Gli studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In questo saggio mi occupo delle nostre terree dei nostri porti all’epoca della Baronia ecclesiastica dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, da cui, alcuni di essi dipendevano per i lunghi viaggi verso l’Oriente e la Terra Santa.
Nel 529 (VI sec. d.C.), S. Benedetto da Norcia e la fondazione del monastero benedettino di Montecassino
Da Wikipedia leggiamo che Benedetto da Norcia (Norcia, 480 – Montecassino, 21 marzo 547) è stato un monaco cristiano italiano, fondatore dell’Ordine di San Benedetto. Viene venerato da tutte le Chiese cristiane che riconoscono il culto dei santi. San Benedetto da Norcia, fratello di santa Scolastica, nacque nel 480 nella città umbra di Norcia. Il padre Eutropio, figlio di Giustiniano Probo della gens Anicia, era Console e Capitano Generale dei Romani nella regione di Norcia, mentre la madre era Abbondanza Claudia de’ Reguardati di Norcia. Quando ella morì, secondo la tradizione, i due furono affidati alla nutrice Cirilla. Alla gens appartenevano anche san Gregorio Magno e Severino Boezio. Rimase a Subiaco per quasi trent’anni, predicando la “Parola del Signore” e accogliendo discepoli sempre più numerosi, fino a creare una vasta comunità di tredici monasteri, ognuno con dodici monaci e un proprio abate, tutti sotto la sua guida spirituale. Negli anni tra il 525 ed il 529, a seguito di un altro tentativo di assassinio con un pane avvelenato, Benedetto decise di abbandonare Subiaco per salvare i propri monaci. Si diresse quindi verso Cassino dove, sopra un’altura, fondò il monastero di Montecassino, edificato sopra i resti di templi pagani e con oratori in onore di san Giovanni Battista (da sempre ritenuto un modello di pratica ascetica) e di san Martino di Tours, che era stato iniziatore in Gallia della vita monastica. Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “8. S. Benedetto”, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: “Le principali notizie sulla vita di S. Benedetto sono tratte dal II libro dei ‘Dialoghi’ di S. Gregorio Magno. Nacque a Norcia attorno al 480 da nobile famiglia. Giovane, fu inviato dai genitori a Roma per seguire gli studi letterari, ma “appena posto il piede sulla soglia del mondo, si accorse che molti correvano pei dirupi dei vizi”. Abbandonò Roma, gli studi e il patrimonio paterno, e si ritirò ad Affile, un borgo sui colli della Sabina. Ma il luogo non gli sembrò ancora adatto a quel bisogno di raccoglimento in Dio, che lo aveva spinto a lasciare il mondo della città. Si nascose a Subiaco, dove incontrò un monaco di nome Romano, che gli impose l’abito monastico e l’aiutò a vivere nascosto in uno speco, come uno di quei monaci orientali che per i sacrifici a cui sottoponevano il fisico finivano per assomigliare nell’aspetto a bestie selvatiche. Così lo scoprirono alcuni pastori: “l’avevano intravveduto vestito di pelli in mezzo ai cespugli e lo avevano preso per una bestia selvatica; ma riconosciutolo poi per servo di Dio, molti di loro, ch’eran quasi bestiole, mutati dalla grazia, si diedero a santa vita”. Uscito dalla fase anacoretica, Benedetto si diede, come scrive San Gregorio, a custodire i “i vasi sacri”, cioè le anime dei fedeli. Fu invitato a dirigere una comunità di monaci a Vicovaro, dove vanamente tentò di imporre una regola e una disciplina. Avendo i monaci tentato di avvelenarlo, se ne tornò nel suo rifugio a Subiaco, ma questa volta non rimase solo, perchè attorno a lui si riunirono altri giovani monaci di estrazione anche nobile. Divise i suoi discepoli in gruppi, secondo il modello offertogli da S. Pancomio: a ciascun gruppo assegnò un abbate. Il successo che accompagnava la fondazione monastica creata da Benedetto fece ingelosire un prete sublacense, tale Fiorenzo, che cercò di combatterlo con odio. Anche Fiorenzo, tentò di avvelenare Benedetto, il quale, per una seconda volta, abbandonò il luogo. Benedetto intraprese a cercare un nuovo luogo dove continuare la sua opera. Questo luogo fu Cassino, sul cui monte sorgeva “un vetustissimo tempio, dove la superstizione del popolo campagnolo praticava il culto di Apolllo, per inveterata consuetudine pagana. Era l’anno 529. Benedetto distrusse l’antico tempio e al suo posto “edificò un oratorio dedicato a San Martino, e all’ara di Apollo sostituì un altare dedicato a San Giovanni. Edificò infine il celebre monastero, dove andò a trovarlo Totila (542), che si raccomandò alle sue preghiere. Vicino a questo è l’altro monastero, femminile, della sorella di lui, Scolastica. Benedetto impose ai suoi monaci una ‘Regola’ concepita come un codice di vita e di lavoro per la sua comunità religiosa, ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 44, in proposito scriveva che:“A questo grande movimento dei basiliani, che si effettuò principalmente sulle coste orientali d’Italia, fece riscontro un altro dei monaci benedettini. San Benedetto, nato a Norcia nell’anno 480, introdusse i cenobiti al principio del VI secolo sotto il regno di Totila (3). Dal famoso monastero di Montecassino, da lui fondato nell’anno 529, si irradiò una simile opera di propaganda monastica ed in pari tempo di civile redenzione in tutta la parte occidentale dell’ex Reame di Napoli e specialmente nella Campania e nella Lucania.”. Mazziotti, a p. 44, nella nota (3) postillava:“(3) Giannone. Vol. 1° pag. 408.”.
Nel 542 d.C. (VI sec. d.C.), l’Ostrogoto “Baduila” detto Totila andò a trovare S. Benedetto da Norcia a Montecassino
Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “8. S. Benedetto”, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: “Edificò infine il celebre monastero, dove andò a trovarlo Totila (542), che si raccomandò alle sue preghiere. Vicino a questo è l’altro monastero, femminile, della sorella di lui, Scolastica. Benedetto impose ai suoi monaci una ‘Regola’ concepita come un codice di vita e di lavoro per la sua comunità religiosa, ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 44, in proposito scriveva che: “San Benedetto, …..introdusse i cenobiti al principio del VI secolo sotto il regno di Totila (3).”. Mazziotti, a p. 44, nella nota (3) postillava: “(3) Giannone. Vol. 1° pag. 408.”.
Pietro Diacono
Da Wikipedia leggiamo che Pietro Diacono (Roma, 1107/1110 – Montecassino, dopo il 1159) è stato un monaco cristiano, scrittore e bibliotecario italiano. Figlio di Egidio, dei conti di Tuscolo, all’età di cinque anni entrò nell’abbazia di Montecassino come puer oblatus e ricevette i primi insegnamenti letterari. Formatosi nella scuola abbaziale, fu particolarmente legato all’abate Oderisio II (1123-1126), nella cui deposizione fu egli stesso coinvolto, sì da dover più tardi, nel 1128, lasciare il monastero. Fino al 1131 visse probabilmente ad Atina, allora soggetta ai signori di San Giovanni Incarico, e qui a pochi chilometri da Montecassino, scrisse diverse opere storiche ed agiografiche. Ritornato a Montecassino nel 1131 per volontà dell’abate Senioretto (1127-1137), fu posto a capo dell’archivio e della biblioteca, dedicandosi ad una notevole e complessa attività letteraria. Nel 1137 durante la lotta tra l’imperatore Lotario II e il re normanno Ruggero II svolse un ruolo non secondario, recandosi in qualità di bibliotecario dell’abbazia cassinese presso l’imperatore a Lagopesole, come egli stesso narra nella Altercatio pro cenobio Casinensi. Dopo un lungo periodo durante il quale le fonti nulla riferiscono su di lui, il suo nome, Petrus Egidii Tusculanensis, appare per l’ultima volta in un atto di donazione del 1154. Le due opere fondamentali che testimoniano la dimestichezza di Pietro con le fonti documentarie cassinesi sono: 1) la continuazione della Chronica sacri monasterii casinensis di Leone Ostiense, già proseguita alla morte di quest’ultimo da Guido fino al 1127, e poi dallo stesso Pietro Diacono condotta fino al 1138; 2) il cosiddetto Registrum Petri Diaconi (Reg. 3: Archivio dell’Abbazia di Montecassino), uno dei più famosi cartolari medioevali.
Nel 908, le chiese (“Ecclesiam”) benedettine (?) dette “Obedientiae”
Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 334-335, quando parlando del monastero di S. Nazario e del monastero, riferendosi all’“Autore Greco”, nella “Vita” di S. Nilo (….), in proposito scriveva che: “…verso l’anno 980. essendo Aligerno Abate di Montecassino, onde assolutamente converrà credere, che i Monaci di queste due Religioni, con buona licenza dè loro superiori, potessero andare scambievolmente a dimorare nè Monisterij dell’altra, tanto più volentieri, quanto che la Regola di S. Benedetto (come dice il ‘Mobillon’ nel tom. I, lib. II degli Annali) fu presa da quella di S. Basilio. Ma ci toglie d’ogni impaccio un luogo di ‘Gregorio di Tours’ nel ib. 10 c. 29 dove ragionando del Monistero Atenense, volgarmente detto ‘Asaint Yzier’, ch’era Benedettino, dice: “Ubi non modo Cassiani, verum etiam Basilii, et reliquorum Abbatum, qui Monasticam vitam instituerunt, regulae celebrantur”. Si aggiugne per conferma di tutto ciò il fatto che Eustasio, successore di S. Colombano ecc…”. Dunque, questa è l’opinione dell’Antonini sui primi monasteri benedettini che sostituirono in parte i monasteri o cenobi italo-greci. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario e del casale di Cuccaro, in proposito scriveva che: “Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggonsi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero. Notizia, che ci lasciò ‘Pietro Diacono’ nel cap. 101 ‘Dehinc omnes Obedientiae per Campaneam, Picenum, Sampnium, Lucaniam, atque, Calabriam captae, atque a jure Coenobii Cassinensis subducatae sunt’; e questo cadde appunto, essendo Abbate Sonioretto, che tenne l’Abbazia dal MCXXVII. per tutto il MCXXXVII.”. In questo passaggio, l’Antonini oltre a parlarci dell’antico “Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio” nei pressi della Molpa, dicendo che questo monastero fu donato da Maugerio (Malgerio d’Altavilla), fratello di Roberto il Guiscardo all’Abbazia di Montecassino. L’Antonini scrive pure di queste chiese dette “Obedientie”. L’Antonini scrive che sulla scorta delle “Notizia, che ci lasciò ‘Pietro Diacono’ nel cap. 101 ‘Dehinc omnes Obedientiae per Campaneam, Picenum, Sampnium, Lucaniam, atque, Calabriam captae, atque a jure Coenobii Cassinensis subducatae sunt’; etc…”, le chiese dette “Obedientie”, “….: queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero….e questo cadde appunto, essendo Abbate Sonioretto, che tenne l’Abbazia dal MCXXVII. per tutto il MCXXXVII.”. L’Antonini scriveva che, secondo Pietro Diacono (….), nel suo “………………………”, nel cap. 101, ai tempi di re Ruggero II, queste chiese benedettine dette “Obedientie”, furono sottratte alla giurisdizione dell’autorità dell’Abate di Montecassino Sonioretto, da cui dipendevano, in seguito alla distruzione dell’Abbazia di Montecassino che “Guarino detto Canzolino, Cancelliere di Ruggero II” ordinò. L’Antonini, sulla scorta di Pietro Diacono scriveva che l’Abate di Montecassino “Sonioretto, che tenne l’Abbazia dal MCXXVII. per tutto il MCXXXVII.”. Interessante è ciò che ha recentemente scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, che, a p. 25, in proposito alle chiese e monasteri benedettini scriveva che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”. La Ottati scriveva che nel 1033, nel basso Cilento non risultava una colonizzazione di monasteri benedettini. La Ottati scriveva che la notizia dataci dall’Antonini faceva riaprire il dibattito sulla possibile colonizzazione monastica di Benedettini nel basso Cilento. Ritornando alle chiese “Obedientiae”, l’Antonini a p. 343, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Eran questi luoghi chiamati tal volta ‘Obedientiae’, e talvolta ‘Cellae’. In una concessione, che l’Imperador Errico VI. fa ad Odorisio, Abate di S. Giovanni in Venere, sono chiamate ‘Obedientiam S. Martini de Thermulis cum Cellis suis, Obedientiam S. Petri Guastiaimonis cum Cellis suis’. Negli ‘Atti di S. Pietro Pappacarbone’ sono generalmente dette ‘Obedientiae’, e così in tutte le scritture di quei tempi. Vedine l’Abate della Noce’ nelle ‘Note della Cronaca Cassinense’ num. 101. 136. 325. 328. 511. 512., e ‘l confermato ‘Mabillon’ negli ‘Atti de’ Santi Benedettini’, e il Signor ‘Dufresne’ nel suo ‘Glossario’, le di cui parole sono: ‘Cellae quoque vox crebro pro Monasteriolis, seu ut olim vocabant, Abbatiolis, vel Obedientiis, quae majoribus suberant, fumitur’. Bonifazio VIII, nel cap. 3. de verbor. signif. le chiama ‘Cellae’, ch’eran quelle sparse casucce nelle foreste, cioè tanti piccioli eremi: ‘Cellas esseloca screta, et solitaria, quae ab hominum separata convictu, sunt ad contemplandum, et Deo vacandum specialiter deputata’.”. L’Antonini citando il “Signor Dufresne ed il suo Glossario”, nel 1745 si riferiva al “Glossario della barbara latinità” del signor Dufresne (….).

(Fig….) Antonini (…), op. cit., p. 342, nota (I)
L’Antonini (….), nel suo “Lucania – Discorsi”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 348, narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra s’è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall”Abate Gattola’, ecc….”. L’Antonini, a p. 348 narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra si è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall’Abate Gattola’, ed in questo Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, descritto già nel ‘Discorso IV’ di questa ‘Parte’.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270, nella sua nota (20) postillava che: “(20) …..A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’.”. Sulle chiese “Obedientiae”, ossia “dipendenze” ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, vol. I, a pp. 381-382, parlando del monastero di Sant’Arcangelo di ‘mons coraci’, in proposito scriveva che: “Sulle falde di quel complesso, però, era anche una chiesa dedicata da quei monaci a S. Angelo (15), nei pressi dell’odierno Monteorice (v.), sito etc…Infatti, semplici chiese, con eventuali ‘cellae’ di abitazioni, erano quelle di S. Maria “litus maris” di Gulia (Castellabate), di cui è prima notizia nel maggio 1073, di S. Maria di Pioppi (prima del 1072), di S. Maria di Velia (950), di S. Matteo ‘ad duo flumina’ (prima del 1072)(16), di S. Maria di Policastro, certamente elevata da monaci d’Oriente mentre successive sono le fondazioni delle due locali badie. Della chiesa di S. Angelo di Montecorice, da cui l’odierno Montecorice, è prima notizia solo nel 1043 e della sua cella, e cioè dell’alloggio del monaco residente, solo nel 1083, quando cioè questa chiesa, già in possesso dei benedettini d Cava, era designata come semplice “obedientia” nei loro documenti.”. Pietro Ebner, nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. I, a p. 215, in proposito scriveva che: “Qualche documento informa della struttura del comitato diviso in loci, a loro volta suddivisi in ‘villae e ‘cellae’ (20), probabilmente in seguito e anche qui segno evidente di una maggiore sicurezza del principato stesso a seguito dell’espulsione dei saraceni del Garigliano e da Agropoli.”. Ebner, a p. 215, nella nota (20) postillava che: “(20) Lo si rileva da un diploma del febbraio 753 di Astolfo ai monaci di Nonantola: ‘in quibuscumque comitatis vel locis cellas aquisiveritis etc…”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Ecc..”. L’Antonini accenna ancora ad un monastero benedettino quando parla di S. Nazario dove fu tonsurato S. Nilo. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 334-335, quando parlando del monastero di S. Nazario e del monastero, riferendosi all’“Autore Greco”, nella “Vita” di S. Nilo (….), in proposito scriveva che: “Quest’autorità mi fa credere, o che essendo quì prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche Cella chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, nè dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Anzi dalla stessa ‘Vita’ apparisce, che di là a non molto tempo andossene a star in Montecassino, ed indi per quindeci anni nel Monistero di Valleluce, anche Benedettino verso l’anno 980. essendo Aligerno Abate di Montecassino, etc…”. Dunque, in questo passaggio l’Antonini avanza il dubbio che l’abbazia o monastero italo-greco di S. Nazario sia stato abbandonato dai monaci che ivi avevano un piccolo monastero con una “Cellae” di monaci chiamata “Obedientia” e che, in seguito, l’Abate di Montecassino “Aligerno” fondò l’Abbazia benedettina, dove fu tonsurato S. Nilo. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193 e s.. Infatti, Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: “Ricercando il monte Cellerano ecc…mi sembra che possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in un ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria……Propenderei per tutto ciò a supporre che il toponimo conservatoci in parte dell’abitato di Celle si estendesse un tempo, nel significato di insieme di “cellae”, al sistema montuoso che lo domina ed in conseguenza a credere che il luogo scelto come dimora dall’eremita S. Nicodemo fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo a non grande distanza dagli scogli di Palinuro battuti dal mare.“. Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a pp. 160 e 161, in proposito scriveva che: “Altri villaggi sorsero poi, nella Provincia di Salerno, e specialmente nel Cilento, per opera dei Benedettini di Cava, ai quali, come vedremo, furono concesse vaste estensioni di terre rese deserte dalle incursioni dei Saraceni e le ‘Cellas plurimas’, ivi esistenti, quasi tutte disabitate. Era infatti benedettino S. Mauro, nominato abate di uno dei monasteri nel Cilento, celebre per santità e ascetismo, dal quale si nominarono i due comuni di S. Mauro Cilento e S. Mauro la Bruca; benedettino, anzi successore di S. Alferio nell’Abbazia di Cava, S. Leo, vescovo di Policastro, onorato come un santo in tutte le terre del principato longobardo, da cui si nominò un borgo che ora fa parte del Comune di Castellabate; benedettino S. Severino, già abate e apostolo dei paesi danubiani e sepolto a Napoli, da cui si nomò il comune di S. Severino, detto di Rota, e qualche altro borgo. E per merito dei Benedettini, nelle terre del Cilento da essi possedute sorsero S. Giovanni di Teresino, S. Arcangelo di Perdifumo, S. Nicola di Serramezzana, S. Angelo di montecorace, S. Magno, S. Lucia, S. Giorgio, Santa Barbara della Bruca, S. Matteo (ad duo flumina) ecc…”. Carucci, a p. 179, in proposito scriveva pure: “La maggior parte delle chiese ed abbazie di Salerno sorsero tra il nono e il decimo secolo, e furon quelle che accentrarono le maggiori estensioni di terreno. Già nel 795, per opera di un Guibaldo, llongobardo nativo di Salerno, si era cominciata la costruzione del monastero di S. Benedetto, che il principe Grimoaldo dotò di terre in quel di Capaccio, di Eboli, presso il Tusciano e sui monti di Cava, nella valle Metalliana (2), dotazioni accresciute di altri beni da un gastaldo chiamato Vacco, pro remedio animae, e da Grimoaldo, figlio del celebre Arechi, il quale, anzi, venuto in Salerno, dove meglio pensava resistere alle armi di Pipino, re d’Italia, credette di poter abitare nello stesso monastero, anzicchè nel palazzo, che, alcuni anni prima, il padre aveva fatto costruire nel centro della città (3).”. Carucci, a p. 179, nella nota (3) ppostillava: “(3) Paesano, op. cit., pag. 35. – Gattola, Actum Benev., anno IX.”. Carucci, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3). Ivi a menare vita rigida e austera si ritirò nel 988 un religioso chiamato Liutius (4) e pochi anni più tardi, nel 1006, S. Alferio della nobile famiglia salernitana Pappacarbone, per opera del quale l’ospizio divenne abbazia, e S. Alferio, nominato abbate, costruì nel 1019 il celebre tempio, che dedicò alla SS. Trinità (5).”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Dunque, il Carucci scriveva che queste notizie intorno al monaco Ermerico, provenivano dal chronicon medievale ‘Chronicon cavense’ che egli dice di dubbia autorità. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva che: “Però nelle storie non si ha alcuna notizia dei luoghi fino all’anno 882, quando i Saraceni presero Agropoli, donde il loro dominio si estese per lungo tratto della costa fino al promontorio della Licosa. Anzi, stanto al racconto di Giovanni Diacono, ivi i Saraceni sarebbero stati prima di impossessarsi del Castello di Agropoli (4).”. Mazziotti, a p. 42, nella nota (4) postillava: “(4) Licosae latitabant. Giovanni Diacono, Chronicon episcoporum sanctae neapolitanae ecclesiae. (Raccolta di varie cronacehe e diari, Vol. 3° pag. 86).”. Il Mazziotti, a p. 44, in proposito scriveva che: “A questo grande movimento dei basiliani, che si effettuò principalmente sulle coste orientali d’Italia, fece riscontro un altro dei monaci benedettini. San Benedetto, nato a Norcia nell’anno 480, introdusse i cenobiti al principio del VI secolo sotto il regno di Totila (3). Dal famoso monastero di Montecassino, da lui fondato nell’anno 529, si irradiò una simile opera di propaganda monastica ed in pari tempo di civile redenzione in tutta la parte occidentale dell’ex Reame di Napoli e specialmente nella Campania e nella Lucania.”. Il Mazziotti, a p. 45, in proposito scriveva che: “Anche prima della Badia di Cava esistevano nel Cilento varii monasteri. Non è purtroppo noto chi li avesse edificati, se i monaci basiliani che ne costruirono diversi nella nostra provincia, ovvero i monaci di S. Benedetto di Salerno, come parmi più probabile. E del pari non si conosce l’epoca della costruzione di essi, certo molto anteriore ai documenti che ne fanno parola. Vi era un antico monastero nelle pendici del Monte Stella denominato S. Magno, che avea alla sua dipendenza case, celle, vigne, selve e castagneti e le quattro chiese di S. Primo di Cannicchio, di S. Fortunato, di S. Maria di Campo Rubo e di S. Maria dei Pioppi e che fu concesso dai principi di Salerno nel giugno 994 al venerabile abate Andrea. Etc…”. Il Mazziotti, a p. 45, in proposito scriveva che: “Furono celebri e venerati in quei tempi ed anche nei secoli successivi i monasteri benedettini di San Benedetto di Salerno e di S. Vincenzo al Volturno, che aveva nel 1014 alla sua dipendenza conventi, chiese e possedimenti in Agropoli, in Acquavella ed in Castellammare della Bruca. Questo illustre cenobio, che ebbe tanta parte nel diffondere la civiltà nella nostra provincia, fu costruito nel 794 da un monaco a nome Guibaldo che, nato in Salerno da una nobile famiglia longobarda, avea preso i voti nel Convento di S. Sofia di Benevento. Egli fu il primo priore del nuovo monastero da lui edificato e restò in tale ufficio fino alla sua morte avvenuta nell’805 (1). Da prima il convento di S. Benedetto dipese dalla Badia di Montecassino, ma, avendo di poi assunto una grande importanza, l’abate di montecassino pose nel 938 alla dipendenza di esso tutti i monasteri che aveva nel principato di Salerno (2) e il provvedimento fu confermato dall’Imperatore Ottone nel 976 e poi nel 982. I Saraceni nel 992 saccheggiarono e distrussero il monastero di S. Benedetto, che fu riscostruito in breve tempo dopo dall’abbate Angelario Casini (3) ed ebbe vita lunga e fiorente attraverso molti secoli…..Sopra tutti questi monasteri s’innalzò per lustro e per fama il monastero della Trintà di Cava che, costruito nel 1012 da S. Alferio Pappacarbone di Salerno, emulò la gloria di montecassino ed ebbe una grandissima parte nella vita e nella civiltà di tutto il Mezzogiorno d’Italia.”. Mazziotti, a p. 45, nella nota (1) postillava: “(1) D’Avino, Cenni sulle Chiese del Regno delle Due Sicilie”. Mazziotti, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Chronicon Cavense, vol. 4°, pag. 430”. Mazziotti, a p. 45, nella nota (3) postillava: “(3) Mabillon, Opera cit., pag. 600”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a pp. 11-12, parlando delle origini dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava scriveva che: “L’origine dell’Abbazia della Trinità di Cava risale all’inizio dell’XI secolo. Un santo religioso nato a Salerno e formatosi a Cluny, di nome Adelferio o più comunemente ‘Alferio’ (Alferius) ne fu il vero fondatore e il primo abate (1011). Tuttavia, già prima di lui, dei pii solitari avevano abitato il luogo dove doveva fiorire il famoso monastero benedettino che ci occupa. Dell’abbazia di Montecassino, la più antica casa dell’ordine benedettino, sembrano essere partiti i primi abitanti della Cava (1), cioè la grotta di Metellianum (2).”. Il Guillaume, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451), è alle devastanti incursioni dei Saraceni che la S. Trinità di Cava dovrebbe la sua origine. Nell’incursione dell’anno 966, questi distrussero, al di là del ‘Silarus o Sele, non lontano da Paestum, il piccolo monastero di S. Mauro in Centulis (o Cellulis ?), che dipendeva da quello di S. Benedetto di Salerno.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Badia della Cava – saggio storico del sig. Guillaume” (estratto dall’Archivio Storico per le Provincie Napoletane, Anno II._ Fasc. 3°), a p. 1, in proposito scriveva che: “Mentre le piagge orientali delle provincie napoletane, dal secolo VIII al XII, si andavano popolando di conventi raccolti sotto la regola di san Basilio, le terre occidentali (quelle cioè che resterebbero a ponente di una linea ideale che altri traesse dalle foci del Sele sul Tirreno alle foci dell’Ofanto sull’Adriatico) si popolavano di cenobi disciplinati alla regola di san Benedetto. Gli istituti Basiliani giunsero in uno – tra provincie di terra ferma e quella dell’isola – fino al millecinquecento di numero e più, ai tempi dei re Normanni: ma tanto rigoglio di vita venne inaridendo etc…(1)…..Crebbero invece e si estesero perennemente i sodalizii dell’ordine benedettino; e si sostituirono man mano alle stesse fondazioni basiliane. In ciascuno dei grandi feudi, autonomi o quasi, così longobardi come normanni, venne su una o più badie di benedettini, che il dinasta teneva a titolo di onore o di pietà a proteggere, dotare ed arricchire, perchè comportasse di preci immortali le tombe di sua famiglia.”.
Il Chronicon Cavense detto anche Annalista Salernitano
L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451),…..Questi dettagli tuttavia sembra che debbano essere accettati con estrema riserva, se non totalmente rigettati. Il Chronicon Cavense di Pratilli, molto preso dal Duca d’Acquara (Tav. Cronol. Napoli, 1762, in I, passim.), portato alla luce da De Meo (Ann. Criti. Dipl. III, p. 185, ecc..), sotto il nome di ‘Annalista Salernitano’, dal luogo dove gli sembrò avesse scritto, in seguito ai numerosi dubbi sollevati dal dotto D. Salvatore Maria De Blasi (Lett. famil. Rosini, Napoli, 1786, in f., pp. 33, 47, 57, 72, 78, 94, ecc..); il Chronicon Cavense, diciamo, è stato attaccato come apocrifo e falso; etc…”. Rocco Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo della ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli, nel 1643, lo pubblicò. Alcuni autori, scrivono che questa è stata una falsificazione. Francesco Maria Pratilli (…), lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Pratilli (…), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”, a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali, Landulphus Gastaldus sit Comes & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3).”. Il Pratilli, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemperto, n. 9, to. I, huius operis, & to. 2. ubi de hoc ‘Landulfo’ plurima.”. Sempre il Pratilli, si legge: “A. 825. Moritur Pascalis (4). Et Paulo postea obiit Adulfhus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Bussentio (5).“. Il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”, e poi nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, vediamo cosa scrisse l”Annalista Salernitano’ nel suo ‘Chronicon Cavense’. Il Chronicon, riporta la notizia citata dal Gaetani che nell’anno 825, muore il papa Pascale (4). Poi nello stesso anno morì Adolfo Paolo Preposito che fu sotituito Aliprando di Bussentio (5). Infatti, il Gaetani (…), scriveva che nell’anno 823 (e non 825), Aliprando di Bussentio, fu sollevato (fu sostituito) al governo della Badia di Salerno. Di cosa si parlava nel Chronicon ?. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’. Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: “De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’, “forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”. E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710.
Le incursioni dei Saraceni ed i numerosi monasteri distrutti
Nicola Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nele grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”. Il ‘Chronicon Salernitanum’ riferisce che l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Avevamo già precedentemente scritto dei Vescovi di Bussento, ma ci pare singolare questo “Pando (977-979)”, che Ebner (…), scrive sia un Vescovo che riguarda i restauri per la chiesa di Capaccio. Sappiamo che, in quegli anni, l’Episcopato Bussentino, dipendeva dall’Episcopato di Capaccio, e sappiamo pure che l’opera del cosidetto ‘Annalista Salernitano’, il ‘Chronicon Cavense’, fosse una falsificazione del Pratilli (…). Non sappiamo l’origine bibliografica della citazione di un “Pando”, che fa l’Ebner.

(Fig….) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli
L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.“. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, parlando dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, in proposito citavano “Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”.” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobardi, furono i principali protagonisti. I due studiosi, dunque, traggono dal ‘Chronicon Salernitanum’, l’interessante notizia della distruzione dei Saraceni che nell’anno 884 e 886, distrussero Salerno e l’Abbazia benedettina di S. Benedetto. Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 122, in proposito scriveva che: “Molti anni passarono prima che i Longobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevan ben delle scorrerie (4) etc…”. Antonini, a pp. 124-125, continuando il suo racconto scriveva che: “Fu la Lucania sotto il dominio de’ Principi di Benevento di razza Longobarda fino all’anno DCCCXVI. specialmente la parte, che riguarda il mar Tirreno. Ricavasi ciò dal ‘Capitolare’ di Sicardo, ove al cap. 13. dando la pace a Giovanni Vescovo eletto di Napoli, ed ad Andrea Maestro de’ soldati, o sia Duce, dice: “Et hoe stetit etc…”. Ma poi, nel DCCCLI. allorchè seguì la famosa divisione di quel Principato; la maggior parte della nostra Regione toccò al Principe di Salerno, siccome si vede nel Capitolare di Radelchi, num. 9. onde falsissimo si manifesta (come in molti altri fatti è chiaro) etc…”. Antonini, continuando ancora il suo racconto sulla Lucania, da pp. 127 a p. 132, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli. Ma numero maggiore, nel DCCCXIV. ne fece venir dall’Africa, Romano, Imperador di Costantinopoli, per ridurre i Lucani, i Pugliesi ed i Calabresi, che gli negavano l’obbedienza, avendolo per un usurpatore: E sebbene dopo molti contratti riuscito gli fosse il disegno, venne con tutto ciò di là a non molto tempo quasi ad annientarsi il Greco (I) dominio di quei luoghi. Biondo, nella etc….Fece più insolente questi barbari il favore che loro dava Lotario, che quant’unque già da Lodovico suo padre fosse stato fin dall’anno DCCCXVII. associato all’Imperio, fu creduto uno dei maggiori nimici che l’Italia avesse avuto. Lo stesso Mabillon. Ann. Bened. lib. 38. non potè astenersi di dirlo: “Ille vero adeo etc….”. E queste cose facevansi intorno all’anno DCCCXXXVI. Il maggior male che da questa nazione avesse allora l’Italia, fu l’aver mostrata ad altri della loro razza la via di venir a proprio talento; onde questa, onde questa parte di essa fu per anni e secoli Lacerata: ‘Saraceni de Africa in Apulia navigio singulis annis veniebant’, scrive ‘Oderico Vitale’, nel lib. 3, hist. Eccl. Né lo facevano solamente di loro voglia, ma spesso ancora dagli stessi Italiani chiamati, e poi tenuti (2) a proprio soldo, come fece Andrea Duca di Napoli, per servirsene contro Sicardo Principe di Benevento. Leggesi questo in Giovanni Diacono, nei ‘Vescovi di Napoli’ in Giovanni: Pro quibus commotus Andreas Dux, directo Apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit’. Nella guerra, ch’ebbe Arechi, o Radelchi Principe di Salerno con Siconolfo, ne fece venir degli altri, e: ‘Totum non modo Principatum (son parole del Baronio all’anno DCCCXIII.) verum etiam Italiae Regnum dissentione sua, ferro, et igne per annos ferme triginta demoliti sunt’. Siconolfo, per aiutarsi, anch’egli ne chiamò di Spagna, altro considerabil numero, che stragi peggiori nella nostra lucania commisero. Di questi, e de’ danni da essi fatti, fa ‘Erchemperto’ nell’anno DCCCXLVIII. bastante menzione. La stima che gli Italiani di questi barbari facevano, li rese così insolenti, e superbi, che coniavano delle monete col di loro impronto etc…(p. 131) Talvolta non ve n’era alcuna a cagione di quel pagamento, che a loro si faceva, chiamato DACIUM dal ‘Monaco di S. Mercurio’; onde poi sorse venne l’Italiana parola Dazio, e significava presso a’ Saraceni quella contribuzione in denaro, che loro si pagava, per rendere un luogo immune dalle scorrerie, e dai saccheggiamenti;”.
Il Monastero e poi Abbazia di S. Benedetto a Salerno
Da Wikipedia leggiamo che La chiesa di San Benedetto si trova in via San Benedetto nel centro storico di Salerno e fa parte del più ampio complesso monastico omonimo. Si ignora l’origine di questa celebre abbazia benedettina. Essa rivestì un ruolo importante nella storia religiosa e civile di Salerno, diventando frequentato centro di studi ai tempi dei Longobardi e dei Normanni. Il Cottineau fissò la sua fondazione nel 793 e non si esclude l’ipotesi che stia stata fondata da Arechi II. La prima notizia sicura è data dal Codice Diplomatico Cavense, in cui si fa riferimento ad una donazione avvenuta nell’803. Il Chronicon Salernitanum riferisce che nell’884 fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. L’ipotesi secondo cui, fino al 931 fosse alle dipendenze di Montecassino e nello stesso anno elevata, sotto Guaimario II, ad abbazia indipendente, non è suffragata da documenti. Nel 938 risulta a capo di tutti i monasteri benedettini del Principato di Salerno e delle Calabrie. Nel 946 riceve il privilegio, confermato anche negli anni successivi, della protezione Apostolica dal Papa Agapito II. L’imperatore Ottone II di Sassonia, trovandosi a Salerno nel 981, confermò la supremazia di San Benedetto su tutte le altre chiese e monasteri. In un documento del 990 è denominato monastero di Santa Maria e San Benedetto e ne viene precisata la collocazione nell’area dell’Hortus Magnus. Dal 1023 fu occupato da Guaiferio, Maione e Maginolfo, nipoti di Guiamario IV, ed adibito in parte a civili abitazioni, per poi essere riconsegnato ai monaci vent’anni dopo. Nell’agosto del 1057 Gisulfo, fa nominare abate di San Benedetto il monaco cassinese Alfano il quale, divenuto Arcivescovo di Salerno l’anno successivo, affida il monastero a Desiderio, abate di Montecassino e poi eletto papa nel 1086 con il nome di Vittore III, succedendo così a Gregorio VII, che proprio tra le mura dell’abbazia era morto l’anno precedente. Su questa abbazia hanno scritto Armando Schiavo (…), e la sua “Abbazia salernitana di San Benedetto”, Balducci Antonio (…), nel suo “L’Abbazia salernitana di San Benedetto”, in Rassegna Storica Salernitana” (1968-69). La chiesa di San Benedetto si trova nell’omonima via San Benedetto a Salerno e faceva parte del monastero benedettino (ora adibito a caserma), ad esso era collegato un imponente acquedotto, le cui tracce più evidenti sono ancora visibili in via Arce e costruito, secondo la leggenda popolare, dal mago salernitano Pietro Barliario in una sola notte e con l’aiuto dei diavoli, da ciò deriva la sua denominazione di “Ponti del Diavolo”. Oggi una parte del monastero ospita il Circolo Unificato di presidio Militare e il Museo Archeologico Provinciale. La prima notizia dell’ esistenza risale all’868, quando vengono citati in un atto giuridico che attribuiva alcune terre al convento. Non si sa chi sia il fondatore: secondo alcuni la chiea era già esistente in epoca paleocristiana, ma appare più verosimile che ad edificarla fosse stato Arechi II o il figlio Grimoaldo III alla fine dell’VIII secolo. L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Nell’884 il monastero, distrutto dalle scorrerie dei Saraceni, venne ricostruito dall’abate Angelario ed in poco tempo divenne punto di riferimento per il mondo religioso dell’Italia Meridionale. Sull’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq.”. Infatti, un altro autore che ci parlò della frase dell’Annalista Salernitano, citato dal Di Meo (…), è stato il sacerdote Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852, a p. 35, del suo vol. I, che, riguardo il monastero o cenobio basiliano, in seguito diventata abbazia benedettina, di S. Benedetto a Salerno, nella sua nota (2) di p. 35, vol. I, postillava che: “(2) Le memorie relative alla fondazione ed alle vicende del detto monastero si trovano raccolte in un opera di cui si leggono in fronte queste parole: “Collectum per Petrum de Salernum Cancellarium, et Girbertum Archivarium sub. P. Abbate”. Il Pratillo la distingue col nome di cronaca cavense ma il Padre De Meo, riflettendo che quasi tutta l’opera fu combinata in esso Monastero di Salerno, pretende doversi allo scrittore della medesima darsi piuttosto la caratteristica di Annalista Salernitano.”. Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana’, citato anche dal Crisci e Campagna (…), a p. 33 e sgg. del suo vol. I, ci parla del Monastero di S. Benedetto di Salerno ed in proposito, sulla scorta dell”“Annalista Salernitano”. Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852, nel suo vol. I, a pp. 34-35 parlando delle munifiche donazioni che il figlio del fu Tatone o Tettone al tempo di Carlo Magno e di Pipino figlio di Carlo: “…, a fine di soddisfare alla Divina Giustizia per le sue peccata, fè larga donazione di beni alla chiesa di S. Benedetto edificata sotto Benevento, e largì al suddetto sacro cenobio, e per esso a Gisolfo Abbate di Montecassino e successore di Teodemaro (da cui esso Monistero di Salerno dipendeva), campi, prati, servi ed altri averi (1). Resti tuttavia qui a far notare, qual riguardo mostrasse pel sacro stabilimento di cui si parla, il suddetto Sovrano Longobardo. Si è già veduto di sopra, come di lui padre ed antecessore nel principato ornato avesse Salerno ecc… (2).”. Il Paesano (…), a p. 35, nella sua nota (1), postillava che: “(1) E’ tal donazione rapportata dal Gattola, con queste indicazioni: “Actum Benev. Anno IX. Pr. D. Grim. mens. Jan. V. Ind.”. Dunque, il Paesano (…), scriveva che le memorie e le notizie storiche sull’antica Abbazia benedettina di S. Benedetto, si trovano raccolte in un opera apocrifa che il Pratilli (…), chiamava “Chronicon Cavese”, che il Di Meo, giudicava essere più vicina all’“Annalista Salernitano”. I due studiosi Generoso Crisci e Angelo Campagna (…), nella loro ‘Salerno Sacra‘, nel capitolo dedicato ai Monasteri, a p. 387-388-389, ci parlano dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno, a cui si riferiva la citazione dell’“Annalista Salernitano”, che ci parlava di un ‘Aleprando de Busentio’. I due studiosi, a p. 377, in proposito scrivevano che: “S’ignora l’origine di questa celebre abbazia benedettina. Essa ha una parte importante nella storia religiosa e civile di Salerno. Fu centro luminoso di studi ai tempi dei Longobardi e dei Normanni (1). Il Cottineau (2) la dice fondata nel 793, restaurata nel sec. IX da Angelario, abate di Montecassino, alle cui dipendenze sarebbe stata messa da Gisulfo I, Principe di Salerno (946-977). Non sembra da escludersi l’ipotesi che ne sia stato fondatore Arechi II, già tanto benemerito di Salerno per l’erezione di S. Pietro a Corte (758-787). La prima notizia sicura è data dal Codice Diplomatico Cavese (3). Nell’atto costitutivo di S. Massimo dell’868, il fondatore Guaiferio prescrive che in caso di inadempienza, da parte degli eredi del Vescovo, di determinate condizioni “….volo ut veniat in potestate abbatis Sancti Benedicti” (4). E in un istrumento di vendita di terre in Salerno dello stesso anno è ancora ricordato “iuxta plateam a parte superioris monasterii S. Benedecti…” (5). Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”. L’ipotesi del Di Meo (7), che cioè fino al 931 fosse ‘prepositura’ alle dipendenze di Montecassino e in quest’anno elevata, sotto Guaimario II, ad ‘Abbazia’ indipendente, di cui, secondo il Paesano (8), primo Abbate sarebbe stato un Alfano, patrizio salernitano, non è suffragata da documenti. Pietro Diacono, nel ‘Chronicon Cassinese’ la dice “cella”, e Leone Ostiense “Abbazia” e chiama il superiore “Abate” e non “preposito” (1). Nel 938 è a capo di tutti i monasteri, chiese e celle dipendenti, del Principato di Salerno e delle Calabrie (2). Ecc…ecc..”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Kehr, 364”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, nella loro nota (2), postillavano che: “(2) Cottineau, Repertoire topo-bibliographique des Abbayes et prieures, Macon, 1939, v. 2; Di Meo, VIII, 9; Lubin, 352. G. Carucci, S. Gregorio VII, Salerno, 1885, 65, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto; A. Mazza, 65, ne fa risalire la fondazione all’anno 694 per volere di Cesario Console Patrizio Romano; A. Sinno, in “Archivio Storico per la Provincia di Salerno”, a. I, 1921, fasc. I, 30, nel 974.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (3), postillavano che: “(3) E. Giani, in “Rassegna Storica Salernitana”, 1959, 100, riporta senza citare però alcuna fonte, la seguente notizia: “21 agosto 803 Indolfo, Conte di Potenza, moriva a Salerno e prima di morire donò al Convento di S. Benedetto…il Casale di S. Donato. Nell’813 o 814 Ainolfo si recò a Roma per ottenere dal Papa la conferma del cenobio”.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (4), postillavano che: “(4) C.D.C., I, 79-82. In altro documento dell’882 si legge: “…..in praescripto loco iuxta platea a supra santo benedicto…” C.D.C., I, 110.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (5), postillavano che: “(5) Ind. Perg. Cav., 1, 63.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (6) postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (7), postillavano che: “(7) Di Meo, VIII, 9.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (8), postillavano che: “(8) Paesano, I, 58”. I due studiosi (…), a p. 389, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Chron. Casin., lib. 2, c. 69; ibid., lib. 3, c. 14; Lubin, 352; Codex Taxarum Camer. Apost.”. Dunque, i due studiosi, fanno una buona analisi sulle notizie storiche che riguardano l’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, ma della notizia di un ‘Aliprando de Busentio’, nessuna traccia. Essi ricordano che il Cottineau (…), fissò la sua fondazione nel 793 e non si esclude l’ipotesi che stia stata fondata da Arechi II. La prima notizia sicura è data dal ‘Codice Diplomatico Cavense’, in cui si fa riferimento ad una donazione avvenuta nell’803. Il ‘Chronicon Salernitanum’ riferisce che il monastero o l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, in proposito citavano “Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Tuttavia, sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Lubin, p. 352. – Lancellotti Hist. Olivet. p. 351 sq. – Gattula Hist. abb. Cassinen. p. 219. – Di Meo Annali VII, 96. VIII 165 et pass. – Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq. – Morcaldi una bolla di Urbano II p. 127 sq.”. Ivi riporto di seguito la p. 219 del Gattula (…), dove parla del monastero di S. Bendetto a Salerno:

(Fig…) Gattula (…), p. 219
Sull’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Di Meo (…), nei suoi ‘Annali etc’, VII, p. 96, ci parla ancora del Monastero di S. Benedetto a Salerno ed in proposito scriveva che: ” 2. Contemporaneamente, come ci va dicendo l’Annalista di Salerno, ‘Pandone Conte di Laurino donò al nostro Monisterio della Cava la corte di S. Elia, e sue pertinenze, un molino nel rivo in Furari, un trapezzo (forse, trappeto) in Rota con suo Oliveto, detto, ecc…Il Pr. Guaiferio (1. Guaimario) assegnò al nostro Monistero, e al B. Alferio nuovi Cenobj, e delle Celle per tutto il principato, cb’ era stati distrutti dà Saraceni. Ma Guaiferio Maione, e Megenolfo, nipoti di detto Principe, occuparono il Monistero di S. Benedetto dentro Salerno per abitarvi, e ‘l Monastero di…..fu tolto dal Principe. Così il tanto famoso Monistero di S. Benedetto, Capo di tanti Monisteri, passò, ma per poco tempo, ad esser Palazzo dè laici. * Da quest’anno in poi, fino al 1085. non vi è alcun dubbio che la Chronaca egregia, additata dal Nostro col nome di ‘Annalista Salernitano’, fu scritta nella SS. Trinità della Cava. Ecc..”.
Nel 908 (?) “Maugerio” (Antonini) d’Altavilla o “Malgerio”, fratello di Roberto il Guiscardo
Chi fosse questo signore chiamato dall’Antonini “Maugerio”, non ci è dato sapere. Antonini pone l’atto di donazione all’anno ‘908, ma può darsi che egli si sbagliasse sulla datazione dell’antico documento da lui visto de visu. Infatti, pochi anni dopo, arrivarono nel mezzogiorno d’Italia diversi normanni e tra questi i figli di Tancredi d’Altavilla. Può darsi che questo “Maugerio” nel documento di donazione del 908 fosse uno dei Normanni che combattè con Pandolfo di Capua e con Guaimario V. Forse uno dei fratelli di Roberto il Guiscardo: “Malgerio”, figlio di Tancredi d’Altavilla. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, a pp. 289-290,nel capitolo dedicato alla “Abbaziabenedettina di S. Eufemia”, in proposito scriveva che: “Orbene, dall’apografo in questione, possiamo desumere i seguenti dati documentari: a) nel 1062 Roberto il Guiscardo restaurata una chiesa, “quondam fundatam, sed malis habitatoribus diructam”, in onore della Vergine e “pro redentione” della sua anima e delle anime di suo padre, di sua madre e dei fratelli Guglielmo, Drogone, Serlone, Umfredo, Malgerio; b) questa chiesa “sita est in valle de Neocastri, iuxta litus maris, que dicitur modo Sancta Euphemia et antiquitus” etc…”. Dunque, il Pontieri cita un documento del 1062, probabilmente pubblicato dal Ménager, dove Roberto il Guiscardo fa restaurare una chesetta, la fa trasformare nella celebre abbazia di S. Eufemia “pro redenzione” dei fratelli, tra cui anche Malgerio. Pietro Ebner, nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, a p. 239, parlando del “Catalogus Baronum”, nella nota (92) postillava: “(92) Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442), etc….(a p. 239)…Dalla sottocomestabulia di “Robbertus de Quallecta” dipendevano Tancredi d’Altavilla (n. 463: per Felitto e Altavilla cinque militi, per la curia di Perano due: Tancredi aveva pure – n. 464 – San Lorenzo – un ilite – e Castel S. Lorenzo – un milite – ) e Malgerio di Altavilla (n. 465: aveva Polla “a domino Rege” – tre militi). Etc…”. Infatti, Ebner, nell’indice delle voci scriveva che a p. 239 si citava: “Malgerio di Altavilla, feudatario”. Ebner, però, a p. 236, riferendosi al Catalogus Baronum, in proposio riveva che: “6. Come è noto, il Catalogus baronum, compilato dai camerari della dohana questorum et baronum, per non si sa quale impresa militare, venne datato dal Capasso tra il 1154 e il 1169 (83), dalla Jamison al 1137 e dal De Petra il 1140 e il 1148 (84).”. Dunque, nel 1140, Malgerio d’Altavilla, feudatario di Polla risulta al n. 465 del Catalogus Baronum, ma egli evidentemente non è il nostro caso, in quanto noi ci riferiamo ad un Malgerio, fratello del Guiscardo verso i primi anni del Mille, ovvero tra i primi degli Hauteville che arrivarono nel mezzogiorno. Da Wikipedia leggiamo che Tancredi d’Altavilla, nel 1025 Muriella morì e Tancredi sposò in seconde nozze Fresenda (sorella di Muriella), che gli diede sette maschi (forse otto) e quattro femmine:
- Roberto il Guiscardo, conte, poi duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia, morto nel 1085;
- Malgerio (da Mauger) morto nel 1064
Sempre da Wikipedia leggiamo che Malgerio d’Altavilla (lat. Malgerius, fr. Mauger) (Cotentin, 1030 circa – 1054 o 1064) è stato un cavaliere normanno; era il fratello minore di Roberto il Guiscardo, essendo il secondo figlio che Tancredi d’Altavilla ebbe dalla seconda moglie Fresenda. Giunse nel Mezzogiorno d’Italia col fratello Guglielmo e il fratellastro Goffredo intorno al 1053. Dal fratellastro Umfredo, conte di Puglia, ricevette la contea di Capitanata. Nella primavera del 1060 occupò la piazzaforte di Oria, cacciandone la guarnigione bizantina che la teneva, mentre il fratello Roberto prendeva Brindisi e Taranto. La controffensiva di Miriarca ad ottobre dello stesso anno li costrinse a lasciare i territori conquistati. Morì nel 1064 secondo il Breve Chronicon Northmannicum (Et mense septembri (1064) mortuus est Malgerus comes, …[1]) oppure anche nel 1054. Il suo feudo passò al fratello Guglielmo, il quale a sua volta lo cedette a Goffredo (per amore fraterno, secondo Goffredo Malaterra). Wikipedia, nella nota (1) postillava che: “(1) Breve Chronicon Northmannicum“. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a pp. 51, 128, 157 ci parla di “Maugero di Altavilla”. Il Norwich, a p. 51, ci parla dei tre fratelli Altavilla al servizio dell’odiato Pandolfo, a cui non rimasero a lungo fedele. Proprio Pandolfo, all’epoca attaccava spesso Montecassino intorno al 1035. Intevenne Guaimario V, principe longobardo di Salerno, “deciso ad opporsi alla tirannide dello zio”. Il Norwich, a p. 52, in proposito scriveva che: “Pandolfo, non si sa come, era riuscito a mantenersi fedeli due dei suoi antichi alleati, tra cui il notevole contingente dei normanni ai quali aveva distribuito le terre di Montecassino.”. Sempre il Norwich, a p. 128, in proposito scriveva che: “Goffredo, l’unico fratello maggiore superstite in Italia, non si era distinto in maniera particolare; Guglielmo, conte del Principato e Maugerio, conte della Capitanata, due fratelli minori di recente arrivati, si stavano facendo strada – specialmente Guglielmo, che aveva già tolto il castello di San Nicandro, presso Eboli, al principe di Salerno; ma nè loro, né alcun altro barone normanno, potevano essere paragonati al Guiscardo per potenza e prestigio.”. Sempre il Norwich, a p. 157, in proposito scriveva che: “Anche quando Roberto e il fratello Maugero si presentarono con un esercito frettolosamente raccolto, non furono subito in grado di arrestare l’avanzata dei greci e per la fine di quell’anno gran parte della costa orientale era stata riconquistata e Melfi stessa era cinta d’assedio. Nel gennaio del 1061, furono fatti accorrere d’urgenza Ruggero e il resto delle truppe normanne che si trovavano in Calabria.”.
Nel 908, Maugerio dona al monastero di Montecassino la chiesa ‘Obedientia’ “Ecclesiam Sancti Sosii” di San Sossio, nei pressi del fiume “Rubicante” (Mingardo), nel luogo detto “S. Sossio”, vicino al “ponte ruinato di Cuccheri”.
Nel 908, la chiesa (“Ecclesiam”) “Obedientiae” di San Sossio, nei pressi del fiume Mingardo (“Rubicante”)
Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario e del casale di Cuccaro, in proposito scriveva che: “Di Cuccaro fan menzione Merula, e Leandro Alberti, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII. fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio, è chiamato ‘Chucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggonsi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero. Notizia, che ci lasciò ‘Pietro Diacono’ nel cap. 101 ‘Dehinc omnes Obedientiae per Campaneam, Picenum, Sampnium, Lucaniam, atque, Calabriam captae, atque a jure Coenobii Cassinensis subducatae sunt’; e questo cadde appunto, essendo Abbate Sonioretto, che tenne l’Abbazia dal MCXXVII. per tutto il MCXXXVII.”.

L’Antonini scriveva che, i monasteri, presumo italo-greci, detti “Obedientiae”, come ad esempio la chiesa “o sia Obedientia” di S. Sossio, presso la Molpa, “veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”, che: “queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero”. Scrive sempre l’Antonini che questa notizia è tratta da Pietro Diacono (….), un Abate del Monastero benedettino di Montecassino, e che secondo questo abate accadde che: “Allora tutte le Obbedienze, Campania, Picenum, Sampinius, Lucania ed Oalabria, furono catturate, e furono ricondotte dalla destra del monastero di Cassino”, ovvero che tutti i monasteri italo-greci furono ricondotti alla regola di Montecassino, ovvero alla regola Benedettina, ciò accadde all’epoca dell’Abbate di Montecassino “Sonioretto” che governò l’Abbazia benedettina dal 1127 al 1137. Nella cronostassi degli Abati Cassinensi effettivamente si trova un abate “Sonioretto” che resse l’abazia benedettina dal 1127 al 1137. Pietro Diacono fu un cronista dell’epoca in quanto fu Abate di Montecassino dal 1168 al 1170. In quel periodo Pietro Diacono scrisse diverse cronache del tempo da cui traiamo interessanti notizie. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, vol. I (I edizione, anno 1745), a p. 353, parlando di Molpa e Palinuro (cap. VII), in proposito scriveva che: “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosii ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum sex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..” che tradotto dovrebbe significare che: “Do alla mia anima e a mio padre e a mia moglie, per il perdono dei peccati, la chiesa di San Sosii sulle rive del Rubicante vicino al ponte di Cucheri.”, che tradotto dovrebbe significare che: “Do alla mia anima e a mio padre e a mia moglie, per il perdono dei peccati, la chiesa di San Sosii sulle rive del Rubicante vicino al ponte di Cucheri.”.

(Fig….) Antonini (…), op. cit., p. 353
L’Antonini, a p. 353, nella nota (I) postillava che: “(I) …..e del nome di Melfa si trova memoria nell’edificazione della Chiesa di S. Nazario fatta da Adamo Abate di Montecassino, e si dice: ‘supra Melpham fluvium’.”. L’Antonini segnalava la donazione del ‘908 di un tale Maugerio che donava la chiesa di S. Sossio nei pressi del fiume “Rubicante” (attuale fiume Mingardo), vicino al ponte di Cuccaro. Infatti, nella suddetta donazione citata dall’Antonini, oltre a citare la chiesa di S. Sossio (“Ecclesiam Sancti Sosii”) cita anche “Cucherus” che dovrebbe identificarsi con piccolo borgo medievale di Cuccaro Vetere. Cuccaro Vetere non è molto distante dal casale di Futani. L’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi” (II edizione), a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario in proposito scriveva che: “Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: ecc..”. La chiesa di S. Sossio era una “Obedientiae” e che questa, ai tempi in cui lui scriveva, nel 1745, si vedono i ruderi “presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”. L’Antonini scriveva che, i monasteri, detti “Obedientiae”, come ad esempio la chiesa “o sia Obedientia” di S. Sossio, presso la Molpa, “veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”. Sulle chiese “Obedientiae”, l’Antonini ne parla nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, riferendosi alla distruzione di Molpa, in proposito scriveva ancora delle chiese “Obedientiae”: “colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 334-335, quando parlando del monastero di S. Nazario e del monastero, riferendosi all’“Autore Greco”, nella “Vita” di S. Nilo (….), in proposito scriveva che: “Quest’autorità mi fa credere, o che essendo quì prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche Cella chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, nè dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Anzi dalla stessa ‘Vita’ apparisce, che di là a non molto tempo andossene a star in Montecassino, ed indi per quindeci anni nel Monistero di Valleluce, anche Benedettino verso l’anno 980. essendo Aligerno Abate di Montecassino, etc…”. Dunque, riepilogando la notizia dell’Antonini a p. 353 scriveva che nell’anno ‘908, “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’anno 908, un certo “Maugerio” donò la chiesa di San Sossio al Monastero di Montecassino. Maugerio donò la chiesa di San Sossio che si trovava presso il fiume “Rubicante”. E’ a proposito del toponimo “Rubicante” che l’Antonini scrive che di esso si fa menzione in questo atto di donazione. Chi era questo feudatario chiamato “Maugerio” ?. Su questo “Maugerio”, l’Antonini non dice altro. Egli cita solo la sua donazione. Infatti, l’Antonini, riguardo il feudatario “Maugerio” scrive “un tal Maugerio”. Da dove avesse tratto la notizia l’Antonini non lo dice. Egli scrive pure che in questa donazione del ‘908, veniva citato “Cucherus”. Sulla donazione di Maugerio del ‘908 ha scritto pure Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di ‘Palinuro’ scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “L’Antonini (20) assicura di aver letto una donazione (a. 908) della chiesa di S. Sossio ubicata “juxta pontem Cucheri”, nei pressi del fiume Rubicante (Melpi), di cui non si ha nessun’altra notizia e che perciò lascia piuttosto perplessi.“. Ebner, a p. 270, nella sua nota (20) postillava che: “(20) L’Antonini predetto (p. 154) da al fiume Melpi anche il nome di Rubicante, traendone da una donazione di un certo Maugerio nel 908 al Monastero di Montecassino della chiesa di S. Sossio. Etc….Il brano della donazione riportata dall’Antonini, peraltro senza utili indicazioni, è il seguente “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam sancti Sossii ad ripas Rubicantis ab Occidente”. A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’.”. Dunque, Ebner, riguardo il testo latino della donazione del 908 citata dall’Antonini postillava che: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam sancti Sossii ad ripas Rubicantis ab Occidente”, la cui traduzione dovrebbe essere che: “Do la mia anima per la remissione dei peccati, e a mio padre e a mia moglie la chiesa di S. Sossius sulle rive del Rubicante sul lato ovest”. Pietro Ebner, cita il brano della donazione di Mugerio del 908 al monastero di Montecassino anche, nel vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173, dove, parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15).“. Ebner nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) …..L’Antonini (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Mangerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosi ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..”. Documento assai dubbio.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di ‘Palinuro’ scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “…..chiesa di S. Sossio ubicata “juxta pontem Cucheri”, nei pressi del fiume Rubicante (Melpi),….“. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”. Sulle chiese “Obedientiae”, ossia “dipendenze” ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati. Più precisamente, non un monastero ma una struttura religiosa che ricadeva nell’ambito di quella, quindi propriamente una ‘grancia’, con le sue pertinenze, che l’Antonini, per coerenza, avendo parlato di un monastero benedettino, riporta con il termine di ‘obedientia’.”. Riguardo, invece, alle origini Benedettine, ipotesi dell’Antonini, Germana Ottati (….), a p. 25 opinava che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”.
Le marine o porti del litorale fino al Canale di Mezzanotte dipendevano dall’abbazia di S. Giovanni a Piro
Vorrei citare quanto ho letto scritto in Matteo Camera (….), che nel 1876, nel suo capitolo I: “Origine e fondazione di Amalfi ecc.”, del suo “Memorie Storico-Diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, scritta sulla scorta di antichissimi manoscritti raccolti dall’autore, a pp. 4-5 parlando dell’antichissima città di Melphi o Molpa, in proposito scriveva che: “Malgrado il lungo andare dè secoli, rimangono colà tuttavia dei ruderi dove giaceva l’antica Melfe o Amalfi lucana. Il suo fabbricato stava alquanto discosto dal lido ed in mezzo ad una piccola valle. Abbiamo sott’occhio una vecchia ‘memoria’ forense di contenzioso possedimento territoriale, tra l’Abate di S. Giovanni ‘a Piro’, utile signore di essa terra, contro il conte e la contessa di Policastro, nell’anno 1513; in cui a pagina 113, negli articoli XVII, XVIII, XIX troviamo scritto: “come da tempo immemorabile dal vallone nominato Amalphi la vecchia, verso ponente insino alli scogli di Pretralua verso levante, il mare sempre ha battuto ed al presente batte il territorio della terra detta di san Giovanni, senza che tra il mare et territorio predetto se interponga alcun territorio in mezzo ecc…Item” :

In sostanza, lo storico Amalfitano Matteo Camera, scrivendo delle origini della città di Amalfi citava il testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….), il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700 a Roma. Il Di Luccia (….), nei suoi capitoli XVII-XVIII, XIX scriveva del territorio che apparteneva all’antichissima Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro e diceva che questo territorio, che dipendeva da essa, si estendeva dall’antichissima città scomparsa di “Amalphi vecchia” fino al Canale di Mezzanotte, attuale confine con la Basilicata. Dunque, i possedimenti dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, secondo il Di Luccia (…), nell’antichità comprendevano anche la fascia costiera ed il territorio di Sapri. L’antica città di “Petralua” doveva essere l’antica città sepolta di Vibone lucana, attuale Vibonati. Infatti, a Villammare esiste la Torre Petrasia che sorge sull’omonima area. Interessante è ciò che scriveva il Di Luccia (…), a p…..: “come dal sopradetto vallone di Amalphi la vecchia, seu Marcellino, calando verso levante si viene alla marina della grotta del porco, e de là alle marine delle Massete, del Molaro, di Garigliano, dell’Ogliastro, dello Scario et insino alli scogli di Petralua, quale marine sono state, e sono marine della terra di S. Giovanni, e così sono nominate, e sono e si tieneno, trattano, e reputano comunemente e generalmente” ecc..(1).”. Il Di Luccia (….), riportato dal Camera (….), scriveva che l’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva tutte le marine sulla fascia costiera compresa fra la vecchia Molpa, ossia una città scomparsa che ho individuato nella “Carta del Cilento”, una carta d’epoca aragonese fino al canale di Mezzanotte. Il Di Luccia (….), nel suo Trattato si basò sugli atti del processo del 1513 tra il Casale di San Giovanni a Piro ed i Carafa della Spina, Conti di Policastro.

Nel novembre del ‘950, il principe Gisulfo donò la chiesa di ‘S. Maria di Hodigitria’ a Capaccio, al suo confessore, Giovanni, abate del monastero di San Benedetto di Salerno
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 640 parlando del casale di Capaccio, in proposito scriveva che: “Di Capaccio, sede vescovile, è già notizia dalla traslazione (a. 953) dei sacri resti dell’evangelista Matteo da Velia alla cattedrale di Capaccio di S. Maria del granato o dell’Assunta, da parte del vescovo pestano Giovanni (4). Com sede vescovile etc..”. Ebner, a p. 640, nella nota (4) postillava che: “(4) Giovanni, ‘presul sancte sedis pestane’ (CDC, I, 253, p. 957) traslò i sacri resti nella cattedrale. Per tutte le questioni inerenti al grande evento v. Ebner, Storia, cit., p. 27 sgg., Economia e Società, cit., I, pp. 22 e sg., 40 e 220; vedi pure innanzi.”. Alessandro Di Meo (….), nel suo “Annali Critici-diplomatici del Regno di Napoli dalla mezzana età etc…”, nel vol. V parlando dell’“Anno di Cristo 950, Ind. VIII, F”, a p. 317, in proposito scriveva che: “Di quest’anno abbiamo ancora dal Muratori (Diss. 5.), un Diploma di Gisulfo Principe di Salerno, che per rogum di ‘D. Gaitelgrima dilecta matris nostra, dona tibi’, Joanni ‘Abbati padri nostro’ e per lui al Monistero da lui edificato, ‘a nuovo fundamento, intus hanc Civitatem Salernitanam’, le terre spettanti al Palazzo, ch’è d’Ischia, ove dicesi ‘a due fiumi’, nell’Atto Lucanico (di Pesto) ov’è la chiesa di S. Maria, con terre selve, acque intorno ad essa Chiesa, cioè per 4. miglia di lunghezza. Fu scritto da Pietro Notaio: ‘Actum Salerni in Palatio de anno XVIII. mense November. IX. indict. Veda chi legga qual conto debba farsi di un Diploma, ch’è nelle carte di S. Sofia dell’Ughelli etc…”. Dunque, il Diploma in questione in cui il principe Gisulfo I donava all’abate Giovanni etc.., fu pubblicato dal Muratori. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 387 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “4. La più antica donazione di terre del luogo a monasteri benedettini è quella di Gisulfo I del 950 (39): il principe donò al suo confessore (“patri nostri”) Giovanni, abate di un monastero benedettino di Salerno, allora fondato o allora ricostruito dalle fondamenta, una golena di terra pertinenza del fisco in vocabolo ‘due’ (sic) ‘flumina’, comprendente parte dello stesso abitato di Velia.“. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo. Nel diploma è detto che il principe donò il terreno a ‘johanni abbati padri nostro et in tuo monasterio’, que a nobo fundamento intus hec civitatem salernitanam fundasti’. Tuttavia ciò non esclude che questo nuovo monastero fosse stato costruito dall’anzidetto Giovanni abate di S. Benedetto, anche perchè, in genere, erano proprio gli abati di quest’ultimo cenobio che i principi sceglievano come propri confessori.“. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, nel vol. I, p. 44, in proposito scriveva che: “La riforma monastica di orientamento cluniacense, operata da Pietro da Salerno nel cenobio di S. Arcangelo di Perdifumo, ebbe una sua influenza e risonanza nella diocesi pestana che tra l’altro proprio in quel periodo era in fase di riorganizzazione. Il governo salernitano, etc….Su tali basi si tentò di regolarizzare giuridicamente, nei confronti del fisco, le proprietà dei monasteri, le consistenti donazioni come quelle del 950 e del 994 (169). Il ruolo significativo assunto da questi cenobi, cui fa riferimento lo stesso Gisulfo I, emerge dall’importanza assunta dai molti religiosi dei posti chiave che, come abbiamo detto, riguardavano i vertici culturali e politici del Principato. Ad esempio l’autorità goduta dall’Abate Andrea di S. Magno, alla fine del X secolo, etc…”. Ebner, a p. 45, nella nota (164) postillava: “(164) CDC, I 179, novembre a. 950, IX, Salerno.”. Del vescovo pestano Giovanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 348, in proposito scriveva che: “5. Giovanni a. 954, 957 e 963. L’Ughelli lo considera vescovo pestano collocandolo, come tutti, al 954. Volpi (pp. 3-4) l’ha come III vescovo, v. pare il Di Meo cit., XI, p. 300. E’ il vescovo della traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, di cui v. sopra. Manca nel Gams. Il Kehr (p. 367) lo pone al 963 da un documento cavense (CDC I, 253, a. 957): “Iohannes, divina clementia presul sancte sedis pestane”, vende (ABC, A 8) alcune terre a Ligorio di Atrani firmando “+ Ego, qui supra Iohannes episcopus”; v. pure ABC Arca XIII 7 (a. 963): “Iohannes, Dei gratia episcopus sanctae sedis pestane” consegna “vicariationis ordine” un mulino all’episcopio, sito lungo il fiume Trabe (sotto Capaccio) ai fratelli Truppoaldo, Maione e Giacinto in cambio di alcune terre a Sorreianum di Campagna e di otto libbre di argento puro.”. Come vedremo più innanzi, Ebner confonde la cappella che si trovava a Capaccio con un altra cappella che si trovava vicino Velia, ovvero a Casalicchio dove il monaco Attanasio portò le spoglie di S. Matteo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a pp. 27-28, scriveva che: “Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “aqui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Al desiderio del principe, che era un ordine, il vescovo pestano Giovanni non avrebbe potuto opporsi. Qualche anno prima, infatti, e cioè nel novembre del 950, quel principe aveva donato a Giovanni, abate del nuovo monastero di S. Benedetto di Salerno, una golena di pertinenza del fisco in vocabolo “due (sic) flumina” nella circoscrizione demaniale di Lucania, E cioè terre, selve, corsi d’acqua e quant’altro era compreso (buona parte dell’antica ‘polis’) nell’ambito di quattro miglia intorno alla chiesa elevata alla sovrana protettrice dei monaci itineranti greci, la Vergine Maria, edicola evidentemente abbandonata se nel diploma non è cenno di abitanti (74).”. Ebner, a p. 27, nella nota (72) postillava: “(72) Giovanni, “presul sancte sedis pestane” (CDC I 253, a. 957) trasportava i sacri resti non nella basilica paleocristiana di Paestum, recentemente messa in luce (G. De Rosa “Rivista di Studi salernitani”, fasc. II, pp. 181-192), ma di “Castrum di Caput Aquis” o “aquae”, odierno Capaccio, dove i vescovi pestani, come vedremo, si trasferirono dopo l’abbandono della “città delle rose”, già meta delle orde saracene e preda della malaria.”. Di questo vescovo Giovanni, presule della diocesi Pestana a Capaccio vecchia, lo stesso Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo.”. Dunque, Ebner fa notare il dubbio del Balducci (….), che pubblicò il documento cavense CDC, I, 179 del 950 in cui il principe longobardo di Salerno Gisulfo I donò a Giovanni, suo confessore, abate di “un’abbazia benedettina di Salerno”, la chiesetta “una golena di terra pertinenza del fisco in vocabolo ‘due’ (sic) ‘flumina’, comprendente parte dello stesso abitato di Velia.“. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: “Dopo diversi vani tentativi di portare in Oriente via mare le reliquie, queste vennero trasportate dal vescovo Giovanni a Capaccio e da qui, per volere del principe Gisulfo I, a Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “Intanto Giovanni (3), “qui illo in tempore sancte sedis pestane presulatum tenebat”, venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, fattosi consegnare le reliquie le trasferì nella chiesa di Capaccio (4).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (3), postillava che: “(3) E’ il ‘presul sancte sedis pestane del CDC, I, 179, a. 957, p. 253, che trasportò i sacri resti non nella basilica di Paestum (è stata illustrata da G. De Rosa (La chiesa della SS. Annunziata a Paestum) in “Rivista di studi salernitani” (Salerno, 2, 1968), ma nella cattedrale del ‘castrum caput aquis ( o acquae), odierno Capaccio vecchio, dopo l’abbandono della città delle rose oltre che per le incursioni saraceniche per l’infierire della malaria.”. Nel 1083, il vescovo di Capaccio, diventata sede della Diocesi Pestana era Giovanni. Sulla chiesetta a Velia in questione, i diplomi di cui si parla sono citati nella nota (71), a p. 27, di Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, dove postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a pp. 114-115 riferendosi al periodo successivo alla presa di Salerno e la caduta di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “V. Il Guiscardo, impadronitosi poi del principato e spodestato il feroce Guaimario ebbe sottomesso tutto il Cilento tenendolo direttamente nel suo dominio meno Castellabate ed Agropoli, che egli aveva confermati rispettivamente alla Badia di Cava ed al vescovo di Capaccio. A suo rappresentante nel Cilento e per il governo di esso vi mandava un viceconte, che era nel 1083 un tale Boso.”. Dunque, il Mazziotti racconta che Roberto il Guiscardo aveva sottomesso tutto il Cilento, tranne Castellabate ed Agropoli che aveva concesso all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni ed al vescovo di Capaccio. Su Giovanni, vescovo Pestano, da cui dipendeva la piccola chisetta dove il monaco Attanasio aveva traslato le spoglie di S. Matteo, ha scritto Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: “La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore.”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia…..Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”. Sulla chiesetta “ad duo flumina”, che dipendeva dal vescovo pestano Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).“. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Diciamo subito che questi autori si riferiscono alla chiesetta di S. Matteo, ‘sub arce’ di Capaccio, non alla chiesetta “ad duo flumina” di Casalicchio dove furono traslate le ossa di S. Matteo. Su questa chiesetta, che riguarda anche il vescovo Giovanni, Barbara Visentin, però si esprime a riguardo ma non è esplicita nel negare la notizia di Gisulfo II. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689).”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Il Venereo la ricorda come ‘l’ecclesia parrocchialis S. Mathei ad duo flumina in Lucania….matrix oppidi Casalicii, olim etc…, cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 231, 434 e talvolta la confonde con la cappella di S. Matteo ‘sub arce’ di Capaccio, cfr. Venereo, Dict., vol. I, p. 183; vol. II, pp. 434, 491. Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi madievali degli atti di S. Matteo etc…, cit., p. 49 confonde le due cappelle di S. Matteo, scrivendo: “La chiesa (nella quale il monaco Attanasio pose la reliquia di san Matteo nel 954) era nella contrada “ad duo flumina”…..pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. Dunque, la Visentin, fa notare che a Capaccio vi era una cappella “subarce” di S. Matteo che fu donata da Gisulfo I, come è stato scritto all’inizio, all’abate Giovanni del monastero salernitano di S. Benedetto. La Visentin scriveva che l’Atenolfi si sbagliava quando credeva che la chiesetta fosse: “…pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. La Visentin accenna alla trasformazione del titolo della cappella e scrive: “…là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. La Visentin fa notare che l’Atenolfi la confuse con la cappella dove il monaco Attanasio traslò le spoglie di S. Matteo che, non si trovava a Capaccio ma si trovava a Casalicchio. Dunque, la Visentin fa notare ciò che scrisse l’Atenolfo che confuse le due distinte cappelle. Barbara Visentin, non dice nulla di questa “…abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. Questa abbazia citata dall’Atenolfi, egli a p. 49, nella nota (217) postillava che: “(217) Codice Diplom. Cavense. I. 232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Dunque, l’Atenolfi scriveva del documento “(217) Codice Diplom. Cavense. (CDC), I. 232 a. 950).”, mentre il documento della donazione di Gisulfo I è dell’anno 950, ma è : “CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus.”. Del vescovo o abate di S. Benedetto, Giovanni citato nel Diploma di Gisulfo I ha scritto anche Antonio Balducci (….), “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” (in Rassegna Storica Salernitana, 1968-1969). Balducci, a p. 32, in proposito scriveva che: “Questo Giovanni non va confuso con l’omonimo abate Giovanni, fondatore di un monastero a Salerno, cui Gisulfo I nel 950 donò alcune terre “sacri palatii” in Lucania (34), che non era abate di S. Massimo, come scrisse lo Schipa (35); potrebbe invece identificarsi con l’altro Giovanni abate di S. Benedetto (forse successore del nostro) che, secondo l’arcivescovo Marsili-Colonna (36), fu a capo della delegazione inviata dal principe Gisulfo, nel 954, al vescovo di Pesto per ottenere le reliquie di S. Matteo a Salerno. Invece pare che E. Pontieri (37) confonda appunto Giovanni, autore della vita di Odone con l’altro della donazione di Gisulfo del 950.”. Balducci, a p. 32, nella nota (34) postillava: “(34) Cfr. Di Meo, op. cit., V, 317; Paesano, I, 58; CDC, I, 232.”. Balducci, a p. 32, nella nota (35) postillava: “(35) Storia del Principato Longobardo in “Archivio Storico Napol. XII (1887) doc. n. 17 e Bartoloni-Pratesi, I docum. originali dei Principi Longobardi, Roma, 1956, tav. IV”. Balducci, a p. 32, nella nota (36) postillava: “(36) M.A. Marsili-Colonna, Constitutiones, et Neapoli, 1580; A. Acocella, La Traslazione di S. Matteo, Salerno, 1954, p. 23”. Balducci, a p. 32, nella nota (37) postillava: “(37) Pontieri, op. cit., p. 67, n. 8”. Balducci si riferiva ad Ernesto Pontieri (…..), ed al suo ……Infatti, Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 23, in proposito così si esprimeva: “Documentati invece sono l’esistenza e il nome, in quegli anni, di Giovanni “presul sancte sedis pestane” (22). Il vescovo di Paestum – deserta ormai l’antica città – aveva l’abituale residenza nel vicino ‘Castrum’ di “Caput Aquis” (o “Caput aquae”; Capaccio antica) dove c’era la chiesa, forse pro-cattedrale, di Santa Maria (23). Disse il Di Meo di non aver da altra fonte notizie di Giovanni, abate di san Benedetto. – Ma l’aggiunta: “di san Benedetto” è del Colonna; e pertanto l’abate Giovanni può identificarsi in quel Giovanni abate (detto, nel documento, “padre nostro”) al cui monastero, da poco fondato in Salerno, il principe Gisulfo I fece nel novembre 950 una donazione di terra demaniale, “quae est hiscla ubi due flumina dicitur acto lucaniano”, con la chiesa di santa Maria (24): proprio nei pressi della località in cui di lì a qualche anno avverrà il ritrovamento.”. L’Acocella, a p. 22, nella nota (21), postillava che: “(21) Cfr. ad esempio D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e ssg.; G. Racioppi, op. cit., II, p. 98, 99, n. 2; G. Senatore, La cappella di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento, Salerno, 1895, p. 9 e sgg. e 24; M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, 1904, p. 43 sgg.; C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti etc., Salerno, 1923, p. 177, sgg.”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (22), postillava che: “(22) Cod. Dipl. Cav., I, p. 253, sgg. (a. 957).”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (23), postillava che: “(23) C.D.C., II, 263 sgg. (a. 989).”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (24), postillava che: “(24) CDC, I, 232.”. E’ interessante ciò che scrisse l’Acocella quando dice che: “Disse il Di Meo di non aver da altra fonte notizie di Giovanni, abate di san Benedetto.” e aggiunge che: “Ma l’aggiunta: “di san Benedetto” è del Colonna;”. Infatti, il Di Meo, a p. 337, aggiunge che: “3. ….e di incerta fede; Si dice Abbate di S. Benedetto ‘Giovanni’. Questo non possiamo rifiutarlo, benchè altronde non ne abbiamo notizia. L’Annalista di questo Monistero ce ne diede tutti i Prepositi, e poi gli Abbati.”. Dunque, l’Acocella scriveva che il Di Meo aggiungeva nella sua frase “Giovanni, abate” di san Benedetto perchè questa cosa l’aveva scritta il cardinale Marsili-Colonna. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nel suo “Annali Critici-diplomatici del Regno di Napoli dalla mezzana età etc…”, nel vol. V parlando dell’“Anno di Cristo 950, Ind. VIII, F”, a p. 337, in proposito scriveva che: “Alla nuova alba, il Vescovo postosi sulle spalle il santo Corpo lo portò ‘ad Castrum, cui ‘Caput Aquea’ (Capaccio) nomen erat; ed accorso tutto il popolo, fu riposto nella Chiesa di S. Maria, ‘in qua et Episcopalis Cathedra constituta erat’ (quivi di già trasferita da Pesto). A tal notizia il Principe Gisolfo spedì con due lettere a Capaccio Giovanni, Abbate di S. Benedetto di Salerno, ed altri con esso, ordinando, che il S. Corpo dovesse trasferirsi a Salerno.”.
Nel 966, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, Ermerico, suo preposto che nel 966 fuggì per l’attacco dei Saraceni
Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna” che, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3). Etc…”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Dunque, il Carucci scriveva che queste notizie intorno al monaco Ermerico, provenivano dal chronicon medievale ‘Chronicon cavense’ che egli dice di dubbia autorità. Dunque, scondo il documento del 966, che cita il Carucci, Ermerico era stato preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Carucci riporta la notizia che, nel 966 (notizia tratta dal Chronicon Cavense), Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis (dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), fuggì e andò a fondare un monastero nella valle Metelliana. Sul monaco “Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis”, Pietro Ebner riporta una notizia. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 151, in proposito scriveva che: “Della chiesa di S. Pietro di Cannicchio, donata al monastero italo-greco di S. Magno (S. Mango) dai principi Giovanni e Guaimario, è notizia da un documento del 994 (v. oltre).”. Secondo il ‘Chronicon Cavense’ del Pratilli, il monastero di S. Mauro in Centulis, fu distrutto dai Saraceni e subito dopo, il suo preposto, Ermerico, nel 966 “ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola avanza delle ipotesi circa le origini di questo antico Monastero. Francesco Barra (…), a p. 69, riferendosi sempre all’Abbazia di S. Maria di Centola e all’antico documento dell’anno 1086 (di cui parlerò in seguito) citato dall’Antonini a p. 387, in proposito scriveva che: “Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione….etc…” e fin quì fa riferimento al documento del 1086, e proseguendo scriveva che: “….e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Barra, sulla scorta del Chronicon Cavense credeva che nel 966 o subito dopo il monastero benedettino di Centola fu rifondato sulle rovine del precedente monastero o cenobio basiliano di “S. Benedetto in Centulis”, monastero dipendente dal monastero di S. Benedetto di Salerno e di cui fu preposto Ermerico. Dunque, il monastero di cui era preposto Ermerico erano le “Cellae” di S. Mauro in Centulis che dipendeva dal monastero di S. Benedetto di Salerno. Barra, a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16) E’ questa una questione ancora tutta da approfondire. Ricordiamo solo che sui monti tra Cava e Salerno, secondo il ‘Chronicon Cavense’ (tuttavia di dubbia autorità) si rifugiò nel 966 con i suoi monaci “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente” (A. Di Meo, ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23; etc…”. Barra, in questo passaggio riferiva la notizia tratta dal “Chronicon Cavense” (cronicon apocrifo pubblicato dal Pratilli), che riferiva che, nel 966, il preposto del monastero di “S. Mauro in Centulis” (che era una dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), Ermerico, “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”….”fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Dunque, il Chronicon Cavense riferiva la notizia che a causa delle frequenti incursioni saracene, nell’anno 966 sui monti tra Cava e Salerno, insieme ai suoi compagni, si rifugiò il monaco “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Il Barra scrive che la notizia fu data dal Di Meo (…), nel suo ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23. Infatti, il Di Meo, nel tomo VII a p. 23, in proposito scriveva che: “Nè questo Monistero fu edificato dal Pr. Guaimario III. come credono quei dotti, ma sibbene molto prima di lui, col consenso del Pr. Gisolfo I. e di Gregorio Abb. di S. Benedetto di Salerno, fu edificato da Ermerico. Era costui Preposito del Monistero di ‘S. Mauro in Centulis’, ed essendo stato quel suo monistero distrutto da’ Saraceni; n’ edificò un altro in Metilliano della Cava nell’anno 966. come in quell’anno si disse. Nel 987 Leucio Etc…”.

Dunque, il Di Meo scriveva che il monastero di S. Benedetto di Salerno fu fondato da “Ermerico”, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Il Di Meo scriveva pure che il monastero di “S. Mauro in Centulis”, qualche tempo prima del 966, era stato distrutto dai Saraceni, forse Saraceni di Agropoli. Infatti, il Di Meo (….), nel vol. VI, a p. 35 in proposito scriveva che: “4. Segue a dire l’Annalista Salernitano, che Ermerico ‘Preposito del Monistero di S. Mauro’ in Centulis, distrutto da’ Saraceni, col consenso del principe Gisolfo,e del nostro Abbate, edificò etc…”. Barra, a p. 69, nella sua nota (16) continuava a postillare che: “(16) …..D. De’ Guidobaldi, ‘Affreschi della Trinità di Cava, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4; Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12). Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”. Barra postillava pure che: “Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16)…Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12).”. Infatti, Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a pp. 11-12, parlando delle origini dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava scriveva che: “L’origine dell’Abbazia della Trinità di Cava risale all’inizio dell’XI secolo. Un santo religioso nato a Salerno e formatosi a Cluny, di nome Adelferio o più comunemente ‘Alferio’ (Alferius) ne fu il vero fondatore e il primo abate (1011). Tuttavia, già prima di lui, dei pii solitari avevano abitato il luogo dove doveva fiorire il famoso monastero benedettino che ci occupa. Dell’abbazia di Montecassino, la più antica casa dell’ordine benedettino, sembrano essere partiti i primi abitanti della Cava (1), cioè la grotta di Metellianum (2).”. Il Guillaume, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451), è alle devastanti incursioni dei Saraceni che la S. Trinità di Cava dovrebbe la sua origine. Nell’incursione dell’anno 966, questi distrussero, al di là del ‘Silarus o Sele, non lontano da Paestum, il piccolo monastero di S. Mauro in Centulis (o Cellulis ?), che dipendeva da quello di S. Benedetto di Salerno. I pochi religiosi che sfuggirono al massacro si rifugiarono nei boschi e nelle montagne. Ermerico’, loro priore, col consenso dell’abate di S. Benedetto e del principe di Salerno Gisulfo I (933-77), si ritirò ai piedi del Monte Finestra, nella grotta di Metellianum e qui costruì una cella o monastero: “A. 966….Ermericus Praep. Cellae S. Mauri in Centulis a Saracenis destructae Cellam prope Salernum ad latus Fenestellae montis fecit cum Gisulfi et Abbatis nostri consensu”. (Op. cit., p. 415; cf. De Blasi, Chron., an. 966; Adinolfi, Stor. della Cava, p. 217, ecc..).”. Il Barra riporta anche la seguente notizia: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35). Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. L’ipotesi labile ma interessante del Barra sulle probabili origini dell’antico Monastero benedettino di ‘S. Maria in Centulis‘, andrebbe ulteriormente indagata. Giuseppe Pesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia della chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 73 riporta la notizia: “…fra questi Giovanni di Salerno…Fu sotto il governo di un tal Prelato, ch’ebbe la prima origine il celebre Monistero della SS. Trinità di Cava. Ermerico già Preposto del Cenobio di s. Mauro in Centulis, distrutto dalle irruzioni dei Saraceni tal sacro stabilimento, recossi in Salerno e “col consenso del Principe Gisolfo e del nostro Abbate (scrive l’Annalista Salernitano) etc…”. Dunque, il Pesano riporta la notizia sulla scorta dell’“Annalista Salernitano”, cronista dell’epoca che viene detto anche “Chronicon Cavense”, che fu pubblicato dal Pratilli. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’. Inoltre, Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), riguardo l’ipotesi che si potesse trattare del monastero di ‘S. Maria in Centulis’ postillava e ci ricorda che: “Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI)….”. Infatti, Paul Guillaume (…), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. LXXXVI, in Appendice, nell’elenco troviamo scritto: “E. s. Maur in ‘Planula’, pr. Salerne, (anno)….1187 (De Meo, anno 1187, 4).”. Dunque, secondo la storia di S. Mauro, casale del Cilento, vi era un eremo “Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C.”.
Nel 1052, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, e Lorenzo preposto che fu ucciso in una attacco dei Saraceni
Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito scriveva che: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”.
Nel 1011, S. Alferio fondò l’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni (zio di Pietro da Salerno)
Da Wikipedia leggiamo che Alferio (Salerno, 930 – Cava de’ Tirreni, 12 aprile 1050) è ricordato come il fondatore della Badia di Cava ed è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Nacque da una nobile famiglia longobarda nella seconda metà del X secolo. È considerata dubbia la notizia, ricavata da fonti tarde, circa la sua appartenenza alla nobile famiglia longobarda dei Pappacarbone, imparentata con i Principi di Salerno. Fin dalla gioventù si era posto al servizio dei Principi longobardi che dominavano la regione fin dal secolo VII. Alferio, nell’anno 1002, fu inviato quale ambasciatore del suo principe presso l’imperatore Enrico II per sollecitare aiuti militari contro i Bizantini che minacciavano i confini del Principato di Salerno. Giunto alle Alpi si ammalò gravemente e chiese ospitalità nel monastero di Chiusa di San Michele; fece voto che, se fosse guarito, avrebbe rinunciato alla carriera diplomatica e si sarebbe fatto religioso benedettino. Guarì e adempì al voto vestendo l’abito di San Benedetto da Norcia, nella grande Abbazia di Cluny in Francia. Alferio, ottenuta la guarigione, aveva chiesto all’abate di Cluny Sant’Odilone, che era di passaggio da San Michele, di accoglierlo fra i suoi monaci. In quell’ambiente Alferio fu anche consacrato sacerdote. Dopo alcuni anni però il principe Guaimario III di Salerno lo richiamò a Salerno per riformare i molti monasteri di quella città. Alferio si accinse all’opera ma dopo un certo tempo, sentendosi attratto da una vita di solitudine, abbandonò segretamente Salerno e si rifugiò nella grotta Arsicia, alle falde del monte Finestra oggi nel comune di Cava de’ Tirreni. Qui, con due compagni, si diede totalmente alla preghiera, alla penitenza e al lavoro manuale. Ben presto la fama della sua santità si diffuse nei paesi circostanti e cominciarono ad affluire discepoli desiderosi di seguire il suo esempio e gente di ogni ceto in cerca di consigli e di soccorso. Si impose allora la necessità di costruire un monastero sufficiente per una dozzina di religiosi. In seguito alla famosa visione dei tre raggi, tramandata dalla tradizione orale popolare, ma non confermata da documenti storici coevi, iniziò la costruzione del monastero e della chiesa nello spazio angusto tra il fiumicello Selano e la grotta Arsicia. Sorse, così, la Badia di Cava che Alferio dedicò alla Santissima Trinità. Era l’anno 1011 secondo alcune fonti o, forse, qualche anno più tardi. Comunque nell’Archivio Cavense si conserva il primo diploma di donazione del 1025, con il quale i principi di Salerno Guaimario III e Guaimario IV concedono in proprietà al monastero, ormai in piena efficienza, la fascia terriera comprendente la Grotta Arsicia e l’ampia zona sovrastante su cui poi sorse l’attuale Corpo di Cava. Fra i suoi discepoli si ricordano Leone, che gli succederà nel governo del monastero, e Desiderio di Benevento che poi divenne Abate del Monastero di Montecassino e quindi Papa col nome di Vittore III. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3). Ivi a menare vita rigida e austera si ritirò nel 988 un religioso chiamato Liutius (4) e pochi anni più tardi, nel 1006, S. Alferio della nobile famiglia salernitana Pappacarbone, per opera del quale l’ospizio divenne abbazia, e S. Alferio, nominato abbate, costruì nel 1019 il celebre tempio, che dedicò alla SS. Trinità (5).”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense’ pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Carucci, a p. 180, nella nota (5) postillava: “(5) Paesano, I, pag. 87 – S. Alferio fu dal principe Guaimario mandato in Germania per trattare vari negozi coll’imperatore. Ammalatosi nel traversare la Francia, si fermò nel celebre monastero di Cluny, dove vestì l’abito nero di S. Benedetto e fu fatto sacerdote. Ivi apprese la rigorosa disciplina, le regole e le costituzioni diquei religiosi, e quando poi, tornato a Salerno, si ritirò nella grotta della valle metelliana e fondò l’ospizio, raccolti non poci religiosi, impose la disciplina e le regole cluniacensi. V. Venusino, Vit. SS. Pat. Cavens. ap. Mobillon, Acta SS. ord. Bened. VIII, 640. I particolari della vita di S. Alferio (1011-1050) e degli abati che gli successero nel cenobio cavense (nel periodo normanno: S. Leone, 1050-1079; S. Pietro Pappacarbone, 1079-1122; etc…V. Guillaume, Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a pp. 11-12, parlando delle origini dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava scriveva che: “L’origine dell’Abbazia della Trinità di Cava risale all’inizio dell’XI secolo. Un santo religioso nato a Salerno e formatosi a Cluny, di nome Adelferio o più comunemente ‘Alferio’ (Alferius) ne fu il vero fondatore e il primo abate (1011). Tuttavia, già prima di lui, dei pii solitari avevano abitato il luogo dove doveva fiorire il famoso monastero benedettino che ci occupa. Dell’abbazia di Montecassino, la più antica casa dell’ordine benedettino, sembrano essere partiti i primi abitanti della Cava (1), cioè la grotta di Metellianum (2).”. Il Guillaume, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451), è alle devastanti incursioni dei Saraceni che la S. Trinità di Cava dovrebbe la sua origine. Nell’incursione dell’anno 966, questi distrussero, al di là del ‘Silarus o Sele, non lontano da Paestum, il piccolo monastero di S. Mauro in Centulis (o Cellulis ?), che dipendeva da quello di S. Benedetto di Salerno.”.
Nel 1033, il monastero benedettino e la chiesa dal titolo “Obedientia Sanctae Catarinae'”, in località “Pantana” (nei pressi di Caprioli)
Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, rferendosi alla distruzione di Molpa e di Pisciotta causata da una incursione dei Corsari d’Africa nel 1464, di cui cita la relazione del Ferrino (….), in proposito scriveva che: “Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Dunque, il barone Giuseppe Antonini parlando di Pisciotta cita un documento dell’anno 1033. L’Antonini scriveva che in una carta del 1033 veniva menzionato un piccolo monastero di Benedettini “colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti. In località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare) vi era un tempo (a. 1033) un piccolo monastero con la chiesa di S. Caterina (S. Caterina santa greca) nota come “obedientia Sanctae Caterinae”. Riguardo la relazione del Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Dunque, secondo la Relazione del notaio Giovanni Antonio Ferrigno (….), originario di Pisciotta, citato dall’Antonini, un documento dell’anno 1033 menzionava la “Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”, che si trovava alla Molpa “in località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare)”, che Ebner chiama “La Panta”. La chiesa ed il piccolo monastero di Benedettini si trovava non molto distante e nel territorio della Molpa che, fino all’anno della sua completa distruzione, 1464, esisteva come piccolo casale e possedeva anche la terra di Pisciotta. Sul titolo alla chiesa dedicata a Santa Caterina, Ebner, a p. 172, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, nel caso dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. Ebner, riguardo questo documento del 1033 citato dall’Antonini, in proposito nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, ecc…”. Ebner parlando dell’antico Monastero di Benedettini e della sua chiesa dedicata a S. Caterina, in proposito scriveva che: “dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. Anche per questa chiesa che, secondo l’Antonini veniva citata in un documento del 1033, si tratta di una “Ecclesiam Obedientiae”. Sulla località detta “La Pantana”, presso la Molpa dirò in seguito. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola”, a p. 48, dove riferendosi alla carta d’epoca Aragonese da me scoperta e conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, in proposito scriveva che: “….approssimativamente, che la riva interna dell’antica laguna. Di questa restano oggi solo le tracce toponomastiche nei nomi delle contrade Pantano, Lacci e Lago, evidenti derivazioni dal latino ‘lacus’ (70), nonchè nel toponimo, ancor più esplicito, di “Mare Morto”. Dopo il “Promontorio Pissunto”, la carta evidenzia “Pissunta” ecc…”. Il Barra, a p. 48, nella sua nota (70) postillava che: “(70) L’Antonini (La Lucania, vol. I, p. 331) ricorda che “nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio e mezzo dal mar lontano, era un picciol monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del 1033 ‘Obedientia Sanctae Caterina’”, forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”. Dunque, secondo il Barra, la chiesa di S. Caterina (che in una donazione del 1033 era chiamata “Obedientia Sancti Caterina”) ed il “picciol monistero di Benedettini” doveva essere dipendente o una grancia della vicina Abbazia Benedettina di S. Mauro (oggi un casale detto San Mauro La Bruca). Sull’Abbazia di San Mauro ho fatto un doveroso approfondimento. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, parlando di S. Mauro La Bruca, a pp. 566-567, in proposito scriveva che: “Nessun documento, finora, però, mostra la sicura esistenza di un cenobio in quel luogo e in quei tempi, specialmente se si esclude che il toponimo in parola possa identificarsi nell’omonimo complesso monastico di cui si legge nella donazione all’abbazia cavense del signore di Novi nel 1104, confermata da un successore nel 1186. Nel qual caso cadrebbe anche l’altra interessante ipotesi tendente a vedere appunto in questo di S. Mauro il “vicino” cenobio che l’egùmeno di S. Nazario avrebbe voluto affidare (Bios, 26) a S. Nilo “subito dopo averlo consacrato a Dio con la confessione”……Le prime sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Mlata dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211…..Arminia Carrafa, figlia di Giacomo. Quest’ultimo, in occasione del matrimonio della figliuola le promise come dote i casali di S. Severino di Camerota, S. Mauro e S. Martino (10). Feudi e giurisdizioni di cui fu investito alla morte del padre Ferrante il figliuolo Arminio (a. 1533). Nei repertori (11) è notizia della permuta intervenuta nel 1570 tra il duca di Monteleone e il suo segretario G. Battista Farao di S. Mauro con Abatemarco (v.)(12). Non meno interessanti le notizie dei Cedolari (13) ecc… La Platea dei Celstini di Novi (n. 41) ci informa della vendita avvenuta nel 1353 da parte di Notare Lotterio e di notare Nicola di S. Mauro di ua chiusa di quel casale “ubi dicitur Maurogentilio”, mentre il polittico di S. Barbara di un tel “magister Franciscus de Santo Mauro”. L’Antonini (p. 333) nel confermare l’appartenenza di S. Mauro la Bruca all’Ordine di Malta, così affermava: “Lontano dal corso di questo fiume (Melpi e Rubicante) sulla dritta due miglia, e quattro da Pisciotta, su di un’ennesima collina, trovasi S. Mauro della Bruca, chiamato così a differenza d’altri, che vi sono di questo stesso nome. Appartiene la Terra con Rodio alla Religion di Malta ecc…”. Sempre Ebner a p. 569 scriveva che: “L’11 giugno del 1679 Domenico Tomeo di Castinatelli estinse un debito contratto con il parroco Giacomo Rocca della chiesa di S. Eufemia di S. Mauro “cappelle Sancti Nicolai sitae in territorium feudi Molpae in loco non cupato S. Nicola”. Su Wikipedia leggiamo che Caprioli si trova sulla costa tirrenica, lungo la SS 447. Caprioli è una frazione del comune di Pisciotta, in provincia di Salerno. Dista circa 5 km da Pisciotta e da Palinuro. Il paese è composto dalle contrade di “Valle di Marco” (dov’è la stazione e il celebre Cenotafio di Palinuro, Caprioli “C”, “Fornace” (sempre sul litorale), “Santa Caterina” (in collina, sulla provinciale per San Mauro la Bruca e Futani), “Villa Verde” (dove si può ammirare il golfo di Palinuro) e “Pedali”, dove si trova una sorgente d’acqua. Sulle chiese “Obedientiae”, ossia “dipendenze” ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Ecc..“. Riguardo, invece, alle origini Benedettine, ipotesi dell’Antonini, Germana Ottati (….), a p. 25 opinava che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”. La Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, ci parla di questo documento citato dall’Antonini e a p. 18 parlando di Caprioli, in proposito scriveva che: “Una terza teoria, infine, è quella che ipotizza la presenza in loco di un antico cenobio basiliano, di cui tuttavia, non sono state rinvenute tracce materiali.”. La Ottati, a p. 23, in proposito scriveva che: “L’attuale chiesa parrocchiale di Caprioli è dedicata a S. Caterina di Alessandria (d’Egitto). Il culto è presente in zona almeno dal VII-VIII secolo, se è vera, come crediamo, l’ipotesi che sia stato portato qui dai monaci bizantini. Ma la prima attestazione la troviamo in un non ben chiaro documento del 1033 e, dopo secoli, in un vicino centro abitato – San Mauro la Bruca – compare per la prima volta una sua immagine, dipinta nel succorpo della chiesa di Sant’Eufemia, che era stata eretta verso la fine del XV secolo dai Cavalieri di Malta (titolari del feudo fin dalla seconda metà del XIII secolo (10) e consacrata nel 1511. La santa è raffigurante nell’affresco (11) del presbiterio ai piedi della croce, in posizione preminente rispetto a quelli laterali che ritraggono momenti del martirio di S. Eufemia.”. La Ottati, a p. 23, nella sua nota (10) postillava che: “(10) A. Pellettieri, Le città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio, Ed. Altrimedia, Roma, 2007”. Dunque, la Ottati, a p. 24, in proposito aggiungeva che: “Si potrebbe dunque arguire che il culto della santa sia giunto a Caprioli per merito dei Cavalieri di Malta, titolari del limitrofo feudo di San Mauro la Bruca e Rodio. In realtà queste contingenze vanno considerate in confluenza di altri elementi più antichi che ci rimandano ai monaci basiliani.”. Sull’antico documento del 1033, citato dall’Antonini, la Ottati, a p. 26 e sgg, aggiunge che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati. Più precisamente, non un monastero ma una struttura religiosa che ricadeva nell’ambito di quella, quindi propriamente una ‘grancia’, con le sue pertinenze, che l’Antonini, per coerenza, avendo parlato di un monastero benedettino, riporta con il termine di ‘obedientia’.”. La Ottati a p. 26 scriveva pure che: “Se prendiamo in considerazione la data del 1033 unitamente agli elementi connessi riportati dall’Antonini, e li interpretiamo alla luce di quanto accennato sopra, allora possiamo arguire che la grancia fu legata alla badia di San Pietro di Licusati fin dal primo costituirsi di questa come struttura monastica preminente, indubbiamente grazie alla generosa quanto interessata politica condotta dai principi longobardi di Salerno.”. Sempre la Ottati, a p. 29, riferendosi all’Abbazia di San Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “….Cilento e alla Molpa. Nell’ambito di quest’ultimo territorio rientrava la chiesa di Santa Caterina con le sue pertinenze, che indirettamente troviamo documentata per la prima volta nella citata platea del 1480 (23) e che seguì le sorti dell’antico cenobio.”. La Ottati, a p. 29, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner Pietro, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, in Studi sul Cilento, op. cit., Vol. II, pp. 217-33.”. Infatti, Pietro Ebner scoprì nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania una platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Ottati, a p. 29 scriveva che: “Che cosa era accaduto per cui questo si preoccupò di redigere un inventario di tutti i suoi beni? L’avvenimento più prossimo degli anni precedenti, era stata la distruzione di Molpa, l’antica città che sorgeva sull’omonima collina attigua al Capo Palinuro, tra le foci del Lambro e del Mingardo, che cadde l’11 giugno 1464.”. La Ottati, a p. 30 scriveva pure che: “La badia allora, anche in considerazione delle facili usurpazioni che i signorotti locali usavano fare ai danni dei beni eccllesiastici in simili contingenze, nel 1480 fece redigere l’inventario, una platea (“confecta in anno 1480”)(26) dei beni i quali sono per lo più gli stessi che saranno riportati nella successiva del 1613, nella quale la prima è richiamata più volte. E, nello specifico, apprendiamo dell’esistenza di una chiesa di S. Caterina, ‘grancia’ (dipendenza) della badia di San Pietro di Licusati, che nel 1480 possedeva gli stessi beni che avrà ancora nel 1613: in questa platea, infatti, è chiaramente riportato: “Beni che possiede la venerabile abbazia di San Pietro di Licusati nella Terra della Molpa, lì dove è denominato Santa Caterina (come risulta dal vecchio inventario) al foglio 148, e sono nello specifico: anzitutto una Cappella chiamata S. Caterina quale è grancia di detta Abbazia, quale tiene un territorio che confina con li sottoscritti fini, videlicet, confina con il fiume detto di S. Caterina, con la cima di Monti detti la Pietra del Corvo con il Territorio della Molpa detto lo tenimento della Fustella, con il loco detto la Battaglia, confina con l’Ayra di Spirito con la via pubblica et va al casale olim detto Buragano e si congiunge con detto fiume di S. Caterina, fra li quali confini stanno situati li detti beni redditizi a detta Abbazia dagli homini di Pisciotta et altri (27).”. La Ottati, a p. 30, nella sua nota (26) postillava che: “(26) P. Ebner, Dimensione fondiaria, op. cit., p. 217.”. La Ottati, a p. 30 prosegue il suo racconto analizzando i toponimi citati nella Platea del 1613 pubblicata da Ebner e cita anche la mappa Aragonese da me scoperta presso l’Archivio di Stato di Napoli. Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, a pp. 39-40 in proposito scriveva che: “Dopo appena un ventennio dai disastrosi saccheggi dei pirati turchi, la chiesa di Santa Caterina, con le sue pertinenze (le stesse del 1480), continuerà e seguirà le sorti della badia di San Pietro Licusati, la quale nel 1564 era stata aggregata alla cappella del Presepe della basilica di S. Pietro a Roma con la bolla del papa Pio VI………Tra queste, per quanto ci riguarda, abbiamo già osservato, vi erano alcune terre nel territorio della Molpa che costituivano la ‘grancia di Santa Caterina’, che facevano capo alla chiesa omonima e che vengono elencate nella nuova platea del 1613. Qui, però, la chiesa ci appare riportata non attigua al fiume, come invece indicato nella cartina del Quattrocento, di cui abbiamo detto sopra: tanto, perchè sembra di poter leggere in quel “tiene un territorio che confina…..con il fiume detto di S. Caterina” che fosse il territorio, e non la chiesa a confinare col detto fiume. In realtà, la descrizione dei confini ci dice indirettamente che non vi era più l’abitato de ‘la Pantana’, avvalorando l’ipotesi del suo definitivo abbandono nel 1552, ma al contempo corrisponde con estrema precisione alla topografia odierna.”. La Ottati, a p. 41 scriveva pure che: “La cappella rimase sempre di piccole dimensioni, marginale, per la quale non abbiamo le visite pastorali né altri documenti, in quanto fece sempre parte della badia di San Pietro di Licusati, quindi esente dai vescovi di Capaccio per i quali si conservano gli atti nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Apprendiamo da una nota del Giustiniani che, ancora a fine Settecento, era soggetta all’abate di San Nazario il quale esercitava la giurisdizione episcopale su un ampio territorio nella qualità di vicario pro tempore del Capitolo della basilica romana di San Pietro (47) (sarebbe una fortuna se in questo archivio fossero conservati documenti, sfuggiti all’usura del tempo e all’incuria degli uomini, che fanno riferimento alla nostra chiesa!). E questo fino all’eversione della feudalità e alla soppressione dei monasteri avvenute nel periodo francese. Risulta invece nel catasto provvisorio del 1815, detta ancora semplicemente “cappella di S. Caterina”, rientrante già nell’ambito del territorio del Comune di Pisciotta, ubicata nella località allora detta ‘Catiello’ (48).”. La Ottati, a p. 41, nella sua nota (47) postillava che: “(47) L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, vol. VIII, p. 199; cfr. anche Ebner, Dimensione fondiaria di ….., op. cit., p. 218”.
Nel 1067, Pietro da Salerno viene nominato Abate dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 332-333, parlando di Policastro Bussentino, in proposito alla ricostruita Diocesi Bussentina scriveva che: “Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro da Salerno congiunto della famiglia principesca e amico di Stefano IX, durò appena qualche mese, per l’intervenuta rinuncia del futuro grande abate cavense. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 380, in proposito scriveva che: “Contrariamente a quanto si è detto e si crede (9), la rinuncia al vescovado di Policasto da parte di Pietro precede senz’altro la sua nomina a coadiutore di S. Leone. Il Venusino è più che esplicito a riguardo (10) e i dati archivistici pare che lo confermino. Il ritorno di Pietro a Cava, pertanto, non può essere collocato oltre l’aprile del 1067. S. Leone, a conoscenza dei disegni di riforma monastica di Pietro, volle dargli mano libera ritirandosi nel piccolo cenobio di S. Leone nel 1063. Ma i monaci si mostrarono subito ostili al designato successore, frapponendo ogni sorta di ostacoli alle sue attese, alle sue rinuncie, ai suoi propositi, fino a determinare una vera e propria levata di scudi contro di lui, per cui l’affrettato ritorno di S. Leone a Cava e la partenza di Pietro, amareggiato e deluso, per Cilento.”. Pietro Ebner, a p. 380, nella sua nota (9) postillava che: “(9) P. Ebner, Pietro da Salerno, cit., p. 19 sgg.”. Pietro Ebner, a p. 380, nella sua nota (10) postillava che: “(10) “Ubi iam cum doctus scriba in regno celorum magne opinionis haberetur etc….”. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “La veridicità della notizia della nomina vescovile è indubbia, e l’identificazione del monaco cavense con il Pietro cui si riferisce il documento relativo alla nomina vescovile alla cattedra di Policastro (una lettera, sulla cui autenticità gli studiosi hanno lungamente dibattuto; la copia più antica, del XII sec., è conservata nel ms. vat. Patetta 1621) risale già al XVIII secolo. La cronologia di tale nomina costituisce però una questione storiografica. Nel 1079 – la data riportata dalla lettera – Pietro risulta da altre fonti (cfr. infra) già essere stato designato abate di Cava da un anno, e di ciò non si fa menzione nel testo. Ritenendosi poco probabile un doppio incarico, la lettera è stata spesso interpretata come un falso, pur se esemplato sull’originale (o come la copia di un falso originale secondo Maria Galante). Recentemente Biagio Moliterni ha sostenuto che il Pietro a cui si riferisce la copia della lettera del 1079 potrebbe essere stato un omonimo vescovo di Policastro successore di Pietro: se così fosse non risulterebbe più inverosimile la datazione al 1079.”. Dunque, la probabile datazione della nomina di Pietro a vescovo di Policastro all’anno 1067 proposta da Pietro Ebner è da ritenersi valida e, secondo quanto leggiamo dalla Treccani on-line, la datazione all’anno 1079 proposta dal Laudisio della nomina di Pietro a vescovo di Policastro perchè quest’anno è la datazione della “bolla di Alfano I”, ovvero della lettera con cui Alfano I annunciava ai Policastresi la nomina di Pietro. La Treccani scrive che: “La cronologia di tale nomina costituisce però una questione storiografica. Nel 1079 – la data riportata dalla lettera – Pietro risulta da altre fonti (cfr. infra) già essere stato designato abate di Cava da un anno, e di ciò non si fa menzione nel testo. Ecc..”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, riferendosi a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che: “Ma, dopo tre anni di vita pastorale a Policastro, assetato di vita contemplativa, nel 1082 si ritirò nel monastero di Cava e successe alla reggenza dell’Abate Leone. Di lì passò al Monastero di Pedifumo, dove morì nel 1123, all’età di 80 anni.”. Dunque, come si è visto, la datazione proposta dal Cataldo molto probabilmente è errata. Infatti, dalla Treccani on-line leggiamo che: “Alla rinuncia all’episcopato di Policastro seguì per Pietro la responsabilità della guida dell’abbazia di Cava, affidatagli dall’abate Leone, che lasciò il cenobio indicandolo dunque come suo successore e ritirandosi presso la chiesa da lui fondata a Vietri in onore di S. Leone papa. Pietro impose subito ai monaci, abituati a un controllo meno rigido da parte di Leone, una più stretta disciplina. Secondo il biografo, fu per questo motivo che Pietro venne cacciato dai suoi stessi confratelli (Vitolo, 1985), e non per la volontà di plasmare la congregazione cavense a modello della cluniacense.”.
Nel……., Guglielmo I d’Altavilla e la Contea di Principato
Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: “Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Dunque, Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Il Fusco dunque, per la storia del Vallo di Diano citava il Codice Verginiano dove sono pubblicati oltre 6000 documenti conservati all’Abbazia di Montevergine che come sappiamo aveva acquistato buona parte dei possedimenti e dei beni della chiesa del Vallo di Diano. Fra questi documenti, la gran parte riguardano documenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che in queste terre ebbe un ruolo fondamentale e possedeva tantissimi monasteri e grangie. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana a seguito della venuta dei Normanni con Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare sempre più vaste terre alla chiesa salernitana (29) tantochè il primo agosto del 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli poi, a Salerno, e nella riunione plenaria di vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure nel 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30).”. Pietro Ebner (…), a p. 89, nella sua nota (29), postilava che: “(29) La notizia è nel ‘De regno Italiae’ di C. Sigonio (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmun Tancredi ilium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae redditit”.”. Per le terre occupate, Schipa, ‘Storia’, p. 223. Non è da escludere che Guimondo dei Mulsi, tra le altre terre dei locali cenobi italo-greci, si fosse impadronito anche di quelle della Chiesa di Salerno esistenti a Laurito e non elencate forse per la loro entità in rapporto alle altre. Delle terre a Laurito è notizia dal CDC, I, 173, anno 947 (Laurito è detto “in finibus salernitanus”, e I 445 992 (Guglielmo, figlio del fu Ragiberto vende la quarta parte dei suoi beni “in loco Laurito” alla chiesa di S. Maria di Salerno di cui è abate il sacerdote Donnello per 24 tarì di oro) e I 450 anno 992 ecc…ecc..”. Nella stessa nota Ebner, continua l’elenco degli atti di donazione che riguardano la chiesa di Laurito e poi scrive ancora che: “Va precisato che le anzidette terre di Laurito non devono essere confuse con le selve a Laurito (zona di Eboli) concesse da Roberto nel 1080 alla Chiesa Salernitana, di cui vedi il diploma in Balducci, cit., I, p. 10. Per i Concili, vedi G. Crisci e A. Campagna, ‘Salerno sacra’, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Pietro Ebner (…), a p. 90, nella sua nota (30), postilava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa dai precedenti pontefici. Vedi L. E. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941, p. 33 sgg.”.
Nel 1066-67, fondazioni benedettine nel Cilento ?
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 387 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “4. Non è da escludere che Pietro da Salerno, dopo le negative esperienze vescovili e riformatrici, fosse stato indotto a raggiungere la serena oasi che era la tebaide di Cilento dal bisogno di meditare meglio sulle vie e sul modo di toccare ciò che il suo carattere riteneva fossero i suoi immediati obiettivi: la riforma monastica e la redenzione morale e materiale del popolo (37). Va ribadito, però, che è da escludere che nel territorio vi siano state fondazioni cenobitiche benedettine di Montecassino o di S. Vincenzo al Volturno, prima dell’arrivo (inverno 1066-1067) di Pietro da Salerno nel luogo. Il silenzio delle fonti è assoluto, nè può ritenersi attendibile (38) la notizia di cenobi nella zona dipendenti da S. Vincenzo al Volturno, come quello di Agropoli, di cui si legge nel falso ‘Chronicon cavense’ del Pratilli.”. Ebner, a p. 387, nella nota (37) postillava: “(37) P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in “Saggi in onore di L. Cassese”, Napoli, 1971, pp. 8, 10, 24, 26 e ssg.”. Ebner, a p. 387, nella nota (38) postillava: “(38) P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in “Saggi in onore di L. Cassese”, Napoli, 1971, Ibidem, p. 21, le notizie del ‘Chronicon del Pratilli verranno segnalate solo quando di esse è sicura conferma in altri documenti cavensi.”. Dunque, l’Ebner scriveva che prima dell’arrivo di Pietro da Salerno, cioè prima del 1067-68, nel territorio Cilentano è escluso che vi fossero fondazioni cenobitiche benedettine dipendenti da Montecassino e da San Vincenzo al Volturno. Ebner scriveva pure che “non può ritenersi attendibile” la notizia secondo cui, Agropoli dipendesse dal cenobio benedettino di S. Vincenzo al Volturno come vorrebbe il Chronicon cavense del Pratilli.
Nel 1067, i cenobi ed i monasteri nel basso Cilento
Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 388-389, in proposito scriveva che: “Poichè la presenza di Pietro da Salerno nel territorio può essere documetata solo a partire dal 1067 è da convenire che tutti i documenti afferenti ai cenobi ivi esistenti prima di quel tempo, poi trasportati e conservati a Cava, sono tutti da ascrivere ai numerosi italo-greci costruiti nel territorio, da cui alcuni fiorenti nel X secolo, quando nella Valle Metilliana non era ancora traccia d’insediamenti monastici, eccetto forse un ricordo del passaggio da colà di Elia di Castrogiovanni (monte S. Elia) e della temporanea dimora ivi del cassinese Liuzio (41).”. Ebner, a p. 388, nella sua nota (40) postillava che: “(40) ABC, Cod., n. 3, ad a. 1122.”. Ebner a p. 389, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Dopo la morte dell’abate cassinese Aligerno (949-986), i principi di Capua imposero come abate un loro congiunto, Mansone (986-996). Alcuni monaci preferirono abbandoare il cenobio. Tra essi ‘domnus etiam Liutius, de religiosoribus ac prioribus loci huius monachis unus’ (Chron. Cas., II, XII, Pertz, Mon. Germ., SS. VII 636; ma v. Leone D’Ostia, Chronicum etc…”.
Nel 1068, Pietro da Salerno, ed i monasteri benedettini del Cilento
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana a seguito della venuta dei Normanni con Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Tutto ciò era stato determinato dalla nuova politica del “sacro salernitano Palatio”, la politica di concessioni e privilegi alla chiesa di Salerno (arcivescovo Alfano) e all’Abbazia di Cava (S. Leone), oltre l’importante di Castellabate di Pietro da Salerno. Politica suggerita a Gisulfo dal monaco Ildebrando di Soana, salito poi al soglio pontificio nel 1073 (Gregorio VII). Oltre ad assottigliare sempre più il numero delle terre occupabili dai Normanni, i quali reagivano come si è visto, si sarebbe posto un valido freno all’ulteriore espansione del monachesimo italo-greco, specialmente nel Cilento. I monaci infatti costretti a subire incursioni e vessazioni, nonchè il passaggio delle loro terre ai Normanni, finirono per lasciare le antiche sedi, aiutati in questo anche dalla loro naturale tendenza irrequieta, o a chiedere protezione all’abate Pietro di Cava, assai venerato da Ruggero Borsa. Tuttavia questa decrescente loro presenza nel Cilento in età normanna non implica che il monachesimo greco si sia limitato, nel luogo, alla sola fase ascetica come si è sempre affermato. Affiorano sempre nuovi e più convincenti indizi di un’attiva loro diffusione per alcune forre e boschi della regione intorno all’anno Mille, come si è visto.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana a seguito della venuta dei Normanni con Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Del resto, se questi cenobi non fossero stati ancora numerosi e il ricordo della pietà e laboriosità attiva di quei monaci non fosse stata largamente diffusa nella regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16) non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini (31). A queste seguivano altre donazioni, quando Pietro, lasciato Perdifumo (a. 1073), assunse la direzione dell’Abbazia cavense (32); ancor più dopo il 1079, dopo la morte di S. Leone. La grande figura dell’abate Pietro induceva anche privati a donare beni all’abbazia: sull’esempio degli antichi principi e dei nuovi dominatori, le cui corti baronali, come quella dei de Màgnia di Novi, erano frequentate dai più intelligenti e accorti monaci cavensi. Dopo aver potenziato l’antico monastero di Perdifumo (diversi gli atti ivi stilati), l’abate Pietro potè iniziare la sua lungimirante azione tesa allo sgretolamento dell’eparchia monastica italo-greca del Cilento, ridimensionando il prestigio del noto e fiorente cenobio di S. Maria di Pattano. Il grande abate si proponeva a lungo termine di restituire l’intera regione a Roma e al rito latino. Certo è che Pietro da Salerno, insieme a Urbano II (34), influirono sulla politica di Ruggero Borsa, la cui venerazione per l’abate cavense è dimostrata da ben 27 diplomi di donazioni, di cui il riassunto è nel cavense C 25. Le terre ricevute consentirono a Pietro di porre le premesse per il potenziamento di Castellabate (S. Costabile, Amm. Cav., anno 1123) il cui munito castello (35) divenne poi sede del faudo ecclesiastico del Cilento comprendente 43 (Venieri) o 42 (Ventimiglia) casali, di cui alcuni poi aggregati alla Baronia del Cilento. L’intera regione dell’attuale Cilento venne ripartita (p. 92) in tre grosse Baronie: oltre quella dell’abbazia Cavense, quella dei Sanseverino (44 casali) meglio nota come “baronia del Cilento”, con sede a Rocca Cilento, e la baronia (37 casali) dei de Màgnia di Novi, comprendente le “Terre di Novi (13 casali), Cuccaro (9 casali), Magliano (4 casali) e il caposaldo di Monteforte. Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120). Ruggero, “convocatis (…) principibus, comitatibus, baronibus” (37) a Salerno, riuscì a farsi nominare da quell’assemblea duca di Puglia (venne unto dal vescovo Alfano di Capaccio) e a far decretare per lui la “regiam dignitatem” confermatigli dall’antipapa Anacleto II, per cui il titolo di re di Sicilia e l’incoronazione a Palermo. Dopo alterne vicende Ruggero, avendo infine trionfatosi suoi nemici, potè riunire Mezzogiorno e Sicilia in un solo regno, per cui quella tradizione unitaria del regno meridionale conservatisi fino all’assorbimento nel più grande regno d’Italia (a. 1861).”. Pietro Ebner (…), a p. 91, nella sua nota (31), postilava che: “(31) L’ostilità dei monaci bizantini per il clero latino continuava (vedi, ante 1050, il violento attacco del metropolita di Reggio contro la Chiesa e papato: Gianelli, “Atti VIII Congr. intern. Studi Bizantini, Roma, 1953, pp. 93 sgg.) ancora agli inizi del XIV secolo. Pur riconoscendo formalmente l’autorità di Roma molti monaci si sentivano ancora legati a Costantinopoli.”. Pietro Ebner (…), a p. 91, nella sua nota (32), postilava che: “(32) Nell’Archivio di Cava sono ben 179 donazioni del periodo 1079-1122 e 400 tra il 1124 e il 1141, che naturalmente non riguardano solo terre del Cilento.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (34), postilava che: “(34) La bolla che il Balducci (I, p. 11, n. 25) attribuisce a Urbano II (“Regimen universalis”, 9 febbraio 1089, Roma) e crede falsa è senz’altro autentica, ma del 1379 e perciò di Urbano VI (Prignano). L’abate Pietro della bolla “perditionis filius” aveva seguito Roberto di Ginevra (“perditionis alumno Roberto antipapa adhesit”), il papa dello scisma avignonese e cioè Clemente VII.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (35), postilava che: “(35) Nel castello era un vicario (in genere un monaco cavense) che aveva alle sue dipendenze un castellano, il quale comandava gli armigeri, spesso frati, v. Mazziotti cit., p. 53 sg.”. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postilava che: “(36) A Roberto il Guiscardo, quarto conte (1057-1059) e poi primo duca di Puglia (1059-1085) successe il secondo maschio, quello avuto da Sighelgaita di Salerno (il primo, Boemondo, poi principe di Antiochia, gli era nato da Alberada di Buonalbergo), Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-1111) e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ruggero Borsa, investito del ducato a Melfi da Urbano II (a. 1089), era assai devoto e fu largo di donazioni ai monasteri, in specie a quello di Cava, come si è visto.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (37), postilava che: “(37) Telesino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis, III, 2.”.
Nel 1073-1074, Pietro da Salerno si recò di nuovo all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni
Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Ma nel corso degli anni Settanta (probabilmente è lui il decano citato in un documento cavense del 1073) Pietro fu richiamato a Cava dai suoi confratelli: dai documenti risulta essere abate già nel 1078, un anno prima della morte di Leone. Rimase in carica fino al 1123, data della sua morte, dispiegando eccellenti doti politico-amministrative, ottenendo l’immunità da parte dei duchi per l’abbazia e la parziale esenzione dalla giurisdizione dell’arcivescovato salernitano. Riuscì pertanto a compiere opere di consolidamento della rupe sulla quale sorge l’abbazia e a condurre opere di irreggimentazione delle acque; costruì inoltre una nuova chiesa abbaziale, poi consacrata nel 1092 da Urbano II.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)…..Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079).“. Dunque, l’Ebner in questo passaggio indica come data della nomina ad Abate dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni del monaco Pietro Pappacarbone all’anno 1074, tre anni prima dell’anno, 1077, in cui era stato deposto, dice lui, il principe longobardo Gisulfo II, da Roberto il Guiscardo che in quell’anno assediò Salerno.
Dal 1082 al 1110, la Diocesi di Policastro, dopo la rinuncia di Pietro da Salerno, secondo l’Ebner dipendeva dal vescovo di Capaccio
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 332-333 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “…La diocesi, pertanto continuò a essere tenuta, come prima, in amministrazione apostolica dai vescovi pestani, fino alla nomina del nuovo vescovo Arnaldo (a. 1110)(22). Ecc…”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Ancora nel corrente secolo Policastro fu eretta da vescovi della diocesi del Cilento. Nel luglio del 1924 Mons. Cammarota, vescovo di Vallo venne nominato amministratore apostolico della diocesi di Policastro. Ecc…”. Dunque, Ebner scriveva che sia prima che dopo la rinuncia di Pietro da Salerno (dopo il 1080), la Diocesi di Policastro fu amministrata direttamente dai Vescovi Pestani (dai Vescovi con sede a Capaccio) fino alla nomina del secondo vescovo, Arnaldo, nel 1111. Pietro Ebner scriveva ancora che, dopo il 1080: “Nè i confini della diocesi subirono modifiche in età normanna, perchè il nuovo governo continuò a mantenere politicamente tutto il territorio alle dirette dipendenze del giustiziere del Principato residente a Salerno. Ho fatto osservare (23) che i villaggi fino al Bussento continuarono a gravitare, anche linguisticamente, verso il Cilento e non verso la Basilicata calabra, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi, scrivevo non risponde a nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Ebner scriveva che i confini della diocesi di Policastro non mutarono. Dunque, non mutando i confini della Diocesi di Policastro, mutarono le sue 30 parrocchie perchè esse furono quindici. Ebner, a p. 333, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner, Economia e Società, cit., I, p. 537.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, vol. I, p. 537, in proposito scriveva che: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi però, anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui Diocesi non risponde a nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Dunque, l’Ebner, a sufragio della sua ipotesi citava il vescovo Arnaldo che sarà il secondo vescovo eletto della Diocesi di Policastro (anno 1111), in piena epoca Normanna. Dopo la rinuncia di Pietro da Salerno, nel 1099, papa Urbano II, tolse quindici località a suo tempo assegnate alla Diocesi di Policastro e le assegnò prima alla Diocesi di Talao e poi esse andarono alla Diocesi di Cassano Ionico. Dunque, in definitiva possiamo dire che dalla ninuncia di Pietro da Salerno, la Diocesi di Policastro mantenne i suoi confini e forse pure le 30 località solo fino all’anno 1099, quando papa Urbano II, su richiesta dello stesso Alfano I, le quindici località…………..saranno assegnate prima all’antica diocesi di Talao e subito dopo a quella di Cassano Ionico. Dunque, come scrive l’Ebner, i confini della diocesi di Policasro non subirono modifiche fino al 1099, e dunque le località facenti parte della Diocesi dovevano restare le trenta confermate da Alfano I, nella sua “bolla” del 1079. Ebner aggiunge che nel decennio in questione, dal 1080, al 1099, le trenta località della Diocesi di Policastro saranno amministrate dalla Diocesi di Capaccio dove risiedevano i vescovi pestani. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 387 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “4. Non è da escludere che Pietro da Salerno, dopo le negative esperienze vescovili e riformatrici, fosse stato indotto a raggiungere la serena oasi che era la tebaide di Cilento dal bisogno di meditare meglio sulle vie e sul modo di toccare ciò che il suo carattere riteneva fossero i suoi immediati obiettivi: la riforma monastica e la redenzione morale e materiale del popolo (37).”. Ebner, a p. 387, nella nota (37) postillava: “(37) P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in “Saggi in onore di L. Cassese”, Napoli, 1971, pp. 8, 10, 24, 26 e ssg.”.
Houbert Houben ed i fondi scoperti nell’Abbazia della SS. Trinità di Venosa ed il Libro dei Privilegi
Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: “Un recente lavoro di Rosanna Alaggio (81) apre un ulteriore spiraglio sugli avvenimenti. Nel delineare la storia della SS. Trinità di Venosa, si serve di una singolare pubblicazione di Houbert Houben (82): nell’intento di ricostruire l’archivio dell’abbazia, purtroppo perduto, l’autore ha raccolto le varie trascrizioni degli antichi documenti che alcuni eruditi del Seicento interessati, peraltro, a ricostruire la storia delle antiche famiglie nobili del Regno di Napoli, avevano effettuato da una fonte intermedia, il ‘Libro dei Privilegi’, un registro che raccoglieva donazioni, concessioni e privilegi goduti dall’ente monastico. Dopo accurate verifiche e confronti incrociati con tutti i regesti tramandati, Houben è risalito all’archetipo da cui gli eruditi avevano attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti fornendo, così, una ricostruzione molto attendibile di una parte del prezioso archivio. Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico.”. Medici, a p. 71, nella nota (81) postillava: “(81) Cfr. Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Quaderni dell’Associazione “L. Pica”, Laveglia Editore, 2004, pag. 134.”. Medici, a p. 71, nella nota (82) postillava: “(82) Houben H., Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”. Infatti, Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. ‘4.1 Le origini’, a p. 135 così si esprimeva: “Nel 1985 Houbet Houben, dopo aver individuato l’archetipo da cui questi eruditi hanno attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti, ha fornito un edizione, con confronti incrociati, di tutti i registri tramandati consentendo, in questo modo, di risalire ai contenuti degli atti originali (66). Proprio quest’edizione permette di seguire il processo costitutivo del patrimonio della S.ma Trinità di Venosa, fornendo indicazioni puntuali sulle dipendenze e sulla cronologia della loro annessione al monastero.”. La Alaggio, a p. 135, nella nota (66) postillava: “(66) H. Houben, Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”.
Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, a p. 289, nel capitolo dedicato alla “Abbaziabenedettina di S. Eufemia”, nella nota (6) postillava: “(6) Oderico Vitale, Historia ecclesiastica, ed. Le Prevost, cit., tomo II, pp. 89 ss. Oltre all’abbazia di Sant’Eufemia, il cronista bretone ne ricorda altre due, anch’esse create da Hauteville e ormai note nel mondo benedettino internazionale: sono la Trinità di Venosa, sul confine tra la Lucania e la puglia, fatta costruire da Drogone, secondo conte normanno di Puglia, e S. Michele Arcangelo a Mileto, sorta per iniziativa del conte di Sicilia Ruggero (1081).”.
Dal 1077, l’opera di latinizzazione nel basso Cilento e nel Vallo di Diano e le Abbazie di Cava e di Venosa
Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Il primo assetto della penetrazione normanna nel Vallo di Diano è strettamente legato alla rilevante diffusione nel territorio di insediamenti benedettini, divisi tra le dipendenze della S.ma Trinità di Venosa, che controllano con la loro gestione una parte rilevante di tutto il versante orientale della vallata, e i priorati della Trinità di Cava dei Tirreni, con San Pietro di Polla, Sant’Arsenio, San Marzano, San Nicola e Santa Maria di Diano, San Pietro e San Pancrazio di Atena, sottomesse a Cava rispettivamente nel 1100 da Rao, signore di Atena, e nel 1091 da ‘Abiusus’ e ‘Trotta’, abitanti dello stesso centro (21). La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di latinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22). Risulterebbe altrimenti inspiegabile la crescita di importanti enti monastici italo-greci in Basilicata, Calabria e Salento, come il monastero di Sant’Elia di Carbone, beneficiario delle donazioni della famiglia Chiaromonte, o di San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole (23). Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. L’Alaggio, a p. 83, nella nota (21) postillava: “P. Guillaume, L’Abaye de Cava, cit, pp. LXXX-LXXXIX. Per San Pietro di Polla si veda il lavoro di G. Vitolo, San Pietro di Polla nei secoli XI-XV, Salerno, 1980.”. L’Alaggio, a p. 83, nella nota (22) postillava: “(229 Si veda in proposito V. von Falkenhausen, I momasteri greci dell’Italia meridionale e della Sicilia dopo l’avvento dei Normanni: continuità e mutamenti, in “Il passaggio dal dominio bizantino allo Stato normanno nell’Italia meridionale’, Atti del II Convegno internazionale di Studi (Taranto-Mottola, 31 ottobre-4 novembre 1973) a cura di C.D. Fonzeca, Taranto, 1977, pp. 197-219, cit., a p. 207.”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. L’Alaggio, a p. 85, in proposito ai Benedettini scriveva pure che: “Il ruolo svolto in ambito sociale dall’elemento religioso venne usato come fattore di gestione e di controllo territoriale, e la successiva annessione di Santa Maria di Pertosa al patrimonio della Trinità di Cava dei Tirreni deve essere interpretata solo come esito di una strategia di legittimazione e di accentramento messa in atto attraverso la sottomissione delle piccole realtà monastiche all’egida dei potenti cenobi benedettini già largamente presenti nella regione (26). Fu quindi prima il bisogno di garantire le posizioni di potere della nuova classe dominante a favorire l’incremento della presenza benedettina, cui venne assegnato un ruolo di mediazione tra i nuovi signori e il sostrato sociale, evidentemente ancora fortemente legato alle dinastie della preesistente aristocrazia fondiaria longobarda. Dalla fine dell’XI sec. di assiste, infatti, alla nascita di nuovi insediamenti e allo sviluppo di quelli già esistenti, in un quadro generale di sviluppo economico di cui si fanno promotrici proprio quelle fondazioni benedettine dipendenti dalla Trinità di Venosa e dalla Badia di Cava.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “Gli abati basiliani di Grottaferrata governarono il castello i Rofrano e le annesse grange per oltre quattro secoli, in un periodo durante il quale le comunità greche del Cilento sarebbero venute a trovarsi in forte disagio in un ambiente ormai avviato a “latinizzarsi” completamente. Non sembra un caso, inoltre, il fatto che il feudo si trovasse nel salernitano, sede nel continente proprio in quegli anni, della corte di Ruggero II. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione.”. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perche si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “Mentre Cilento, perduto ormai il suo ruolo di fortezza primaria, a partire dal 1166 era divenuto sede di un governatore dipendente dall’abate di Cava, il quale a sua volta dopo alcuni anni anch’egli spostò la sua residenza a Rocca. A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 70, in proposito scriveva che: “Per meglio orientarci in questa vicenda, è utile ricostruire il contesto nel quale l’evento riferito all’Eterni si dispone e far riferimento alla situazione politica in cui si trovava il Vallo di Diano nel XII secolo. Nel Principato di Salerno si era appena concluso il travagliato processo che aveva visto i Normanni sostituirsi ai Bizantini e Longobardi, ricorrendo di volta in volta alle armi, alla diplomazia ed ad una accorta politica di matrimoni e di alleanze. In tale ottica un ruolo rilevante fu affidato proprio ai benedettini, i cui insediamenti furono appoggiati e promossi dai principi normanni, secondo una prassi già felicemente avviata dai principi longobardi: era un espediente che, estromettendo gradualmente le comunità monastiche italo-greche, in pratica gettava un colpo di spugna sulla precedente sovranità bizantina e legittimava il nuovo potere. Vanno ricordati, in proposito, gli ottimi rapporti che i principi salernitani Roberto il Guiscardo e la moglie Sighelgaita avevano con le abbazie di Montecassino, Cava e Venosa (80). Le direttive politiche della capitale venivano seguite anche in periferia e, quindi, nel Vallo di Diano, dove si affermavano le nuove dominazioni di feudatari normanni.”. Medici, a p. 71, nella nota (80) postillava: “(80) Sighelgaita era legata all’abbazia di Cava per motivi di spiritualità e di parentela con l’abate fondatore Alferio; era altresì partecipe del clima religioso di Montecassino, per via dell’abate Desiderio suo cugino e padre spirituale, tanto che proprio a Montecassino volle essere sepolta. Il marito Roberto, invece, fu autorevole fondatore dell’abbazia di Venosa, dove riposa con tutti i componenti della sua famiglia d’origine.”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: “Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico. Apre, infatti, nuovi scenari la notizia che il primo conte di Marsico, Rainaldo Malcovenienza, allineandosi anche lui alla politica dei principi salernitani, nel 1077 dona all’abbate di Venosa alcune fondazioni monastiche nel territorio di Sala, comprensive dei loro casali, e tra di esse figurano anche le chiese di S. Maria e S. Giovanni “fontium”.”. Medici, a p. 71, nella nota (83) postillava: “(83) Cfr. Houben H., op. cit., pag. 259, reg. 25 (Io Rainaldo Malconvenienza, conte di Marsico per grazia di Dio, dono la chiesa di Santa Maria e S. Giovanni delle fonti alla Santa Trinità di Venosa e ad Azzone, priore di detto monastero. Testimone Osmundo di Missanello).”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta della Alaggio, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le nuove acquisizioni offerte da Rosanna Alaggio, pertanto, permettono di delineare con maggiore evidenza rispetto al passato il ruolo ricoperto nel Vallo dai benedettini, i quali, in pratica, si dividevano tra i centri di Cava e Venosa, vale a dire i due poli meridionali nei quali si era irradiato il monachesimo di Montecassino. Il Vallo, infatti, nella sua parte settentrionale, con i monasteri di S. Pietro di Polla, di Sant’Arsenio, Caggiano gravitava nell’orbita dell’abbazia di Cava, mentre a Sud, con le dipendenze di Sala, fra cui S. Giovanni in Fonte e S. Nicola di Goffredo (90), e con il convento di Cadossa a Montesano, era legato all’abbazia di Venosa. Ricordiamo per inciso che tale abbazia era stata fondata da Roberto il Guiscardo in segno di ringraziamento dopo la vittoria sui Bizantini, che gli aveva consentito di completare il possesso del Sud, peraltro sancito da papa Niccolò II nel Concilio di Melfi, appositamente indetto nel 1059. Con tali presupposti l’abbazia venusina raggiunse in breve tempo il culmine del suo prestigio, assurgendo anche a mausoleo dei normanni e gestendo spiritualmente ed economicamente un vastissimo territorio. Questa, dopo il periodo di splendore legato alla monarchia normanna, perse la sua autonomia e, nel 1194, etc…”.
Nel 1077, i conti di Marsico e le donazioni alla SS. Trinità di Venosa
Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 4.3 ‘Le origini’, a p. 135 così si esprimeva: “Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico, riguardanti proprio quelle stesse fondazioni ecclesiastiche del Vallo di Diano che risultavano, ancora nel XVIII sec., dipendenti dal Priorato gerosolimitano di Venosa. Nel 1075 Rainaldus Malaconvenientia, insieme alla moglie Adelaide, donò alla SS. Trinità di Venosa “Sanctum Nicolaum dictum de Sala” (67). Due anni più tardi lo stesso personaggio attribuendosi il titolo di “comes Marsici” donò alllo stesso monastero “ecclesiam Sanctae Mariae et Sancti Iohannis de Fontibus, nec non ecclesias Sancti Nicolai de Sala et ecclesiam Sanctae Mariae de Oliva”(68). Nel 1091 le donazioni di queste stesse ecclesie e quelle di altre fondazioni, poste nello stesso territorio, sarebbero state confermate al monastero venosino dal vescovo di Capaccio Maraldus il quale avrebbe riconosciuto la piena autorità dell’abate Berengario sulle chiese “Sanctae Mariae, Sancti Iohannis, Sancti Petri Fontium, Sancti Nicolai, Sancte Agathe, Sancti Marie de Olea”, tutte “positas in castro Sale”, insieme alla chiesa di San Felice, posta invece presso l’abitato di Montesano (69). Quasi un secolo più tardi, quando la contea di Marsico sarà stata assegnata da Ruggeo Ii a Silvestro di Ragusa, il figlio di questi, Guglielmo, avrebbe ulteriormente confermato le donazioni di ‘Rainaldus Malaconvenientia alla Trinità di Venosa (70). La presenza dunque prima dei benedettini cassinesi poi dei Cavalieri di San Giovanni in Fonte, a Cadossa come a Santa Maria dell’Oliva, o a San Giovanni in Fonte e nel Casale di San Nicola di Goffredo, presso Sala, si deve interpretare come diretta conseguenza dello stretto legame esistente tra queste fondazioni del Vallo e la SS. Trinità di Venosa, legame che risale alla fine dell’XI sec., quando il primo conte normanno di Marsico sottomise all’abate di Venosa queste ecclesie, insieme alle loro dipendenze, i loro patrimoni e, almeno nel caso di S. Nicola di Goffredo, presso Sala, i loro casali.”. La Alaggio, a p. 135, nella nota (67) postillava: “(67) Cfr. H. Houben, Die Abtei Venosa und das Monchtum im normannisch-staufischen Suditalien, Tubigen, 1995, Ibidem, pp. 256-257, reg. 22.”. La Alaggio, a p. 135, nella nota (68) postillava: “(68) Ibidem, pp. 259-260, reg. 25”. La Alaggio, a p. 136, nella nota (69) postillava: “(69) Ibidem, pp. 294-295, reg. 61”. La Alaggio, a p. 136, nella nota (70) postillava: “(70) Ibidem, pp. 377-378, reg. 147: “Fu il suddetto conte imitatore della paterna pietà e divozione verso il luoghi abitati dai padri di San Benedetto. Laonde nell’anno 1177 donò ad Egidio, abate del monistero della Trinità di Venosa etc…”.
Nel 1086, Ruggero Sanseverino ed il vasto bosco di quercie detto “Maurici”
Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: “La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.
Nel 1089, i Normanni ed i privilegi all’abbazia benedettina di Cava de Tirreni
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.
Nel ……, la Contea di Marsico e Rainaldo Malconvenienza
Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a pp. 92-93 così si esprimeva: “3.3. La contea di Marsico. L’atteggiamento di ‘Rainaldus Malaconvenientia’ nei confronti dei patentati locali longobardi non dovette differire dai comportamenti tenuti da Guglielmo di Principato o da Asclettino di Sicignano. Il ceppo dinastico dei ‘Malconvenientia’ è da identificare, secondo quanto sosteneva il Ménager, con lo stesso cui apparteneva un ‘Radulfus Malconvenant’ che nel 1084 figura in qualità di teste in un diploma emesso da Roger d’Aubigny a favore della Trinità di Sainte-Opportune (52). La presenza di questa famiglia normanna nell’Italia meridionale è documentata a partire proprio dalla fine dell’XI sec. Uno ‘Stephanus Malaconventio’ è menzionato in un diploma di Ruggero I, un ‘Robertus Malus Conventus’ è tra i fondatori di Santa Maria in Valle di Giosafat a Messina, mentre ‘Robertus Maleconventio’ sottoscrive un diploma reale del 1157 (53). Altri membri della stessa famiglia compaiono nelle carte di S. Maria Nuova di Monreale: etc…Ad un ramo peninsulare della stessa famiglia sembrano invece appartenere i personaggi che compaiono nella documentazione superstite dalla S.ma Trinità di Venosa. Risale al 1075 la prima attestazione dell’esistenza di ‘Raynaldus Malaconvenientia’, menzionato in un elenco di ‘testes’ insieme al figlio Roberto e ad altri personaggi: un ‘Goffredus filius Aidardi’ e un ‘Robertus Grammaticus filius Ursi’ (55). Questo stesso personaggio fu identificato dal Ménager ……………”.
Nel 21 settembre 1089, papa Urbano II, a Venosa confermava a Pietro Pappacarbone tutti i privilegi dell’Abbazia di Cava dei Tirreni
Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Badia della Cava – saggio storico del sig. Guillaume” (estratto dall’Archivio Storico per le Provincie Napoletane, Anno II._ Fasc. 3°), a pp. 13, sulla scorta dell’opera di Paul Guillaume, ovvero del suo “Le Navi cavensi nel Mediterraneo nel Medioevo etc…”, in proposito scriveva che: “Era papa Urbano II, che fin dal cenobio di Cluny fu amico, anzi discepolo al Pappacarbone. Urbano II che eletto a Terracina non poteva entrare in Roma occupata dalle forze dell’antipapa Clemente, venne sulle terre e sotto l’ala dei Normanni; e dimorò parecchio tempo a Melfi, che fece centro di sua politica temporale e spirituale tenendovi corte e concilii. Egli da Venosa addì 29 settembre 1089 dà all’abate di Cava una bolla, che, finora inedita, è pubblicata dal Guillaume e questa bolla conferma le possessioni, designandole una per una, di tutte le celle, i monasterii e chiese sparse nel Salernitano, nel Monte-Cilento, in Puglia, in Calabria, altrove; dichiara libera da qualsiasi suggezione specialmente le ‘Celle’, loro eredità e famiglie che il cenobio possiede nel Cilento; dispone che l’abate non dipenda se non dal papa. Da questa bolla vuole l’A. che incominci la prima designazione della diocesi abaziale della S. Trinità di Cava.”. Come vedremo innanzi la data della bolla di papa Urbano non sarà quella del 29 settembre indicata dal Guillaume e da Racioppi ma sarà il 21 settembre. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”. Sulla bolla palale di Urbano II che concedeva all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e all’abate Pietro ampia autonomia e confermava le sue pertinenze e concessioni ha scritto Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “…e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Sempre il Guillaume (…), a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava. Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).“. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli sostiene pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: “già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).“. Da Wikipedia leggiamo che Urbano II, nato Eudes (Ottone) de Lagery o de Châtillon (Châtillon-sur-Marne, 1040 circa – Roma, 29 luglio 1099), è stato il 159º papa della Chiesa cattolica dal 1088 alla sua morte. Nel 1095 convocò la prima crociata. Nato intorno al 1040 dalla nobile famiglia francese de Châtillon, a Lagery (nei pressi di Châtillon-sur-Marne), venne educato nelle scuole ecclesiastiche. Si fece monaco benedettino. Studiò a Reims, dove successivamente divenne arcidiacono, sotto la guida del tedesco Bruno di Colonia, suo maestro ed amico. Sotto l’influenza di Bruno, nel 1067 lasciò l’incarico ed entrò nell’Abbazia di Cluny dove divenne priore (carica seconda soltanto a quella dell’abate). Nel 1077 fu tra gli accompagnatori dell’abate di Cluny a Canossa presso papa Gregorio VII. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana a seguito della venuta dei Normanni con Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “…Il grande abate si proponeva a lungo termine di restituire l’intera regione a Roma e al rito latino. Certo è che Pietro da Salerno, insieme a Urbano II (34), influirono sulla politica di Ruggero Borsa, la cui venerazione per l’abate cavense è dimostrata da ben 27 diplomi di donazioni, di cui il riassunto è nel cavense C 25.”. Pietro Ebner (…), a p. 92, nella sua nota (34), postilava che: “(34) La bolla che il Balducci (I, p. 11, n. 25) attribuisce a Urbano II (“Regimen universalis”, 9 febbraio 1089, Roma) e crede falsa è senz’altro autentica, ma del 1379 e perciò di Urbano VI (Prignano). L’abate Pietro della bolla “perditionis filius” aveva seguito Roberto di Ginevra (“perditionis alumno Roberto antipapa adhesit”), il papa dello scisma avignonese e cioè Clemente VII.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 407, in proposito scriveva che: “Ma già nel 1085, con la morte del duca Roberto a Cefalonia e di Gregorio VII a Salerno, le cose subivano un’evoluzione diversa, su cui non potè sostanzialmente influire Vittore III, il cassinese anche monaco a Cava, eletto dopo un anno di incertezze (a. 1086), anche perché troppo impegnato dai suoi oppositori, i rigidi seguaci del defunto ponteice. L’orizzonte cominciò sempre più a schiarirsi dopo la morte del papa e l’elezione, dopo sei mesi (a. 1088), di un allievo di Cluny, Urbano II, il papa della prima crovciata. Infatti, il pontefice, con la nota bolla “Cum universis”, esentò la Badia da ogni ingerenza ecclesiastica della chiesa salernitana, per cui le rimostranze di quell’arcivescovo (Alfano II), come della pestana, per cui il vivo malontento del vescovo Maraldo che vedeva sottratti alla sua giurisdizione diverse chiese e villaggi (95). Con la medesima bolla il papa concesse alla Badia di versare a Roma la decima di soli tre soldi d’oro annui, confermandole “apostolicae, auctoritate (….) in cilento monte”, oltre i sei anzideti monisteri, ognumo “cum cellis suis”, anche quelli di S. Giorgio (96), S. Nicola di Serramezzana etc…”. Ebner, a p. 407, nell nota (95) postillava: “(95) ABC, C 21, a. 1089, XIII, Venosa. Guillaume (Append., p. XX) data il documento 21 settembre. Oltre l’enumerazione di tutti i beni dell’Abbazia il pontefice chiarisce: ‘De cellis etc..”. Ebner, vol. I, a p. 408, aggiunge che: “Con un altra bolla, pure del settembre 1089 (98), e con l’autorità del Concilio di Melfi, il papa stabiliva definitivamente, superando il malumore del vescovo pestano Maraldo, la giurisdizione della Badia cavense su chiese e monasteri “in cilento territorio posita”, riservando al vescovo pestano la consacrazione di altari e chiese, l’ordinazione dei monaci locali e il versamento di decime se l’Abbazia “parochianos (e cioè battesimali) ecclesie pestane possiderint”. Proprio in questo periodo, e per la particolare devozione del duca Ruggiero per l’abate Pietro, che l’Abbazia emerge nel Mezzogiorno per prestigio spirituale consolidando la sua potenza economica.”. Ebner, a p. 408, nella nota (98) postillava: “(98) E’ la bolla “Notum vobis” trascritta dal Dizionario del Venereo, I, f 314 sg. che il Guillaume cit., riporta in Append., p. XXII sg.”. Queste due bolle, il Guillaume (….), nel suo “L’Abbazia di Cava etc..”, a p. XX dell’appendice scrive che: “Appendice, F (pag. 59), I. Bulle inédite d’Urbain II à l’abbé Pierre I*, Venusie, 21 Septembre 1089 (Arc. Mag. C 21)” e, l’altra a p. XII, in proposito scriveva: “II. Urbain II, au Concilie de Melfi, malgré les reclamations de l’eveque de Paestum, confirme les dependances du Cilento, Melfi, settembre 1089 (Vener. Dict. I, 314-315).”. Ebner, a p. 409, scriveva pure che: “Il Ventimiglia che in Appendice riporta l’importante ‘charta iudicati’ del 1083, a dimostrare la dipendenza dalla Badia dei non pochi casali enumerati, argomenta specialmente dalla bolla di Urbano II del 1092 (103), etc…”. Ebner, a p. 409, nella nota (103) postillava: “(103) Del 15 settembre edita dal Senatore, in Append., p. XX, doc. III. Nell’ABC, oltre il C 35 (transunto de lata sententia di Urbano II nel Concilio di Melfi del processo in contradictorio tra l’abate di Cava e i vescovi di Salerno e Pestum circa privilegi e possessi di chiese anche nel distretto di Cilento), vi sono il C 36 (transunto della bolla 19 febbraio 1093 “Ad hoc nos” che conferma antichi privilegi), il C 37 e i due originali falsi dell'”Ad hoc nos” trascritti, il primo nel XIII e il secondo tra il XIII e il XIV secolo.”.
Nel 14 settembre 1092, papa Urbano II, a Cava de Tirreni confermava a Pietro Pappacarbone tutti i privilegi dell’Abbazia di Cava dei Tirreni
Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Badia della Cava – saggio storico del sig. Guillaume” (estratto dall’Archivio Storico per le Provincie Napoletane, Anno II._ Fasc. 3°), a pp. 13, sulla scorta dell’opera di Paul Guillaume, ovvero del suo “Le Navi cavensi nel Mediterraneo nel Medioevo etc…”, in proposito scriveva che: “Non guari di poi il Papa viene di persona a Cava con grande seguito di prelati e di principi, tra cui il duca Ruggieri. Ai 9 settembre del 1092 dedica la nuova chiesa, ed al 14 rilascia una bolla, che gli storici cavesi ànno tutti per vera, e gli storici napoletani la dicono invece ‘a monachis in sua commoda confictam’ (1). Questa bolla non fa cenno dell’altra di Venosa di tre anni innanzi; e pure era il caso di ricordarla ! contiene qualche cosa di più e qualche cosa di meno di quella prima; non conferma tutte le possessioni indicate nella bolla di Venosa, ma quelle solamente che Gisolfo donò.
Nel 1093, il monastero benedettino di S. Simeone non lontano da Laurino
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 85-86 parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Va ricordato pure che a sinistra del fiume Calore, a oltre due miglia da Laurino, erano ruderi, ancora nel 700, di un cenobio (41) benedettino dedicato a S. Simeone. Nella bolla (42) di Eugenio III, all’abate Marino, viene confermata alla Badia anche “Ecclesiam S. Syneonis in Laurino”, poi usurpata dai vescovi di Capaccio e riconosciuta soggetta alla Badia cavense con diploma di Tommaso di Santomagno del 1362 (43).”. Ebner, a p. 85, nella nota (41) postillava: “(41) Guillaume cit., p. LXXXVIII: segnala il priorato di “S. Simeon de Laurino (fondazione) 1093 (di cui è notizia nel) De Blasi, Add. 678 a t (di cui non è più notizia nel) 1501”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 79-80 parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense, tra gli altri riguardanti Laurino, vi sono i seguenti documenti: “de castello laurine”, dov’era la “ecclesia sancti simeonis” è detto in un documento del 1079 (6); di u terreno “ubi proprio a li lauri vocatur” è detto in una pergamena del maggio 1092 (7); da una donazione del luglio 1093 (8) si apprende di Roberto, figliuolo di Roberto il Guiscardo, e di terreni nei pressi di Laurino, propriamente nella località detta Acqua dei cavalli (9). Altre notizie da un documento del 1109 (10); da una inedita donazione che informa “monasterii sancti zacherie de li lauri” (11); della vendita (12) della loro proprietà in Lucania, tra cui i beni “ubi…(…) a li lauri dicitur”, delle sorelle Itta e Sighelgaita, figlie del fu GLorioso del fu cote Pandolfo; e dello stratigoto (governatore) Giovanni detto di Laurino (13). Etc…”. Ebner, a p. 79, nella nota (6) postillava: “(6) ABC, XIII, 82, novembre a. 1079, III”. Ebner, a p. 79, nella nota (7) postillava: “(7) I, ABC, XV, 80, maggio a. 1092, XV”. Ebner, a p. 79, nella nota (8) postillava: “(8) I, ABC, C 42, luglio a. 1093, Laurino”. Ebner, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9) Anche il figlio di Roberto il Guiscardo possedeva beni a Laurino, certamente pervenuti al duca per avocazione dei beni dei principi di Salerno e loro congiunti. L’inedito ABC, C 42, anzidetto, chiarisce che la donazione venne fatta per intercessione ‘domno natali preposito sancti symeonis, que constructum et edificatum est intus pertinensium laurenensium’.”. Ebner, a p. 80, nella nota (10) postillava: “(10) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II”. Ebner, a p. 80, nella nota (11) postillava: “(11) I, ABC, XIX, 37, gennaio a. 1142, VI.”.
Nel 1099, papa Urbano II, Oddone di Chatillon
Il Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, parlando di Pietro Pappacarbone in proposito scriveva che: “Dalla sua scuola uscì un ottimo alunno, Oddone di Chatillon, che fu papa Urbano II (1088-1099).”. Dunque, papa Urbano II, che emise la sua bolla nel 1098, era Oddone di Chatillon che fu papa dal 1088 al 1099. Secondo il Cataldo la bolla di papa Urbano II fu promulgata nell’anno 1099. Urbano II, nato Eudes (Ottone) de Lagery o de Châtillon (Châtillon-sur-Marne, 1040 circa – Roma, 29 luglio 1099), è stato il 159º papa della Chiesa cattolica dal 1088 alla sua morte. Nel 1095 convocò la prima crociata. Molto più sottile delle crociate, ma di maggior successo nel lungo periodo, fu il programma di Urbano per portare Campania e Sicilia saldamente nella sfera d’influenza cattolica, dopo generazioni di controllo bizantino e di egemonia degli emiri arabi in Sicilia. Il suo alleato nel Thema di Sicilia era il governante normanno Ruggero I. Nel 1097 Urbano conferì a Ruggero prerogative straordinarie, alcuni degli stessi diritti che venivano negati ai sovrani temporali in altre parti d’Europa. Ruggero era libero di nominare vescovi (“investitura laica”), libero di raccogliere le rendite della Chiesa e di inoltrarle al papato (una posizione sempre lucrativa), libero di avere voce nel giudizio di questioni ecclesiastiche. Ruggero era virtualmente un legato papale in Sicilia. Nella ricristianizzazione della Sicilia si dovettero fondare nuove diocesi, nonché fissare i loro confini, e nominare una nuova gerarchia ecclesiastica dopo secoli di dominazione musulmana. La consorte aleramica di Ruggero, Adelaide, trasferì dei coloni dalla valle del Po nella Sicilia orientale (Lombardi di Sicilia). Ruggero, come governante secolare, sembrò una scelta sicura, in quanto era un semplice vassallo del suo parente Conte di Puglia, a sua volta vassallo di Roma, perciò, in quanto ben sperimentato comandante militare sembrò sicuro concedergli questi poteri straordinari, anche se in seguito si sarebbe giunti al un confronto finale tra gli Hohenstaufen, eredi di Ruggero, e il papato del XIII secolo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “….papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, Cassano Jonico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. Ecc…”.
Nel 20 settembre 1099, papa Urbano II confermava la Diocesi Metropolita di Salerno estendondone i confini
Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), pubblicata nel 1831 e ristampato a cura di Gian Galeazzo Visconti, a pp. 70-71-72 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “E Alessandro II, quando si fermò a Capua, confermò con alcune sue lettere gli antichi privilegi della chiesa di Salerno. Infine Urbano II, nel sesto sinodo dei vescovi tenuto a Salerno il 20 luglio 1099, dietro richiesta del lodato Alfano e del duca Ruggiero, attribuì all’arcivescovo di Salerno ed ai suoi successori una primazìa ancora più estesa (32). Ecc…”. Il Laudisio, a p. 12, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Ex cod. ms. eccl. Salern. et Chronic. Caven.”. Nella sua versione il Visconti, non da i riferimenti bibliografici di questo antico manoscritto Cavense ma credo che si riferisca al cronicon del Venusino (….) che ci racconta la storia dell’Abbazia di SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “….papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, Cassano Jonico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. Ecc…”.
Nel 1089, il monastero benedettino di S. Maria di Cadossa verso Montesano sulla Marcellana
Da Wikipedia leggiamo che L’Abbazia di Santa Maria di Cadossa è un complesso monastico benedettino situato a Montesano sulla Marcellana di origine medievale. Venne definitivamente soppressa nel 1866. Fu il luogo dove San Cono da Teggiano trascorse la sua vita come monaco. Secondo alcune fonti l’abbazia nel 1086 divenne un possedimento della Badia di Cava de’ Tirreni, ma recenti studi affermano che il monastero non fu donato all’abate cavense Pietro Pappacarbone. Nei primi anni essa era soggetta all’autorità della Badia di Venosa. Al territorio dell’abbazia appartenevano il Casale di Cadossa, i cui abitanti erano soggetti alla diretta autorità dell’abate e Casalnuovo (Casalbuono), dove l’abate esercitava il proprio potere sui vassalli locali. Nel 1272 il monastero subì l’occupazione di Onorato Fornerio, signore locale, che ne rivendicò i territori, e i monaci si affidarono a Carlo I d’Angiò che ripristinò la proprietà. Fu attorno alla fine del XII secolo che l’abate Costa accolse nel monastero Cono da Diano, che si avviava al noviziato: secondo la tradizione San Cono si rifugiò nel forno del monastero, per nascondersi dai propri genitori che volevano riportarlo a casa, ma nonostante il fuoco acceso, rimase illeso. Il 27 settembre 1261, alla morte, il corpo venne traslato dall’abbazia alla città natale con un carro trainato da buoi. Costruito tra il X e l’XI secolo, il complesso nel 1086 divenne un possedimento della Badia benedettina di Cava de’ Tirreni. Agli inizi del ‘200 vi dimorò il mistico Cono, originario di Diano (oggi Teggiano), trovandovi la morte in giovane età. Col passare del tempo, nel 1594 divenne un possedimento della Certosa di San Lorenzo a Padula. Dal 1294 al 1306 l’abbazia passò sotto il controllo dell’Ordine dei cavalieri di Malta. Alla struttura venne annesso anche un ospedale che rimase distrutto in un terremoto del 1688. Attorno al 1436 il monastero venne convertito a commenda, restando sotto il controllo di abati commendatari, che non vi risiedevano. L’ultimo commendatario fu Giovanni di Gesualdo, nobile napoletano, che accolse la proposta di cessione del priore della Certosa di San Lorenzo, nella vicina Padula, che ne ottenne il controllo con la bolla papale di Leone X del 17 novembre 1514: il monastero fu definitivamente convertito in grancia, nel 1519. I certosini fecero rinnovare l’edificio, in grande degrado, facendo costruire una nuova chiesa nel 1578, e adibendo quella vecchia ad alloggio. Vittorio Bracco, nel suo, Polla – Linee di una storia, Salerno, ed. Cantelmi, 1976. Vittorio Bracco, nel suo ‘Polla – Linee di una storia’, a p. 77, parlando delle chiese di Polla ed in particolare della Chiesa di S. Nicola dei Greci, in proposito scriveva che: “I quali possedevano una grancia a Montesano (154) e un’altra col titolo di S. Zaccaria presso Sassano (155), nè dovevano essere estranei alla fondazione di Sant’Arsenio e all’affermazione stessa del culto di questo santo d’Oriente (156).”. Il Bracco (…) a p. 547 nella sua nota (153) parla anche dell’Archivio parrocchiale della chiesa di S. Nicola dei Greci a Polla e scrive che in esso si conservavano almeno 60 pergamene che poi in seguito mi sembra siano state pubblicate dal Macchiaroli (…) e poi dal Vitolo (…). In particolare il Bracco, a p. 548 nella sua nota (154) postillava del Gatta (…) ed in proposito scriveva che “(154) Cfr. Gatta, p. 131: “Giovavasi etcc..”. Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia.”. Il Gatta, a p. 130 scriveva che: “Quattro miglia più oltre della Padula verso Ostro ritrovasi su di uno scosceso e straripevole Monte la Terra di ‘Montesano’, il di cui Territorio per lo grandissimo numero di cristallini Fonti, ecc..Vantasi questa terra di aver allogato uno antico Monistero dè Padri Benedettini detto la ‘Cadossa’, ed ora è doviziosa Grancia del descritto Monistero di S. Lorenzo.”. Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, nel Cap. 4, a pp. 105 e ssg., in proposito scriveva che: “L’edificio dell’Abbazia di Santa Maria di Cadossa occupa un’area afferente all’attuale divisione amministrativa del Comune di Montesano sulla Marcellana; posto a circa 3 Km. a S. E del centro abitato, ad un’altezza di 707 m slm., il monastero sorge su un pianoro dominante la circostante fascia pedemontana, compresa tra il torrente ‘porcile’ ed il torrente ‘Brignacolo’ e degradante da E a O verso il Calore-Tanagro: etc…”. La Alaggio, a p. 108, in proposito scriveva pure: “A confermare, inoltre, l’importanza assegnata a questa parte del Vallo di Diano come snodo viario, è la notizia dell’esistenza, agli inizi del XIV sec., di una contrada denominata ‘Trivii Tumussii’, ubicata proprio in corrispondenza delle pendici meridionali di Padula (6). Il sito dell’Abbazia di Santa Maria si trova in una posizione premiente rispetto a questi itinerari ed era a sua volta capolinea di un antico percorso che, seguendo parallelamente l’arteria dell’Annia-Popilia, conduceva da Cadossa a Casalbuono; si tratta di quella “via publica qua itur Cadossam ad Casalenovum” ricordata in una platea dello stesso monastero nell’anno 1372 (7). Due corsi d’acqua circondano l’edificio del monastero: il primo, che lambisce il prospetto d’accesso, alimentava il mulino dell’Abbazia e confluiva quindi nel torrente ‘Porcile’; il secondo, alimentato come il primo dalle sorgenti del Tomariello, ad Est di Cadossa, etc…La struttura che attualmente identifica il monastero cadossano non è che il risultato delle profonde modifiche subite dall’impianto originario, a partire dalla seconda metà del XVI sec., quando l’Abbazia benedettina divenne una dipendenza della Certosa di Padula.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini’ nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a p. 128, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, ecc..”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, nel capitolo “4.3 Le origini”, a p. 128, in proposito cosi scriveva: “Quando agli inizi del secolo scorso un sacerdote del Vallo, Antonio Saco, decise di ricostruire le vicende della Certosa di Padula considerò opportuno dedicare parte del suo lavoro anche alla storia di alcune delle sue dipendenze più importanti. Tra queste particolare attenzione ritenne dovesse meritare proprio l’Abbazia di Cadossa, diventata grancia certosina nel 1519 (47). Molti dei documenti esaminati per questa fondazione vennero trascritti dallo studioso al termine di ogni sezione della sua opera, una scelta che ha consentito la conservazione dei contenuti di molti documenti trascritti nei Registri Angioini, andati distrutti, come è noto, durante la seconda guerra mondiale. Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla SS. Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, restando, fino all’inclusione nel patrimonio della Certosa, sotto la reggenza benedettina (49).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (47) postillava: “(47) A. Sacco, La certosa di Padula, cit., vol. II, lib. VI, pp. 81 ss. e 131 ss. Il libro VI è quasi per intero dedicato all’abbazia di Cadossa, compresa parte dell’appendice documentaria posta al suo termine. In realtà il cenobio cadossano fu ceduto alla Certosa di Padula in due momenti distinti: etc…”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini’ nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a p. 128, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, ecc..”. La Alaggio, a p. 129, nella nota (49) postillava: “(49) “Non pare che Santa Maria sia stato il primo nome della badia di Cadossa, la quale nella sua prima origine si connette con la famosa badia di Cava dei Tirreni” (A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., vol. II, p. 82). In un momento imprecisato della sua storia San Simeone avrebbe cambiato intitolazione, ma l’A. non è in grado di stabilire né “come o quando ciò sia avvenuto”; egli si affida solamente “all’autorità del Giustiniani” il quale aveva appunto identificato San Simeone con Santa Maria senza disporre, per altro, di alcun riferimento documentario certo.”. La Alaggio, a p. 130, nella nota (53) postillava: “(53) I motivi per cui un’ecclesia cambia intitolazione possono essere molteplici e, in assenza di dati, altrettanto numerose risulterebbero le ipotesi da formulare. Ma se San Simeone e Santa Maria di Cadossa fossero identificabili nella stessa fondazione, dovremmo trovare nell’Archivio cavense qualche traccia del nuovo titulus’ assunto da San Simeone. Mentre la dipendenza di San Simeone di Montesano dalla S.ma Trinità di Cava è registrata anche dal Guillaume, il quale ne fa risalire l’origine proprio alla donazione di Ugo d’Avena (P. Guillaume, L’Abbaye de Cava etc.., Cava dei Tirreni 1877, Appendice, p. LXXXVIII), per Santa Maria di Cadossa non è dato trovare il benché minimo riferimento ad una sua eventuale sottomissione alla Badia di Cava. In tutta la documentazione dell’Archio cavense non compare mai menzionata Santa Maria di Cadossa (si vedano AC, Index Cronologicus Diplomatum Exratus, arca XIV, 205; Dictionarium Archivi Cavensis, arca XIV, 218; ed anche ‘Inventarium Topograficum’, arca, XIV, 201). Gli unici documenti riguardanti Santa Maria di Cadossa pervennero in questa sede insieme alle carte della Certosa di Padula in seguito alla soppressione del 1807″. La Alaggio, a p. 131, in proposito aggiungeva: “L’assenza di ogni riferimento all’Abbazia di Cadossa nella produzione documentaria della S.ma Trinità non costituisce un fatto casuale. ues’evidenza contribuisce piuttosto a demolire la base su cui poggia tutta la ricostruzione del Sacco, ovvero la convinzione che Simeone e Santa Maria di Cadossa fossero identificabili in un’unica realtà. Ad un esame più approfondito delle fonti risulta evidente, invece, una netta distinzione tra le due fondazioni. Una platea di San Michele Arcangelo di Padula, redatta nel 1604, rimanda all’esistenza di una “contrada de Sancto Simeone” nel territorio di Montesano, e ancora di una via che “va da Sancto Simeone”, testimoniando come ancora nel XVII sec. esistesse un’ecclesia recante quest’intitolazione. Per risalire alle origini del cenobio cadossano ogni riferimento alla donazione di Ugo d’Avena si rivela inattendibile, i dati forniti dalla documentazione superstite, nonostante la loro sporadicità, sono sufficienti a delineare, in primo luogo, ina presenza, costante nel tempo, dei monaci benedettini, e, almeno per un breve arco cronologico compreso tra il XIII e XIV sec., la dipendenza dello stesso monastero dal Priorato gerosolimitano della S.ma Trinità di Venosa (55).”. La Alaggio, a p. 131, nella nota (55) postillava: “(55) Per tutto il XV sec., e fino all’annessione al patrimonio della Certosa di Padula, l’amministrazione dell’Abbazia fu demandata ad abati commendatari nominati dalla Santa Sede (A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., vol. II, p. 82).”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 4.3 ‘Le origini’, a p. 137 così si esprimeva: “E’ verosimile che anche Cadossa fosse stata donata alla Trinità di Venosa tra la fine dell’XI sec. e la prima metà del secolo successivo. L’assenza di un riferimento esplicito al monastero cadossano nei manoscritti eruditi seicenteschi può avere un’importanza relativa considerata la frammentarietà del materiale raccolto e la frequente imprecisione con cui vennero riportati i contenuti delle carte consultate. Cadossa poteva essere tra quelle “alias ecclesias in terra Marsici” donate nel 1077 dal conte ‘Rainaldus Malaconvenientia’ (72); oppure potrebbe essere identificata con l’ecclesia Sancta Marie donata dallo stesso personaggio insieme a San Giovanni in Fonte nello stesso anno (73); o ancora la “Sancta Maria delle Fontane edificata nella valle di Diano” e confermata nel 1177 alla Trinità di Venosa dal conte Guglielmo di Marsico (74). Quello che risulta importante sottolineare sono le forti analogie tra le vicende storiche di questa fondazione e quelle delle altre dipendenze della Trinità di Venosa nel Vallo di Diano, analogie che non lasciano dubbi sull’originaria appartenenza della fondazione cadossana al patrimonio del cenobio venosino.”. A questo proposito vorrei però aggiungere ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, che, nel vol. I, a p. 421 parlando dei “Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, in proposito scriveva che: “8….All’abate Simeone concesse privilegi anche il duca Guglielmo, cui successe Ruggero II, poi incoronato re a Palermo nel giorno di Natale del 1130. Il re volle premiare l’attaccamento della Badia alla sua famiglia con altre concessioni. Va ricordato che fu appunto l’abate Simeone a proporre alla badia della SS. Trinità di Venosa, dipendente dalla Badia cavense, il monaco Ugo (“il Venosino”) che doveva poi scrivere le Vite dei primi quattro santi abati cavensi. All’abate Simeone successe il monaco Falcone (1141-1146) etc..”. Queste parole disconoscono in parte ciò che scriveva la Alaggio, in quanto come scrive l’Ebner, l’Abbazia della S.ma Trinità di Venosa era si abbazia benedettina e da cui dipendeva l’Abbazia di Santa Maria di Cadossa ma a sua volta, entrambe, all’epoca dell’abate di Cava “Venusino”, esse, entrambe erano dipendenti da Cava. Da Wikipedia leggiamo che Leone da Lucca (Lucca, … – Cava de’ Tirreni, 12 luglio 1079) è ricordato come 2º abate della Badia di Cava ed è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Nei primi anni del suo governo abbaziale, Leone, originario di Lucca, ebbe vita difficile. Sant’Alferio Pappacarbone, in forza dei privilegi che gli erano stati conferiti dai principi longobardi di Salerno, lo designò suo successore, in contrasto con la tradizione che considerava i beni dei monasteri come proprietà della famiglia del fondatore. Poco dopo la morte di sant’Alferio, un quidam, turbine secularium fultus, probabilmente appartenente proprio alla famiglia Pappacarbone, irruppe nel monastero e scacciò l’abate Leone, ma poi si allontanò restituendo la carica che aveva usurpato. Tale episodio spiegherebbe l’iniziale diffidenza che l’abate Leone ebbe verso Pietro Pappacarbone, nipote di Alferio, quando questi bussò al monastero cavense per indossare il saio benedettino. Sempre a proposito delle origini benedettine di San Simeone e del monastero di Cadossa, Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).“. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli sostiene pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: “già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).“. Da Wikipedia leggiamo che Urbano II, nato Eudes (Ottone) de Lagery o de Châtillon (Châtillon-sur-Marne, 1040 circa – Roma, 29 luglio 1099), è stato il 159º papa della Chiesa cattolica dal 1088 alla sua morte. Nel 1095 convocò la prima crociata. Nato intorno al 1040 dalla nobile famiglia francese de Châtillon, a Lagery (nei pressi di Châtillon-sur-Marne), venne educato nelle scuole ecclesiastiche. Si fece monaco benedettino. Studiò a Reims, dove successivamente divenne arcidiacono, sotto la guida del tedesco Bruno di Colonia, suo maestro ed amico. Sotto l’influenza di Bruno, nel 1067 lasciò l’incarico ed entrò nell’Abbazia di Cluny dove divenne priore (carica seconda soltanto a quella dell’abate). Nel 1077 fu tra gli accompagnatori dell’abate di Cluny a Canossa presso papa Gregorio VII. Infatti, Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in propsito scriveva che: “Nel novembre del 1086 Ugo ‘de Avena’, accompagnato dalla moglie Emma e dal figlio, offre alla SS. Trinità di Cava, ‘ubi domnus Petrus venerabilis abbas preest’, ben tre monasteri, ‘unum quod dicitur Sancti Iohannis in loco Layta, qui est propre castro mercurio…..; alio vero monasterio Sancti Nicolay, quod dicitur de Padule….alio vero est monasterio Sancti Simeonis in loco pertinentiis de castello Montesano’ (8). Secondo le indicazioni fornite dal Sacco i cenobi donati risulterebbero dislocati in ambiti territoriali piuttosto distanti tra loro, riconoscendo per l’ubicazione delle comunità di S. Nicola e di S. Simeone l’area del ‘Vallum Diani’, all’interno dei quali si collocano i centri attuali di Padula e Montesano sulla Marcellana (9), mentre per il monastero di San Giovanni ‘de Layta apud castrum Mercurii’ (10) le terre tra i comuni di Papasidero, e Santo Janni, contrada a pochi chilometri ad est di Laino Castello. Dopo questa data i complessi monastici di Padula e Montesano non si rintracciano più nella poderosa mole della documentazione cavense, almeno non con la medesima indicazione riportata dalla ‘cartula offertionis’ di Ugo, sembrerebbe così che il possesso della Trinità sulle dipendenze dianensi non si sia mai trasformato in un dominio reale oppure abbia subito un annullamento immediato (1). Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. etc….e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di “Cadossa”, vol. I, a p. 564, in proposito scriveva che: “CADOSSA. Cadoxa, castri Cadose, Cadossa. Università autonoma fino alla scomparsa del villaggio sito tra Montesano e Casalbuono. Il Sacco (1) afferma che la locale badia era coeva a quella di S. Maria di Pisticci. Nel novembr del 1086 (2) Ugo di Avena, la moglie Emma e il figlio Ugo donarono all’abate cavense Pietro tre monasteri: S. Giovanni di lorita, S. Simeone di Montesano e S. Nicola di Padula. Non si sa quando il monastero di S. Simeone prese il nuovo titolo di S. Maria di Cadossa (3). I documenti che riguardano l’abitato, il monastero di Cadossa e il suo feudo di Casalnuovo sono del XIII e XIV secolo.”. Ebner, a p. 564, nella nota (2) postillava: “(2) Guillaume, cit., pp. 70-72.”. Ebner, a p. 564, nella nota (3) postillava: “(3) Giustiniani, cit., VI, Napoli, 1797, p. 125.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di “Cadossa”, vol. I, a p. 567 , in proposito scriveva che: “La badia era sita al sud di Montesano. Essa possedeva nella chiesa calici d’argento e paramenti. “Innanzi alle porte della badia passa un fiume d’acqua corrente. Le fabbriche son tutte circondate da mura e da pomerio”. Ancora nel ‘600 possedeva un mulino. Il villaggio “propre ipsum monasterium” aveva 100 vassalli. Dell’antico villaggio erano scomparse anche le rovine tra il XIV e il XVI secolo. La badia era posta nel comprensorio della “Sigotta” (ora Siotta). Da un inventario del 1372 si apprende delle vaste proprietà possedute dalla badia (22). Oltre la chiesa della badia, vi erano a Cadossa le chiese del Salvatore, di . Matteo, S. Biagio, S. Nicola della Valle, S. Michele e S. Venere, già in rovina quando Cadossa passò alla Certosa. Anche del monastero non vi è più traccia. (p. 568). Va ricordato che Cadossa era ‘sedis nullius’, l’abate aveva diritto all’uso dei pontificali con mitra e pastorale e giurisdizione spirituale su Cadossa e Casalnuvo, feudo dipendente. Il priore di S. Lorenzo poteva nominare suoi rappresentanti a Cadossa (in genere etc…)”. Ebner, a p. 567, nella nota (22) postillava: “(22) La compilazione dei beni di S. Maria di Cadossa durò 28 mesi per la sostituzione del Commissario (Sacco, p. 93) etc…”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, a p. 127, in proposito cosi scriveva: “In quanto sede Nullius l’Abbazia esercitava inoltre la sua giurisdizione spirituale su tutte le chiese edificate all’interno dei suoi confini patrimoniali e, in funzione della sua preminenza, recepiva parte dei diritti di sepoltura (45), riveva ogni Pasqua dai presbiteri di Casalnuovo etc…”. Barbara Visentin (…), nel suo recentissimo, ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, non dice nulla su questo antico monastero basiliano. Scrive sempre la Visentin (…) a p. 75 che: “Secondo il Sacco il monastero di San Nicola di Padula sarebbe da identificare con il monastero di San Nicola al Turone che, nell’aprile del 1538, diviene una dipendenza della vicina Certosa di San Lorenzo (237), mentre il monastero di San Simeone di Montesano, in un’epoca imprecisata, avrebbe cambiato il proprio titolo in quello di Santa Maria di Cadossa, godendo di vita autonoma fino all’ottobre del 1514, quando risulta ugualmente sottomesso ai monaci di San Lorenzo (238).”. La Visentin (…), si riferiva all’opera di Antonio Sacco (…), al suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’, 4 voll…, Roma, Tipografia dell’Unione, 1914-1430, poi in seguito ristampato con premessa da Vittorio Bracco (….), nel 1982 per l’edizione Boccia. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (237) postillava che: “(237) A. Sacco, La Certosa di Padula, Roma, 1916-30, vol. II, pp. 133,153, 154.”. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (238), riferendosi al Sacco (…) postillava che: “(238) Per i monasteri di S. Nicola ‘de Padule’ e di S. Simeone ‘de castello Montesano’, si veda anche la scheda relativa al monastero di S. Giovanni de Layta.”.
Nel 1086, il normanno UGO di AVENA, e sua moglie EMMA, fanno una donazione all’Abbazia di Cava dell’Abbazia di Padula
Nel novembre 1089 (secondo l’Houben), due monasteri del Vallo di Diano: di S. Nicola al Turone e San Simeone (poi intitolato Santa Maria di Cadossa), furono donati da Ugo d’Avena all’Abbazia della SS. Trinità di Cava
Barbara Visentin (…), nel suo recentissimo, ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, non dice nulla su questo antico monastero basiliano. Scrive sempre la Visentin (…) a p. 75 che: “Secondo il Sacco il monastero di San Nicola di Padula sarebbe da identificare con il monastero di San Nicola al Turone che, nell’aprile del 1538, diviene una dipendenza della vicina Certosa di San Lorenzo (237), mentre il monastero di San Simeone di Montesano, in un’epoca imprecisata, avrebbe cambiato il proprio titolo in quello di Santa Maria di Cadossa, godendo di vita autonoma fino all’ottobre del 1514, quando risulta ugualmente sottomesso ai monaci di San Lorenzo (238).”. La Visentin (…), si riferiva all’opera di Antonio Sacco (…), al suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’, 4 voll…, Roma, Tipografia dell’Unione, 1914-1430, poi in seguito ristampato con premessa da Vittorio Bracco (….), nel 1982 per l’edizione Boccia. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (237) postillava che: “(237) A. Sacco, La Certosa di Padula, Roma, 1916-30, vol. II, pp. 133,153, 154.”. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (238), riferendosi al Sacco (…) postillava che: “(238) Per i monasteri di S. Nicola ‘de Padule’ e di S. Simeone ‘de castello Montesano’, si veda anche la scheda relativa al monastero di S. Giovanni de Layta.”. La scheda di S. Giovanni de Layta citata dalla Visentin nella sua nota (238) a p. 75, si trova a p. 74 dove parla di “1. San Nicola. ‘Sancti Nicolai, quod dicitur de Padula‘. La Visentin a pp. 74-75, parla dei monasteri di Padula – Montesano sulla Marcelliana ma si occupa del monastero di S. Nicola o “Sancti Nicolai, quod dicitur de Padula”, dove cita l’unico documento superstite che lo menziona, ovvero (dice) la ‘Cartula offertionis’ che, nel novembre del 1086, Ugo de Avena, una cum uxore Emma et filio Ugo’, concedono a Pietro, ‘venerabilis abbas’ della SS. Trinità di Cava (234). La donazione interessa le fasi iniziali della penetrazione cavense nelle terre del Vallo di Diano e riguarda l’offerta di ben tre monasteri, ciascuno accompagnato da ‘omnibus rebus sibi pertinentibus de cultum vel incultum, mobilibus et immoblibus’. Il primo ad essere ricordato è il cenobio di San Giovanni ‘in loco Layta’, nei pressi del ‘castrum Mercurii’, segue il ‘monasterium Sancti Nicolai, quod dicitur de Padule (235) e infine il ‘monasterium Sancti Simeonis’, edificato ‘in loco pertinentiis de castello Montesano’.”. La Visentin si riferisce ad un privilegio conservato nell’Archivio della Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, che fu citato anche da Biagio Cappelli. Il documento è stato trascritto anche da Carmine Carlone e prima ancora da Pietro Ebner. Citato pure dall’Antonini e dal Gatta. La Visentin (…), riguardo l’antico privilegio citato di Ugo d’Avena a p. 74, nella sua nota (234) postillava che: “(234) AC, C 9.”, ovvero Archivio Cavense, Arca, C 9. Su questa antichissima donazione di Ugo d’Avena, il documento del 1089, citato da Houben (…), è stato citato pure da Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che a p. 106, in proposito scriveva che: “Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113).”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Infatti, Leone Mattei-Cerasoli (…), pubblicava questo documento intitolato “San Giovanni di Mercurio”, nel suo ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938, a p. 175.

(Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, p. 175

Questo documento citato dalla Visentin non è solo “l’unico documento superstite che menziona il monastero di San Nicola di Padula”, ma è forse uno dei più antichi documenti risalente alla prima epoca Normanna nell’Italia Meridionale. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle “4.3. Le origini”, nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a pp. 128-129, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, restando, fino all’inclusione nel patrimonio della Certosa, sotto la reggenza benedettina (49).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (48) postillava: “(48) A. Sacco, La certosa di Padula etc.., op. cit., Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in pertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni, “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio, a p. 129, nella nota (49) postillava: “(49) “Non pare che Santa Maria sia stato il primo nome della badia di Cadossa, la quale nella sua prima origine si connette con la famosa badia di Cava dei Tirreni” (A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., vol. II, p. 82). In un momento imprecisato della sua storia San Simeone avrebbe cambiato intitolazione, ma l’A. non è in grado di stabilire né “come o quando ciò sia avvenuto”; egli si affida solamente “all’autorità del Giustiniani” il quale aveva appunto identificato San Simeone con Santa Maria senza disporre, per altro, di alcun riferimento documentario certo.”. La Alaggio, a p. 130, in proposito scriveva che: “Tutto il processo di ricostruzione proposto da Antonio Sacco prende inizio da un diploma del 1086 attestante la donazione del cenobio cadossano, sotto diversa intitolazione, alla S.ma Trinità di Cava. Lo stesso studioso, quindi, avrebbe registrato come un episodio del tutto occasionale e irrilevante la temporanea sottomissione, tra il XIV etc..”. Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Rinunciamo a dare un elenco dei numerosi insediamenti cavensi nel Cilento, per le quali rimandiamo allo studio di Ebner. Per il Vallo di Diano ci limitiamo a riassumere l’elenco elaborato da Vitolo: nel maggio 1086 Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e sua moglie Sikelgaita donarono a Cava il monastero di S. Pietro di Polla e la chiesa di S. Caterina (49). Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50). Nel 1110 Rao, castellano di Atena, e sua moglie Gaitelgrima donarono il monastero di S. Pietro di Atena, ubicato fuori il castello (51). Furono poi donati il monastero di S. Marzano presso Diano (tra il 1100 e il 1113); il monastero di S. Arsenio presso l’omonimo comune (nel 1136); le chiese di S. Nicola di Scaulano presso Diano (tra il 1116 e il 1136), di S. Pancrazio di Atena (tra il 1141 e il 1168) e di S. Maria di Matuniano presso Diano (prima del 1149) (52). Ecc..”. L’Houben, a p. 119 nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ibidem”. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…) elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Tuttavia, riguardo il monastero di Montesano: S. Simeone citato da Vitolo egli, riferendosi all’anno 1089, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di Montesano, donati da ‘Ugo de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95). Il primo è da identificare con il monastero di S. Nicola al Turone, che nell’aprile del 1538 divenne una dipendenza della certosa di Padula (96); il secondo in un’epoca imprecisata cambiò il suo titolo in quello di S. Maria di Cadossa ed ebbe vita autonoma, finchè nell’ottobre 1514 non fu ugualmente sottomesso alla certosa (97).”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Il Vitolo, nella sua nota (96) a p. 146 postillava che: “(96) A Sacco, op.cit., vol. II, pp. 153 s.”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (97) postillava che: “A. Sacco, La certosa di Padula, cit., vol. II, p. 133.”. La donazione di Asclettino è riportata anche in ‘Documenti’ a p. 761 nel testo di Vittorio Bracco, Polla – Linee di Storia’, a p. 77 parlando delle chiese di Polla ed in particolare della Chiesa di S. Nicola dei Greci, in proposito scriveva che: “si apprende che nell’archivio si conservano ancora alcune schede risalenti al secolo tredicesimo, dalle quali risultava che la chiesa era la prima parrocchia di Polla, intitolata in origine a San Nicola e a San Matteo (152). Tra le due fu innalzata la terza chiesa, Santa Maria dei Greci (153), adiacente alla Piazza della parte di Santa Caterina. L’identità dell’appellativo ‘dei Greci’, inducono a ritenere…….all’azione del monachesimo basiliano sull’elemento locale: si consideri che dei cinque edifici religiosi nominati (tre chiese e due cappelle), quattro di essi appaiono attraverso la chiara impronta o dei santi titolari o del citato appellativo legati all’influenza dei monaci orientali. I quali possedevano una grancia a Montesano (154) e un’altra col titolo di S. Zaccaria presso Sassano (155), nè dovevano essere estranei alla fondazione di Sant’Arsenio e all’affermazione stessa del culto di questo santo d’Oriente (156).”. In particolare il Bracco, a p. 548 nella sua nota (154) postillava del Gatta (…) ed in prposito scriveva che “(154) Cfr. Gatta, p. 131: “Giovavasi etcc..”. Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia.”. Il Gatta, a p. 130 scriveva che: “Quattro miglia più oltre della Padula verso Ostro ritrovasi su di uno scosceso e straripevole Monte la Terra di ‘Montesano’, il di cui Territorio per lo grandissimo numero di cristallini Fonti, ecc..Vantasi questa terra di aver allogato uno antico Monistero dè Padri Benedettini detto la ‘Cadossa’, ed ora è doviziosa Grancia del descritto Monistero di S. Lorenzo.”. Il Bracco (…) a p. 547 nella sua nota (153) parla anche dell’Archivio parrocchiale della chiesa di S. Nicola dei Greci a Polla e scrive che in esso si conservavano almeno 60 pergamene che poi in seguito mi sembra siano state pubblicate dal Macchiaroli (…) e poi dal Vitolo (…). Interessante è ciò che scriveva Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), a p. 146, in proposito scriveva che: “Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).“. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, il Vitolo scriveva che è molto probabile che la donazione di Ugo d’Avena non riguardasse, come sosteneva il Sacco, il monastero di San Simeone nel Vallo di Diano ma si trattasse di un monastero intitolato a S. Simeone posto nella regione del Mercurion. Il Vitolo, sulla scorta del Guillaume sosteneva che questo monastero (donato da Ugo d’Avena nel 1089 all’Abbazia di Cava), non figurava tra quelli citati nella bolla di papa Urbano II. Stessa cosa scrisse l’Houben, Orazio Campagna (…), la Visentin e l’Alaggio. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. I toponimi di Padula e Montesano sarebbero, dunque da rintracciare nelle terre limitrofe alle località di Avena e Laino, dove il monastero di San Nicola potrebbe verosimilmente identificarsi con l”ecclesiam Sancti Nicholai apud oppidum Mercurii’ (14), menzionata dal 1100 al 1168 nelle bolle pontificie di Pasquale II (15), Eugenio III (16) e Alessandro III (17), e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Infatti, la Visentin, sulla scorta del Guillaume aggiunge che il monastero di S. Simeone citato nella donazione di Ugo d’Avena doveva essere, molto probabilmente il monastero di S. Quaranta che ritroviamo nella bolla papale di Urbano II. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Dunque, forse l’equivoco nasce proprio dal Guillaume. Ma sempre il Guillaume, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 44, in proposito scriveva che: “Nel 1086 il signore d’Avena – oggi frazione di Mormanno a mezza strada da Papasidero, in provincia di Cosenza – Ugo, insieme con la moglie Emma, donò alla Santissima Trinità di Cava (147) il monastero di San Nicola, ‘quod dicitur de Padula’, unitamente al San Simeone ‘in loco pertinenciis de Castello Montesano’ e al San Giovanni ‘in loco Layta, qui est propre Castro Mercurio’ (148). E’ il San Nicola al Torone, altrimenti detto “del monaterio”(149) in relazione alla sua destinazione, che lo distingueva dagli altri San Nicola del paese (150).”. Il Tortorella, a pp. 44-46, in proposito aggiungeva che: “La donazione alla Badia cavese rispondeva ad un’azione del potere normanno, sostenuto dalla Chiesa di Roma, volta contro la preponderanza di monaci e monasteri greci in una vasta area meridionale, i quali rappresentavano per i nuovi signori il pericolo di mantenere il territorio e le popolazioni, anche dopo la caduta di Bari e del ‘Catepanato’, nella sfera d’influenza, sprattutto religiosa e culturale, bizantina (152). Gli espliciti riferimenti contenuti nel’atto di donazione e l’esistenza, ormai accertata, del San Simeone di Montesano (153) possono bastere a confutare le ipotesi gratuite del Mattei-Cerasoli (154), il quale attribuisce le indicazioni topografiche a inesistenti località nei dintorni di Papasidero (155); simile è la posizione di Cappelli (156), che aggiunge, ad avvolorare la sua tesi, l’essere tuttora titolo dell’arciprete di San Giovanni Orsomarso (157) anche quello d’abate San Nicola.”.
Nel 1089, il monastero di ‘S. Giovanni di Layta’
Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle “4.3. Le origini”, nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a pp. 128-129, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (48) postillava: “(48) A. Sacco, La certosa di Padula etc.., op. cit., Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in pertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni, “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio, a p. 130, in proposito scriveva che: “Tutto il processo di ricostruzione proposto da Antonio Sacco prende inizio da un diploma del 1086 attestante la donazione del cenobio cadossano, sotto diversa intitolazione, alla S.ma Trinità di Cava. Lo stesso studioso, quindi, avrebbe registrato come un episodio del tutto occasionale e irrilevante la temporanea sottomissione, tra il XIV etc..”. Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50).”. L’Houben, a p. 119 nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ibidem”. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Sempre a proposito delle origini benedettine di questo monastero, Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di Montesano, donati da ‘Ugo de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).“. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli aggiunge pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: “già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).“. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “Nel novembre del 1086 Ugo ‘de Avena’, accompagnato dalla moglie Emma e dal figlio, offre alla SS. Trinità di Cava, ‘ubi domnus Petrus venerabilis abbas preest’, ben tre monasteri, ‘unum quod dicitur Sancti Iohannis in loco Layta, qui est propre castro mercurio…..; alio vero monasterio Sancti Nicolay, quod dicitur de Padule….alio vero est monasterio Sancti Simeonis in loco pertinentiis de castello Montesano’ (8). Secondo le indicazioni fornite dal Sacco i cenobi donati risulterebbero dislocati in ambiti territoriali piuttosto distanti tra loro, riconoscendo per l’ubicazione delle comunità di S. Nicola e di S. Simeone l’area del ‘Vallum Diani’, all’interno dei quali si collocano i centri attuali di Padula e Montesano sulla Marcellana (9), mentre per il monastero di San Giovanni ‘de Layta apud castrum Mercurii’ (10) le terre tra i comuni di Papasidero, e Santo Janni, contrada a pochi chilometri ad est di Laino Castello. Dopo questa data i complessi monastici di Padula e Montesano non si rintracciano più nella poderosa mole della documentazione cavense, almeno non con la medesima indicazione riportata dalla ‘cartula offertionis’ di Ugo, sembrerebbe così che il possesso della Trinità sulle dipendenze dianensi non si sia mai trasformato in un dominio reale oppure abbia subito un annullamento immediato (1).“. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), a p. 146, in proposito scriveva che: “Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).“. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, il Vitolo scriveva che è molto probabile che la donazione di Ugo d’Avena non riguardasse, come sosteneva il Sacco, il monastero di San Simeone nel Vallo di Diano ma si trattasse di un monastero intitolato a S. Simeone posto nella regione del Mercurion. Il Vitolo, sulla scorta del Guillaume sosteneva che questo monastero (donato da Ugo d’Avena nel 1089 all’Abbazia di Cava), non figurava tra quelli citati nella bolla di papa Urbano II. Stessa cosa scrisse l’Houben, Orazio Campagna (…), la Visentin e l’Alaggio. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. I toponimi di Padula e Montesano sarebbero, dunque da rintracciare nelle terre limitrofe alle località di Avena e Laino, dove il monastero di San Nicola potrebbe verosimilmente identificarsi con l”ecclesiam Sancti Nicholai apud oppidum Mercurii’ (14), menzionata dal 1100 al 1168 nelle bolle pontificie di Pasquale II (15), Eugenio III (16) e Alessandro III (17), e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Infatti, la Visentin, sulla scorta del Guillaume aggiunge che il monastero di S. Simeone citato nella donazione di Ugo d’Avena doveva essere, molto probabilmente il monastero di S. Quaranta che ritroviamo nella bolla papale di Urbano II. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Dunque, forse l’equivoco nasce proprio dal Guillaume. Ma sempre il Guillaume, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava.
Nel 1092, i Cavalieri Templari
Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Nel 1096 Boemondo, insieme a suo zio Ruggero I il Gran Conte di Sicilia, stava assediando Amalfi che s’era rivoltata contro il duca Ruggero, allorché bande di Crociati cominciarono ad attraversare l’Italia per dirigersi in Terra Santa. Lo zelo crociato conquistò Boemondo: è possibile che egli abbia visto nella Prima Crociata l’opportunità di realizzare la politica paterna di una espansione verso oriente e avesse sperato, in una prima fase, di ritagliare per se stesso un principato orientale. Goffredo Malaterra con schiettezza afferma che Boemondo prese la Croce con l’intenzione di razziare e conquistare terre greche. Boemondo radunò un contingente normanno, forse la miglior compagine dello stuolo crociato, nonostante i numeri modoesti (il suo contingente assommava all’incirca a 500 uomini su un totale di circa 35.000 crociati). Alla testa del suo esercito egli traversò, partendo da Trani, il Mare Adriatico e, dopo essere sbarcato a Durazzo, si diresse per la Via Egnatia alla volta di Costantinopoli percorrendo, sotto la prudente scorta di Peceneghi inviatagli incontro dall’Imperatore di Costantinopoli, la via che egli aveva tentato di seguire nel 1084. Fece grande attenzione a osservare un atteggiamento “corretto” nei confronti di Alessio e quando arrivò a Costantinopoli nell’aprile 1097 rese omaggio feudale all’Imperatore. Si recò a Gerusalemme nel Natale del 1099, quando Dagoberto da Pisa fu eletto patriarca, forse al fine di impedire la crescita di un forte potere lotaringio nella città. Tutto faceva sembrare che Boemondo fosse destinato a gettare le fondamenta di un grande principato ad Antiochia che avrebbe potuto contenere Gerusalemme. Aveva un buon territorio, una buona posizione strategica e un esercito forte. Doveva però fronteggiare due grandi forze: l’Impero bizantino, che reclamava tutti i suoi territori appoggiato nella sua pretesa da Raimondo di Tolosa, e le forti municipalità musulmane del nord-est della Siria. Contro queste forze egli fallì. Nel 1100, nella battaglia di Melitene fu catturato dai Danishmendidi di Sivas e languì in prigione fino al 1103. Il cugino Tancredi prese il suo posto ma nel frattempo Raimondo s’installava con l’aiuto di Alessio a Tripoli e riusciva così a contenere l’espansione verso sud di Antiochia. Tancredi era figlio di Oddone Bonmarchis, detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato, e di Emma di Altavilla sorella di Roberto il Guiscardo. – Emma era anche il nome di una sorella di Boemondo I d’Altavilla, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale nipote di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo cugino – Da: Tancredus di Rodolfo di Caen.
Nel 1110, Urbano II e l’Abbazia della SS. Trinità di Cava
Degli anni e della dominazione Normanna, Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 145, in proposito alla fine della dominazione Longobarda e agli albori della Baronia ecclesiastica dell’Abazia di Cava dei Tirreni, scriveva che: “Nel 1100, infine, per volontà di papa Urbano II, si stabilì, tramite uno strumento pubblico rogato nel castello di Agropoli, quali fossero i confini fra il territorio del vescovo pestano e quello della Badia di Cava che una ventina di anni dopo avrà il suo centro spirituale, economico e militare nel nuovo ‘castello dell’Abate’.”. Sempre il La Greca a p. 168, sciveva che: “Possesso della Badia di Cava erano gli approdi di ‘Santa Maria di Giulia’ (odierna San Marco), di ‘San primo di Cannicchio’ (a nord-ovest di Acciaroli), di Santa Maria di Pioppi (Pioppi), dello ‘Stagno’ (o ‘Marinelle’, a Tresino di Agropoli), del ‘Puzzillo’ (fra Santa Maria e San Marco di Castellabate) di Oliarola’ (Ogliastro marina) e San Matteo (alla foce dell’Alento), che rappresentarono il naturale sbocco di mercato dei prodotti agricoli in eccedenza dell’entroterra, gestito con oculatezza, soprattutto tramite costanti miglioramenti dei rapporti coi coloni che i benedettini seppero instaurare sulla scia della riforma agraria già operata a Sant’Arcangelo da Pietro da Salerno fin dal 1067.”.
Nel 1110, l’ordine religioso dei Cavalieri Templari
I “Poveri Compagni d’armi di Cristo e del Tempio di Salomone“, detti “Cavalieri del Tempio” o più semplicemente “Templari“, fu il più noto ordine religioso cavalleresco della cristianità medioevale. Nato verso il 1100 in occasione della prima crociata, usufruì di numerosi lasciti e donazioni, diventando ben presto l’Ordine più ricco e potente dell’epoca. Attorno ai Cavalieri Templari naquero misteri e leggende, che li volevano custodi dell’Arca dell’Alleanza (il contenitore delle tavole della legge che Dio consegnà a Mosè), del Santo Graal (il calice dal quale bevve Gesù) o della Sacra Sindone (che avvolse il corpo di Gesù deposto dalla croce). Il doppio ruolo di monaci e combattenti fu sempre fonte di perplessità. Così nel 1312, a seguito di accuse infamanti ed infondate, fu duramente soppresso. Tutti i beni passarono all’ Ordine dei Cavalieri di San Giovanni (detti anche Giovanniti, Gerosolimitani od Ospitalieri), poi chiamati Cavalieri di Malta, tuttora alle dipendenze dalla Santa Sede. I Templari erano presenti in Terra Santa e lungo vie di pellegrinaggio con delle Case del Tempio, note come Magioni o Mansioni: deriva dal francese maison e dal latino mansio, ovvero “tappa, sosta”, che ancor oggi si ritrova nel toponimo di molti luoghi. Queste case templari si trovavano poco fuori dei centri abitati, erano dotate di possenti fortificazioni e ricche di richiami simbolici e, secondo alcuni, esoterici. I Templari avevano a Siena una Magione in via Camollia, vicino alla porta settentrionale della città, in modo da accogliere i pellegrini che entravano in città: l’insediamento templare comprendeva un ospedale per i viandanti, la casa templare dei monaci-cavalieri e la chiesa templare, arrivata fino a noi ben conservata e visitabile (ingresso libero). La Chiesa, dedicata a San Pietro in Camollia, detta Chiesa della Magione, è a pianta rettangolare ed una sola navata. La facciata ha un grande portale in stile gotico, realizzato nel XIV secolo in sostituzione di due originari portali affiancati, che ancora si intravedono. All’esterno è possibile notare diverse croci templari scolpite nella muratura. All’interno sono visibili pietre con graffiti simbolici. La prima notizia storica della Chiesa risale all’anno 998, quando era all’esterno delle mura cittadine, ed un documento del 1148 indica che era gestito dei Cavalieri Templari. Oggi appartiene ai Cavalieri di Malta. Tra l’XI e il XII secolo, la rinascita del monachesimo cristiano iniziato con la riforma cluniacense vide la fondazione di numerosi ordini religiosi, in particolare con i frati conversi che promossero tra loro il lavoro manuale e il rinnovamento della vita collegiale adottando la regola di San Benedetto in un’interpretazione rigida proposta da Benedetto d’Aniane. Anche la chiesa secolare stava attraversando un periodo di rinnovamento, conosciuto come “riforma dell’XI secolo”, che la vide rafforzarsi a spese del potere laico anche grazie al successo nella cosiddetta lotta per le investiture tra il papa riformatore Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV di Franconia. La chiesa, nella ricerca di condurre il popolo a una vita più incline ai dettami evangelici, si occupò anche di arginare la violenza costante insita nella società promuovendo a tal fine la “Tregua di Dio”. È in questo contesto religioso che la chiesa cattolica incoraggiò i cavalieri del tempo a diventare militiae Christi, “cavalieri di Cristo”, con lo scopo di combattere gli infedeli in Terra santa, piuttosto che compiere brutalità in patria. A questi non veniva più chiesto di abbandonare il mondo, come ai monaci, per espiare i propri peccati, ma di utilizzare le proprie armi per la causa della cristianità. Il 27 novembre 1095, papa Urbano II, nel corso del decimo giorno del concilio di Clermont tenne un discorso in cui fece un appello ai presenti perché si recassero in Terrasanta a riconquistare Gerusalemme, a quel tempo in mano ai turchi selgiuchidi. Il papa ricordò ai presenti di come i pellegrini cristiani in viaggio verso Gerusalemme fossero regolarmente vittime di atrocità e persino di omicidi e come l’imperatore di Costantinopoli Alessio I Comneno avesse chiesto il loro aiuto per fermare l’espansione dei turchi. L’appello del papa non rimase inascoltato e in poco tempo una spedizione di cavalieri, anticipata da altre spontanee, prese la via verso l’Oriente per quella che passerà alla storia come la “prima crociata”. Grazie alle indubbie capacità guerriere dei crociati e al momento di difficoltà del mondo musulmano lacerato dalle divisioni interne, l’impresa si concluse con il successo dei cristiani quando, il 15 luglio 1099, le truppe di Goffredo di Buglione presero Gerusalemme dopo oltre un mese di assedio. Oltre alla conquista della città Santa, i cristiani dettero vita ai primi quattro stati crociati ove si insediarono: la contea di Edessa, il Principato d’Antiochia, il regno di Gerusalemme e la contea di Tripoli.Una volta conquistata Gerusalemme molti crociati, considerato concluso il loro obbligo di pellegrinaggio, fecero ritorno in patria mentre a coloro che decisero di rimanere in Terrasanta si presentò fin da subito il problema di come difendere i luoghi santi e come assicurare la protezione alle migliaia di pellegrini che giungevano da tutta Europa. Per far fronte a ciò nacquero dei gruppi spontanei di cavalieri che fecero voto di essere crociati permanenti, di fare vita comune e di spendere le proprie energie per difendere i luoghi santi conquistati. Da questi primi gruppi nacquero così diversi ordini religiosi che si prefissero l’obiettivo di garantire l’incolumità dei devoti; il primo fu l’Ordine dei Canonici regolari del Santo Sepolcro di Gerusalemme, fondato nel 1099 da Goffredo di Buglione. Subito dopo vennero a costituirsi quello di San Giovanni dell’Ospedale e quello del Tempio, che, secondo teorie non da tutti accettate, risalirebbe agli anni 1119-1120. Hugues de Payns, futuro fondatore e primo maestro dell’Ordine del Tempio, venne per la prima volta in Terrasanta nel 1104 per accompagnare il conte Hugues de Champagne, quindi in pellegrinaggio. Ritornato nel 1107, decise di stabilirsi nel 1114, e insieme al compagno d’armi Goffredo di Saint-Omer e ad alcuni altri cavalieri, organizzò il nucleo originario dell’ordine templare, dandosi il compito di assicurare l’incolumità dei numerosi pellegrini europei che continuavano a visitare la città santa.
Nel 1104, l’Ordine degli Hospitalieri o Cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme
I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Paul Guillaume (…), sulla scorta di alcune fonti come Guglielmo di Tiro (…), e Ugo da Venosa (…), ed altri, sosteneva l’origine dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, dalla fondazione del monastero di S. Maria della Latina a Gerusalemme e dell’Ospedale annesso fondati da alcuni frati neri che dipesero dall’Abazia di Cava dei Tirreni, e dal loro abate, Pietro Pappacarbone. Il sacerdote Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, cap. XXV (“I Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano – Gli Ospizi”), a p. 269 e ssg., in proposito scriveva che: “L’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano fu fondato in Palestina durante la Prima Crociata, con lo scopo di difendere il S. Sepolcro e i pellegrini, che vi si recavano a visitarlo. Il suo primo Gran Maestro fu Fra Gerardo Sasso di Scala, presso Amalfi, morto nel 1120, mentre gli ‘Statuti’ furono approvati da Innocenzo II nel 1130……..Nel Medioevo esso ha reclutato i militi in tutte le nazioni cristiane ed ha avuto delle donazioni e dei privilegi dai Papi e dai Sovrani. Esso ha fondato allora, un pò dappertutto, delle case che – a seconda della loro importanza – si sono chiamate ‘Commende’, ‘Priorati’, Baliaggi’. Scopo principale è stato quello di prestare assistenza ai pellegrini e agli ammalati; perciò queste case vengono denominate come ‘Ospizi’ o, più frequentemente, ‘Ospedali’. Nell’Italia Meridionale presero un grande sviluppo le Commende o Priorati di Messina, di Barletta, di Capua, di Napoli e, infine, anche di Venosa. In Calabria ebbero molta importanza i Priorati di ecc…”. Dunque, il Russo ci parla di “Priorati” e di “Commende”. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai Historique sur l’Abbaye de Cava etc…”, a p. 77 (si veda p. 84 edizione a cura di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Gli ‘Ospidalieri di S. Giovanni di Gerusalemme’ erano appena nati in Palestina (1104). Dei pii mercanti di Amalfi avevano d’apprima fondato, nel 1084, (96) col consenso del Califfo d’Egitto, nei pressi del Santo Sepolcro, un monastero, conosciuto sotto il nome di ‘S. Maria della Latina’, come un ospizio o asilo per accogliere i poveri pellegrini. Al fine di attendere ad entrambi gli scopi, come attesta ‘Guglielmo da Tyr’, essi fecero trasferire dal loro paese a Gerusalemme dei monaci con il loro abbate. (97). Questi monaci, secondo ‘Giovanni da Vietri’, portavano l’abito nero (98). Essi seguivano, inoltre, la Regola di S. Benedetto secondo la Costituzione di Cluny; fatto che gli valse, da parte dell’abbate di Cluny, ‘Pietro il Venerabile’ (1123-56) delle lettere di felicitazione. (99) “Ora, chi non distinguerebbe, da tutti questi segni, i religiosi di Cava? Gli arditi navigatori Amalfitani, che a quell’epoca percorrevano il Mediterraneo facendo con l’Oriente un commercio così attivo, sapevano molto bene quali erano i meriti dei discepoli di Sant’Alferio Pappacarbone, la cui dimora principale non era che a qualche ora dal loro paese natale, e che, sulle stesse coste di Amalfi, avevano già molte chiese e priorati. (100)”. Così quando ebbero finito di costruire il monastero e lo spizio di ‘S. Maria della Latina’, essi si diressero, come è tradizione a Cava, dall’abate Pietro, pregandolo di voler prendere la direzione della loro istituzione…..il santo Abate il giorno in cui spedì in Palestina, accanto al sepolcro di Gesù Cristo, una colonia benedetina di Cava. (101). E non è tutto. Sempre secondo ‘Guglielmo di Tyr’, quando i Crociati si impadronirono di Gerusalemme (1099), trovarono nell’ospizio annesso al monastero di ‘Santa Maria della Latina’, un santo uomo, chiamato Gerardo, il quale, durante il tempo delle ostilità, ‘per ordine dell’abate e dei monaci’, serviva umilmente i poveri, (102) cosa che continuò a fare fino alla morte (1021). Il successore di Gerardo, ‘Raimondo du Puy’, cambiò un pò l’ordine nascente, e allo scopo di venire più efficacemente in aiuto ai pellegrini, ‘armò i frati dell’ospizio’. Da quì l’origine, insieme religiosa e militare, degli ‘Ospedalieri di S. Giovanni’ di Gerusalemme, meglio conosciuti tuttavia, a causa dei luoghi che in seguito abitarono, sotto il nome dei ‘Cavalieri di Rodi’ o ‘Cavalieri di malta’. Senza volerci occupare qui della questione, molto dibattuta, di saper se Gerardo, soprannominato Tom, fosse originario del villaggio di Scala, al di sopra di Amalfi, oppure di Marigues, in Provenza, notiamo che universalmente viene riconosciuto come il fondatore e il primo Gran Maestro dei ‘Fratelli Ospedalieri di S. Giovanni’. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva.”.

(Fig…) Guillaume Paul (…), op. cit., p…..
Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (96) postillava che: “(96) Sicard. Cremon., ‘Chron., p. 586.”. Qui il Guillaume cita il ‘Chronicon’ di Sicardo di Cremona (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (97) postillava che: “(97) quì il Guillaume cita il passo in latino tratto dal ‘Monasterium de Latina’. Bell. Sacr. Hist. lib. XVIII, c. IV ecc..p. 427, Bolla, 1549…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (98) postillava che: “(98) In Ecclesiis seu Monasteriis de Latina ecc…Hist. Occid., c. 28.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (99) postillava che: “(99) Epist. lib. III 44,; cfr. Mabill., Ann. O. B., t. V. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (100) postillava che: “(100) L’Abbazia di Cava possedeva, sia ad Amalfi, sia nei dintorni, oltre diciassette chiese o monasteri. Parecchi in questo numero, furono donati all’abate Pietro (1079-1122). Vd in ‘Appendice’, la Lista dei Monasteri.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ad essere incaricati della cura di S. Maria della Latina’. Ma egli non ne fornisce alcuna prova, proprio lui che d’ordinario prova tanto bene tutto il resto…..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (102) postillava che: “(102) “…Et in xenodochia similiter (postquam Civitas fuit capta’) repertus ecc…”, Guglielmo di Tyr, op. cit., p. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Sempre riguardo alla presenza degli Ospetalieri nelle nostre zone, in proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65).”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Le loro case erano diffuse ovunque in Europa, erano dette Tempio. La degenerazione dell’Ordine indusse Filippo il Bello ad espellerli dalla Francia (1307). Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206. Nel Regno l’Ordine venne abolito da Roberto, duca di Calabria, nel 1308, per ordine del padre Carlo II che l’aveva soppresso in Provenza. I loro beni vennero avocati al demanio. Ecc..”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio.”. Ebner, nel vol. II, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) …..Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206.”. Io credo che l’Ebner si riferisca al testo di Matteo Camera (….), “Storia del Ducato di Amalfi”. Matteo Camera (….), nel suo “Istoria della città e costiera di Amalfi“, del 1836, a p. 134, nel cap. VII “Principi del militare Ordine dei Gerosolimitani”, in proposito scriveva che: “……..”. Il sacerdote Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, cap. XXV (“I Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano – Gli Ospizi”), a p. 269 e ssg., in proposito scriveva che: “L’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano fu fondato in Palestina durante la Prima Crociata, con lo scopo di difendere il S. Sepolcro e i pellegrini, che vi si recavano a visitarlo. Il suo primo Gran Maestro fu Fra Gerardo Sasso di Scala, presso Amalfi, morto nel 1120, mentre gli ‘Statuti’ furono approvati da Innocenzo II nel 1130. Quest’Ordine religioso-militare si è coperto di gloria nei secoli XII e XIII nelle lotte contro i Turchi. Costretto a lasciare Gerusalemme, ricaduta nelle mani dei Musulmani, si trasferì a Rodi, da dove partecipò alla difesa dei luoghi santi, rimasti a Malta, dove stette fino a che non fu sloggiato da Napoleone Bonaparte. Di qui il nome odierno di ‘Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta’, subentrato a quello primitivo medievale di ‘Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano’. Nel Medioevo essao ha reclutato i militi in tutte le nazioni cristiane ed ha avuto delle donazioni e dei privilegi dai Papi e dai Sovrani. Esso ha fondato allora, un pò dappertutto, delle case che – a seconda della loro importanza – si sono chiamate ‘Commende, Priorati, Baliaggi’. Scopo principale è stato quello di prestare assistenza ai pellegrini e agli ammalati; perciò queste case vengono denominate come ‘Ospizi’, o, più frequentemente, ‘Ospedali’. Nell’Italia meridionale presero un grande sviluppo le Commende o Priorati di Messina, di Barletta, di Capua, di Napoli e, infine, anche a Venosa. In Calabria ebbero molta importanza i Priorati o Baliaggi di S. Eufemia, di Melicuccà e di S. Cono di Fiumara di Muro. In Diocesi di Cassano i Cavalieri Gerosolimitani compaiono nel secolo XII, quasi esclusivamente in Castrovillari e nel suo territorio, dove presero un grande sviluppo.”. Sui cavalieri Giovanniti ha scritto Antonella Pellettieri (….), nel suo “La città dei cavalieri – San Mauro la Bruca e Rodio”. Da Wikipedia leggiamo che il nome del capoluogo San Mauro La Bruca deriva da quello del suo Santo protettore, l’abate Mauro che visse al tempo di San Benedetto e fu suo discepolo a Subiaco. Sulla base delle più accreditate supposizioni storiche in proposito, tra cui anche quella di Pietro Ebner, si ritiene che a San Mauro La Bruca, in una località chiamata Santa Maria, esisteva in tempi antichi un piccolo monastero dedicato a San Mauro abate. S. Mauro La Bruca e Rodio dal 1200 erano possedimenti dell’Ordine Giovannita, detto poi di Malta, e proprio grazie alla presenza stabile dei Cavalieri i due nuclei rurali si aggregarono fino a diventare città. La scoperta è di una ricercatrice del Cnr di Roma che ha rinvenuto nella National Library of Malta un manoscritto del 1626 e, all’interno di esso, due carte sciolte (acquerelli) datate al 1660 che raffigurano con dovizia di particolari i due paesi del Cilento. I risultati del lavoro di ricerca, che per la prima volta include nell’elenco ufficiale dei possedimenti dell’Ordine questi due centri, sono confluiti nel volume Le città dei cavalieri della dottoressa Antonella Pellettieri, dirigente di ricerca di storia medievale del Cnr e responsabile del progetto internazionale “Territorio e insediamento in Europa e nel Mediterraneo” (in cui rientra lo studio dedicato agli ordini cavallereschi). La scoperta della dottoressa Antonella Pellettieri include a pieno titolo i due centri tra i possedimenti dell’Ordine, legandoli inscindibilmente alla storia dei Cavalieri Giovanniti che lottavano per liberare il Santo Sepolcro, ma avevano come missione anche la cura dei malati, l’assistenza ai poveri e l’aiuto ai pellegrini. Dai possedimenti più lontani dalle vie di comunicazione per Gerusalemme traevano derrate alimentari e rendite che servivano a finanziare la loro opera e la guerra santa. E questo doveva essere il ruolo anche di Rodio, la cui denominazione richiama l’isola di Rodi, sede dell’ordine, e S. Mauro La Bruca, il cui stemma comunale è identico a quello dei cavalieri di Malta. Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 32 scriveva pure che: “La crisi dell’Ordine Benedettino causò la decadenza di molti monasteri e borghi nati intorno ad essi: successe, inoltre, in molti casi che parte di questi possedimenti passarono all’Ordine giovannita (5). La politica papale di recupero dei grandi insediamenti benedettini segnato da un profondo stato di crisi e, sovente di abbandono, portò la Santa Sede ad optare per il passaggio di alcuni monasteri agli Ospedalieri, operazione che, al tempo stesso, forniva nuova linfa finanziaria all’Ordine di San Giovanni.”. La Pellettieri, a p. 32, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A. Pellettieri, I Giovanniti nell’Italia Meridionale, cit., pp. 67-91”. Nel testo citato, Maria Rosaria Salerno (….), a p. 21, in proposito scriveva che: “Il territorio dell’odierna Campania ospitò un cospicuo numero di fondazioni o, in generale, possedimenti, gravitanti e dipendenti dalla sede priorale di Capua, uno dei due priorati – l’altro di Barletta del Mezzogiorno d’Italia peninsulare (2). Stando alla documentazione finora reperita, anche il montuoso e poco abitato territorio del Cilento e Vallo di Diano fu sede di un discreto numero di ‘domus’ e possedimenti dell’Ordine (3).”. La Salerno, a p. 21, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Sul territorio oggetto di studio si veda ‘Storia del Vallo di Diano: età medievale’, a cura di Nicola Cilento, Salerno, 1982; Pietro Ebner, Economia e società nel Cilento medievale, 1979.”. La Salerno, a p. 21, scriveva pure che: “Il nostro punto di partenza, per illustrare quanto sinora documentato, è l’inchiesta sul patrimonio degli Ospedalieri voluta da papa Gregorio XI nel 1373 al fine di riformare l’Ordine e per valutare un suo possibile contributo alla crociata che intendeva organizzare (4).”. La Salerno, a p. 21, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il papa intendeva conoscere l’entità dei possedimenti giovanniti attraverso processi verbali condotti dai vescovi, ognuno nella propria diocesi, ma sono pervenuto soltanto sessantaquattro inchieste; Cfr. A. LUTTRELL, Introduction général, in Lenquete pontifical de 1373 sur l’hordre des Hospitaliers de Saint-Jean de Jérusalem, vol. I, ecc..”.
Nel 1110, la Commenda di S. Giovanni in Fonte a Padula

A Padula vi è un’antica fonte battesimale d’epoca paleocristiana chiamato “Battistero di S. Giovanni alla Fonte”, posto nei pressi della Certosa di Padula. Pur in assenza di fonti storiche, si può supporre che l’edificazione del Battistero risalga al V secolo e che sia da considerarsi legata all’evangelizzazione della zona operata da S. Prisco e da S. Paolino. La prima menzione dell’edificio, come Commenda di S. Giovanni in Fonte, compare per la prima volta nel periodo normanno, quando fu concesso da Ruggero II ai Cavalieri Templari, protettori dei luoghi sacri della Terra Santa. Stranamente questo edificio a Paula, non è menzionato neanche nei documenti della certosa di S. Lorenzo, la più autorevole istituzione religiosa della regione. Non vi sono fonti storiche che ne attestino l’origine ma è presumibile che la costruzione del Battistero sia da collocare nel V secolo e che sia legata all’evangelizzazione dei santi Prisco e Paolino nel territorio valdianese. La “Commenda di San Giovanni in Fonte” è in assoluto la sua prima menzione e risale al periodo normanno quando Ruggero II affidò la cura dell’edificio ai Cavalieri Templari, già protettori dei luoghi di culto in Terra Santa. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65). Su S. Giovanni in Fonte e sulla destinazione dell’edificio ivi esistente a battesimo, v. gli scritti di Vittorio Bracco.”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Nel 1852 Ferdinando di Borbone lì donò alla Certosa di S. Stefano del Bosco amministrati dalla Certosa di Padula per la lontananza della Certosa calabra. ‘Contra’ il Gatta, p. 72, che afferma che ai suoi tempi la commenda apparteneva ai Cavalieri di Malta. Scrive Vittorio Bracco (‘Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di Archeologia cristiana”, n. 1,4, Città del Vaticano, 1958, p. 17 estr.) “sappiamo che S. Giovanni in Fonte era ormai commenda, passata dai Templari ai Cavalieri di Malta”. Cfr. pure Sacco, cit., I, p. 209 sg.”. Riguardo la citazione di “Sacco” si tratta di Antonio Sacco (….) e la sua “La Certosa di Padula”. Riguardo invece la citazione di Vittorio Bracco (….) si tratta della sua opera “Marcellianum e il suo battistero”, in la rivista “Archeologia cristiana”, n. 1, 4, Città del Vaticano, 1958 (credo sia il testo vol. I di P. Testini, ed. Desclee & C.). Pietro Ebner, a p. 475, nella sua nota (66) postillava che: “(66) ‘Bona Ecclesiae sancti Joanni de Fontibus’ è detto nell’istrumento di vendita del feudo di S. Angelo di Sala (25 marzo 1508) di Roberto Sanseverino alla Certosa di Padula.”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Ebner citava anche il testo di Costantino Gatta (….), ed il suo “Lucania illustrata”, p. 72. Leggendo il testo di Costantino Gatta (….), “Memorie storiche topografiche della Provincia di Lucania – opera postuma messa in luce dal figlio Giuseppe Gatta”, Napoli, 1743 (che posseggo) parlando di “Marcelliana”, a p. 68 leggiamo che: “Non altrove che quivi vi era sì famoso Tempio con il Fonte prodigioso, perchè quivi appunto erano i suborghi della città di Marcelliana, come a sufficienza provato abbiamo nella nostra ‘Lucania illustrata (b), e nelle ‘memorie Topografiche-storiche (c), ed al presente vi è una Chiesa consegrata a S. Gio: Battista entro cui sorge un Fonte di cristalline, ed abbondanti acque, che è celebre Commenda dè Cavalieri Gerosolomitani, e chiamasi S. Giovanni in Fonte.”. Giuseppe Gatta, a p. 68, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Lucania illust. cap. 3.”. Gatta a p. 68, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Mem. Topograf. della Prov. di Luc. par. I. cap. 9.”. Costantino Gatta (….), nel 1723, nel suo “Memorie storico topografiche della Provincia di Lucania”, parte I, cap. IX, a p. 72, in proposito scriveva che: “ma quivi è assai manifesto, sendovi uno meraviglioso Fonte di freddissime e limpidissime acque in uno Tempio al presente consegrato al Precursore di Cristo, e già famosa Commenda dè Cavalieri di Gerosolomitani”. Dunque, come faceva nota l’Ebner, il Gatta scriveva che nel 1723, “la chiesa di S. Giovanni Battista” era stata famosa “Commenda dei Cavalieri Gerosolomitani”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, nel capitolo “4.3 Le origini”, a p. 132, in proposito cosi scriveva: “Ma anche per i secoli successivi tutto il territorio compreso tra il distretto di Sala Consilina e quello di Padula è interessato dall’esistenza di altre dipendenze degli Ospedalieri. Nel 1722 San Giovanni in Fonte, l’antico battistero di origini paleocristiane, costituiva una commenda dello stesso Ordine, dipendente fino al 1419 dal priorato della S.ma Trinità di Venosa (57).”. La Alaggio, a p. 132, nella nota (57) postillava: “(57) M. Gattini, I Priorati, i Balieggi, le Commende del Sovrano Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, Napoli, 1928, pp. 85 ss. i beni posseduti dalla Commenda di San Giovani iin Fonte, esistita fino al 1722, erano dislocati in varie parti del Vallo di Diano: a padula, Sala, Atena, San Rufo, Diano, Sassano, Monte San Giacomo, oltre che in Calabria, a Tortorella, e a Lagonegro, Policastro e Marsico Vetere.”.
Nel 1101 o nel 1110 (?), le commende di S. Giacomo e di S. Giovanni in Fonte, a Roccagloriosa istituite da Ruggero Borsa e la prima Crociata
Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 101 riferendosi a Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Inoltre, Ruggero il Normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda* di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. L’interessante notizia tratta dal Laudisio non ha note bibliografiche neanche nella sua versione a cura del Visconti. Può darsi che la notizia provenga dall’Ughelli o dal Ladvocat (….). Su Roccagloriosa ha scritto pure Scipione Mazzella Napolitano (….). Il Laudisio parlava delle commende istituite nel 1110 da “Ruggiero il Normanno, figlio di Roberto”, dunque il Laudisio si riferiva al figlio di Roberto il Guiscardo ed a suo fratello Boemondo detto d’Antiochia. A chi si riferiva il Laudisio ? Si iriferiva a Ruggero Borsa. Dove avesse tratto l’interessante notizia il Laudisio non ci è dato di sapere. A quale Crociata si riferiva il Laudisio ? . Il Laudisio ci dice dell’anno 1110. Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio. Il principe Ruggiero, nel 1101, investì i beni toccati a Roccagloriosa per fondare due commende: quella denominata di “San Giacomo” sita dove attualmente sorge il cimitero, e quella di “San Giovanni in Fonte” (l’attuale chiesa parrocchiale) con annesso un grande palazzo e con un’estensione di circa 1.000 tomoli di terreno (66). Queste commende furono donate all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, il quale si interessò a governarle fino al pricipio del secolo XVI. Allora la commenda di S. Giacomo non essendo stata ulteriormente restaurata, fu fatalmente vittima del tempo, almeno dopo il 1587, perchè nell’attuale cimitero ci conserva una pietra che porta quella data di restauro. Oggi su tutto lo spazio, dove anticamente sorgeva la chiesa ed annessi fabbricati della commenda, esiste il cimitero ordinato durante il periodo del governo francese (1806-1815). La chiesa della commenda di S. Giovanni diventò chiesa parrocchiale: perciò fu cedutta dall’Ordine dei Cavalieri, e venne restaurata dall'”Università”; difatti il frontale della chiesa reca ancora una lapide di pietra con la croce dei Cavalieri di Malta (67) e la scritta: “Universitas Roccaegloriosae 1520″. Sul portale si legge anche un’altra scritta che ricorda l’antichità della chiesa dedicata al Battista e restaurata la terza volta dal Comue nel 1763 (68).”. L’Agatangelo, a p. 37, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Doc. in Arch. Parr.”. Agatangelo a p. 38, nella nota (67) postillava che: “(67) L’Ordine restò in Palestina fino al 1291, indi si trasferì a Cipro e poi a Rodi nel 1308: nel 1523 si trasferì a Malta e si denominò “Sovrano Ordine di Malta”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa, a p. 424, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763.”. Il Laudisio ci parla dell’anno 1110 mentre l’Agatangelo ci parla dell’anno 1101. Forse un errore di stampa. Riguardo S. Giovanni in Fonte, Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 25, in proposito scriveva che: “Il riferimento alla SS. Trinità merita qualche approfondimento, poichè l’abbazia benedettina, che fu incorporata all’Ospedale da papa Bonifacio VIII il 22 settembre 1297 (26) insieme a tutti i suoi possedimenti, deteneva diversi beni tra Cilento e Vallo di Diano, e a quanto pare continuò a possederli anche sotto i Giovanniti, ma probabilmente dopo il 1330-35 avvenne lo smembramento e per motivi di redistribuzione del patrimonio alcuni beni vennero attribuiti al priorato di Barletta, altri a quello di Capua: per tali motivi ritroviamo la Cappella di S. Giovanni in Fonte in qualità di Commenda e poi forse tra le pertinenze della precettoria di Sala; ecc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 424, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (attuale parrocchiale) pare siano appartenute all’Ordine di Malta (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763 e ultimamente nel 1953. Cappelle: di S. Angelo (58), del Santo Spirito (59), di S. Antonio abate (60), di S. Sofia (scomparsa, solo la statua lapidea della Vergine col Bambino), del Rosario (ubicata dov’era la chiesa di S. Maria greca, nella quale si praticava il rito greco, come nella chiesa di S. Maria dei Martiri, fino al 1572). Gli inventari delle chiese della diocesi risultano abbastanza precisi e completi. Ad esempio è possibile stabilire che i beni della chiesa di San Giovanni Battista di Roccagloriosa rendevano 110 tomola di grano, ducati 42 di capitali e pesi per 641 messe……Nelle chiese (S. Maria greca e S. Maria dei martiri) si praticava il rito greco. Il Giustiniani, oltre a dire di Rocchetta (65) ecc…”. Sempre Ebner, a p. 426, parlando delle ‘Chiese’ scriveva che: “Il 20 gennaio 1630 mons. Feliceo da Morigerati …….”Eodem die post prandium” si recò a ‘Rocchetta’ visitandovi le cappelle di S. Nicola, S. Leonardo, S. Sofia, S. Antonio, S. Maria dei Martiri, S. Nicola vecchio, S. Mercurio, S. Cataldo, S. Maria delle Grazie, S. Giacomo (in costruzione dell’Ordine gerosolimitano), Assunzione, S. Maria Gloriosa “in arce Roccae”, ecc…”. Dunque, secondo la visita ad limina del vescovo di Policastro, mons. Feliceo, nel 1630, a Rocchetta vi era la cappella di S. Giacomo “(in costruzione dell’Ordine Gerosolimitano)”. Ebner, a p. 424, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Pare fosse stata costruita nel 1305 e che avesse posseduto una notevole dimensione fondiaria”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, a p. 68, in proposito scriveva che: “Del battistero non si hanno notizie per sei secoli; torna alla ribalta soltanto in età normanna, quando, a giudizio di Paolo Eterni (73), viene donato da Ruggiero II, re di Sicilia, insieme al territorio circostante all’Ordine dei Cavalieri Templari, nell’ambito di un piano generale di recupero del territorio (74).”. Medici, a p. 68, nella nota (74) postillava: “(74) Ruggiero II, avendo ereditato la Sicilia dal padre e l’Italia meridionale dallo zio Roberto il Guiscardo, si trovò a regnare in un Regno del Sud per la prima volta unificato (1130-1154).”. Medici, a p. 68, nella nota (73) postillava: “(73) Vittorio Bracco, La descrizione seicentesca della ‘Valle di Diana’ di Paolo Eterni, Napoli, 1982. L’assunto riguardante i templari a S. Giovanni in Fonte si trova alle pagg. 74-76. Il manoscritto originale del dotto sacerdote di San Rufo è custodito nell’Archivio privato della famiglia Carrano di Teggiano.”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, a p. 69, in proposito scriveva che: “La donazione normanna e l’equivoco templare. Per quanto riguarda l’insediamento templare di cui parla Paolo Eterni va sottolineato che, all’epoca di re Ruggero II, l’Ordine del Tempio (75) era una istituzione a carattere religioso e militare insieme, sorta nel 1119 in Terrasanta, per difendere il Regno crociato di Gerusalemme; stava conquistando larga fama e popolarità per l’efficienza del suo esercito e per le capacità organizzative dei monaci. Tutto ciò accadeva in Oriente e solo più tardi a questa fase di affermazione in Terrasanta seguì, nella seconda metà del secolo, ad una trentina d’anni dalla sua fondazione, una fase di espansione verso l’Europa…..La presenza templare nell’antica Marcellianum, in quanto situata a due passi dalla via Annia (76), l’arteria che da Capua scendeva fino a Reggio, introducendo ai porti siciliani, come Siracusa, da dove si salpava verso l’Oriente. Tuttavia, sorprende la precocità di tale insediamento che, se è da riferirsi, come dice l’Eterni, agli anni di Ruggero, deve essere compreso tra il 1130 e il 1154; ciò significa che è contemporaneo o addirittura anteriore alle prime importanti dipendenze templari di Trani e di Molfetta datate intorno agli anni 40-50 del secolo. Va poi osservato che quella dell’Eterni è l’unica voce relativa alla presenza templare nel Vallo di Diano, sulla quale si baseranno autori posteriori”. Medici, a p. 69, nella nota (76) postillava: “(76) La via Annia fu realizzata nel II secolo a.C. dal console Tito Annio Lusco. Ne è testimonianza un’epigrafe del tempo, conservata a Polla davanti alla Taverna del Passo.”. Tuttavia devo segnalare che la Medici, sulla scorta della Alaggio scriveva che fu Ruggero II a donare il battistero di S. Giovanni in Fonte ai Cavalieri Templari ma, Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 101 riferendosi a Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Inoltre, Ruggero il Normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda* di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Secondo il Laudisio, non fu Ruggero II a donare S. Giovanni in Fonte, ma si tratta di “Ruggiero il Normanno, figlio di Roberto” ovvero si tratta di Ruggero Borsa che era figlio a Roberto il Guiscardo.
Nel ……, la chiesa di rito greco di San di Nicola di Bari, a Rocchetta di Roccagloriosa
Riguardo questa Commenda fondata a Roccagloriosa, Padre Agatangelo Romaniello e Domenico Falco (….), nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, pubblicato nel 1968, a p. 32, in proposito scrivevano che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco detto “Maurici” di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (66). La chiesa di rito greco, dedicata a S. Nicola di Bari, era molto ampia ed affrescata: oggi si possono ammirare avanzi di archi ed affreschi di stile romanico e trecentesco (S. Michele, S. Giacomo, S. Caterina di Alessandria). Sull’antica basilica fu costruita e posteriormente restaurata una cappella in onore dello Spirito Santo, nella quale si conserva un sarcofago che riproduce in altorilievo la figura dell’eroe Marsilio De Caro (67).”. Dunque, i due studiosi parlano della chiesa di San Nicola di Bari a Roccagloriosa, di rito greco, dove dicono che vi erano affreschi di San Michele Arcangelo. In una didascalia essi scrivono “affresco di stile romanico trecentesco” e questo dato si connette alla data di fondazione della commenda di S. Spirito. Di questi affreschi che i due studiosi dicono preesistenti alla cappella di S. Spirito, i due studiosi, a p. 27: “S. Michele, affresco di stile romanico trecentesco appartenente all’antica chiesa di S. Nicola di Bari annessa alla commenda di Santo Spirito”.

I due studiosi a p. 21, 23 e 25 riportano delle foto dell’antica basilica di S. Nicola della commenda di Santo Spirito. I due studiosi, a p. 32 continuando il racconto scrivevano pure che: “I fabbricati annessi alla chiesa della commenda di Santo Spirito, col passare degli anni, sono andati in rovina, ed oggi sui loro vecchi siti sono stete costruite abitazioni. Quei fabbricati si estendevano fino ad essere attigui al palazzo della commenda di S. Giovanni: costituivano due vasti edifici con cisterne nei cortili, le cui aperture erano di un solo pezzo di pietra scalpellata. In quel tempo non esistevano fontane nel paese: nei cortili dei palazzi c’erano i pozzi, da cui si attingeva l’acqua per gli usi della casa.”. Della chiesa italo-greca di San Nicola di Bari a Rocchetta nessun accenno in “Visibile Latente”. Sulla chiesa di S. Nicola di Bari abbiamo le notizie che riguardano la fondazione della commenda di S. Spirito che risalgono all’epoca trecentesca ma io credo che essa si possa collocarea a molto prima del ‘300. Lo si vede dal campanile della chiesa che è molto simile a quello dell’altra chiesa antica che si trova a Roccagloriosa, la chiesa di S. Giovanni. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 424, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (attuale parrocchiale) pare siano appartenute all’Ordine di Malta (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763 e ultimamente nel 1953. Cappelle: di S. Angelo (58), del Santo Spirito (59), di S. Antonio abate (60), di S. Sofia (scomparsa, solo la statua lapidea della Vergine col Bambino), del Rosario (ubicata dov’era la chiesa di S. Maria greca, nella quale si praticava il rito greco, come nella chiesa di S. Maria dei Martiri, fino al 1572). Gli inventari delle chiese della diocesi risultano abbastanza precisi e completi. Ad esempio è possibile stabilire che i beni della chiesa di San Giovanni Battista di Roccagloriosa rendevano 110 tomola di grano, ducati 42 di capitali e pesi per 641 messe……Nelle chiese (S. Maria greca e S. Maria dei martiri) si praticava il rito greco. Il Giustiniani, oltre a dire di Rocchetta (65) ecc…”. Sempre Ebner, a p. 426, parlando delle ‘Chiese’ scriveva che: “Il 20 gennaio 1630 mons. Feliceo da Morigerati …….”Eodem die post prandium” si recò a ‘Rocchetta’ visitandovi le cappelle di S. Nicola, S. Leonardo, S. Sofia, S. Antonio, S. Maria dei Martiri, S. Nicola vecchio, S. Mercurio, S. Cataldo, S. Maria delle Grazie, S. Giacomo (in costruzione dell’Ordine gerosolimitano), Assunzione, S. Maria Gloriosa “in arce Roccae”, ecc…”. Dunque, secondo la visita ad limina del vescovo di Policastro, mons. Feliceo, nel 1630, a Rocchetta vi era la cappella di S. Giacomo “(in costruzione dell’Ordine Gerosolimitano)”. Ebner, a p. 424, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Pare fosse stata costruita nel 1305 e che avesse posseduto una notevole dimensione fondiaria”.
L’Ordine degli ‘Hospitalari‘ in Calabria
Orazio Campagna (…), nel suo “La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro”, edito nel 1982, sulla scorta di Francesco Russo (…), cita i Templari e cita l’Ordine degli Hospitalari, che come vedremo operavano anche nel territorio di Camerota già dai tempi dei Normanni ed in particolare nell’antico monastero di S. Pietro di Licusati. Orazio Campagna (…), riguardo i Crociati, a p. 141, parlando di Majerà e di Scalea, in proposito scriveva che: “Oltre alle due chiese, nella Terra vi era un luogo di ricovero, detto “ospedale”, di cui, all’epoca del Vanni, restava il nome alla via (112). L’”ospedale” di Majerà, come quello di Scalea, fu istituzione assistenziale, collegata all’Ordine degli “Hospitalarii”, sorto per le crociate in Terra Santa (113). La Terra era raggiungibile da Napoli “per la Real Strada di Calabria con galesso, sino a S. Lorenzo della Padula” (114).“. Il Campagna (…), a p. 141, nella sua nota (113), postillava che: “(113) In un documento pontificio del 6 maggio 1149, presso l’Archivio della Badia di Cava, è ricordata l’”ecclesiam S. Marie de Hospitali”, “apud Diascaleam”, F. Russo, Regesto Vaticano, cit., Idem, Storia della Diocesi di Cassano, I, Napoli (Laurenziana), 1964. In Regesto di Gregorio X, 19 marzo 1272, si parla di “Templari” e “Hospitalarii”, F. Russo, Regesto Vaticano, etc, cit.”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo.”. Dunque, Orazio Campagna, cita due documenti in cui si parla dell’Ordine degli Ospitalieri che come abbiamo visto aveva un ricovero anche a Camerota forse dipendente dal vicino monastero di S. Cono o dal vicino monastero di S. Pietro di Licasati. Entrambi i due documenti che cita il Camapagna (…), riguardano l’Ordine degli Ospitalieri e sono citati nel Regesto Vaticano per la Calabria di Francesco Russo (…). Il primo documento è una bolla pontificia del 6 maggio 1149, conservato alla Badia di Cava dei Tirreni (epoca di re Guglielmo I detto il Malo), mentre l’altro documento, si trova nel regesto di papa Gregorio X, del 19 marzo 1272 (epoca Svevo-Angioina). Riguardo i Crociati, il Campagna a p. 141, parlando di Majerà e di Scalea, in proposito scriveva che: “Oltre alle due chiese, nella Terra vi era un luogo di ricovero, detto “ospedale”, di cui, all’epoca del Vanni, restava il nome alla via (112). L’”ospedale” di Majerà, come quello di Scalea, fu istituzione assistenziale, collegata all’Ordine degli “Hospitalarii”, sorto per le crociate in Terra Santa (113). La Terra era raggiungibile da Napoli “per la Real Strada di Calabria con galesso, sino a S. Lorenzo della Padula” (114).“. Il Campagna (…), a p. 141, nella sua nota (113), postillava che: “(113) In un documento pontificio del 6 maggio 1149, presso l’Archivio della Badia di Cava, è ricordata l’”ecclesiam S. Marie de Hospitali”, “apud Diascaleam”, F. Russo, Regesto Vaticano, cit., Idem, Storia della Diocesi di Cassano, I, Napoli (Laurenziana), 1964. In Regesto di Gregorio X, 19 marzo 1272, si parla di “Templari” e “Hospitalarii”, F. Russo, Regesto Vaticano, etc, cit.”. Dunque, Orazio Campagna ci informa che il sacerdote Francesco Russo (….), ci parla dei Templari e Hospitalari, nel suo “Regesto Vaticano per la Calabria” (testo edito da Gesualdi), ed in particolare nel ‘Regesto di Gregorio X, 19 marzo 1272′. Il Campagna, sulla scorta di Francesco Russo (…), cita i Templari e cita l’Ordine degli Hospitalari, che come vedremo operavano anche nel territorio di Camerota già dai tempi dei Normanni ed in particolare nell’antico monastero di S. Pietro di Licusati. Orazio Campagna (…), nel suo “La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro”, riguardo i Crociati, a p. 181 parlando di Belvedere Marittimo e dell’area del Crati, in proposito scriveva che: “Nella “Terra” vi è un ospedale con funzione assistenziale e di nosocomio. L’assistenziale fu originaria tradizione basiliana (250), successivamente fatta propria dalla chiesa latina ed affidata all’Ordine degli “Hospitalarii” (251). La prerogativa di centro ospedaliero fu tramandata nei secoli, difatti nel 1615 gli ammalati, da Cirella, che avevano soltanto due medici, “uno di Urina et un altro Fisico”, venivano ricoverati nella “Terra di Belvedere”….(252).”. Il Campagna, a p. 181, nella sua nota (250) postillava che: “(250) Palladio, La storia Lausiaca, a c. di G.J.M. Bartelink, Ed. Mondadori, Milano, 1974.”. Il Campagna, a p. 181, nella sua nota (251) postillava che: “(251) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, p. 165.”. Sempre il Campagna, a p. 204 parlando di Scalea, in proposito scriveva che: “L’ospedale di Scalea fu posto alle dipendenze di S. Maria d’Episcopio, “ecclesia S. Maria cum hospitali””. Il Campagna riguardo la citazione del sacerdote Francesco Russo (….) e del suo “Regesto Vaticano per la Calabria”, a p. 141, nella sua nota (113), postillava che: “(113) F. Russo, Regesto Vaticano, cit., Idem, Storia della Diocesi di Cassano, I, Napoli (Laurenziana), 1964. In Regesto di Gregorio X, 19 marzo 1272, si parla di “Templari” e “Hospitalarii”, F. Russo, Regesto Vaticano, etc, cit.”. Dunque, Orazio Campagna ci informa che il sacerdote Francesco Russo (….), e cita anche l’altro testo del Russo, ovvero “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I. Infatti, il sacerdote Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, cap. XXV (“I Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano – Gli Ospizi”), a p. 269 e ssg., in proposito scriveva che: “Nell’Italia meridionale presero un grande sviluppo le Commende o Priorati di Messina, di Barletta, di Capua, di Napoli e, infine, anche a Venosa. In Calabria ebbero molta importanza i Priorati o Baliaggi di S. Eufemia, di Melicuccà e di S. Cono di Fiumara di Muro. In Diocesi di Cassano i Cavalieri Gerosolimitani compaiono nel secolo XII, quasi esclusivamente in Castrovillari e nel suo territorio, dove presero un grande sviluppo.”.
Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, cap. XXV (“I Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano – Gli Ospizi”), a p. 272, in proposito scriveva che: “Aieta aveva un ‘Ospizio’, presso la chiesa di S. Michele, costruito dalla munificenza di Matteo Scullando nei primi del secolo XI (10). A Scalea è da segnalare l”Ospedale’ annesso alla chiesa della SS. Annunziata, che è di evidente origine normanna. Viene ricordato nel diploma di Federico II a S. Maria di Acquaformosa del luglio del 1224.”. Il Russo, a p. 272, nella sua nota (10) postillava che: “(10) B. Cappelli, Una carta di Aieta del sec. XI, in A.S.C.L., XII, 212.”.
Nell’IX secolo, Guaimario III e la grotta dell’Arcangelo San Michele a Caselle in Pittari

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “…..l’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante. E’ probabile quindi che l’opera sia stata scolpita agli inizi del XII secolo, in un ambiente ancora dominato dalla cultura longobarda (culto di San Michele) ma già aperto al nuovo fatto, le crociate appunto, che scossero anche emotivamente l’opinione pubblica.”. Dunque, Amedeo La Greca, parlando del noto bassorilievo lapideo che si trova dentro una grotta a Caselle in Pittari scriveva che, sebbene fosse un’opera del IX secolo, tempi longbardi: “Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante.”. Dunque il La Greca ci rimanda all’epoca della prima Crociata, ed all’istituzione delle prime commende nel vallo di Diano e nel basso Cilento. Il ricordo che la I crociata in Terra Santa fu un’impresa di Boemondo d’Altavilla che fu in un certo senso aiutato dal fratellastro Ruggero Borsa che in quegli anni dominava sull’ex principato Longobardo di Salerno. Fu proprio in quegli anni che forse fu compilato il ‘Catalogus Baronum’ pubblicato prima dal Borrelli e poi dalla Jamison, in cui figurano molti feudatari delle baronie delle nostre terre, fra cui quella di Rofrano che possedeva anche Caselle in Pittari. Costantino Gatta (il padre), nella sua opera “La Lucania Illustrata”, nel 1723 per i tipi di Abri, a pp. 66-67-68, parlando delle meraviglie del Regno di Napoli, in proposito scriveva che: “Tali sono le sacre, e venerabili Spelonche in questa Provincia di S. Angelo in Fasanella, di S. Angelo in Pittari di Caselle, & molte altre, nelle quali questo gran Principe, fin da tempi immemorabili, è stato venerato, delle quali sacre spelonche, per far cosa grata al leggitore, volentieri prendo la briga di farne parola, e darò principio a favellare pria della sacra Grotta di Caselle per esser da quì non guari discosta. Ergesi tra le Terre di Casella, è Morgerati nella Diocesi di Policastro, un monte d’uno miglio in circa d’altezza, chiamato dal volgo Pittari, over Pietraro, nome veramente adequato poichè non conserva altro di fregio, che orribilissime balze e Rupi, all’intutto inaccessibili, dove solo l’arte industriosa, hà potuto vincere l’asprezza della natura, coll’intagliarvi a forza d’Iscalpelli, qualche picciol sentiero; nel mezzo dunque di questo monte, verso oriente, vedesi una spelonca, che senza mensogna può stimarsi una delle meraviglie di questo Regno, e forse di tutt’Italia concavandosi il monte più di mezzo miglio al di dentro, con artificio tale prodotto ivi dalla natura, che distinta si vede, in Chiesa, in Choro, & in Sala, & in inestricabili laberinti, e non essendo la persona più che prattica e con quantità d’accesi doppieri, non potervi senza evidente rischio di rimanervi intrigato camminarvi sicuro. Ivi fonti di freschissime e limpidissime acque si veggono, s’odono passaggi di rapidissimi fiumi, che echeggiando per quelle oscure Caverne apportano un certo divoto orrore, e non sò di che meraviglioso spavento. In questa grotta dicesi per accettata tradizione esservi apparso il glorioso Arcangelo S. Michele, al di cui onore consagrata scernesi non men la grotta che un decente altare sopra del quale vedesi collocata dentro una cassa di legno la Statua del sudetto Campione del Paradiso scolpita all’antica, e di fattura più dozzinale che altro, accanto della suddetta cassa nel corno destro dell’Altare, vedesi in una pietra alta da palmi trè in circa, e larga da palmi due, effigiata à basso rilievo, l’immagine del medesimo Principe, intorno della quale sgorgonsi alcuni Caratteri greci, indizii manifesti della dilei antichità. Che sia stato tal Antro, eletto dal supremo Arcangelo S. Michele per sua fede, & abitazione, verificar si potrebbe da molti miracoli ivi operati, quindi è che intendendo Guaimario il terzo di questo nome, Principe di Salerno essere nella sua dizione tal santuario nell’anno 1106. per servigio dell’istesso, fondò nella sommità di detto monte un commodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirto beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi. Al presente però non vi si scorge altra memoria di detto Monistero, che le proprie rovine, e la Chiesa che pur dura in piedi, chiamandosi l’Abbadia di Pittari, che si conferisce dalla Sede Apostolica per segnatura di grazia, tenendo di rendite annuali da seicento scudi circa. Non dissimile alla suddetta, è la celebre spelonca di S. Michele nel territorio della terra di Pertosa, ecc…”.
Nel 1130, l’abate Simone dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava e l’Abbazia della SS. Trinità di Venosa
Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. I, a p. 421, in proposito scriveva che: “..Ruggero II, poi incoronato re a Palermo nel giorno di Natale. Il re volle premiare l’attaccamento della Badia alla sua famiglia con altre concessioni. Va ricordato che fu appunto l’abate Simeone a proporre alla badia della SS. Trinità di Venosa, dipendente dalla badia cavense, il monaco Ugo (“il Venosino”) che doveva poi scrivere le Vite dei primi quattro santi abati cavensi.”.
Tra il 1284 e il 1305, l’Abbazia benedettina di Santa Maria di Cadossa, Priorato degli Ospedalieri di San Giovanni da cui dipendeva l’Abbazia di Venosa
Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, nel capitolo “4.3 Le origini”, a p. 129, in proposito cosi scriveva: “Tuttavia il testo di un diploma di Carlo d’Angiò, emesso nel 1305 in risposta ad una supplica presentata al sovrano dagli Ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme, dimostrerebbe la sottomissione dell’Abbazia cadossana a quest’Ordine religioso, almeno per il breve arco di tempo compreso tra la fine del XIII sec. e gli inizi del XIV sec. (50). Il documento, interamente trascritto dal Sacco, richiama le ragioni dell’istanza mossa al sovrano “pro parte religiosorum virorum preceptoris et fratrum sacre domus hospitalis sancte Trinitas de Venusio”, ragioni che denunciavano i tentativi di usurpazioni messi in atto dal ‘miles’ Guglielmo de ponziaco, il quale aveva cercato in più occasioni di impossessarsi del casale di Cadossa, quando invece, tanto il casale che l’ecclesia di Cadossa appartenevano all’Ospedale della S.ma Trinità di Venosa, come avevano esplicitamente dichiarato gli Ospedalieri muovendo supplica al sovrano: “fuit nostre noviter expositum maiestati quod cum ipsi haberent, tenerent et possiderent in tenimento Padule Casale sancte Marie de Cadossa, cum vassalis et pertinenciis omnibus predicto pertinens pleno iure”(51).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (50) postillava: “(50) A. Sacco, La Certosa di Padula, etc.., op. cit., Ibidem, n. 46. I documenti citati dal Sacco collocano la presenza degli Ospedalieri di San Giovanni a Cadossa tra il 1284 e il 1305; prima e dopo questo periodo i dati raccolti richiamano sempre la reggenza benedettina; la stessa Abbazia viene costantemente menzionata come “monasterium Sancte Marie de Cadosse Ordinis Sancti Benedicti”.”. La Alaggio, a p. 129, nella nota (51) postillava: “(51) …il Sacco dice che….in quel tempo Santa Maria di Cadossa era dipendente dall’ordine militare ospedaliero della SS. Trinità di Venosa. Etc…”. La Alaggio, a p. 130, in proposito scriveva pure: “Quali furono le circostanze che determinarono la dipendenza di Cadossa dal Priorato gerosolomitano di Venosa, il Sacco non ha saputo spiegare, né risulta soddisfacente la sua riflessione su quest’episodio: “Il passaggio nel tempo antico del monastero cadossano dai Benedettini cassinesi ai cavalieri di Malta, non reca alcuna meraviglia, qualora si pensi che quest’ordine militare-cavalleresco è di origine in gran parte benedettina, in parte salernitana, e più propriamente amalfitano-cavese” (52). Altrettanto inspiegabile appare l’uso dell’appellativo “cassinesi” per definire la reggenza di Cadossa, come pure insolita risulta, soprattutto per i secoli XII e XIII, l’assenza di ogni riferimento documentario alle relazioni che pure Cadossa avrebbe dovuto intrattenere con la S.ma Trinità di Cava dei Tirreni, di cui, prestando fede all’identificazione tra San Simeone e Santa Maria, doveva essere una dipendenza.”. La Alaggio, a p. 130, nella nota (52), postillava: “(52) A. Sacco, op. cit., Ibidem, p. 91”. La Alaggio, a p. 130, nella nota (53) postillava: “(53) I motivi per cui un’ecclesia cambia intitolazione possono essere molteplici e, in assenza di dati, altrettanto numerose risulterebbero le ipotesi da formulare. Ma se San Simeone e Santa Maria di Cadossa fossero identificabili nella stessa fondazione, dovremmo trovare nell’Archivio cavense qualche traccia del nuovo titulus’ assunto da San Simeone. Mentre la dipendenza di San Simeone di Montesano dalla S.ma Trinità di Cava è registrata anche dal Guillaume, il quale ne fa risalire l’origine proprio alla donazione di Ugo d’Avena (P. Guillaume, L’Abbaye de Cava etc.., Cava dei Tirreni 1877, Appendice, p. LXXXVIII), per Santa Maria di Cadossa non è dato trovare il benché minimo riferimento ad una sua eventuale sottomissione alla Badia di Cava. In tutta la documentazione dell’Archio cavense non compare mai menzionata Santa Maria di Cadossa (si vedano AC, Index Cronologicus Diplomatum Exratus, arca XIV, 205; Dictionarium Archivi Cavensis, arca XIV, 218; ed anche ‘Inventarium Topograficum’, arca, XIV, 201). Gli unici documenti riguardanti Santa Maria di Cadossa pervennero in questa sede insieme alle carte della Certosa di Padula in seguito alla soppressione del 1807”. La Alaggio, a p. 131, in proposito scriveva: “Per risalire alle origini del cenobio cadossano ogni riferimento alla donazione di Ugo d’Avena si rivela inattendibile, i dati forniti dalla documentazione superstite, nononstante la loro sporadicità, sono sufficienti a delineare, in primo luogo, ina presenza, costante nel tempo, dei monaci benedettini, e, almeno per un breve arco cronologico compreso tra il XIII e XIV sec., la dipendenza dello stesso monastero dal Priorato gerosolimitano della S.ma Trinità di Venosa (55). Nella prima metà del XIV sec., in un periodo, quindi, coevo a quello in cui è documentata la sottomissione di Cadossa agli Ospedalieri della Trinità di Venosa, anche il casale di San Nicola di Goffredo, sulle pendici meridionali dell’abitato di Sala Consilina, risulta interessato dalla presenza dello stesso Ordine.”.
Nel 1275, il baliaggio di S. Eufemia in Calabria
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro La Bruca, a pp. 566-567, parlando del casale di S. Mauro, in proposito scriveva che: “L’Antonini (p. 333) nel confermare l’appartenenza di S. Mauro la Bruca all’Ordine di Malta, così affermava: ecc….”. Ebner, a p. 567 cita il Volpi (….) a p. 211. Ebner scriveva “Le prime notizie sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia dei Vescovi de Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, del 1770, che forniva la notizia a p. 211 dell’appartenenza di S. Mauro e di Rodio al Sovrano Ordine di Malta, già Ordine dei Giovanniti. Dunque, Ebner scriveva che il casale di S. Mauro e di Rodio, uniti in feudo, erano posseduti dalla “Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia”. Ebner ci dice che questa notizia era stata confermata da Giuseppe Volpi (….). Riguardo il “baliaggio” di S. Eufemia, Antonnella Pellettieri (….), nel suo “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio”, a p. 33, in proposito scriveva che: “Il primo trasferimento di un monastero benedettino meriodionale ai Giovanniti si ebbe tra il 1274 ed il 1280, allorchè il monastero di Santa Eufemia di Calabria fu occupato ‘per violentiam’ dai Cavalieri gerosolimitani, perchè ritenuto luogo indispensabile per approntare un rafforzamento delle difese costiere contro i pirati (6). la precettoria di Santa Eufemia anche se ricadeva nei territori controllati dal priore di Messina, ecc…”. La Pellettieri, a p. 32, nella sua nota (6) postillava che: “(6) M.R. Salerno, Gli Ospedalieri di san Giovanni di Gerusalemme nel Mezzogiorno d’Italia (secc. XII-XV), Melitensia 8, Taranto, 2001, pp. 67, n. 124”.

Nel 1104, Guglielmo de Mannia dona San Mauro all’Abbazia di Cava de’ Tirreni
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro la Bruca, a pp. 566-567, in proposito scriveva che: “Nessun documento, finora, però, mostra la sicura esistenza di un cenobio in quel luogo e in quei tempi, specialmente se si esclude che il toponimo in parola possa identificarsi nell’omonimo complesso monastico di cui si legge nella donazione all’abbazia cavense del signore di Novi nel 1104, confermata da un successore nel 1186. Nel qual caso cadrebbe anche l’altra interessante ipotesi tendente a vedere appunto in questo di S. Mauro il “vicino” cenobio che l’egùmeno di S. Nazario avrebbe voluto affidare (Bios, 26) a S. Nilo “subito dopo averlo consacrato a Dio con la confessione”.“. Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 31, in proposito scriveva che: “Il 1104 è l’anno dal quale bisogna partire per incominciare a costruire queste vicende: Guglielmo de Mannia, signore di Novi, con la moglie Altruda assegnarono alla badia di Cava dei Tirreni alcuni possedimenti ‘cum tota ecclesia Sancti Mauri quae edificata est in pertinentia praedicti nostri castelli’ (1). Questa cessione avveniva col pieno consenso del vescovo di Capaccio e viene riportata nelle elencazioni uffciali della Badia di Cava con corrispondenza dell’anno ‘Ecclesia san Maur de Crasso, pr. di Novi’ 1104 (2). la donazione fu confermata nel 1186 ‘Ecclesia Sancti Mauri cum toto tenimento suo (3) e con l’esplicazione precisa e meticolosa di questo territorio sul quale verosimilmente, si può supporre incominciarono ad insediarsi spontaneamente coloni che lavoravano alle dipendenze di questa chiesa. La nascita di piccolissimi borghi rurali intorno a una chiesa o un monastero, o, anche una fortificazione è un fenomeno molto diffuso ecc..”. La Pellettieri, a p. 31, nella sua nota (3) postillava che:


Nel 1275, le precettorie del basso Cilento
Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 22, in proposito scriveva che: “Tra le inchieste pervenute c’è fortunatamente anche quella condotta da Stefano arcivescovo di Capua, che reca al suo termine un elenco delle ‘domus seu preceptorie prioratus Capue, nec non membrorum omni dicti prioratus (5). Tra le 100 ‘domus’ menzionate, tutte a quanto pare suddivise per zone, vengono nominate nell’ordine la ‘domus Ebuli (Eboli), ecc…

La Pellettieri, a p. 22, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. l’edizione del testo di M. Salerno, K. Toomaspoeg, L’inchiesta di papa Gregorio XI sugli Ospedalieri, cit.”. Sempre la Pellettieri, a p. 24, in proposito scriveva che: “Della precettoria di Cuccaro si sa che era dedicata a S. Giovanni (16) e tra il 1378-80 fu assegnata a fra Matteo de Cara di Roccagloriosa, insieme alle case di Policastro, Roccagloriosa, Tortorella (17) e Moliterno, che dovevano essere commende di scarso valore, visto che per tutte nel 1378 il precettore versò al Tesoro 13 ducati di ‘responsiones’, e due anni dopo, soltanto per Rocca e per Cuccaro, la somma di 10 ducati, forse perchè le altre si erano ulteriormente impoverite. Riguardo alle altre piccole ‘domus’, si sa che la precettoria di Policastro (18) era intitolata a S. Giovanni, quella di Roccagloriosa (19) a S. Giacomo, e alla morte del Cara furono assegnate nuovamente insieme, con l’esclusione di Tortorella e Moliterno, a fra Antonio di Policastro, con atto del 21 ottobre 1384 (20); oltre a ciò si ha notizia di un precettore di Policastro nel 1424, il napoletano Antonio Casatini (21).”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (16) postillava che: “(16) AOM, Codice 281, c. 52r. Sulla località di Cuccaro si veda L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato, op. cit., vol. IV, pp. 184-189.”. Riguardo la sigla AOM, la Pellettieri nella sua nota (….) postillava che: “National Libray, Malta, AOM, cod. 321.”. Sempre riguardo la sigla ‘AOM’, la Pellettieri, a p. 63 aggiungeva che: “Sui possedimenti di San Mauro la Bruca e Rodio sono stati rinvenuti sinora tre cabrei: uno conservato alla National Library di Malta redatto nel 1626 (con la segnatura di Archivio Ordine di Malta, n. 6159) ecc..”. Dunque la sigla ‘AOM’ significa Archivio Ordine di Malta che si trova alla Valletta. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Sulla località cfr. L. Giustiniani, cit., vol. IX, p. 219.”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Su Policastro, cfr. L. Giustiniani, cit., vol. VII, pp. 224-229.”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Su Roccagloriosa, L. Giustiniani, cit., vol. VIII, pp. 33-35.”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (20) postillava che: “(20) AOM, Codice 321, cc. 201r – 204v; codice 281, c. 52r”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (21) postillava che: “(21) B. del Pozzo, Ruolo Generale, cit., sub anno 1420.”.
Un antichissimo edificio religioso a Tortorella
Riguardo Tortorella, in un blog curato dal Comune di Tortorella, tratto dalla rete, troviamo la Chiesa della Sacra Famiglia, troviamo scritto “Il sacro edificio, semplice nell’armonia delle linee e delle tinte, delle luci e delle ombre, è di epoca molto remota. Già nel XV secolo era aperto al culto e definito Ecclesia et hospitale S. Marie Annunciata (a Porta Suctana). Topograficamente è disposto sul versante Sud-Est dell’abitato, a quota di 550 metri s. l. m. Ubicato lungo le antiche mura di cinta del paese, è prossimo all’entrata detta Porta Suctana, da cui il suo antico nome e quello del quartiere al quale essa appartiene. La Chiesa, di modeste dimensioni, è a pianta rettangolare, ad unica navata con porta principale contrapposta all’abside, porta di servizio laterale, una piccola finestrella verso il mare. Complessivamente la struttura riecheggia lo stile romanico. L’antico portale d’ingresso, in muratura intonacata, non presentava particolari degni di interesse. La copertura era a due falde poggiante su capriate lignee. La disposizione eliotermica dell’edificio, i resti di un affresco monocromo a tinte povere raffigurante il Cristo Redentore, sito nell’abside semicircolare, la povertà costruttiva della struttura e dell’ambiente, privo di qualsiasi elemento di valore artistico-architettonico, confermano l’origine basiliana del tempio. L’indicazione quattrocentesca “Ecclesia et hospitale” lascia presumere che esistesse un piccolo ricovero per anziani ed infermi costituente parte dell’attuale Chiesa.”.

(Fig…..) Chiesa della Sacra Famiglia a Tortorella
Nel 26 agosto 1279, San Mauro la Bruca e Rodio diventano feudo e possedimento del Sovrano Ordine di Malta
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro la Bruca, a pp. 566-567, in proposito scriveva che: “Le prime notizie sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211…”. Ebner, a p. 567, in proposito scriveva che: “La più antica notizia reperita finora sulla dipendenza del casale dal sovrano Ordine di Malta, risale al 26 agosto 1279, quando il feudo di S. Mauro e Rodio venne fittato da Ugo de Salent, giovannita e priore di Capua, a Giovanni de Bono di Gaeta per un canone annuo di cento ducati d’oro (3), concessione confermata il 6 dicembre da Niccolò Ruggiero, Gran Maestro dell’Ordine.”. Ebner, a p. 567, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ASN, Sommaria, Partium, XXXVIII, 266.”.

Dunque, secondo il documento d’epoca Angioina, citato da Ebner, San Mauro (oggi ‘la Bruca’), nel 1279 era già unito con Rodio, diventa una dipendenza del Sovrano Ordine di Malta. Ebner, in particolare scrive che nel 1279, Ugo de Salent, giovannita e priore di Capua concesse a Giovanni de Bono di Gaeta l’affitto dei due piccoli paesi di S. Mauro e di Rodio. Ugo de Salent era il priore di Capua. La Pellettieri, a p. 34 scriveva che: “Si può verosimilmente che questo accadde anche a S. Mauro se in un documento del 18 gennaio 1497 (12) emanato nel Castello Nuovo di Napoli si estrapola la notizia che il 26 agosto 1279, Frà Francesco Ugo de Salent, priore di Capua (13), fittò i due casali, che erano fra i beni del monastero di sant’Eufemia (14), a Giovanni de Bono di Gaeta per un censo annuo di cento ducati d’oro. La concessione venne confermata il 6 dicembre 1279 (15). Ma ciò che è importante sottolineare che dal 1279 la storia di San Mauro la Bruca e quella di Rodio saranno “un’unica storia” poichè i due paesi rimasero infeudati all’Ordine giovannita fino a tutto il XVIII secolo.”.
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Rodio, vol. II, a p. 426, in proposito scriveva che: “L’origine del nome è stato messo in rapporto con la rosa (ròdom) e con Rodi, sede dell’Ordine gerosolimitano dei cavalieri. Con S. Mauro, Rodio già nel XIII secolo risulta commenda del sovrano militare Ordine di Malta, poi dipendente dal baliaggio di S. Eufemia (1). La notizia più antica che ci informa della dipendenza del villaggio dall’Ordine risale al 26 agosto 1279, quando il feudo venne fittato da fra Ugo de Salent, giovannita e priore di Capua, a Giovanni de Bono di Gaeta per un canone annuo di cento ducati d’oro (2), concessione che fu subito confermata (6 dicembre) da Niccolò Ruggiero, Gran Maestro dell’Ordine. Malgrado il continuo interessamento del balì di S. Eufemia, i villaggi non riuscirono a essere esentati dall’annua colletta di 24 once d’oro. Solo il 3 marzo 1464 re Ferrante d’Aragona accolse l’ultimo ricorso rimesso dal balì Sergio Seripanno, per cui i due villaggi vennero dichiarati “franchi et perpetuo exempti da qualunque solucione fiscale”. Ecc…”. Ebner, a p. 426, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Volpi cit., p. 211. Si tenga presente che patrona di S. Mauro è appunto S. Eufemia e S. Mauro compatrono.”. Riguardo la citazione del Volpi si tratta di Giuseppe Volpi (….) e del suo “Cronologia de’ Vescovi Pestani etc..”. Ebner, a p. 426, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ASN, Sommaria, Partium, XXXVIII, 256”. Archivio di Stato di Napoli, Camera della Sommaria, Partium.
Nel 1626, il cabreo redatto dai Cavalieri di Malta per i possedimenti di S. Mauro la Bruca e Rodio

(Fig…..) Ignoto – disegno acquerellato del promontorio di Palinuro tratto da un’immagine pubblicata da Francesco Barra (…), nel suo “Territorio, etc…”, a sua volta tratta da una pubblicazione di Emilio Ricciardi.
Recentemente Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, a pp. 40-41 in proposito scriveva che: “Di lì a qualche anno, nel 1626, anche i titolari del limitrofo feudo di San Mauro la Bruca, i Cavalieri di Malta, elaborano il loro cabreo, segnando con precisione i confini (45).”. La Ottati, a p. 40, nella sua nota (45) postillava che: “(45) A. Pellettieri, Le città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio, Ed. Altrimedia, Roma, 2007, pp. 71 ss.”. La Ottati, a p. 40 scriveva pure che: “….come anche il cabreo del 1626 da parte dei Cavalieri giovanniti, siano stati fatti per definire i propri limiti territoriali, ecc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro La Bruca, a pp. 566-567, parlando del casale di S. Mauro, in proposito scriveva che: “L’Antonini (p. 333) nel confermare l’appartenenza di S. Mauro la Bruca all’Ordine di Malta, così affermava: ecc….”. Ebner, a p. 567 cita il Volpi (….) a p. 211. Ebner scriveva “Le prime notizie sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211.”. Giuseppe Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 333, in proposito a S. Mauro la Bruca scriveva che: “Lontano dal corso di questo fiume (Melpi e Rubicante) sulla dritta due miglia, e quattro da Pisciotta, su di un’ennesima collina, trovasi S. Mauro della Bruca, chiamato così a differenza d’altri, che vi sono di questo stesso nome. Appartiene la Terra con Rodio alla Religion di Malta ecc…”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia dei Vescovi de Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, del 1770, che forniva la notizia a p. 211 dell’appartenenza di S. Mauro e di Rodio al Sovrano Ordine di Malta, già Ordine dei Giovanniti. Dunque, Ebner scriveva che il casale di S. Mauro e di Rodio, uniti in feudo, erano posseduti dalla “Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia”, di cui ho già scritto. Recentemente, nel 2007, alcuni studiosi, tra cui Nicola Montesano e Antonella Pellettieri, nel 2007 hanno pubblicato un interessante saggio acquistabile on-line, dal titolo Pellettieri Antonella (….), “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, dove, la studiosa parla un interessante documento (“Cabreo”), un registro patrimoniale del Sovrano Ordine di Malta inerente i due possedimenti di Rodio e S. Mauro la Bruca, del 1626, rintracciato dalla studosa presso la National Library di Malta, risalente al 1626 nel quale San Mauro la Bruca e Rodio risultano possedimenti del Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta. Nel documento del 1626 vi sono due carte corografiche che confermerebbero come questo territorio dipendesse e fosse in parte posseduto dall’“Ordine monastico-cavalleresco dei Giovanniti di Sant’Eufemia e Capua”. In questo testo la Pellettieri argomenta attribuendo l’origine dei due piccoli centri sia da attribuirsi alla presenza dei Benedettini di Cava de’ Tirreni prima e dei Giovanniti di Sant’Eufemia e Capua dopo. Dunque, seondo il documento del 1626, S. Mauro la Bruca e Rodio erano ancora possedimento e dipendenza dell’Ordine degli Ospedalieri di S. Giovanni in Gerusalemme. Emilio Ricciardi (….), nel suo “L’immagine del Cilento in età moderna – San Mauro la Bruca e Rodio” (in “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007), a p. 45, in proposito scriveva che: “In un registro patrimoniale del baliaggio gerosolimitano della chiesa di Santa Eufemia, ritrovato di recente nella National Library of Malta (1), si conserva una copia di disegni che raffigura San Mauro la Bruca e Rodìo, due paesini della provincia di Salerno appartenuti all’Ordine di Malta fino alla fine del Settecento (2). Le due prospettive, realizzate da un ignoto disegnatore….”. Ricciardi, a p. 45, nella sua nota (1) postillava che: “(1) NLM, Archivio Ordine di Malta, 6195, ‘Cabreo dell’Intrate, e Giuridittione della Terra di Rhodio e Santo Mauro fatto per il Cavalier Fra Sebastiano Cagnolo (1626).”. Antonella Pellettieri (….), nel suo “Il Cabreo del 1626”, (in “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007), a p. 62, in proposito scriveva che: “Nel 1626 il cavaliere frà Sebastiano Cagnolo decise di produrre un cabreo, cioè un registro patrimoniale nel quale si potessero elencare tutti i possedimenti dell’Ordine di Malta a San Mauro e Rodio. La famiglia Cagnolo fu legata al baliaggio di S. Eufemia dal 1550. Infatti, Centorio Cagnolo di Vercelli, che entrò a far parte di quell’Ordine proprio in quell’anno, nè divenne subito balì (1). Di Sebastiano Cagnolo sappiamo che entrò nell’Ordine nel 1588 (2) e che molto probabilmente dopo qualche anno divenne commendatore di San Mauro e Rodio.”. La Pellettieri, a pp. 62-63, nella sua nota (1) postillava che: “(1) B. Dal Pozzo, Ruolo generale dei cavalieri gerosolimitani della veneranda lingua d’Italia fino al 1689…., Torino, 1714, p. 90”. La Pellettieri, a p. 63 aggiungeva che: “Sui possedimenti di San Mauro la Bruca e Rodio sono stati rinvenuti sinora tre cabrei: uno conservato alla National Library di Malta redatto nel 1626 (con la segnatura di Archivio Ordine di Malta, n. 6159) e due presso l’Archivio di Stato di Napoli dei quali uno è la copia di quello maltese del 1626 (con la segnatura Ordine di Malta, Cabrei, n. 64) e l’altro è del 1767 (con la segnatura Cassa di Ammortizzazione, Cabrei di Malta, 3499, n. 37).”.
Nel dicembre 1113, un documento che cita il casale di Oliarola
Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a p. 144, in proposito scriveva che: “Segue la ‘Marina di Ogliastro’ (Ogliastrum), poco in verità frequentata, ma d’aria balsamica e salubre tra i monti e il mare. Vi chiuse i suoi giorni, nel 1748, Francesco Maria, patrizio cosentino, padre di quel Domenico, il quale sopraffatto da grave colluvie di debiti, riserbandosi il nudo titolo di marchese, vendeè, l’anno 1768, la terra di Aieta, in provincia di Cosenza, a Domenicantonio Spinelli, principe di Scalea (5). Quivi si vuole esistesse ne’ tempi andati il ‘Casale di Oliarola, di che è parola in un documento del 1113 (6).”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (5) postillava: “(5) Cons. Monografia sul Santuario di nostra Donna della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta ecc..per Vincenzo Lomonaco”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (6) postillava: “(6) Ventimiglia, Notizie ecc…, pag. 73. Appendice dei monumenti, n. VI, pag. XXVI.”. Dunque, il Volpe, parlando delle marine del Cilento e riferendosi alla marina di Ogliastro (che come vedremo, insieme al Ventimiglia, dice Ebner, confonde con il casale di Ogliastro), scrive che vi è un documento del 1113 che ci parla del “Casale di Oliarola, di cui è parola in un documento del 1113.”. Di questo documento dell’anno 1113 ne parla Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando del casale di “Olearola” (Oliarola ecc..), a p. 214, in proposito scriveva che: “Prima notizia del villaggio nel diploma di Troisio di Sanseverino del dicembre 1113, dove è detto “in casali (…) Pluppis et in Pragenito et in Oliarola”. Tra le “hereditates” donate alla Badia con lo stesso diploma, i terreni che “sunt in oliarola (….), alie vero due pecie de iam dictis terris sunt in loco qui dicitur Oliarola”. La prima eredità aveva per confini la chiesa di S. Maria de Gulia (Castellabate), l’altra la chiesa di S. Lucia e la via che da Mezzogiorno giungeva “in flumen de iam dicta Oliarola”.”. Ebner, a p. 214, nella nota (1) postillava: “(1) Ventimiglia, cit., p. XXIII sgg. = ABC, E 27, dicembre a. 1113, VII, S. Mauro. Maraldo Giudice; Giovanni Notaio.”. Dunque, Ebner dice che la prima notizia di Oliarola è nel diploma di una concessione di Troisio di Sanseverino all’Abbazia della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Il piccolo casale o marina di Oliarola non deve essere confuso con Ogliastro. Infatti, Ebner, a p. 215, sempre sulla marina di Oliarola, in proposito scriveva che: “Il Ventimiglia (10) crede che Oliarola potesse essere ubicata nella marina di Olgliastro, ma il villaggio di Ogliastro, nei documenti, è detto ‘Olliastrum’ (11).”. Ebner, a p. 215, nella nota (10) postillava: “(10) Ventimiglia, cit., p. 74”. Ebner, a p. 215, nella nota (11) postillava che: “(11) Cfr. nel diploma L 21 della n. 8”. Ebner, a p. 215, nella nota (8) postillava: “(8) Ventimiglia, cit., p. XXXVI sgg. = ABC, L 21, marzo a. 1187, V, Salerno”. Dunque, il documento citato dal Volpe, è dell’anno 1113 ed è stato pubblicato da Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e de’ suoi casali nella Lucania etc…”, d cui ci parla a p. 73. Il Ventimiglia, a p. 73 parla del casale di “Olearola” ed in proposito scriveva che: “Nel monumento già prodotto nel mese di Dicembre 1113. S. Mauro, Fiumicello, Montecorice, etc…Adunque ebbevi il Casale di Olearola dove fu un Porto, che si nomina negl’Istrumenti più, e diverse volte citati, e che noi ricorderemo altre volte ancora nel 1186 etc…Il P. Di Meo citando la carta del 1113. giustamente chiamò Olearola ‘Castello nel Cilento’ etc…”. Il documento del dicembre 1113 citato dal Volpi fu pubblicato da Domenico Ventimiglia, in “Appendice dei Monumenti”. Si tratta del documento “n. VI, pag. XXVI.”. Il documento in questione inizia a p. XXIII, V, e come scrive il Ventimiglia in Epigrafe, si tratta di un privilegio che: “Assegnazione di uomini, di eredità e delle terre che furono del Sig. Torgisio ne’ Casali di S. Mauro etc…Oliarola, e per tutta la Marina del Cilento fatta al Monastero Cavense da Erberto Milite figlio di Anfredo da parte del Sig. Torgisio figliolo del quondam Signor Torgisio. Anno 1113. Mese di Dicembre Indizione VII. (Arca 63, n. 565).”. Infatti, come scriveva Ebner, si tratta di un diploma in cui “….Troisio di Sanseverino del dicembre 1113”, donava all’Abbazia di Cava i porti e le marine del Cilento.
Nel 1136, Goffredo di Camerota, “domnum de Camarota” acquistò un fondaco al porto di Oliarola
Antonio Caputo (….), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), cita una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, il Caputo scriveva che il “primo duca di Camerota”, Goffredo di Camerota, nell’anno 1136 acquistò un fondaco a “Oliarola” (Ogliastro Marina (come da documenti Cavensi – ABC, XXIII, 106, a. 1136), per l’attività che svolgeva, quella di commerciante trasportatore di carne secca in salamoia che veniva trasportata per conto dell’Abbazia di Cava dei Tirreni al porto di “Ogliarola” (Ogliastro Marina). Riguardo il villaggio di “Olearola”, Ebner, nel vol. II, a p. 214, in proposito scriveva che: “Villaggio sorto nei pressi dell’omonimo approdo, uno dei cinque “porti” del distretto di Cilento.”. Ma di questo documento Ebner non ne parla. Riguardo il dominus del Casale di Olearola, nel 1130, ha scritto Pietro Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando del casale di “Olearola” (Oliarola ecc..), a p. 214, in proposito scriveva che: “Di Oliarola è notizia ancora in due diplomi, il primo del 1121, il secondo del 1130…..Con il diploma (4) del 1130, Nicola, figlio di Guglielmo, conte del Principato, concesse ai nipoti Costabile e Maddalena “totum feudum” che era stato di Milo, figlio del fu Magenolfo, sito “in pertinentiis de cilento”. Tra le terre concesse “un pezzum de terra, in loco ubi dicitur Ollarola” confinante con l’omonimo fiume, “qui dicitur de Ollarola”. Nel novembre del 1131, innanzi ai giudici Alferio e milite Giovanni, Leone “qui dicitur barbi cepulla”, figlio del fu Giovanni, Martino, figlio del fu Pietro detto Vasamonaca, e il sacerdote monaco Giovanni, detto amalfitano, attestarono (5) che quando Sergio, figlio del fu Dauferio, etc…”. Dunque, nel 1130, anno in cui ci risulta il documento cavense del 1136, in cui il primo duca di Camerota, un certo “Goffredo” acquistò un fondaco ad Oliarola, in quegli anni, il dominus del Cilento era “Nicola di Principato”, figlio di “Guglielmo di Principato, conte del Principato”. Dunque, il Caputo (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava molto il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Sulle origini questo personaggio, forse normanna, scriveva pure Amedeo La Greca. Infatti, Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 81 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni.”. Però poi, proseguendo il La Greca fornisce notizie più dettagliate su questo personaggio e scriveva che: “Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Sempre il La Greca (….), nello stesso testo, a p. 81, in proposito a Goffredo scriveva che: “Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca, come “ipotesi di lavoro” propendeva nel credere che che il primo “duca di Camerota” sia stato “Goffredo di Camarota”, “mercante” e “domnum di Camerota”, padre di Ruggiero di Camerota che figura nel “Catalogus Baronum” (nel 1144) “Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136)”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota” era il figlio di Goffredo (Ruggiero). Goffredo, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, in questo breve passaggio il La Greca scriveva che “Ruggiero di Camerota”, che compare nel “Catalogus Baronum” era “figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’, nel 1136″. Dunque, il “domnum di Camerota”, Goffredo, era padre di Ruggiero di Camerota. Antonio Caputo scriveva che Goffredo di Camerota “primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.“. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota”, Goffredo dotò l’antica Abbazia di San Pietro di Licusati dei suoi beni (La Greca scriveva “primi possedimenti”) dell’Abbazia. Il La Greca scriveva pure che il duca di Camerota, che Ebner e Caputo individuavano come il mercante “Goffredo di Camerota”, possedeva i vasti territori che dal feudo di Camerota si estendevano fino ai casali di Lentiscosa e Licusati. Infatti, il La Greca individua tra queste assegnazioni all’antica abbazia benedettina di S. Pietro, la chiesa di S. Biagio a Camerota, la chiesa di S. Martino, la chiesa di S. Nicola, verso Licusati, la chiesa di S. Giovanni de lo Colazone nei pressi del torrente omonimo, la chiesa di S. Giuliano e la chiesa di S. Maria de li Piani a Lentiscosa, la chiesa di S. Maria Maddalena e la chiesa di S. Vito a Camerota, l’ospedale ad essa annessa, la chiesa di S. Antonio a Lentiscosa e la chiesa di S. Maria del porto a Palinuro. Tutti questi beni furono tutti donati e assegnati all’abbazia di S. Pietro di Licusati. Di dette assegnazioni il La Greca non fa menzione dell’antico monastero di S. Cono a Camerota. In queste note il La Greca (….), sulla scorta di Ebner chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: ecc…”. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota“ dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Sulla figura di questo feudatario vi sono notizie certe dateci da Pietro Ebner (….), che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 736-737 parlando di “Corbella” in proposito scriveva che: “Prima notizia nel ‘Catalogus baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de principatuo’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio 1144 nella restituzione della parte di Cosma, etc….Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acuafredda, Orso, figlio di Martin, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169, Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo etc…”. Ebner, a p. 737, nella nota (6) postillava che: “(6) Catal. baronum, nn. 434, 437, 460, 461.”. Ebner, a p. 737, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Ebner, a p. 737, nella nota (8) postillava che: “(8) I, ABC, XXXIV, 16, 16 marzo a. 1169.”. Su “Goffredo di Corbella” ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva che: “Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota.”. Dunque, in questo passaggio Ebner parlando di una vendita a Corbella chiarisce l’origine di Goffredo di Camerota. Ebner (….), nel vol. I, a p. 737, nella sua nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, in proposito scriveva pure che da Florio di Camerota dipendevano pure: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Dunque, Ebner, a p. 737 scriveva che da Florio di Camerota dipendeva anche: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Riguardo questa notizia Pietro Ebner (….), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737 “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”) parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato tra Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”. Dunque, Ebner cita un atto stipulato da Orso, figlio di Landolo di Acquafredda con il milite Pietro, figlio di Martino. Il contratto fu stipulato previo assenso del feudatario di Corbella che doveva essere il feudatario che diede l’assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. Dunque, Ebner scrive che da questo atto di compravendita si evince che il signore di Corbella era “Goffredo di Camerota”. Ebner ci dice pure che di “Goffredo di Camerota”, si ha notizia nel “Catalogus Baronum”. Dunque, Ebner segnalava che questo personaggio “Goffredo di Ruggiero di Camerota” figurava nel “Catalogus Baronum”, iniziatosi a compilare intorno all’anno 1144.
L’ospedale annesso alla chiesa e cappella di S. Vito a Camerota
Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi alle donazioni del “duca di Camerota”, forse un certo “Goffredo di Cammarota”, all’antica abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che tra queste vi erano le: “le chiese di…..e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”.“. Dunque, il La Greca scriveva che il “duca di Camerota”, che ipotizza essere “Goffredo di Camerota”, intorno all’anno 1136 dotò l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati di alcuni beni nel territorio di Camerota. Il La Greca scriveva pure che tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche “assegnazione” della “chiesa” di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Dunque, il La Greca, sulla scorta del Di Mauro e del Gentile scriveva che fu il duca di Camerota a donare la chiesa di S. Vito di Camerota, che in origine era una chiesa rupestre e, che in seguito sarà dotata di ospedale, sarà donata all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Onofrio Pasanisi fu di diverso avviso. Egli scriveva che la “chiesa di S. Vito a Camerota e l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa, “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”. Il Pasanisi testimonia la presenza a Camerota dell’Ospedale che dipendeva dall’antico monastero di S. Pietro di Licusati. La presenza a Camerota di una istituzione Ospedaliera dipendente dal monastero (di S. Pietro di Licusati) attesta la presenza nell’area degli Ospedalieri Gerolosomitani. Rileggendo il testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79 apprendiamo che “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc..”. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca scriveva che la “chiesa” o la “cappella” di S. Vito a Camerota”, di cui ho parlato in un altro mio saggio, in origine era una chiesa rupestre, forse un eremo lauritico, ma in seguito questa cappella “sarà poi fornita anche di un ‘hospitale'”. La cappella di S. Vito a Camerota sarà dotata di un Ospedale. Infatti, il Pasanisi sebbene abbia scritto che sia l’Ospedale che la chiesa di S. Vito siano scomparse scrive pure che a Camerota esistevano “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima)”. Cosa significa tutto questo? Della chiesa o meglio ancora, della “cappella” di S. Vito di Camerota che, in origine era chiesa rupestre, ho parlato in un altro mio saggio perche si tratta di una grotta scavata nel banco tufaceo. Secondo Angelo Gentile, come vedremo innanzi scriveva che, la “cappella di S. Vito”, ai tempi del monastero dei cappuccini e poi convento di monache, doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: “Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. Sappiamo che in passato questo Ospedale e la cappella di S. Vito dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, …..istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop.”. Sempre il Di Mauro, a p. 379, in proposito scriveva che: “San Vito o Santo Vito o SANTU VITU, ‘dommula’ (piccola casa) – Chiesa di – ‘O-Spitale Sandu Vitillu o Ospedale della Chiesa di -; in un deposito c’erano botti in cui si raccoglieva l’incenso della Pineta di Sant’Iconio (vedi);”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 362, in proposito scriveva che: “‘A PINETA RE SANT’ANTONIO o PINETA SANT’ICONIO o PINETA ‘NCENZO, a Camerota,……. gli asini trasportavano le cassette di 25 kg di incenso al deposito di San Vito; ecc..”.
Nel 1136, la “chiesa” o “cappella di S. Vito” fu donata dal “duca di Camerota”, forse Goffredo di Camerota all’Abbazia di S. Pietro di Licusati
Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Ma non risulta grancia di Grottaferrata che aveva nell’omonimo monastero di Rofrano il suo alter ego nelle terre dei principi longobardi: infatti, non è inserito tra le dipendenze assegnate a Santa Maria di Rofrano nel diploma di re Ruggero II all’abate Leonzio nel 1131 (70). Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.“. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota“ dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Sempre il La Greca (….), a p. 81, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni. Il primo lo troviamo documentato direttamente nel ‘Catalogus Baronum (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursu storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: “i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Questi monaci possedevano di fatto l’intero territorio, quasi del tutto disabitato, tanto che con lo scorrere del tempo e con l’attacco e le ruberie dei normanni ai possedimenti basiliani, dopo gli Angioini e gli aragonesi pur si trovano nelle loro mani estesi territori in tutto il Cilento come Bosco, S. Nazario, S. Mauro, Molpa, Palinuro, Centola, Celle, Roccagloriosa, Castelnuovo Cilento, Novi, oltre naturalmente Camerota e Lentiscosa. Complessivamente nel 1613 si potevano contare circa 1600 ettari di soli terreni con esclusione delle chiese, delle case, dei mulini, delle stalle, ecc…Comunque Licusati fu aggregata al feudo di Camerota, benchè fosse alle dipendenze dirette della Badia. Ecc..”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche quella di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”. Angelo Gentile, in proposito scriveva che: “Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota.”. Dunque, secondo Angelo Gentile, la “cappella di S. Vito” doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: “Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. Come scrive Angello Gentile su un blog in rete, “la “cappella” risultava scavata nel tufo e vi si accedeva, dopo breve salita, attraverso un’apertura senza alcuna porta, all’interno si notavano sei nicchie, due a dx, due a sx e due sulla parete di fondo.”. Come ho già scritto in un altro mio saggio sulle cappelle rupestri, S. Vito di Camerota era una grotta scavata nel banco tufaceo e probabilmente un’antica cappella funeraria dove venivano seppelliti i defunti già in epoca paleocristiana. Un sacello. Infatti, Angelo Gentile, in un blog da egli curato scriveva che “alla domanda di cosa poteva essere risposi immediatamente, memore di due esperienze pregresse, una da divulgatore storico e l’altra da storico. Ricordavo, infatti, di aver visto simile struttura a nicchie in occasione di un mio intervento quale guida, richiesta, pro amici di Modena in visita ad Ischia: li accompagnai tra l’altro al Castello aragonese e poi al Convento delle Clarisse ed alla sua chiesa dell’Immacolata, fondato nel 1575 dalla vedova d’Avalos per ospitare le figlie delle famiglie napoletane nobili, destinate a non sposarsi per non disperdere il patrimonio fondiario. Sotto la struttura cristiana potei far visitare agli amici (qualche signora rimase sconvolta) il famoso locale del “putridarium” ovvero scolatoio cioè un luogo appositamente previsto dove i cadaveri delle monache venivano posti, seduti, in nicchie. Al centro della seduta un foro che serviva per il deflusso dei liquidi, raccolti in appositi vasi di argilla, in napoletano “cantarelle”, dal greco “cantharus”. Successivamente le ossa erano raccolte, pulite, esposte al sole per renderle bianche e, finalmente, sepolte negli ossari. Quindi doppia sepoltura a salma ormai essiccata. Il luogo veniva quotidianamente visitato dalle monache per riflettere sulla caducità della vita secondo il detto della Genesi (3,19) “Polvere sei e in polvere tornerai”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, nel 1754 in C.O. Camerota fs 4410 pag. 418 possiede 41 territori, più quattro capitali in prestito; istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop. dal santo siciliano decapitato il 15 giugno del 304/5 sul fiume Sele (Ebner III, 19); altre leggende narrano dei miracoli ed esorcismi operati dal giovane santo (M. Mello, 19/24).”.
Nel 1136, il conte Silvestro di Marsico dona ai benedettibi di Cava il casale di Sant’Arsenio
Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 87 così si esprimeva: “…; mentre lo sviluppo dell’abitato di Sant’Arsenio, che sarebbe stato donato da Silvestro Conte di Marsico nel 1136 ai benedettini cavesi, è l’unico centro dello stesso versante menzionato come casale dalla documentazione prodotta negli stessi anni (34).”. L’Alaggio, a p. 87, nella nota (34) postillava che: “(34) A. Didier, Regesti delle pergamene di Teggiano, cit., ibidem, reg. 177. Sull’autenticità dell’atto di donazione di Silvestro di Marsico si nutrono forti dubbi, la dipendenza di Sant’Arsenio dalla Badia di Cava sarebbe tuttavia provata da una bolla di Eugenio III, anche se il testo della conferma papale non fa riferimento all’esistenza di un casale (P. Guillaume, L’Abbaye de Cava, op. cit., p. XXXIII).
Nel 1137 (?) o 1185 (?) Caselle e Morigerati, nel ‘Catalogus Baronum’, dipendenze della Baronia della chiesa e della badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano
Pietro Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al “Calento” (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia.

(Fig….) Pagina…., dell’Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), Catalogo dei Baroni, del 1653, in cui si elencavano i baroni: “Abbas Rofranus”, rimandando a p. 51
Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “…A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Dunque, Amedeo La Greca, voleva che la Terra di Caselle (riferendosi a Caselle in Pittari) dipendeva dalla “Baronia ecclesiastica” della Chiesa di Rofrano, in quanto, la “Terra” di Caselle risulta citata nel “Catalogus Baronum” che il Fusco dice essere un doumento del 1137. Felice Fusco, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Coi Normanni, che si adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico ecc…”. Poi il Fusco continuando il suo racconto a p. 45 in proposito a Caselle in Pittari scriveva che: “Dal ‘Catalogus Barònum’, infatti, compilato intorno al 1137 (96), si apprende che l’abate di Rofrano era feudatario in ‘càèite de dòmino Rege (97) di ‘Casella’, nonchè della vicina Terra di ‘Nechinaràni’ (Morigerati)(98): le tre ‘Terre’ (Rofranum, Casella, Nechinaràni) lo obbligavano a fornire al re sei ‘milites’ e quindici ‘servientes’ per imprese militari (99).”. Riguardo le antiche donazioni Longobarde alla chiesa locale (come quella di Rofrano), poi in seguito confermate da Ruggero II d’Altavilla con il ‘Crisobollo’ del 1131, la studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), alla sua nota (197), fa riferimento a Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in proposito scriveva che: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed i Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (….), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo saggio “L’Archivio e la ‘Grancia’ di S. Pietro de Tumusso (1131-1728)” (stà in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica”, pubblicato nel 2017 a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone), a p. 153, sulla scorta di Pietro Ebner (…), aggiungeva pure che: “Con riferimento a questo e a numerosi altri casi di vescovi-abati-baroni, creati in particolare da Umfredo d’Altavilla e dal fratello Guglielmo nel corso della conquista normanna seguita alla presa di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo (1076), Pietro Ebner ha parlato di baronie ecclesiastiche (207).”. La Falcone, a p. 153, nella sua nota (207) postillava che: “(207) P. Ebner, Economia e Società, cit., p. 227”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I, del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “(55) Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Dunque, come scriveva Ebner ed in seguito la Falcone “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II del 1185.”. La Falcone scriveva che Caselle in Pittari era una dipendenza dell’Abate-Barone di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano dipendente a sua volta dall’Abbazia del Tuscolano. L’Ebner, sulla scorta di Michelangelo Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “…A quella di Agropoli…, si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. L’Antonini (…), riferiva che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per quanto riguarda le nostre terre e baronie, già il barone Giuseppe Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”.

Qui riporto ciò che scriveva Carmine Fimiani (….), nel suo ‘In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani’, pubblicato a Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150, dove parla del ‘Catalogus Baronum’ ed in particolare per i feudi o le Baronie del basso Cilento:

(Fig….) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150
Gustavo Breccia (…), sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig….: “..:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..”. Il Breccia (…), continua scrivendo: “Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Pietro Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: “Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (…), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 207, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel 1137 Caselle, insieme con Morigerati, dipendeva dal Cenobio e dalla chiesa di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano, come si evince dal “Catalogus Baronum”, un elenco di feudatari (e dei relativi feudi) tenuti a servire il Re nelle grandi imprese militari con cavalieri armati e serventi in proporzione alle possibilità del feudo (10).”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (10), postillava che: “(10) B. Capasso, Sul Catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Napoli, 1870, pag. 46 e ssg.”. Riguardo le nostre terre e le baronie, già l’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, ecc..”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (…). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel Catalogus baronum per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. . Infatti, Pietro Ebner (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), in proposito scriveva che: “…A quella di Agropoli…,si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. Gastone Breccia (…), nel suo…………………………, in proposito scriveva che: “Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Il Breccia (…), però, sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig. 4: “….:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..”. Infatti, l’Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. L’Ebner prosegue, scrivendo che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) e Gastone Breccia (…), op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (….), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: “Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (…), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) e Gastone Breccia (…), op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (…), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il vol. I, p. 239.
Nel 1142, il santuario ed il cenobio di San Michele Arcangelo nel “castrum Casellae” (Caselle in Pittari) alle dirette dipendenze del Vescovo-Barone di Capaccio
Nel 1142, il santuario ed il cenobio di San Michele Arcangelo nel “castrum Casellae” (Caselle in Pittari) passò alle dipendenze dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e perciò divenne monastero benedettino
Nel 1142, la ‘Badia di S. Michele’ o ‘l’Abbazia di S. Michele in Pittari’ a Caselle in Pittari divenne abbazia benedettina alle dipendenze della SS. Trinità di Cava dei Tirreni (?)
Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “…A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Dunque, il La Greca scriveva che il santuario (la grotta) di S. Michele Arcangelo e l’annesso “cenobio” a Caselle in Pittari, prima dell’anno 1142 era stato ceduto in possesso al Vescovo Barone della Diocesi di Capaccio e che, nel 1142, il cenobio posto sotto la grotta di S. Michele a Caselle in Pittari passò alle dipendenze dell’Abbazia di Cava dei Tirreni e perciò divenne monastero benedettino. Dunque, Amedeo La Greca, forse sulla scorta di quanto avesse scritto il Gatta, scrive che nel 1142, il cenobio ed il Santuario di Caselle passarono all’Abbazia di SS. Trinità di Cava dei Tirreni divenendo così abbazia benedettina dipendente da Cava. Già in passato ne aveva scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, a p. 646-647, del vol. I, parlando del casale che lui ipotizzava essere quello di “Caselle” e non di “Caselle in Pittari”, di cui parla nella pagina seguente, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. Ecc…”. Ebner proseguendo, a p. 647 scriveva in proposito che: “Se il “castrum Caselle” menzionato nel ‘Liber inquisitionum’ (cit. p. 276) non è da riferire all’abitato (v.) sito nel distretto di Cilento, di cui è menzione nel documento del vescovo pestano del 1142, la prima notizia di Caselle è da cercare ecc…”. Dunque, in questo secondo passaggio, Ebner scrive chiaramente che, attraverso un documento del 1142 del vescovo “pestano” della Diocesi di Capaccio, si ha notizia del “castrum Caselle”, dove il Vescovo di Capaccio ricorda “il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. Ebner citando il documento del vescovo di Capaccio scriveva che nel documento è detto che: “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”, ovvero che: “che è stato edificato nella diocesi del nostro vescovo nella foresta nera nel territorio in cui è chiamato“. Ma, Pietro Ebner (…) scriveva che la notizia che nell’anno 1142 Caselle in Pittari fosse passato al Vescovo di Capaccio, non riguardava il casale di Caselle in Pittari. Pietro Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit., p. 35 e n. C.”. Ebner, a p. 646, nella nota (1) si riferiva a Domenico Antonio Ventimiglia. Domenico Antonio Ventimiglia (…), a cui l’Ebner si riferiva, Domenico Ventimiglia, ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali etc…’, dove a p. 35 parlando del casale di ‘Acquavella’, riportava il documento rappresentato. Il Ventimiglia scriveva in proposito che: “Il P. di Meo accennando una tal concessione fatta all’Abbate Simone, che governava il Monastero della Cava, non saprei come mai abbia potuto dire, che Enrico l’abbia indirizzata al ‘Monistero di S. Giorgio nella Lucania soggetto a’ Cavesi’ (b). Certo che di esso nella carta non è fatto alcun cenno, e solo ivi si parla di beni in S. Giorgio vicino S. Severino, che furono del Monastero della Cava egualmente cogli altri conceduti. Vi era poi in Acquavella la Chiesa di S. Michele Arcangelo, e questa, ‘et alias Ecclesias destructas de ipso loco Acquabelle cum omnibus ad eas pertinentibus’ furono donate da Gregorio figlio di Pandolfo figliuolo di Guaimario Principe, Signore di Capaccio, e da sua moglie Maria nel 1092 al Monastero di S. Nicola di Capaccio dipendente da quello della Cava allora governato dall’Abbate S. Pietro (c).”.

(Fig….) Ventimiglia Domenico (…), op. cit., p. 35
Il Ventimiglia, a p. 35, nella sua nota (c)(quella citata da Ebner) postillava che: “(C) Per un’ideo del Monastero di S. Nicola di Capaccio basterà accennare che oltre alle chiese di Acquabella ebbe al tempo stesso degli stessi donanti concedute la Chiesa di …..e di S. Maria delle Caselle ecc…”. Infatti, vi è da dire però riguardo l’antico documento citato da Ebner che egli aggiunge pure che: “E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola di Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Dunque, ciò che scriveva Amedeo La Greca, parlando delle Baronie Vescovili nel territorio: “…A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…“, potrebbe non avere alcuna pertinenza e correlazione con la chiesa di Caselle in Pittari. Quanto asseriva Amedeo La Greca meriterebbe ulteriori approfondimenti, infatti, Pietro Ebner poneva dei dubbi sul passaggio alla chiesa ed al vescovo di Capaccio in quanto Ebner pensa che la notizia tratta da Domenico Ventimiglia si riferisca ad un altro casale chiamato “Caselle”. Anche Angelo Guzzo, scriveva che l’Abbazia o il monastero di Caselle in Pittari, esisteva ancora prima del 1142, allorquando sarebbe passata alle dipendenze della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro etc…’, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Il Guzzo, traeva l’interessante notizia dal Gatta (…), che nel 1732, a p. 308, del suo ‘Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania’, come scrive l’Ebner, a p….. del vol. I: “…..sul monte Pietrato”, dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”. Angelo Guzzo (…) quando scriveva che il Principe Longobardo Guaimario III “l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7)”, si riferiva alla citazione di Costantino Gatta (…) che a p. 69 scriveva che Guimario III: “….donollo à Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.”. Abbiamo visto che il Fusco ci ha fatto notare una diversa cronologia del figlio di Gatta, ma a mio parere sono dubite e da approfondire ulteriormente le due notizie secondo cui il casale e la chiesa di Caselle in Pittari fossero passate al Vescovo di Capaccio e poi in seguito il passaggio alla SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Sulla questione e le due notizie dateci dal La Greca, di una dipendenza di Caselle dagli Abati Cavensi dopo e prima dal vescovo di Capaccio, sebbene la notizia di un Guaimario III che fondava ivi un cenobio induce a ritenere che fosse una donazione come di quelle consone alla politica longobarda della ‘tutio’ (difesa), il Fusco (…), a pp. 44, in proposito scriveva chiaramente che in seguito ai Longobardi: “Coi Normanni, che s’adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); Caselle ‘in Lucania’ fra ‘fragina et acquabella’, ricordata per l’anno 1137 (92); ‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93); un’altra ‘Casilla’ nell’agro di San Mango Cilento per l’anno 1187 (94); infine ‘Casolle’ nei pressi di Vatolla, di cui è ricordo in carte cavensi della fine del XII secolo (95)), nella prima metà del XII secolo era ancora possedimento dei Padri Basiliani proprio per la concessione normanna. Ecc..”. Interessante è pure la sua nota (93). Il Fusco, a p. 96, nella sua nota (93) postillava che: “(93) Il vescovo pestano Giovanni, ‘anno millesimo centesimo quadragesimo secundo, duedecimo regni roggerii regis siciliae et italiae, ….ob salutem animae….’ fece dono all’abate di Cava, Falcone, del monastero di Sant’Angelo ‘in territorio silve nigre ubi proprie casilla dicitur’. La donazione avvenne col consenso del proprietario, ‘willelmus de pestiglione’, che ecc… (ABC, G 36 e 37, a. 1142; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 352)(Traduzione delle citazioni latine: “Nel 1142, dodicesimo del regno di Ruggiero re di Sicilia e d’Italia, ….per la salvezza dell’anima….in territorio di Selva Negra dove propriamente il luogo chiamato Casilla…..Guglielmo di Postiglione nè aveva il patronato secondo la consuetudine del posto”). Erroneamente Gentile (A. Gentile, Un paese, una storia etc.., cit., p. 12, ritenne trattarsi di Caselle in Pittari. In realtà ‘Selva Negra’ era un casale di Postiglione. Cfr. E. Cuozzo, La Nobiltà dell’Italia meridionale e gli Hohenstaufen, Salerno, Gentile, 1955.”. Il Fusco, a p. 96, nella sua nota (94) postillava che: “(94) ‘Tenimentum sancti magni’ (San Mango Cilento)….’ascendit ad vallicellum de Casilla (contrada? abitato?): ABC, L 21, marzo a. 1187; P. Ebner, Chiesa, baroni etc., op. cit. II, p. 505, nota 27.”. Il Fusco, dunque poneva dei dubbi sulle due notizie dateci da Amedeo La Greca di una dipendenza di Caselle dagli abati cavensi ed ancor prima dal Vescovo di Capaccio, anzi riferendosi al Gentile (…), riteneva errata l’ipotesi che nel documento del 1142 del vescovo pestano Giovanni si trattasse del casale di Caselle in Pittari. Il Fusco a p. 44 dubitava che il documento normanno del 1142 “‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93);” si riferisse al casale di Caselle in Pittari, ma piuttosto si riferiva ad un altro Caselle. Stessa osservazione dice il Fusco per “Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); ecc..”. Il Fusco, a p. 95, nella sua nota (92) postillava che: “(92) ‘Jordanus, dominus Corniti (Corleto Monforte), filius Joanni, fili Pandulfi’, fili Guaimarii (Guaimario IV ma III) principis, pro octo terris in Lucania ubi fragina et acquabella dicitur, etc…..(Giordano, signore di Corleto, figlio di Giovanni figlio di Pandolfo figlio del principe Guaimario III, per otto terre in Lucania nelle località etc…). In pratica si trattò d’una vendita alla Badia di Cava di ‘res stabiles’ (beni immobili) situate a …..non a Caselle..L’atto fu redatto nel mese di marzo del 1137; P. Ebner, Chiesa etc, op. cit., vol. I, p. 415 e nota 131.”. Dunque secondo questi autori, non si trattava del cenobio e del casale di Caselle in Pittari. Io credo che la notizia di una donazione avvenuta nel 1142 che il vescovo pestano di Capaccio Giovanni fece dovrebbe essere ulteriormente indagata. Il Fusco cita Pietro Ebner (….), e la sua “P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 352)(Traduzione delle citazioni latine: “Nel 1142, dodicesimo del regno di Ruggiero re di Sicilia e d’Italia, ….per la salvezza dell’anima….in territorio di Selva Negra dove propriamente il luogo chiamato Casilla…..Guglielmo di Postiglione nè aveva il patronato secondo la consuetudine del posto”. Infatti, Pietro Ebner (….), a p. 352, vol. I, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando della “Serie dei Vescovi” (di Capaccio), in Appendice I del vol. I, a p. 352 parla del Vescovo Giovanni “15. Giovanni a. 1142, 1144 e 1146” e cita il documento in cui “Iohanes” vescovo Pestano “dona all’abbazia Cavense il monastero e la chiesa di S. Angelo de Silva nigra, e firma “+Ego, Iphannes, pestanus episcopus, congedo et confirmo”. Nel documento cavense XXV 56, edito in RSS 1968-1969, redatto ad Agropoli ecc…”. Dunque, siccome in questo documento si parla di “Serra Nigella” il Fusco ha argomentato quanto sopra. L’Antonini (…) che il Ronsini (…), parlando dei beni elencati nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, dicono che in esso viene elencato “Fugenti”. Nel documento del 1131, vi è scritto: “qui dicitur Monacorum, illinc vengit ad campum Castagneti, qui dicitur de Pissotanis, inde recte pergit , et ferit timpam nuncupatam de Laurito, ascenditque per eamdem timpam, quae est prope ‘Fugentum’ per situm Fugenti ex parte, qua aqua descendit, et defluit per spinam usque ad ejusdem Fugenti ‘Lavandaram’, et ascendit per candem Lavandaram ad timpam, quae de ‘Serra Nigella’ digitur et de Serra Nigella pergit ad ‘Pentonem’, inde progreditur per pedes Rupis Sanctae Mariae, inde pergit recte usque ad decollam ‘Castaneolam’. Ecc..”. Io credo che la “Serra Nigella” doveva essere proprio la “Silva Negra” del documento del vescovo pestano.
Dal 1167 al 1168, Guglielmo II d’Altavilla e l’affiliazione Carbonense di alcuni monasteri italo-greci e basiliani
La comunità di Carbone affonda le proprie radici in un passato che risale, grossomodo, all’anno mille. La graduale costituzione dei primi focolai residenziali si registra intorno all’area di quello che ormai è stato ridefinito come “Parco Monastico“. Il documento più antico, ad oggi rinvenuto, circa la presenza del monastero e quindi dei primi insediamenti monastici è dell’anno 1041. I monaci bizantini provenienti dall’Oriente, dopo aver attraversato la Sicilia, incrementarono la loro presenza nelle regioni centro-meridionali fondando numerose comunità giungendo anche a Carbone. E proprio qui edificarono un monastero, intitolato ai Santi Elia ed Anastasio, “unico nel suo genere”: si trattava di un’abbazia che mantenne inalterate le proprie funzioni fino all’anno 1809. Nell’anno 1167 il cenobio carbonese divenne “il baricentro” del sistema basilino dell’intero Mezzogiorno d’Italia: all’abate Bartolomeo venne affidato il controllo materiale e spirituale di tutti i monasteri basiliani situati tra le attuali Puglia e Calabria. Inoltre, da questa data e fino all’anno 1716, il monastero e quindi l’intera comunità di Carbone, risultarono essere ‘nullius diocesis’ (letteralmente: “di nessuna diocesi”) e dipendenti solamente dalla potestà della Santa Sede di Roma. Ulteriore evidenza storica che sottolinea l’assoluta importanza dell’abbazia è costituita dal fatto che nel Seicento ne fu affidata la sua “gestione” al Cardinale Giovan Battista Pamphilj, il quale fu eletto Papa nell’anno 1644 con il nome di Innocenzo X. Pietro Ebner (….), nel suo “Monasteri bizantini nel Cilento – S. Maria di Pattano*”, saggio pubblicato in ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno XXIX-XLIII, 1968-1983, a pp. 175 e sgg, a p. 192 parlando del monastero italo-greco di S. Maria di Pattano in epoca Normanna in proposito scriveva che: “E’ importante far osservare che nel riordinamento dei monasteri italo-greci, re Guglielmo (1167-1168) riunì sotto la giurisdizione dell’archimandrita dei SS. Elia e Anastasio del Carbone tutti i cenobi esistenti tra Salerno, Eboli, Valle del Bradano e Metaponto fino a Trebisacce e Belvedere Marittima. Pertanto, anche S. Maria di Pattano, veniva a trovarsi sotto la giurisdizione di quell’archimandrita.”. Pietro Ebner si riferiva al dominio Normanno sulla regione da parte di Guglielmo II detto il Buono. Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte; era figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra. Viene ricordato come uno dei monarchi siciliani che godette di maggiore popolarità. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109).”. Il Campagna, nel suo “La Regione Mercuriense etc…”, a p. 262 parlando di Policastro in proposito postillava che: “(109) D. Martire, ‘La Calabria sacra e profana’, op. cit., I, pgg. 150-151; B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), pag. 29. G. Robynson M.A., History and Cartulary of the Greek etc…’, op. cit.; M. Spena, ‘Storia del monastero di Carbone’, Napoli, 1831.”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo” (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense. Sull’affiliazione carbonense il Campagna, a p. 150, nella sua nota (133) postillava che: “(133) L’Archimandritato carbonense, fondato nel 1167-68, disponeva d’un territorio vastissimo, da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano’, in “BBGG”, n.s. XXIV (1970).”. Sempre il Campagna a p. 256, in proposito scriveva che: “I Carbonensi, che avevano ridato impulso al monachesimo greco sulla costa, esercitarono una certa egemonia da Belvedere a S. Giovanni a Piro, fino a quando non furono estromessi dalle organizzazioni religiose della Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore, in Roma. (60).”. Il Campagna a p. 256, nella sua nota (60) postillava che: “(60) L’Archimandritato di Carbone fu a capo di un feudo vastissimo, da Salerno raggiungeva Metaponto, Trebisacce e, sul Tirreno, Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il Monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano’, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), e Cronicon Carbonense. Insieme col monastero di S. Giovanni a Piro erano unite alla Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore in Roma, molte grangie della costa. Tra noti monasteri e grangie vengono ricordati S. Pietro a Carbonara di Majerà, S. Nicola di Grisolia, il monastero dei Siracusani di Scalea, S. Maria Maggiore di Tortora e Maratea, S. Costantino di Trecchina, S. Nicola di Sapri, S. Fantino di Torraca, S. Benedetto di Policastro, un non identificato monastero di S. Maria delli Piani, i monasteri di S. Pietro e di S. Croce di Camerota e numerose altre istituzioni monastiche, in D. Damiano, op. cit..”. Riguardo l’opera citata dal Campagna del Cronicon Carbonense si tratta dell’opera di Paolo Emilio Santoro (….) e del suo “Historia monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, pubblicato nel 1601. Santoro stilò una Historia monasterii Carbonensis (1601) in cui ricostruì, con tanto di fonti trascritte, il passato del cenobio. Tra i pochi testi citati (p. 14) figura il ‘De antiquitate et situ Calabriae’ di Gabriele Barrius (1571), attribuito a Guglielmo Sirleto; e alla stregua di quel libro l’opera appare come una storia sacra della Calabria e della Lucania a partire dal 10° secolo. I Normanni sono lodati per aver restaurato il cristianesimo in Sicilia e per le crociate; ma alle loro conquiste risaliva il potere di quei «tyrannunculi» (i baroni) che iniziarono a vessare, e vessavano ancora, i monaci e le popolazioni locali (pp. 46-47). La storia del Regno di Napoli fa da sfondo alla narrazione fin dalla lotta tra Federico II e il papato, difensore dell’Italia dalla crudeltà germanica. L’opera fu tradotta e continuata nel 1859 da Marcello Spena (v. nuova ed. di L. Branco, 1998). Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebre monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Dunque, il Campagna, scriveva che molti monasteri italo-greci o basiliani che erano tantissimi sulle nostre terre subirono le sorti di molte istituzioni monastiche che, in seguito al passaggio del potere dai Longobardi ai Normanni, rifiorirono nuovamente grazie all’influenza esercitata su di esse dall’Archimandriato del monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone in Basilicata. Il Campagna nella sua postilla citava i testi ed i documenti trovati e pubblicati da Gertrude Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; “Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; Biagio Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), tutti testi che ho studiato e verificato attentamente. Su questi testi e sul loro contenuto ha pubblicato un interessante studio Gustavo Breccia (….). Il Campagna poi nin particolare sul monastero di S. Pietro a Carbonara di Majerà, a p. 30 parlando sempre della nuova intitolazione latinizzata di monastero di “S. Pietro a Carbonara”, in proposito scriveva che: “Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Sempre il Campagna a p. 30, nella sua nota (41) postillava che: “Nell’accezione esatta, e non “Mezzacarbone”, toponimo con cui la contrada è erroneamente conosciuta.”. Il Campagna (….), nella sua “Storia di Majerà” a p. 30 riferendosi al monastero di S. Pietro a’ Carbonara di Majerà aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit., ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo, (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense e, dopo la Commenda del 1462 al Cardinale Bessarione, nel 1587 l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e la Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe o Cappella Sistina (dentro le mura della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma), con la bolla n. 58 di Papa Sisto V. In particolare il Campagna aggiunge pure che: “E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Il Campagna (….), a p. 262, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Dunque, queste notizie ancora una volta provengono dalla manoscritto del 1750 del Vanni (….) di cui ho già detto. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Per quanto riguarda gli antichi documenti che riguardano le affiliazioni carbonensi di alcuni monasteri vorrei citare il saggio di Padre Marco Petta. Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), “I manoscritti greci di S. Elia di Carbone” (….), a pp.. 97-98, parlando del monastero di SS. Elia di Carbone scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Dunque, padre Marco Petta (….) scriveva “Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia.” e aggiungeva che dei 29 manoscritti superstiti dell’Abbazia di Grottaferrata, nel 1700 furono prelevati da Pietro Menniti e fatti portare al Collegio di S. Basilio a Roma (7) che, nel 1786 furono venduti alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV)(8). Il Petta (….) scriveva che: “….sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata”. Dunque non sono più quelli che possaimo vedere collegandoci alla BAV Archivio Barberini – Abbadie I e Abbadie II ma sono conservati presso la Biblioteca di Grottaferrata. Il Petta cita il Batiffol (…) che credeva che furono trasferiti a Grottaferrata dal Menniti stesso.
Nel 1170, GUGLIELMO (I) di SANSEVERINO e, le nostre terre
Da Wikipedia leggiamo che da Da Enrico (1099c.-1150) discesero: Guglielmo Sanseverino (1144 -1190) che sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro Guarna, conte di Marsico e ministro del re Guglielmo I di Sicilia. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: “La Baronia appare, comunque, saldamente costituita nelle mani del figlio di Enrico, Guglielmo I, signore di Sanseverino e Montoro nonchè barone di Cilento, registrato nel ‘Catalogus baronum’ tra i più grandi feudatari del ducato di Puglia; infatti, oltre ad avere alle sue dipendenze un gran numero di suffeudatari, tra cui Florio di Camerota, Guglielmo di Postiglione, Guido di Trentinara, Alfano di ‘Castello ad Mare (Velia) ed Arrabito di Cuccolo, egli stesso era in grado di fornire al Re, in caso di necessità, ben 48 soldati a cavallo e 80 fanti armati (7), là dove il vescovo di Capaccio per i suoi feudi, tra cui Agropoli, poteva inviare, come vedremo, solo 8 cavalieri e 20 inservienti. Creato dal re Guglielmo II Gran giustiziere e Comestabile, fece redigere in favore della Badia di Cava, in qualità di barone di Cilento, due importantissimi documenti, l’uno nel marzo del 1186, l’altro nel marzo dell’anno successivo. Nel primo riconobbe il possesso di questo monastero sui porti di Puzzillo, S. Maria di Gulia, Oliarola, S. Primo e S. Matteo di Duoflumina (8), nel secondo vennero analiticamente descritti i confini e le tenute di tutte le chiese, i monasteri ed i casali posseduti dalla Badia nell’ambito delle pertinenze della Baronia (‘in pertinentiis Cilenti Baronie’)(1). Stando a quanto può dedursi dal contenuto generale di questi due ultimi documenti, al tempo di Guglielmo I Sanseverino aveva cominciato a qualificarsi, in sostituzione di Castellum Cilenti, quale nuovo capoluogo della Baronia, Rocca (…..via, qua itur ad Roccam ipsius Domini Guilielmi; a. 1187)(2).”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Guilellelmus filius Henrici de Sancto Severino dixit, quod demanium eius de Sancto Severino est feudum VIII militum, et de Calendo (sic.!) feudum VI militum. Una de proprio feudo milites XIII et augmentum eius milites XIV. Una militum inter feudum et agmentum milites XXVIII et pedites armati LXXX quos abtulit. Idem Guillelmus dixit, quod Montorium est feudum XIII miltum, et augmentum eius milites XIII. Una inter feulenti, quam et de Montoro milites XXVIII et augmentum eius milites XXVIII. Una inter feudum, et augmentum obtulit milites XLIV et pedites LXXX. (Cat. Baron., cit., p 583). Il testo, oltre all’erronea trascrizione di ‘Calento’ per Cilento, contiene evidenti errori di riporto numerico.”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Senatore, cit., doc. XIX”. Il Cantalupo, a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Senatore, cit., doc. XX.”. Il Cantalupo, a p. 131, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ibidem”. Su questo Guglielmo ha scritto pure Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, dedica un intero capitolo: “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, pp. 415-416, in proposito scriveva che: “Nel 1170 Guglielmo di Sanseverino donò (136) al monastero un terreno a Montecorice ecc….Il predetto Guglielmo di Sanseverino, nel 1178, concesse (138) al monastero di S. Arcangelo di Perdifumo di prelevare l’acqua per il mulino costruito da quel cenobio nei pressi della chiesa di S. Nicola di Fiumicello. Nel 1183, Tancredi, signore di Fasanella donò (139) ecc…Nello stesso mese ed anno Guglielmo di Sanseverino confermò (140) alla Badia il tenimento di monte Cerullo, sopra il villaggio di S. Magno e altri beni esistenti nel distretto di Cilento……Senza dubbio più importanti i diplomi del 1186 e 1187 di Guglielmo di Sanseverino, Giustiziere e contestabile del regno. Con il primo (144), Guglielmo e la moglie Isabella, figlia del conte Silvestro di Marsico, confermarono alla Badia (abate Benincasa), ricevendone 150 once d’oro, i cinque porti del Cilento con tutte le loro pertinenze. Nell’enumerare le condizioni cui erano tenuti, nei rapporti con la Badia, i loro vassalli e i loro rappresentanti, i coniugi chiarirono che tali famiglie “dent parti infrascripti monasterii salutes et pregerias et alia servitia faciant, sicut facere consueverunt”. Nel riconoscere poi la transazione intervenuta tra il monastero e il loro vassallo Guerrasio, rimisero alla Badia il debito di 80 tarì dati al cenobio da Gualtiero, detto Vulture, e concessero il pascolo nel bosco di Persiceto agli animali del monastero di S. Magno dietro corresponsione annua di ‘salutes’, segnalando essere di proprietà della Badia le chiese di S. Maria de Gulia, S. Primo, S. Matteo ‘ad duo flumina’, S. Magno e Sant’Arcangelo. Con il secondo (145), il medesimo Guglielmo, signore della baronia di Rocca, dietro invito del duca Guglielmo, riconobbe appartenere alla Badia, oltre i cinque porti suddetti e il castello dell’Abate con le loro pertinenze, anche i tenimenti dei monasteri di S, Giovanni di Tresino, di S. Nicola di Serramezzana, di S. Angelo di Montecorice e di S. Magno ecc…Guglielmo riconobbe infine alla Badia i tenimenti delle chiese di S. Primo e di S. Barbara della Bruca.”. Ebner, a p. 415, nella nota (136) postillava che: “(136) I, ABC, I 5, aprile a. 1170, III, Rocca di Cilento”. Ebner, a p. 415, nella nota (138) postillava che: “(138) I, ABC, I 19, gennaio a. 1178, VIII, Salerno”. Ebner, a p. 415, nella nota (139) postillava che: “(139) I, ABC, I 40, febbraio a. 1183, II, Fasanella”. Ebner, a p. 415, nella nota (140) postillava che: “(140) I, ABC, I 41, febbraio a. 1183, II, Sanseverino”. Ebner, a p. 416, nella nota (144) postillava che: “(144) I, ABC, L. 18, marzo a. 1186, IV Salerno: ‘Portum qui dicitur de lo puzzillo, et portum sancte marie de gulia, subtus castellum ipsius monasterii, et portum qui dicitur de oliarula, et portum qui dicitur de sancto primo et portum sancti mathei ad duo flumina’. Il diploma fu pubblicato, con quello del 1187, dal Ventimiglia, cit., rispettivamente a pp. XXXII e XXXVI sgg.”. Ebner, a p. 416, nella nota (145) postillava che: “(145) ABC, L 20, marzo a. 1187, Vedi Salerno.”. Nicola Acocella (38) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secoli X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1961), a pp. 130-131, nel capitolo “b. la successiva espansione cavense nel Cilento” (che corrisponde allo stesso saggio pubblicato a pp. 486, nel testo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”), in proposito scriveva che: “Nuove forse politiche ed egemoniche si affermavano nella zona. Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse di S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (206). Si puo dire che nei secoli a venire la storia del Cilento e delle nostre terre si identificherà con la storia della Badia di Cava e con quella, nel complesso benefica, dei potenti Sanseverino, i quali crearono il loro bastione nella “Rocca Cilenti”. Nel marzo 1187 fu proprio Guglielmo Sanseverino a riconoscere i confini dei possedimenti che la Badia aveva nell’ambito della laica Baronia del Cilento, ‘in pertinentiis Cilenti Baronie suprascripti domini Guilielmi’: cinque porti sulla costa, il Castello dell’Abate “cum hominibus ibidem habitantibus et habitaturis, et cum omnibus tenimentis et pertinentiis suis”, e finalmente i casali sorti intorno ai vecchi monasteri precavensi (207).”. L’Acocella, a p. 131, nella nota (206) postillava che: “(206), E. Pontieri, s. v. Cilento, in E.I.; C. Gatta, op. cit., p. 148 sgg., 275 sgg.”. L’Acocella, a p. 131, nella nota (207) postillava che: “(207) D. Ventimiglia, op. cit., Appendice dè monumenti, p. XXXVI sgg.”.
Nel 1113, un documento di Aieta
Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a p. 144, in proposito scriveva che: “Segue la ‘Marina di Ogliastro’ (Ogliastrum), poco in verità frequentata, ma d’aria balsamica e salubre tra i monti e il mare. Vi chiuse i suoi giorni, nel 1748, Francesco Maria, patrizio cosentino, padre di quel Domenico, il quale sopraffatto da grave colluvie di debiti, riserbandosi il nudo titolo di marchese, vendeè, l’anno 1768, la terra di Aieta, in provincia di Cosenza, a Domenicantonio Spinelli, principe di Scalea (5). Quivi si vuole esistesse ne’ tempi andati il ‘Casale di Oliarola, di che è parola in un documento del 1113 (6).”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (5) postillava: “(5) Cons. Monografia sul Santuario di nostra Donna della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta ecc..per Vincenzo Lomonaco”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (6) postillava: “(6) Ventimiglia, Notizie ecc…, pag. 73. Appendice dei monumenti, n. VI, pag. XXVI.”.
Nel 1188, i Crociati, per la III crociata in Terra Santa sostavano al monastero di S. Pietro di Licusati e poi si imbarcavano al porto degli Infreschi per Malta
Recentemente, alcuni studiosi locali, hanno riferito alcune interessantissime notizie che riguardano i due cenobi e monasteri italo-greci di S. Iconio a Camerota e di S. Pietro di Lucasati, dove secondo la notizia, avrebbero sostato i crociati in partenza per la Terra Santa, per la conquista di Gerusalemme. Oltre alla notizia della partecipazione di Florio di Camerota, con i suoi sottoposti, avesse partecipato alla III Crociata, ai tempi di re Guglielmo II re di Sicilia, detto “il Buono”, fornendo militi, i cronisti e gli storici locali riportano anche un’altra notizia o una leggenda (?), secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio di S. Cono a Camerota e in quello di S. Pietro a Licusati e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Andrebbe ulteriormente approfondita ed indagata una interessante notizia o “leggenda” secondo cui i ‘Crociati’ (forse la III Crociata al tempo di re Guglielmo II il Buono) sostavano in alcuni cenobi delle nostre terre, come quello di S. Cono di Camerota e di S. Pietro di Licusati, per imbarcarsi al porto di Infreschi. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, a p. 234, parlando del monastero “Abbazia o Badia di S. Pietro”, a Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi. L’Abbazia è attestata nel 1418 come appartenente all’Ordine dei Premostratensi nella diocesi di Policastro per il pagamento della tassa generale dovuta dai vescovi (H. Hoberg, 293).”. Per questa interessante notizia il Di Mauro (…), non cita nessun riferimento bibbliografico, ma dice che lo scriveva “uno studioso locale”. Chi fosse questo studioso locale il Di Mauro non lo dice. Il Di Mauro (…), nel testo citato, riportando l’interessante notizia su cui bisognerà ulteriormente indagare citava alcuni studiosi locali come Angelo Gentile (…)(Gentile II 37-91-109) e, Antonio Ciociano (…), il C. Caputo (…). Alcuni studiosi come il Cirelli (…), Orazio Pasanisi (…) e il Giustiniani (…)(tomo III, pag. 269), il Natella (…) hanno scritto su Camerota ma questa notizia mi sembra nuova. Il Di Mauro (…) citando la notizia dice che il Gentile (II, 37-91-109). Si tratta di Angelo Gentile (…) che nel suo saggio “Excursus storico” e, il Di Mauro dice che ne parla a p. 37-91 e p. 109. Dunque, posseggo copia del saggio del Gentile ma di questa notizia nulla. Dunque, il Di Mauro (…) scrive che uno studioso locale (senza dire chi fosse) parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Il Di Mauro dice che secondo questo studioso locale, di cui non si capisce chi fosse, e certi documenti conservati nell’Archivio Vaticano, i crociati facevano sosta nel cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati per ripartire da li e risalire dalla vicina Lentiscosa “su per il Collazzone” e giungere a porto Infreschi, un’ampia insenatura naturale posta sulla costa fra Scario e Camerota, dove si sarebbero imbarcati per Malta e da li raggiungere la Terra Santa nell’attuale Palestina. Secondo Amedeo La Greca (…), autore del saggio sul “Il Cenobio, poi badia di S. Pietro di Licusati (vedi Parte II di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79-80, si apprende che al “Collazzone” vi era la chiesa di “S. Giovanni de lo Colazone” di Camerota, grangia del monatero di S. Pietro di Licusati. La chiesa di “S. Giovanni de lo Colazone” a Camerota, che nel 1564, figurava nella bolla di papa Pio V fra le grangie possedute dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati, doveva essere una delle prime donazioni fatte all’antico cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati dal feudatario “Goffredo di Camerota” fratello di Florio di Camerota, signori entrambi di Corbella. Secondo un documento del 1131, conservato alla Badia di Cava, il “Goffredo”, avrebbe acquistato un fondaco alla marina di Camerota. Nel saggio di Antonio Caputo (…), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Capano (…), in un suo saggio su Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 48, del Cap. III, poi ci parla di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Anche in questo caso il Capano (…), pur parlando della notizia della sosta dei Crociati dicendo che fosse questa una leggenda, non cita alcun riferimento bibliografico. Forse si riferisce alla fornitura di milites citati nel “Catalogus Baronum”. Amedeo La Greca (…), fa notare che si rileva da un documento del 1136 (XXIII 106) conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, che la chiesa di “S. Giovanni de lo Colazone” di Camerota, poi diventata grangia del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati, fu un possedimento donato al cenobio basiliano nel 1136 da Goffredo di Camerota, forse il primo feudatario di Camerota. Il documento Cavense, fu citato anche da Pietro Ebner e soprattutto ancor prima dalla Evelyn Jamison (…) che pubblicò il ‘Catalogus Baronum’ (Catalogo dei Baroni), dove figuravano i feudatari che inviarono soldati a seguito della II crociata al tempo di re Guglielmo II il Buono. Dal commento al ‘Catalogo’ del Cuozzo (…), poi si apprende meglio la figura di “Guglielmo di Camerota”, Signore di Corbella. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), Amedeo La Greca (…), a pp. 78-79, scriveva che in un non precisato periodo (in seguito del racconto si fa riferimento al tempo di Guglielmo il Buono), e riferendosi al cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati, “il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio ecc…”. Poi il La Greca (…), proseguendo il suo racconto a p. 78 scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino e quella di San Nicola, con le loro pertinenze, rappresentarono il loro primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espressione fondiaria della futura badia. Dopo le prime suddette assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria deli Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena anche di un ‘hospitale); Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71), postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Excursus storico, op, cit., p. 109.”. Pietro Ebner (…), a p. 118, vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo del etc..”, in proposito al cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati scriveva che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche “S. Giovanni di Camerota”, grangia della Badia di S. Pietro di Licusati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Su “S. Giovanni di Camerota”, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati. Amedeo La Greca (…), nel testo ‘Temi per una Storia di Licusati’, a p. 42, cita il primo (secondo lui e l’Ebner) barone di Licusati. Il La Greca, a p. 42, in proposito scriveva che: “Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23)”. Il La Greca, a p. 42, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII 106, a. 1136 ecc..”. Dunque, secondo il documento del 1131, conservato alla Badia di Cava, il “Goffredo” di cui il La Greca dice essere stato il primo duca di Camerota, avrebbe acquistato un fondaco alla marina di Camerota. Goffredo di Camerota sempre secondo il La Greca (…), sarebbe “il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio ecc…”. Amedeo La Greca (…), in un suo saggio sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 81, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni. Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, Amedeo La Greca (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava spesso il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (…), nella sua nota (73), postillava che: “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.“. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca (…), risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: “Fu questo Florio ricco di molti feudi, poichè nella famosa seconda spedizione in Terra Santa sotto Gulielmo il Buono offri per essi sessantatre soldati e cinquanta serventi, come dal ‘Registro’ del P. Borrelli.”. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.“. Anche il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania‘, a p. 412, parlando di Camerota, in proposito scriveva che:

Come però possiamo leggere, l’Antonini (…), a p. 412, della sua ‘Lucania’, parlando di Camerota e dei Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del Borrelli.”. Dunque, l’Antonini sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (il ‘registro’) del Borrelli, il Catalogo dei Baroni pubblicato da Carlo Borrelli (…), nel 1600, parlava di una Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, ma parlava della seconda spedizione e non della terza spedizione ordinata da re Guglielmo II al tempo della spedizione di re Riccardo I d’Inghilterra deto cuor di Leone come invece scriveva Amedeo La Greca (…), nel testo ‘Temi per una Storia di Licusati’. L’Antonini , a p. 412, nelle sue note (I) e (I), citerà la ‘Cronaca’ di Ceccano e non Ruggero d’Hoveden di cui parlerò in seguito. Dunque, l’Antonini (…), ci parla della II Crociata e non della III Crociata a cui partecipò Riccardo I cuor di Leone. Che si sia trattato della II Crociata e non della III Crociata, dove partecipò anche Riccardo I cuor di Leone, riferendosi al catalogo dei Baroni, pubblicato dalla Jamison, lo si rileva anche dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: “E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. L’Antonini, cita anche la ‘chronica’ del Falcando (…), Ugo Falcando, di cui parlerò in seguito e cita pure Agostino Inveges (…). Agostino Inveges (…), nel suo ‘Annali di D. Agostino Inveges’, 1651, a p. 457, per l’anno 1188, racconta che: “Adunque il Re entrò in questa S. lega, e si segnò colla croce; e si daim fede alla Cronica di Sicilia, e al Collenucio appo Bardi (I), egli fu il primo Prencipe, che comparve in difesa di Terra S. poichè scrivono. Guglielmo fatta una grossa armata tenne netto il mare di Giudea di corsari, che lo travagliavano essendo di gran timore à Greci.”. Dunque Agostino Inveges (…), parlando dell’anno 1188, citava il Collenuccio (…) e il Bardi (…), nella sua nota (I) e postillando scriveva che: “(I) Tomo 3, Chronol. f. 346 234 locis cis. 5 6 7 8 in ‘Chron. apud tomo 3 Italia Sacra, col. 953 apud Sigon. loc. cit. apud Cami. Pellegrin. in hist. Longobar. in Ste… in tomo I, Italia Sacra, col. 471 in ‘Annal Anglor.’ apud Baron. to 12. Anno 1189 n. 14 apud Camil. loc. cit. 12 13 14 hist. Sicardi 3 loc. cit. ecc..”. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrivendo sui Florio, in proposito diceva che: “Florio (Riccardo) di Camerota……Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Dunque anche il Bozza, sosteneva che Florio di Camerota secondo il ‘Catalogo dei Baroni’, fornì 63 militi per la crociata del 1188, la III Crociata in cui re Guglielmo II il buono intervenne in aiuto di re Riccardo I cuor di Leone per la riconquista di Gerusalemme usurpata da Saladino e non come invece scriveva l’Antonini che si trattava della II Crociata, dove re Riccardo cuor di Leone non centrava nulla. E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Camerota fu baronia; della stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato (128).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo.”. Giuseppe Volpe (…) che, a p. 122, in proposito scriveva che: “Ben chiara e famosa rese questa terra, al tempo dei normanni, la famiglia ‘Camerota’, detta così per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, cui appartenne quel Florio, Gran Giustiziero di Guglielmo il Buono, ed uno dei giudici, secondo il Falcando ed altri, nella celebre causa del conte Riccardo d’Alcandra, imputato di congiura contro del gran Cancelliere e di altri delitti (5).”. Il Volpe, a p. 123, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Cons. Mannelli, Lucania sconosciuta, M.S., vol. II, pag. 144,145 – Antonini, La Lucania, part. 11, discorso X, pag. 411-412.”. Dunque il Volpe (…) citava il manoscritto (apocrifo) di Luca Mannelli o Mandelli che ivi ho pubblicato le pagine inedite che riguardano Camerota. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota,….Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali etc’, da pp. 168-169, vol. X, ci parla di Florio di Camerota e Lampo di Fasanella:


(Fig….) Di Meo Alessandro (…), op. cit., pp. 168-169, vol. X, su Florio di Camerota e Lampo di Fasanella
Forse la notizia intorno i crociati che partivano da porto Infreschi per la I o la II o addirittura per la III Crociata, riguarda le notizie su uno dei primi feudatari di Camerota e Lentiscosa, la famiglia Marchese o Marchisio, feudatari di Camerota citati anche nel ‘Catalogus Baronum’ pubblicato da Evelyn Jamison e di cui ho scritto in un mio saggio ivi: “I Marchisio e i Florio”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo etc’, nel vol. II, a p. 112, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Il Galanti (2)….mentre l’Alfano (3), oltre a dire degli abitanti (829) ricorda anche i feudatari Marchese. Il Giustiniani (4) ubica il villaggio su un colle “non molto lontano dal mare”, attribuendo il casale quale feudo della famiglia Marchese.”. Ebner, a p. 112, vol. II, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Alfano F.M., op. cit., p. 50”, mentre nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, op. cit., V, Napoli, 1802, p. 254.”. Pietro Ebner alla sua nota (12) postillava diversamente la nota bibliografica per il Giustiniani e scriveva che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. VIII, del suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, a pp. 198-199, parlando del Monastero di S. Nazario e, sulla scorta di Jean Mabillon (…), nei suoi ‘Annali Benedettini’ (‘lib. 57′), scriveva anche di Licusati: “Circa lo stesso tempo vi fu edificato quel picciol paese, ed in oggi la detta Abatia serve di parrocchia agli abitanti, e trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro di Roma, colla giurisdizione quasi vescovile, che esercita il Vicario pro tempore non solo su di essa terra, che sulle altre ancora degli Eremiti, Bosco, Cusati, e Sannicola.”.

(Fig…) Giustiniani (…), vol. VIII, pp. 198-199
Francesco Maria Alfano (…), a p. 121, in proposito a Lentiscosa e a Licusati scriveva che: “‘Lentiscosa’ terra sopra una collina d’aria buona, diocesi di Policastro, un miglio distante dal Mar Tirreno, feudo di Marchese.”. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “…..e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante. E’ probabile quindi che l’opera sia stata scolpita agli inizi del XII secolo, in un ambiente ancora dominato dalla cultura longobarda (culto di San Michele) ma già aperto al nuovo fatto, le crociate appunto, che scossero anche emotivamente l’opinione pubblica.”. Ricordo che la I crociata in Terra Santa fu un’impresa di Boemondo d’Altavilla che fu in un certo senso aiutato dal fratellastro Ruggero Borsa che in quegli anni dominava sull’ex principato Longobardo di Salerno. Fu proprio in quegli anni che forse fu compilato il ‘Catalogus Baronum’ pubblicato prima dal Borrelli e poi dalla Jamison, in cui figurano molti feudatari delle baronie delle nostre terre, fra cui quella di Rofrano che aveva anche Caselle in Pittari.
Nel 1189, Riccardo Florio di Camerota fornisce soldati a Riccardo Cuor di Leone per la III Crociata in Terra Santa
La notizia secondo cui Florio di Camerota (Riccardo) fornisse soldati a Riccardo Cuor di Leone, nel 1188, in occasione della III Crociata, proviene da Pietro Ebner (…), che a p. 581 del vol. I del suo ‘Chiesa Baroni e Popolo etc’, arlando di Camerota e di Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “Florio nella crociata del 1188 fornì 63 militi e 50 uomini d’arme. Ricordo che Riccardo Cuor di Leone (I, 1188-1199) nel recarsi in Terrasanta con ottomila uomini per la Crociata, costrinse Tancredi, conte di Lecce, usurpatore del trono di Sicilia (IV re, 1190-1194) a liberare dalla prigionia la sorella Giovanna (morta 1199), vedova di re Guglielmo, e a pagargli la somma di 40 mila once d’oro (versate solo il terzo).”. Pietro Ebner a p. 581, nella sua nota (8), postillava che: “(8) L’evento è ricordato da Romualdo Guarna (Cronaca ad a.): ecc…” e poi sempre nella nota (8), riguardo la spedizione in Terrasanta di Riccardo Cuor di Leone, l’Ebner cita “Ruggiero d’Howrdea”, ovvero della sua cronaca di cui parlerò in avanti e cita pure la Cronaca di Ceccano e p. 411, vol. I, dell’Antonini. Dunque la notizia secondo cui Florio di Camerota aveva fornito militi a Riccardo Cuor di Leone nel 1188 in occasione della III Crociata, proviene da Pietro Ebner (…), che ne scrive sulla scorta della ‘Cronache’ di Ruggero d’Howrdea e del Ceccano. Tuttavia l’Ebner (…), cita la ‘Chronaca’ dell’Arcivescovo di Salerno Romualdo Salernitano (Romualdo Guarna) che però racconta l’episodio della liberazione di Giovanna ma non dice nulla riguardo a Florio di Camerota ed alla III Crociata. Stessa cosa diremo per il Ceccano, come vedremo in avanti. In verità, dal punto di vista bibliografico, questa notizia, ancor prima dell’Ebner, proviene dallo storico Angelo Bozza (…) che, nella sua ‘Lucania’, nel 1888, a p. 277 (vol. II), scriveva su Riccardo Florio di Camerota: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone,….Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Prima che ne scrivesse l’Ebner, la notizia secondo cui Florio di Camerota avesse inviato dei militi a Riccardo I cuor di Leone, nella spedizione del 1188, era stata citata nel 1889, dallo storico lucano Angelo Bozza (…), il quale, nella sua ‘Lucania’, nel 1888, a p. 277, su Riccardo Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo inimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Mi chiedo da quale fonte il Bozza abbia attinto citando la notizia che riguarda la III Crociata di Riccardo Cuor di Leone e lo stesso Ebner (…), forse ha collegato l’episodio raccontato da Romualdo Guarna ?. Infatti, questi fatti risalgono al tempo della III Crociata del 1190 (dopo la morte di re Guglielmo il Buono). In quella occasione, Riccardo Cuor di Leone, re d’Inghilterra, in cui Riccardo si fece restituire la sorella Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, che era stata rinchiusa da Tancredi nel castello della Zisa. Poco dopo aver lasciato la Sicilia, la flotta di Riccardo fu messa a dura prova da una violenta tempesta: molte navi andarono perdute, mentre quella che trasportava Giovanna, sorella di Riccardo e vedova di Guglielmo II, e Berengaria di Navarra, promessa sposa di re Riccardo e che trasportava gran parte del tesoro accumulato per finanziare la crociata, fu costretta a trovare un approdo di fortuna nei pressi di Limassol, sull’isola di Cipro. A governare in Sicilia era re Tancredi, conte di Lecce che era succeduto al defunto Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono“, morto l’anno precedente (a. 1188). Angelo Bozza (…), oltre a citare l’episodio di Lagonegro, del 1176, seguendo la sua cronologia dei fatti, si discosta da quanto egli stesso scrive a p. 361, del vol. II, parlando di Riccardo Florio di Camerota: “Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”, almeno io noto delle incongruenze su ciò che egli scriveva nella sua cronologia dei fatti. Il Bozza (…), a p. 362, scriveva che nell’anno 1189 “Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi.” e invece a p. 277 (vol. II), scriveva su Riccardo Florio di Camerota: “Florio (Riccardo) di Camerota,…..Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”, che riguarda la III Crociata al tempo di Re Riccardo I Cuor di Leone, dove il re d’Inghilterra si recò dopo la morte del padre Enrico II, nell’anno 1189. La notizia non è improbabile in quanto sappiamo che Guglielmo II il Buono, prima di morire, tra il 1188 e il 1189 si era recato in Sicilia per dare aiuto a e Riccardo I Cuor di Leone. In seguito, la notizia dataci da Pietro Ebner, non suffragata da sufficienti prove oggettive e fonti documentarie, viene citata dagli studiosi locali, quali il Guzzo, il La Greca, il Di Mauro, ecc….Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che nel 1188 compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia citata da La Greca (…), probabilmente tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i pesonaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.“. Il mio amico Michael Shano, mi dice che la notizia è citata anche nel testo di Giovanni Ciociano (…), nel suo ‘Storie camerotane‘. Gli autori del saggio, sulla scorta di Ebner (…), riportano le notizie sulla ‘leggenda’, ovvero sulla partecipazione di Florio alla terza Crociata e di ciò che raccontava Ebner (…), sull’argomento. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.“. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73), nella sua nota (73), postillava che: “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.“. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca, risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. Alessandro Di Mauro (…), a p. 432, riguardo l’anno 1188, scriveva che: “Sessantatrè soldati con trenta inservienti camerotani partecipano alla crociata nella schiera fornita dal Florio a Riccardo Cuor di Leone (Ebner IV 581, Ciociano I 55 e D’Angelo 102).”. Il Di Mauro (…), si riferiva a Ebner (…), in ‘Chiesa, baroni e popoli etc’, a p. 581 del vol. II e a Ciociano (…), in ‘Storie Camerotane’. Ma si è visto la notizia proviene da Pietro Ebner. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”. Dunque, il Di Mauro (…), riferisce che uno studioso locale, ci parla di alcuni documenti conservati nell’Archivio Vaticano che attesterebbero la notizia secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Il Di Mauro (…), senza peraltro dire chi fosse questo studioso locale, pone la notizia intorno all’anno 1188, epoca della III Crociata al tempo di re Guglielmo II il Buono e Riccardo Cuor di Leone.

Nel 1194, l’Imperatore Enrico IV, decise che l’Abbazia della SS. Trinità di Venosa passasse alle dipendenze dell’Abbazia di Montecassino
Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, nel capitolo “4.3 Le origini”, a p. 133, in proposito cosi scriveva: “Ma già nel 1194 la S.ma Trinità di Venosa aveva subito la perditadella sua indipendenza con l’ingresso forzato nella congregazione cassinese. Per aver sostenuto l’ascesa politica di Tancredi di Lecce, l’Imperatore Enrico VI ritenne opportuno sottomettere il cenobio venosino all’autorità del decano di Montecassino Atenulfo, il quale, invece, era stato un fervido sostenitore della causa imperiale; da quel momento la S. ma Trinità fu direttamente sottomessa all’autorità dell’Abbazia cassinese (61).”. La Alaggio, a p. 133, nella nota (61) postillava: “(61) P. F. Kehr, Italia Pontificia, cit., p. 491; ed anche L. R. Ménager, Les fondations monastiques, cit. p. 30: “Pour recompenser le zéle dépensé à la sa cause par Atenulf, doyen de Montecassino, l’empereur souabe Henri VI lui avait donné à l’automme 1194 la procure de Venosa”.”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta della Alaggio, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Questa, dopo il periodo di splendore legato alla monarchia normanna, perse la sua autonomia e, nel 1194, fu sottomessa all’autorità di Montecassino dall’Imperatore Enrico VI, che intese punire quei monaci per aver appoggiato il suo rivale, Tancredi di Lecce, nella lotta di successione al trono e premiare, quindi, l’abbazia di Montecassino, a lui fedele. Stessa sorte seguirono anche i benedettini di S. Giovanni, che da quel momento sono indicati nei documenti come benedettini-cassinesi, al pari dei loro colleghi venosini.”.
Il ‘Naviglio del monastero di Cava’ ed i porti del basso Cilento che possedeva l’Abbazia di Cava dei Tirreni
Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Badia della Cava – saggio storico del sig. Guillaume” (estratto dall’Archivio Storico per le Provincie Napoletane, Anno II._ Fasc. 3°), a pp. 10-11, sulla scorta dell’opera di Paul Guillaume, ovvero del suo “Le Navi cavensi nel Mediterraneo nel Medioevo etc…” parlando della particolarità del commercio marittimo intrapreso dai monaci cavensi, in proposito scriveva che: “Di qua ebbe origine un’altra singolarità della storia cavese, quella cioè del suo commercio marittimo; del quale ci duole di non sapere abbastanza. Pietro ebbe in dono dal duca Ruggieri nel 1086 il porto di Vietri; nel 1117 à dal duca Guglielmo il porto di Fonti; e nel 1120 ha Cetara, vetusta stazione per salagione dei pesci, come indica il nome. Già l’abbate Leone aveva avuto nel 1073 donazioni di monti e piagge “in finibus Lucaniae” che è il Cilento, e specialmente la rada detta del ‘Puzzillo’, il monte e la punta della Licosa, e Dogliarola ed altre terre sui poggi e sul mare. Il bisogno di comunicazioni più agevoli per mare con le molte possessioni del Cilento, e, come pensa l’A., la nuova colonia che aveva il Cenobio fondato a Gerusalemme fecero sì, che esso si fornisse di un naviglio suo proprio; il quale venne col tempo trafficando non solo sulle coste di Siria, ma altresì sulle coste di Africa e pel mediterraneo. – Anche Montecassino ebbe un suo naviglio. Un monaco comandava (preerat) alla nave, uno o più conversi (famuli) avevano il comando in secondo; ed oltre al trasporto dei frati e dei peregrini, compravano merci esotiche e trafficavano le molte derrate, che traeva dai suoi poderi il monastero…..L’Archivio cavense à tesori ancora occulti su questo soggetto. Tale è un manoscritto forse del 13° secolo, che contiene “i conti del naviglio cavese”, e che scritto in caratteri arabi farebbe credere che i comiti delle navi cavesi fossero Arabi di Sicilia. L’importante monumento non essendo ancora interpretato da nessuno arabista, è tesoro sigillato per noi e per il nostro storico: lando ci sia permesso di raccomandaro all’illustre Amari. Etc…”. Secondo Amedeo La Greca (…), autore del saggio sul “Il Cenobio, poi badia di S. Pietro di Licusati (vedi Parte II di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79-80, si apprende che al “Collazzone” vi era la chiesa di “S. Giovanni de lo Colazone” di Camerota, grangia del monatero di S. Pietro di Licusati. La chiesa di “S. Giovanni de lo Colazone” a Camerota, che nel 1564, figurava nella bolla di papa Pio V fra le grangie possedute dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati, doveva essere una delle prime donazioni fatte all’antico cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati dal feudatario “Goffredo di Camerota” fratello di Florio di Camerota, signori entrambi di Corbella. Secondo un documento del 1131, conservato alla Badia di Cava, il “Goffredo”, avrebbe acquistato un fondaco alla marina di Camerota. Antonio Caputo (…) (uno degli autori del testo), nel cap. II, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, a p. 42, cita una interessante notizia sul primo duca di Camerota e sui rapporti che alcuni porti del basso Cilento ebbero con i Benedettini di Cava: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Capano (…), in un suo saggio su Licusati, a p. 48 del cap. III di ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), ci parla di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Amedeo La Greca (…), fa notare che si rileva da un documento del 1136 (XXIII 106) conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, che la chiesa di “S. Giovanni de lo Colazone” di Camerota, poi diventata grangia del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati, fu un possedimento donato al cenobio basiliano nel 1136 da Goffredo di Camerota, forse il primo feudatario di Camerota. Il documento Cavense, fu citato anche da Pietro Ebner e soprattutto ancor prima dalla Evelyn Jamison (…) che pubblicò il Catalogus Baronum (Catalogo dei Baroni), dove figuravano i feudatari che inviarono soldati a seguito della II crociata al tempo di re Guglielmo II il Buono. Dal commento al ‘Catalogo’ del Cuozzo (…), poi si apprende meglio la figura di “Guglielmo di Camerota”, Signore di Corbella. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), Amedeo La Greca (…), a pp. 78-79, scriveva che in un non precisato periodo (in seguito del racconto si fa riferimento al tempo di Guglielmo il Buono), e riferendosi al cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati, “il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio ecc…”. Poi il La Greca (…), proseguendo il suo racconto a p. 78 scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino e quella di San Nicola, con le loro pertinenze, rappresentarono il loro primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espressione fondiaria della futura badia. Dopo le prime suddette assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria deli Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena anche di un ‘hospitale); Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71), postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op, cit., p. 109.”. Il Di Mauro (…), come scrivo in seguito, sull’Abbazia di San Pietro di Licusati, a p. 234, non dice delle donazioni ma parla delle chiese a lui soggette e dice: “Affermatosi economicamente e culturalmente, il monastero era esarchico pechè sottratto alla giurisdizione vescovile. Alla badia erano soggette le chiese di San Pietro e San Nicola a Licusati, le cappelle di S. Maria Maddalena, di S. Biagio, di S. Vito con annesso ospedale in Camerota, di San Giuliano e Sant’Antonio a Lentiscosa, di Santa Maria nel porto di Palinuro, di San Nicola a Bosco.”. Pietro Ebner (…), a p. 118, vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo del etc..”, in proposito al cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati scriveva che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche “S. Giovanni di Camerota”, grangia della Badia di S. Pietro di Licusati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Su “S. Giovanni di Camerota”, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati. Amedeo La Greca (…), nel testo ‘Temi per una Storia di Licusati’, a p. 42, cita il primo (secondo lui e l’Ebner) barone di Licusati. Il La Greca, a p. 42, in proposito scriveva che: “Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23)”. Il La Greca, a p. 42, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII 106, a. 1136 ecc..”. Dunque, secondo il documento del 1131, conservato alla Badia di Cava, il “Goffredo” di cui il La Greca dice essere stato il primo duca di Camerota, avrebbe acquistato un fondaco alla marina di Camerota. Goffredo di Camerota sempre secondo il La Greca (…), sarebbe “il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio ecc…”. Amedeo La Greca (…), in un suo saggio sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 81, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni. Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, Amedeo La Greca (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava spesso il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (…), nella sua nota (73), postillava che: “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.“. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca (…), risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: “Fu questo Florio ricco di molti feudi, poichè nella famosa seconda spedizione in Terra Santa sotto Gulielmo il Buono offri per essi sessantatre soldati e cinquanta serventi, come dal ‘Registro’ del P. Borrelli.”. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.“.

(Fig…) Paul Guillaume (…), frontespizio di “Le navi cavensi nel Mediterraneo durante il Medio Evo”, l’opera in cui il Guillaume ci parla del Naviglio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni.
Leone Mattei Cerasoli (…) , a p. 283, nella nota (3), postillavano a riguardo che: “(3) Vedi edizione di Guillaume, op. cit., App. pag. XXXIX”. Mattei e Cerasoli (…), si riferiva all’opera di Paul Guillaume (…), ovvero al suo ‘Hessai historique sur L’Abbaye de Cava etc..’, pubblicato a Cava dei Tirreni nel 1877 che ha descritto la grande storia dell’Abbazia benedettina di SS. Trinità di Cava dei Tirreni e che in particolare ha raccontato la storia dell’Abbazia al tempo di Enrico VI di Svevia e dell’Abbate Pietro II. L’opera del Guillaume è di notevole importanza per la ricostruzione storiografica delle nostre terre come ad esempio la venuta di S. Pietro Pappacarbone che nell’anno 1079 risultava vescovo della rinata Diocesi di Policastro. Recentemente l’opera del Guillaume (…) è stata tradotta dal francese e pubblicata dalla studiosa Vallese Emilia Anna Gemma Ruocco (…), nel suo “L’Abbazia di Cava di Paul Guillaume”. Per i porti del Cilento acquistati o avuti in donazione dai principi Longobardi e poi Normanni si veda il documento trascritto da Ebner (…) a p. 109 nella nota (22)( in “Studi sul Cilento”, op. cit.). Nel XIII secolo, signore delle nostre terre erano i Sanseverino, ed in particolare proprio il Guillaume (…), in proposito ai signori e feudatari dell’epoca che fecero donazioni all’Abbazia di Cava scriveva che: “‘Guglielmo’, signore di San Severino, contestabile, giustiziere reale e barone del Cilento (1178)(23).”. Il Guillaume (vedi il testo della Ruocco), a p. 145, nella sua nota (23), postillava che: “(23) Con il solo diploma di Marzo 1186, concede e conferma al monastero di Cava etc…”, diversi porti del Cilento. Il Guillaume (…) a p. 145 della versione i Ruocco (…), nella sua nota (23) postillava sui porti del Cilento dipendenti dall’Abbazia di Cava dei Tirreni, riferendosi a Guglielmo, signore di San Severino: “(23) Con il solo diploma di Marzo 1186, concede o conferma al monastero di Cava cinque porti del Cilento: Puzzillo, Santa Maria di ‘Giulia (ai piedi di Castellabate’), S. Primo, Oliarola o Ogliastro (‘non lontanoda Paestum’), S.Matteo ad duo flumina o di Casalicchio (‘Arc. Mag. L. 18 Vd. anche i diplomi di Gennaio 1178, di Febbraio 1183 e di Marzo 1187. Ibid., I, 19 e 41, L. 21; Cfr. Ventimiglia, Notizie di Castel dell’Abate, p. 11 e XXXII.”. Infatti, queste notizie su alcuni possedimenti dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, provengono da Domenico Antonio Ventimiglia (…), nel suo ‘Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania’, pubblicato nel 1827, che a p. 11 e pagina XXXII, in proposito scriveva che:


Il Guillaume (…), fra i feudatari che avevano fatto donazioni all’Abbazia di Cava citava anche: “‘Guglielmo’ conte di Marsico (1190); – ‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc…(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Il Guillaume (…), a p. 145, in proposito ai possessi ed alle importanti attività che a quel tempo aveva la Baronia dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che riguardava anche i porti rivieraschi delle nostre terre, forse anche quelli compresi di Camerota e di Scario, in proposito scriveva che: “Come innanzi abbiamo visto (25), il naviglio del monastero percorreva allora i principali porti del Mediterraneo. In conseguenza delle relazioni che esistevano tra ‘l’Abbazia della Santa Trinità’ ed il Monastero di ‘Santa Maria de la Latina’, si facevano soprattutto frequenti viaggi in Oriente. ‘Baduino IV, sesto re di Gerusalemme, (26), volle riconoscere in in modo eclatante i servigi di questo naviglio monastico. Col suo diploma dell’anno 1181, affrancò dunque il Naviglio del Monastero di Cava ad ogni diritto di ancoraggio negli scali del Levante e gli accordò piena e completa libertà di importare e di esportare tutto ciò che poteva essere necessario ai religiosi senza essere obbligato a pagare alcun diritto di entrata e di uscita. Questo documento tanto prezioso per la storia delle relazioni commerciali dell’Abbazia con l’Oriente, fu dato a Tiro, l’8 Novembre 1181. Fu scritto e firmato dal famoso arcivescovo di questa città, meglio conosciuto con il nome di Guglielmo da ‘Tiro’, lo storico così dedito alle prime crociate, che allora era ‘cancelliere di Baduino IV’ (27).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Vd. p. 53, 67, 71; Cfr. Venereo, Dict., IV. 1.”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Per esattezza Baduino IV è il settimo re di Gerusalemme. Ma, in rispetto di Goffredo di Buglione, il quale non volle prendere una curona d’oro nel luogo in cui Gesù Cristo aveva un tempo portato una corona di spine, i suoi successori, nei loro diplomi, non lo contarono come re; cf. Morcald., ap. Vener., ‘Addit. ad Indie. Tabul. Caven. decerptae’. Ms., n. 73. Art. N…”. Il Guillaume (…), a p. 146, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Vd. Appendice la Lett. N.”. Dunque, il Guillaume, in questi passi e nelle sue note ci parla di re Baldovino IV, detto il Lebbroso o il Re Lebbroso (in latino: Balduinus; in francese: Baudouin; 1161 – 16 marzo 1185), fu re di Gerusalemme dal 1174 al 1185, dal 1183 in co-regno con il giovanissimo nipote Baldovino V. Durante il suo regno si raggiunse quell’unificazione tra la Siria e l’Egitto che il padre Amalrico I aveva cercato d’impedire. I passi del Guillaume (…), insieme al fatto che l’Abbazia di Cava controllava il porto di Vietri, è di fondamentale importanza per la storia delle nostre terre in quanto attesta che alcuni porti del Cilento e forse anche alcuni porti del basso Cilento, come Camerota, porto Infreschi, Scario, anche se non controllate direttamente dall’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava, avevano da tempo posto in essere attività simili e di commercio con l’Oriente. In proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Inoltre, il Guillaume (…), a p. 145, scriveva che “Come innanzi abbiamo visto (25), il naviglio del monastero percorreva allora i principali porti del Mediterraneo.”. Il Guillaume, quando parla di “Naviglio del monastero” intende la flotta di imbarcazioni che dipendevano direttamente dall’Abbazia di Cava dei Tirreni. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Vd. p. 53, 67, 71; Cfr. Venereo, Dict., IV. 1.”. Nel testo originale in francese, le pagine 145 e 146 del testo tradotto da Ruocco (…) corrispondono a pp. 134-133. La nota (25) di p. 145 del testo di Ruocco (…) corrisponde alla nota (2) di p. 133, dove si postillava che: “(2) Voy. pag. 77, 94 et 100. – Cf. Vener. ‘Dict.’ IV. 1.”, che ora vedremo. Dunque la p. 53, corrisponde a p. 77 del testo originale, la p. 67, corrisponde a p. 94 del testo originale e la p. 71 corrisponde alla p. 100 del testo originale. Vediamo cosa scriveva il Guillaume alle pp. 77, 94 e 100. Il Guillaume a p. 77 (vedi p. 84 del testo di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “…..Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva. Questo è, secondo noi, il vero motivo che determinò l’abate Pietro Pappacarbone a far costruire un naviglio per conto del suo monastero. Il naviglio del monastero di Cava faceva frequentemente viaggio per l’Oriente. (106). Nelle sue corse, lontane per l’epoca, era ordinariamente affidato agli ordini di un religioso, assistito da uno o da più fratelli conversi. (107). Portando in Palestina i religiosi che dovevano dirigere gli Ospedalieri di S. Giovanni, quel naviglio vi conduceva anche una folla di pellegrini desiderosi di venerare i Luoghi Santi. Ed inoltre, malgrado i pericoli di un mare allora poco conosciuto, e del resto continuamente infestato dalla pirateria dei Saraceni, (108), intrattenevano un commercio attivo con i porti dell’Africa e del Levante, come Tunisi, Alessandria, Tiro, Sidone, San Giovanni d’Acri, ecc..Partendo, si caricavano spesso, come le navi amalfitane, di quelle mecanzie sconosciute fin allora in Oriente (109) e riportavano, al ritorno, altri prodotti necessari ai bisogni dei religiosi (110), incenso, profumi ecc..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (104) postillava che: “(104) “Tunc ibi (Hierosolymis) ea Xenodochia structa sunt ecc..”, Historia, Ms. 61., p. 53-54.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (105) postillava che: “(105) Nel Ms. di M. ‘Celestino Guariglia’, già citato, al f. 76 si legge questa nota esplicita: “Dei mercanti di Amalfi avevano edificato in Gerosolima, col consenso del Califfo d’Egitto, una chiesa alla madre di Dio, detta Santa Maria della Latina, la diedero ai monaci di S. Benedetto. ‘Questi monaci furono pigliati dal Monastero della SS. Trinità della Cava, che allora vivevano la stretta osservanza’.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (106) postillava che: “(106) “Et navem quoque huc, illucque transfretantem tunc ecc..”, Rodul., loc. cit. (vd. Lib. II, cap. IV, appresso).”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (107) postillava che: “(107) “Pro necessitatibus fratum navis monasterij navigabat ad Africam, cui Johannes tunc ecc…”, Venus. Ms., membr., n. 24 f. 32 a t.”. Credo che qui il Guillaume si riferisse ad Ugo di Venosa detto il Venusino (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (108) postillava che: “(108) Ib. f. 34.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (110) postillava che: “(110) Venus, f. 33.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (111) postillava che: “(111) Questo naviglio portò inoltre dalla Palestina della terra, che all’epoca fu sparsa nel cimitero del monastero: “Quando un vivo commercio tenevano le navi della Badia con i porti d’Oriente, una pietosa mano raccolse della terra dè luoghi Santi e ne coperse gli strati di questo Cimitero, perchè agli estinti ancora, nella polvere del sepolcro, arrivasse il benefizio della immortal Redenzione”. ‘Guida del monumento di Cava dè Tirreni’, p. 14, Napoli, 1868.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (112) postillava che: “(112) Venus. f. 33; Rodul. Hist., Ms. 61, p. 82; Adinolfi, op. cit., p. 228, ecc..”. Riguardo il ‘Naviglio dell’Abazia di Cava dei Tirreni’, ne parla il De Luca (…), nel suo ‘Carte nautiche del Medio Evo disegnate in Italia’, pubblicato nel 1886, di cui parlerò e, ne ha parlato anche Giovanni Brancaccio (…), nel suo ‘Geografia, cartografia e storia del Mezzogiorno’, dove in proposito egli a p. 102, che postillava a riguardo: “Sull’attività marinara e mercantile promossa dalla Badia di Cava, cfr. P Guillaume, Esai historique sur L’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1887, Appendice, pp. XII sgg.; ID, Le navi cavensi nel Mediterraneo durante il Medio Evo, Cava 1876; A.G. Cafaro, Dell’attività commerciale e marittima dei benedettini di Cava nel Medioevo, in “Rivista Storica Benedettina”, a. XII, 1921, pp. 1921, pp. 65-87, 181-204; XIII, 1922, pp. 41-62; L. Mattei Cerasoli, I benedettini marinari della Badia di Cava, in “La Lega Navale Italiana”, n. 1, Salerno 1937; P. Ebner, I rapporti economico-sociali della Badia di Cava nel XIII secolo attraverso il suo più antico codice cartaceo, in “Ricerche di Storia sociale e religiosa”, I, 1972, pp. 9-85; A. Cerenza, Amalfitani i monaci-marinai della abbazia della SS. Trinità di Cava, in “Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, a. II, 1982, pp. 7-35.”. Il Brancaccio (…), parlando dell’attività marinara e dei viaggi verso l’Oriente organizzati dall’Abazia di Cava dei Tirreni, citava “P. Ebner, I rapporti economico-sociali della Badia di Cava nel XIII secolo attraverso il suo più antico codice cartaceo, in “Ricerche di Storia sociale e religiosa”, I, 1972, pp. 9-85”. Questo saggio di Pietro Ebner (…), fu ripubblicato nel testo a cura di Amedeo La Greca (…), nel suo: “Pietro Ebner – Studi sul Cilento”, vol. II, e il saggio è a p. 111 e sgg. In questo saggio, Pietro Ebner (…), ci parla del più antico codice manoscritto membranaceo esistente in Italia, citato anche da Paul Guillaume (…). Ebner (…), a p…..(vedi versione di La Greca), indaga sui rapporti e le attività economiche dell’Abbazia di Cava al tempo dell’abate Tommaso, il tredicesimo abate del Monastero della SS. Trinità di Cava dei Tirreni (dal 1255 al 1264). L’Abate Tommaso, nell’antico Codice citato dal Guillaume e da Ebner, raccoglieva tutti i più importanti atti giuridici che interessarono l’Abazia e le sue attività. Ma come possiamo vedere, il codice ed il saggio di Ebner riguarda l’epoca Federiciana (Federico II di Svevia) e non parla dell’attività nei nostri porti prima del XII secolo, dunque nessuno accenno ai viaggi con l’Oriente. L’Ebner (…), a p. 109 (versione del Centro Studi), in proposito scriveva che: “Numerose le notizie riguardanti nocchieri, marinai, calafati e costruttori (ff 4 v, 5 r e 5 v, 7r e 7v) delle sottili e veloci saettìe anche cavensi, i noti tre alberi comuni nel XVI secolo pr il trasporto di merci e passeggeri, ma anche come navi di linea e di collegamento. Nel XIII secolo erano adibite al piccolo cabotaggio nel golfo di Salerno trasportando monaci e operai specializzati dell’abbazia, principalmente merci e derrate ai cavensi porti di Vietri da quelli di Castellabate e di Velia (Casalvelino, scrive nella sua nota (22). Approfittava di quel comodo mezzo veloce lo stesso abate Tommaso nei suoi viaggi, anche a Napoli (f. 10 r). Il moltiplicarsi delle donazioni all’abbazia, già aveva indotto “domne Petre abbas” (Pietro da Salerno) a sollecitare da sovrani e baroni il dono di approdi a Vietri e a Cetara e ad acquistare quello di Fonti. Senza dubbio più comodo e rapido era il trasporto via mare di derrate e merci dalla Puglia, Sicilia e Calabria, specialmente dall’impervio Cilento sulle cui coste l’abbazia possedeva cinque porti (22). E se pure va ridimensionata la potenza marittima cavense, è certo che le navi allestite dapprima “pro necessitatibus fratruum” (codice n. 24, f. 32v) finirono per toccare altri porti del mediterraneo (Africa, Bisanzio, Palestina) dove godettero di specili privilegi. Il porto di Cetara, di proprietà dell’abbazia, divenne così attivo (navi di Scala, Ravello, Amalfi, Sorrento, Ischia, Napoli, Pisa, Genova e altri luoghi) da indurre l’abate Balsamo (1208-1232) a fissare tariffe “pro ancoraggio” e “falancaggio” così modiche da fare di Cetara quasi un porto franco in età angioina, quando le tariffe doganali vennero aumentate in tutti i porti del regno. L’abate Tommaso fittava poi quello del Sele (13 febbraio 1262, f. 15v) e quello di Vietri (1 dicembre 1264 – 1 dicembre 1265) per 6 once d’oro e mezza (f 30v). Si apprende così dell’industria della salagione dei tonni (f 60r) che la Badia aveva a Castellabate, dove venivano conservati in barili (f 6 v), previa opportuna preparazione col sale i grossi sgombridi acquistati alla tonnara di Palinuro, dove quella pesca era fiorente già in età greca e di cui è notizia ancora ai primi del corrente secolo. Il trasporto era effettuato anche a mezzo di marinai di Vietri, per la notizia (f 7r) dell’acquisto di altri cinque tonni al prezzo di un tarì l’uno, inviati, per i bisogni delle comunità al monastero dove si trasportavano anche i barili.”.
Il portolano del ‘Naviglio di Cava dei Tirreni’ conservato a Cava
Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Badia della Cava – saggio storico del sig. Guillaume” (estratto dall’Archivio Storico per le Provincie Napoletane, Anno II._ Fasc. 3°), a pp. 11-12, sulla scorta dell’opera di Paul Guillaume, ovvero del suo “Le Navi cavensi nel Mediterraneo nel Medioevo etc…” parlando della particolarità del commercio marittimo intrapreso dai monaci cavensi, in proposito scriveva che: “L’Archivio cavense à tesori ancora occulti su questo soggetto…..Altra prova del commercio marittimo cavese vogliono trarre da una pergamena dell’archivio per lungo uso è molto sciupata, e che delinea un portulano su per le coste del Mediterraneo. Questo monumento della cartografia medioevale, il nostro A. con l’autorità del ch. G. de Luca crede come indubbia opera dei monaci cavesi e del secolo XIV: ma a noi, per verità non pare ne opera de’ Cavesi, nè così antica (1).”. Racioppi, a p. 12, nella sua nota (1) postillava che: “(12) I miei dubbii sono quest’essi, e giova forse il riferirli: 1° la membrana delinea e segna unicamente i porti di “Gaeta, Napoli, Sorrento, Policastro, l’Amantea e Tropea”; ma omette di segnare così Amalfi, come così altro porto dei Cavesi sia a Vietri, a Fonti, a Cetara, sia nel Cilento; – omissione per me significativa. 2° – L’ortografia della carta non può riferirsi a dialetti del Napoletano; ma piuttosto dell’italia superiore. Oltre alle parole “libecio, grech, ponent, levant” vi si trova scritto Xiloco per scilocco, xio per Scio; che è ortografia e pronunzia, per me, veneziana o altra che siasi, ma del napoletano non è. Quanto all’epoca, il portulano cavese parmi posteriore al 1453, poichè la immagine della città col vessillo della mezzaluna, figurata sulla carta verso il Mar nero, parmi appartenga a Costantinopoli, non già ad Adrianopoli; la quale per verità non so rintracciare nella diligente copia in cromolitografia che ne ha pubblicato con dotta illustrazione il ch. Giuseppe de Luca negli Atti dell’Accademia pontaniana, 1866.”. Racioppi parlando di questa carta manoscritta si riferiva all’opera di Giuseppe De Luca (….), che, però, Giovanni Brancaccio, nella nota (33) a p. 120, indicava con il saggio “Carte nautiche del Medio Evo disegnate in Italia”, in “Atti dell’Accademia Pontaniana”, a Napoli, nel 1886. Infatti, Paul Guillaume (…), a p….., nella sua nota (113) postillava che: “(113) Esiste ancora, negli Archivi dell’Abbazia (esposta al pubblico) una carta nautica della metà del XIV secolo, di cui dovrebbero servirsi a lungo perchè è tutta usata ed anche consunta in parecchie parti. E’ la carta del Naviglio del Monastero di Cava. Il Bacino del Mediterraneo vi è descritto esattamente e tutti i suoi porti vi sono minuziosamente indicati, come una gran parte d’Europa, dell’Asia e dell’Africa. Tra le 32 rose dei venti che racchiude, ve nè una (‘cosa molto notevole e degna della riflessione dei sapienti’) che contiene, perfettamente disegnata, una lancetta calamitata. I Benedettini del monastero di Cava furono gli autori di questa carta o ‘portulan’. Tal è l’avviso del dotto geografo Giuseppe de Luca (‘Carte nautiche del Medio Evo’, dis. in Italia, p. 7. Napoli. 1866, 4°).”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (104) postillava che: “(104) “Loricam subtus ad Carnes occultam induit, quousque ecc…”, ecc.. Venus., f. 17. a t°.”.

(Fig…) Stralcio del portolano della ‘Carta del Mediterraneo’ (…) Abbazia di Cava dei Tirreni, tratta da De Luca (…), op. cit., dopo l’Indice in fondo al testo.
Riguardo questa carta nautica o portolano scoperta dal De Luca (…), che ne parla a p. 7 e sgg, del suo ‘Carte nautiche del Medio Evo disegnate in Italia’, pubblicato nel 1886, di cui parlerò, ne ha parlato anche Giovanni Brancaccio (…), nel suo ‘Geografia, cartografia e storia del Mezzogiorno’, dove in proposito egli a p. 102, scriveva che: “Nel commentare la carta da lui trovata negli archivi della Badia di Cava, Giuseppe De Luca sostenne che la carta era “opera” degli stessi benedettini, e che, essendo servita alle navi del monastero, doveva risalire necessariamente al Trecento dal momento che “nel secolo XV il monastero della Cava cominciava a scadere dalla primitiva grandezza, e perdeva il porto di Vietri, e non aveva navi sue proprie. Sicchè allora quella carta non avrebbe avuto il suo scopo, s’egli è vero, come pare indubitato, ch’era la carta di navigazione del pilota della nave della Badia” (33). Sebbene sia stato di recente stabilito che la carta fu compilata nel 1560 dal maiorchino Matteo Prunes, capostipite di una famiglia di cartografi che operarono nel Cinque-Seicento, appare tuttavia legittima l’ipotesi formulata dall’insigne geografo napoletano circa l’esistenza “in tutte le ricche marine d’Italia”, fra le quali annoverava anche quelle meridionali e siciliane, di laboratori dove si disegnavano carte nautiche; allo stesso modo risulta tuttora valida la sua considerazione, a proposito dell’ampia e libera circolazione di quei prodotti, che “nè i Genovesi, nè i Pisani sdegnavano di usare di una carta di navigare soltanto perchè fatta a Venezia o ad Amalfi” (34).”. Riguardo l’attibuzione di questa carta nautica al maiorchino Matteo Prunes, il Brancaccio (…), a p. 102, nella sua nota (34), postillava che: “vedi Aversano, L’Abbazia di Cava, itinerario geocartografico’ in ‘Appunti per la Storia di Cava’, diretti da A. Leone, n. 8, Cava dei Tirreni, 1988, in particolare le pp. 43-46.”. Sempre il Brancaccio (…), a p. 103, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Sui Prunes, cfr. G. De Peparaz, Els Prunes, cartografs catalans dels segles XVI i XVII, in “Estudis Universitaris Catalans”, 1928, pp. 324-337; J. Rei Pastor- E. Garcia Camarero, La cartografia mallorquina, cit., pp. 95-100; A. Capacci, G. Pastarino, Una Carta nautica inedita attribuibile a Vicente Prunes, in “Rivista Geografica Italiana”, XVI, 1984, pp. 279-313.”. Poi il Brancaccio (…), a p. 103, nelle sue note (35 e 36), postillava e citava: “(35) G. Caraci, Italiani e catalani nella primitiva cartografia nautica medievale, cit., pp. 265 sgg.” e, nella nota (36), postillava che: “(36) R. Almagià, Monumenta Italiae Cartographica, cit., pp. 265 sgg. Su Paolino Minorita oltre alle pagine a lui dedicate dallo Almagià, cfr. ecc…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (108) postillava che: “(118) E’ sicuro tuttavia che Pietro, dopo l’elezione del suo coadiutore, si ritirò per qualche tempo nel Cilento, nel Monastero di Sant’Angelo di Perdifumo, ed è lì che dette, nel 1119, l’abito religioso al conte Alfano, dice il ‘Rosso’, che offrì, in questa occasione, al monastero di Cava la chiesa di S. Salvatore di Nuce (vedi De Blasi, ‘Chron.’; ad an. 1119. Rodul. loc. cit., ecc..). Ma fu per poco tempo, come prova la pergamena citata più innanzi.”. Il Guillaume, inoltre sosteneva che l’Abazia di Cava possedeva il porto di Vietri e tantissimi altri porti nel Cilento, frutto di acquisti e donazioni ai tempi dei Normanni. Il Guillaume a p. 94 (vedi pp. 102-104 del Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina scriveva che: “…………….”. Il Guillaume a p. 100 (vedi pp. 111-112 del Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina scriveva che: “………….”.
Riccardo I d’Inghilterra detto Cuor di Leone e la III Crociata
Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. II, a p. 362, nella sua ‘Cronologia dei fatti’ per l’anno 1189, in proposito scriveva che: “Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Ruggiero conte d’Andria si oppone colle armi a Tancredi, il quale accorre coll’esercito nella Puglia e sottomette i ribelli. Arrigo Testa maresciallo di Errico VI imp. scende nel regno contro Tancredi con numeroso esercito, e sacchegia tutti i luoghi presi, tra i quali Corneto di Puglia che distrugge dai fondamenti, e se ne ritorna in Alemagna. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi.”. Lo storico Georg Ostrogorsky (…), nel suo ‘Storia dell’Impero Bizantino’, a p. 365-366, cita Riccardo Cuor di Leone e scriveva che: “Il Santo Sepolcro era nuovamente caduto nelle mani degli Infedeli. Salah ad-Din, che dall’Egitto aveva esteso il suo dominio anche sulla Siria, irruppe nel 1187 in Palestina, il 4 luglio inflisse una dura sconfitta all’esercito latino presso Hattin, fece prigioniero il re Guido di Lusignano e il 2 ottobre entrò a Gerusalemme. I più eminenti sovrani dell’Occidente, Federico I Barbarossa. Filippo II Augusto e Riccardo Cuor di Leone, si fecero crociati. (p. 666). La Spedizione dei Re d’Inghilterra e Francia, che avevano scelto la via marittima per la Palestina, non interessò molto l’impero bizantino ecc…Fu soltanto un avvenimento collaterale di questa crociata che interessò da vicino Bisanzio: Riccardo Cuor di Leone occupò Cipro, fece prigioniero il suo sovrano Isacco Commeno e consegnò l’isola prima all’ordine dei Templari e poi (1192) all’ex re di Gerusalemme, Guido di Lusignano. Da allora Cipro restò in possesso degli Occidentali.”. La III Crociata (1189-1192), conosciuta anche come “Crociata dei Re”, fu un tentativo, da parte di vari sovrani europei, di riconquistare Gerusalemme e quanto perduto della Terrasanta al Saladino (Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb). Dopo il fallimento della II Crociata, la dinastia musulmana Zengide, che controllava una Siria unificata, era impegnata in un conflitto con i sovrani fatimidi dell’Egitto. Il condottiero curdo Saladino si scagliò contro gli stati crociati riuscendo a catturare Gerusalemme nel 1187. Spronati dallo zelo religioso, il re Enrico II d’Inghilterra e il re Filippo II di Francia (noto come Filippo Augusto) misero fine al conflitto che li vedeva opposti per impegnarsi a condurre una nuova crociata. Prima che l’impresa avesse avuto inizio, la morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Enrico II d’Inghilterra morì il 6 luglio 1189, sconfitto da suo figlio Riccardo I, detto “Cuor di Leone” e da Filippo III. Enrico II d’Inghilterra morì il 6 luglio 1189, sconfitto da suo figlio Riccardo I, detto “Cuor di Leone” e da Filippo III. Riccardo ereditò la corona e subito cominciò a raccogliere fondi per finanziare la crociata. La morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Anche l’anziano Imperatore Federico Barbarossa rispose alla chiamata alle armi mettendosi alla guida di un possente esercito. Nel luglio del 1190, Riccardo Cuor di Leone riuscì a salpare da Marsiglia alla volta della Sicilia. Prima che l’impresa avesse avuto inizio, la morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Il nuovo papa, Gregorio VII, Ildebrando di Soana (…), disse che la caduta di Gerusalemme era da considerare come il castigo di Dio per i peccati dei cristiani in Europa. Si decise dunque di preparare una nuova crociata: Enrico II d’Inghilterra e Filippo di Francia posero fine alla guerra che li vedeva contrapposti ed entrambi imposero sui loro sudditi la Decima per Saladino per finanziare la spedizione. Il solo arcivescovo di Canterbury Baldovino di Exter, attraversando il Galles, riuscì a convincere 3000 uomini a partire alla volta della Terrasanta (come racconta Giraldus Cambresis nel suo “Itinerario”). A Gisors il 22 gennaio 1188 il re di Francia Filippo Augusto e il re Enrico II di Inghilterra con Filippo di Fiandra decidono di partire per la crociata. Riccardo ereditò la corona e subito cominciò a raccogliere fondi per finanziare la crociata. Riccardo cuor di Leone prese la croce già quando era conte di Poitou nel 1187. Il padre di re Riccardo I d’Inghilterra, Enrico II d’Inghilterra e Filippo II di Francia lo fecero a Gisors il 21 gennaio 1188 dopo aver ricevuto la notizia della caduta di Gerusalemme per mano di Saladino. Dopo che Riccardo divenne re, lui e Filippo decisero di partire insieme per la III Crociata poiché ognuno di loro temeva che durante la sua assenza l’altro avrebbe potuto usurpare i suoi territori. Nel settembre 1190, sulla via per la Terra Santa, Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone giunsero in Sicilia, dove la sorella di quest’ultimo Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, era rinchiusa nel castello della Ziza, senza che le fosse restituita la dote. Riccardo chiese al nuovo re, Tancredi, la liberazione della sorella e la restituzione di tutta la dote. Tancredi liberò Giovanna e restituì solo una parte della dote, per cui Riccardo, adirato, occupò Messina e fece costruire una torre di legno che fu detta Mata Grifone (Ammazza greci). Tancredi si presentò con le sue truppe, ma preferì l’accordo: consegnò a Giovanna altre 20.000 once d’oro e, in cambio dell’alleanza di Riccardo, lo indennizzò con altrettante 20.000 once d’oro. L’alleanza stipulata era contro l’imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla, zia ed erede di Guglielmo II il Buono. Inoltre, nei termini dell’accordo, era previsto il matrimonio tra una delle figlie di Tancredi di Sicilia e il nipote di Riccardo, Arturo I di Bretagna, in quell’occasione nominato suo erede. Nel marzo 1191 giunsero in Sicilia anche Eleonora d’Aquitania, che rientrò in Inghilterra quasi subito, e Berengaria di Navarra (promessa sposa di Riccardo), che si prese cura di Giovanna. Riccardo e Filippo rimasero in Sicilia ancora per un po’, ma ciò portò ad un inasprimento delle tensioni tra loro e i loro uomini, con il re francese che tramava con Tancredi contro Riccardo. Finalmente i due re decisero a partire una volta che raggiunsero alcuni accordi, tra cui la fine del fidanzamento tra la sorella di Filippo, Alice, e Riccardo. Riccardo I d’Inghilterra detto ‘Cuor di Leone’ e il suo seguito si imbarcarono il 5 giugno, raggiungendo la terraferma nei pressi del castello di Margat, dei cavalieri ospitalieri, in Siria. Nel luglio del 1190 riuscì a salpare da Marsiglia alla volta della Sicilia. A governare in Sicilia era re Tancredi, conte di Lecce che era succeduto al defunto Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono“, morto l’anno precedente (a. 1188). Tancredi fece prigioniera Giovanna d’Inghilterra, moglie di Guglielmo II e sorella di Riccardo. Tuttavia, Riccardo prese la città di Messina il 4 ottobre 1190, ottenendo la liberazione di Giovanna. Poco dopo aver lasciato la Sicilia, la flotta di Riccardo fu messa a dura prova da una violenta tempesta: molte navi andarono perdute, mentre quella che trasportava Giovanna, sorella di Riccardo e vedova di Guglielmo II, e Berengaria di Navarra, promessa sposa di re Riccardo e che trasportava gran parte del tesoro accumulato per finanziare la crociata, fu costretta a trovare un approdo di fortuna nei pressi di Limassol, sull’isola di Cipro. Anche l’anziano Federico Barbarossa rispose alla chiamata alle armi mettendosi alla guida di un possente esercito. Tuttavia Federico affogò mentre tentava di guadare il fiume Goksu, in Asia minore, il 10 giugno 1190 prima di raggiungere la Terra Santa. La sua morte causò un tremendo dolore tra i crociati tedeschi, la cui maggioranza abbandonò l’impresa e fece ritorno nelle proprie terre. La campagna militare portò i crociati a riprendere il controllo di importanti città come Acri e Giaffa e a fermare l’espansione dei musulmani, tuttavia non riuscirono nell’intento di conquistare la città santa di Gerusalemme che era l’obiettivo emotivo e spirituale della spedizione. Già il 7 giugno arrivarono nei pressi di Acri, in quel momento assediata dalle truppe di Guido di Lusignano che, a loro volta, dovevano difendersi dall’assedio degli uomini di Saladino. La situazione era in una fase di stallo, poiché la guarnigione di Acri poteva contare sugli approvvigionamenti che arrivavano dal mare. Giunto nel teatro delle operazioni, non prima di essere riuscito a distruggere una nave piena di rifornimenti per la città [110], Riccardo diede ordine di realizzare diverse petriere in grado di utilizzare le pietre che aveva imbarcato a Messina. Così iniziò un meticoloso sanguinoso assedio a cui i due re, Riccardo e Filippo Augusto, parteciparono personalmente nonostante fossero entrambi malati. La spedizione di Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone raggiunse la Palestina via mare soltanto nella primavera del 1191. Due mesi dopo i crociati conquistarono Acri, dopo un lungo assedio nel corso del quale i cavalieri templari si erano distinti per il grande coraggio. Le forze cristiane guidate da Riccardo batterono a più riprese gli eserciti di Saladino avanzando verso Gerusalemme. Lo schieramento cristiano era, tuttavia, attraversato da grandi divisioni e Riccardo non aveva soldati sufficienti per conquistare Gerusalemme e difenderla. Alessandro Di Meo, nel suo vol. XI, a pp. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”.
Le Fonti
Alessandro Di Meo (…), pur sostenendo l’ipotesi del Borrelli della redazione del ‘Catalogo dei Baroni’ al tempo delle Crociate e, per lo scopo di registrare i militi forniti dai vari Baroni e feudatari, non accenna alla III Crociata del 1187 o 1188 di Riccardo Cuor di Leone e dell’aiuto che egli ebbe da Re Guglielmo II di Sicilia, per la costruzione di un contingente di armati per terra e per mare. Devo pure precisare che il cronista dell’epoca al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, l’Arcivescovo di Salerno Romualdo Guarna, il quale visse alla corte di Guglielmo, la sua cronaca fu pubblicata dal Del Re (…), ma fino a p. 71, si occupa delle vicende accadute fino all’anno 1178, e si chiude con l’ultimo episodio che riguarda quell’anno. Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. Dunque Romualdo Guarna, pur parlando in diverse occasioni di Florio di Camerota, non cita la notizia della III Crociata e di Riccardo cuor di Leone, citata dal La Greca. La cronaca di Romualdo Guarna, non può parlarci della III Crociata perchè non arriva a quel periodo. E’ proprio forse in questo periodo o anno (a. 1188) che, re Guglielmo II il Buono, re del Ducato di Puglia e di Sicilia, sollecitato anche dal nuovo papa Gregorio VII, Ildebrando di Soana che vedremo insieme a Pietro di Salerno, che decise di partecipare alla III Crociata fornendo militi agli stati crociati aderendovi pienamente ed è forse riferita a questo periodo la notizia secondo cui i Crociati sostavano nei monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati, per imbarcarsi a porto Infreschi. Gli eventi della Terza Crociata furono narrati da Giraldus Cambresis e dal poeta Ambrogio. La spedizione di Federico I Barbarossa è narrata nella ‘Historia de expeditione Federici’, redatta da un certo Ansbert. Sul versante bizantino è disponibile la Narrazione cronologica di Niceta Coniate, grande logoteta bizantino, che riporta gli eventi tra il 1118 ed il 1206. Un altro autore che ha scritto sulla III Crociata e su Riccardo cuor di Leone è uno scrittore arabo, Gregorio Albufarag (…), di origine ebraica e siriaca. Il nome Gregorio è quello da lui stasso attribuitosi nel passaggio al cristianesimo. Albufarag (…), era detto Bar – Hebreo e scrisse un manoscritto che è stato tradotto da Dell’Orto ‘Albufarag Gregorio, Riccardo Cuor di Leone in Terra Santa, traduzione ed annotazioni di D.E. Dall’Orto’, ed. Tipografia R. I. Sordomuti, Genova, 1896 (Archivio Storico Attanasio). Dell’Orto tradusse dall’arabo (o aramaico) la cronaca di Gregorio Albufalag, detto ‘Barebreo’, un siriano vissuto nel 1200, che a 20 anni fu eletto vescovo di Guba. Lui scrisse la ‘Storia del mondo‘. In questo testo del 1896, il Dall’Orto, tradusse una parte interessante del manoscritto in arabo o siriaco specialmente la parte che riguarda la Crociata in Terra Santa ai tempi di Re Riccardo I d’Inghilterra o Cuor di Leone e di re Guglielmo II di Sicilia. Del periodo di re Guglielmo II il Buono, dalla sua morte avvenuta nel 1189, in poi, ha scritto Riccardo di San Germano nella sua cronaca. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicilia, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. L’Antonini (…), a p. 411, nella sua nota (2), postillava che: “(2) La ‘Cronaca’ di Ceccano mette quest’imbasciata un anno dopo: “Anno MCLXXVII Rex Gulielmus filiam Regias Angliae in Coniugio recepit mense Decembrit.”. Ma forse fra l’andare, e venire degli Ambasciatori, e ‘l venire della Principessa vi corse questo tempo.”. L‘Ebner (…), scrive in proposito che: “nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. L’Antonini (…), nella sua nota (2), si riferiva alla ‘Cronaca di Fossanova’ di Giovanni Ceccano (…), che fu pubblicata dal Del Re (…), nel suo vol. I. Il Ceccano (…), nella sua cronaca, a p. 518, in proposito traduceva e scriveva che: “1189. Indizione VI. E l’Imperator Federico nella festa di S. Giorgio prese ad andare oltremare a vincere Saladino, il quale aveva occupato e teneva in sua podestà la Terra di Gerusalemme e, camminò per l’Ungheria e la Romania ove commise assai mali. Guglielmo Re di Sicilia si morì nel mese di Novembre senza erede, il che fu grande pericolo.”. Il Ceccano in questi passi della sua Cronaca, cita la spedizione del Barbarossa (Federico I) in Terra Santa (la III Crociata) che pone contestualmente allo stesso periodo in cui muore re Guglielmo II il Buono (a. 1189). Forse si trattava della spedizione o Crociata in Terra Santa citata dal Di Meo (…), quando nel suo vol. XI, a p. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”. Dunque per questa spedizione, il Di Meo (…), faceva riferimento alla cronaca di Sicardo, vescovo di Cremona, che scrisse ‘Chronica Universalis‘, una storia universale dalla creazione al 1213, ad essa attinse largamente Salimbene de Adam per la sua Chronica e che nel 1203 andò in Oriente al seguito del legato pontificio cardinale Pietro di Capua durante la IV Crociata si trovò a Costantinopoli. Anche un altro autore cita Sicardo vescovo di Cremona e riguardo questi avvenimenti, Isidoro La Lumia (…), nel suo ‘Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono’, pubblicato nel 1867, a pp. 334 e ssg., parlando della caduta di Gerusalemme nelle mani del Saladino e i preparativi per la III Crociata, in proposito scriveva che: “…: allora giungeva a proposito, recando sussidi, la flotta siciliana che spediva Guglielmo. Componevasi di cinquanta galere, con cinquecento cavalieri, trecento fanti, provvisioni in gran copia: (3) comandava l’ammiraglio Margarito da Brindisi, a cui la celebrata perizia nelle cose navali avea meritato il titolo di ‘Nettuno e re del mare’. (4) Margarito, rotta la linea nemica, vettovagliava Tiro e francavala dalla estrema penuria: poi, scorrendo in quelle acque, le spazzava dà legni Egiziani, riapriva libero il passaggio à Crociati che navigavano d’Occidente a soccorso (5).”. Il Lumia (…), a p. 334, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ruggiero di Hoveden, Ann., f. 639.”. Sempre il La Lumia (…), a p. 334, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Octoboni Annales, presso Pertz, Monumenta Germaniae Historica Scriptores, tomo XVII, f. 102.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Sicardi Episcopi Cremonensis, Chronicon, f. 608, presso Muratori, Rer. Ital. Scriptores, tomo XVII. Sanudo, loc. cit., parla di 70 galee. Galfredo Vinisalf (l’autore della ‘Historia Hierosolomitana ab anno 1177 ad annum 1190, pubblicata per la prima volta da Borgas, ‘Gesta Dei per Francos’, tomo I) porta le cifre di Sicardo.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (4), postillava che: “(4) “Ut rex maris et a nonnullis alter diceretur Neeptunus”. Vinisalf, ivi f. 1156.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Sicardo, loc. cit.. Vinisalf, loc. cit.”. Dunque il La Lumia (…), a p. 334, cita alcuni cronisi dell’epoca che ci parlarono della spedizione organizzata da re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, in occasione della III Crociata per la presa di Gerusalemme usurpata dal Saladino. Il La Lumia (…), a p. 334, cita Sicardo e poi cita anche Galfredo Vinisalf e dice che egli sarebbe l’autore della ‘Historia Hierosolomitana ab anno 1177 ad annum 1190’, pubblicata per la prima volta da Borgas, ‘Gesta Dei per Francos’, tomo I) che secondo lui riporta le cifre di Sicardo. Riguardo Galfredo Vinisalf, abbamo visto che si trattava del cronista dell’epoca. La cronaca di Sicardo, vescovo di Cremona “Sicardi Episcopi Cremonensis Chronicon” è stata pubblicata dal Muratori (…), nel suo vol. XVII dei “Rerum Italicarum Scriptores”. Del Sicardo (…), abbiamo il testo pubblicato dal Migne J. P. (…), nel suo Tomo CCVII, del suo “Patrologiae corsus completus”, dove lo pubblica da p. 9 a p. 539. Sicardo (…), nel suo ‘chronicon’, scritto nel XIII secolo, a p. 608, ci parla della spedizione organizzata dal re Guglielmo II di Sicilia. Si veda Sicardi Episcopi (…) (cronaca di Sicardo vescovo di Cremona), p. 519. Il vescovo di Cremona, Sicardo (…), a p. 519, riferendosi all’anno 1188, scriveva nella sua cronaca che: “Eodem anno Saladinus Tripolim accedens, vidensque se nihil proficere posse, in Antiocherum principatum vertit habenas, subjiciens Gabulum, et Laudiciam, Soanam, et Guardiam, Trapessacum, et Guascorum, et alia plura. Postca reversus in Galileam, Belvedere castrum munitissimum, quod, quod fines Jordanis custodiebat, vias Tiberiadis, Neapolim et Nazareth augustabat, per inediam compulit compulit ad deditionem. Ad haec duo comites Guilielmi Siculi regis cum quingentis militibus et quinquaginta galeris, Tyrum applicuerunt. Advenerunt ecc..”, che tradotto dovrebbe essere: “Nello stesso anno, Saladino ha reso Tripolitania fu vicino, e vide che non aveva buon effetto per poter, nel principato di Antiochia, sotto il suo dominio, Gabulum, e il proconsole, Soane, e la Guardia, Trapessacum, e il Guasco, e molte altre cose. In seguito tornò in Galilea, e, più fortemente fortificato del Castello Belvedere, cioè, che le estremità del Giordano, che lo tenne, le vie del mare di Tiberiade, e Nazareth augustabat a Napoli, e costretto dalla fame e li ha costretti alla resa. Il re dei Siculi Guglielmo, e cinquecento cavalieri, compagni di Guglielmo il Per queste due domande, e il cinquanta–indietro con caschi, Tiro, che era a riva ecc…”. Il La Lumia (…), cita anche il “Sanudo”. Si tratta di Marin Senudo che scrisse il “Codice Estense”, citato più volte da Sicardo. La Lumia (…), citando il Senudo, postillava che: “Marin Sanuto, Secretorum Fidelium Crucis, libro III, cap. VIII, presso Bongas, Gesta Dei per Francos, tomo II, fol. 193-194”. Marin Sanudo, “il Vecchio”, noto anche come Martin Sanuto detto Torsello, proveniva dai patrizi Sanudo di San Severo. Deluso dalla caduta di San Giovanni d’Acri (1291), tentò di organizzare una crociata e ne riportò il progetto nell’opera Conditiones Terrae sanctae, presentata a papa Clemente V nel 1309. È interessante in quanto contiene una delle più precise descrizioni della Terra Santa dell’epoca, successivamente ampliata nel rifacimento Opus Terrae sanctae, offerto a Giovanni XXII nel 1321. Continuò per diversi anni a proporre le sue idee a papi, sovrani e signori, anche con la diffusione dell’ultima edizione dell’opera, il ‘Liber secretorum fidelium Crucis’, conclusa tra il 1321 e il 1323. Infatti, Marin Senudo (…), nel Libro III, Parte X, a p. 195, del “Gesta Dei per Francos”, di Bungas, nel Cap. I: “Continet succursum Terra Sanctae ab Occiduis regionibus exhibitum, tempore Saladino ecc..”, scriveva in proposito che: “………………………….”. Riguardo la III Crociata, Alessandro Di Meo (…), nel suo vol. XI, a pp. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”. Il Di Meo (…), cita l’Anonimo Cassinese. L’Anonimo Cassinese (…), Chronicon Anonymi Casinensis, nunc primum in lucem prodit ex ms. codice Bibliothecae eiusdem monasterii signato num 62. alias 1020, pp. 135-143, si trova in Muratori A.L., ‘Rerum Italicarum Scriptores’, vol. V, (vedi indice), da p. 135 e sgg….Il “Chronicon Anonymi Casinensis”, pubblicato dal Muratori nel vol. V è una cronaca del tempo, un manoscritto che parla di una Cronaca del Monastero di Montecassino. I “Chronica sacri monasterii casinensis”, in quattro libri, sono stati redatti a più mani: iniziati dal cardinale Leone Marsicano, detto l’Ostiense, continuati per breve tempo da un monaco di nome Guido, furono condotti a termine dall’archivista cassinese Pietro Diacono. Leone Ostiense scrisse tra il 1098 e il 1100, dal libro I al capitolo 92 del II libro (a. 1057) e ancora tra il 1101 e il 1106 dal capitolo 93 del II libro al capitolo 33 del III (a. 1071 o 1075). Il monaco Guido continuò da Leone fino al 1127. Infine Pietro Diacono riprese dal 1128 alla fine (1139) dal capitolo 25 del III libro al capitolo 130 del IV.
La ‘Chronaca’ di Riccardo di Hoveden
Pietro Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum’, sulla scorta della Jamison (…), scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. Ruggero di Hoveden (o di Howden; … – 1201) è stato uno scrittore inglese del XII secolo. Forse è proprio da questa cronaca del tempo che proviene la notizia dei Crociati che sostavano nel monastero di S. Pietro di Camerota o di Licusati. Nato a Howden nell’East Riding of Yorkshire, fu al servizio di Enrico II d’Inghilterra. Nell’agosto del 1190 partì per la III Crociata da Marsiglia al seguito di Riccardo d’Inghilterra, tornò in patria nel 1192. Tra il 1191 ed il 1192 durante il viaggio di ritorno dalla crociata Ruggero di Hoveden passò per Roma dove fu testimone di alcuni fatti dell’epoca come la distruzione di Tusculum. Ruggiero Hovden (…), scrisse “Gesta Henrici II et Gesta Regis Ricardi (1192)”. L’edizione curata da William Stubs dell’Itinerarium (Rolls Series, 1864) apparve prima del ritrovamento del manoscritto del poema di Ambroise. Come ci ha fatto notare Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, nella sua nota (128), parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “….in Gesta Henrici II et Riccardi I, ed. Lieberban, in M.G.H. , ‘Scriptores Rerum etc.’, vol. III, Hannover, 1897. Sull’identità dell’autore, “English Historical Rewiew”, ottobre 1953.”. Dunque, il Campagna, parlando di Florio di Camerota e di Camerota, citava la Chronica apocrifa detta ‘Gesta Henrici II et Riccardi I’. L’opera di Hoveden “Gesta Regis Henrici Secundi Benedicti Abbatis” è stata proposta nella sua versione integrale tratta da un anico codice Latino, da “CRONACHE E MEMORIALI DI GRAN BRETAGNA E IRLANDA DURANTE IL MEDIOEVO. PITBLTSIIEI) DALL’AUTOCITÀ DEL TESORO DEL SUO MAESTRO, SOTTO L’UH ^ AZIONE DEL MASTEU Ol ‘THE ROLLS.”, 1867:

(Fig…) Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’ (come scrive l’Ebner)
La pubblicazione di una edizione della ‘Rerum Britannicarum Medii Aevi Scriptores’, pubblicata nel 1867, dello ‘Itinerarium Peregrinorum et Gesta Regis Ricardi’, o più brevemente Itinerarium Regis Ricardi, edito da William Subbs (…) che è una narrazione risalente al XII secolo, in prosa latina, della III Crociata del 1189-1192. La prima parte del libro è incentrata sulle conquiste di Saladino e sulle prime fasi della crociata, con una lunga descrizione della spedizione dell’imperatore Federico Barbarossa. Il resto del libro descrive la partecipazione di re Riccardo I d’Inghilterra detto Cuor di Leone alla crociata. In passato è stata attribuita a Goffredo de Vinsauf ed è stata a volte ritenuta il resoconto di un testimone oculare. In realtà sembra sia stata compilata da Riccardo, un canonico della Holy Trinity di Londra (Ricardus, Canonicus Sanctae Trinitatis Londoniensis), sulla base di almeno due memorie contemporanee, oggi perse. La prima parte è a volte chiamata la ‘Continuazione latina di Guglielmo di Tiro’. La seconda parte, in particolare, è strettamente collegata ad un poema in lingua anglo-normanna sullo stesso soggetto, L’Estoire de la Guerre Sainte di Ambroise. Dall’Enciclopedia Britannica apprendiamo che: “Roger of Hoveden, Hoveden scrisse anche Howden, (morto intorno al 1201), cronista inglese e storico dei regni di Enrico II e Riccardo I, il cui rapporto sugli anni 1148-1170 è uno dei pochi resoconti autentici del periodo. Poco si sa sullo sfondo di Roger; probabilmente nacque a Howden, un villaggio nello Yorkshire, e probabilmente frequentò una scuola monastica a Durham, nello Yorkshire. Potrebbe essere stato professore di teologia a Oxford, ma nel 1174 fu assunto da Enrico II, successivamente amministrò la legge forestale e riscosse entrate reali. Dopo la morte del re nel 1189, probabilmente Roger viaggiò con la crociata di Richard in Terra Santa e iniziò la sua narrazione nel viaggio da e verso l’Oriente. Le sue Chronica sono divise in due parti: la prima si basa sulla storia ecclesiastica di Bede e sulla sua continuazione di Simeone e Enrico di Huntingdon (732-1154), e la seconda tratta il periodo dal 1155 al 1201. Questa, la lunga parte della cronaca, è di gran lunga il più importante, essendo basato in gran parte sull’esperienza di Roger; fornisce elaborazioni dettagliate di questioni critiche, in particolare la disputa tra Enrico II e l’arcivescovo Thomas Becket. Le parti che coprono gli anni tra il 1192 e il 1201 sono quasi interamente opera originale di Roger e sono la prova del suo uso accademico di documenti e annali pubblici. Nonostante la sua tendenza a fare affidamento su prove deboli, il suo lavoro è attento, preciso e ben organizzato e il suo approccio ampio lo rende uno degli annali più sofisticati del suo tempo.“.
L’Abbazia (Badia) benedettina di Sant’Angelo a Pittari
Oltre alla chiesa ed al monastero antico cenobio di Sant’Angelo a Pitraro, a Caselle vi era anche una “Badia” benedettina. Dell’antico monastero e poi badia benedettina, come pure della badia Certosina, nessun accenno nello studio della studiosa Wilma Fittipaldi (…), ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, pubblicato nel 2014. Stessa cosa per lo studio della Visentin (….), e dalla Alaggio (…). Felice Fusco che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’.“. Il Fusco (…), sulla scorta di Giuseppe figlio di Costantino Gatta (…) nella sua nota (70), scriveva che: “…..ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque il Fusco (…) sulla scorta del Gatta (…) aggiungeva che ai tempi del Gatta si vedevano ancora gli ultimi avanzi di mura dirute, chiamata “a Badia”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò…un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70) Ecc…”. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966)…………..la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”. Il Fusco citava Ottavio Beltrano (…), da cui trasse alcune notizie il Gatta. Ottavio Beltrano (…), nel 1671, nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie’, ci parla di Caselle in Pittari a pp. 134-135-136-137. Nella p. 135, il Beltrano in proposito scriveva che: “…, la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Ecc…”. L’Abbazia benedettina di S. Angelo a Pitraro di cui ancora il Beltrano nel 1671 vedeva i ruderi. E’ molto probabile che, dell’antico monastero, già nei primi secoli del XVI secolo, fosse rimasta in piedi solo la Chiesa del detto monastero che, come scrisse il Beltrano (…): “la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Il figlio Giuseppe Gatta (…), nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Il Gatta (…), in memoria del padre Costantino, nella sua nota (a), postillava che: “(a) viene rapportata parimente dall’eruditissimo F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo, nella Parte III, Cap. I di quale opera noi abbiamo fatto parola nella Parte I di queste Memorie al Cap. IX.”. Il Gatta (…), a p. 74 e s., nella Parte I, Cap. IX, parla di quest’opera da cui trae l’antico documento dell’anno 1106 (forse data sbagliata), e scriveva che: “Di tal santuario di S. Michele si fa parimente memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘Il Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo come Segnifero della Croce’, …dove si parla della Potenza di questo S. Arcangiolo: è l’Autore è il Reverendiss. P. F. Tommaso Maria Alfani’ dè predicatori Teologo di S.M.C. e C., per la gran divozione che al detto S. Arcangiolo tiene si è solamente palesato col nome di ‘Un Divoto di S. Michele’. Di questo celebre Padre se ne fa parola nella Parte III di questo Libro, nelle ‘memorie della città di Salerno’.”. Infatti, il Gatta, nel suo Libro, nella Parte III, quando si parla della città di Salerno, a p. 378 e s., nel Cap. XVI, parla delle memorie della città di Salerno e a p. 393, riferendosi allerudito Tommaso Maria Alfani (…), in proposito scriveva che: “Ma senza dubbio è di glorioso ornamento a questa Città di Salerno ecc…”. Il Gatta (…), a p. 395, elenca tutte le opere di T.M. Alfani (…), e scrive l’ultima sua opera: ‘Il Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo come Segnifero della Croce, potente in tutte le occorrenze, con appendice di varj modi per venerarlo ed invocarlo.’. Putroppo questo testo è introvabile e non è stato possibile reperire l’interessante documento a cui si riferiva il Guzzo e il Fusco. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Il Guzzo, traeva l’interessante notizia dal Gatta (…), che nel 1732, a p. 308, del suo ‘Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania’, come scrive l’Ebner, a p. 648 del vol. I: “…..sul monte Pietrato”, dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”. Stessa cosa per lo studio della Visentin (….), e dalla Alaggio (…). Ne parlano invece i due studiosi locali Vincenzo Lovisi e Matteo Rivello (…), nel loro ‘Caselle un paese nella storia‘, edito recentemente. I due studiosi, sulla scorta del Fusco (…), citano la visita pastorale del vescovo di Policastro, mons. Urbano Feliceo, che effettuò a Caselle in Pittari nel 1630, ai Padri di San Benedetto. Scrivono i due studiosi che: “Dalla relazione di Urbano Feliceo emerge che gran parte del territorio di Caselle fosse gestito dai monaci Benedettini. A cominciare dall’ “affondatura” delle Valli e delle Calanche, il confine seguiva il corso della “Jumara”, sino alla “petrapertusata da onde esce una foce d’acqua”…..fino ad arrivare ai piedi del “Centauriello…..Si arrivava fino al fiume Sciarapotamo ecc…”. Insomma, un vastissimo possedimento che a mio parere tocchi la vasta tenuta di Cannamaria o del Centaurino, di cui mi ho scritto ivi un mio saggio. I due studiosi Lovisi e Rivello (…), sempre sulla scorta del Fusco, scrivono che: “E per un breve periodo che Caselle divenne possedimento di Guarriello Orilia. Costui merita di essere ricordato per aver ricostruito la Badia di Sant’Angelo, già allora in parte crollata. Siamo nella prima metà del quattrocento e nel 1442 inziava la dominazione Aragonese.”. Dunque, secondo i due scrittori, la Badia di Sant’Angelo, l’abbazia benedettina di S. Angelo a Caselle in Pittari, era in parte crollata ai tempi del feudatario Guarriello Orilia, ovvero al tempo del Re ladislao di Durazzo, al tempo della feroce guerra del Vespro, combattuta proprio sulle nostre terre contro gli Aragonesi. Ladislao di Durazzo, re Angioino, fu re di Napoli dal 1386, anno dell’assassinio del padre, al 1414, anno della sua stessa morte. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 133, in appendice, presenta il ‘documento n. 3’, che trascrive integralmente, la relazione della visita episcopale del 1630 che il vescovo di Policastro, mons. Urbano Feliceo, fece redigere sul “sul territorio della Badia di S. Angelo redatta da Mons. Urbano Feliceo, vescovo di Policastro, in occasione della prima visita pastorale (giorni 11,12,13 gennaio del 1630) alla ‘Terra di Casella (ADP, Visite Pastorali, fasc. 1629 – 30, fol 626 ss.).”. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (…) ecc..”. Il Vescovo di Policastro Santonio è citato dal Fusco, per la visita pastorale che fece alla Badia di Caselle. Sempre il Fusco (…), a p. 171, pubblicò una interessante foto (n. 13) di Giuseppe Fiscina scattata da un velivolo l’8 maggio del 1995: “Caselle in Pitari, Monte San Michele: complesso criptologico dell’Arcangelo. Lo speco al centro, che si prolunga ecc…, sulla destra è il ricovero dei religiosi (restaurato nel Settecento o nell’Ottocento) nasconde l’apertura dell’antro dell’Angelo.”. Nell’immagine in bianco e nera, si vede un grande edificio addossato alla parete rocciosa che, se come dice il Fusco, fu restaurato nel settecento o nell’Ottocento, dovrebbe essere ancora li, ma ad oggi, questa foto del 1995, è l’unica testimonianza dell’antico eremo benedettino. Il Fusco, ne parla a p. 62 e s. ma, sebbene avesse riportato a p. 171, la foto scattata da Fiscina nel 1995, egli scrive che: “Della Badia di Sant’Angelo in Pittari nel settecento esisteva ormai soltanto la Chiesa…..che, Mons. Giuseppe Cione aggiungeva: “Badia di Sant’Angelo….era vacante dal 1600 nel qual tempo trovasene investito Don Diego Cristiani della famiglia dei marchesi di Caselle. (219)”. Oggi dell’edificio addossato alla parete rocciosa non distante dal complesso criptologico del Monte Pittari, nessuna traccia o comunque non vi sono foto o immagini che attestino la sua reale esistenza. E’ molto probabile che, dell’antico monastero, già nei primi secoli del XVI secolo, fosse rimasta in piedi solo la Chiesa del detto monastero che, come scrisse il Beltrano (…): “la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Dell’antico monastero e poi badia benedettina, come pure della badia Certosina, nessun accenno nello studio della studiosa Wilma Fittipaldi (…), ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, pubblicato nel 2014. Stessa cosa per lo studio della Visentin (….), e dalla Alaggio (…). Ne parlano invece i due studiosi locali Vincenzo Lovisi e Matteo Rivello (…), nel loro ‘Caselle un paese nella storia‘, edito recentemente. I due studiosi, sulla scorta del Fusco (…), citano la visita pastorale del vescovo di Policastro, mons. Urbano Feliceo, che effettuò a Caselle in Pittari nel 1630, ai Padri di San Benedetto. Scrivono i due studiosi che: “Dalla relazione di Urbano Feliceo emerge che gran parte del territorio di Caselle fosse gestito dai monaci Benedettini. A cominciare dall’ “affondatura” delle Valli e delle Calanche, il confine seguiva il corso della “Jumara”, sino alla “petrapertusata da onde esce una foce d’acqua”…..fino ad arrivare ai piedi del “Centauriello…..Si arrivava fino al fiume Sciarapotamo ecc…”. Insomma, un vastissimo possedimento che a mio parere tocchi la vasta tenuta di Cannamaria o del Centaurino, di cui mi ho scritto ivi un mio saggio. I due studiosi Lovisi e Rivello (…), sempre sulla scorta del Fusco, scrivono che: “E per un breve periodo che Caselle divenne possedimento di Guarriello Orilia. Costui merita di essere ricordato per aver ricostruito la Badia di Sant’Angelo, già allora in parte crollata. Siamo nella prima metà del quattrocento e nel 1442 inziava la dominazione Araonese.”. Dunque, secondo i due scrittori, la Badia di Sant’Angelo, l’abbazia benedettina di S. Angelo a Caselle in Pittari, era in parte crollata ai tempi del feudatario Guarriello Orilia, ovvero al tempo del Re ladislao di Durazzo, al tempo della feroce guerra del Vespro, combattuta proprio sulle nostre terre contro gli Aragonesi. Ladislao di Durazzo, re Angioino, fu re di Napoli dal 1386, anno dell’assassinio del padre, al 1414, anno della sua stessa morte. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 133, in appendice, presenta il ‘documento n. 3’, che trascrive integralmente, la relazione della visita episcopale del 1630 che il vescovo di Policastro, mons. Urbano Feliceo, fece redigere sul “sul territorio della Badia di S. Angelo redatta da Mons. Urbano Feliceo, vescovo di Policastro, in occasione della prima visita pastorale (giorni 11,12,13 gennaio del 1630) alla ‘Terra di Casella (ADP, Visite Pastorali, fasc. 1629 – 30, fol 626 ss.).”. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (…) ecc..”. Il Vescovo di Policastro Santonio è citato dal Fusco, per la visita pastorale che fece alla Badia di Caselle. Sempre il Fusco (…), a p. 171, pubblicò una interessante foto (n. 13) di Giuseppe Fiscina scattata da un velivolo l’8 maggio del 1995: “Caselle in Pitari, Monte San Michele: complesso criptologico dell’Arcangelo. Lo speco al centro, che si prolunga ecc…, sulla destra è il ricovero dei religiosi (restaurato nel Settecento o nell’Ottocento) nasconde l’apertura dell’antro dell’Angelo.”. Nell’immagine in bianco e nera, si vede un grande edificio addossato alla parete rocciosa che, se come dice il Fusco, fu restaurato nel settecento o nell’Ottocento, dovrebbe essere ancora li, ma ad oggi, questa foto del 1995, è l’unica testimonianza dell’antico eremo benedettino. Il Fusco, ne parla a p. 62 e s. ma, sebbene avesse riportato a p. 171, la foto scattata da Fiscina nel 1995, egli scrive che: “Della Badia di Sant’Angelo in Pittari nel settecento esisteva ormai soltanto la Chiesa…..che, Mons. Giuseppe Cione aggiungeva: “Badia di Sant’Angelo…era vacante dal 1600 nel qual tempo trovasene investito Don Diego Cristiani della famiglia dei marchesi di Caselle. (219)”. Oggi dell’edificio addossato alla parete rocciosa non distante dal complesso criptologico del Monte Pittari, nessuna traccia o comunque non vi sono foto o immagini che attestino la sua reale esistenza.
Nel XIII secolo, le origini e fonti documentarie sulla Certosa di S. Lorenzo a Padula
Antonio Tortorella fa una buona disamina dei documenti conosciuti e pubblicati nel tempo che riguardano la proprietà dell’Abbazia di Montevergine e le origini della Certosa di Padula. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 36-38, in proposito scriveva che: “Il San Lorenzo di Padula non s’animò, forse, di vita cenobitica che quando divenne grància verginiana, agl’inizi del tredicesimo secolo, dal momento che nelle carte precedenti alla donazione viene sempre nominata soltanto la chiesa, dipendente dal clero di Sant’Angelo (63), Chiesa Matrice del paese. Forse in questa seconda fase vi si stabilì un centro scrittorio (64) – così come Santa Maria di Pertosa lo fu per Caggiano e il suo casale, nonché per gli abitati più prossimi (65) – , qualora possano essere ritenute veramente autentiche le carte ivi prodotte: infatti non si spiega altrimenti il fatto che molti documenti padulesi, anche non attinenti alle vicende di San Lorenzo, siano giunti a Montevergine. Il passaggio della documentazione può essere avvenuto dopo la cessione, grazie alla permuta di Tommaso Sanseverino (66), della chiesa all’Ordine certosino, cosicché l’abate ‘pro tempore’ Guglielmo fu indotto a trasferire parte dell’archivio alla Casa madre. Le pergamene conservate invece nella Badia di Cava vi sarebbero giunte per caso (67), insieme con altri manoscritti.”. Tortorella, a p. 53, nella nota (63) postillava: “(63) Vedi nota seguente, nn. 1133, 1337, 1357, 1515, 2440”. Tortorella, a p. 53, nella nota (64) postillava: “(64) Cfr. Per la documentazione relativa alla grancia e al paese fino agli inizi del Trecento, G. Mongelli, Abbazia di Montevergine. Regesto delle pergamene cit., I (1956), regesti 104, 135, 201, etc… e, P.M. Tropeano, Codice diplomatico virginiano, I, Monteergine, Edizioni dei Padri Benedettini, 1977, documento 96; II (1978), documenti 138, 138 bis; III (1979), documenti 205, 265, 283, in cui sono editi, secondo il metodo paleografico con riprduzioni fotografiche, in parte i documenti già pubblicati in regesto del Mongelli. Gran parte del fondo che fu della chiesa di S. Lorenzo è nell’Archivio della Badia di Cava; ne dà parziale elenco P. Ebner, Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1979, pp. 309-310: XXX, 35; etc…, sette vendite dal 1307 al 1310; LXV, 68, 86; LXVIII, 64; sessantasette copravendite, tre donazioni, una concessione enfiteutica, dal 1326 al 1400. Altre notizie sono fornite da G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV. Contributo alla storia dell’insediamento medievale nel Vallo di Diano, Salerno, Laveglia, 1980, pp. 70-71, nota 73 che elenca le carte contrassegnate dei numeri XLII, 8 etc…”. Tortorella, a p. 53, nella nota (65) postillava: “(65) Cfr. Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Napoli, Cataneo, 1865 (ristampa fotomeccanica a cura di A. Guillou, Bologna, Forni, 1978), pp. 71, 82-83, 84, 100-101, (116-117), 118-119, 119-120, 134, 153-154, 169-170, 213-214, 227-228, 251-252, etc..”. Tortorella, a p. 53, nella nota (66) postillava: “(66) Cfr. A. Sacco, op. cit., I, cit., p. 53-57, documento I, pp. 101-103 (“Contratto di permuta tra il Conte Tommaso Sanseverino e Guglielmo IV, Abate di Montevergine, dei beni e del monastero di San Lorenzo di Padula con starze e terre del Conte, esistenti nel castello di Sanseverino”, dato ad Aversa il quattrordici ottobre 1305 e conservato nell’Archivio della Badia di Cava, LXIII, 37) e, documento VI, p. 107 (“Guglielmo abate di Montevergine dà alla Certosa di Padula la chiesetta di San Lorenzo non ceduta con la permuta del 1305″, pubblicato da A. Mastrullo, Montevergine sagro, Napoli, Fusco, 1663, p. 127.”.
Nel 1297, Bonifacio VIII sottomise l’Abbazia della SS. Trinità di Venosa che diventò Priorato dell’Ordine degli Ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme
Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, nel capitolo “4.3 Le origini”, a p. 132, in proposito cosi scriveva: “Ma anche per i secoli successivi tutto il territorio compreso tra il distretto di Sala Consilina e quello di Padula è interessato dall’esistenza di altre dipendenze degli Ospedalieri. Nel 1722 San Giovanni in Fonte, l’antico battistero di origini paleocristiane, costituiva una commenda dello stesso Ordine, dipendente fino al 1419 dal priorato della S.ma Trinità di Venosa (57).”. La Alaggio, a p. 132, nella nota (57) postillava: “(57) M. Gattini, I Priorati, i Balieggi, le Commende del Sovrano Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, Napoli, 1928, pp. 85 ss. i beni posseduti dalla Commenda di San Giovani iin Fonte, esistita fino al 1722, erano dislocati in varie parti del Vallo di Diano: a padula, Sala, Atena, San Rufo, Diano, Sassano, Monte San Giacomo, oltre che in Calabria, a Tortorella, e a Lagonegro, Policastro e Marsico Vetere.”. La Alaggio, a pp. 132-133, in proposito scriveva: “E ancora agli inizi del XVIII sec., Santa Maria dell’Oliva veniva ricordata da Costantino Gatta come monastero appartenuto ai “Benedettini-Cassinesi” e in seguito ceduto all’amministrazione dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme (58). Proprio quest’ultimo episodio, segnalando ancora una volta il passaggio da una reggenza benedettina alla giurisdizione degli Ospedalieri di San Giovanni, presenta forti analogie con le vicende di Cadossa, ponendo in risalto come, a distanza di quasi due secoli, sia Costantino Gatta che Antonio Sacco si siano serviti della stessa definizione per ricordare l’originaria identità “benedettino-cassinese” delle due fondazioni. Questo avvicendamento, tuttavia, costituisce una circostanza che rimanda, in entrambi i casi, alla storia della S.ma Trinità tra il XII e XIII sec. L’istituzione del Priorato di Venosa risale al 1297 quando Bonifacio VIII decise di sottomettere la S.ma Trinità all’autorità del Gran Maestro e dei frati dell’ordine Ospedaliero di San Giovanni. La scelta del pontefice fu apparentemente motivata dalla necessità di porre rimedio ai danni provocati da un’amministrazione benedettina corrotta e negligente, causa principale dalle condizione di generale incuria in cui versava tutto il patrimonio del monastero (59)…..Risulta chiaro, a questo punto, come l’identità dei “benedettini cassinesi” ricordati sia da Costantino Gatta che dallo stesso Antonio Sacco, rimandi ad un legame con i monaci di Venosa, entrati a far parte della congregazione cassinese alla fine del XII secolo. La preesistenza, nelle fondazioni monastiche del Vallo menzionate, di “Benedettini cassinesi” risulterebbe giustificata, allora, da una dipendenza delle stesse dalla S.ma Trinità di Venosa, dipendenza risalente, evidentemente, ad un’epoca anteriore all’istituzione del Priorato gerosolomitano.”. La Alaggio a p. 133, nella sua nota (61) postillava che: “(61) P.F. Kehr, ‘Italia Pontificia’, cit., p. 491; ed anche L.R. Ménager, ‘Les fondations monastiques de Rogert Guiscard, duc de Pouille et de Calabre’, in ‘Quellen und Foshungen’, n. 39 (1959), pp. 1-116.”. Rosanna Alaggio (….), nel suo “Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano” parlando dell’Abbazia di S. Maria di Cadossa, a pp. 129 e ssg., in proposito scriveva che: “…il testo di un diploma di Carlo d’Angiò, emesso nel 1305 in risposta ad una supplica presentata al sovrano dagli Ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme, dimostrerebbe la sottomissione dell’Abbazia cadossiana a quest’Ordine religioso, almeno per il breve arco di tempo compreso tra la fine del XIII sec. e gli inizi del XIV se. (50). Il documento, interamente trascritto dal Sacco, richiama le ragioni dell’istanza mossa al sovrano “pro parte religiosorum virorum preceptoris et fratrum sacre domus hospitalis sancte Trinitatis de Venusio”, ragioni ecc…., quanto invece, tanto il casale che l”ecclesia’ di Cadossa appartenevano all’Ospedale della SS. Trinità di Venosa ecc…”. La Alaggio continuando il suo racconto a p. 130 in proposito scriveva che: “Quali furono le circostanze che determinarono la dipendenza di Cadossa dal Priorato gerosolomitano di Venosa, il Sacco non ha saputo spiegare, nè risulta soddisfacente la sua riflessione su quest’episodio: “Il passaggio nel tempo antico del monastero cadossiano dai Benedettini cassinesi ai cavalieri di Malta, non reca alcuna meraviglia, qualora si pensi che quest’ordine miltare-cavalleresco è di origine di gran parte benedettina, in parte salernitana, e più propriamente amalfitano-cavese” (52). Altrettanto inspegabile appare l’uso dell’appellativo “cassinesi” ecc…”. La Alaggio, a p. 130, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Ibidem. p. 91”, riferendosi alla nota (49) dove postillava di: “(49) Sacco A., La Certosa di Padula, etc..”. La Alaggio sempre sull’Ordine religioso militare dei Girosolomitani a p. 131 dice che: “i dati forniti dalla documentazione superstite, nonostante la loro sporadicità, sono sufficienti a delineare, in primo luogo, una presenza, costante nel tempo, dei monaci benedettini, e, almeno per un breve arco cronologico compreso tra XIII e XIV sec., la dipendenza dello stesso monastero dal priorato gerosolomitano della S.ma Trinità di Venosa (55).”. Sempre parlando di Cadossa la Alaggio cita il Gatta e scrive che: “Santa Maria dell’Oliva veniva ricordata da Costantino Gatta come monastero appartenuto ai “Benedetteni cassinesi” e in seguito ceduto all’amministrazione dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme (58). Ecc…”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta della Alaggio, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Come tali sopravviveranno ancora per un secolo, fino a quando l’Abbazia di Venosa nel 1297 fu definitivamente soppressa da Bonifacio VIII, che ne affidò i beni ai Cavalieri di Malta.”.
Nel 1305, ‘Noardo di Caro’ fondò la Commenda di S. Spirito, Priorato Gerosolimitano a Roccagloriosa
Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 82, nella sua nota (8) postillava che: “(8) L’Antonini ricorda la famiglia de Caro di Roccagloriosa, che nel 1305 vi aveva fondato la Commenda di S. Spirito, affermando che “quando sia nobile tal famiglia troppo sarebbe qui il ridirlo, ma ne fan chiara testimonianza i feudi da tanti secoli posseduti, i privilegi, le cappellanie, suoi illustri parentadi &” (La Lucania, cit., vol. I, p. 387, nota). Ecc..”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 387, in proposito scriveva che: “Fu patria similmente di Ottaviano di Caro, di antichissima famiglia (I), ch’essendo monaco Francescano, intervenne per uno dei Teologi nel Concilio di Trento, sebbene il Toppi erroneamente il faccia Napoletano.”. L’Antonini a p. 387, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Questa famiglia di Caro con dritto di patronato possiede quì una Commenda di S. Spirito con l’annessa prerogativa di Priorato fondata nel MCCCV da ‘Noardo di Caro'”. Sulla Commenda di S. Spirito ha scritto Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, quando a p. 42, in proposito scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71). La chiesa di rito greco, dedicata a S. Nicola di Bari, era molto ampia ed affrescata: oggi si possono ammirare avanzi di archi ed affreschi di stile romanico e trecentesco (S. Michele, S. Giacomo, S. Caterina di Alessandria). Sull’antica basilica fu costruita e posteriormente restaurata una cappella in onore dello Spirito Santo, nella quale si conserva un sarcofago che riproduce in altorilievo la figura dell’eroe Marsilio de Caro, nipote di Noardo De Caro che fondò la chiesa nel 1396 (72). I fabbricati annessi alla chiesa della commenda di Santo Spirito, col passar degli anni, sono andati in rovina, ed oggi sui loro vecchi siti sono state costruite abitazioni. Quei fabbricati si estendevano fino ad essere attigui al palazzo della commenda di S. Giovanni: costituivano due vasti edifici con cisterne nei cortili, le cui aperture erano di un solo pezzo di pietra scalpellata.”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Ricordiamo in italiano l’epigrafe scolpita sul sarcofago esistente nella cappell: “Questa è l’immagine dell’eroe Marsilio De Caro, nipote di Noardo De Caro, il quale costruì per primo questa cappella con l’ospedale di Santo Spirito, e nell’anno del Signore 1396 la dotò con solidi beni del valore di oltre 100 oncie, e in essa riservò per i propri eredi in eterno il diritto di patronato”. Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 24, in proposito scriveva che: “Della precettoria di Cuccaro si sa che era dedicata a S. Giovanni (16) e tra il 1378-80 fu assegnata a fra Matteo de Cara di Roccagloriosa, insieme alle case di Policastro, Roccagloriosa, Tortorella (17) e Moliterno, che dovevano essere commende di scarso valore, visto che per tutte nel 1378 il precettore versò al Tesoro 13 ducati di ‘responsiones’, e due anni dopo, soltanto per Rocca e per Cuccaro, la somma di 10 ducati, forse perchè le altre si erano ulteriormente impoverite. Riguardo alle altre piccole ‘domus’, si sa che la precettoria di Policastro (18) era intitolata a S. Giovanni, quella di Roccagloriosa (19) a S. Giacomo, e alla morte del Cara furono assegnate nuovamente insieme, con l’esclusione di Tortorella e Moliterno, a fra Antonio di Policastro, con atto del 21 ottobre 1384 (20); oltre a ciò si ha notizia di un precettore di Policastro nel 1424, il napoletano Antonio Casatini (21).”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Su Roccagloriosa, cfr. L. Giuistiniani, Dizionario geografico-ragionato, vol. VIII, pp. 33-35”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, vol. VIII, a pp. 33-35 ci parla di Roccagloriosa ed in proposito scriveva che: “Un tempo erano di rito greco rilevandosi dale antiche sue chiese sotto il titolo di ‘S. Maria Greca’, e ‘S. Maria de’ Martiri’. Vi sono tre casali, cioè ‘Rocchetta’, ‘Celle’ ed ‘Acquavena’. “. La Pellettieri scriveva che la Precettoria di Cuccaro fu affidata al frate Matteo de Cara di Roccagloriosa, forse de Caro, insieme alle “case” di Policastro, Roccagloriosa, Tortorella e Moliterno. La Pellettieri scrive che queste case dovevano essere di scarso valore visto che il De Cara, nel 1378 versò al Tesoro 13 ducati di ‘responsiones’, e, nel 1380, solo per Roccagloriosa versò 10 ducati. la Pellettieri, a p. 34, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Sulla località L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato, vol. IX, p. 219.”.
Nel 1305, la chiesa di rito greco di San di Nicola di Bari e la Cappella De Caro a Rocchetta di Roccagloriosa
Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, quando a p. 42, in proposito scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71). La chiesa di rito greco, dedicata a S. Nicola di Bari, era molto ampia ed affrescata: oggi si possono ammirare avanzi di archi ed affreschi di stile romanico e trecentesco (S. Michele, S. Giacomo, S. Caterina di Alessandria). Sull’antica basilica fu costruita e posteriormente restaurata una cappella in onore dello Spirito Santo, nella quale si conserva un sarcofago che riproduce in altorilievo la figura dell’eroe Marsilio de Caro, nipote di Noardo De Caro che fondò la chiesa nel 1396 (72). I fabbricati annessi alla chiesa della commenda di Santo Spirito, col passar degli anni, sono andati in rovina, ed oggi sui loro vecchi siti sono state costruite abitazioni. Quei fabbricati si estendevano fino ad essere attigui al palazzo della commenda di S. Giovanni: costituivano due vasti edifici con cisterne nei cortili, le cui aperture erano di un solo pezzo di pietra scalpellata.”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Ricordiamo in italiano l’epigrafe scolpita sul sarcofago esistente nella cappella: “Questa è l’immagine dell’eroe Marsilio De Caro, nipote di Noardo De Caro, il quale costruì per primo questa cappella con l’ospedale di Santo Spirito, e nell’anno del Signore 1396 la dotò con solidi beni del valore di oltre 100 oncie, e in essa riservò per i propri eredi in eterno il diritto di patronato”. Dunque, i due studiosi parlano della chiesa di San Nicola di Bari a Roccagloriosa, di rito greco, dove dicono che vi erano affreschi di San Michele Arcangelo. In una didascalia essi scrivono “affresco di stile romanico trecentesco” e questo dato si connette alla data di fondazione della commenda di S. Spirito. Di questi affreschi che i due studiosi dicono preesistenti alla cappella di S. Spirito, i due studiosi, a p. 27: “S. Michele, affresco di stile romanico trecentesco appartenente all’antica chiesa di S. Nicola di Bari annessa alla commenda di Santo Spirito”.

I due studiosi a p. 21, 23 e 25 riportano delle foto dell’antica basilica di S. Nicola della commenda di Santo Spirito. I due studiosi, a p. 32 continuando il racconto scrivevano pure che: “I fabbricati annessi alla chiesa della commenda di Santo Spirito, col passare degli anni, sono andati in rovina, ed oggi sui loro vecchi siti sono stete costruite abitazioni. Quei fabbricati si estendevano fino ad essere attigui al palazzo della commenda di S. Giovanni: costituivano due vasti edifici con cisterne nei cortili, le cui aperture erano di un solo pezzo di pietra scalpellata. In quel tempo non esistevano fontane nel paese: nei cortili dei palazzi c’erano i pozzi, da cui si attingeva l’acqua per gli usi della casa.”. Della chiesa italo-greca di San Nicola di Bari a Rocchetta nessun accenno in “Visibile Latente”. Sulla chiesa di S. Nicola di Bari abbiamo le notizie che riguardano la fondazione della commenda di S. Spirito che risalgono all’epoca trecentesca ma io credo che essa si possa collocarea a molto prima del ‘300. Lo si vede dal campanile della chiesa che è molto simile a quello dell’altra chiesa antica che si trova a Roccagloriosa, la chiesa di S. Giovanni. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 424, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (attuale parrocchiale) pare siano appartenute all’Ordine di Malta (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763 e ultimamente nel 1953. Cappelle: di S. Angelo (58), del Santo Spirito (59), di S. Antonio abate (60), di S. Sofia (scomparsa, solo la statua lapidea della Vergine col Bambino), del Rosario (ubicata dov’era la chiesa di S. Maria greca, nella quale si praticava il rito greco, come nella chiesa di S. Maria dei Martiri, fino al 1572). Gli inventari delle chiese della diocesi risultano abbastanza precisi e completi. Ad esempio è possibile stabilire che i beni della chiesa di San Giovanni Battista di Roccagloriosa rendevano 110 tomola di grano, ducati 42 di capitali e pesi per 641 messe……Nelle chiese (S. Maria greca e S. Maria dei martiri) si praticava il rito greco. Il Giustiniani, oltre a dire di Rocchetta (65) ecc…”. Sempre Ebner, a p. 426 parlando delle ‘Chiese’ scriveva che: “Il 20 gennaio 1630 mons. Feliceo da Morigerati …….”Eodem die post prandium” si recò a ‘Rocchetta’ visitandovi le cappelle di S. Nicola, S. Leonardo, S. Sofia, S. Antonio, S. Maria dei Martiri, S. Nicola vecchio, S. Mercurio, S. Cataldo, S. Maria delle Grazie, S. Giacomo (in costruzione dell’Ordine gerosolimitano), Assunzione, S. Maria Gloriosa “in arce Roccae”, ecc…”. Dunque, secondo la visita ad limina del vescovo di Policastro, mons. Feliceo, nel 1630, a Rocchetta vi era la cappella di S. Giacomo “(in costruzione dell’Ordine Gerosolimitano)”. Ebner, a p. 424, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Pare fosse stata costruita nel 1305 e che avesse posseduto una notevole dimensione fondiaria”. Padre Agatangelo Romaniello ed il cav. Domenico Falco (….), nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, pubblicato nel 1968, a p. 32, in proposito scrivevano che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco detto “Maurici” di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (66). La chiesa di rito greco, dedicata a S. Nicola di Bari, era molto ampia ed affrescata: oggi si possono ammirare avanzi di archi ed affreschi di stile romanico e trecentesco (S. Michele, S. Giacomo, S. Caterina di Alessandria). Sull’antica basilica fu costruita e posteriormente restaurata una cappella in onore dello Spirito Santo, nella quale si conserva un sarcofago che riproduce in altorilievo la figura dell’eroe Marsilio De Caro (67).”. I due autori, a p. 32, nella nota (67) postillavano che: “(67) Trascriviamo le epigrafi del sarcofago: “HAEC EST IMAGO EROIS MARSILII DE CARO NEPOTIS NOTARII NOHARDI DE CARO, QUI PRIMO HANC CAPPELLAM CUM HOSPITALI SANCTI SPIRITUS AEDIFICAVIT ET IN ANNO DOMINI MCCCXCVI IN BONIS STABILIBUS VALORIS ULTRA CENTUM UNCIAS DONAVIT, IN QUA PRO SUIS HAEREDIBUS IN AETERNUM JUS PATRONATUS RESERVAVIT. QUI MARSILIUS NON MINUS IN TANTUM DE BONIS AUMENTAVIT ET ….DONAVIT”, il cui significato è il seguente: “QUESTA È L’IMMAGINE DELL’EROE DI MARSILIO DE CARO, NIPOTE DEL NOTAIO NOARDO DE CARO, CHE PER PRIMO HA COSTRUITO QUESTA CAPPELLA CON L’OSPEDALE DELLO SPIRITO SANTO, E NELL’ANNO DEI DOMINI 1396 LA DOTO’ CON SOLIDI BENI DEL VALORE DI OLTRE 100 ONCIE, E IN ESSA RISERVO’ PER I PROPRI EREDI IN ETERNO IL DIRITTO DI PATRONATO.”. Inoltre, sempre i due autori, a p. 32, nella nota (67) postillavano dell’altra epigrafe conservata nella Cappella De Caro a Rocchetta: “(67) “HOC EREXIT OPUS PRIMUM ET FATA SUORUM MARSILIUS CARO GENEROSO SANGUINE NATUS ANNO DOMINI MCDXCI”, il cui significato è il seguente: “QUESTO STABILÒ L’OPERA PRIMA ED IL DESTINO DEL SUO CARO MORSILIO DI CARO SANGUE GENEROSO, NATO NELL’ANNO DEL SIGNORE 1491″.Recentemente, nel 2020 Salvatore Monetti di Battipaglia ed Editore ha pubblicato “Roccagloriosa tra Storia e Leggenda”, dove a pp. 87-88-89, in proposito scriveva che: “La Cappella dello Spirito Santo (De Caro) nacque sull’antica basilica di rito greco dedicata a San Nicola di Bari, purtroppo del patrimonio artistico originario restano solo alcuni archi in stile romanico e trecentesco, i fabbricati un tempo annessi alla chiesa che arrivavano fino all’attigua comenda di San Giovanni sono andati distrutti. Nella cappella si conserva un singolare gisant di Marsilio De Caro, vissuto nella seconda metà del Quattrocento. L’iscrizione riportata sul bordo della lastra sepolcrale così cita (?): “Ecc.. (Questa è l’immagine di Marsilio De Caro P. nipote del notaio Noardo (?) De Caro, il quale come primo fondò ed edificò questa cappella con l’ospedale dedicato a Santo Spirito e nell’anno del Signore Milletrecentonovantasei, dotò stabilmente del valore di oltre cento once. In questa cappella per i suoi eredi in eterno, riservò lo ius patronatus; il quale Marsilio con onorevole quantità di beni aumentò, edificò e dotò.). Il pavimento a scacchiera bianco e nero presente all’interno della Cappella porta con sé un profondo significato esoterico, più che un semplice elemento decorativo; era l’area dove avvenivano le iniziazioni e “simboleggia la vita umana, una scacchiera dove bene e male si combattono di continuo”. Oggi, il pavimento a mosaico è uno dei simboli più riconoscibili della massoneria ed è il pavimento rituale di ogni loggia massonica.”.
Nel 1493, Porto Infreschi e Marcellino
Angelo Gentile (…), nel suo ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, a pp. 48-49, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Una zona un pò più trafficata era quella di Infreschi e Marcellino: da un’antica donazione per erigere una cappella nella chiesa di Lentiscosa abbiamo notizia della vita che si svolgeva intorno al 1493 ad Infreschi, detta nell’istrumento “a frisco” “juxta viam publicam juxta lictus maris”….da questo documento notarile possiamo arrivar alla spegazione del nome Infreschi, cioè luogo fresco o con acque fresche, infatti vi sono due sorgenti grosse e un numero imprecisato di pozzi sorgivi non solo al porto ma anche all’interno.”. Angelo Gentile (…), riportando l’interessante notizia su ‘Infreschi’, una insenatura naturale sulla costa fra Marina di Camerota e Scario, non cita alcuna fonte bibliografica ma cita un “Istrumento” (Atto notarile) del 1493. Forse Gentile (…), si riferiva ad una “Platea dei beni del Monastero di S. Pietro di Licusati”, di cui Pietro Ebner (…), pubblicò la sua trascrizione integrale del testo in latino in un suo saggio, pubblicato molti anni dopo (a. 1990) dal Centro di Promozione Culturale del Cilento (“Pietro Ebner – Studi sul Cilento”, vol. II). Il Gentile (…), parlando di Lentiscosa, a pp. 48-49, cita l’antico istrumento del 1493, in cui viene fatta una donazione per erigere una cappella nella chiesa di Lentiscosa e da cui si evince che il luogo di porto Infreschi era detto “a frisco” “juxta viam publicam juxta lictus maris”. Da Wikipedia, su Lentiscosa leggiamo che: “Quella più maestosa è la chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie a croce latina. Costruita anteriormente al 1493, infatti in tale data fu ampliata come da contratto registrato in Angelo Gentile “Storia e tradizioni di Santa Rosalia in Lentiscosa” (1983), ecc..”. Dunque, si tratta di un atto del 1493, che riguarda la chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie, di cui Angelo Gentile (…), ha pubblicato l’atto registrato del 1493 in cui la chiesa fu ampliata proprio a seguito di questa donazione. Il Gentile (…), nel 1983 pubblicava l’atto del 1493 nel suo “Storia e tradizioni di Santa Rosalia in Lentiscosa”. Lentiscosa, per il suo contesto ambientale fra mare e montagna, si caratterizza per il borgo antico e le vaste campagne agricole coltivate maggiormente ad olivi. Comprende le spiagge del Pozzallo, le tre spiaggette di Porto Infreschi, Cala Bianca, Lentiscelle con annesso sito archeologico (situata a confine col territorio di Marina di Camerota) e Margellina, caletta in comune con Scario. Sempre il Gentile (…), a p. 49, in proposito al porto degli Infreschi scriveva che: “Vi era anche una taverna del marchese e un trappeto con un magazzino per riporvi i recipienti con l’olio. Sul porto si affaccia un’antica Cappella intitolata a S. Lazzaro, ma che nei secoli andati era detta di S. Maria di Porto Salvo (19).”. Il Gentile, a p. 52, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Visite pastorali, anno 1613 in A.D.P.”, ovvero questa notizia è stata tratta dalla visita pastorale di Mons. ………..vescovo di Policastro nell’anno 1613 i cui verbali sono conservati nell’Archivio della Diocesi di Policastro a Policastro. Da Ebner (…), vol. II , p. 112, sappiamo che “il 6 febbraio 1630 mons. Feliceo da Camerota si recò a visitare la chiesa parrocchiale di S. Maria delle grazie a Lentiscosa (f. 371), ecc..”. Dunque, la visita pastorale a cui si riferiva il Gentile (…), non era quella effettuata da Mons. Urbano Feliceo doveva doveva trattarsi della visita pastorale di Mons. Giovanni Antonio Santonio (Santorio) che, secondo il Laudisio (…) fu nominato vescovo di Policastro nel 1610. Su Lentiscosa, porto Infreschi e la taverna del marchese ne parla il Pasanisi (…) nel suo “Camerota e i suoi ‘Casali’ sino ai nostri giorni” a p. 49, scrivendo che il marchese era il Marchese Orazio e desumendo tali notizie da tavolario Giuseppe Gallerano che fu inviato sul posto allorquando il Sacro Regio Consiglio dovette sequestrare il feudo di Camerota a Paolo e al figlio Orazio Marchese. Il Pasanisi (…), dopo aver pubblicato la relazione del tavolario Gallerano (…), a p. 49, ci dice della nascita del “Villaggio alla marina”, ovvero del villaggio di Marina di Camerota e in proposito scriveva che: “Svanito, con l’andar del tempo, per la diminuita pressione marittima, e pe la fortificazione della costa, ogni pericolo d’incursione, tutta la zona ad essa adiacente, cominciò a ripopolarsi. Ai primi del 600 v’era già, al capo Infreschi, “una taverna con sette membri superiori ed inferiori” di proprietà del marchese, nonchè un trappeto con un magazzino per riporvi le botti di olio (87), e doveva esserci un discreto numero di persone, addette non solo ai lavori dei campi, ma alla pesca ed alle vicine fortificazioni, se il marchese Orazio sentì la necessità di costruire, nel 1616, nel luogo detto il Pozzo, una chiesetta, con sepoltura, sotto il titolo di S. Nicola, ecc..”. Il Pasanisi (…), a p. 49 nella sua nota (87) postillava che: “(87) A.S.N. Proc. ant. pand. n. 40, fasc. 653-10, fol. 137.”.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(….) Guillaume Paul, ‘Hessai historique sur L’Abbaye de Cava’, Cava dei Tirreni nel 1877 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Ruocco Emilia Anna Gemma, ‘L’Abbazia di Cava di Paul Guillaume’, ed. Palladio, Salerno, 2017 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…)

(…) Guillaume Paul, Le navi cavensi nel Mediterraneo durante il Medio Evo, Cava dei Tirreni, 1876 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme’, o “Belli sacri historia”, dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo. Guglielmo di Tiro, utilizzò largamente un’altra cronaca del tempo ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, di Alberto di Aix o di Aquisgrana (…).
(….) Codex Diplomaticus Cavensis. Nel 1873 è stato pubblicato il primo volume del Codex diplomaticus Cavensis, un progetto che prevede la pubblicazione integrale del materiale d’archivio. Interrotto nel 1893, con le stampe dell’ottavo volume, il progetto è ripreso circa un secolo dopo, nel 1984, quando ha visto la luce il IX volume, seguito dal X nel 1990. Il periodo cronologico coperto dai primi dieci volumi va dal 792 al 1080. Nel 2015 sono stati pubblicati, dopo quattro anni di lavoro, i volumi XI e XII che corpono il periodo 1081-1090. Dal sito dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, leggiamo che i documenti pubblici (Bolle papali o vescovili, diplomi di imperatori, re e signori feudali) si trovano nell’arca magna in numero di oltre 700, ordinati anch’essi cronologicamente. Dunque, la bolla del vescovo di Policastro citata da Pietro Ebner dovrebbe trovarsi nell’‘Arca Magna’. Ebner, riguardo gli antichi documenti provenienti dalla Badia di Cava de Tirreni, citava il Codice Diplomatico Cavense. Il Codex diplomaticus cavensis (abbreviazione bibliografica CDC; in italiano: Codice diplomatico cavense, o cavese) è un progetto editoriale attivo nel campo della storia dell’Italia medievale e della Langobardia Minor, iniziato nel 1873 e proseguito con andamento irregolare. Il progetto persegue l’obiettivo della pubblicazione esaustiva dell’intero corpus diplomatico e documentario custodito nell’archivio della Badia benedettina della Santissima Trinità, situata a Cava dei Tirreni. La consistenza dell’archivio si dipana su oltre 15.000 pergamene, a partire dalla prima scrittura che risale al 792. A tale patrimonio membranaceo è da aggiungere una mole consistente di documenti su carta. Le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti.
(…) De Luca Giuseppe, Carte nautiche del Medio Evo disegnate in Italia, Napoli, Stamperia Universitaria, 1866 (Archivio Storico Attanasio), vedi p. 7. Napoli. 1886, 4°

(…) Rocchi Antonio, De Coenobio Cryptoferratensi, Tuscolo ed. Tipografia Tuscolana, 1893 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Mattei Cerasoli, La Badia di Cava e i Monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, anno VII, fasc. I, Roma, 1937
(…) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, a cura di Francesco Volpe, ed. E.S.I., Napoli, 2003; si veda pure dello stesso autore: Ventimiglia F.A., Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.
(…) Caravale Mario, Il Regno Normanno di Sicilia, Istituto Storia del Diritto Italiano di Roma, ed. Giuffrè, 1966 (Archivio Attanasio).

(…) La Greca A., Capano Antonio, Chieffallo D., Chirichiello G., , Temi per una storia di Licusati, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli,
(….) Gentile Angelo, Storie e tradizioni popolari del santuario di Santa Rosalia di Lentiscosa, ed. Poligraf, 1983; si veda pure dello stesso autore: Gentile Angelo, Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati, ed. Palladio 1988 (Archivio Attanasio); si veda dello stesso autore: Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Attanasio); si veda pure: ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, ed. Palladio, Salerno, 1984 (Archivio Storico Attanasio).
(…) Bozza Angelo, La Lucania – Studi Storico-Archeologici, voll. I-II, Rionero, Tipografia di Torquato Ercolani, 1888 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Su Florio di Camerota, la Treccani, cita le seguenti fonti bibliografiche: ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, in ‘Rer. Ital. Script.’, 2 ed., VII, I, pp. 268, 396 s.; ‘Alexandri III Romani Pontificis opera omnia’, in J.P. Migne, Patr. Lat., CC, coll. 332 s.; G. Del Giudice, ‘Cod. diplom. del regno di Carlo I e II d’Angiò’, Napoli 1863, App., I, pp. LIII-LVIII; ‘Gesta regis Henrici secundi Benedictis abbatis’, a cura di W. Stubbs, in Rer. Britanicarum Medii Aevi Script., XLIX, I, London 1867, p. 115; Ugo Falcando, ‘Liber de Regno Siciliae’, a cura di G.B. Siragusa, Roma 1897, in Fonti per la storia d’Italia, XXII, p. 140; F. Schneider, ‘Neue Dokurnente vornehmlkh aus Süditalien, in Quellen und Forschungen aus italien’. Archiven und Bibl., XI (1914), p. 30; ‘Cod. diplom. normanno di Aversa’, a cura di A. Gallo, Napoli 1927, pp. 120 s.; ‘Catalogus Baronum’, a cura di E. Jamison, Roma 1927, in ‘Fonti per la storia d’Italia’, CI, pp. 84 s., 105; A. Di Meo, ‘Annali critico-diplom. del Regno di Napoli’, X, Napoli 1816, p. 827; A. Bozza, La Lucania, Rionero 1888-89, II, p. 277; C.H. Haskins, England and Sicily in the 12th century, in The English historical Review, XXVI (1911), pp. 642, 644, 649; E. Jamison, The Norman administration of Apulia and Capua, in Papers of the British School at Rome, VI (1913), pp. 309 s., 382, 429, 478 s.; L.R. Ménager, Notes et documents sur quelques monastères de Calabre a l’époque normande, in Byzantinische Zeitschrift, L (1957), pp. 342-353; E. Pontieri, ‘Tra i Normanni nell’Italia meridionale’, Napoli 1964, p. 208; M. Caravale, Il regno normanno di Sicilia, Roma 1966, pp. 162, 225, 231, 233, 237, 264, 267, 320, 355; H. Enzensberger, ‘Beiträge zum Kanzlei und Urkundenwesen der normannischen Herrscher Unteritaliens und Siziliens’, Kallniünz in Oberpfalz 1971, pp. 17, 100; ‘Catalogus Baronum’. Commentario, a cura di E. Cuozzo, Roma 1984, in Fonti per la storia d’Italia, CI, t. II, pp. 133 s.

(….) Ruggero di Hoveden (o di Howden; … – 1201) è stato uno scrittoe inglese del XII secolo. Nato a Howden nell’East Riding of Yorkshire, fu al servizio di Enric II d’Inghilterra. Nell’agosto del 1190 partì per la III Crociata da Marsiglia al seguito di Riccardo d’Inghilterra, tornò in patria nel 1192. Tra il 1191 ed il 1192 durante il viaggio di ritorno dalla crociata Ruggero di Hoveden passò per Roma dove fu testimone di alcuni fatti dell’epoca come la distruzione di Tusculum.
(…) Albufarag Gregorio, Riccardo Cuor di Leone in Terra Santa, traduzione ed annotazioni di D.E. Dall’Orto, ed. Tipografia R. I. Sordomuti, Genova, 1896 (Archivio Storico Attanasio), è una cronaca scritta da questo Gregorio Albufalag, detto ‘Barebreo’, un siriano vissuto nel 1200, che a 20 anni fu eletto vescovo di Guba. Lui scrisse la ‘Storia del mondo’. In questo testo del 1896, il Dall’Orto, tradusse una parte interessante del manoscritto in arabo o siriaco specialmente la parte che riguarda la Crociata in Terra Santa ai tempi di Re Riccardo Id’Inghilterra o Cuor di Leone e di re Guglielmo II di Sicilia.
(…) Jean Flori, Riccardo Cuor di Leone. Il re cavaliere, Torino, Einaudi, 2002
(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, ed. G. Gesualdi, voll. I (1974), vol. II (1975) (Archivio Storico Attanasio); si trova nella Biblioteca di Laino Borgo.
(…) Ventimiglia D. A., Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Santoro Lucio, Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; dello stesso autore si veda: ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi, collana diretta da Carlo Perogalli, Segrate, 1982 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Barile N. L., La figlia del re di Francia e il principe normanno. Il matrimonio di Costanza e Boemondo d’Altavilla, stà in ‘Con animo virile‘, a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 85 e s.
(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri; riguardo invece le sue congetture intorno all’origine di Camerota, si veda p. 122; si veda pure: De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, ed. Cellini, Firenze, 1882, ristampa anastatica ed. Galzerano, Casal velino scalo, 1995 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner Pietro, “Pietro Ebner – Studi sul Cilento”, vol. II, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli (SA), 1990 ristampato nel 1999 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).
(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.
(…) Ebner Pietro, Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro (Archivio Storico Attanasio).

(…) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Memorie storiche del Principato di Salerno’.
(…) Alaggio Rosanna, La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Su Pietro Pappacarbone (Pietro da Salerno) e la figura di Alfano I, si veda: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151; B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXIX (2013), pp. 5-36.
(…) Crisci G. e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Storico Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.
(…) D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV, a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938 (Archivio Storico Attanasio); si veda Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.
(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone, Battipaglia, 2012 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Amari Michele, Storia dei musulmani di Sicilia, Firenze, ed. Felice Le Monnier, 1854, Vol. I, pp. 440-1
(….) (Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi, stà in Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al- Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ com- pilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Ro- ma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.
(…) Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Del Salvucci (Archivio Storico Attanasio)
(…) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Monumenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore. Appendice I, p. 68, Tav. IV, 1 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Brancaccio Giovanni, Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Mazzetti E., Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972, tav. XVII (Archivio Storico Attanasio)
(…) De Luca Giuseppe, Carte nautiche del Medio Evo disegnate in Italia, Napoli, Stamperia Universitaria, 1866 (Archivio Storico Attanasio), vedi p. 7. Napoli. 1886, 4°
(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria, ed. Centro di promozione culturale per il Cilento, Acciaroli (SA), 2007 (Archivio Attanasio)
(…) Alberto di Aix, Alberto di Aquisgrana ((LA) Albericus o Albertus Aquensis; fine dell’XI secolo – post 1120) fu un cronachista della Prima Crociata. Era canonico e custode della chiesa di Aquisgrana. Non si conosce altro della sua vita, tranne che fu l’autore della ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, chiamata anche ‘Chronicon Hierosolymitanum’ de bello sacro o ‘Liber Christianae expeditionis pro ereptione, emundatione, restitutione sanctae Hierosolymitanae ecclesia’. Un’opera in latino, costituita da dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150, che inizia con l’Appello di Clermont, racconta le fortune della Prima Crociata e l’inizio della storia del Regno di Gerusalemme e termina piuttosto bruscamente nel 1121. Era ben conosciuta durante il Medioevo, e fu largamente usata da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, per i primi sei libri della sua “Belli sacri historia”. In epoca moderna è stata accettata senza riserve per molti anni dalla maggior parte degli storici, incluso Edward Gibbon. Più recentemente, il suo valore storico è stata impugnata seriamente, ma il verdetto dei maggiori accademici sembra essere che in generale esso costituisce un registrazione veritiera degli eventi della Prima Crociata, sebbene contenga qualche materiale leggendario. Alberto non visitò mai la Terra Santa, ma sembra aver avuto una considerevole quantità di colloqui con i crociati di ritorno dalla Terra Santa, ed aver avuto accesso ad una notevole corrispondenza. La prima edizione della cronaca fu pubblicata ad Helmstedt nel 1584; una buona edizione è in ‘Recueil des historiens des croisades’, tomo IV, Parigi 1879.
(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)
(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.
(….) Loré Vito, Monasteri, principi, aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII