Dal 1065 al 1085, Roberto il Guiscardo, il Cilento e la Contea di Policastro

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie intorno al Golfo di Policastro e le nostre terre, all’epoca dei primi Normanni.

Il racconto di Amato di Montecassino

Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 278, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Le guerre tra Gisolfo e i Normanni e quindi quelle tra Gisolfo e il conte di Principato ci son narrate da Amato, il quale in generale esalta i Normanni. Questi però non sempre dovettero essere vittoriosi, perchè in qualche poesia di Alfano son ricordate le vittorie riportate da Gisolfo contro di loro. Anche Malaterra riferisce queste lotte: “Gifulsu etc….(III, 2).”. Da Wikipedia leggiamo che Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Abbazia di Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della ‘Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…..Parlando del “Castellaro” di Capitello d’Ispani, i due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, a p. 486, nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371).”. Dunque, i due storici, credevano identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino (…) e, dunque li rapportavano ai castelli controllati da Guido, fratello di Gisulfo II, ultimo principe longobardo di Salerno. Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal ‘Chronicon Casinense’ sappiamo che fu l’autore del ‘De Gestis apostolorum Petri et Pauli’ in quattro libri, in versi esametri, e della ‘Historia Normannorum’ in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo.  Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…Dunque, i due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum’, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Ho una nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘Chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto.Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino), e non si parla di castelli, come dicono i due studiosi. La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S.Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno.

I NORMANNI ARRIVANO NEI REGNI LONGOBARDI DELL’ITALIA MERIDIONALE

La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. I Normanni, al comando dello stesso suo cognato Roberto, Umfredo e Guglielmo suo fratelli del Guiscardo, tra l’anno 1053 e il 1054, occuparono moltissimi territori del Principato di Salerno. Caddero nelle loro mani le fortezze di Laurino e Novi, nonchè quasi per intero la Bricia. Resistettero per il momento Policastro, il castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola, forse detto all’epoca ‘Castel de’ Mandelmo’, sul fiume Mingardo. Pare che il territorio fu organizzato in una nuova circoscrizione detta contea di Principato’, che fu concessa da Umfredo d’Auteville, conte di Puglia, al fratello Guglielmo, col titolo di comes che tenne la sua sede amministrativa (Curia), ad Eboli e, concesse il suffeudo al miles Guglielmo de’ Mannia. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI la situazione dell’Italia meridionale si presentava, come è comunemente noto, quanto mai complessa e frastagliata: gli Arabi dominavano la Sicilia, i Bizantini (i greci) la Calabria (e quindi parte del basso Cilento) e la maggior parte della Puglia; esistevano poi i principati Longobardi di Benevento, Salerno e Capua nonchè le città (formalmente bizantine ma di fatto indipendenti) di Amalfi, Napoli e Gaeta con diversi possedimenti circostanti.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 111 e ssg., in proposito ai Normanni scriveva che: “I. Mentre la fortuna dei principi longobardi di Salerno volgeva lentamente al tramonto sorgeva luminoso l’astro dei Normanni. Verso l’anno 1016 (1), essendo principe Guaimario III, approdarono in Salerno quaranta normanni reduci da un pellegrinaggio a Gerusalemme. Venivano, come allora era in uso, al ritorno da questi pellegrinaggi, a visitare in carovana i principali santuari d’italia tra cui quelli del Monte Gargano e di Montecassino. Accolti lietamente dal principe gli furono ben presto di grande aiuto poichè, essendo sbarcata nella città per saccheggiarla una banda di saraceni, i pellegrini, prese le armi, la assaltarono con grande impeto e ne fecero strage. Nel prendere qualche tempo dopo commiato dal principe, che loro dimostrò molto grato, promisero di inviare a Salerno altri della loro gente. Tennero difatti la parola ed a varie riprese molti normanni vennero in Italia.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: Intorno all’anno Mille i primi Normanni – secondo il cronista Leone Ostiense (32), approdarono a Salerno. Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “1. La Calabria prima della introduzione del feudalesimo. Bizantini e Longobardi nella Regione”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 91 e sgg., in proposito scriveva che: “Intendendo illustrare i primi tempi feudali in Calabria, è necessario prendere le mosse dall’epoca immediatamente anteriore all’insediarsi dei Normanni nell’Italia meridionale. Se è vero che i Normanni vi introdussero dalla Francia, terra di provenienza di essi e di origine del feudalesimo, le istituzioni a questo correlati vi era la Calabria, con la sua particolare configurazione civile e politica, predisposta ad accogliere e a svilupparle ?. Il vasto Ducato longobardo di Benevento racchiudeva ni suoi confini a mezzogiorno la Lucania e il Bruzio settentrionale, ossia la valle del Crati, che corrisponde a quasi tutta l’attuale provincia di Cosenza; una linea che all’interno correva da Rossano a Bisignano, e sulla costa tirrenica andava un pò più a nord di Amantea (1), separava il territorio longobardo da quello bizantino. Allorquando il Ducato beneventano si frazionò nel principato di Salerno e nel principato di Benevento, nell’atto di divisione dell’847 (2), toccarono al primo i possedimenti longobardi di Calabria, delimitati sempre dalla vecchia linea Rossano-Bisignano- Amantea (3); in una parla, il principato di Siconolfo e dei suoi successori, conprese sedici ‘gastaldi’, dei quali quattro in Calabria: Canna, Cassano, Cosenza, Laino. Questa diversità di dominazione ebbe conseuenze molteplici e diverse nelle due parti della Calabria. Nella parte più meridionale di essa e in aree e località sparse della rimanente, l’ellenismo bizantino si venne infiltrando in tutte le manifestazioni di vita: nei costumi, nel rito, nel diritto degli abitanti, lasciando tracce ancora oggi non del tutto cancellate. L’eresia e la persecuzione iconoclastica sottrassero alla dipendenza ed all’autorità della Chiesa di Roma i vescovati di Calabria, come in Puglia e di Sicilia, e li sottomisero al patriarcato di Costantinopoli, che li organizzò in una ‘metropolia’, alla cui testa pose l’arcivescovo di Reggio (4). Riesce oggi malagevole dare un’esatta enumerazione delle diocesi calabresi per le età anteriori al secolo X, malgrado la presenza di cataloghi imperiali patriarcali, le cosiddette ‘diatiposi’: ad ogni modo, è noto che alcune di esse non sfuggirono al vandalismo distruttore delle invasioni musulmane (5). E se l’editto di Leone Isaurico scacciava dai territori dell’impero i monaci basiliani, difensori intrepidi dell’ortodossia, furono le campagne ed i vergini monti della Calabria ad accoglierne non pochi, così come le aree litoranee della Sicilia da Siracusa a Messina etc….Senonchè nel corso del IX secolo, la Sicilia cadde sotto il dominio degli Arabi, e allora i Greci di Sicilia, perseguitati dai nuovi dominatori o non disposti a sottostare al loro intollerante dominio, trovarono asilo, oltre che nel Peloponneso, in Calabria, che divenne “le refuge naturel des chretiens chassés de Sicile”, come scrisse il Batiffol (7). Dopo la caduta di Taormina (nel 902), che segnò per l’Impero bizantino la perdita totale e definitiva dell’isola, troviamo infatti che numerose famiglie di Greci cercano sede e riparo nelle vicine città di Calabria: a Reggio (…………), a Gerace (………………..), a Cosenzia (…………..) etc…Ne sono da dimenticare le colonie, che, a più riprese, gl’imperatori di Costantinopoli dedussero onde ripopolare le terre della Calabria, desolate dalle invasioni dei Saraceni. Basilio I il Macedone, ad esempio, vi trasferì in una sola volta 3000 schiavi affrancati con il danaro tratto dalla pingue eredità della vedova Danielis (9).”.

Nel 1018, Melo di Bari, Osmondo Drengot ed i primi Normanni arrivati nell’Italia Meridionale

Le principali fonti storiche sulla vita e le imprese di Osmondo sono le opere degli storici Amato di Montecassino e Guglielmo di Apulia, suoi contemporanei. Osmondo era appartenente alla famiglia Drengot Quarrell, originaria di Villaines-la-Carelle, una località vicino Alençon, nella Bassa Normandia. Aveva quattro fratelli: Rainulfo, Asclettino, Gilberto e Rodolfo. Osmondo aveva ucciso una persona vicina al duca Riccardo II di Normandia, Guglielmo Repostel, che s’era pubblicamente vantato d’aver stuprato una giovane parente di Osmondo; con l’accusa di tale assassinio, Osmondo fu bandito dal regno. Così lui e tutti i suoi fratelli si accompagnarono a una masnada di 250 guerrieri (composta da altri esiliati, militari senza terra e avventurieri simili) in un pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo sul Gargano, al santuario dell’arcangelo-soldato Michele (1017). Alcune fonti affermano che i guerrieri normanni fecero una tappa anche a Roma per incontrare papa Benedetto VIII. Le fonti divergono sul capo della compagnia di ventura: Orderico Vitale e Guglielmo di Jumièges dicono che fosse proprio Osmondo. Per Rodolfo il Glabro era Rodolfo. Leone Ostiense, Amato di Montecassino e Ademaro di Chabannes nominano invece Gilberto Buatère: infatti la maggior parte delle cronache dell’Italia meridionale indicano in Gilberto il capo normanno nella battaglia di Canne (1º ottobre 1018). In Puglia i normanni guidati dai Drengot cominciarono ad offrire la loro protezione, dietro pagamento di un compenso, ai pellegrini diretti al santuario, in modo da metterli al riparo dalle scorrerie degli altri predoni, facendosi presto conoscere per la loro valentia nelle armi. Fu così che si unirono alle forze di Melo di Bari, il quale, dopo la fallita rivolta antibizantina del 1009-1011, cercava quel sostegno militare che scarseggiava tra i longobardi e che l’imperatore Enrico II gli aveva negato. Ma la battaglia combattuta a Canne (1º ottobre 1018) fu per gli insorti un vero disastro: le truppe furono decimate dai bizantini di Basilio Boioannes e lo stesso Osmondo, con Gilberto, caddero in battaglia . I superstiti della banda trovarono comunque rifugio ad Ariano, sull’Appennino campano, sede di un’importante contea longobarda; qui, nel giro di qualche anno, riuscirono a usurpare il potere, tanto che la contea normanna di Ariano venne formalmente riconosciuta dall’imperatore Enrico II di Franconia già nel 1022.[1] Successivamente Rainulfo Drengot sarebbe emerso come capo indiscusso delle rimanenti milizie normanne che, a loro volta, dalla Puglia dovettero ritirarsi in Campania. Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase dal regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “…..la saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna.. Infatti, con la benedizione di papa Benedetto VIII, Melo nel 1015 si recò in Germania dall’imperatore Enrico II per chiedere aiuto. L’imperatore lo accolse tra i suoi vassalli e lo nominò Duca di Puglia, tuttavia non gli fornì alcun aiuto militare. Melo allora ritornò in Italia, si procurò il rinnovato appoggio dei principi longobardi e delle città dissidenti e assoldò alcuni cavalieri mercenari normanni, guidati da Gilbert Buatère, che fecero così la loro comparsa sulla scena politica italiana.

Nel 1017, HUGONE TUDEXTIFEN e ALTRUDA, genitori di Ruggero dell’Oria

Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano su Ugone Tudextifen che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna. Questo dunque era il carattere di Ugone, antenato del nostro ammiraglio. Buon sangue non mente! Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, Ugone Tudextefen venne in Italia insieme alla stirpe dei Drengot e si unì ai Bizantini di Melo di Bari per la conquista del Ducato di Puglia. Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase dal regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irrequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65).”. La Lamboglia a p. 33, nella sua nota (65) postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96.”. La Lamboglia, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), ecc….”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”. Dunque, da alcuni studi risulta che Ugone di Tudextefen si sposò con la longobarda principessa Altrude e, secondo Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “….divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. I due ebbero per figlio Ruggiero (dell’Oria) che visse al tempo al tempo di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero dell’Oria era figlio di UGONE e di sua moglie “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque Ruggero dell’Oria, il quale si sposò con BULFANARIA. Nel …….., la longobarda BULFANARIA DE ORIA, seconda moglie di Ruggero dell’Oria e madre di Gibel de Loria … Dunque, Ruggiero (dell’Oria), per poi arrivare al celebre ammiraglio Ruggero di Lauria.

Nel 1035, TANCREDI D’ALTAVILLA (d’HAUTEVILLE)

Da Wikipedia leggiamo che Tancredi di Hauteville (Coutances, 980-990 circa – Hauteville-la-Guichard, 1041 circa) è il primo membro del Casato degli Altavilla del quale ci sono fonti documentali che ne attestino l’esistenza. La sua famiglia, gli Altavilla, secondo una tradizione tardiva, era originaria di Hialtus Villa (forse l’odierna Hauteville-la-Guichard) fondata da Hiallt, un signore norreno attivo attorno al 920. Tancredi risiedeva alla corte del suo signore, il duca Riccardo I di Normandia, come era abitudine di quei tempi. La sua importanza storica è legata ai discendenti avuti dalle due mogli (entrambe figlie non riconosciute di Riccardo I di Normandia, secondo un mito non documentato del XVI secolo), Muriella e Fresenda. Ebbe almeno dodici figli maschi, molti dei quali divennero determinanti nelle vicende politiche del Mezzogiorno d’Italia. Nel 1010 circa sposò Muriella, da cui ebbe cinque maschi e una femmina. In particolare furono i tre figli: Guglielmo, detto “braccio di ferro” divenne conte di Puglia, morto nel 1046; Drogone, conte di Puglia morto nel 1051; Umfredo, conte di Puglia morto nel 1057. Nel 1025 Muriella morì e Tancredi sposò in seconde nozze Fresenda (sorella di Muriella), che gli diede sette maschi (forse otto) e quattro femmine. In particolare ebbero i tre figli Roberto il Guiscardo, conte, poi duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia, morto nel 1085; Guglielmo, conte di varie terre nel Principato di Salerno, morto nel 1080; Ruggero, detto il Gran Conte, conte di Sicilia e Calabria, morto nel 1101; Fredesenda; sposò dopo il 1045, Riccardo Drengot, conte normanno d’Aversa (1049) e principe di Capua (1058), di cui in seguito vedremo le gesta. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 111 e ssg., in proposito ai Normanni scriveva che: Tennero difatti la parola ed a varie riprese molti normanni vennero in Italia. Nel 1035 una forte schiera di essi, guidata da Tancredi d’Altavilla, giunse a Salerno e si pose al servizio del principe Guaimario IV, che era succeduto a suo padre, e lo aiutarono a conquistare i Ducati di Sorrento e di Amalfi. Avendo di poi essi preso parte ad una spedizione intrapresa dall’imperatore d’Oriente nel 1038 per liberare la Sicilia dai Saraceni, contribuirono grandemente alla presa di Messina e ad una vittoria contro gli infedeli presso Siracusa. Però venuti in dissenso coi Greci, da cui si vedevano mal ricompensati dai grandi servigi loro resi, risolsero di combattere a proprio profitto. Sotto sembiante di voler fare un pellegrinaggio in Terra Santa, molti di essi, attraversato di notte lo stretto di Messina sbarcarono in Calabria muovendo quindi contro la puglia. Chiamati altri loro compagni dal paese nativo e dal contado di Aversa nel 1040 presero, profittando che erano sguarnite dai Greci, Melfi, Venosa e Lavello ed estesero il loro dominio su tutta la Puglia. Da là cominciò per quei valorosi un cammino trionfale all’acquisto di altri importanti dominii. Roberto Guiscardo figlio di Tancredi d’Altavilla si proclamò duca di Puglia e di Calabria nell’anno 1059 e ad accrescere la sua influenza chiese ed ottenne in moglie Sichelgaita figlia di Guaimario principe di Salerno.”. Nell’Italia meridionale i suoi fratelli (Guglielmo, Drogone e Umfredo) si erano distinti come abili mercenari dei signori longobardi in contrasto con l’impero di Bisanzio, ottenendo la Contea di Puglia. Umfredo aveva appena ricevuto in feudo la contea di Venosa. Da Wikipedia leggiamo che fu Guglielmo detto “braccio di ferro” il primo a partire nell’anno 1030 verso la conquista dell’Italia meridionale approfittando di alcune situazioni particolari. Infatti alcuni baroni normanni di ritorno da un pellegrinaggio in Terra santa diedero man forte a dei salernitani per difendersi dai musulmani. I normanni si fecero così notare per la loro forza e il loro valore nelle armi, tanto che i salernitani li implorarono di restare. Tornati in Normandia tali signori raccontarono che in Italia vi erano territori da conquistare e Guglielmo fu così il primo dei fratelli a partire. Si trattò di una migrazione economica, dato che Tancredi non aveva a disposizione terre e possedimenti da dividere ai figli, oltre al fatto che esisteva la legge per la quale solo il primogenito aveva diritto all’eredità. Sia Guglielmo braccio di ferro sia il fratello Drogone combatterono al servizio dei Bizantini, che tentavano invano di affermarsi nel sud Italia, lottando contro i musulmani. Nel 1042 Guglielmo s’impose come capo dei baroni normanni di Puglia. Drogone da Dreu e Umfredo (oppure Onofrio) da Onfroi, succederanno al fratello Guglielmo come Conte di Puglia rispettivamente dal 1046 al 1051 e dallo stesso anno fino al 1057. Goffredo è conosciuto per essere diventato Conte di Capitanata, un’antica provincia del nord della Puglia. Ebner, a p. 80, nella nota (9) postillava che: “(9) Guglielmo braccio di ferro, e Drogone pure giunsero in Italia tra la fine del 1037-primi del 1038; Umfredo ai primi del 1043, dopo Guglielmo; nel 1047/7 Roberto che Ottone Di Frisinga (‘de gestis Fridr., p. 353) ricorda di “humilis conditionis viro et stremissimi” e che Anna Commeno (Alex., I 50) descrive “bello dal capo ai piedi”. La medesima Anna Commeno (I 51) narra che fosse giunto in Italia con appena cinque cavalli e trenta predoni.”.

Nel 1035, il normanno UMFREDO D’AUTEVILLE, conte di Puglia successe al fratello DROGONE

Da Wikipedia leggiamo che Tancredi d’Altavilla ebbe alcuni figli dalla prima moglie Muriella, tra cui UMFREDO D’ALTAVILLA. Alcune fonti ritengono che Umfredo sia giunto in Italia meridionale insieme ai suoi fratelli intorno al 1035; ma, poiché il suo nome manca tra i cavalieri normanni che, a Melfi, nel 1042, si spartirono i primi territori conquistati, è ragionevole supporre che il suo arrivo risalga a qualche anno più tardi, probabilmente nel 1044, durante il regno del fratello maggiore Guglielmo. A quel tempo, prese possesso di Lavello e poi succedette, nel 1051, al fratello Drogone, come conte di Puglia e Calabria. Di sicuro l’evento più rilevante che lo vide protagonista fu la battaglia di Civitate (18 giugno 1053): Umfredo guidò le armate degli Altavilla (insieme al giovane fratellastro Roberto il Guiscardo) e dei Drengot (insieme a Riccardo, conte di Aversa) contro le forze unite del papato e dell’impero. L’esercito pontificio fu annientato e papa Leone IX fu catturato e imprigionato a Benevento. Alla morte del fratello Drogone, ne sposò la vedova Gaitelgrima, figlia di Guaimario III di Salerno, da cui nacque Umfreda, che andò sposa a Basileo Spadafora. Umfredo sposò Matilda, figlia di Asclettino I Drengot da cui ebbe due figli: Abelardo, nato dopo il 1044 e morto in Illiria nel 1081 ed Ermanno, nato dopo il 1045 e morto a Bisanzio nel 1097. Umfredo morì a Venosa nel 1057 e la sua eredità passò al fratellastro ed eroe di Civitate, Roberto il Guiscardo, al quale attribuì anche la tutela dei suoi figli minorenni, Abelardo ed Ermanno. Il Guiscardo, però, ne confiscò l’eredità: nel giro di due anni, avrebbe elevato il suo rango comitale allo status ducale. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80, in proposito scriveva che: “…è evidente che il possesso di quel castello costituiva per Umfredo solo il primo atto  di un nuovo e più vasto disegno politico. L’improvvisa scomparsa di Guaimario V, ecc…., sprezzando il mirabile equilibrio politico raggiunto e mantenuto dal principe anche per la forte sua personalità, aveva creato per i capi normanni problemi nuovi che richiedevano decisioni ferme e tempestive (6)……Dopo l’assassinio di Montellaro ….di quel che fu Drogone”, (9), secondo conte di Puglia, Guaimario V, alto signore di Puglia e Calabria, si recò (a. 1051) a Melfi (10) per il riconoscimento ecc…”. Ebner, a p. 80, nella nota (6) postillava che: “(6) L’offerta normanna di far legittimare da un principe i domini conquistati in Puglia, venne accolta da Guaimario V, il quale, con l’alta sovranità sulla nuova contea di Puglia, ingrandì (a. 1043) ancor più i propri domini (Salerno, Capua, Gaeta). La morte di Guaimario annullò quei diritti per cui i Normanni non ebbero altra alternativa che diventare sovrani assoluti della Puglia dopo essersi uniti per resistere agli immancabili avversari. E’ noto che solo dopo la vittoria di Civitate (18 giugno 1053) cominciassero decisamente a imporsi. V. Alfano, ‘ad Guidonem: “Huius in imperio….”; Amato cit., XLVI sgg. e p. 54, no I; v. pure Schipa, Storia, p. 215.”. Ebner, a p. 80, nella nota (9) postillava che: “(9) Guglielmo braccio di ferro, e Drogone pure giunsero in Italia tra la fine del 1037-primi del 1038; Umfredo ai primi del 1043, dopo Guglielmo; nel 1047/7 Roberto che Ottone Di Frisinga (‘de gestis Fridr., p. 353) ricorda di “humilis conditionis viro et stremissimi” e che Anna Commeno (Alex., I 50) descrive “bello dal capo ai piedi”. La medesima Anna Commeno (I 51) narra che fosse giunto in Italia con appena cinque cavalli e trenta predoni.”. Ebner, a p. 80, nella nota (10) postillava che: “(10) “Melpe, pour ce que estoit la principale cité fu commune à touz”, scrive Amato (II, 31) nel dire della divisione delle terre di Puglia da parte dei dodici pari normanni.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80 riferendosi proprio ad Umfredo, in proposito scriveva che: ma realizzabile per guerrieri nati come i Normanni (7), e con un capo così accorto e deciso come Umfredo, le cui singolari attitudini si erano egregiamente manifestate durante l’anarchia creatasi in Puglia dopo la morte di Drogone.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: “Nell’impossibilità d’impadronirsi rapidamente con la forza dell’anzidetto territorio, per al valida resistenza capeggiata da Guido, i Normanni cercarono di toccare le mete prefisse mediante parentele e clientele, utilizzando i legami che univano il conte di Puglia alla Casa principesca salernitana. Infatti, Umfredo avendo sposato la figliuola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola di quel console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptoferrata”. Si spiega meglio così la presenza di Roberto, figliuolo di Gregorio di Capaccio e nipote di Berta, a Trentinara, il cui castello domina parte della pianura pestana e specialmente la vitale via che per Magliano e Monteforte porta da Novi a Eboli.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 29-30 e ssg. riferendosi alla successione di Drogone dopo il suo assassinio, in proposito scriveva che: A lui, dopo un periodo di torbidi e di anarchia, succede Umfredo il quale, per vendicare la morte del fratello, prende l’improvvida decisione di punire tutti coloro che avevano congiurato contro i normanni, mutilando alcuni, passandone altri per le armi, impiccandone molti (54)…”. Il Credidio, a p. 30, nelle note (54) postillava che: “(54) Sembra che la crudeltà non sia stata una prerogativa dei normanni. L’imperatore d’Oriente, Diogene, per volere dei figliastri, viene fatto prigioniero ed accecato ed in seguito a ciò si fa monaco, come afferma Guglielmo di Puglia nel libro III delle Gesta.”. Piero Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (6) potillava che: “(6) Non si confonda questo Guglielmo con l’omonimo fratello, Guglielmo braccio di Ferro, 1° conte di Puglia (1043-1046), Umfredo (1051-1057) e Roberto il Guiscardo. Costui divenne poi, nel 1059, il 1° duca normanno di Puglia.”.

Nel 1046, DROGONE succede al fratello Guglielmo detto braccio di Ferro

Da Wikipedia leggiamo che durante il suo regno, Guglielmo e Guaimario diedero inizio insieme alla conquista della Calabria ed eressero il castello di Scribla, non di Squillace come riportato in vari testi sulla storia dei Normanni nel sud Italia. I suoi titoli tuttavia non vennero mai confermati dall’Imperatore del Sacro Romano Impero. Guglielmo morì nel 1046, e fu successivamente sepolto nell’Abbazia della Santissima Trinità di Venosa insieme agli altri fratelli, in un’unica arca sepolcrale. Il suo successore, il fratello Drogone, sarebbe stato giuridicamente riconosciuto come Conte dei Normanni di Puglia e Calabria (la formula fu Comes Normannorum totius Apuliae e Calabriae), titolo che si attribuisce spesso anche a Guglielmo. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a p. 29 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Mezzogiorno in questo periodo è caratterizzato da una grande instabilità politica: Drogone, succeduto a Guglielmo Braccio di Ferro, che fino ad allora aveva governato con saggezza e senso di giustizia, viene assassinato a seguito di una congiura che avrebbe dovuto estromettere i normanni dalle Signorie occupate con la violenza.”.

Nel 1047, Riccardo I d’Aversa o Riccardo Drengot, figlio di Asclettino I ed il cavaliere Sarulo di Genzano

Francois Lenormant (….), nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie” (si veda edizione e traduzione a cura di Giovanni Battista Bronzini, “Francois Lenormant – Tra le genti di Lucania – appunti di Viaggio”, nel cap. VI, a pp. 91-92 parlando di Genzano, in proposito scriveva che: “Nel 1047 era tenuto da un cavaliere di nome Sarulo, compagno d’armi ed amico di Asclettino, conte di Aversa. Quando seppe che il fratello di costui, il giovane Riccardo, venuto dalla Normandia, era stato cacciato da Aversa da suo cugino Raoul Trincanotte (che si era impadronito della contea alla morte di Ascletino) e che aveva dovuto per questo cercare ospitalità a Melfi presso il conte Umfredo, Sarulo andò a trovarlo, gli chiese amicizia e lo pregò di andare a stabilirsi con lui a Genzano. Qui radunò i suoi compagni d’armi, li presentò a Riccardo e li invitò ad obbedire a questo giovane signore come al vero padrone e legittimo erede della contea di Aversa. I soldati gli giurarono fedeltà mentre Sarulo, per discrezione, voleva lasciare Genzano, perchè fosse meglio riconosciuta l’autorità di Riccardo, il quale, tuttavia, lo pregò di rimanere, e i due vissero in buona armonia. L’unione delle loro forze fece di Genzano un paese potente per qualche tempo. Sedevano a tavola fino a cento uomini d’armi e Riccardo utilizzò queste forze per far guerra a diversi signori, e soprattutto al cugino Raoul Trincanotte, al quale non perdonava d’averlo privato del bel feudo di suo fratello. Raoul, per vincere la sua ostilità, gli restituì quanto Asclettino aveva lasciato alla sua morte e inoltre gli fece sposare sua sorella Fredesinde. Grazie a queste concessioni, Riccardo se ne stette tranquillo, finchè alla morte di Raoul diventò signore di Aversa.”. Il Lenormant si riferisce a Riccardo I d’Aversa. Da Wikipedia leggiamo che Riccardo Drengot (1024 circa – Capua, 5 aprile 1078) è stato un cavaliere medievale normanno. Fu quinto Conte di Aversa (1049-1078), primo principe normanno di Capua (1058-1078) e Duca di Gaeta (1063). Era figlio di Asclettino I, conte di Acerenza, ma era cresciuto in Normandia; giunse in Italia verso il 1045 con quaranta cavalieri normanni. Sposò Fredesenda d’Altavilla (1), figlia di Tancredi d’Altavilla e sorella di Roberto il Guiscardo, dalla quale ebbe cinque figli. Il fratello maggiore di Riccardo, Asclettino II Drengot, conte di Aversa, morì senza figli nel 1045. La Contea venne assegnata da Guaimario IV, principe di Salerno, a Rodolfo Cappello, scatenando così una contesa con gli altri membri della famiglia: Riccardo combatté a fianco di Rainulfo II Trincanotte contro Rodolfo Cappello, ma fu sconfitto e imprigionato (1046); in seguito venne liberato e riuscì a divenire il tutore del conte Ermanno (1049), figlio del Trincanotte e suo nipote, che però scomparve presto di scena; Riccardo gli poté così succedere. Da Wikipedia leggiamo che Aversa fu fondata ufficialmente nel 1029 da Rainulfo Drengot, che ne divenne primo conte, su investitura prima di Sergio IV, duca di Napoli e poi dell’imperatore Corrado II. Dodici furono i conti normanni che ressero le sorti della città di Aversa, che da piccolo borgo, grazie alla politica di asilo iniziata da Rainulfo, divenne una piccola capitale, da dove partirono le conquiste normanne dell’Italia Meridionale. Il più importante dei conti fu senza dubbio Riccardo Drengot, l’unico che seppe tener testa a Roberto il Guiscardo. E fu proprio il conte aversano a condurre, nella battaglia contro le truppe pontificie a Civitella del Fortore i normanni alla vittoria, imprigionando lo stesso papa Leone IX. L’astuto Riccardo I però non trattò il pontefice da prigioniero, ma lo scortò a Roma con tutti gli onori. Questo gesto gli valse la conciliazione con la Chiesa, la cancellazione della scomunica, e l’investitura di Aversa a Diocesi. Nel 1058 Riccardo conquistò il Principato di Capua e quindi, da quel momento il titolo di Conte d’Aversa fu ricompreso tra quelli spettanti ai Principi di Capua. 1049-1078: Riccardo I di Aversa fu anche Principe di Capua (1058-1078) e Duca di Gaeta (1063). 1045-1045: Asclettino d’Aversa, detto il Conte giovane. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “Drogone, alla morte del fratello Guglielmo Braccio di Ferro, assume il dominio della Puglia ecc…”. Da Wikipedia leggiamo che Asclettino II Drengot o Asclettino d’Aversa (… – 1046) è stato un cavaliere medievale normanno, figlio di Asclettino I conte di Acerenza e nipote di Rainulfo Drengot, a cui succedette nel titolo di conte d’Aversa e duca di Gaeta. Asclettino II succedette nel 1045 allo zio Rainulfo nel titolo di conte d’Aversa e duca di Gaeta, investito della contea dal suo signore, Guaimario IV principe di Salerno. Ma i nobili di Gaeta elessero loro duca il longobardo Atenolfo, conte d’Aquino. Guaimario, signore sia di Gaeta che di Aversa e di cui Rainulfo era stato vassallo, intervenne per conto di Asclettino II, attaccando Atenolfo che sconfisse e prese prigioniero: successivamente Guaimario liberò Atenolfo e lo confermò duca di Gaeta in cambio della liberazione di Richerio, abate di Montecassino, catturato da Landone che nel frattempo, insieme a Pandolfo il lupo degli Abruzzi, aveva attaccato le terre dell’Abbazia di Montecassino. Asclettino II governò dunque solo pochi mesi e morì prematuramente durante questi eventi del 1046. Gli successe il cugino Rainulfo Trincanotte. Successivamente suo fratello minore, Riccardo ereditò il titolo e portò alla famiglia anche il Principato di Capua. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a pp. 83-84, in proposito scriveva che: “Con l’accrescersi della potenza normanna e mentre giungevano in Francia notizie di ripetuti trionfi, il flusso dell’immigrazione era in continuo aumento; in un certo periodo, nell’anno 1046, poco più di tre anni dopo gli accordi di Melfi, apparvero nell’Italia meridionale, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, due giovani. Tutti e due, in modo diverso, avrebbero raggiunto una posizione eminente; ciascuno doveva fondare una dinastia; e uno era destinato a scuotere le fondamenta stesse della cristianità, a tenere in pugno uno dei papi più potenti della storia e a far tremare il trono dell’Impero d’Occidente come quello d’Oriente, al suono del suo nome. Questi erano Riccardo figlio di Asclettino, che in seguito divenne principe di Capua e Roberto di Altavilla che di lì a poco veniva soprannominato il Guiscardo, ossia l’Astuto (2). Ambedue questi giovani partirono avvantaggiati rispetto agli altri immigrati. Riccardo era nipote di Rainulfo di Aversa. Suo padre Asclettino, fratello minore di Rainulfo, era stato uno dei più brillanti luogotenenti di Rainulfo e alla morte di questi, avvenuta nel 1045, aveva regnato per un brevissimo periodo ad Aversa quando dopo pochi mesi morì anche lui. Riccardo era cresciuto in Normandia, ma quando giunse nella penisola con l’imponente seguito di quaranta cavalieri era fiducioso che il futuro gli avrebbe riservato fama e gloria. Le sue speranze non andarono deluse. Amato, forse non del tutto dimentico delle generose donazioni fatte in seguito da Riccardo al suo monastero, ce ne ha lasciata una garbata descrizione: “A quest’epoca giunse Riccardo figlio di Aslettino, bello di forme e di nobile statura, giovane, dal volto fresco e di bellezza radiosa, cosicché quanti lo volevano lo amavano; aveva a suo seguito molti cavalieri e popolo….(3)”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 94, in proposito scriveva che: “Mentre Roberto era obbligato a far affidamento sul suo coraggio e sul suo impegno per vivere, Riccardo stava rapidamente realizzando le sue mire più ambiziose. La sua accoglienza iniziale ad Aversa era stata ancora più fredda, se possibile, di quella riservata a Roberto a Melfi; Rainulfo II nell’arrivo del fratello del suo predecessore vide una minaccia e pensava solo a liberarsene al più presto. Riccardo, intuendo la situazione, se ne partì cavalcando verso est su per le montagne e, dopo un breve periodo trascorso al servizio di Umfredo di Altavilla, si unì ad un altro barone randagio, Sarulo di Genzano. Con l’aiuto di Sarulo e adottando metodi che erano in pari tempo predatorii e privi di scrupolo, presto divenne tanto potente da poter sfidare Rainufo, il quale fu costretto a liberarsene concedendogli le terre appartenute a suo fratello Asclettino. Poi venne alle prese con Drogone, ma questa volta fu meno fortunato, perchè Drogone, catturatolo, lo gettò in prigione. La carriera di Riccardo fu così alla mercé di di Drogone; si salvò solo dopo la morte di Rainulfo, avvenuta nel 1048, il cui figlio Ermanno, un bimbo di pochi mesi, aveva bisogno di un reggente che governasse in suo nome. Il primo ad essere scelto per questo incarico fu un certo barone dal nome alquanto imbarazzante di Bellebouche, che però si dimostrò inadatto al compito e la scelta cadde allora su Riccardo. Riccardo stava ancora languendo nella prigione di Drogone, ma l’intervento di Guaimaro gli ottenne la libertà. Secondo Amato, Guaimaro allora lo rivestì di seta e lo condusse ad Aversa dove, per festosa volontà di popolo, fu acclamato conte. All’inizio sembra che Riccardo abbia governato a nome di Ermanno, ma dopo un anno o due, del bimbo non si sentì più parlare. Si direbbe che, per tacito accordo, tutti i cronisti abbiano tirato un velo discreto su quanto accadde al fanciullo.”. Su Riccardo di Aversa, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 34 parlando di Gisulfo II dopo la sua liberazione e salita al trono del Principato longobardo di Salerno, in proposito scriveva che: “e così instabile che non gli riuscì di conservare quel ducato di Amalfi (un solo anno, il 1088) che gli intrighi della sorella Sighelgaita, dopo la morte del marito Roberto, erano riusciti ad assicurargli. Non meraviglia, perciò, che tracheggiasse sia nel consegnare l’oro promesso a Riccardo di Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93).”.

Nel 1047, ROBERTO D’AUTEVILLE detto il GUISCARDO arrivò nell’Italia Meridionale

Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo (in latino: Robertus Guiscardus o Viscardus; Hauteville-la-Guichard, 1015 circa – Cefalonia, 17 luglio 1085), è stato un condottiero normanno. Sesto figlio di Tancredi (conte di Hauteville-la-Guichard) e primo della sua seconda moglie Fresenda (o Fressenda, figlia di Riccardo I di Normandia, detto Riccardo Senza Paura), divenne Conte di Puglia e Calabria alla morte del fratello Umfredo (1057). In seguito, nel 1059, fu investito da papa Niccolò II del titolo di Duca di Puglia e Calabria e Signore di Sicilia. Roberto il Guiscardo giunse nel 1047 nell’Italia meridionale, dove già i suoi fratellastri (Guglielmo, Drogone e Umfredo) si erano distinti come abili mercenari dei signori longobardi in contrasto con l’impero di Bisanzio, ottenendo la Contea di Puglia. Secondo la storica bizantina Anna Comnena, egli aveva lasciato la Normandia con un seguito di appena cinque cavalieri e trenta fanti avventurieri e, all’arrivo nell’antica Langobardia, si mise a capo di una compagnia errante di predoni. All’arrivo di Roberto le terre in Puglia scarseggiavano ed egli non poté aspettarsi grandi concessioni da parte di Drogone, il fratellastro allora regnante. D’altra parte lo stesso Umfredo aveva appena ricevuto in feudo la contea di Venosa. E così nel 1048 decise di unirsi al principe longobardo Pandolfo IV di Capua nelle sue incessanti guerre contro il principe Guaimario di Salerno, ma l’alleanza durò appena un anno: stando alle cronache di Amato di Montecassino, Pandolfo venne meno alla promessa di concedere a Roberto un castello e una figlia in sposa, al che il Normanno rispose rompendo gli accordi e abbandonando il sodalizio. Roberto fece nuovamente richiesta di un feudo al fratellastro Drogone, il quale stavolta gli concesse il comando della fortezza longobarda di Scribla (eretta nel 1044 dal Principe longobardo Guimario V), al centro della Piana di Sibari e punto strategico delle vie di transito tra Calabria, Campania e Puglia, a nord est di Cosenza. Roberto su questo avamposto fece costruire il primo castello in Calabria, durante le prime campagne militari progettate proprio da Scribla conquista quella zona e qualche tempo dopo Cariati. Da Scribla poteva controllare il tracciato dell’antica via Popilia, quindi era un punto strategico importante anche se la zona era paludosa e malsana. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 83, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Il soprannome sembra sia stato dato per primo dal nipote della moglie, Gherardo di Buonalbergo. La parola, in latino spesso ‘Viscardus’, ed in francese arcaico ‘Viscart’, proviene dalla stessa radice del vocabolo tedesco ‘Wissen’ e dei vocaboli inglesi ‘Wise’ e ‘Wisdom’; Gibbon lo ricollega più strettamente con il vocabolo ‘Wiseacre’.”.

Nel 1048, Roberto il Guiscardo a S. Marco Argentano

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 192-200, scriveva in proposito che: “Guiscardo, già stabile a S. Marco Argentano (287). A Roberto, i cui feroci assalti avvenivano da S. Marco Argentano, si aggiunse, dopo il 1057, Ruggero, dal castello di Scalea, e la costa divenne normanna. Nel 1058, come scrivono Amato e Malaterra (288), il Guiscardo sposò Sichelgaita, così che Cetraro divenne appannaggio, per morgengab, dell’ex principessa salernitana. Morto il Guiscardo, il 17 luglio 1085, Sichelgaita fece donazione, pro anima, di Cetraro alla badia di Montecassino (289).”. Il Campagna, a p. 192, nella nota (287) postillava che: “(287) Roberto il Guiscardo restò a S. Marco Argentano dal 1048 al 1057, J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Torino, 1974, pag. 92 e sgg.”. Il Campagna, a p. 192, nella nota (288) postillava che: “(289) E. Gattola, Accessiones ad Historiam Abbatiae Cassinensis, Venetia, 1734; E. Conti, S. Marco Argentano, Cosenza, 1976, pag. 42; L. Jozzi, Cetraro – notizie storiche, Cosenza, 1973.”. Da Wikipedia leggiamo che verso l’anno 1048, Roberto conquistò alcune delle roccaforti strategicamente più rilevanti per il controllo della Calabria Citeriore, tra queste vi era Malvito, già città fortificata di cui non sono ben chiare le origini, il Guiscardo la conquista intorno al 1049 o al 1050 (vi è la legenda del finto morto a tal proposito, ma questa diceria non è confermata da nessuna fonte), da qui poteva controllare tutta l’alta valle del Crati, successivamente prende accordi, dopo averlo rapito e aver chiesto un congruo riscatto, con Pietro di Tiro, si accaparra quindi un’alleanza con la vicina Bisignano, conquista Tarsia, sempre vicino all’antico tracciato della via Popilia e in fine, per assicurarsi delle piazzeforti conquista San Marco Argentano (in omaggio al quale, più tardi, battezzò la fortezza di San Marco d’Alunzio, il primo castello normanno in Sicilia, sito presso l’antica Aluntium) e vi edifica una fortificazione. L’opera del normanno Guiscardo, si inserisce anche in un contesto in cui parte dei nostri territori, soprattutto nella diffusione dei cenobi e dei Monasteri italo-greci o basiliani, risentivano dell’influenza della regola bizantina e della nascente regola monastica benedettina. In Calabria, l’invasione dei Longobardi ne spezzò l’unità, strappandole il Cosentino, annesso al ducato di Benevento e poi al principato di Salerno (847). La riunificazione sotto i Bizantini (con l’erezione a tema: inizio X sec.) aprì una fase di radicale ellenizzazione, appoggiata dalla diffusione del monachesimo basiliano; ma per l’inerzia e il fiscalismo del governo decadde l’agricoltura, rinacque il latifondo, sparì quasi ogni energia locale. Il Guiscardo, dunque, dopo aver distrutto, forse per la seconda volta la città di Policastro, pensò bene di tradurre molti dei superstiti e trasferirli in alcuni paesi della Calabria a lui già soggetti da tempo. Già nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “Drogone, alla morte del fratello Guglielmo Braccio di Ferro, assume il dominio della Puglia ed è consapevole che, se si vuole occupare la Calabria, fisicamente divisa in due parti dalla catena degli Appennini che l’attraversano da nord a sud, è necessario presidiare i luoghi di passaggio obbligati, posti lungo le vie di transito ed in prossimità delle vie istmiche. Poiché questa regione era poco fertile e abbastanza insalubre, si dovettero attribuire le nuove conquiste ai cavalieri normanni più poveri e più bisognosi (34). Per questo motivo Drogone concede al fratellastro Roberto un castello in val di Crati di nome Scribla (35) per domare i Cosentini e tutti coloro che in Calabria erano ancora ribelli (36). I normanni, in numero esiguo, hanno ben poco di cui cibarsi e vivono come i figli di Israele nel deserto, costretti a bere solo acqua (37). Il saccheggio delle campagne è il solo modo che hanno di procurarsi di che nutrirsi. Pertanto Roberto deve recarsi dal fratello per chiedergli aiuto. A seguito del suo diniego (38), fa ritorno in Calabria dove è costretto nuovamente a perpetrare scorrerie e razzie. Per l’insalubrità del posto e l’incostanza del clima su cui sorge il castello di Scribla, però, la guarnigione comincia ad ammalarsi, probabilmente di malaria, ed il Guiscardo decide allora di trasferirsi in un posto non molto distante, San Marco Argentano (40), dove intorno al 1040 Drogone aveva già presumibilmente rinforzato una torre di guardia (pyrgos), di origine romana o bizantina (41), che egli provvede a fortificare ulteriormente. Recatosi in Puglia dal fratello, gli chiede il permesso di sposare Alberada, la zia di Gherardo di Buonalbergo, che gli porterebbe in dote duecento cavalieri, ma Drogone, geloso dei successi del fratello e temendo che possa diventare troppo potente e difficile da controllare, oppone un netto rifiuto. Soltanto a seguito dell’intervento di numerosi cavalieri normanni finalmente acconsente ed il Guiscardo sposa Alberada, che a quell’epoca doveva essere una bambina. 42 L’alleanza con Gherardo segna l’inizio della sua fortuna: accresciuta la potenza delle sue truppe, ritorna in Calabria dove occupa ville, castelli e territori (43) Al loro arrivo, i normanni trovano a San Marco un insediamento rurale raggruppatosi intorno alla torre. Scarse, per non dire inesistenti, le notizie degli insediamenti abitativi nella città di San Marco nell’Alto Medio Evo (46). Quando il Guiscardo occupa la torre, perciò, dell’antica e gloriosa città di San Marco non restano che poche case, sparse su tutto il territorio ed alcune arroccate, come detto, intorno ad essa. Egli trova un’altura pronunciata (48), probabilmente il nucleo dell’attuale torre, e provvede a fortificarla con una recinzione di legname, secondo l’usanza dei normanni. San Marco diventa un vero asilo di briganti (49). Dopo ogni impresa con i suoi sclavi (50) Roberto si rifugia nella torre per mettersi al sicuro dalle azioni di ritorsione degli abitanti dei borghi e dei paesi vicini saccheggiati. Un paese vicino, Bisignano, è governato da un ricchissimo cittadino, Pietro di Tira, che spesso si incontra con lui per dirimere le tante controversie che insorgono tra i loro uomini. Il Guiscardo, che cerca il modo di ottenere il dominio su Bisignano e progetta sottilmente di impadronirsi delle ricchezze del governatore, organizza furbescamente con lui un incontro in aperta campagna, al cospetto dei rispettivi schieramenti di armati. Improvvisamente, afferra Pietro e lo trascina verso i suoi soldati facendolo prigioniero. Dopo lunghe trattative, gli restituisce la libertà dietro l’esborso di una cospicua somma di denaro. Pietro di Tira è costretto a sborsare ventimila soldi d’oro che saranno utilizzati per costruire il palazzo-fortezza, oggi episcopio, di San Marco. Il Mezzogiorno in questo periodo è caratterizzato da una grande instabilità politica: Drogone, succeduto a Guglielmo Braccio di Ferro, che fino ad allora aveva governato con saggezza e senso di giustizia, viene assassinato a seguito di una congiura che avrebbe dovuto estromettere i normanni dalle Signorie occupate con la violenza. A lui, dopo un periodo di torbidi e di anarchia, succede Umfredo il quale, per vendicare la morte del fratello, prende l’improvvida decisione di punire tutti coloro che avevano congiurato contro i suoi soldati facendolo prigioniero. Dopo lunghe trattative, gli restituisce la libertà dietro l’esborso di una cospicua somma di denaro. Pietro di Tira è costretto a sborsare ventimila soldi d’oro che saranno utilizzati per costruire il palazzo-fortezza, oggi episcopio, di San Marco. Il Mezzogiorno in questo periodo è caratterizzato da una grande instabilità politica: Drogone, succeduto a Guglielmo Braccio di Ferro, che fino ad allora aveva governato con saggezza e senso di giustizia, viene assassinato a seguito di una congiura che avrebbe dovuto estromettere i normanni dalle Signorie occupate con la violenza. A lui, dopo un periodo di torbidi e di anarchia, succede Umfredo il quale, per vendicare la morte del fratello, prende l’improvvida decisione di punire tutti coloro che avevano congiurato contro i normanni, mutilando alcuni, passandone altri per le armi, impiccandone molti (54)…”. Il Credidio, a p. 27, nelle note (50) postillava che: “(50) Gli sclavi erano immigrati slavi, prevalentemente della Dalmazia, che comparvero in qualità di mercenari dell’esercito bizantino; di alcuni gruppi sono attestati insediamenti in Sicilia, in Calabria e specialmente sulla costa settentrionale del Gargano.”.

Nel 1051, Roberto il Guiscardo sposò ALBERADA DI BUONALBERGO

John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 83, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Il soprannome sembra sia stato dato per primo dal nipote della moglie, Gherardo di Buonalbergo. La parola, in latino spesso ‘Viscardus’, ed in francese arcaico ‘Viscart’, proviene dalla stessa radice del vocabolo tedesco ‘Wissen’ e dei vocaboli inglesi ‘Wise’ e ‘Wisdom’; Gibbon lo ricollega più strettamente con il vocabolo ‘Wiseacre’.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 94 riferendosi al periodo in cui Roberto il Guiscardo si installò a San Marco Argentano, in proposito scriveva che: “…..è certo che Roberto contrasse le prime nozze proprio in questo periodo. La sposa era una certa Alberada, che sembra sia stata la zia di un potente barone della Puglia, Gherardo di Buonalbergo – a quell’epoca Alberada doveva essere poco più che una bambina, perchè la ritroviamo ancora viva settant’anni più tardi, dopo essersi risposata per ben due volte; infatti, nel 1122 fece, una grossa donazione al monastero benedettino di La Cava, vicino a Salerno. Non si sa con esattezza quanti anni avesse quando morì; ma nella chiesa, molto restaurata, dell’Abbazia della SS. Trinità a Venosa si può ancora vedere la sua tomba.”. Dunque, secondo il Norwich, Alberada di Buonalbergo, sposata in prime nozze con Roberto il Guiscardo, era la zia di Gherardo di Buonalbergo, un “potente Barone della Puglia”. Dunque, il personaggio citato nella pergamena del 1097 potrebbe essere un parente di Roberto il Guiscardo e di suo figlio Ruggero Borsa. Gherardo di Buonalbergo era un potente barone di Puglia ed era nipote della prima moglie di Roberto il Guiscardo, Alberada di Buonalbergo. Sempre il Norwich, sulla scorta del chronicon (del racconto) di Guglielmo di Puglia cita Gherardo di Buonalbergo come uno dei maggiori luogotenenti di Roberto il Guiscardo. Egli pare si distinse nelle file del Guiscardo nella battaglia di Civitate. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a pp. 111-112, in proposito scriveva che: “E qui lasciamo di nuovo la parola a Guglielmo di Puglia, cercando di cogliere la limpidezza ed il vigore racchiusi nei suoi sciolti versi latini: “Allora Roberto, vedendo il fratello preso nella morsa di una lotta furiosa, Assalito da un nemico che mai si sarebbe piegato alla resa, Fece avanzare le truppe dell’alleato, Gherardo, signore di Buonalbergo, ecc…”Da Wikipedia leggiamo che Alberada di Buonalbergo (Buonalbergo, 1033 circa – luglio 1122) fu la prima moglie di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria dal 1059 al 1085. Anch’ella di stirpe normanna, sposò il Guiscardo tra il 1051 e il 1052, quando questi era ancora un piccolo nobile dedito a ruberie e atti di brigantaggio. Era la zia, la sorella del padre, di Gerardo di Buonalbergo, che all’epoca offrì il proprio sostegno all’ascesa di Roberto facendogli dono di duecento cavalieri, che Alberada gli portò in dote al momento del matrimonio. Dall’unione nacquero due figli:

  • Emma, madre di Tancredi principe di Galilea, sposa di Oddone Bonmarchis (della famiglia dei signori del Monferrato)
  • Boemondo, primo principe di Taranto e di Antiochia

Intorno al 1058, quando papa Niccolò II riformò in senso ancora più rigido e restrittivo le esistenti leggi canoniche sui matrimoni fra consanguinei, il Guiscardo ne approfittò per chiedere l’annullamento delle nozze con Alberada. Ottenuto lo scioglimento del vincolo matrimoniale, Roberto poté sposare la principessa longobarda Sichelgaita di Salerno, sorella del principe Gisulfo II, ricavandone maggiori profitti. Ma la separazione fu tutto sommato amichevole. Secondo alcune fonti, ella contrasse presto un nuovo matrimonio, e forse un terzo in età più avanzata. Alberada visse molto a lungo, costretta a sopportare anche la morte del figlio Boemondo nel marzo del 1111. Morì probabilmente nel luglio del 1122 all’età di circa 90 anni e fu sepolta nell’Abbazia della Santissima Trinità a Venosa, accanto al mausoleo della Casa d’Altavilla. La sua tomba è l’unica ad essere giunta intatta fino ai giorni nostri, e reca una scritta latina in cui si indica la sepoltura del figlio Boemondo: Quest’arca contiene Alberada, moglie del Guiscardo./ Se chiedi del figlio, quello (lo) tiene il Canosino.

Nel 18 giugno 1053, i Normanni e la battaglia di Civitate

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Un complesso intrigo di avvenimenti contribuiva, così, a sfaldare il dominio longobardo in Campania: l’assassinio di Guaimario e di Pandolfo, conte di Capaccio, il 2 giugno 1052; la vittoria normanna di Civitate, 18 giugno dell’anno successivo; il matrimonio di Umfredo con la figlia di Guaimario; il matrimonio di Guglielmo de Magnia con Beta, secondogenita di Pandolfo di Capaccio; Ecc..”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a pp. 111-112, in proposito scriveva che: “E qui lasciamo di nuovo la parola a Guglielmo di Puglia, cercando di cogliere la limpidezza ed il vigore racchiusi nei suoi sciolti versi latini: “Allora Roberto, vedendo il fratello preso nella morsa di una lotta furiosa, Assalito da un nemico che mai si sarebbe piegato alla resa, Fece avanzare le truppe dell’alleato, Gherardo, signore di Buonalbergo, ecc…”. Forte del successo ottenuto sul campo di battaglia di Civitate, Roberto reclamò per sé la successione.  Dopo i primi anni di opaca presenza nel sud Italia, Roberto il Guiscardo mise di colpo in luce il proprio carattere, così diverso da quello dei suoi familiari e degli altri potenti della regione. I Longobardi, in un primo tempo vicini ai Normanni, si rivoltarono contro i loro vecchi alleati e si attirarono il favore del papa Leone IX, deciso ad espellere dalla penisola questo popolo di predoni. Lo scontro fra le armate longobardo-pontificie e le truppe normanne si consumò il 18 giugno 1053 a nord della Capitanata, dove l’esercito papalino fu duramente sconfitto nella Battaglia di Civitate. Vi presero parte Umfredo d’Altavilla e il conte Riccardo I di Aversa dei Drengot, che mise subito in fuga i soldati longobardi. A Roberto fu assegnato il comando delle truppe di riserva, che restarono ai margini della battaglia fino a che non fu evidente l’inefficacia degli attacchi sferrati dalle schiere di Umfredo: il Guiscardo si lanciò, allora, nella mischia insieme ad altri rinforzi guidati dal suocero e si distinse per il particolare valore della propria offensiva. Secondo lo storico del tempo Guglielmo di Puglia, il Normanno imperversò nella battaglia senza mai perdersi d’animo, anche se disarcionato, e poi rimontato in sella, per ben tre volte. L’esito dello scontro fu per lui un vero successo.

Nel 1053, TORGISIO NORMANNO o di ROTA, in seguito di SANSEVERINO, conte di Rota e signore di S. Severino di Camerota (oggi di Centola)

Da Wikipedia leggiamo che la casata dei Sanseverino ebbe origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia. Turgisio di Sanseverino, conosciuto anche come Trogisio o Troisio (Normandia, … – Italia, 1081), è stato un cavaliere medievale normanno, discendente dalla stirpe reale dei duchi di Normandia. Le prime notizie su Turgisio risalgono al 1045 circa, quando giunse in Italia come cavaliere con il fratello Angerio, capostipite dei Filangieri. Per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Nel settembre 1067, al Concilio di Melfi, per intervento del vescovo di Salerno, Alfano, venne scomunicato dal Papa Alessandro II, col quale poi si riconciliò dopo un incontro a Capua. Turgisio nel 1077 fu confermato conte di Rota e investito dei nuovi possedimenti nella valle di Mercato San Severino, dove stabilì la sua dimora per cui tutti i suoi successori, dal nome del castello, assunsero il cognome dinastico de Sancto Severino. Nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Degli altri figli di Troisio, Silvano divenne signore di Apudmontem (Roccapiemonte), Troisio II del Cilento, di Montemiletto e di Bracigliano, mentre Diletta andò sposa al milite Eremberto. Dalla Treccani on-line alla voce ‘Cilento’ leggiamo che  Accanto alla Badia, troviamo più tardi parecchi nobili cavalieri normanni, che sostituiscono gli antichi signori feudali, ecclesiastici o secolari: tra essi, emersero Troizo o Torgisio di Rota, che in seguito si disse di San Severino, dal nome di uno dei borghi del contado di Rota, e Guglielmo detto del Principato, fratello di Roberto Guiscardo, che senza scrupoli s’industriava a formarsi una signoria fra la valle del Tanagro e il golfo di Policastro. Da Wikipedia leggiamo che Turgisio di Sanseverino per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “TURGISIO, ….e avendo favorito Roberto il Guiscardo a conquistare il Principato di Salerno, posseduto allora da Gisulfo Principe Longobardo, e dopo lungo assedio ottenuta dal Guiscardo nobile Vittoria, coll’acquisto di tale Signoria, diè ricombenza a detto Valoroso Cavaliero la menzionata Terra, da cui piucchè dal Cavallo Troiano sursero mille Eroi ad illustrare sì felicissima Casa; imperocchè da Turgisio Primo Conte di Sanseverino, nacque Ruggiero, che impalmando Sirca figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario già Principe di Salerno del Sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritirandosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente, ereditò da Errigo non meno il sangue che gli Stati paterni, Guglielmo che tolse per moglie Isabella, figlia di Silvestro Conte di Marsico. Ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 113, in proposito ai Normanni scriveva che: III. Tra coloro, che grandemente avevano preso parte a così avventurose conquiste, fu un guerriero di molto valore a nome Torgisio, da cui venne l’illustre famiglia dei Sanseverino. Avido di gloria e di dominio, al pari dei suoi compagni d’armi, egli avea violentemente occupate nel 1067 alcune proprietà di Alfano arcivescovo di Salerno che se ne dolse con il pontefice Alessandro II giunto nella città per tenervi un concilio. Il papa, a punirlo dell’usurpazione, inflisse la scomunica a Torgisio, che consentì a restituire i beni all’arcivescovo. In una bolla del pontefice relativa a questo fatto Torgisio vien chiamato De Rota, nome della città principale del contado di Sanseverino (1) da lui occupata sotto il dominio di Gisulfo e che poi gli venne conceduta dal Guiscardo dopo l’anno 1053, in cui Maione conte di Sanseverino e di Montoro fu ucciso dal proprio germano Paldone (2).”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (1) postillava che: “(1) De Meo, Ann., vol. 8°, pag. 70 e 71”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (2) postillava che: “(2) Id., Annali, anno 1053”. Carlo Carucci (….), e del suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”. Infatti, il Carucci, a pp. 382-383, in proposito scriveva che: “I feudi maggiori nella Provincia di Salerno – Nelle terre dell’ex principato longobardo di Salerno, aveva, come abbiamo visto, origini antiche il regime feudale, anzi ivi, da tempo, s’erano andati formando dei feudi molto estesi, tra’ quali i più notevoli erano quelli appartenenti alla mensa arcivescovile di Salerno e dell’abbazia della SS. Trinità di Cava. Col trionfo di Roberto il Guiscardo però, s’erano formate anche grosse signorie feudali non ecclesiastiche. Tra queste la più importante fu quella di Troizo o Torgisio di Rota, che in seguito si disse di S. Severino, dal nome di uno dei borghi del contado di Rota, e che, nel periodo angioino e aragonese, divenne potentissima più di ogni altra famiglia baronale dell’Italia meridionale. Troizo fu un valoroso compagno d’armi di Roberto il Guiscardo: egli usurpando terre e casali al principe Gisolfo e a chiese e abbazie, varie volte scomunicato dai papi, pur restituendo le terre usurpate (1), restò padrone di alcune di esse e specialmente di Rota. In una bolla del Papa Alessandro II, questo Troizo è detto appunto ‘De Rota’ (2), e Roberto Guiscardo lo investì di quella contea, quando fu ucciso Maione, conte di Sanseverino e Montoro (3).”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, Annali, t. VIII, pagg. 70-71”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Paesano, op. cit., I, pag. 122”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Di Meo, ivi, ad an. 1053”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno e altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli etc…., perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la ‘contea di Principato’ (1), occupando poi i castelli longobardi di Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3) etc….”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Alfano, I, ap. Ughelli, Italia Sacra, tomo X. “Quid quid habere prius fuerat haec vit i decoris Momento periit, fumus et umbra fuit. Non relut una lues pecorum solet omnibus agnen Aere corrupto debilitare modis, Sic gens Gallorum, numerosa clade Salerni, Principe defuncto, percotit omne solum. De Blasiis, op. cit. II, 213.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 117-118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “I Normanni si incunearono nel principato salernitano da Est, tra il 1053 ed il 1054, probabilmente seguendo la strada che da Melfi risaliva il corso del fiume Ofanto, e, dopo essere pervenuti nei dintorni di Conza, parte delle loro schiere proseguirono verso Ovest guidate da Torgisio, uno dei capitani del Guiscardo, riuscendo a raggiungere la valle del Montoro, ed ad impossessarsi di Rota, centro fra i più notevoli del territorio a cui era preposto il il longobardo Maione, conte di S. Severino e Montoro, perito nel trambusto di quegli avvenimenti (1)……..Le contrade occupate dai Normanni furono immediatamente organizzate, tolte quelle della valle di Montoro e S. Severino Rota, in una circoscrizione che fu detta CONTEA DI PRINCIPATO (3), concessa da Umfredo in qualità di Conte di Puglia (4) al fratello Guglielmo, che portava allora il titolo di Conte di S. Nicandro (5).”. Il Cantalupo, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) A. 1053; vedi C. Carucci, op. cit., p. 382”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075…….Guimondo dei Mulsi, Guido, fratello di Gisulfo, ecc….Guimondo, già usurpatore dei beni dell’arcivescovo Alfano insieme a Guglielmo d’Altavilla ed a Torgisio di Rota, era sceso a contesa con il fratello del principe di Salerno per il possesso della Valle di S. Severino sul Mingardo; “. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare sempre più vaste terre alla Chiesa salernitana (29), tantochè il primo agosto 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano I chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli, poi, a Salerno, e nella riunione plenaria dei Vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure del 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30).”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29)…..Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: ecc……Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”. Recentemente Angelo Corolla (….), nel suo “La terra dei Sanseverino: i castelli e l’organizzazione militare, insediativa ed economica del territorio”, a p. 41, in proposito scriveva che: In provincia di Salerno, non esistono altri nomi di luogo legati al santo in questione, a parte Mercato San Severino e San Severino di Centola, nel Cilento. Il Cilento è uno dei nuclei più antichi tra i feudi assegnati a Troisio ed è rimasto nelle mani dei Sanseverino di Marsico fino all’estinzione della famiglia. Nella sua cronaca Amato di Montecassino ricorda una battaglia, avvenuta verso la metà dell’XI secolo, tra le milizie di Gisulfo II e Roberto il Guiscardo presso la valle di San Severino nel Cilento (50). In base alla notizia, alcuni ritengono che il toponimo San Severino sia stato importato nella zona di Rota dal Cilento dove sarebbe esistito prima della occupazione normanna; quest’area della Campania meridionale sarebbe giunta in mano di Troisio qualche tempo prima della definitiva acquisizione del territorio di Mercato San Severino, costituendo perciò per il Normanno la prima dotazione territoriale e la prima fonte d’identità (51). Tuttavia, va tenuto presente che nei primi documenti (anno 1067) Troisio viene definito de loco Rota.”. Il Corolla, a p. 41, nella nota (50) postillava che: “(50) Storia dei Normanni, III, 45, VIII 12 e VIII 30.”. Il Corolla, a p. 41, nella nota (51) postillava: “(51) LORÉ 2001, pp. 99-100.”. Il Corolla si riferiva al testo di Vito Lorè (….), al suo “Monasteri, principi etc…”.

Dal 1053 al 1057, i Normanni di Umfredo e Roberto d’Altavilla, la conquista di gran parte dei territori di Gisulfo II (Principato Longobardo di Salerno) e la valida e strenua difesa del Conte Guido di Policastro

Vi fu un momento in cui il Principe Gisulfo II, dovette chiamare in aiuto i Normanni di Roberto il Guiscardo che sposò la sorella Sighelgaita e gli salvò il trono che ben presto dovette cedere proprio a loro come ci racconta la cronaca del Malaterra. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno. Esse, dopo il 1077, si estendevano tra il fiume Tusciano ed il golfo di Policastro e confinavano con le contee di Rota, di Conza e di Marsico, ma escludevano le contrade comprese fra il Sele, Magliano e l’Alento, che erano state le ultime a venire in potere ai nuovi dominatori. Un feudo dunque, di vastissima estensione, il cui centro politico fu Eboli, e che Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1). Da Roberto la Contea passò al figlio Guglielmo (II) e poi ai figli di costui: prima Nicola e poi Guglielmo (III)(2). La sua estensione però andò mano a mano riducendosi tra il finire dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, in quanto dal nucleo originale si staccarono, oltre a una serie di feudi minori, le terre di Policastro, quelle della signoria di Novi e quelle del Vallo di Diano, le quali ultime, eccetto alcune che restarono in possesso di rami collaterali dei d’Altavilla, furono in massima parte aggregate, con quelle di Novi, alla contea di Marsico (3), sicchè già nel 1131 il feudo posseduto da Nicola di Principato si era ristretto fra il Tusciano, il Sele, Eboli ed il mare (4). Da Guglielmo (III) la contea andò al figlio di suo fratello Nicola, Enrico, e poi al figlio di questi, Guglielmo (IV), che ne era in possesso nel 1195 (5).”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli nicendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 28, che: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli della valle di Sanseverino.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Ma, Michelangelo Schipa (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno’, edito nel 1923, non scrive molto sull’episodio citato dall’Ebner (…). Sebbene Schipa, riporti l’episodio dell’assedio logorante di Salerno e la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, non ci pare che dica molto sul fratello Guido, nominato Conte di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo la contea di Policastro, scriveva ancora che: “...ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare dell’episodio citato dall’Ebner (…), Michelangelo Schipa, ne parla nel suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, una ristampa a cura di Nicola Acocella, del 1968 (…) (vedi Cap. 12, pp. 210 e s.). Schipa, racconta dell’episodio citato da Ebner, dell’uccisione del principe Guaimario e della salita al trono di Gisulfo II, del principato Longobardo di Salerno, prima che salisse al potere Roberto il Guiscardo. Schipa, ci parla del fratello di Gisulfo II, che, alla morte del padre, rinunciò al trono a favore del fratello Gisulfo II. Come abbiamo già detto, sarà la cronaca di Amato di Montecassino che raccontò la storia dei Normanni. Schipa (…), a p. 211, scriveva che: “…; del dominio di Guaimario V, Gisulfo II raccolse solamente il Principato Salernitano. E dentro quei confini il vecchio Guido tenne la Contea di Conza; e dè fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino; e a Guaimario “detrattore e divoratore” ebbe terre e il castello (del Cilento); degli altri ignorandosi la sorte.”. Un’altro autore a cui fa spesso riferimento lo Schipa è l’Aimè (…) ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835, che in sostenza traduceva il manoscritto della cronaca di Amato di Montecassino. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario V e, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita.”. Sempre Ebner, a p. 34, in proposito scriveva che: Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono. Che il clima di contrasti e continue lotte avessero potuto influire sul giovanissimo sovrano sembra possibile, ma solo per esasperarne il carattere. Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spietato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), e così instabile che non gli riuscì di conservare quel ducato di Amalfi (un solo anno, il 1088) che gli intrighi della sorella Sighelgaita, dopo la morte del marito Roberto, erano riusciti ad assicurargli. Non meraviglia, perciò, che tratteggiasse già nel consegnare l’oro promesso a Riccardo d’Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di S. Nicandro e Castelvecchio e di una terra detta Facosa la Nova. Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini dell’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno, cit.,  p. 168.”. Ebner, a p. 34, nella nota (92) postillava che: “(92) I fratelli di Alfano vennero imprigionati da Gisulfo, e mai liberati, per aver preso parte alla congiura contro il padre Guaimario V.”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (93), postillava che: “(93) Terzo e sesto degli Altavilla: Guglielmo “Braccio di ferro”, Drogone, Umfredo, Goffredo, Roberto il Guiscardo, Guglielmo del Principato, Ruggiero I.”. Ebner, a p. 34, nella nota (94) postillava che: “(94) Nel ricordare la partenza (a. 981/2) di Ottone II da Salerno per Taranto, dopo la conferma a pprincipi di Salerno di Mansone di Amalfi e del figlio Giovanni I, M. Schipa (Storia del principato di Salerno, Roma, 1968, p. 172) afferma che l’imperatore “si avviò quindi alla famosa impresa al finire del verno, per Bricia, presso Capaccio, e per la Lucania”. La notizia fu tratta dal Chron. di Romualdo di Salerno ad an. 981 (“De-hinc per Brixiam – al. Briciam – et Lucaniam in Calabriam perrexit”). Ma v. Alfano (‘Ad Guidonem fratem’, in Schipa, ‘Storia’, p. 277, vv. 27-30 e 53-56: “Sunt in Lucania portus regione velini // Quo Brittiorum vallis amoena iacet”, v. pure dello stesso Schipa, ‘Il Mezzogiorno’, cit., p. 169, dove è cenno dell’occupazione di Velia.”. Ebner, a p. 35, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Schipa cit., vedi pure il Mandelli cit., f. 254, il quale rileva da G. Malaterra (I, I, 15) che “Guglielmo era comes totius Principatus (….) di questo Guglielmo figlio di Tancredi, quale, come si è detto, fu fatto da Umfredo Conte del Principato.”. Ebner a p. 35, nella sua nota (96) postillava che: “(96) M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma 1904, p. 31. Il Mazziotti dà la sola notizia senza riferimenti. In ogni caso si tratterebbe del secondo Guglielmo, uno dei due figliuoli (l’altro era Roberto) del primo conte del Principato per cui è da supporre che la contea di Adalberto e Rodelgrimo di Magliano (v.) fosse stata privata dei soli territori verso l’Alento.”. Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, dove il Carucci cita un passo di Goffredo Malaterra (….), da cui molto probabilmente aveva attinto l’Ughelli, a p. 277, in proposito scriveva che: “I Normanni invasero da ogni parte con infinito danno il territorio di Salerno (1)” (eslamava il poeta Amato). Inutilmente il papa Leone IX venne nel 1053 a Salerno, s’accordò con Gisolfo per muovere contro i Normanni: che anzi Gisolfo non potè nemmeno prender parte alla lotta, che scoppiò proprio quell’anno tra il papa e i Normanni e che finì colla sconfitta del papa a Civitate. Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto il Guiscardo per le terre usurpate a chiese e abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’Imperatore bizantino (3), perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la Contea di Principato (1), occuparono poi i castelli longobardi esistenti nella valle del Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3).”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Alfano, I, ap. Ughelli, Italia Sacra, tomo X. “Quid quid habere prius fuerat haec vit i decoris Momento periit, fumus et umbra fuit. Non relut una lues pecorum solet omnibus agnen Aere corrupto debilitare modis, Sic gens Gallorum, numerosa clade Salerni, Principe defuncto, percotit omne solum. De Blasiis, op. cit. II, 213.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”. Il Carucci, a p. 278, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le terre che costituirono la contea di Principato furono per la prima volta occupate da Umfredo e date al fratello Guglielmo: ‘Guilelmo terram illam quae principatus dicitur distribuit. Malaterra, I, 15.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 79, nel suo cap. III, riferendosi alla  Signoria di Novi, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “E’ quasi certo, anzi, che il sorgere di quella signoria cada dopo la restaurazione  di quel principe (a. 1052), e cioè quando il terzo conte di Puglia, Umfredo (a. 1051-1057), con il fratello Guglielmo, stanchi delle tergiversazioni di Gisulfo s’impadronirono con la forza di alcune terre, dopo di aver atterrito con distruzioni e saccheggi le inermi popolazioni che abitavano tra il Tusciano e gli estremi confini salernitano-lucani e calabri dell’odierna provincia di Salerno. Da qui imprendevano poi la preordinata conquista di quei territori di cui Amato di Montecassino e Alfano da Salerno ci hanno tramandato nomi e limiti (3)……Lo conferma l’orgoglioso nome dato alla nuova giurisdizione territoriale, “contea di Principato” (8), corrispondente all’ecclesiastica conservata nel riordinamento normanno della diocesi.”. Ebner, a p. 79, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Alfano, cit., Amato, cit., III, 45 e p. 161 no 30.”. Ebner a p. 80, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169.”. Ebner si riferiva ai due testi di Michelangelo Schipa (….), Storia del Principato longobardo di Salerno, e Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del citato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Ecc…”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Amato, IV, 33 sgg: le malefatte del principe, enumerate in questo paragrafo, vengono documentate una per una nei successivi (v. oltre).”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatasi dal fratello Guido.”. Ebner, a p. 85, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Alfano, cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residenz alta Policastri victor in aula”. Secondo Amato, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “Roberto ruppe gli indugi partendo con Sighelgaita per la Calabria dove la sposò (a 1058 assegnandole, come si è visto, quale “dono del mattino” un quarto delle terre conquistate in Calabria. Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo, il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è un documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “Ma quando Umfredo e Guglielmo tornarono a Salerno per ricevere ciò che era stato loro promesso, il principe cominciò a tergiversare, al punto che i normanni “molto corrocienz” (6), indignati, si allontanarono da Salerno iniziando l’occupazione di tutto quel territorio, di cui poi Umfredo investì il fratello Guglielmo con il prestigioso titolo del Principato (7) Con il suo solito tergiversare, Gisulfo aveva spazientito anche Roberto il Guiscardo, rinviando cioè, ‘sine die’ la consegna della dote della bella e virile sorella Sighelgaita, per cui Roberto, rompendo gli indugi, partì con la principessa per Melfi, dove la sposò (8). Gisulfo che già aveva tentato di recuperare la contea del Principato, sfruttando momentanei dissapori (9) sorti tra Roberto e Guglielmo, tentò ancora una volta di conseguire i suoi fini nominando arbitro della questione appunto Roberto. Il Guiscardo, però, ancora indignato per il comportamento del principe, si vendicò del cognato, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da Eboli e Sicignano al Calore e all’Alento e, per Magliano, ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (6), a p. 541, postillava che: “(6) Amato, cit., III, 45.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (7), a p. 541, postillava che:“(7) G. Malaterra, cit., p. 26: Willelmum vero in Principato “. Pietro Ebner (…), nella sua nota (8), a p. 541, postillava che: “(8) Ebner, Storia, cit. p. 88. Per altre notizie, pp. 37, 42 e 121.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (9), a p. 541, postillava che: “(9) Guglielmo rifiutava di riconoscersi vassallo di Roberto il Guiscardo”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 218, parlando dei dissapori sorti tra il Guiscardo ed il fratello Guglielmo e, riferendosi all’invidia di Guido per il matrimonio tra il Guiscardo e la sorella Sighelgaita, scriveva che: “Quindi, subito, Roberto riprese la guerra contro al fratello, mentre il vecchio Guido sfogava il dispetto provato per quelle nozze, unendosi a Guglielmo, e sposandogli la sua figliuola.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, ‘Storia, cit., ed. Economia e società, cit.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel trritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: 4. Stanchi di attendere, e indignati (“molt corrocienz”, scrive Amato) per l’inqualificabile comportamento del principe, i normanni si ribellarono. Lasciata Salerno, impresero a saccheggiare e a incendiare villaggi esasperando così la popolazione (“a furore normannorum libera nos Domine”) che insorse. Sotto la direzione di un guerriero, esperto e valoroso, qual era Guido, il fratello del principe Gisulfo, le popolazioni cominciarono a guarnire le “lor terres et lor chasteaux de murs et de palis”. Contro queste posizioni fortificate s’infranse più che il coraggio dei normanni l’impeto delle loro agguerrite cavallerie.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: Ciò provocò l’insorgere di non pochi complessi nel principe (43), che cercò quasi di esorcizzarli rinviando ‘sine die’ gli impegni assunti, persino sulla consegna della dote della sorella Sighelgaita. Fu a questo punto che Roberto il Guiscardo, indignato, sposò malgrado tutto Sighelgaita (Melfi, a. 1059) assegnandole, secondo il costume longobardo, la quarta parte delle conquiste in Calabria (44), di cui alcune estorte con la frode. Margingab costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45). Ecc…”.

Ebner, p. 225

Ebner, a p. 225, nella nota (43) postillava che: “(43) Ebner, ‘Storia’, cit., pp. 34 e 84.”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (44) postillava che: “(44) Id., ibidem, p. 87 sg. Roberto il Guiscardo aveva ripudiata Alverada di Buonalbergo dalla quale aveva avuto anche il noto Boemondo.”. Pietro Ebner, in questo passaggio, riferendosi al “Marcingab”, la dote Normanna che il Guiscardo donò alla sua seconda moglie Sighelgaita, si riferiva agli avvenimenti che precedettero l’anno 1059, in cui Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo sposò la principessa longobarda Sighelgaita, sorella del principe Gisulfo II e, a cui donò, secondo il costume Normanno la quarta parte delle conquiste dei territori della Calabria, che appunto aveva conquistato precedentemente. Ebner lo chiama “Margingab” (la dote Normanna) era costituita, secondo lui costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45).”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Il Racioppi (cit. p. 86 sg.) nel riportare un brano del cronista Giordano (visse intorno al 1314, termine della sua cronaca) si meraviglia che il Guiscardo si fosse impadronito della Puglia e della Calabria nel recarsi in Sicilia e non “della Lucania che era in mezzo tra le due”. Cosa che avrebbe poi fatto, secondo Giordano (‘qui veniens versus Lucaniam eam subiecit. Inde ivit Salerno’), al ritorno. Ma v., per la questione, anche i brani riportati di Alfano e di Romualdo salernitano.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: “Dopo di aver assalito e conquistato “lo chastel de Saint Nicharde”, di cui rinvengo notizia dai Registri Angioini (46), i normanni, scrive Amato, “von devorant lo Principat tout” impadronendosi pure di “Castel Viel et Facose le Nove” e spingendosi fin nella Bricia dell’arcivescovo Alfano. Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido all’usurpazione della “gens Gallorum”, Alfano informa che i normanni, penetrati in Lucania, raggiunsero anche i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre fin verso la Calabria. Le terre occupate che dovevano comprendere anche parte della pianura ebolitana, come si evince da alcune pergamene cavensi (47), ricadevano nella giurisdizione della diocesi pestana. Un territorio enorme cui Umfredo d’Altavilla prepose il fratello Guglielmo (48) con il titolo fino a quel momento “ignoto di conte del Principato”, come dice M. Schipa, ma che il territorio pare avesse già prima dell’arrivo dei normanni (49). Ecc…”. Ebner, a p. 226, nella nota (46) postillavano che: “(46)………………

Ebner, vol. I, p. 226.PNG

E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno. Ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 117-118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “I Normanni si incunearono nel principato salernitano da Est, tra il 1053 ed il 1054, probabilmente seguendo la strada che da Melfi risaliva il corso del fiume Ofanto, e, dopo essere pervenuti nei dintorni di Conza, parte delle loro schiere proseguirono verso Ovest guidate da Torgisio, uno dei capitani del Guiscardo, riuscendo a raggiungere la valle del Montoro, ed ad impossessarsi di Rota, centro fra i più notevoli del territorio a cui era preposto il il longobardo Maione, conte di S. Severino e Montoro, perito nel trambusto di quegli avvenimenti (1). Le altre schiere, a seguito dei due fratelli d’Altavilla, discesero verso Sud e occuparono il bacino del medio corso del Sele e le limitrofe località poste tra Contursi, Eboli, Persano e la futura Altavilla, dopo essersi attestate, pare, nel castello di S. Licandro, presso l’attuale stazione di Sicignano (2). Più delle acque stagnanti della pianura pestana valsero certamente le fortificazioni di Capaccio e di Agropoli ad impedire che i Normanni si riversassero allora lungo le zone costiere a sud del Sele. Essi più agevolmente avanzarono, seguendo la direttiva di marcia tenuta da tutte le precedenti invasioni della regione, verso il vallo di Diano e, dopo aver soggiogato i versanti centro orientali dei monti Alburni, proseguirono per la via di Sanza e di Rofrano, raggiunsero i dintorni di Policastro e si affacciarono sul Tirreno. Distruggendo e saccheggiando, la travolgente avanzata normanna andava “divorando tutto il Principato”, come esprime Amato di Montecassino, e rendeva vana ogni resistenza organizzata, per cui le popolazioni si rinchiudevano e fortificavano nei castelli e nei borgi: “…..quant les gens des chasteaux surent ceste desstruction, il garnirent lor terres et lor chasteaux de murs et de palis (3). Anche Guido, il fratello di Gisulfo II, fu costretto a chiudersi in Policastro, lasciando che gli invasori, dopo aver occupato le terre di Laurino, di Novi e di Laurito, dilagassero in quelle della Bricia e si impadronissero di “Castello di Velia” (4). Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, mentre dall’alto del Castellum Cilenti Guaimario, che i contemporanei chiamarono, per motivi a noi ignoti, “detrattore e divoratore”, impediva che da Sud i Normanni penetrassero nella Lucania e nel Cilento. Quando questi però si fermarono, a Gisulfo II era rimasto ben poco del suo Principato: controllava ancora direttamente solo le terre comprese fra Salerno, Cetara, Nocera, qualche sparsa località nei dintorni della sua capitale ed i territori posti fra il Sele, Capaccio, Magliano e l’Alento; restavano comunque legati al suo trono i vasti possedimenti della Mensa arcivescovile di Salerno, concentrati soprattutto entro i confini costituiti dal torrente Asa, Giffoni, Olevano, il corso medio e basso del fiume Tusciano e quello inferiore del Sele, inoltre la contea di Magliano, retta dai conti longobardi Saliperto ed Erimanno Guiselgardo (1), e, nella Bricia, S. Severino e Policastro (2). Le contrade occupate dai Normanni furono immediatamente organizzate, tolte quelle della valle di Montoro e S. Severino Rota, in una circoscrizione che fu detta CONTEA DI PRINCIPATO (3), concessa da Umfredo in qualità di Conte di Puglia (4) al fratello Guglielmo, che portava allora il titolo di Conte di S. Nicandro (5). Non bastando ciò, il principe di Salerno era molestato da Riccardo d’Aversa, che chiedeva compensi per l’aiuto fornitogli nel 1052, e dagli Amalfitani, coi quali era in guerra sia per vendicare l’uccisione del padre sia per punire la loro ribellione al dominio salernitano e che, intanto, gli devastavano le coste fra Cetara e Policastro, impedendo la navigazione ai suoi sudditi (6).”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Bisogna distinguere il territorio del Principato di Salerno, ancora in mano a Gisulfo II, da quello della Contea di Principato, che era solo una parte del primo e fu organizzato dai normanni in Contea prima del 1057. Sull’estensione di quest’ultimo vedi il paragrafo: ‘La Contea di Principato’.”. Sulla citazione del Cantalupo dei due studiosi Natella e Peduto, sulla “non” distruzione di Policastro da parte dei Normanni si rimanda al prossimo saggio sui Normanni di Roberto il Guiscardo.

Nel 1055, GUGLIELMO d’Altavilla, fratellastro di Umfredo e la contea di Principato

Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, anche detto Guglielmo del Principato (1027 – 1080), è stato un condottiero e cavaliere medievale normanno; divenne Conte di molte terre all’interno del Principato di Salerno dal 1056 e in seguito governò anche la Capitanata.  Nelle cronache latine è chiamato indifferentemente Willermus o Wilelmus (dal francese Guillaume). Era il fratellastro omonimo di Guglielmo d’Altavilla, detto Braccio di Ferro. Guglielmo era uno dei figli cadetti di Tancredi d’Altavilla e della sua seconda moglie Fredesenda; lasciò la Normandia attorno al 1053 insieme al fratellastro più anziano Goffredo ed al fratello Malgerio. Nell’anno della sua venuta in Italia partecipò alla Battaglia di Civitate e fu accolto cordialmente da suo fratellastro Umfredo, conte di Puglia e Calabria in carica. Nel 1055, si distinse nella presa del castello di San Nicandro e di altre piazzeforti. Con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Nel 1058 o 1059, Guglielmo sposò Maria, principessa longobarda, figlia di Guido (duca di Sorrento e fratello di Guaimario IV principe di Salerno); Guglielmo ereditò tutti i possedimenti di Guido nel Principato di Salerno e combatté contro il successore di Guaimario, Gisulfo II, le cui terre occupò fino a lasciare ben pochi possedimenti all’effettivo Principe di Salerno. Entrò quindi in conflitto anche contro il fratello Roberto, quando questi venne in aiuto di Gisulfo che gli aveva promesso in moglie sua sorella Sichelgaita di Salerno. Le relazioni tra i fratelli si appianarono poi in seguito. Ereditò inoltre la Capitanata da Malgerio, che morì tra il 1054 ed il 1060. Nel 1067 fu scomunicato al Concilio di Melfi insieme a Turgisio di Sanseverino e Guimondo de Moulins, per aver rubato le proprietà della Chiesa di Alfano I, arcivescovo di Salerno. Quello stesso anno si recò a Salerno per riconciliarsi con il Papa Alessandro II. Secondo alcune fonti morì nel 1080. Alla morte lasciò i possedimenti nel Principato di Salerno al suo figlio maggiore, di nome Roberto, mentre lasciò la Capitanata al fratellastro Goffredo (secondo Malaterra in segno di amore fraterno). Fu sepolto nella chiesa della Santissima Trinità di Venosa. Il terzogenito, Riccardo, partecipò alla prima crociata e fu, dal 1104 al 1108, reggente della contea di Edessa in terrasanta. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno. Ecc…”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “I Normanni continuarono a rosicchiare terre del Principato. Si può parlare addirittura di smembramento di questo nel 1062 (25) se, ad esempio, l’autorità del principe era riconosciuta, come indicano i documenti cavensi, solo da Tresino a Laurana, in un territorio che va da Capaccio ai confini meridionali. Assume, quindi, attendibilità la notizia del Mazziotti, p. 31, sulla cessione fatta dal conte del Principato a Giovanni di S. Paolo del castello di Agropoli, parte delle terre toccate al fratello di Gisulfo. Senza dire che in molte terre del Principato (Capaccio, Trentinara, ecc…) il riconoscimento era solo nominale perchè i cugini di Capaccio del principe mantenevano relazioni più che ottime con i locali signori normanni, come si rileva dalle dalle anzidette pergamene. Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo (si riferisce al fratello del Guiscardo), il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Ecc..”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, pubblicato nel……per i tipi di Palladio, parlando dei “Normanni”, in proposito a p. 45 scriveva che: “Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato avendone sposato il normanno la sorella Sichelgaita, aveva destinato questa città al fratello Guido, uomo valoroso e compagno d’armi di Guiscardo.”. Il Gentile, a p……, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci C., cit. pag. 278 sub nota 1.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno e altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli etcc…., perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la ‘contea di Principato’ (1), occupando poi i castelli longobardi di Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3) etc….”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX”. Dunque, riepilogando riguarda alle affermazioni del Gentile che, in parte, si rifaceva al Carucci. Credo che Gentile errasse quando vuole che: “Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20), etc…”. Queste nostre terre non furono mai del tutto soggette a Umfredo d’Hauteville, fratello del Guiscardo ma esse furono assegnate dal principe longobardo Gisulfo II al fratello Guido che controllava i castelli longobardi della valle del Mingardo e la contea di Policastro. E’ molto probabile che il piccolo borgo di Morigerati, come pure tante altri della zona, fossero stati soggetti alla mensa vescovile di Salerno che in parte era sotto la diretta dipendenza dell’ultimo principe longobardo Gisulfo II. La questione relativa ai confini della “Contea di Principato”, non riguarda l’entroterra del Golfo di Policastro, la Valle del Mingardo, e l’area che risale verso il Vallo di Diano, e ancora tutta l’area che va verso la Lucania interna, ma riguardava la zona di Agropoli e di Capaccio. Umfredo quì non ha mai messo piede. Voleva farlo con Guidemondo de Mulsi che in effetti uccise Guido nel 1077. Carlo Carucci (….), e del suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 383 dopo aver detto della baronia formatosi sotto Troizo o Torgisio di Rota, in proposito scriveva che: Nell’istesso tempo un’altra forte signoria baronale si costituiva nel Cilento, per opera dell’ultimo fratello di Roberto il Guiscardo, chiamato Guglielmo (4). Questi cercò formarsi un principato cogli stessi mezzi usati da Troizo di Rota, in quella parte della Lucania, che allora si chiamava più spesso Cilento, a danno del principe Gisolfo e dell’abbazia di Cava. Pur scomunicato e liberato varie volte dai fulmini papali, riuscì a formare tra le valli del Tanagro e il golfo di Policastro un principato comprendente vaste estensioni di terreno e molti castelli, che tenne sotto la sovranità del fratello Roberto, che potè rendere di suo possesso definitivo alla caduta di Gisolfo, prendendo il titolo di conte di Principato. Gli successe il figlio Roberto, di cui si conservano vari diplomi di concessioni fatte a chiese, nei quali si fa sempre salva l’autorità sovrana del Guiscardo e, dopo la morte di costui, quella di Ruggero Borsa (1). A Roberto nella contea di Principato successe Nicola (2) e dopo di lui non si fa più parola nelle carte del tempo della sua famiglia, per cui bisogna pensare che sia morto senza eredi.”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Rom Guar., ad an. 1075: “Tancredus autem bissenos habuit filios. Quorum…., decimus Willelmus comes de Sancto Nicandro, pater Roberti, comitis de principatu: fuit ipse Willelmus acer incenio et costans animo, serenusque natura.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Paesano, op. cit., I, 18, riporta un documento dell’archivio della mensa arcivescovile di Salernoin cui Robertus divina clementia annuente Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi conferma all’arcivescovo di Salerno Alfano ‘de consensu et voluntate domini Roerii ducis incliti’ parecchie antiche concessioni di terre tra Eboli e il Sele.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi un diploma di questo Conte in Paesano II, 113.”.

Nel……., Guglielmo I d’Altavilla e la Contea di Principato, il Vallo di Diano e la Contea di Marsico

Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Dunque, Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo. Il Fusco dunque, per la storia del Vallo di Diano citava il Codice Verginiano dove sono pubblicati oltre 6000 documenti conservati all’Abbazia di Montevergine che come sappiamo aveva acquistato buona parte dei possedimenti e dei beni della chiesa del Vallo di Diano. Fra questi documenti, la gran parte riguardano documenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che in queste terre ebbe un ruolo fondamentale e possedeva tantissimi monasteri e grangie.

Nel 1056, il fenomeno migratorio di genti calabre che arrivarono nelle nostre terre

Vito Lo Curto (…), nel suo “……………………………………..”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI……Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, prima della caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. La notizia tratta dal Laudisio che alcuni paesi, sono sorti all’epoca del primo Roberto il Guiscardo che, nel 1059-60 ordinò che le famiglie scampate alla sua furia distruttrice di alcuni centri della Calabria inferiore. Da Wikipidia leggiamo che il normanno Roberto il Guiscardo, nel 1056, compì una spedizione contro il longobardo Gisulfo II di Salerno, poi conquistò Cosenza e una parte della Calabria. Raggiunse, quindi, a Melfi il fratellastro Umfredo, che era in fin di vita. Nella nostra bibliografia antiquaria però è riferita la notizia di una distruzione di Policastro da parte del Guiscardo intorno all’anno 1065 e non del 1056. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…”. Guglielmo Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». In questo passaggio il Colombaro ci parla della grande carestia che colpì la Calabria Bizantina in quegli anni e del racconto stesso del Malaterra. Il Gay (…), sempre nel suo ultimo capitolo V, avendo egli scritto nel 1917, pur non conoscendo le antiche pergamene greche dell’Archivio Aldobrandini (…), scoperte e pubblicate da Pratesi (…), nel 1958, scriveva che intorno all’anno 1058, nella Calabria conquistata dal Guiscardo “E’ per la Calabria, un’epoca di miseria e d’anarchia, che ricorda i tempi delle invasioni saracene. Nel 1058 una terribile carestia, causata da eccezionale siccità, dalle devastazioni dei Normanni e dall’abbandono delle terre, desola il paese.”. Al fenomeno migratorio di molte famiglie del golfo scampate alla furia del Guiscardo fa riferimento anche Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria. Pietro Ebner, dunque, ci parla di un fenomeno migratorio al contrario, ovvero ci parla di monaci provenienti dalle cittadelle monastiche della Calabria bizantina e sotto l’egida del Guiscardo che si recarono alle falde del “Mercurion”.

Nel 1056, RUGGERO I D’ALTAVILLA, ultimo figlio di Tencredi e di Fresenda arriva nel mezzogiorno d’Italia

Da Wikipedia leggiamo che con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo d’Altavilla (figlio di Fresenda e conte del Principato) perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero o Pater di Ruggereo o Jarl Rogeirr (Hauteville-la-Guichard, 1031 circa – Mileto, 22 giugno 1101), figlio di Tancredi d’Altavilla e fratello di Roberto il Guiscardo della dinastia degli Altavilla, Conte di Calabria, fu il conquistatore e il primo Conte di Sicilia (1062). Da Wikipedia leggiamo che Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero o Pater di Ruggereo o Jarl Rogeirr (Hauteville-la-Guichard, 1031 circa – Mileto, 22 giugno 1101), figlio di Tancredi d’Altavilla e fratello di Roberto il Guiscardo della dinastia degli Altavilla, Conte di Calabria, fu il conquistatore e il primo Conte di Sicilia (1062). Ruggero giunse in Italia nel 1057 attraverso la “Via Francigena” per unirsi al fratello Roberto per il quale, alla morte del loro fratellastro Umfredo d’Altavilla, si erano aperti spiragli di predominio. I due furono insieme nella conquista dei territori di Puglia e Calabria non ancora sottomessi. Ruggero fu inizialmente vassallo del fratello Roberto, duca di Puglia e di Calabria, come conte di Calabria, e stabilì la propria corte a Mileto, in Calabria. Proprio a Mileto, nel Natale del 1061, sposò la normanna Giuditta d’Evreux, figlia del conte Guglielmo d’Évreux e di Hadvise Géré. Ancora in Calabria i fratelli Roberto e Ruggero si lanciarono alla conquista di Reggio, caduta dopo un lungo e difficoltoso assedio, al quale seguì la presa di Scilla, una cittadella fortificata in cui avevano trovato rifugio le guarnigioni reggine. A questo punto la strada verso la Sicilia era ormai spianata. Dalle roccaforti della Calabria, infatti i due pianificarono la conquista della Sicilia, allora in mano ai musulmani. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 189-191, scriveva in proposito che: “….si aggiunse, dopo il 1057, Ruggero, dal castello di Scalea, e la costa divenne normanna.”. Il Campagna, a p. 200, in proposito scriveva che: “Nel 1057, dopo un breve soggiorno a Melfi, giunse sulle nostre coste il più giovane degli Altavilla, Ruggero. La costa tirrenica, cosi’ a lungo vessata da assalti e razzie, presentava ai suoi occhi uno spettacolo insolito: fortezze e casali su dirupi inaccessibili, castelli diruti, già sedi di antiche aristocrazie longobarde, monasteri, chiese, celle, costruiti in modo che le pratiche di culto venissero alternate con l’immediata difesa. Delle antiche città restava solo il ricordo negli storici; spesso cancellato finanche il toponimo.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI……Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo ecc…”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: “Nella primavera del 1048 i Normanni, questa volta autonomamente, sferrarono una nuova offensiva contro i Bizantini in Calabria e in Puglia, ma ormai anche i territori di Guaimario V di Salerno cominciavano ad essere oggetto delle mire espansionistiche dei suoi antichi vassalli. Negli anni successivi, infatti, un altro fratello della casa d’Altavilla, Guglielmo, aveva cominciato ad occupare terre del Vallo di Diano e ad insignirsi dello strano titolo di “conte del principato”.”.

Nel 1057, la morte di Umfredo d’Altavilla e Roberto il Guiscardo capo di tutti i Normanni

Ad agosto dello stesso anno i cavalieri normanni si riunirono a Melfi e Roberto il Guiscardo assunse la tutela del giovane Abelardo, ma presto diseredò entrambi i nipoti e pretese il riconoscimento del titolo di (quarto) Conte di Puglia e Calabria. Per non insidiare i diritti acquisiti alla propria discendenza, confiscò i possedimenti del defunto fratellastro e privò i nipoti della loro legittima eredità. In alleanza col fratello minore Ruggero si lanciò alla conquista dei territori non ancora sottomessi di Puglia e Calabria, mentre Riccardo Drengot Quarrel, già Signore di Aversa, suo cognato in quanto marito della sorella Fresenda, s’impadronì del Principato di Capua. In alleanza col fratello minore Ruggero si lanciò alla conquista dei territori non ancora sottomessi di Puglia e Calabria, mentre Riccardo Drengot Quarrel, già Signore di Aversa, suo cognato in quanto marito della sorella Fresenda, s’impadronì del Principato di Capua. Per non insidiare i diritti acquisiti alla propria discendenza, confiscò i possedimenti del defunto fratellastro e privò i nipoti della loro legittima eredità. Nel 1057, morto Umfredo, Guglielmo rifiutò di prestare obbedienza al fratello Roberto il Guiscardo che aveva ereditato il titolo di Conte di Puglia che, alleatosi con Gisulfo II, debellò suo fratello Guglielmo. Morto nel 1057, il conte Umfredo lasciò i due figli minorenni, Abelardo ed Ermanno, sotto la tutela della moglie longobarda Gaitelgrima di Salerno. Forte del successo ottenuto sul campo di battaglia di Civitate, Roberto reclamò per sé la successione. Ad agosto dello stesso anno i cavalieri normanni si riunirono a Melfi e Roberto il Guiscardo assunse la tutela del giovane Abelardo, ma presto diseredò entrambi i nipoti e pretese il riconoscimento del titolo di (quarto) Conte di Puglia e Calabria. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “E’ innegabile, la morte di Umfredo (a. 1057) segnò una svolta storica decisiva e non soltanto per il Principato di Salerno. Roberto, insensibile alle pretese di Abelardo, figliuolo del defunto fratello, validamente sostenute dalla madre, si fece acclamare “conte dei Normanni” facendo poi della contea di Puglia un ducato nel 1059: “germe di discordia che minacciava mutarsi in guerra civile”, commenta M. Schipa. Senza dire della pretesa di Roberto perchè il fratello Guglielmo, come conte del Principato, rinnovasse a lui l’obbedienza prestata a Umfredo: pretesa che Guglielmo, insofferente dell’autoritarismo di Roberto, rifiutava. Del dissidio tra i due fratelli cercò di approfittare il principe Gisulfo, chiedendo a Roberto di aiutarlo a riconquistare i beni usurpati da Umfredo e Guglielmo. La richiesta venne fatta in un momento più che favorevole: Roberto aveva chiesto in sposa la bella, saggia e animosa sorella del principe, Sighelgaita, che la tradizione ricorda seguisse Roberto anche sul campo di battaglia. Ma le schiere del principe e del fratello Guido, con la cavalleria del Guiscardo, se ottenero successi in pianura furono poi arrestate dal suaccennato baluardo difensivo e dai larvati aiuti dei cugini di Capaccio del principe. Più apertamente Guglielmo del Principato e i suoi erano assistiti da Guido di Conza, il quale, indignato per l’assenso dato dal principe alle nozze di Sighelgaita senza il suo parere, cercò di controbilanciare l’evento dando in moglie una sua figliuola al conte del Principato. Il persistere da parte di quest’ultimo nel rifiuto d’obbedienza, riaccese gli scontri tra i due Altavilla. Certamente Guglielmo avrebbe perduto l’altro territorio se Gisulfo, ritenendolo più profiquo politicamente ed economicamente, non si fosse riappacificato con il conte del Principato (26) prima di cominciare a tergiversare sull’epoca delle nozze e sulla consegna della dote della sorella.”. Ebner, a p. 87, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Amato, IV 25: “Et Guillerme fu fait chevalier de Gisolfe; et lo prince Gisolfe lo fist son frere”.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 30-31 e ssg., in proposito scriveva che: “Egli concede al fratellastro Roberto di conquistare la Calabria (55). I rapporti tra i due, però, non sempre sono idilliaci tanto che Umfredo fa arrestare il Guiscardo mentre è suo ospite a pranzo e soltanto l’intervento di un cavaliere normanno presente, Gocelino, impedisce a quest’ultimo, che intanto aveva sguainato la spada, di reagire violentemente. Roberto venne quindi consegnato alle guardie, ma dopo una breve detenzione il fratello lo liberò e gli concesse le città e i castelli della regione calabra, offrendogli anche un rinforzo di cavalieri (56). Umfredo poco tempo dopo si ammala e, sentendo approssimarsi la fine, manda a chiamate il fratello, che accorre al suo capezzale, e gli chiede di essere il tutore dei suoi figli Abelardo ed Ermanno.  Ma questi, senza preoccuparsi delle promesse fatte, si appropriò dell’eredità a danno dei suoi nipoti, e nell’agosto del 1057 si fece eleggere capo dei normanni (57).”. Il Credidio, a p. 30-31, nelle sue note postillava che: “55 – Guglielmo, II, v. 287 e segg. 56 – Guglielmo, II, v.317 e segg. 57 – Chalandon, op.cit. 58 – Ibidem.”.

Nel 1057, Ruggero I d’Altavilla e SCALEA donatagli dal fratello Guglielmo, figlio di Fresenda e conte del Principato

Da Wikipedia leggiamo che con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo d’Altavilla (figlio di Fresenda e conte del Principato) perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 69, in proposito scriveva che: “Cap. XXIV. Ruggero viene accolto affettuosamente dal fratello Guglielmo, che gli concede il castello di Scalea. Sentendo ciò suo fratello Guglielmo, che era conte di tutto il Principato, gli mandò dei messaggeri invitandolo a venire da lui: gli fece sapere che avrebbe potuto condividere con lui quello che egli aveva e gli assicurò che, eccetto la moglie e ifigli, niente egli voleva possedere che Ruggero non considerasse anche suo. Al suo arrivo costui venne accolto con il dovuto onore. Dopo essere rimasto alquanto con il fratello, infine ricevette da lui un castello in località chiamata Scalea; e quindi, facendo molte incursioni in direzione del Guiscardo, non diede tregua per tutto il territorio. Venutolo a sapere, il Guiscardo mosse l’esercito e si diresse all’assedio del castello di Scalea; devastò anche gli oliveti e vigneti, che si trovavano nei pressi della città. Guglielmo dal canto suo, …..per evitare di subire danni più gravi, e previo anche il parere dei suoi consiglieri, si allontanò da quel posto.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: All’inizio del sec. XI……Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni, riferendosi agli anni 1048-1049-1050 scriveva che: “Fu proprio durante questi anni di guerre e di confusione che Scalea venne occupata dai Normanni, ma non possiamo escludere che precedentemente, forse per breve tempo, fosse stata possesso del principe di Salerno. Comunque stiano le cose, nel 1057, alla morte di Umfredo, quando Roberto il Guiscardo, calpestando i diritti dei figli del defunto, assunse il titolo di conte di Puglia e di Calabria, Scalea non apparteneva direttamente a lui, ma proprio il fratello Guglielmo, conte del Principato. Ciò si desume dal fatto che, forse con l’intenzione di stringere con lui un’alleanza matrimoniale dandogli in moglie una figlia, Guglielmo cedette il castello di Scalea a Ruggiero, uno degli ultimi degli Altavilla a giungere in Italia, ma anche uno dei più capaci e valorosi, tanto che suo fratello Roberto lo aveva voluto al suo fianco nella conquista della Calabria: ma proprio nella spartizione del frutto dei saccheggi Ruggiero, sentendosi trascurato e defraudato della sua parte di bottino e di conquiste, ruppe con il fratello e si rifugiò a Scalea, cedutagli da Guglielmo. Da questa base cominciò ad insediare i possedimenti del Guiscardo, ecc..”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo – cenni storici”, a p. 22, in proposito scriveva che: “I nuovi conquistatori arrivarono nella seconda metà dell’XI secolo: erano i Normanni capeggiati dai fratelli Altavilla. Roberto il Guiscardo e Ruggero, con le loro truppe normanne, avevano da tempo iniziato l’invasione della Calabria. Mentre continuava sistematica e progressiva la conquista della regione, improvvisamente i due fratelli litigarono e si divisero. Roberto andò verso il sud della Calabria, Ruggero si rifugiò a Scalea, già conquistata e donatagli, da suo fratello Guglielmo ‘braccio di Ferro’. Come primo atto di governo a Scalea Ruggero fece abbattere, in cima al paese, la rocca longobarda e nello stesso tempo fece costruire un castello. Fece inoltre rinforzare le mura di difesa e le porte di entrata al paese: a nord la porta Marina e a sud quella ponte. Il castello, costruito rapidamente secondo la tecnica e le esigenze del tempo , comprendeva due torrioni a pianta rettangolare e tre torri d’angolo a pianta cilindrica, oltre al palazzo. Per tutta l’epoca Normanna rappresentò la più importante fortezza militare del golfo di Policastro ed una delle più importanti della Calabria. Ruggero fece di Scalea una fortezza inespugnabile, a cui faceva capo anche la sua flotta, e la base di partenza delle sue azioni per la conquista della Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, detto ‘braccio di Ferro’, nel 1055, si distinse nella presa del castello di San Nicandro e di altre piazzeforti. Con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Interessante è la notizia riportata da Orazio Campagna (….), nel suo “La “Regione Mercuriense” etc…”, a p. 115 parlando di Grisolia scriveva che: “E’ lecito presupporre che il ………………, per sfuggire le incursioni normanne, sappiamo che Ruggero d’Altavilla usò come base operativa il castello di Scalea per la conquista dei casali della costa, abbia abbandonato la grancia di S. Nicola e S. Angelo (11), in posizione vulnerabile, e si sia rifugiato alla “Cupa”, ecc…”. Il Campagna, a p. 115, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Successivamente la grancia dipese dal monastero basiliano di S. Giovanni a piro, in P.M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Sempre il Campagna, a p. 130 riferendosi alle istituzioni monastiche sorte nell’area del “Mercurion” e sulla costa calabra, riferendosi a Majerà scriveva che: “La gente vi trovò protezione e sicurezza, soprattutto dopo la battaglia di Civitate (giugno 1053), e dopo lo scisma della Chiesa d’Oriente (16 luglio 1054), avvenimenti che diedero la sostituzione violenta del potere bizantino col normanno, mentre il rito latino veniva imposto alle abbazie ortodosse. Le più riottose, sottoposte ad azioni belliche del Guiscardo, da S. Marco, e di Ruggero, da Scalea, scomparvero.”. Orazio Campagna, a p. 169 scriveva pure che: “ora territorio di Diamante, ove i Basiliani, nonostante reiterate incursioni saracene, sarebbero rimasti fino al 1059, quando, dopo il concilio di Melfi, fu impresa vana resistere alle razzie del Guiscardo da S. Marco Argentano, alla sanguinosa guerriglia di Ruggero I da Scalea (210).”. Il Campagna, a p. 169, nella nota (210) postillava che: “(210) J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Ed. Mursia, 1974, pag. 92 e sgg. Scalea pag. 135 e sgg.”. Guglielmo Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  “……gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Ecc…”. Dunque, il Colombaro scriveva che ad un certo punto la situazione economica in Calabria era diventata insostenibile che la povera popolazione si ribellò a Ruggero I d’Altavilla.  Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando i due primi fratelli di Altavilla signoreggiavano e distendevano da Melfi i dominii per le terre di Apulia e Basilicata, Roberto e Ruggiero ultimi venuti erano a far bottino per le Calabrie, sequestrando uomini ed armenti, rubacchiando mercanti in viaggio, sorprendendo terre e castella. Roberto signoreggiava o taglieggiava per la Calabria che diremo cosentina; Ruggiero su quel di Reggio. Gara di ambizione o divisione non ecqua di bottino metteva mal animo tra i due fratelli, che erano in lotte frequenti. Quando Roberto ne venne a Melfi, quarto Conte di Puglia, Ruggiero mal disposto contro di lui, entra nel paese di Calabria che il fratello diceva suo, e prende Scalea sul Tirreno: anzi avanza tanto per la regione basilicatese che viene a mettere a saccomanno ed incendii le campagne stesse di Melfi.”. Su Scalea al tempo di Ruggero I d’Altavilla, il conte Ruggero, ha scritto pure Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia meridionale”, a p. 270, dove in proposito scriveva che: “Ad ogni modo, se l’ambizione del conte Ruggero non eguaglia la cupidigia smisurata di Roberto il Guiscardo, che spesso suol essere “in omnibus praesumptuosissimus et magnarum rerum audacissimus attentator”, talvolta essa lo costringe – e specialmente nei tempi della grama giovinezza – ad azioni, che gli fanno poco onore. Eppure il Malaterra ne racconta qualcuna. Per esempio, ci parla della vita brigantesca, che il conte condusse a Scalea, in Calabria; dei cavalli, che quivi rubò in una vicina scuderia; dei mercanti amalfitani spogliati a tradimento di tutte le mercanzie e dei denari che portavano con loro (140).”. Il Pontieri, a p. 270, nella nota (140) postillava: “(140) Idem, I, 25-26, p. 20-21: nella stessa Scalea Ruggero “plurimum penuriarum passus est, sed latrocinio armigerum suorum in multis sustentabatur”.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Ad ogni modo, agli inizi del 1058, incollerito, Ruggero abbandonò il fratello Roberto. Uno dei vantaggi che gli derivava dall’essere giunto così in ritardo in Italia era che si trovavano ora saldamente stabiliti molti suoi fratelli, ed egli poteva rivolgersi ora all’uno ora all’altro; accettò pertanto l’invito di Guglielmo conte del Principato che, a soli quattro anni dal suo giungere in Italia, si era reso padrone di quasi tutto il territorio di Salerno a sud della città e che offriva a Ruggero di condividere con lui tutto ciò che possedeva in misura uguale “ad eccezione” come Malaterra ha cura di precisare “della moglie e dei figli”. Fu così che di li a poco Ruggero si trovò installato in un castello sul mare a Scalea, posizione strategica di prim’ordine della quale effettuare lucrose incursioni, specie per razziare cavalli e fare scorrerie nei territori appartenenti al Guiscardo. Ma questo giovane era destinato a ben altro che una vita di brigantaggio e ripercorrendo all’indietro la storia ci accorgiamo che il momento decisivo per lui, dopo il suo arrivo in Italia, fu l’anno 1058, quando una terribile carestia colpì tutta la Calabria. I normanni stessi furono causa di tanto disastro; la terribile tattica, da loro impiegata, della terra bruciata fece sì che per sterminare zone non vi fosse più né un albero d’ulivo né un campo da coltivare.”. Norwich, a p. 134, nella nota (5) postillava che: “(5) Ruggero viene alle volte soprannominato Bosso; ma questo nome non viene usato di frequente, non è necessario né melodico, quindi può essere ignorato. Tende pure a confonderlo con il nipote: Ruggero Borsa, di cui faremo conoscenza più in là”Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 38 e ssg., in proposito scriveva che: “Ruggero porta a termine l’incarico ricevuto e rientra con un bottino abbondante, con il quale tutto l’esercito può trovare ristoro e recuperare le forze. Quando, però, chiede al fratello il denaro con cui pagare i soldati, costui, forse per gelosia per i suoi successi, gli oppone un rifiuto; allora ritorna in Puglia, dove riceve aiuto da un altro fratello, Guglielmo, che lo pone a capo della città di Scalea, da dove inizia a saccheggiare i possedimenti del Guiscardo. Nello stesso periodo continua, però, a comportarsi anche da predone: assalta dei ricchi mercanti amalfitani e con il bottino ricavato arma nuovi soldati e continua le incursioni contro le terre del fratello.”. Qui però il Credidio commette un grave errore scrivendo che Ruggero “ritorna in Puglia, dove riceve aiuto da un altro fratello, Guglielmo”. Guglielmo, conte del Principato, suo fratello perchè figlio di Fresenda non era in Puglia ma si trovava nei suoi possedimenti del Salernitano.

A Scalea una stanza dove studiava Lucano

Donald Matthew (….), nel suo “I Normanni in Italia”, a p. 134, riferisce un’interessante notizia su Scalea al tempo dei Normanni. Mattehew scrive che: “La miscellanea varietà di cose ritenute degne di osservazione è notevole: pesci volanti in mare; una bella stanza sotterranea a Scalea, dove Lucano era solito studiare, e più a sud, a Mileto, presso l’abbazia, una torre di legno conquistata d’assalto dal Guiscardo.”. Dunque, la notizia di una stanza sotterranea a Scalea dove pare che Lucano era solito studiare. Da Wikipedia leggiamo che Marco Anneo Lucano (Cordova, 3 novembre 39 – Roma, 30 aprile 65) è stato un poeta latino.  Su Lucano ci sono giunte tre biografie antiche: quella di Svetonio nel De poetis, quella attribuita a Vacca e quella più breve, anonima, nel codice Vossianus; altre fonti sono Persio, il quindicesimo libro degli Annales di Tacito in riferimento alla congiura di Pisone e le Silvae di Stazio.

Nel 1057, Roberto il Guiscardo e la Molpa

Giuseppe Antonini (…), nel Discorso VII, a p. 367, della sua ‘La Lucania- Discorsi’, dove, parlando dell’antica città scomparsa della Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercadanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (2), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi dello stesso Guiscardo.”. L’Antonini, a p. 367, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Un poco più diffusamente di questa edificazione scrive ‘Mambrin Roseo’, nel lib. 7 della Storia del Regno; ma in nulla contraddice al Malaterra, ne diversamente avealo detto il Collenuccio sul principio de lib. 3.”. Dunque, in questa sua nota l’Antonini postillava di Mambrin Roseo, postillava del Malaterra e postillava del Collenuccio. Vediamo il primo: Mambrin Roseo. Da Wikipedia leggiamo che Mambrino Roseo (Fabriano, ca. 1500 – tra 1573 e 1580) è stato un notaio, letterato e traduttore italiano. Roseo fu notaio nella sua città e a Perugia e partecipò all’assedio di Firenze al servizio di Malatesta Baglioni. Riguardo il testo citato dall’Antonini, io credo che egli, nel 1745, si riferisca al testo “Del Compendio dell’Istoria del Regno di Napoli aggiunto da Mambrino Roseo da Fabriano libro settimo”, che troviamo a p. 402 e ssg. nel testo di Pandolfo Collenuccio (….), nel suo “Raccolta de piu rinomati scrittori dell’istoria generale del Regno di Napoli etc…”, pubblicato a Napoli, stamperia Gravier, nel 1770, tomo 17°, pag. 402.  L’Antonini, scrivendo di Molpa, diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (mercadanti), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Su Scalea al tempo di Ruggero I d’Altavilla, il conte Ruggero, ha scritto pure Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia meridionale”, a p. 270, dove riferendosi al Malaterra, in proposito scriveva che: Eppure il Malaterra ne racconta qualcuna. Per esempio, ci parla della vita brigantesca, che il conte condusse a Scalea, in Calabria; dei cavalli, che quivi rubò in una vicina scuderia; dei mercanti amalfitani spogliati a tradimento di tutte le mercanzie e dei denari che portavano con loro (140).”. Il Pontieri, a p. 270, nella nota (140) postillava: “(140) Idem, I, 25-26, p. 20-21: nella stessa Scalea Ruggero “plurimum penuriarum passus est, sed latrocinio armigerum suorum in multis sustentabatur”.”. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa Scalea. Si tratta del Libro I, del Cap. XXVI, il Malaterra scriveva (v. Lo Curto, p. 71) che: Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto. Migliorata la sua posizione con questo denaro, ecc…”. Vito Lo Curto (….), a p. 71, nella nota (30) postillava che: “(30) Presumibilmente due soldati di fiducia di Ruggero”. Secondo l’Antonini, il Malaterra scriveva che: “At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit” che tradotto significa che:  “Ma mentre aspettava coloro che avevano inviato le spoglie a Scalea, un tale Bever, proveniente da Melfa, disse ai Melfi che i mercanti di Melfa passavano non lontano dal castello. Quando è stato smascherato, non era il meno serio.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: Questo periodo deve aver fruttato bene a Ruggero. Malaterra narra come una volta, con un sol colpo – era in agguato di un gruppo di mercanti che tornavano ad Amalfi – si assicurò un così ricco bottino sia in beni che in denaro di riscatto, che poté assoldare altri cento uomini per ingrossare le file del suo esercito.”.

Nel 1058, Guimondo de Mulsi, Guglielmo (I) d’Altavilla e la CONTEA DEL PRINCIPATO e l’usurpazione di beni della Chiesa Salernitana

Da Wikipedia leggiamo che Turgisio di Sanseverino per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: Guimondo de Mulsi. Quest’ultimo era stato certamente milite di Guglielmo del Principato dal quale aveva ottenuto quel feudo nella Valle di S. Severino confinante con una contea liminare della Calabria, quella di Policastro residenza del prode Guido, fratello del principe Gisulfo. E appunto per una lite di confini, come vedremo, il conte di Policastro venne assassinato.”. Ebner, a p. 84, nella nota (17) postillava che:  “(17) Rainolfo Trincarote, nipote di Rainulfo I di Aversa (Amato, II, 34) e Ugo Fallacia capeggiarono, dopo il 1046, il partito normanno dissidente da Guaimario, v. in Amato cit., p. 99.”. Su Guimondo de Mulsi, Ebner, nella nota (16) postillava che:  “(16)…..Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ecc…”. Michelangelo Schipa (….), nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ecc…(38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino scriveva pure di Guimondo de Mulsi. Dunque, Guimondo de Mulsi, era usurpatore pentito dei beni della Chiesa Salernitana. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075…….Guimondo dei Mulsi, Guido, fratello di Gisulfo, ecc….Guimondo, già usurpatore dei beni dell’arcivescovo Alfano insieme a Guglielmo d’Altavilla ed a Torgisio di Rota, era sceso a contesa con il fratello del principe di Salerno per il possesso della Valle di S. Severino sul Mingardo; “. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare sempre più vaste terre alla Chiesa salernitana (29), ecc…”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29) Per le terre occupate, Schipa, Storia, p. 223. Non è da escludere che Guimondo dei Mulsi, tra le altre terre dei locali cenobi italo-greci, si fosse impadronito anche di quelle della Chiesa di Salerno esistenti a Laurito e non elencate forse per la relativa loro entità in rapporto alle altre. Delle terre di Laurito è notizia dal CDC, I, 173, anno 947 (Laurito è detto “in finibus salernitanis”, e I 445 anno 992 (Guglielmo, figlio del fu Ragiberto vende la quarta parte dei suoi beni “in loco Laurito” alla chiesa di S. Maria di Salerno di cui è abate il sacerdote Donnello per 24 tarì di oro) e I 450 anno 992 (donazione alla stessa chiesa di S. Maria di Salerno ecc…ecc…Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: S. Pietro de Toro, S. Vito al Sele, chiesa di S. Michele Arcangelo, “quae sita est in cripta Montis qui dicitur aureus”, Olevano, il Lago maggiore e le cose del Tusciano, di Lama, Rivo Alto, Asa, Picentino, Giffoni, Salsanico, Forino, Anguillaro e Prato. La vastità di queste usurpazioni lascia immaginare l’estensione delle terre di chiese e cenobi locali occupate da Guglielmo de Màgnia. Va precisato che le anzidette terre di Laurito non devono essere confuse con le selve a Laurito (zona Eboli) concesse da Roberto nel 1080 alla Chiesa salernitana, di cui v. il diploma di Balducci cit., I, p. 10. Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”.

Nel 1058, Gisulfo II e Guido, con l’aiuto di Roberto il Guiscardo riconquistano  alcuni territori che Guglielmo (I) d’Altavilla aveva usurpato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118-119, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “Dal contrasto che nacque tra i due fratelli approfittò Gisulfo, che, versando grosse somme al Guiscardo, riuscì a farselo alleato, tirando dalla sua anche Riccardo d’Aversa, che allora portava il titolo di Principe di Capua (7). Il Principe di Salerno così, assicurato dell’appoggio dei due normanni, nel 1058 mosse contro Guglielmo di Principato, riuscendo, per merito delle nuove truppe e del personale intervento di Roberto il Guiscardo, ad avere successo sull’usurpatore, che fu costretto a restituirgli molte terre.”. Il Cantalupo, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) V. n. 1, p. 75”. Il Cantalupo, a p. 75, nella nota (1) postillava che: “(1) Il termine BRITIA venne così ad indicare, nell’ambito del gastaldato di Laino, tutti i territori costieri compresi fra Blanda ed i fiumi Alento e Palistro (v. p. 66 e, ivi, n. 4); i territori, invece, a nord del Palistro e ad est dell’Alento furono aggregati al gastaldato di Salerno (v. p. 98).”. Interessante ciò che scrive il Cantalupo su Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, che scrive che: “Si distinse in questa impresa, per particolare valore, Guido signore di Policastro, che battendosi come un leone potè riconquistare gran parte della regione Bricia, specie le aree costiere fino all’Alento (1) come ricorda nei suoi versi l’arcivescovo Alfano I “Sunt in Lucania portus regione Velini, etc… (2)”. Il Cantalupo, a p. 119, nella nota (2) postillava che: “(2) Alfano I, ‘Ad Guidonem….., cit. L’ode probabilmente del 1074 (v. M. Schipa, ibidem, p. 299 etc…”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle terre conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. Ebner, a p. 85, nella nota (20) postillava che: “(20) Alfano, cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastrivictor in aula”. Secondo Amato, VII, 12 Guido morì nel 1075.”. Da Wikipedia leggiamo che nel 1058 o 1059, Guglielmo sposò Maria, principessa longobarda, figlia di Guido (duca di Sorrento e fratello di Guaimario IV principe di Salerno); Guglielmo ereditò tutti i possedimenti di Guido nel Principato di Salerno e combatté contro il successore di Guaimario, Gisulfo II, le cui terre occupò fino a lasciare ben pochi possedimenti all’effettivo Principe di Salerno. Devo precisare però che alcune cose scritte in Wikipedia sono errate perche dopo l’assassinio di Guido, fratello di Gisulfo II, da parte di Guimondo dei Mulsi, suo fidato, Guglielmo (I) non riuscì ad ottenere la vasta contea di Policastro, che fu assegnata a Landolfo, fratello di Guido e di Gisulfo II. Entrò quindi in conflitto anche contro il fratello Roberto, quando questi venne in aiuto di Gisulfo che gli aveva promesso in moglie sua sorella Sichelgaita di Salerno. Le relazioni tra i fratelli si appianarono poi in seguito. Ereditò inoltre la Capitanata da Malgerio, che morì tra il 1054 ed il 1060. Nel 1067 fu scomunicato al Concilio di Melfi insieme a Turgisio di Sanseverino e Guimondo de Moulins, per aver rubato le proprietà della Chiesa di Alfano I, arcivescovo di Salerno. Quello stesso anno si recò a Salerno per riconciliarsi con il Papa Alessandro II. Secondo alcune fonti morì nel 1080. Alla morte lasciò i possedimenti nel Principato di Salerno al suo figlio maggiore, di nome Roberto, mentre lasciò la Capitanata al fratellastro Goffredo (secondo Malaterra in segno di amore fraterno). Fu sepolto nella chiesa della Santissima Trinità di Venosa. Il terzogenito, Riccardo, partecipò alla prima crociata e fu, dal 1104 al 1108, reggente della contea di Edessa in terrasanta. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi a dopo la morte di Umfredo, in proposito scriveva che: Più apertamente Guglielmo del Principato e i suoi erano assistiti da Guido di Conza, il quale, indignato per l’assenso dato dal principe alle nozze di Sighelgaita senza il suo parere, cercò di controbilanciare l’evento dando in moglie una sua figliuola al conte del Principato. Il persistere da parte di quest’ultimo nel rifiuto d’obbedienza, riaccese gli scontri tra i due Altavilla. Certamente Guglielmo avrebbe perduto l’altro territorio se Gisulfo, ritenendolo più profiquo politicamente ed economicamente, non si fosse riappacificato con il conte del Principato (26) prima di cominciare a tergiversare sull’epoca delle nozze e sulla consegna della dote della sorella.”. Ebner, a p. 87, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Amato, IV 25: “Et Guillerme fu fait chevalier de Gisolfe; et lo prince Gisolfe lo fist son frere”.”. Piero Cantalupo (….), a p. 125 scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II “Esse, dopo il 1077, si estendevano tra il fiume Tusciano ed il golfo di Policastro e confinavano con le contee di Rota, di Conza e di Marsico, ma escludevano le contrade comprese fra il Sele, Magliano e l’Alento, che erano state le ultime a venire in potere ai nuovi dominatori. Un feudo dunque, di vastissima estensione, il cui centro politico fu Eboli, e che Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1). Da Roberto la Contea passò al figlio Guglielmo (II) e poi ai figli di costui: prima Nicola e poi Guglielmo (III)(2). La sua estensione però andò mano a mano riducendosi tra il finire dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, in quanto dal nucleo originale si staccarono, oltre a una serie di feudi minori, le terre di Policastro, quelle della signoria di Novi e quelle del Vallo di Diano, le quali ultime, eccetto alcune che restarono in possesso di rami collaterali dei d’Altavilla, furono in massima parte aggregate, con quelle di Novi, alla contea di Marsico (3), sicchè già nel 1131 il feudo posseduto da Nicola di Principato si era ristretto fra il Tusciano, il Sele, Eboli ed il mare (4). Da Guglielmo (III) la contea andò al figlio di suo fratello Nicola, Enrico, e poi al figlio di questi, Guglielmo (IV), che ne era in possesso nel 1195 (5).”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (1) postillava che: “(1) G. Paesano, Memorie per servire alla storia della chiesa salernitana, II, 18 (a. 1090). Guglielmo d’Altavilla che sposò la figlia di Guido di Conza, portò unicamente il titolo di conte di S. Nicandro (S. Nicandro di Bari) e, sebbene ricevesse in feudo dal fratello Umfredo la contea di Principato (‘Duos itaque fratres suos comites fecit: Malgerium Capitanatae, Willelmum vero Principatu; GAUFREDI MALATERRAE, op. cit., I, 16, p. 16), non ne portò il titolo comitale, come risulta da R. GUARNA (Chronicon, cit., ad an. 1075):…..Willelmus, comes de Sancto Nicandro, pater Roberti, comitis de principatu.”. Il Cantalupo, proseguendo nelle sue note ci parla degli anni seguenti che ora non si trattano. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 200, in proposito scriveva che: Ruggero inizialmente segui’ il Guiscardo nelle conquiste, fino a quando i loro rapporti non furono incrinati da interessi e gelosie. Per questo nel 1058 prestò la sua opera al fratello Guglielmo, il famigerato “Braccio di Ferro”, già padrone di vasti territori a sud di Salerno (14).”. Qui però il Campagna confonde Guglielmo detto braccio di Ferro con il Guglielmo conte del Principato fratello di Ruggero perchè figli della stessa madre Fresenda. Il Campagna, a p. 200, nella nota (14) postillava che: “(14) Guglielmo d’Altavilla, che aveva sposato la nipote di Guaimario di Salerno, la figlia di Guido, il duca di Sorrento, avrebbe dovuto dividere i territori occupati e da occupare in tante baronie, secondo il volere del potente signore salernitano.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: dal Tusciano all’oltre Sele, da Eboli al mare; senza enumerare quelli dipendenti direttamente dal castello di Sicignano, dove Guglielmo aveva posto la Curia.”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II.”.

Nel 1058, la terribile carestia che arrivò in Calabria

John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: Ma questo giovane era destinato a ben altro che una vita di brigantaggio e ripercorrendo all’indietro la storia ci accorgiamo che il momento decisivo per lui, dopo il suo arrivo in Italia, fu l’anno 1058, quando una terribile carestia colpì tutta la Calabria. I normanni stessi furono causa di tanto disastro; la terribile tattica, da loro impiegata, della terra bruciata fece sì che per sterminare zone non vi fosse più né un albero d’ulivo né un campo da coltivare.”. Julius Gay (…), nel suo ultimo capitolo V, avendo egli scritto nel 1917, pur non conoscendo le antiche pergamene greche dell’Archivio Aldobrandini (…), scoperte e pubblicate da Pratesi (…), nel 1958, scriveva che intorno all’anno 1058, nella Calabria conquistata dal Guiscardo “E’ per la Calabria, un’epoca di miseria e d’anarchia, che ricorda i tempi delle invasioni saracene. Nel 1058 una terribile carestia, causata da eccezionale siccità, dalle devastazioni dei Normanni e dall’abbandono delle terre, desola il paese.”. La notizia viene dal cronista Goffredo Malaterra. Infatti, Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 73 (Libro I), in proposito scriveva che: “Cap. XXVII. In Calabria scoppia una terribile carestia. Nell’anno 1058 una grandissima rovina, e più precisamente, come si deve credere, il flagello dell’ira di Dio scagliato dal cielo a punizione dei peccati, devastò tutto il territorio della Calabria nello spazio di tre mesi, e cioè marzo, aprile e maggio…..Da una parte infatti infieriva la spada dei Normanni, a cui pochi riuscivano a sfuggire; dall’altra la fame, esauritesi le forze degli individui, infuriava prostandone i corpi; e infine un terzo disastro, ecc…”. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), e scrive: “Il monastero di San Nicola di Donnoso, annota Russo, «registrò un progressivo incremento dei propri beni fondiari, al punto da non risentire degli effetti delle depredazioni normanne, né della grande carestia del 1058. È questo un aspetto di non secondaria importanza che rafforza maggiormente la convinzione della potenza, anche economica, del monastero di San Nicola di Donnoso e della brama di venirne in possesso da parte dei Normanni e delle organizzazioni religiose latine. Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». Dunque, il Colombaro ci parla della grande carestia che colpì la Calabria Bizantina in quegli anni e del racconto stesso del Malaterra.

Nel 1059, il matrimonio di Roberto il Guiscardo e Sighelgaita sorella di Gisulfo II

Da Wikipidia leggiamo che poco dopo la sua ascesa al comando supremo dei Normanni, quasi certamente nel 1058, Roberto ripudiò la prima unione con Alberada di Buonalbergo, madre di Boemondo e di Emma. Egli fece annullare le nozze perché avvenute tra consanguinei; fu la prima volta che si ricorse a tale motivazione allo scopo di sciogliere un matrimonio. Alberada si fece in disparte, confinata nella rocca di Melfi (ma poi si risposerà con Riccardo, figlio di Drogone). Per rinforzare l’alleanza politica con i Longobardi, a Melfi si celebrarono le nozze tra il guerriero normanno e la potente principessa Sichelgaita di Salerno, figlia ventiduenne del defunto Guaimario IV e sorella del nuovo principe Gisulfo II. In cambio della mano della sorella, Gisulfo chiese a Roberto di distruggere due castelli appartenenti a Guglielmo del Principato, fratello minore del Guiscardo, che da tempo imperversava nei domini di Salerno. Il Normanno Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo, aveva sposato in seconde nozze la principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II. Dall’unione con Sighelgaita il Guiscardo ebbe un figlio, Ruggero Borsa (Ruggero I). Alla morte del Guiscardo, nel 1085, sua moglie Sighelgaita, fece di tutto per dare il potere al suo figlio Ruggero Borsa, a danno dell’altro figlio del Guiscardo, Boemondo, nato dalle prime nozze del Guiscardo con Alberada di Buonalbergo. Poco dopo la sua ascesa al comando supremo dei Normanni, quasi certamente nel 1058, Roberto ripudiò la prima unione con Alberada di Buonalbergo, madre di Boemondo e di Emma. Egli fece annullare le nozze perché avvenute tra consanguinei; fu la prima volta che si ricorse a tale motivazione allo scopo di sciogliere un matrimonio. Alberada si fece in disparte, confinata nella rocca di Melfi (ma poi si risposerà con Riccardo, figlio di Drogone). Nel 1058, Roberto il Guiscardo ripudierà la prima moglie, la madre di Boemondo (Boemondo I d’Altavilla, futuro re d’Antochia), Alberada di Buonalbergo, per sposare la principessa Longobarda Sighelgaita, dalla quale avrà Ruggero Borsa e Guido (nato nel 1061). Abbiamo già visto in altri nostri saggi, ivi pubblicati, come Ruggero Borsa, avrà una notevole influenza sui nostri territori, ma solo dal momento che lui sarà l’effettivo successore di suo padre Roberto. Fino a che il Guiscardo, però, sarà in vita, i suoi primi figli Emma e Boemondo, avranno un ruolo, sia pur secondario ma restavano sempre i suoi primi figli.  Il Normanno Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo, aveva sposato in seconde nozze la principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II. Dalle prime nozze il Guiscardo aveva avuto una figlia,  Emma sposata poi con Odone Marchisio di cui come vedremo in avanti, sarà un personaggio che ricorre spesso in alcuni documenti dell’epoca che riguardano le nostre terre. Roberto il Guiscardo, per sposare la prinicipessa Longobarda Sighelgaita, sorella del principe di Salerno Longobardo Gisulfo II e madre di Ruggero Borsa, dovette ripudiare la prima moglie Alberada di Buonalbergo, normanna come lui e che aveva sposato durante la sua permanenza in Calabria, con la scusa della consanguineità e, da cui aveva avuto due figli: Emma e Boemondo d’Altavilla. Invero il matrimonio fu sciolto per permettere al Guiscardo di sposare una principessa longobarda, rafforzando così la sua posizione di potere presso i Longobardi. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “Roberto ruppe gli indugi partendo con Sighelgaita per la Calabria dove la sposò (a 1058 assegnandole, come si è visto, quale “dono del mattino” un quarto delle terre conquistate in Calabria. Ecc..”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “E’ innegabile, la morte di Umfredo (a. 1057) segnò una svolta storica decisiva e non soltanto per il Principato di Salerno. Roberto, insensibile alle pretese di Abelardo, figliuolo del defunto fratello, validamente sostenute dalla madre, si fece acclamare “conte dei Normanni” facendo poi della contea di Puglia un ducato nel 1059: “germe di discordia che minacciava mutarsi in guerra civile”, commenta M. Schipa. Senza dire della pretesa di Roberto perchè il fratello Guglielmo, come conte del Principato, rinnovasse a lui l’obbedienza prestata a Umfredo: pretesa che Guglielmo, insofferente dell’autoritarismo di Roberto, rifiutava. Del dissidio tra i due fratelli cercò di approfittare il principe Gisulfo, chiedendo a Roberto di aiutarlo a riconquistare i beni usurpati da Umfredo e Guglielmo. La richiesta venne fatta in un momento più che favorevole: Roberto aveva chiesto in sposa la bella, saggia e animosa sorella del principe, Sighelgaita, che la tradizione ricorda seguisse Roberto anche sul campo di battaglia. Ma le schiere del principe e del fratello Guido, con la cavalleria del Guiscardo, se ottenero successi in pianura furono poi arrestate dal suaccennato baluardo difensivo e dai larvati aiuti dei cugini di Capaccio del principe. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Un complesso intrigo di avvenimenti contribuiva, così, a sfaldare il dominio longobardo ecc…..il matrimonio di Umfredo con la figlia di Guaimario; il matrimonio di Guglielmo de Magnia con Beta, secondogenita di Pandolfo di Capaccio; il matrimonio in Calabria, 1058, tra Roberto il Guiscardo e Sichelgaita, sorella di Gisulfo, mentre una figlia di Guido di Conza andava sposa a Guglielmo, conte del Principato. Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: Ciò provocò l’insorgere di non pochi complessi nel principe (43), che cercò quasi di esorcizzarli rinviando ‘sine die’ gli impegni assunti, persino sulla consegna della dote della sorella Sighelgaita. Fu a questo punto che Roberto il Guiscardo, indignato, sposò malgrado tutto Sighelgaita (Melfi, a. 1059) assegnandole secondo il costume longobardo, ecc…”. Ebner, a p. 225, nella nota (43) postillava che: “(43) Ebner, ‘Storia’, cit., pp. 34 e 84.”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (44) postillava che: “(44) Id., ibidem, p. 87 sg. Roberto il Guiscardo aveva ripudiata Alverada di Buonalbergo dalla quale aveva avuto anche il noto Boemondo.”. Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), nella sua nota (1) di p. 54, postillava che: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio illustrato nell’altra immagine.

Nel 1059, Roberto il Guiscardo fondò l’ABBAZIA della SS. TRINITA’ di VENOSA e la sua influenza nella Lucania occidentale

Da Wikipedia leggiamo che il complesso della Santissima Trinità di Venosa è un’incompiuta opera religiosa costituita da una “chiesa antica” (o chiesa vecchia), a cui dà accesso l’entrata principale, e da una “chiesa incompiuta” (o chiesa nuova), la cui costruzione non fu mai portata a termine. L’abbazia contiene la stratificazione di tracce ereditate principalmente da Romani, Longobardi e Normanni. Venne riconosciuto come monumento nazionale con regio decreto dal 20 novembre 1897. Vi è controversia sulla data di fondazione, ma gli studi più recenti riprendono le teorie di Daniel Bertaux secondo il quale l’abbazia (che inizialmente comprendeva solo la Chiesa antica) venne innalzata dai Benedettini prima della venuta dei Normanni. Il nucleo originario è costituito da una basilica paleocristiana sorta tra il V e il VI secolo, ove in precedenza vi era un tempio pagano dedicato a Imene. Nel 1059 venne consacrata da papa Niccolò II. Nello stesso anno Roberto il Guiscardo volle rendere la chiesa il sacrario degli Altavilla e fece portare all’interno le salme dei suoi fratelli Guglielmo “Braccio di Ferro”, Umfredo e Drogone (verrà poi anche lui sepolto qui). L’edificio venne iniziato con l’impiego di materiali provenienti da monumenti più antichi. Il suo progetto risale al XII secolo, in architettura normanna, quando la Chiesa antica venne giudicata un luogo inadatto a contenere un certo numero di fedeli, quindi si optò di architettare un vasto abside a cappelle radiali, con il fine di creare un’unica grande basilica. Si ipotizza che i lavori, sovvenzionati dai Benedettini, iniziarono verso la metà del 1100 ma il ritmo andò scemando a causa dell’altalenante patrimonio dei Benedettini e anche perché questi furono costretti ad abbandonare Venosa, causa la soppressione del loro monastero da papa Bonifacio VIII nel 1297. L’Ordine non prestò attenzione all’impianto monastico della nuova chiesa e stanziò il proprio quartier generale all’interno di Venosa, nel “Palazzo del Balì”. Da quel momento la struttura non venne più completata ma vennero attuati altri interventi come il portale nel XIV secolo e il campanile a vela nel XVI secolo, ma a livello architettonico la Chiesa incompiuta rimase tale. Oggi il monumento è affidato all’antico ordine dei Padri Trinitari. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta della Alaggio, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: Ricordiamo per inciso che tale abbazia era stata fondata da Roberto il Guiscardo in segno di ringraziamento dopo la vittoria sui Bizantini, che gli aveva consentito di completare il possesso del Sud, peraltro sancito da papa Niccolò II nel Concilio di Melfi, appositamente indetto nel 1059. Con tali presupposti l’abbazia venusina raggiunse in breve tempo il culmine del suo prestigio, assurgendo anche a mausoleo dei normanni e gestendo spiritualmente ed economicamente un vastissimo territorio. Questa, dopo il periodo di splendore legato alla monarchia normanna, perse la sua autonomia e, nel 1194, etc…”. Medici, a p. 73 scriveva pure che: “Le nuove acquisizioni offerte da Rosanna Alaggio, pertanto, permettono di delineare con maggiore evidenza rispetto al passato il ruolo ricoperto nel Vallo dai benedettini, i quali, in pratica, si dividevano tra i centri di Cava e Venosa, vale a dire i due poli meridionali nei quali si era irradiato il monachesimo di Montecassino. Il Vallo, infatti, nella sua parte settentrionale, con i monasteri di S. Pietro di Polla, di Sant’Arsenio, Caggiano gravitava nell’orbita dell’abbazia di Cava, mentre a Sud, con le dipendenze di Sala, fra cui S. Giovanni in Fonte e S. Nicola di Goffredo (90), e con il convento di Cadossa a Montesano, era legato all’abbazia di Venosa.”. Medici, a p. 74, nella nota (90) postillava che “S. Nicola di Goffredo: “(90) Era uno di quei casali posti alle pendici dell’abitato di Sala. Perla storia di Sala vedi Rossi F. , La cronaca della Città di Sala Consilina, Tipografia De Marsico, 1900.”. Si tratta del testo di ROSSI F. A., Cronaca della città di Sala Consilina derivata dalle distrutte e incenerite citta di Consilino, Consilina Lucana e Marcelliana, Sala Consilina (SA) 1900.

Nel 1059, il Ducato di Puglia e di Calabria di Roberto il Guiscardo

Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III riferendosi a Roberto il Guiscardo dopo la morte del fratellastro Umfredo, duca di Puglia, nel 1057, in proposito scriveva che: …..si fece acclamare “conte dei Normanni” facendo poi della contea di Puglia un ducato nel 1059: “germe di discordia che minacciava mutarsi in guerra civile”, commenta M. Schipa. Ecc…”. Il Ducato di Puglia è una signoria normanna affidata per la prima volta al cavaliere Roberto il Guiscardo della famiglia Altavilla e costituita come entità territoriale come conte di Puglia, nella quale i normanni amministrano giustizia e battono moneta per privilegio pontificio nel 1059 nei territori corrispondenti alle attuali regioni Puglia, Basilicata e parte orientale e meridionale della Campania (dunque il basso Cilento). Il titolo di Duca di Puglia fu spesso unito a quello di Duca di Calabria e come tale rimase fino a quando i due ducati furono uniti alla Contea di Sicilia con Ruggero II per formare il Regno di Sicilia. Nell’estate dell’anno 1059 la Contea di Puglia si trasforma in Ducato come entità territoriale ben definita. Durante il primo concilio di Melfi, infatti, il pontefice Niccolò II, fermo restando la capitale a Melfi, nomina Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria mediante accordi presi con il Trattato di Melfi e perfezionati con il Concordato di Melfi.

Tra il 1059 ed il 1061, Roberto il Guiscardo conquistò la Calabria bizantina

Da Wikipidia leggiamo che nei vent’anni successivi fu impegnato in una formidabile serie di conquiste e annessioni nel Sud Italia e in particolare in Calabria, per poi passare a guadagnarsi il dominio sulle terre siciliane, assieme al fratello Ruggero I. La prima campagna d’espansione di Roberto il Guiscardo era cominciata poco prima, nel giugno del 1059, in coincidenza con l’apertura dei lavori del Concilio di Melfi. Roberto si pose a capo di un esercito e marciò sulla Calabria, compiendo così il primo tentativo di sottomissione di quella provincia, ancora saldamente in mano bizantina, dai tempi della campagna di Guglielmo Braccio di Ferro e Guaimario IV di Salerno. Recatosi a Melfi per ricevere l’investitura ducale del Mezzogiorno, fece rapidamente ritorno in Calabria, dove le sue armate tenevano sotto assedio Cariati. Al suo arrivo la città si arrese e prima dell’inverno anche Rossano e Gerace caddero nelle sue mani. Quando ormai ai Bizantini non restava che la sola Reggio, Roberto tornò in Puglia, dove cercò di rimuovere le guarnigioni greche dai castelli di Taranto e Brindisi (1060). Roberto il Guiscardo e Ruggero I di Sicilia. Tornato di nuovo in Calabria, si riunì al fratello Ruggero e si lanciò alla conquista di Reggio, caduta dopo un lungo e difficoltoso assedio al quale seguì la presa di Scilla, una cittadella fortificata in cui avevano trovato rifugio le guarnigioni reggine. A questo punto la strada verso la Sicilia era ormai spianata. Il primo attacco all’isola fu sferrato a Messina, contro la quale il Guiscardo inviò inizialmente un piccolo contingente, subito respinto dalle difese saracene. Non disponendo ancora di un esercito d’invasione adatto all’impresa, Roberto decise di prepararsi al rientro in Puglia, messa sotto attacco da un nuovo contingente bizantino inviato dall’imperatore Costantino X. Nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio e Roberto in persona fu richiamato in patria. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa. L’invasione della Sicilia ebbe inizio nel 1061 con la presa di Messina, espugnata con relativa facilità dalle forze congiunte di Roberto e Ruggero. Gli uomini del Guiscardo si appostarono nottetempo nei pressi delle guarnigioni e sorpresero le guardie saracene allo spuntare del mattino: quando le sue truppe raggiunsero la città, la trovarono già abbandonata. Roberto pose lì il suo quartier generale e provvide ad innalzare nuove fortificazioni, mentre stringeva un’inedita alleanza con l’emiro musulmano di Siracusa Ibn al-Thumna, rivale dell’emiro di Castrogiovanni, Ibn al-Hawwās. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…”. Orazio Campagna (….), nel suo “La “Regione mercuriense” etc….”, a p. 91, in proposito scriveva che: “Nel 1060 l’intera Calabria non era più sotto il dominio bizantino. Con l’avvenuta occupazione di Ruggero e di Roberto il Guiscardo, continuò, lenta, ma inesorabile, anche la latinizzazione di gran parte dei monasteri basiliani.”.

Nel 1061, Ruggero I d’Altavilla sposò Giuditta d’Evreux

Da Wikipedia leggiamo che Ruggero fu inizialmente vassallo del fratello Roberto, duca di Puglia e di Calabria, come conte di Calabria, e stabilì la propria corte a Mileto, in Calabria. Proprio a Mileto, nel Natale del 1061, sposò la normanna Giuditta d’Evreux, figlia del conte Guglielmo d’Évreux e di Hadvise Géré. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a pp. 169-170 e ssg., in proposito scriveva che: “Qui trascorse il Natale; e qui gli giunse notizia che la fanciulla che aveva amato in Normandia, fin dalla prima giovinezza, si trovava ora in Calabria dove lo aspettava sperando, come aveva sperato sempre, di diventare sua moglia: la sua gioia fu grande. Giuditta di Evreux era figlia di uncugino germano di Guglielmo il Conquistatore. Quando i due giovani si erano conosciuti l’idea di un possibile matrimonio tra la fanciulla così altolocata e il più giovane e il più povero degli Altavilla, famiglia relativamente oscura, era impensabile; ma da allora molte cose erano cambiate. Una violenta lite era scoppiata tra il duca Guglielmo e Roberto di Grantmesnil, fratellastro e tutore di Giuditta e abate del grande monastero normanno di St. Evroul-sur-Ouche. In seguito a tale lite Roberto era fuggito insieme a Giuditta, al fratello e alla sorella di lei e ad undici monaci rimastigli fedeli; si diresse prima a Roma dove Roberto tentò di ottenere soddisfazione dal papa, proseguendo poi per raggiungere i suoi compatrioti nel Sud. Roberto il Guiscardo aveva fatto loro buona accoglienza. Bramoso di minare l’influenza dei monasteri greci in Calabria, incoraggiava l’insediamento di monaci latini ovunque possibile e aveva immediatamente fondato, dotandola riccamente, l’abbazia di Sant’Eufemia in Calabria, dove sarebbe stato possibile perpetuare le celebri tradizioni liturgiche e musicali di St. Evreul (6). Ma anche Ruggero aveva i suoi piani.”.

Nel 1062, Roberto il Guiscardo assediò Scalea ed il fratello Ruggero I d’Altavilla

Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni riferendosi a dopo la conquista della Calabria e riferendosi a Scalea, divenuta base operativa e sede di Ruggero I d’Altavilla scriveva che: Da questa base cominciò ad insediare i possedimenti del Guiscardo, che mosse contro Scalea con un grosso esercito. Assediò il fratello e, per recargli maggiori danni, cominciò a devastare gli oliveti e le vigne vicine. Proprio questo particolare ci dà un’idea della floridezza di Scalea nel primo periodo normanno. In primo luogo era già un castello fortificato in grado di offrire valida resistenza addirittura al più grande genio militare dell’epoca, Roberto il Guiscardo. Doveva, quindi, essere dotato di mura, torri e porte che in così breve tempo non potevano aver costruito i Normanni, ecc….Dalle parole di Goffredo Malaterra, quindi, possiamo desumere che Scalea già da tempo godeva di una fiorente condizione economica….Ecc..”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: Quando Roberto ne venne a Melfi, quarto Conte di Puglia, Ruggiero mal disposto contro di lui, entra nel paese di Calabria che il fratello diceva suo, e prende Scalea sul Tirreno: anzi avanza tanto per la regione basilicatese che viene a mettere a saccomanno ed incendii le campagne stesse di Melfi.”.

Nel 1062, Ruggero I d’Altavilla e Roberto il Guiscardo a DISKALIA (Scalea) la firma del patto per la spartizione dei territori

Carmine Manco (…), nel suo “Scalea prima e dopo -Cenni storici”, a p. 24 scriveva che: “Nel contempo Ruggero e Roberto si riappacificarono e, nel castello di Scalea, firmarono il patto di spartizione della Calabria. In questo periodo la vita di Scalea era condizionata dagli umori e alle imprese di Ruggero e dei suoi successori”. Dunque, da Carmine Manco leggiamo che nel castello di Scalea, fatto ricostruire da Ruggero I d’Altavilla, si stipulò il nuovo patto dai due fratelli rivali ma uniti spesso nella conquista dei territori. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riprendiamo ora il filo della narrazione e ritorniamo a Ruggiero assediato a Scalea. Dal momento che l’assedio si rivelava lungo ed estenuante, Roberto, da fine politico qual era oltre che esperto militare, comprese che se un avversario non poteva essere vinto con la forza, bisognava scendere a patti con lui. Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, che, con il titolo di conte di Scalea e Malvito, firmò alcuni documenti di cui il più antico è dell’anno 1083, ossia due anni prima della morte del Guiscardo. Comunque stiano le cose, la vecchia ‘Diskalia’, divenuta contea e ora pomposamente ribattezzata Scalea (ma si osservi che nella parlata locale ha conservato la forma ‘a Skalia’), continuò a prosperare per tutto il periodo Normanno e si trasformò nella più importante fortezza militare del Golfo di Policastro, base della flotta che controllava le rotte che collegavano il golfo di Napoli, la penisola Amalfitana e Salerno con la Calabria meridionale e soprattutto con la Sicilia. La nuova contea, dotata di territori ben più vasti di quelli dell’attuale Comune, confinava a nord-ovest con le terre degli Skulland, signori di Aieta, a sud-est con quelle dei conti di Avena, da cui in un secondo tempo si staccarono Papasidero, Orsomarso, Mercurio e Abatemarco, che più tardi si svilupparono come feudi indipendenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: Roberto che già volgeva in mente più vasti disegni, volle cedere in parte alle pretese del fratello; gli riconosce le conquiste che aveva fatte nell’estrema Calabria, e in ispecie la città di mileto, che divenne capo del Comitato di Calabria; e così la pace è fatta tra loro. Quindi entra in nuovi accordi col principe di Salerno, che era necessario ecc…”. Sul sito del FAI leggiamo che il castello di Scalea, noto anche come ruderi del castello normanno, è un rudere di un castello costruito su uno sperone roccioso sul paese di Scalea, risalente al XI o al XII secolo. Rimangono visibili solo i muri perimetrali e una torre. Venne costruito nell’XI secolo come fortezza militare dai Normanni sui resti di una rocca longobarda e restaurato successivamente dagli Svevi, dagli Angioini e poi dagli Aragonesi. Durante la dominazione normanna, al suo interno si incontrarono i fratelli Ruggero e Roberto d’Altavilla per dividersi i territori calabresi. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a pp. 170-171, in proposito scriveva che: “L’anno 1062 incominciò bene, ecc…Il duca di Puglia ricominciava a farne delle sue. Sin dal 1058 si era impegnato a dividere in parti uguali le sue conquiste in Calabria con il fratello; da allora in poi però, indispettito per l’influenza sempre maggiore che andava acquistando Ruggero e temendo per la sua stessa posizione, si era rifiutato di mantenere fede alle promesse. Ruggero, per tutto il tempo che era stato impegnato in Sicilia aveva accettato, pur di mala voglia, il denaro che Roberto gli aveva offerto in cambio dei territori che gli sarebbero dovuti spettare, ma ora che si era sposato la situazione era diversa.”. Sempre il Norwich continuando il suo racconto, a p. p. 174, in proposito scriveva che: “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero dopo l’indecoroso alterco tra i fratelli. Sembra che la spartizione sia stata fatta in base ad un accordo per cui ogni città e castello veniva diviso in due zone d’influenza separate, impedendo così alle popolazioni di parteggiare per l’uno o per l’altro, qualora fossero sorte controversie. Tale sistema lascia pensare che la mutua fiducia non poggiava su basi troppo solide; ecc….Una cosa è certa: l’accordo permise a Ruggero di donare a Giuditta il ‘Morgengab’ che le spettava, e e a quelli della sua famiglia i beni terieri che si confacevano alla dignità della loro nuova posizione.”. Dunque, come scriveva il Norwich, con questo accordo  “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero”. Secondo Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, ecc…”. E’ molto probabile che dopo la presa di Salerno da parte del fratello Roberto detto il Guiscardo, subentrarono nuovi accordi tra i due e Scalea passasse definitivamente al figlio di Roberto il Guiscardo, detto “Roberto detto Scalone o Scalione”. Infatti, le notizie che seguiranno ci fanno dubitare del possesso da parte di Roberto anche della non lontano Policastro che, pare, sia stata assegnata dal Duca Ruggero I d’Altavilla, futuro re di Sicilia al figlio Simone. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che: “Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 39 e ssg., in proposito scriveva che: “Intanto, una grande carestia affligge la Calabria: per le gravi difficoltà in cui versano, i calabresi cominciano a non pagare il tributo e a rifiutare il servizio militare mentre a Nicastro giungono a massacrare la guarnigione normanna. Il Guiscardo comprende che il diffondersi della rivolta rischia di vanificare quanto finora conquistato e si riappacifica con il fratello. La Calabria viene divisa in due zone di influenza e la linea di demarcazione è la via istmica che unisce i golfi di Sant’Eufemia e di Squillace: a nord della stessa è riconosciuto il dominio del Guiscardo ed a sud quello di Ruggero, che pone la sua base operativa a Mileto.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”. Il Pontieri, a pp. 468-469, in proposito scriveva pure che: “Senonchè questo curioso condominio, di cui Ruggero II otterrà nel 1122 l’annullamento da parte del debole cugino Guglielmo I in rivalsa degli aiuti allora da lui prestatigli (114), era stato inteso nel senso che al duca di Puglia fosse devoluta la metà dei tributi riscossi nei nuemerevoli territori, senza che ciò giustificasse una limitazione della giurisdizione del conte di Sicilia e di Calabria su di essi: nulla, pertanto, impediva che questi elevasse alla funzione permanente di capitale del suo stato Palermo etc…”.

La Molpa in Goffredo Malaterra, cronista d’epoca Normanna

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, a p. 368, in proposito a ciò che scriveva il cronista Normanno Goffredo Malaterra, diceva che: “Ed oltre a questo (locchè più importa) e che Melfi è Città edificata dopo dà Normanni. Giustifica questa verità il citato ‘Malaterra’ nel principio del ‘lib. I.’ col mostrarcene la fondazione sul cominciar del secolo XI. (Eccone le parole: ‘Sed cum fine Castro, quo se tuerentur (Normanni) essent, Castrum, quod Melfa dicitur, construxerunt. Quando all’incontro nell’Epist. 23. di S. Gregorio lib. 6, indict. 14.”. Scrive sempre l’Antonini a pp. 368-369: “Quanto all’incontro nell’Epis. 23 di S. Gregorio, lib. 6, indict. 14., trovasi nell’anno 596, fatta menzione di Pimenio Vescovo d’Amalfi. Sicchè far venire col ‘Capaccio’ da Melfi, ch’era ‘in mente Dei’, la gente all’edificazione d’Amalfi già edificata, è pretendere una cosa affatto ridicola.”. L’Antonini (…), nella sua nota (1) a p. 369 postillava che: “(I) Eccone diverse autorità. La ‘Cronaca manoscritta Cavense’, nell’anno MXCVI parlando dell’assedio di Amalfi (di cui anche ragiona il ‘Malaterra’) dice: “Rogerius ecc…”. Poi nel manoscritto scrive “Rogerius Dux obsedit Amalphiam, & coepit eam: e nell’anno MCXXX vi si legge: “Et …………….”.

Antonini, p. 367

L’Antonini cita di nuovo il cronista d’epoca normanna Goffredo Malaterra, a p. 369, scrivendo che: “E quindi è venuto che Amalfi, siccome anche la Molpa, è stato chiamato indifferentemente ‘Melfa’ (2), Malfa, Melpa, come chiaramente si legge in Malaterra lib. 4., c. 24 nel viaggio Gerosolimitano di Pietro Tudebodo, ed in cento autori di quei secoli.”. L’Antonini, credeva che la ‘Melfi’, citata dal Malaterra, fosse la Molpa di Camerota e Palinuro. Il racconto del Malaterra, riferisce un episodio del 1057. Erano proprio gli anni in cui il normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, insieme ai suoi fratelli, iniziava ad impossessarsi di diversi territori della Calabria. Nell’anno 1058, il Guiscardo, sposerà la sorella di Gisulfo II, principe longobardo di Salerno e, nel 1065, distruggerà per la seconda volta Policastro. L’Antonini (…), a p. 367, continuando il suo racconto su Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose nostre Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto il Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (I), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi Città dello stesso Guiscardo, ed il più forte luogo, ad asilo dè Normanni, dà medesimi frescam ente edificato. (2).”. A questo punto del racconto sulla città di Melfi, o della Molpa, l’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) Agostino Inveges in quanti luoghi occorre ragionar di Melfi, sempre col nome di Amalfi lo chiama, onde gran confusione nasce.”. La notizia dell’origine di alcuni nostri paesi che, come sosteneva il Porfirio, furono: costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani”, dovrebbe connettersi, attestandosi al periodo del primo Guiscardo, alla restaurazione della sede episcopale bussentina, con la nomina a Pietro Pappacarbone, primo vescovo della restaurata sede episcopale suffraganea di Policastro. Il Porfirio (…), faceva riferimento al periodo in cui venne restaurata la sede episcopale Bussentina, diventata da quel momento Paleocastrense, con la nomina di Pietro Pappacarbone a primo vescovo della restaurata sede. I fatti narrati dal Laudisio (…) e poi dal Porfirio (…), ricorrono al tempo di Roberto il Guiscardo prima o dopo il Concilio di Melfi. L’Antonini, scrivendo di Molpa diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (“mercadanti”), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa a Scalea. Si tratta del Libro I, del Cap. XXVI, il Malaterra scriveva (v. Lo Curto, p. 71) che: Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto.”. Inoltre l’Antonini, a p. 368, in proposito a ciò che scriveva il cronista Normanno Goffredo Malaterra, diceva che: “Ed oltre a questo (locchè più importa) e che Melfi è Città edificata dopo dà Normanni. Giustifica questa verità il citato ‘Malaterra’ nel principio del ‘lib. I.’ col mostrarcene la fondazione sul cominciar del secolo XI. (Eccone le parole: ‘Sed cum fine Castro, quo se tuerentur (Normanni) essent, Castrum, quod Melfa dicitur, construxerunt. Quando all’incontro nell’Epist. 23. di S. Gregorio lib. 6, indict.14.”. Scrive sempre l’Antonini a pp. 368-369: “Quanto all’incontro nell’Epis. 23 di S. Gregorio, lib. 6, indict. 14., trovasi nell’anno 596, fatta menzione di Pimenio Vescovo d’Amalfi. Sicchè far venire col ‘Capaccio’ da Melfi, ch’era ‘in mente Dei’, la gente all’edificazione d’Amalfi già edificata, è pretendere una cosa affatto ridicola. Alquanto però diversamente narra l’edificazione d’Amalfi, ‘Marino Frezza’ (I) suo Cittadino nel ‘tratt. de subfeud. lib.I. fol. 37. poichè non fa venire i Romani da Ragusa alla Molpa, e da quì a fondare Amalfi, ma dal Cilento citeriore intorno al Silaro, che vuol dire più di cinquanta miglia ad occidente ecc…”. L’Antonini, cita di nuovo il cronista Normanno Goffredo Malaterra, a p. 369, scrivendo che: “E quindi è venuto che Amalfi, siccome anche la Molpa, è stato chiamato indifferentemente ‘Melfa’ (2), Malfa, Melpa, come chiaramente si legge in Malaterra lib. 4., c. 24 nel viaggio Gerosolimitano di Pietro Tudebodo, ed in cento autori di quei secoli.”. Anche Luca Mannellici parla della Molpa e di ciò che scrisse il cronista del tempo Goffredo Malaterra che ci parlò delle gesta dei primi Normanni. Ecco la pagina 45r originale ed inedita, per la prima volta da me pubblicata, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla del Malaterra e, di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla Molpa: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume, terra distrutta, ed altri luoghi convicini Cap. X.”.

Mannelli, p. 45r, su Malaterra, Melfi e i normanni

Nel 1065, Roberto il Giuscardo distrusse Policastro e portò i prigionieri a ripopolare Nicotera in Calabria

La prima notizia della distruzione di Policastro da parte del Guiscardo e del trasporto dei suoi abitanti a Nicotera, in Calabria, ci viene dal barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, che, a p. 416, parlando di Policastro scriveva che: “Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV, allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi Cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel lib. 2: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV (2) Policastrum destruens, incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, bospitari fecit.”. L’Antonini, a pp. 416-417 riportava il passo di Goffredo Malaterra (….). Antonini scriveva che Roberto il Guiscardo distrusse Policastro nel 1065 e trasportò i suoi abitanti a “Nicotrum”. Antonini trae la notizia dal libro 2° di Goffredo Malaterra (….), che scriveva che: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV (2) Policastrum destruens, incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, bospitari fecit.”. L’Antonini, a pp. 416-417, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: ……”. Dunque, l’Antonini, riguardo la notizia del saccheggio di Policastro nel 915 dei Saraceni di Agropoli e di Camerota traeva la notizia dal manoscritto del marchese di San Giovanni (….), di cui ho già parlato in precedenza. Antonini aggiunge la notizia che le famiglie scampate alla distruzione di Policastro, dice nell’anno 1065, fosse tratta da un passo del Malaterra. Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Ebner, a p. 545, nella sua nota (83) postillava che: “(83) G. Malaterra ct., II, ‘Anno vero Dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, hospitae fecit’. “. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Policastro, a p. 332, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. vol. VII, pp. 226-227 parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ‘Roberto il Normanno’ la distrusse nel 1065. Scrive ‘Goffredo Malaterra (5): Anno vero Dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, hospitari fecit Ruggieri la riedificò poi, ma non saprei se egli ancora l’avesse tutta murata con un forte castello dalla parte superiore.”. Dunque, anche Lorenzo Giustiniani ricorda il passo del Malaterra e scrive che i cittadini di Policastro, nell’anno 1065 (mette anno 1065 perchè l’Ughelli aveva parlato della sua distruzione in quell’anno), furono trasportati a Nicotera in Calabria. Dunque, l’Antonini riportava il passo del libro II della chronicon di Goffredo Malaterra, che era gia stato citato dal Mannelli: ‘Anno vero Dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, hospitae fecit’, che tradotto dovrebbe significare che: “Nell’anno dell’Incarnazione di nostro Signore 1065, distrusse Policastrum e lo fece ospite di tutti gli abitanti di Nicotrus, che fondò nello stesso anno”. Dunque, il Malaterra scriveva che nell’anno 1065, Roberto il Guiscardo distrusse Policastro e portò i suoi abitanti a ripopolare la città di Nicotera in Calabria che aveva fondato. Dunque la notizia della distruzione di Policastro nell’anno 1065 e della traduzione a Nicotera degli abitanti superstiti di Policastro, fatti prigionieri dal Guicardo è tratta da un passo della cronaca del Malaterra. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, proveniva dal cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (….). Pietro Ebner citava il passo del Malaterra anche nella sua nota (9), vol. II a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Infatti, il cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, scriveva che: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.” che tradotto significa: “Nell’anno dell’Incarnazione di Nostro Signore 1065, distrusse Policastro e fece alloggiare tutti gli abitanti a Nicotera, che fondò nello stesso anno prima del….”. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Il cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, nel suo Libro II, parla e ci racconta di Policastro , Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un castello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Il monaco benedettino, Goffredo Malaterra, nel XI secolo, scrisse il suo regesto ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’ e, secondo la traduzione curata da Vito Lo Curto (…), nel suo capitolo dedicato a “Roberto il Guiscardo assedia Aiello”, scriveva: Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit”, che tradotto significa: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e quì li fece risiedere. Prima di dirigersi a Palermo, ecc…”. Il Lo Curto (…), a p. 157, nella sua traduzione del Malaterra (…), scriveva in proposito che: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e qui li fece risiedere.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nel suo vol. II, a p. 332 parlando di Policastro e riferendosi e citando il “manoscritto del marchese di S. Giovanni” (….), in proposito scriveva che: “…,ricorda quella della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera) scrive il Gay (19).. Ebner, nella sua nota (19) postillando fornisce due notizie. La prima è tratta dal manoscritto del marchese di San Giovanni (…), forse il marchese di Calatrava Marcello Bonito, che riguarda la distruzione di Policastro nell’anno 915. L’altra notizia è quella che ricorda quella della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060″ , notizia tratta da Julius Gay (….), nel suo “L’ Italia meridionale e l’impero bizantino. Dall’avvento di Basilio I alla resa di Bari ai Normanni (867-1071)”, sosteneva che Roberto il Guiscardo, attaccando e distruggendo Policastro nel 1059-1060 trasportò gli abitanti a Nicotera”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (19) postillava che: “(19) I. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin depuis l’evenement de Basile I iusq’à la prise de Bari, par le Normands (867-1071), Firenze, 1917, p. 491..”. Si tratta dello storico francese Guilio Gay, che nel suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, Paris, 1904, scriveva a p. 491:

Gay, p. 524

(Fig…) Gay J., edizione francese, Paris, 1904, p. 524

Il Gay, a p. 524, in proposito scriveva che: “La ville de Policastro – sur la còte de Lucanie – est detruite, et les habitants sont transportés à Nicotera. Des prisonniers siciliens viennent former la garnison de la fortesse de Scribla, l’une des premières que les Normands aient fondées dans la vallée du Crati (3).”, che tradotto significa che: “Il paese di Policastro – sulla costa lucana – viene distrutto e gli abitanti vengono trasportati a Nicotera. I prigionieri siciliani vengono a formare il presidio della fortezza di Scribla, una delle prime che i Normanni fondarono nella valle del Crati (3).”. Il Gay, a p. 524, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Gaufred. Malaterr., II, 36, 37.”. Giulio o Jules Gay (…), nel 1917, nel cap. V, a p. 386 ‘L’Italia meridionale e l’Impero Bizantino’, presentazione a cura di Antonio Ventura, sulla scorta del cronista del tempo Goffredo Malaterra (…), parlando della conquista della Calabria da parte dei due fratelli normanni Ruggero e Roberto il Guiscardo, leggiamo che: “Per affermare il suo dominio, il duca di Calabria costituisce qua e là delle colonie militari; usando gli stessi procedimenti dei generali bizantini nelle loro campagne in Asia, trasferisce da un punto all’altro centinaia di prigionieri, e qualche volta la popolazione intera di una città ridotta in cenere. La città di Policastro sulla costa lucana è distrutta, e gli abitanti sono trasportati a Nicotera. Dei prigionieri siciliani vengono a formare la guarnigione di Scribla, una delle prime che i Normanni abbiano fondato nella Valle del Crati (16).”. Julius Gay (…), nella sua nota (16), postillava che la notizia era tratta da: “(3) Goffredo Malaterra, II, 36, 37.”. Dunque, il Gay, per questa notizia su Policastro, la sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo e la notizia che gli abitanti vennero trasportati a Nicotera in Calabria, fa riferimento alla cronaca medioevale di Goffredo Malaterra. Come vedremo innanzi, anche il monaco agostiniano Luca Mannelli trae le sue notizie su Policastro dalla cronaca di Goffredo Malaterra (….). Dunque, il Malaterra (…), parlava di una distruzione di Policasto nell’anno ‘MLXV’ (a. 1065), come pure l’Ughelli (…), mentre il Gay (…), riferisce ad una prima distruzione di Policastro, nell’anno 1059-60 (almeno così scriveva l’Ebner): La città di Policastro sulla costa lucana è distrutta, e gli abitanti sono trasportati a Nicotera.”. La notizia di una prima devastazione di Policastro ci viene anche da Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel 1700, nel suo “Trattato historico-legale etc….”, che però ci parla dell’anno 1065, e non dell’anno 1055. Infatti, il Di Luccia (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Hebbe questa Città diverse sciagure, mentre dell’anno 1065. fù distrutta da Roberto il Giuscardo acciò li suoi habitatori fossero andati ad habitare nella Terra di Nicotro fondata da esso nel medesimo anno, ecc…”.

Di Luccia, p. 8

Dunque, anche Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel 1700, riportava la notizia della distruzione di Policastro da parte del Guiscardo e, sebbene volesse che ciò fosse accaduto nell’anno 1065, egli scriveva anche l’altra notizia che “acciò li suoi habitatori fossero andati ad habitare nella Terra di Nicotro fondata da esso nel medesimo anno”. Il Di Luccia voleva che gli abitanti di Policastro, dopo la distruzione di Policastro da parte del Guiscardo andarono a ripopolare il centro calabrese fondato dal Guiscardo. Il Di Luccia lo chiama “Nicotro”. Dunque, il Di Luccia confermava il fenomeno del movimento migratorio che dai piccoli centri della Lucania molte famiglie venivano tradotte con la forza nei piccoli paesi della Calabria, come quello di Nicotera che, secondo il Di Luccia era stato fondato dallo stesso Roberto il Guiscardo. Proprio l’esatto contrario del racconto che fece il Laudisio (…) e, prima di lui il Barrio (…). Il racconto del Malaterra (…), è affidabile in quanto egli fu diretto testimone di alcuni fatti narrati. La notizia, verrà poi citata dal Di Luccia (…), forse sulla scorta della ‘Sicilia Sacra’ del Pirro (…) affermava che ” Policastro, nell’anno 1065, fu distrutta da Roberto il Guiscardo acciò li suoi abitanti fossero andati ad abitare nella Terra di Nicotro, fondata da esso nel medesimo anno e riedificata poi in tempo di Re Ruggero ecc…”. Forse si trattava del paese di Nicastro in Calabria che, il Malaterra chiama ‘Nicotrum’, e che il Roberto il Guiscardo, nel 1065 aveva punito i suoi abitanti, ma la notizia riportata dal Laudisio (…) è esattamente opposta a quella del coevo monaco benedettino Malaterra. L’episodio della distruzione di Policastro (a. 1065), ci è narrato dal Malaterra (…), nel suo libro II, e poi ripreso più tardi dall’Ughelli (…) e citato nel manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (…), ovvero la sua “Lucania sconosciuta”. Per il Manoscritto del Mannelli, si veda pure: Rocco Gaetani (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (…), nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. Rocco Gaetani (…), nel suo: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli ecc..’, sulla scorta del Mannelli (…), riguardo la notizia della distruzione di Policastro da parte dei Normanni (tratta dal Malaterra (…) “Libro II, cap. 37″), la confuta e dice che non doveva riferirsi a Policastro il Malaterra quando riportava la notizia che il Guiscardo faceva ripopolare ‘Nicotrum’Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, a pp. 23-24 riportando il testo del Mannelli, in proposito scriveva che: “Scrive Goffredo malaterra, celebre scrittore de’ prime imprese de’ Normanni in questi paesi, che Ruberto Guiscardo nel 1065, dishabitasse Policastro, trasportandone i cittadini a popolare Nicotera, da lui edificata. Anno Dom. Incarnat. MLXV. Policastrum castrum dustruens incolas omnes Nicoteram, quod ipso anno fundavit, adducens, ibi hospitari fecit (1)“. Il Gaetani, a p. 24, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Malat. Libro 2, n. 37.”

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(Fig….) Luca Mannelli o Mandelli (….), la ‘Lucania sconosciuta’, ms.,

Il Mannelli, però, confutava la tesi secondo cui il “Policastro” ed il “Nicotera” del Malaterra si potesse riferire al nostro Policastro oggi Bussentino. Addirittura il Mannelli e pure il Gaetani, confuta la tesi della distruzione di Policastro nell’anno 1065 da parte del Guiscardo. Il Malaterra, nel suo manoscritto, ci parla di un ‘Policastri’. Il Gaetani, sempre riportando il testo del Mannelli, a p. 24 aggiungeva che: “Ma questo non parmi si possa intendere del nostro Policastro, ma d’un altro di simil nome, il quale hoggigiorno così vien detto nella Provincia di Calabria inferiore, dove ancora Nicotera è situata. – Poichè per primo non è verosimile, che se Policastro di Lucania fusse stato da Guiscardo distrutto, appresso nello spatio di dodici anni tanto si potesse riempire d’habitatori, che paresse all’Arcivescovo di Salerno vi fusse bisogno di proprio Pastore. Nè si può credere che al partir de’ cittadini v’accrresse moltitudine di Forestieri; leggendosi che altre volte i medesimi vi furono l’abbandonarono. Nè meno ha del verosimile che i Cittadini primieri di Nicotera vi rifuggissero, non avendo ciò ardito contro la volontà di Guiscardo. Aggiungo che Nicotera l’anno 1074 fu presa e predata da Saraceni, e gli habitatori parte furono uccisi, parte fatti schiavi colle loro donne e fanciulli; laonde scrisse il medesimo: “Africani Saraceni e familia Regis Punicis ex eius edicto navibus per naves Piratarum more vela ventis committentes maritima litora versus Siciliam, et Calabriam insidiatum vadunt; sicque Iunio mense in vigilia B. Petri apud Nicotrum de nocte appulsi, cives incautos, et prae gaudio instantis solennitatis vino ex more somno que gravatos opprimunt semisomnes, alios perimunt, alios capiunt, ipsos etiam pueros cum mulieribus, omnique suppellectili vehibiti praedam navibus inducunt (1). Da quel tragico avvenimento ben si raccoglie, che gli habitatori menativi da Guiscardo non se n’erano partiti, e che ne fu fatta strage ecc…”. Il Gaetani a p. 25 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Idem lib. 3 n. 7”.  

gaetani, p. 24

(Fig….) Gaetani Rocco, op. cit., pp. 24

Infatti, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento” parlando di Agropoli e del Cilento, la “bricia” longobarda in quel periodo, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Dunque, il Cantalupo, citava Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, p. 277. Dunque, il Cantalupo cita Carlo Carucci (….) e postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’imperatore bizantino (3), perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la Contea di Principato (1) ecc…”. Dunque, Carlo Carucci riportava la notizia della distruzione di Policastro ma non scriveva nulla sulla traduzione dei suoi abitanti. Il Cantalupo scriveva pure che la notizia della distruzione di Policastro, data dal Carucci era errata perchè, scrive il Cantalupo, La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Dunque, il Cantalupo, citando la notizia dell’Antonini e del Malaterra, si riferisce a ciò che avevano scritto i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”. Dunque, i due studiosi Natella e Peduto ed il Cantalupo, in seguito, opinavano sulla notizia tratta dal Malaterra e riferita in seguito dall’Antonini e sul passo del Malaterra riportato pure dal monaco Agostiniano Luca Mannelli. Infatti, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a pp. 511-512-513, in proposito ai Normanni scrivevano che: Secondo il Mannelli, nel 1065, Roberto il Guiscardo distrusse – è la terza notizia in merito – Policastro e portò i suoi abitanti superstiti ad popolare Nicotera: la notizia però non è accettata dallo stesso Mannelli (69), giacchè le cronache si riferiscono non alla nostra città ma ad una Policastro sita nel Comune di S. Donato di Ninea in Prov. di Catanzaro.”. I due studiosi, però si riferivano all’anno 1065 e non all’anno 1059 come scriveva Ebner. Inoltre, i due studiosi ricordavano il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (….), scrivendo che la notizia secondo cui gli abitanti di Policastro furono portati prigionieri a Nicotera, paese della Calabria, era stata tratta dal manoscritto di Luca Mannelli. Infatti, i due studiosi, a p. 512, nella loro nota (69) postillavano che: “(69) L. Mannelli, Lucania sconosciuta, ms. cit.”.

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (19) postillava che: “(19) I. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin depuis l’evenement de Basile I iusq’à la prise de Bari, par le Normands (867-1071), Firenze, 1917, p. 491..”. Infatti Jlius Gay, a p. 491, in proposito scriveva che: “(19) ………..

Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a p. 123, parlando di Policastro e, del terribile Roberto il Guiscardo, scriveva che: “…assalì le città marittime e, nell’anno 1055, per vendicarsi del cognato Gisulfo II, ultimo dei Principi Longobardi di Salerno, che aveva donato al fratello Guido, Policastro ed altri castelli della valle dei Sanseverino, devastò e rase al suolo il fiorente centro bussentino (57). Fu in questa triste circostanza che i policastrensi superstiti, sbandati e senza tetto, lasciarono il suolo natio e si rifugiarono, lontano dal mare, sulle alture circonvicine, dove costruirono le loro case e si stabilirino la definitiva dimora.”. Il Guzzo (…), a p. 123, nella sua nota (57), postillava che: “(57) F. Palazzo, op. cit., p. 150.”. Probabilmente Angelo Guzzo si sbagliava quando scriveva che fu nel 1055, e non nel 1065 che Roberto il Guiscardo distrusse Policastro. Infatti, Angelo Guzzo citava Ferdinando Palazzo che si rifaceva al testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….). Ferdinando Palazzo (…), però, a p…, sulla scorta del ‘Trattato historico-legale’ di Pietro Marcellino Di Luccia (…), scriveva che: “…,seguì nell’anno 1065 la funesta devastazione di Policastro di Roberto il Guiscardo, il quale, con la ferocia di Attila, distrusse ‘ab imis’ la ridente Metropoli, lasciando senza tetto e senza pane i suoi infelici abitanti i quali furono costretti in gran parte a cercare rifugio sui monti circostanti (10).”. Il Palazzo (…), a p. 37 (v. nuova edizione), nella sua nota (10), postillava che: “(10) Di Luccia, op. cit., pag. 8.”. Dunque, il Palazzo (…), e poi pure il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), scrivevano che il Guiscardo aveva assalito e distrutto Policastro non nell’anno 1055, bensì nell’anno 1065.

Il Laudisio (…), parlando delle invasioni longobarde, scriveva: “Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; oppure fu chiamata Polycastrum per l’imponente castello che la sovrasta, così che Paleocastrum, cioè antico castello, usando un termine che ha una certa analogia col termine Neocastrum (Nicastro), che significa nuovo castello.(…, p. 69). Forse esiste un’analogia con i due toponimi di ‘Paleocastrum’ e di ‘Nicastro’ o il ‘Nicotrum’ di cui parlava il Malaterra (…).

Policastro, castrum bizantino e caposaldo Longobardo e Normanno

Da Clara Bencivenga Trillmich (…), e dal suo ‘Pyxous-Buxentum’, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988, sappiamo che il centro storico della medievale ‘Policastrum’, insiste infatti, in maniera visibile, su più antiche emergenze in opera pseudo-poligonale, oggi conservate per un’altezza variabile da circa 3 a circa 6 m., e in epoca Bizantina,  in base a notizie fornite da Stefano di Bisanzio (…), si sa che il centro rimase attivo anche in epoca bizantina: alla dominazione di Bisanzio si deve il nome di ‘Palaiokastron’, e la fortificazione sommitale che residuano tutt’oggi nel castello medievale. Entrata a far parte nell’839 del Principato Longobardo di Salerno, nel 915 la cittadina subì il saccheggio portato dai pirati saraceni alle comunità costiere del Golfo di Policastro. Conquistato nel 1055 dal normanno Roberto il Guiscardo, il borgo fu ulteriormente fortificato con l’innalzamento del vicino ‘Castellaro’ di Capitello. Al Guiscardo si deve, inoltre, la costruzione della navata centrale della Cattedrale, poi più volte ampliata nel corso dei secoli. Il Campanile, in particolare, fu edificato nel 1167. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a pp. 511-512-513, in proposito ai Normanni scrivevano che: “Il Gaetani ricorda come esistessero nella Diocesi di Policastro, a Poderia, a Roccagloriosa e a Torraca chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia (65). Il titolo di Odeghitria, scorta del cammino (66), fu dato anche alla chiesa madre di Policastro (67), e tale rimase fino al 1848. Questa dedicazione ci avverte che almeno fino al X sec. il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre Policastrense, sebbene il Porfirio sia convinto che “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al greco rito si tenne mai sempre ferma nella sua fede alla sede di Roma (68), ove la preoccupazione di riferirsi continuamente, come non solo il Porfirio ma il Laudisio e altri fecero, alla sede romana, era il segno della grave persistenza del rito greco, mantenuto non solo in celle, laure, o badie isolate, ma in un territorio vastissimo di penetrazione bizantina; fatto che poteva, se non fu nella realtà, dar adito a lotte continue. Il certo è che, in quel momento, il vescovado bussentino era un”enclave’ cattolico romana in una zona bizantina. In questo lungo lasso di tempo, la città ricostruita più volte, secondo affermazioni di storici tardi non sempre esatte e sicure, non dovette cambiare il suo antico impianto: la trichora e il castello furono le uniche aggiunte bizantine ex-novo. Alla conquista normanna vanno riferite la riforma ecclesiastica bussentina e un rinforzamento totale, se non ripristino genuino, delle mura urbiche. Secondo il Mannelli, nel 1065, Roberto il Guiscardo distrusse – è la terza notizia in merito – Policastro e portò i suoi abitanti superstiti ad popolare Nicotera: la notizia però non è accettata dallo stesso Mannelli (69), giacchè le cronache si riferiscono non alla nostra città ma ad una Policastro sita nel Comune di S. Donato di Ninea in Prov. di Catanzaro. Sicuro è che l’episcopato bussentino risorse nel sec. XI dopo che l’arcivescovo salernitano, dietro la nota protezione longobarda, ricevè da Stefano IX la licenza di ordinare un vescovo ‘in oppido bussentino’ (70): ecc….La ripresa cattolica-romana in Policastro è da mettersi in rapporto con la riconosciuta politica dei Normanni di isolamento della religione e dei culti orientali, comunque si manifestassero. Già tale procedimento era usato dai Longobardi, in maniera rigorosa, nella loro tarda presenza in terra salernitana: con i Normanni la prassi antibinzantina divenne regola. Il culto basiliano, bizantino, viene permesso in ambiti isolati, e persisterà fino a tutto il 1600. Il carattere monastico di codesta continuità religiosa non faceva paura, ma là dove interi tratti vitali per il Regno potevano rappresentare possibili teste di ponte per recuperi bizantini (e quei secoli ci hanno documentato in quel senso), non doveva essere concessa autonomia neanche in campo religioso. Si spiegano così i grandi interventi a Policastro del grande poeta Alfano, una personalità famosa già ai suoi tempi, permeata di cultura Cassinese e del cluniacense Pietro, rigido osservante di regole e di ortodossia. Va anche riconfermata la nessuna attendibilità della ditruzione di Policastro da parte dei Normanni, se questi poi dovranno di lì a poco rifare il tutto, e dare degna sede non solo ad autorità religiose del rango di Pietro e Alfano, ma alle civili, indispensabili in un territorio ai confini com’era in quel momento Policastro. Unico riferimento preciso nella breve storia di Policastro del Volpe è da considerarsi la sua dichiarazione circa le mura della città, che vennero formate sotto Ruggiero I (72): rifatte, per meglio dire nella struttura che attualmente è visibile. ecc…I Normanni aspiravano ad avere libere le coste tirreniche inferiori, e miglior mezzo era quello di posseder porti e campi trincerati in caso di imbarchi massicci e per le Crociate e per le preannunciate ambizioni africano-orientali della dinastia francese. Ai Normanni, si ripete, deve farsi risalire l’ampliamento più propriamente fortificatorio di Policastro. Tra la parte al di sopra di q. 45 ecc…   

Natella-Peduto, p. 513

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(Fig…) Il Kastrum bizantino di Paleocastrum

Il Racioppi (…), a p. 524, si riferiva al ‘castrum’ medievale e bizantino ?. Il Racioppi (…), ne scrive nel suo vol. II e non nel vol. I, come postillava Natella. Il Racioppi, a p. 523, in proposito scriveva che: L’aere pestifero del suo fiume che impadula al versarsi del mare, costrinse senza dubbio gli abitanti della città a mutare di posto; e si trasferirono al luogo ov’era un’antica arce (‘paleo-castrum’) forse della stessa città; onde dall’antico castello ebbe origine il moderno nome di Policastro (1). Ma è probabile che un gruppo del popolo stesso ebbe a trasferirsi al di là del promontorio di Palinuro, dove diedero origine alle prime sedi del ‘piccolo Pixo, o ‘Pixoctum’ che è il paese odierno di Pisciotta.”. Il Racioppi (…), vol. II, p. 524, nella sua nota (1), postillava che:  (1) Corcia, op. cit., III, 64.”. Dunque il Racioppi, sulla scorta di Nicola Corcia, riteneva che l’impaludamento del fiume Bussento e la malaria, fossero la causa principale della nascita del nuovo centro Bizantino di ‘Paleo-castrum’, che sorse spostata di posto, rispetto all’antica città di Pixo. Il Racioppi, scrive pure che il nuovo e attuale nome di “Policastro”, abbia avuto origine dal suo antico Castello”. Infatti, Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 64, del suo vol. III, in proposito scriveva che:

Corcia, p. 64

(Figg….) Corcia Nicola (…), p. 64

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81)..

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(Fig…) Policastro Bussentino – Torri e mura

Nel XI secolo, la basilica romanica di Policastro Bussentino, forse fatta costruire da Roberto il Guiscardo

Trichora abside

(Fig….) Abside trilobata (trichora) della Cattedrale di Policastro Bussentino

A Policastro (da Polis-Castrum) Bussentino ( ex colonia marittima greca detta Pyxous e poi colonia marittima romana detta Buxentum o Bussento), toponimo di derivazione bizantina, vi è una ‘Triphora’, chiesa di architettura bizantina, individuata nella parte absidale del Duomo di Policastro, forse risalente al VI sec. d.C… Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973, a p. 520, in proposito aggiungevano pure che: “Nel secolo XI il duomo ricevette altra struttura: alla piccola aula risultante dallo spazio interno della ‘trichora’ fu aggiunta, secondo la prassi romanica del tempo, una lunga navata unica centrale, affiancata da altre due navatelle, che tuttavia a nulla servirono se non ad accentuare, dietro una parvenza di voluta romanicità di gusto corrente, la preminenza ancora in fondo bizantina dell’aula allungata e della terminazione trichorense tardo antica…..etc…e, la cripta del Duomo, dell’XI secolo, le cui 14 colonne con capitelli di spoglio sono nella tradizione campana del romanico maggiore (cattedrale di Calvi).”. Da Wikipedia, alla voce “La cattedrale di Santa Maria Assunta (Policastro Bussentino)” leggiamo che “Incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La facciata presenta un tetto a capanna con tre spioventi. In essa sono inseriti quattro elementi: un rosone romanico; un solo portale rinascimentale d’età aragonese nella cui architrave sono scolpiti la data di costruzione dell’edificio e lo stemma del vescovo consacrante; un’edicola marmorea con un basso-rilievo raffigurante la Vergine Maria in trono con Bambino e angeli; due leoni in pietra ai lati del portale. La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig…..). L’interno della cattedrale era a tre navate fino ai rifacimenti settecenteschi. Oggi si presenta con un’unica navata con altari laterali e la cappella del Santissimo Sacramento (1627); il presbiterio è rialzato per la cripta sottostante. Il soffitto ligneo della navata è composto da tele del 1655; al centro la raffigurazione dell’Assunzione di Maria. Il soffitto a cupola del presbiterio è affrescato con una scena del Paradiso (XVIII secolo) e, nei pennacchi, le rappresentazioni dei quattro evangelisti. Di notevole interesse storico-artistico è la Tomba di Giulio Gallotti (XV secolo). Da ricordare, infine, le lapidi sepolcrali dei tre vescovi Giacomo Lancellotto di Tropea, Nicola e del nobile Giacinto Camillo Maradei di Laino. La cripta, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento). Il duomo di Policastro, aggiunto all’antica Trichorae, fu consacrato nell’anno 1070 dal Vescovo di Salerno Alfano I.. Il titolo di ‘Odeghitria’, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale (22) e tale rimase il titolo dell’abside della Cattedrale del Bussento fino al 1848. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense”, sebbene il Porfirio (18) sia convinto che il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Natella e Peduto, a p. 512, riferendosi al lasso di tempo che interorre dalla conquista bizantina, breve parentesi, di Niceforo Foca e la conquista Normanna, in proposito scrivevano che: “In questo lungo lasso di tempo la città, ricostruita più volte secondo affermazioni di storici tardi non sempre esatte e sicure, non dovette cambiare il suo antico impianto: la ‘trichora’ e il castello furono le sole aggiunte bizantine ex-novo. Alla conquista normanna vanno riferiti la riforma ecclesiastica bussentina e un rinforzamento totale, se non ripristino genuino, delle mura urbiche. Etc…..Il Duomo aggiunto all’antica ‘trichora’ fu consacrato nel 1079 da Alfano, e la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111 etc…La ripresa cattolica-romana in Policastro è da mettersi in rapporto con la riconosciuta politica dei Normanni di isolamento della religione e dei culti orientali, comunque si manifestassero.”. In Wikipidia leggiamo che la cattedrale “L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La costruzione romanica subì importanti interventi di restauro in senso barocco nel Settecento (tra il 1709 ed il 1716), interventi che riguardarono soprattutto gli interni.”. Sempre in Wikipidia leggiamo che “La cripta, come si presenta oggi, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento).”. Entrambe queste notizie, sia sulla cripta che sulla cattedrale (impianto originario) rimandano a Roberto il Guiscardo. Dunque, Wikipidia scrive che l’attuale chiesa o cattedrale risale all’XI secolo, quando fu edificata per volere del re Normanno Roberto il Guiscardo e consacrata al vescovo di Salerno Alfano I, nel 1079. Sulla consacrazione della sede episcopale e della relativa chiesa o basilica o cattedrale preesistente all’Arcivescovo metropolita di Salerno, Alfano I. La notizia che la cattedrale  “fu edificata per volere del re Normanno Roberto il Guiscardo”, non è certa e non so wikipedia dove l’abbia presa e comunque essa non è documentata. E’ vero che la notizia della ricostruzione della cattedrale per volere di Roberto il Guiscardo rimanda e corrisponde agli anni in cui Alfano I nominò Pietro Pappacarbone nuovo vescovo della rinata Diocesi di Policastro ma ciò non è suffregato da alcun documento. Non mi sembra che la ‘bolla di Alfano I’ citi Roberto il Guiscardo. Sull’epoca di fondazione della cattedrale di Policastro Bussentino, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, parlando di “Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, ecc..”, e riferendosi a dopo la morte del Guiscardo, in proposito scriveva che: Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, etc…”. Dunque, il Cataldo, sulla scorta del De Giorgi (….) e del Volpe (….) e, riferendosi a Ruggero I gran Conte di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo scriveva che egli, e non il Guiscardo,  “prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre”. In questo passaggio, non documentato , il Cataldo riferiva che Ruggero I d’Altavilla, e non Roberto il Guiscardo, come vuole Wikipidia, dal 1085 e fino all’elezione del vescovo Arnaldo, II Vescovo della rinata Diocesi di Policastro, la cattedrale e Policastro stessa fu ricostruita. Il Cataldo attribuì a Ruggero Borsa la rinascita di Policastro. Infatti, stessa notizia aveva dato il Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri etc…”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1066, impegnato il Guiscardo nella guerra contro Bisanzio, il fratello di lui Ruggero I, prendendo profondamente a cuore le sorti di Policastro, iniziò una fattiva opera di ricostruzione del glorioso centro e gettò le basi, con la munizione di nuove e più massicce fortificazioni, per ricondurre Policastro al primitivo splendore.”. Sempre il Guzzo, a p. 175, in proposito scriveva pure che: “Intanto, morto Roberto il Guiscardo, nell’anno 1085, era diventato re di Sicilia suo nipote Ruggero II figlio di Ruggero I. Questi continuò e portò a perfetto compimento l’opera di ricostruzione della città intrapresa dal padre e, nell’anno 1152, consegnò la rinata Policastro, insignita del titolo di contea, a suo figlio bastardo Simone, che ne divenne così primo Conte (59).”. Il Guzzo, a p. 175, nella nota (59) postillava: “(59) G. Volpe – Op. cit., pag. 117”. Dunque, il Guzzo riportava alcune notizie tratte da Giuseppe Volpe (….), ed il suo “Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento etc..”, pubblicato nel 1888 che, a p. 117, in proposito scriveva che: “…; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso, per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli estremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21). Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto Guiscardo, e poi affatto distrutta, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che quei cittadini, i quali poterono uscire salvi da quella rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città, intesero a levarvi quel villaggio, che ora ‘Bosco’ si addimanda (22). Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figlio naturale, con il titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (23), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli”. Dunque, notizie contrastanti e contraddittorie ma degne di un meritevole approfondimento. La letteratura ottocentesca non rimanda al Guiscardo ma rimanda a suo fratello il Gran conte di Sicilia, Ruggero I che la diede a suo figlio illegittimo Simone del Vasto, col titolo di conte. Ma ciò accadde nel 1152. Ma prima cosa accadde ?. La cattedrale risale a Roberto il Guiscardo, ovvero alla conquista di Salerno nel 1077 ? Oppure era una costruzione iniziata già in epoca Bizantina da Niceforo Foca, di cui abbiamo evidenze nella costruzione del campanile a tre ordini che è di chiara costruzione d’epoca Bizantina. Una buona disamina della “vessata questio” si trova nel testo di autori vari della Soprintendenza Per i Beni Ambientali Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino (….), “Chiesa cattedrale di Policastro – La Storia e i restauri”, che, nel saggio di Angelina Montefusco (….), “La Cattedrale nella storia e nell’arte”, a p. 25 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel secolo XI, in piena età romanica, in conseguenza della restaurazione della diocesi e dell’attrazione poplare verso il luogo di culto, la tricora fu adattata a presbiterio ed allungata in cattedrale, secondo un modulo abbastanza diffuso all’epoca, come dimostrano gli esempi di Cimitile, Copanello e Padula. E’ l’epoca della conquista normanna di Policastro, avvenuta ad opera di Roberto il Guiscardo, che, secondo alcune notizie storiche poco sicure, avrebbe prima distrutto e poi ricostruito la città, innalzando la cattedrale (2) che il Vescovo Alfano avrebbe consacrato nel 1079 (3). In realtà quest’ultima è soltanto la data sicura della ripresa dell’episcopato bussentino con la nomina del vescovo Pietro Pappacarbone. La pianta di tipo basilicale, con transetto sopraelevato per la presenza di una cripta, rimanda indiscutibilmente al prototipo della chiesa di Montecassino, voluta dall’Abate Desiderio nel 1071 e alla cattedrale di Salerno voluta da Alfano I e Roberto il Guiscardo, ma l’anno preciso della sua consacrazione rimane oscuro.”, e quindi aggiungo io non si conosce chi avesse voluto e fece costruire la nuova  cattedrale, allungata dal transetto in poi con una navata unica come si presenta oggi. La Montefusco, a p. 26, in proposito aggiungeva pure che: “Incerto ne è anche il committente: potrebbe essere il Guiscardo, ma potrebbe essere anche Ruggero Borsa, suo figlio, che dal 1085 al 1111 ne fu il successore. E se superiamo l’XI secolo, si potrebbe pensare anche pensare a Ruggero II, che completò la ricostruzione di Policastro per consegnarla in contea al figlio bastardo Simone (4).”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria”, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII  n. 3 – 1973.”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (2) postillava che: “(2) L. Tancredi, “Policastro Bussentino”, Napoli, 1978, p. 18″. La Montefusco, a p. 38, nella nota (3) postillava che: “(3) A.D.P., Bolla di Alfano I, anno 1079, de mense octobri (intestazione).” La Montefusco, a p. 38, nella nota (4) postillava che: “(4) P. Ebner, “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, Roma, 1982, vol. II, p. 345″. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 345 parlando di Policastro cita il Galanti e scrive che: “Il Galanti (80) ricorda che il villaggio contava 388 abitanti, ma che “di questa città se ne ignora assolutamente l’origine (….). Era in molta considerazione nel 1055, quando fu spianata da Roberto il Guiscardo. Il conte Ruggiero la riedificò nel 1065 e la diede a Simone suo figlio naturale. Nel 1099 fu eretta in vescovado” etc…”. Ebner a p. 345, nella nota (80) postillava che: “(80) Galanti cit., IV, pp. 233 e 244.”. Ebner scriveva “Galanti (80), ma nell’indice generale rimanda al vol. II e a p. 298 dove non viene indicato nessun Galanti. Nel testo di Rocco Gaetani (….), “L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino etc…”, nelle “Note”, a p. 27, nella nota (1) postillava su S. Pietro Pappacarbone e: “(1)……Galante, Sulla traslazione di alcune reliquie di s. Pietro Pappacarbone dall’Abbadia di Cava a Policastro-Bussentino. (Nel periodico ‘La Scienza e Fede’, anno 1879). “. Ebner si riferiva sicuramente a Francesco Maria Galanti (…..) e del suo “Della descrizione geografica e politica delle Sicilie”, tomo IV, p. 229 e ssg. Infatti, il Galanti, nel tomo IV, a p. 229 capitolo VI parla del Cilento e a p. 233 scrive che ai suoi tempi (anno 1790), vi erano 388 abitanti a Policastro. Il Galanti, a p. 244, su Policastro scriveva che: “Di questa città se ne ignora assolutamente l’origine. Le iscrizioni che si trovano nei suoi contorni, gli avanzi di un edificio Romano, che probabilmente era un luogo detto ‘Castellara’, ci fanno supporre che sia stata una città antica. Era in molta considerazione nel 1055, quando fu spianata da Roberto il Guiscardo. Il conte Ruggiero la riedificò nel 1065 e la diede a Simone suo figlio naturale. Nel 1099 fu eretto un Vescovado. Etc…”. Tutte le notizie che riporta il Galanti sono tratte dall’Antonini (….) che le traeva dall’Ughelli. Ho già detto in precedenza ciò che scrisse sulla chiesa di Policastro Ferdinando Ughelli (….) nella sua “Italia Sacra etc..”, vol. VII. Ritornando a ciò che affermava la Montefusco: “Incerto ne è anche il committente: potrebbe essere il Guiscardo, ma potrebbe essere anche Ruggero Borsa, suo figlio, che dal 1085 al 1111 ne fu il successore. Etc…”. Sulle notizie che ci conducono a Roberto il Guiscardo, alcune sono tratte dall’Ughelli ma altre sono indotte da alcune notizie storiche che lo riguardano. Sappiamo che il territorio di Policastro, la sua Contea longobarda era retta da Guido, fratello del principe di Salerno Gisulfo II. Dopo l’uccisione di Guido (“Guidonem” di Alfano I), nel 1052, la contea di Policastro, per volere del Guiscardo d’accordo con il cognato Gisulfo II, non andò a Guimondo de Mulsi, fidato di Guglielmo di Principato ma fu assegnata ad un altro fratello di Guido e di Gisulfo II, Landone che la resse fino al 1077, anno in cui il Guiscardo, conquistato definitivamente Salerno ed allontanato il cognato Gisulfo II si fece restituire tutti possedimenti dell’ex ed ultimo principe longobardo. Dal 1077, dunque, Policastro divenne un possedimento di Roberto il Guiscardo che la tenne fino al 1085, anno della sua morte. Il Guiscardo, però, non amministro direttamente i possedimenti e la contea di Policastro a causa delle sue frequenti assenze in battaglia. Policastro dal 1077 al 1085 fu amministrata dalla moglie Sichelgaita, principessa longobarda, sorella di Gisulfo II. Sichelgaita amministro i beni del Guiscardo anche per conto del figlio Ruggero Borsa che divenne titolare effettivo del principato solo nel 1085, alla morte del padre. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ”19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 64, del suo vol. III, in proposito scriveva che: “Che in processo di tempo fosse sabbandonato affatto pare accennarlo il nome di ‘Paleocastrum’, o di ‘antico castello’, con che trovasi ricordata nel medioevo, e che diede origine al nome odierno di ‘Policastro’, nella quale dopo le distruzioni de’ Saraceni nel 915 e di Roberto Guiscardo nel 1065 risorse l’antica ‘Bussento’, a circa due miglia dalla foce del fiume omonimo e ad un miglio dalle sue rovine.”. In questo passaggio il Corcia accenna a Roberto il Guiscardo e riporta la notizia del Malaterra, poi in seguito ripresa dall’Ughelli e dal Volpe, della sua distruzione nel 1065.  Il Corcia però scrive che dopo la sua distruzione nel 1065 ad opera di Roberto il Guiscardo, Policastro “risorse l’antica ‘Bussento’, a circa due miglia dalla foce”. Fu Rocco Gaetani (….) che sulla scorta del manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (….) dubitava fortemente della distruzione e poi rinascita ad opera del Guiscardo. Rocco Gaetani (….), nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel Sacerdote Rocco Gaetani etc…” e, riferendosi ai Saraceni, a pp. 22-23-24, in proposito scriveva: “Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo de’ Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere, particolarmente havendone i fratelli Normani tolta la Sicilia; cominciò a riabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute del 1079, era così popolato di gente che potea sostenere la Vescovile dignità. Per lo che Alfano Arcivescovo di Salerno, per la facoltà che dal Papa ne havea, vi ripose l’honor della Cathedra, non più sotto nome di Bussento ma di Policastro, concedendo alle preghiere di quel Popolo, per primo Vescovo Pietro Pappacarbone, nobil Salernitano, huomo di gran santità e dottrina, e Monaco di S. Benedetto, come nella sua bolla, che dianzi accennai si legge.”. Dunque, il monaco Agostiniano Luca Mannelli (….), probabile autore di questo manoscritto tradotto dal Gaetani, riteneva che Policastro iniziò a riprendersi e ad aumentare la sua popolazione in seguito alle ultime sconfitte inferte dai Normanni ai Saraceni. In particlare egli scrive e ricorda come doveva essere molto popolato se nel 1079, Alfano I, Arcivescovo di Salerno la riedificò a Diocesi, nominando Pietro Pappacarbone suo vescovo, primo Vescovo della rinata Diocesi di Policastro. Il Mannelli si riferiva al periodo in cui Roberto il Guiscardo aveva già ripudiato la prima moglie, Alberada, e aveva sposato la sorella del principe di Salerno Gisulfo II, Sichelgaita, rapita e sposata contro il volere del sovrano longobardo. Il Guiscardo, sposò Sichelgaita nel ……… e gli donò in dote…………..Il Mannelli, infatti, a questo punto del suo racconto, a pp. 23-24-25 su Policastro aggiunge che: “Scrive Goffredo Malaterra celebre scrittore delle prime imprese de’ Normanni in questi paesi, che Ruberto Guiscardo nel 1065, dishabitasse Policastro, trasportando i cittadini a popolare Nicotera da lui edificata. Anno Dom. Incarnat. MLXC. ‘Policastrum castrum destruens incolas omnes Nicoteram, quod ipso anno fundavit, adducens, ibi hospitari fecit’ (1).”. Il Gaetani (….), a p. 23 traduce il testo del manoscritto di Luca Mannelli che riportava un frase di Goffredo Malaterra, cronista normanno e, tratta dal testo del Malaterra. Goffredo Malaterra, anche noto come Geoffroi Malaterra (… – XI secolo), è stato un monaco benedettino di origine normanna, autore del De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius, una cronaca sull’origine dei Normanni in Italia. Scrisse il “De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius“, una delle tre principali cronache che narrano delle imprese normanne nel Mar Mediterraneo, con particolare attenzione per le spedizioni siciliane del Gran Conte Ruggero, che conobbe personalmente. Il Gaetani (….), a p. 23, nella nota (1) postillava che: “(1) Malaterra, lib. 2 n. 37”. Il Malaterra, riferendosi al Guiscardo, nel suo lib. 2 al n. 27 scriveva che: “Nell’anno 1065 Dom. Si incarna. Policastro, distrutto il castello, condusse tutti gli abitanti di Nicotera, che aveva fondato nello stesso anno, e li fece alloggiare.”. Dunque, la notizia della distruzione di Policastro nel 1065 da parte del Guiscardo non è dell’Ughelli ma è del Malaterra. Il Mannelli (vedi traduzione del Gaetani), a p. 25, continuando il suo racconto dubitava della notizia del Malaterra riguardo il ripopolamento della città di Nicotera da parte del Guiscardo ed in proposito scriveva che: “Ma questo non parmi si possa intendere del nostro Policastro ma d’un altro di simil nome, il quale hoggigiorno così vien detto nella Provincia di Calabria inferiore, dove ancora Nicotera è situata. – Poichè per primo non è verisimile che, se Policastro di Lucania fusse stato da Guiscardo distrutto, appresso nello spatio di dodici anni si potesse riempire d’habitatori che paresse all’Arcivescovo di Salerno vi fusse bisogno di proprio Pastore. Nè si può credere che al patir de’ cittadini v’accerresse moltitudine di Foresteri; leggendosi che altre volte i medesimi coloni che da Romani trasportati vi furono l’abbandonarono. Nè meno ha del verosimile che i Cittadini primieri di Nicotera, vi rifuggissero, non avendo ciò ardito contro la volontà di Guiscardo. Aggiungo che Nicotera l’anno 1074 fn presa e predata da Saraceni e gli habitatori parte furono uccisi, parte fatti schiavi colle loro donne e fanciulli, lando scrisse il medesimo: ‘Africani etc…’ (1). Da quel tragico avvenimento ben si raccoglie che gli habitatori menatovi da Guiscardo, non se n’erano partiti, e che fu fatta strage, e preda si grande, mentre invece di celebrar con astinenze e digiuni la Vigilia del Principe degli Apostoli con tanta dissolutezza l’havevano profanata.”. Dunque, il Mannelli scriveva nel suo manscritto che nutriva dei dubbi che la “Policastro” di cui parlava il Malaterra fosse la “Policastro di Lucania”, cioè la nostra Policastro Bussentino e nutriva dubbi sulla traduzione del Malaterra che pure riportava notizie molto interessanti.  Silvia Pellecchi (….), nel suo “Pixus-Buxentum – Policastro Bussentino, dalle prime frequentazioni al XVI secolo”, a p.  15, in proposito scriveva che: Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32). Più sicure appaiono le notizie secondo le quali, dopo un periodo di vacanza, nel 1079 a Policastro fu ripristinato l’episcopio e venne consacrato il duomo che, nel frattempo, era stato annesso alla vecchia trichora (33).”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Punto della questione in Ibid., p. 512, con bibliografia precedente.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Ibid., p. 512 con bibliografia.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Ibid., p. 505, fig. 21″. Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich (….), nel suo Pyxous-Buxentum, a p. 704, in proposito scriveva che: “….inglobata nell’attuale duomo trecentesco, che ha peraltro conservato fino al 1848 il bel nome greco di S. Maria di Hodeghitria.”.

Nel 1065, “Boemundo”, giudice della Calabria nel periodo Normanno e nativo di Padula

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 22, in proposito scriveva che: “Ma i rapporti con la Clabria rimangono vivi nella fondazione di Santa Maria della Mattina, omonima di quella guiscardiana presso San Marco Argentano in Val di Crati, e sono favoriti dal gran giudice di Calabria Boemundo, nativo di Padula.”. Il Tortorella, a p. 46, in proposito scriveva ancora che: “Un ultimo impianto religioso, cronologicamente ben definibile, è da individuare in Santa Maria della Mattina (165), che nel titolo conserva evidente la derivazione, o almeno una filiazione culturale (166), dalla fondazione ominima che Roberto il Guiscardo nel 1066 stabilì presso San Marco Argentano in Calabria (167): pure in età normanna si pongono in evidenza i rapporti puntuali del nostro paese con la Calabria superiore, in particolare la valle del Crati, così come abbiamo visto col ‘Mercurion’ per l’età precedente.”. Dunque, il Tortorella oltre a dirci che a Padula esiste una chiesa intitolata “Santa Maria della Mattina”, intitolazione simile a quella della nota in Calabria fondata da Roberto il Guiscardo e da sua moglie, ci dice pure che ll’intitolazione della chiesa a Padula “conserva evidente la derivazione, o almeno una filiazione culturale (166)”. La derivazione culturale, dice il Tortorella è il giudice di Calabria, “Boemundo”, di origine della città del Vallo. Boemundo era presente alla donazione del Guiscardo. Infatti, il Tortorella, a p……, nella nota (166) postillava: “(166) Ritengo che non vi possano essere dubbi su tale accostamento, anche se tra le carte dell’abbazia cistercense calabrese non compaiono atti che attestino la dipendenza della Santa Maria padulese da questa (cfr. A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini (“Studi e Testi”, 197), Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1958): un solo documento di quelli pubblicati dal Pratesi (numero 64, pp. 162-164), concessione e conferma di precedenti donazioni a Luca, abate di Santa Maria della Sambucina, da parte di Federico II re di Sicilia, del 1201, nomina un ‘Boemundus de Padula’, signore “nella zona di Altomonte”, ‘cum haberet predictam terram Braale’. Costui, se è davvero d’origine padulese – come segna nell’indice Pratesi – potrebbe essere colui che fece conoscere nel paese di provenienza il titolo della dedicazione guiscardiana. Senza dubbio è la medesima persona il κυρος βαιμουνδος της παδουλης (kjiros Vaimundhos tis Padhuljis: ‘il signor Boemundo di Padula’), prima del 1194 της καλαβριας μεγας κριτης: ‘gran giudice di Calabria’), che aveva giudicato il contrasto fra il monastero di Santo Stefano ‘de Nemore’ e alcuni uomini ‘de regione Agriotherum’, qustione ripresa, dietro istanza degli stessi monaci, da Lamberto μεγας κριτης καλαβριας, σιγνου και λαινης και χωρας ιορδανου (mnhjeghas kritis paris Kalavrias, Sighnu kjè Lainhjis kjè khoras Iodhanu: ‘gran giudice di tutta la Calabria, di Sinni, di Laino e della regione del Giordano’) e residente nella città di Gerace (cfr. Trinchera, op. cit., documento CCXXXIX, pp. 322-324″.”.

Nel 1065, le migrazioni di famiglie provenienti dalla Calabria Bizantina nelle nostre terre che ripopolarono Morigerati, Battaglia, Vibonati e Sicilì

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: Quasi in questo momento Enrico III viene sostituito al posto del defunto padre Enrico, e Alessio succede a Nicheforo, imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo, sconfitto in una grande battaglia, espulse completamente i Greci dalla Calabria, lasciando solo sacerdoti greci, che fino ai nostri tempi conservano la lingua e i costumi”. Dunque, il Platina (….), scriveva che ai tempi dell’Imperatore Niceforo Foca e della cacciata dei Bizantini dalla Calabria da parte di Roberto il Guiscardo “espulse completamente i Greci dalla Calabria, lasciando solo sacerdoti greci, che fino ai nostri tempi conservano la lingua e i costumi”. Dunque, il Platina, nel 1540 scriveva che dopo la grande battaglia in cui Roberto il Guiscardo sconfisse i Bizantini e riconquistò la Calabria e la Puglia, molte famiglie greche furono espulse dalla Calabria e dalla Puglia. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Dunque, il Laudisio scriveva che in seguito alla caduta della Calabria Bizantina, vinta dal normanno Roberto il Guiscardo, molti monaci italo-greci che vennero a rifugiarsi nei nostri monasteri, si distinguevano: “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Il Laudisio scriveva che quei monaci italo-greci si distinguevano fra quelle famiglie di origine bizantina probabilmente provenienti dalla Calabria bizantina che vennero nelle nostre terre e ivi fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla coltura delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, il Cappelli scriveva chiaramente che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, etc…”, ovvero che, nei borghi di Morigerati, Battaglia, Vibonati e Sicilì, furono costituiti da popolazioni e famiglie calabresi chiamate ed accolte dai monaci italo-greci o basiliani che si erano stabiliti già da tempo nei piccoli monasteri sorti in questi luoghi. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Anche il sacerdote Gaetano Porfirio (…) che, nella sua ‘Diocesi di Policastro’ (…), a p. 538, io credo, riferendosi al periodo storico che precedette la nomina di Pietro Pappacarbone primo vescovo della restaurata sede Paleocastrense, affermava che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da qui l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie. Non è per tanto da passare sotto silenzio come quivi a questi tempi esstessero due badie, dette minori, dell’ordine basiliano, una di S. Pietro e l’altra di Sangiovanbattista, etc…”.

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Dunque, il Porfirio, forse sulla scorta del Laudisio scriveva che in quel periodo storico molte famiglie greche e calabre e pugliesi cacciate da Roberto il Guiscardo emigrarono nelle nostre terre originando alcuni piccoli borghi come Morigerati, Battaglia e Vibonati. Sempre il Porfirio scriveva, forse sulla scorta del Laudisio che queste famiglie Calabresi emigrarono anche a Camerota e a Rivello. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ecc…”. Su quel periodo storico e gli avvenimenti succedutisi ha scritto pure Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  “…..la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a pp. 17-18, in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate…………..Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc…”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che alcune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102, ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpi (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Come abbiamo visto ‘Casalecti’ nel medioevo era, insieme alla vicina ‘Bactalearum’ (23) (quest’ultima fondata, secondo il vescovo Laudisio, da “venerabili monaci orientali” che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche (24) che, come abbiamo visto, si insediarono nel territorio del sud Italia a partire dal VI secolo d.c. a seguito dell’occupazione bizantina) un casale della Terra di Tortorella.”. Nicola Montesano scriveva che nel medioevo “Casalecti” (Casaletto Spartano) e,  “Bactalearum” (Battaglia) erano due casali di Tortorella. Siccome nel medioevo il casale di Battaglia era un casale come Casaletto che dipendeva da Tortorella (scrive il Montesano), egli lega la notizia a quella dell’origine di ‘Battaglia’ citata al Laudisio (….), ovvero un’origine remota dovuta alle persecuzioni di monaci provenienti dall’Oriente sin dal VI sec. d. C. e che, nel X-XI secolo, con i Normanni si ingrandirono grazie alle popolazioni calabresi chiamate dai monaci dei monasteri italo-greci ivi esistenti già da secoli. Su Morigerati ha scritto Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 41 in proposito scriveva che: “Secondo il Laudisio (11) saranno proprio i monaci  greci a permettere la nascita di Morigerati e Battaglia. Certamente ai basiliani si deve la fondazione del paese stretto intorno alla chiesa di S. Demetrio, in magnifica posizione dominante, circondata com’è per tre lati da pareti a picco sui fiumi Bussentino e Bussento e con un solo lato, quello Nord, di più agevole ingresso, ma protetto dalla disposizione ad ali delle abitazioni, con al centro il nucleo del castello e la porta principale. Esiste giusto di fronte a Morigerati, sull’altra sponda del Bussentino e affacciantesi sull’intera vallata che porta al monte Bulgheria, il luogo chiamato ‘Romanù’, oggi ‘Romanuro’, che potrebbe indicare un primo agglomerato stretto intorno ad una cappella dei monaci basiliani (vedi capitolo “Introduzione”). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei Greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede vescovile era vaccante e lo sarà fino al 1067……………..Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato ecc…”. Il Gentile a p. 49, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci, op. cit., pag. 278 sub nota 1.”. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”.

‘Bonati’, Vibonati, per il Laudisio vi si trasferirono molte famiglie cacciate da Roberto il Guiscardo

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: “…..che si distinguevano fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati.”. Soffermiamoci sulla sua frase “…..che si distinguevano fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), etc…”. Il Laudisio scriveva che nel periodo Normanno, ai tempi di Roberto il Guiscardo, alcune famiglie si trasferirono a “Bonati” (“Bonatos”), l’odierno paese di Vibonati, nel Golfo di Policastro. Forse il Laudisio traeva queste notizie da “(50) Ughel.,  cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: “Dioecesis Polycastrensis etc…”.

Nel 1065, a Camerota e a Rivello si trasferirono diverse famiglie greche

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ughel.,  cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra sive etc…”, vol. VII, ed. Coleti, a p. 542 parlando della “Dioecesis Polycastrensis”, in proposito scriveva che: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….”, che tradotto significa che: “La Diocesi di Policastro (…) è composta da ventiquattro comuni, di cui due primari, Lauria con collegiata (…), l’altro è Rivellus con due parrocchie. amministrare i riti con il clero, secondo l’usanza della loro nazione etc…”.

Nel 1065, le migrazioni nella nostra terra di monaci italo-greci provenienti dalla Calabria Bizantina

Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 (v. Visconti, p. 16 (…)), leggiamo che: “Turba graecorum plurima advenit ea tempestate in dioecesim, expulsa a duce Guiscardo ex Calabria et Apulia (47), ad abbatiam S. Johannis ab Epyro et ad alteram S. Coni Camerotae se confugiens, opera Calogerorum ecc…” che tradotto è secondo il Visconti: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra Diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità  fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti, a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, nella sua nota (48), postillava che: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, nella nota (49), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Il Laudisio (…), a differenza di quanto scrive il Cappelli (…), non parla di famiglie calabresi ma parla di “moltissimi monaci orientali”, cacciati da Roberto il Guiscardo. Il Visconti (…), nella versione del Laudisio (…), a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, ovvero postillava che la notizia della cacciata di molti monaci italo-greci dalla Calabria e dalla Puglia da parte del normanno Roberto il Guiscardo, era stata tratta da: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”. Bartolomeo Platina (…), nel suo capitolo: ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1593, a p. 170 parla della vita di papa Stefano IX e, sciveva che:

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(Fig…) Bartolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1593, p. 170

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: Quasi in questo momento Enrico III viene sostituito al posto del defunto padre Enrico, e Alessio succede a Nicheforo, imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo, sconfitto in una grande battaglia, espulse completamente i Greci dalla Calabria, lasciando solo sacerdoti greci, che fino ai nostri tempi conservano la lingua e i costumi”. Dunque, il Platina (….), scriveva che ai tempi dell’Imperatore Niceforo Foca e della cacciata dei Bizantini dalla Calabria da parte di Roberto il Guiscardo che lasciò in Calabria solo i monaci dei monasteri italo-greci. Il Platina ci parla dell’epoca di papa Stefano IX  o X secondo una diversa numerazione, nato Frederico Gozzelon de Lorraine (in tedesco Friedrich von Lothringen) o Federico Gozzelon dei duchi di Lorena ed è stato il 154º papa dal 3 agosto 1057 alla sua morte avvenuta nel 1058. Il Platina (…), ci parla della conquista delle Calabrie da parte di Roberto il Guiscardo che sconfisse i greci (i bizantini) in una violenta battaglia contro l’Imperatore Niceforo Foca e, scrive pure che il Guiscardo lasciò: “….solo i sacerdoti greci, che erano in fondo alla nostra lingua preservano il suo carattere. accettare di essere diminuita.”. Nelle note del Visconti (…), vediamo che il Laudisio (…), traeva la notizia dal Platina (…), dove però si legge solo che Roberto il Guiscardo, aveva conquistato la Calabria ai greci (i bizantini) e che aveva lasciato di bizantino in Calabria solo i monaci ed i monasteri italo-greci che avrebbero preservato la lingua e le scritture greche. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ughel.,  cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”, la cui traduzione dovrebbe essere: “La Diocesi di Polycastr (…) è composta da ventiquattro comuni, di cui due primari, Lauria sc. uno che ha collegiale ecc…”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 17 in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero di nuovi con nomi presida santi introdotti appunto da quei religiosi. 4. Le fonti sono concordemente mute sull’esistenza di un patrimonio locale della Santa Sede. Le terre possedute dalla Chiesa in Lucania non uguagliavano di certo il grande complesso noto come “Patrimonium Bruttium Sancti Petri”, per il cui potenziamento non si escludeva, a dire di Gregorio Magno (35), la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. L’Ebner, a p. 17, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Ernesto Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1948, p. 34. etc…”. Nell’interessante passaggio l’Ebner ci parla di papa S. Gregorio Magno (…) che non “escludeva…..la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. Le “massae” di Calabria. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), ed in proposito scriveva che: “Al seguito dei Normanni era giunta nel Sud dell’Italia una moltitudine di monaci e abati che soppiantarono le istituzioni greche, lasciando che queste intraprendessero un irrimediabile processo di decadimento e precipitassero nel più completo abbandono. I monasteri mercuriensi finirono sotto la giurisdizione delle neo-istituzioni benedettine, le quali fecero subito man bassa dei loro possedimenti terrieri e si spartirono i codici miniati che sino ad allora avevano rappresentato il tratto distintivo e il motivo di vanto delle biblioteche monasteriali greche..

Nel X secolo, Rivello e la sua chiesa di rito greco

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ughel.,  cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra sive etc…”, vol. VII, ed. Coleti, a p. 542 parlando della “Dioecesis Polycastrensis”, in proposito scriveva che: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….”, che tradotto significa che: “La Diocesi di Policastro (…) è composta da ventiquattro comuni, di cui due primari, Lauria con collegiata (…), l’altro è Rivellus con due parrocchie. amministrare i riti con il clero, secondo l’usanza della loro nazione etc…”. Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (1), immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da quì l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Dunque, anche il sacerdote Gaetano Porfirio, sulla scorta del Laudisio scriveva che: “Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”.

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia….Nè men degna di ricordanza è quella benedetina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio VI unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2). Ed abbenchè, per ragion di unione avvenuta dopo il concilio di Trento, il vescovo di Policastro non possa accedere alla visita delle parrocchie, pure il vicario dell’abbazia non può istituire concorso di parrocchie senza l’intervento di quegli esaminatori che sono stati adoperati nel concilio sinodale di Policastro (3), e di riceversi dal vescovo suddettosì gli oli santi come gli esemplari della bolla della crociata (3), per apostolico indulto di papa Pio VI agli abitanti di questo regno per la prima volta concessa. Dopo il detto fin quì (il tutto che si è venuto fatto di raccogliere sulla Chiesa policastrense) chiuderemo questo articolo notando i luoghi su i quali si estende la giurisdizione episcopale. Essi sono: ‘Acqua della Vena’, Bosco, Battaglia, Camerota, Capitello, Celle, Casaletto, Lentiscosa, Lauria, Latronico, Lagonegro, Morigerati, Poderia, Policastro, Roccagloriosa, Rocchetta, Rivello, Spani Sicilì, Sapri, S. Costantino, S. Cristoforo, Santa Marina, S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Trecchiena, Torraca, Tortorella, Vibonati'”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Concilio Tridentino, Sessione 24, Capitolo 18, ‘de Reformat’.”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex Bull., 21 novem. anno 1777.”.

Porfirio, p. 539 (in D'Avino)

(Fig…) Porfirio G., op. cit., p. 539

Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 367-377, dove ci parla della Diocesi di Policastro. Il Cappelletti, a p. 375, continuando il suo racconto sulla Diocesi di Policastro, ci parla della chiesa greca di Rivello e scriveva che: “Noterò da ultimo, che circa il IX secolo fu introdotto in Rivello, città di questa diocesi, il rito greco. Ivi anzi sorsero due insigni collegiate: una di santa Maria del Poggio, numerosa di clero greco e presieduta da un arciprete, e l’altra di san Nicolò uffiziata da clero latino. Nei primi tempi i parrochi dei due riti vivevano in buona armonia tra loro. I greci, non avendo vescovo del loro rito, ricevevano le sacre ordinazioni dal diocesano. Ma nei primi anni del secolo XVI il rito greco andò in decadenza per le molestie, che gli ecclesiastici ne soffrivano dai latini; cosicchè andando in lungo di troppo questo disordine, i greci nel 1572 domandarono di passare al rito latino. Ecc... I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 508, in proposito, scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (61), postillavano che: (61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, ecc.., op. cit., pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62), postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri Bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda, p. 2.”.

Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, ancora oggi a distanza di molti secoli, nel dialetto o nei grecismi presenti nei toponimi di origine greca; nei titoli di molte chiese (…), nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda (…), sulle forme architettoniche di alcune delle chiese, nelle grotte e nei cenobi (…). Le carte riportano chiese di rito greco a Policastro, Roccagloriosa, Cuccaro, Morigerati (…), mentre il Racioppi (…), annovera Maratea e Sapri. Culturalmente i monaci guardavano alle tradizioni greco-siriane-palestinesi e di Alessandria della patristica orientale come San Giovanni Crisostomo, San Basilio Magno, e San Gregorio Nazienzeno. Se disponevano di un’équipe di amanuensi, come nella vicina San Giovanni a Piro, disponevano anche di loro libri scritti nella lingua greca (koinè) del medioevo. Il codice monumentale da San Giovanni a Piro dal 1020 è adesso nella Biblioteca Laurenziana di Firenze; le ‘scriptoria’ monastici del Cilento erano di alto livello artistico e in sintonia con l’arte contemporanea tanto bizantina quanto beneventana e araba. La moderna storiografia professionale ha archiviato l’opinione diffusa 50 anni fa che c’era una politica aggressiva di latinizzazione dei monasteri italo-greci nel Mezzogiorno nell’XI e XII secolo. L’importante era solo che le chiese secolari episcopali riconoscevano la giurisdizione canonica di Roma invece di Costantinopoli. Il vescovo di Policastro poteva ordinare preti latini sia greci. I candidati potevano essere sposati, come previsto dalla disciplina bizantina, ma essenziale era che il candidato sapesse leggere e scrivere. (vedi la Bolla dell’arcivescovo Alfano datato 1079 che ricostituiva la diocesi). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia) e, pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota.

…………………….(da rivedere)

Infatti, a riprova di questa ipotesi, il Cappelli a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Infatti, S. Fantino, insieme ad altri monaci Calabresi si trasferirono dalla loro Calabria nei monasteri dei nostri piccoli centri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Dunque, in questo passaggio, il Campagna scriveva che  I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria.”. Il Campagna scriveva che i monaci del basso Cilento mantennero sempre contatti con le altre Eparchie della Calabria del Nord, quella che confinava con la Lucania Occidentale. Sul fenomeno migratorio di famiglie e di monaci dalla Calabria al basso Cilento, il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Julius Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”.

Nell’anno 1065, Roberto il Guiscardo distrusse Policastro (3° volta)

ll cap. XXXVIII del libro II del cronista Goffredo Malaterra (….), ci parla dell’assedio di Rogerto il Guiscardo che, nell’anno 1065 assediò Policastro e subito dopo la località detta Aiello. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a pp. 169-170 (Libro II), in proposito scriveva che: “Cap. XXXVIII. Roberto il Guiscardo assedia Aiello. Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e qui li fece risiedere. Prima di dirigersi a Palermo, e di fissare gli accampamenti lì vicino sul “monte delle tarantole”, Roberto assieme a Ruggero aveva espugnato e costretto sotto il suo dominio il castello di Rogel (69) nel territorio di Cosenza. Nello stesso anno, sempre in quella zona, il Guiscardo decise di attaccare un castello nella località detta Aiello e per quattro mesi vi pose l’assedio. Gli abitanti peraltro, ecc……Ruggero figlio di SCOLCANDO, trafitto da un dardo, venne sbalzato da Cavallo; anche GILBERTO suo nipote, nel tentativo di aiutarlo ….e così entrambi furono uccisi. Egli dispose quindi che i loro corpi venissero seppelliti a Sant’Eufemia (70), dove da poco era stata eretta un’abbazia in onore di Maria santa madre di Dio.: alla stessa chiesa fece anche pervenire, a suffragio delle loro anime, i cavalli ecc…Il Guiscardo….ricevette inoltre il castello, da loro sgombrato, e ne dispose a suo piacimento.”.

Ferdinando Ughelli (….), nel 1659, nella sua “Italia Sacra”, vol. II, p. 758, parlando della Diocesi di Policastro, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), scriveva a p. 758 (vedi Fig…): “In ora Lucaniae quam Principatum Citra appellant, Civitas Littoralis tota fere diruta Policastrum vocatur….Satis admodum ejus origo antiqua, nomen retinens a Graeco vocabulo, quasi Magnum Castrum. Amplam fuisse, indicant ejus vestigia, et ruinae. Diversis enim ex varia fortuna Bellis cessit in praedam. Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”, che tradotto significa:Sulla costa lucana, che chiamano principato di Citra, la città dei Littorali, quasi interamente distrutta, si chiama Policastrum… La sua origine è piuttosto antica, conservando il nome dal nome, per così dire, greco Castello grande era esteso e le sue impronte ne indicano la caduta. Perché cadde preda di varie guerre, a causa delle diverse circostanze. Duca Roberto Normanno, che nell’anno di Cristo 1065 lo distrusse, che re Ruggero più magnificamente lo restaurò, e lo diede al figlio bastardo Simeone, ornato del titolo di accompagnamento.”.

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(Fig…..) Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra etc..”, tomo VII, nella colonna 758

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. La notizia che alcuni paesi, sono sorti in epoca Normanna, nel 1065, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, tratta dal Laudisio (…) e, che secondo cui “in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra Diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità  fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati, una città sorta, come pensa qualche studioso, sulle rovine dell’antica Vibona, un volta sede vescovile, ecc…”. Dunque, la citazione di una distruzione di Policastro nel 1065 da parte di Roberto il Guiscardo proviene dall’Ughelli. Mons Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro’ (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), edita nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (…), scrive in proposito: Ed ecco un’altra iattura: sopraggiunti nel 1034 i Normanni, Policastro fu distrutta per la seconda volta da Roberto il Guiscardo nel 1065 e rimase, così, quasi totalmente diruta. Fu allora che la maggior parte degli abitanti fu costretta ad abbandonare il paese paterno, ed alcuni fondarono il villaggio di S. Marina, altri quello di Bosco, sempre però nella giurisdizione di Policastro, da cui tuttavia, dopo un certo periodo di tempo, il villaggio di Bosco si staccò.. Il Visconti (…), nella sua nota (48) al testo del Laudisio (…), dice che la notizia è tratta dal Barrio (…). Dunque, il Laudisio trasse la notizia dal Barrio (….). Anche il sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che: “Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i Normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi del tutto ragguagliata al suolo, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che què cittadini che poterono uscir salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città intesero a levarvi quel villaggio, che ora Bosco si addimanda (2).”. Il Porfirio, a p. 538, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ughelli F., Italia sacra, tomo VII, col. 758.”. Dunque, il Porfirio, e credo pure il Laudisio prendevano la notizia dal tomo VII dell’Italia Sacra di Ferdinando Ughelli.

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Sappiamo della notizia che, nell’anno 1065, dopo la distruzione di Policastro, da parte di Roberto il Guiscardo, i suoi abitanti furono puniti e mandati a ‘Nicotro’ (Nicotera in Calabria). Per la notizia della distruzione di Policastro, che è riferita all’anno 1065 e, non come scriveva l’Ebner, all’anno 1059-60,  Ebner, nella sua nota (19), postillava che la notizia era tratta dal Jules Gay: “I Gay (è J. non è I) Gay, L’Italie Meridionale ecc.., ed. italiana, Firenze, 1917, op. cit., p. 491.”. Si tratta dello storico francese Guilio Gay, che nel suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, Paris, 1904, scriveva a p. 491:

Gay, p. 524

(Fig…) Gay J., edizione francese, Paris, 1904, p. 524

Ebner (…), nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Infatti, Giulio o Jules Gay (…), nel 1917, nel cap. V, a p. 386 ‘L’Italia meridionale e l’Impero Bizantino’, presentazione a cura di Antonio Ventura, sulla scorta del cronista del tempo Goffredo Malaterra (…), parlando della conquista della Calabria da parte dei due fratelli normanni Ruggero e Roberto il Guiscardo, leggiamo che: “Per affermare il suo dominio, il duca di Calabria costituisce qua e là delle colonie militari; usando gli stessi procedimenti dei generali bizantini nelle loro campagne in Asia, trasferisce da un punto all’altro centinaia di prigionieri, e qualche volta la popolazione intera di una città ridotta in cenere. La città di Policastro sulla costa lucana è distrutta, e gli abitanti sono trasportati a Nicotera. Dei prigionieri siciliani vengono a formare la guarnigione di Scribla, una delle prime che i Normanni abbiano fondato nella Valle del Crati (16).”. Julius Gay (…), nella sua nota (16), postillava che la notizia era tratta da: “(16) Goffredo Malaterra, II, 36, 37.”. Infatti, il cronista dell’epoca, Goffredo Malaterra (…), nel Libro II, nel Cap. XXXVII, del suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Il cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, nel suo Libro II, parla e ci racconta di Policastro , Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un castello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”La notizia della distruzione di Policastro, nell’anno 1065, sarà tratta dall’Ughelli (…), che a sua volta la traeva proprio dal cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…), che nel suo lib. II, scriveva proprio: “Anno vero Dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, hospitari fecit Ruggieri ecc..”. Il Lo Curto (…), a p. 157, nella sua traduzione del Malaterra (…), scriveva in proposito che: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e qui li fece risiedere.”. Dunque, il Malaterra (…), parlava di una distruzione di Policasto nell’anno ‘MLXV’ (a. 1065), come pure l’Ughelli (…), mentre il Gay (…), riferisce ad una prima distruzione di Policastro, nell’anno 1059-60 (almeno così scriveva l’Ebner): La città di Policastro sulla costa lucana è distrutta, e gli abitanti sono trasportati a Nicotera.”. Ma il Gay (…), ad onor del vero, non scrive ciò che scrive l’Ebner (…) che scriveva: “…della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19)e, non cita l’anno in cui, secondo il Malaterra, Policastro, fu distrutto, ovvero nell’anno 1065, ma riporta solo la notizia della sua distruzione e che gli abitanti furono portati a Nicotera. La notizia di una prima distruzione di Policastro è da far risalire alla frase di Ebner che scriveva: “…della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Non sappiamo, per quale motivo l’Ebner, anticipasse la data della distruzione di Policastro all’anno 1059-60, di sicuro però possiamo dire che l’Ebner, in un altro suo saggio, anticipava anche la data di elezione di Pietro Pappacarbone a vescovo di Policastro. Non possiamo dire con certezza se l’ipotesi di Ebner di un’altra, prima distruzione di Policastro, fosse esatta, possiamo solo riferirci a quella dell’anno 1065, riferitaci dal cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…). Ebner (…), però, in un altro suo scritto, diceva pure che “Policastro, distrutta da Roberto il Guiscardo, nel 1065 (9). L’Ebner (…), nella sua nota (9), trae la notizia dal manoscritto del monaco benedettino normanno Goffredo Malaterra (…). Infatti, dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, l’opera del monaco benedettino Goffredo Malaterra (…) che, in anno imprecisato della seconda metà del XI secolo, venne insieme ad altri suoi conterranei d’origine Normanna, in Italia, fermandosi dapprima in Puglia, poi in Calabria, sarà la prima che citerà le interessanti notizie di cui abbiamo parlato.  Il monaco benedettino, Goffredo Malaterra, nel XI secolo, scrisse il suo regesto ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’ e, secondo la traduzione curata da Vito Lo Curto (…), nel suo capitolo dedicato a “Roberto il Guiscardo assedia Aiello”, scriveva: Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit”, che tradotto significa: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e quì li fece risiedere. Prima di dirigersi a Palermo, ecc…”. Proprio l’esatto contrario del racconto che fece il Laudisio (…) e, prima di lui il Barrio (…). Il racconto del Malaterra (…), è affidabile in quanto egli fu diretto testimone di alcuni fatti narrati. La notizia, verrà poi citata dal Di Luccia (…), forse sulla scorta della ‘Sicilia Sacra’ del Pirro (…) affermava che ” Policastro, nell’anno 1065, fu distrutta da Roberto il Guiscardo acciò li suoi abitanti fossero andati ad abitare nella Terra di Nicotro, fondata da esso nel medesimo anno e riedificata poi in tempo di Re Ruggero ecc…”. Forse si trattava del paese di Nicastro in Calabria che, il Malaterra chiama ‘Nicotrum’, e che il Roberto il Guiscardo, nel 1065 aveva punito i suoi abitanti, ma la notizia riportata dal Laudisio (…) è esattamente opposta a quella del coevo monaco benedettino Malaterra. Scrive l’Ebner (…) che “in questa triste circostanza, uno di questi nuovi borghi sorti a causa della paura, sarà Bosco. Il Volpe (…), nella sua nota (22), traendo la notizia dal Gatta (…) – che trae la notizia dall’Ughelli (…), Italia sacra, Tomo VII, col. 758scrive in proposito:  in “Policastro venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi affatto distrutta, volgendo lo anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che quei cittadini, i quali poterono uscire salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città, intesero a levarsi quel villaggio, che ora Bosco, si addimanda (22)”. Il Giustiniani, riporta la notizia ricopiando il passo dell’Ughelli (…), nel suo tomo VII (I° edizione), p. 758:

Infatti, Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro’ (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), edita nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (…), scrive in proposito: Ed ecco un’altra iattura: sopraggiunti nel 1034 i Normanni, Policastro fu distrutta per la seconda volta da Roberto il Guiscardo nel 1065 e rimase, così, quasi totalmente diruta. Fu allora che la maggior parte degli abitanti fu costretta ad abbandonare il paese paterno, ed alcuni fondarono il villaggio di S. Marina, altri quello di Bosco, sempre però nella giurisdizione di Policastro, da cui tuttavia, dopo un certo periodo di tempo, il villaggio di Bosco si staccò.”. Il Visconti (…), nella sua nota (48) al testo del Laudisio (…), dice che la notizia è tratta dal Barrio (…). Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che:

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Il Porfirio (…) anche sulla scorta dell’Ughelli e del Laudisio (…), scriveva che: “Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i Normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi del tutto agguagliata al suolo, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che què cittadini che poterono uscire salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città intesero a levarvi quel villaggio, che ora Bosco si addimanda (2).”. Il Porfirio (…), nella sua nota (2), che riguardava la nascita del casale di Bosco, postillava che: “……………….”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88 riferendosi a Roberto il Guiscardo, nel frattempo divenuto cognato dell’ultimo principe longobardo Gisulfo II,  a p. 88 scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo, il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Ecc..”. Dunque, Pietro Ebner, parlandoci di Roberto il Guiscardo dopo il matrimonio con Sighelgaita, sorella di Gisulfo II, nel suo racconto fa intendere che ad un certo punto i rapporti con il cognato Gisulfo II si rompono e senza indugiare oltre, intorno agli anni 1065, il Guiscardo inizia ad attaccare diversi centri del basso Cilento, i quali erano controllati dal conte longobardo Guido, fratello di Gisulfo II.

Infatti, è a questo periodo che si riferisce Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro’ (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), edita nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (…) che, in proposito scriveva che: Ed ecco un’altra iattura: sopraggiunti nel 1034 i Normanni, Policastro fu distrutta per la seconda volta da Roberto il Guiscardo nel 1065 e rimase, così, quasi totalmente diruta. Fu allora che la maggior parte degli abitanti fu costretta ad abbandonare il paese paterno, ed alcuni fondarono il villaggio di S. Marina, altri quello di Bosco, sempre però nella giurisdizione di Policastro, da cui tuttavia, dopo un certo periodo di tempo, il villaggio di Bosco si staccò.. Il Visconti (…), nella sua nota (48) al testo del Laudisio (…), dice che la notizia è tratta dal Barrio (…). Dunque, il Laudisio trasse la notizia dal Barrio (….). Anche il sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che: “Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i Normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi del tutto ragguagliata al suolo, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che què cittadini che poterono uscir salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città intesero a levarvi quel villaggio, che ora Bosco si addimanda (2).”. Il Porfirio, a p. 538, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ughelli F., Italia sacra, tomo VII, col. 758.”. Dunque, il Porfirio, e credo pure il Laudisio prendevano la notizia dal tomo VII dell’Italia Sacra di Ferdinando Ughelli.

Sempre a proposito di questa triste notizia, che avviene dopo l’incursione dei Saraceni nell’anno 915, ne parla anche il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…), affermava: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal Duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, immigrarono nella nostra Diocesi, un’asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da quì l’origine di quei paesi addimandati, oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati…Camerota e Rivello anco esse si ebbero alcune di queste ancorate famiglie.”. Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che:

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 344, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Pacichelli (76) riferisce della sua origine e che “in ogni conto fà d’huopo affermare, che fosse una Città (….) disfatta da Roberto il Duca di Normandia nel 1065, ma comparve più magnifica per opera del Re Rogerio, che ne investì con il titolo di Contado, il suo Naturale Simeono.”. Ebner, a p. 344, nella sua nota (76) postillava che: “(76) Pacichelli cit., I, p. 199 e a p. 337 per la popolazione del 1648 (16 fuochi = ab. 80) e del 1669 (10 = 50)”. Infatti, il sacerdote Pacichelli (….), nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che:

pacichelli-policastro-p.-199

Nell’anno 1065, in seguito alla distruzione di Policastro da parte del Guiscardo sorsero i villaggi di Bosco, S. Marina e Vibonati

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferita dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. La notizia che alcuni paesi sorti in epoca Normanna, nel 1065, in seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, tratta dal Laudisio (…). Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro’ (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), edita nel 1831, a p. 69 (vedi versione a cura del Visconti) scriveva che: Ed ecco un’altra iattura: sopraggiunti nel 1034 i Normanni, Policastro fu distrutta per la seconda volta da Roberto il Guiscardo nel 1065 e rimase, così, quasi totalmente diruta (30). Fu allora che la maggior parte degli abitanti fu costretta ad abbandonare il paese paterno, ed alcuni fondarono il villaggio di S. Marina, altri quello di Bosco, sempre però nella giurisdizione di Policastro, da cui tuttavia, dopo un certo periodo di tempo, il villaggio di Bosco si staccò.”. Dunque, il Laudisio, in questo breve passaggio scriveva che dopo la distruzione di Policastro da parte del normanno Roberto d’Hauteville detto il Guiscardo, avvenuta secondo l’Ughelli (….), sulla scorta di un passo del chronicon di Goffredo Malaterra (….), nell’anno 1065, il Laudisio credeva che dopo questa distruzione Policastro rimase, così, quasi totalmente diruta” e, sempre secondo il Laudisio, questo fatto Fu allora che la maggior parte degli abitanti fu costretta ad abbandonare il paese paterno, ed alcuni fondarono il villaggio di S. Marina, altri quello di Bosco”. Dunque, il Laudisio credeva che i villaggi di Bosco e S. Marina, sorsero dopo la distruzione di Policastro avvenuta nel 1065. Il Laudisio, a p. 12, nella sua nota (30)(vedi l’edizione a cura del Visconti) postillava che: “(30) Ughel. Ital. Sac., tom. 7, col. 758 (Ughelli, Italia Sacra sive de episcopis Italiae et insularum adiacentium, Venetiis, 1721, apud Sebastianum Coleti, p. 542: “Robertus, Normandus dux, ann. Christi eam destruxit).”. Dunque, il Laudisio postillava di Ferdinando Ughelli (….), ma l’Ughelli, sia nella prima sua edizione dell”Italia Sacra’ pubblicata da Mascardi e sia nella sue seconda edizione pubblicata da Coleti non dice nulla sull’origine di Bosco o di S. Marina. L’Ughelli, forse sulla scorta del passo di Goffredo Malaterra riporta la notizia della distruzione di Policastro nel 1065 da parte del Guiscardo. In precedenza abbiamo visto il passo dell’Ughelli, nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, colonna 758 e, sia quello dell’edizione Coleti, del 1721, vol. VII, col. 542, ma sebbene riporti la notizia della distruzione di Policastro nell’anno 1065 non dice nulla sull’origine dei villaggi di Bosco e di S. Marina. Mi pare. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Bosco nel vol. I, a p. 555, in proposito scriveva che: “Notizie che mancavano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della basilica vaticana di S. Pietro.”. Infatti, l’Ughelli, nella sua Italia Sacra, vol. VII, a p. 760 ci dice questa notizia che riguarda solo l’Abbazia di S. Nicola di Bosco. Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Dunque, la notizia delle origini di Bosco e di S. Marina è una illazione del Laudisio. Il sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta del Laudisio (…), riferendosi a Policastro ed ai Normanni, in proposito scriveva che: “e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi del tutto ragguagliata al suolo, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che què cittadini che poterono uscir salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città intesero a levarvi quel villaggio, che ora Bosco si addimanda (2).”.

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Il Porfirio, a p. 538, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ughelli F., Italia sacra, tomo VII, col. 758.”. Dunque, il Porfirio, e credo pure il Laudisio prendevano la notizia dal tomo VII dell’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli. In precedenza abbiamo visto il passo dell’Ughelli, nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, colonna 758 e, sia quello dell’edizione Coleti, del 1721, vol. VII, col. 542, ma sebbene riporti la notizia della distruzione di Policastro nell’anno 1065 non dice nulla sull’origine dei villaggi di Bosco e di S. Marina. Mi pare. Stessa notizia diede il sacerdote Giuseppe Volpe, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento’, (…), nel 1888, a p. 117, così scriveva: “Policastro venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi affatto distrutta, volgendo lo anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che quei cittadini, i quali poterono uscire salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città,intesero a levarsi quel villaggio, che ora Bosco, si addimanda(22)”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cons. Ughelli. Italia sacra, tomo VII, col. 758.”. Dunque, anche il Volpe postillava di Ferdinando Ughelli. Pietro Ebner (…), riferendosi proprio alla notizia tratta dal Volpe (…), scriveva su Bosco che “in questa triste circostanza, uno di questi nuovi borghi sorti a causa della paura, sarà Bosco. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a p. 123, parlando di Policastro e, del terribile Roberto il Guiscardo, scriveva che: “…assalì le città marittime e, nell’anno 1055, per vendicarsi del cognato Gisulfo II, ultimo dei Principi Longobardi di Salerno, che aveva donato al fratello Guido, Policastro ed altri castelli della valle dei Sanseverino, devastò e rase al suolo il fiorente centro bussentino (57). Fu in questa triste circostanza che i policastrensi superstiti, sbandati e senza tetto, lasciarono il suolo natio e si rifugiarono, lontano dal mare, sulle alture circonvicine, dove costruirono le loro case e si stabilirino la definitiva dimora.”. Il Guzzo (…), a p. 123, nella sua nota (57), postillava che: “(57) F. Palazzo, op. cit., p. 150.”. Probabilmente Angelo Guzzo si sbagliava quando scriveva che fu nel 1055, e non nel 1065 che Roberto il Guiscardo distrusse Policastro. Infatti, Angelo Guzzo citava Ferdinando Palazzo che si rifaceva al testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….). Ferdinando Palazzo (…), però, a p…, sulla scorta del ‘Trattato historico-legale’ di Pietro Marcellino Di Luccia (…), scriveva che: “…,seguì nell’anno 1065 la funesta devastazione di Policastro di Roberto il Guiscardo, il quale, con la ferocia di Attila, distrusse ‘ab imis’ la ridente Metropoli, lasciando senza tetto e senza pane i suoi infelici abitanti i quali furono costretti in gran parte a cercare rifugio sui monti circostanti (10).”. Il Palazzo (…), a p. 37 (v. nuova edizione), nella sua nota (10), postillava che: “(10) Di Luccia, op. cit., pag. 8.”. Dunque, il Palazzo (…), e poi pure il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), scrivevano che il Guiscardo aveva assalito e distrutto Policastro non nell’anno 1055, bensì nell’anno 1065. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), a p. 107, dedica un intero capitolo “Cenni storici sulla frazione di Bosco – L’Abbadia di “San Nicola” e le origini della frazione Bosco”, in cui sostiene che “,…e non vi è dubbio che il primo nucleo dei suoi abitatori fu costituito da coloni delle Università vicine chiamati per la coltivazione del vasto territori  appartenente alla comunità religiosa, ai quali, poi si unirono certamente parte dei profughi di Policastro, quando – come abbiamo già detto – Roberto il Guiscardo, nell’anno 1065, distrusse la Città di Bussentina, per costringere i suoi abitanti a trasferirsi nella Città di NICOTRO, che egli stesso aveva edificata in quell’anno. E’ risaputo, infatti, che parte di detti profughi che non avevano voluto obbedire all’imposizione del tiranno, si rifugiarono sui monti circostanti, costruendovi le loro nuove abitazioni, così come avvenne per San Giovanni a Piro, S. Marina, Vibonati, ecc…”. Dunque, come si è già visto Pietro Marcellino Di Luccia e poi il Palazzo ci parlano dei suoi abitanti che andarono ad abitare Nicotera in Calabria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 28, scriveva in proposito che:  “Il più astuto di essi, Roberto il Guiscardo, figlio di Tancredi d’Altavilla, sbarcato nel Napoletano, assalì le città marittime e nel 1065 distrusse violentemente Policastro. Fu questa la prima distruzione. I cittadini che riuscirono a salvarsi dalle rovine lasciarono il suolo natio e si rifugiarono lontano dal mare, per non vedere più i nemici e per difendersi da loro. Fu proprio in questo periodo che si formarono i primi centri abitati di Bosco, di S. Marina, di S. Giovanni a Piro e dintorni. Fu proprio su queste alture che i Policastresi avevano il tempo di fuggire e di nascondersi entro le grotte del Monte Bulgheria, qualora sopraggiungesse dal mare una nuova ondata di nemici. Il Laudisio desume questa data dall’Ughelli (Italia Sacra, Tomo VII, col. 758), ma parla di una precedente distruzione, da parte del Guiscardo, nel 1034.”. Sempre il Cataldo (…), però a p. 48, parlando di Bosco, riferiva che il centro di Bosco, si fosse ripopolato dai fuggiaschi di Policastro non nel 1034 o nel 1065, a seguito della prima distruzione del Guiscardo ma nell’anno 1055. Il Cataldo (…), a p. 48, scriveva che: “Bosco, antica Badia di S. Nicola, esisteva fin dall’oscuro medioevo; ivi ripararono nel 1055 alcuni fuggiaschi policastrensi e vi costruirono le case, probabilmente su traccie di mura romane. ecc..”. Riguardo quel periodo e Roberto il Guiscardo, il barone Giuseppe Antonini, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ del 1745, a p. 383, così scriveva dei Bulgari nel 1080, ed in proposito scriveva che:

Antonini, vol. II, p. 383

Nel 1067, papa Alessandro IX scomunicò Guglielmo e Roberto il Guiscardo

Nel 1062, è documentata la sua presenza a Costantinopoli, ospite del facoltoso mercante amalfitano Pantaleone, per chiedere al basileus Costantino sostegno e aiuto militare proprio contro il cognato Roberto e i suoi normanni. Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto il Guiscardo per le terre usurpate a chiese e abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), ecc….”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”.

Nel 1071, Roberto il Guiscardo e la conquista della Sicilia

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Ecc…”.

Nel 1 agosto 1067, nel sinodo di Melfi, Guglielmo (I) d’Altavilla, Torgisio e Guimondo dei Mulsi furono scomunicati da papa Alessandro II

Da Wikipedia leggiamo che nel 1067, Guglielmo (I) d’Altavilla, conte del Principato fu scomunicato al Concilio di Melfi insieme a Turgisio di Sanseverino e Guimondo de Moulins, per aver rubato le proprietà della Chiesa di Alfano I, arcivescovo di Salerno. Quello stesso anno si recò a Salerno per riconciliarsi con il Papa Alessandro II. In Wikipedia Guimondo dei Mulsi viene detto “Guimondo de Moulins”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 89-90 parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana al tempo dei primi Normanni e delle loro prime conquiste del Principato Longobardo di Salerno, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare  sempre più vaste terre alla chiesa salernitana (29) tantochè il primo agosto del 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli poi, a Salerno, e nella riunione plenaria di vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure nel 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30).”. Pietro Ebner (…), a p. 89, nella sua nota (29), postillava che: “(29) La notizia è nel ‘De regno Italiae’ di C. Sigonio (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmun Tancredi ilium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae redditit”. “Per le terre occupate, Schipa, ‘Storia’, p. 223. Non è da escludere che Guimondo dei Mulsi, tra le altre terre dei locali cenobi italo-greci, si fosse impadronito anche di quelle della Chiesa di Salerno esistenti a Laurito e non elencate forse per la loro entità in rapporto alle altre. Delle terre a Laurito è notizia dal CDC, I, 173, anno 947 (Laurito è detto “in finibus salernitanus”, e I 445 992 (Guglielmo, figlio del fu Ragiberto vende la quarta parte dei suoi beni “in loco Laurito” alla chiesa di S. Maria di Salerno di cui è abate il sacerdote Donnello per 24 tarì di oro) e I 450 anno 992 ecc…ecc..”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29)…..Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: ecc……Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Ebner, a p. 90, nella nota (30) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”.

Nel 1073, i benedettini di Cava e Pietro Pappacarbone

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana al tempo dei primi Normanni e delle loro prime conquiste del Principato Longobardo di Salerno, in proposito scriveva che: Tutto ciò era stato determinato dalla nuova politica del “sacro salernitano Palatio”, la politica di concessioni e privilegi alla chiesa di Salerno (arcivescovo Alfano) e all’Abbazia di Cava (S. Leone), oltre l’importante di Castellabate di Pietro da Salerno. Politica suggerita a Gisulfo dal monaco Ildebrando di Soana, salito poi al soglio pontificio nel 1073 (Gregorio VII). Oltre ad assottigliare sempre più il numero delle terre occupabili dai Normanni, i quali reagivano come si è visto, si sarebbe posto un valido freno all’ulteriore espansione del monachesimo italo-greco, specialmente nel Cilento. I monaci infatti costretti a subire incursioni e vessazioni, nonchè il passaggio delle loro terre ai Normanni, finirono per lasciare le antiche sedi, aiutati in questo anche dalla loro naturale tendenza irrequieta, o a chiedere protezione all’abate Pietro di Cava, assai venerato da Ruggero Borsa……L’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16) non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini (31). A queste seguivano altre donazioni, quando Pietro, lasciato Perdifumo (a. 1073), assunse la direzione dell’Abbazia cavense (32); ancor più dopo il 1079, dopo la morte di S. Leone. La grande figura dell’abate Pietro induceva anche privati a donare beni all’abbazia: sull’esempio degli antichi principi e dei nuovi dominatori, le cui corti baronali, come quella dei de Màgnia di Novi, erano frequentate dai più intelligenti e accorti monaci cavensi. Dopo aver potenziato l’antico monastero di Perdifumo (diversi gli atti ivi stilati), l’abate Pietro potè iniziare la sua lungimirante azione tesa allo sgretolamento dell’eparchia monastica italo-greca del Cilento, ridimensionando il prestigio del noto  e fiorente cenobio di S. Maria di Pattano. Il grande abate si proponeva a lungo termine di restituire l’intera regione a Roma e al rito latino.”. Pietro Ebner (…), a p. 91, nella sua nota (31), postillava che: “(31) L’ostilità dei monaci bizantini per il clero latino continuava (vedi, ante 1050, il violento attacco del metropolita di Reggio contro la Chiesa e papato: Gianelli, “Atti VIII Congr. intern. Studi Bizantini, Roma, 1953, pp. 93 sgg.) ancora agli inizi del XIV secolo. Pur riconoscendo formalmente l’autorità di Roma molti monaci si sentivano ancora legati a Costantinopoli.”. Pietro Ebner (…), a p. 91, nella sua nota (32), postillava che: “(32) Nell’Archivio di Cava sono ben 179 donazioni del periodo 1079-1122 e 400 tra il 1124 e il 1141, che naturalmente non riguardano solo terre del Cilento.”.

Nel 1067, la ricostruita Diocesi di Policastro da parte dell’Arcivescovo Primate di Salerno Alfano I

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “…..Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Infatti, fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, asoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appaena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi.”.

Nel 1067, la Contea di Policastro, il conte longobardo Guido, fratello di Gisulfo II

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli incendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6). Nè i rapporti del conte di Policastro con il fratello Gisulfo erano quelli di otto anni prima. Di fronte all’aggressiva reazione dei normanni, non accontentati dal principe nelle loro giuste richieste, Guido aveva fatto sue le rimostranze del fratello stroncando le brutali e rapide loro conquiste. Ma poi aveva capito e, sulla scia dell’omonimo zio Conte di Conza, aveva mutato atteggiamento. Si era reso conto, cioè, che il fratello Gisulfo avrebbe potuto conservare il trono solo se, adattandosi alla nuova situazione, fosse tornato alla politica paterna: Guaimario V (IV) con le indispensabili investiture ai conti normanni era riuscito, oltre che a salvaguardare la propria autorità, ad accrescerne il prestigio. Il principe, però, forse per insofferenza dei continui consigli di moderazione dello zio, certamente geloso del prestigio militare goduto dal fratello Guido, forse anche perchè era giunto il tempo di una ulteriore conferma del noto vecchio adagio latino (7), persisteva nell’insano suo comportamento verso i normanni. Un modo d’agire intollerabile per Guido, specialmente per l’inconsulto tergiversare di Gisulfo circa la consegna della dote alla coraggiosa sorella Sighelgaita, la quale, seguito a Melfi Roberto il Guiscardo, lo sposava ricevendone quale “dono del mattino”, l’antico longobardo ‘morgincap’ (8), il quarto dei beni conquistati dal marito, tra cui, forse, anche castelli confinanti con la contea di Guido. E’ evidente che tutto ciò rendeva più che precaria la salvaguardia dei confini, dei settentrionali più che dei lucano-calabri. Qui era Roberto al quale, oltre che da vincoli di parentela, Guido era ormai legato da ammirata amicizia per quel suo leggendario valore che doveva suscitare la considerazione persino dell’ostile Anna Commeno. L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, nel cap. III, a p. 88 parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo (si riferisce al fratello del Guiscardo), il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Sullo sconfinamento, casuale o voluto a Guimondo, si era intanto accesa una controversia di cui venne nominato arbitro (Guido aveva rifiutato il fratello) il principe di Capua verso cui Guido s’incamminò. Sorpreso lungo il viaggio dagli sgherri di Guimondo, Guido venne ucciso dopo strenua resistenza (a. 1075). Poco prima Alfano aveva inviato al valoroso guerriero quel suo carme che si chiudeva con l’augurio di vederlo vincitore dei Parti (Turchi) e sovrano di Costantinopoli.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”.

NEL 1073, IL DUCATO DI PUGLIA E CALABRIA DI RUGGERO BORSA

Il Ducato di Puglia è una signoria normanna affidata per la prima volta al cavaliere Roberto il Guiscardo della famiglia Altavilla e costituita come entità territoriale come conte di Puglia, nella quale i normanni amministrano giustizia e battono moneta per privilegio pontificio nel 1059 nei territori corrispondenti alle attuali regioni Puglia, Basilicata e parte orientale e meridionale della Campania (dunque il basso Cilento). Il titolo di Duca di Puglia fu spesso unito a quello di Duca di Calabria e come tale rimase fino a quando i due ducati furono uniti alla Contea di Sicilia con Ruggero II per formare il Regno di Sicilia. Nell’estate dell’anno 1059 la Contea di Puglia si trasforma in Ducato come entità territoriale ben definita. Durante il primo concilio di Melfi, infatti, il pontefice Niccolò II, fermo restando la capitale a Melfi, nomina Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria mediante accordi presi con il Trattato di Melfi e perfezionati con il Concordato di Melfi.  Nel 1077 la capitale del Ducato, unito al Ducato di Calabria, divenne Salerno. Questo ducato detto di Puglia e Calabria, che comprendeva gran parte del Mezzogiorno continentale, fu annesso nel 1130 al Regno di Sicilia da Ruggero II. Da Wikipidia leggiamo che nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Vera von Falkenhausen (…), nel suo  ‘I Longobardi Meridionali’, a p. 285, in proposito scriveva che: “Roberto il Giscardo non si tratenne molto a Salerno, ma per il figlio che gli succedette, il duca Ruggero Borsa, da parte materna nipote di Guaimario IV, l’eredità longobarda ebbe grande significato. Salerno fu la residenza principale sua e di suo figlio, il duca Guglielmo. Si sentivano a casa propria nella città, che anche nei decenni successivi non perdette il suo caratere longobardo. Il loro legame con l’antica capitale longobarda, che 300 anni prima Arechi II aveva reso residenza dei principi, si rivela anche nella morte; infatti, mentre Roberto il Guiscardo è sepolto nel monastero di famiglia dei Hauteville, la SS. Trinità di Venosa, i duchi Ruggero Borsa e Guglielmo si fecero inumare in S. Matteo, il duomo di Salerno (3).”. La Falkenhausen (…), a p. 285, nella sua nota (3), postillava in proposito che: “(3) ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, RIS, VII, Bologna, 1935, pp. 205-214.”. La Falkenhausen citava il chronicon di Romualdo Guarna (….) o Romualdo Salernitano che fu pubblicato da Carlo Alberto Garufi (….), nella rivista diretta da Giosuè Carducci: “Rerum Italicarum Scriptores”, (II edizione) VII, Bologna, 1935, pp. 205-214.

Dal 1075 al 1077-78, LANDOLFO e la Contea di Policastro

Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno Gisulfo II. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”. I due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto. Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno.

Dal 1075 al 1114, Roberto d’Altavilla, figlio di Guglielmo (I) d’Altavilla, nuovo Conte del Principato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 125, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato” scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II “Esse, dopo il 1077, si estendevano tra il fiume Tusciano ed il golfo di Policastro e confinavano con le contee di Rota, di Conza e di Marsico, ma escludevano le contrade comprese fra il Sele, Magliano e l’Alento, che erano state le ultime a venire in potere ai nuovi dominatori. Un feudo dunque, di vastissima estensione, il cui centro politico fu Eboli, e che Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1).”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (1) postillava che: “(1) G. Paesano, Memorie per servire alla storia della chiesa salernitana, II, 18 (a. 1090). Guglielmo d’Altavilla che sposò la figlia di Guido di Conza, portò unicamente il titolo di conte di S. Nicandro (S. Nicandro di Bari) e, sebbene ricevesse in feudo dal fratello Umfredo la contea di Principato (‘Duos itaque fratres suos comites fecit: Malgerium Capitanatae, Willelmum vero Principatu; GAUFREDI MALATERRAE, op. cit., I, 16, p. 16), non ne portò il titolo comitale, come risulta da R. GUARNA (Chronicon, cit., ad an. 1075):…..Willelmus, comes de Sancto Nicandro, pater Roberti, comitis de principatu.”. Di Guglielmo detto “conte del Principato” ho parlato in altro mio saggio sui primi Normanni. In questo scritto mi occupo degli eredi del conte di Principato, gli eredi di Guglielmo (I) d’Altavilla. Dunque, il Cantalupo scrive che “Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1).”. Infatti il Cantalupo, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: Guglielmo (I) d’Altavilla, conte di S. Nicandro (1054-1075), da cui Roberto conte di Principato (1075-1114); Riccardo, crociato (1096-1100); Rainulfo, crociato (a. 1096). Da Roberto conte del Principato discende Guglielmo (II) conte di Principato (1107-1128), ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6).”. Ebner, a p. 378, nella nota (6) postillava che: “(6) Ebner, Storia, cit., p. 87.”. Infatti, Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “I Normanni continuarono a rosicchiare terre del Principato. Si può parlare addirittura di smembramento di questo nel 1062 (25) se, ad esempio, l’autorità del principe era riconosciuta, come indicano i documenti cavensi, solo da Tresino a Laurana, in un territorio che va da Capaccio ai confini meridionali. Assume, quindi, attendibilità la notizia del Mazziotti, p. 31, sulla cessione fatta dal conte del Principato a Giovanni di S. Paolo del castello di Agropoli, parte delle terre toccate al fratello di Gisulfo. Senza dire che in molte terre del Principato (Capaccio, Trentinara, ecc…) il riconoscimento era solo nominale perchè i cugini di Capaccio del principe mantenevano relazioni più che ottime con i locali signori normanni, come si rileva dalle dalle anzidette pergamene. Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”. Pietro Ebner, a p. 87, nella nota (25) postillava che: “(25) Per i territori del Cilento nel periodo dipendenti da Gisulfo, v. Schipa, Storia, p. 220, no. 14.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: ecc…”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II.. Carlo Carucci (….), e del suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”. Infatti, il Carucci, a p. 383, in proposito scriveva che: Gli successe il figlio Roberto, di cui si conservano vari diplomi di concessioni fatte a chiese, nei quali si fa sempre salva l’autorità sovrana del Guiscardo e, dopo la morte di costui, quella di Ruggero Borsa (1). A Roberto nella contea di Principato successe Nicola (2) ecc…”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Paesano, op. cit., I, 18, riporta un documento dell’archivio della mensa arcivescovile di Salerno in cui Robertus divina clementia annuente Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi conferma all’arcivescovo di Salerno Alfano ‘de consensu et voluntate domini Rogerii ducis incliti’ parecchie antiche concessioni di terre tra Eboli e il Sele.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi un diploma di questo Conte in Paesano II, 113.”

Nel 1077, i conti di Marsico e le donazioni alla SS. Trinità di Venosa

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 4.3 ‘Le origini’, a p. 135 così si esprimeva: Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico, riguardanti proprio quelle stesse fondazioni ecclesiastiche del Vallo di Diano che risultavano, ancora nel XVIII sec., dipendenti dal Priorato gerosolimitano di Venosa. Nel 1075 Rainaldus Malaconvenientia, insieme alla moglie Adelaide, donò alla SS. Trinità di Venosa “Sanctum Nicolaum dictum de Sala” (67). Due anni più tardi lo stesso personaggio attribuendosi il titolo di “comes Marsici” donò alllo stesso monastero “ecclesiam Sanctae Mariae et Sancti Iohannis de Fontibus, nec non ecclesias Sancti Nicolai de Sala et ecclesiam Sanctae Mariae de Oliva”(68). Nel 1091 le donazioni di queste stesse ecclesie e quelle di altre fondazioni, poste nello stesso territorio, sarebbero state confermate al monastero venosino dal vescovo di Capaccio Maraldus il quale avrebbe riconosciuto la piena autorità dell’abate Berengario sulle chiese “Sanctae Mariae, Sancti Iohannis, Sancti Petri Fontium, Sancti Nicolai, Sancte Agathe, Sancti Marie de Olea”, tutte “positas in castro Sale”, insieme alla chiesa di San Felice, posta invece presso l’abitato di Montesano (69). Quasi un secolo più tardi, quando la contea di Marsico sarà stata assegnata da Ruggeo Ii a Silvestro di Ragusa, il figlio di questi, Guglielmo, avrebbe ulteriormente confermato le donazioni di ‘Rainaldus Malaconvenientia alla Trinità di Venosa (70). La presenza dunque prima dei benedettini cassinesi poi dei Cavalieri di San Giovanni in Fonte, a Cadossa come a Santa Maria dell’Oliva, o a San Giovanni in Fonte e nel Casale di San Nicola di Goffredo, presso Sala, si deve interpretare come diretta conseguenza dello stretto legame esistente tra queste fondazioni del Vallo e la SS. Trinità di Venosa, legame che risale alla fine dell’XI sec., quando il primo conte normanno di Marsico sottomise all’abate di Venosa queste ecclesie, insieme alle loro dipendenze, i loro patrimoni e, almeno nel caso di S. Nicola di Goffredo, presso Sala, i loro casali.”. La Alaggio, a p. 135, nella nota (67) postillava: “(67) Cfr. H. Houben, Die Abtei Venosa und das Monchtum im normannisch-staufischen Suditalien, Tubigen, 1995, Ibidem, pp. 256-257, reg. 22.”. La Alaggio, a p. 135, nella nota (68) postillava: “(68) Ibidem, pp. 259-260, reg. 25”. La Alaggio, a p. 136, nella nota (69) postillava: “(69) Ibidem, pp. 294-295, reg. 61”. La Alaggio, a p. 136, nella nota (70) postillava: “(70) Ibidem, pp. 377-378, reg. 147: “Fu il suddetto conte imitatore della paterna pietà e divozione verso il luoghi abitati dai padri di San Benedetto. Laonde nell’anno 1177 donò ad Egidio, abate del monistero della Trinità di Venosa etc…”.

Nel 1077, Gisulfo II deposto e sconfitto da Roberto il Guiscardo che assedia e conquista Salerno, capitale del Principato Longobardo di Salerno

Da Wikipidia leggiamo che prima di espugnare Palermo e insignorirsi della Sicilia, Roberto il Guiscardo dovette combattere contro le ultime guarnigioni bizantine che ancora occupavano parte della Puglia, cuore del suo dominio. Il 16 aprile 1071, con la caduta di Bari, i Greci furono definitivamente estromessi dal sud Italia e il Guiscardo poté così rivolgere la propria attenzione ai grandi principati indipendenti di origine longobarda che ancora tenevano in mano propria vaste aree del meridione. Il primo obiettivo fu il Principato di Salerno: la città fu messa sotto assedio e cadde nel dicembre del 1076, ma il principe Gisulfo II, cognato del Guiscardo in quanto fratello di Sichelgaita, abbandonò il castello con la propria corte solo nel maggio del 1077. Al dominio totale del Guiscardo nel Mezzogiorno mancavano a questo punto il Principato di Capua, sotto i Normanni dei Drengot, il Ducato di Napoli e Benevento, antico e potente principato longobardo ormai in decadenza: l’attacco alla città, sferrato nel 1078, mise in allarme papa Gregorio VII, poiché Benevento era considerato feudo della Santa Sede. Ma il pontefice non era in condizioni di inimicarsi i Normanni, impegnato com’era contro l’imperatore Enrico IV nella questione delle investiture. Decise allora di farseli alleati e, convocato Roberto a Ceprano nel giugno del 1080, lo investì nuovamente dei suoi titoli e diritti, assicurandogli anche la signoria sugli Abruzzi meridionali e – seppure con una formula sospensiva – sulla Marca Fermana, Salerno e Amalfi. Anche Benevento, da cinquecento anni indipendente, cadde sotto i colpi del Guiscardo, che ne assunse il titolo principesco.

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)…..Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079).. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scrive che Gisulfo II fu deposto nell’anno 1077. Da Wikipedia leggiamo che Landolfo, conservò il dominio della Contea di Policastro fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni, quando Landolfo conservò i propri domini, ma dovette consegnare i castelli più importanti tra cui San Severino. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo nell’anno 1078 che, come narra il cronista dell’epoca Amato di Montecassino (…), Landolfo dovette consegnare a Roberto dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo, dovette consegnare a Roberto il Guiscardo la contea di Policastro e di S. Severino e Guaimario dovette consegnare la città fortificata del Cilento. Nel 1077 la capitale del Ducato, unito al Ducato di Calabria, divenne Salerno. Questo ducato detto di Puglia e Calabria, che comprendeva gran parte del Mezzogiorno continentale, fu annesso nel 1130 al Regno di Sicilia da Ruggero II. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: Si apriva nel frattempo tra Gregorio VII e l’imperatore di Germania Enrico IV la “lotta per le investiture”, ed il Papa, costretto a cambiar politica verso i Normanni, dovette suo malgrado abbandonare Gisulfo al suo destino, potendolo solo consigliare di venire a patti con il cognato. Ma troppi motivi di contrasto, vecchi e nuovi, rendevano ormai inconciliabile il dissidio fra i due, e tra i nuovi vi era l’intervento normanno ad Amalfi, fatto che aveva particolarmente indispettito il Principe, spingendolo ad aumentare le rappresaglie contro questa città. Il Giuscardo aveva invitato il cognato a non molestare gli Amalfitani, ma Gisulfo aveva ignorato l’invito. Il Normanno allora ruppe ogni rapporto col Principe e, tirando dalla sua anche Riccardo di Capua, lo isolò. Gisulfo si diede ad apprestare dovunque opere di difesa, avvertendo ormai prossima l’aggressione del Guiscardo al suo regno. Roberto, infatti, non indugiò e l’8 maggio 1076 cinse d’assedio Salerno con uno sterminato esercito di Normanni, Greci e Saraceni; bloccò anche il porto con la flotta e chiese, per questo aiuti navali agli Amalfitani. Ne approfittò però per inviare nel frattempo un contingente di truppe nel Ducato, sicchè il protettorato del 1073 divenne una vera e propria signoria normanna ed Amalfi perdè, dopo oltre 250 anni, la sua indipendenza: “….hoc aevo – dice una cronaca del tempo – ‘Res Amalphitanorum pubblica jacuit, amissis uno tempore opibus, liberate ac propriis Ducibus’ (1). L’assedio di Salerno fu lungo e difficoltoso, nonostante il vasto impiego di forze ed il valido aiuto fornito dalle milizie di Riccardo di Capua. La città stremata, potè esser presa per il tradimento di alcuni cittadini solo il 13 dicembre 1076; Gisulfo riuscì a chiudersi nella rocca con i familiari e gli uomini più fidati e continuò ancora a difendere il suo Stato, finchè, stretti gli assediati dalla fame, nell’estate del 1077 si arrese. Con lui terminava così, dopo più di cinque secoli di storia, il dominio dei Longobardi a Salerno (2). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 122, nella sua nota (1) postillava che: “(1) M. Camera, Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, Salerno, 1876-81, I, p. 267.”. Il Cantalupo, a p. 122, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lo sconfitto Gisulfo II andò prima a Capua, poi a Roma, accolto amorevolmente da Gregorio VII, che lo inviò come legato apostolico in Francia nel 1081 ed a Salerno nel 1094, poi nuovamente in Francia. Alla morte del Pontefice prese parte con la Curia papale alle vicende che portarono all’elezione di Vittore III, morto il quale, l’esule principe fu acclamato Duca degli Amalfitani nel 1088. Dopo tale anno non si hanno di lui più notizie (cfr. Amato, Storia, …cit., pp. 241-245).”.  

Nel 1080, Roberto il Guiscardo e le sue concessioni fatte ai Bulgari stanziatisi a Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, a pp. 704, vol. I parlando del casale di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), etc…”. Ebner, a p. 704, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Antonini, cit., I, p. 383 dice di averne letto in documenti esistenti nell’Archivio della Diocesi di Policastro, di cui non è traccia. Cfr. pure a p. 348: nel dire di S. Severino di Camerota scrive: “Sicuramente il paese fu quivi edificato perchè il suo sito lo rendea forte, e messo agli insulti de’ vicini Bulgari esposto, quando i medesimi non l’avessero ancora fondato, come io vorrei fermamente a credere”. Etc…”. Ebner, a p. 704, vol. I, nella nota (6) postillava che:  “(6) Utiliter de illorum in finibus Apuliae, et Salerni usi sumus. Antonini, p. 383.”. Questo argomento lo tratto nei miei saggi dedicati a Mansone ed a Roccagloriosa. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 91 , riferendosi a Pietro da Salerno, Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che: “Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16) non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (Paolo Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini (31).”. La notizia di profughi e Slavi assoldati da Roberto il Guiscardo per la conquista delle Calabrie va ulteriormente approfondita ed indagata. Su Castrocucco ha scritto pure Biagio Cappelli (…), nel suo Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 212-213, dove parlava anche di Aita, riferendosi a certe chiese o monasteri basiliani sorti in quell’area. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, parlando dei Bulgari del Principe “Alczeco”, a p. 383, in proposito scriveva che: “o quelli d’Alboino, vennero ad occupare la montagna, di cui ragioniamo, dandole dalloro nome quello di Bulgaria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede di alcune concessioni del MLXXX. da Roberto Guiscardo fatte, che nell’Archivio Vescovile di Policastro si conservano; ed in esse si dice: “Utiliter de illorum samulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi sumus; parole che dimostrano, che ancora a quel tempo non eran pochi.”.

Antonini, p. 383

Dunque, secondo l’Antonini, nell’Archivio della Diocesi di Policastro egli avesse visto alcune concessioni del 1080, fatte da Roberto il Guiscardo alle popolazioni di Bulgari che abitavano in queste nostre zone. Antonini scriveva che in una di queste concessioni fosse scritto “Utiliter de illorum samulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi sumus ” che tradotto significa Abbiamo beneficiato del loro servizio nei territori della Puglia e del Salerni”. Dunque, secondo l’Antonini, in una di queste concessioni del Guiscardo ai bulgari del posto vi è scritto che il normanno Roberto il Guiscardo, nel 1080 concede dei benefici e scriveva perchè egli aveva beneficiato del loro servizio nei territori della Puglia e del Salerni. Sul documento del 1080, citato dall’Antonini che dice aver visto nell’Archivio della Diocesi di Policastro ha scritto Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli dindeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Giuscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari ‘in finibus Apuliae et Salerni’. Benchè la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano. Ecc….”. Dunque, il Racioppi (….), cita l’antico documento dell’anno 1080 citato dall’Antonini e come al solito ne dubita l’esistenza, ma aggiunge che: “è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano”. L’Antonini, proseguendo il suo racconto cita un passo del Pellegrino (….) che parla di Grimoaldo. Antonini, sempre a p. 383, continuando a parlare dei Bulgari nelle nostre contrade, in proposito scriveva pure che: “E chi sa se questi fossero gli stessi, che sotto nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel 1040 ‘Anno MXL. (dice Lupo Protospata) praedictus Dulchianus excussit Contractos de Apulia’. Questo nell’anno 1039. dallo stesso Protospata etc…”. L’Antonini, citando ‘Protospada’, si riferisce a Niceforo, patriarca di Costantinopoli che scrisse una cronaca dell’epoca. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. Sulle popolazioni di origine Bulgara, nelle nostre zone ha scritto pure Pietro Ebner (…..), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 376, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 91 parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). Ecc…”. Infatti, Vito Lo Curto (…..), nella sua traduzione del Cap. XVI del Libro I del Malaterra (….), in proposito scriveva che: “Assieme a soldati Schiavoni compie razzie nel territorio circostante. Il Guiscardo che aveva con se una sessantina di uomini detti Schiavoni (24), che conoscevano tutta la Calabria. Roberto il Guiscardo, mentre si tratteneva a Scribla e valorosamente contrastava i Calabresi ecc..”. Lo Curto, spiega poi chi erano i soldati ‘Schiavoni’ di cui si era servito il Guiscardo: “Appartenenti a popolazioni slave insediatesi lungo le coste adriatiche, nell’area di influenza bizantina.”. Il Racioppi, sempre riferendosi a questi Bulgari nelle nostre terre prosegue il suo racconto e scriveva che: “Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”.

Nel 1077-78, Roberto il Guiscardo e la Contea di Policastro dopo la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo

Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S. Severino di Centola) e di Policastro. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)…..Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079). La data effettiva deve perciò risalire al 22 ottobre 1067, tanto più che U. da Venosa (“il Venusino”), ‘Vitae sanctorum abbatum cavensium’, ABC, cod. n. 24, ff. 15v – 15r) colloca l’evento subito dopo il ritorno di Pietro da Cluny. Ecc..”. Dunque, l’Ebner in questo passaggio indica come data della nomina ad Abate dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni del monaco Pietro Pappacarbone all’anno 1074, tre anni prima dell’anno, 1077, in cui era stato deposto, dice lui, il principe longobardo Gisulfo II, da Roberto il Guiscardo che in quell’anno assediò Salerno. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo nell’anno 1078 che, come narra il cronista dell’epoca Amato di Montecassino (…), Landolfo dovette consegnare a Roberto dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo, dovette consegnare a Roberto il Guiscardo la contea di Policastro e di S. Severino e Guaimario dovette consegnare la città fortificata del Cilento. Riguardo la Contea di Policastro, subito dopo l’assassinio del principe Guido, fratello del Principe Gisulfo II e Conte della Contea di Policastro ha scritto Pietro Ebner (…..), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a pp. 226-227, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio” che, in proposito scriveva che: Contea che si cercò di estendere anche dopo l’assassinio del fratello del principe, ………….Si tentò cioè di aggregare la contea del Principato quella di Policastro, tenuta da Guido, accrescendo il feudo di S. Severino di Camerota (oggi l’abbandonato villaggio di S. Severino di Centola) (51) affidato da Guglielmo d’Altavilla a Guimondo dei Mulsi (52). Ho mostrato altrove (53) come la vastità del territorio avesse già indotto Guglielmo d’Altavilla a scidere in feudi la contea. Oltre quello di Novi, concesso al fedele Guglielmo de Mannia, gli Altavilla diedero poi il feudo di Sicignano, già sede del loro comitato, ad Asclettino, mentre quello di Cilento fu dato, con altri, a Ruggiero di S. Severino, legati a Guglielmo da vincoli di parentela. Più tardi il feudo di Agropoli fu concesso dai discendenti di Guglielmo a Giovanni di S. Paolo, poi passato alla diocesi di Capaccio. La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo-barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della sS. Trinità di Cava (54), si aggiunse anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”: ‘Catalogus baronum, n. 492) con le sue undici pertinenze.”. Devo però precisare che in questo passaggio l’Ebner molto probabilmente si riferisce ai prossimi anni in cui dominerà nel Principato di Salerno Ruggero Borsa. Ebner, a p. 227, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Il suggestivo villaggio abbandonato è stato oggetto di ripresa tlevisiva nel 1975 in uno dei filmati (“Villano”), tratto da episodi narrati nella mia ‘Storia cit.’, della serie “La parola, il fatto” ideata e diretta dalla nota regista Giuliana Berlinguer.”. Ebner a p. 227, nella nota (52) postillava che: “(52) Ebner, ‘Storia, cit., pp. 84 e 88 sg.”. Ebner, a p. 227, nella nota (53) postillava che: “(53) Id., Ibid., p. 85 sgg.”. Ebner, a p. 227, nella nota (54) postillava che: “(54) Nel ‘Breve chronicon monasterii cavensi’ la notizia ad. a. 1092 della concessione della Badia del dominio feudale nel Cilento: ‘Serenissimo Dux Rogerius (…) Cavensem omnem ditionem imperium in universos Lucanos (e cioè nel territorio dell’odierno Cilento) a vestigalibus immunitatem maris dimidium donavit, notarios publices ac iudices, vassallosque facultatem indulsit, mors destitutos eripiendi, duellorum rationem costituendi tribuit potestatem.”. Ebner, a p. 227, nella sa nota (55) postillava che: “(55) Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a pp. 122-123, in proposito scriveva che: Il Guiscardo lasciò che i familiari del deposto principe conservassero i loro possedimenti, solo pretese che gli venissero consegnate le fortezze più importanti; così Landolfo dovette cedere Policastro ed il castello di S. Severino, Guiamario il Castellum Cilenti: “….Et il frere de Gisolfe vindrent; et comment lor fu comandé, Landulfe rendi lo Val de Saint Severin et Pollicastre, et Guaymere rendi Cyliente (1).”. Il Cantalupo, a p. 123, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Amato, op. cit., p. 37.”. Dunque, il Cantalupo citava Amato di Montecassino (….). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: “(49) Dopo la caduta della rocca salernitana, tra le condizioni di resa la consegna di tutte le contee. E cioè di Policastro che, dopo l’assassinio di Guido, il principe aveva dato all’altro fratello Landolfo, e Cilento tenuto da Guaimario, fratello non figlio e di cui è pure notizia per l’episodio del dente di S. Matteo (il principe l’aveva dato in consegna appunto a Guaimario), narrato dallo Schipa, p. 240. Di fronte alle tergiversioni di Gisulfo, Roberto il Guiscardo minacciò lo spodestato principe d’inviarlo in catene a Palermo, ecc..”. Ebner (…), cita Michelangelo Schipa (….) che, infatti, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 232, dopo aver detto dell’uccisione di Guido, scriveva di Landolfo, suo fratello minore, scriveva che: Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal principe di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Scrivono i due studiosi Natella e Peduto (2) che, “la ripresa cattolica-romana in policastro e la restaurazione della sede episcopale, è da mettersi in rapporto con la riconosciuta politica Normanna.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “la contea di Policastro, …..fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: Dopo la caduta della rocca salernitana, tra le condizioni di resa la consegna di tutte le contee. E cioè di Policastro ……..è pure notizia per l’episodio del dente di S. Matteo (il principe l’aveva dato in consegna appunto a Guaimario), narrato dallo Schipa, p. 240. Di fronte alle tergiversioni di Gisulfo, Roberto il Guiscardo minacciò lo spodestato principe d’inviarlo in catene a Palermo, ecc..”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Michelangelo Schipa (…), nel cap. 12, del suo  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 240, parlando dell’episodio citato da Ebner (…), sul dente di S. Matteo e, riferendosi a Roberto il Guiscardo e, della conquista di Salerno, dopo il suo assedio, scriveva che: “E maggiore contesa sorse dopo. Pretendeva Roberto che dovessero porsi in sua mano i castelli della valle di S. Severino, di Policastro e del Cilento, tenuti da Landolfo e da Guaimario, fratelli di Gisulfo, poichè diceva spettargli intera la signoria del Principato. E Gisulfo schermivasi, negando che dei castelli si fosse fatta parola allorchè egli si era arreso.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 256, scriveva in proposito che:

(Fig…..), Aimè (…), op. cit., p. 256

Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a pp. 511-512-513, in proposito ai Normanni scrivevano che: Alla conquista normanna vanno riferite la riforma ecclesiastica bussentina e un rinforzamento totale, se non ripristino genuino, delle mura urbiche. Secondo il Mannelli, nel 1065, Roberto il Guiscardo distrusse – è la terza notizia in merito – Policastro e portò i suoi abitanti superstiti ad popolare Nicotera: la notizia però non è accettata dallo stesso Mannelli (69), giacchè le cronache si riferiscono non alla nostra città ma ad una Policastro sita nel Comune di S. Donato di Ninea in Prov. di Catanzaro. Sicuro è che l’episcopato bussentino risorse nel sec. XI dopo che l’arcivescovo salernitano, dietro la nota protezione longobarda, ricevè da Stefano IX la licenza di ordinare un vescovo ‘in oppido bussentino’ (70): ecc….La ripresa cattolica-romana in Policastro è da mettersi in rapporto con la riconosciuta politica dei Normanni di isolamento della religione e dei culti orientali, comunque si manifestassero. Già tale procedimento era usato dai Longobardi, in maniera rigorosa, nella loro tarda presenza in terra salernitana: con i Normanni la prassi antibinzantina divenne regola. Il culto basiliano, bizantino, viene permesso in ambiti isolati, e persisterà fino a tutto il 1600. Il carattere monastico di codesta continuità religiosa non faceva paura, ma là dove interi tratti vitali per il Regno potevano rappresentare possibili teste di ponte per recuperi bizantini (e quei secoli ci hanno documentato in quel senso), non doveva essere concessa autonomia neanche in campo religioso. Si spiegano così i grandi interventi a Policastro del grande poeta Alfano, una personalità famosa già ai suoi tempi, permeata di cultura Cassinese e del cluniacense Pietro, rigido osservante di regole e di ortodossia. Va anche riconfermata la nessuna attendibilità della ditruzione di Policastro da parte dei Normanni, se questi poi dovranno di lì a poco rifare il tutto, e dare degna sede non solo ad autorità religiose del rango di Pietro e Alfano, ma alle civili, indispensabili in un territorio ai confini com’era in quel momento Policastro. Unico riferimento preciso nella breve storia di Policastro del Volpe è da considerarsi la sua dichiarazione circa le mura della città, che vennero formate sotto Ruggiero I (72): rifatte, per meglio dire nella struttura che attualmente è visibile. ecc…I Normanni aspiravano ad avere libere le coste tirreniche inferiori, e miglior mezzo era quello di posseder porti e campi trincerati in caso di imbarchi massicci e per le Crociate e per le preannunciate ambizioni africano-orientali della dinastia francese. Ai Normanni, si ripete, deve farsi risalire l’ampliamento più propriamente fortificatorio di Policastro. Tra la parte al di sopra di q. 45 ecc… 

Natella-Peduto, p. 513  

Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. Noi, non concordiamo del tutto con questa tesi, in quanto crediamo che i Normanni non odiassero del tutto il rito greco di cui questa zona era intrisa anche a causa dei numerosi Cenobi basiliani sorti in epoca precedente. La nostra tesi è inoltre suffragata dall’antica pergamena greca, d’epoca Normanna e datata anno 1097, pubblicata dal Trinchera (….) e, di cui abbiamo parlato in un altro nostro studio ivi pubblicato (….). L’antico documento membranaceo (….), è dello stesso periodo storico della nota Lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I, di cui parliamo quì ma per noi è un ulteriore conferma e testimonianza storica del passato in quanto in esso si riporta un privilegio concesso da un nobile Normanno ad un monaco di Vibonati che voleva costruire un monastero a ‘Scido’ che noi crediamo fosse l’originario toponimo di Sapri.

Houbert Houben ed i fondi scoperti a Venosa ed il Libro dei Privilegi

Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: “Un recente lavoro di Rosanna Alaggio (81) apre un ulteriore spiraglio sugli avvenimenti. Nel delineare la storia della SS. Trinità di Venosa, si serve di una singolare pubblicazione di Houbert Houben (82): nell’intento di ricostruire l’archivio dell’abbazia, purtroppo perduto, l’autore ha raccolto le varie trascrizioni degli antichi documenti che alcuni eruditi del Seicento interessati, peraltro, a ricostruire la storia delle antiche famiglie nobili del Regno di Napoli, avevano effettuato da una fonte intermedia, il ‘Libro dei Privilegi’, un registro che raccoglieva donazioni, concessioni e privilegi goduti dall’ente monastico. Dopo accurate verifiche e confronti incrociati con tutti i regesti tramandati, Houben è risalito all’archetipo da cui gli eruditi avevano attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti fornendo, così, una ricostruzione molto attendibile di una parte del prezioso archivio. Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico.”. Medici, a p. 71, nella nota (81) postillava: “(81) Cfr. Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Quaderni dell’Associazione “L. Pica”, Laveglia Editore, 2004, pag. 134.”.  Medici, a p. 71, nella nota (82) postillava: “(82) Houben H., Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”. Medici, a p. 71, nella nota (82) postillava: “(82) Houben H., Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”. Infatti, Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. ‘4.1 Le origini’, a p. 135 così si esprimeva: “Nel 1985 Houbet Houben, dopo aver individuato l’archetipo da cui questi eruditi hanno attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti, ha fornito un edizione, con confronti incrociati, di tutti i registri tramandati consentendo, in questo modo, di risalire ai contenuti degli atti originali (66). Proprio quest’edizione permette di seguire il processo costitutivo del patrimonio della S.ma Trinità di Venosa, fornendo indicazioni puntuali sulle dipendenze e sulla cronologia della loro annessione al monastero.”. La Alaggio, a p. 135, nella nota (66) postillava: “(66) H. Houben, Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”.

Dal 1077, l’opera di  latinizzazione nel basso Cilento e nel Vallo di Diano e le Abbazie di Cava e di Venosa

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Il primo assetto della penetrazione normanna nel Vallo di Diano è strettamente legato alla rilevante diffusione nel territorio di insediamenti benedettini, divisi tra le dipendenze della S.ma Trinità di Venosa, che controllano con la loro gestione una parte rilevante di tutto il versante orientale della vallata, e i priorati della Trinità di Cava dei Tirreni, con San Pietro di Polla, Sant’Arsenio, San Marzano, San Nicola e Santa Maria di Diano, San Pietro e San Pancrazio di Atena, sottomesse a Cava rispettivamente nel 1100 da Rao, signore di Atena, e nel 1091 da ‘Abiusus’ e ‘Trotta’, abitanti dello stesso centro (21). La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di latinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22). Risulterebbe altrimenti inspiegabile la crescita di importanti enti monastici italo-greci in Basilicata, Calabria e Salento, come il monastero di Sant’Elia di Carbone, beneficiario delle donazioni della famiglia Chiaromonte, o di San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole (23). Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “Gli abati basiliani di Grottaferrata governarono il castello i Rofrano e le annesse grange per oltre quattro secoli, in un periodo durante il quale le comunità greche del Cilento sarebbero venute a trovarsi in forte disagio in un ambiente ormai avviato a “latinizzarsi” completamente. Non sembra un caso, inoltre, il fatto che il feudo si trovasse nel salernitano, sede nel continente proprio in quegli anni, della corte di Ruggero II. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione.”. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perche si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “Mentre Cilento, perduto ormai il suo ruolo di fortezza primaria, a partire dal 1166 era divenuto sede di un governatore dipendente dall’abate di Cava, il quale a sua volta dopo alcuni anni anch’egli spostò la sua residenza a Rocca. A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 70, in proposito scriveva che: “Per meglio orientarci in questa vicenda, è utile ricostruire il contesto nel quale l’evento riferito all’Eterni si dispone e far rriferimento alla situazione politica in cui si trovava il Vallo di Diano nel XII secolo. Nel Principato di Salerno si era appena concluso il travagliato processo che aveva visto i Normanni sostituirsi ai Bizantini e Longobardi, ricorrendo di volta in volta alle armi, alla diplomazia ed ad una accorta politica di matrimoni e di alleanze. In tale ottica un ruolo rilevante fu affidato proprio ai benedettini, i cui insediamenti furono appoggiati e promossi dai principi normanni, secondo una prassi già felicemente avviata dai principi longobardi: era un espediente che, estromettendo gradualmente le comunità monastiche italo-greche, in pratica gettava un colpo di spugna sulla precedente sovranità bizantina e legittimava il nuovo potere. Vanno ricordati, in proposito, gli ottimi rapporti che i principi salernitani Roberto il Guiscardo e la moglie Sighelgaita avevano con le abbazie di Montecassino, Cava e Venosa (80). Le direttive politiche della capitale venivano seguite anche in periferia e, quindi, nel Vallo di Diano, dove si affermavano le nuove dominazioni di feudatari normanni.”. Medici, a p. 71, nella nota (80) postillava: “(80) Sighelgaita era legata all’abbazia di Cava per motivi di spiritualità e di parentela con l’abate fondatore Alferio; era altresì partecipe del clima religioso di Montecassino, per via dell’abate Desiderio suo cugino e padre spirituale, tanto che proprio a Montecassino volle essere sepolta. Il marito Roberto, invece, fu autorevole fondatore dell’abbazia di Venosa, dove riposa con tutti i componenti della sua famiglia d’origine.”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico. Apre, infatti, nuovi scenari la notizia che il primo conte di Marsico, Rainaldo Malcovenienza, allineandosi anche lui alla politica dei principi salernitani, nel 1077 dona all’abbate di Venosa alcune fondazioni monastiche nel territorio di Sala, comprensive dei loro casali, e tra di esse figurano anche le chiese di S. Maria e S. Giovanni “fontium”.”. Medici, a p. 71, nella nota (83) postillava: “(83) Cfr. Houben H., op. cit., pag. 259, reg. 25 (Io Rainaldo Malconvenienza, conte di Marsico per grazia di Dio, dono la chiesa di Santa Maria e S. Giovanni delle fonti alla Santa Trinità di Venosa e ad Azzone, priore di detto monastero. Testimone Osmundo di Missanello).”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta della Alaggio, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le nuove acquisizioni offerte da Rosanna Alaggio, pertanto, permettono di delineare con maggiore evidenza rispetto al passato il ruolo ricoperto nel Vallo dai benedettini, i quali, in pratica, si dividevano tra i centri di Cava e Venosa, vale a dire i due poli meridionali nei quali si era irradiato il monachesimo di Montecassino. Il Vallo, infatti, nella sua parte settentrionale, con i monasteri di S. Pietro di Polla, di Sant’Arsenio, Caggiano gravitava nell’orbita dell’abbazia di Cava, mentre a Sud, con le dipendenze di Sala, fra cui S. Giovanni in Fonte e S. Nicola di Goffredo (90), e con il convento di Cadossa a Montesano, era legato all’abbazia di Venosa. Ricordiamo per inciso che tale abbazia era stata fondata da Roberto il Guiscardo in segno di ringraziamento dopo la vittoria sui Bizantini, che gli aveva consentito di completare il possesso del Sud, peraltro sancito da papa Niccolò II nel Concilio di Melfi, appositamente indetto nel 1059. Con tali presupposti l’abbazia venusina raggiunse in breve tempo il culmine del suo prestigio, assurgendo anche a mausoleo dei normanni e gestendo spiritualmente ed economicamente un vastissimo territorio. Questa, dopo il periodo di splendore legato alla monarchia normanna, perse etcc..”.

Nel 1083, Emma di Hale, in seconde nozze sposò Guimondo de Mulsi

Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: Da Eboli, però, verso la fine di quel secolo (a. 1083) datò alcuni diplomi anche Emma, figliuola di Goffredo di Hale, sposa dapprima di Rao Trincarote (17), parente di Rainolfo I, conte di Aversa, e poi di Guimondo de Mulsi.”. Ebner, a p. 84, nella nota (17) postillava che:  “(17) Rainolfo Trincarote, nipote di Rainulfo I di Aversa (Amato, II, 34) e Ugo Fallacia capeggiarono, dopo il 1046, il partito normanno dissidente da Guaimario, v. in Amato cit., p. 99.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava……Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), ecc…”. Riguardo questi personaggi ed i diplomi e privilegi di cui accennava l’Ebner, egli a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195)...”. Dunque, Ebner nella nota (16) postillava che il documento cavense (conservato presso l’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni) n. B 31 è assai chiaro a riguardo perche è scritto: “Emma de Evuli, filia Joffrit, que pria fuerat uxor Radolfi qui dictus est Trincarote et postmodum uxor fuit Guimundi qui dictus est de Mulsi”.”, ovvero che: “Emma di Eboli, figlia di Joffrit (Goffredo)(sarebbe Goffredo di Hale), che era stata prima moglie di Radolfi detto Trincarote e poi moglie di Guimundi detto de Mulsi”. Riguardo questo documento (il B 31), Pietro Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16)…..Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno.”. Dunque, il documento B 31 ci informa secondo l’Ebner che questa Emma di Eboli, figlia di “Goffredo di Hale” era stata sposata in prime nozze con Rainolfo Trincarote, nipote di Rainulfo I di Aversa’ per poi risposarsi con Guimondo de Mulsi, di cui si parla per l’assassinio di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro. Su Guimondo de Mulsi, marito di Emma di Hale o di Eboli, Ebner, nella nota (16) postillava che:  “(16)…..Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ma il B 31 è assai chiaro: “Emma de Evuli, filia Joffrit, que pria fuerat uxor Radolfi qui dictus est Trincarote et postmodum uxor fuit Guimundi qui dictus est de Mulsi”.”.

Rocco Gaetani e Mannelli su Policastro

Rocco Gaetani (…), nel suo: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli ecc..’, parlando dell’assalto dei Saraceni che Bussento aveva subito, così scriveva in proposito a p. 23, sulla scorta del Mannelli (…), riguardo la notizia della distruzione di Policastro da parte dei Normanni (tratta dal Malaterra (…) “Libro II, cap. 37″), la confuta e dice che non doveva riferirsi a Policastro il Malaterra quando riportava la notizia che il Guiscardo faceva ripopolare ‘Nicotrum’. Le due Abbazie del ‘Mercurion’ , di cui parleremo, erano già esistenti all’epoca del Guiscardo che nell’anno 1065, assalirà e distruggerà Policastro, come abbiamo già visto in un altro nostro scritto. L’antica pergamena della donazione dell’anno 1065, si inserisce nel quadro storico dell’epoca delineato dal Cataldo (…), che in proposito così scriveva a p. 28, del suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli nella valle di Sanseverino.”. Dunque, l’episodio della donazione del Guiscardo e della sua seconda moglie la Principessa Longobarda Sichelgaita, al monastero di nuova fondazione benedetino di S. Maria della Mattina (…), si inserisce nel quadro storico in cui Roberto il Guiscardo: “che era stato investito del titolo di Duca di Calabria e Puglia nel 1059 da Papa Nicolò II, in un primo momento favorì la cacciata dei Greci (Bizantini), tranquillizzando la Sede Romana; poi, forte del riconoscimento del papa sulle terre conquistate,…”,  “…sbarcato nel Napoletano, assalì le città marittime e nel 1065 distrusse violentemente Policastro.”. Il Guiscardo, dopo l’anno 1055, per ingraziarsi la sede papale, mise a ferro e a fuoco alcune città, soprattutto marittime come Policastro e buona parte dei territori che risentivano dell’influenza del Patriarcato e degli Imperatori Bizantini che non erano visti di buon occhio dal papato cattolico (dopo il ‘Concordato di Melfi’) di papa Nicolò II, morto nel 1061 e l’ascesa del suo successore papa Alessandro II. L’episodio della distruzione di Policastro (a. 1065), ci è narrato dal Malaterra (…), nel suo libro II, e poi ripreso più tardi dall’Ughelli (…) e citato nel manoscritto del Mannelli (…), a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio. Il Cataldo (…), a p. 28, scriveva in proposito che:  “Il più astuto di essi, Roberto il Guiscardo, figlio di Tancredi d’Altavilla, sbarcato nel Napoletano, assalì le città marittime e nel 1065 distrusse violentemente Policastro. Fu questa la prima distruzione. I cittadini che riuscirono a salvarsi dalle rovine lasciarono il suolo natio e si rifugiarono lontano dal mare, per non vedere più i nemici e per difendersi da loro. Fu proprio in questo periodo che si formarono i primi centri abitati di Bosco, di S. Marina, di S. Giovanni a Piro e dintorni. Fu proprio su queste alture che i Policastresi avevano il tempo di fuggire e di nascondersi entro le grotte del Monte Bulgheria, qualora sopraggiungesse dal mare una nuova ondata di nemici. Il Laudisio desume questa data dall’Ughelli (Italia Sacra, Tomo VII, col. 758), ma parla di una precedente distruzione, da parte del Guiscardo, nel 1034.”. Ma come abbiamo visto, il Laudisio (…), non dice che nel 1034, il Guiscardo distrusse Policastro, ma disse che nel 1034 arrivarono i Normanni e che Policastro fu distrutto per la seconda volta dal Guiscardo nell’anno 1065, come riferiva il Malaterra (…).  Il Cataldo (…), a p. 48, scriveva che: “Bosco, antica Badia di S. Nicola, esisteva fin dall’oscuro medioevo; ivi ripararono nel 1055 alcuni fuggiaschi policastrensi e vi costruirono le case, probabilmente su traccie di mura romane. ecc..”. Giuseppe Antonini, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ del 1745, a p. 383, così scriveva dei Bulgari:

Antonini, vol. II, p. 383

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Infatti, riguardo la notizia tratta dal ‘ms’ manoscritto del Marchese di S. Giovanni, il Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. vol. VII, p. 224, ci parlava del Manoscritto di Luca Mannelli (…), che riportava alcune interessantissime notizie sulla nostra zona. Per il Manoscritto del Mannelli, si veda pure: Rocco Gaetani (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (…), nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ‘Roberto il Normanno’ la distrusse nel 1065. Scrive ‘Goffredo Malaterra (5): Anno vero Dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, hospitari fecit Ruggieri la riedificò poi, ma non saprei se egli ancora l’avesse tutta murata con un forte castello dalla parte superiore.”. Il Giustiniani (…), riporta la notizia ricopiando il passo dell’Ughelli (…), nel suo tomo VII (I° edizione), p. 758:

ughelli-f-vol-vii-p-758.png

Paolo Peduto e Pasquale Natella (…), a p. 512, scrivono che: “Secondo il Mannelli, nel 1065, Roberto il Guiscardo distrusse – è la terza notizia in merito – Policastro e portò i suoi abitanti superstiti a popolare Nicotera: la notizia, però, non è accettata dallo stesso Mannelli (69), giacchè le cronache si riferiscono non alla nostra città ma ad una Policastro sita nel comune di S. Donato di Ninea in provincia di Catanzaro.”. Il Mannelli (…), di cui parla il Natella-Peduto (…) è un manoscritto dei primi del ‘600, inedito ma citato da diversi studiosi della bibliografia antiquaria. Io credo che il Mannelli abbia attinto dal Barrio (…) che è un vecchio testo del 1571, di molto antecedente al manoscritto del Mannelli. Credo pure che il Barrio (…), abbia tratto la notizia dal manoscritto del monaco benedettino Malaterra (…) ed infatti, pure il Barrio ci parla di un Policastro e di un ‘Nicastro’ (o ‘Nicotro’). Pietro Ebner (…), nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”. Rocco Gaetani (…), nel suo: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli ecc..’, sulla scorta del Mannelli (…), riguardo la notizia della distruzione di Policastro da parte dei Normanni (tratta dal Malaterra (…) “Libro II, cap. 37″), la confuta e dice che non doveva riferirsi a Policastro il Malaterra quando riportava la notizia che il Guiscardo faceva ripopolare ‘Nicotrum’. Il Gaetani, sulla scorta del Mannelli, a p. 22 e s., inizia col riferire della ‘Bolla’ del vescovo di Salerno Alfano I, dell’anno 1079 e che, nel 1058, aveva elevato a Diocesi la vacante sede di Policastri’, nominando vescovo Pietro Pappacarbone. Il Gaetani, sempre sulla scorta del Mannelli (…), confuta e disserta su ciò che molti secoli aveva scritto il normanno Goffredo Malaterra: “Scrive Goffredo malaterra, celebre scrittore de’ prime imprese de’ Normanni in questi paesi, che Ruberto Guiscardo nel 1065, dishabitasse Policastro, trasportandone i cittadini a popolare Nicotera, da lui edificata. Anno Dom. Incarnat. MLXV. Policastrum castrum dustruens incolas omnes Nicoteram, quod ipso anno fundavit, adducens, ibi hospitari fecit (1) (1) Malat. Libro 2, n. 37.”. Il Gaetani, continua a dissertare e a confutare questa notizia, adducendo alcune motivazioni che a noi sembrano non del tutto plausibili. In primo luogo, il Malaterra, secondo la traduzione dal greco del Pontieri e del Lo Curto (…) scriveva: apud Nicotrum” e, nonNicoteram’. Gli studiosi Peduto e Natella (…), notavano che la notizia, però, non è accettata dallo stesso Mannelli (69), giacchè le cronache si riferiscono non alla nostra città ma ad una Policastro sita nel comune di S. Donato di Ninea in provincia di Catanzaro.”. Il Malaterra, nel suo manoscritto, ci parla di un ‘Policastri’. Il Gaetani, scrive: “Ma questo non parmi si possa intendere del nostro Policastro, ma d’un altro di simil nome, il quale hoggigiorno così vien detto nella Provincia di Calabria inferiore, dove ancora Nicotera è situata.”.

Il Laudisio (…), parlando delle invasioni longobarde, scriveva: “Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; oppure fu chiamata Polycastrum per l’imponente castello che la sovrasta, così che Paleocastrum, cioè antico castello, usando un termine che ha una certa analogia col termine Neocastrum (Nicastro), che significa nuovo castello.” (…, p. 69). Forse esiste un’analogia con i due toponimi di ‘Paleocastrum’ e di ‘Nicastro’ o il ‘Nicotrum’ di cui parlava il Malaterra (…). Tuttavia, al di là della data di distruzione, a noi sembra che la notizia di una distruzione di Policasto, nell’anno 1034 (come dice il Cataldo), del 1059-60, come scriveva l’Ebner e, del 1065, come scriveva il Malaterra (…), l’Ughelli e il Laudisio, siano corrette, come pure ci pare vera la notizia del Malaterra che dice che gli abitanti di Policastro, e forse pure dei centri vicini, come quello di ‘Bosco’ (come sosteneva il Laudisio e Ebner o il Giustiniani), e che furono mandati a ripopolare il centro calabro di Nicotera, fosse anche questa attendibile. Il Gay (…), sempre nel suo ultimo capitolo V, avendo egli scritto nel 1917, pur non conoscendo le antiche pergamene greche dell’Archivio Aldobrandini (…), scoperte e pubblicate da Pratesi (…), nel 1958, scriveva che intorno all’anno 1058, nella Calabria conquistata dal Guiscardo “E’ per la Calabria, un’epoca di miseria e d’anarchia, che ricorda i tempi delle invasioni saracene. Nel 1058 una terribile carestia, causata da eccezionale siccità, dalle devastazioni dei Normanni e dall’abbandono delle terre, desola il paese.”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo ‘Mundarten und Griechentum des Cilento’ (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), segnalava ciò che scriveva il Racioppi (…), nel 1888, un paio di anni dopo la pubblicazione della ‘Synopsis’ del Laudisio (…). Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, vol. II, a pp. 99-100, parlando dei grecismi nella nostra terra, nella sua nota (2) di p. 99 (e poi continua a p. 100), postillava che: “Qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia,  “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e “nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano diversi Registri di dimissione rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 ed una del 1608″ (Volpe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132).”. L’astuto Normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, nel  1055, volle vendicarsi del cognato Gisulfo II, Principe Longobardo di Salerno, con il quale era in lotta, mettendo a ferro e a fuoco le rocche che erano sotto il dominio del pricipato longobardo e, nel 1065, assalì le città marittime del napoletano, distruggendo Bussento, radendola al suolo. Dopo questa terza distruzione di Bussento (l’odierna Policastro), sorsero i centri abitati di Bosco, S. Marina, S. Giovanni a Piro e Vibonati che erano distanti dal mare e quindi più sicuri. Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, libretto che posseggo, ha scritto sull’antica Buxentum o Bussento ma, vi è alcun accenno alla citazione di Ebner (…). Il saggio di Gaetani, in questione ci parlava dell’antico Bussento e non di Policastro. Invece, ritroviamo le citazioni di Ebner, in un altro lavoro storico di Rocco Gaetani (…). Sempre a caccia di nuovi ed interessanti documenti, recentemente il mio Archivio ha acquisito un libretto ormai introvabile che oggi pubblico. Si tratta del primo saggio che il sacerdote Rocco Gaetani (…), pubblicò nel lontano 1880: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia’, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Come vedremo, il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) e, di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio –  in questo suo saggio, fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. La ricca documentazione bibliografica e le interessanti citazioni e notizie storiche trattate, sono state rivedute e citate nei miei saggi ivi pubblicati, come ad esempio “Il Portum (Sapri?), nella Bolla di Alfano I, dell’anno 1067-1068”, o nel saggio “Sapri negli anni 592 e 649 (VI e VII secolo)”.

gaetani, p. 23

gaetani, p. 24

gaetani, p. 25

(Fig….) Gaetani R., op. cit., pp. 24-25

Il Capitolo IX del Libro II del manoscritto di Luca Mannelli (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli

Si tratta di frammenti del manoscritto inedito ‘Lucania sconosciuta’, scritto dal P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conservava in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine. Oggi il manoscritto è conservato Napoli, alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, nella Sezione Manoscritti, con la seguente collocazione: XVIII, 24 – cc. 47-51. Il Bracco (12), op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli. Il Bracco (12), op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Il manoscritto del Mannelli, è rimasto inedito ed introvabile per molto tempo. Si tratta di un’esemplare proveniente dalla Biblioteca del Museo di San Martino, ms. S. Mart. 371. Il manoscritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto (10) che dice: “Lucania sconosciuta, (ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51).”. Arturo Didier (11), scriveva in proposito: ”la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un dianese ecc..ecc..”. Ecco la pagina 50r originale del manoscritto di Luca Mannelli (…), che riguarda Policastro e che abbiamo pubblicato ivi in un altro nostro saggio:

7 rit

(Fig….) Pagina n. 50r, tratta dal Libro II, Cap, IX del manoscritto del Mannelli (…)

Il 31 marzo 1065, Roberto il Guiscardo dona le due abbazie, S. Pietro “quae dicitur Marcanito”, e S. Nicola “de abbate Clemente” al monastero di Santa Maria della Matina in Calabria

Andrebbe uleriormente indagata la notizia di un “Monastero di San Pietro di Marcaneto”, donato nell’anno 1065 da Roberto il Guiscardo e la moglie Sichelgaita, al monastero benedettino di Santa Maria della Matina in Calabria. La notizia, che è una mia personale scoperta, il monastero di San Pietro di Marcaneto, citato nell’antica pergamena d’epoca Normanna, non si conosce l’esatta ubicazione, l’esistenza e non si hanno notizie in merito, tranne che la citazione nell’antico documento del 1065. Io credo che si tratti di un antico monastero sorto in epoca Longobarda alle falde del monte Bulgheria ed esattamente nell’omonima contrada di “Marcaneto” a Scario, ma di cui oggi si ignora l’esistenza. La citazione del Borsari (…), circa l’antichissimo documento dell’anno 1065, che, come scrive egli stesso “…che senza il minimo dubbio, rimontano ad epoca anteriore alla conquista normanna”, è di notevole importanza per le nostre terre, sia per il periodo storico a cui esso si riferisce, forse il più antico documento mai rinvenuto, e sia perchè in esso vengono citati alcuni monasteri, sorti precedentemente nella nostra zona ma sconosciuti e di cui ora non resta nulla. Mi riferisco in particolare al Monastero di Santo Pietro di Marcaneto, probabilmente sorto a Scario, presso la località Marcaneto. La notizia ci giunge dalla dedicazione della fondazione del monastero in Calabria da parte dei due illustri coniugi, proprio negli anni in cui (a. 1065), il cronista dell’epoca, Goffredo Malaterra (…), attribuisce al Guiscardo la distruzione di Policastro. Si tratta di un documento del 1065, in cui si cita il monastero di ‘San Pietro di Marcaneto’. Si tratta di un documento d’epoca Normanna proveniente da un monastero Calabrese, l’atto di fondazione del 1065, in cui Roberto il Guiscardo, donava il monastero di San Pietro di Marcaneto ad un monastero in Calabria. Si tratta di una pergamena manoscritta in latino, datata al 31 marzo 1065 (di cui parleremo), scoperta nel 1954 da Bartoloni e pubblicata da Alessadro Pratesi (…) nel 1958. Nell’antichissimo documento, figurano e sono citati due monasteri di monaci basiliani, i monasteri di ‘Santo Pietro de Marcanito’ e quello di ‘San Nicola dell’abate Clemente’. Nell’anno 1065 (?) o 1066, Roberto il Guiscardo e la sua seconda moglie, la principessa Longobarda Sichelgaita, donavano “et in Valle que Mercuri nuncupatur, abbatiam Sancti Petri que dicitur Marcanito, ecc…”, al monastero benedettino di nuova fondazione Santa Maria della Matina in Calabria.

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Recentemente, Nicola Lorenzo Barile, in un suo saggio su “La figlia del re di Francia e il principe normanno”, nel “Con animo virile” Donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XII) a cura di Patriazia Mainoni” (…), a pp. 95-96-97, parla di Ruggero Borsa (…), ed in proposito scriveva che: Un’analisi più attenta di altri diplomi firmati da Sichelgaita, tuttavia, ci permette di trarre interessanti deduzioni ai fini del nostro discorso. Infatti, le ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’ conservano due documenti che attestano la presenza di Roberto il Guiscardo e sua moglie alla dedicazione dell’abbazia di Santa Maria della Matina in Calabria (69). Il Guiscardo è ricordato come il duca di Puglia e di Calabria, Sichelgaita come sua moglie e figlia di Guaimario principe di Salerno (70).. Barile (…), a p. 97, nella sua nota (69), postillava che: “(69) Notizie su questo monastero si possono leggere in A. Pratesi, ‘Introduzione’ alle ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini’, a cura di A. Pratesi, Città del Vaticano, 1958, pp. VII-LV, particol. pp. VII-X. Fondata da Adelardo abate cistercense nella seconda metà del XI secolo, venne costantemente protetta dai duchi normanni.”. Sul monastero di Santa Maria della Matina in Calabria, ho dedicato ivi un mio saggio dal titolo: “Nel 1065, il monastero di ‘San Pietro di Marcaneto’ nei pressi di Scario”. Barile (…), a p. 97, nella sua nota (70), postillava che: “(70) ‘Carte latine di abbazie calabresi’, pp. 3-5 e 6-13, particol. pp. 4 e 7-8 (docc. nn. 1 e 2).”. Una semiconferma delle ipotesi di Pietro Ebner (…), circa l’origine di alcuni monasteri nel basso Cilento, è suffragata anche dallo studioso Silvano Borsari che nel cap. II ‘La diffusione del monachesimo bizantino’, nel suo ‘Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanne’, del 1963, prima che avesse scritto l’Ebner (…), a pp. 69-70, scriveva in proposito: “Non vi è nessuna fonte diplomatica anteriore alla metà dell’XI secolo che ricordi i monasteri greci della zona del Mercurion; ma, derogando ai limiti cronologici precedentemente stabiliti, si deve citare un documento del 1065, con cui Roberto il Guiscardo dona al monastero benedettino di nuova fondazione di S. Maria de Matina, tra l’altro “in valle que Mercuri nuncupatur”, due abbazie, S. Pietro “quae dicitur Marcanito”, e S. Nicola “de abbate Clemente”, che senza il minimo dubbio, rimontano ad epoca anteriore alla conquista normanna (183).”. Silvano Borsari (…), nella sua nota (183) di p. 70, postillava che: “(183) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini (Città del Vaticano, 1958: Studi e Testi, 197), n. 1, p. 5. Il Pratesi, pp. IX-X, ritiene che questo documento sia una falsificazione, ma la sua autenticità è stata dimostrata, in modo abbastanza convincente, da L. R. Menager, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in Rivista di storia della chiesa in Italia, XIII (1959), pp. 59-61.”. Il Pratesi (…), a p. IX, ci spiega della carta latina, documento n. 1, la donazione del 1065, che si compone come vediamo di due parti: la Notizia (1) della dedicazione della chiesa abbaziale e del Diploma di Roberto il Guiscardo e della moglie Sichelgaita rilasciato in quella occasione:

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(Figg….) Pratesi Alessandro (…), pp. 3-4-5, pergamena (Documento n. 1 – Praeceptum) del 31 marzo 1065 (?), Atto di dedicazione al Monastero di Santa Maria della Matina in Calabria.

Il “Castellaro” di Capitello d’Ispani

Conquistato nel 1055 o 1065 dal normanno Roberto il Guiscardo, il borgo di Policastro fu ulteriormente fortificato con l’innalzamento del vicino ‘Castellaro’ di Capitello (…). Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – discorsi’, parlando di Policastro e delle sue mura merlate, scriveva in proposito che: “Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV, allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando.”. Il Guzzo (….), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, a pp. 143-144, parlando di Capitello, accenna a questo edificio che si può intravvedere percorrendo la statale che porta a Policastro. Il Guzzo, scriveva che: “Alla sommità di una delle colline che fanno da corona al ridente centro balneare, sono i ruderi del cosiddetto “Castellaro”, un antico castello, costruito intorno al 1060, da Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero d’Apulia, figlio dello stesso Roberto (2).”. Il Guzzo, a p. 144, nella sua nota (2), postillava che: “P. Natella – P. Peduto, ‘Pixous-Policastro’, ecc.., op. cit., p. 483 e sgg.”. I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, a p. 483, ma ne parlano a p. 486, dove, parlando della posizione di Policastro, in proposito scrivono che: “In essa, presa dall’alto del castellaro di Capitello, paese poco distante (11) ci si avvede della situazione topografica del paese ecc…”. I due storici nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del secolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371). Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana! Il termine ‘castellaro’, raro in Italia meridionale, è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. I due studiosi, Natella e Peduto (…), ritenevano che sia stato ragionevole identificare il ‘castellaro’ di Capitello con uno dei castelli di Policastro citati da Amato di Montecassino nel suo ‘Chronicon’ Storia dei Normanni, quando riferiva dei castelli di Policastro che nell’anno 1077 passarono a Roberto il Guiscardo. I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, citando il Mannelli (…), ed il Malaterra (…), volevano che le mura di Policastro (non del ‘Castellaro’), fossero state rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo che, fece in modo che dopo la morte di Roberto, il suo dominio andasse al figlio Ruggero Borsa (Guzzo lo chiama Ruggero d’Apulia). Sia il Mannelli, che il Volpe (…), ritenevano la stessa notizia degna di ogni fondamento in quanto l’Ughelli (…), nel 1659, nella sua ‘Italia Sacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), riguardo la Diocesi Paleocastrense, scriveva a p. 758, che: Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”, che tradotto significa: “il duca Roberto il Normanno, che nell’anno di Cristo 1065 distrusse Policastro, che ha accompagnato il titolo di Re Rogerio magnificamente restaurato e decorato Simeone diede a suo figlio un bastardo.”.

Il ‘Castellaro’ di Capitello, nel ‘Chronicon’ di Amato da Montecassino

Riguardo l’epoca di costruzione del “Castellaro” di Capitello d’Ispani, i due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, a p. 486, nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371).”. Dunque, i due storici, credevano identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino (…).

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”.

Mansone I di Amalfi

Dunque, l’Acocella credeva che questo Mansone fosse un “Gastaldo” e pure nipote di Mansone Duca di Amalfi. Sulla definizione di Gastaldo vorrei citare ciò che scrisse il Cantalupo (….), nel suo “Acropolis etc…”, a p. 75, dove nella sua nota (3) postillava che: “(3) I distretti amministrativi longobardi, detti ‘actus’, Judicariae’ oppure ‘gastaldati, erano retti da uggiciali del Duca, detti ‘Gastaldi’, che esercitavano i poteri amministrativi, militari e giudiziari nell’ambito della loro ‘subactione’ (circoscrizione o competenza territoriale)….F.. Hirsch, op. cit., pp. 57-60.”. Riguardo il Mansone di Amalfi, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 3, nella sua nota (1) postillava che: “Va ricordato che nell’antico ducato era compreso pure Amalfi che se ne sottrasse dopo la morte di Sicardo, poi inclusa nel principato di Salerno da Guaimario V (‘Chronicon. salern., 36, 511), che nel 1041 restituì all’esule e cieco Mansone come suo vassallo e tributario (cfr. Schipa, cit., p. 194, no. 22, per gli amalfitani imprigionati dal principe nella rocca salernitana). Per gratitudine, poi, il duca di Amalfi battezzò il figliuolo con l’insolito nome per Amalfi di Guaimario.”. Da Wikipidia leggiamo che Mansone I di Amalfi Mansone I (… – 1004) è stato un principe longobardo, duca di Amalfi (966 – 1004) e principe di Salerno (981 – 983). Figlio del duca Sergio, fu il più grande sovrano indipendente del ducato di Amalfi, che resse per quasi mezzo secolo. Le cronache lo indicano spesso come Mansone III. Nel 981, approfittando della giovane età di Pandolfo II di Salerno, invase il principato e rovesciò il sovrano dal trono. L’imperatore Ottone II, che già si trovava in Italia impegnato nella lotta contro bizantini e saraceni ed era in cerca di alleati, concesse a Mansone il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Mansone associò al trono suo figlio Giovanni, ma il governo degli Amalfitani sul principato salernitano fu tirannico e impopolare. Nel 983 padre e figlio furono spodestati dal popolo, che elesse principe Giovanni Lamberto, conte di palazzo relegato in esilio. Mansone conservò il possesso di Amalfi, su cui regnò fino alla morte. A lui si deve l’edificazione della cattedrale di Sant’Andrea Apostolo e l’istituzione della sede episcopale di Amalfi (987) da parte di papa Giovanni XV.

Nel 1083, ROBERTO DI SCALEA, Roberto detto Scalone o Scalione (“SCALIO”), primo conte di Scalea e di Malvito 

Da Wikipedia alla voce “Malvito”, leggiamo che il periodo di massimo splendore di Malvito fu quello della dominazione longobarda: istituito sede di gastaldato e di diocesi, in questo periodo si iniziò la costruzione del castello, completata successivamente in epoca normanna. Sotto la dominazione dei Normanni il feudo fu istituito in contea (il primo conte attestato è Roberto di Scalea nel 1083), ma perse gran parte della propria importanza strategica ed anche la sede vescovile alla fine del XII secolo, in favore della troppo vicina San Marco Argentano. Da Wikipedia si legge che Roberto il Guiscardo ebbe l’ultimo figlio con Sichelgaita, Roberto (1068 – 1110), detto Scalio. Dunque, qui lo si chiama ROBERTO DI SCALEA. Da Wikipedia leggiamo che Roberto il Guiscardo, dal matrimonio contratto nel 1058 circa con la principessa Longobarda Sighelgaita di Salerno nacque l’ultimo figlio : Roberto (nato 1070 circa – ?), detto Scalio (morto 1110) capostipite degli Scaglione. Dunque, Roberto detto “Scalio”. Sempre da Wikipedia leggiamo che Roberto d’Altavilla, detto Scalio (1068 – aprile 1110), fu terzo e il minore dei figli maschi di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e della sua seconda moglie Sichelgaita di Salerno. Si hanno poche testimonianze certe della vita di Roberto. Pare abbia servito a fianco del fratellastro Beomondo nella sua campagna nei Balcani del 1084-1085. Fu fedele al fratello maggiore Ruggero Borsa quando questi fu nominato successore del Guiscardo alla guida del ducato di Puglia e Calabria (1). Il nome di Roberto Scalio compare in alcuni documenti di Ruggero sottoscritti da lui. Morì ad aprile del 1110. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riprendiamo ora il filo della narrazione e ritorniamo a Ruggiero assediato a Scalea. Dal momento che l’assedio si rivelava lungo ed estenuante, Roberto, da fine politico qual era oltre che esperto militare, comprese che se un avversario non poteva essere vinto con la forza, bisognava scendere a patti con lui. Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, che, con il titolo di conte di Scalea e Malvito, firmò alcuni documenti di cui il più antico è dell’anno 1083, ossia due anni prima della morte del Guiscardo. Comunque stiano le cose, la vecchia ‘Diskalia’, divenuta contea e ora pomposamente ribattezzata Scalea (ma si osservi che nella parlata locale ha conservato la forma ‘a Skalia’), continuò a prosperare per tutto il periodo Normanno e si trasformò nella più importante fortezza militare del Golfo di Policastro, base della flotta che controllava le rotte che collegavano il golfo di Napoli, la penisola Amalfitana e Salerno con la Calabria meridionale e soprattutto con la Sicilia. La nuova contea, dotata di territori ben più vasti di quelli dell’attuale Comune, confinava a nord-ovest con le terre degli Skulland, signori di Aieta, a sud-est con quelle dei conti di Avena, da cui in un secondo tempo si staccarono Papasidero, Orsomarso, Mercurio e Abatemarco, che più tardi si svilupparono come feudi indipendenti.”. Secondo Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, ecc…”. Dunque, secondo il Vacchiano, all’anno 1083, ossia “due anni prima della morte di Roberto il Guiscardo” risale il più antico documento in cui figura Roberto detto Scalone o Scalione, che si fregiava del titolo di “conte di Scalea e di Malvito”. Roberto detto Scalone o Scalione era un figlio forse illegittimo di Roberto il Guiscardo. Si hanno poche testimonianze certe della vita di Roberto. Pare abbia servito a fianco del fratellastro Beomondo nella sua campagna nei Balcani del 1084-1085. Fu fedele al fratello maggiore Ruggero Borsa quando questi fu nominato successore del Guiscardo alla guida del ducato di Puglia e Calabria (1). Il nome di Roberto Scalio compare in alcuni documenti di Ruggero sottoscritti da lui. Morì ad aprile del 1110. In Wikipedia alla nota (1) postilla: “(1) Franco Pastore, Roberto d’Hauteville: Dramma storico in tre tempi, A.I.T.W. Edizioni, p. 12.. E’ molto probabile che dopo la presa di Salerno da parte del fratello Roberto detto il Guiscardo, subentrarono nuovi accordi tra i due e Scalea passasse definitivamente al figlio di Roberto il Guiscardo, detto “Roberto detto Scalone o Scalione”. Infatti, le notizie che seguiranno ci fanno dubitare del possesso da parte di Roberto anche della non lontano Policastro che, pare, sia stata assegnata dal Duca Ruggero I d’Altavilla, futuro re di Sicilia al figlio Simone. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 200, in proposito scriveva che: Alla morte del Guiscardo, Cefalonia 17 luglio 1085, le contee di Malvito e di Scalea passarono al figlio, che dalla cittadina tirrenica aveva tratto il predicato di “Scalione” (15).”. Il Campagna, a p. 200, nella nota (15) postillava che: “(15) In A. Pratesi, Carte latine, etc., op. cit. “Roberti comitis diploma”, pag. 17; Idem, “Ruggero re di Sicilia….conferma alla chiesa di Malvito….due diplomi concessi rispettivamente a Gualtiero vescovo di Malvito da Ruggero duca e da Roberto (….)ione, figli di Roberto il Guiscardo”, Diploma n. 13, pag. 38. In E. Conti, Giurisdizione della Diocesi, etc., cit.; Idem, Due vie istimiche da Sibari al Tirreno, etc., estr. da “SM”, a. III, (1970), fasc. I-II.”. Dunque, il Campagna, sulla scorta di alcuni documenti scoperti da Alessandro Pratesi (….) scriveva che questo Roberto Scalione era figlio di Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 79-80 parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense, tra gli altri riguardanti Laurino, vi sono i seguenti documenti: “de castello laurine”,……da una donazione del luglio 1093 (8) si apprende di Roberto, figliuolo di Roberto il Guiscardo, e di terreni nei pressi di Laurino, propriamente nella località detta Acqua dei cavalli (9).”. Ebner, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9) Anche il figlio di Roberto il Guiscardo possedeva beni a Laurino, certamente pervenuti al duca per avocazione dei beni dei principi di Salerno e loro congiunti. L’inedito ABC, C 42, anzidetto, chiarisce che la donazione venne fatta per intercessione ‘domno natali preposito sancti symeonis, que constructum et edificatum est intus pertinensium laurenensium’.”.

Nel 1083, il ‘vice-conte’ (visconte) BOSO, funzionario della Curia ducale del Guiscardo

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a Pp. 114-115 riferendosi al periodo successivo alla presa di Salerno e la caduta di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “V. Il Guiscardo, impadronitosi poi del principato e spodestato il feroce Guaimario ebbe sottomesso tutto il Cilento tenendolo direttamente nel suo dominio meno Castellabate ed Agropoli, che egli aveva confermati rispettivamente alla Badia di Cava ed al vescovo di Capaccio. A suo rappresentante nel Cilento e per il governo di esso vi mandava un viceconte, che era nel 1083 un tale Boso. Difatti nel placito tenuto nell’ottobre di quell’anno nel palazzo arcivescovile di Salerno si narra che, nata tra l’abate di Cava ed il principe di Salerno una vertenza circa i loro vassalli nel Cilento, si erano radunati a derimerla, come appunto accadde, l’abate, alcuni alti personaggi del tempo quali rappresentanti del duca e Boso viceconte di esso nel Cilento (3). Ogni contesa venne risoluta designandosi dall’abate con giuramento sul Vangelo i nomi dei suoi vassalli nei varii paesi del Cilento. VI. Due anni dopo, nel 1085, moriva Roberto il Guiscardo, succedendogli il suo figliuolo primogenito a nome Ruggiero natogli da Sichelgaita sorella dello sventurato Gisulfo ultimo principe longobardo di Salerno e sotto il nuovo duca passava anche il Cilento.”. Il Mazziotti, a p. 114, nella nota (3) postillava che: “(3) Pubblicato dal Ventimiglia, Notizie storiche, Doc. IX, dal Senatore, Op. cit., Doc. IX.”. Antonio Infante (….), nel suo “Cilento – uomini e vicende”, scritto insieme a Pierfrancesco del Mercato, ed. Reggiani, 1980, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel 1083, il Guiscardo rinnovò alcuni privilegi donati da Gisulfo alla Badia di Cava, mentre tutto il resto del Cilento era governato dal visconte Boso. Nel 1085, muore il Guiscardo e diviene capo della gente Normanna il figlio Ruggero I d’Altavilla. Ecc…”. Nicola Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria, perchè durò fino all’epoca normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto sul Cilento (120). Il Garufi (121) rileva che le attribuzioni dei vice-conti, che pure dovettero essere notevoli, non sono chiare, perchè poco studiate. Anche alla illustrazione di questo problema ci lusinghiamo di portare un qualche contributo con queste pagine. La naturale successione cronologica dei documenti ci porta adesso a vedere praticamente in funzione – secondo il criterio finora seguito – gastaldi – ‘ministeriales’ e vice-conti ecc…”. L’Acocella, a p. 376, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Appendice de’ monumenti, p. IX sgg: “boso….vicecomes suprascripti domini nostri de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro cice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Acocella a p. 376, nella nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. Qualche cenno sui vice-conti, o visconti, del Regnum Italiae in C. G. Mor, op. cit., II, pp. 70-74.”. Dunque, Acocella postillava di Mor (….), riferendosi a C. G. Mor (….), ed il suo “Regnum Italiae”, vol. II, pp. 70-74. Sulla figura del “vice-conte” e di Boso, Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 122 riferendosi proprio alla spinosa vertenza tra l’abate Pietro e la Curia ducale, in proposito scriveva che: “Sono trascorsi più di sei anni dalla effettiva presa di possesso di Salerno da parte dei Normanni, e una spinosa vertenza giuridico-politica sta rendendo difficili da tempo i rapporti tra la Curia ducale e la Badia di Cava. Il viceconte del Duca nel Cilento Bosone, “Boso vicecomes domini nostri ducis de loco cilento “(187), aveva in precedenza, al cospetto della duchessa Sichelgaita e del conte Sicone (188) addebitato a Pietro Abate di Cava etc…”. Acocella, a p. 122, nella sua nota (187) postillava che: “(187) Non era finora noto tra i viceconti del venticinquennio 1065-90, che è il periodo studiato dal Garufi: l’esplicita attestazione che egli ha giurisdizione sul Cilento, coordinata con quanto s’è detto nel corso del nostro saggio, è utilissima a determinare l’effettiva attribuzione dei viceconti che non è chiarita da altri documenti. Cfr. C. A. Garufi, op. cit., 43 n…. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C.A. Garufi, “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a pp. 140-141, presenta e parla del documento n. 51 ed in proposito si scrivevano che: “51. 1083, ottobre, Salerno. Boso viceconte per il Cilento del Duca Roberto e Pietro priore del monastero della SS. Trinità…..dell’Arcivescovo Alfano I e di Mansone viceconte ducale, giungono ad un accordo davanti al giudice Sicone, ecc…”. Dunque, “Manso vicecom (e)s s(upra)s”, nel CDC è citato Manso vicecomes ducale del duca Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, parlando del casale di “Casamastra” ad un certo punto cita Castelruggiero. Ebner riferendosi ai beni donati al cenobio italo-greco di S. Fabiano (o Flaiano), in proposito scriveva che: “Più interessante, anche per la procedura, il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Quest’ultimo invitò il grande abate a chiarire dove “retineret et donimaret homines pertinentes reipublice de ipso loco cilento. Ecc..”. Il documento di cui parleremo in seguito. Ebner, a p. 632, nella nota (5) postillava che: “(5) ‘Placium, assemblea minore (il grande placito era la grande assemblea del popolo libero, insieme tribunale ed esercito) tenuta dal conte, all’uopo designato dal principe, o da chi godeva di quella determinata giurisdizione, innanzi alla quale si rendeva giustizia per gli abitanti del distretto. I capi di questi erano tenuti a intervenire pagando gli ‘albergaria’ le spese di soggiorno del conte e del suo seguito, spesso rivalendosi sui locali.”. Ebner, a p. 632, nella nota (6) postillava che: “(6) Ventimiglia, cit., Append., III, p. IX, sgg. = ABC, B 39, ottobre a. 1083, VII, Salerno”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…”, a p. 98 parlando di un documento che riguardava Guglielmo (III) de Mànnia, in proposito scriveva che: “(vi è notizia di uegli agenti demaniali (‘viceconti’) le cui attribuzioni non sono state ancora del tutto chiarite, ma che non avevano nulla a che vedere con il “dominus”. Il viceconte presente a Novi ecc…erano funzionari longobardi di grado intermedio tra i “gastaldi” (poteri militari, di polizia e giudiziari) e il “conte”, titolo onorifico non ereditario, e perciò revocabile, attribuito ai più eminenti gastaldi. I conti erano alti ufficiali della corte principesca che in età longobarda, come abbiamo già visto, erano inviati ovunque nel principato per derimere speciali vertenze. I ‘vice-comes invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva da un documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vice-comes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendende da Cilento (42). Nel ecc….”. Ebner, a p. 98, nella nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui una probabile sua giurisdizione malfitana.”. Barbara Visentin (….), “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, parlando di “1. Santa Maria ‘de Gulia’. Sancta Maria de Gulia”, a pp. 160 e ssg. nessun accenno all’antico documento dell’ottobre 1083 ed al gastaldo o vice-vonte Manone ma, a pp. 163-164, in proposito scriveva che: “Tre anni più tardi, però, ‘Boso, vececomes de loco Cilento’, compare ‘in sacro salernitano archiepiscopio’ alla presenza del giudice Sicone, del ‘dominus Petrus’, monachus et prior monasterii Sancte et individue Trinitas, e di ‘plures alii homines’ per definire nuovamente i vassalli che spettano al monastero cavense e quelli che, invece, appartengono a Roberto, ‘gloriosissimo duci’ (742). In realtà Bosone, ‘pro parte reipublice’, lamenta dinanzi a Sichelgaita e allo stesso ‘dominus Petrus venerabilis abbas’ della Trinità, che il monastero ecc…”. In questo passaggio la Visentin cita Boso ma non cita Mansone che pure è presente nel documento. La Visentin, a p. 164, nella sua nota (742) postillava che: “(742) AC, B 33: ottobre 1083 pubblicato da D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit. Appendice, pp. IX-XI e da Ménager, Recueil, n. 43, pp. 136-141.”

Placito del 1083, Ventimglia, p. 106, IX

(Fig…..) Documento dell’ottobre 1083 tratto da Ventimiglia Domenico, “Notizie storiche del castello dell’Abbate etc.”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX

Riguardo la figura del “vice-comes” o “vice-conte”, poi in seguito diventato visconte, Pietro Ebner (….), ha parlato anche nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a pp. 82-83, nel capitolo “Amministrazione dell’Actus”, in proposito scriveva che: “Altri documenti attestano la presenza di quattro ‘vice-comites’ precedentemente alla formazione della grande contea del Principato, conquistata da Guglielmo d’Altavilla, il cui fratello ascese poi sul trono di Salerno. Con i normanni, il sistema feudale, sovrapponendosi alle istituzioni longobarde, alterò il carattere e la figura giuridica della podestà comitale, che poi divenne un semplice accessorio del ‘beneficium’ territoriale. Con la perdita dei poteri politici d’iniziò (XII secolo) la decadenza dell’istituto, che assunse soltanto il carattere di titolo nobiliare trasmissibile. I ‘vice-comites (39), come si è accennato, erano funzionari alle dirette dipendenze dei conti di cui, nell’assenza, ne esercitavano i poteri. Poi i vice-conti assunsero il ruolo di semplici ufficiali delle baronie, con attribuzioni non tutte ben definite, ma con obbligo della residenza, come si desume da alcuni documenti (40) che li mostrano alle dipendenze dirette dei baroni locali con poteri giurisdizionali forse sull’intera baronia nel caso di assenza del ‘dominus’. Su questi rappresentanti del feudatario abbiamo chiari riferimenti persino negli statuti.”. Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  (39) nei documenti locali è notizia di vice-comites a partire dal 1049….. Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di Manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner, a p. 82, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Cfr. l’anzidetto documento del 1141 su Pietro di Copersito a Rocca nel 1141, di cui è conferma in un altro che ricorda ‘Rebellione vicecomes de suprascripto castello Nove’.”.

Nell’ottobre 1083, in un processo appare il “vice-comes” o visconte Manso o Mansone, forse, lo stesso Manso, visconte di Roccagloriosa e Padula che, nel 1130, sul letto di morte fa testamento e donerà a sua sorella Altrude il monastero di S. Mercurio

Uno dei primi documenti in cui appare il vice-conte (“vicecomes”) Manso o Mansone è un documento dell’ottobre 1083. Come vedremo la figura di questo personaggio Normanno appare per la prima volta in un antico documento che era conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 632, parlando del casale di “Casamastra” ad un certo punto cita Castelruggiero. Ebner riferendosi ai beni donati al cenobio italo-greco di S. Fabiano (o Flaiano), in proposito scriveva che: “Più interessante, anche per la procedura, il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Quest’ultimo invitò il grande abate a chiarire dove “retineret et donimaret homines pertinentes reipublice de ipso loco cilento”. L’abate segnalò sei monasteri, dipendenti dal cenobio cavense, che avevano famiglie soggette, affermando con giuramento (venne prestato da “unum liberum hominem”) che tali famiglie erano vassalle della Badia prima dell’assedio di Salerno, anzi prima che Roberto “ad castram quod retunda dicitur advenisset”. Ciò è molto importante perchè anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero. Dal verbale si apprende inoltre che il viceconte invitò il priore del cenobio cavense Pietro a leggere singolarmente i nomi degli “homines” soggetti a ogni monastero. Esibito lo scritto contenente detti nomi, il viceconte fece giurare al priore (anche stavolta il giuramento è prestato da un “unum liberum hominem”) che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Ebner, a p. 632, nella nota (5) postillava che: “(5) ‘Placium, assemblea minore (il grande placito era la grande assemblea del popolo libero, insieme tribunale ed esercito) tenuta dal conte, all’uopo designato dal principe, o da chi godeva di quella determinata giurisdizione, innanzi alla quale si rendeva giustizia per gli abitanti del distretto. I capi di questi erano tenuti a intervenire pagando gli ‘albergaria’ le spese di soggiorno del conte e del suo seguito, spesso rivalendosi sui locali.”. Ebner, a p. 632, nella nota (6) postillava che: “(6) Ventimiglia, cit., Append., III, p. IX, sgg. = ABC, B 39, ottobre a. 1083, VII, Salerno”. Dunque, l’Ebner citava la notizia di un antico documento “placido”, dell’ottobre 1083, in cui si ha notizia di un processo tra l’abate dell’Abbazia di SS. Trinità di Cava de Tirreni, Pietro Pappacarbone ed il viceconte del Cilento Boso. Processo tenutosi davanti alla principessa longobarda Sichelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo. Ebner, dunque parlava di un documento (placido) dell’ottobre 1083 e nella sua nota (4) postillava che: “(4) I, ABC, XIII, 110, maggio a. 1082, Vedi Nocella.” e, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ventimiglia, cit. Append., III, p. IX, sgg. = ABC, B 39, ottobre a. 1083, VII, Salerno.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: Nel processo celebrato nell’arcivescovado di Salerno, presenti, oltre la duchessa, l’arcivescovo Alfano, il vestatario del duca, Granato, “et plures alii homines”, il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ordinò al priore del monastero cavense Pietro (l’abate era assente) di esibire gli elenchi delle famiglie soggette. Ecc…”. L’antico documento dell’ottobre 1083 riguarda un processo per il possedimento di  “Santa Maria de Gulia”, di cui ha parlato Amedeo la Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia – Il monastero, le chiese etc…”, di recente ha chiarito alcuni aspetti dell’antico documento del 1083 e del monastero. Egli chiarisce pure che si trattava di un antico casale forse annesso al casale di S. Maria di Castellabate che divenne un possedimento dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Tuttavia, a noi interessa l’antico documento del 1083, in cui si citano i due vicecomes Manso e Boso. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Barbara Visentin (….), “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, parlando di “1. Santa Maria ‘de Gulia’. Sancta Maria de Gulia”, a pp. 160 e ssg. nessun accenno all’antico documento dell’ottobre 1083 ed al gastaldo o vice-vonte Manone ma, a pp. 163-164, in proposito scriveva che: “Nell’agosto del 1080 Roberto il Guiscardo, ‘per interventum domne Sikelgaite ducisse’, concede che tutti i vassalli del monastero di Cava, ovunque essi risiedano, specialmente quelli dei monasteri di Sant’Arcangelo, San Magno e Santa Maria ‘de gulia’, siano soggetti in tutto all’abbazia cavense (741). Tre anni più tardi, però, ‘Boso, vececomes de loco Cilento’, compare ‘in sacro salernitano archiepiscopio’ alla presenza del giudice Sicone, del ‘dominus Petrus’, monachus et prior monasterii Sancte et individue Trinitas, e di ‘plures alii homines’ per definire nuovamente i vassalli che spettano al monastero cavense e quelli che, invece, appartengono a Roberto, ‘gloriosissimo duci’ (742). In realtà Bosone, ‘pro parte reipublice’, lamenta dinanzi a Sichelgaita e allo stesso ‘dominus Petrus venerabilis abbas’ della Trinità, che il monastero ecc….Pietro ribadisce, di contro, la facoltà di esercitare il ‘dominium’ ecc….Il processo conferma ancora una volta all’abbazia cavense i vassalli dei monasteri di Sant’Arcangelo di Perdifumo, Sant’Angelo di Montecorice, San Zaccaria de lauris, e San Giovanni de Terresino.”. In questo passaggio la Visentin cita Boso ma non cita Mansone che pure è presente nel documento. La Visentin, a p. 163, nella sua nota (741) postillava che: “(741) AC, B 13 edito da Guillaume, Essai, Appendice, pp. VIII-IX e da Ménager, Recueil, pp. 105-108”. La Visentin, a p. 164, nella sua nota (742) postillava che: “(742) AC, B 33: ottobre 1083 pubblicato da D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit. Appendice, pp. IX-XI e da Ménager, Recueil, n. 43, pp. 136-141.”

Placito del 1083, Ventimglia, p. 106, IX

(Fig…..) Documento dell’ottobre 1083 tratto da Ventimiglia Domenico, “Notizie storiche del castello dell’Abbate etc.”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX

Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX e ssg. e questo documento dell’ottobre 1083, si trova anche nell’Archivio dell’Abbazia di Cava de Tirreni, con la collocazione: “B, 39”. Il Ventimiglia, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “Gisolfo principe di Salerno aveva donato coll’intero territorio al Monastero di Cava la Chiesa di S. Maria de Gulia, altrimenti detta de Giulia, dov’era il Casale dello stesso nome (f), i di cui abitanti uniti agli uomini di altri casali del Cilento il Duca Roberto Guiscardo nel  1080 al suddetto Monastero Cavense sottomise (g); anzi i nomi stessi degli abitanti del Casale nel Placito tenuto nell’Arcivescovado di Salerno coll’intervento di Sighelgaita moglie del divisato Duca nel 1083 furono descritti e riconosciuti di dominio del suddetto Monastero (a), verso del quale non volle mostrarsi non meno generoso il Duca Ruggiero Principe di Salerno colla conferma, che gli fece del Monastero di S. Maria de Giulia nel 1086 (b), ecc…”. Il Ventimiglia, a p. 7, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Appendice de’ Monumenti, num. III, pag. IX.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Di questo documento hanno parlato pure i tre autori Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro  “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), che pubblicarono come doc. n. 51, a pp. 140-141 e ssg. Del documento del 1083 hanno parlato pure i tre autori Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro  “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), a pp. 141, postillavano che: “Sui monasteri cavensi nel Cilento di cui si parla nel documento v. CDC, X, p. XXI – Ed.: Ventimiglia, Notizie storiche, pp. IX-XI; Senatore, La cappella, pp. XII-XV. – Cfr.: Di Meo, Annali, VIII, p. 227; Portanova, I Sanseverino, p. 64 n. 78; Martini, Il diritto feudale, p. 210 n. 3, p. 216 n. 1, p. 224 n. 1; Acocella, La figura e l’opera di Alfano I, p. 55 n. 1; Id., Il Cilento dai Longobardi, p. 121 n. 186; Cuozzo, Riflessioni, p. 708; Ebner, Economia e Società, I, p. 60 n. 123, p. 62 n. 219, p. 82 n. 39, p. 99 n. 88, p. 103 n. 90, p. 108 n. 110, p. 125 n. 176, p. 130 n. 179, p. 130, p. 135 n. 194, p. 141 n. 206; Id. Storia di un feudo, p. 101; Id. Chiesa, p. 404 n. 86, p. 634 n. 17; Taviani-Carozzi, La principauté, II, p. 985 n. 63 e 64; Carlone, L’età medievale, p. 16 n. 6; Loré, Monasteri, p. 38 n. 107, p. 165 n. 41, p. 178 n. 87, p. 198 n. 152”. Riguardo il testo citato di Portanova si tratta di Gregorio Portanova (….), Il Castello di S. Severino nel secolo XIII e S.Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924 e, Gregorio Portanova, I Sanseverino e l’Abbazia cavense (1061 – 1324), Badia di Cava, 1977. Ebner postillava che: Il documento, edito dal Ventimiglia cit., Append., III, p. IX sgg., fu oggetto di studio da parte del SENATORE cit., Append., p. XII sgg.”. Ebner si riferiva all’opera di G. Senatore (…) ed al suo “La Cappella della chiesa di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento – Relazione storica con documenti”, Salerno, 1895. Oltre al processo dell’ottobre 1083, il “vice-comes” Manso o Mansone appare anche nell’altro processo che seguì nel 1084. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, in proposito scriveva che: “Al processo del 1083 (86) ne seguì un altro nel 1084 (87) che, pur rimettendo in discussione i beni che l’Abbazia possedeva nell’odierno Castellabate, mostra, più che il motivo addotto dalla sovrana, toni meno rigorosi per la procedura più spedita. Guidizi tenuti ambedue alla presenza dell’accorta, bella e coraggiosa sovrana di Salerno (88) e ambedue illuminanti sull’effettiva consistenza patrimoniale della Bada di Cava ecc…”. Ebner, a p. 404, nella sua nota (86) postillava che: “(86) ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Il documento, edito dal Ventimiglia cit., Append., III, p. IX sgg., fu oggetto di studio da parte del SENATORE cit., Append., p. XII sgg., del Racioppi cit., II, p. 98, dal Mattei Cerasoli (Una bolla di S. Gregorio VII, p. 183 sgg.) e dell’Acocella cit., RSS 1962, p. 77 sgg. estr.”. Pietro Ebner, vol. I, a p. 404, nella sua nota (87) postillava che: “(87) ABC, B, 34, aprile a. 1084, VII, Salerno”. Sempre Ebner postillava di Leone Mattei Cerasoli (….) e del suo “Una bolla di S. Gregorio VII“, p. 183. Dunque, Ebner, a p. 404, nella sua nota (86) postillava di Giacomo Racioppi (…..) e del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, p. 98, dove però a p. 98, l’autore parla delle origini dei luoghi e fa riferimento alle antiche pergamene. Acocella, a p. 55 della parte I, nella sua nota (57) postillava di Racioppi: “(57) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1889, vol. II, pp. 9 e sgg. Anche M. Mazziotti (op. cit., p. 103) aderisce alle tesi del Racioppi: ecc..”. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 121 e ssg., in proposito scriveva che: “c) Una vertenza giurisdizionale tra la curia ducale e la Badia. La genesi, le fasi, la conclusione di tale vicenda giurisdizionale sono contenute nell’importante ‘charta indicati’ dell’ottobre 1083 (186), di cui si è fatto talora cenno nelle pagine precedenti, e che adesso opportunamente conviene illustrare per l’importanza primaria che riveste, sia in riferimento alla storia del diritto e dell’economia, sia in rapporto alla storia della conquista normanna di Salerno. Ecco il contenuto del documento.”. Acocella, a p. 122, scriveva che: “Sono trascorsi più di sei anni dalla effettiva presa di possesso di Salerno da parte dei Normanni, e una spinosa vertenza giuridico-politica sta rendendo difficili da tempo i rapporti tra la Curia ducale e la Badia di Cava. Il viceconte del Duca nel Cilento Bosone, “Boso vicecomes domini nostri ducis de loco cilento “(187), aveva in precedenza, al cospetto della duchessa Sichelgaita e del conte Sicone (188) addebitato a Pietro Abate di Cava etc…”. Acocella, continuando il suo racconto a p. 124 scriveva che: “A conferire maggiore solennità all’atto e quasi a sottolineare l’importanza storica della decisione stanno nel palazzo arcivescovile (192) e la presenza a tutta la procedura della duchessa Sichelgaita, dell’Arcivescovo Alfano I e del ‘vestararius’ del duca, Granato (193)……L’attività politica e amministrativa, svolta da Sichelgaita in assenza del marito tenuto lontano da Salerno da importanti cure di guerra o di stato (194), ecc…”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (194) postillava che: “(194) Cfr. C. De Blasiis, L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna, II, Napoli, 1864, pp. 292 sgg.”. Acocella, a p. 122, nella sua nota (187) postillava che: “(187) Non era finora noto tra i viceconti del venticinquennio 1065-90, che è il periodo studiato dal Garufi: l’esplicita attestazione che egli ha giurisdizione sul Cilento, coordinata con quanto s’è detto nel corso del nostro saggio, è utilissima a determinare l’effettiva attribuzione dei viceconti che non è chiarita da altri documenti. Cfr. C. A. Garufi, op. cit., 43 n…. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C.A. Garufi, “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Dunque, il saggio del Garufi è stato pubblicato nella rivista dell’Archivio Storico Italiano, a. 1910, da pp. 52 a 80. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce nel “in sacro Salernitano Archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191).”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: G. A. Garufi, art. cit., p. 43.”. Riguardo alla principessa Sichelgaita e la sua presenza al processo, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, nella sua nota (88) postillava che: “(88) La duchessa Sighelgaita sostituiva il marito, Roberto, impegnato in Oriente. Come è noto Roberto, preoccupato della potenza bizantina, salpò (a. 1081) verso Valona, conquistando Corfù. Sconfitto Alessio Commeno, conquistò Durazzo (a. 1082), ma richiesto d’aiuto da Gregorio VII, assediato da Errico IV, corse a Roma liberò il papa e, devastata la città, lo condusse con grandi onori a Salerno. Tornato in Oriente e riconquistata Corfù, morì nel corso dell’assedio di Cefalonia (a. 1085).”.

Nell’ottobre 1083, Manso o Mansone, vice-conte (“vicecomes”) o visconte ducale del conte e giudice Sico o Sicone e, visconte di Roccagloriosa e Padula (sussesso al padre Leone) che, nel 1130, prossimo alla morte fa testamento

Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, ne parla a p. 16 e a p. 98. Egli, parlando dell’epoca Normanna e dell’organizzazione politica del Principato di Salerno, a p. 98 in proposito scriveva che: “I ‘vece-comes’ invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva da un documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vice-comes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendende da Cilento (42). Nel ecc….”. Ebner, a p. 98, nella nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui una probabile sua giurisdizione malfitana.”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner postillava del vice-conte (“vice-comes”) Manso o Mansone, che troveremo nel 1130 a Roccagloriosa quando, sul letto di morte esprime le sue ultime volontà testamentarie, di cui parlerò innanzi. Il vice-conte ducale Maso o Mansone, era molto probabilmente di origini amalfitane e probabilmente un nipote o parente di un “gastaldo” chiamato Manso o Mansone che troveremo in alcuni documenti del 1014 e anche precedenti. Questo parente, chiamato anch’esso Manso o Mansone, appare nel documento (che il Ventimiglia chiama “placito”) dell’ottobre 1083 (pubblicato da Domenico Ventimiglia (….)). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “…..il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ecc…”. Dunque, Manso era vice-conte del duca Roberto il Guiscardo ed assistiva il duca e giudice Sico o Sicone. Manso o Mansone appare al seguito della principessa longobarda Sichelgaita, seconda moglie di Roberto il Guiscardo. Manso o Mansone, è parte dei presenti all’Arcivescovado di Salerno e figura come il “vice-comes” ducale al seguito del Duca e giudice Sico o Sicone. Questo personaggio, funzionario (“vice-comes”) dello Stato ai tempi e dopo la conquista di Salerno ai tempi di Roberto il Guiscardo, potrebbe essere lo stesso di cui ci parla l’Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, quando ci dice che, nel 1110 fu autorizzato da Arnaldo, Vescovo della Diocesi di Policastro (?) ad unire i due monasteri di S. Leo e S. Veneranda in un unico Monastero, quello di S. Mercurio a Roccagloriosa. Manso o Mansone potrebbe essere lo stesso personaggio che, nel 1130, sul letto di morte fa testamento, di cui pure ho parlato in un altro mio saggio. Il “vice-comes” Manso o Mansone, oltre al processo dell’ottobre 1083, appare anche all’altro processo che seguì nel 1084. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, in proposito scriveva che: “Al processo del 1083 (86) ne seguì un altro nel 1084 (87) ecc…”. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di Manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Acocella dicedi si. Nicola Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria, perchè durò fino all’epoca normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto sul Cilento (120). Il Garufi (121) rileva che le attribuzioni dei vice-conti, che pure dovettero essere notevoli, non sono chiare, perchè poco studiate. Anche alla illustrazione di questo problema ci lusinghiamo di portare un qualche contributo con queste pagine. La naturale successione cronologica dei documenti ci porta adesso a vedere praticamente in funzione – secondo il criterio finora seguito – gastaldi – ‘ministeriales’ e vice-conti ecc…”. L’Acocella, a p. 376, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Appendice de’ monumenti, p. IX sgg: “boso….vicecomes suprascripti domini nostri de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro cice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Acocella a p. 376, nella nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. Qualche cenno sui vice-conti, o visconti, del Regnum Italiae in C. G. Mor, op. cit., II, pp. 70-74.”. Dunque, Acocella postillava di Mor (….), riferendosi a C. G. Mor (….), ed il suo “Regnum Italiae”, vol. II, pp. 70-74. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce nel “in sacro Salernitano Archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191).”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: G. A. Garufi, art. cit., p. 43.”. Acocella, riferendosi “al viceconte ducale Mansone” cita il Garufi. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C. A. Garufi (….), “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Dunque, Mansone era gia da tempo conosciuto a corte come viceconte che assistiva alle sue funzioni, il conte Sicone. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Dunque, il saggio del Garufi è stato pubblicato nella rivista dell’Archivio Storico Italiano (A.S.I.), a. 1910, da pp. 52 a 80. Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a pp. 140-141, presenta e parla del documento n. 51 ed in proposito si scrivevano che: “51. 1083, ottobre, Salerno. Boso viceconte per il Cilento del Duca Roberto e Pietro priore del monastero della SS. Trinità…..dell’Arcivescovo Alfano I e di Mansone viceconte ducale, giungono ad un accordo davanti al giudice Sicone, ecc…”. Dunque, “Manso vicecom (e)s s(upra)s”, nel CDC è citato Manso vicecomes ducale del duca Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, in proposito scriveva che: “…..che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Ebner scriveva che il documento del 1083 è importante perchè in esso vi è notizia delle famiglie affittuarie (“vassalle”) dell’Abbazia già da tempo prima l’assedio di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo era molto importante perchè “anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “Un uomo libero avrebbe dovuto giurare, nome dietro nome (92), essere notorio e a sua conoscenza diretta che le famiglie elencate erano appunto quelle dipendenti dai sei anzidetti cenobi, tutti soggetti al monastero cavense non nel momento che Roberto pose l’assedio alla città, ma, si badi, nel momento che decise di farlo muovendo dal castello “quod rotonda dicitur”, villaggio sito in diocesi di Policastro. Una più restrittiva limitazione, dunque, ad evitare la presentazione di qualche diploma concesso dal principe durante l’assedio. Nel processo celebrato nell’arcivescovado di Salerno, presenti, oltre la duchessa, l’arcivescovo Alfano, il vestatario del duca, Granato, “et plures alii homines”, il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ordinò al priore del monastero cavense Pietro (l’abate era assente) di esibire gli elenchi delle famiglie soggette. Ecc…”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner credeva che il “castello castello “quod rotonda dicitur”, villaggio sito in diocesi di Policastro.”. Pietro Ebner scriveva che il “castello della Retonda o Rotonda, pare fosse nella Valle del Mingardo”, lo studioso Nicola Acocella credeva fosse l’odierno paese di Castelruggero. Pietro Ebner, parlando dell’antico documento scriveva che esso è importante perchè: “…..dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Dunque, per noi questo documento dell’ottobre 1083, è interessante perchè in esso si cita il “castello di Retonda o di Rotonda” che pare, secondo lo storico Nicola Acocella si trattasse di un “castello” nella Valle del Mingardo ed in particolare corrispondesse all’odierno Castelruggero. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “La procedura, scelta dal conte Sicone prevedeva inoltre……che, allorchè il Duca era giunto al ‘castrum’ di Retonda (al ‘Rotunda’) nel procedere all’occupazione di Salerno, ecc……(Questa notizia dell’occupazione di Rotonda, che il Guiscardo investe nella rapida marcia su Salerno, sovverte tutte le induzioni che sul suo itinerario han fatto sin qui gli storici. Sulla base di questa indicazione ricostruiremo le linee della strategia attuata da Roberto nel 1076).”. Dunque, come segnala Ebner, Nicola Acocella (….), credeva che alcuni toponimi citati nell’antico documento, come ad esempio “il castello della Retonda o Rotonda” oltre a trovarsi nella Valle del Mingardo, corrispondessero, secondo l’Acocella, all’odierno casale di Castelruggero. Da notare che Castelruggero è un casale unito poi a Torre Orsaia, non molto distante dal casale di Roccagloriosa. Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a p. 145, nella sua nota (1), riferendosi al toponimo “Rotunda (1)”, in proposito si scrive che: “(1) Castello oggi nel territorio di Olevano sul Tusciano”. Se fosse vera la corrispondenza con il casale di Castelruggero, come vuole l’Acocella, potrebbero essere attendibili le notizie storiche del conte Mansone di cui si è parlato in altri miei saggi. Dunque, è possibile che il casale o castello dell’attuale Castelruggero, ai tempi dei primi Normanni (a. 1083) sia stato la sede di un piccolo monastero benedettino legato o dipendente dall’Abbazia benedettina di SS. Trinità di Cava de Tirreni e, da qui, il legame con l’antico documento dell’ottobre 1083, il processo in cui figura un viceconte o visconte “Manso” che l’Acocella credeva fosse legato per parentela a Mansone, “gastaldo” (longobardo). Inoltre, come vedremo, questo Manso o Mansone, visconte normanno di Roccagloriosa e di Padula, che nel 1110 viene autorizzato da Arnaldo, vescovo di Policastro e che, nel 1130 fa testamento, da alcune notizie risulta che egli fosse figlio del conte normanno Leone, parente del Duca Roberto il Guiscardo.

Ebner, nel suo “Chiesa, etc…”, a p. 594, parlando di Sassano, non fa nessuno accenno a Mansone o all’antico documento del 1083 ed in proposito scriveva che: “Il Rocchi (2) segnalava la chiesa di “S. Zacheriae de Sassano in territori Diani” dei monaci italo-greci. Dalla Platea del monastero di S. Pietro del Tumusso di Montesano, già grangia del cenobio di S. Maria di Rofrano, a sua volta grangia della tuscolana abbazia di S. Maria di Grottaferrata, vi è una descrizione dei confini del feudo di S. Zaccaria di Sassano (3).”. Questo monastero, nel 1131, sarà citato nel cosiddetto “Crisobollo” di re Ruggero II e dunque esso sarà una delle dipendenze dell’antica abbazia di S. Maria di Rofrano e poi di Tuscolo. Infatti, Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assettoterritoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”.

Nel 1085, Sichelgaita, principessa Longobarda e la reggenza del Ducato di Puglia e di Calabria, alla successione del Guiscardo

Da Wikipidia leggiamo che nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Unico ad opporsi al riconoscimento del futuro duca fu Abelardo d’Altavilla, cugino di Ruggero in quanto figlio di Umfredo, fratello di Roberto. Questi rivendicò per sé il diritto alla successione, poiché il Guiscardo, nominato suo tutore alla morte di Umfredo, ne aveva arbitrariamente confiscato i possedimenti, tagliando fuori lui e suo fratello Ermanno dalla linea ereditaria. Nel 1084 Ruggero partecipò a una campagna militare in Grecia al fianco del padre, che il 17 luglio 1085 morì di malattia durante l’assedio di Cefalonia. Singolare coincidenza fu il fatto che Ruggero, erede dei possedimenti italiani, si trovasse in Grecia al momento della morte del Guiscardo, mentre Boemondo, erede di Durazzo e di altri feudi bizantini, si trovasse in Italia, precisamente a Salerno. Ruggero si ricongiunse con la madre a Cefalonia e insieme a lei fece ritorno in patria, dove in settembre, grazie anche al supporto dello zio Ruggero I di Sicilia, fu riconosciuto duca di Puglia e Calabria. Un avvento che non mancò di suscitare reazioni: Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua occupò i castelli di Oria, Otranto e Taranto, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto co-reggente insieme al fratello, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova rivolta e col sostegno di buona parte dei vassalli di Ruggero riuscì a sconfiggere quest’ultimo a Fragneto, riprendendo possesso anche di Taranto. Pur descritto come un guerriero forte e temibile, in grado di espugnare con abili assedi le città di Benevento, Canosa, Capua e Lucera, Ruggero Borsa non fu mai in grado di eguagliare la potenza di Boemondo, né di portare quest’ultimo sotto il proprio controllo. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Pierre Aubè (…), nel suo ‘Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo’, a p. 55, parlando di Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Dopo aver lasciato in affidamento l’Italia meridionale a Ruggero Borsa, primogenito della seconda moglie, Roberto il Guiscardo fa rotta verso Aulona. Inizia così un’altra avventura per quest’uomo ormai sessantasettenne, che si spinge verso le Isole Ionie, conquista Corfù, ecc…”. Sempre l’Aubè, a p. 58, in proposito scriveva che: “Nell’autunno 1084 Roberto, accompagnato da Ruggero Borsa, si allontana da un’Italia sotto scacco per dirigere verso le coste albanesi la flotta ricostruita ecc..”, e ancora a p. 59, parlando della morte del Guiscardo a Cefalonia, scriveva che: “Suo figlio, Ruggero Borsa, viene subito riconosciuto erede di tutti i suoi titoli e “ognuno promette di servirlo con cuore fedele” e, ancora a p. 70, in proposito scriveva che: “Il duca, Ruggero Borsa, ancora giovane, ha ereditato dal padre il coraggio, ma anche il senso politico e la scaltrezza. Romualdo, nato da antica famiglia longobarda di Salerno e che sarà Arcivescovo della sua città, ci ha lasciato degli ‘Annali’ di grandissima importanza, in cui esegue un ritratto alambiccato del figlio di Roberto il Guiscardo….Forse non è proprio ciò che ci si può aspettare da un capo di stato. All’inizio deve affrontare alcuni vassalli irrequieti. Poi soprattutto le manovre di Boemondo, il fratellastro, di un’intelligenza fuori dal comune, ecc….”. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il normanno duca di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085, ecc…”. Ma, nel 1085,  dopo la morte di suo padre, Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto coreggente insieme al fratello, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova ribellione contro il fratellastro. Insomma in quegli anni, il dominio di Ruggero Borsa, non era assoluto e quindi, l’Odo Buonmarquis (cognato di Boemondo), aveva un certo peso.  Unico ad opporsi al riconoscimento del futuro duca fu Abelardo d’Altavilla, cugino di Ruggero in quanto figlio di Umfredo d’Altavilla, fratello di Roberto. Questi rivendicò per sé il diritto alla successione, poiché il Guiscardo, nominato suo tutore alla morte di Umfredo, ne aveva arbitrariamente confiscato i possedimenti, tagliando fuori lui e suo fratello Ermanno dalla linea ereditaria. Ruggero si ricongiunse con la madre a Cefalonia e insieme a lei fece ritorno in patria, dove in settembre, grazie anche al supporto dello zio Ruggero I di Sicilia, fu riconosciuto duca di Puglia e Calabria. Un avvento che non mancò di suscitare reazioni: Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua occupò i castelli di Oria, Otranto e Taranto, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto co-reggente insieme al fratellastro, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova rivolta e col sostegno di buona parte dei vassalli di Ruggero Borsa riuscì a sconfiggere quest’ultimo a Fragneto, riprendendo possesso anche di Taranto. Recentemente, Nicola Lorenzo Barile, in un suo saggio su “La figlia del re di Francia e il principe normanno”, nel “Con animo virile” Donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XII) a cura di Patriazia Mainoni (…), a pp. 95-96-97, parla di Ruggero Borsa (…) e della madre, la principessa Longobarda Sichelgaita, ed in proposito scriveva che: “Ai fini del nostro discorso, vorremmo attirare l’attenzione su un gruppo di documenti che già Ménager si rammaricava essere poco studiati (58). Si tratta di tre diplomi ducali datati marzo e maggio 1086 (59). Essi si aprono in modo assai simile: “idcirgo ego, Sychelegayta dux, cum Ruggerio duce filio meo”; (60) “Ego Sikelgaita DUX divina favente clementia, una cum Roggerio duce, filio meo”; (61) “EGO SIKELGAITA // Divina favente clementia DUX” (62). Iorio, che li ha recentemente considerati, conclude che alla testa del ducato non governa Ruggero , bensì sua madre (63). Nel maggio del  1086 abbiamo un altro diploma che si apre invece con la sola indicazione di Ruggero Borsa: “Ego Rog (erius), divina favente clementia dux, ducis Robberti filius” (64). La singolare intitolazione dei tre diplomi ha fatto scrivere ecc…”, e quì il Barile cita ciò che scrisse il Ménager e poi aggiunge: “Non a caso Ménager apre questa sezione del suo libro mettendo tra virgolette l’espressione “reggenza“: “La Régence de Sikelgaite et les contestations de la succession ducale” (66). Infatti non si trattò certamente della tutela di un minorenne, dato che Ruggero aveva venticinque anni all’epoca (67). La medesima espressione, ‘dux’ riferita a Sichelgaita, compariva in verità già in alcune ‘chartae’ dell’abbazia di Cava dei Tirreni. Nel settembre del 1079 Roberto il Guiscardo dona al suo ‘fidelis vesterarius’ Graziano una terra così vicino a Salerno ecc…Un’analisi più attenta di altri diplomi firmati da Sichelgaita, tuttavia, ci permette di trarre interessanti deduzioni ai fini del nostro discorso. Infatti, le ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’ conservano due documenti che attestano la presenza di Roberto il Guiscardo e sua moglie alla dedicazione dell’abbazia di Santa Maria della Matina in Calabria (69). Il Guiscardo è ricordato come il duca di Puglia e di Calabria, Sichelgaita come sua moglie e figlia di Guaimario principe di Salerno (70). Come ha notato la Skinner, Sichelgaita viene indicata come la figlia di un grande principe come quello di Salerno invece che come moglie del Guiscardo, ecc..(71)…..la presenza in questo come nei diplomi su citati da Ménager, sembrano comunicare che Sichelgaita fu in quel momento in una posizione di incontestata autorità (73).”. Barile (…), a p. 95, nella sua nota (58), postillava che: “(58) Ménager, Recueil des actes, I, p. 165.”. Barile (…), a p. 95, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Ibidem, pp. 169-171 (docc. n. 46-48).”. Barile (…), a p. 95, nella sua nota (60), postillava che: “(60) Ibidem, pp. 169-170 (doc. n. 46), particol. p. 170.”. Barile (…), a p. 95, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Ibidem, pp. 171-172 (doc. n. 47), particol. p. 171.”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (62), postillava che: “(62) E’ il celebre documento con cui Sichelgaita dona all’arcivescovo Ursone la giudecca di Bari: ibidem, pp. 173-175 (doc. n. 48), particol. p. 173; edito anche ne ‘Le pergamene del Duomo di Bari (952-1264), a cura di G.B. Nitto de Rossi e F. Nitti di Vito, Bari, 1897 (Codice diplomatico Barese, I), pp. 56-58, particol. p. 57 (doc. n. 30, rr 1-2)”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (63), postillava che: “(63) Iorio, ‘La duchessa Sikelgaita’, pp. 78 e 86-87.”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (64), postillava che: “(64) Ménager, Recueil des actes, I, pp. 175-176 (doc. n. 49), particol. p. 175.”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (65), postillava che: “(65) Ibidem, p. 166. A proposito della reggenza di Sichelgaita, vedi C. Urso, “Buone madri” e madri “crudeli” nel medioevo, Acireale-Roma, 2008, p. 210, parla di “diarchia, o meglio di poliarchia”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Ménager, I, pp. 163-221.”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (67), postillava che: “(67) Ibidem, p. 166. Sul delicato tema della maggiore età nel medioevo, cfr. sempre in questo ambito, Vera von Falkenhausen, ecc…”. Barile (…), a p. 97, nella sua nota (68), postillava che: “(68) Ménager, Recueil des actes, I, pp. 97-98 (doc. n. 28), particol. p. 97. Cfr. pure ‘Codex diplomaticus Cavensis (CDC), a cura di S. Leone e G. Vitolo, X, 1073-1080, Badia di Cava, 1990, pp. 297-298, particol. p. 297 (coc. n. 124). Un documento dell’agosto 1080, sempre tratto dl ‘Codex Cavensis’, riporta il termine più consueto ‘ducissa’, come si può leggere nella conferma di una serie di diritti dell’abbazia di Cava su un certo numero di monasteri “per interventum d(o)m(n)e S(ichelgaite) ducisse, dilecte coniugis nostre”: CDC, X, pp. 332-333, particol. p. 332 (doc. n. 138). La famiglia dei principi di Salerno, cui Sichelgaita apparteneva, era legatissima al monastero di Cava fin dalla sua fondazione; questo spiega l’intervento di Sichelgaita presso il marito: S. Leone, G. Vitolo, ‘Introduzione’, in CDC, X, pp. XV-XXV, particol., p. XXIII.”. Barile (…), a p. 97, nella sua nota (69), postillava che: “(69) Notizie su questo monastero si possono leggere in A. Pratesi, ‘Introduzione’ alle ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini’, a cura di A. Pratesi, Città del Vaticano, 1958, pp. VII-LV, particol. pp. VII-X. Fondata da Adelardo abate cistercense nella seconda metà del XI secolo, venne costantemente protetta dai duchi normanni.”. Sul monastero di Santa Maria della Matina in Calabria, ho dedicato ivi un mio saggio dal titolo: “Nel 1065, il monastero di ‘San Pietro di Marcaneto’ nei pressi di Scario”. Vera von Falkenhausen (…), nel suo  ‘I Longobardi Meridionali’, a p. 285, in proposito scriveva che: “Roberto il Giscardo non si tratenne molto a Salerno, ma per il figlio che gli succedette, il duca Ruggero Borsa, da parte materna nipote di Guaimario IV, l’eredità longobarda ebbe grande significato. Salerno fu la residenza principale sua e di suo figlio, il duca Guglielmo. Si sentivano a casa propria nella città, che anche nei decenni successivi non perdette il suo caratere longobardo. Il loro legame con l’antica capitale longobarda, che 300 anni prima Arechi II aveva reso residenza dei principi, si rivela anche nella morte; infatti, mentre Roberto il Guiscardo è sepolto nel monastero di famiglia dei Hauteville, la SS. Trinità di Venosa, i duchi Ruggero Borsa e Guglielmo si fecero inumare in S. Matteo, il duomo di Salerno (3).”. La Falkenhausen (…), a p. 285, nella sua nota (3), postillava in proposito che: “(3) ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, RIS, VII, Bologna, 1935, pp. 205-214.”. Solo, nel 1089, Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia.

I RACCONTI DI GIOVANNANTONIO SUMMONTE, di ANDREOTTO LORIA e di SAMBIASE

In primo luogo bisogna dire che le notizie e le ricerche genealogiche sulle origini di alcuni personaggi, ed in particolare dei Oria e dei Loria, per tutte le notizie e gli autori che si citeranno dipesero da alcuni scritti del ‘600. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 19-20 scriveva che: Molte però erano, a proposito del Lauria, le imprecisioni che veicolava questa storiografia e per la quale deponevano a favore le attenuanti che il napoletano Giovan Antonio Summonte (17) evidenziò proprio sul nostro personaggio, ovvero la penuria di notizie che concernevano Ruggero e l’impegno che egli vi aveva nondimeno profuso per rintracciarle (18). A voler infatti prestar fede al Summonte, Ruggero di Lauria – nominato dell’Oria secondo un ricamo ortografico che può ragionevolmente ritenersi una libera, quanto originale iniziativa summontiana (19) – si sarebbe precocemente ribellato a Carlo I d’Angiò, in seguito all’uccisione del padre. Questa ribellione sarebbe altresì da presupporre insieme ad una residenzialità del Lauria nel Regno, poiché successivamente ad essa il Nostro si costituirebbe, per il tramite di Giovanni da Procida, tra gli affiliati di re Pietro, già III d’Aragona, il quale lo investe del ruolo di ammiraglio e lo pone a capo della sua armata (20).”. La Lamboglia, a p. 20, nella nota (18) postillava: “(18) L’opera di revisione e di pesante manipolazione a cui fu indotto il Summonte già pubblicati i primi due tomi, e che non gli valsero né a tutelarlo dalla condanna penale, né a scampare nuove messe all’indice dell’Historia, resero particolarmente complessa la vicenda editoriale di una storia suddivisa in parti – le cui prime due videro la luce a Napoli nel 1601-1602, presso la stamperia di Giovanni Giacomo Carlino e facevano giungere la narrazione fino al 1442; la terza fu stampata postuma, nel 1640, ancora a Napoli, per Domenico Montanaro, e continuava le vicende fino al 1500; quindi, la quarta ed ultima parte fu edita nuovamente per il Montanaro tre anni dopo, e si arrestava al 1582. Qui, come nei luoghi a seguire, si cita tuttavia dall’edizione Dell’Historia della città, e Regno di Napoli di Gio. Antonio Summonte napolitano (…), Seconda editione, In Napoli, a spese di Antonio Bulifon Libraro all’insegna della Sirena, 1675, 4 tomi, t. II, l. III, pp. 294-295.”. Sulle notizie e le ricerche genealogiche dei Loria, Augurio e Musella, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Augurio e Musella citano “‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878”. Su questo testo “Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?”, i due studiosi citano per D.A.L., Napoli 1878″. Su questo autore “D.A.L.”, citato da Augurio e Musella, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34 riferendosi a Ruggero dell’Oria scriveva che: In proposito, ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggero e Andreotto Loria’ (63) offrivano sia un albero genealogico, sia una geografia dei possedimenti bell’e definiti.”. La Lamboglia, a p. 33, nella sua nota (63) postillava su questo testo: “(63) Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: La famiglia di Ruggiero Loira è Catalana, Siciliana, o Calabrese? Per D. A. L. [sic], Napoli, Stabilimento Tipografico di S. Marchese, 1878. (64) Sotto l’acronimo “per D. A. L.”, si cela infatti il redattore, ovvero quel Davide Andreotti Loria, già autore di una Memoria del Comune di Cosenza a sua eccellenza il Ministro dell’Interno e di una Storia dei Cosentini, rispettivamente, degli anni 1863 e 1869-74 [cfr. D. ANDREOTTI, Memoria del Comune di Cosenza a sua eccellenza il Ministro dell’Interno, Cosenza, dalla tip. Bruzia, 1863 (poi anche come Cosenza, Tip. Municipale, 1869) e ID., Storia del Cosentini, Napoli, Stabilimento Tip. di S. Marchese, 1869-74, 3 voll., poi in varie riproduzioni fotomeccaniche, tra cui ID., Storia del Cosentini, Cosenza, Editrice Casa del Libro, 1958-1959, 3 voll., e con prefazione di S. DI BELLA, è D. ANDREOTTI, Storia del Cosentini, Cosenza, Pellegrini, 1978, parimenti in 3 voll.] Ulteriore conferma della coincidenza d’identità viene anche da uno stesso stile di scrittura ed una stessa modalità di argomentazione tra alcuni passi del vol. I della Storia ed il testo delle Memorie [cfr. ANDREOTTI, Storia dei Cosentini, vol. 2, p. 3 (qui, citata nell’edizione e ristampa anastatica, Cosenza, Brenner, 1987, 3 voll.).”. Dunque, D.A.L. è un acronimo con cui la Lamboglia ha chiarito essere un testo manoscritto di Andreotto Loria. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. La Lamboglia a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Se complicato risulta il quadro dei possedimenti, non è da meno quello delle relazioni parentali riferibili a Ruggero (62).”. La Lamboglia, a p. 33, nella nota (62) postillava: “(62) Gli studi relativi ai processi di formazione delle genealogie solo da qualche decennio a questa parte hanno cominciato ad interessare alcuni settori della storiografia italiana, per la quale si segnala soprattutto R. BIZZOCCHI, Genealogie impossibili. Scritti di Storia nell’Europa Moderna, Bologna, il Mulino, 1995 (Monografia, 22).”. Sul racconto di Girolamo Sambiasi e le origini dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 21, nella nota (21) postillava che: “(21) Una Terranuova di Aita, insieme a Lauria (PZ), Tortora (CS), Lagonegro (PZ) ed altre terre, riferisce anche G. SAMBIASI, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, Sala Bolognese, Forni Editore, 1969 (ristampa anastatica della 1a ed. Ragguaglio di Cosenza, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie. Scritto dal molto rev. P. maestro fra Girolamo Sambiasi cosentino (…) Coll’aiuto delle scritture del signor Pier Vincenzo Sambiasi cavalier cosentino, In Napoli, per la vedova di Lazaro [tip.], 1639), p. 94, con possibile confusione tra le due diverse località cosentine, Terranova (feudo) e Aieta.”. Dunque, molte notizie storiche a cui si rifece il Sambiasi nel parlare dei Loria erano riferibili alla Platea dei beni che fece comilare il vescovo di Cosenza Luca Campano, una Platea del 1223, epoca sveva.

Nel …….., UGONE e ALTRUDA, genitori di RUGGERO CONTE DELL’ORIA

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase da regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Dunque, Ruggiero (dell’Oria), al tempo di Ruggero II d’Altavilla era figlio di UGONE e di sua moglia “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque RUGGERO DELL’ORIA, il quale si sposò con BULFANARIA. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23-24 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: ………Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Riguardo UGONE, padre di Ruggero dell’Oria, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 241 parlando di Padula scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Padula. esistente nell’Archivio della Badia cavense, è del 1086: Ugo di Aveva dona (3) al monastero di cavense, insieme ai monasteri di S. Giovanni di Layta, presso il castello di Mercurio, e di S. Simeone di Montesano, anche il monastero di S. Nicola di Padula, con tutte le sue dipendenze.”. Forse che questo “Ugo” citato dai due studiosi si riferisse ad “Ugone di Avena” citato nel documento cavense del 1086 ?. I due studiosi, a p. 23 scrivono pure che: “Alessandro di Telese (21), contemporaneo del re Ruggero il Normanno, nella sua ‘Cronaca’ riporta importanti notizie sulle vicende occorse a Ruggiero, conte dell’Oria, negli anni compresi tra il 1127 e il 1135.”. I due studiosi, a p. 23, nella nota (21) postillavano: “(21) Alessandro di Telese, De’ fatti di Ruggiero Re di Sicilia. Libri quattro’, in G. Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, Napoli, 1845-1868, vol. I, pp. 81-156.”. Infatti, ad esempio, a pp. 100-101 (vedi il Del Re, vol. I), nel cap. XXIII, il Telesino scriveva che: “Ruggiero conte di Oria per mitigare l’animo del Duca verso di sè esarcerbato, gli cede Padulo ed ancora Montefusco. E menato così a termine queste cose, non molto dopo con lo stesso esercito movendo si avvia alla terra di Ruggiero Conte di Oria, accampatosi lungo il castello che si chiama Apice……e perciò fa senno di cedergli spontaneamente Paduli e Montefusco.”. I due studiosi scrivono che secondo la cronaca del Telesino si evince che:  “Quando il duca Ruggero il Normanno – diventerà re nel 1180 chiese al cognato Rainulfo, conte di Alife, marito della sorella Matilde, l’atto di omaggio e sottomissione, quest’ultimo gli rispose che non avrebbe concesso nulla senza avere in cambio dei vantaggi. Alla successiva richiesta del normanno di cosa desiderasse in cambio, Rainulfo rispose di volere la contea di Oria. In un primo momento il duca Ruggero si alterò per tale richiesta, ma poi, considerando la possibilità di avere dalla propria parte un guerriero valoroso, accondiscese alla richiesta.”. Dunque, i due studiosi si riferivano a Ruggero II d’Altavilla, conosciuto come “Ruggero il Normanno”, la cui sorella, Matilde era andata in sposa a Rainulfo di Alfe. Da Wikipedia leggiamo chea Capua, nel dicembre 1127, partì una spedizione contro Ruggero, mettendo Roberto II di Capua e Rainulfo di Alife (cognato di Ruggero) contro di lui. Tuttavia questa coalizione fallì miseramente e nell’agosto 1128 il Papa Onorio II fu costretto dalla superiorità militare a nominare nella città di Benevento Ruggero II duca di Puglia. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di Padula, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età longobarda, normanna e sveva.”. Del 1213 è un solo documento: Gisulfo di Sanseverino dona al monastero di Montevergine (5) il piccolo monastero di S. Lorenzo sotto Padula.”. Dunque, Ebner, non cita affatto Ruggero dell’Oria ma ci parla di un documento del 1213 che ci parla di un Gisulfo di Sanseverino. Ritornando alla genealogia dei ORIA e dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65).”. La Lamboglia a p. 33, nella sua nota (65) postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96.”. La Lamboglia, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), ecc….”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”.

Nel 1089, la Contea di Policastro, Enrico del Vasto, conte di Policastro, fratello di Adelasia del Vasto sposò Flandina, figlia di Ruggero I. Da Flandina ebbe Simone del Vasto che ereditò la contea di Policastro

Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, ci accorgiamo che vi furono diversi “Simone”, conti di Policastro. In questo saggio parlerò del Simone detto Simone del Vasto. Da Wikipedia leggiamo che la Contea di Policastro fu un antico feudo esistito nei territori circostanti il golfo di Policastro tra la Basilicata, la Calabria settentrionale e la Campania meridionale, tra la fine dell’XI secolo e la fine del XIX secolo. Sempre in Wikipedia leggendo la “cronostassi dei conti di Policastro” ci accorgiamo che vi fu Enrico del Vasto (10??-1137), conte di Paternò e conte di Butera. Dunque, non si conosce l’anno in cui Enrico del Vasto divenne conte di Policastro ma si sa che nell’anno 1137 non fu più conte di Policastro. Sempre da Wikipedia leggiamo che Enrico del Vasto, detto anche Enrico di Lombardia, Enrico di Savona, Enrico Aleramico, Enrico di Paternò, Enrico di Butera, Enrico di Policastro (Piemonte, ante 1079 – Sicilia, 1137), fratello minore di Adelaide del Vasto, fu capo degli Aleramici di Sicilia[2] e conte dei lombardi di Sicilia[3].  Membro dei Del Vasto di discendenza aleramica, Enrico era fratello minore di Adelaide del Vasto, figlio di Manfredi, e nipote di Bonifacio del Vasto, marchese di Savona, della Liguria Occidentale e di ampi territori del Piemonte meridionale. Scese in Sicilia, dove risulta già personaggio di primo piano della corte normanna nel 1094,[5] dai grandi possedimenti familiari tra Piemonte e Liguria, con molti suoi conterranei della Marca Aleramica, per aiutare il condottiero normanno Ruggero nelle ultime fasi della guerra contro gli arabi per la conquista dell’isola. Questa gente aleramica al seguito di Enrico costituì la prima ondata migratoria di lombardi (in realtà, piemontesi e liguri, e in minor parte lombardi ed emiliani)[6] che ripopolarono alcuni centri della Sicilia occidentale e orientale tra l’XI e il XIII secolo. I normanni incoraggiarono infatti una decisa politica d’immigrazione della loro gentes, francese e dell’Italia settentrionale, anche con la concessione di privilegi. L’obiettivo era quello di rafforzare il “ceppo franco-latino” che in Sicilia e in Calabria era minoranza rispetto ai più numerosi greco-bizantini e arabo-saraceni.[7]In Sicilia scesero anche tre sorelle di Enrico. Adelaide, la più celebre, che sposò il gran conte Ruggero nel 1087 (o nel 1089) e divenne contessa di Sicilia; mentre le altre due sorelle sposarono i figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo. Enrico sposò Flandina, anche lei figlia di Ruggero ma nata dal matrimonio con Giuditta d’Evreux. Flandina era vedova del cavaliere normanno Ugo di Jersey, primo conte di Paternò, e così Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Proprio Paternò divenne il centro dei possedimenti degli Aleramici di Sicilia, un territorio discontinuo che si estendeva a sud in direzione di Catania, a sud ovest comprendeva Piazza Armerina, Aidone, Butera, Mazzarino, a nord ovest si estendeva fino a Nicosia, e a nord si allargava fino a Cerami, Capizzi e Randazzo.[8] Enrico e Flandina ebbero due figli, Simone e Matilde. Simone del Vasto (o Simone d’Altavilla, o Simone di Butera) fu conte di Policastro e conte di Paternò. Alla morte del padre, Simone prese il suo posto come capo degli aleramici siciliani e dei lombardi di Sicilia. Flandina d’Altavilla (in francese Flandina de Hauteville) (… – …; fl. XII secolo) è stata una nobildonna normanna del XII secolo. Figlia secondogenita del Gran Conte Ruggero e della di lui prima moglie Giuditta d’Evreux, ricevette in dote dal padre le contee di Paternò e Butera[1]. Fu sposata in prime nozze al cavaliere normanno Ugo di Jersey del quale rimase vedova nel 1075 e dalla cui unione nacquero una figlia di nome Maria[2] e tre figli maschi: Manfredo, Giordano e Simone. Nel 1089 si unì in seconde nozze all’aleramico Enrico del Vasto, a seguito dell’aiuto militare offerto da quest’ultimo al padre di lei. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 428, in proposito scriveva che: “Sappiamo che, oltre alla contessa Adelasia e a suo fratello Enrico, anche due altre sorelle, figli tutti e quattro del marchese Manfredo Incisa del Vasto, si trasferirono in Sicilia. Orbene, questo espatrio collettivo d’un intero gruppo della progenie dei marchesi del Vasto induce a supporre ch’esso fosse in connessione con una crisi, etc…”. Il Pontieri, a p. 429, in proposito scriveva pure che: “D’altra parte Enrico del Vasto, inseritosi nella famiglia di Ruggero d’Hauteville attraverso tali legami di parentela, non tardava a rinvigorirli, sposandone la figlia Flandina (37), che non sappiamo da quale dei due precedenti matrimoni del conte fosse nata. Neanche ci è dato di poter dire in quale anno fosse stato celebrato questo connubio aleramico-d’Hauteville; ci risulta solamente dalla carta già ricordata del 1094 che in questo anno Enrico era in Sicilia e che nel 1097 il nome di lui, insieme etc..”. Il Pontieri, a p. 430 scriveva: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Pontieri, a p. 430, nella nota (39) postillava: “(39) Il Garufi, Le donazioni del conte Enrico di Paternò ecc.., cit., in “Revue de l’Orient latin”, cit., IX (1902), doc. I, ha notato,, in base a questo documento, l’infondatezza della tradizione secondo cui la contea di Butera e Paternò sarebbe stata data dal conte Ruggero a sua figlia Flandina in dote: vedi anche Garufi, Gli Aleramici, p. 50; Idem, Il Tabulario di S. Maria della Valle Giosafat nel tempo normanno ecc.., in “Archivio Storico per la Sicilia orientale”, V (1908), pp. 178 ss., e cfr. Townsend White, Latin monasticism in Norman Sicily, cit., pp. 208-9.”. Tuttavia il Pontieri non chiarisce come sia arrivata la contea di Policastro a Flandina o a Enrico del Vasto, che come abbiamo visto oltre ad essere conte di Paternò-Butera era anche conte di Policastro, contea che in seguito Simone del Vasto erediterà alla sua morte. Sappiamo da Wikipedia che con il matrimonio con Flandina, figlia di Ruggero I d’Hauteville, Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Il Pontieri parla solo dei possedimenti di Butera e di Paternò ma non dice nulla della contea di Policastro. Il Pontieri, a p. 430 scriveva solo in proposito che: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Il Pontieri ipotizzava che le donazioni deli vasti possedimenti Siciliani fossero stati in seguito convalidate dalla sorella Adelasia che, alla morte del marito Ruggero I assunse la reggenza dello Stato che era stato ereditato da Simone primogenito. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 450, in proposito scriveva che: “Naturalmente suo fratello Enrico prese una posizione preminente, non solo perchè era ovvio che così fosse, ma anche perchè egli si presentava come l’esponente più autorevole degli oltremontani che la conquista normanna aveva attirato in Sicilia: certo fu Adelasia, come è stato ricordato, che gli conferì l’investitura feudale delle due importantissime contee di Butera e di Paternò, i cui territori, in tutto o in parte, è probabile costituissero la dote che il conte Ruggero aveva assegnato a sua figlia Flandina allorchè era andata sposa allo stesso Enrico (78).”. Pontieri, a p. 450, nella nota (78) postillava: “(78) Garufi, Gli Aleramici ecc.., p. 50; come marito di Flandina Enrico era l’amministratore dei suoi beni dotali: cfr. Caen, Le régime féodal etc..’, cit., p. 87.”.

Dal 1092-92 al 1105, Simone di Sicilia, futuro conte di Policastro, figlio di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e di “Adelasia” o Adelaide del Vasto

Il primogenito di Ruggero I d’Altavilla fu un figlio naturale di nome Giordano (1055c.-1092), che non sopravvisse al padre. Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105) fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Dunque, la Contea di Sicilia, fu retta fino al 1112 dalla madre Adelaide del Vasto, in accordo con Ruggero Borsa, nipote di Ruggero I d’Altavilla, padre di Simone.  Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia. Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi, fino al 1112 vi fu la reggenza della madre Adelasia del Vasto. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Su Simone, la madre Adelaide del Vasto e la sua reggenza ha scritto Ernesto Pontieri. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 440-441, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Lungi dall’avventurarci nell’aggrovigliata questione sul numero e sull’individuazione dei figli, legittimi e naturali, del conte Ruggero, ci limitiamo a notare che egli ebbe due figli aventi lo stesso nome di Goffredo: costume non insolito nelle famiglie normanne, anzi nella stessa famiglia di Tancredi di Hauteville, il padre di Ruggero….Ora il Malaterra, dopo aver ricordato la morte di Giordano, avvenuta nel 1092, testualmente aggiunge…..Ma ecco che, alcuni mesi dopo, Adelasia dava alla luce Simone, salutato dall’esultanza di tutta la corte. Anche il Malaterra mostra di commuoversi davanti al fausto evento e lo celebra inserendo nel ‘De rebus’ un carme, etc…”. Pontieri, a p. 442, in proposito alla nascita di Simone, scriveva che: “La casa del gran conte di Sicilia era dunque pervasa di letizia, perchè Adelasia aveva dato al consorte non solo un figlio maschio, ma anche l’atteso erede. Certo, in un atto della cancelleria del conte Ruggero, consacrante una donazione da lui fatta nel 1094 al monastero di S. Maria “de Rokella apud paleapolim”, in Calabria, il nome di Simone vi è rappresentato come “filius Rogerii comitis et heres”(65).”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Il Pontieri parlando di Ruggero I d’Altavilla, scriveva che Simone, conte di Policastro successe al padre nel 1101 dopo la sua morte. Dunque scriveva che Simone, conte di Policastro era figlio naturale di Ruggero I e di Adelaide del Vasto. Anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Dunque, in questo passaggio, il Pontieri, parlando della reggenza di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I d’Altavilla che morì nel 1101, ci parla di Simone, figlio di Ruggero I d’Altavilla, perchè scrive che: Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Sulle origini di Simone, figlio di “Adelasia” e di Ruggero I d’Altavilla, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito racconta che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”.  Pontieri, a p. 438, scriveva pure che: “Già Adelasia aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); alcuni anni dopo lo rese padre una seconda volta, dandogli Ruggero, il futuro unificatore delle conquiste fatte dai suoi antenati in Italia (58).”. Infatti, il Pontieri postillava che “Adelasia” “….aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); etc…”., aggiungendo che il futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla era l’altro fratello di Simone, conte di Policastro.  Pontieri, a p. 438, nella nota (57) postillava: “(57) Il Malaterra. I. IV, 19, p. 98, pone la nascita di Simone dopo la morte di Giordano, suo fratello, ossia nel 1092. Il 26 aprile di questo anno, Giordano, come risulta da un atto di donazione fatta dal conte Ruggero al monastero di S. Agata di Catania, era ancora vivo: cfr, Kehr, Die Urkunden der normannischen-sicilischen Konige, cit., p. 14. Tale data è da preferirsi all’altra segnata nel ‘Necrologium Panormitanum’, ed. Winkelmann, in “Forshungen zur deutschen Gesch.”, XVIII, (1878), p. 474, secondo cui ‘critiques sur quelches diplomes normands de l’Archivio Capitolare di Catania, estr. dal “Bullettino dell’Archivio Paleografico italiano”, N.S., I-III (1956-1957), p. 149.”. In questo passaggio, Pontieri spiega che Simone dovrebbe essere nato da “Adelasia” subito dopo la morte di “Giordano”, altro figlio di Ruggero I d’Altavilla. Sempre il Pontieri, su Simone, a pp. 438-439, nella nota (58) postillava: “(58) Terminata la narrazione dell’assedio di Capua, il Malaterra, I. IV, 26, p. 105, aggiunge, in un’annotazione cronologica curiosa quanto generica: “ibi se impregnavit comitissa Adelasia de comite Rogerio”; in breve, il futuro re Ruggero II sarebbe stato concepito nel 1098 (primavera). Senonchè Romualdo Salernitano, ed. Garufi, p. 236, informatissimo della biografia di Ruggero II, dà elementi cronologici inconciliabili col contenuto della annotazione del Malaterra; infatti, registrata al 1152 (ma al 1154), la morte di Ruggero, egli aggiunge: “mortuus est…anno vite sue quinquagesimo octavo, mensibus duobus, diebus quinque, vicesimo septimo die mensis Februari, anno regni sui vicesimo IIII, anno Dominice incarnationis MCLII, Indic., I.”; di modo che, fondando i calcoli su questi elementi anagrafici, che collimano con quelli delle fonti, Ruggero II sarebbe nato il 22 dicembre 1095, e cioè poco più di due anni dopo suo fratello Simone. Questa data viene accettata sia dall’Amari, Musulmani, cit., vol. III, p. 199, che dallo Chalandon, op. cit., vol. I, p. 352-53. e dal Caspar, Roger II, cit., pp. 21-22. Rimane però inspiegabile la bizzarra nota del Malaterra etc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, parlando del Gran Conte di Sicilia, Ruggero I d’Altavilla, sposo di Adelaide del Vasto, a p. 227, in proposito scriveva che: Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Ecc..”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato Ughellio ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell”Abbate Telesino, nel principio del libro I’ ce ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. E poco dopo aggiungeva che: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. Anche la ‘Cronaca di F. Corrado’ ce ‘l disse così: “Post hunc Simon ejus primogenitus filiorum Regnum eccepit, qui per paucos vixit annos”. Del Simone Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova fatta in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo; e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone tutto il possibil timore. Ecc…”. Ecco ciò che scrive l’Antonini su Simone figlio di Ruggero I d’Altavilla.

Antonini, p. 417

(Fig….) Pagine n. 416-417, tratte dalla ‘Lucania’ dell’Antonini (…), Discorso X, parte II

Dal 1101 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di Ruggero I d’Altavilla e la contea di Policastro

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, come ha scritto il Pontieri, la corona della contea di Sicilia e di Calabria, dopo la morte di Simone, nel 1105 passò al fratello minore Ruggero che sarà il futuro Ruggero II d’Altavilla. Il Pontieri scrive pure che nel 1105, Ruggero II, sebbene avesse ereditato per successione la corona di Sicilia e Calabria, essendo ancora minorenne non poteva governare. Lo fece la madre Adelasia, ultima moglie di Ruggero I. Adelasia prese la reggenza della contea di Sicilia e di Calabria e la tenne fino all’anno 1112.  Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei, tra cui il fratello Enrico del Vasto (che aveva sposato Flandina, figlia del marito), e di altra origine, fra cui soprattutto Cristobulo. Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia“, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora. Adelasia del Vasto sposò nel 1087 Ruggero I di Sicilia, del quale fu la terza e ultima moglie e al quale diede quattro figli tra cui Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia ed il futuro re di Sicilia, il fratello minore Ruggero II d’Altavilla. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 168, in proposito scriveva che: “Alle origini, però, ossia all’epoca del conte Ruggero e della reggenza della contessa Adelasia durante la minorità di Ruggero II (1062-1112), le signorie feudali d’una certa importanza furono nelle Calabrie poche, assai poche, e, per di più, con la testa personaggi legati da parentela ai conquistatori.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “La prima violenta manifestazione della gelosia e del cozzo d’interessi fra le due comunità si ebbe nel 1110, a Messina, davanti ad un tribunale presieduto dalla contessa Adelasia, che reggeva la contea di Sicilia e Calabria per il minorenne Ruggero, il futuro Ruggero II………L’Abbate di S. Eufemia aveva denunciato il priore di Bagnara, Costanzo, e i suoi canonici, perchè, ……La reggente Adelasia, chiamati a sè ecc…”. Dunque, Pontieri la chiamava “Adelasia”, ultima moglie del “Gran Conte” di Sicilia (il conte Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo) e madre di Simone e di Ruggero II. Il Pontieri, nell’indice scriveva: “Adelaide (contessa) vedi Adelasia, pp. 168, ecc…”. Dunque, secondo il Pontieri la madre di Simone e di Ruggero, futuro re Ruggero II, la chimava “Adelaide” oppure “Adelasia”.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri continuava a p. 469 a scrivere che: “E’ probabile che l’insediamento, per lo meno ufficiale, avvenisse nel 1112…..E’ questo l’ultimo atto pubblico in cui interviene Adelasia nella sua qualità di reggente. Ruggero II aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anni di età. Anche se non possiamo con esattezza stabilire quanto legalmente ebbe termine la reggenza, piace alla fantasia raffigurarsi, sulla scorta del surriferito documento, il giovinetto Ruggero, uscito di minorità, a lato di sua madre nell’atto in cui questa, nello sfondo regale etc…”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”.

Dal 1105 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di suo figlio Simone fino alla maggiore età di Ruggero II d’Altavilla

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, Pontieri scriveva che Simone, erede e successore della corona della Contea di Sicilia e di Calabria morì nel 1105 e da allora la corona passò all’altro figlio, Ruggero che, però, essendo minorenne non poteva governare. Fu la madre Adelasia che governò fino alla sua maggiore età. Da Wikipedia leggiamo che   Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero (o Ruggiero) il normanno[2], figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu gran conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del Regnum Siciliæ indipendente. Dopo la nascita del regno, in virtù delle conquiste sulla costa africana, acquisì anche il titolo di re d’Africa. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Nel 1105 morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre.

Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelaide o Adala), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza e la contea di Policastro

Ruggero Borsa morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II. Dopo la morte di Ruggero Borsa (Ruggero I di Puglia, figlio di Roberto il Guiscardo), si aprì la successione al Ducato di Puglia con il figlio Guglielmo II di Puglia che però era ancora minorenne e quindi prese la reggenza la madre Adala o Adelaide figlia di Frisone. Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”.Dunque, in questo breve passaggio l’Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110).  Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Napoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani, Chronicon, in Rer. Italic. Script., 2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317. Su questa “Adala” ha scritto Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 416 parlando di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I, nella nota (8) postillava che: “(8)…..Ancora più banale è l’annotatore (Naldi) del ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae regis Libri quattuor’ di Alessandro di Telese, nell’edizione fattane dal De Re (‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti’, vol. I, cit., l. I, c. 3, p. 90, e p. 149, n. 2), là dove, per lumeggiare la persona di “Adelasia”, appena accennata dal cronista, scrisse che fu “figliola di Roberto Marchese delle Fiandre, detto il Frisio, e nipote di Filippo re di Francia e nipote di Bonifacio marchese di Monferrato”. Si dirà, per incidenza, che lo strano abbaglio è avvenuto per la confusione di Adelasia, moglie di Ruggero di Sicilia, con un’altra “Adala” (ricordata dal Malaterra, l. IV, 20, pp. 98-99, e 26, p. 104, con questo nome), la quale, figlia di Roberto il Frisone, fu invece moglie di Ruggero I, duca di Puglia, figlio e successore del Guiscardo.”. Dunque, proprio in questa nota, Pontieri postillava che “Adala” fu la moglie di Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e suo successore.

Dal 1114 al 1127, re Guglielmo II di Puglia e la contea di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 92-93, parlando dei Normanni nel Principato Salernitano, in proposito scriveva che: Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner ci parla di tre ‘Ruggero’ ma cita anche “Simone”, fratello del futuro re Ruggero II, ed entrambi figli di Ruggero I di Sicilia, quello che chiama il “Gran Conte”. Dunque, Ebner scrive che Simone, erede primogenito e fratello del futuro Ruggero II d’Altavilla, morì nell’anno 1113. Dunque, se dopo la morte di Roberto il Guiscardo (a. 1085) si aprì la successione fra Ruggero Borsa ed il fratellastro Boemondo, entrambi figli di Roberto il Guiscardo. Dall’altra, dopo la morte, nel 1113 senza eredi di “Guglielmo II di Puglia” (cosiddetto dagli storici moderni), erede e successore di Ruggero Borsa, suo padre e, si aprì la successione con i due fratelli del Regno di Sicilia, i figli di Ruggero I d’Altavilla: Simone ed il futuro Ruggero II d’Altavilla. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Dunque, sia da Ebner che da Wikipidia apprendiamo che Guglielmo II di Puglia, visse dal 1095 al 1127. Infatti, l’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) riferendosi alla morte di Ruggero Borsa postillava che: “(36)…..e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, dopo la morte di Ruggero Borsa, il figlio minorenne Guglielmo detto “II di Puglia”, diventò “terzo duca” del Ducato di Puglia e di Calabria, con la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ebner, a p. 93, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Telsino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis’, III, 2.”. Dunque, riguardo le notizie su “Simone di Sicilia” ed il cugino Guglielmo II di Puglia, Ebner cita il manoscritto o il chronicon di Alessandro Telesino. Dunque, sia da Ebner che da Wikipidia apprendiamo che Guglielmo II di Puglia, visse dal 1095 al 1127. L’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) riferendosi alla morte di Ruggero Borsa postillava che: “(36) …..e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Oltre al titolo ducale di Puglia e Calabria, Guglielmo ereditò dal padre anche lo stesso carattere debole e inetto: durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta di Giordano conte di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Nel 1114, aveva sposato Guaidalgrima, una figlia del conte Roberto di Alife, ma i due non ebbero figli. Alla sua morte, nel 1127, Guglielmo non aveva eredi legittimi e l’intero Mezzogiorno normanno fu ereditato dal cugino, il Gran Conte Ruggero, futuro Re di Sicilia. Generalmente considerato una figura insignificante dagli storici moderni, Guglielmo fu molto rispettato dai propri contemporanei, fu popolare fra i suoi feudatari e lodato per la sua abilità militare. Nel 1125, appena trentenne si preoccupò di erigere il proprio mausoleo funebre nella cattedrale di Salerno: era un triste presagio, morì due anni dopo. Ebner, a p. 93, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Telsino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis’, III, 2.”. Dunque, riguardo le notizie su “Simone di Sicilia” ed il cugino Guglielmo II di Puglia, Ebner cita il manoscritto o il chronicon di Alessandro Telesino. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti) parlando della Diocesi e riferendosi a Castelruggero, in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di Contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; ecc..”. Dunque, il Laudisio si riferiva al Simone che successe al padre re Ruggero II e non a Ruggero Borsa. Nell’anno 1152, entra in scena Ruggero I d’Altavilla, gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo. Infatti, Ruggero Borsa, non aveva figli di nome Simone. Il “figlio bastardo”, Simone, a cui fanno riferimento le cronache, era figlio di Ruggero I d’Altavilla (e fratello di Ruggero poi detto Ruggero II) e, figlio di Adelasia del Vasto che resse il regno di Sicilia ed altri possedimenti normanni fino al 1122. Il Cataldo (…), a p. 29, scriveva: “Il Duca Roberto Normanno la distrusse nel 1065; il Re Ruggiero poi la ricostruì splendidamente e, insignita del titolo di Contea, la donò al suo figlio bastardo”. Quì il Cataldo, scrive correttamente il “Re Ruggero”, riferendosi a Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo. Si tratta del conte Simone, primogenito di Ruggero I (fratello del Guiscardo e non di Ruggero II). Il Conte Simone, figlio bastardo di Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e gran-conte di Sicilia. Il Cataldo scrive pure che in quell’anno (a. 1152), Ruggero Borsa offrì al Vescovo il “Castello” “De Rogerio” (il borgo fortificato di Castelruggero). Infatti, in quegli anni, sotto Ruggero Borsa si costituì la baronia ecclesiastica di Torre Orsaia e Castelruggero. Il Cataldo, scriveva ancora su “Simone” (figlio bastardo di re Ruggero I d’Altavilla), che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”.”. La notizia del “Simone” che finì in carcere è veritiera ma ciò non accadde nel 1155. Questo “Simone” era figlio illegittimo di Ruggero I d’Altavilla ed era fratello di Ruggero II d’Altavilla che salirà al trono di Sicilia nel 1130. Il Cataldo, proseguendo ancora il suo racconto scriveva pure che: “L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” ecc…” e poi pure che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, ecc…”. Dunque, il passaggio è molto contraddittorio. Le notizie del Cataldo su Policastro sono tratte dal Laudisio e dall’Ughelli. Il Cataldo (….) subito dopo aggiunge che: “Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc..”.

Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia

Da Wikipidia leggiamo che Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla. Era figlio secondogenito del gran Conte di Sicilia, il normanno Ruggero I d’Altavilla e di Adelasia di Monferrato (Adelaide o Adelasia del Vasto). Fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Appena ereditato il trono del padre Ruggero I, re Ruggero II confermò con il ‘Crisobollo’ (un privilegio di cui parleremo), dell’aprile 1131, le precedenti donazioni fatte dai suoi predecessori alla chiesa di Rofrano. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre Adelaide del Vasto, riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1122). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei. Nel 1105, morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e suo cugino Guglielmo II, duca di Puglia (figlio e successore di Ruggero Borsa e Adela di Fiandra e nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria e da non confondere con il nipote di Ruggero II, Guglielmo II detto il Buono). Quando nel luglio del 1127, suo cugino Guglielmo II, morì senza figli ed eredi, Ruggero II reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Ma Ruggero, in seguito ottenne la corona: il 27 settembre 1130 una Bolla di Anacleto II, consegnata al duca di Puglia presso la città di Avellino, fece Ruggero Re di Sicilia. Ruggero II era così divenuto uno dei più potenti sovrani d’Europa. Nell’estate del 1140 ad Ariano Irpino promulgò le ‘Assise di Ariano’, il corpus giuridico che formava la nuova costituzione del Regno di Sicilia. A lui si deve anche l’istituzione del ‘Catalogus baronum’, l’elenco di tutti i feudatari del regno, stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi delle potenzialità del proprio esercito.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘I Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

d'avino-porfirio

(…) Porfirio Gaetano, “Diocesi di ‘Policastro”, stà in D’Avino Vincenzo, ‘Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie’, Napoli, Stamperia Ranucci, 1948,  a p. 538

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (9) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

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(…) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006.

(…) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. 

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia Marchese di Camerota, si veda: vol. I, p. 120. Riguardo la notizia del Malaterra, su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

Guillaume P.,

(…) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

Gaetani - frontespizio-001

(…) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(…) (Fig….) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (16) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (…), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata “La Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine” (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (…), op. cit., oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, op. cit. (4), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (4), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Sul manoscritto di Mannelli, abbiamo pubblicato ivi lo studio: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli”, dove abbiamo pubblicato tutte le pagine del manoscritto originale conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, recentemente acquisiti nel nostro Archivio. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v. 

(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna, p. 155 (Archivio Storico Attanasio).

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988.

(…) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, ed. Ripostes, Roma, 1888, p. 117.

(…) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (…), p. 136 nota (c).

(…) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, rivista di I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.

(…) Guzzo A., Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997, pp. 53 e s.

(…) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370)

(…) Platina Bartolomeo, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platino, ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1593, p. 170

(…) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

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(…) Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia, anteriormente alla Monarchia, ed. La Terza & figli, Bari, 1923 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Troyli P.P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento. Si veda pure: Attanasio F., Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà in ” I Corsivi”, n. 12, 1978. Si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135.

(…) Volpicella Luigi, Notamento delle Opere relative alla Storia ed alla Topografia della Provincia di Basilicata tratto da un lavoro inedito intitolato: La Biblioteca Storica e Topografica del Regno di Napoli, raccolta e pubblicata nel 1795 da Lorenzo Giustiniani, ed ora corretta, accresciuta ed in miglior ordine disposta ecc..estratto dal Giornale Economico-letterario della Basilicata, nuova serie, anno 1852, fascicolo terzo.

(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione MAFFEI, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(…) Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Abbazia di Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della ‘Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I, è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946;  si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure: Carlo Carucci, Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano, in ‘ASCL’, a. II.

(…) Carucci Arturo, S. Gregorio VII e Salerno, Salerno, ed. Arti Grafiche, 1954 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Giacinto, S. Gregorio 7. a Salerno : ricerche storiche / pel prof. G. Carucci, Salerno, 1885, 65, parlando del monastero di S. Benedetto di Salerno, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto

(…) AA.VV., “Con animo virile” Donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XII) a cura di Patriazia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Iorio R., La duchessa Sikelgaita, una longobarda romanizzata, stà in “Quaderni medievali”, n. 41 (1996)

(…) Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile15. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa corpus, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati ​​greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabre. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (30). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e Taranto zona) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Tutte le offerte infatti una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale.

(…) Holtzmann W., nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone; ha dovuto occuparsene con André Guillou (scuola francese di Roma) che si sarebbe occupato degli atti greci (…). Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Scrive il Breccia in una sua nota: “W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188.”.

(…) L’abbazia fu fondata da Roberto il Guiscardo e dalla moglie Sichelgaita di Salerno su richiesta di papa Niccolò II intorno al 1065, quale monastero benedettino. Il 31 marzo, la chiesa fu, per ordine di papa Alessandro II, dedicata a Santa Maria; la relativa cerimonia fu officiata da Arnolfo arcivescovo di Cosenza e dai vescovi Oddone di Rapolla e da Lorenzo di Malvito alla presenza di Roberto e Sichelgaita e dell’abate del monastero Abelardo. All’abbazia fu donato dal Guiscardo parte del territorio prima facente parte della diocesi di Malvito, il cui vescovo fu ricompensato con la somma di trenta schifani d’oro; oltre a ciò fu riccamente dotata dai normanni ed ebbe vari privilegi sia da papi che da re, che la resero ricca e potente. Il 18 novembre 1092 papa Urbano II, promotore della prima crociata, visitò l’abbazia. Già Alessandro II aveva posto l’abbazia sotto la diretta autorità papale, cosicché Matina compare nella parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. La fondazione imperiale conobbe una decadenza che la fine del XII secolo non interruppe. Gioacchino da Fiore rifiutò con decisione la proposta del re Tancredi di Sicilia di trasferire a Matina, da Fiore, il proprio monastero, essendo l’antica abbazia «allora in stato di grave declino». Le speculazioni della letteratura cistercense più antica, ossia che Matina fosse cistercense dal 1180, vengono ripetute acriticamente dal Bedini. L’ipotesi più accreditata è che l’abbazia venne fondata intorno al 1087 da una comunità di benedettini con a capo Sigismondo (primo abate del convento) e intorno al 1141 venne concessa ai cistercensi divenendo così una figlia di Clairvaux, a sua volta fondata nel 1115 da Bernardo di Chiaravalle. La Sambucina venne poi autorizzata dal Papa a fondare ovunque nel territorio case filiali, divenendo così “madre” di altre abbazie. Intorno al 1173, vi soggiornò Gioacchino da Fiore, teologo e fondatore dell’ordine Florense. Ma, queste ipotesi, sono contraddette da documenti di archivio della famiglia Aldobrandini. Da qualche parte leggiamo che, secondo il Fiore G., “Sant’Angelo di Frigillo in Mesuraca fu chiesa semplice fondata l’anno 500, come appare da una sua antichissima iscrizione” (1). Sulla scorta delle carte dell’Archivio Aldobrandini (…), apprendiamo che il Monastero greco fu poi latinizzato dai cistercensi della Sambucina (2). Era situato in diocesi di Santa Severina a due miglia da Mesoraca “sulla cima del monte in amena valle”, nelle vicinanze dell’incrocio di due vie pubbliche. Durante l’occupazione aragonese fu dato dal papa in commenda assieme a due altri monasteri dello stesso ordine cistercense: uno detto di S. Maria della Matina, che era situato in diocesi di Bisignano, e l’altro detto di S. Maria della Sambucina, in diocesi di S. Marco. Il capo della commenda era il monastero della Matina e gli altri due erano dette grange. Dunque, S. Maria della Matina e S. Maria di Sambucina erano due diversi monasteri. Nell’ottobre del 1221, su richiesta dell’abate di Sambucina e con il permesso di papa Onorio III ed dei vescovi locali competenti (Andrea di San Marco Argentano e Luca di Cosenza), la Matina diventa ufficialmente un monastero cistercense dipendente da Sambucina. L’atto diventa effettivo nel febbraio del 1222 con il consenso dell’imperatore Federico II e, dopo il completamento nel giugno 1222, viene confermato dal papa. Il nome comunemente usato rimase Matina, talvolta con delle aggiunte quali de Matina Sambucina o dictum sambucina Matina’. Consacrata nel 1065 alla presenza del duca normanno Roberto il Guiscardo, l’Abbazia dedicata a Santa Maria della Matina racchiude peculiarità del monastero benedettino cui più tardi nel tempo si sono aggiunti elementi architettonici dell’era cistercense. Fu diretta per un periodo dall’abate Ursus, che ricorre nella storia della nascita del Priorato di Sion che fortemente volle l’istituzione dei Cavalieri Templari. Secondo la leggenda, dall’Abbazia della Matina partirono verso Gerusalemme gli stessi monaci che concorsero a fondare l’antico Ordine di Sion con a capo Goffredo di Buglione, protetti da sua madre Matilde di Toscana. Papa Urbano II, che ben conosceva la signora, inviò Arnolfo di San Lucido a predicare nell’antica San Marco la prima crociata. Sembra che anche questi fosse tra i fondatori dell’Ordine di Sion. È il 31 marzo 1065. Alla presenza del Duca Roberto, della sua seconda moglie — Sikelgaita di Salerno — e di alcuni alti esponenti religiosi, si officia la dedicazione della chiesa abbaziale di S. Maria de La Matina: una solenne consacrazione che sta per segnare un posto nella storia. Voluta e realizzata dal Guiscardo, favorita dai papi e dai signori normanni, dotata di enormi ricchezze e privilegi (tra questi, il beneficio di sottostare unicamente alla giurisdizione del Santo Padre), accresce rapidamente in prestigio e potere. Nel 1092 ospita papa Urbano II, promotore della Prima Crociata: al suo appello risponderà anche Boemondo, primogenito del Duca, che partirà per la Terra Santa e la conquista di Antiochia. L’abbazia è benedettina dalla fondazione al 1222, anno in cui subentrano i Cistercensi: fatto salvo che per alcune esigue tracce del primo insediamento (ad esempio, la monofora a tutto sesto del Parlatorio), è proprio a questo periodo che risalgono le attuali testimonianze monumentali — tra cui la magnifica Aula Capitolare — considerate tra le più raffinate architetture cistercensi in Italia.

(…) Il fondo delle carte greche del Fondo della Famiglia Aldobrandini. Riguardo l’Archivio della nobile Famiglia Aldobrandini, una delle maggiori famiglie della nobiltà romana. L’archivio, dichiarato di notevole interesse storico il 10 luglio 1967, nella sua attuale connotazione risente della vicende familiari e dei relativi spostamenti delle carte. Nella seconda metà del sec. XIX fu redatto da Francesco Antonio Vannarelli un inventario con indice, che descrive analiticamente il contenuto di unità denominate “Tomi”. Non esistendo un ordinamento, la famiglia incaricò, all’inizio del sec. XX, Francesco Comparetti di schedare e riordinare l’archivio. Il Comparetti effettuò una schedatura analitica di quasi tutti i documenti descritti dal Vannarelli, ricostituendo artificiosamente delle serie per materia e riordinando cronologicamente la documentazione all’interno delle serie. Nel 1997 Paola Giannini della Soprintendenza archivistica per il Lazio ha proceduto ad un riscontro dello schedario con la documentazione esistente redigendo un inventario. Si veda: Vignodelli Rubrichi R., Il fondo Aldobrandini dell’Archivio Doria Landi Pamphilj, in “Archivio della Società romana di storia patria“, 1969 (92), ser. 3, vol. 23, pp. 15-40; Menager L.R., ‘Les documents calabrais du fonds Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux Xie – XIIe siècles’, in “Rivista di Storia della Chiesa in Italia”, 1959 (13), pp. 55-70; Vignodelli Rubrichi R., Il fondo detto “L’Archiviolo” dell’archivio Doria Landi Pamphilj in Roma, Roma, Società Romana di Storia Patria, 1972 (Miscellanea della Società Romana di Storia Patria, XXII). Gastone Breccia (…), a p. 31, scriveva che: “Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56) relative le prime al Patir, le seconde provenienti dall’abbazia di S. Maria della Matina e dai monasteri ad essa sottoposti. In quest’ultimo caso non si può parlare di fondi „sottratti” alla raccolta mennitiana perché i monasteri italo-greci in questione (S. Nicola presso Verbicaro, in Lucania, e S. Elia nella valle del Crati) dipendevano fin dal XII secolo da abbazie di ordini latini (57).”. Il Breccia, nella sua nota (56), postillava: “Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 13489) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).”.

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(…) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, (Studi e Testi, 197), pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine. Il Borsari (…), nella sua nota (183) a p. 70, postillava che: “(183) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini (Città del Vaticano, 1958: Studi e Testi, 197), n. 1, p. 5. Il Pratesi, pp. IX-X, ritiene che questo documento sia una falsificazione, ma la sua autenticità è stata dimostrata, in modo abbastanza convincente, da L. R. Menager, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’, XIII (1959), pp. 59-61.“; si veda pure l’ddizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).

(…) Il documento del 1065 sulla donazione del Guiscardo all’Abbazia di S. Maria della Matina. Silvano Borsari (…), si veda cap. II, pp. 69-70, nota (183), parla di un documento del 1065. Il Borsari (…), nella sua nota (183) a p. 70, postillava che: “(183) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini (Città del Vaticano, 1958: Studi e Testi, 197), n. 1, p. 5. Il Pratesi, pp. IX-X, ritiene che questo documento sia una falsificazione, ma la sua autenticità è stata dimostrata, in modo abbastanza convincente, da L. R. Menager, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in Rivista di storia della chiesa in Italia, XIII (1959), pp. 59-61.”. Si veda: Pratesi Alessandro, ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’, Città del Vaticano, 1958, pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine; si veda pure l’edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489). Biagio Cappelli (…), nella sua nota (56), a p. 313, parlando dell’origine della carta di fondazione dell’anno 1065 (…), in cui vengono citati i due nostri Monasteri, postillava che: “(56) A. Pratesi, ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’, Studi e Testi, 197, Città del Vaticano, 1958, pp. 5; 9. E’ per lo meno strano come nel ricchissimo indice di questo volume (p. 528), il Pratesi, dopo tanti studi al riguardo, (v. in questo studio ‘Il Mercurion’), erroneamente situi il Mercurion nella valle del Crati; tanto più strano perchè il documento del 1065 da lui edito specifica che il monastero di S. Pietro, ricordato, ed altri erano situati “in valle que Mercuri nuncupatur”.”. Il Cappelli, a p. 215, nella sua nota (32), a proposito dell’antico documento di donazione del 1065, postillava che: “(32) C. Caruso, ‘L’Arte e la fede nel sec. XII, Cosenza, 1929, pp. 74 ss.; P. Orsi, ‘S. Marco Argentano, in ‘Brutium’, a. VI (1926), (n. 10-11-12), estratto pp. 9 ss.; A. Pratesi, ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’, Studi e Testi, 197, Città del Vaticano, 1958, pp. 5; 9; 25; 32.”. Riguardo l’antico documento del 1065, pubblicato per la prima volta dal Pratesi (…), che pubblicava le carte provenienti dall’Archivio della nobile famiglia Aldobrandini, una delle maggiori famiglie della nobiltà romana, Gastone Breccia (…), a p. 31, parlando dell’“Archivum Basiliarum”, redatto dal Menniti (…), ai primi del ‘700, per ricostruire e raccogliere tutti i documenti esistenti all’epoca, salvati, provenienti dai maggiori monasteri bizantini e benedettini, scriveva in proposito: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), „seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in hisown archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54). Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56), relative le prime al Patir, le seconde provenienti dall’abbazia di S. Maria della Matina e dai monasteri ad essa sottoposti. In quest’ultimo caso non si può parlare di fondi „sottratti” alla raccolta mennitiana perché i monasteri italo-greci in questione (S. Nicola presso Verbicaro, in Lucania, e S. Elia nella valle del Crati) dipendevano fin dal XII secolo da abbazie di ordini latini (57).. Il Breccia, nella sua nota (56), postillava: “Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 13489) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).”. Raul Manselli (…), nel suo saggio recensivo alle ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi, a p. 269, scriveva in proposito: “La luce più viva viene però dai tre monasteri , donde provengono i tre gruppi di carte qui riunite, Santa Maria della Matina, Santa Maria della Sambucina e Sant’Angelo ‘de Frigillo’. Non esito a dire che oggi è possibile fare di questi tre monasteri la storia che finora mancava (1).”. Il Manselli, nella sua nota (1) a p. 269, postillava che: “(1) Non vorrei sembrare ingiusto dimenticando l’opera di Giuseppe Marchese, La Badia di Sambucina, (Saggio storico sul movimento cistercense nel mezzogiorno d’Italia, Lecce, 1932), che ha avuto il merito di voler dare un primo profilo storico della celebre abbazia.“, dove però Manselli, avvertiva il lettore di alcuni evidenti errori paleografici. Sempre il Manselli (…), a p. 270, parlando del Monastero di S. Maria della Mattina e delle carte pubblicate dal Pratesi (…), scriveva in proposito che: “Il Pratesi, nella sua introduzione, non si sottrae, ovviamente, all’esigenza di dare una prima impostazione alla storia dei tre monasteri. Specialmente ardua la questione dell’origine di Santa Maria della Matina, di questo celebre monastero, i cui documenti più antichi sono stati sottoposti ad una critica assai severa ed attenta da W. Holtzmann e poi, appunto, dal Pratesi. Il risultato di questo esame è che i documenti più antichi difficilmente possono essere autentici, anzi lo stesso R. L. Menager, che si sforza (nell’art. cit.) di difendere l’autenticità del documento di fondazione e di quelli immediatamente successivi, finisce poi con l’inficiare l’autenticità di altri, tra cui quello rilasciato dal Principe Boemondo d’Antiochia e da sua madre Costanza, che pure è, nei suoi caratteri esterni, assolutamente ineccepibile.”.

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(…) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, (Archivio Storico Attanasio);  si veda pure: Cappelli B., I Basiliani nel Cilento superiore, in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata» ed. Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, XVI, 1962 pp. 9-21, oppure dello stesso autore e saggio: in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata» ed. Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, vol. XXIV, 1970. pp…….

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