accaduti a Sala Consilina. Come diceva Anna Sole (….), uno di questi Bollettini apparteneva alla famiglia PARASCANDOLO, in particolare alla dott.ssa MARIA TERESA PARASCANDOLO. La Sole scriveva che il Bollettino apparteneva alla Famiglia Gallotti, presumo il ramo di Torraca e questo Bollettino pare fosse quello dell’11 settembre 1860. Infatti, questo Bollettino della rivoluzione nel salernitano del 1860, il numero dell’11 settembre 1860, fu concesso alla studiosa Anna Sole (….)  da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Si tratta del testo di Eugenia Granito, Un popolo, uno Stato, conquiste e problematiche dell’unificazione italiana viste da una provincia meridionale, ed. Plectica, 2011. Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi  Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia GALLOTTI di Torraca, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, fu fornito dalla dott.ssa MARIA TERESA PARASCANDOLO. Sulla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo, Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Riguardo Maria Teresa Parascandalo (….), leggendo un saggio di Enzo Puglia (….), sui “Papiri Ercolanensi”, intitolato “Genesi e vicende della Colectio Acta”, dove, a p. 227, in proposito scriveva: Anche per la revisione di PHerc 1027 fu probabilmente utilizzata un’illustrazione prodotta per la Collectio Prior e rimasta inedita. Nel 1825 essa era stata ultimata da Giuseppe Parascandolo e anche approvata dall’Accademia, ma dovette a un certo punto andare dispersa perché oggi non si trova più nelle carte dell’Officina (lll).”. Puglia, a p. 227, nella nota (III) postillava: “(III) Cf. DE lORIO, op. cit., p. 76, e soprattutto M. CAPASSO, Carneisco, Il secondo libro del Filista (PHerc. 1027), edizione, traduzione e commento, La Scuola di Epicuro, X, Napoli 1988, p. 160.”. Dunque, Puglia ci parla di un Giuseppe Parascandalo, che, nel 1825, ultimò l’illustrazione del PHerc 1027, papiro Ercolanense. Da Wipedia leggiamo che Giuseppe Maria Parascandolo (Napoli, … – Napoli, 1838) è stato un archeologo e grecista italiano. Canonico, si occupò di lingua greca, che insegnò a Napoli a diverse leve di futuri archeologi, fra i quali Bernardo Quaranta e Giustino Quadrari. Tenne la cattedra di storia dei concili nell’Università di Napoli. Socio dell’Accademia Ercolanese, dal 1822 fu nominato, con decreto di Ferdinando I, lettore dei papiri di Ercolano (1). Tra le sue opere si ricordano l’Illustrazione di un marmo greco rappresentante le Cariatidi, pubblicata nel 1817, e le due Orationes del 1833. Wikipedia, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Regio Decreto n. 416 del 1º ottobre 1822, in «Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie», Stamp. Reale, Napoli 1822, pp. 137-140”

I GALLOTTI di Torraca e l’ABATE DON NICOLA GALLOTTI di Torraca (?)

Alcuni storici hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Sul “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, dell’11 settembre 1860, posso dire che è stato pubblicato dall’Alfieri d’Evandro. Anna Sole (….), nel suo saggio scriveva che il “bollettino”“apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi.”. Quale fosse la famiglia Gallotti famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi.”., la Sole lo dava per scontato. La Sole però aggiunge e ci parla di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane”. La Sole (….) aggiunge pure che: Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Ed è questa una notizia ancora più interessante della prima, perchè, se fosse dimostrata suffragherebbe la notizia secondo cui Garibaldi per risalire al Fortino non passò solo vicino Torraca ma si fermò a Torraca. La notizia è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che, la Sole scrive essere stato di proprietà della famiglia Gallotti “di Torraca”. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi  Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, fu fornito dalla dott.ssa MARIA TERESA PARASCANDOLO. Sull’eventuale passaggio di Garibaldi da TORRACA (piccolo paese della Provincia di Salerno e non molto distante da Sapri e da Vibonati), il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua.”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma riguardano l’ABATE DON ANTONIO GALLOTTI che aveva una casa a Torraca e dove secondo il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” (notizia di Anna Sole) “Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, secondo questo cimelio, questo “Bollettino della Rivoluzione nel Salernitano”, (che abbiamo visto essere quello dell’11 settembre 1860), citato da Anna Sole (….), Garibaldi, nel 1860, nel risalire al Fortino passò per Torraca e dimorò in casa dell’abate Antonio Gallotti. Sull’eventuale passaggio di Garibaldi da TORRACA, alcuni storici locali hanno scritto. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, in occasione dei fatti del 1799 (la reazione Sanfedista) si ha notizia dell’uccisione di tre esponenti della famiglia Gallotti di Torraca da parte di Rocco Stoduti. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Infatti, Francesco Barra (…), nel suo ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, in proposito a p. 299 così scriveva che: “A Torraca vittime dei ribelli rimasero tre esponenti della famiglia Gallotti, la cui casa fu presa d’assalto, e i cui superstiti scamparono a stento al massacro cui per intera essa era stata votata gettandosi fortu­nosamente dalle finestre. Etc…”. Barra scriveva che: A capeggiare l’insurrezione borbonica nel Cilento era Antonio Guariglia. Dopo essersi impadronito a viva forza di Foria, sulle alture che dominano Capo Palinuro, Guariglia era il 19 luglio a Centola ed il 20 a Pisciotta, giungendo poi con circa 400 uomini al suo paese, etc…”. Sempre Francesco Barra (….), nel suo ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, a p. 271; In., Insorgenza e brigantaggio, cit., pp. 156-157. Così scriveva Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : A Lagonegro il maresciallo seppe che il generale Mermet, che avanzava dal Cilento con 1.500 uomini verso Policastro e Sapri, aveva dovuto ritirarsi da Policastro su Torre Orsaia, per non esporsi alle offese della squadra inglese, che incrociava minaccio­samente in prossimità della costa. Egli inviò allora in rinforzo il gene­rale Gardanne, che lanciò le sue truppe su Torraca, i cui difensori furono sorpresi e fatti a pezzi. Data alle fiamme Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabil­mente come manovra diversiva. (34) etc…”. Barra (….), a p. 304 nella sua nota (34) postillava che: 34) Roccagloriosa rimase a lungo in uno stato di profonda desolazione a causa della perdita avuta de’ più bravi individui di essa, e del sofferto incendio, come si legge in una supplica presentata dal Comune nel 1808, in Francesco Barra (…), Cronache, cit., p. 278.”. Dunque, si è visto che nel decennio francese vi furono alcuni GALLOTTI di Torraca che caddero sotto il fuoco di Rocco Stoduti, ma la Sole (…), nel suo documento ci parla di un ABATE ANTONIO GALLOTTI DI TORRACA CHE FU BASISTA DI PISACANE. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune familgie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai GALLOTTI baroni di Battaglia, ed in particolare a don Giovanni Gallotti che possedeva la proprietà del Palazzo in via Nicodemo Giudice. Infatti, il “RAFFAELE GALLOTTI” di cui parla il Bilotti è riferito ad uno dei quattro figli maschi del barone don Giovanni. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Sui Gallotti di Torraca, ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 332, in proposito scriveva pure che: Un altro documento che riguarda il Grossi è il seguente: dovendo passare a matrimonio la sorella Cristina con Don Nicola Gallotti di Torraca, il padre ed il figlio Grossi intervennero nei capitoli nuziali del 19 luglio 1791 per Notar Carlo Tortorella, e dotarono alla sposa di decente appanaggio.”. Sempre il Pesce, a p. 299, in proposito scriveva pure che: “Dal matrimonio della sorella del Grossi, Cristina, con D. Nicola Gallotti, nacque a Lagonegro una figlia Giovanna, la quale sposò l’Avv. Giuseppe Picardi, nella cui discendenza è raccolta la parentela del martire cittadino.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 299, in proposito scriveva pure che: “IV. Nel 24 Febbraio 1798 era morto in patria Antonio Grossi, e fu fortuna per lui se non visse abbastanza per conoscere la infelice sorte del figlio, da cui la famiglia aspettava maggior lustro e decoro. Conservasi pure, fra gli atti del Notaio Tortorella, il testamento olografo, col quale il padre Grossi nominava erede il suo diletto figlio Cristoforo. Narrasi pure che quando, sei anni dopo, i Francesi occuparono il Regno, o per rispetto, o per salvaguardia, una sentinella fu posta avanti la casa Grossi, cui non mancò, sotto la dominazione Borbonica, persecuzione e vituperio.”. Come abbiamo visto, il “Bollettino della Rivoluzione nel salernitano del 1860”, il numero dell’11 settembre 1860, è stato pubblicato da Antonio Alfieri-d’Evandro, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860”, che, a p. 40 pubblicò il Bollettino dell’11 settembre 1860, ovvero il suo riassunto degli avvenimenti accaduti a Sala Consilina.

ANTONIA GALLOTTI di TORRACA, sposata con NICOLA DEL VECCHIO di VIBONATI

(Fig. n….) – Palazzo Del Vecchio, poi De Nicolellis a Vibonati

Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Alcune persone di Vibonati mi dicevano che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Le foto della stanza sono di Angelo Gentile e sono state tratte dal testo di De Crescenzo (….).  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Dunque, Policicchio scriveva che a Vibonati, in occasione dei moti del ’48 si distinsero  “Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico…etc…”. Secondo Policicchio, nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, Nicola Del Vecchio e sua moglie Antonia Gallotti ospitarono Garibaldi, nel loro palazzotto, poi in seguito divenuto palazzo De Nicolellis. Policicchio scriveva che “Nicola Del Vecchio (1801-1873) era membro della famiglia più liberale del paese”. Sui Del Vecchio di Vibonati, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio.”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizzatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo.

Nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, a Torraca, Garibaldi dormì in casa dell’ABATE DON NICOLA GALLOTTI di Torraca ? 

Alcuni storici hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. La notizia di un “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” di proprietà della famiglia “Gallotti”, famiglia vicina a Pisacane prima e a Garibaldi poi, e l’altra notizia di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane” a Sapri, è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che, la Sole scrive essere stato di proprietà della famiglia Gallotti “di Torraca”. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi  Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il Bollettino della Rivoluzione Salernitana, fu fornito dalla dott.ssa Parascandolo. Sulla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo, Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Riguardo Maria Teresa Parascandalo (….), leggendo un saggio di Enzo Puglia (….), sui “Papiri Ercolanensi”, intitolato “Genesi e vicende della Colectio Acta”, dove, a p. 227, in proposito scriveva: Anche per la revisione di PHerc 1027 fu probabilmente utilizzata un’illustrazione prodotta per la Collectio Prior e rimasta inedita. Nel 1825 essa era stata ultimata da Giuseppe Parascandolo e anche approvata dall’Accademia, ma dovette a un certo punto andare dispersa perché oggi non si trova più nelle carte dell’Officina (lll).”. Puglia, a p. 227, nella nota (III) postillava: “(III) Cf. DE lORIO, op. cit., p. 76, e soprattutto M. CAPASSO, Carneisco, Il secondo libro del Filista (PHerc. 1027), edizione, traduzione e commento, La Scuola di Epicuro, X, Napoli 1988, p. 160.”. Dunque, Puglia ci parla di un Giuseppe Parascandalo, che, nel 1825, ultimò l’illustrazione del PHerc 1027, papiro Ercolanense. Da Wipedia leggiamo che Giuseppe Maria Parascandolo (Napoli, … – Napoli, 1838) è stato un archeologo e grecista italiano. Canonico, si occupò di lingua greca, che insegnò a Napoli a diverse leve di futuri archeologi, fra i quali Bernardo Quaranta e Giustino Quadrari. Tenne la cattedra di storia dei concili nell’Università di Napoli. Socio dell’Accademia Ercolanese, dal 1822 fu nominato, con decreto di Ferdinando I, lettore dei papiri di Ercolano (1). Tra le sue opere si ricordano l’Illustrazione di un marmo greco rappresentante le Cariatidi, pubblicata nel 1817, e le due Orationes del 1833. Wikipedia, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Regio Decreto n. 416 del 1º ottobre 1822, in «Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie», Stamp. Reale, Napoli 1822, pp. 137-140″Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma riguardano l’abate Antonio Gallotti che aveva una casa a Torraca e dove secondo il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” (notizia di Anna Sole) “Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, secondo questo cimelio, questo “Bollettino”, fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole (….), Garibaldi, nel 1860, nel risalire al Fortino passò per Torraca e dimorò in casa dell’abat Antonio Gallotti. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, in occasione dei fatti del 1799 (la reazione Sanfedista) si ha notizia dell’uccisione di tre esponenti della famiglia Gallotti di Torraca da parte di Rocco Stoduti. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune famiglie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai Gallotti di Sapri e non di Torraca. Dunque, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, apparteneva alla famiglia Gallotti di Sapri, non di Torraca. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. Sempre per i fatti di Pisacane a Torraca, Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; etc…”. Il Mallamaci, sulla scorta del Bilotti scriveva che, a Torraca, andarono incontro festosamente a Pisacane  “….’Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino.”. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito.  L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”.

 I GALLOTTI di Torraca e l’abate don NICOLA GALLOTTI di Torraca (?)

Alcuni storici hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. La notizia di un “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” di proprietà della famiglia “Gallotti”, famiglia vicina a Pisacane prima e a Garibaldi poi, e l’altra notizia di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane” a Sapri, è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che, la Sole scrive essere stato di proprietà della famiglia Gallotti “di Torraca”. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi  Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il Bollettino della Rivoluzione Salernitana, fu fornito dalla dott.ssa Parascandolo. Sulla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo, Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Riguardo Maria Teresa Parascandalo (….), leggendo un saggio di Enzo Puglia (….), sui “Papiri Ercolanensi”, intitolato “Genesi e vicende della Colectio Acta”, dove, a p. 227, in proposito scriveva: Anche per la revisione di PHerc 1027 fu probabilmente utilizzata un’illustrazione prodotta per la Collectio Prior e rimasta inedita. Nel 1825 essa era stata ultimata da Giuseppe Parascandolo e anche approvata dall’Accademia, ma dovette a un certo punto andare dispersa perché oggi non si trova più nelle carte dell’Officina (lll).”. Puglia, a p. 227, nella nota (III) postillava: “(III) Cf. DE lORIO, op. cit., p. 76, e soprattutto M. CAPASSO, Carneisco, Il secondo libro del Filista (PHerc. 1027), edizione, traduzione e commento, La Scuola di Epicuro, X, Napoli 1988, p. 160.”. Dunque, Puglia ci parla di un Giuseppe Parascandalo, che, nel 1825, ultimò l’illustrazione del PHerc 1027, papiro Ercolanense. Da Wipedia leggiamo che Giuseppe Maria Parascandolo (Napoli, … – Napoli, 1838) è stato un archeologo e grecista italiano. Canonico, si occupò di lingua greca, che insegnò a Napoli a diverse leve di futuri archeologi, fra i quali Bernardo Quaranta e Giustino Quadrari. Tenne la cattedra di storia dei concili nell’Università di Napoli. Socio dell’Accademia Ercolanese, dal 1822 fu nominato, con decreto di Ferdinando I, lettore dei papiri di Ercolano (1). Tra le sue opere si ricordano l’Illustrazione di un marmo greco rappresentante le Cariatidi, pubblicata nel 1817, e le due Orationes del 1833. Wikipedia, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Regio Decreto n. 416 del 1º ottobre 1822, in «Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie», Stamp. Reale, Napoli 1822, pp. 137-140″Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma riguardano l’abate Antonio Gallotti che aveva una casa a Torraca e dove secondo il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” (notizia di Anna Sole) “Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, secondo questo cimelio, questo “Bollettino”, fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole (….), Garibaldi, nel 1860, nel risalire al Fortino passò per Torraca e dimorò in casa dell’abat Antonio Gallotti. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, in occasione dei fatti del 1799 (la reazione Sanfedista) si ha notizia dell’uccisione di tre esponenti della famiglia Gallotti di Torraca da parte di Rocco Stoduti. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune familgie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai Gallotti di Sapri e non di Torraca. Dunque, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, apparteneva alla famiglia Gallotti di Sapri, non di Torraca. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. Sempre per i fatti di Pisacane a Torraca, Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; etc…”. Il Mallamaci, sulla scorta del Bilotti scriveva che, a Torraca, andarono incontro festosamente a Pisacane  “….’Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino.”. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito.  L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”.

ANTONIA GALLOTTI di TORRACA, sposata con NICOLA DEL VECCHIO di VIBONATI

Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Alcune persone di Vibonati mi dicevano che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Le foto della stanza sono di Angelo Gentile e sono state tratte dal testo di De Crescenzo (….).  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Dunque, Policicchio scriveva che a Vibonati, in occasione dei moti del ’48 si distinsero  “Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico…etc…”. Secondo Policicchio, nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, Nicola Del Vecchio e sua moglie Antonia Gallotti ospitarono Garibaldi, nel loro palazzotto, poi in seguito divenuto palazzo De Nicolellis. Policicchio scriveva che “Nicola Del Vecchio (1801-1873) era membro della famiglia più liberale del paese”. Sui Del Vecchio di Vibonati, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio.”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizzatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo.

Il Monte “CERBARO”, la “CONTRADA CERBARO” e la “LOCALITA’ FORTINO” in agro di Battaglia, frazione di Casaletto Spartano 

 

Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, riferendosi a Garibaldi che, da Vibonati, con il suo seguito partì per raggiungere il Fortino, in proposito scriveva che: “II…..ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 136, in proposito scriveva pure che: “Nella sponda opposta del fiume Noce, in direzione nord-ovest, sorge a 1169 metri il monte Cervaro, detto così evidentemente dai cervi che vi erano in altri tempi. Gli erbaggi d’esso sono in gran parte di proprietà del Comune di Lagonegro, mentre i boschi d’elci, di querce e d’ontani, e la parte seminatoriale appartengono ai privati. Il monte Cervaro è attraversato, quasi a semicerchio, dall’antica strada rotabile proveniente da Napoli, lungo la quale, verso il declivio occidentale, s’incontra la taverna del Fortino, a 778 metri d’altimetria ed a circa 9 chilometri dall’abitato di Lagonegro.…la storica taverna, oggi cadente, od alla vicina cappella di campagna. Ivi è segnato il confine fra le provincie di Basilicata  di Salerno, di cui fa parte il vicino villaggio di Battaglia del Comune di Casaletto Spartano.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 39 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “….per l’ispido monte Cervaro e giù per la fertile vallea, e che venivano quasi a fugare e disperdere le tristi ricordanze delle passate vicende, di cui erano stati teatro quei luoghi, pei quali erano transitati, nei passati secoli, tiranni ed eserciti invasori, che venivano a ribadire le nostre catene, da Alarico a Carlo V, da Consalvo di Cordova a Bonaparte. Etc…”. Sul monte CERVARO, ha scritto Gaetani Fischetti (….), nel suo “Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel Circondario”, Prop. Letteraria, 1877, a pp. 53-54, in proposito scriveva: “Al fortino di Cervara intanto i rivoltosi messi a pane ed acqua dal tavernaro Vincenzo Cioffi, non trovarono meglio da ristorare le loro forze, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, riferendosi alla “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva pure che Garibaldi: Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “….l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, in proposito aggiungeva che: Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: La taverna del Fortino si trova nel punto esatto in cui la terra di mezzo si riconcilia con al civiltà del motore a scoppio, quando la stradina che hai risalito da Vibonati va a sbattere contro la Statale 19, esattamente sul confine fra Campania e Basilicata.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 75, in proposito scriveva che: “Alle pendici occidentali del monte Cervaro, rivestito d’elci, di ontani e di querce e tagliato a mezza costa dalla strada statale per la Calabria, sorge a 778 metri di altitudine sul livello del mare, il Fortino, piccolo gruppo di case coloniche dal colore cinerino che le fa confondere, così mimetizzate, con la natura calcarea della zona circostante. Questa piccola frazione del comune di Lagonegro dista dalla cittadina poco più di otto chilometri ed è situata in una zona elevata ben soleggiata, ma quasi brulla. Il viaggiatore che, proveniente da Napoli, giunge in automobile al valico del Fortino, nota sulla destra un piccolo spiazzo circondato da poche case rurali (le cui mura grigiastre portano i segni dei secoli e le sferzate dei venti), legge su una targa azurrina “valico del Fortino” e passa oltre, dando le ali al motore verso Lagonegro. Il Fortino non viene quasi notato nella sua romantica posizione a cavalcioni di una collina, in posizione strategica fra due valli, come una sentinella in vedetta; nessuno dei forestieri si sofferma alla piccola taverna che sa di rurale e di antico e non può certo attrarre la curiosità del viaggiatore. Eppure sul colle del Fortino di Lagonegro, nella semplicità e nella solitudine del luogo alpestre, nella cerchia verde e silenziosa dei monti Cervaro, Serralunga e Salice, su cui da lungi vigila il maestoso Sirino con la piramidale vetta corteggiata da nubi, furono prese ardue decisioni nella storia del Risorgimento.”. Sul monte CERVARO, ha scritto Gaetani Fischetti (….), nel suo “Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel Circondario”, Prop. Letteraria, 1877, a pp. 53-54, in proposito scriveva: “Al fortino di Cervara intanto i rivoltosi messi a pane ed acqua dal tavernaro Vincenzo Cioffi, non trovarono meglio da ristorare le loro forze, etc…”. Enrico Ajello (….), nella sua “Lucania 1860”, ed. Laterza, Bari, 1960, a p. 146, in proposito scriveva che: “Il “Fortino” era allora un agglomerato di alcune case coloniche, di una chiesetta e di una taverna per la “rinfrescata” dei cavalli; tre anni prima, il 2 giugno 1857, vi aveva sostato Carlo Pisacane che andava ad incontrare la morte.”.

Nel 1808, il FORTINO DEL CERVARO, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Nicolas Desvernois

Nel 1808, Il generale francese Nicolas Desvernois (….), inviato dal governo francese nella sottodivisione di Lagonegro, in proposito scriveva che, il Fortino del Cervaro era: Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 136, in proposito scriveva pure che: “Il monte Cervaro è attraversato, quasi a semicerchio, dall’antica strada rotabile proveniente da Napoli, lungo la quale, verso il declivio occidentale, s’incontra la taverna del Fortino, a 778 metri d’altimetria ed a circa 9 chilometri dall’abitato di Lagonegro. Lì presso fu eretto, a tempo della denominazione francese, per sorvegliare la strada e lo sbocco nel golfo di Policastro, un fortino ora diruto, che ha dato il nome alla contrada, e che è rinomato per l’eccidio che vi subì, nel 1808, un distaccamento di truppe francesi, aggredite dai borbonici. Di là passò nel 29 giugno 1857, Carlo Pisacane, proveniente da Sapri, e vi si soffermò pure, nel 4 settembre 1860, nella sua marcia trionfale alla conquista del Regno di Napoli, il Generale Garibaldi, proveniente pure da Sapri, come diremo a suo luogo. …la storica taverna, oggi cadente, od alla vicina cappella di campagna. Ivi è segnato il confine fra le provincie di Basilicata  di Salerno, di cui fa parte il vicino villaggio di Battaglia del Comune di Casaletto Spartano.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: etc…”. Sempre il Policicchio, a p. 139, in proposito aggiungeva che: Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”. Sul Fortilizio del Cervaro, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, Gutemberg, Lancusi, 2001, a p. 160 e ssg., in proposito scriveva che: “Il barone Desvernois (40), chiamato alla sottodivisione di Lagonegro (41), per ‘pacificare’ questa parte del Regno dal brigantaggio (42), come primo provvedimento – ci tramanda – istituì, fra il Principato Citeriore e la Calabria Citra, dei piccoli posti di guardia, abbastanza vicini tra loro, sulla ‘strada regia’, tra il ponte di Campestrino e Morano. Essi potevano tra loro comunicare e provvedere a vicendevole soccorso dando così sicurezza a chi la strada praticava. Ordinò a sindaci e proprietari che ognuno era tenuto ad abbattere, dai rispettivi terreni che costeggiavano la strada delle Calabrie, a proprie spese, tutti gli alberi d’alto fusto e pulirne i bordi dai cespugli fino a un tiro di fucile. A sorvegliare e proteggere i lavoratori fu incaricato l’esercito e le guardie civiche di ciasuna località competente per giurisdizione. Fece costruire una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro (43); un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Il posto (44) venne armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri (45) sul litorale ovest.”. Policicchio, a p. 160, nella nota (40) postillava: “(40) Il primo febbraio 1808, fu nominato Luogotenente Colonnello ed inviato a comandare la Sottodivisione militare di Lagonegro. Dopo otto mesi fu nominato Colonnello alla corte e richiesto a Madrid da Napoleone. Comandante il 1° Reggimento dei Cacciatori a Cavallo. Con decreto 848 del primo gennaio gli fu conferito il titolo di Barone. Arrivò al grado di Generale. Nelle sue Memorie, più di ogni altro autore del tempo, ha molto mirato ad esaltare la sua attività di militare, perdendo l’opera, così, efficacia dal punto di vista storico-documentaria trovandovi in esse delle confusioni ed inesattezze, anche, se, in verità, quasi tutte le memorie di chi prese parte alle operazioni, stesse a distanza di tempo e di luogo, le esagerazioni si mostrano evidenti, a volte per rilevare il valore delle armi del partito di schieramento, a volte giustificare il loro operato.”. Policicchio, a p. 162, nella nota (47) postillava: “(47) A. Dufourq, Memoires du général Baron Desvernois, Plon-Nourrit, Paris, 1898, pp. 323-326.”. E’ errato ciò che scrive Policicchio perchè si tratta di Albert Dufourcq (….).

IL “CASINO DEL BARONE GIOVANI GALLOTTI” in contrada S. Marco e Località FORTINO del Cervaro, oggi della famiglia coniugi Scotellaro-Amato

Da qualche anno laureatomi in Architettura, venivo accreditato presso diversi Tribunali come persona seria ed integerrima e venivo nominato Consulente Tecnico d’Ufficio da parte di diversi Giudici, in diversi procedimenti giudiziari civili e penali. Nel 1997, venni designato dal Pretore di Sapri – che all’epoca dipendeva dal Tribunale di Sala Consilina – quale C.T.U., nella Causa civile di divisione tra i Sig.ri coniugi Scotellaro e Amato Giuseppe (attore) contro i sig.ri germani COLOMBO Mario, Nicola, Maria e Antonietta (convenuti) per “accertare l’esatta delimitazione dei confini” delle loro adiacenti proprietà (Esecuzione imm. n. 660/97 R.G.E.). Le proprietà dei signori si trovavano nella “Contrada Cervaro”, in “Località Fortino”, in agro di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano. In occasione dello svolgimento delle operazioni peritali e delle relative operazioni di rito – di cui ero stato incaricato –  mi accorsi che tra le proprietà dei sig.ri COLOMBO vi era anche il fabbricato che gli storici hanno chiamato “TAVERNA DEL FORTINO”. La “Taverna del Fortino” è un piccolo fabbricato (particella n. 123) distinta nel Catasto fabbricati, al Foglio 26, del Comune di Casaletto Spartano, che peraltro risultava punto di riferimento fisso per le misurazioni di rito e dovute. Il fabbricato denominato “Taverna del Fortino”, era ed è un edificio simile ad un rettangolo, con tetto a capanna, tipico casolare di campagna. Questo fabbricato si trova disposto lungo la strada che all’epoca di Pisacane era detta “Strada per le Calabrie”, oggi chiamata SS. 19. La “Taverna” –  all’epoca di Pisacane il suo “tavernaro si chiamava CIOFFI” e che all’epoca di Garibaldi era di proprietà del Barone don PAOLO GALLOTTI, figlio di CARLO e nipote del barone don GIOVANNI GALLOTTI, che possedeva, nei pressi, un altro fabbricato chiamato “casino del barone Gallotti. Non molto distante dal fabbricato denominato “Taverna” vi è una piccola chiesetta o cappella di campagna. Dalla SS. 19, scende una strada in declivio a valle chiamata “strada Comunale Montagna”., che porta in “località S. Marco (vedi Bilotti), dove si trova un altro piccolo fabbricato e relative pertinenze (la particella n. 128), distinta nel Catasto fabbricati, al Foglio 26, del Comune di Casaletto Spartano, che, in una mia mappa ho segnato essere la proprietà denominata “Casino del Barone Gallotti” e, “Abitazione dei sig.ri Scotellaro – Amato”, gli attori della Causa civile. Dagli Atti pubblici risulta che “…esiste solo il fascicolo tra il barone Giuseppe Gallotti ed i coniugi Amato-Scotellaro”, redatto dal notaio Carlo Tortorella del 22.02.1978 in cui i coniugi Scotellaro-Amato acquistavano dal barone don GIUSEPPE GALLOTTI, forse nipote erede del barone don GIOVANNI GALLOTTI (di Battaglia e Sapri). I coniugi Scotellaro-Amato acquistavano da don Giuseppe Gallotti, il fondo con “cascinale denominato casino del barone Gallotti”, in mappa catastale, catasto Fabbricati del Comune di Casaletto Spartano è distinto con la Particella n. 128, foglio n. 26. Nell’Atto pubblico del Notaio Tortorella, del 1978, Rogito stipulato in favore dei coniugi Scotellaro-Amato, si evince che il fondo “oggetto di acquisto”, costituito dalle particelle 120/b, 121/b, 122/b, 126, 127, 128, 129, 130, 131, 132 e 125. Questo fondo dovrebbe essere il fondo del Casino del Barone Gallotti ed era posto nei pressi del “Vallone del sorgitore”. Dalla SS. 19, scende una strada in declivio a valle chiamata “strada Comunale Montagna”., che porta in “Località S. Marco (vedi Bilotti), dove si trova un altro piccolo fabbricato e relative pertinenze (la particella n. 128), distinta nel Catasto fabbricati, al Foglio 26, del Comune di Casaletto Spartano, che, in una mia mappa ho segnato essere la proprietà denominata “Casino del Barone Gallotti” e, “Abitazione dei sig.ri Scotellaro – Amato”, gli attori della Causa civile. In questo atto, in catasto, viene inserito il nome di Colombo Nicola o suoi eredi. Dalla particella n. 132 acquistata dai coniugi Amato-Scotellaro confina “per un tratto dal viottolo che attualmente porta all’abitazione del sig. Amato già casino del Barone Gallotti”. Dunque, dal 1978 il casino del barone don GIOVANNI GALLOTTI, verrà alienato da don GIUSEPPE GALLOTTI (forse un figlio di uno dei figli del barone don Giovanni) in favore dei coniugi AMATO-SCOTELLARO, mentre invece, i COLOMBO diverranno proprietari della Taverna del Fortino. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, parlando di Pisacane al Fortino, in proposito scriveva che: I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno.”. Dunque, il Montesano, non so da dove prenda questa notizia, scriveva corrrettamente che la casina di famiglia dei baroni di Battaglia Gallotti si trovava in località “San Marco” che, si trovava sempre in contrada Fortino del Cervaro e che non doveva essere molto distante dalla Taverna del Fortino che ospitò i rivoltosi di Pisacane. La casa o la villa dei baroni di Battaglia, i Gallotti, non è da confondere con la “Taverna” del Fortino che molto probabilmente era di proprietà anch’essa dei baroni di Battaglia, Gallotti. Il barone di Battaglia, il vecchio don Giovanni Gallotti, il mattino del 30 giugno 1857, il generale Carlo Pisacane si recherà ad incontrarlo nella sua casina di famiglia in località S. Marco a circa un chilometro dal Fortino del Cervaro, dove non lo troverà. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. Sulla deposizione del Marino, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, etc… (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)…”. Sulla “Villa” al Fortino, ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Dunque anche il Mazziotti parla di una villa al Fortino e di una Villa a Sapri. Sulla “Villa” o “Casino” dei Gallotti al Fortino si hanno diverse testimonianze. E’ una proprietà che si trova al Fortino ma è distante dalla Taverna. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Inoltre, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, e solo l’indomani, all’alba, Pisacane, accompagnato dal Cioffi, si reca da loro, e dopo un breve colloquio torna al Fortino insieme a Raffaele e Filomeno.”. Dunque, secondo il Cassese, il Cioffi, che aveva ospitato i rivoltosi di Pisacane nella “sua Taverna” accompagnò Pisacane nella casina dei Gallotti che non doveva essere distante dal Fortino ma che appunto non deve confondersi con la Taverna del Fortino che era di proprietà di Vincenzo Cioffi. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno.”. Dunque, il Montesano, non so da dove prenda questa notizia, scriveva corrrettamente che la casina di famiglia dei baroni di Battaglia Gallotti si trovava in località “San Marco” che, si trovava sempre in contrada Fortino del Cervaro e che non doveva essere molto distante dalla Taverna del Fortino che ospitò i rivoltosi di Pisacane. Sulla deposizione del Marino, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Sulla testimonianza del Marino ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ….Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); etc…”. Sempre sullo stesso argomento, sulla deposizione del rivoltoso Luciano Marino, Fusco, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore 22. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliata ed abbattuta la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che aveva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni,….furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio….” (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Dunque, il rivoltoso Luciano Marino dichiarava nell’interrogatorio che Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione.”. Dunque, secondo Luciano Marino, liberato da Pisacane a Ponza, il generale Pisacane si sarebbe recato nel casino di campagna dei Gallotti al Fortino e lì avrebbe incontrato il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i figli. Sempre il Fusco, a p. 295, nella nota (55) postillava: “(55) Così scrisse il giudice supplente Giuseppe De Filippis (ivi, b. 200, vol. I; G. Ranieri, Casalbuono ecc.., cit., p. 61). Il rivoltoso Luciano Marino nella deposizione più volte citata affermò: “….giunti in Casalnuovo niuni etcc…”. Sempre il Fusco, a p. 286, nella nota (72) postillava: “(72) Luciano Marino, scampato all’eccidio di Padula e consegnatosi agli urbani di Sassano, era nato nel 1827 a S. Maria di Capua. ‘Sartore’ ad Aversa, si era arrolato nel reggimento ‘Regina’ da cui aveva disertato, donde la relegazione a Ponza. Nella dichiarazione del 2 luglio a Sala dinanzi al giudice iistruttore Luigi Pizzicaro (ASS, Processi Politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.) oltre all’affermazione del ‘galantuomo’ riferì pure d’un altro personaggio, di un mugnaio di nome Rosario, che era rientrato nel Cilento perchè ‘sapeva’ che sarebbero arrivati i ‘rivoltosi’ (ivi, p. 216). Anche il “tavernaro del Fortino”, Vincenzo Cioffi, secondo Marino aveva affermato di attendere i rivoltosi “da più giorni” (ivi, p. 214).”.

LA “TAVERNA DEL FORTINO” DEL CERVARO

La “TAVERNA DEL FORTINO”, in “Contrada Cerbaro”, in “Località “Fortino”, in agro di Battaglia, frazione (oggi) di Casaletto Spartano oggi dei COLOMBO

(Fig. n….) – Immagine della località e della Taverna del Fortino, tratte dal sito satellitale Google maps

Da qualche anno laureatomi in Architettura, venivo accreditato presso diversi Tribunali come persona seria ed integerrima e venivo nominato Consulente Tecnico d’Ufficio da parte di diversi Giudici, in diversi procedimenti giudiziari civili e penali. Nel 1997, venni designato dal Pretore di Sapri – che all’epoca dipendeva dal Tribunale di Sala Consilina – quale C.T.U., nella Causa civile di divisione tra i Sig.ri coniugi Scotellaro e Amato Giuseppe (attore) contro i sig.ri germani COLOMBO Mario, Nicola, Maria e Antonietta (convenuti) per “accertare l’esatta delimitazione dei confini” delle loro adiacenti proprietà (Esecuzione imm. n. 660/97 R.G.E.). Le proprietà dei signori si trovavano nella “Contrada Cervaro”, in “Località Fortino”, in agro di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano. In occasione dello svolgimento delle operazioni peritali e delle relative operazioni di rito – di cui ero stato incaricato –  mi accorsi che tra le proprietà dei sig.ri COLOMBO vi era anche il fabbricato che gli storici hanno chiamato “TAVERNA DEL FORTINO”. La “Taverna del Fortino” è un piccolo fabbricato (particella n. 123) distinta nel Catasto fabbricati, al Foglio 26, del Comune di Casaletto Spartano, che peraltro risultava punto di riferimento fisso per le misurazioni di rito e dovute. Il fabbricato denominato “Taverna del Fortino”, era ed è un edificio simile ad un rettangolo, con tetto a capanna, tipico casolare di campagna. Questo fabbricato si trova disposto lungo la strada che all’epoca di Pisacane era detta “Strada per le Calabrie”, oggi chiamata SS. 19. La “Taverna” –  all’epoca di Pisacane il suo “tavernaro si chiamava CIOFFI” e che all’epoca di Garibaldi era di proprietà del Barone don PAOLO GALLOTTI, figlio di CARLO e nipote del barone don GIOVANNI GALLOTTI, che possedeva, nei pressi, un altro fabbricato chiamato “casino del barone Gallotti. Non molto distante dal fabbricato denominato “Taverna” vi è una piccola chiesetta o cappella di campagna. Il fabbricato denominato “Taverna del Fortino”, era ed è un edificio simile ad un rettangolo, con tetto a capanna e si trovava disposto lungo la Strada che all’epoca di Pisacane era detta “Strada per le Calabrie”, oggi chiamata SS. 19. La “Taverna” –  all’epoca di Pisacane il suo “tavernaro si chiamava CIOFFI” e che all’epoca di Garibaldi era di proprietà del Barone don PAOLO GALLOTTI, figlio del Barone CARLO e nipote del barone don GIOVANNI. La “Taverna del Fortino”, fu acquistata nel 1914 dai COLOMBO. Dagli Atti pubblici risulta “esiste solo il fascicolo tra il barone Giuseppe Gallotti ed i coniugi Amato-Scotellaro”, ed esiste un Atto Pubblico, Rogito rogato dal Notaio Autuori, del 19/02/1914, in cui, il fondo di acquisto era costituito dalle particelle 123 e 124 del foglio 26. Il Rogito era in favore dei sig. COLOMBO che acquistavano la “Taverna del Fortino”, dal barone don PAOLO GALLOTTI, figlio del barone don CARLO e nipote del don GIOVANNI. I COLOMBO, invece, dal 1914 diverranno proprietari della Taverna del Fortino. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: La taverna del Fortino si trova nel punto esatto in cui la terra di mezzo si riconcilia con al civiltà del motore a scoppio, quando la stradina che hai risalito da Vibonati va a sbattere contro la Statale 19, esattamente sul confine fra Campania e Basilicata. Fuori dall’edificio un gruppo di ragazzi si sollazza al sole delle due e mezza, discutendo di calcio, proprio sotto l’insegna della taverna, incollata a lettere adesive sulla vetrata: “Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia. Tanto che sia Nicola che suo fratello Mario sono nati nell’appartamento al primo piano, sopra il bar. E’ contento Nicola della tua visita. E’ l’occasione buona, ad esempi, per tirare giù dalla parete una cornice a giorno in cui sono piazzate le foto delle adunate garibaldine che si facevano alla taverna fino a una decina d’anni fa. Te l’appoggia sul vecchio biglardino, sotto la lapide, toglie lo straccio una ditata abbondante di polvere e mostra le foto una per una: gruppi di camice rosse col bicchiere in mano festanti, in festanti, in mezzo alle quali spunta addirittura un sosia del generale. Però c’è anche altro da vedere. Come la stanza-bunker in cui riposò Garibaldi, con una feritoia che dà sull’ingresso del locale, per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi.”. Dunque, il Finelli sostiene che l’attuale famiglia dei Colombo, proprietari dell’immobile ne siano venuti in possesso dai baroni di Battaglia, i Gallotti, nel 1911. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno. Il nome di quella località deriva da un antico fortilizio, di cui il mio caro amico il Com. Roberto Gaetani di Sapri mi scriveva nel 1907 che si scorgevano ancora i ruderi (3). La comitiva si fermò in una taverna, divenuta già celebre perché ivi si fermò nel 1857 la spedizione di Pisacane la quale purtroppo vi decise la partenza nefasta per Padula e per Sanza, andando incontro a tragica fine. Il sacerdote Arcangelo Rotunno di Padula, ispettore onorario dei monumenti e scavi nel circondario di Sala Consilina, uno studioso modesto e valoroso, ha redatto su quella taverna ormai storica due relazioni nel 1914 le quali chiariscono le poche modificazioni avvenute in quel rustico locale dopo la fermata del dittatore, e ne ha rilevate due fotografie, di cui cortesemente mi inviò copia.”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (3) postillava: “(3) I ruderi sono a cinquanta metri dalla taverna.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”.

(Fig. n….) – Stralcio planimetrico del foglio di mappa Catasto Urbano Comune di Casaletto Spartano, località Fortino, fg. 26

Nel 29 giugno, 1857, Pisacane ed i Trecento arrivarono in Località “Fortino del Cervaro” e sostarono alla “TAVERNA DEL FORTINO” 

(Fig. n….) – Foto della località e della Taverna del Fortino, tratte dal testo di P. E. Bilotti (….) e dal testo di Guida (….)

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Inoltre, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, e solo l’indomani, all’alba, Pisacane, accompagnato dal Cioffi, si reca da loro, e dopo un breve colloquio torna al Fortino insieme a Raffaele e Filomeno.”. Dunque, secondo il Cassese, il Cioffi, che aveva ospitato i rivoltosi di Pisacane nella “sua Taverna” accompagnò Pisacane nella casina dei Gallotti che non doveva essere distante dal Fortino ma che appunto non deve confondersi con la Taverna del Fortino che era di proprietà di Vincenzo Cioffi. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti.  Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno.”. Dunque, il Montesano, non so da dove prenda questa notizia, scriveva corrrettamente che la casina di famiglia dei baroni di Battaglia Gallotti si trovava in località “San Marco” che, si trovava sempre in contrada Fortino del Cervaro e che non doveva essere molto distante dalla Taverna del Fortino che ospitò i rivoltosi di Pisacane. La casa o la villa dei baroni di Battaglia, i Gallotti, non è da confondere con la “Taverna” del Fortino che molto probabilmente era di proprietà anch’essa dei baroni di Battaglia, Gallotti. Infatti, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Il barone di Battaglia, il vecchio don Giovanni Gallotti, il mattino del 30 giugno 1857, il generale Carlo Pisacane si recherà ad incontrarlo nella sua casina di famiglia in località S. Marco a circa un chilometro dal Fortino del Cervaro, dove non lo troverà. Questa notizia però distorce con la testimonianza di un rivoltoso liberato a Ponza e fatto prigioniero a Padula, Luciano Marino. Sulla deposizione del Marino, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Sulla testimonianza del Marino ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ….Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); etc…”. Sempre sullo stesso argomento, sulla deposizione del rivoltoso Luciano Marino, Fusco, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore 22. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliata ed abbattuta la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che aveva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni,….furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio….” (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Dunque, il rivoltoso Luciano Marino dichiarava nell’interrogatorio che Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione.”. Dunque, secondo Luciano Marino, liberato da Pisacane a Ponza, il generale Pisacane si sarebbe recato nel casino di campagna dei Gallotti al Fortino e lì avrebbe incontrato il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i figli. Sempre il Fusco, a p. 295, nella nota (55) postillava: “(55) Così scrisse il giudice supplente Giuseppe De Filippis (ivi, b. 200, vol. I; G. Ranieri, Casalbuono ecc.., cit., p. 61). Il rivoltoso Luciano Marino nella deposizione più volte citata affermò: “….giunti in Casalnuovo niuni etcc…”. Sempre il Fusco, a p. 286, nella nota (72) postillava: “(72) Luciano Marino, scampato all’eccidio di Padula e consegnatosi agli urbani di Sassano, era nato nel 1827 a S. Maria di Capua. ‘Sartore’ ad Aversa, si era arrolato nel reggimento ‘Regina’ da cui aveva disertato, donde la relegazione a Ponza. Nella dichiarazione del 2 luglio a Sala dinanzi al giudice iistruttore Luigi Pizzicaro (ASS, Processi Politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.) oltre all’affermazione del ‘galantuomo’ riferì pure d’un altro personaggio, di un mugnaio di nome Rosario, che era rientrato nel Cilento perchè ‘sapeva’ che sarebbero arrivati i ‘rivoltosi’ (ivi, p. 216). Anche il “tavernaro del Fortino”, Vincenzo Cioffi, secondo Marino aveva affermato di attendere i rivoltosi “da più giorni” (ivi, p. 214).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)…”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) I due fratelli (Emanuele e Filiberto) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.  Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: La taverna del Fortino…in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 136, in proposito scriveva pure che: “….dall’antica strada rotabile proveniente da Napoli, lungo la quale, verso il declivio occidentale, s’incontra la taverna del Fortino, a 778 metri d’altimetria ed a circa 9 chilometri dall’abitato di Lagonegro.…la storica taverna, oggi cadente, od alla vicina cappella di campagna. Ivi è segnato il confine fra le provincie di Basilicata  di Salerno, di cui fa parte il vicino villaggio di Battaglia del Comune di Casaletto Spartano.”. Sul monte CERVARO, ha scritto Gaetani Fischetti (….), nel suo “Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel Circondario”, Prop. Letteraria, 1877, a pp. 53-54, in proposito scriveva: “Al fortino di Cervara intanto i rivoltosi messi a pane ed acqua dal tavernaro Vincenzo Cioffi, non trovarono meglio da ristorare le loro forze, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, riferendosi alla “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva pure che Garibaldi: Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “….l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, in proposito aggiungeva che: Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”.

DON PAOLO GALLOTTI proprietario della “TAVERNA DEL FORTINO DEL CERVARO” ai tempi di Garibaldi

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”. Sul barone don PAOLO GALLOTTI – figlio di Carlo Gallotti e nipote di don Giovanni Gallotti, ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, etc…”. Policicchio, riferendosi sempre a don Paolo Gallotti, sulla scorta dell’avv. Carlo Pesce (….) aggiungeva pure che: “…anche se “nel 1848 fu in compagnia del Capo Urbano di Tortorella e Morigerati, onde opporsi all’invasione Cilentana, nella sommossa”, fu compreso tra gli attendibili politici di 3° classe perché “concessa la Cotituzione, esultò al pari degli altri, ma senza eccedere. Partì per Napoli, ed ivi si trattenne qualche tempo. Ritornato in patria, ha serbato regolare condotta” (57). Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (57) postillava: “(57) Dal Giudice Regio di Vibonati, in maggio 1857, gli fu rilasciata carta di passaggio per Salerno col consueto obbligo di portarsi, all’arrivo, presso il Commissario di polizia del capoluogo. Quando vi giunse, il primo giugno, nel sottoporre la carta a vidimazione, domandò di potersi portare a Napoli con la stessa carta. Ivi, b. 31, f. 32,38.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio scriveva che: Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio postillava dell’aneddoto riportato dall’Avv. Carlo Pesce. Infatti, Pesce scriveva che PAOLO GALLOTTI di Carlo e nipote del baronone di Bataglia, don Giovanni Gallotti, “seppe ben attendere ai doveri di ospitalità verso la gloriosa comitiva”. Sempre su don Paolo Gallotti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 332, in proposito scriveva pure che: Dopo del francese Laboulinier fu nominato Sotto Intendente di Lagonegro l’Italiano Cassito, e per parecchio tempo ne ebbe le funzioni il Consigliere Distrettuale D. Paolo dei Baroni Gallotti. Per alcuni anni fu Comandante di Piazza il famoso Colonnello Amati di Amantea.”. Dunque, il Pesce ricorda che durante il decennio francese il barone di Battaglia, don PAOLO GALLOTTI era Consigliere Distrettuale di Lagonegro e ricoprì la carica vacante di Sotto Intendente. Pesce scriveva che a quel tempo la Teverna del Fortino era di proprietà di Paolo Gallotti. In seguito diverrà di proprietà dei COLOMBO che l’acquisteranno dal nipote di don Giovanni Gallotti, don PAOLO GALLOTTI di Carlo. Infatti, nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: La taverna del Fortino….l’insegna della taverna, incollata a lettere adesive sulla vetrata: “Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”. Dunque, il Finelli sostiene che l’attuale famiglia dei COLOMBO sono i proprietari dell’immobile, del fabbricato oggi denoinato “Taverna del Fortino”. I Colombo acquistarono dal barone di Battaglia don PAOLO GALLOTTI, figlio di CARLO GALLOTTI e nipote del barone don Giovanni Gallotti.  ne siano venuti in possesso dai baroni di Battaglia, i Gallotti, nel 1911. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, etc…”. Su don PAOLO GALLOTTI, figlio di CARLO, posso aggiungere che, nel 1997, in occasione di un incarico in cui venni designato dal Pretore di Sapri – che all’epoca dipendeva dal Tribunale di Sala Consilina – quale C.T.U., nella Causa civile di divisione tra i Sig.ri coniugi Scotellaro e Amato Giuseppe (attore) contro i sig.ri germani COLOMBO (Esecuzione imm. n. 660/97 R.G.E.), nel svolgere tutti gli accertamenti di rito rinvenni l’Atto Pubblico, Rogito rogato dal Notaio Autuori, del 19/02/1914, in cui, il fondo di acquisto era costituito dalle particelle 123 e 124 del foglio 26. Il Rogito era in favore dei sig. COLOMBO che acquistavano la “Taverna del Fortino”, dal barone don PAOLO GALLOTTI, figlio del barone don CARLO e nipote del don GIOVANNI. Il Rogito è del 1914, sebbene nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, riferendosi alla “Salumeria Colombo” che è una stanza del fabbricato detto “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva: l’insegna della taverna, incollata a lettere adesive sulla vetrata: “Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna etc..”. Dunque, il Finelli sostiene che l’attuale famiglia dei Colombo, proprietari dell’immobile ne siano venuti in possesso dai baroni di Battaglia, i Gallotti, nel 1911.

Nel 4 settembre 1860, la “TAVERNA DEL FORTINO DEL CERVARO” di proprietà del barone di Battaglia, don PAOLO GALLOTTI

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, etc….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “….quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “….offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, etc…”. Pesce, nel parlare dello storico edificio, al tempo “Taverna” o “Osteria”, oggi salumeria e bar dei Colombo, aggiungeva che: “….valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi.”. Stessa cosa Pesce (….) scriveva nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”. Dunque, il Pesce cita la descrizione che Agostino Bertani ci lasciò dello storico incontro – in quella taverna – e della storica decisione di Garibaldi di non aderire alla richiesta di annessione inviata dal de Pretis. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. Infatti, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; ma ben altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico etc…”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Etc….. Bertani, nel suo racconto, a p. 73 aggiungeva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo.”. Agostino Bertani, annotando nel suo taccuino e memorie pubblicate dalla giornalista White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 185-186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “ ….“La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Riguardo la Taverna del Fortino, ai tempi del passaggio di Garibaldi, nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia.”. Sempre il Finelli, argutamente argomenta che: Come la stanza-bunker in cui riposò Garibaldi, con una feritoia che dà sull’ingresso del locale, per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi.”. Finelli, sulla scorta del Pesce – credo- scriveva che Garibaldi riposò nella “stanza-bunker” che ha una feritoia “che dà sull’ingresso del locale” – dice lui – “per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi”.

Nel 4 settembre 1860, GARIBALDI arrivato al Fortino del Cervaro, si fermò e fu ricevuto nella “Taverna” del barone don PAOLO GALLOTTI proprietario dell’edificio

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, etc…”. Policicchio, riferendosi sempre a don Paolo Gallotti, sulla scorta dell’avv. Carlo Pesce (….) aggiungeva pure che: Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio scriveva che: Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Dunque, il Pesce riferendosi alla Taverna del Fortino scriveva che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”. Pesce prosegue descrivendo il “rozzo” edificio della “Taverna” – di cui ho parlato – e cita il racconto di Agostino Bertani che rivelò i retroscena di quell’improvvisato “Consiglio di guerra” che si tenne nell’edificio di campagna. Pesce, prosegue pure e rivela un altro aneddoto sul barone don Paolo Gallotti, proprietario della storica Taverna. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, etc…”. Pesce ricorda che in occasione della venuta di Garibaldi in località Fortino di Cervara, Garibaldi ed il suo seguito ricevettero dai cittadini del posto “cibarie” varie – prodotti caseari del posto – mentre,  nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; ma ben altro si occupavano eglino in quei momenti. Etc…”. Dunque, Agostino Bertani racconta e testimoniava che, la proprietà della Taverna – che ospitò Garibaldi ed il suo seguito: “….contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; Etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. Dunque, Pesce raccontava che i Gallotti conservavano la “grossa seggiola a spalliera” – che loro possedevano nella stanza dell’antico e rustico edificio della Taverna – su cui Garibaldi si sedette per riposare “in quella breve sosta”. Sempre sul don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni Gallotti di Sapri, Pesce, continuando il suo racconto sull’arrivo di Garibaldi in località Fortino di Cervaro: Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “ ….“La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Riguardo la Taverna del Fortino, ai tempi del passaggio di Garibaldi, nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia.”. Sempre il Finelli, argutamente argomenta che: Come la stanza-bunker in cui riposò Garibaldi, con una feritoia che dà sull’ingresso del locale, per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi.”. Finelli, sulla scorta del Pesce – credo- scriveva che Garibaldi riposò nella “stanza-bunker” che ha una feritoia “che dà sull’ingresso del locale” – dice lui – “per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi”.

LA LAPIDE COMMEMORATIVA DELLO STORICO PASSAGGIO AL FORTINO

(Fig. n….) – Lapide commemorativa apposta sulla Taverna del Fortino del Cervaro fatta apporre dal Consiglio Provinciale – foto tratta dal Bilotti (….)

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.

Nel Settembre 1860, gli Atti deliberativi dei MUNICIPI per l’adesione al Governo Unitario Nazionale del Re del Piemonte Vittorio Emanuele II 

Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “In virtù della circolare del primo settembre emanata dal governo provvisorio salese (“Cittadino sindaco. Essendosi felicemente inaugurata una nuova era…..convocherà immediatamente il Decurionato e lo farà deliberare per l’atto di adesione al Governo Unitario Nazionale…)(103) i decurionati dei vari borghi dei due distretti si affrettarono a votare l’atto formale di adesione al governo di Vittorio Emanuele II. A Buonabitacolo “il collegio decurionale” così scrisse nella deliberazione di adesione: “…con voti unanimi…solennemente stabilisce di aderire al governo nazionale di Vittorio Emanuele II re d’Italia…”(104); e a Vibonati: “Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosiinterprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al governo unitario nazionale acclamando Re Vittorio Emanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(105). A Montesano “numerosissimo popolo cantò “con un entusiasmo indscrivibile l’inno ambrosiano” e così San Rufo (dove si registrarono “generali esternazioni di straordinaria gioia”), a Torre Orsaia (grande entusiasmo per Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo”), a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo furono in pratica riaffermati e sanciti col plebiscito del 21 d’ottobre, in virtù etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (103) postillava: “(103) Cfr. Il Lampo, Napoli, Bullettino 484 del 5 settembre 1860, n. 34; P. Russo, Un brandello ecc.., cit., p. 42 e n. 87”. Fusco, a p. 359, nella nota (104) postillava: “(104) E. Giudice, Storia civile e religiosa ecc.., p. 45 “. Fusco, a p. 358, nella nota (105) postillava: “(105) ACV (= Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1; F. Policicchio, Le Camicie Rosse, cit., p. 291.”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Non mancarono casi di avversine al nuovo governo (a Buccino, Maiori, Scafati, Baronisi, Eboli, Campagna). Ivi, p. 23 sg.”. Fusco, a p. 359, nella nota (107) postillava: “M. Montesano, Partiti politici e plebisito a Napolie nelle provincie meridionali nel 1860, in “Arch. Storico per le Provincie Napoletane”, a. IV, quarta serie, 1966, pp. 64-66″. Fusco, oltre a citare il giornale “Il Lampo”, di cui alcuni esemplari sono conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, citava anche il testo di Pasquale Russo (….) e del suo “Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta”, ed. Grafespress, Castelcivita (SA), 2000, bibliograficamente ben aggiornato e informato. Riguardo la Circolare citata dal Fusco, Paola Margarita (….), nel suo “1.2. Il 1860 nelle cronache del giornale “Il Lampo”.” (sta nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a p. 186 riporta il seguente documento del 31 agosto 1860, a Sala: “Sala, 31 agosto 1860. Il Prodittatore Giovanni Matina dichiara legittimo lo stato d’insurrezione della provincia (ASS, Giornali, “Il Lampo”, suppl. al n. 32, Napoli 4 settembre 1860). “Il Prodittatore Matina, installata la Prodittatura, dichiara legittimo lo Stato Insurrezionale della Provincia e ordina che tutti gli atti di governo sia per l’amministrazione civile che giudiziaria portino l’intestazione “Vittorio Emmanuele Re d’Italia e il Generale Giuseppe Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie”. Ordina, inoltre, che si affidi il comando dell’esercito al colonnello Luigi Fabrizi, che sia installata una Giunta Insurrezionale in tutti i Municipi della Provincia composta da tre individui noti per la fede patriottica, scelti dai cmmissari a ciò delegati. La giunta municipale così composta avrà pieni poteri per far eseguire tutte le disposizioni che emanerà il governo, per mantenere l’ordine interno, per l’apertura di liste di volontari e per formare una cassa del pubblico danaro.”. Questi provvedimenti e Atti emanati dal Governo provvisorio del Matina verrano pubblicati anche in Alfieri d’Evandro (….). Anche Roberto Parrella (…), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torre Orsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). Etc…”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che:  “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 175, in proposito scriveva che: “Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda. All’avanzata delle Camicie Rosse, sostenute dai contadini e da da parte della borghesia, etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 169, in proposito scriveva: Unanimi furono le adesioni dei comuni della provincia al nuov governoe numerose le manifestazioni digiubilo della popolazione come avvenne a Torre Orsaia, dove “universale del Circondario fu l’esultanza per il nuovo governo e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi per averli liberati dal più cieco dispotismo che per tanti anni aveva gravato su di loro”(225).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (224) postillava: “(224) F. Policicchio, Le camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., nota n° 14 pag. 275.” Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”. L’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, “b. 1, f. 5”, rapporto del 12 settembre 1860, contiene il rapporto del 22 settembre 1860. Storia archivistica: Il fondo era già conservato nell’antico Archivio provinciale a cui era pervenuto dalla Prefettura di Salerno a partire dal 1873 e poi ancora all’inizio del sec. XX. Un ulteriore versamento risale al 1940 e l’ultimo, relativo al Cemento armato, al marzo 2013. Ad oggi è parzialmente riordinato e consultabile sulla base di inventari, per le serie sistemate, e di elenchi di versamento per le serie ancora in corso di ordinamento. Le carte del Gabinetto della Prefettura di Salerno sono giunte all’Archivio di Stato di Salerno per versamenti, il primo effettuato all’inizio del secolo e il secondo nel 1940. La documentazione è stata inventariata nel 1954.

Nel 14 Settembre 1860, l’atto deliberativo del MUNICIPIO DI SAPRI per l’adesione al Governo Unitario di Vittorio Emanuele II 

(Fig. n….) Lettera di don Giovanni Gallotti al Prefetto di Salerno – Archivio di Stato di Salerno – Gabinetto Prefettura, b. 1, f. 1

Riguardo gli Atti promulgati dalle giunte Decurionali dei Municipi all’epoca ed in particolare del Municipio di Sapri si ha notizia da Rita Tagliè. Il Capitano della Guardia Nazionale del Distretto o del Circondario, Giovanni Gallotti di Sapri, il barone Gallotti di Casaletto Spartano – Fortino, il 22 settembre 1860 scriveva una lettera, pubblicata dalla Tagliè, e conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto Prefettura, dove si giustificava per il ritardo nella comunicazione dell’adesione del Municipio e del Decurionato di Sapri al Governo Unitario del Regno d’Italia e a Vittorio Emanuele II. La lettera, che il Gallotti inviava al Governatore della Provincia di Salerno, è firmata anche dall’allora Sindaco di Sapri.  L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. La notizia dell’“Atto di adesione del Comune di Sapri al nuovo Regno”, è riportata anche da Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti.”. Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Etc…”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5″. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. La Tagliè, a p. 174, continuando sulla lettera del Sindaco di Sapri e, riferendosi alla lettera scriveva che: Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum etc…”. Roberto Parrella (….), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica al’iniziativa garibaldina”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torreorsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigeni un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Parrella, a p. 22, nella nota (23) postillava: “(23) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del giudice regio, 15 settembre 1860.”. Parrella, a p. 22, nella nota (24) postillava: “(24) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del capitano della Guardia Nazionale, 16 settembre 1860.”. Parrella, a p. 22, nella nota (25) postillava: “(25) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 22 settembre 1860.”. Anche Roberto Parrella (…), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torre Orsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). Etc…”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che:  “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. La notizia della lettera del Gallotti inviata il 22 settembre 1860 è confermata da Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 171, in proposito scriveva che: “A Sapri l’atto deliberativo del Municipio per l’adesione al Governo Unitario fu sottoscritto il 14 settembre.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, le assicuro che il giorno 15, 16 e 17 corrente (e non prima a causa degli embarchi Garibaldini) di già ebbero luogo in questa popolazione. Etc…”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 171, in proposito scriveva che: In quella circostanza, curiosità, Sapri mutò anche la numerazione del protocollo. L’atto assunse il n. 1 di spedizione. Ma, presso la sede del Sotto Governatore non giunse e, il 24 successivo, dal sindaco, il Sotto Governatore fu assicurato d’averlo spedito in triplice copia e che un eventuale reclamo andava avanzato alla Direzione Postale (6). In ogni caso: “mi onoro farvene arrivare altre copie.”. Policicchio, a p. 171, nella nota (6) postillava: “(6) Il Direttore dell’ufficio primario delle poste di Casalbuono, traslocando a Sala, in questi termini si congedava dal Sindaco e cittadinanza di Vibonati il 17 novembre 1861: “Parto sapendo di non aver dispiaciuto in qualche riscontro, la sua gentil persona, e cotesti Patrioti, poiché per mia fortuna veruna doglianza fin’ora mi è arrivata”. ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati) b. 14, f. VI (categoria: Governo dal 1860 al 1865).”. La notizia venne riportata anche da Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “…a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Etc…”. Felice Fusco, scriveva che: “…a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”.

Nel 15, 16 e 17 settembre 1860, a Sapri si fecero tre giorni di festa ed il barone don GIOVANNI GALLOTTI offrì un pranzo per i Sapresi indigenti

Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Etc…”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5″. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. La Tagliè, a p. 174, continuando sulla lettera del Sindaco di Sapri e, riferendosi alla lettera scriveva che: Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum in onore del nuovo sovrano, al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”. La cerimonia si concluse con un lauto banchetto offerto dal capitano della Guardia Nazionale agli indigenti.”. Inoltre, la Tagliè, a p. 174 aggiungeva sui Gallotti a Sapri che: E’ da ricordare che i figli di Giovanni Gallotti, in occasione della spedizione di Sapri, diedero ospitalità a Pisacane ed ai suoi compagni al Fortino, mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”. L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. Sui tre giorni di festa tenutisi a Sapri, in seguito al passaggio di Garibaldi ed al ruolo, sempre più mortificato e bistrattato che tenne il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Roberto Parrella (….), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica al’iniziativa garibaldina”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torreorsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigeni un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Parrella, a p. 22, nella nota (23) postillava: “(23) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del giudice regio, 15 settembre 1860.”. Parrella, a p. 22, nella nota (24) postillava: “(24) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del capitano della Guardia Nazionale, 16 settembre 1860.”. Parrella, a p. 22, nella nota (25) postillava: “(25) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 22 settembre 1860.”. Roberto Parrella (…) che, nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigenti un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che:  “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Sal\erno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, le assicuro che il giorno 15, 16 e 17 corrente (e non prima a causa degli embarchi Garibaldini) di già ebbero luogo in questa popolazione. Etc…”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava il testo dell’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. Policicchio continua trascrivendo la lettera del Gallotti che scriveva al Governatore sulla festa tenutasi a Sapri nei tre giorni del 15, 16 e 17 settembre 1860:  “Esse sono state celebrate col massimo entusiasmo di gioja, allegrezza, spari, colpi di cannone, toselli eretti all’invitto Vittorio Emanuele, e ‘l Dittatore Garibaldi nella Piazza, toselli ornati con ricche ceri, e Musica. La Chiesa illuminata a giorno nel canto del Te Deum coll’intervento del Municipio, Guardia Nazionale, Guardia Doganale comandata dallo Tenente D. Giuseppe Monaco, nonchè tutta la popolazione accorsa, riempiva di vaghezza gli occhi che la miravano, soprattutto un’allucuzione di entusiastica favella spiccata nella Chiesa dell’avvocato Salvatore Gallotti figlio del Capitano, compiva la nobile arringa col grido Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Rè d’Italia e Viva Garibaldi. Applausi immensi. Etc…”. Il Capitano Giovanni Gallotti scriveva al Governatore che nei tre giorni di festeggiamenti, la Chiesa madre dell’Immacolata Concezione, nell’attuale piazza del Plebiscito a Sapri era “illuminata a giorno nel canto del Te Deum coll’intervento del Municipio, Guardia Nazionale, Guardia Doganale comandata dallo Tenente D. Giuseppe Monaco, nonchè tutta la popolazione accorsa, riempiva di vaghezza gli occhi etc…” e aggiungeva “…favella spiccata nella Chiesa dell’avvocato Salvatore Gallotti figlio del Capitano, compiva la nobile arringa col grido Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Rè d’Italia e Viva Garibaldi.”. Aggiungeva pure il Gallotti che: “….Diè compimento al fausto giorno un lauto banchetto ordinato dalla filantropia del Capitano Nazionale Barone Gallotti, che dava agli indigeni, venendo assisto dal d° Tenente Monaco, e situati innanzi ai detti Toselli era bello il vedere ed il sentire il grido di quei tutti, nel mentre che gustavano del pranzo Viva Italia una, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi, nonché accorse da Vibonati il Giudice Regio D. Francesco Saverio Cajazzo, che fece cerchio con la G° Nle e l’ammonì sulle nobili ideee di condotta.”. Dunque, il Gallotti diede pubblica lode al giudice del Circondario Francesco Saverio Cajazzo che dice essere venuto e accorso da Vibonati, sede del suo Ufficio e che in Piazza “fece cerchio con la Guardia Nazionale di Sapri e del Circondario”.

Nel 15, 15 e 17 settembre 1860, SALVATORE GALLOTTI, figlio del barone di Battaglia Giovanni Gallotti (Capitano della Guardia Nazionale), Avvovato

Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, scriveva che secondo il rapporto del Sindaco di Sapri, Francesco Gaetani che il 22 settembre inviò al Governatore della Provincia di Salerno, in occasione dei tre giorni di festeggiamenti tenutisi a Sapri, il 15, 16 e 17 settembre 1860, nel rapporto vi è scritto che: “….al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”.”. Eugenia Granito (….), nel suo “Un popolo uno Stato – Conquiste e problematiche dell’unificazione italiana viste da una provincia meridionale, Archivio di Stato di Salerno – Catalogo della mostra marzo dicembre 2011, ed. Plectica, 2012, a a p. 126, in proposito aggiungeva che: “….Salvatore Gallotti, soprannominato il “Nerone di Sapri”, pretendeva di “esigere non solo il dazio sui generi che rimanevano in Sapri, ma anche su qualli che, sbarcati in Sapri, venivano inviati a Lagonegro, Lauria ed in altri paesi.”.”.

Nel 1861, Sapri, i GALLOTTI e Giovanni NICOTERA

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”.Dunque, il sacerdote Luigi Tancredi scriveva che don FILOMENO GALLOTTI fu il 16° Sindaco del Comune di Sapri (SA) e lo divenne nel 1880. Secondo il Policicchio, invece, la carica di Sindaco l’assunse nel 1878 fino al 1905. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Su Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri troviamo una notizia interessante nel testo di Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, parlando di Giovanni Nicotera, uno dei principali protagosti della vita politica della Provincia di Salerno, in proposito scrivevano: “….perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, riferendosi al figlio del barone don Giovanni, RAFFAELE GALLOTTI, in proposito scriveva che: “Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Dunque, Policicchio scriveva che da alcuni familiari della famiglia Gallotti (mi domando quali, visto che, oggi, dopo la morte di don Filomeno e dell’ultima sua moglie, VINCENZA RECCHIA, non erano più in vita), “la stessa godeva” (forse qui vi è un evidente errore perche Policicchio ci parla di Raffaele e quindi si riferisce alla sua vedova ?), “di una pensione a lei assegnata”.  Policicchio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque Policicchio scriveva che don FILOMENO GALLOTTI: “..rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221, in proposito scriveva che: “A questo punto del lavoro, per completezza, pare doveroso, allontanandoci del periodo di nostro interesse, come si è fatto per la famiglia Gallotti, dire della famiglia Peluso (62).”. Policicchio, a p. 221, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di ilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”.

Nel 1861, il Processo nuovamente istruito per l’uccisione di COSTABILE CARDUCCI

Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 122-123, in proposito scriveva che: “VIII. Il processo intanto si trascinava a stento fra continue sentenze preparatorie e rinvìi. Non si aveva il coraggio di assolvere e molto meno di mandare gli imputati a giudizio. La sorte dei due giudici e dei due procuratori generali era un eloquente monito ! Una sentenza della Gran Corte criminale di Potenza del 25 novembre 1851 ordinò un prosieguo d’istruttoria. Per ordine segreto o per tacita intelligenza si abbandonarono gli atti, il processo venne messo a dormire, e dormì lungamente, nella polvere degli archivii di Lagonegro e di Potenza fino a la caduta dei Borboni. Venuti i nuovi tempi si senti finalmente il dovere di non lasciare ancora impunite tante scelleraggini. Il procuratore generale della Gran Corte di Potenza ordinava, nel gennaio 1861, al giudice Arcieri del tribunale di Lagonegro di esaurire l’istruttoria. Molti dei colpevoli erano morti durante il lungo intervallo; altri, a la prima notizia della ripresa degli atti, fuggirono a l’estero. Dopo una nuova istruzione assai laboriosa la sezione di accusa di Potenza, con decisione del 16 gennaio 1854, respinta l’eccezione di prescrizione, rinviò a giudizio ben cinquantuno individui tutti contumaci. Varii giudizi ebbero luogo secondo che si arrestava qualcuno degli imputati. La Corte di Assise di Potenza presieduta da Rocco Positano assolveva, in seguito a verdetto dei giurati, il 38 gennaio 1865 G. B. Florenzano e Giuseppe Faraco, condannava invece ad anni cinque di reclusione, ritenendo la complicità non necessaria Francesco Florenzano, Salvatore CaiTano e Giovanni Limongi. Successivamente la stessa Corte dichiarò prescritta l’azione contro; Michele Tedeschi e Giuseppe Bello, assolse Giovanni Brando e condannò Giovanni Alascio a sei anni di reclusione. In altri giudizi assolveva il 17 giugno 1878 Fortunato Timpanelli ed il 28 luglio 1879 Giuseppe Gallotti. La Corte di Assise di Lagonegro invece condannava il 20 aprile 1882 Sabato Calderaro a tre anni di reclusione: ma la Corte di Cassazione di Napoli annullava la sentenza ritenendo prescritta l’azione. Le pratiche fatte dal governo italiano per l’estradizione di altri imputati riuscirono infruttuose. Per impedire la prescrizione si procedette in contumacia. La Corte di Assise di Lagonegro, il 13 maggio 1883, condannò undici degli imputati a la pena dei lavori forzati a vita: ma tale condanna non ebbe alcun eftetto perchè nessuno dei condannati subì la pena. Cosi per malvagie arti mancò la pena al truce assassinio di Costabile Calducci. Qual doloroso destino il suo! Lunghi anni di congiure e di pericoli,
quindi un trionfo rapido e fugace, poi disperate battaglie, ed una morte più crudele di ogni supplizio. Le sue spoglie, trascinate fra dirupi, insepolte per varii giorni, ebbero quiete alfine in una povera fossa ancora, dopo sessanta anni, non coperta da una pietra che ricordi il suo nome. Mentre i poveri figli gemevano nella miseria, mentre esultavano nella reggia e spadroneggiavano nelle piazze gli autori di tanta scelleragine, su la vittima scendeva rapido e profondo l’oblio. Ma dovrà pure sorgere un giorno in cui la sua città natale, non più immemore ed ingiusta, raccolga con onore i miseri avanzi. Dispersa è per sempre l’eco degli inni festanti, con cui un popolo lo accolse un dì trionfatore, ma aleggeranno intorno a la sua tomba la pietà e la gratitudine, ispiratrici di nobili ardimenti e di generosi sacrifici. Purificata e redenta da l’atroce espiazione rifulgerà sacra la memoria del cospiratore e del combattente !.”
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Nel 1861, SAPRI, Comune del Regno d’Italia

(Fig. n….) – Dipinto olio su tela di Sapri nel periodo pre-Unitario

Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1924, durante il Regno d’Italia ha fatto parte del mandamento di Vibonati, nel 1924 il mandamento fu trasferito a Sapri fino al 1927 anno della sua soppressione appartenente al Circondario di Sala Consilina. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 92, in proposito scriveva: “2) Le costituite amministrazioni comunali. E per i Comuni cosa fu deciso? Dopo aver provveduto alla disciplina e alla riorganizzazione delle provincie, si dispose la formazione del Consiglio Comunale di ogni singolo paese. Come fu fatto per la scelta dei deputati, così venne eseguito per quella dei componenti del Consiglio di ciascun comune. La data delle elezione era fissata dal Prefetto della Provincia, previa autorizzazione del Ministero dell’Interno. Alla votazione partecipavano gli elettori residenti nel comune che erano già segnati nelle apposite liste e per la cultura e per il censo. Nel seno del Consiglio veniva scelto il Sindaco con i componenti la giunta comunale, che coadiuvava il Sindaco nell’amministrazione. La scelta del Sindaco veniva fatta dal Re per quei comuni con popolazione inferiore a 4.000 abitanti. Per quelli superiori a tale numero provvedeva ciascun consiglio comunale, scegliendo tra i suoi componenti stessi.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 94, in proposito scriveva: Il Pani Rossi affermò che l’ignoranza totale del popolo portò a soprusi ed a pateggiamenti in tutti i comuni e prevalsero sempre tutti quelli che per bramosia di vendetta, insinuanti ed ingordi, si impossessarono degli Uffici comunali come beni personali.”

Nel 3 luglio 1861, don Paolo GALLOTTI, figlio di Carlo e nipote del barone Giovanni fu proclamato Consigliere Provinciale

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 219, in proposito scriveva che: “Legale di pofessione, morì settantenne il 21 aprile 1893. Durante il periodo del Governatorato, il 3 luglio 1861 fu proclamato Consigliere Provinciale, eletto per il Mandamento di Vibonati (59) Circondario di Sala, (Mandamento numero 29)(60) con 130 preferenze.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (59) postillava: “(59) Il comune di Vibonati, con delibera dell’8 agosto 1860 propose le terne dei candidati: Pugliesi Vincenzo, paternità Giacomoantonio, età 55, Legale, Vibonati, rendit. 268,12; Demarco Felice, di Domenico, età 55, Dr. Fisico, di Tortorella, rendita 151; Perazzo Pietro Paolo, di Carmine, età 65, legale, di Torraca; 2° Terna: De Petrinis Giuseppe, di Domenico, età 46 possidente, di Sala, rendita 2000; Gallotti Paolo, di Carlo, età 38, possidente, di Casaletto, rendita 125; Falcone Domenico, di Felice, età 44, possidente, di Sala, rendita 250.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (60) postillava: “(60) Per il mandamento di Sanza (n. 28) fu eletto Giuseppe Picinni fu Filippo con voti 70; per il Mandamento di Montesano (n. 27) Francesco Gervasio fu Federico, voti 29; per il Mandamento di etcc…”. Dunque, Policicchio scriveva che don Paolo Gallotti (uno dei figli di don Giovanni Gallotti, barone di Battaglia), in occasione delle elezioni del Consiglio Provinciale, il 3 luglio 1861 (“nel periodo del Governatorato”) fu proclamato Consigliere provinciale eletto nel Mandamento di Vibonati del Circondario di Sala Consilina. Policicchio scrive pure che il comune di Vibonati, l’8 agosto 1860 deliberò e propose la tera di candidati a detta elezione: Pugliesi (probabilmente Pugliese) Vincenzo ecc..”.

Dal 1867 al 1872, don FILOMENO GALLOTTI, figlio del barone Giovanni fu ESATTORE DEL COMUNE DI SAPRI

(Fig. n…..) – Ritratto del barone don Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri – olio su tela (1882) – conservato al Comune di Sapri – foto Attanasio

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Dunque, don Filomeno Gallotti rimase in carica da Sindaco del Comune di Sapri fino al 1895, data nella quale divenne sindaco l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti dei Gallotti di Piazza Plebiscito. Ma, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, ….Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque, il Policicchio – da poco scomparso – scriveva che don Filomeno Gallotti rivestì la carica di Sindaco di Sapri fino al 1905. Ma, credo però che Policicchio si sbagliasse perchè nel 1905 divenne Sindaco di Sapri l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti di Piazza del Plebiscito. Su Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri troviamo una notizia interessante nel testo di Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Etc..”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, parlando di Giovanni Nicotera, uno dei principali protagosti della vita politica della Provincia di Salerno, in proposito scrivevano: “….perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”.”. Leone e Stancati (….), a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221, in proposito scriveva che: “A questo punto del lavoro, per completezza, pare doveroso, allontanandoci del periodo di nostro interesse, come si è fatto per la famiglia Gallotti, dire della famiglia Peluso (62).”. Policicchio, a p. 221, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti. Secondo la lapide marmorea nel cimitero di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI nacque il 3-11-1832 e morì il 12-11-1918, all’età di anni 86. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Insomma, don FILOMENO GALLOTTI – uno dei cinque figli maschi del barone don Giovanni non era il “sacerdote”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta il “17) Nicola Gallotti 1895” fino al “16) Filomeno Gallotti 1880”. Dunque, secondo il Tancredi (….), il dott. FILOMENO GALLOTTI eletto Sindaco nel 1880 e rimase in carica fino al 17° Sindaco, ovvero fino al 1895 quando fu eletto Sindaco di Sapri il dott. Nicola Gallotti – che apparteneva ad un altro ramo dei Gallotti – quelli che io distinguo con i Gallotti di Piazza Plebiscito. Nell’elenco dei “Sindaci di Sapri” pubblicato a p. 89 dal Tancredi (…), notiamo che nel 1883 doveva essere Sindaco di Sapri “16 –  Filomeno Gallotti, 1880” che restò in carica fino al 1895 con “17) Nicola Gallotti, 1895. Questo stesso identico nome, Nicola Gallotti, ricorre poi ufficialmente come Sindaco ed Ufficiale dello Stato Civile di Sapri nel 1838, e compare nuovamente nella celebre lista del disarmo della Guardia Urbana del 1857 insieme a Raffaele, Filomeno, Francesco e Diomede. Su don FILOMENO GALLOTTI Esattore del Comune di Sapri, Eugenia Granito (….), nel suo “Un popolo uno Stato – Conquiste e problematiche dell’unificazione italiana viste da una provincia meridionale, Archivio di Stato di Salerno – Catalogo della mostra marzo dicembre 2011, ed. Plectica, 2012, a p. 126, riferendosi ad un documento del 1860, in proposito aggiungeva che: Filomeno Gallotti, esattore fondiario, “ha disimpegnato tale carica infamemente e svergognatamente, facendosi con minacce e prepotentemente pagare da queste infelici donne due volte la fondiaria, usando l’accorgimento di non rilasciare loro ricevo”. “In una parola – conclude il delegato di P.S. – quasi tutta la classe infima di qui è stata prepotentemente rubata, vessata e minacciata da’ Gallotti”.”.

Nel 1867 muore Biagio Palamolla e FRANCESCO PALAMOLLA diventa il 7° Barone di Torraca e marchese di Poppano

Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “….Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei ‘Nobili Napoletani’, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta,  si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli. Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolorosa pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”.

I GALLOTTI A SAPRI DOPO L’UNITA’ D’ITALIA

(Fig. n….) – Lettera nota del delegato di P.S. di Sapri al sottoprefetto di Sala del 29 maggio 1860 – conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, b. 7, f.lo 39

Eugenia Granito (….), nel suo “Un popolo uno Stato – Conquiste e problematiche dell’unificazione italiana viste da una provincia meridionale, Archivio di Stato di Salerno – Catalogo della mostra marzo dicembre 2011, ed. Plectica, 2012, a p. 114-115, in proposito scriveva che: “Gli strali del clero si appuntavano contro le nuove amministrazioni liberali: a Cava si era costituita una società segreta di sacerdoti etc…(52). E’ a dire che la nuova classe dirigente non sempre dava prova di correttezza nella gestione delle amministrazioni locali. Talora chi nel vecchio ordine politico era stato oggetto di persecuzioni per le sue idee, una volta asceso al potere, non si rivelò migliore dei suoi persecutori. E’ il caso dei Gallotti che, dopo i moti del Quarantotto, avevano conosciuto le carceri borboniche, riportando pesanti condanne, divenuti dopo l’Unità d’Italia, i “Faraoni di Sapri”, come sprezzantemente li avevano soprannominati i loro concittadini, giacché “in tutti gli affari comunali, cioè negli appalti del Dazio Consumo ed altri, i Gallotti sono stati i soli ad acquistarli (….) non permettendo l’ingerenza di altri, e quindi l’esazione a modo loro e prepotentemente”. A Raffaele Gallotti, “dedito alle cure di campagna, era affidato il compito di appropriarsi del suolo pubblico demaniale”. Filomeno Gallotti, esattore fondiario, “ha disimpegnato tale carica infamemente e svergognatamente, facendosi con minacce e prepotentemente pagare da queste infelici donne due volte volte la fondiaria, usando l’accorgimento di non rilasciare loro ricevo”. Per questo “quasi tutta la classe infima di qui è stata prepotentemente rubata, vessata e minacciata da’ Gallotti” (53).”. Questa di Sapri non era l’eccezione, ma una realtà molto diffusa, basti leggere le relazioni sullo spirito pubblico dei sottoprefetti: quello di Campagna, a proposito delle amministrazioni comunali del circondario, si sofferma sul “pelago di cose sconce”, sulla “lotta vicendevole per godere l’abuso, l’angaria, le rendite municipali, con arti peggiori del fine, senza che ne derivi, almeno per pretesto, un bene qualunque alle popolazioni etc…”.(53)….Sovente, dopo l’Unità, il potere locale rimase nelle mani dei vecchi notabili che, gattopardescamente, si erano affrettati ad aderire al nuovo ordine. La borghesia meridionale – ha scritto a ragione Leopoldo Cassese – “si chiuse nel suo egoismo e, forte della sua potenza economica, riuscì a far deviare e, direi a impantanare la rivoluzione italiana in una sterile e meschina lotta di interessi” (55).”. Granito, a p. 115, nella nota (53) postillava che: “(53) AS SA, Prefettura, Gabinetto, b. 7, f. lo 39, nota del delegato di P.S. di Sapri al sottoprefetto di Sala del 29 maggio 1860.”. Granito, a p. 115, nella nota (54) postillava che: “(54) Ivi, b. 6, f.lo 1, relazione del Prefetto sullo spirito pubblico del 16 ottobre 1867.”. Granito, a p. 115, nella nota (56) postillava che: “(55) L. Cassese, La lotta per l’unità nazionale nel Salernitano, ora in L. Cassese, Scritti di storia meridionale, a cura di A. Cestaro e P. Laveglia, Pietro Laveglia editore, Salerno, 1970, p. 403.”. Il documento pubblicato dalla Granito è presentato nella sezione “Documenti” del Catalogo della mostra del 2011 presso l’Archivio di Stato di Salerno e a p. 125-126, lo ha pubblicato nel sottocapitolo “I limiti dei nuovi gruppi dirigenti”. Granito, a p. 125, in proposito scriveva su questo documento: “Sapri, 29 maggio 1868. Nota del delegato di P.S. di Sapri al sottoprefetto di Sala sulle prepotenze perpretate dai componenti della famiglia Gallotti ai danni dei propri concittadini, prepotenze che sono valse loro l’appelllativo di “Faraoni di Sapri”. AS SA, Prefettura, b. 7, f.lo 39.”. Io aggiungo che la “Nota” fu scritta del delgato di P.S. di Sapri- di  cui non si riesce a capire il nome – riguardava non solo i Gallotti ma scrive pure “Gallotti ed Eboli”. Granito, a p. 126, in proposito aggiungeva che: “I Gallotti avevano pagato pesantemente la loro opposizione al regime borbonico: il padre Giovanni, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che era stata prima ridotta a dieci anni e poi del tutto condonata; nel 1857 l’ospitalità data a Pisacane ed ai suoi uomini al Fortino era costata ai Gallotti un nuovo arresto. All’indomani dell’Unità da vittime si trasformarono in persecutori: “il colore politico” serviva “sempre loro di pretesto, onde spogliare coloro che avevano qualche parente compromesso per l’uccisione di del Carducci, i quali per non essere continuamente vessati, con danaro e con prodotti delle loro terre, cercavano calmare lo sdegno de’ venali Gallotti, i quali da persecutori quasi per un centesimo si si mutavano in protettori (….). I Gallotti hanno messo a contribuzione tutt’i cosidetti borbonici ed i sedicenti uccisori del Carducci. In tutti gli affari comunali, cioè negli appalti del Dazio Consumo ed altri, i Gallotti sono stati i soli ad acquistarli (…) non permettendo l’igerenza di altri, e quindi l’esazione a modo loro e prepotentemente”. Salvatore Gallotti, soprannominato il “Nerone di Sapri”, pretendeva di “esigere non solo il dazio sui generi che rimanevano in Sapri, ma anche su qualli che, sbarcati in Sapri, venivano inviati a Lagonegro, Lauria ed in altri paesi.”. A Raffaele Gallotti, “dedito alle cure di campagna, era affidato il compito di appropriarsi del suolo pubblico demaniale”. Filomeno Gallotti, esattore fondiario, “ha disimpegnato tale carica infamemente e svergognatamente, facendosi con minacce e prepotentemente pagare da queste infelici donne due volte la fondiaria, usando l’accorgimento di non rilasciare loro ricevo”. “In una parola – conclude il delegato di P.S. – quasi tutta la classe infima di qui è stata prepotentemente rubata, vessata e minacciata da’ Gallotti”.”. Sarebbe interessante sapere il nome del Delegato di P. S. di Sapri – visto che il suo nominativo non si legge sul documento – che nel 1868 denunciava al Sottoprefetto di Sala questo stato di cose nei riguardi dei “Gallotti ed Eboli”.

Nel 4 febbraio 1861, Francescantonio PELUSO, brigatiere dell’Ufficio Doganale (Fondaco de’ Dazj indiretti) di Capitello

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: “I “Municipisti” di Sapri, al Governatore, esposero: “che con scandalo, e meraviglia osservano che uno ancora di coloro che furono i carnefici del fu Deputato Carducci, cioè il Brigatiere dei Dazj Indiretti Francesco Antonio Peluso che trovasi fin dalla sua ammissione da circa dieci anni posto in questa dogana, che colle sue estorsioni complimentava i suoi parenti in Napoli D. Salomone e D. Moisè Peluso; che non ha mai prestato servizio avendo dormito in sua casa. In tutta la permanenza che qui fecero i Garibaldini più di giorni 40 fu latitante. Ora va spargendo voce che Francesco 2° deve tornare che egli colla forza venne obbligato fare la votazione mentre la sua intenzione era quella del no. Ed intanto costui non ostante vedesi nello impiego, ma anche fisso nel posto di Sapri avendo figurato nei passati tempi, e continua in simile riprevovevole condotta in epoca di sospirato risorgimento e di benessere protetto nelle sue scelleratezze. In punto in sua casa la Guardia Nazionale di Sala vi fa una visita domiciliare, ed egli è in fuga vi replichiamo ch’è la pietra di scandalo, almeno che venchi campiato fuori controllo. Una simile se ne diretta al Direttore.”. L’interessato, il 4 febbraio 1861, rivolgendosi alla stessa autorità cui si erano rivolti i sapresi, così giustificò: “Francescantonio Peluso del Comune di Sapri da molti anni trovasi in servizio in qualità di Brigatiere in questo Fondaco dei Dazi indiretti di Capitello. Il medesimo sarebbe appartenuto in legame di parentela a quegli altri Peluso etc…”. Della questione il Governatore ne interessò il sottoposto di Sala che, esperite le indagini, il 16 marzo 1861 rispose: “La supplica del Brigatiere de’ D. I. Francescantonio Peluso dimorante in Sapri, (….) con la quale lo stesso vorrebbe rimanere nella Dogana ove rattrovasi etc…”. A conclusione dell’istruttoria, il Policicchio, a p. 221, nella nota (61) postillava: “(61) ASS, Governatorato, b. 15, f. 706.”.

Nel 17 maggio 1873, morì don Giovanni GALLOTTI, ultimo barone di Casaletto e Battaglia

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”.

Nel 1886, il Sindaco di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI ed il Consiglio Comunale concessero la cittadinanza onoraria a Giovanni NICOTERA, già Barone di Sapri

Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58.”.  Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Ma come abbiamo visto, la carica da Sindaco del Comune di Sapri egli la rivestì fino al 1895, anno in cui fu eletto l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti, di Piazza del Plebiscito.

Nel 1877, Re Vittorio Emanuele II concede a Giovanni Nicotera il titolo di BARONE DI SAPRI

Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: …..nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo V “Un Feudo Elettorale”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad esempio, un amico zelante del Ministro sentì il bisogno di avvertirlo che “La Gazzetta Ufficiale del 2 luglio 1857 ricordava, narrando il fatto di Sapri, che sul “Cagliari” era inalberata la Bandiera rossa”; ed aggiungeva: “Mi perdoni se le ricordo questo dato, ma vedo che si prende una via pericolosa e tremenda”(79). Infine, lo stesso Nicotera, quasi ad esorcizzare i fantasmi del pasato, si preoccupò di farsi concedere il titolo di “barone di Sapri”, dal re (80).”. Capone, a p. 123, nella nota (79) postilava: “(79) In A.C.S., Attilio De Pretis, serie IV, busta II, fasc. 13, è la minuta, non firmata, ed incompleta nella data (1877), del diploma di concessione del titolo.”. Si tratta dell’Archivio Centrale dello Stato a Roma. Capone, a p. 123, nella nota (80) postillava: “(80) ibidem.”

Nel 1880 fino al 1895, don FILOMENO GALLOTTI, figlio del barone don Giovanni fu SINDACO di Sapri

(Fig. n…..) – Ritratto del barone don Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri – dipinto olio su tela (1882) – conservato al Comune di Sapri – foto Attanasio

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Dunque, il sacerdote Luigi Tancredi scriveva che don FILOMENO GALLOTTI fu il 16° Sindaco del Comune di Sapri (SA) e lo divenne nel 1880. Dunque, secondo gli Archivi Diocesani citati dal Tancredi (….), il barone don Filomeno Gallotti entrò in carica da Sindaco di Sapri nel 1880 sostituendo il 15° Sindaco che era stato Francesco Timpanelli che era entrato in carica nel 1875. Don Filomeno Gallotti rimase in carica da Sindaco di Sapri fino al 1895, quando fu sostituito dal dott. Nicola Gallotti, l’altro Gallotti di Piazza del Plebiscito. Secondo il Policicchio, invece, la carica di Sindaco l’assunse nel 1878 fino al 1905. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque, don Filomeno Gallotti rimase in carica da Sindaco del Comune di Sapri fino al 1895, data nella quale divenne sindaco l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti dei Gallotti di Piazza Plebiscito. Ma, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, ….Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque, il Policicchio – da poco scomparso – scriveva che don Filomeno Gallotti rivestì la carica di Sindaco di Sapri fino al 1905. Ma, credo però che Policicchio si sbagliasse perchè nel 1905 divenne Sindaco di Sapri l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti di Piazza del Plebiscito. Su Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri troviamo una notizia interessante nel testo di Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, parlando di Giovanni Nicotera, uno dei principali protagosti della vita politica della Provincia di Salerno, in proposito scrivevano: “….perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, riferendosi al figlio del barone don Giovanni, RAFFAELE GALLOTTI, in proposito scriveva che: “Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque Policicchio scriveva che don FILOMENO GALLOTTI: “..rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221, in proposito scriveva che: “A questo punto del lavoro, per completezza, pare doveroso, allontanandoci del periodo di nostro interesse, come si è fatto per la famiglia Gallotti, dire della famiglia Peluso (62).”. Policicchio, a p. 221, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di ilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, secondo Policicchio, il barone don GIOVANNI GALLOTTI morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. Don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti. Secondo la lapide marmorea nel cimitero di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI nacque il 3-11-1832 e morì il 12-11-1918, all’età di anni 86. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Insomma, don FILOMENO GALLOTTI – uno dei cinque figli maschi del barone don Giovanni non era il “sacerdote”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta il “17) Nicola Gallotti 1895” fino al “16) Filomeno Gallotti 1880”. Dunque, secondo il Tancredi (….), il dott. FILOMENO GALLOTTI eletto Sindaco nel 1880 e rimase in carica fino al 17° Sindaco, ovvero fino al 1895 quando fu eletto Sindaco di Sapri il dott. Nicola Gallotti – che appartenevaad un altro ramo della famiglia – ovvero i Gallotti di Piazza Plebiscito. Nell’elenco dei “Sindaci di Sapri” pubblicato a p. 89 dal Tancredi (…), notiamo che nel 1883 doveva essere Sindaco di Sapri “16 –  Filomeno Gallotti, 1880” che restò in carica fino al 1895 con “17) Nicola Gallotti, 1895. Sempre su don FILOMENO GALLOTTI, Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 293, riporta il “Documento 12”, e in proposito scriveva: “18 febbraio 1895 – Sapri. Richiesta di approvazione degli Statuti della Confraternita di S. Vito, eretta per arginare la deleteria attività di una loggia massonica. A sua Eccellenza Mons. Cione Vescovo di Policastro. Mi onoro compiegare alla Eccellenza sua uno Statuto per le Regole della Confraternita laicale di San Vito Martire, già costituitasi il 10 corrente mese in Sapri, etc…”. Filomeno nella sua lettera indirizzata a mons. Cione, Vescovo della Diocesi di Policastro, il 18 febbraio 1985, spiega l’utilità della Confraternita di S. Vito nata per arginare una Loggia Massonica. Dunque, don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti. Dunque, don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti.

Nel 1879, a Napoli muore il barone di Battaglia, don GIUSEPPE GALLOTTI

Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Gallotti (Napoli, 13 aprile 1803 – Napoli, 31 gennaio 1879) è stato un politico italiano. Discendente da un’antica famiglia originaria del Cilento, il barone Giuseppe Gallotti, patriota meridionalista, figlio di Salvatore e di Maria Giuditta Parisio, espresse le sue critiche alla politica piemontese che aveva portato all’unità d’Italia nel pamphlet “Delle presenti condizioni delle Provincie Napoletane”, pubblicato nel 1861. Fu nominato senatore del Regno d’Italia (VIII legislatura) il 15 maggio 1862. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno, Napoli e Sicilia”, Parte II, Cap. XIV, ed……., a p….., in proposito scriveva che: 3 agosto 1860 — Il comandante del primo battaglione era Achille di Lorenzo, succeduto al barone Gallotti, dimissionario. Nell’agosto, dei capi della guardia nazionale, cioè di quei primi capibattaglione, che avevano firmato nel luglio il magniloquente e comico indirizzo a don Liborio, rimaneva il solo Domenico Ferrante. I nuovi erano: Achille di Lorenzo, Gioacchino Barone, Francesco Caravita di Sirignano, il marchese di Monterosso, Raffaele Martinez, il marchese di Casanova, Paolo Confalone, Michele Praus, il marchese Paolo Ulloa, il duca d’Accadia e Giovanni Wonviller, anzi Giovannino “Wonviller, come lo chiamavano gli amici. Allora era giovane, elegante, galante, uno dei lioni alla moda. Con gli animi cosi agitati, le voci più balorde trovavano credito, e le paure più puerili erano all’ordine del giorno. Il 16 agosto, una pattuglia di truppa regolare s’incontrò al largo etc…”.

Nel 1880, don EMANUELE GALLOTTI sacerdote di Sapri (?)

Nel 30 marzo 1884, il Decreto di Re Umberto I per la strada litoranea

Nel 1886, il Sindaco di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI ed il Consiglio Comunale concessero la cittadinanza onoraria a Giovanni NICOTERA, già Barone di Sapri

Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58.”.  Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”.

Nel 1895, il barone don FILOMENO GALLOTTI al Vescovo di Policastro Mons. CIONE, per la CONFRATERNITA DI S. VITO

Sempre su don FILOMENO GALLOTTI, Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 293, riporta il “Documento 12”, e in proposito scriveva: “18 febbraio 1895 – Sapri. Richiesta di approvazione degli Statuti della Confraternita di S. Vito, eretta per arginare la deleteria attività di una loggia massonica. A sua Eccellenza Mons. Cione Vescovo di Policastro. Mi onoro compiegare alla Eccellenza sua uno Statuto per le Regole della Confraternita laicale di San Vito Martire, già costituitasi il 10 corrente mese in Sapri, etc…”. Filomeno nella sua lettera indirizzata a mons. Cione, Vescovo della Diocesi di Policastro, il 18 febbraio 1995, spiega l’utilità della Confraternita di S. Vito nata per arginare una Loggia Massonica.

Nel 1903, il matrimonio del barone don FILOMENO GALLOTTI, ex Sindaco di Sapri con VINCENZA RECCHIA, da cui nacquero tre figlie femmine: RACHELE (1907), GIOVANNINA (1910) e ELENA

(Fig. n…..) – Ritratto del barone don Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri – dipinto olio su tela (1882) – conservato al Comune di Sapri – foto Attanasio

(Fig. n…..) – Vincenza Recchia vedova del barone don Filomeno Gallotti – foto Attanasio

Don FILOMENO era nato nel 1832 e si sposò all’età di….anni. Don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti. Secondo la lapide marmorea nel cimitero di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI nacque il 3-11-1832 e morì il 12-11-1918, all’età di anni 86. L’anziano barone don FILOMENO GALLOTTI, uno dei figli del barone don Giovanni, a Sapri, all’età di anni ……….sposò in prime nozze la giovanissima ragazza, VINCENZA RECCHIA. L’erede del barone don GIOVANNI, don FILOMENO GALLOTTI, dopo l’Unità d’Italia aveva assunto uno stalliere per una sua proprietà che aveva nella “Marinella”. E’ qui che, nel corso delle sue innumerevoli visite alla sua proprietà conobbe la giovanissima VINCENZA RECCHIA, figlia del suo stalliere che sposò in prime nozze. Il padre e sua figlia VINCENZA RECCHIA vivevano nella proprietà del barone don Filomeno alla “Marinella” (antico quartiere di Sapri) ed aveva il compito di accudire la stalla ed i cavalli del barone. Da racconti di famiglia, pare che, il barone don FILOMENO fu minacciato dal padre della ragazza che, alla giovanissima età di 16 anni si unì in matrimonio con il barone. Pare che, il padre della ragazza, accortosi che la figlia era in stato interessante intervenne personalmente minacciando il barone don FILOMENO ed intimandogli di sposare la giovanissima sua figlia minorenne. Dunque, nei primi anni dell’unità d’Italia, a Sapri avvenne il matrimonio fra il barone don FILOMENO GALLOTTI, uno degli eredi maschi del barone di Battaglia don Giovanni e la figlia dello stalliere suo, VINCENZA RECCHIA. Sua moglie, si chiamava VINCENZA RECCHIA, la figlia di …………..RECCHIA, fattore e stalliere del barone, ciociaro di COLLE SAN MAGNO, all’epoca in Provincia di Frosinone (Ciociaria). Vincenza Recchia nacque il 22-04-1887 e morì il 20 del 1975, alla veneranda età di anni 88. Quando il barone Gallotti la sposò, la signorina Recchia era giovanissima ed ancora minorenne, forse all’età di 16 anni (allora si era maggiorenni a 21 anni). Quando si celebrò il matrimonio tra i due ? Sappiamo che sua moglie, la signorina Vincenza Recchia, era nata nel 1887 e quindi, avendo 16 anni quando ella andò sposa al barone, il loro matrimonio presumibilmente avvenne nel 1903. Nel 1903, il barone don Filomeno Gallotti, essendo nato il 1832 aveva 71 anni. Dunque, avendo la Recchia 16 anni, ed essendo nata nel 1887, il matrimonio tra i due si fece intorno al 1903. Il barone don FILOMENO GALLOTTI, all’età di 76 anni ( era nato il 1832) e VINCENZA RECCHIA (forse ne aveva 16) ebbero tre figlie femmine: RACHELE GALLOTTI, che sposò LUIGI MARINO (ferroviere) che ebbero a sua volta FRANCESCO MARINO padre del mio amico Pierluigi Marino. Rachele Gallotti, fu una delle tre figlie femmine del barone don Filomeno e della Recchia. Rachele nacque il 12-04-1907. Rachele Gallotti morì il 12-04-1986.

Altra figlia di don Filomeno Gallotti e di donna Vincenza Recchia fu donna ELENA che possedeva una proprietà in Piazza Plebiscito, l’ultimo Palazzo che c’è all’imbocco di via Cassandra. I due coniugi, don Filomeno e la signora Recchia ebbero anche un’altra figlia, GIOVANNINA GALLOTTI che nacque il 10-03-1910. Giovannina Gallotti  sposò un altro fratello dei Marino, GIUSEPPE MARINO anch’egli ferroviere. Giovannina Gallotti morì il 15-07-1988.

Dopo la morte del barone, don FILOMENO GALLOTTI, la signora RECCHIA si ritrovò vedova e con tre figlie femmine da crescere. Tra i ricordi di un nipote della Sig.ra Recchia, dopo la morte del barone don Filomeno Gallotti, si ritrovò vedova e visse nella proprietà della “Marinella” insieme alle sue due figlie GIOVANNINA GALLOTTI ed ELENA GALLOTTI, sorella dell’altra figlia del barone, RACHELE. La figlia Rachele Gallotti, nel 1906 fu mandata all’Orfanotrofio del Beato Bartolo Longo a Pompei, che, all’epoca era una macchina burocratica e assistenziale immensa, finanziata e protetta direttamente dalle curie e dai patronati di tutto il Sud Italia. All’epoca, quando un proprietario terriero moriva lasciando figlie femmine piccole e nessuna figura maschile in casa (visto che le due figlie femmine ancora non si era maritate), la famiglia rischiava il declassamento sociale. Mandare la bambina a Pompei era una scelta della parentela o del consiglio di tutela per salvare la dignità della stirpe. L’istituto funzionava come un collegio protetto: la bambina veniva sottratta alle miserie materiali del paese per essere restituita a 15 o 16 anni come una perfetta “ragazza di buona famiglia”. L’invio all’Orfanotrofio della giovane ragazza, fu una scelta dettata anche dall’altra necessità di metterla al sicuro dentro le mura blindate di un istituto a Pompei. Dunque, a Sapri, dopo la morte del barone don Filomeno Gallotti vissero le tre figlie femmine RACHELE (che fu inviata giovanissima a Pompei), GIOVANNINA ed ELENA. La vedova del barone, Vincenzina Recchia, dopo la morte del barone cercò di amministrare l’ingente patrimonio lascito del barone don FILOMENO il quale peraltro era stato per molti anni ESATTORE del giovane Comune di Sapri, ma incontrò moltissime difficoltà a farlo in quanto ancora ella era minorenne (all’epoca si diventava maggiorenni all’età di anni 21). La poveretta si ritrovò sola e con tre figlie femmine di cui non poteva gestire l’ingente patrimonio immobiliare e titoli lasciati dal marito. Come andarono realmente le cose tra Filomeno e la giovanissima signorina Recchia, posso solo arguire che un uomo che fa 3 figli dall’età di 76 anni (?) (era nato nel 1832) mi lascia un po’ perplesso. Ed anche l’accanimento del padre della Recchia non so, o li ha beccati sul fatto. Dopo la sua morte – avvenuta nel 1918, alla progenie avuta dalla signorina giovanissima VINCENZA RECCHIA gli fu assicurata una lauta dote alle sue tre figlie femmine. Fu a loro che andò in seguito la sua lauta eredità, non potendo la Recchia amministrare i beni di famiglia perchè minorenne. Così si decise di dare in sposa le due figlie femmine, Rachele e Giovannina che andarono spose ai due Marino. Un discendente dei Gallotti e dei Marino scrivendomi si chiedeva: I rapporti, in seguito con la Recchia, da quello che mi racconta mia madre, non furono cattivi. Mio padre l’andava a trovare, anzi mi ricordo di questa donna con gli occhi azzurrissimi, ero piccolo, forse a qualche visita ho partecipato anch’io. In più so che anche mia nonna in seguito l’ha aiutata, era pur sempre la madre. Un denominatore comune delle vicende Pisacane-Garibaldi era Giovanni Nicotera, che poi fu anche Ministro del Regno d’Italia. Lui difese tutti i Gallotti al processo di Salerno, dicendo che alla Casina di San Mauro al Fortino i trecento sequestrarono cibo e cavalli e che le persone del luogo (tra cui il Brando) seguirono Pisacane di loro spontanea volontà e non perché cooptate dai Gallotti. Ti risulta se questo legame sia continuato anche dopo e se Nicotera, quando era Ministro, abbia aiutato mio bisnonno don Filomeno (quando era Sindaco nel 1883) nel passaggio della ferrovia a Sapri e al mantenimento della dogana? “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Dunque, Policicchio scriveva che da alcuni familiari della famiglia Gallotti (mi domando quali, visto che, oggi, dopo la morte di don Filomeno e dell’ultima sua moglie, VINCENZA RECCHIA, non erano più in vita), “la stessa godeva” (forse qui vi è un evidente errore perchè Policicchio ci parla di RAFFAELE GALLOTTI e quindi si riferisce alla sua vedova ?), “di una pensione a lei assegnata”.  Policicchio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dai racconti di un discendente di don Filomeno si tramandano alcuni aneddoti: “Aneddoti sull’era risorgimentale ne ho un paio. Il primo è che quando i Peluso e i loro scagnozzi li cercavano per arrestarli in seguito ai fatti di Costabile Carducci, non li trovavano mai perché si nascondevano nei pozzi del giardino del palazzo e lì stavano per giorni. La seconda è che quando Garibaldi fece visita a Giovanni Gallotti, mangiarono una grande frittata; questi racconti venivano dalla tata di mia nonna.”. La signora Vincenza Recchia, rimasta vedova dopo la morte di don Filomeno si risposò in seconde nozze da cui nacque una seconda progenie che non ha nulla a che fare con i baroni di Battaglia Gallotti.

LA FAMIGLIA GALLOTTI DI PIAZZA PLEBISCITO A SAPRI

Nel 1895 e nel 1905, il dott. don NICOLA GALLOTTI che successe a Evangelista PELUSO quale Sindaco di Sapri

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Dunque, don Filomeno Gallotti rimase in carica da Sindaco del Comune di Sapri fino al 1895, data nella quale divenne sindaco l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti dei Gallotti di Piazza Plebiscito. Ma, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, ….Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque, il Policicchio – da poco scomparso – scriveva che don Filomeno Gallotti rivestì la carica di Sindaco di Sapri fino al 1905. Ma, credo però che Policicchio si sbagliasse perchè nel 1905 divenne Sindaco di Sapri l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti di Piazza del Plebiscito. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri, nell’Italia Unitaria. Pare che non vi sia stata parentela fra le due famiglie. I Gallotti che furono proprietari del palazzo che affaccia in Piazza del Plebiscito a Sapri non sono gli stessi Gallotti che abitarono nel Palazzo in via Nicodemo Giudice a Sapri. Pare che i Gallotti di piazza del Plebiscito siano imparentati con i Gallotti nobili di Casaletto Spartano e Battaglia che non si devono confondere con i Gallotti di Sapri di cui ci occupiamo in questo saggio.In piazza del Plebiscito, viveva fino a poco tempo fa la mia carissima amica PIA GALLOTTI consorte di Enzo Mancuso, che da pochi anni ci hanno lasciato entrambi. Accanto al suo appartamento vi era l’altro appartamento di proprietà di un’altra sorella. Un’altra sorella ancora, sorella di Pia è ancora vivente. Si tratta di ………………. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (36), il secondo Sindaco di Sapri dell’Italia Unitaria, in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta il “17) Nicola Gallotti 1895” fino al “18) Filomeno Gallotti 1880”. Dunque, secondo il Tancredi (….), il dott. Nicola Gallotti eletto Sindaco nel 1895 e rimase in carica fino al 1880. Durante la sua sindacatura il dott. Gallotti pubblicò diversi studi e ricerche su Sapri che ho riportato in un altro mio saggio. Nell’elenco dei “Sindaci di Sapri” pubblicato a p. 89 dal Tancredi (…), notiamo che nel 1883 doveva essere Sindaco di Sapri “16 Filomeno Gallotti, 1880” che restò in carica fino al 1895 con “17) Nicola Gallotti, 1895. Quest’ultimo è il dott. Nicola Gallotti che, oltre ad essere un noto e benemerito filantropo conosceva la Storia di Sapri avendola studiata attentamente anche attraverso le innumerevoli testimonianze archeologiche che proprio in quegli anni a Sapri si andavano meglio delineando. Nel suo Palazzotto in Piazza del Plebiscito, gli eredi conservano documenti e testimonianza del passato Saprese. Io stesso ho pubblicato ivi diverse immagini. La casa Gallotti dovrebbe diventare un Museo viste le opere, le monete antiche, i dipinti ed i documenti storici che ivi si conservano che spero non vadano disperse e destinate all’oblio tel tempo. A Sapri, purtroppo si sa, non esiste il senso civico della tutela e conservazione dei beni comuni. A Sapri, risulta difficile tutelare il patrimonio storico e ambientale. Il recente intervento di ripristino della Piazza del Plebiscito ha visto mutilati alcuni elementi storici di questa bella Piazza come ad esempio l’olmo che si trovava in piazza che era stato ivi piantato in epoca francese come “Albero della Libertà”. Il diritto d’arma e il sigillo araldico del Gallo sul portone Il palazzo civile di Piazza del Plebiscito custodisce una smentita visiva insindacabile alla tesi delle famiglie separate.   Sul portone in legno dell’edificio è montata una maniglia antica in ferro battuto a forma di gallo ,     Nel diritto araldico del Mezzogiorno, i rami secondari e cadetti (come quello civile) avevano il diritto e l’obbligo di differenziare o modificare lo stemma rispetto ai baroni primogeniti per distinguere le linee di successione.,ma scegliere di mantenere impresso il gallo parlante del 1562 (il simbolo del ceppo originario lombardo venuto dal Nord) era la firma esplicita del sangue comune. La matrice d’origine comune: l’infinità di Gallotti da Battaglia L’origine biologica di tutti questi rami (sia dei Baroni sia dei possidenti stanziali di Torraca) porta immancabilmente all’entroterra, verso l’infinità di Gallotti registrati nella frazione Battaglia (Casaletto Spartano). È da quell’asse feudale unico che, nel Settecento, per via delle leggi del maggiorasco, si è originata la spartizione dei lotti: il titolo e il castello al primogenito, e le terre della fascia superiore costiera (che scavalcavano la montagna verso Torraca e la marina) ai figli cadetti per liquidare le loro quote di dote.    La carta burocratica ha diviso i cassetti dei comuni dopo il 1811, la “vecchia” signora ha confuso le date dei palazzi per darsi arie di nobiltà antica.

Bibliografia e Note Bibliografiche 

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840 

(1) Attanasio Francesco, “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)

L’Avv. Cav. Carlo Pesce

Nel 1895, l’Avv. Cav. Carlo Pesce (2) di S. Costantino, pubblicò “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napolitana del 1848 per l’Avv. Carlo Cav. Pesce” (Fig. 2)(2), stampato a Napoli, 1895, nello Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione. Il libro a stampa del Cav. Pesce (…), il cui frontespizio è illustrato nell’immagine di Fig. 2, è conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, dove l’ho rinvenuto nella “Sezione Napoletana”, dopo affannose ricerche (2) (Fig. 2). Il libretto del Pesce (…), ci parla e fa un resoconto di un episodio della rivoluzione Napoletana del 1848, le vicende storiche che riguardano l’uccisione del patriota Costabile Carducci, che videro protagonisti alcuni cittadini “urbani” della cittadina di Sapri, prima dello sbarco dei trecento di Carlo Pisacane. Tra questi cittadini vi fu la figura dell’Arciprete Nicola Timpanelli,  che fu diretto testimone, la cui memoria è ricordata dal Pesce. Carlo Pesce (…), per le nostre contrade è conosciuto per aver scritto ‘Storia della Città di Lagonegro’, che fu data alle stampe nel 1904, dunque molti anni dopo aver scritto questo libretto di cui noi possediamo la copia scansita alla Nazionale di Napoli (…). Il Cav. Carlo Pesce, era di S. Costantino di Rivello, e svolgeva la professione di Avvocato presso la camera penale di Lagonegro in Provincia di Potenza. Dimorò per diversi anni a Sapri, forse nei periodi estivi, dove conobbe la Famiglia Tavernese, imparentata con i Cesarino. A sua volta, la Famiglia Cesarino, si imparentò con la Famiglia dei Tavernese, che oggi si ritrovano in possesso dell’originale manoscritto suo olografo, di cui parleremo. Sebbene non concordi affatto con il titolo dato dal Pesce al suo libro, che vediamo illustrato nell’immagine di Fig. 2 e, sebbene ritengo che l’episodio della rivoluzione Napoletana del 1848, raccontato dal pesce, riguardi principalmente fatti accaduti a Sapri e non ad Acquafredda, dove il Carducci fu solo catturato, credo che al Pesce debba andare il merito di ricondurre la memoria ad un episodio triste ma interessante della nostra storia locale. Scriveva il Pesce (2) a proposito del prete Peluso che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”.

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(Fig. 2) Carlo Pesce, Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce” (2)(Archivio Attanasio)

Gran parte delle notizie storiche riportate nel testo del Pesce (2), sono state tratte dall’Archivio del Tribunale di Lagonegro (PZ), ma di sicuro, per quanto riguarda i fatti accaduti a Sapri, il Pesce (2), oltre che da alcuni atti processuali pubblicati anche dal Mazziotti (…), dal Racioppi (…) e dal …………….., lAvv. Carlo Pesce (2), appassionato studioso e filologo del posto, scrisse e pubblicò a stampa. Il Pesce (2), nella sua nota (1), in proposito scrive: Questa Conferenza fu tenuta dall’autore in Lagonegro nella sala Comunale, nel 3 Giugno 1894, per la ricorrenza della festa nazionale, ed in Maratea nel 30 Luglio del 1894, per l’inaugurazione della Ferrovia.”. Il Pesce (…), dimorando a Sapri, entrò sicuamente in contatto con la Famiglia Timpanelli, ed in particolare con don Vincenzo Timpanelli, farmacista di Sapri, fratello dell’Arciprete don Nicola Timpanelli. E’ noto che la Famiglia Timpanelli, a Sapri, fosse particolarmente impegnata nelle vicende storiche che videro la restaurazione del Regno delle delle due Sicilie e del Monarca Borbonico Ferdinando IV- poi Ferdinando II, dopo il breve decennio Francese di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat. La Famiglia Timpanelli, particolarmente attiva in quegli anni nella fede anti-borbonica, insieme ad altri liberali di Sapri come i Gallotti, che si opponevano all’altra fazione dei Peluso e del Prete Vincenzo Peluso in particolare che era al contrario convinta filo-borbonica e per la Restaurazione della monarchia nel Regno delle due Sicilie. Sebbene su queste vicende alcuni storici del tempo come il Mazziotti (7) ed il Pesce (2), abbiano contribuito a far luce sugli avvenimenti di quegli anni, che hanno visto in prima fila la cittadinanza di Sapri, partecipe e protagonista delle vicende che poi hanno portato all’Unità d’Italia e, che attraverso l’epopea di Carlo Pisacane l’hanno resa famosa in tutto il mondo, restano poco chiari alcuni aspetti che andrebbero ulteriormente indagati, come ad esempio la vicenda del martirio di Costabile Carducci, di cui il Dr. Vincenzo Timpanelli, nel ricordo del fratello, D. Antonio, arciprete di Sapri. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Laudisio, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi. Successivamente, in seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (7), dal Cassese (8) e, dal Pesce (2), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese (da Fig. 3 e s.). Il Carducci (Fig. 1), la notte del 4 luglio 1848, proveniente, con altri suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Acquafredda – dove, insieme ai suoi compagni –  si era fermato per rifocillarsi – da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto prima a Sapri, dove fu tenuto prigioniero e poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’….al punto designato detto della ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso, mutilandone la testa che fu portata in omaggio al Re. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla ‘fontana della Spina‘, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Nisco Nicola (21), nel suo ‘Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli’, edito nel 1889, ricorda l’episodio di Costabile Carducci, nel suo vol. I, a pp. 242-243, dove non aggiunge importanti notizie ma racconta l’episodio come lo raccontò il giudice Jovane. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini (…), ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (2). All’epoca di Re Ferdinando II di Borbone, insieme ad alcuni suoi familiari ed insieme al Vescovo Laudisio (4-5), il prete Vincenzo Peluso, fu fedele servitore della casa regnante borbonica del Regno delle due Sicilie. Tanto fedele al Re borbonico che all’epoca si macchiò di tali nefandezze che Ferdinando II di Borbone, riconoscente verso i suoi servigi, sbarcando a Sapri, si recò personalmente a far visita nel Palazzotto in C.so Garibaldi, al prete ammalato di idropisia e moribondo, donandogli un anello d’oro con il sigillo reale. All’epoca, il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (4-5), era un convinto filo-borbonico e ‘Sanfedista’. Durante il Regno delle due Sicilie di Ferdinando II di Borbone, alcuni membri della famiglia Peluso, insieme ad un loro parente, il prete Vincenzo Peluso, si macchiarono di atroci nefandezze perpretate contro coloro che combattevano per la libertà. I Peluso, a Sapri, a quei tempi, costituivano una convinta fazione filo-borbonica e si macchiarono della nefanda uccisione di Costabile Carducci. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata a Sapri (Fig….), veniva citato anche il sacerdote D. Nicola Timpanelli. 

Nel 1877, la tradica Spedizione di Sapri’ nel racconto di Gaetano Fischetti, giudice del mandamento di Vibonati

Nel 1877, Gaetano Fischetti (…), giudice del mandamento di Vibonati che ebbe un ruolo fondamentale all’epoca della tragica e sfortunata “Spedizione di Sapri” dei “Trecento” di Carlo Pisacane del 28 e 29 giugno 1857 pubblicò il libretto ‘Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli. Pare che il Fischetti avesse pubblicato il suo ricordo di quelle tragiche giornate in cui Carlo Pisacane sbarcò a Sapri sulla spiaggia dell’Oliveto per ingraziarsi l’allora Ministro degli Interni Giovanni Nicotera che si salvò dalla repressione borbonica e che nell’Italia Unitaria fu nominato Ministro.

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(15) Fischetti Gaetano, Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli, 1877.

La contessa Gioconda Walvescky: ‘La signora di Sapri’, romanzo storico di Rocco Baldanza del 1879

Baldanza Rocco, La signora

Baldanza, pp. 238-239

Nel 1879 lo scrittore Rocco Baldanza (…) pubblicò una serie di racconti romanzati sull’epopea Garibaldina e Risorgimentale. Nel volume II della sua trilogia pubblicò a Roma, per i tipi di Adolfo Paolini, il volumetto II° dal titolo ‘La signora di Sapri: storia dei nostri tempi‘. In questo piccolo volumetto il Baldanza racconta della permanenza a Sapri della compagna di Giovan Battista Falcone, che morì a Sanza insieme a Carlo Pisacane. Il Baldanza parla della giovane contessa Gioconda Valvescky o Walvescky figlia di Ignazio Walvescky parente di Napoleone III. La Walvescky, compagna di  Giovan Battista Falcone venne ad abitare a Sapri dove morì di tubercolosi. Spesso si recava al sepolcro di Giovan Battista Falcone e Pisacane a Sanza devolvendo le sue ricchezze ai poveri bambini di Sanza. Il testo è conservato presso tre biblioteche, di cui anche la Biblioteca di storia moderna e contemporanea – Roma – RM. Pare che una copia del vol. II sia di proprietà dell’amico Tonino Luppino che lo segnalò per la prima sul blog Golfonetwork su indicazione dell’amico ALfonso Monaco. Bellissimo e commovente il racconto del Baldanza che scrive una pagina di storia del nostro paese, citando personaggi e luoghi dell’epoca postuma a Pisacane.

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