San Severino di Camerota, la rocca ed il castello, la baronia dei Sanseverino e l’antico monastero S. Severinii

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sul piccolo borgo medioevale ed il suo castello di San Severino di Centola (ieri di Camerota) ed in particolare della vasta contea di Policastro ai tempi del Conte Guido, fratello di Gisulfo II, l’ultimo dei principi del Principato Longobardo di Salerno. Nei mesi estivi dell’anno 1052, il nuovo ed ultimo principe longobardo, Gisulfo II, creò la contea di Policastro, con vasti possedimenti che fino alla definitiva presa di potere del normanno Roberto il Guiscardo, nell’anno 1077 fu retta prima da Guido (fratello di Gisulfo) e poi da Landofo. Questo tema è stato da me trattato anche ivi nel mio saggio “Nel 1055, la longobarda Contea di Policastro e, i suoi conti Guido e Landone”, ivi pubblicato.

Il Monte Bulgheria, il fiume oggi Lambro o Mingardo, la ‘Gola del Diavolo’ o della ‘Tragara’ e il borgo medioevale di San Severino

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(Fig. 1) Particolare della carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Attanasio), nel particolare per l’area del borgo di San Severino di Centola

Dal VI sec. d.C., il “Monistero di Benedettini nel luogo chiamato le Celle”: “Monistero di S. Arcangelo”, o “Monasterii di S. Severini” (come vuole l’Antonini), nel luogo detto le “Celle” figura in un privilegio dell’Imperatore Lotario III

Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Sempre il Bozza (…), parlando di San Severino, in proposito scriveva, nella parte II a p. 209 che: “Patria di parecchi uomini distinti, è la culla della nobilissima famiglia dei principi Sanseverini, delle geste dei quali riboccano le nostre croniche.”. Dunque, il Bozza scriveva che a Celle di Bulgheria, piccolo casale del basso Cilento, nel VI secolo vi era sorto il “monastero di S. Arcangelo” e scrive anche della donazione del 1086 di Ruggero Sanseverino. Il Bozza si riferiva ad alcune notizie storiche riferite in precedenza dall’Antonini. Dunque, il Bozza, diceva molto di più di quanto affermasse l’Antonini, ovvero scriveva che a Celle di Bulgheria: “V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto”. Il Bozza affermava che già nel VI secolo il Monastero di S. Arcangelo fosse a Celle di Bulgheria. Non saprei dire da dove avesse preso questa notizia il Bozza ma di certo essa è interessantissima. Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi” parlando del piccolo casale cilentano di Celle di Bulgheria, posto alle falde del monte Bulgheria dava alcune notizie storiche di estremo interesse che riguardano in particolare un piccolo monastero italo-greco, poi in seguito trasformatosi in “Obbedientiae”, una sorta di monastero Benedettino. Antonini, oltre a collocare il monastero alle falde del Monte Bulgaria, nel luogo detto le “Celle”, come vedremo, egli riporta anche la notizia che questo monastero fu frequentato, anzi ne fu “Abate”, il monaco benedettino Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone), prima che egli fosse stato nominato Vescovo di Policastro, carica che anche questa abbandonò. La seconda notizia che in questo monastero si svolse il miracolo di S. Pietro da Salerno ed, infine la terza notizia che questo piccolo monastero figurava in un privilegio dell’Imperatore tedesco Lotario III. Premetto che l’Antonini scrive la fonte principale di queste notizie. Egli, a p. 278, in proposito scriveva che: “E’ perciò meglio rimanga ciò provato, riferiremo un fatto ricavato dagli ‘Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone’ , che sono presso à PP. della Trinità della Cava, e stampati dall’Ughellio con qualche picciola variazione nè ‘Vescovadi d’Italia’.”. L’Antonini si riferiva al manoscritto di Ugo da Venosa di cui parlerò in seguito. Il barone Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 279 (2° edizione) citando il racconto del Venusino e del miracolo di S. Pietro Pappacarbone scrivendo che “Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo ecc…” parlando di Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone) e del suo miracolo al figlio di Ruggero Sanseverino, prima che fosse stato nominato da Alfano I di Salerno, Vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro e, mentre se ne stava nel piccolo “Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’”, in proposito scriveva che: “Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece. Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca gloriosa dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Etc…”. Inoltre, l’Antonini aggiunge che: “Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, etc…”. Sui due piccoli casali di “Celle” e di “Poderia”, l’Antonini (….), nel 1745, nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, scriveva a p. 387 scriveva che: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa)”, e aggiunge che: “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola etc…”, di cui parlerò in seguito. L’Antonini, a p. 279 scriveva pure che: “Ma queste parole niente proverebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero etc…”.

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L’Antonini (….), nel suo “Lucania – Discorsi”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 348, narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra s’è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall”Abate Gattola’, ed in questo stesso Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, descritto già nel ‘Discorso IV’. di questa ‘Parte’. Questa notizia, e ciò che fu notato dagli atti di S. Pietro Pappacarbone, fan chiaro un comune abbaglio ecc….”. L’Antonini, a p. 348 narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra si è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall’Abate Gattola’, ed in questo Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, descritto già nel ‘Discorso IV’ di questa ‘Parte’.”. Dunque, con queste parole il detto Monastero di S. Arcangelo, non solo si trovava, secondo l’Antonini, ‘quod in territorio Cilenti situm est’ ma questo monastero si trovava non molto distante dal vicino castello di S. Severino tenuto da un nobile ciamato Ruggero. Dunque, il monastero di S. Arcangelo doveva trovarsi non molto distante dal vicino castello e rocca di S. Severino di Camerota oggi di Centola. L’Antonini ci parla anche del luogo dove era posto il Castello dei Sanseverino e scriveva: Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca glorioso dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia.”. L’Antonini voleva che l’antico Monastero italo-greco di S. Arcangelo, dove si ritirò S. Pietro Pappacarbone, non fosse un monastero a Perdifumo ma fosse nel nostro territorio e precisamente nel luogo chiamato “le Celle”. Secondo il nipote dell’Antonini, vicino il luogo chiamato “le Celle” non vi era alcun monastero di Sant’Arcangelo di cui era Abate il monaco Pietro Pappacarbone ma questo monastero fosse quello di Perdifumo. Su questo monastero di Perdifumo hanno scritto in molti ma notizie certissime non ve ne sono. Riguardo l’origine ed il luogo in cui si trovava il monastero di S. Arcangelo di cui accenna l’Antonini, in Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117 riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito racconta che: “Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). Etc…”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nei sui “Annali etc…”, vol. IX, a p. 294 ci parla di Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone), ed in proposito scrivea che: “Si eccitarono de’ gran romori, e molti Monaci tanti ne dissero all’Abbate S. Leone, del duro governo che costui fu costretto a ripigliarlo, e S. Pietro se ne passò nel Monistero di S. Arcangelo nel Cilento da Preposito; e quivi adunando quei, ch’erano di buona volontà, vi fece fiorir l’Osservanza.”. Il Di Meo (…) scriveva sulla scorta di Ugo da Venosa (…), un cronista dell’epoca che ci ha raccontato la vita di S. Pietro Pappacarbone (Abate di Cava) e di S. Costabile Gentilcore (Abate di Cava) parlando del miracolo di Pietro sul figlio di Ruggero Sanseverino, scrive che Pietro Pappacarbone: “Essendo nella Chiesa di S. Michele Arcangelo nel Cilento, seppe che Ruggieri Signor ‘Castri Severini’, spesso..”. Dunque il Di Meo, come pure il Gattola, ci parlano di ‘Castro Severini’, che dovrebbe corrispondere all’attuale borgo medievale di San Severino di Centola (vedi immagine). L’Antonini (…), nella Parte II, ‘Discorso III’ (e non IV), a p. 279, ci parla del Monastero di Benedettini, vicino al Castello di Sanseverino di Centola’, e citava un episodio accaduto ai tempi in cui Pietro Pappacarbone (…), si era ritirato nel Monastero di S. Arcangelo: “quod in territori Cilenti situm est”. L’Antonini (…), accenna ad un episodio narrato negli “Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone”, pubblicati dall’Ughelli (…): “..con qualche piccola variazione nè Vescovadi d’Italia”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 385 del vol. I parlando del monastero di Sant’Arcangelo di Perdifumo, in proposito scriveva che: “Esso fu poi visitato più volte dal S. abate Pietro che a Sant’Arcangelo, nominò priori, ecc…, ebbe donazioni (30).”. Ebner a p. 385, nella sua nota (30) e riferendosi al Venusino postillava che: “(30) Narra il Venusino che, in una delle sue periodiche visite al monastero di Sant’Arcangelo, il santo abate apprese che Ruggiero di San Severino continuava a molestare i contadini dipendenti dal monastero. Anzi, che negli ultimi tempi aveva addirittura infierito contro di essi. Ad apprendere le malefatte di Ruggiero, l’abate si accese d’ira così viva da rivolgersi al santo protettore del monastero con la memorabile invettiva: “Elia, sanctae mihahel archangeli sic nos protegis?…ecc..”. Ma già Ruggiero era stato punito nella vita del figlio, perchè contemporaneamente nel suo castello un pavimento sprofondava travolgendo tra le macerie il figliuoletto, uccidendolo. Ruggiero, figliuolo di Torgisio il Normanno, signore di Sanseverino, S. Giorgio, Montoro e Montemiletto a dire del VENEREO, ‘Diction.’ ms., VI, 73, ne fu talmente colpito che nel 1122, sotto il quarto santo abate cavense (S. Costabile), vestì l’abito monastico.”. Sul “Venereo” sempre l’Ebner a p. 385 scriveva che: “quando papa Urbano VIII, a premiare il grande archivista cavense, il napoletano P. Agostino Venereo (34), per aver ordinato in modo esemplare gli Archivi della Congregazione cassinese di Roma, ecc…”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017 accenna poco o niente sul monastero di S. Arcangelo a Celle di Bulgheria. Il Barra, a p. 61, in proposito si chiedeva: “Ma dov’erano il monte Kellerana e il cenobio di S. Michele Arcangelo ?. La localizzazione tradizionale li collocava nella Calabria ionica meridionale, sui monti Serre nei pressi di Mammola. Ma una rilettura più attenta della vita consente oggi, anche grazie alle preziose intuizioni di Biagio Cappelli, di situarli a monte del promontorio di Palinuro e nella valle del Mingardo. La vita di S. Nicodemo afferma infatti esplicitamente che l’anacoreta, “poiché i discendenti di Agar si levarono e devastarono tutta quella terra, il beato credette che fosse ira di Dio e, allontanatosi da quelli che stavano là, s’inoltrò, fuggendo per monti e spelonche”, fino a che giunse a nord del Mercurion “in una regione di luoghi molto elevati, detta Kellerana, boscosa e molto selvosa, per molti impraticabile, abitata piuttosto da demoni”. Etc…”. Dunque, il Barra chiedendosi sul toponimo “Monte Kellerana” citato nel chronicon agiografico della vita di S. Nicodemo, anche sulla scorta di Biagio Cappelli (….), ci parla della regione della Vale del Mingardo ma non dice nulla sul monastero di S. Arcangelo, anzi del monastero di “S. Michele Arcangelo”, di cui invece abbiamo altre notizie che riguardano Caselle in Pittari.

Il “monastero di Sant’ Arcangelo” dove Pietro da Salerno fu Preposito, alcuni credono fosse quello di Perdifumo

Pietro Ebner si espresse sulla permanenza in questo monastero dell’Abate Pietro da Salerno. A questo proposito e, a quanto scriveva l’Antonini, riguardo il racconto di Ugo da Venosa, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I a p. 704, nella nota (5), riferendosi all’Antonini postillava che: “(5) Antonini, cit., I, p. 383 dice di averne letto in documenti esistenti nell’Archivio della Diocesi di policastro, di cui non è traccia. Cfr. pure a p. 348: nel dire di S. Severino di Camerota scrive: “Sicuramente il paese fu quivi edificato perché il sito lo rendea forte, e messo agli insulti de’ vicini Bulgari esposto, quando i medesimi non l’avessero ancora fodato, come io verrei fermamente a credere”. Sul termine “cellae”, v. p. 343; a p. 277 confonde il monastero di S. Arcangelo di Perdifumo con quello “presso al territorio di S. Severino, nel luogo detto ancor oggi le Celle, secondo cui ce ne assicura una carta da noi veduta all’Archivio stesso della Cava”. Pertanto ubica un questo cenobio il miracolo di cui nella ‘Vita’ del terzo santo abate di Cava. In nota, però, il nipote Mazzarella Farao corregge l’errore dell’Antonini ubicando il monastero di Sant’Arcangelo a Perdifumo.”. Dunque, l’Ebner citava la correzione del nipote di Antonini, il giovane Mazzarella Farao. Infatti, Mazzarella Farao, nipote dell’Antonini, nella II edizione del 1795 della “Lucania” dell’Antonini, postillerà in nota che lo zio si sbagliava in quanto a suo dire il miracolo del figlio di Ruggiero Sanseverino non fosse accaduto nel monastero di benedettini di Sant’Arcangelo vicino “le Celle” ma nel monastero di Sant’Arcangelo di Perdifumo. Come faceva notare Pietro Ebner (…), scrivendo di S. Severino di Camerota, oggi di Centola, il barone Giuseppe Antonini (…), fu smentito dal nipote Mazzarella Farao, che nella seconda edizione (postuma) della Lucania di Antonini, edizione Tomberli del 1795, in proposito al Monastero benedettino che l’Antonini poneva nel luogo detto “le Celle”, a p. 378 nella sua nota (*) postillava che: “(*) Questo benedetto Monistero di S. Arcangelo in ‘Territorio Cilenti’ non era dove si dice le Celle, ma presso la Terra di Perdifumo, e se ne veggono ancora le ruine ecc…Non bisogna confondere S. Angelo con S. Arcangelo, ne questi con le ‘Celle’, com’è chiaro da quel che ne dice Scipione Ammirato, scrivendo di Rainaldo Conte dè Marsi, uno dè famosi benefattori dei Monaci suddetti., ed al dir del Cioccarelli, il quale mette il ‘S. Arcangelo’ vicino Perdifumo ‘de Cilento Caputaquensis Dioccesis’ ecc…, e le ‘Celle’ sono in Diocesi di Policastro.”. Infatti, nella seconda edizione, quella del 1795, per i tipi di Tomberli, il nipote Mazzarella Farao, a p. 378 della ‘Lucania’ di Antonini, II ed. Come però faceva notare Pietro Ebner (…), scrivendo di S. Severino di Camerota, oggi id Centola, il barone Giuseppe Antonini (…), fu smentito dal nipote Mazzarella Farao. Infatti, il Mazzarella Farao (…), nella seconda edizione (postuma) della ‘Lucania’ di Antonini, edizione Tomberli del 1795, in proposito al Monastero benedettino che l’Antonini poneva nel luogo detto “le Celle”, a p. 378 nella sua nota (*) postillava che: “(*)……….Non bisogna confondere S. Angelo con S. Arcangelo, ne questi con le ‘Celle’, com’è chiaro da quel che ne dice Scipione Ammirato, scrivendo di Rainaldo Conte dè Marsi, uno dè famosi benefattori dei Monaci suddetti., ed al dir del Cioccarelli, il quale mette il ‘S. Arcangelo’ vicino Perdifumo ‘de Cilento Caputaquensis Dioccesis’ ecc…”. Secondo Vito Lorè (…), il monastero in cui si ritirò Pietro Pappacarbone (…), in seguito alla probabile sua cacciata dei suoi stessi confratelli dall’Abazia di Cava dè Tirreni, che egli aveva retto come Abate, non doveva essere il Monastero di S. Arcangelo a Celle di Bulgheria, ma si trattava del Monastero di S. Arcangelo a Montecorice nel Cilento. In Treccani leggiamo che: “Alla rinuncia all’episcopato di Policastro seguì per Pietro la responsabilità della guida dell’abbazia di Cava, affidatagli dall’abate Leone, che lasciò il cenobio indicandolo dunque come suo successore e ritirandosi presso la chiesa da lui fondata a Vietri in onore di S. Leone papa. Pietro impose subito ai monaci, abituati a un controllo meno rigido da parte di Leone, una più stretta disciplina. Secondo il biografo, fu per questo motivo che Pietro venne cacciato dai suoi stessi confratelli (Vitolo, 1985), e non per la volontà di plasmare la congregazione cavense a modello della cluniacense. Sta di fatto che Pietro si allontanò da Cava e gli studiosi concordano nel riconoscerlo in quel Pietro, che tra il 1067 e il giugno 1072 fu abate nel monastero di S. Arcangelo sul monte Corace nel Cilento (Loré, 2008, p. XXIV). Qui diede inizio a un rilancio del monastero basato su una fruttuosa gestione del patrimonio monastico tramite acquisti di terre e concessioni a lunga durata, facendo inoltre di S. Arcangelo un polo attrattivo per le donazioni di terre.”. Il Lorè (…), pone il Monastero di S. Arcangelo sul Monte Corace. Per Monte Corace nel Cilento si intende il Montecorice o Monte Stella. Paul Guillaume (…), nell’opera citata, tradotta nel 2018 dalla Ruocco (…), a pp. 90-91, sulla scorta del racconto del chronicon di Ugo da Venosa, detto ‘Venusino’ (…), “Vite S. Petri ecc.., fol. 19” ci parla dell’episodio del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, racconta che: VII. A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggiero Sanseverino. Questi nella sua giovinezza, poco rispettoso della chiesa, molestava continuamente i vassalli del monastero di S. Michele Arcangelo di Perdifumo. Etc..”. Sul monastero di Perdifumo ha scritto Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, a pp…….. parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale – Santa Maria de Gulia”, a Castellabate, in proposito scriveva che: “…..

Nel 1137 (?), il privilegio dell’Imperatore tedesco Lotario III al “monastero di S. Arcangelo” di S. Severino o Celle di Bulgheria

L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi Cilento un luogo posto fuor del corso dell’Alento, etc…”. Dunque, l’Antonini citava tre fonti da cui egli dice aver tratto le dette notizie. Antonini cita una carta o un diploma conservato presso l’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni; cita pure Scipione Ammirato ed infine cita l’Abate Gattola (…) che ci parla del privilegio di Lotario III. L’Antonini, a p. 279, in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura….e, se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. ”. L’Antonini, sempre sul privilegio di Lotario III, a p. 348 narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra si è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall’Abate Gattola’, ed in questo Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, etc…”. Antonini scriveva pure che questo antico Monastero forse benedettino “se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86.”. Infatti, l’Abate Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86 cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e, nel vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”.  

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L’Antonini a p. 279 della Parte III (e non IV) parla del miracolo di S. Pietro Pappacarbone e del figlio di Ruggiero Sanseverino, leggenda tratta da un racconto della vita di Pietro Pappacarbone di Ugo da Venosa (…). Dunque, l’Antonini, lega il monastero in questione, di cui dice essere nel luogo vicino “le Celle” con la questione dell’antico privilegio di Lotario III e con la questione che secondo lui ivi è accaduto il mircolo del figlio di Ruggero Sanseverino. A questo punto però mi chiedo se, nonostante l’eventuale abbaglio dell’Antonini zio (Giuseppe), il monastero di Benedettini, eventualmente di S. Arcangelo, posto nel luogo, come voleva l’Antonini, detto le Celle, esisteva o non era mai esistito perchè l’Antonini non l’avesse mai conosciuto ?. L’Antonini a p. 279 dice pure che di questo antico monastero di S. Arcangelo posto nel luogo detto le “Celle” : “se ne fa menzione in un privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Stor. Cassinese. fol. 86’.”. L’Antonini, parlando del Monastero di S. Arcangelo cita l’antico privilegio dell’Imperatore Lotario III che era stato “rapportato” dall’Abate Gattola (…) che lo riportava in ‘La Storia Cassinese‘, fol. 86. Infatti, anche il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ecc..”. Si tratta di Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86. Infatti, Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. L’Abate Gattola (…), suo vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”. Dunque, l’Abate Gattola (…), scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che: Il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III.”, poi prosegue e parla di altri monasteri come quello di “S. Pancrazio” etc…Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. Erasmo Gattola (….), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, parlando della storia dei monasteri cassinesi o benedettini, a p. 86, in particolare scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che “il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III”.

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(Fig…) Gattola Erasmo (…), op. cit., fol. (pag.) 86

Dell’antico Privilegio dell’Imperatore Lotario III vi è traccia solo nella citazione del Gattola (…) e, nella“carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava”, che vide l’Antonini. Da Wikipedia leggiamo che  Lotario II (III), detto anche Lotario di Supplimburgo (in tedesco Lothar von Süpplingenburg) (1075 – Breitenwang, 4 dicembre 1137), è stato Rex Romanorum e d’Italia dal 1125 al 1137 e Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1133. Innocenzo II e Lotario II di Supplimburgo concentrarono a maggio nel 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole e si accamparono per tutto il mese. Mentre l’esercito imperiale giunse fino a Bari, che venne devastata. Poi assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga: il Sovrano aveva compreso che non poteva ostacolare l’esercito imperiale e si era rifugiato in Sicilia. Le forze congiunte, Imperiali e Papaline, quindi conquistano la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il pontefice tenne il concilio di Melfi nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore, delegittimò Ruggero II di Sicilia, della Casata Altavilla, in favore di Rainulfo di Alife, della Casata Drengot, nuovo duca di Puglia. Ma ben presto sorsero contrasti tra Lotario e Innocenzo sul possesso del ducato delle Puglie fino all’elezione congiunta del duca Rainulfo, mentre anche nell’esercito serpeggiava il malcontento. L’Antonini, a p. 279 scriveva pure che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che di questo monastero si parla in Scipione Ammirato (…), al suo ‘Delle famiglie nobili napoletane‘, pubblicato nel 1580. Scipione Ammirato (…), parlando dei Sanseverino, ed in particolare del Conte di Marsico Rainaldo Sanseverino, a p….., in proposito scriveva che:….L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura …….una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che del Monastero di S. Arcangelo presso il territorio di S. Severino veniva citato nel testo di Scipione Ammirato (….), “Delle famiglie nobile napoletane” dove egli parla del “Principio della Famiglia Sanseverino”. Di ciò che scrive Scipione Ammirato (…) parlerò in seguito.

Il Conte Rotario o Lotario III ?

Dunque, quando nella trascrizione riportata dall’Antonini si dice: “Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur.”, il Visconti (…) traduce essere scritto: “Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, ecc…”. Di cosa si tratta? Una donazione fatta al monastero di S. Maria di Centola al tempo del Conte Rotario. E chi era questo Conte Rotario di cui parla l’antico Censuale dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola ?. Potrebbe essere quel Lotario III della donazione riportata dall’Abate Gattola citata dall’Antonini ?.

Nel VII secolo, la venuta dei Bulgari nella nostra area

Di questo piccolo centro del basso Cilento ha parlato il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, pp…….L’Antonini (…), a p. 381 in proposito scriveva che: “Fu questa montagna così detta da Bulgari, che vi si fermarono, e fortificarono; vedendosi sin da oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di due ruinati castelli ecc….Quali questi Bulgari stati fossero, e quando a quì fermar si vennero, è ben difficile ……….   

Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, a pp. 703-704-705, dopo aver detto dei Bulgari, in proposito scriveva che: “Paolo Diacono (1) scrive che ai tempi del duca Romoaldo di Benevento una colonia di Bulgari, guidati da un loro principe, Alzeco, giunse (680) nel ducato beneventano e pacificamente chiese di potersi stanziare nel territorio. Il duca Romoaldo consentì che s’insediassero nei luoghi deserti intorno a Cepino, Isernia e Boviano. Il principe assunse il titolo di gastaldo, di ufficiale del duca. Vi è notizia che ancora nel VIII secolo conservassero la loro nazionalità parlando la loro lingua, oltre il latino (2). Recenti ricerche tendono a mostrare (3) che il duca Romoaldo avesse consentito che parte della colonia s’insediasse pure nella zona di Paestum allora ridotta a sola riserva di caccia (‘ad capiendas aves’) e che di là si fossero spinti oltre l’Alento stanziandosi alle falde di un monte che da essi prese poi il nome (Monte Bulgheria). Goffredo Malaterra (4) poi ricorda che Roberto il Guiscardo avesse assoldato slavi di Celle (di Bulgheria) perchè conoscitori attenti di tutti i passi del territorio. Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), attribuendo l’immigrazione dei bulgari ad Alboino, il quale “oltre ai suoi Longobardi, e Sassoni, menovvi (in Italia) ancora Bulgari”. Probabilmente sede di una laura con celle di monaci italo-greci, per cui il nome di Celle all’abitato sortovi intorno; il villaggio seguì le sorti di Roccagloriosa, di cui fu casale fino alla sua elevazione a sede comunale. E’ notizia però che il feudatario di Centola, oltre a esigere la bagliva di Foria esigesse anche quella di Poderia, ora frazione di Celle. Villaggio quest’ultimo di cui, a dire dell’Antonini (p. 381), furono baroni Latino Tancredi, autore del ‘de Naturae miraculis’ e del consigliere Giovanni Andrea di Giorgio, noto per le sue opere legali.”. Ebner, a p. 703, vol. I, nella nota (1) postillava che: “(1) Paolo Diacono, V, 29: Eisdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit sc. Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates (….) Usque hodie in iis, ut diximus, locis habitantes, quamquam et latinae loquantur linguae tamen propriae usum non amiserunt”. Ebner, a p. 704, nella nota (2) postillava che: “(2) F. Hirsch cit., p. 42 ricorda TEOFANE, p. 546 ad a. 671 e NICEFORO, Breviarium (ed. de Boor, p. 33, i quali affermano che l’emigrazione avvenne ai tempi dell’Imperatore Costante, nel 669, e che la parte che venne in Italia si stanziò nella Pentapoli. Un documento posteriore del principe Sicardo (a. 833) ricorda il ‘Grauso Bulgarensis’ come possessore di terre in Puglia (Anecd. Ughell., p. 468).”. Ebner, a p. 704, nella nota (3) postillava che: “(3) V. D’AMICO, I bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era volgare. Loro speciale diffusione nel Sannio, Campobasso, 1933. Dello stesso autore, vedi pure ‘Importanza dell’immigrazione dei bulgari nell’Italia’, “Atti 3° Convegno internaz. Studi sull’alto medioevo”, Spoleto 1959, p. 372, Cfr. pure Ebner, Storia, cit. , p. 91 specialmente Economia e Società, cit., p. 28.”. Ebner, a p. 704, nella nota (5) postillava: “(5) G. Malaterra, I, 16.”. Della cosa ha scritto pure Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Sempre il Bozza (…), parlando di San Severino, in proposito scriveva, nella parte II a p. 209 che: “Patria di parecchi uomini distinti, è la culla della nobilissima famiglia dei principi Sanseverini, delle geste dei quali riboccano le nostre croniche.”. Dunque, il Bozza, diceva molto di più di quanto affermasse l’Antonini, ovvero scriveva che a Celle di Bulgheria: “V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto”. Il Bozza affermava che già nel VI secolo il Monastero di S. Arcangelo fosse a Celle di Bulgheria. Non saprei dire da dove avesse preso questa notizia il Bozza ma di certo essa è interessantissima. Forse si riferiva all’invasione o trasmigrazione di gruppi di Bulgari nell’area. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento medievale’, vol. I, p. 261, parlando di Celle di Bulgheria, scriveva che: “Con Acquavena e Rocchetta faceva parte della baronia di Roccagloriosa (v.) dei Sanseverino.”. Sempre l’Ebner (…), parlando di Roccagloriosa, scriveva a p. 282 che: “Se ne ha notizia specialmente da documenti del ‘200”, non approfondendo e non citando affatto i privilegi citati dall’Antonini (…). Sempre l’Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, ci parla di ‘Celle di Bulgheria’ e, scrive che: “Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto il Guiscardo nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), attribuendo l’emigrazione dei bulgari ad Alboino, il quale ecc..ecc..”.

Il monte ‘Cellerano’, il capo Spartivento a Palinuro, il promontorio della Molpa, la ‘Gola del Diavolo’

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193 e s.. Infatti, Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: “Sono indotto a supporre che il nome Cellerano sia da ricercare nella parte inferiore e costiera del Cilento, perchè nella zona del Mercurion, come è stata da me delimitata, non rimane, a quanto sappia, alcuna località che porti od abbia avuto questa denominazione e per due particolari riferiti dalla Vita di S. Nicodemo (38): il primo si riferisce al fatto che, in una scorreria saracena, il santo fatto prigioniero fu condotto su una spiaggia del Tirreno prossima ad una città conquistata e nello stesso tempo al suo eremo; l’altro, e più importante, è che il luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Ricercando il monte Cellerano ecc…mi sembra che possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in un ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Plalinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musumane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42). Propenderei per tutto ciò a supporre che il toponimo conservatoci in parte dell’abitato di Celle si estendesse un tempo, nel significato di insieme di “cellae”, al sistema montuoso che lo domina ed in conseguenza a credere che il luogo scelto come dimora dall’eremita S. Nicodemo fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo a non grande distanza dagli scogli di Palinuro battuti dal mare.. Sempre Biagio Cappelli, a sostegno della sua tesi sui luoghi di frequentazione di S. Nicodemo raccontati nella sua ‘Vita’ in proposito aggiungeva che: “Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44). Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Fulgenzio: e cioè che il personaggio di Palinuro corrisponde alle allucinazioni (45). Reminescenza di lettura forse non improbabile, dato che, se in generale gli asceti  bizantini si interessavano anche, come ad esempio S. Nilo, Proclo abate di S. Adriano, S. Luca abate del SS. Salvatore di messina (46), ad opere letterarie di contenuto profano, parimenti un vivo interesse per questi studi traspare dalla Vita di S. Filarete, scritta, come si è visto, dallo stesso agiografo di S. Nicodemo (47).. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A. Agresta, Op. cit., pp. 63 e 69; D. Martire, op. cit., I, pp. 273 e 274”. Riguardo il testo citato si tratta di Apollinare Agresta (…) e del suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”; l’altro testo è quello di Domenico Martire (…), e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (40) postillava che: “(40) P. Zancani-Montuoro, ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in “Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.”, XVIII, (1949), pp. 15 e s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, ‘Storia della città di Lagonegro’, Napoli, 1914, p. 189.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (44) postillava che: “(44) D. Martire, op. cit., I, p. 273.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Migne, P. G., cit., coll. 20 e 77, trad. Rocchi, cit., pp. 4 e 61; I. Cozza-Luzi, ‘Novae Patrum Bibliothecae’, X, 2, p. 125; G. Mercati, Op. cit., pp. 40 ss.”. Riguardo i testi citati si tratta di Migne (…) ‘Patrologia Graeca, la traduzione di padre Agostino Rocchi (…), Roma, 1904; I. Cozza-Luzi (…) ed al suo ‘Novae Patrum Bibliothecae’; il testo di G. Mercati (…) ed al suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, MCMXXXV. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (47) postillava che: “(47) O. Gaetani, Op. cit., II, pp. 112 ss.”. Riguardo il testo citato si tratta di Ottavio Gaetani (….) e del suo ‘Vitae Sanctorum Siculorum’, Panormi, 1657. Biagio Cappelli, sempre in riferimento al racconto di Fabio Planciade Fulgenzio aggiungeva che: Ciò senza contare che il racconto potrebbe anche aver avuto come sfondo la stessa bassa valle del fiume Mingardo, detta oggi “valle dell’Inferno” per lo aspetto orrido che presenta nelle sue dolomie strapiombanti per centinaia di metri, in un paesaggio desolato su cui aleggiano solitudine e silenzio donati dalla completa assenza di vita che vi domina e che talora produce come un senso di angoscia. Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48).. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII.

I monaci italo-greci o basiliani nell’area del Monte Bulgheria

Un altro autore che ci parla di Celle di Bulgheria è Biagio Cappelli (…), nel suo “Il Monachesimo basiliano ai confini calabro lucani”, e a p. 193, in proposito scriveva che: “la denominazione di Cellerano mi sembra possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria.”. Sempre il Cappelli, a p. 305, in proposito a Celle di Bulgheria scriveva che: “momenti di pericolo rivolsero, tra altri, i loro passi S. Saba di Collesano, che si fermò nella marina di Palinuro, e S. Fantino e S. Nicodemo del Cirò, che trascorsero parte della loro esistenza nelle vicinanze di Celle di Bulgheria (36).”. Il Cappelli, a p. 312, nalla sua nota (36) postillava che: “(36) ‘Vita di S. Nilo Abate etc.’, pp. 6; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc., (ed. Cozza-Luzi), Roma, 1893, p. 50; S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo e S. Nilo e il cenobio di S. Nazario’, e il ‘Mercurion’, in questo volume”. Dunque, secondo il Cappelli, vi sono delle connessioni con l’area del Monte Bulgheria e la venuta di alcuni monaci basiliani, come S. Fantino e S. Nicodemo del Cirò (S. Nilo da Rossano e S. Nazario), ecc…, questi quasi tutti monaci provenienti dalla Calabria che venivano in eremitaggio in questa area che il Cappelli dice essere l’antica regione del ‘Merkurion’. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193 e s.. Infatti, Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: “Sono indotto a supporre che il nome Cellerano sia da ricercare nella parte inferiore e costiera del Cilento, perchè nella zona del Mercurion, come è stata da me delimitata, non rimane, a quanto sappia, alcuna località che porti od abbia avuto questa denominazione e per due particolari riferiti dalla Vita di S. Nicodemo (38): il primo si riferisce al fatto che, in una scorreria saracena, il santo fatto prigioniero fu condotto su una spiaggia del Tirreno prossima ad una città conquistata e nello stesso tempo al suo eremo; l’altro, e più importante, è che il luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Ricercando il monte Cellerano ecc…mi sembra che possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in un ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Plalinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musumane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42). Propenderei per tutto ciò a supporre che il toponimo conservatoci in parte dell’abitato di Celle si estendesse un tempo, nel significato di insieme di “cellae”, al sistema montuoso che lo domina ed in conseguenza a credere che il luogo scelto come dimora dall’eremita S. Nicodemo fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo a non grande distanza dagli scogli di Palinuro battuti dal mare.“. Sempre Biagio Cappelli, a sostegno della sua tesi sui luoghi di frequentazione di S. Nicodemo raccontati nella sua ‘Vita’ in proposito aggiungeva che: “Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44). Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Fulgenzio: e cioè che il personaggio di Palinuro corrisponde alle allucinazioni (45). Reminescenza di lettura forse non improbabile, dato che, se in generale gli asceti  bizantini si interessavano anche, come ad esempio S. Nilo, Proclo abate di S. Adriano, S. Luca abate del SS. Salvatore di messina (46), ad opere letterarie di contenuto profano, parimenti un vivo interesse per questi studi traspare dalla Vita di S. Filarete, scritta, come si è visto, dallo stesso agiografo di S. Nicodemo (47).“. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A. Agresta, Op. cit., pp. 63 e 69; D. Martire, op. cit., I, pp. 273 e 274”. Riguardo il testo citato si tratta di Apollinare Agresta (…) e del suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”; l’altro testo è quello di Domenico Martire (…), e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (40) postillava che: “(40) P. Zancani-Montuoro, ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in “Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.”, XVIII, (1949), pp. 15 e s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, ‘Storia della città di Lagonegro’, Napoli, 1914, p. 189.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (44) postillava che: “(44) D. Martire, op. cit., I, p. 273.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Migne, P. G., cit., coll. 20 e 77, trad. Rocchi, cit., pp. 4 e 61; I. Cozza-Luzi, ‘Novae Patrum Bibliothecae’, X, 2, p. 125; G. Mercati, Op. cit., pp. 40 ss.”. Riguardo i testi citati si tratta di Migne (…) ‘Patrologia Graeca, la traduzione di padre Agostino Rocchi (…), Roma, 1904; I. Cozza-Luzi (…) ed al suo ‘Novae Patrum Bibliothecae’; il testo di G. Mercati (…) ed al suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, MCMXXXV. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (47) postillava che: “(47) O. Gaetani, Op. cit., II, pp. 112 ss.”. Riguardo il testo citato si tratta di Ottavio Gaetani (….) e del suo ‘Vitae Sanctorum Siculorum’, Panormi, 1657. Biagio Cappelli, sempre in riferimento al racconto di Fabio Planciade Fulgenzio aggiungeva che: “Ciò senza contare che il racconto potrebbe anche aver avuto come sfondo la stessa bassa valle del fiume Mingardo, detta oggi “valle dell’Inferno” per lo aspetto orrido che presenta nelle sue dolomie strapiombanti per centinaia di metri, in un paesaggio desolato su cui aleggiano solitudine e silenzio donati dalla completa assenza di vita che vi domina e che talora produce come un senso di angoscia. Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48).“. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII.

Il piccolo borgo medioevale di San Severino di Camerota oggi di Centola a Forio di Centola

S. Severino di Centola

Basilica dell'Abbazia di S. Maria di Centola

Da Wikipedia leggiamo che: Il vecchio abitato di San Severino è un borgo medievale abbandonato sovrastante la valle del fiume Mingardo, che qui scava una stretta forra chiamata Gola del Diavolo. Risale al X-XI secolo e serba tracce delle varie epoche storiche fino al Novecento, conservando le rovine di un castello e di una chiesa. Secondo l’umanista Pietro Summonte, il villaggio prese il nome dalla famiglia Sanseverino, la più potente e ricca nel Principato di Salerno, con i Normanni prima e nel Regno di Napoli poi con gli Angioini e Aragonesi. Di parere opposto è Giuseppe Antonini, il quale, all’inverso, sostiene che sarebbe stata la famiglia patrizia a prendere il nome dal borgo; la stessa tesi sostengono il Bozza e Domenicantonio Stanziola, prete e storico di Centola del XIX secolo, secondo il quale la potente famiglia dei Sanseverino “si nomò così dal castello e Borgo di Sanseverino”. Le fonti storiche esistenti indicano nel VII secolo la probabile origine dell’insediamento urbano nella gola della “Tragara” che sovrasta il fiume Mingardo ad opera di mercenari bulgari emigrati con il loro principe Aztek nel principato longobardo di Salerno, come riferito da Paolo Diacono nella sua ‘Historia Langobardorum’. Questi soldati furono adibiti al controllo della gola del Mingardo e della principale arteria di collegamento per il Golfo di Policastro che appunto si dipanava per questa gola, garantendo il collegamento con il porto di Palinuro. A quest’epoca risale il primo insediamento con la costruzione di una torre di avvistamento, i cui resti sono visibili dall’alto, e le prime abitazioni per gli armigeri.

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(Fig…) Gola della Dragara o detta del ‘Diavolo’, nei pressi di S. Severino di Centola

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(Fig…) Borgo di S. Severino di Centola – resti della parte absidale della chiesa

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(Fig…) Antonini (…), pp…

La vasta contea Longobarda di Policastro

La Contea di Policastro fu un antico feudo nei territori circostanti il golfo di Policastro tra la Basilicata, la Calabria settentrionale e la Campania meridionale, tra la fine dell’XI secolo e la fine del XIX secolo. Come scrisse il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 25, parlando di Policastro, riportava diverse notizie interessanti sul periodo di dominazione Longobarda: “Dall’839 al 1076 Policastro appartenne al Principato Longobardo di Salerno, poichè questa città colle terre di Campania e di Lucania fu assegnata al principe Siginulfo.”. Scrive ancora il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 28, che: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli della valle di Sanseverino.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Ma, Michelangelo Schipa (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno’, edito nel 1923, non scrive molto sull’episodio citato dall’Ebner (…). Sebbene Schipa, riporti l’episodio dell’assedio logorante di Salerno e la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, non ci pare che dica molto sul fratello Guido, nominato Conte di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo la contea di Policastro, scriveva ancora che: “...ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare dell’episodio citato dall’Ebner (…), Michelangelo Schipa, ne parla nel suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, una ristampa a cura di Nicola Acocella, del 1968 (…) (vedi Cap. 12, pp. 210 e s.). Schipa, racconta dell’episodio citato da Ebner, dell’uccisione del principe Guaimario e della salita al trono di Gisulfo II, del principato Longobardo di Salerno, prima che salisse al potere Roberto il Guiscardo. Schipa, ci parla del fratello di Gisulfo II, che, alla morte del padre, rinunciò al trono a favore del fratello Gisulfo II. Come abbiamo già detto, sarà la cronaca di Amato di Montecassino che raccontò la storia dei Normanni. Schipa (…), a p. 211, scriveva che: “…; del dominio di Guaimario V, Gisulfo II raccolse solamente il Principato Salernitano. E dentro quei confini il vecchio Guido tenne la Contea di Conza; e dè fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino; e a Guaimario “detrattore e divoratore” ebbe terre e il castello (del Cilento); degli altri ignorandosi la sorte.”. Un’altro autore a cui fa spesso riferimento lo Schipa è l’Aimè (…) ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835, che in sostenza traduceva il manoscritto della cronaca di Amato di Montecassino.

Il conte Guido, fratello del Principe di Salerno Gisulfo II

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), parlando del piccolo borgo medioevale, oggi abbandonato, di San Severino di Camerota in proposito scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla restaurazione della Diocesi Bussentina in Diocesi Paleocastrense (…), scriveva che: “Come ho detto altrove (2), dopo la sua restaurazione, Gisulfo II di Salerno per ringraziare i normanni di Umfredo e Guglielmo di Altavilla che, disperdendo i congiurati, lo avevano reinsediato sul trono di Salerno, oltre a investire i normanni dei castelli già in loro possesso (3), s’impegnò solennemente ad assegnar loro, con lo “salaire” (tributi) (4), altre terre e castelli.  Allo zio Guido che, reggente, aveva rifiutato il trono per il rispetto verso l’erede e che tanto aveva cooperato alla restaurazione invocando di persona l’aiuto dei normanni, il principe Gisulfo II, ecc..ecc..”Pietro Ebner (…), nella sua nota (2), a p. 540, postillava che: “(2) Ebner, op. cit., vol. I, pag. 32 e s., 81 sg., 152 sg.”. Queste notizie, però, non sono interessanti per l’argomento in quanto i riferimenti delle note citate da Ebner, riguardano la restaurazione di alcune Diocesi e la loro latinizzazione. Pietro Ebner (…), nella sua nota (3), a p. 540, postillava che: “(3) Amato di Montecassino, op. cit., III, p. 32.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Amato di Montecassino (…), in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1° marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Si veda: ristampa e traduzione a cura di G. Sperduti, 2002. Si veda pure: Torraca Francesco, Amato di Montecassino e il suo traduttore, in “Casinensia” 1929. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 223-224-225-226, in proposito alla congiura contro il principe Guaimario V e su Guido, così postillava a riguardo: “(40) L’evento era stato preannunciato da prodigi non bene interpretati, sui quali si diffonde Amato con il candore proprio del suo animo di religioso. Benchè informato che qualcosa si tramasse contro di lui, il principe non volle umiliarsi a provvedere, scrive Amato che ricorda il 2 giugno 1052 come giorno di pianto e disperazione (Amato, III, 25,26,27).”.

Nel 1052, “in finibus Salernitanis”, il territorio compreso fra l’Alento ed il Bussento

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidataun esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il ecc…”. Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc….”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”. Sempre sul “sacro Palatio”, l’Ebner ha scritto nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p…….Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi al principe di Salerno Gisulfo II, in proposito scriveva che: Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: La contea di Capaccio, come abbiamo visto, consisteva nello stesso ambito territoriale della Circoscrizione di Lucania, quale si era venuta a configurare dopo la divisione del 1034, di modo che la città di Capaccio era contemporaneamente sede di questa circoscrizione – retta da un Gastaldo, funzionario della curia del Principe – e sede della contea, quale era stata data in feudo a Pandolfo, fratello di Guaimario V. Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2), lasciando il suo patrimonio nelle mani dei figli Guaimario, Gregorio, Guido, Giovanni e Glorioso, i quali, secondo il diritto di successione longobardo, ebbero la signoria del feudo e portarono tutti il titolo di Conte. Mantenutosi neutrali al momento dello scontro fra il Guiscardo e Gisulfo II, loro zio, furono dallo stesso duca Roberto lasciati nel tranquillo possesso di questa contea, dove, scomparso nel frattempo l’ordinamento amministrativo della circoscrizione di Lucania e incamerato, probabilmente, il castello di Capaccio dalla curia ducale (3), i territori apparvero unicamente retti come feudo, frazionati in più possedimenti, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi n. 1, p. 116”. Il Cantalupo, a p. 116, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo Schipa (Storia…., cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82), sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del Principe e conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”.

Nel 1052, il longobardo Guido, fratello di Gisulfo II e la vasta contea di Policastro

Il Guido di cui si parla in questo mio saggio era fratello di Gisulfo II e non figlio. Guido, Conte di Policastro, era figlio di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV), e fratello di Gisulfo II, divenuto alla morte del padre suo successore e Principe di Salerno. Guido, dunque era anche fratello di Sichelgaita che sposò Roberto il Guiscardo. Guido, conte di Policastro era figlio di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV) e Gemma. Guido di Policastro era anche nipote di Guido Conte di Sorrento e di Conza, fratello di Guaimario IV. Il Conte Normanno Guido di Policastro, uno dei più accaniti sostenitori dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, restò a capo della contea di Policastro fino all’anno 1075, in cui morì a seguito di un agguato tesogli nella ‘Gola del Diavolo’ (Fig….), ai piedi del suo Castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola) (Fig. …). Da wikipidia leggiamo che: “Gisulfo II ebbe anche cinque figli: Pandolfo, Guaimario (V) – che fu in co-reggenza con Gisulfo -, Landolfo, Guido e Giovanni.”.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 116, in proposito scriveva che: Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5) ed a Guaimario il Castellum Cilenti.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……………………

Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (5) postillava che: “(5)……..

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”.

Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…..Nè l’attenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quella di S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”.

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario V e, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita.”. Sempre Ebner, a p. 34, in proposito scriveva che: “Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Ecc…”.

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla donazione che il nuovo principe Gisulfo II, suo nipote e principe del Principato di Salerno, scriveva che: “Allo zio Guido che, reggente,……il principe assegnò l’importante contea di Conza e, nella politica di assicurarsi la fedeltà di altre lontane terre del Principato, assegnò ai fratelli Guido e Guaimario altre contee lungo la fascia tirrenica. Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Schipa, cit., Ibid.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 224-225-226, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: “Creò la contea di Policastro, delicata zona di confine come s’è visto, affidandola con altri castelli nella valle dei S. Severino (oggi di Centola) al “prode e bellissimo” Guido e diede Cilento, con altri castelli al fratello Guaimario.”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”.

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spetato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), ecc…”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (92), postillava che: “(92) …………….

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), scriveva: Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc…”

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), parlando del piccolo borgo medioevale, oggi abbandonato, di San Severino di Camerota in proposito scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”.

Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico.

Nel 1054, Castel Mandelmo a Licusati, il castello di S. Severino e la contea di Policastro del conte Guido

In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. In origine, nel 1054, il castello, con il feudo di Policastro, era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, l’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…). Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi (….), dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto. Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S. Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’ che, verso l’anno 1077 fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 380 parlando della situazione politica nell’anno 1066, ormai mutata, con la vicina “Contea del Principato” retta da Guglielmo d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e donatagli da Umfredo, l’imminente caduta del principe Gisulfo II, riferendosi al conte Guido di Policastro, in proposito scriveva che: L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”.

Dal 1053 al 1057, i Normanni di Umfredo e Roberto d’Altavilla, la conquista di gran parte dei territori di Gisulfo II (Principato Longobardo di Salerno) e la valida e strenua difesa del Conte Guido di Policastro

La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. I Normanni, al comando dello stesso suo cognato Roberto, Umfredo e Guglielmo suo fratelli del Guiscardo, tra l’anno 1053 e il 1054, occuparono moltissimi territori del Principato di Salerno. Caddero nelle loro mani le fortezze di Laurino e Novi, nonchè quasi per intero la Bricia. Resistettero per il momento Policastro, il castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola, forse detto all’epoca ‘Castel de’ Mandelmo’, sul fiume Mingardo. Pare che il territorio fu organizzato in una nuova circoscrizione detta contea di Principato’, che fu concessa da Umfredo d’Auteville, conte di Puglia, al fratello Guglielmo, col titolo di comes che tenne la sua sede amministrativa (Curia), ad Eboli e, concesse il suffeudo al miles Guglielmo de’ Mannia. Vito Lo Curto (…), nel suo “……………………………………..”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI la situazione dell’Italia meridionale si presentava, come è comunemente noto, quanto mai complessa e frastagliata: gli Arabi dominavano la Sicilia, i Bizantini (i greci) la Calabria (e quindi parte del basso Cilento) e la maggior parte della Puglia; esistevano poi i principati Longobardi di Benevento, Salerno e Capua nonchè le città (formalmente bizantine ma di fatto indipendenti) di Amalfi, Napoli e Gaeta con diversi possedimenti circostanti. Intorno all’anno Mille i primi Normanni – secondo il cronista Leone Ostiense (32), approdarono a Salerno. Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Riguardo il Principato di Salerno di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, vi fu un momento in cui il Principe Gisulfo II, dovette chiamare in aiuto i Normanni di Roberto il Guiscardo che sposò la sorella Sighelgaita e gli salvò il trono che ben presto dovette cedere proprio a loro come ci racconta la cronaca del Malaterra. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli nicendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 28, che: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli della valle di Sanseverino.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Ma, Michelangelo Schipa (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno’, edito nel 1923, non scrive molto sull’episodio citato dall’Ebner (…). Sebbene Schipa, riporti l’episodio dell’assedio logorante di Salerno e la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, non ci pare che dica molto sul fratello Guido, nominato Conte di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo la contea di Policastro, scriveva ancora che: “...ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare dell’episodio citato dall’Ebner (…), Michelangelo Schipa, ne parla nel suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, una ristampa a cura di Nicola Acocella, del 1968 (…) (vedi Cap. 12, pp. 210 e s.). Schipa, racconta dell’episodio citato da Ebner, dell’uccisione del principe Guaimario e della salita al trono di Gisulfo II, del principato Longobardo di Salerno, prima che salisse al potere Roberto il Guiscardo. Schipa, ci parla del fratello di Gisulfo II, che, alla morte del padre, rinunciò al trono a favore del fratello Gisulfo II. Come abbiamo già detto, sarà la cronaca di Amato di Montecassino che raccontò la storia dei Normanni. Schipa (…), a p. 211, scriveva che: “…; del dominio di Guaimario V, Gisulfo II raccolse solamente il Principato Salernitano. E dentro quei confini il vecchio Guido tenne la Contea di Conza; e dè fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino; e a Guaimario “detrattore e divoratore” ebbe terre e il castello (del Cilento); degli altri ignorandosi la sorte.”. Un’altro autore a cui fa spesso riferimento lo Schipa è l’Aimè (…) ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835, che in sostenza traduceva il manoscritto della cronaca di Amato di Montecassino. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario V e, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita.”. Sempre Ebner, a p. 34, in proposito scriveva che: Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono. Che il clima di contrasti e continue lotte avessero potuto influire sul giovanissimo sovrano sembra possibile, ma solo per esasperarne il carattere. Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spietato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), e così instabile che non gli riuscì di conservare quel ducato di Amalfi (un solo anno, il 1088) che gli intrighi della sorella Sighelgaita, dopo la morte del marito Roberto, erano riusciti ad assicurargli. Non meraviglia, perciò, che tratteggiasse già nel consegnare l’oro promesso a Riccardo d’Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di S. Nicandro e Castelvecchio e di una terra detta Facosa la Nova. Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini dell’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno, cit.,  p. 168.”. Ebner, a p. 34, nella nota (92) postillava che: “(92) I fratelli di Alfano vennero imprigionati da Gisulfo, e mai liberati, per aver preso parte alla congiura contro il padre Guaimario V.”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (93), postillava che: “(93) Terzo e sesto degli Altavilla: Guglielmo “Braccio di ferro”, Drogone, Umfredo, Goffredo, Roberto il Guiscardo, Guglielmo del Principato, Ruggiero I.”. Ebner, a p. 34, nella nota (94) postillava che: “(94) Nel ricordare la partenza (a. 981/2) di Ottone II da Salerno per Taranto, dopo la conferma a pprincipi di Salerno di Mansone di Amalfi e del figlio Giovanni I, M. Schipa (Storia del principato di Salerno, Roma, 1968, p. 172) afferma che l’imperatore “si avviò quindi alla famosa impresa al finire del verno, per Bricia, presso Capaccio, e per la Lucania”. La notizia fu tratta dal Chron. di Romualdo di Salerno ad an. 981 (“De-hinc per Brixiam – al. Briciam – et Lucaniam in Calabriam perrexit”). Ma v. Alfano (‘Ad Guidonem fratem’, in Schipa, ‘Storia’, p. 277, vv. 27-30 e 53-56: “Sunt in Lucania portus regione velini // Quo Brittiorum vallis amoena iacet”, v. pure dello stesso Schipa, ‘Il Mezzogiorno’, cit., p. 169, dove è cenno dell’occupazione di Velia.”. Ebner, a p. 35, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Schipa cit., vedi pure il Mandelli cit., f. 254, il quale rileva da G. Malaterra (I, I, 15) che “Guglielmo era comes totius Principatus (….) di questo Guglielmo figlio di Tancredi, quale, come si è detto, fu fatto da Umfredo Conte del Principato.”. Ebner a p. 35, nella sua nota (96) postillava che: “(96) M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma 1904, p. 31. Il Mazziotti dà la sola notizia senza riferimenti. In ogni caso si tratterebbe del secondo Guglielmo, uno dei due figliuoli (l’altro era Roberto) del primo conte del Principato per cui è da supporre che la contea di Adalberto e Rodelgrimo di Magliano (v.) fosse stata privata dei soli territori verso l’Alento.”. Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, dove il Carucci cita un passo di Goffredo Malaterra (….), da cui molto probabilmente aveva attinto l’Ughelli, a p. 277, in proposito scriveva che: “I Normanni invasero da ogni parte con infinito danno il territorio di Salerno (1)” (eslamava il poeta Amato). Inutilmente il papa Leone IX venne nel 1053 a Salerno, s’accordò con Gisolfo per muovere contro i Normanni: che anzi Gisolfo non potè nemmeno prender parte alla lotta, che scoppiò proprio quell’anno tra il papa e i Normanni e che finì colla sconfitta del papa a Civitate. Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto il Guiscardo per le terre usurpate a chiese e abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’Imperatore bizantino (3), perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la Contea di Principato (1), occuparono poi i castelli longobardi esistenti nella valle del Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3).”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Alfano, I, ap. Ughelli, Italia Sacra, tomo X. “Quid quid habere prius fuerat haec vit i decoris Momento periit, fumus et umbra fuit. Non relut una lues pecorum solet omnibus agnen Aere corrupto debilitare modis, Sic gens Gallorum, numerosa clade Salerni, Principe defuncto, percotit omne solum. De Blasiis, op. cit. II, 213.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”. Il Carucci, a p. 278, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le terre che costituirono la contea di Principato furono per la prima volta occupate da Umfredo e date al fratello Guglielmo: ‘Guilelmo terram illam quae principatus dicitur distribuit. Malaterra, I, 15.”.  Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 79, nel suo cap. III, riferendosi alla  Signoria di Novi, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “E’ quasi certo, anzi, che il sorgere di quella signoria cada dopo la restaurazione  di quel principe (a. 1052), e cioè quando il terzo conte di Puglia, Umfredo (a. 1051-1057), con il fratello Guglielmo, stanchi delle tergiversazioni di Gisulfo s’impadronirono con la forza di alcune terre, dopo di aver atterrito con distruzioni e saccheggi le inermi popolazioni che abitavano tra il Tusciano e gli estremi confini salernitano-lucani e calabri dell’odierna provincia di Salerno. Da qui imprendevano poi la preordinata conquista di quei territori di cui Amato di Montecassino e Alfano da Salerno ci hanno tramandato nomi e limiti (3)……Lo conferma l’orgoglioso nome dato alla nuova giurisdizione territoriale, “contea di Principato” (8), corrispondente all’ecclesiastica conservata nel riordinamento normanno della diocesi.”. Ebner, a p. 79, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Alfano, cit., Amato, cit., III, 45 e p. 161 no 30.”. Ebner a p. 80, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169.”. Ebner si riferiva ai due testi di Michelangelo Schipa (….), Storia del Principato longobardo di Salerno, e Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del citato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Ecc…”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Amato, IV, 33 sgg: le malefatte del principe, enumerate in questo paragrafo, vengono documentate una per una nei successivi (v. oltre).”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatasi dal fratello Guido.”. Ebner, a p. 85, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Alfano, cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residenz alta Policastri victor in aula”. Secondo Amato, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “Roberto ruppe gli indugi partendo con Sighelgaita per la Calabria dove la sposò (a 1058 assegnandole, come si è visto, quale “dono del mattino” un quarto delle terre conquistate in Calabria. Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo, il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è un documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “Ma quando Umfredo e Guglielmo tornarono a Salerno per ricevere ciò che era stato loro promesso, il principe cominciò a tergiversare, al punto che i normanni “molto corrocienz” (6), indignati, si allontanarono da Salerno iniziando l’occupazione di tutto quel territorio, di cui poi Umfredo investì il fratello Guglielmo con il prestigioso titolo del Principato (7) Con il suo solito tergiversare, Gisulfo aveva spazientito anche Roberto il Guiscardo, rinviando cioè, ‘sine die’ la consegna della dote della bella e virile sorella Sighelgaita, per cui Roberto, rompendo gli indugi, partì con la principessa per Melfi, dove la sposò (8). Gisulfo che già aveva tentato di recuperare la contea del Principato, sfruttando momentanei dissapori (9) sorti tra Roberto e Guglielmo, tentò ancora una volta di conseguire i suoi fini nominando arbitro della questione appunto Roberto. Il Guiscardo, però, ancora indignato per il comportamento del principe, si vendicò del cognato, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da Eboli e Sicignano al Calore e all’Alento e, per Magliano, ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (6), a p. 541, postillava che: “(6) Amato, cit., III, 45.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (7), a p. 541, postillava che:“(7) G. Malaterra, cit., p. 26: Willelmum vero in Principato “. Pietro Ebner (…), nella sua nota (8), a p. 541, postillava che: “(8) Ebner, Storia, cit. p. 88. Per altre notizie, pp. 37, 42 e 121.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (9), a p. 541, postillava che: “(9) Guglielmo rifiutava di riconoscersi vassallo di Roberto il Guiscardo”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 218, parlando dei dissapori sorti tra il Guiscardo ed il fratello Guglielmo e, riferendosi all’invidia di Guido per il matrimonio tra il Guiscardo e la sorella Sighelgaita, scriveva che: “Quindi, subito, Roberto riprese la guerra contro al fratello, mentre il vecchio Guido sfogava il dispetto provato per quelle nozze, unendosi a Guglielmo, e sposandogli la sua figliuola.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, ‘Storia, cit., ed. Economia e società, cit.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel trritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: 4. Stanchi di attendere, e indignati (“molt corrocienz”, scrive Amato) per l’inqualificabile comportamento del principe, i normanni si ribellarono. Lasciata Salerno, impresero a saccheggiare e a incendiare villaggi esasperando così la popolazione (“a furore normannorum libera nos Domine”) che insorse. Sotto la direzione di un guerriero, esperto e valoroso, qual era Guido, il fratello del principe Gisulfo, le popolazioni cominciarono a guarnire le “lor terres et lor chasteaux de murs et de palis”. Contro queste posizioni fortificate s’infranse più che il coraggio dei normanni l’impeto delle loro agguerrite cavallerie.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: Ciò provocò l’insorgere di non pochi complessi nel principe (43), che cercò quasi di esorcizzarli rinviando ‘sine die’ gli impegni assunti, persino sulla consegna della dote della sorella Sighelgaita. Fu a questo punto che Roberto il Guiscardo, indignato, sposò malgrado tutto Sighelgaita (Melfi, a. 1059) assegnandole, secondo il costume longobardo, la quarta parte delle conquiste in Calabria (44), di cui alcune estorte con la frode. Margingab costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45). Ecc…”.

Ebner, p. 225

Ebner, a p. 225, nella nota (43) postillava che: “(43) Ebner, ‘Storia’, cit., pp. 34 e 84.”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (44) postillava che: “(44) Id., ibidem, p. 87 sg. Roberto il Guiscardo aveva ripudiata Alverada di Buonalbergo dalla quale aveva avuto anche il noto Boemondo.”. Pietro Ebner, in questo passaggio, riferendosi al “Marcingab”, la dote Normanna che il Guiscardo donò alla sua seconda moglie Sighelgaita, si riferiva agli avvenimenti che precedettero l’anno 1059, in cui Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo sposò la principessa longobarda Sighelgaita, sorella del principe Gisulfo II e, a cui donò, secondo il costume Normanno la quarta parte delle conquiste dei territori della Calabria, che appunto aveva conquistato precedentemente. Ebner lo chiama “Margingab” (la dote Normanna) era costituita, secondo lui costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45).”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Il Racioppi (cit. p. 86 sg.) nel riportare un brano del cronista Giordano (visse intorno al 1314, termine della sua cronaca) si meraviglia che il Guiscardo si fosse impadronito della Puglia e della Calabria nel recarsi in Sicilia e non “della Lucania che era in mezzo tra le due”. Cosa che avrebbe poi fatto, secondo Giordano (‘qui veniens versus Lucaniam eam subiecit. Inde ivit Salerno’), al ritorno. Ma v., per la questione, anche i brani riportati di Alfano e di Romualdo salernitano.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: “Dopo di aver assalito e conquistato “lo chastel de Saint Nicharde”, di cui rinvengo notizia dai Registri Angioini (46), i normanni, scrive Amato, “von devorant lo Principat tout” impadronendosi pure di “Castel Viel et Facose le Nove” e spingendosi fin nella Bricia dell’arcivescovo Alfano. Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido all’usurpazione della “gens Gallorum”, Alfano informa che i normanni, penetrati in Lucania, raggiunsero anche i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre fin verso la Calabria. Le terre occupate che dovevano comprendere anche parte della pianura ebolitana, come si evince da alcune pergamene cavensi (47), ricadevano nella giurisdizione della diocesi pestana. Un territorio enorme cui Umfredo d’Altavilla prepose il fratello Guglielmo (48) con il titolo fino a quel momento “ignoto di conte del Principato”, come dice M. Schipa, ma che il territorio pare avesse già prima dell’arrivo dei normanni (49). Ecc…”. Ebner, a p. 226, nella nota (46) postillavano che: “(46)

Ebner, vol. I, p. 226.PNG

E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno. Ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 117-118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “I Normanni si incunearono nel principato salernitano da Est, tra il 1053 ed il 1054, probabilmente seguendo la strada che da Melfi risaliva il corso del fiume Ofanto, e, dopo essere pervenuti nei dintorni di Conza, parte delle loro schiere proseguirono verso Ovest guidate da Torgisio, uno dei capitani del Guiscardo, riuscendo a raggiungere la valle del Montoro, ed ad impossessarsi di Rota, centro fra i più notevoli del territorio a cui era preposto il il longobardo Maione, conte di S. Severino e Montoro, perito nel trambusto di quegli avvenimenti (1). Le altre schiere, a seguito dei due fratelli d’Altavilla, discesero verso Sud e occuparono il bacino del medio corso del Sele e le limitrofe località poste tra Contursi, Eboli, Persano e la futura Altavilla, dopo essersi attestate, pare, nel castello di S. Licandro, presso l’attuale stazione di Sicignano (2). Più delle acque stagnanti della pianura pestana valsero certamente le fortificazioni di Capaccio e di Agropoli ad impedire che i Normanni si riversassero allora lungo le zone costiere a sud del Sele. Essi più agevolmente avanzarono, seguendo la direttiva di marcia tenuta da tutte le precedenti invasioni della regione, verso il vallo di Diano e, dopo aver soggiogato i versanti centro orientali dei monti Alburni, proseguirono per la via di Sanza e di Rofrano, raggiunsero i dintorni di Policastro e si affacciarono sul Tirreno. Distruggendo e saccheggiando, la travolgente avanzata normanna andava “divorando tutto il Principato”, come esprime Amato di Montecassino, e rendeva vana ogni resistenza organizzata, per cui le popolazioni si rinchiudevano e fortificavano nei castelli e nei borghi: “…..quant les gens des chasteaux surent ceste desstruction, il garnirent lor terres et lor chasteaux de murs et de palis (3). Anche Guido, il fratello di Gisulfo II, fu costretto a chiudersi in Policastro, lasciando che gli invasori, dopo aver occupato le terre di Laurino, di Novi e di Laurito, dilagassero in quelle della Bricia e si impadronissero di “Castello di Velia” (4). Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, mentre dall’alto del Castellum Cilenti Guaimario, che i contemporanei chiamarono, per motivi a noi ignoti, “detrattore e divoratore”, impediva che da Sud i Normanni penetrassero nella Lucania e nel Cilento. Quando questi però si fermarono, a Gisulfo II era rimasto ben poco del suo Principato: controllava ancora direttamente solo le terre comprese fra Salerno, Cetara, Nocera, qualche sparsa località nei dintorni della sua capitale ed i territori posti fra il Sele, Capaccio, Magliano e l’Alento; restavano comunque legati al suo trono i vasti possedimenti della Mensa arcivescovile di Salerno, concentrati soprattutto entro i confini costituiti dal torrente Asa, Giffoni, Olevano, il corso medio e basso del fiume Tuscaino e quello inferiore del Sele, inoltre la contea di Magliano, retta dai conti longobardi Saliperto ed Erimanno Guiselgardo (1), e, nella Bricia, S. Severino e Policastro (2). Le contrade occupate dai Normanni furono immediatamente organizzate, tolte quelle della valle di Montoro e S. Severino Rota, in una circoscrizione che fu detta CONTEA DI PRINCIPATO (3), concessa da Umfredo in qualità di Conte di Puglia (4) al fratello Guglielmo, che portava allora il titolo di Conte di S. Nicandro (5). Non bastando ciò, il principe di Salerno era molestato da Riccardo d’Aversa, che chiedeva compensi per l’aiuto fornitogli nel 1052, e dagli Amalfitani, coi quali era in guerra sia per vendicare l’uccisione del padre sia per punire la loro ribellione al dominio salernitano e che, intanto, gli devastavano le coste fra Cetara e Policastro, impedendo la navigazione ai suoi sudditi (6).”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Bisogna distinguere il territorio del Principato di Salerno, ancora in mano a Gisulfo II, da quello della Conta di Principato, che era solo una parte del primo e fu organizzato dai normanni in Contea prima del 1057. Sull’estensione di quest’ultimo vedi il paragrafo: ‘La Contea di Principato’.”. Sulla citazione del Cantalupo dei due studiosi Natella e Peduto, sulla “non” distruzione di Policastro da parte dei Normanni si rimanda al prossimo saggio sui Normanni di Roberto il Guiscardo.

Nel 1058, Guimondo de Mulsi, Guglielmo (I) d’Altavilla e la CONTEA DEL PRINCIPATO e l’usurpazione di beni della Chiesa Salernitana

Da Wikipedia leggiamo che Turgisio di Sanseverino per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: “Guimondo de Mulsi. Quest’ultimo era stato certamente milite di Guglielmo del Principato dal quale aveva ottenuto quel feudo nella Valle di S. Severino confinante con una contea liminare della Calabria, quella di Policastro residenza del prode Guido, fratello del principe Gisulfo. E appunto per una lite di confini, come vedremo, il conte di Policastro venne assassinato.”. Ebner, a p. 84, nella nota (17) postillava che:  “(17) Rainolfo Trincarote, nipote di Rainulfo I di Aversa (Amato, II, 34) e Ugo Fallacia capeggiarono, dopo il 1046, il partito normanno dissidente da Guaimario, v. in Amato cit., p. 99.”. Su Guimondo de Mulsi, Ebner, nella nota (16) postillava che:  “(16)…..Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ecc…”. Michelangelo Schipa (….), nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ecc…(38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino scriveva pure di Guimondo de Mulsi. Dunque, Guimondo de Mulsi, era usurpatore pentito dei beni della Chiesa Salernitana. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075…….Guimondo dei Mulsi, Guido, fratello di Gisulfo, ecc….Guimondo, già usurpatore dei beni dell’arcivescovo Alfano insieme a Guglielmo d’Altavilla ed a Torgisio di Rota, era sceso a contesa con il fratello del principe di Salerno per il possesso della Valle di S. Severino sul Mingardo; “. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare sempre più vaste terre alla Chiesa salernitana (29), ecc…”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29) Per le terre occupate, Schipa, Storia, p. 223. Non è da escludere che Guimondo dei Mulsi, tra le altre terre dei locali cenobi italo-greci, si fosse impadronito anche di quelle della Chiesa di Salerno esistenti a Laurito e non elencate forse per la relativa loro entità in rapporto alle altre. Delle terre di Laurito è notizia dal CDC, I, 173, anno 947 (Laurito è detto “in finibus salernitanis”, e I 445 anno 992 (Guglielmo, figlio del fu Ragiberto vende la quarta parte dei suoi beni “in loco Laurito” alla chiesa di S. Maria di Salerno di cui è abate il sacerdote Donnello per 24 tarì di oro) e I 450 anno 992 (donazione alla stessa chiesa di S. Maria di Salerno ecc…ecc…Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: S. Pietro de Toro, S. Vito al Sele, chiesa di S. Michele Arcangelo, “quae sita est in cripta Montis qui dicitur aureus”, Olevano, il Lago maggiore e le cose del Tusciano, di Lama, Rivo Alto, Asa, Picentino, Giffoni, Salsanico, Forino, Anguillaro e Prato. La vastità di queste usurpazioni lascia immaginare l’estensione delle terre di chiese e cenobi locali occupate da Guglielmo de Màgnia. Va precisato che le anzidette terre di Laurito non devono essere confuse con le selve a Laurito (zona Eboli) concesse da Roberto nel 1080 alla Chiesa salernitana, di cui v. il diploma di Balducci cit., I, p. 10. Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”.

Nel 1067, la Contea di Policastro, il conte longobardo Guido, fratello di Gisulfo II

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli incendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: “Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6). Nè i rapporti del conte di Policastro con il fratello Gisulfo erano quelli di otto anni prima. Di fronte all’aggressiva reazione dei normanni, non accontentati dal principe nelle loro giuste richieste, Guido aveva fatto sue le rimostranze del fratello stroncando le brutali e rapide loro conquiste. Ma poi aveva capito e, sulla scia dell’omonimo zio Conte di Conza, aveva mutato atteggiamento. Si era reso conto, cioè, che il fratello Gisulfo avrebbe potuto conservare il trono solo se, adattandosi alla nuova situazione, fosse tornato alla politica paterna: Guaimario V (IV) con le indispensabili investiture ai conti normanni era riuscito, oltre che a salvaguardare la propria autorità, ad accrescerne il prestigio. Il principe, però, forse per insofferenza dei continui consigli di moderazione dello zio, certamente geloso del prestigio militare goduto dal fratello Guido, forse anche perchè era giunto il tempo di una ulteriore conferma del noto vecchio adagio latino (7), persisteva nell’insano suo comportamento verso i normanni. Un modo d’agire intollerabile per Guido, specialmente per l’inconsulto tergiversare di Gisulfo circa la consegna della dote alla coraggiosa sorella Sighelgaita, la quale, seguito a Melfi Roberto il Guiscardo, lo sposava ricevendone quale “dono del mattino”, l’antico longobardo ‘morgincap’ (8), il quarto dei beni conquistati dal marito, tra cui, forse, anche castelli confinanti con la contea di Guido. E’ evidente che tutto ciò rendeva più che precaria la salvaguardia dei confini, dei settentrionali più che dei lucano-calabri. Qui era Roberto al quale, oltre che da vincoli di parentela, Guido era ormai legato da ammirata amicizia per quel suo leggendario valore che doveva suscitare la considerazione persino dell’ostile Anna Commeno. L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, nel cap. III, a p. 88 parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo (si riferisce al fratello del Guiscardo), il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Sullo sconfinamento, casuale o voluto a Guimondo, si era intanto accesa una controversia di cui venne nominato arbitro (Guido aveva rifiutato il fratello) il principe di Capua verso cui Guido s’incamminò. Sorpreso lungo il viaggio dagli sgherri di Guimondo, Guido venne ucciso dopo strenua resistenza (a. 1075). Poco prima Alfano aveva inviato al valoroso guerriero quel suo carme che si chiudeva con l’augurio di vederlo vincitore dei Parti (Turchi) e sovrano di Costantinopoli.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”.

Nel 1075, lo sconfinamento di Guimondo dei Mulsi nella Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, a p. 88, in proposito scriveva che: Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Sullo sconfinamento, casuale o voluto a Guimondo, si era intanto accesa una controversia di cui venne nominato arbitro (Guido aveva rifiutato il fratello) il principe di Capua verso cui Guido s’incamminò.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Fu in questo periodo che il Guiscardo sposando la Principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II, Guido di Policastro potè riconquistare la sua contea, recuperando gran parte della Bricia (Calabrie), anche se la cosa non risultò gradita a Roberto il Guiscardo che nel frattempo si era riappacificato con il fratello Guglielmo che otteneva gran parte dei territori del Cilento. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ucciso da sicari nel 1075, mentre si recava a Capua per rivendicare parte del proprio territorio usurpato da Guimondo (72).”. Il Campagna, nella sua nota (72), a p. 258, postillava che: “(72) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, op. cit., VII, 12.”. La morte di Guido privò il regno Longobardo di uno dei suoi migliori ingegni, “così morì la luce di tutti i Longobardi” scrisse Amato di Montecassino nella sua ‘Storia dei Normanni’. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi. Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II. La definizione della spinosa vertenza fu affidata all’arbitraggio del principe di Capua, che non fece in tempo ad intervenire.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Per questioni di confini si accesero presto liti (10) tra Guido e Guimondo, finchè non si decise di affidare la definizione della vertenza all’arbitraggio del principe di Capua (Guido aveva rifiutato il fratello).”. Ebner (…), nella sua nota (10), a p. 541, postillava che: “(10) Più che probabile il disegno di Guimondo d’impadronirsi della contea di Policastro eliminando Guido che tanto si era opposto all’invasione normanna. “. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ed avevano fatto accordo di rimettere il giudizio delle loro contese all’arbitrato del Principe Capuano, che Guido, secondo Amato asserisce, aveva preferito a quello stesso di Gisulfo, proposto dal suo emulo…..(38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”.

Nel 1075, l’uccisione del longobardo Guido, conte della vasta Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando della congiura “che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno”, ci parla anche di Guido ed in proposito scriveva che: “Infatti, dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni (‘northmann’, uomo del nord) di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella Valle di S. Severino”; Guaimario “terre e il castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo con sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni ce diminuirono fino a parire, come vedremo dopo il matrimonio di Sichelgaita sorella del conte, con Robeto il Guiscardo, il quale era riuscito a impadronirsi della Calabri scacciandone i bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella onquista della Sicilia a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava in proposito che: “(90) Amato, cit., III, 30, ecc…”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno, cit.,  p. 168.”. Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascur di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Il Conte Normanno Guido di Policastro, uno dei più accaniti sostenitori dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, restò a capo della contea di Policastro fino all’anno 1075, in cui morì a seguito di un agguato tesogli nella ‘Gola del Diavolo’ (Fig….), ai piedi del suo Castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola) (Fig. …). Si pensa che il mandante dell’omicidio del conte Guido fosse Guimondo dei Mulsi, che governava come feudatario di Guglielmo, fratello del Guiscardo, tutti i territori della Valle del fiume Mingardo e, confinanti con la Contea di Guido. Il rivale, voleva impossessarsi del Castello di S. Severino. In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Fu in questo periodo che il Guiscardo sposando la Principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II, Guido di Policastro potè riconquistare la sua contea, recuperando gran parte della Bricia (Calabrie), anche se la cosa non risultò gradita a Roberto il Guiscardo che nel frattempo si era riappacificato con il fratello Guglielmo che otteneva gran parte dei territori del Cilento. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. In origine, nel 1054, il castello, con il feudo di Policastro, era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Per risolvere la controversia, i due nobili accettarono di sottoporsi all’arbitrato del principe di Capua, ma Guido non arrivò mai nella città, perché fu ucciso in un’imboscata proprio nella gola del Mingardo (Fig….) dagli sgherri di Guimondo dei Mulsi. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ucciso da sicari nel 1075, mentre si recava a Capua per rivendicare parte del proprio territorio usurpato da Guimondo (72).”. Il Campagna, nella sua nota (72), a p. 258, postillava che: “(72) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, op. cit., VII, 12.”. La morte di Guido privò il regno Longobardo di uno dei suoi migliori ingegni, “così morì la luce di tutti i Longobardi” scrisse Amato di Montecassino nella sua ‘Storia dei Normanni’. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi. Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II. La definizione della spinosa vertenza fu affidata all’arbitraggio del principe di Capua, che non fece in tempo ad intervenire. Il prode ed orgoglioso Guido, fu sorpreso con l’inganno nella orrida ‘Gola del Diavolo’, uno stretto passaggio tra le rocce e i dirupi del Mingardo, dagli sgherri di Guimondo e, nonostante l’indomito valore, fu ucciso nel feroce agguato. Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita).”.

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(Fig….) La ‘Gola del Diavolo’ del Fiume Mingardo nei pressi di San Severino di Centola

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Per questioni di confini si accesero presto liti (10) tra Guido e Guimondo, finchè non si decise di affidare la definizione della vertenza all’arbitraggio del principe di Capua (Guido aveva rifiutato il fratello). Nell’incamminarsi verso Capua, Guido fu sorpreso appunto in una delle gole della valle di S. Severino, dagli sgherri di Guimondo. Malgrado la più strenua resistenza e il suo indomito valore, Guido fu sopraffatto dal numero dei nemici e ucciso. Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (10), a p. 541, postillava che: “(10) Più che probabile il disegno di Guimondo d’impadronirsi della contea di Policastro eliminando Guido che tanto si era opposto all’invasione normanna. “. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “E intorno al tempo stesso venne a morte il giovane Guido, significato nei versi di Alfano, le cui gloriose speranze pur contrastavano alla costante amicizia che il fratello di Gisulfo serbò verso Roberto Guiscardo. Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ed avevano fatto accordo di rimettere il giudizio delle loro contese all’arbitrato del Principe Capuano, che Guido, secondo Amato asserisce, aveva preferito a quello stesso di Gisulfo, proposto dal suo emulo. E, al dì stabilito, il giovane Conte mosse per Capua. Ma, per via, sorpreso dà seguaci di Guimondo, per quanto strenuamente si difendesse, ferito d’un colpo di lancia, cadde esamine a terra. E l’empio tradimento parve ad Amato, che spegnesse il più onesto, e il più prode e caritatevole fra i cavalieri Longobardi, ultimo “lume” della sua gente. Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 236, scriveva in proposito che:

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Dal 1075 al 1077-78, Landolfo, Conte di Policastro

Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno Gisulfo II. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”.

Dal 1075 al 1077-78, il principe Gisulfo II, Landolfo e la Contea di Policastro

Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno Gisulfo II. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”.

Nel 1077-78, la Contea di Policastro a Roberto il Guiscardo dopo la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo

Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)…..Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079). La data effettiva deve perciò risalire al 22 ottobre 1067, tanto più che U. da Venosa (“il Venusino”), ‘Vitae sanctorum abbatum cavensium’, ABC, cod. n. 24, ff. 15v – 15r) colloca l’evento subito dopo il ritorno di Pietro da Cluny. Ecc..”. Dunque, l’Ebner in questo passaggio indica come data della nomina ad Abate dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni del monaco Pietro Pappacarbone all’anno 1074, tre anni prima dell’anno, 1077, in cui era stato deposto, dice lui, il principe longobardo Gisulfo II, da Roberto il Guiscardo che in quell’anno assediò Salerno. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo nell’anno 1078 che, come narra il cronista dell’epoca Amato di Montecassino (…), Landolfo dovette consegnare a Roberto dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo, dovette consegnare a Roberto il Guiscardo la contea di Policastro e di S. Severino e Guaimario dovette consegnare la città fortificata del Cilento. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a pp. 122-123, in proposito scriveva che: Il Guiscardo lasciò che i familiari del deposto principe conservassero i loro possedimenti, solo pretese che gli venissero consegnate le fortezze più importanti; così Landolfo dovette cedere Policastro ed il castello di S. Severino, Guiamario il Castellum Cilenti: “….Et il frere de Gisolfe vindrent; et comment lor fu comandé, Landulfe rendi lo Val de Saint Severin et Pollicastre, et Guaymere rendi Cyliente (1).”. Il Cantalupo, a p. 123, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Amato, op. cit., p. 37.”. Dunque, il Cantalupo citava Amato di Montecassino (….). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: “(49) Dopo la caduta della rocca salernitana, tra le condizioni di resa la consegna di tutte le contee. E cioè di Policastro che, dopo l’assassinio di Guido, il principe aveva dato all’altro fratello Landolfo, e Cilento tenuto da Guaimario, fratello non figlio e di cui è pure notizia per l’episodio del dente di S. Matteo (il principe l’aveva dato in consegna appunto a Guaimario), narrato dallo Schipa, p. 240. Di fronte alle tergiversioni di Gisulfo, Roberto il Guiscardo minacciò lo spodestato principe d’inviarlo in catene a Palermo, ecc..”. Ebner (…), cita Michelangelo Schipa (….) che, infatti, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 232, dopo aver detto dell’uccisione di Guido, scriveva di Landolfo, suo fratello minore, scriveva che: Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”.

I due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto. Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S. Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Scrivono i due studiosi Natella e Peduto (2) che, “la ripresa cattolica-romana in policastro e la restaurazione della sede episcopale, è da mettersi in rapporto con la riconosciuta politica Normanna.”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “la contea di Policastro, …..fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: Dopo la caduta della rocca salernitana, tra le condizioni di resa la consegna di tutte le contee. E cioè di Policastro ……..è pure notizia per l’episodio del dente di S. Matteo (il principe l’aveva dato in consegna appunto a Guaimario), narrato dallo Schipa, p. 240. Di fronte alle tergiversioni di Gisulfo, Roberto il Guiscardo minacciò lo spodestato principe d’inviarlo in catene a Palermo, ecc..”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Michelangelo Schipa (…), nel cap. 12, del suo  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 240, parlando dell’episodio citato da Ebner (…), sul dente di S. Matteo e, riferendosi a Roberto il Guiscardo e, della conquista di Salerno, dopo il suo assedio, scriveva che: “E maggiore contesa sorse dopo. Pretendeva Roberto che dovessero porsi in sua mano i castelli della valle di S. Severino, di Policastro e del Cilento, tenuti da Landolfo e da Guaimario, fratelli di Gisulfo, poichè diceva spettargli intera la signoria del Principato. E Gisulfo schermivasi, negando che dei castelli si fosse fatta parola allorchè egli si era arreso.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 256, scriveva in proposito che:

(Fig…..), Aimè (…), op. cit., p. 256

Ruggiero Sanseverino e le origini della nobile famiglia Sanseverino

Dalla Treccani leggiamo che: Sanseverino, Ruggero I. – Nacque tra il 1064 e il 1065 da Troisio (o Turgisio) di Rota, di discendenza normanna. Primo di cinque figli (suoi fratelli erano Silvano, Troisio jr, Roberto e Deletta), ereditò i possedimenti paterni che, oltre al castello di San Severino dal quale egli trasse il nomen familiae, comprendevano la pianura dell’attuale Mercato San Severino, Montoro, Lauro e Apudmontem (Roccapiemonte). Il suo nome personale si ricollega con molta probabilità a quello del conte di Sicilia Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo, a cui la famiglia era legata da rapporti di amicizia. Vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo.Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose elargizioni (anche se la documentazione è talvolta di dubbia autenticità). Nel settembre del 1111, partecipò, invece, a un’assemblea indetta dal duca Ruggero Borsa per difendere il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che in presenza dell’abate Pietro e dei nobili campani riconobbe tutte le concessioni fatte dalla sua famiglia ai monaci cavensi. Il problematico rapporto con Cava restava però sempre al centro degli interessi di Sanseverino. Nel marzo del 1114, alcuni suoi uomini iniziarono a vessare i dipendenti dell’abbazia, ma egli,dichiaratosi estraneo ai fatti, intervenne in sua difesa, ottenendo in cambio la custodia del castello di Sant’Auditore di Cava. Nello stesso mese, confermò anche un provvedimento preso dal fratello Troisio in favore dello stesso monastero e, come se non bastasse, concesse egli stesso il casale di Selefone del Cilento, di cui delimitò i confini. Poco dopo però insorsero contrasti con i monaci a seguito delle molestie da lui arrecate ai loro coloni, ma ancora una volta l’abate Pietro intervenne per cercare una mediazione, e nel novembre del 1116 Ruggero gli confermò il possesso della quarta parte del monastero cilentano di S. Giorgio con i beni annessi. Non è sicuro invece che nel 1118 abbia forzato il cognato Erberto il Normanno, detto Caputasini, a restituire a Cava alcune terre da lui usurpate. Nel giugno del 1121, donò all’abate Pietro alcuni terreni siti a Ogliarola(località oggi non più esistente), appartenuti in precedenza al suocero Landolfo. La Treccani non parla del borgo di S. Severino. Da Wikipedia leggiamo che: Ruggero I Sanseverino, conosciuto come Ruggero di Sanseverino o di San Severino (1065 circa – Cava de’ Tirreni, 1125), è stato un nobile e religioso italiano. Primogenito di Turgisio di Sanseverino, ereditò i possedimenti e titoli dal padre, e il castello di San Severino da cui prese il nomen familiae. Era il primo di cinque figli (Silvano, Troisio junoiores, Roberto e Deletta), fu il capostipite (insieme a suo padre) che diede il nome alla illustre e potente famiglia dei Sanseverino, che governò per diversi secoli nelle terre dell’Italia meridionale, stringendo rapporti con le maggiori famiglie reali, e rimanendo al centro dei maggiori eventi storici del sud Italia. La casata ebbe origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota (l’odierna Mercato San Severino), posta in una posizione strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e di Benevento. Avendo questi stabilito la sua dimora nel Castello di Sanseverino che si trovava nei suoi nuovi possedimenti, ne assunse anche il nome. Ruggero deve il suo nome al fratello di Roberto il Giuscardo, anch’egli Ruggero. Sanseverino sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno principe di Salerno, e figlia del conte Landolfo. Secondo le fonti ebbero non meno di quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Inoltre vi fu un figlio naturale, Tancredi e uno illegittimo, Roberto. Ereditò dal padre, il titolo di conte di Rota e Signore di San Severino e di altri feudi. Poche notizie riguardanti il suo governo, sono affiliate al castello di Montoro, da lui posseduto almeno dal 1097. Partecipò ad un’assemblea di investitura, del 1109, durante la quale il signore di Monteforte, Guglielmo Carbone, giurò fedeltà a Roberto, figliastro di Ruggero. Guglielmo fu investito delle terre situate nei pressi di San Severino, Lauro e Forino. Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. L’Antonini (…), in proposito scriveva che: “Devesi inoltre sapere, che questo Sanseverino (diciamo pure di Cilento), era capo di molti paesi d’intorno, a segno che anche oggi il Baron della Terra esigge da Centola, dalla Foria, e dalla Poderia un’annua contribuzione a titolo di ‘Bagliva’, indubitato segno dell’antica soggezione (I), e dipendenza. Quell’ormai ruinato Castello fa ancor vedere, che non poteva esser fatto, che per Uomini di sommo conto. In questo luogo, e non in Perdifumo, come malamente scrive il Toppi, nacque Vincenzo di Vita, Barone della steessa Terra, e patrizio di Ravello, vicino Amalfi, ecc…”. Nicola Acocella (…), scriveva in proposito: “Dopo l’anno 1097, nuove forze politiche ed egemoniche si affermarono nella zona…Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (41).”. Sulle origini di Ruggiero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”.Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). infatti, il Di Meo, scriveva in proposito:

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(Figg…) Di Meo (…), vol. IX, p. 295

Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. Nicola Acocella (…), scriveva in proposito: “Dopo l’anno 1097, nuove forze politiche ed egemoniche si affermarono nella zona…Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (41).”. Sulle origini di Ruggiero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Matteo Mazziotti, parlando di Ruggiero Sanseverino, scriveva che egli dopo la sua morte, gli successe il figlio Arrigo. Mazziotti dice pure che Ruggiero Sanseverino era sposato con Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito del principe Longobardo di Salerno Guaimario. Da Sica, Ruggiero Sanseverino ebbe Arrigo che gli successe dopo la sua morte. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera scrivendo del piccolo borgo medioevale di San Severino e del suo munito e fortissimo castello, voleva che ivi fossero i natali di uno dei primi rampolli di uno dei rami della nobilissima famiglia dei Sanseverino: Ruggero Sanseverino e forse pure del padre Torgisio o Troisio. Ruggero legò la storia della propria famiglia ai monaci della Santissima Trinità di Cava de’ Tirreni, a cui cedette più volte appezzamenti di feudi e terre, senza esimersi da concedere favori signorili. Prima donazione è stata la chiesa di Santa Maria di Roccapiemonte, avvenuta nel 1081, e di sette terreni annessi, nel 1083. Nel 1111, difese il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che ne rivendicava le donazioni fatte in precedenza: entrambi si confrontarono in un’assemblea organizzata dal duca Ruggero Borsa. Il rapporto con i monaci cavesi fu tuttavia contraddittorio. Infatti lo accusarono più volte di maltrattamenti e molestie anche morali ai propri coloni. L’intervento di mediazione dell’abate Pietro calmò le acque e nel 1114, a Ruggero fu affidata la custodia del castello di Sant’Auditore. Nel 1116, dopo aver donato al monastero il casale di Selefone del Cilento, gli concesse una parte del monastero di San Giorgio, dopo ulteriori proteste. Secondo la tradizione, poco dopo il giugno del 1121, Sanseverino decise, dopo quarant’anni di rapporti religiosi, di spogliarsi dei suoi beni, prendendo l’abito monastico proprio a Cava, dove morì nel 1125.

(Fig….) Antonini, op. cit., p. 347-348

Il Mazziotti (…), a p. 117, scriveva sui Sanseverino che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. La Greca e Di Rienzo (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…, vedi ‘Storia di un feudo…’, p. 121), a p. 216, scrivevano in proposito che: “La prima notizia del borgo è del 1227 quando Tommaso Sanseverino lo cede alla Regia Curia in scambio della Contea di Marsico (2). E’ probabile che la sua nascita risalga al XII secolo, quando i Normanni conquistarono l’Italia meridionale scacciandone definitivamente i Bizantini. Quivi, infatti, venne fondato un castello della nobile famiglia dei Sanseverino circondato da mura turrite che lo resero inespugnabile. Il feudo comprendeva Centola, Foria e, al di là del Mingardo, Poderia.”. Ecco cosa scrive in proposito, Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino:

Gatta, p. 149

(Figg….) Gatta (…), pp. 149 e 150, in cui si parla delle origini dei Sanseverino

Saverio Gatta, figlio di Costantino (…), nel 17….., pubblica ‘Memorie Istoriche ecc..’, opera postuma del padre, che sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), ci da alcune interessanti notizie in merito. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2), postillava a riguardo: “De Meo, ‘Annali’, anno 9, p. 294”. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). Il Gatta (…), sulla scorta della Chronaca di Leone Ostiense Marsicano (…), “Vite dei Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava” (…), scrive che: “Da Turgisio Primo Conte Sanseverino nacque Rugiero, che sposò Sirca, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario, già Principe di Salerno del sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritiratosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente…”. L’Antonini (…), distingue i Sanseverino di Cilento, che avrebbero preso il nome dal villaggio di S. Severino di Camerota, ora di Centola, dai Sanseverino di S. Severino Rota.

Nel 1081, TURGISIO Normanno (di Sanseverino o di Rota) muore e si apre la successione

Da Wikipedia leggiamo che nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Degli altri figli di Troisio, Silvano divenne signore di Apudmontem (Roccapiemonte), Troisio II del Cilento, di Montemiletto e di Bracigliano, mentre Diletta andò sposa al milite Eremberto.

Nel 1081, TURGISIO (II) SANSEVERINO, signore di Montemiletto  ed il fratello RUGGERO SANSEVERINO, figli ed eredi di TURGISIO di Rota, dopo la morte di Nicola di Principato, signori del Cilento

Da Wikipedia leggiamo che nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Degli altri figli di Troisio, Silvano divenne signore di Apudmontem (Roccapiemonte), Troisio II del Cilento, di Montemiletto e di Bracigliano, mentre Diletta andò sposa al milite Eremberto. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 8, in proposito scriveva che: “Il mentovato Turgisio, che fu altresì valoroso Capitano, e militò seguendo le bandiere di Roberto il Guiscardo, ebbe da quest’ultimo in dono il castello di Sanseverino, donde presero il cognome i suoi figliuoli a nome Ruggiero, Silvano e Turgisio 2°. Adunque le cospicue famiglie Filangieri e Sanseverino hanno origine da’ due fratelli e Cavalieri Normanni Angerio e Turgisio (4).”. Erasmo Ricca sostiene l’origine dei Sanseverino di Turgisio fratello di Angerio. Turgisio il Normanno ebbe tre figli: Ruggero, Silvano e Turgisio II. Come vedremo Turgisio II avrà il figlio che noi abbiamo chiamato Ruggero II Sanseverino:

Ricca Erasmo, p. 387 sullalbero geneologico dei Filangieri

Dalla Treccani on-line alla voce ‘Cilento’ leggiamo che  Accanto alla Badia, troviamo più tardi parecchi nobili cavalieri normanni, che sostituiscono gli antichi signori feudali, ecclesiastici o secolari: tra essi, emersero Troizo o Torgisio di Rota, che in seguito si disse di San Severino, dal nome di uno dei borghi del contado di Rota, e Guglielmo detto del Principato, fratello di Roberto Guiscardo, che senza scrupoli s’industriava a formarsi una signoria fra la valle del Tanagro e il golfo di Policastro. Ma, arrestatasi al terzo erede la discendenza di Guglielmo del Principato, Torgisio di San Severino, figlio di Troiso di Rota, restò l’unico potente signore del Cilento, ed estendendo i suoi acquisti, formò la Baronia del Cilento, col suo centro nel Castello di Rocca. Da allora, la storia del Cilento s’identifica con quella, assai tragica, dei Sanseverino (v.). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 129, nel suo schema “DIscendenza dei Sanseverino”, subito dopo aver detto di “TORGISIO Normanno signore di Rota” egli mette i suoi tre figli: “TORGISIO II, signore di Sanseverino, Montemiletto e Cilento (a. 1113)”; “RUGGIERO di Sanseverino, signore di Cilento (1110-1114)” e “SILVANO”. Da “TORGISIO II” fa discendere il suoi due figli: “RUGGIERO I, signore di Sanseverino e Cilento (1114-1121)”, “ENRICO I, signore di Sanseverino, barone del Cilento (1125-1141)” e “GUGLIELMO I, signore di Sanseverino e Montoro, barone del Cilento, gran giustiziere e comestabile (1186-1187 e Catal. Baron.)”. Dunque, da questo schema possiamo vedere anche la successione temporale. Dunque, il Cantalupo, in questo suo schema pone Torgisio II nell’anno 1113 ed il fratello Ruggero Sanseverino negli anni tra il 1110 ed il 1114. Di Silvano non si dice nulla. Dalla Treccani leggiamo che Ruggero I Sanseverino, nacque tra il 1064 e il 1065 da Troisio (o Turgisio) di Rota, di discendenza normanna. Primo di cinque figli (suoi fratelli erano Silvano, Troisio jr, Roberto e Deletta), ereditò i possedimenti paterni che, oltre al castello di San Severino dal quale egli trasse il nomen familiae, comprendevano la pianura dell’attuale Mercato San Severino, Montoro, Lauro e Apudmontem (Roccapiemonte). Il suo nome personale si ricollega con molta probabilità a quello del conte di Sicilia Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo, a cui la famiglia era legata da rapporti di amicizia. Vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose elargizioni (anche se la documentazione è talvolta di dubbia autenticità). Nel settembre del 1111, partecipò, invece, a un’assemblea indetta dal duca Ruggero Borsa per difendere il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che in presenza dell’abate Pietro e dei nobili campani riconobbe tutte le concessioni fatte dalla sua famiglia ai monaci cavensi. Il problematico rapporto con Cava restava però sempre al centro degli interessi di Sanseverino. Nel marzo del 1114, alcuni suoi uomini iniziarono a vessare i dipendenti dell’abbazia, ma egli, dichiaratosi estraneo ai fatti, intervenne in sua difesa, ottenendo in cambio la custodia del castello di Sant’Auditore di Cava. Nello stesso mese, confermò anche un provvedimento preso dal fratello Troisio in favore dello stesso monastero e, come se non bastasse, concesse egli stesso il casale di Selefone del Cilento, di cui delimitò i confini. Poco dopo però insorsero contrasti con i monaci a seguito delle molestie da lui arrecate ai loro coloni, ma ancora una volta l’abate Pietro intervenne per cercare una mediazione, e nel novembre del 1116 Ruggero gli confermò il possesso della quarta parte del monastero cilentano di S. Giorgio con i beni annessi. Non è sicuro invece che nel 1118 abbia forzato il cognato Erberto il Normanno, detto Caputasini, a restituire a Cava alcune terre da lui usurpate. Nel giugno del 1121, donò all’abate Pietro alcuni terreni siti a Ogliarola (località oggi non più esistente), appartenuti in precedenza al suocero Landolfo. La Treccani non parla del borgo di S. Severino. Da Wikipedia leggiamo che: Ruggero I Sanseverino, conosciuto come Ruggero di Sanseverino o di San Severino (1065 circa – Cava de’ Tirreni, 1125), è stato un nobile e religioso italiano. Primogenito di Turgisio di Sanseverino, ereditò i possedimenti e titoli dal padre, e il castello di San Severino da cui prese il nomen familiae. Era il primo di cinque figli (Silvano, Troisio junoiores, Roberto e Deletta), fu il capostipite (insieme a suo padre) che diede il nome alla illustre e potente famiglia dei Sanseverino, che governò per diversi secoli nelle terre dell’Italia meridionale, stringendo rapporti con le maggiori famiglie reali, e rimanendo al centro dei maggiori eventi storici del sud Italia. Ruggero deve il suo nome al fratello di Roberto il Giuscardo, anch’egli Ruggero. Ereditò dal padre, il titolo di conte di Rota e Signore di San Severino e di altri feudi. Poche notizie riguardanti il suo governo, sono affiliate al castello di Montoro, da lui posseduto almeno dal 1097. Partecipò ad un’assemblea di investitura, del 1109, durante la quale il signore di Monteforte, Guglielmo Carbone, giurò fedeltà a Roberto, figliastro di Ruggero. Guglielmo fu investito delle terre situate nei pressi di San Severino, Lauro e Forino. Il suo nome personale si ricollega con molta probabilità a quello del conte di Sicilia Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo, a cui la famiglia era legata da rapporti di amicizia. Dalla Treccani on-line leggiamo che, riferendosi a Ruggero di Sanseverino, suo fratello maggiore, nel marzo del 1114, alcuni suoi uomini iniziarono a vessare i dipendenti dell’abbazia, ma egli, dichiaratosi estraneo ai fatti, intervenne in sua difesa, ottenendo in cambio la custodia del castello di Sant’Auditore di Cava. Nello stesso mese, confermò anche un provvedimento preso dal fratello Troisio in favore dello stesso monastero e, come se non bastasse, concesse egli stesso il casale di Selefone del Cilento, di cui delimitò i confini. Nicola Acocella (38) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secoli X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1961), a pp. 130-131, nel capitolo “b. la successiva espansione cavense nel Cilento” (che corrisponde allo stesso saggio pubblicato a pp. 486, nel testo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”), in proposito scriveva che: “Nuove forse politiche ed egemoniche si affermavano nella zona. Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse di S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (206).”. L’Acocella, a p. 131, nella nota (206) postillava che: “(206), E. Pontieri, s. v. Cilento, in E.I.; C. Gatta, op. cit., p. 148 sgg., 275 sgg.”. Antonio Infante (….), nel suo “Cilento – uomini e vicende”, scritto insieme a Pierfrancesco del Mercato, ed. Reggiani, 1980, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo, il Cilento dovette trovare necessariamente la sua unità fino al 1083, quando incomincia il dominio effettivo della Badia di Cava sul feudo della Baronia di Castellabbate, come sarà chiamata dall’edificazione del castello nel 1127, in seguito alla conferma da parte del Guiscardo della donazione fatta da Gisolfo. Malgrado il Cilento fosse sotto la signoria dei Normanni, notiamo tra i feudatari molti di sangue Longobardo. Tra questi notiamo Guaimario, conte di Capaccio ed erede diretto dei Principi di Salerno. Guaimario, nel 1097, signore di Giffoni, donò alla Badia di Cava il casale di Massanova (…)”. Scrive sempre l’Infante (….), sulla scorta del Del Mercato (…) e dell’Acocella (…): “Nel 1082, il già citato Ruggero Sanseverino, capostipite della famiglia in Italia, dona alla Badia di Cava alcuni casali ed alcune terre nel Cilento. Nel 1083, il Guiscardo rinnovò alcuni privilegi donati da Gisulfo alla Badia di Cava, mentre tutto il resto del Cilento era governato dal visconte Boso. Nel 1085, muore il Guiscardo e diviene capo della gente Normanna il figlio Ruggero I d’Altavilla. Non sappiamo di preciso in quale anno il feudo del Cilento passa alla famiglia Sanseverino, la prima investitura è fatta a favore di Enrico figlio di Turgisio (…). Non si può escludere che la contea del Cilento fosse dei Sanseverino già prima del 1082, infatti le donazioni fatte da Ruggero in quell’anno indicavano già una loro signoria sul Cilento, d’altra parte il fatto che nel 1083, il Cilento fosse amministrato dal Visconte Boso, non esclude che i Sanseverino ne fossero Conti. Infatti, Turgisio Sanseverino nel 1113 fa alcune donazioni alla Badia di Cava. Le donazioni dell’epoca, non lasciano dubbi sul fatto che la famiglia Sanseverino fosse già feudataria del Cilento (….).”. L’Infante, a p. 36, nella nota (12) postillava che: “(12) Mazziotti, op. cit., pag. 114”. L’Infante (….), sulla scorta del Del Mercato (…) e dell’Acocella (…), a p. 37, in proposito scriveva: “Nel 1082, il già citato Ruggero Sanseverino, capostipite della famiglia in Italia, dona alla Badia di Cava alcuni casali ed alcune terre nel Cilento. Nel 1083, il Guiscardo rinnovò alcuni privilegi donati da Gisulfo alla Badia di Cava, mentre tutto il resto del Cilento era governato dal visconte Boso. Nel 1085, muore il Guiscardo e diviene capo della gente Normanna il figlio Ruggero I d’Altavilla.”. Infatti, Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 115-116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Morto nel frattempo il vecchio Torgisio, i suoi figliuoli, Torgisio iuniore, Ruggiero e Silvano avevano assunto il cognome di Sanseverino dal feudo da essi tenuto. Il primogenito, Torgisio juniore, in questo tempo ebbe in concessione anche il feudo della baronia di Cilento come è dimostrato da varie donazioni, da lui fatte alla Badia, di terre e di vassalli nel Cilento. In un atto dell’ottobre 1113, egli dichiarava di avere in suo dominio vassalli e terre nel Cilento e propriamente nella marina di esso, in S. Mauro ed in Fiumicello e ne faceva dono alla Badia di Cava (2). Nel dicembre dello stesso anno confermava la donazione e vi aggiungeva altri vassalli ed altre terre nei casali di Montecorice, di Quadrati, di Abramuli, di Pietrfocaia, di Pioppi, di Prigenito, e di Oliarola (3). Queste donazioni di vassalli e di possedimenti in tanti casali del Cilento attestano che già Torgisio era signore di esso; ciò che del resto è confermato da una serie di atti, in cui i suoi successori intervennero assumendo il titolo di baroni del Cilento. Il Ventimiglia (1) scrive che il Torgisio della donazione dell’ottobre 1113 è del tutto diverso da Torgisio Sanseverino della donazione del dicembre successivo perchè nella prima di esse è chiamato Torgisio signore di Montemiletto. Anzitutto è da notare che è detto “signore di Montemiletto e di moltri altri luoghi” ed il possesso di quel feudo, che egli volle indicare, non esclude punto che potesse avere in pari tempo la contea di S. Severino e la baronia del Cilento. Inoltre, l’atto del dicembre 1113 non è che un’assegnazione di vassalli e di terre negli stessi casali indicati nella precedente donazione. VII. A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggero Sanseverino.”. Il Mazziotti (…), a p. 115, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Pubblicato dal Ventimiglia. ‘App., pag. 22.”. Il Mazziotti (…), a p. 115, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Idem, pag. XXIII.”. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Notizie storiche’, pag. 59″. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo – Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro’, fol. 19; Muratore, tom. 6°, pag. 222, citati dal Guillaume”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a pp. 382-383, in proposito scriveva che: A Roberto nella contea di Principato successe Nicola (2) e dopo di lui non si fa più parola nelle carte del tempo della sua famiglia, per cui bisogna pensare che sia morto senza eredi. Contemporaneamente, e cioè fin dai primi anni del secolo XII, troviamo signore di molte terre nel Cilento Troizo o Torgisio Sanseverino, figlio di quel Troizo detto ‘De Rota’ nella bolla di Alessandro II (3). Egli in seguito ampliò grandemente i suoi possedimenti, forse ereditando parte dei beni di Nicola di Principato, e costituì definitivamente la baronia del Cilento. A Torgisio successero l’un dopo l’altro, durante il periodo Normanno, Ruggiero, Arrigo e Guglielmo, il quale ultimo visse nel turbinoso passaggio del Reame dalla dominazione normanna alla sveva. Il castello di Rocca Cilento era la sede della baronia, di cui facevan parte Porcile, etc…, di cui i nomi ora o poco prima cominciano ad apparire nei documenti del tempo.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Paesano, op. cit., I, 18, riporta un documento dell’archivio della mensa arcivescovile di Salernoin cui Robertus divina clementia annuente Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi conferma all’arcivescovo di Salerno Alfano ‘de consensu et voluntate domini Roerii ducis incliti’ parecchie antiche concessioni di terre tra Eboli e il Sele.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi un diploma di questo Conte in Paesano II, 113.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Paesano, II, pag. 18 e segg.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il Ventimiglia, Notizie storiche, pag. 59, scrive che questo Torgisio non ha che vedere con Torgisio Sanseverino. Vedi ad ogni modo l’opera di M. Mazziotti, La baronia del Cilento’, a pag. 113 e segg. (Roma, 1904).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a pp. 128-129, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento”, in proposito scriveva che: “Fu sicuramente il figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa (1080-1111), che concesse l’Actus Cilenti come feudo a Torgisio II ed a Ruggiero, figli del primo Torgisio, il normanno che era stato compagno delle conquiste salernitane di suo padre, creato da questi signore di Rota e destinato ad essere il capostipite della più potente famiglia comitale del Mezzogiorno: i Sanseverino. Nell’ottobre del 1113, infatti, troviamo che ‘in acto et pertinentia de Cilento’ Torgisio II Sanseverino, signore di Montemiletto, concesse alla Badia di Cava terre ed uomini di suo possesso nelle località di ‘Fiumicello, Marina e S. Mauro (1); nel dicembre di quello stesso anno assegnò altre terre ed uomini alla Badia, sia nelle dette località che a Montecorice, sia ancora nei casali di ‘Quarati’ (Guarrazano), Abramuli, Petra Focara, Pioppi, Pragenito ed Oliarola (Ogliastro Marina)(2). In un atto pubblico del marzo 1114 Ruggiero di Sanseverino (‘Rogerius qui dicitur de Sancto Saverino), fratello di Torgisio II, confermò alla stessa Badia il possesso dell’intero casale di S. Mauro, donatole l’anno precedente dal fratello, e del casale di Silifone, venuto in possesso del cenobio nel 1088 per lascito testamentario di Guaimario jr., signore di Giffoni e nipote di Guido duca di Conza (3). I due casali, evidentemente, cadevano sotto la giurisdizione di Ruggiero, come suo era il Castellum Cilenti, che in un documento dell’1110, in cui compare anche la prima menzione di Rocca (poi Rocca Cilento), è detto: ‘Castello di Ruggiero’ (4).”. Il Cantalupo, a p. 128, nella nota (2) postillava che: “(2) Senatore, cit., doc. XVII. Per ‘Quarrati’, v. qui, n. 3, p. 69”. Il Cantalupo, a p. 128, nella nota (3) postillava che: “(3) Senatore, cit., doc. XVIII. Per Silifone v. qui, pp. 138-39. Guaimario di Giffoni era figlio di Guaimario, figlio di Guido di Conza”. Il Cantalupo, a p. 128, nella nota (4) postillava che: “(4) ABC, XIX, 3 (luglio 1110): “….habitans de la Rocca…..Stabilem, iudicem de castello Rogerii, …… I documenti medievali oscillano nella registrazione dei toponimi CASTELLUM CILENTI, ROCCA E CASTELLABATE ecc…”. Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino. Leone Mattei Cerasoli (…), a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi. Ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18). Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”.

Nel 1086, Ruggero Sanseverino dona una “curtis” (“Murici”) all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola (riguarda il casale di S. Severino, casale di Roccagloriosa)

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. La notizia citata dal Romaniello proviene dal barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (366) postillava che: “(366) Della famiglia patrizia napoletana. Una delle sette famiglie del Regno di Napoli, la più potente, e d’Italia la più illustre. Doveva essere un discendente del capostipite Turgisio, venuto nel 1045 al seguito dii Roberto il Guiscardo, che gli diede in feudo il castello di Sanseverino presso Salerno, donde la denominazione. C’è chi sostiene che prese il nome dal castello di San Severino presso il Mingardo, oggi frazione di Centola.”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (367) postillava che: “(367) La donazione fatta alla Badia di Centola è una dimostrazione chiara della sua importanza e vitalità che rivestiva nell’anno mille, non come badia benedettina, bensì basiliana. Le donazioni di estensioni terriere generalmente erano fatte a favore di badie, che esercitavano un ruolo sociale, soprattutto nel campo assistenziale e promozionale. Diversamente non si spiegherebbe il perchè della badia, al dire di don Baldassarre, di “grandioso edificio religioso”, che assurse a rango di diocesi.”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un’”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Il Barra citava e postillava del testo di Giacomo Morra (….):

Nel 1086, Ruggero Sanseverino dona una “curtis” (“Murici”) all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola

Vorrei fare il punto su una notizia ed un documento tratto dall’Antonini e, in particolare sulla notizia di una donazione fatta nell’anno 1086, di cui ancora, sebbene abbia indagato e approfondito le mie ricerche nulla ho potuto altro scoprire e di queste donazioni non vi è traccia. L‘Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. L’Antonini, nella sua “Lucania”, oltre a parlarci di un’antica donazione e privilegio concesso ad un monastero vicino il luogo detto le “Celle” dall’Imperatore Lotario III, parlando a p…… del casale di Celle di Bulgheria cita invece un altro privilegio o donazione fatta nell’anno 1086 da Ruggero Sanseverino. Due distinte e diverse donazioni di cui l’Antonini non fornisce alcun riferimento bibliografico se non per la prima fa riferimento all’Abate Erasmo Gattola. L’Antonini (…), come ho già detto, parlando dei casali di S. Severino di Camerota prima e di Celle di Bulgheria dopo, parlava di una donazione di “Ruggiero da Sanseverino” fatta ad un altro “Monastero di Benedettini”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania – I Discorsi’, nella parte III, nel Discorso VIII, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, e, parlando di Celle di Bulgheria, in proposito a p. 387 cita un’altra donazione che riguardava Centola ed in particolare il Monastero di S. Maria di Centola. L’Antonini dice che questa donazione era dell’anno MLXXXVI (anno 1086). L’Antonini, riferisce di un’altra simile donazione fatta questa volta sempre da Ruggero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Questa volta, l’Antonini cita addirittura l’intitolazione dell’antico privilegio dell’anno 1086. L’Antonini (…), a p. 387 accennava all’antico privilegio di Ruggiero Sanseverino dell’anno 1086 da cui egli trae l’origine dell’antica e nobile famiglia e, scriveva che:

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Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, scriveva a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, scrive: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa)”, e cita una donazione del 1086, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatto al monastero di S. Maria di Centola nell’anno 1086: “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”:

Antonini, p. 387, su S.Severino di Centola e il monastero

(Fig….) Antonini (…), p. 387 su Celle di Bulgheria e su Poderia

Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, ci informavache: “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.…”. Sempre l’Ebner, riferendosi sempre alla Badia di S. Maria di Centola aggiungeva che: L’Antonini, ……., parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3)…”. Dunque, l’Ebner (…), a p. 712 parlando di Centola, ci informa che l’Antonini, scriveva che “a nord della via per S. Severino, la nota Abbazia di S. Maria…”,  secondo l’Antonini (…): “….assicura….e parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3).”. L’Ebner a p. 713, vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “Antonini, cit. Vol. I, p. 387. “Curtem unane prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiserum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. La notizia della donazione era tratta dall’Antonini (…). Il baronne Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria e di Poderia, accenna di nuovo alla “trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa…”, dunque la donazione di Ruggiero Sanseverino e non di Lotario III, donazione anche questa dell’anno 1086 ma, questa volta non al monastero di S. Severino ma al monastero di: “Monistero di S. Maria di Centola”, indicando pure l’intitolazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Dunque, l’Antonini scrive che: “Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, ecc…”. Dunque, l’Antonini, a p. 387 parla del casale di Celle di Bulgheria ma dicendo della donazione scrive che Celle è citata in detta donazione ma quando scrive “oltre di quello che che ne abbiamo accennato sopra”, si riferisce al casale di Roccagloriosa. Dunque, secondo l’Antonini, nella donazione del 1086 di Ruggiero Sanseverino che fa al Monastero italo-greco di S. Maria di Centola vengono citati anche i casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa. Del monastero di S. Maria di Centola ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini dice che nel luogo chiamato “le Celle”, si vedevano ancora (nel 1745) le vestigie dirute del Monastero di Benedettini. La traduzione del testo in latino riportato dall’Antonini è il seguente: “Sono andato alla corte una me vicino al fiume, nel luogo e nel guado dell’aereo. Inoltre, il possesso del glandiserum, il nome dello afferma che il Murex (Murici), che ha il suo inizio dal fiume, ai piedi della Bulgaria; percorre la sua strada attraverso la Serra Serra.. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (366) postillava che: “(366) Della famiglia patrizia napoletana. Una delle sette famiglie del Regno di Napoli, la più potente, e d’Italia la più illustre. Doveva essere un discendente del capostipite Turgisio, venuto nel 1045 al seguito dii Roberto il Guiscardo, che gli diede in feudo il castello di Sanseverino presso Salerno, donde la denominazione. C’è chi sostiene che prese il nome dal castello di San Severino presso il Mingardo, oggi frazione di Centola.”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (367) postillava che: “(367) La donazione fatta alla Badia di Centola è una dimostrazione chiara della sua importanza e vitalità che rivestiva nell’anno mille, non come badia benedettina, bensì basiliana. Le donazioni di estensioni terriere generalmente erano fatte a favore di badie, che esercitavano un ruolo sociale, soprattutto nel campo assistenziale e promozionale. Diversamente non si spiegherebbe il perchè della badia, al dire di don Baldassarre, di “grandioso edificio religioso”, che assurse a rango di diocesi.”. Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Riguardo la donazione dell’anno 1086 citata dall’Antonini a p. 387, quando scriveva che: Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola, quando scrive “di quest’ultimo” si riferisce al casale di Celle di Bulgheria e quando scrive “oltre di quello che abbiamo scritto sopra” si riferisce al casale di Roccagloriosa. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e scriveva che: Il primo documento in cui essa viene ricordata risale al 1086, quando il normanno Ruggero Sanseverino, signore dell’omonima baronia, effettuò a suo beneficio una ricca donazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.” (15). La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Quello che comunque val pena di sottolineare, è la sostanziale stabilità per non dire staticità, della consistenza e della localizzazione della proprietà abbaziale per tutto il medioevo e tutta l’età moderna. Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966. Sembra inoltre che dovrebbe trattarsi di una fondazione latina e benedettina, finalizzata, secondo la tipica prassi della politica religiosa dei Normanni, a controbilanciare la massiccia presenza basiliana nella zona.”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, La Lucania, cit., p. 387”. Su quanto scriveva Francesco Barra (…) a p. 69 e postillasse nella sua nota (16) ho già parlato circa l’ipotesi delle origini dell’antico monastero di S. Maria di Centola che come egli stesso dice, richiamandosi ad un passo raccontato dal ‘Chronicon Cavensis’, una cronaca medioevale spuria e anonima, potrebbe derivare dal monastero di S. Maria in Centulis. Dunque l’Antonini, a p. 387 voleva che i due casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa erano citati nel privilegio del 1086 concesso da Ruggiero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Forse l’Antonini aveva letto di questi due privilegi, sia del privilegio dell’Imperatore Lotario III e sia di quella di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola leggendola dalla “Cronaca di S. Mercurio”, una cronaca medioevale apocrafa di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Certo è che queste notizie come pure di altre andrebbero ulteriormente indagate. Di questa donazione purtroppo nessuna traccia. Se vogliamo meglio indagare sulla donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia benedettina (?) di S. Maria di Centola dobbiamo riferirci alle munifiche donazioni degli ultimi principi Longobardi di Salerno e i primi duchi Normanni dell’area donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. Si tratta dell’eventuale connessione che questo antico privilegio donato da Ruggero Sanseverino nell’anno 1086 al Monastero di S. Maria di Centola sia da collegarsi direttamente o indirettamente con l’altro Monastero nel luogo detto “le Celle”, citato sempre dall’Antonini e dove secondo lui accadde il miracolo di S. Pietro Pappacarbone del figlio di Ruggero. La notizia del miracolo, di Ruggero Sanseverino e del monastero benedettino nel luogo detto le Celle è riportata dall’Antonini in due altri passi, ovvero a p. 347 e p. 279, dove l’Antonini ci parla di un altro privilegio, anch’esso dell’anno 1086. L’Antonini dice che nel privilegio di Ruggero all’abazia di S. Maria di Centola sono citati i due casali: Celle di Bulgheria e Roccagloriosa. L’Antonini, riguarda quest’ultimo privilegio che dice essere dell’anno 1086, non fornisce alcun riferimento bibliografico ne io sono riuscito a capire da dove abbia tratto questa notizia. Sui privilegi e donazioni fatte da alcuni duchi Normanni intorno all’anno 1086, interessante è ciò che scriveva il nipote di Costantino Gatta (…), Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino. Egli a p. 149, parlando dei Sanseverino in proposito scriveva che: “….: tutto ciò costa dalle Vite dè Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di Lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivio del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114 nel regnare del Principe Roberto leggesi: “Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &”, ecc…”. Forse era proprio a questi 6 privilegi a cui si riferiva l’Antonini. Essi sono conservati nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Dunque, il Gatta (…), non riferiva della donazione del 1086 ma riferiva di un’altra donazione dell’anno 1114. Riguardo le numerose donazioni dei principi Longobardi e Normanni elargite ai Monasteri delle “Congregazione Cavense” ed all’Abbazia stessa di Cava dè Tirreni, è interessante ciò che scriveva Paul Guillaume (…), nella sua opera sull’Abazia di Cava dè Tirreni perchè cita il De Blasi.

Paul Guillaume (…), nella sua opera ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, ristampato con traduzione dalla Ruocco (…), a pp. 91, nella sua nota (1) postillava dei documenti e donazioni conservati nell’Abbazia di Cava dè Tirreni: “(1) Nov. 1081 (‘Arc. Mag.’ B. 18), Juin 1121 (ib. F. 18). Rodul. Op. cit., p. 62. “1122…circa hunc annum Rogerius de S. Severino Castri S. Severini, aliarumque terrarum Dnus, qui ex Normannorum Ducum prosapia Sanseverinae familiae stipes fuit in Sacrosanto Cavensi Monasterio Sanctae Religionis habitum suscepit.” ‘Chron. ad. an. 1122, in fine.”. Inoltre, sempre il Guillaume (…) a p. 91 nella sua nota (4) postillava di De Blasi: “(4) De Blasi, ‘Chron. ad. an. 1122, 1123, 1124; Rodul. Op. cit., p. 76, etc.”. In questa nota il Giullaume si riferisce all’abate di Cava Ridolfi (…). L’abate D. Alessandro Ridolfi (…), fu il primo storico della Badia, con il suo archivista, l’infaticabile D. Agostino Venereo. All’abate Ridolfi si deve la prima serie ottocentesca a stampa del “Codex Diplomaticus Cavensis” le cui prime edizioni ottocentesche furono curate da Schiani, Morcaldi e De Stefano. Nel secolo XII, una storia della Badia di Cava e le sue dipendenze fu scritta dall’abate Alessandro Ridolfi e poi anche il riordino ed il transunto dei documenti in appositi registri, da parte di Agostino Venereo. Su Agostino Veneno o Venereo (…), ha scritto Pietro Ebner (…), proprio in riferimento al personaggio Normanno Ruggiero Sanseverino, il quale in questo caso è il personaggio chiave per la donazione citata dall’Antonini (…). Per capire chi fosse Ruggero Sanseverino leggiamo da Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 385, nella sua nota (31) la postilla che: “Ruggiero, figliuolo di Torgisio il Normanno, signore di Sanseverino, S. Giorgio, Montoro e Montemiletto a dire del Venereo, ‘Diction., ms., VI, 73 ne fu talmente colpito che nel 1122, sotto il quarto santo abate cavense (S. Costabile), vestì l’abito monastico.”. Dunque, l’Ebner, riguardo le notizie su Ruggero Sanseverino, figlio di Turgisio II° cita il manoscritto del Venereo (…). Chi era il Venereo ?. Si tratta di Agostino Veneno o Venereo (…), uno dei primi abati dell’Abazia della SS Trinità di Cava dè Tirreni che nel …….. compilò un antico manoscritto rimasto inedito e chiamato ‘Dictionarium Cavense’. Di cosa si tratta ?. Paul Guillaume cita un passo (dell’anno 1122) di un opera del monaco Di Blasi (…). Si tratta del testo di Saverio Maria De Blasi (…) Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum che, il Guillaume riferiva più volte nelle sue note. Saverio Maria De Blasi (…) riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importanteDictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Saverio Maria De Blasi (…), riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante ‘Dictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Dunque, ritornando al manoscritto Dictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo), citato dall’Ebner (…), che dice parlarci di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli, nel suo …………………., a p. IV dell’Introduzione scriveva che: “…, per cui già gli Archivisti di Cava, Alessandro Ridolfi (+ 16….) e Agostino Venieri (+ 1638), nelle loro opere, rimaste inedite….”. Il Mattei Cerasoli, a p. IV dell’introduzione, nella sua nota (1) postillava che: “(1) AUGUSTINI VENEREI, ‘Dictionarium Archivii Cavensis, Ms. cart. dell’Archivio di Cava, vol. IV, 311.”. Dunque, stando all’Ebner noi dovremo trovare notizie riguardo Ruggero Sanseverino nel manoscritto cartaceo di Agostino Venereo detto ‘Dictionarium Archivii Cavensis‘, vol. IV, 311, e Ebner dice ‘Diction., ms., VI, 73‘. Paul Guillaume cita il testo di De Blasi (…), ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ e, cita le notizie per gli anni 1122, 1123, 1124 nello stesso testo e molto probabilmente riguardano proprio l’ultima donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia di Cava dè Tirreni, fatto nel 1121. Il 15 settembre 1778, domenicano Salvatore Di Biasi, fu chiamato a Cava, presso Salerno, da dom Tiberio Ortiz Abate dell’Abbazia della Santissima Trinità della Cava che gli affidò il riordino dell’importante archivio del monastero. Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077. Mi chiedo se l’Antonini avesse appreso dal testo del De Blasi (…), della donazione dell’anno 1086 di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola ?. Sul De Blasi, sulla Treccani on-line leggiamo che: Gli Opuscoli uscirono regolarmente fino al 1778, anno in cui il De Blasi venne chiamato dall’abate R. Pasca a lavorare al riordino dell’importante archivio del monastero benedettino-cassinense della Ss. Trinità di Cava dei Tirreni, presso Salerno. Egli condusse a termine tale incarico nel periodo di otto anni, riordinando un archivio ricco di circa sessantamila scritture avendo come solo supporto un indice alfabetico di sei volumi compilato nel 1630 da Agostino Veneno. Il De Blasi utilizzò i dati raccolti direttamente dalle pergamene, per chiarire e puntualizzare diversi aspetti della storia del territorio salernitano al tempo della dominazione longobarda. Il suo lavoro, reso noto attraverso relazioni alle accademie napoletane e articoli pubblicati su vari periodici, sollevò alcune critiche, talora aspre (in particolare si segnalarono in questo Giuseppe Cestari, A. Di Meo e F. A. Ventimiglia), cui egli replicò dimostrando la correttezza metodologica delle sue ricerche. Sulle donazioni di Ruggero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, riferendosi a Ruggero Sanseverino racconta che: “….Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117).. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Infatti, su queste cose, anche sulla scorte del De Blasi (…), ha scritto il Di Meo (…), nei suoi “Annali etc…”. Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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(Fig….) Di Meo (…), ‘Annali etc…’, op. cit., tomo IX, p. 295

Un altro autore che ha scritto sulle antiche donazioni e privilegi conservati negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni è stato Carlo Alberto Garufi (…) nel suo saggio ‘Sullo strumento notarile nel salernitano nello scorcio del secolo XI’, stà in Archivio Storico Italiano, serie V, 1910, vedi da p. 291 e s. Il Garufi esamina alcuni atti e privilegi conservati all’Abbazia di Cava, otto documenti risalenti a non prima dell’anno 1076. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino, Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino),Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino:

(Fig….) Mattei-Cerasoli Leone, op. cit., pp. 21-22 (corrisponde al f. 19 del Ms.)

Riguardo le donazioni di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18).”. Dunque, Leone Mattei Cerasoli citava 7 donazioni conservate nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dè Tirreni. Leone Mattei Cerasoli, sulla scorta del Ricca (…) scriveva pure che: “Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”Dunque, Leone Mattei Cerasoli (…), nella traduzione e pubblicazione del testo medioevale dell’antico manoscritto del ‘Venusino’ (Ugo da Venosa) che racconta della vita di S. Pietro Pappacarbone Abate dell’Abazia di Cava dè Tirreni, postillava di Ruggiero I Sanseverino figlio di Turgisio il Normanno, compagno di Roberto il Guiscardo, scrivendo pure che egli fece diverse donazioni all’Abate di Cava dè Tirreni Pietro Pappacarbone, di cui una ne parla l’Antonini dicendo essere stata fatta da Ruggero nell’anno 1086 al monastero di S. Maria di Centola. Leone Mattei Cerasoli, per queste donazioni dice essere state otto e cita due testi, ovvero quelli di “Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”. Dunque, il testo di Erasmo Ricca (…), ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, p. 13 e 19 e il testo di Portanova G., ‘Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 10 trascrive 8 delle 10 donazioni di Ruggero Sanseverino figlio di Turgisio (…):

Ricco E., p. 10

Ruggero Sanseverino fu vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose donazioni. Biagio Cappelli (…), a p. 23, in proposito scriveva che: “…, mentre da un documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria de Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli (…), a p…., nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Codex Diplomaticus Cavensis, IV, p. 122; VI, p. 18. Ecc..”. La casata dei Sanseverino ebbe origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia. Nicola Acocella (38), in un suo pregevole studio, scriveva in proposito: “Dopo l’anno 1097, nuove forse politiche ed egemoniche si affermarono nella zona…Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (39). Si puo dire che nei secoli a venire la storia del Cilento e delle nostre terre si identificherà con la storia della Badia di Cava e con quella, nel complesso benefica, dei potenti Sanseverino.”. Il cavaliere, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota (l’odierna Mercato San Severino), posta in una posizione strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e di Benevento. Avendo questi stabilito la sua dimora nel Castello di Sanseverino che si trovava nei suoi nuovi possedimenti, ne assunse anche il nome.

Riguardo la notizia della donazione di Ruggero Sanseverino, alcune notizie storiche sono state riferite anche da Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro III, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Quale sia stato questo Castello di Sanseverino, che possedé esso Ruggiero, come erede di Tergisio suo Padre, si ricava dagli Atti manoscritti di San Pietro Pappacarbone, che si conservano nell’illustre Archivio de’ PP. Cassinesi della Cava. Di fatto negli Atti suddetti leggesi, che nell’XI secolo, possedendosi il Castello di Sanseverino da un Ruggiero, il quale molestando i Coloni del Monistero dell’Ordine di San Benedetto, e residendo il Santo Abbate nel Monistero detto di Sant’Arcangelo nel Cilento, e che rattrovandosi Ruggiero ‘longe a prefato Monasterio, solarium domus ejus cecidit (cioè della sua Casa in detto Castello), atque ejus filium parvum extinxit; e come crede D. Pasquale Magnoni nella sua ‘Lettera critica’ scritta a detto Signor Barone su i suoi ‘Discorsi della Lucania’ che i Coloni suddetti stati fussero de’ territorj del Monistero delle Celle vicino detto Castello di Sanseverino, fossi soggetto a quello di Sant’Arcangelo di Perdifumo, che io credo piuttosto territorio allora di Sanseverino. *** Credo ancora, che delli Coloni non erano de’ territorj del monistero delle Celle, ma di quelli dello stesso monistero di Sant’Arcangelo, siti nel Cilento, perche esso Ruggiero, per quello dirò, che era Signore del Cilento; *** onde poi Ruggiero, pensando, che tal avversità, accaduta gli fusse per l’ingiusti maltrattamenti a’ descritti Coloni fatti, morta la moglie fecesi Religioso nello stesso Monistero di S. Maria di Centola, alcuni beni, siti in quel territorio, cioè ‘Curiem’ *** (‘Curtis’ in tempo de’ Longobardi significava Villa. Credio Pellegrino in Ducatu Benevent. in Provinc. distribut. presso l’Antonini, pag. 548, Not. 2) *** “unam prope flumen, et vadum in loco plano. Item possessionem glandiferam nomine Murici, quae incipit a flumine, et vadit Serra Serra per Cellam” (questa ubbidienza, o piccolo Monistero era in territorio di Sanseverino suddetto) ‘ad pedem Bulgariae’, come dalla Scrittura degli stessi Antonini, e Magnoni riferita.”. Il Di Stefano che fu Governatore di Centola citava l’Antonini da cui traeva la notizia. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 548 parlando della città di Acerenza scriveva: “fu di questa Città da’ Longobardi fatto un Gastaldato (2), che vuol dire una Signoria etc…”. L’Antonini, a p. 548, nella nota (I) postillava:  “(2) Vari significati questa Longobarda parola ebbe,…….e fattori dei Regi poderi: e, perciò Camillo Pellegrino in Ducat. Benevent. in Provinc. distribut. scrive: etc…”. Qui l’Antonini disserta sulla parola ‘Curtis’ (Villa) mi sembra ma, la frase “unam prope flumen, et vadum in loco plano. Item possessionem glandiferam nomine Murici, quae incipit a flumine, et vadit Serra Serra per Cellam ad pedem Bulgariae” che significa “uno vicino al fiume e un guado in un luogo pianeggiante. Anche una proprietà ghiandolare chiamata Murici, che parte dal fiume e attraversa Serra Serra attraverso Cella fino ai piedi della Bulgaria”, è citata altrove ed è citata anche nella Lettera del Signor Magnoni all’Antonini.

Nel 1086, il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola da Ruggero Sanseverino che, nel 1305 diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Sul ‘diritto di patronato’ dei Sanseverino sull’omonima Baronia

Altra interessante notizia riferita dal Barra e già citata dall’Ebner,  è quella che scrive a p. 73 intorno a S. Maria di Centola, ovvero che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratelo del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Morra, p. 71

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): L’Antonini scrisse perciò che Centola, Foria e Poderia, erano tenuti a versare ai Sanseverino di Sanseverino di Camerota, un tributo annuo di per la bagliva (9)”. Dunque l’Ebner, nella sua nota (9), postillava che:  “(9) Negli Atti dei creditori di Antonio Caracciolo, signore di Pisciotta, e di Molpa, si leggeva in una relazione che il feudatario era tenuto a offrire il 15 agosto di ogni anno un pranzo ai sacerdoti di Pisciotta, al quale doveva essere invitato anche il governatore del Castello di S. Severino, il quale doveva “sedere nel primo luogo, tenendo il suo cane a piedi, a il quale quale dovesse anche darsi tutto a mangiare”.”.

Il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola nel 1086 da Ruggero Sanseverino che, nel 1305 diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Nel 1123, in ‘Castri Severini’, il miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino

Il barone Giuseppe Antonini (…), nel 1745, nella sua “Lucania – I Discorsi”, a p. 347, nel cap….., dopo aver parlato di Laurito, di Cuccaro, di Massicelle e di Fulgenti, ci parla del borgo abbandonato di San Severino di Camerota oggi di Centola (frazione di) e, riferendosi ad un Monastero che lui dice vicino al borgo di S. Severino, scriveva del luogo dove, secondo lui era accaduto il miracolo del figlio di Ruggiero Sanseverino e di S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monisterio di Benedettini (siccome sopra sè detto) ed aparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall”Abbate Gattola’ ed in questo stesso Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, descritto già nel ‘Discorso IV di questa ‘Parte’.”. L’Antonini, della Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 279, scriveva pure e, riferendosi ad un miracolo di Pietro Pappacarbone che nel 1079 verrà nominato Vescovo della rinata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’. Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca glorioso dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne asscura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi ‘Cilento’ un luogo posto fuor del corso dell’Alento, non può per conseguenza esser vero, ecc…”. Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, racconta che: “VII. A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggiero Sanseverino. Questi nella sua giovinezza, poco rispettoso della chiesa, molestava continuamente i vassalli del monastero di S. Michele Arcangelo di Perdifumo. Narra la leggenda che l’abate Pietro di Pappacarbone, avutane notizia, battendo la terra col bastone invocò l’aiuto di S. Michele ed a tale invocazione cadde un solaio dalla casa uccidendo un figliuolo di Ruggiero (2). Avido, al pari del suo antenato, di dominio e di possessi volendo qualche anno dopo impadronirsi di un fertile terreno appartenente alla Badia vi si recò con buona scorta di armati e ne scacciò i contadini che lo coltivavano. L’abate di Cava, lo stesso Pietro di Pappacarbone, si recò allora sul luogo con alcuni monaci intonando pietose preghiere. Alla vista dell’uomo venerando e dei buoni religiosi Ruggiero si commosse e sceso da cavallo, si prostrò ai piedi dell’abate e gli restituì spontaneamente le terre usurpate (1)(p. 117). Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. L’Antonini, scrivendo a p. 279 che: “Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri…”, si riferiva alle precedenti sue pagine della cap. III, precisamente a p. 278, quando parlando di S. Pietro Pappacarbone scriveva che: “E perchè venga meglio ciò provato, riferiremo un fatto riprovato dagli ‘Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone’, che sono presso à PP. della Trinità della Cava, e stampati dall’Ughellio’ con qualche picciol variazione nei ‘Vescovadi d’Italia’”. Dunque, l’Antonini riferisce la leggenda del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino traendone la notizia dal testo pubblicato dall’Ughelli (…): “Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone”. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”.Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19; Muratori, tomo 6°, pagg. 222 citati dal Guillaume.”. Mazziotti Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Guillaume, pag. 90, in una nota riporta le fonti da cui è desunta tale notizia. Il Giordano ecc…”. Il testo a cui si riferisce l’Antonini è stato pubblicato e rivisto da Paul Guillaume (…), recentemente ristampato dal Rocco (…). Dell’antica donazione e della questione ha scritto Paul Guillaume (…), nel suo “Essai historique sur l’abbaye de Cava”, pubblicato a Cava de Tirreni, nel 1877, si veda pp. 90-91.

(Fig…) Guillaume P. (…), op. cit., pp. 90-91

Riguardo il miracolo del figlio di Ruggiero Sanseverino ha scritto anche Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 295. Il Di Meo (…), nel tomo 9° (vol. IX), a p. 295, riferendosi all’anno 1123 ci parla di S. Pietro Pappacarbone ed in proposito scriveva che:

Nel 1121, una donazione di Ruggiero Sanseverino

Da Wikipedia leggo che nel giugno del 1121, donò all’abate Pietro alcuni terreni siti a Ogliarola (località oggi non più esistente), appartenuti in precedenza al suocero Landolfo. (Treccani, parag. ultimo). Nella Treccani leggo che: Nel settembre del 1111, partecipò, invece, a un’assemblea indetta dal duca Ruggero Borsa per difendere il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che in presenza dell’abate Pietro e dei nobili campani riconobbe tutte le concessioni fatte dalla sua famiglia ai monaci cavensi. Il problematico rapporto con Cava restava però sempre al centro degli interessi di Sanseverino. Nel marzo del 1114, alcuni suoi uomini iniziarono a vessare i dipendenti dell’abbazia, ma egli,dichiaratosi estraneo ai fatti, intervenne in sua difesa, ottenendo in cambio la custodia del castello di Sant’Auditore di Cava. Nello stesso mese, confermò anche un provvedimento preso dal fratello Troisio in favore dello stesso monastero e, come se non bastasse, concesse egli stesso il casale di Selefone del Cilento, di cui delimitò i confini. Poco dopo però insorsero contrasti con i monaci a seguito delle molestie da lui arrecate ai loro coloni, ma ancora una volta l’abate Pietro intervenne per cercare una mediazione, e nel novembre del 1116 Ruggero gli confermò il possesso della quarta parte del monastero cilentano di S. Giorgio con i beni annessi. Non è sicuro invece che nel 1118 abbia forzato il cognato Erberto il Normanno, detto Caputasini, a restituire a Cava alcune terre da lui usurpate. Nel giugno del 1121, donò all’abate Pietro alcuni terreni siti a Ogliarola(località oggi non più esistente), appartenuti in precedenza al suocero Landolfo. Il contraddittorio, quarantennale rapporto di Ruggero Sanseverino con Cava prese infine una piega forse non del tutto inattesa in quel contesto sociale e culturale. Secondo la tradizione, poco dopo il giugno del 1121 egli decise infatti di spogliarsi dei suoi beni, prendendo l’abito monastico proprio a Cava, dove morì nel 1125. Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Ecc…”.

Mazziotti, p. 117

(Fig…) Mazziotti (…), p. 117

Sulla notizia delle donazioni fatte di alcune terre da Landone (figlio di Guaimario principe Longobardo di Salerno), nell’anno 1121, il Mazziotti, cita e postilla del Di Meo. Il Mazziotti, a p…, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, p. 294”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Infatti, il Di Meo (…), nel suo vol. IX a p. 294 scriveva che:

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Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio in ‘Fruculasi’, a ‘Misciano’ ecc… nè confini di ‘Montuori’, ed ivi la Chiesa di S. Lucia vicino ‘Rivosecco’, e tutte le sue terre, che un tempo furono di ‘Landolfo’ figlio del Principe Guaimario, vicino al fiume ‘Uliarola’ (Ogliarola) nel Cilento.”.

Nel 1137, il “Monistero di Benedettini nel luogo chiamato le Celle”: “Monistero di S. Arcangelo”, (o “Monasterii di S. Severini” come vuole l’Antonini), nel luogo detto le “Celle”, citato pure in un privilegio dell’Imperatore Lotario III

Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Sempre il Bozza (…), parlando di San Severino, in proposito scriveva, nella parte II a p. 209 che: “Patria di parecchi uomini distinti, è la culla della nobilissima famiglia dei principi Sanseverini, delle geste dei quali riboccano le nostre croniche.”. Dunque, il Bozza scriveva che a Celle di Bulgheria, piccolo casale del basso Cilento, nel VI secolo vi era sorto il “monastero di S. Arcangelo” e scrive anche della donazione del 1086 di Ruggero Sanseverino. Il Bozza si riferiva ad alcune notizie storiche riferite in precedenza dall’Antonini. Dunque, il Bozza, diceva molto di più di quanto affermasse l’Antonini, ovvero scriveva che a Celle di Bulgheria: “V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto”. Il Bozza affermava che già nel VI secolo il Monastero di S. Arcangelo fosse a Celle di Bulgheria. Non saprei dire da dove avesse preso questa notizia il Bozza ma di certo essa è interessantissima. Il barone Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), citando il racconto del Venusino e del miracolo di S. Pietro Pappacarbone scrivendo che “Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo ecc…”, a p. 279 (2° edizione) parlando di Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone) e del suo miracolo al figlio di Ruggero Sanseverino, prima che fosse stato nominato da Alfano I di Salerno, Vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro e, mentre se ne stava nel piccolo “Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’”, in proposito scriveva che: “Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece. Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca gloriosa dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Etc…”. L’Antonini continuando il suo racconto sul castello e la rocca di San Severino (oggi) di Centola scriveva pure un’altra interessantissima notizia storica parlandoci di un privilegio o un diploma dato dall’Imperatore Lotario III al monastero di S. Arcangelo che, secondo lui, nel 1079 ospitava Pietro da Salerno, monaco benedettino. L’Antonini, a p. 279, in proposito scriveva che: “Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi ‘Cilento’ un luogo posto fuor del corso dell’Alento, non può per conseguenza esser vero, ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che il Monastero, forse benedettino di “Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’)”, si trovava non molto distante dalla rocca e dal castello di S. Severino (oggi) di Centola, ed era posto “nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’”, dunque molto probabilmente a Poderia o a Celle di Bulgheria. Antonini scriveva pure che questo antico Monastero forse benedettino “se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86.”. Infatti, l’Abate Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86 cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e, nel vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”.

Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Sempre il Bozza (…), parlando di San Severino, in proposito scriveva, nella parte II a p. 209 che: “Patria di parecchi uomini distinti, è la culla della nobilissima famiglia dei principi Sanseverini, delle geste dei quali riboccano le nostre croniche.”. Dunque, il Bozza scriveva che a Celle di Bulgheria, piccolo casale del basso Cilento, nel VI secolo vi era sorto il “monastero di S. Arcangelo” e scrive anche della donazione del 1086 di Ruggero Sanseverino. Il Bozza si riferiva ad alcune notizie storiche riferite in precedenza dall’Antonini. Dunque, il Bozza, diceva molto di più di quanto affermasse l’Antonini, ovvero scriveva che a Celle di Bulgheria: “V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto”. Il Bozza affermava che già nel VI secolo il Monastero di S. Arcangelo fosse a Celle di Bulgheria. Non saprei dire da dove avesse preso questa notizia il Bozza ma di certo essa è interessantissima. Il barone Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), citando il racconto del Venusino e del miracolo di S. Pietro Pappacarbone scrivendo che “Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo ecc…”, a p. 279 (2° edizione) parlando di Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone) e del suo miracolo al figlio di Ruggero Sanseverino, prima che fosse stato nominato da Alfano I di Salerno, Vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro e, mentre se ne stava nel piccolo “Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’”, in proposito scriveva che: Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece. Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca gloriosa dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Etc…”. L’Antonini continuando il suo racconto sul castello e la rocca di San Severino (oggi) di Centola scriveva pure un’altra interessantissima notizia storica parlandoci di un privilegio o un diploma dato dall’Imperatore Lotario III al monastero di S. Arcangelo che, secondo lui, nel 1079 ospitava Pietro da Salerno, monaco benedettino. L’Antonini, a p. 279, in proposito scriveva che: “Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi ‘Cilento’ un luogo posto fuor del corso dell’Alento, non può per conseguenza esser vero, ecc…”. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 347, parlando di ………………scriveva che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra s’è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall”Abate Gattola’, ed in questo stesso Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, descritto già nel ‘Discorso IV’. di questa ‘Parte’. Questa notizia, e ciò che fu notato dagli atti di S. Pietro Pappacarbone, fan chiaro un comune abbaglio ecc….”. Dunque, l’Antonini scriveva che il Monastero, forse benedettino di “Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’)”, si trovava non molto distante dalla rocca e dal castello di S. Severino (oggi) di Centola, ed era posto “nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’”, dunque molto probabilmente a Poderia o a Celle di Bulgheria. Antonini scriveva pure che questo antico Monastero forse benedettino “se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86.”. Infatti, l’Abate Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86 cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e, nel vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”.

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L’Abate Gattola (…), suo vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”. Dunque, l’Abate Gattola (…), scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”. Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. Erasmo Gattola scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che “il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III”. Il Gattola parlando però del monastero di S. Pancrazio cita il Lubin, p. 186, ovvero cita Agostino Lubin (….) ed il suo “Abbatiae Italiae brevis notitia quarum etc..”, pubblicato a Roma nel 1693 e che, a p. 186, in proposito scriveva che: “Abbatia in castro Sancto Laurentii etc…oppure Abbatia sive Monasterium titolo S. Benedicti in Lauriano etc…”, ovvero non parla del nostro monastero. Il monastero di S. Arcangelo è citato anche da Scipione Ammirato (….), nel suo “Delle famiglie nobile napoletane” dove egli parla dei Sanseverino. Da Wikipedia leggiamo che  Lotario II (III), detto anche Lotario di Supplimburgo (in tedesco Lothar von Süpplingenburg) (1075 – Breitenwang, 4 dicembre 1137), è stato Rex Romanorum e d’Italia dal 1125 al 1137 e Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1133. Innocenzo II e Lotario II di Supplimburgo concentrarono a maggio nel 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole e si accamparono per tutto il mese. Mentre l’esercito imperiale giunse fino a Bari, che venne devastata. Poi assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga: il Sovrano aveva compreso che non poteva ostacolare l’esercito imperiale e si era rifugiato in Sicilia. Le forze congiunte, Imperiali e Papaline, quindi conquistano la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il pontefice tenne il concilio di Melfi nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore, delegittimò Ruggero II di Sicilia, della Casata Altavilla, in favore di Rainulfo di Alife, della Casata Drengot, nuovo duca di Puglia. Ma ben presto sorsero contrasti tra Lotario e Innocenzo sul possesso del ducato delle Puglie fino all’elezione congiunta del duca Rainulfo, mentre anche nell’esercito serpeggiava il malcontento.

Dunque quando nella trascrizione riportata dall’Antonini si dice: “Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur.”, il Visconti (…) traduce essere scritto: “Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, ecc…”. Di cosa si tratta? Una donazione fatta al monastero di S. Maria di Centola al tempo del Conte Rotario. E chi era questo Conte Rotario di cui parla l’antico Censuale dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola ?. Potrebbe essere quel Lotario III della donazione riportata dall’Abate Gattola citata dall’Antonini ?.

La Baronia di San Severino di Camerota (oggi di Centola) e Ruggero II Sanseverino conte di Marsico

Dalla Treccani on-line leggiamo un saggio di Niceforo …………che, in proposito scriveva che Ruggero II Sanseverino nacque nel 1237 circa da Tommaso I, conte di Marsico, e da Perna de Morra. La sua famiglia fu coinvolta nella congiura di Sala e Capaccio (1245-46) che aveva come obiettivo, oltre alla morte dell’imperatore Federico II e del figlio re Enzo, anche l’uccisione del signore ghibellino Ezzelino III da Romano e il passaggio verso la fazione guelfa della fedelissima Parma. Costretto dunque alla fuga in Francia, fu accolto, assieme alla madre e ad altri congiunti, dall’esule papa Innocenzo IV. Per tale ragione i beni della stirpe furono requisiti dalla corona e poi ceduti a nobili fedeli: la contea di Marsico passò prima a Enrico di Spervaria e poi a Riccardo Filangieri, mentre i feudi del Cilento e San Severino furono ceduti ai marchesi Bertoldo di Hohemburg e Galvano Lancia. Ruggero sposò nel 1250 circa Teodora d’Aquino, sorella di san Tommaso, dalla quale ebbe un solo figlio, Tommaso II. Dopo la morte dell’imperatore (avvenuta nel dicembre dello stesso anno), quando fu certo della stabilità dei rapporti tra Papato e Impero, tornò in patria, riuscendo a riottenere, per intercessione del pontefice, i feudi aviti; ma, dopo l’incoronazione di Manfredi a Palermo, divenne il punto di riferimento della nobiltà a lui ostile. Unitosi a Carlo I d’Angiò, partecipò in qualità di capitano pontificio alla battaglia di Benevento del 26 febbraio 1266, terminata con la morte di Manfredi. Tornato definitivamente nel Regno, poté rientrare in possesso dei feudi del Cilento, di San Severino e di Marsico, ai quali Carlo I, per il valore mostrato da Sanseverino in battaglia, aggiunse anche i castelli di Atena Lucana, Sala Consilina e Teggiano. Dopo la vittoria su Manfredi, l’angioino si ritrovò ad affrontare un esponente della spodestata famiglia sveva, Corradino, intenzionato a invadere il Regno per riconquistare la corona siciliana. Tra il 1267 e il 1268, dunque, il conte di Marsico fu a capo delle truppe angioine in Puglia, per contrastare l’avanzata nemica. Debellato anche questo pericolo, il sovrano ricompensò Sanseverino con il vicariato di Roma (dal 1272 al 1273), occupato in precedenza da Bertrando del Balzo. In questi anni, ebbe inoltre la custodia dei figli di Ruggero dell’Aquila, erede del conte di Fondi. Negli anni successivi, Sanseverino si impegnò attivamente nella politica mediterranea e ‘crociata’ degli Angioini. Grazie alla morte del despota dell’Epiro e ad alcune alleanze matrimoniali, Carlo I riuscì infatti a farsi proclamare re d’Albania (1272), affrontando peraltro non pochi ostacoli politici. Fu nell’ambito di questa nuova conquista che Ruggero, nel 1276, condusse una spedizione a Valona, per trasportare al di là dell’Adriatico rinforzi e vettovaglie. L’anno successivo, invece, ebbe dal re, intenzionato a conquistare il Regno di Gerusalemme, il comando della flotta assemblata per l’occasione. Salpato da Brindisi, Sanseverino approdò ad Acri nel mese di settembre, cogliendo di sorpresa il governatore Baliano, che si rifugiò in una fortezza e permise al conte di occupare i punti strategici della città. Privo del sostegno degli ordini militari presenti nel Regno, il governatore fu costretto alla resa: Sanseverino, appoggiato dai templari, non incontrò difficoltà a conquistare il castello e a innalzarvi la bandiera angioina. Divenne dunque vicario del Regno di Gerusalemme e giurò fedeltà a Carlo I, ricevendo l’omaggio dei nobili e cavalieri del luogo. Nel 1278, il sovrano gli inviò le vettovaglie necessarie al fabbisogno dei sudditi in Terrasanta, nonché contingenti di supporto, mentre il figlio Tommaso cercava di fargli pervenire cavalli, muli e scudieri. Con quella stessa spedizione giunsero ad Acri Margherita, cugina di Carlo I, diretta in Siria, Niccolò II di Saint-Omer, amico del re, accompagnato dalla moglie Maria e dalla cognata Lucia, diretti in Armenia per conto del sovrano. Per tal ragione, l’angioino ordinò a Sanseverino di trattare gli ospiti con i dovuti onori, pur se le navi non salparono prima dell’11 aprile dello stesso anno. Inoltre, l’imbarcazione che trasportava i beni inviati da Tommaso Sanseverino al padre giunse ad Acri con netto ritardo. Dopo quattro anni di soggiorno in Terrasanta, Sanseverino rientrò in patria (1282), a causa del pericolo aragonese incombente e, successivamente, dello scoppio dei Vespri siciliani. Inizialmente fu giustiziere di Terra di Lavoro e Molise (per un anno); nel maggio del 1284, in qualità di capitano di Salerno, ebbe la responsabilità della difesa della città dagli attacchi dei ribelli, mentre suo figlio Tommaso proteggeva la costa fino a Policastro. In seguito, ottenne l’ufficio di generale di guerra per i giustizierati di Valle del Crati, Terra Giordana, Basilicata e Principato, controllando in tal modo buona parte del litorale regnicolo. Il 5 ottobre 1285, ebbe inoltre l’ordine di esigere le imposte in favore dell’esercito che avrebbe dovuto combattere contro i ribelli siciliani. Questo fedelissimo esponente della nobiltà filoangioina morì nello stesso anno a Marsico e fu sepolto in una cappella adiacente alla cattedrale della città. Devotissimo al monastero di Montevergine, oltre ad aver assegnato un ex voto per la remissione dei peccati (1270), espresse nel suo testamento il desiderio di donare 12 once più 3 once annuali ai confratelli dell’illustre cenobio. Alla sua morte, il titolo comitale passò alla moglie Teodora e al figlio Tommaso II, che, come il padre, godé dei favori della dinastia francese. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Tommaso di Sanseverino nel 1227 aveva ceduto S. Severino e il Cilento alla regia Curia in cambio della contea di Marsico: “permutavit Terram S. Severini et Roccam Cilenti cum comitato Marsici (….) et addidit uncias mille pro excambio” (Capasso, cit. p. 349). Con il figlio Guglielmo venne ucciso nel 1246 per aver preso parte alla congiura dei baroni.”.

Federico II di Svevia, i Baroni ed il sequestro di molti castelli

Ernst Kantorowicz (….), nel suo “Federico II Imperatore”, a p. 103, in proposito scriveva che: “Federico quindi accettò l’omaggio dei baroni di minor conto, servendosi subito di loro per comandare ai conti Ruggero d’Aquila, Giacomo di Sanseverino, Riccardo d’Ajello, Riccardo da Celano e da alcuni altri, di consegnare, in base alla legge sui privilegi e ad altri provvedimenti che sarebbero stati promulgati subito dopo l’incoronazione, certi castelli che essi possedevano. La cosa più importante in quel momento per Federico, era di possedere piazzaforti nel regno. Fu un vantaggio che i baroni fossero presenti alla cerimonia e potessero constatare l’intesa esistente fra lui e il papa: intimoriti obbedirono ai suoi ordini. Del resto Federico, nel togliere, non badava alle persone ma all’importanza delle cose: in base alla legge sui privilegi, il fedele e devoto abate di Montecassino, presente all’incoronazione, dovette rinunciare non solo a certe rendite ecc…(p. 105) L’occasione si presentò subito dopo la campagna del Molise, quando i conti Ruggero d’Aquila, Giacomo di San Severino e alcuni altri furono chiamati a partecipare alla guerra contro i saraceni: si presentarono con pochissimi uomini, o addirittura soli – e Federico senza por tempo in mezzo li fece prigionieri, e ne incamerò i beni. Dietro preghiera del papa, li mise poi in libertà, ma li bandì dal paese. (Come già il conte del Molise, presero rifugio a Roma).”.

Nel 1227, Tommaso II Sanseverino cedette la baronia del Cilento a Federico II di Svevia in cambio della contea di Marsico

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Tommaso di Sanseverino nel 1227 aveva ceduto S. Severino e il Cilento alla regia Curia in cambio della contea di Marsico: “permutavit Terram S. Severini et Roccam Cilenti cum comitato Marsici (….) et addidit uncias mille pro excambio” (Capasso, cit. p. 349).”. Ebner citava Bartolomeo Capasso (…..). Ebner, a p. 97 riferendosi ad altro citava il testo di Capasso e, nella sua nota (41) postillava che: “(41) B. Capasso (“Atti Acc. Arch. Lettere e Belle Arti”, Napoli, 1869, v. IV, p. 219) ammette due redazioni dell’incompleto e lacunoso elenco: una tra il 1154 e il 1161 e la seconda (revisione della prima) tra il 1161 e il 1169″. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel 1227, essendo rimasto vacante il feudo di Marsico per essersi spento senza successori il legittimo conte Giacomo, nipote di Isabella Guarna (4), madre di Tommaso Sanseverino, quest’ultimo cedette a Federico II la signoria di Sanseverino e la baronia di Cilento in cambio di quella contea, aggiungendovi in più mille once d’oro per la permuta (1).”. Capano, a p. 143, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Giacomo potrebbe essere stato anche cugino di Isabella Guarna, poichè vi è qualche incertezza nella documentazione relativa alla discendenza dei Guarna nella contea di Marsico, volendo persino qualcuno (cfr. L. Ventre, La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo, Salerno, 1965, pp. 125-32) che Isabella fosse figlia di Guglielmo Guarna anzicchè di Silvestro, cosa di cui non può dubitarsi (cfr. SENATORE, cit., doc. XIX).”. Capano, a p. 144, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nonostante la sicura notizia che Tommaso I Sanseverino….’permutavit Terram S. Severini et Roccam Cilenti cum comitatu Marsici….et addidit uncias mille pro excambio’ (v. BARTOLOMEO CAPASSO, Historia diplomatica Regni Siciliae inde ab anno 1250 ad annum 1266, Napoli, 1784, p. 349), sia il Mazziotti (op. cit., p. 122) che il TALAMO ATENOLFI (op. cit., p. 29) insistono sulla fantasiosa notizia che il Sanseverino sarebbe stato feudatario anche di Capaccio prima del cambio. Lo stesso Tommaso è documentato come conte di Marsico nel 1230 (cfr. L. VENTRE, op. cit., pp. 131-132).”.

Nel 1227, Federico II di Svevia cedè la baronia di Cilento (Sanseverino e Rocca) a Guglielmo Villano

Nel……, Tommaso Sanseverino ed il padre Guglielmo II Sanseverino cedettero la contea di Capaccio e la Baronia del Cilento a Federico II di Svevia, in cambio della Contea di Marsico. Scrive sempre il Mazziotti, che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, mentre affidava ai singoli feudatari la cura dei castelli in loro possesso, si preoccupò anche di far riparere e consolidare le fortezze imperiali, quelle cioè amministrate e dirette in proprio dalla Regia Curia, intervenendo in maniera specifica nei loro riguardi (2). Quanto al castello di Capaccio, che era tra quelli di proprietà della Corona, in considerazione dell’enorme importanza che esso rivestiva entro il sistema difensivo stabilito dagli Svevi a protezione delle terre di Principato, unite allora in un solo Giustizierato con quelle beneventane, l’Imperatore nel 1230/31 vincolò un notevole numero di vassalli all’obbligo di fornire la mano d’opera necessaria alle sue eventuali riparazioni (3). La disposizione interessava gli uomini della baronia di Fasanella, le abbazie di S. Benedetto di Salerno etc..”. Cantalupo, a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Federico si interessò particolarmente delle fortificazioni di Laurino (Castrum Laurini), Policastro (Castrum Policastri) e Rocca Gloriosa (Castrum Rocce de Gloriose), indicando anche coloro che erano tenuti a provvedervi (CDS, cit., I, pp. 157-159).”. Il Cantalupo si riferiva al testo di Carlo Carucci (….), “Codice diplomatico Salernitano”, vol. I, pp. 157-159.

Carucci, p. 255

(Fig…) 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 di Winkelmann (…) e, in Carucci (..), vol. I, p. 157

Nel 1239, i Morra nel periodo Federiciano

Riguardo quel periodo, Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Nel 1254, il castello di S. Severino fu restituito a Ruggero Sanseverino figlio di Tommaso

Dalla Treccani on-line leggiamo che Ruggero II Sanseverino nacque nel 1237 circa da Tommaso I, conte di Marsico, e da Perna de Morra. La sua famiglia fu coinvolta nella congiura di Sala e Capaccio (1245-46) che aveva come obiettivo, oltre alla morte dell’imperatore Federico II e del figlio re Enzo, anche l’uccisione del signore ghibellino Ezzelino III da Romano e il passaggio verso la fazione guelfa della fedelissima Parma. Costretto dunque alla fuga in Francia, fu accolto, assieme alla madre e ad altri congiunti, dall’esule papa Innocenzo IV. Per tale ragione i beni della stirpe furono requisiti dalla corona e poi ceduti a nobili fedeli: la contea di Marsico passò prima a Enrico di Spervaria e poi a Riccardo Filangieri, mentre i feudi del Cilento e San Severino furono ceduti ai marchesi Bertoldo di Hohemburg e Galvano Lancia. Ruggero sposò nel 1250 circa Teodora d’Aquino, sorella di san Tommaso, dalla quale ebbe un solo figlio, Tommaso II. Dopo la morte dell’imperatore (avvenuta nel dicembre dello stesso anno), quando fu certo della stabilità dei rapporti tra Papato e Impero, tornò in patria, riuscendo a riottenere, per intercessione del pontefice, i feudi aviti; ma, dopo l’incoronazione di Manfredi a Palermo, divenne il punto di riferimento della nobiltà a lui ostile. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Nel 1254 il castello di Sanseverino, per interessamento d’Innocenzo IV, era stato restituito a Ruggero, l’altro figlio di Tommaso miracolosamente scampato (aveva nove anni) all’eccidio di Capaccio e allevato dal papa che gli diede in moglie una sua nipote. Ma il vicario imperiale Manfredi, tutore di Corradino, ripresa la lotta, donò il castello a Giordano de Anglano, suo parente (a. 1258)”.

Il castello di Policastro all’epoca dell’Imperatore Federico II di Svevia

I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo…..; nel 1230-31 la città e il Castello dovevano essere riparati da uomini di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Policastro, Morigerati, Camerota, cioè da mezzo Cilento e da uomini della Lucania interna (77).. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (77), postillavano che: “(77) Carucci, op. cit., I., s.a.”. Come vedremo, la postilla di Natella e Peduto, nella loro nota (77), si riferisce al vol. I, di Carucci (…), a pp. 156-157-158. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (78), postillavano che: “(78) Carucci, op. cit., I, p. 197.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (79), postillavano che: “(79) Carucci, op. cit., II, p. 147 e pp. 252-254.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, scriveva che: “Nel 1211 Federico II,….a quel tempo Policastro era divenuta città demaniale anche per il suo castello passato alle dirette dipendenze dello Stato. Il feudo di Policastro fu assegnato a Giovanni Ruffo (a. 1229).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, p. 334, scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia. Dopo la congiura di Capaccio nel 1242, episodio in cui alcuni Baroni del Regno, primi tra questi, al solito, i Sanseverino, decidono di ribellarsi all’Imperatore Federico II di Svevia, che era stato scomunicato dal papa, e dopo il suo epilogo che avvenne a Capaccio in cui tutti i congiurati vennero sterminati, compreso Tommaso e Guglielmo Sanseverino.  I guasti del conflitto non rimesero circoscritti alla sola zona di Capaccio, ma incisero fortemente sulle condizioni di vita dell’intero Cilento. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81).. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Ritornando a quanto scrive il Campagna “sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79).” e, dove postillava: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Sempre il Campagna (…), sulla scorta del ‘Codice Diplomatico Salernitano’, del Carucci (…), a p. 266, scriveva che: “Al ripristino di antichi castelli, ordinato da Federico II, la baronia di Camerota fu costretta a contribuire per il rifacimento delle fortezze di Policastro.“. Pietro Ebner (…), scriveva che: Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del Castello di Policastro.”. (Carucci, vol. I, p. 156, come mostra l’immagine). L’Ebner (…) scriveva che: Un documento di Federico II informa che alle opere di manutenzione del castello erano tenute dalle famiglie di Camerota, Morigerati, Policastro, Rivello, Rofrano, Sanza, Torraca (di cui faceva parte sicuramente il piccolo centro di Sapri), Tortorella e Trecchina (…).”, di cui si parla nei documenti pubblicati dal Carucci (…). Parlando del Castello e della fortezza di Policastro, Pietro Ebner, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, riferendosi all’Imperatore Federico II di Svevia, scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del castello di Policastro (32).”. Ebner, a p. 336, nella sua nota (32), postillava che: “(32) Fidericus (…) Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscoli provisoribus castrorum, li costituisce provisores dei castrorum nostrum di Principato, Terra di Lavoro e Terra Beneventana (…) Castrum Policastri, ecc…”, e faceva riferimento al Carucci, vol. I, p. 89. Devo precisare però che il documento pubblicato a p. 89 del vol. I dal Carucci, riguarda la facenda del medico di Federico II e non dice nulla sui ‘provisores’ nominati per il “Castrum Policastri”. Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero il vol. I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, a pp. 156-157-158, pubblicava il documento del 1230-1231, citato dai due studiosi Natella e Peduto e da Pietro Ebner (…): “LXXVIII. 1230-1231 (?) Federico II, nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato ecc..”.

Carucci, p. 156

(Fig…) Carucci Carlo, op. cit., vol. I, p. 157Anno 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775, (Archivio Attanasio)

Il Carucci (…), sempre nel suo vol. I, a p. 157, postillava che: “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi (Dal Winkelmann, Acta Imperii, pag. 775, e da Sthamer Eduard (…), in ‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914.”. :

Carucci, p. 255

(Fig…) Anno 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 e in Carucci, vol. I, p. 157 (Archivio Attanasio)

Infatti, come scriveva pure Pietro Ebner (…), vol. II , p. 336, nella sua nota (32), postillava che, nel documento vi è scritto che per “Castrum Policastri, debet reparari per homines Turturelle, et per homines Sanse, per homines Turracae, per homines Rofrani item per homines Brighelli (Rivello ?) et Triclani (Trecchina), qui sunt de iustitieriatu Basilicae; item potest reparari per homines Muclarone (Morigerati, nel 1294 Moregerarum) et per homines totius baronie Camerote, que homnes terre sunt vicine Policastro in quo nulla est familia ordinata. Carucci cit. ibidem.”

Carucci, p. 160

Carucci, p. 160, nota (1)

(Fig….) Documento Federiciano, tratto dal Carucci (…), vol. I, pp. 156-157

Le fortificazioni ed i castelli nel basso Cilento all’epoca della Guerra del Vespro: il castello di S. Severino di Centola, ieri di Camerota

Riguardo la Guerra del Vespro, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, a p. 18, in proposito scriveva che: “L’aspetto che più ci interessa del conflitto siciliano è costituito dall’invasione dei Siculo-Aragonesi in Calabria e la resistenza che vi si oppose la casa angioina sulla frontiera del Principato 836). Il massiccio montuoso del Cilento, infatti, costituiva un ostacolo insormontabile e l’esercito  napoletano vi si attestò, avvantaggiandosi delle favorevoli condizioni naturali nonchè della perizia di uno dei suoi comandanti, Tommaso Sanseverino conte di Marsico. Questi potè contrastare l’invasore mercè le valide opere difensive costituite dai preesistenti castelli della zona, che occupavano importanti strategiche dominanti il territorio. La validità del sistema difensivo non cessò neanche quando i Siciliani riuscirono ad occupare le importanti posizioni di Policastro, Castellabate, Castelcivita e Padula, tanto è vero che, malgrado fossero giunti fino a Salerno, non riuscirono mai a sconfiggere l’esercito del Sanseverino, che impedì ogni ulteriore progresso; posizione di rilievo ebbero dunque i castelli cilentani. Nella zona, che all’epoca dei Longobardi era divisa in tre castaldati (37), furono costruite, sin da quel tempo, importantissime opere di fortificazione in luoghi opportuni, quasi sempre in alto sulla cima dei monti o su rupi, opportune allo sbocco di una valle sul mare o nel piano. Si era costituita, nel tempo, una serie organica di fortificazioni, rispondente ad un piano prestabilito e saggiamente attuato in modo da costuire, da questo lato, una valida difesa di tutto il Principato. Nell’attuare la difesa contro gli invasori fu fortificata, per prima, Policastro, a difesa della valle del Bussento e per impedire l’approdo delle navi provenienti dalla Sicilia; furono anche aggiunte altre opere sussidiarie a Capitello e a Santa Marina (sulla destra), oltre quelle di Bosco, ed ai piedi del monte Bulgheria (a sinistra). Alle spalle di questa prima linea difensiva ne fu apprestata un’altra a Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castel Ruggiero; dato però che questa linea presentava un punto debole nelle valli del Lambro e del Mingardo, venne fortificato l’antico castello di Molpa, che dominava sia il mare che le due valli. Furono anche munite Castelluccio e San Severino, che si avvantaggiarono del terreno scosceso della zona. Sempre sul mare, poi, fu fortificato il Castellammare della Bruca ecc..ecc..”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 266, in proposito scriveva che: “Contro le invasioni degli Almugaveri erano state rinforzate le torri intorno a Camerota e ripristinato il castello di S. Severino (130).”. Il Campagna, nella sua nota (130), postillava che:  “(130) C. Carucci, La provincia di Salerno dai tempi ecc…, op. cit., Salerno, 1923; M. Vassalluzzo, Castelli, torri e borghi della costa cilentana, op. cit., Il castello di S. Severino fu posto alle dipendenze di Tommaso Sanseverino. Da Alfonso I d’Aragona, Teano 20 luglio 1436, fu investito del feudo Giovanni Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino principi di Salerno, in “SM”, a. VI (1973), fasc. IV, pag. 326.”.

Nel 1246, Ruggero II Sanseverino (conte di Marsico) e la Baronia di San Severino di Camerota (oggi di Centola)

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150 riferendosi al disastro della “Congiura di Capaccio”, in proposito scriveva che: “Federico spogliò i ribelli ed i loro familiari di tutti i feudi e diede le contee di Marsico e di Sanseverino a Guglielmo de Villano (4). Questi restituì a sua volta la baronia di Cilento all’Imperatore, che la concesse prima al conte Giovanni Paolo di Roma e poi a Guido signore di Pozzuoli (1).”. Sempre il Cantalupo, a p. 150, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico fu successivamente data a Riccardo Filangieri, che la tenne fino al 1253, poi l’ebbe Ruggiero Sanseverino, ma solo nel corso del 1254, essendosi temporaneamente pacificato con Manfredi. Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965. Il Cantalupo, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. il doc. del Capasso, appresso cit., in nota”. Il Cantalupo, a p. 152, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio (B. CAPASSO, Hist. Diplom., ….cit. p. 346).”. Infatti, il Cantalupo citava il noto documento pubblicato da Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II. Una parte del documento riguarda Ruggero II Sanseverino che all’epoca dell’angioino non sarà più un giovane di 12 anni salvatosi dallo sterminio della “Congiura di Capaccio”.

Capasso, HD, p. 346

(Fig….) Capasso Bartolomeo, Hist. Diplom., p. 436

E’ un importante documento tratto dalla cancelleria Angioina che ci fa capire alcune notizie storiche sul periodo Federiciano. I notai di Carlo I d’Angiò scrivevano che: “Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio”, ovvero che: “Al conte Rugerio de San Severino, Rocca Cilento fu restituita alle case che l’imperatore Federico concesse a Sir Guglielmo de Villano, perché scambiò la detta Rocca con le case, e San Severino con la compagnia dei Marsici; poi fu concessa dal lo stesso generale al signore Guido de Putiolo, e poi l’imperatore rammentò lo scambio che era stato fatto col conte Ruggero”. Scrive sempre Matteo Mazziotti, che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ruggiero che era stato investito anche degli altri beni confiscati, avendo imprigionato a Salerno alcuni baroni, temendo di essere incolpato da re Manfredi fuggì presso Carlo d’Angiò che, conquistato il Regno, lo investì anche della baronia di Diano.”. Ebner, a p. 636, nella nota (23) postillava che: “(23) Di tali nozze non dice Natella nel recente saggio su ‘I Sanseverino cit., p. 48, di cui è esplicita notizia in Campanile cit., p. 41 (“a cui poscia fatto già grande diede il papa per moglie una sua nipote sorella del conte di Fiesco”), che menziona Teodora d’Aquino pure come moglie, poi vedova di Ruggiero. Per i Sanseverino seguo sia lui che Portanova e Sacco.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: Federico II concesse al figliuolo di Guglielmo, Tomaso (I), di comprarla devolvendo però alla R. Corte la contea di Sanseverino e la baronia del Cilento e versando mille once d’oro. Dopo la ribellione di Tomaso, il figliolo di Ruggero, scampato alla morte e condotto a Lione da papa Innocenzo IV (ne sposò la nipote, figlia del conte Fieschi) (5), riebbe le contee di Marsico e di Sanseverino da re Manfredi. Degli angioini Ruggero (sposò in seconde nozze Teodora, sorella di S. Tommaso d’Acquino) ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).”. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”.

Nel 1258, Manfredi donò il castello di S. Severino a Giordano de Anglano togliendolo al Sanseverino

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52)….Ma il vicario imperiale Manfredi, tutore di Corradino, ripresa la lotta, donò il castello a Giordano de Anglano, suo parente (a. 1258).”.

Nel 1369, Giacomo Morra possedeva i feudi di Rofrano, Caselle, Centola, Foria, Poderia, Roccagloriosa, S. Severino di Centola

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando e riferendosi al feudo di Rofrano ed ai monaci dell’Abbazia, in proposito scriveva che “Probabilmente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, ricorda  (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Anche Camillo Tutini dice di Rofrano posseduto da conte Alemagna di Buccino, insieme con Balbano, Laviano, Ricigliano e S. Lorenzo, aggiungendo poi (p. 85) che Rofrano apparteneva al conte Giacomo Gaetani, notizia che troverebbe conferma in un documento aragonese del 1445. Dalle ‘Fonti aragonesi’, infatti, si apprende del conte di Fondi e del pagamento “pro feudali servicio seu adoha terre Rofrani que est Jacobi Gaetani fratris sui duc. sexaginta” (7).”. Riguardo a Giacomo Gaetani, Ebner, a p. 433, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Fonti Aragonese., 16 novembre 1445, Napoli = vol. IV, p. 50, n. 173: ‘Franciscus de Aquino etc (conte di Loreto e Satriano e Gran Camerario del Regno) etc…”. Dunque, Ebner ricorda che Scipione Mazzella Napolitano (….), nel suo “Descrittione del Regno di Napoli”, del 1601, nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, per l’anno 1369 ricordava Giacomo Morra (….), feudatario dei feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Infatti, dai Registri Angioini risulta che il feudo di Rofrano nel 1369 apparteneva a Giacomo Morra insieme a Caselle in Pittari, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rocca Gloriosa, e San Severino di Centola. Riguardo Giacomo Morra ed i suoi feudi ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Successivamente il feudo passò in possesso a un’altra famiglia, strettamente legata da legami politici e familiari con i Sanseverino, i Morra, che lo detennero sino ai primi decenni del XVI secolo. Nel 1404 Francisco Morra ottenne l’investitura della baronia di Sanseverino e dei suoi casali (2). Ecc..”. Il Barra, a p. 80, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. il rarissimo volume ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli 1629, pp. 65-73. Avvertiamo che non ci soffermeremo sul periodo della dominazione feudale dei Morra a Sanseverino, perchè ne faremo oggetto di una trattazione specifica.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Infatti, si tratta del testo a stampa del 1629 di Marco Antonio de Morra, ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, pubblicato a Napoli, si veda p. 71. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Nel 31 luglio 1423, la donazione di Giacomo Morra al vassallo Brancato Pistinello di Licusati

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Come c’informa un inedito atto in pergamena, redatto “apud terram Sancti Sanseverini de Camerota”, che pubblichiamo integralmente in appendice, il 31 luglio 1423 Giacomo Morra donò in proprietà e possesso irrevocabili (“in perpetuum donationis titulo et non revocabilis inter vivos”) al suo vassallo Brancato Pistinello di Licusati (“de Cusatis”) abitante in Sanseverino, in ricompensa dei suoi servigi, presumibilmente di natura militare (“vassalli affectione motus (….) accepto benefici gratus”), diversi beni stabili siti nelle pertinenze di Sanseverino: una casa in località San Cristofaro, confinante con via pubblica e via vicinale, soggetta ad annuo censo di un’oncia e mezzo alla corte feudale; una vigna in località “Campanella”, confinante con i beni di Biagio de Rosa, di Giovanni de Ielardi e di Giovanni de Petrillo, soggetta ad un annuo reddito di un’oncia e mezzo; un terreno in località “Lisca”, confinante con la via pubblica, via vicinale e vallone, ugualmente soggetto ad un annuo reddito di un’oncia e mezzo. Il documento fu redatto dal notaio Ciferio Britto (“Ciferius Brictum”) di Policastro (“de civitate Policastri”) e dal giudice annuale di Sanseverino Napolillo Bonavita (“Napulellus de Bonavita”)(3). E’ significativo che la solenne donazione, sottoscritta da molti autorevoli testimoni e giurata sul Vangelo dal Morra, s’inserisse nel contesto del diritto feudale e del rapporto vassallatico. La donazione era infatti a tutti gli effetti irrevocabile, alla sola condizione che il Brancati e i suoi successori avessero continuato a prestare l’”homagium” al feudatario e non riconoscessero altri signori (“accessisset ad aliquem domunum”). Non si trattava, quindi, di una pura e semplice censuazione, ma di una vera e propria investitura di beni feudali, effettuata, peraltro, senza nessuna autorizzazione legale da parte del sovrano, il che si spiega con la confusione politica attraversata in quel periodo dal regno di Giovanna II. Il fatto, poi, che la stipula dell’atto, rogato da un notaio “esterno” fatto venire da Policastro, non sia avvenuta, come ci si attenderebbe, nel castello di Sansverino, ma in una località indeterminata, e comunque in aperta campagna (“apud terram Sancti Severini de Camerota”) ecc…”. Il Barra (….), a p. 80, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Archivio di Stato di Benevento, Fondo Pedicini, Pergamena n. 1, che riportiamo in appendice al doc. 1”. Il Barra riporta integralmente la trascrizione scritta del documento a pp. 96-97-98.

Nel 1459, la lite tra Gismondo de Sangro e Giacomo Morra

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”, a p. 83, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. ‘L’Historia dell’Illustrissima Famiglia Di Sangro scritta dal Signor Filippo Campanile’, nella Stamperia di Tarquinio Longo, Napoli 1615, pp. 66-67.”. Sempre il Barra, a p. 86, in proposito scriveva che: “Già all’epoca della signoria dei Morra i rapporti dei feudatari con i vassalli non risultarono sempre felici, come pure non mancarono controversie, giurisdizinali e di confini, con i feudatari vicini. Abbiamo ad esempio notizia di una controversia insorta nel 1459 tra Sigismondo de Sangro, barone di S. Sergio, e Giacomo Morra, barone di Sanseverino, a proposito di alcuni abitanti di S. Sergio che desideravano trasferirsi a Centola (20).”. Il Barra, a p. 86, nella nota (20) postillava che: “(20) “Atti del magnifico Gismondo de Sangro, possessore del casale di Sergio (sic), con lo magnifico Iacomo Morra, possessore della Terra di Sanseverino, e casale di Camerota, sopra la petizione di certi vassalli che habiano da rehabitare nel detto casale di Centola – 1459″ (ASN, Processi antichi della Sommaria, f 72, n. 5731).”.

Nel 1489, Alfonso d’Aragona, duca di Calabria e figlio di re Ferrante, si reca a Policastro con l’architetto Giuliano Fiorentino ed è ricevuto dal vescovo Almensa

Riguardo il Duca di Calabria, il futuro re di Napoli Federico I d’Aragona, sappiamo pure che era l’epoca dei Petrucci, conti di Policastro di cui si parla nello stesso manoscritto. Nel manoscritto del Leostello (…), pubblicato dal Filangieri (…), vol. I, a pp 193-194-195, si parla di Camerota, Pisciotta e Policastro dove il Duca, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona si recò in viaggio per ispezionare le batterie e le fortificazioni dopo la nota ‘Congiura dei Baroni’. Nel 1500, Joampiero Leostello (…), pubblicherà una serie di documenti che riguardano il duca di Calabria Alfonso d’Aragona figlioccio di re Ferrante I. Questo manoscritto fu pubblicato proprio da Gaetano Filangieri. Si tratta del manoscritto di Leostello Giampiero Volterrano (…), ‘Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883, vol. I. Il manoscritto di Joampiero Leostello (…), è importante per la datazione di questo pavimento anche perchè a mio avviso oltre a riferire fatti e produzioni dell’epoca Aragonese, trattando del Duca di Calabria, potrebbe rappresentare un anello di congiunzione con il probabile esecutore dell’opera in questione, Dimera di Sapri. Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), da una lista di giorni nefasti per le guerre e la giustizia e da una serie di distici elegiaci in lode del duca, assumono dunque importanza soprattutto come documento sulle abitudini del duca e della corte aragonese, ma anche come prezioso serbatoio di informazioni sull’architettura e sulla storia dell’arte a Napoli. Le Effemeridi delle cose fatte per il duca di Calabria [1484-1491] di Joampiero Leostello da Volterra da un codice della Biblioteca nazionale di Parigi, a cura di G. Filangieri, Napoli 1883 appaiono quindi come una sorta di cronaca-giornale, nella quale il Leostello aveva l’incarico di riportare tutti i fatti che riguardavano il duca Alfonso almeno per il periodo compreso tra il 22 maggio 1484 e il 6 febbr. 1491. Per far questo, il L. doveva vivere a stretto contatto giornaliero con Alfonso, sentendosi in dovere anzi di segnalare quando le notizie gli venivano di seconda mano. In questo scritto che in origine era un manoscritto tratto da altri manoscritti, ritroviamo delle notizie storiche di estremo interesse per Camerota, Pisciotta, Policastro e Maratea. Si tratta di “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, poi in seguito nel 1883, pubblicato dal Filangieri (…), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, vol. I. Nel vol. I del principe Gaetano Filangieri (…), a pp. 192-194-195, troviamo della visita di Alfonso II d’Aragona nel 1489 che egli fa ad alcuni luoghi interessati dalla ‘Congiura dei Baroni’ ed in particolare ad alcune fortezze come il castello di Policastro. Riguardo questo manoscritto oggi alla Biblioteca Nazionale di Francia, lo studioso napoletano Luigi Mosca (…), nel 1908 pubblicò Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, poi in seguito ristampato nel 1963 da Fausto Fiorentino, nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” sulla scorta del Filangieri (…), in proposito a pp. 48-49 scriveva che: “Chi, per primo, ci dà notizie dei prodotti, in questa arte nobilissima, della Patria nostra è il famoso manoscritto “Ephemeridi de le cose fatte per el Duca di Calabria” che faceva parte della Biblioteca Reale Napoletana e che venuto insieme ad altri innumerevoli nelle mani di Carlo VIII fu portato in Francia, ed ora trovasi a Parigi nella Biblioteca Nazionale. Il manoscritto delle Effemeridi è cartaceo in folio, alto 31 centimetri e largo 21, ed ha 295 carte numerate, scritte in carattre corsivo del XV secolo, ecc….Sembra della stessa mano di chi compose il libro, se non che in certi luoghi è più grande e più tondo e rileva una mano diversa, l’intestazione seguente con la quale comincia il giornale: “Registro dove saranno collocati tucti progressi dell’Illustrissimo et Excellentissimo Signor Duca de Calabria Capitano generale de la Sanctissima et Serenissima Liga: ecc…”. Tramite le Effemeridi, l’opera principale del Leostello (…), si possono ricostruire i suoi movimenti tra il 1484 e il 1491. Il 14 settembre le truppe napoletane tornarono verso il Regno aragonese e impegnarono, una volta penetrate il 1° ottobre negli Abruzzi, i nobili aderenti alla cosiddetta congiura dei baroni (4 ottobre – 26 novembre). Piegata la resistenza, il duca con i suoi entrò trionfalmente, il 26 dicembre, a Napoli. Occasionalmente, in questo periodo, il L. ebbe anche la funzione di maggiordomo del duca, come nel caso della cena che Alfonso offrì agli ambasciatori papali il 10 luglio 1487 nella propria residenza napoletana a Castel Capuano. Il Leostello (…) accompagnò Alfonso in altri numerosi viaggi tra il 2 ott. 1487 e il 21 genn. 1491 (Cilento, Puglia, Calabria, dintorni di Napoli). Dal 22 gennaio il duca risiedette a Napoli presso il re Ferdinando I a Castelnuovo almeno fino al 6 febbr. 1491, data conclusiva nel racconto delle Effemeridi. Dunque, il Leostello parla del viaggio del Duca di Calabria Alfonso II d’Aragona che intraprese nell’anno 1487. Si tratta di Alfonso II d’Aragona. Infatti, come si vede sulla Treccani, il Leostello, dal 1474 sembra non trovarsi più a Volterra. Di certo, come dichiara egli stesso, il 20 ott. 1476 era a Napoli, presso la corte del duca di Calabria, il futuro re di Napoli Alfonso II d’Aragona. Da allora la vita del L. si sarebbe intrecciata con quella del duca. A Napoli infatti ottenne l’incarico di governatore dei paggi della casa del duca con lo stipendio annuo di 36 ducati. E’ lo stesso Duca di Calabria a cui si riferisce il Gaetano Filangieri quando parla delle ristrutturazioni che subì la chiesa di S. Pietro a Majella ?. Alfonso II d’Aragona che visitò Policastro e a cui si riferisce il testo manoscritto delle “Effereidi” del Leostello publicato dal Filangieri è il primogenito di Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto) fu cugino di Ferdinando il Cattolico (re d’Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata). Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferdinando divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti. Nel basso Cilento la situazione era tutt’altro che tranquilla, a causa dell’inquieto atteggiamento dei baroni napoletani contro il re, che sfociò nella famosa congiura dei Baroni (1485). Il comportamento del duca di Calabria in quegli avvenimenti è noto, teso com’era a rafforzare l’autoritarismo dello stato. Alfonso non ebbe scrupoli nel consigliare al padre le più severe misure repressive, procurandosi odio e sospetto da parte della nobiltà feudale del Regno che fu duramente colpita, giustiziata o esiliata. Alla morte del padre, nel 1494, Alfonso ascese al trono come re di Napoli e di Gerusalemme. Infatti, della notizia ci parlava Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”. Dunque secondo il documento pubblicato da Gaetano Filangieri (…), nel 1883, già pubblicato dal Leostello nel 1500, nel 1489, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona e duca di Calabria, dopo la congiura dei baroni è a Policastro dove viene ricevuto in gran pompa dal vescovo del tempo, Mons. Girolamo Almensa. Giuseppe Maria Alfano (…), citato dall’Ebner, nel suo “Istorica Descrizione del Regno di Napoli”, dato alle stampe nel 1795 traeva la notizia dal testo di Joampiero Leostello (…) del 1500, che fu poi in seguito pubblicato dal principe Filangieri. Infatti negli “Effemeridi etc…’, nel documento trascritto da Ebner nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava che: “Anno 1489 “Diei Vij jannarij ….(recandosi a Rocca Cilento, Acquavella, Casalicchio, Pisciotta, Castellammare della Bruca, Velia, Camerota, Policastro, dove fu ricevuto con gran feste) Die Xiiij jannarij. In Policastro (…) Et li venne incontro lo R.mo Mons. suo confessore che era episcopo di quella terra (pr. Girolamo Almensa O.P.) cum certe reliquie et cum tucto lo clero (…) monto a cavallo et intro cum grande triumpho. Bombarde per tucto che sparavano et ecc…”

Leostello, p. 195 su Policastro

(Fig…) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. I, pp. 193-194-195

Questo documento parla pure di Policastro e di Maratea. Inoltre Ebner (…), dice di vedere nel vol. II, quando parlando di Policastro, scrive quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 340, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Va ricordato ce nel tardo ‘400 il castello di Policastro venne ricostruito su disegno di Giuliano Fiorentino.”. Sempre l’Ebner (…), nel suo vol. II, di ‘Chiesa etc…‘, a p. 345, parlando di Policastro e del suo castello segnala che l’Alfano (…), scriveva che: “L’Alfano (81) l’ubica alle falde di una collina con alla sommità un castello mezzo diruto “elevato da Jacopo Sanseverino, figlio de conte di Potenza nel 1393 (…) si crede Bussento, detta Bisso, e Bissunte ecc…”. Il Laudisio (…) a p….. della sua “Synopsi etc…“, ci dice di Girolamo Almensa che: “XXI. Girolamo Almensa, di Napoli, frate dell’Ordine dei Predicatori, nominato vescovo di Policastro nel 1485.”. Dunque, Girolamo Almensa successe al vescovo Gabriele Altilio. Ebner però scriveva che il vescovo Girolamo Almensa era “suo confessore” di Alfonso d’Aragona ma il Laudisio (…), a p. 77 (vedi Visconti), parlando del Vescovo Gabriele Altilio, in proposito scriveva che egli: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio di Alfonso II d’Aragona, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Le date e la notizia tratta dal Laudisio, cioè la cronostassi che il Laudisio riporta non sempre collima con le notizie storiche. Infatti, riguardo il vescovo Altilio che il Laudisio dice essere stato nominato vescovo di Policastro nel 1471, il sacerdote Giuseppe Cataldo scriveva essere salito alla cattedra vescovile nell’anno 1493 ed è più plausibile come data essendo stato il precettore di Ferrandino. Riguardo al vescovo Almensa di Napoli, che secondo il Laudisio divenne vescovo di Policastro nel 1485, potrebbe trovarsi con la data del documento pubbblicato dal Leostello che riguardava la visita di Alfonso duca di Calabria a Policastro nel 1489. La cronostassi del Laudisio (…), però non si trova con l’altro documento del 1481, di cui ho già parlato e che riguarda il vescovo di Policastro Gabriele Guidano che concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire una chiesa a Sapri. Infatti, il Laudisio (…), nella sua cronostassi scrive che il vescovo Gabriele Guidano: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Come può essere possibile che secondo il Laudisio e forse pure per Ladvocat (…), il Guidano viene nominato dopo l’Almensa ovvero nell’anno 1491 se compare sul documento del 1481. Errore di stampa e di trascrizione ?. Del resto vi sono delle diverse conostassi come ad esempio ciò che riferisce lo stesso Cataldo.

Nel 1534, la Chiesa di S. Maria degli Angeli nel borgo di S. Severino

s.maria di Centola

(Fig….) La Chiesa di S. Maria (degli Angeli dopo il 1534) nel borgo medioevale di San Severino di Centola risalente a prima del ‘1000 (foto tratta da un sito di Mauro Pancaldi) Nel 1528, la fine dei Morra e la confisca dei beni

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 81 e s., in proposito scriveva che: “La crisi dei Morra precipitò nel 1528, con l’adesione al partito francese. Giacomo Morra subì infatti la confisca del feudo, la cui rendita veniva valutata in 460 ducati annui, e che così veniva descritto in un documento fiscale spagnolo del 1532 (4).”. Il Barra, a p. 81, nella sua nota (4) postillava che: “(4) N. Cortese, Feudi e feudatari napoletani della prima metà del Cinquecento, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, n.s. a. XV, 1929, p. 36.”.

Nel 1528, Girolamo Morra vendette il feudo ad Annibale Antonini

Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 82 parlando del la baronia e del feudo di Sanseverino di Centola, in proposito scriveva che: “Nel 1538, infatti, Girolamo Morra alienò definitivamente Sanseverino ad Annibale Antonini, antenato dello storico settecentesco, “cum castello, et castellano, et feria Sanctae Margaretae” (l’antica fiera di S. Margherita costituiva un’evento commerciale di grande rilievo per tutto il basso Cilento, e la sua giurisdizione risultava quindi assai lucrosa. (7). Il feudo passò poi ai Tancredi, nel 1628 a Girolamo Albertini, nel 1679 a Vincenzo Vita, e infine, per successione ereditaria, ai de Caro (8)”. Il Barra, a p. 82, nella sua nota (8) postillava che: “(8) L’Antonini ricorda la famiglia de Caro di Roccagloriosa, che nel 1305 vi aveva fondato la Commenda di S. Spirito, affermando che “quando sia nobile tal famiglia troppo sarebbe qui il ridirlo, ma ne fan chiara testimonianza i feudi da tanti secoli posseduti, i privilegi, le cappellanie, suoi illustri parentadi &” (La Lucania, cit., vol. I, p. 387, nota). In termini tutt’altro che encomiastici, anzi decisamente sarcastici, si esprime invece Lorenzo Giustiniani a proposito del giurista Filippo Ferdinando de Caro, ricordando le numerose controversie legali da lui sostenute “a vindicare il feudo di Sanseverino, piccola terra non lungi da Cammarota”. Infatti “l’acquisto di tl feudo gli apportò la perdita del cervello; poichè essendogli riuscito di rinvenir memora, che quella terra preso avesse il nome della famiglia Sanseverina, e non da quel Sanseverino vicino Salerno, incominciò a prender l’impegno di ottenere il titolo di Principe, a muover litigio co’ feudatari convicini, pretendendo la preminenza di questo suo feudo su quello di Foria e di Centola. E comechè ne venn’egli in parte ad ottenere di que’ diritti, che forse gli eran dovuti, e non i maggiori da lui pretesi, incominciarono questi suoi pensieri a divenir delirij, e nel 1768 finì da matto i suoi giorni” (L. Giustiniani, Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli, Stamperia Simoniana, Napoli, 1787, vol. I, p. 224). A parziale giustificazione delle pretese del de Caro, va ricordato che già gli Albertini si erano auto-intotolati principi di Sanseverino. Il de Caro fu autore di un commentario alla sua edizione di Leonardo Ricci U.I.D. Neapolitani, Praexos formulariae Judicii executivi et ordinarii, Ex Typographia Januariii Roselli, Neapoli MDCCLVII e MDCCLIX, vv. 2. Per Sanseverino cfr. E. Buonomo, San Severino di Centola, cit., che pubblica alle pp. 75-79 un apprezzo del feudo del 1786, tratto dall’archivio privato Albertini.”.   

Nel 1532, i feudi e casali di Centola, Capizzo e Casaletto a Girolamo di Sangro

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1532 il re investì Sigismondo di Sangro, per la morte del padre Alfonso, dei suddetti casali, con tutti i loro diritti, giurisdizioni, mero e misto imperio e cognizione delle prime cause. Il compilatore dei Quinternioni (5) tenne a segnalare che i predetti casali vivevano “iure Langobardorum”. Nel ‘Cedolario’ Capizzo, Casaletto e Centola risultavano tassati per l’adoa a Ippolita di Sangro (6). Nel 1603 Maria Rosso, laica in ‘capitulis’, figlia di Ascanio Rosso, rinunziò a Centola donando il feudo allo zio Mario Rosso (7). Ecc…”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Quint. 4, f 268: ‘cum omnibus eorum iuribus, et iurisdictionibus, mero etc. cognitione primarum causarum et cum integro eorum statu in quibus vivitur iure Longobardorum”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (6) postillava che: “(6) Il Cedulare (f 50 e 16) Adohae taxatur Ippolita de Sangro pro Casaletto Capizzo et Centula.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (7) postillava che: “(7) Quint., 30, f 248”. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Ecc…”. Sulla famiglia dei di Sangro a Centola ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 83 e s., in proposito scriveva che: “Diverse furono le vicende feudali della Molpa. Dopo vari passaggi di mano, Gianalfonso de Sangro vendè nel 1516 il feudo a Giannicola Origlia, per poi ritornare per ragioni ereditarie ai de Sangro, signori di Camerota (9). Sequestrato nel 1528, il feudo fu concesso a un dignitario fiammingo di Carlo V, Stefano Croppen (10). Nel 1539 i de Sangro vendettero per 9600 ducati la Molpa e Pisciotta al nobile italo-spagnolo Ferrante Bisbal, il quale aveva effettuato l’acquisto per conto di suo nipote Antonio Caracciolo.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(Fig. 1) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto: “‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981,  come dall’immagine che illustra la segnatura:

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Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (7). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (7) scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: Incommunicable pour raison de conservation’. Pietro Ebner (…), parlando di Capitello, vol. I, p. 625, segnala che il Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, del 1978 (credo che l’Ebner, si riferisca a questo lavoro) “assicura che sulla collina Castellaro vi sono ancora i ruderi di un antico castello e afferma di aver consultato nell’ASN una pianta (3) del 1746 dove sono indicati Policastro, il Castellaro, Capitello e Petrasia. Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat.”. Nel territorio vi è pure una torre di difesa (“alla Punta” di Capitello) ora restaurata (4).”. Ebner (…), a p. 625, del suo vol. I, nella sua nota (3), postillava che: “(3) ASN, ‘Sezione piante topografiche’, cart. 32, n. 2.”. La carta che segnalava Tancredi (…) ed il Guzzo (…), citata pure da Pietro Ebner (…), è una carta inedita di probabile epoca Aragonese. I riferimenti bibliografici della sua segnatura della sua collocazione presso l’ASN (non quelli citati da Ebner, sulla scorta di Tancredi e di Guzzo, i quali, riportarono la notizia senza mai citarmi), quelli corretti, sono quelli illustrati nell’immagine. La carta in questione, era inedita e fu da me pubblicata in un mio scritto a stampa, apparso nel lontano 1987 (1), dieci anni prima che ne parlassero il Tancredi (…), ed il Guzzo (…). Infatti, la carta in questione, dalla postilla impressa sul retro, non è del 1746, ma è del 1756. Ma, la sua datazione deve farsi risalire a molti secoli indietro. Dobbiamo pure precisare che l’opera di Luigi Tancredi (…) ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che, secondo cui Ebner (…), a p. 625, vol. I, segnalava che aveva citato la notizia di questa carta, lo stesso Ebner, sempre nel vol. I, a p. 688, nella sua nota (10), lo segnala come “Il Golfo ecc..”). Infatti, la cosa ci appare strana, in quanto, l’opera di Luigi Tancredi (…), è del 1978, mentre l’opera di Pietro Ebner (…), è del 1982, cioè dell’anno dopo che avevo richiesto ed ottenuto la fotoriproduzione b/n della carta in questione (v. Fig…, che illustra la ricevuta, rilasciatami dall’ASN). A quei tempi, mi sentivo spesso con Luigi Tancredi, al quale feci vedere la carta, e ritengo che Ebner, non avesse visto l’opera del Tancredi, ma che fosse venuto a conoscenza a mezzo del Tancredi stesso di questo importantissimo rinvenimento.

(4) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Attanasio)

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Attanasio)

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(…) Ebner Pietro, Pietro Ebner – Studi sul Cilento, vol. I-II, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – Pietro Ebner, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento (Archivio Storico Attanasio)

(…) De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, p. 94 (Archivio Attanasio)

(…) Ugo da Venosa o Ugone Venusino. Sarebbe stato il primo biografo di Abate di Cava de Tirreni, Pietro Pappacarbone e dell’Abate Costabile Gentilcore, originario di Tresino nel Cilento. Il Guillaume (…) raccontando la notizia del miracolo di S. Pietro Pappacarbone, il monaco benedettino che prima di fondare la “Congregazione dei Monasteri della Cava”, fu eletto vescovo della rinata Diocesi di Policastro, citava il monaco benedettino, Abate dell’Abbazia di Venosa, Ugo da Venosa o Ugone Venosino (…), che lasciò un manoscritto (un ‘Chronicon’) pubblicato dall’abate di Cava Ridolfi nel 18….., e che poi il Guillaume ha ripubblicato con l’elegante traduzione in italiano. Hugone abbate Venusino,Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, edizioni Leone Mattei Cerasoli (….). ‘Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis‘, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941. Nel testo del Venusino (…), pubblicato anche dal Muratori (…), in in Rerum italicarum scriptores – Bologna 1941, tomo VI, da p. 222, l’opera di Ugone o Ugo da Venosa è: “Vita S. Petri”, dove nel foglio 19 del manoscritto originale si trova menzionato il miracolo di Pietro Pappacarbone del figlio di Ruggero I Sanseverino. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19; Muratori, tomo 6°, pagg. 222 citati dal Guillaume.”.

(…) Su Pietro Pappacarbone (Pietro da Salerno) e la figura di Alfano I, si veda: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151; B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXIX (2013), pp. 5-36.

(…) Gattola Erasmo, Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassines, Venezia, 1733, Tomo I

(…) Bozza Angelo, La Lucania, Rionero, Tipografa Torquato Ercolani, 1888 (Archivio Attanasio)

(…) Stanziola Domenicantonio,

Guillaume P.,

(…) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

(…) Loré V., Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151

(…) Ammirato Scipione, Delle famiglie nobili napoletane, Firenze, ed. Marescotti, 1580 (Archivio digitale)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio)

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(…) Gassisi Sofronio Jeromonaco, Contributo alla storia del rito greco in Italia, ed. Tipografia Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, 1917 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore:  Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947 (Archivio Attanasio) (…) Mazziotti Matteo, La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972 (Archivio Attanasio). (…) Ventimiglia Domenico, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e sgg. (…) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Memorie storiche del Principato di Salerno’. (…) Per Ruggiero Sanseverino la Treccani fornisce le seguenti fonti: A. di Meo, Annali critico-diplomatici del regno di Napoli della mezzana età, VIII, Napoli 1803, pp. 213, 221; G.A. Adinolfi, Storia della Cava distinta in tre epoche, Salerno 1846, p. 214; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’après des documents inédits, Cava dei Tirreni 1877, p. 91; M. De’ Santi, Studio storico sul santuario di S. Maria Materdomini in Nocera de’ Pagani, Napoli 1905, pp. 78 s.; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Paris 1907, I, p. 247, II, p. 265; E.M. Martini, Il diritto feudale e l’abate di Cava nel sec. XI, in Rivista storica benedettina, III (1908), pp. 218-232; L.R. Ménager, Inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile (11-12 siècles), Roma 1975, pp. 259-390 (in partic. pp. 292 s.); G. Portanova, I Sanseverino e l’abbazia cavense (1061-1324), Cava dei Tirreni 1977, pp. 44-75; P. Natella, I Sanseverino di Marsico: una terra, un regno, Mercato San Severino 1980, pp. 35 s.; G. Vitolo, Da Apudmontem a Roccapiemonte. Il castrum come elemento di organizzazione territoriale, in Rassegna storica salernitana, n.s., 1986, vol. 6, pp. 129-142; G.A. Loud, The Abbey of Cava and benefactors in the Norman era, in Anglo-Norman studies, IX, Woodbridge 1987, pp. 143-177 (in partic. p. 157); E. Cuozzo, «Quei maledetti normanni»: cavalieri e organizzazione militare nel Mezzogiorno normanno, Napoli 1989, p. 119; M. Galante, Un esempio di diplomatica signorile: i documenti dei Sanseverino, in Civiltà del Mezzogiorno d’Italia. Libro, scrittura e documento in età normanno-sveva. Atti del Convegno dell’Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti…, Napoli-Badia di Cava dei Tirreni… 1991, a cura di F. D’Oria, Salerno 1994, pp. 279-300; V. Ramseyer, The transformation of a religious landscape: medieval Southern Italy, 850-1150, London 2006, p. 175 (…) Cammarano Giovanni, “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, voll. I-II-III, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1993 (Archivio Attanasio). Riguardo il Cammarano il Barra (…), nella sua nota (13) a p. 67 postillava che: “Giovanni Cammarano alla storia dell’abbazia non è utilizzabile storicamente, fondato com’è su fonti memorialistiche inattendibili e apocrife, e comunque incontrollabili (G. Cammarano, Storia di Centola, vol. II, La Badia di S. Maria, Edizioni del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Agropoli, 1999, pp. 334).”. (…) Barra Francesco, ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017 (Archivio Attanasio) (…) Capano Antonio, Centola e il suo catasto provvisorio: paesaggio naturale e paesaggio antropizzato nel 1815, in “Annali CIlentani”, n. gennaio-dicembre, 1999 (….) De Morra M.A., ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71 (Archivio Attanasio)

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(…) Volpi G., Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio, ed. Riccio, Napoli, 1752, pp. 211 e 287 (Archivio Attanasio) (…) Sacco Francesco, Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, ed. Flauto, Napoli (Archivio Attanasio)

Bertaux

(….) Bertaux, L’art dans l’Italie meridionale – De la fin de l’Impire Romain a la conquete de Charles d’Anjou, Ecole de Francaise de Rome, Paris, ed. Fontemoing, 190