I ‘Saraceni’ nel Cilento

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(Fig. 1) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In questo mio saggio, vorrei analizzare le notevoli testimonianze su ciò che hanno prodotto i Saraceni nel corso dei secoli, nel corso delle loro numerose incursioni, le cui testimonianze si fanno risalire alla guerra Gota e a Belisario.

LE FONTI

Il Chronicon Salernitanum

Pietro Ebner, a p. 16, nella nota (32) postillava: “(32) Se pure è dubbia la voce nel testo del Capitolare Siconolfo-Radelchi (‘Chronicon Salernitanum’), crit. edit. by Ulla Westerberg, Stocholm 1956, p. 85 sgg. e 219 sgg), etc…”. Ebner sul Chronicon salernitanum, a p. 27, in proposito scriveva che: “A partire dallo stesso compilatore del ‘Chronicon salernitanum’ (a. 978), quel monaco del monastero di S. Benedetto di Salerno che, etc…”. Sempre sul Chronicon Salernitanum, Ebner, a p. 277, in proposito scriveva: “Ma quest’ultimo titolo lo si legge solo nel ‘Chronicon Salernitanum’ dell’arcivescovo Romualdo (1153-1182) etc…”. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

Il ‘Chronicon Salernitanum’ dell’Anonimo Salernitano

Piero Cantalupo cita il “Chronicon Salernitanum”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 77-78, riferendosi al longovardo duca di Benevento: Sicardo……….., occupò i litorali di Stabia e di Torre, depredò la costiera amalfitana e conquistò facilmente Amalfi, dalla quale moltissimi cittadini furono condotti a Salerno: “nell’intento di fare della stessa Amalfi un sobborgo di Salerno”, come dice il Cronista Salernitano (1).”. Il Cantalupo, a p. 77, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Chronicon Saler., cit., p. 73”. Il Cantalupo, a p. 72, nella sua nota (1) postillava che: “(1) U. WESTEMBERGH nella sua edizione critica del ‘Chronicon Salernitanum’ (A critical Edition with Studies on Literary and Historical Soruces and on Language, by Ulla Westembergh, Stockholm, 1956, in Studia Latina Stockholmiensia, III ,pp. 85 sg. ecc..”. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29). Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nessun valore documentale va invece attribuito al Chronicon Cavense, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici Annales Cavenses): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a ‘Historia principum Langobardorum’ (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – Chronicon Salernitanum (seconda metà del secolo X)”, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 84, nella nota (189) postillava: “(189)…..Analogamente Agropoli, nel Cilento settentrionale, è considerata in “finibus Graecarum”, punto di sbarco delle armate di Belisario e di Narsete, dove “due messi inviati da Bisanzio al principe Arechi” doverono dimorare prima di continuare il cammino verso Salerno, come ricorda papa Adriano in una lettera a re Carlo (cfr. P. Ebner, Economia e Società nel Cilento medievale, cit., I, cit., p. 3″.

Il Chronicon Cassinense o Chronicon Monasterii Casinensis

Il Chronicon Cassinese o ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense o Leone Marsicano. La Chronica sacri monasterii casinensis (“Cronaca del sacro monastero cassinese”), anche conosciuta come Chronica monasterii casinensis (“Cronaca del monastero cassinese”) o semplicemente Chronicon casinense (“Cronaca cassinese”), è una cronaca medievale redatta da Leone Marsicano (1046-1115) e poi “continuata” da Pietro Diacono (1107/1110-1159). Il testo tratta della storia dell’Abbazia di Montecassino dalla fondazione, ad opera di Benedetto da Norcia nel 529, fino al XII secolo, nonché delle vicende del territorio sottoposto all’Abbazia, ovvero lo stato feudale medievale della Terra Sancti Benedicti. La Chronica è suddivisa in quattro libri, l’ultimo dei quali venne redatto da Pietro Diacono diversi anni dopo la morte di Leone Marsicano. Per la redazione di questa cronaca medievale, Leone Marsicano, si servì della Chronaca di Romualdo Guarna Salernitano (…). L’originale in latino: “Chronica sacri monasterii casinensis”, Lutatiae Parisiorum, Ex Officina Ludovici Billaine 1668. Il Chronicon Cassinese, di Leone Ostiense, La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata dal Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, pp. 135.

Il Chronicon Cavense detto anche Annalista Salernitano

L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451),…..Questi dettagli tuttavia sembra che debbano essere accettati con estrema riserva, se non totalmente rigettati. Il Chronicon Cavense di Pratilli, molto preso dal Duca d’Acquara (Tav. Cronol. Napoli, 1762, in I, passim.), portato alla luce da De Meo (Ann. Criti. Dipl. III, p. 185, ecc..), sotto il nome di ‘Annalista Salernitano’, dal luogo dove gli sembrò avesse scritto, in seguito ai numerosi dubbi sollevati dal dotto D. Salvatore Maria De Blasi (Lett. famil. Rosini, Napoli, 1786, in f., pp. 33, 47, 57, 72, 78, 94, ecc..); il Chronicon Cavense, diciamo, è stato attaccato come apocrifo e falso; etc…”. Rocco Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo della ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli, nel 1643, lo pubblicò. Alcuni autori, scrivono che questa è stata una falsificazione. Francesco Maria Pratilli (…),  lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Pratilli (…), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”, a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali, Landulphus Gastaldus sit Comes & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3).”. Il Pratilli, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemperto, n. 9, to. I, huius operis, & to. 2. ubi de hoc ‘Landulfo’ plurima.”. Sempre il Pratilli, si legge: “A. 825. Moritur Pascalis (4). Et Paulo postea obiit Adulfhus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Bussentio (5).“. Il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”, e poi nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, vediamo cosa scrisse l”Annalista Salernitano’ nel suo ‘Chronicon Cavense’. Il Chronicon, riporta la notizia citata dal Gaetani che nell’anno 825, muore il papa Pascale (4). Poi nello stesso anno morì Adolfo Paolo Preposito che fu sotituito Aliprando di Bussentio (5). Infatti, il Gaetani (…), scriveva che nell’anno 823 (e non 825), Aliprando di Bussentio, fu sollevato (fu sostituito) al governo della Badia di Salerno. Di cosa si parlava nel Chronicon ?.

Giovanni Diacono (Johannes Diaconus) o Giovanni di Napoli

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 127 parlando del duca di Napoli, Andrea, in proposito scriveva che: Né lo facevano solamente di loro voglia, ma spesso ancora dagli stessi Italiani chiamati, e poi tenuti (2) a proprio soldo, come fece Andrea Duca di Napoli, per servirsene contro Sicardo Principe di Benevento. Leggesi questo in Giovanni Diacono, nei ‘Vescovi di Napoli’ in Giovanni: Pro quibus commotus Andreas Dux, directo Apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit’.”. L’Antonini si riferiva al testo di Giovanni Diacono (….), “Gesta Episcoparum Neapolitanorum”, nei “Vescovi di Napoli” egli scriveva che: “Pro quibus commotus Andreas Dux, directo Apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 77, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giovanni Diacono, ‘Gesta Episcoporum Neapolitanorum’, in M.G.H., SS. RR. LL. et Ital., cit., c. 57, 431.”. Il testo citato dal Cantalupo, “Gesta Episcoporum Neapolitanorum” (Storia dei Vescovi Napoletani), il chronicon di Giovanni Diacono è contenuto e pubblicato nel testo di Monumenta Germanica Hitalicarum. Secondo il Cantalupo, il testo di Giovanni Diacono è contenuto nella raccolta “Monumenta Germaniae Historica”, SS. RR. LL. et Ital., c. 57, fol. 431. Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Diacono, o Giovanni di Napoli (seconda metà del IX secolo – inizi X secolo), è stato uno storico italiano. Rettore della diaconia di San Gennaro, è autore di una cronaca dei vescovi napoletani o, perlomeno, di una parte della stessa (quella del periodo 763-872). L’opera è un’importante fonte storica che offre ragguagli sui rapporti tra Napoli, Roma, i principati longobardi e l’Impero Bizantino. Redasse anche degli Acta di santi.Sulla Treccani on-line leggiamo che egli è stato un Cronista napoletano (seconda metà sec. 9º – inizî sec. 10º). Rettore della diaconia di S. Gennaro, scrisse una cronaca dei vescovi napoletani (con aspetti di storia universale) o meglio la parte più importante di essa (763-872): veridica come narrazione di fatti e notevole per il buon latino, illumina la storia delle relazioni di Napoli con Roma, i principati longobardi e Bisanzio. Scrisse pure alcuni Acta di santi. Recentemente però è apparso sulla rete il testo di Luigi Andrea Berto (….). Berto, nella prefazione al suo testo scriveva: “Nell’alto Medioevo Napoli subì drastiche modificazioni. Da zona di frontiera dell’impero bizantino diventò una delle più rilevanti potenze nel Meridione. Nell’ottavo e nono secolo i Napoletani avevano inoltre ottenuto la piena indipendenza da Costantinopoli, evitato di essere assorbiti dai Franchi e dai Longobardi di Benevento e di subire disastrose distruzioni ad opera dei musulmani. I testi riuniti in questo volume (le uniche opere cronachistiche scritte a Napoli prima del XIV secolo) ripercorrono le vite di tutti i vescovi di Napoli, dal semileggendario Aspreno (I secolo) ad Atanasio II (fine IX secolo) che furono furono messe per iscritto in questo periodo di fondamentale importanza per la città. La disponibilità di pochissime informazioni sui prelati partenopei fino all’ottavo secolo fece sì che la prima parte di questo testo sia poco più che una lista. Molto più dettagliata e ricca di informazioni, non soltanto sui vescovi, è invece la sezione successiva, particolarità che la rende una fonte estremamente preziosa per ricostruire la storia della Napoli altomedievale.”. Sul cronicon di Giovanni Diacono ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 42, che parlando di Agropoli, in proposito scriveva: “…..stanto al racconto di Giovanni Diacono, ivi i Saraceni sarebbero stati prima di impossessarsi del Castello di Agropoli (4).”. Mazziotti, a p. 42, nella nota (4) postillava: “(4) Licosae latitabant. Giovanni Diacono, Chronicon episcoporum sanctae neapolitanae ecclesiae. (Raccolta di varie cronache e diari, Vol. 3° pag. 86).”. Dunque, il titolo del cronicon di Diacono non è quello indicato dal Cantalupo ma è “Chronicon episcoporum sanctae neapolitanae ecclesiae”. Nel testo “Collectio Salernitana”, di AA.VV., tomo I, 1852, Napoli, a p. 518, in proposito è scritto: “Altra prova di ciò trovasi nella prefazione che il cel. Muratori prepose all’opera ‘Chronicon Episcoporum sanctae Napolitanae Ecclesiae’ scritta da Giovanni Diacono nella chiesa di S. Gennaro di Napoli verso il cadere del IX secolo. Questo dotto napolitano compose quella cronaca nella sua gioventù, e poscia molte altre opere scrisse e tradusse e fra le altre voltò dal greco al latino l’opera ‘Acta Sanctorum Eustratii et Sociorum’. “.

Una fonte: Costantino VII Porfirogenito

Da Wikipedia leggiamo che Costantino VII Flavio, detto il Porfirogenito (in greco medievale: Κωνσταντῖνος Ζ΄ Φλάβιος Πορφυρογέννητος, Kōnstantinos VII Flāvios Porphyrogennētos; Costantinopoli, 18 maggio 905– Costantinopoli, 9 novembre 959), è stato un sovrano, scrittore e studioso bizantino, formalmente Basileus dei Romei dal 9 giugno 911 al 12 maggio 912 e poi dal 6 giugno 913 fino alla sua morte. Colto e intelligente, si disinteressò per gran parte della propria vita delle questioni politiche, lasciando l’effettivo potere imperiale nelle mani dei suoi reggenti e co-imperatori, per poi riappropriarsene solo dopo oltre trent’anni dalla formale ascesa al trono. Benché sovrano debole e facilmente influenzabile nelle questioni militari e governative, di cui si occupava solo in maniera puramente teorica, sotto il suo regno si ebbe una crescita culturale senza precedenti, alimentata dalla sua passione per la scrittura e per lo studio. Fecondo autore, redasse almeno due saggi sull’amministrazione imperiale e sul cerimoniale bizantino, commissionandone molti altri e facendo redigere con zelo nuove edizioni dei capolavori della storiografia classica. Tuttavia, nonostante la sua apparentemente poco rilevante attività politico-militare, affidando la gestione ed il comando delle armate a valenti generali diede una spinta decisiva alla grande restaurazione bizantina in Anatolia e nei Balcani, completata da suo nipote Basilio II. Costantino VII dedicò gran parte della propria vita allo studio della letteratura classica greco-romana, redigendo personalmente quattro opere; il De cerimoniis aulae byzantinae, il De administrando imperio, il De thematibus, e un’estesa biografia sul nonno Basilio I. Tuttavia la sua attività è considerata rilevante non perché espanse la conoscenza della civiltà bizantina nei vari campi del sapere, ma perché puramente «compilatoria», atta cioè alla preservazione della cultura classica o greco-medievale; al fine di educarlo dedicò inoltre i propri scritti al figlio Romano II. De ceremoniis (titolo completo: De ceremoniis aulae byzantinae talvolta riportato come caeremoniis o cerimoniis) è il titolo latino di un’opera dell’imperatore bizantino Costantino VII Porfirogenito (913-959), parzialmente rivista e aggiornata sotto Niceforo II Foca (963-969), forse sotto la supervisione di Basilio, il Parakoimomenos (Περὶ τῆς βαςιλείου Τάξεως). Il testo descrive le procedure cerimoniali, anche nei più minuti dettagli, dalla prospettiva degli ufficiali di corte ed altri argomenti nella misura in cui facevano parte della vita quotidiana di Costantinopoli. Una delle sue appendici è il Tre trattati sulle spedizioni militari imperiali. De administrando imperio è un’opera scritta tra il 948 e il 952 dall’imperatore bizantino Constantino VII. Costantino fu un imperatore-studioso, sotto il quale vi fu una rinascita dell’insegnamento e della vita intellettuale nell’Impero bizantino. Scrisse molte altre opere, tra cui De ceremoniis, un trattato sull’etichetta e le procedure della corte imperiale, e una biografia di suo nonno Basilio I. La traduzione del titolo dell’opera è Dell’amministrazione dell’impero; il titolo originale è Πρὸς τὸν ἴδιον υἱὸν Ῥωμανόν (Pros ton ìdion hyiòn Rōmanòn, “Al nostro proprio figlio Romano”) ed era destinato ad essere un manuale di politica interna ed estera per il suo figlio e successore, l’imperatore Romano II. Contiene dei consigli sul funzionamento del multietnico impero e sul modo di combattere i nemici esterni. Vi sono combinate due opere precedenti di Costantino, Περὶ ἔθνων (Perì èthnōn, “Riguardo ai popoli”), in cui si parla della storia e delle caratteristiche delle nazioni confinanti con l’impero, e Περὶ θεμάτων (Perì themàton, “Riguardo alle province”), che si occupa degli eventi da poco accaduti nelle province. Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, riferendosi a Camerota, in proposito scriveva che: Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, che…etc…. Nel manoscritto del marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito ?) è scritto: Fra le altre città (parlando del dio saraceno) occuparono Camerota sopra il mare in luogo alto e sicuro, e neppure vicino al mare Agropolis, ed i suoi cittadini sono ancora rozzi ai nostri tempi, e conservano i costumi del Saraceni.”. Dunque, la notizia riferita dal Pasanisi prima e da Ebner e dal Vassalluzzo e dal Guzzo dopo è tratta da un passo di Porfirogenita (….) che è riportato dall’Antonini. Secondo il Porfirogenita (….), Camerota, nell’anno 868 doveva essere uno dei 150 luoghi, che chiama “munita Oppida” occupati dai Saraceni o musulmani stanziatisi pure ad Agropoli.

Il Chronicon Cavense detto anche Annalista Salernitano

L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451),…..Questi dettagli tuttavia sembra che debbano essere accettati con estrema riserva, se non totalmente rigettati. Il Chronicon Cavense di Pratilli, molto preso dal Duca d’Acquara (Tav. Cronol. Napoli, 1762, in I, passim.), portato alla luce da De Meo (Ann. Criti. Dipl. III, p. 185, ecc..), sotto il nome di ‘Annalista Salernitano’, dal luogo dove gli sembrò avesse scritto, in seguito ai numerosi dubbi sollevati dal dotto D. Salvatore Maria De Blasi (Lett. famil. Rosini, Napoli, 1786, in f., pp. 33, 47, 57, 72, 78, 94, ecc..); il Chronicon Cavense, diciamo, è stato attaccato come apocrifo e falso; etc…”. Rocco Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo della ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli, nel 1643, lo pubblicò. Alcuni autori, scrivono che questa è stata una falsificazione. Francesco Maria Pratilli (…),  lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Pratilli (…), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”, a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali, Landulphus Gastaldus sit Comes & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3).”. Il Pratilli, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemperto, n. 9, to. I, huius operis, & to. 2. ubi de hoc ‘Landulfo’ plurima.”. Sempre il Pratilli, si legge: “A. 825. Moritur Pascalis (4). Et Paulo postea obiit Adulfhus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Bussentio (5).“. Il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”, e poi nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, vediamo cosa scrisse l”Annalista Salernitano’ nel suo ‘Chronicon Cavense’. Il Chronicon, riporta la notizia citata dal Gaetani che nell’anno 825, muore il papa Pascale (4). Poi nello stesso anno morì Adolfo Paolo Preposito che fu sotituito Aliprando di Bussentio (5). Infatti, il Gaetani (…), scriveva che nell’anno 823 (e non 825), Aliprando di Bussentio, fu sollevato (fu sostituito) al governo della Badia di Salerno. Di cosa si parlava nel Chronicon ?. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710.

Il ‘Chronicon Salernitanum’ o ‘Anonimi Salernitani’

I due studiosi Crisci e Campagna (….), a p. 35, postillavano a riguardo che: “Il ‘Chronicon’ fu scritto non molto dopo il 974, perchè descrive eventi che dalla metà del 700 (747) si fermano a questa data, è, parlando della morte di Adelchi, avvenuta nell’878, dice che è passato un centinaio di anni. Fu pubblicato dal Pratilli, nella ‘Historia Principum Longobardorum, Napoli, 1750, II, 37-323. Altra pubblicazione, non completa, fu fatta da C. Pellegrino, integrata da L. A. Muratori, ‘Rerum Italicarum Scriptores, t. II, p. II. Il Pertz, seguendo il ‘Codice Vaticano Latino 5001, ha dato una edizione critica col titolo di ‘Anonimo Salernitano’ in M.G.H., ed. 1839. Ed è la migliore edizione.”. Sempre il Crisci ed il Campagna (…), a p. 52, in proposito scrivevano che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ è il primo documento che ci tramandi i nomi di alcuni vescovi (1): di quelli che ressero la diocesi nel periodo storico di cui l’autore narra gli eventi: dalla metà del 700 (747 circa) al 974.”. Il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, è un’opera raccolta nel Codice Vaticano Latino 5001, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma e, la pagina che interessa è la p. 147 r che quì pubblico:

Cod. Vat. lat. 5001, p. 147r

(Fig…) Codice Vaticano Latino n. 5001, contenente il “Chronicon Salernitanum”, p. 145r

Nel codice ms. Vaticano Latino n. 5001, che riporta in forma amanuense la trascrizione del ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 145, leggiamo che: “Iam fati Salernitani, qui Benevento exiliati degebant, ad Georgium patricium clanculo perrexerunt, et in hunc modum verba promserunt: ” Quid dabitis nobis, si nos munitam Salernitanam urbem sub vostra diccione commictimus? ” Ad hec patricius cum magno gaudio plurima et precipua dona promittebat. Illi vero subiunserunt: ” Statue die quam illuc clam magno exercitu pergamus, quia nos incunctanter promictimus illius civitatis fores pate esse facturos. ” Ille patricius ut talia auribus aurisset, valde gavisus est, atque ut id fieret, omnimodis gratulabatur, et sine mora per Calabrie Apulieque fines misit, et exercitus coadunavit, faciens famam, ut super Agarenos, qui illo in tempore in Gariliano degebant, ex improviso irrueret. In tempesta noctis, quando fexi gravi sopore opprimuntur, dictus ille patricius cum magno apparatu Salernum venit, licet Beneventani cum eo mixti venerunt. Sed dum non procul menia properarunt, illi vero exiliati fores urbis properarunt, et arte qua poterant porte pate fecerunt, et ocius patricius Georgio promulgarunt. Ille namque valde sese perturbavit, atque idipsum unum ex suis ad explorandam urbem iterum misit; sed dum et ille eadem verba retulisset, sagacissimus ille presul Petrus, qui sanctam Beneventanam sedem illo in tempore preerat, huiusmodi verba exorsus est: ” Pro qua re nos huc fatigasti, et minime nobis que clam in pectore gerebas enodasti? Pro certo scitote, quia si hanc urbem furtim ingredimur, omnes ibidem pariter periemus, et dum tripudiare satagis, veremur, ne veniat detrimentum. ” Dum hec et hiis similia presul predictus verba repeteret, idipsum et Beneventani exinde inter se susurrarent, patricius ille nefandiximus menu perculsus, ceterique Argivi in fugam conversi sunt. De civitate vero omnimodis nil que Greci gesserant compererunt. Illi vero conductores malorum, qui fuerant orti ex vico cui Saranianus nomen est, [duperati] dum superati essent, per eundem vicum perrexerunt, uxores liberosque suppellectileque secum gestantes, Beneventi fines abierunt.”, che tradotto più o meno è: “La sorte dei Salernitani, che furono esiliati da Benevento, andò in segreto dal patrizio Giorgio, e così parlò: “Che cosa ci darai, se abbiamo messo in imbarazzo la città fortificata di Salerno sotto la tua giurisdizione? A questo il patrizio promise con grande gioia molti doni e doni speciali, ma aggiunsero: “Decidi il giorno che dovremmo andarci con un grande esercito, perché noi senza esitazione promettiamo che le porte di quello stato saranno aperte”. “Quel patrizio fu molto contento di aver sentito tali cose nelle sue orecchie, e si congratulò con lui in ogni modo che potesse essere fatto; e senza indugio mandò attraverso i territori della Calabria e della Puglia, e radunò un esercito, facendo un rapporto, come gli Agareni, che in quel tempo abitavano in Gariliano, all’improvviso nella tempesta della notte, quando io m’ero addormentato, furono sopraffatti da un sonno profondo, e il detto patrizio venne a Salerno con una grande schiera, sebbene i Beneventani si mescolò con lui venne. e il patrizio Giorgio subito propose un proclama, perché si turbò molto, e mandò uno dei suoi seguaci a perlustrare di nuovo la città: ma mentre anche lui aveva ripetuto le stesse parole, quell’accorto vescovo Pietro, che regnò a quella volta la santa sede di Benventa, cominciò con queste parole: per qual motivo ci hai stancato fin qui, e sbrogliato le cose che non avevi affatto nel nostro petto? Tu sai per certo che se entriamo in questa città di nascosto, periremo lì tutti insieme; Mentre il predetto direttore ripeteva queste e simili parole, e di lì i beneventani sussurravano tra loro la stessa cosa, il patrizio fu sorpreso dal delitto del menù, e gli altri Argivi furono messi in fuga. che il nome è Saranianus, mentre i duperati furono sconfitti, marciarono per lo stesso villaggio e, portando con sé mogli e figli e mobili di casa, si diressero verso i territori di Benevento.”. Da Wikipedia leggiamo che il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia Minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il principe di Salerno Gisulfo. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, E’cole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Per il ‘Chronicon Salernitanum’, si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’, “forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. A questo proposito, dobbiamo anche segnalare, che l’evento o il prodigio a cui si fa riferimento è dell’anno 954, e che nell’anno 823, vi era un abate del monastero di S. Benedetto di Salerno che non viene menzionato dalle cronache, e si tratta di un certo “Aliprando di Bussento”, che fu citato dal sacerdote Rocco Gaetani, (…), e di cui abbiamo parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Questo “Aliprando de Busentio”, era citato in un altro Chronicon, o meglio, un ‘Chronicon’ pubblicato dal Pratilli (…), che la storiografia vuole da non confondere con il ‘Chronicon Salernitanum’, a cui fa riferimento tutta la storia del rinvenimento. L’altro ‘Chronicon’ di cui parliamo, dove si cita un certo “Aliprando de Busentio”, è la cronistoria spuria dell’ “Annalista Salernitano”, citato più volte anche da Antonini. E’ stato accertato che l’Annalista Salernitano, doveva essere un monaco o un Abate del monastero di S. Benedetto di Salerno. L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Il Chronicon Salernitanum’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto (….). Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12. L’opera ha potuto beneficiare, così, della tradizione amanuense: una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. In tempi recenti da essa hanno largamente attinto storici della Longobardia meridionale come Wilhelm von Giesebrecht, Ferdinand Hirsch (…), Michelangelo Schipa (…). Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, ………………Anche il Muratori (…), pubblicò il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, una cronaca del X secolo, da non confondere con il ‘Cronicon Cavense’, costruito (dicono) dal Pratilli. Il ‘Chronicon Salernitanum’ è la più antica testimonianza della tradizione, tra quelle sopravvissute, è, al capitolo 165, il ‘Chronicon Salernitanum’, cronaca apocrifa (anonima) della seconda metà del X secolo, scritta all’incirca nel 978. ‘Translatio sancti Mathei’. Un dettagliato racconto della traslazione è contenuto anche nella Translatio sancti Mathei apostoli et evangeliste’, un testo della latinità medievale tramandato in un codice membranaceo risalente agli anni a cavallo tra XI e XII secolo, conservato nella sala Capitolare della cattedrale di Benevento (…). Per il ‘Chronicon Beneventanum’, si veda: Alfred Poncelet (…), Catalogus codicum hagiographicorum latinorum bibliothecae Capituli ecclesiae cathedralis Beneventanae, pp. 343, 352. Il racconto della ‘translatio’ beneventana fu poi incorporato nella liturgia salernitana, forse già in età normanna, al tempo dell’arcivescovo di Salerno Alfano I: il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ la contiene interamente, fatta eccezione per una variante iniziale che Acocella tende ad attribuire a un errore nella compilazione amanuense del Breviario (…). Il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ (Breviarium officii ecclesiastici secundum usum sacre Salernitane ecclesie factum a domino Romoaldo venerabili secundo Salernitano archiepiscopo) fu forse opera di Romualdo II Guarna ed è «rimasto in uso fino al 1586 e [di esso] ancor oggi la Chiesa salernitana si serve per alcune ufficiature dei santi locali» (Massimo Oldoni, Romualdo Guarna). L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono rirovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Tuttavia, riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….L’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, scriveva in proposito che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto.

Il manoscritto del Marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito, Principe di Casapesenna)

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87′. leggonsi le seguenti parole: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant”.”. Su questo manoscritto ha scritto Giuseppe Antonini (….), nel 1745 che, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’.”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella. Sempre l’Antonini, riporta un’altra notizia tratta dal “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”. Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”. Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915………”. E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano ecc…”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Su un blog in rete leggiamo che Francesco Vargas-Machuca, nel 1757 sposò donna Vincenza Bonito, figlia di Francesco principe di Casapesenna e Maria Saluzzo Carafa, principessa di Lequile. Nel 1767 fu decorato da re Ferdinando IV di Borbone marchese di Vatolla, feudo ereditato da casa Rocca. Ricordiamo che i Rocca ospitarono Giambattista Vico nel loro palazzo a Vatolla. A Vatolla, nel Palazzo dei Vargas-Machuca (….), vi è il Museo Vichiano. Dunque, Francesco Vargas-Machuca, nel 1756 sposò una Bonito, figlia di Francesco Principe di Casapesenna. Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Riguardo Marcello Bonito, Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643 parlando di Casalvelino, in proposito scriveva che: “…se nel 1640 era già di proprietà della nobile famiglia amalfitana dei Bonito, tra cui Marcello (n. 16 agosto 1631)(21) e Lorenzo, signore di Torchiara. etc..”. L’Antonini cita il manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. Il manoscritto, che all’epoca dell’Antonini (a. 1745, anno della sua prima edizione) sarebbe appartenuto al nipote del marchese Marcello Bonito ovvero al Principe di “Casapisella”. Non si tratta di “Casapisella” ma di Casapesenna. Pompeo Sarnelli (….), nella sua “Guida de’ Forestieri etc…”, del 1697, a p……., in proposito scriveva che: “5. D. Marcello Bonito: Marchese di S. Giovanni, Cavaliere dell’Abito di Calatrava: La sua Libreria è molto rara per molti manoscritti, particolarmente per le cose appartenenti al Regno di Napoli da Carlo d’Angiò a quella parte; e per conseguenza difficili a ritrovarsi in un altro Museo.”. Pietro Ebner (….), a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Di questo autore, e manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I, p. 130. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie).”. Dunque si tratta del marchese Marcello Bonito. Forse l’Antonini si riferiva a Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di “Marchese di S. Giovanni di Celsito”. Nel testo del ……“Della Città e, del Regno di Napoli”, a p. 57, in proposito si scriveva che: “In quest’anno corrente, che si darà alle stampe questo libro, è passato a miglior vita D. Marcello Bonito, buon Cavaliere di Calatrava, il quale oltre essere virtuosissimo Cavaliere, e di forma pontualità ornato, si era con molta fatica applicato nell’Istorie di questo Regno, e nell’intelligenza dei Reali Registri, e perciò fatta radunanza de’ libri e manoscritti di Spesa, ……se ne legge la tradizione in un altro libro dato alle stampe sotto nome d’altr Autore, nacque questo virtuoso Cavaliere da…..Marchese di San Giovanni etc…”. Pietro Ebner a p. 643, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Camera Matteo, cit., p. 645”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, a p. 645, dove ci parla di Marcello Bonito, Archivista della Real Zecca di Napoli e filantropo per l’opera postuma di Carlo De Lellis. Da una ricerca sulla rete ed in particolare su alcune annotazioni di un manoscritto di Giovanni d’Alife del 1760 conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla sua scheda si evince che: Il manoscritto riporta trascrizioni di documenti relativi alla storia del Regno di Napoli e della famiglia d’Alitto di Abruzzo Citra, tratti prevalentemente da manoscritti di Marcello Bonito, come si ricava da un’annotazione a c. 4r: “Da un volume grande M.S del Sig.r D. Marcello Bonito, intitolato Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Dunque secondo la scheda bibliografica di collocazione di un altro manoscritto si evince che Marcello Bonito possedeva un manoscritto di suo notamenti intitolato “Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Marcello Bonito, marchese di S. Giovanni e cavaliere di Calatrava (Napoli 1631-1711), appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi, fu archivista del Regno; incaricò Carlo De Lellis di effettuare numerosi spogli di documenti dell’Archivio della Zecca, che furono raccolti in 30 volumi contenenti i Notamenti della Cancelleria Angioina, le scritture della Cancelleria Aragonese ed altri documenti tratti dai processi del Sacro Regio Consiglio. La collezione del Bonito fu acquistata succesivamente dal Minieri Riccio ed in seguito da una libreria antiquaria di Milano che non ne conservò l’unità. Per le fonti per Marcello Bonito: C. MINIERI RICCIO, “Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori napoletani fioriti nel sec. XVII per Camillo Minieri Riccio. Milano-Napoli, 1875, II, p. 35. Infatti, il Minieri Riccio, nella sua opera sulle biografie degli scrittori a p. 35 del vol. II, in proposito scriveva di Marcello Bonito che: “3° Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido. MS.”. Dunque, il Minieri Riccio scrive che il Marcello Bonito aveva scritto questo manoscritto dal titolo: Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido”, forse proprio il manoscritto da lui acquistato tratto dai notamenti annotati dal De Lellis e citato dall’Antonini. Per le fonti per Marcello Bonito e i manoscritti di Bonito: CONSOLI FIEGO, op. cit., pp. 96-98; per Carlo de Lellis: C. DE LELLIS, “I sunti del Registro 1271 A di Carlo I. D’Angiò…” Caserta, Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893. Sulla Treccani on-line alla voce di Carlo De Lellis leggiamo che il De Lellis si avviò agli studi giuridici e alla poesia, ma presto cominciò ad applicarsi per intero alle ricerche archivistiche, stimolato e protetto da Marcello Bonito, archivario del Regno, mentre le sue amicizie con Niccolò Toppi, ecc..Dunque, Marcello Bonito era Archivista del Regno al Grande Archivio della Zecca a Napoli. Bonito ed altri facilitarono e incentivarono le ricerche di Carlo De Lellis. Nel 1670 il De Lellis aveva pubblicato un’altra opera, il Supplimento all’Historia della famiglia Blanch scritta da D. Camillo Tutini, stampata a Napoli. Tale famiglia era quella materna di Marcello Bonito. Ancora a proposito del Tutini, il De Lellis compose una Apologia contro D. Camillo Tutino per il libro dell’Origine de’ Seggi, in due volumi manoscritti (Napoli, Bibl. naz., X. B. 25 e X. B. 26). Nell’introduzione a quest’opera è inserita una biografia del Tutini, verso il quale il D. non nasconde la sua avversione, accusandolo di ignoranza, di malignità e persino di natura depravata; narra poi il De Lellis, il quale si dimostrò sempre fedelissimo al governo spagnolo, della posizione assunta dal Tutini durante i fatti del 1647, nel corso dei quali, egli afferma, fu prima partigiano del duca di Guisa, poi lo tradì con una lettera al re di Francia nella quale il duca veniva accusato di badare ai suoi interessi e non a quelli della Corona; perseguitato – continua il De Lellis – dai Francesi, che giustiziarono i suoi complici, e dagli Spagnoli, Tutini fu costretto a fuggire a Roma. Il De Lellis, “con una costanza da sbalordire” (De Laurentiis, Manoscritti…, p. 179), eseguì lo spoglio di tutti i volumi ancora reperibili al suo tempo appartenenti alle Cancellerie angioina, aragonese e vicereale, oltre ai più importanti processi trattati innanzi al Regio Consiglio, sulle orme di quanti prima di lui, nella seconda metà del ‘500 e all’inizio del’600, si erano occupati di quel materiale ricavandone genealogie (P. Vincenti, C. Tutini, B. Chioccarelli e altri) o dedicandosi come lui agli spogli dei registri (G. Bolvito, C. Pagano, C. D’Afflitto, ecc.). Per il De Laurentis si tratta di C. De Laurentiis, Manoscritti di scrittori chietini presso l’Arch. di Stato, le biblioteche e i privati in Napoli, in La Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti, XII (1897), pp. 179, 199 s.. Il De Lellis compilò ben 28 volumi di repertori, di cui undici riguardanti la Cancelleria angioina (1266-1435); i primi sette volumi erano tratti dai quattrocentotrentasei registri esistenti a quel tempo, ai quali era stato dato un ordinamento, anche se confuso, nel 1568; i due successivi volumi riguardavano i fascicoli, mentre gli ultimi due le arche in pergamena e quelle in carta; questi ultimi due repertori vennero compilati tra il 1680 e il febbraio 1682, mentre il D. era detenuto a Castel Nuovo. I repertori rimasero, insieme ad altro materiale riunito da Marcello Bonito (e cioè i notamenti compilati da C. Pagano, C. D’Afflitto e G. G. Di Transo), per oltre un secolo e mezzo in casa Bonito, e furono acquistati nel 1850 da C. Minieri Riccio che ne pubblicò parecchi (cfr. Gli atti perduti…, a cura di R. Filangieri, pp. XVIII s.). Nel 1882 li acquistò Angelo Broccoli, che iniziò la pubblicazione dei registri nell’Archivio storico campano (I, 1889), ma si limitò al registro 1271 A della Cancelleria angioina, al secondo privilegio di re Ferrante I d’Aragona (1487-1488) della Cancelleria aragonese, e al primo privilegio del gran capitano (1503) della Cancelleria spagnola. Dagli eredi del Broccoli il materiale fu acquistato dallo Stato nel 1925, e posto nell’Archivio di Stato di Napoli. Parte di esso andò distrutta durante la seconda guerra mondiale. Il De Lellis compilò un repertorio ampio e organico solo di una parte dei registri; di tutti gli altri eseguì un repertorio parziale o relativo solo a qualche documento. Dei registri presi in considerazione, ventidue riguardavano Carlo II (1285-1309), diciannove Roberto d’Angiò (1309-1343), sette Carlo d’Angiò duca di Calabria e ventidue sua figlia Giovanna I; questi ultimi ebbero un repertorio quasi completo solo da parte del De Lellis. Si può ritenere che con questi repertori venne recuperato oltre un terzo del materiale perduto nel 1701, quando, durante i tumulti che seguirono la congiura del principe di Macchia, il popolo in rivolta penetrò in Castel Capuano e incendiò sessanta registri angioini insieme ad altro materiale ivi custodito.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. IV, sui Saraceni ad Agropoli, a p. 90, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Antonini (op. cit., pp. 412 e 417) riporta il brano di un manoscritto appartenuto al marchese di S. Giovanni, Marcello Bonito ( e che fu poi di M. Camera, lo storico di Amalfi; cfr. C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1922, n. 4, p. 124): “Anno 915….etc…”……Il testo, pur infiorettato di particolari fantastici, quali la distribuzione di Paestum ed il sacco di Policastro, mostra una sostanziale credibilità. Il Mazziotti (op. cit., p. 80), seguendo il Di Meo ed il falso ‘Chronicon Cavense’ (Cfr. M. Schipa, Storia…., cit., n. 2, p. 185), ritarda l’uscita dei Saraceni da Agropoli al 28 sett. 1028. Nello stesso errore è caduto anche P. Ebner (Storia…., cit., p. 273).”. Infatti, Carlo Carucci (….), nel suo ‘La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, a p. 124, in proposito scriveva che: In un manoscritto del tempo, pubblicato dall’Antonini (4) è detto che i Saraceni, dopo la battaglia sul Garigliano etc….”. Il Carucci, a p. 124, nella nota (4) postillava: “(4) Il manoscritto era del marchese di S. Giovanni, Marcello Bonito, ed era posseduto dallo scrittore amalfitano, Matteo Camera, di cui V. l’opera ‘Città e Ducato di Amalfi’, I, pag. 130. Cfr. Antonini, op. cit., X, pag. 417; Gatta, Memorie della Lucania, pag. 265; Zappullo, Storia di Napoli, cap. III, pag. 448.”. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…, vol. I., a p. 130, nella sua nota (2) postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Joannis Baptistae tacito pede venientes nocturno aggressu civitatem Paestanam somnolentam copiunt, atque discripiunt, et discedentes ignem submittunt”: così in un antico ms di D. Marcello Bonito marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie) a fol. 12.”.

Camera Matteo, Storia ducato di Amalfi, vol. I, p. 130 sui Saraceni e Bonito Marcello

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130

Nell’827, l’occupazione Araba della Sicilia

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da pp. 127 a p. 132, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Etc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Dall’inizio della seconda metà del 600, ad ogni primavera-estate, spedizioni saracene dall’Africa Settentrionale venivano dirette verso le coste della Sicilia: primi tentativi d’invasione, che si concludevano con rapine e stragi. Con lo sbarco saraceno a Mazara, 827, ebbe inizio la conquista vera e propria della Sicilia. Dopo la resa di Siracusa, 878, ebbe inizio la politica rinunciataria dell’Impero, e la difesa dell’isola fu sostenuta dai monaci e dalle popolazioni locali.”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 28-29-30-31, in proposito scriveva che: Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6).”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (6) postillava che: “(6) M. Amari, Storia dei musulmani della Sicilia……………..”. Da Wikipedia leggiamo che Il dominio islamico sulla Sicilia (Ṣiqilliyya) iniziò con lo sbarco a Capo Granitola presso Campobello di Mazara nell’827, fino alla completa conquista dell’isola con l’occupazione di Taormina nel 902. La conquista normanna della Sicilia iniziò nel 1061, con lo sbarco a Messina, e Palermo, centro principale del potere musulmano in Sicilia, cadde nel 1072. Noto, ultimo centro ancora in mano ai musulmani, cadde nel 1091. Precedentemente, intorno al 700, era stata occupata l’isola di Pantelleria da ʿAbd al-Malik b. Qaḥṭān. Già a partire dal VII secolo l’isola aveva subito molte incursioni musulmane, dopo che gli Arabi si erano attestati sulla sponda africana del mar Mediterraneo dove esistevano piccoli regni berberi, sconfitti dal condottiero ʿUqba b. Nāfiʿ intorno al 685 a seguito della celebre “cavalcata” che lo portò fino alle sponde atlantiche del sud del Marocco. Conquistata parte della Spagna, le isole di Malta e Pantelleria, la Sicilia era ritenuta strategica per il controllo del Mediterraneo a discapito dei rivali Bizantini. Nell’805, il patrizio imperiale di Sicilia Costantino firmò una tregua di dieci anni con Ibrāhīm b. al-Aghlab, emiro d’Ifrīqiya (nome che gli invasori arabi dettero alla romana Provincia Africa), ma questo non fu un impedimento per i corsari provenienti dall’Africa e della Spagna musulmana ad attaccare ripetutamente tra l’806 e l’821 la Sardegna e la Corsica. Nell’812 il figlio di Ibrāhīm, ʿAbd Allāh I b. Ibrāhīm, ordinò un’invasione vigorosa della Sicilia, ma le sue navi furono prima ostacolate dall’intervento di Gaeta e Amalfi, e poi distrutte in gran parte da una tempesta. Tuttavia, essi riuscirono a conquistare l’isola di Lampedusa e, nel mar Tirreno, a depredare e devastare Ponza e Ischia. Un ulteriore accordo tra il nuovo patrizio Gregorio e l’Emiro stabilì la libertà di commercio tra l’Italia meridionale e l’Ifrīqiya. Dopo un ulteriore attacco di Muḥammad b. ʿAbd Allāh, cugino dell’emiro Ziyādat Allāh nell’819, sulle fonti non sono citati attacchi musulmani verso la Sicilia fino all’827. L’invasione ebbe inizio il 17 giugno dell’827 e lo stuolo composto da arabi, berberi e persiani fu affidato al qādī di Qayrawān, Asad b. al-Furāt, grande giurisperito malikita autore della notissima Asadiyya, di origine persiana del Khorāsān. Secondo la successiva cronaca araba di Shihāb al-Dīn Aḥmad ibn ‘Abd al-Wahhāb al-Nuwayrī, adattata al fine di mostrare un originale intento conquistatore. Gli Arabi del resto, erano molto vicini, in quanto installati sulla sponda africana del Mediterraneo. ‘Ifriqiya’ (cioè l’Africa del Nord) ha ormai il volto musulmano, ed è governata da emiri locali in pratica autonomi come in Spagna. La Sicilia è inoltre bersaglio molto interessante, in quanto, sottraendo ai Bizantini le basi navali dislocate sulla costa meridionale dell’isola, gli Arabi avrebbero il pieno controllo sul traffico navale nel Mediterraneo centro-occidentale. Nell’827 d.C. i Califfi Aghlabidi (Abbasidi) di Kairuan, odierna Tunisia, iniziarono la conquista della Sicilia. La successiva invasione dei Saraceni, nell’Italia Peninsulare, fu agevolata dalla sete di potere e di denaro dei signorotti locali. Infatti nell’836 il Console di Napoli Andrea, chiamò i Saraceni Abbasidi per difendersi da Sicone, Principe Longobardo di Benevento. In cambio dell’aiuto Andrea concesse ai Saraceni di fortificare un ribat a Punta Licosa. Il Console di Napoli passerà alla storia, per essere stato il primo ad ingaggiare truppe mercenarie musulmane nel Meridione Italico nell’Età Medievale. Sullo scacchiere geopolitico dellItalia Centro-Meridionale, formato dall’attuale Campania, Lazio e Molise, ai primi del IX secolo d.C. si muovevano: L’Impero Carolingio di Carlo I Magno; il neo Stato Pontificio; l’Impero Bizantino(Impero Romano d’Oriente) attestato nei suoi avamposti nella Calabria Meridionale, nel Ducato di Napoli e nel ‘kastron’ di Agropoli; i Longobardi alleati dei Beneventani, Salernitani e Capuani; la Repubblica Marinara di Amalfi e le città marittime di Gaeta e Sorrento, senza una specifica alleanza, giacché trafficavano con tutti, anche con i Saraceni. In questo caos, fatto di intrecci politici, di interessi personali e di impure alleanze, fu facile per i Saraceni creare numerose cellule islamiche sul nostro territorio, per poi lanciare lo Jihad finale a Roma, capitale della Cristianità. Lo sbarco avviene a Mazara del Vallo, al comando della spedizione vi è Assad Ibn al-Firat che punta su Siracusa, la capitale, che però resiste. Cade Girgenti (Agrigento) e dopo un anno di lotta si arrende Palermo, che diventerà capitale. Siamo nell’831. Successive sono la resa di Messina, Modica, Ragusa, passano dieci anni prima che si arrenda Castrogiovanni e venti prima che si arrenda Siracusa. Nell’882 i Bizantini furono cacciati dai Saraceni, i quali costruirono un ribàt (nuova fortificazione): da qui partivano gli attacchi ai paesi vicini fino a Salerno. Da Wikipedia leggiamo che la discesa dei Longobardi venne arrestata dai Bizantini solo con grandi difficoltà: ma Costantinopoli non poté evitare del tutto gli attacchi dei Saraceni. Nell’812 d.C. si registrò la prima incursione saracena sulle coste calabresi, che colpì Reggio, capitale del Thema; l’ultima ci sarà solo nel 1793, a danno di Pizzo e Tropea. Certo la presenza araba fu sempre limitata negli spazi e nel tempo, perlopiù consistendo, appunto, in incursioni e saccheggi. Vennero catturate in modo effimero dagli Arabi Tropea, Santa Severina e Amantea (13) dall’839 all’885. La conquista della Calabria da parte dei guerrieri normanni vassalli del papa emarginò il pericolo arabo. Sotto il dominio bizantino, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, la Calabria fu una delle prime regioni d’Italia a introdurre la produzione di seta in Europa. Secondo André Guillou, i gelsi per la produzione di seta grezza furono introdotti nell’Italia meridionale dai bizantini alla fine del IX secolo. Intorno al 1050, il tema della Calabria contava 24.000 gelsi coltivati per le loro foglie e il loro numero tendeva ad espandersi. Saraceno è un termine utilizzato a partire dal II secolo d.C. sino a tutto il Medioevo per indicare i popoli provenienti dalla Penisola arabica o, per estensione, di religione musulmana.

La presenza araba sulle nostre coste e sua influenza nella cultura del posto

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo: Ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, che esistono residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Vi sono poi pure, alcuni termini dialettali di origine araba ancora in uso a Sapri: ‘Tumminu’ (tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’ (camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’ (secchio), ‘alliffato’ (attillato), ‘scimmuzzo’ (tuffo nell’acqua del mare), ecc…(129) Molte delle cause che produssero i ‘villaggi deserti’ del Cilento, vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni barbaresche, nelle guerre e per le conseguenze dovute alle pestilenze, alle carestie, al banditismo ed alla ripresa feudale.”. Nel mio studio, nella nota (129) postillavo che: (129) Rohlfs G., Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L.A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.”Ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste  popolazioni, che esistono residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Vi sono poi pure, alcuni termini dialettali di origine araba ancora in uso a Sapri: ‘Tumminu’ (tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’ (camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’ (secchio ), ‘alliffato’ ( attillato), ‘scimmuzzo’ ( tuffo nell’acqua del mare), ecc… (…).

L’influenza araba nel nostro territorio

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), sulla scorta di Amari (….), in proposito scriveva che: “Ma se i Musulmani portarono all’Italia meridionale tanto danno e produssero tra la popolazione non meno spavento, è pure innegabile ed incontestabile la loro influenza positiva sulla civiltà delle nostre zone. Ancora oggi, infatti, negli usi e nel linguaggio in modo particolare, esistono tra noi residui di civiltà araba.”. La notevole influenza araba per le popolazioni locali dell’epoca, si può desumere dalla presenza di alcuni usi e termini dialettali. Infatti, ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, l’esistenza di residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 28, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Diamo qui di seguito un saggio dei termini arabi ancora in uso nel Cilento: ‘Tumminu’(tomolo), ‘zerreiare(chiudere), ‘cammisa’(camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’(secchio), ‘alliffato’( attillato), ‘scimmuzzo( tuffo nell’acqua del mare). Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 28-29-30-31, in proposito scriveva che: “Con il passare del tempo, i Saraceni ebbero tanta influenza tra noi che, nelle zone controllate dalla loro potenza, arrivarono persino a coniare monete, alcune d’oro ed altre d’argento, con la loro impronta; monete che resistettero sul mercato fino alla morte di re Manfredi. Gli stessi re normanni si servirono di codeste monete, lasciando da una parte il nome del re e dell’altra motti arabici (2). Vero è che la loro opera di razzia fu richiesta, talvolta, dagli stessi governanti, come si verificò quando la romana Napoli li chiamò contro i Longobardi al tempo di Sicardo, principe di Benevento (3). La minaccia dei barbareschi aveva posto le popolazioni delle nostre contrade cilentane sotto il continuo incubo, ragion per cui esse avvertirono il bisogno di difendersi per mezzo di fortificazioni. “Sorsero così – scrive il Cilento – torri e castelli, quei castelli medievali che la trasfigurazione romantica innalzò a lieto ritrovo di cavalieri e di trovatori, ma che nella miseria di questi tempi furono soltanto nude e grigie fortezze, triste rifugio di rozzi uomini armati”. Ma se i musulmani portarono all’Italia meridionale tanto danno e produssero tra la popolazione non meno spavento, è pure innegabile ed incontestabile la loro influenza positiva sulla civiltà delle nostre zone. Ancora oggi, infatti, negli usi e nel linguaggio in modo particolare, esistono tra noi residui di civiltà araba (4). D’apprincipio, la loro era stata una difesa affidata all’iniziativa privata, e perciò stesso approssimativa; ma con l’avvento dei Longobardi, dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi e degli Spagnoli, nel territorio da essi conquistato, si portò avanti un organico e ben definito piano di protezione contro il pericolo dei predoni. I Saraceni avevano visitato più volte la costa del Cilento. Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6). Perciò Amalfi, Napoli, Gaeta e Sorrento, allo scopo di stabilire una massiccia opposizione ai continui attacchi e alle frequenti razzie dei barbareschi, avevano stretto una Lega tra di loro. Fu proprio in forza di questa alleanza che i Saraceni poterono essere snidati a Punta Licosa, dove si erano arroccati nell’anno 845 (7). Cacciati di quì (da Licosa) i sacceggiatori ripararono in Agropoli, luogo assai idoneo e per posizione naturale e per strategia. Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8). Da Agropoli, i Saraceni, in continuo contatto con i fratelli stazionanti in Sicilia ed in Africa, si studiarono di impadronirsi per sempre del Principato di Salerno e l’occasione venne loro offerta dalle continue discordie esistenti tra i principi Longobardi di Capua, di Salerno e di Benevento. Si mossero così con il piano di occupare ed espugnare i nostri castelli ed in parte riuscirono nel loro intento (9). Nell’anno 909, altri Saraceni si trovano in Agropoli, la gran parte dei quali si era unita al gruppo di Ibraim-ibn-Abmed, provenienti dalla Calabria. I restanti saranno i pochi superstiti assoldati dalla Repubblica napoletana (10). Quando nell’anno 1016, assediarono ancora una volta Salerno, i Saraceni scesero anche ad Agropoli e a Capaccio (11)”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Paruta F., Sicilia illustrata, pp. 155-156. Cilento N., I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, in “Archivio Storico Napoletano”, n.s. XXXVIII (1958), pp. 109 sgg.”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Pontieri E., Il Principato Longobardo di Salerno – il problema saracenico – in “Rivista di Studi Salernitani”, I, Salerno, 1968, pp. 77-79.”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (3) postillava che: “(3) HIRSCH F., – SCHIPA M., La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno – Ristampa con introd. e bibliografia a cuura di Acocella Nicola, Roma, 1968, pagg. 100, 109, e 141.”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Amari M., op. cit., Vol. III, pag. 886 e sgg. Orlando G., Storia di Nocera dè Pagani, vol. I, Napoli, 1884, pag. 311 e sg. Ecc…”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella sua nota (7) postillava che: “(7) HIRSCH F., – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Orlando G., op. cit. pag. 317. Lo storico nocerino parla di un’altra alleanza tra i principi di Capua e di Salerno, i duchi di Gaeta, di Napoli e di Amalfi, con l’aiuto del naviglio dei Greci, alleanza che, nell’anno 914, valse a sconfiggere i Saraceni al Garigliano, loro ordinaria dimora e, adesso, loro ultimo rifugio. Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiati neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco quanto si trova scritto in Orlando, op. cit., p. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo,, ecc..ec…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ebner P., Agricoltura e pastorizia a Velia e suo entroterra dai tempi più remoti al tramonto della feudalità, in R.S.S., anno 1965, p. 62; Cfr. pure Londolini A., Le Repubbliche del mare, Roma, 1963, p. 131.”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Amari M., op. cit., vol. I., p. 344.”. Il Vassalluzzo per l’opera di Amari si riferiva a: Michele Amari (…), ‘Storia dei Mussulmani in Sicilia’, vol. I, II edizione, p. 187, mentre il Vassalluzzo, postillava per p. 344, del vol. I, di Amari. Riguardo invece la citazione di Nicola Cilento (…), si ci riferiva all’opera: ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, p. 184. Sulla scorta del ‘Chronicon Salernitanum’, un antico manoscritto apocrifo (…), che fu pubblicato nel 1600 dal Pratilli (…), sappiamo che a Salerno i Saraceni c’erano stati dall’882 all’885, all’anno 898 (si veda cap. 151, 547 e Amari M., op. cit. (…), vol. I, p. 463 e 464), nell’anno 1001 (si veda Hirsch-Schipa, op. cit., p. 180), mentre il Pertz (…), scrive nell’anno 1016. Anche Pietro Ebner (….), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 20 e s. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, vol. VIII, a p. 56 scriveva che: “ROCCHETTA, casale di ‘Roccagloriosa’. Si vuole surto dalla distruzione di un antico paese, ch’era nelle sue vicinanze, ove a distanza di circa un miglio verso oriente ne mostrano tuttavia i suoi avanzi. Non si può accettare qual nome avesse però avuto il suddetto paese, nè tampoco l’epoca in cui venne a mancare. Se deesi prestar credenza all’Antonini (I), egli dice quando i Saraceni vennero in Lucania tra i luoghi che occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli; val quanto dice di essere stato esistente nel secolo IX: ma donde mai l’Antonini prese una tale notizia nominando la figlia, e non la madre ?. Egli è certo che Rocchetta surse nel territorio di Roccagloriosa, che ha qualche antichità, e la stessa denominazione di ‘Rocchetta’, indica essere stata posteriormente edificata. Si potrebbe soltanto credere che quelli della Rocca, si seppero così ben chiudere, e difendere, da non fare occupare il loro paese da essi ‘Saraceni’.”. Il Giustiniani a p. 56, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Part. 1 Disc. 8, p. 130. Ed. 1785”. Dunque secondo il barone Giuseppe Antonini (….), e la sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 130 e s. sosteneva che i Saraceni vennero in Lucania, essi “occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli;”.

Pietro Ebner (….), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 23-24, parlando del porto di Salerno, in proposito scriveva che: “5. L’allentarsi delle incursioni musulmane nel Mezzogiorno (e particolarmente nelle regioni mancanti di efficienti presidi, come di certo lo stesso territorio in parola) era stato favorito dalla lungimirante politica di uno tra i più grandi principi di Salerno, Gisulfo I, che un destino crudele doveva stroncare proprio quando stava per toccare l’acme della sua ascesa. (50). …….Quel magnifico porto dove convergevano per i loro commerci la Campania marittima, i Longobardi dell’interno e i mercanti delle coste pontificie, del Jonio (specie Taranto) e i più intraprendenti di quell’indefinibile territorio tra l’Alento e la Calabria bizantina; ma dove attaccavano anche le svelte sagene dei Greci di Calabria e di Sicilia nonché le navi dei Musulmani della tunisina bianca ‘Al-Mahdhìyah (dall’immenso porto capace di settecento galee), della splendida Palermo dei numerosi minareti o di Cefalù dal falcato porto. Vi trafficavano principalmente, perché privi di sufficiente retroterra, gli Amalfitani, malgrado i mutevoli rapporti politici determinati dall’ansia di appropriarsi dei rispettivi ricchi mercati, da cui il ripetersi di scontri, dei quali è viva l’eco nei cronisti del tempo. Frequenti, perciò, gli abordaggi dei pirati, immancabili con i Musulmani (53) dell’impero fatimita (54), che con quelli delle Baleari e di Spagna avevano ricostruiti, accrescendoli, gli antichi strategici possedimenti fenici, trasformando l’antico Mediterraneo greco e romano in mare arabo. E nel mondo islamico Salerno, forse più Amalfi, era nota prima dell’841, quando i Saraceni, “pestis agarena”, impresero a correre il Mezzogiorno d’Italia per trarre schiavi, donne e bottino. Annidatisi al Garigliano e ad Agropoli (55), ne partivano per frequenti razzie nei dintorni, lasciando poi tracce del loro passaggio e della loro permanenza in viventi toponimi (Novi: l’arabo bizantino ‘Gelbison’; Agropoli: ‘campo saraceno’)(56) e in non poche parole del loro vocabolario. Ma, se ovunque, a difesa, sorsero castelli e “grigie fortezze, triste rifugio di rozzi uomini armati”, bisogna pur riconoscere che agli Arabi va il merito di aver fatto apprendere l’uso dei numeri, l’utilissimo calcolo aritmetico arabo-indiano per la registrazione delle attività commerciali, e della conoscenza a Salerno delle opere mediche e di Aristotele e Tolomeo che solo alla fine del Medioevo gli studiosi europei, specialmente gli Italiani, riscoprivano negli originali. E’ notizia che svolsero traffici persino in mare aperto (57), prima che Salerno e Amalfi riuscissero a inserirsi in quello straordinario movimento di affari che portò a reciproci privilegi nei diversi scali, occultamente sollecitati dalla genialità commerciale e dall’intraprendenza del mondo ebraico che continuò a prosperare malgado soprusi o violenze, tollerati o subìte. L’iperattività del giovane sovrano di Salerno, le multiformi sue capacità avevano destato non poco interesse negli stessi ambienti e mercati musulmani, dai quali l'”opulenta Salerno” dei follari di Gisulfo I acquistava merce pregiate per la stessa Bisanzio, specialmente dalla Sicilia più bizantina e che appunto in quel tempo (a. 948) era diventata emirato indipendente ed ereditario. Ricche e varie le mercanzie che affluivano alla “platea mercimonium” nei pressi di Porta Elino, il mercato da cui la “Fiera” che tuttora si svolge “infra mensem septembris sub titulo Beati Matthei Apostoli patrocinio” (58)”. Ebner, a p. 23, nella nota (50) postillava: “(50) “Salerno” 1968, fasc. I-2, p. 18 sgg.”. Ebner, a p. 23, nella nota (53) postillava: “(53) Muslim = totalmente sottomessi”. Ebner, a p. 23, nella nota (54) postillava: “(54) Al-Màdhi, fondatore della dinastia, imperava su tutta l’Africa settentrionale.”. Ebner, a p. 24, nella nota (55) postillava: “(55) V. Cilento, cit., p. 148 sgg., p. 163, p. 175 sgg. e p. I. Per il Cilento passarono i trentamila africani di Abd-Allah nell’871 “crudeliter dilaniabant”, dice Erchemperto, Historia, 51, p. 257, ad an. 879, risalendo la Calabria verso Salerno. Nell’882 una nuova lega campana, promossa dal papa, li costrinse dopo essersi fermati a punta Licosa (“Licosa latitabant”, dice G. Diacono), a trincerarsi ad Agropoli (“saraceni agropolitani”) dove fondarono una colonia permanente “deinde per iuga montium degebat, omniaque demoliebantur”, ricorda il ‘Chronicon salernitanum’. “. Ebner, a p. 24, nella nota (56) postillava: “(56) Mandelli, cit., f. 100: “Dell’habitazione de’ Saraceni in Agropoli, ne rimane perpetua memoria non pure presso de’ Scrittori, ma anco de’ Cittadini, poi che nel piano sotto la terra, vi si veggono vestigia di molte habitazioni et il campo saracino vien detto anco oggigiorno; segno evidente, che non essendo capace il recinto del piccolo colle di tanta moltitudine gran parte habitasse nel piano, fortificandovisi all’uso militare”.”. Ebner, a p. 24, nella nota (57) postillava: “(57) A. Pertusi, “Settim. di studio del centro ital. di studi sull’alto medioevo”, Spoleto, 18-23 aprile 1963. Per quanto attiene a problemi oggetto di queste ricerche e discussi nelle “Settimane” anzidette, v. RSS 1967 e 1968-1969.”.

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La  baronia del Cilento”, a p. 29 parlando del casale di “Agropoli”, in proposito scriveva che: “II. Uno degli avvenimenti più conosciuti della storia di Agropoli è l’occupazione della città da parte dei Saraceni. Costoro, passati dall’Africa in Sicilia nell’anno 810, s’erano dipoi imparoniti di Taranto e da là facevano continue scorrerie sulla costa dell’Ionio e del Tirreno. Etc…”.

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(Fig….) L’Italia annessa al Codice greco Vaticano Urbinate greco 83 – particolare delle nostre coste e dei toponimi citati

Bizantini, il ducato longobardo di Benevento ed i Saraceni

E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”.  Sulla metà del IX secolo – quando il ducato di Benevento è diviso in due parti, e sorge, autonomo, il Principato di Salerno – la zona maritima della della bassa Italia e molti centri restarono sotto l’egida dell’Impero Bizantino, mentre l’interno fu dominato e controllato dai Longobardi, meno che l’estrema penisola della Calabria di oggi (l’antico Bruzio) che restarono bizantini. In un primo momento troviamo Policastro che appartiene al ducato di Benevento (Radelchi) e si delimita il nuovo Principato di Salerno mediante l’indicazione dei Castaldati che giacevano ai confini del nuovo Principato. Infatti Policastro, dall’839 al 1076, fu assegnato al Principe Siginulfo. Pertanto ancora dubbio è il confine con il territorio bizantino. Dobbiamo tener presente che queste terre sono ancora confinanti con la Calabria occidentale – che a quell’epoca appartennero all’Impero di Bisanzio – pertanto, volendo accreditare l’ipotesi secondo cui il fiume Alento fu il confine tra il Castaldato di Lucania e quello di Laino ( in Calabria), dobbiamo ritenere che questo territorio – anche in epoca più tarda – cioè quando i Longobardi si impossessarono dell’intera Italia Meridionale – non doveva essere controllato direttamente dai Longobardi. Il loro dominio durò oltre cinque secoli, ed a testimonianza della loro presenza, vi sono alcuni toponimi dialettali il cui etimo è chiaramente di derivazione longobarda. Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…) pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobari, furono i principali protagonisti. Il Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nele grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto le mura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, ecc..’, parlando dei ruderi del ‘Kastrum’ di Castrocucco, nell’antica Lucania, a p. 245, in proposito scriveva che: “Iniziata da Leone, il Filosofo, fu proseguita dai suoi successori, che sottomisero al basileus la Calabria fino a Taranto e la Lucania orientale fino al Sinni e al Bradano, anzi il generale Niceforo Foca aveva sottomesso, anche se per poco, i Longobardi del Beneventano (6). Fu nel Golfo di Policastro, fra frange incerte del Thema di Calabria ed i particolarismi longobardi campani, che si ebbe la sostituzione dei gastaldi coi tumarchi o, più spesso, la tacita convivenza fra loro con l’applicazione d’un diritto misto (7).”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (6), postillava che: “(6) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, op. cit.; J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, Paris, 1904”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (7), postillava che: “(7) J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, Paris, 1904, op. cit.; L. Bréhier, Le Mond Byzantin, les Institution de l’Empire byzantin, Paris, 1949.”. Ricordiamo tutte le notizie che abbiamo intorno al VI secolo e la nascita di alcuni enclavi cattolici, come Paestum, Velia e Buxentum. Come andrebbero ulteriormente indagate le origini delle incursioni barbaresche o saracene sulle nostre plaghe e la notizia secondo cui i bizantini, nel VIII secolo, si mossero contro le armate franche di Carlo Magno che invece cercava di conquistare il Regno longobardo in Italia.

Nel IX secolo, le frequenti incursioni sulle nostre coste di Arabi, i Longobardi di Benevento e del Principato di Salerno

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Vi furono degli inutili tentativi di riconquista, nel 963 e 1038, da parte imperiale. Nel 902, anno della caduta di Taormina (83), lo stratego di Sicilia (Bisanzio non voleva rassegnarsi alla perdita dell’isola) risiede a Reggio, ma nel 918 viene già menzionato uno “strategos” di “Calabria”, segno evidente che il “thema” di Sicilia era, di nome, rappresentato dal “ducato” di Calabria, promosso, per l’occasione, a “thema” (84). Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolano (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (83), postillava che: “(83) A. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, a c. di C.A. Nallino, I-III, Catania, 1933-1939; F. Gabrieli, Arabi e Bizantini nel Mediterraneo Centrale, in “Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Arch. Muratoriano”, 76 (1964).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (84), postillava che: “(84) A. Pertusi, Il “thema” di Calabria, etc…, in “Calabria bizantina”, Reggio C., 1974″. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (85), postillava che: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Codice Cript. ……, XX (395).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 78, in proposito scriveva che: “Con l’avvento a Costantinopoli della dinastia macedone (Basilio I, 867-886), avvenne una ristrutturazione del potere bizantino nel nostro Mezzogiorno, soprattutto in Calabria, dopo la perdita della Sicilia (92).”. Il Campagna, a p. 78, nella nota (92) postillava: “(92) Dopo il 902, il metropolita di Reggio sarebbe stato anche arcivescovo di Trinacria, formalmente, o per la protezione dei nuclei cristiani dell’Isola, non sottoposti ai Saraceni. G. Lancia Di Brolo, Storia della Chiesa in Sicilia, Palermo, 1880. Il Campagna, a p. 78, nella nota (93) postillava: “(93) M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, II, Catania, 1955”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90). Già nell’831, con l’avvenuta conquista del porto di Palermo, venivano ad essere facilitate le incursioni sulle coste del continente. A nulla valsero l’impegno di Ludovico II, lo sforzo di papa Giovanni VIII per la realizzazione di una lega antisaracena: le coste, soprattutto, venivano flagellate ad ondate da incursioni islamiche, ora di Sicilia, ora d’africa, avvantaggiate dagli stanziamenti fortificati, installati sullo stesso continente (91).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86), postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza Saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Dunque, secondo il Campagna (…), che scriveva sulla scorta del Pochettino (…), sempre nella metà dell’800, i Saraceni, “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi”, “ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”. Dunque, Orazio Campagna, sulla scorta di Pochettino (…) e di Michelangelo Schipa (…), afferma che nella metà dell’800 (IX secolo), le nostre terre, diventarono teatro delle peggiori sciagure dovute alla presenza di popolazioni bulgare, e soprattutto musulmane. Nuclei di popolazioni Saracene, si erano stanziati ad Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86)”. Infatti, il Campagna, cita il generale Niceforo Foca e nella sua nota (86), postillava in proposito che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza Saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Dunque, il Campagna, sulla scorta di Michele Amari (…), riteneva che dopo l’anno 831, in cui fu conquistato dagli Arabi, il porto di Palermo le coste, soprattutto, venivano flagellate ad ondate da incursioni islamiche, ora di Sicilia, ora d’africa, avvantaggiate dagli stanziamenti fortificati, installati sullo stesso continente (91).”. Il Campagna, sempre a p. 77, aveva già scritto che “già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86).”, ovvero, il Campagna, scriveva che verso la metà dell’800, ad Agropoli, era sorto uno stanziamento fortificato di Saraceni, diventato forse un piccolo emirato. Infatti, il Campagna, sulla scorta del Pochettino (…), nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Dunque, secondo il Campagna ed il Pochettino, l’antica città di Bussento, fu distrutta dai Saraceni nell’anno 850-851.

Nell’823 d. C., “Aliprando del Bussentio” divenne abate dell’Abbazia benedettina di San Benedetto di Salerno (notizia tratta dal Chronicon Cavense)

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un egumeno chiamato Aliprando che nel secolo IX, passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Interessante è la citazione di Gaetani (…), che, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scrive che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando’ (che crede essere un Longobardo), passasse alla Badia di Cava. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “…, ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion.

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(Figg….) Rocco Gaetani (…), pp. 22-25

Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Buxentum al tempo del IX secolo, scriveva che secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani, sulla scorta del passo contenuto nel ‘Chronicon Cavense’, un ‘Chronicon’ scritto ed attribuito all’‘Annalista Salernitano’ citava il monaco ‘Aliprando di Bussento’ o ‘Buxento’ che al tempo di Papa Pasquale I°, fu nominato Abate dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno. Dunque, il Gaetani si riferiva all’abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, ormai scomparsa. Il sacerdote Rocco Gaetani nel suo libretto introvabile, a p. 29, riguardo questo “nobile cenobita” (Aliprando de Bussentio) aggiungeva pure che: “Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. Dunque, in questo passaggio, il Gaetani dice che questo “Aliprando” fosse un monaco longobardo proveniente da un cenobio basiliano del Bussento, il quale, nel IX secolo diventava Abate dell’Abbazia di Salerno. Anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), parlando di S. Marina dice a p. 32, scriveva che: “Un altro convento, fondato pure ai tempi di S. Francesco, fu quello di S. Marina, con annessa chiesa dedicata a S. Maria della Croce, che ancora esiste. Questo paese, sede del comune di cui fa parte Policastro, sorse verso il secolo VIII ed ebbe origine da alcune famiglie scampate dalla persecuzione iconoclasta durante la dominazione dei Greci, sotto gli imperatori Leone Isaurico e Costantino Capronimo (726-843).”. Il Cataldo, a p. 34, parlando dei Conventi francescani, scriveva che: “Da Policastro uscì un monaco benedettino nel ‘824, di nome ALEPRANDO DE BUXENTIO, che fu Abate nel Convento di Salerno.”. Dunque, anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), sulla scorta del Gaetani citava questo ‘ALEPRANDO’ e scriveva che egli uscì da Policastro quale monaco benedettino nell’anno ‘824 e diventò abate di un Convento di Salerno senza specificare quale fosse questo “Convento”. Dunque, il Cataldo, sulla scorta del Gaetani scriveva che questo “ALEPRANDO DE BUXENTIO” fosse un “monaco benedettino” che, nell’anno ‘824 fosse uscito da un qualche convento di Policastro. Cerchiamo di capire ora la provenienza della notizia dataci dal sacerdote Rocco Gaetani. Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Bussento scriveva che al tempo del IX secolo, secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che è citato nell’‘Annalista Salernitano’. Chi è l’”Annalista Salernitano” ?. A quale autore si riferiva il Gaetani dandoci l’interessante notizia.

La notizia di ‘Aleprand de Busentio’ tratta dal Chronicon Cavense o Annalista Salernitano

Il sacerdote Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  a p. 35, del suo vol. I, che, riguardo il monastero o cenobio basiliano, in seguito diventata abbazia benedettina, di S. Benedetto a Salerno, nella sua nota (2) di p. 35, vol. I, postillava che: “(2) Le memorie relative alla fondazione ed alle vicende del detto monastero si trovano raccolte in un opera di cui si leggono in fronte queste parole: “Collectum per Petrum de Salernum Cancellarium, et Girbertum Archivarium sub. P. Abbate”. Il Pratillo la distingue col nome di cronaca cavense ma il Padre De Meo, riflettendo che quasi tutta l’opera fu combinata in esso Monastero di Salerno, pretende doversi allo scrittore della medesima darsi piuttosto la caratteristica di Annalista Salernitano.”. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710. Si tratta del “Chronicon Cavensis”, di cui ho già detto, in quanto questo è proprio il ‘Chronicon’, citato dal Gaetani (…), quando riporta la notizia di ‘Aleprand de Busentio’. Questo ‘Chronicon’ apocrifo, è detto dall’Antonini (…) e dal Di Meo (…) “Annalista Salernitano”. La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo del ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli (…). Francesco Maria Pratilli (…), nella suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali. Landulphus Gastaldus fit Comes, & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3). A. 825. Moritur Pascalis (4). Et paulo postea obiit Adulphus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemp. n. 9. to. I huius operis, & to. 2., ubi de hoc ‘Landulfo plurima’.”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (4), postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’”.

Pratilli, p. 390

(Fig…) Camillo Pellegrino (….), vol. IV, p. 390 dove pubblica Pratilli F.M., ‘Historia Longobardorum etc.’, dove si cita un “Aleprand de Busentio”.

Dunque, la frase dell’“Annalista Salernitano”, probabile autore apocifo del “Chronicon Cavense”, dove scriveva che: A. 825. Moritur Pascalis (4). Et paulo postea obiit Adulphus prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”, che riportava la notizia di un “Aliprand de Busentio”, (pare) sulla scorta di Erchemperto (….), tradotto è: “A. 825. Pascale muore. E poco dopo morì il preposto Adulphus, il quale fu sostituito da Aleprand de Busentio (5)”. Dunque, secondo il chronicon dell”Annalista Salernitano (Cronicon Cavense), nell’anno ‘825 moriva papa Pasquale I. Poco dopo la morte di papa Pasquale I morì pure Adolfo, preposto dell’abbazia di S. Benedetto di Salerno, “al quale fu sostituito Aleprand de Busentio (5).”, ovvero che, al posto di Adolfo subentrò Aliprando di Bussento. Il Pratilli scriveva anno 825 (che era morto papa Pasquale I) e aggiungeva “subito dopo ecc..ecc..”. Come è stato già detto, questo monaco chiamato “Aliprando” secondo il “Chronicon Cavense” scritto ed attribuito al cronista ‘Annalista Salernitano’, si riporta la notizia che, riferendosi a dopo l’anno ‘825 “Et paulo postea obiit Adulphus prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”, ovvero che il preposto Adolfo fu sostituito da Aliprando di Bussento. A quale abbazia di cui era abate Adolfo si riferiva l’Annalista Salernitano ? In quale abbazia l’Aliprando andò a sostituire alla sua morte l’abate ‘Adulphus’ ?. Di sicuro si tratta di un’antica abbazia di Salerno, forse un’abbazia benedettina di Salerno. Forse si tratta e ci si riferiva all’abbazia di S. Benedetto di Salerno ormai scomparsa. Mi chiedo se questo ‘Aleprando de Busentio’ o Aliprando era un vescovo o un egumeno dell’allora cenobio basiliano, poi diventato il monastero benedettino di San Benedetto a Salerno, di cui non si conosce l’esatta data di fondazione ?. Riguardo l’“Aliprando de Busentio”, segnalo che il Muratori (…), nel suo ‘Rerum scriptores etc…’, a p. 1128, nell’Indice dei nomi, indica un “Elipandi Toletani Episcopi barensio”. Come scriveva il Balducci, Andrea Sinno scriveva sulla scorta di Alessandro Di Meo (….) che, nel suo ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327, cita l’episodio citato dal Gaetani (…) ed in proposito scriveva che: “Nell’Annalista Salernitano, dopo i fatti dell’823.,  si legge: ‘An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio; e poi segue l’anno 827. Credo certo, che il Trascrittore lesse 825. per 824. Il Pratillo interpreta ‘Cosenza’ per ‘Busentio’; ma doveva sapere ameno Livio, e da Strabone la famosa Città ‘Busento’ dopo Palinuro nella Lucania, che nel 499., e 504. avea Vescovo ‘Rustico’, che nel 592.,  secondo S. Gregorio (Ep. 43., al. 29., Ind. IO.) era Chiesa Vescovile, ma allora Sede vacante; e nel 649. aveva vescovo ‘Sabbazio’.”.

Di Meo, Annali, III, p. 327

(Fig…..) Di Meo Alessandro, ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327

La notizia citata dal Gaetani, ci viene confermata dal Di Meo (…), il quale, nel suo ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327, cita l’episodio citato dal Gaetani (…) ed in proposito scriveva che: “Nell’Annalista Salernitano, dopo i fatti dell’823.,  si legge: ‘An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio; e poi segue l’anno 827. Ecc…”. Dunque, il Di Meo (…), sulla scorta del chronicon dell’‘Annalista Salernitano‘, in questo breve passaggio riferendosi all’anno di Cristo ‘824, anno in cui muore papa Pasquale I, ci dice che “Adulphus Praepositus (di S. Benedetto di Salerno)” viene sostituito da “Aliprand de Busentio”. Dunque, la notizia dataci dal Gaetani è confermata dal Di Meo (….). Dunque, secondo il chronico dell”Annalista Salernitano’ (che era stato pubblicato dal Pratilli (….), pare che dopo la morte di papa Pasquale I e pure di Adolfo che pure morì subito dopo, questo monaco chiamato “Aleprand de Busentio” lo sostituì alla giuda del monastero di S. Benedetto. Dunque, Adolfo che giudava il Monastero di S. Benedetto, alla sua morte che avvenne subito dopo la morte di papa Pasquale I° venne sostituito da “ALEPRAND DE BUSENTIO (5).”. La frase dell’‘Annalista Salernitano’, pubblicata dal Pratilli (…) e riportata dal Di Meo, si riferisce a dopo i fatti dell’anno 823. In esso si legge:  “An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio”. Dopo questa frase, scrive il Di Meo: “dopo segue l’anno 827.”.  Traducendo la frase riportata dal Di Meo (…), che è la stessa trascritta e pubblicata dal Pratilli (…), si legge che Is. 825. Pasqua …. morì poco dopo la morte Adulph Superior (S. Bendetto di Salerno), che è supstitute Aleprand di Busentio“, ovvero che, nell’anno 825, moriva il papa Pasquale I, che morì dopo poco la morte dell’Abate Adolfo (dice il Di Meo: di S. Benedetto di Salerno), che fu “supstitute” da “Aliprand di Busentio”, alla direzione del Monastero o Abbazia. Il Di Meo (….) scriveva che è l'”Aliprando de Bussentio” che sostituirà il defunto ‘Adulfhus’ preposto del papa Pasquale al governo di S. Benedetto di Salerno. Infatti, il Di Meo (…), a p. 327, scriveva “Praepositus (di S. Benedetto di Salerno). Dunque, rileggendo e traducendo correttamente la frase contenuta nel ‘Chronicon’ dell’Annalista Salernitano, nell’anno 825, moriva il papa Pasquale I e pure ‘Adulfhus Prepositus’ (Adolfo), suo preposto alla Badia di S. Benedetto di Salerno, che verrà sostituito da Aliprando de Bussentio. Cerchiamo di capire chi era questo “Adulphus” che alla sua morte fu sostituito dal monaco di Bussento Aliprando e a quale abbazia di Salerno si riferisse l’Annalista Salernitano. In primo luogo l”Annalista Salernitano’ riferendosi agli anni che vanno dall”825, in cui muore papa Pasquale I. Come abbiamo potuto leggere dall’Annalista Salernitano è chiaramente citato questo “Aleprand de Busentio” ma non è chiaro in quale monastero egli divenne Abate dopo la morte dell’abate Adulphus”. Abbiamo pure visto che, trattandosi di un chronicon medioevale che racconta la storia del monastero di S. Benedetto di Salerno, il Di Meo (…) confermava la notizia poi in seguito data dal Gaetani di un “Aliprando de Bussentio”. Ma vediamo ora tra gli autori che ci parlarono dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno vi fossero degli accenni a questi due Abati: ‘Adulphus’ e ‘Aliprando’. Si trattava del monastero ormai da secoli scomparso di S. Benedetto a Salerno ?. Vediamo ora cosa scriveva Antonio Balducci (….), nel suo “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” pubblicata in ‘Rassegna Storica Salernitana’, serie XXIX, anno 1968. Il Balducci parlando delle origini dell’abbazia di S. Benedetto di Salerno, parlando della “3. Serie cronologica degli abbati di S. Benedetto”, a p. 27, dopo aver parlato di un primo Abbate detto Guibaldo per l’anno 794, in proposito scriveva che: “Sempre sulla falsariga del Di Meo (5) Sinno pone all’anno 820 un Adolfo, preposito del nostro monastero, dicendo che a questi venne affidata l’amministrazione dei beni dati all’ospedale di S. Massimo da un tale Adelmo, arciprete di Salerno, del quale Adolfo era zio (6). E’ difficile, per non dire impossibile, accettare questa notizia data dal Pratilli e ripetuta per vera dal Di Meo e dal Sinno, quanto si abbia presente l’inoppugnabile documento del C.D.C. (7) dell’anno 868 in cui si legge ecc…”. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A. Sinno, Vicende dei Benedettini….in Salerno, in “Arch. St. Prov. di Salerno”, 1924, fasc. I-II, p. 69.”. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A. Di Meo, Annali Crit. Diplom., Napoli, 1797, III, 310, n. 5. “. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) l. c., p. 65. “. Dunque, il Balducci (….) citava il saggio di Andrea Sinno (….): “Vicende dei Benedettini e di S. Massimo in Salerno”. Il Balducci opina più volte sull’assunto del Sinno affermando che egli scrisse sulla falsariga di Di Meo (….) che pure viene più volte chiamato in causa. Riguardo queste notizie riferite dal Di Meo e confermate dal Sinno, Antonio Balducci (….), nel suo “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” pubblicata in ‘Rassegna Storica Salernitana’, serie XXIX, anno 1968, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: E’ difficile, per non dire impossibile, accettare questa notizia data dal Pratilli e ripetuta per vera dal Di Meo e dal Sinno, quando si abbia presente l’inoppugnabile documento del C.D.C. (7) dell’anno 868 in cui si legge che Guaiferio principe, figlio di Daiferio, dopo aver fondata la chiesa di S. Massimo, ecc…ecc…E’ poi assai dubbia l’affermazione che l’affermazione che l’amministrazione dei beni fosse stata affidata ad un altrimenti sconosciuto Adolfo, preposito di S. Benedetto nell’anno 820.”. Dunque il Balducci non solo negava l’esistenza dei Adelmo, Adolfo e non parla mai di Aliprando di Bussento. Pare che il Balducci abbagliato dal fatto che riteneva false le affermazioni e le notizie conteute nel ‘Chronicon Cavense’ dell”Annalista Salernitano’, non prende proprio in considerazione la notizia di un Aliprando de Busentio. Solo a p. 30, il Balducci continuando il suo racconto sulla cronologia degli Abati di S. Benedetto in proposito scriveva che: “…, ricordiamo che indubbiamente nell’868, a capo del nostro monastero vi era un vero ‘abbate’, sebbene ne ignoriamo il nome, e non un preposito, ciò che indica autonomia ed indipendenza da altro monastero.”. Dunque, il Balducci riconosce che nell’anno 868 vi era un abbate di cui però dice “ne ignoriamo il nome” eppure l”Annalista Salernitano lo dice chiaramente essere ‘Aliprando de Bussentio’. Infatti, se Aliprando diventerà Abate del Monastero di S. Benedetto nell’anno ‘824 o ‘825, alla giovane sua età, significa che nell’anno ‘868 come scrive il Balducci, Aliprando avrebbe retto il Monastero per altri 40 anni. Non mi pare improbabile che questo sia accaduto. Il Balducci, dopo aver detto di questo fantomatico abbate nell’anno ‘868 salta poi agli anni 941-954 a p. 31. Il Sinno (….), sulla scorta del Di Meo non parla di questo monaco ‘Aliprando de Bussentio’ ma parla di “Adulphus”. La figura del “Preposito” (Preposto) “Adulphus” è importante per il collegamento temporale a quella di “Aliprand de Busentio” (così detto nella traduzione del Pratilli (….), dell’Annalista Salernitano. Andrea Sinno (….), sulla scorta del Di Meo (….), a p. 65 (e non p. 69 come scrive il Balducci) parlando dell’Ospedale di S. Massimo, nel suo capitolo: “6. Ospedale di S. Massimo” e, riferendosi all’anno ‘820, in proposito scriveva che: “L’Annalista di Salerno, nell’anno su indicato, ci dice: “Adelmo Arciprete di Salerno edificò in essa Città lo Spedale di S. Massimo vicino al nostro Monastero di S. Benedetto, a cui, per mano del Giudice Rotfredo, donò tutti i suoi beni e ne diede l’amministrazione ad Adolfo Preposito del Monastero di S. Benedetto, ch’era suo zio (1).”. Dunque, viene scritto che secondo il chronicon dell”Annalista Salernitano’, nell’anno ‘820, l’Arciprete di Salerno Adelmo donò tutti i suoi beni allo zio Adolfo che era il “Preposito” del Monastero di S. Benedeto di Salerno. Dunque, il Sinno (….) parlando del Monastero di S. Benedetto scriveva di questo preosito Adolfo che era zio di Adelmo. Il Pratilli (….), a p. 390, nella trascrizione del ‘Chronicon Cavense’ dell”Annalista Salernitano’, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A. potius 824. at Pagius, aliique evincunt.” (ma altri inconfutabili) e, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Il Gaetani (…), in proposito scriveva che: “‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Inoltre, il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. at Pagius, aliique evincunt.” (ma altri inconfutabili) e, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, riguardo la notizia del Pratilli di questo ‘Aliprando de Busentio’, a p. 390, vol. IV, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’”. Il Pratilli (….), nella sua nota (5) a quale “Busentio” si riferiva ? Forse si riferiva ad un Aliprando de Busentio’ riferendosi ad un ‘Busentio’ di Cosenza cioè in Provincia di Cosenza ?. Non credo sia probabile si trattasse di un ‘Aliprando’ proveniente da Bussento di Cosenza. A questo interrogativo ci viene incontro lo stesso Di Meo (….) che, continuando il suo racconto, contraddice il Pratilli (…), che aveva pubblicato il ‘Chronicon’ dell'”Annalista Salernitano”, non solo scriveva che: “Credo certo che il Trascrittore lesse 825 a 824.”, ma, riguardo a ciò che aveva scritto il Pratilli (…) aggiungeva pure che: “Il Pratillo, interpreta ‘Cosentia’ per ‘Busentio’, ecc..ecc..”. Il Di Meo (…), aggiunge che: “ma dovea sapere almeno da Livio e, da Strabone, la famosa Città Bussento dopo Palinuro nella Lucania, che nel 499, e 504, avea Vescovo ‘Rustico’ che, nel 592 secondo S. Gregorio (Ep. 43., al. 29., Ind. IO) era Chiesa Vescovile, ma allora Sede vacante; e nel 649 avea Vescovo ‘Sabbazio’.”. Dunque, il Di Meo, contrariamente a quanto credeva il Pratilli, scriveva che l”Aliprand de Busentio‘, citato nel ‘Chronicon’ dell’“Annalista Salernitano”, non fosse Cosenza, come credeva Pratilli, ma si trattasse di Policastro Bussentino, l’antica Buxentum. Dunque, anche il Di Meo (….) opinò sulla nota (5) del Pellegrino (….) che pubblicava il ‘chronicon Cavense’ dell’Annalista Salernitano. Dunque, riguardo l’antico monastero di S. Benedetto di Salerno a cui si riferiva la citazione del Gaetani (….) confermata essere dal Di Meo (….) essere il monastero di S. Benedetto di Salerno (come vedremo). Così il Di Meo, oltre a confermare la notizia citata dal Gaetani di un “Aleprand de Busentio”, ci parla anche della sede vescovile di Policastro Bussentino (all’epoca ‘Buxentum’), e ci dice di alcuni Vescovi presenti nei diversi Concili.

Il Monastero e poi Abbazia di S. Benedetto a Salerno

La chiesa di San Benedetto si trova nell’omonima via San Benedetto a Salerno e faceva parte del monastero benedettino (ora adibito a caserma), ad esso era collegato un imponente acquedotto, le cui tracce più evidenti sono ancora visibili in via Arce e costruito, secondo la leggenda popolare, dal mago salernitano Pietro Barliario in una sola notte e con l’aiuto dei diavoli, da ciò deriva la sua denominazione di “Ponti del Diavolo”. Oggi una parte del monastero ospita il Circolo Unificato di presidio Militare e il Museo Archeologico Provinciale. La prima notizia dell’ esistenza risale all’868, quando vengono citati in un atto giuridico che attribuiva alcune terre al convento. Non si sa chi sia il fondatore: secondo alcuni la chiea era già esistente in epoca paleocristiana, ma appare più verosimile che ad edificarla fosse stato Arechi II o il figlio Grimoaldo III alla fine dell’VIII secolo. L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Nell’884 il monastero, distrutto dalle scorrerie dei Saraceni, venne ricostruito dall’abate Angelario ed in poco tempo divenne punto di riferimento per il mondo religioso dell’Italia Meridionale. Sull’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq.”. Infatti, un altro autore che ci parlò della frase dell’Annalista Salernitano, citato dal Di Meo (…), è stato il sacerdote Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  a p. 35, del suo vol. I, che, riguardo il monastero o cenobio basiliano, in seguito diventata abbazia benedettina, di S. Benedetto a Salerno, nella sua nota (2) di p. 35, vol. I, postillava che: “(2) Le memorie relative alla fondazione ed alle vicende del detto monastero si trovano raccolte in un opera di cui si leggono in fronte queste parole: “Collectum per Petrum de Salernum Cancellarium, et Girbertum Archivarium sub. P. Abbate”. Il Pratillo la distingue col nome di cronaca cavense ma il Padre De Meo, riflettendo che quasi tutta l’opera fu combinata in esso Monastero di Salerno, pretende doversi allo scrittore della medesima darsi piuttosto la caratteristica di Annalista Salernitano.”. Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana’, citato anche dal Crisci e Campagna (…), a p. 33 e sgg. del suo vol. I, ci parla del Monastero di S. Benedetto di Salerno ed in proposito, sulla scorta dell”“Annalista Salernitano”. Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  nel suo vol. I, a pp. 34-35 parlando delle munifiche donazioni che il figlio del fu Tatone o Tettone al tempo di Carlo Magno e di Pipino figlio di Carlo: “…, a fine di soddisfare alla Divina Giustizia per le sue peccata, fè larga donazione di beni alla chiesa di S. Benedetto edificata sotto Benevento, e largì al suddetto sacro cenobio, e per esso a Gisolfo Abbate di Montecassino e successore di Teodemaro (da cui esso Monistero di Salerno dipendeva), campi, prati, servi ed altri averi (1). Resti tuttavia qui a far notare, qual riguardo mostrasse pel sacro stabilimento di cui si parla, il suddetto Sovrano Longobardo. Si è già veduto di sopra, come di lui padre ed antecessore nel principato ornato avesse Salerno ecc… (2).”. Il Paesano (…), a p. 35, nella sua nota (1), postillava che: “(1) E’ tal donazione rapportata dal Gattola, con queste indicazioni: “Actum Benev. Anno IX. Pr. D. Grim. mens. Jan. V. Ind.”. Dunque, il Paesano (…), scriveva che le memorie e le notizie storiche sull’antica Abbazia benedettina di S. Benedetto, si trovano raccolte in un opera apocrifa che il Pratilli (…), chiamava “Chronicon Cavese”, che il Di Meo, giudicava essere più vicina all’“Annalista Salernitano”. I due studiosi Generoso Crisci e Angelo Campagna (…), nella loro ‘Salerno Sacra‘, nel capitolo dedicato ai Monasteri, a p. 387-388-389, ci parlano dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno, a cui si riferiva la citazione dell’“Annalista Salernitano”, che ci parlava di un ‘Aleprando de Busentio’. I due studiosi, a p. 377, in proposito scrivevano che: “S’ignora l’origine di questa celebre abbazia benedettina. Essa ha una parte importante nella storia religiosa e civile di Salerno. Fu centro luminoso di studi ai tempi dei Longobardi e dei Normanni (1). Il Cottineau (2) la dice fondata nel 793, restaurata nel sec. IX da Angelario, abate di Montecassino, alle cui dipendenze sarebbe stata messa da Gisulfo I, Principe di Salerno (946-977). Non sembra da escludersi l’ipotesi che ne sia stato fondatore Arechi II, già tanto benemerito di Salerno per l’erezione di S. Pietro a Corte (758-787). La prima notizia sicura è data dal Codice Diplomatico Cavese (3). Nell’atto costitutivo di S. Massimo dell’868, il fondatore Guaiferio prescrive che in caso di inadempienza, da parte degli eredi del Vescovo, di determinate condizioni “….volo ut veniat in potestate abbatis Sancti Benedicti” (4). E in un istrumento di vendita di terre in Salerno dello stesso anno è ancora ricordato “iuxta plateam a parte superioris monasterii S. Benedecti…” (5). Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”. L’ipotesi del Di Meo (7), che cioè fino al 931 fosse ‘prepositura’ alle dipendenze di Montecassino e in quest’anno elevata, sotto Guaimario II, ad ‘Abbazia’ indipendente, di cui, secondo il Paesano (8), primo Abbate sarebbe stato un Alfano, patrizio salernitano, non è suffragata da documenti. Pietro Diacono, nel ‘Chronicon Cassinese’ la dice “cella”, e Leone Ostiense “Abbazia” e chiama il superiore “Abate” e non “preposito” (1). Nel 938 è a capo di tutti i monasteri, chiese e celle dipendenti, del Principato di Salerno e delle Calabrie (2). Ecc…ecc..”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Kehr, 364”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, nella loro nota (2), postillavano che: “(2) Cottineau, Repertoire topo-bibliographique des Abbayes et prieures, Macon, 1939, v. 2; Di Meo, VIII, 9; Lubin, 352. G. Carucci, S. Gregorio VII, Salerno, 1885, 65, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto; A. Mazza, 65, ne fa risalire la fondazione all’anno 694 per volere di Cesario Console Patrizio Romano; A. Sinno, in “Archivio Storico per la Provincia di Salerno”, a. I, 1921, fasc. I, 30, nel 974.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (3), postillavano che: “(3) E. Giani, in “Rassegna Storica Salernitana”, 1959, 100, riporta senza citare però alcuna fonte, la seguente notizia: “21 agosto 803 Indolfo, Conte di Potenza, moriva a Salerno e prima di morire donò al Convento di S. Benedetto…il Casale di S. Donato. Nell’813 o 814 Ainolfo si recò a Roma per ottenere dal Papa la conferma del cenobio”.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (4), postillavano che: “(4) C.D.C., I, 79-82. In altro documento dell’882 si legge: “…..in praescripto loco iuxta platea a supra santo benedicto…” C.D.C., I, 110.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (5), postillavano che: “(5) Ind. Perg. Cav., 1, 63.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (6) postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (7), postillavano che: “(7) Di Meo, VIII, 9.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (8), postillavano che: “(8) Paesano, I, 58”. I due studiosi (…), a p. 389, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Chron. Casin., lib. 2, c. 69; ibid., lib. 3, c. 14; Lubin, 352; Codex Taxarum Camer. Apost.”. Dunque, i due studiosi, fanno una buona analisi sulle notizie storiche che riguardano l’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, ma della notizia di un ‘Aliprando de Busentio’, nessuna traccia. Essi ricordano che il Cottineau (…), fissò la sua fondazione nel 793 e non si esclude l’ipotesi che stia stata fondata da Arechi II. La prima notizia sicura è data dal ‘Codice Diplomatico Cavense’, in cui si fa riferimento ad una donazione avvenuta nell’803. Il ‘Chronicon Salernitanum’ riferisce che il monastero o l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Tuttavia, sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Lubin, p. 352. – Lancellotti Hist. Olivet. p. 351 sq. – Gattula Hist. abb. Cassinen. p. 219. – Di Meo Annali VII, 96. VIII 165 et pass. – Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq. – Morcaldi una bolla di Urbano II p. 127 sq.”. Ivi riporto di seguito la p. 219 del Gattula (…), dove parla del monastero di S. Bendetto a Salerno:

Gattula, p. 219

(Fig…) Gattula (…), p. 219

Sull’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Di Meo (…), nei suoi ‘Annali etc’, VII, p. 96, ci parla ancora del Monastero di S. Benedetto a Salerno ed in proposito scriveva che: ” 2. Contemporaneamente, come ci va dicendo l’Annalista di Salerno, ‘Pandone Conte di Laurino donò al nostro Monisterio della Cava la corte di S. Elia, e sue pertinenze, un molino nel rivo in Furari, un trapezzo (forse, trappeto) in Rota con suo Oliveto, detto, ecc…Il Pr. Guaiferio (1. Guaimario) assegnò al nostro Monistero, e al B. Alferio nuovi Cenobj, e delle Celle per tutto il principato, cb’ era stati distrutti dà Saraceni. Ma Guaiferio Maione, e Megenolfo, nipoti di detto Principe, occuparono il Monistero di S. Benedetto dentro Salerno per abitarvi, e ‘l Monastero di…..fu tolto dal Principe. Così il tanto famoso Monistero di S. Benedetto, Capo di tanti Monisteri, passò, ma per poco tempo, ad esser Palazzo dè laici. * Da quest’anno in poi, fino al 1085. non vi è alcun dubbio che la Chronaca egregia, additata dal Nostro col nome di ‘Annalista Salernitano’, fu scritta nella SS. Trinità della Cava. Ecc..”.

Cattura

(Fig…..) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco.

Le incursioni dei Saraceni ed i numerosi monasteri distrutti

Nicola Cilento (…), nel suo “Italia meridionale longobarda”, a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nele grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”. Il Chronicon Salernitanum’ riferisce che l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Avevamo già precedentemente scritto dei Vescovi di Bussento, ma ci pare singolare questo “Pando (977-979)”che Ebner (…), scrive sia un Vescovo che riguarda i restauri per la chiesa di Capaccio. Sappiamo che, in quegli anni, l’Episcopato Bussentino, dipendeva dall’Episcopato di Capaccio, e sappiamo pure che l’opera del cosidetto ‘Annalista Salernitano’, il ‘Chronicon Cavense’, fosse una falsificazione del Pratilli (…). Non sappiamo l’origine bibliografica della citazione di un “Pando”, che fa l’Ebner.

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(Fig….) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli.

L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.“. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, parlando dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”.” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobardi, furono i principali protagonisti. I due studiosi, dunque, traggono dal ‘Chronicon Salernitanum’, l’interessante notizia della distruzione dei Saraceni che nell’anno 884 e 886, distrussero Salerno e l’Abbazia benedettina di S. Benedetto. Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 122, in proposito scriveva che: “Molti anni passarono prima che i Longobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevan ben delle scorrerie (4) etc…”. Antonini, a pp. 124-125, continuando il suo racconto scriveva che: “Fu la Lucania sotto il dominio de’ Principi di Benevento di razza Longobarda fino all’anno DCCCXVI. specialmente la parte, che riguarda il mar Tirreno. Ricavasi ciò dal ‘Capitolare’ di Sicardo, ove al cap. 13. dando la pace a Giovanni Vescovo eletto di Napoli, ed ad Andrea Maestro de’ soldati, o sia Duce, dice: “Et hoe stetit etc…”. Ma poi, nel DCCCLI. allorchè seguì la famosa divisione di quel Principato; la maggior parte della nostra Regione toccò al Principe di Salerno, siccome si vede nel Capitolare di Radelchi, num. 9. onde falsissimo si manifesta (come in molti altri fatti è chiaro) etc…”. Antonini, continuando ancora il suo racconto sulla Lucania, da pp. 127 a p. 132, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli. Ma numero maggiore, nel DCCCXIV. ne fece venir dall’Africa, Romano, Imperador di Costantinopoli, per ridurre i Lucani, i Pugliesi ed i Calabresi, che gli negavano l’obbedienza, avendolo per un usurpatore: E sebbene dopo molti contratti riuscito gli fosse il disegno,  venne con tutto ciò di là a non molto tempo quasi ad annientarsi il Greco (I) dominio di quei luoghi. Biondo, nella etc….Fece più insolente questi barbari il favore che loro dava Lotario,  che quant’unque già da Lodovico suo padre fosse stato fin dall’anno DCCCXVII. associato all’Imperio, fu creduto uno dei maggiori nimici che l’Italia avesse avuto. Lo stesso Mabillon. Ann. Bened. lib. 38. non potè astenersi di dirlo: “Ille vero adeo etc….”.   E queste cose facevansi intorno all’anno DCCCXXXVI. Il maggior male che da questa nazione avesse allora l’Italia, fu l’aver mostrata ad altri della loro razza la via di venir a proprio talento; onde questa, onde questa parte di essa fu per anni e secoli Lacerata: ‘Saraceni de Africa in Apulia navigio singulis annis veniebant’, scrive ‘Oderico Vitale’, nel lib. 3, hist. Eccl. Né lo facevano solamente di loro voglia, ma spesso ancora dagli stessi Italiani chiamati, e poi tenuti (2) a proprio soldo, come fece Andrea Duca di Napoli, per servirsene contro Sicardo Principe di Benevento. Leggesi questo in Giovanni Diacono, nei ‘Vescovi di Napoli’ in Giovanni: Pro quibus commotus Andreas Dux, directo Apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit’. Nella guerra, ch’ebbe Arechi, o Radelchi Principe di Salerno con Siconolfo, ne fece venir degli altri, e:  ‘Totum non modo Principatum (son parole del Baronio all’anno DCCCXIII.) verum etiam Italiae Regnum dissentione sua, ferro, et igne per annos ferme triginta demoliti sunt’. Siconolfo, per aiutarsi, anch’egli ne chiamò di Spagna, altro considerabil numero, che stragi peggiori nella nostra lucania commisero. Di questi, e de’ danni da essi fatti, fa ‘Erchemperto’ nell’anno DCCCXLVIII. bastante menzione. La stima che gli Italiani di questi barbari facevano, li rese così insolenti, e superbi, che coniavano delle monete col di loro impronto etc…(p. 131). Talvolta non ve n’era alcuna a cagione di quel pagamento, che a loro si faceva, chiamato DACIUM dal ‘Monaco di S. Mercurio’; onde poi sorse venne l’Italiana parola Dazio, e significava presso a’ Saraceni quella contribuzione in denaro, che loro si pagava, per rendere un luogo immune dalle scorrerie, e dai saccheggiamenti;”.

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 non parla dell’anno 892 ma scrive che l’attacco a Paestum avvenne nella notte del 23 giugno 916. Il Camera, però a p. 130, introduce l’altra notizia che riguardava il ribat di Agropoli, ed i Saraceni, prima della strage del Garigliano:  I quali dopo tante gelosia, congiure, guerre ed esautorazioni scambievoli, rimasi indeboliti, fecero risoluzioni affatto disperate e barbare, con chiamare in soccorso i Saraceni, che non dovevan essere troppo viaggiare per giungere dalle coste dell’Africa o dalla Sicilia (vedi pag. 100). D’altronde, cosa poteva attendersi da quegli Infedeli che non conoscevano alcun vincolo morale…..Sempre avidi di preda e di conquista essi vi vennero assolutamente per rovir tutto: loro riuscendo di approfittarsi della debolezza dei Principi di quel tempo,…..Se si univano coi Salernitani, danneggiavano il territorio di Napoli e di Capua, e se si confederavano coi Napoletani, Benevento e Salerno erano rovinate dalle loro scorrerie: “Agareni omnia denudabunt. Et quando cum Salernitanis pacem inebant, Neapolitanos, Capuanosque graviter affligebant; et quando Neapolitanis pacem debant, urbem Salernitanam, seu Beneventanam hostiliter atterebant” (1).”. Il Camera a p. 130, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Anonymi Salernitani, Chronic., cap. 145.”.

Nel 832, Sicardo, Principe longobardo del Principato di Benevento

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 79, riferendosi alla morte di Sicone, in proposito scriveva che: Gli successe il figlio Sicardo, che, continuando le ostilità contro i territori bizantini, isolati e mancanti di aiuti dall’Oriente, dove l’imperatore Teofilo era costretto a difendersi da Bulgari e Musulmani, costrinse Napoli ad un tributo, occupò i litorali di Stabia e di Torre, depredò la costiera amalfitana e conquistò facilmente Amalfi, dalla quale moltissimi cittadini furono condotti a Salerno: “nell’intento di fare della stessa Amalfi un sobborgo di Salerno”, come dice il Cronista Salernitano (1).”. Il Cantalupo, a p. 77, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Chronicon Saler., cit., p. 73”. Il Cantalupo, a p. 72, nella sua nota (1) postillava che: “(1) U. WESTEMBERGH nella sua edizione critica del ‘Chronicon Salernitanum’ (A critical Edition with Studies on Literary and Historical Soruces and on Language, by Ulla Westembergh, Stockholm, 1956, in Studia Latina Stockholmiensia, III ,pp. 85 sg. ecc..”. Da Wikipedia leggiamo che Sicardo (… – 839) è stato un principe longobardo, principe di Benevento dall’832. Sicardo fu il figlio e successore di Sicone I di Benevento, diventando l’ultimo sovrano del principato beneventano prima che avvenisse la definitiva separazione dal dominio di Salerno. Una breve riunificazione si ebbe solo sotto Pandolfo Testadiferro dal 977 al 981. Durante il suo regno, dapprima esiliò il fratello maggiore Siconolfo a Taranto costringendolo al sacerdozio, poi combatté ripetutamente contro i Saraceni e le città vicine, specialmente contro Sorrento, Napoli e Amalfi, e rappresentò la massima potenza economica e militare di tutta l’Italia meridionale.

Nell’836, il duca di Napoli Andrea chiamò i Saraceni dell’isola di Licosa

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 77-78, in proposito scriveva che: Il duca di Napoli Andrea (834-840), di fronte al pericolo rappresentato dalle rinnovate mire espansionistiche del principato beneventano, che ormai minacciava l’estrema sopravvivenza della sua città, fu costretto, mancandogli la possibilità di ricorrere ai Bizantini d’Oriente o ai Franchi, a chiedere aiuto ai Saraceni di Sicilia: “…..pro quibus commotus Andreas dux, directo apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit (3). L’intervento degli Arabi indusse Sicardo alla pace, che venne stipulata con un Capitolare il 4 luglio dell’836 (1). Il testo di questo trattato merita particolare attenzione, in quanto Sicardo, pur riconoscendo ai Napoletani piena libertà di traffici nel territorio longobardo, si premurava di puntualizzare: “…e ciò sia, purchè da ora in poi per qualsivolglia circostanza le vostre navi non si trattengano nelle zone della Lucania o dovunque entro i nostri confini…….Considerato che…ecc…ecc…; poichè l’area costiera della Lucania Occidentale, “in finibus nostris”, che Sicardo intendeva preservare non può essere che quella fra l’Alento e punta Licosa, essendo il restante litorale da Licosa al fiume Solofrone certamente controllato dai Bizantini di Agropoli e dal Solofrone al Sele privo, allora, di approdi confacenti all’ancoraggio di navi, si può concludere, mettendo tutto ciò in relazione con la sicura notizia che gli Arabi erano annidati alla Licosa nell’846 (2), che il presente brano costituisce un’indiretta testimonianza della presenza dei Saraceni alla Licosa già nell’836. Che i Napoletani abbiano potuto favorire un’insediamento di Arabi in questa località si comprende facilmente, ove si consideri che si liberavano da pericolosi vicini pur tenendoli a portata di mano, stanziati su di na terra di frontiera, dove, per di più, fungevano da forza deterrente contro la crescente minaccia longobarda. Napoli riusciva a respirare! ma aveva aperto le porte dell’Italia centro meridionale ai predoni più feroci che avessero fino ad allora solcato i nostri mari e, cosa ben più grave, aveva introdotto e sancito per i Cristiani l’uso di lanciarsi contro l’un l’altro crudeli bande di mercenari saraceni. Dal loro covo legalizzato della Licosa gli Arabi, a loro volta, ebbero tutto l’agio di osservare da vicino l’evolversi degli avvenimenti….”. Il Cantalupo, a p. 77, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giovanni Diacono, ‘Gesta Episcoporum Neapolitanorum’, in M.G.H., SS. RR. LL. et Ital., cit., c. 57, 431.”.

Nell’836-837 (IX sec. d.C.), la guerra tra Sicardo ed Andrea II, duca di Napoli che chiamò i Saraceni della Licosa

La guerra tuttavia continuò lo stesso e nell’837 si aggiunse il duca Andrea II di Napoli, che per la prima volta chiamò in suo aiuto i Saraceni, dando inizio ad una “tradizione” seguita da molti altri principi cristiani. Nell’838 riuscì inoltre a sottomettere Amalfi attaccandola dal mare, e ne deportò parecchi abitanti a Salerno. Malgrado l’attitudine alla guerra, Sicardo fu anche un alacre patrocinatore di nuove costruzioni. A lui si deve l’edificazione di una nuova chiesa a Benevento, che egli volle valorizzare facendola sede delle reliquie di San Bartolomeo, appositamente trafugate ai Saraceni grazie all’ingaggio di alcuni mercanti amalfitani. Dopo la presa di Amalfi si impossessò anche delle reliquie di Santa Trofimena, riportate di recente alla loro sede originaria da Minori. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 77, riferendosi al principe beneventano e longobardo Sicardo, in proposito scriveva che: Il duca di Napoli Andrea (834-840), di fronte al pericolo rappresentato dalle rinnovate mire espansionistiche del principato beneventano, che ormai minacciava l’estrema sopravvivenza della sua città, fu costretto, mancandogli la possibilità di ricorrere ai Bizantini d’Oriente o ai Franchi, a chiedere aiuto ai Saraceni di Sicilia: “…..pro quibus commotus Andreas dux, directo apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit (3). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 77, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giovanni Diacono, ‘Gesta Episcoporum Neapolitanorum’, in M.G.H., SS. RR. LL. et Ital., cit., c. 57, 431.”. Il testo citato dal Cantalupo, il chronicon di Giovanni Diacono è contenuto e pubblicato nel testo di Monumenta Germanica Hitalicarum. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 78, riferendosi al principe beneventano e longobardo Sicardo, in proposito scriveva che: “…..si può concludere, mettendo tutto ciò in relazione con la sicura notizia che gli Arabi erano annidati alla Licosa nell’846 (2), che il presente brano costituisce un’indiretta testimonianza della presenza dei Saraceni alla Licosa già nell’836. Che i Napoletani abbiano potuto favorire un’insediamento di Arabi in questa località si comprende facilmente, ove si consideri che si liberavano da pericolosi vicini pur tenendoli a portata di mano, stanziati su di na terra di frontiera, dove, per di più, fungevano da forza deterrente contro la crescente minaccia longobarda. Napoli riusciva a respirare! ma aveva aperto le porte dell’Italia centro meridionale ai predoni più feroci che avessero fino ad allora solcato i nostri mari e, cosa ben più grave, aveva introdotto e sancito per i Cristiani l’uso di lanciarsi contro l’un l’altro crudeli bande di mercenari saraceni. Dal loro covo legalizzato della Licosa gli Arabi, a loro volta, ebbero tutto l’agio di osservare da vicino l’evolversi degli avvenimenti….”. Il Cantalupo, nella sua nota (1) si riferiva al “Pactum Sicardi”, citato nel chronicon di Giovanni Diacono (….) e pubblicato  nel testo di Monumenta Germanica Hitalicarum. Il Cantalupo, a p. 78, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi p. 80 ed, ibidem, n. 2.”. Infatti, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 79-80, in proposito scriveva che: “Nell’836, come abbiamo visto, il duca napoletano Andrea si era servito dei Saraceni per stornare dalle sue terre la minaccia di Sicardo di Benevento, dando ad essi la possibilità di insediarsi a Punta Licosa ed iniziando quei rapporti con gli arabi di Sicilia che avrebbero giovato poi allo sviluppo della potenza marinara di Napoli. L’occasione per porre un durevole stanziamento sulla terraferma fu, però, offerta ai Musulmani dalle lotte civili che scoppiarono all’interno del principato beneventano nell’839, all’indomani dell’uccisione di Sicardo, perito in una congiura promossa dal suo tesoriere Radelchi, che si impadronì del potere. Ecc..”.

Nel 840, i Saraceni in Calabria ed i loro Emirati

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 80, in proposito scriveva che: “…..ne approfitto nell’839 Amalfi per rendersi indipendente dal giogo beneventano, ne approfittarono nell’840 i Saraceni di Sicilia, che, rinforzati da Africani e da Cretesi, corsero saccheggiando le coste dello Ionio e la Puglia, occuparono Taranto, distrussero una flotta veneziana inviata contro di loro dall’imperatore bizantino Teofilo (829-842), penetrarono nell’Adriatico e giunsero fino ad Ancona ed alle isole della Dalmazia. Nello stesso anno altre bande musulmane invasero la Calabria ed occuparono S. Severina, Tropea ed Amantea, che divenne sede di un Emiro. Radelchi, nell’841 assoldò una banda di questi predoni provenienti dalla Libia, condotti dal berbero Hablah ad Halfun, la cui prima impresa fu quella di strappare Bari allo stesso Radelchi. Ecc..”Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu il secolo delle più feroci devastazioni nel sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Tropea, Santa Severina e, a Nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Sichenolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e di Sicilia; Sichenolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Ecc..“. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86) postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse un ricordo, venera “Santo Foca”.

Nel 841, i Saraceni a punta Licosa e poi si trasferirono ad Agropoli

Pietro Ebner (….), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 23-24, parlando del porto di Salerno, in proposito scriveva che: “5…..E nel mondo islamico Salerno, forse più Amalfi, era nota prima dell’841, quando i Saraceni, “pestis agarena”, impresero a correre il Mezzogiorno d’Italia per trarre schiavi, donne e bottino. Annidatisi al Garigliano e ad Agropoli (55), ne partivano per frequenti razzie nei dintorni, lasciando poi tracce del loro passaggio etc…”. Ebner, a p. 24, nella nota (55) postillava: “(55) V. Cilento, cit., p. 148 sgg., p. 163, p. 175 sgg. e p. I. Etc…”. Ebner citando “Cilento” si riferiva a Nicola Cilento ed a p. 14, nella nota (24) postillava: “(24) Cilento Nicola, Italia meridionale longobarda, Napoli, 1966.”. Anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Sichenolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e di Sicilia; Sichenolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Ecc..“.

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando delle Diocesi e clero dopo il mille, a p. 47, in proposito scriveva che: “Circa la data del trasferimento della sede diocesana da Paestum a Capaccio si fanno varie ipotesi, come quella ad esempio del Gatta (1) che la colloca tra l’877-882 epoca in cui visse Giovanni VIII (872-882), o il Gams quando afferma: “930 diruta Paestum, sedes traslata est (Cathedral S. Maria Maggiore)”(2). Una cosa è certa, i “saraceni agropolitani” di cui parlano le Cronache avevano razziato anche la pianura pestana: “omnia denudabant (…e) per iuga moncium degebant omniaque demoliebant” e “per Beneventum Salernitanasque fines peragrant”(3). Nella notte di S. Giovanni del 892 i musulmani di Sicilia pare abbiano assalito Paestum devastandolo e incendiandolo. Essi si fermarono a Licosa, secondo Erchemperto (v. G. Diacono “Licosa latitabant”) e poi ad Agropoli, importante osservatorio geografico proiettato sul golfo salernitano. E’ presumibile che sotto il loro incalzare le popolazioni abbandonassero la pianura per rifugiarsi in zona più tranquilla e ciò anche in considerazione del fatto che Paestum aveva perduto la sua originaria fertilità a causa soprattutto degli acquitrini defluiti dal degrado del fiume Salso ricordato tra l’altro da Strabone (5).”. Ebner, a p. 47, vol. I, nella nota (1) postillava: “(1) C. Gatta, Memorie topografice-storiche della provincia di lucania, Napoli, 1732, p. 267.”. Ebner, a p. 47, vol. I, nella nota (2) postillava: “(2) Chronicon saler. cit., par. 42 e 94.”.

Nel 842, Siconolfo ed i Saraceni

Fra Radelchi e Siconolfo scoppiò una lunga e accesa guerra che portò all’intervento armato in Italia dei mercenari musulmani. Fu infatti Radelchi il primo a chiamare in proprio soccorso i Saraceni nell’841, seguito poi dallo stesso Siconolfo che fece altrettanto contro il suo rivale, al quale inflisse nell’843 una pesante sconfitta alle Forche Caudine. La guerra per la successione durò oltre dieci anni, durante i quali i saraceni seminarono ovunque devastazioni, assalendo e depredando molte chiese. Riguardo i Saraceni, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 80, in proposito scriveva che: “Siconolfo, a sua volta, nell’842 chiamò al suo servizio un altro contingente di predoni, oriundi di Spagna e rifugiati a Creta, condotti da un certo Apolaffar. La lotta arse furiosa e i Saraceni, in appoggio dell’una e dell’altra fazione ma, principalmente a danno di entrambe, approfittarono dell’anarchia dello Stato Beneventano per porsi in pianta stabile a Salerno ed a Benevento, dove, col pretesto di proteggerli taglieggiavano i principi, vessavano le popolazioni, saccheggiavano monasteri e chiese, ed agivano da veri padroni del paese. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Sichenolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e di Sicilia; Sichenolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Ecc..“.

L’Isola di Licosa

Licosa è una frazione del Comune di Castellabate in Provincia di Salerno, costituita da un promontorio denominato Enipeo da Licofrone o Posidio da Strabone che ospita un vasto parco forestale di macchia mediterranea. Come si può vedere dall’immagine di Fig. 4, l’isolotto ha la classica forma della mezza Luna che è stato da sempre il simbolo degli Arabi Musulmani. Il nome deriva dal greco Leukosia (Λευκωσία, pron. lefkosía in greco moderno) che significa “bianca”, e la leggenda vuole che Leukosia sia una delle tre sirene che Ulisse incontrò nel suo viaggio, nell’Odissea omerica. Il toponimo è quindi strettamente correlato con quello della capitale cipriota Nicosia (Lefkosía in greco, Lefkoşa in turco) e, con quello del comune Siciliano di Nicosia. Nell‘846 Licosa fu roccaforte di pirati Saraceni, che furono sconfitti proprio nella decisiva ‘battaglia di Licosa‘ da una coalizione di poteri locali che comprendeva tutti i soggetti danneggiati dalle incursioni musulmane: il Ducato di Napoli, il Ducato di Amalfi, il Ducato di Gaeta e il Ducato di Sorrento. Nel 1028 i Saraceni furono scacciati dalla zona definitivamente dal principe Guaimario III di Salerno. In proposito dell’isola di Licosa, Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “nè le tradizioni intorno a ‘Molpa’, sita forse ad un paio di chilometri da Palinuro, nè quelle intorno a Leucosia (4), anche a non tener conto d’alltro che dell’onomastica certamente greca, debbono esser ritenute in tutto prove di fondamento (1)….Etc…”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (4) postillava che: “(4) Plin. N. H., III, 7; “contra Paestanum sinum Leucosia est, a Sirene ibi sepulta nominata”, e Stabone. Geog. VI, 252, traducendo dalla citata ediz.: “di quì (da Pesto) a chi naviga, viene innanzi, a breve distanza dal continente, l’isola Leucosia, così nominata da una delle Sirene, la quale fu gettata in quel luogo, quando quelle si precipitarono nel mare profondo” e Dionigi di Alicarnasso, Antichità romana, (ed. Kiessling e Prou, Parigi 1886), al lib. I dice che Leucosia era cugina di Enea e morì nell’isolotto che è di rimpetto alla punta detta oggi di Licosa.”. Il Carucci, a p. 46, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Champault, op. cit., cerca di determinare le terre toccate da Ulisse nella sua perigrinazione e dimostra che la spiaggia delle Sirene deve ricercarsi presso Punta Licosa e non nelle isolette Sirenuse presso la punta della Campanella. Nè è scarsa di valore la denominazione di un luogo presso Licosa – Teresino – che, anche nella tradizione popolare, significa ‘tre sirene’.”. Il Carucci, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Champault, Pheniciens et Grecs en Italie d’auprès l’Odyssée, Paris, Leoroux, 1896.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Licosa, a p. 114, in proposito scriveva che: “Il toponimo richiama la leggenda delle sirene (1), una delle tre (Partenope, poi eponima di Napoli, Leucosia e Ligea) che diede nome all’isoletta (2) davanti a Punta Licosa (oggi, poche case) l’antico promontorio Enipeo di Licofrone (3) e Posidio per Strabone (4).”. Ebner, a p. 114, nella nota (1) postillava: “(1) Divinità ctonie, benevoli se si riusciva a placarle, che ammaliavano con il loro dolcissimo canto (Odissea, XIV) i naviganti sulle coste dell’Italia meridionale (Sirenuse: isolette di Licosa, S. Pietro e Galletta).”. Ebner, a p. 114, nella nota (2) postillava: “(2) Isola, della sirena: Licofrone 223; Strabone, VI, 252; Pseudo Aristot., de adm. ausc., II, 103; Ovidio, Metam., XIV, 708; Silio Ital., VIII, 578; Stefano, s.v.; Eustat., 177 (in Dion. Per.). Detta “isola piana”, Corcia cit., II, p. 47; Riccio Enea: Dionigi D’Alic., I, 53; Solino, II, 13, per cui il nome dell’isola.”. Ebner, a p. 114, nella nota (3) postillava: “(3) Licofrone, Cass., V, 722”. Ebner, a p. 114, nella nota (4) postillava: “(4) Strabone, VI, 252, la oppose a quello delle Sirene col quale delimita il golfo Posidoniate.”. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a pp. 143-144, parlando della Marina di Leucosia, in proposito scriveva che: “A breve distanza spunta dall’infido elemento la celebre isoletta della bianca Sirena Leucosia (3), pretesa cugina di Enea, quivi, come si vuole, sepolta (4). Quest’isoletta è oggi unita al continente.”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (3) postillava: “(3) Giustamente Apollonio, nel VI dell’Argonautica, seguendo Omero, ‘Florida e fertile’ chiama quest’isola…”Est insula protinus illis ‘Fertilis’, aspectu et ‘Florens’, calvere canorae Sirenes illam, proles Acheloia”.”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (4) postillava: “(4) Contra paestanum sinum Leucosia est, a Sirena ibi sepulta appellata (Plin. lib. III, cap. 7) – Festo però crede di essere stata l’isola così detta da una cugina di Enea a nome ‘Leucosia’, quivi sepolta.”.

isolotto di Leucosia

(Fig…..) Isola Licosa

sicilia idrisi 2

(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi

Nel 846, i Saraceni e la battaglia navale di Licosa

Da Wikipedia leggiamo che la battaglia navale di Licosa, combattuta nell’anno 846 presso l’omonimo promontorio, oppose ai Saraceni una coalizione di ducati indipendenti del Meridione d’Italia, ispirata e guidata dal Duca di Napoli Sergio I. Dell’alleanza facevano parte alcuni di quei soggetti politici la cui spiccata propensione marittima era minacciata dai danni subiti a causa delle incursioni saracene: oltre al Ducato bizantino di Napoli, essa comprendeva le potenze marinare di Amalfi, Gaeta e Sorrento. La battaglia che si combatté a Punta Licosa nell’846 non fu un evento isolato: essa costituiva l’atto conclusivo di una campagna navale iniziata nella primavera di quello stesso anno, con la quale si voleva rendere più sicura la navigazione nelle rotte navali dai porti del mar Tirreno, minacciata dalle scorrerie dei pirati musulmani, le cui basi erano nei numerosi covi presenti sulla costa. Tra i rifugi in cui erano insediati i pirati, vi era, nell’attuale Cilento, quello su Punta Licosa, considerato la loro roccaforte in Campania. Prima di puntare su Licosa, l’alleanza aveva già riconquistato l’isola di Ponza, caduta in possesso dei Saraceni nello scorcio iniziale di quello stesso anno. Lo scontro si concluse con il successo della coalizione dei ducati campani, a cui fecero seguito altre vittoriose iniziative navali che videro sempre protagoniste le potenze marinare di Amalfi, Gaeta, Napoli e Sorrento. Le campagne militari si susseguirono a più riprese fino all’849, anno della storica Battaglia di Ostia. Nonostante le vittorie della coalizione anti-saracena, gli effetti sortiti dalle campagne militari non furono definitivi: infatti, già nell’851 si registrava in Campania una ripresa e una recrudescenza delle azioni di pirateria, favorite dalle tradizionali e mai sopite rivalità che opponevano i soggetti politici dell’Italia meridionale e della Langobardia Minor. Queste divisioni storiche, nella migliore delle ipotesi, impedivano l’unità di intenti necessaria per sconfiggere in modo definitivo il fenomeno piratesco. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “I Saraceni avevano visitato più volte la costa del Cilento. Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6). Perciò Amalfi, Napoli, Gaeta e Sorrento, allo scopo di stabilire una massiccia opposizione ai continui attacchi e alle frequenti razzie dei barbareschi, avevano stretto una Lega tra di loro. Fu proprio in forza di questa alleanza che i Saraceni poterono essere snidati a Punta Licosa, dove si erano arroccati nell’anno 845 (7). Cacciati da qui, ….etc…”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella nota (7) postillava: “(7) HIRSCH F. – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Orlando G., op. cit., pag. 317. Lo storico nocerino parla di un’altra alleanza tra i principi di Capua e di Salerno, i duchi di Gaeta, di Napoli e di Amalfi, con l’aiuto del naviglio dei Greci, alleanza che, nell’anno 914, valse a sconfiggere i Saraceni al Garigliano, la loro ordinaria dimora e, adesso, loro ultimo rifugio. Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiato neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco cosa si trova scritto in Orlando, op. cit., pag. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, in ista terra regressus fuerit, etc…(S. Massimo di Salerno).”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141. Il Vassalluzzo citava G. Orlando (….), ovvero Orlando Gennaro (….) ed il suo “Storia di Nocera de’ Pagani”, vol. I, Napoli, 1884, p. 317. Riguardo al testo di Nicola Cilento (….), il Vassalluzzo, a p. 29, nella nota (5) postillava: “(5) Cilento N., Italia meridionale longobarda, Milano, Napoli, pag. 184.”. Nicola Cilento (….), ha scritto sui Saraceni, nel 1959 e, pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Licosa, a p. 114, in proposito scriveva che: “G. Diacono (5), nella sua ‘Cronaca’, ricorda che nell’anno 845 una spedizione araba assalì le isole di Ponza e di Licosa a cui seguì la spedizione del duca napoletano Sergio.”. Ebner, a p. 114, nella nota (5) postillava: “(5) G. Diacono, Chronic. episc. neap., I, p. 315. Cfr. Amari, Storia cit., I, p. 364.”. Ebner citando “G. Diacono” si riferiva al chronicon di Giovanni Diacono. Da Wikipedia leggiamo che Sergio I di Napoli (… – Napoli, 864) fu duca di Napoli dall’840 all’864. Il terzo figlio maschio, Cesario, fu protagonista della Battaglia di Ostia (849) come comandante della flotta napoletana. Michele Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, Le Monnier, 1854, Vol. I, p. 364, in proposito scriveva che: “Con novello furore i musulmani assalirono l’Italia meridionale l’ottocento quarantasei. Insuperbiti per aver tagliato a pezzi l’esercito bizantino (a. 845) in Sicilia, spinsero gli assalti con evidente unità di disegno, le forze della colonia siciliana e dell’Africa. Le prime si mostrarono a un tempo sul mare Ionio e sul Tirreno: da una parte nevevano grosso presidio a Taranto (1), dall’altro si afforzavano al capo della Licosa che termina a mezzodì il golfo di Salerno; e occupavano Ponza, nè curavansi ormai se spiacesse ai Napoletani. Perchè, non temendosi più i Bizantini, e non contandovi per anco le bandiere di Pisa e di Genova, signoreggiavano quel mare la confederazione di Napoli e la colonia di Palermo, con forze non disuguali, con interessi comuni e interessi contrari: fieri amici che avean riguardo, non paura l’un dell’altro; tenean la mano all’elsa della spada, e talvolta la sguainavano, ma presto tornavano in pace. Dopo la presa di Ponza, Sergio console di Napoli vi approdò con le sue navi e quelle di Gaeta, Amalfi e Sorrento; scacciò i Musulmani da quell’isola e dalla Licosa. Rifuggitisi in Palermo, i Musulmani tornarono con più forte armata, occuparono il castel di Miseno si presso a Napoli (2), e pur non furon sturbati.”. Amari, a p. 364, nella nota (1) postillava: “(1) Ibd- el- Athir nel capitolo “Delle guerre dei Musulmani in Sicilia” Ms. A, tomo II, fog. 2 e MS. C., tomo IV, fog. 212 recto, dopo la presa di Lentini scrive: “……….etc… Non esito ad aggiungere una r e a leggere Tàrant, corrispondendo tutti gli altri elementi etc…”. Amari, a p. 364, nella nota (2) postillava: “(2) Johannis Diaconi, Chronicon Episcopum Sanctae Neapolitanae Ecclesiae, presso il Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 315; dal quale è superfluo dire che ho tolto i soli avvenimenti, non le riflessioni ch’io ne traggo. Il cronista narra in continuazione l’assalto di Roma, ed io non so perchè il Muratori negli Annali abbia rierito le fazioni di Ponza all’845.”. L’Amari, prosegue il suo racconto parlando della battaglia di Ostia, dove fu protagonista nel 849, Cesario, il figlio del duca di Napoli Sergio I. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia”, a p. 67, in proposito scriveva che: “I coloni di Palermo, padroni ormai di mezza Sicilia e inorgogliti da una recente grande vittoria sui greci, nell’846 credettero poter solcare a loro posta il Tirreno, dove il papa non aveva navi e poche ne aveva il marchese di Toscana o di Lucca, scaduta Pisa dall’antica importanza nè ancora avviata alla nuova più famosa grandezza. Non presentate dalla riviera ligure che borgate aperte, prive ancora di attività marinaresca, quasi sole le bandiere di Gaeta, di Napoli, di Sorrento e di Amalfi si vedevano sventolare in quel mare. La navigazione musulmana per tanto a nord della Sicilia minacciava principalmente queste città; e tanto più appariva un’offesa ai napoletani, in quanto sin’allora eran corsi rapporti pacifici e di alleanza tra loro e gl’infedeli. Occupata da questi Licosa, sulla punta che chiude a mezzodì il golfo di Salerno, e fortificata al solito loro a base di ulteriori operazioni, veleggiavano verso settentrione: probabilmente devastarono un’altra volta Ischia, certo s’impadronirono di Ponza. Gaeta come Amalfi guiridicamente rimanevano tuttora membri del ducato napoletano, come questo restava membro del thema di Sicilia e parte dell’impero Orientale: Gaeta etc….”. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia”, a p. 68, in proposito scriveva che: “E il duca Sergio infatti condusse ai luoghi più infestati le navi amalfitane e gaetane, oltre le sue di Napoli e di Sorrento; della quale, da una posteriore leggenda agiografica, trasparirebbe tribuno un Gregorio Brancaccio, nobilissimo napoletano: persona, per altro, sicuramente esistita. E vinse i pirati, forse anche nel golfo di Napoli; certo, in quello di Gaeta; ridiscese nell’altro di Salerno e, snidatili da Licosa, rese libere tutte le coste e le isole della Campania (846).”.

Dall’845, i Saraceni ed il Califfato di Agropoli

Castello di Agropoli

(Fig. 2) Castello di Agropoli

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (51), sulla scorta del Ventimiglia (52), ha riportato alcune interessanti notizie sulla presenza Araba nelle nostre terre. Vassalluzzo, nella sua nota (12) di pag. 18, scriveva: “Ventimiglia F.A., op. cit. pagg. 104, 105. Lo storico cilentano (riferendo il Cronista Cavense all’anno 879, a proposito dei Saraceni, che vengono in Agropoli e in Capaccio, dove si scrive: et Lucaniam rupis bocheturris expugnavit) ecc…”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “I Saraceni avevano visitato più volte la costa del Cilento. Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6). Perciò Amalfi, Napoli, Gaeta e Sorrento, allo scopo di stabilire una massiccia opposizione ai continui attacchi e alle frequenti razzie dei barbareschi, avevano stretto una Lega tra di loro. Fu proprio in forza di questa alleanza che i Saraceni poterono essere snidati a Punta Licosa, dove si erano arroccati nell’anno 845 (7). Cacciati da qui, i saccheggiatori ripararono in Agropoli, luogo assai idoneo e per posizione naturale e per strategia. Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8). Da Agropoli, i Saraceni, in continuo contatto con i fratelli stazionanti in Sicilia ed in Africa, si studiarono di impadronirsi per sempre del Principato di Salerno e l’occasione venne loro offerta dalle continue discordie esistenti tra i principi Longobardi di Capua, di Salerno e di Benevento. Si mossero così con il piano di occupare ed espugnare i nostri castelli ed in parte riuscirono nel loro intento (9).. Il Vasalluzzo, a p. 30, nella sua nota (6) postillava: “(6) T.C.I., L’Italia storica, Milano, 1961, pag. 118. Orlando G., op. cit., pag. 309. Cilento N., op. cit., pag. 177.”. Riguardo Orlando, il Vassalluzzo, a p. 28, nella nota (4) postillava: “(4)….Orlando G., Storia di Nocera de’ Pagani, vol. I, Napoli, 1884, pag. 311 e sg.”. Il titolo completo dell’opera è Orlando Gennaro, “Storia di Nocera de’ Pagani – Dalla nascita della città moderna all’Unità d’Italia”, Napoli, 1884, vol. I-II-III. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella nota (7) postillava: “(7) HIRSCH F. – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Orlando G., op. cit., pag. 317. Lo storico nocerino parla di un’altra alleanza tra i principi di Capua e di Salerno, i duchi di Gaeta, di Napoli e di Amalfi, con l’aiuto del naviglio dei Greci, alleanza che, nell’anno 914, valse a sconfiggere i Saraceni al Garigliano, la loro ordinaria dimora e, adesso, loro ultimo rifugio. Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiato neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco cosa si trova scritto in Orlando, op. cit., pag. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, in ista terra regressus fuerit, etc…(S. Massimo di Salerno).”. I vescovi dominarono la città di Agropoli per tutta l’epoca medioevale, insieme ai centri di Ogliastro ed Eredita, e ai villaggi di Lucolo, Mandrolle, Pastina, San Marco di Agropoli e San Pietro di Eredita, che componevano il feudo di Agropoli. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, a p. 31, nella nota (9) postillava: “(9) Ebner P., Agricoltura e pastorizia a Velia e suo entroterra dai tempi più remoti al tramonto della feudalità, in R.S.S., anno 1965, pag. 62. Cfr. pure Landolini A., Le repubbliche del mare, Roma, 1963, pag. 131.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141. Il Vassalluzzo citava G. Orlando (….), ovvero Orlando Gennaro (….) ed il suo “Storia di Nocera de’ Pagani”, vol. I, Napoli, 1884, p. 317. Riguardo al testo di Nicola Cilento (….), il Vassalluzzo, a p. 29, nella nota (5) postillava: “(5) Cilento N., Italia meridionale longobarda, Milano, Napoli, pag. 184.”. Nicola Cilento (….), ha scritto sui Saraceni, nel 1959 e, pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia”, a p. 68, in proposito scriveva che: “E il duca Sergio infatti condusse ai luoghi più infestati le navi amalfitane e gaetane, oltre le sue di Napoli e di Sorrento; della quale, da una posteriore leggenda agiografica, trasparirebbe tribuno un Gregorio Brancaccio, nobilissimo napoletano: persona, per altro, sicuramente esistita. E vinse i pirati, forse anche nel golfo di Napoli; certo, in quello di Gaeta; ridiscese nell’altro di Salerno e, snidatili da Licosa, rese libere tutte le coste e le isole della Campania (846).”. Sulla scorta del ‘Chronicon Salernitanum’, un antico manoscritto apocrifo (50), che fu pubblicato nel 1600 dal Pratilli (61), sappiamo che a Salerno i Saraceni c’erano stati dall’882 all’885, all’anno 898 (si veda cap. 151, 547 e Amari M., op. cit. (53), vol. I, p. 463 e 464). Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva che: “Però nelle storie non si ha alcuna notizia dei luoghi fino all’anno 882, quando i Saraceni presero Agropoli, donde il loro dominio si estese per lungo tratto della costa fino al promontorio della Licosa. Anzi, stanto al racconto di Giovanni Diacono, ivi i Saraceni sarebbero stati prima di impossessarsi del Castello di Agropoli (4).”. Mazziotti, a p. 42, nella nota (4) postillava: “(4) Licosae latitabant. Giovanni Diacono, Chronicon episcoporum sanctae neapolitanae ecclesiae. (Raccolta di varie cronache e diari, Vol. 3° pag. 86).”. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…, vol. I., pp. 121-122 e ssg., riferendosi al duca di Napoli, Attanasio, in proposito scriveva che: “Per disfarsi adunque da questi dannosi nemici, Attanasio, chiamò in suo aiuto Guaimario principe di Salerno, i Capuani ed altri popoli vicini, cui riuscì poi di snidarli di là a viva forza. Vinti, ma non perduti di animo, i Saraceni volsero in Agropoli (nel Cilento), ove si afforzarono ed ebbero vita per quasi quarant’anni!; scorrendo ed infestando, non solo i paesi littorali del golfo di Salerno, ma ben anco quelli posti in sulle spiagge di Calabria. In breve gli stessi Saraceni di Agropoli spiccarono una banda loro nella terra di Cetara, dove pigliò posto, e si distese lungo quel seno di mare sino alla cala detta di Fuonti, con tartassare miseramente i luoghi vicino Salerno, senza che il principe Guaimario od altro se ne prendesse pena – etc…”. La notizia dataci dal Camera è oltremodo interessante. Il Camera scriveva che ai tempi di Guaimario, principe longobardo di Salerno e del duca di Napoli, Attanasio, i Saraceni da tempo stanziatisi ad Agropoli formarono una banda che andò a stabilirsi a Cetara nel ducato di Amalfi (nella cala detta di Fuonti) e da lì spesso partivano per incursioni violente a Salerno e nelle sue vicinanze.  Da Wikipedia leggiamo che nell’893 aveva nominato co-reggente suo figlio Guaimario II, che tenne le sorti del principato durante la lunga assenza di suo padre. Al suo ritorno, scoppiò in città una rivolta istigata da una fazione napoletana supportata da Atanasio, ma i due Guaimari riuscirono a stroncarla. Come se la rivolta filo-napoletana non fosse già abbastanza, ad angustiare ulteriormente il popolo salernitano fu la condotta amministrativa di Guaimario I, divenuto particolarmente cattivo e dispotico, forse traumatizzato dall’accecamento e dalle vicissitudini della sua cattività avellinese: così, tra il 900 e il 901, Guaimario II persuase il padre affinché si ritirasse a vita privata (emulando suo padre Guaiferio) presso il monastero di San Massimo ove morì entro pochi mesi.

Nell’847, l’imperatore Lotario e suo figlio Ludovico II cotro i Saraceni

Da Wikipedia leggiamo che designato re d’Italia nell’839, nell’844, secondo gli Annales Bertiniani, fu inviato dal padre in Italia con il compito di restaurare l’autorità imperiale a Roma e in quella città fu incoronato da papa Sergio II, il 15 giugno 844. I Saraceni, con i loro attacchi in Italia Meridionale, nell’846 erano giunti a minacciare Roma e nel mese di agosto avevano saccheggiato la basilica di San Pietro, che si trovava fuori le mura, profanando la tomba del primo apostolo. Ludovico intervenne, ma fu sconfitto dai Saraceni e a stento riuscì a raggiungere Roma. I saraceni, secondo una leggenda riportata negli Annales Bertiniani, nell’847 perirono tutti a seguito di un naufragio ed il loro bottino, disperso in mare, fu ritrovato in parte sul litorale e riconsegnato a San Pietro. Nell’847 il padre Lotario ideò una spedizione contro i Saraceni, che avevano occupato il Beneventano, avvicinandosi nuovamente a Roma. Egli pose Ludovico al comando della stessa, che riuscì nell’848 a sconfiggere i saraceni e a liberare Benevento.

Nel 850-851, i Saraceni distrussero l’antica Bussento

Da Wikipedia leggiamo che la divisione segnò l’inizio di un periodo di grave crisi, complicata dalle ribellioni autonomistiche di gastaldi e piccoli feudatari, dalle incursioni dei Saraceni e dai tentativi di riconquista dell’Impero bizantino, che riuscì a strappare al già indebolito Principato di Benevento gran parte della Puglia. Tra i potentati locali che emersero in questa fase, particolarmente influente divenne la Signoria di Capua. Negli anni successivi si contarono diversi tentativi di riunificare l’antico ducato, ma i successi di Atenolfo I (899) e di Pandolfo I Testa di Ferro (971) si rivelarono effimeri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirela, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 78, nella sua nota (90) postillava che: “(90) Pochettino G., I Longobardi nell’Italia Meridionale (570-1080), Napoli, 1930.“.

Nell’863 (Antonini), 868 (Porfirogenita), i Saraceni occuparono Rivello, Camerota ed Agropoli, che divennero un loro avamposto

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(Fig. 1) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da p. 129 parlando dei Saraceni in Lucania, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. Dunque, da ciò che leggiamo, sembrerebbe che l’Antonini, a p. 129 si riferisse ai Longobardi ma egli si riferiva ai Saraceni che, provenienti dalla Sicilia da loro occupata, si erano man mano trasferiti anche nella vicina Calabria, dove, spesso guerreggiarono con i dominatori dell’epoca che erano i Bizantini. Infatti, l’Antonini scrive che “Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. La Calabria era sotto il dominio ed il controllo dei Bizantini. I Saraceni però riuscrirono a crearsi dei loro stabili avamposti a Rivello, a Camerota e ad Agropoli. Dunque, lo stabilimento dei Saraceni a Rivello avvenne in epoca longobarda e Bizantina, e secondo l’opinione di Antonini ciò accadde nell’anno 863 o addirittura molti anni prima. L’Antonini scriveva che ciò accadde in seguito all’occupazione Araba della Sicilia. Mons. Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’. leggonsi le seguenti parole: ‘Inter caetera oppida (parlando dei Saraceni) ‘occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolim, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudies, & Saracenicos mores conservant.’. Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., etc…”. Nel manoscritto del marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito ?) è scritto: Fra le altre città (parlando del dio saraceno) occuparono Camerota sopra il mare in luogo alto e sicuro, e neppure vicino al mare Agropolis, ed i suoi cittadini sono ancora rozzi ai nostri tempi, e conservano i costumi del Saraceni.”:

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Dunque, secondo l’Antonini, nel manoscritto del Marchese di S. Giovanni Bonito (…), pagina 87 è scritto che: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant” che tradotto e riferendosi ai Saraceni dovrebbe significare: “Tra gli altri paesi occuparono Camerota al di sopra del mare in luogo alto e sicuro, e neppure al mare di Agropolis;…”. Dunque, l’Antonini cita un passo tratto dal manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito”. Si tratta di un manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. L’Antonini scriveva che questo manoscritto, nel 1745 apparteneva “oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote etc….”. Antonini cita la pagina 87 del manoscritto. Di questo autore e del suo manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia di Amalfi”. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del Marchese Marcello Bonito. Sul manoscritto di Marcello Bonito (….), il “marchese di San Giovanni”, come lo chiama l’Antonini, ho già scritto. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “E mentre i capi Longobardi costituiscono dei ducati, che tendono a distaccarsi dalla sfera del potere regio, i Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantesette anni il tempo del malessere. Ecc…”. Forse in questo passaggio il Ciociano trae le notizie dall’Anonimo Salernitano e dalla sua cronaca che cita subito dopo. Sulla notizia che: Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Ecc..”, aveva scritto Antonini, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “Doveva forse così Camerota esser uno dei cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua storia al num. 55. scrive esser in Italia in mano de’ Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc..”. Antonini, a p. 412, nella nota (I) postillava: “(I) L’autorità di Porirogenneta non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt’. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1). Ciò non impedì peraltro, secondo ritenne, sulla scorta di un antico manoscritto, l’Antonini, che non fosse non occupata dai saraceni quando nel secolo IX sbarcarono dalla Sicilia occupando più punti del continente. Doveva essere anzi, egli aggiunse, uno dei 150 ‘munita castra’ che Porfirogeneta nella sua Storia al numero 55, scrive essere nel 868 nelle loro mani, luoghi che poi lasciarono dopo la loro strage, nel 915, al Garigliano (2).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Il Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A riprova della loro permanenza a Camerota, con illazione arbitraria, nel manoscritto si afferma che “adhuc ad nostra tempora huius cives et saracenicos mores conservant”. G. Antonini, op. cit., vol. I, pag. 412.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno.”, e poi aggiunge che: “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Dunque, il Campagna, oltre ad Amantea e Agropoli aggiunge anche Policastro. Orazio Campagna, a p. 77, nella nota (86) postillava: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Orazio Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolato (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella nota (85) postillava: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Cod. Cript. β α, XX (395).”. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “I Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantasette anni: il tempo del malessere. E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano -Etc…”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano.

Nel 870, i ribat (“munita Oppida”) dei Saraceni di Agropoli a Cetara

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…, vol. I., pp. 121-122 e ssg., riferendosi al duca di Napoli, Attanasio, in proposito scriveva che: “Per disfarsi adunque da questi dannosi nemici, Attanasio, chiamò in suo aiuto Guaimario principe di Salerno, i Capuani ed altri popoli vicini, cui riuscì poi di snidarli di là a viva forza. Vinti, ma non perduti di animo, i Saraceni volsero in Agropoli (nel Cilento), ove si afforzarono ed ebbero vita per quasi quarant’anni!; scorrendo ed infestando, non solo i paesi littorali del golfo di Salerno, ma ben anco quelli posti in sulle spiagge di Calabria. In breve gli stessi Saraceni di Agropoli spiccarono una banda loro nella terra di Cetara, dove pigliò posto, e si distese lungo quel seno di mare sino alla cala detta di Fuonti, con tartassare miseramente i luoghi vicino Salerno, senza che il principe Guaimario od altro se ne prendesse pena – etc…”. La notizia dataci dal Camera è oltremodo interessante. Il Camera scriveva che ai tempi di Guaimario, principe longobardo di Salerno e del duca di Napoli, Attanasio, i Saraceni da tempo stanziatisi ad Agropoli formarono una banda che andò a stabilirsi a Cetara nel ducato di Amalfi (nella cala detta di Fuonti) e da lì spesso partivano per incursioni violente a Salerno e nelle sue vicinanze.

Nel 870, i ribat (“munita Oppida”) di Venosa, Matera e Canosa furono conquistati dai Bizantini

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che loro furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’. Etc…”:

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “…..’munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che lor furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Proseguendo il suo racconto l’Antonini scrive sui “munita Oppida” di cui parlava il Porfirogenneta e dice che: “che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879 ecc…”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Pietro Ebner (….), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 23-24, in proposito scriveva che: “5. ….Frequenti, perciò, gli abordaggi dei pirati, immancabili con i Musulmani (53) dell’impero fatimita (54), che con quelli delle Baleari e di Spagna avevano ricostruiti, accrescendoli, gli antichi strategici possedimenti fenici, trasformando l’antico Mediterraneo greco e romano in mare arabo. Ebner, a p. 24, nella nota (55) postillava: “(55) V. Cilento, cit., p. 148 sgg., p. 163, p. 175 sgg. e p. I. Per il Cilento passarono i trentamila africani di Abd-Allah nell’871 “crudeliter dilaniabant”, dice Erchemperto, Historia, 51, p. 257, ad an. 879, risalendo la Calabria verso Salerno.”.

Nel 871, i Bizantini e Ludovico II conquistano Bari

Nell’871-72, Salerno subì un lungo assedio da parte dei musulmani e malgrado la forte resistenza del principe Guaiferio, la città riuscì a liberarsi solo grazie all’intervento dell’imperatore Ludovico II, che ottenne in ostaggio i figli del principe quale pegno di fedeltà. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 33, in proposito scriveva che:  “Si deve a Basilio I, il fondatore della dinastia macedone, il ripristino della sovranità imperiale su ampie porzioni dell’Italia meridionale, la quale nella prospettiva costantinopolitana riacquista rilevanza strategica man mano che si profila come ineluttabile la conquista aglabita della Sicilia (827-902). Il nuovo processo di espansione prende avvio in seguito alla riconquista di Bari, il cui emirato islamico cade sotto i colpi decisivi della flotta bizantina e delle forze di terra dell’imperatore latino Ludovico II (871)(91). Etc…”Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (91) postillava che: “(91) G. Musca, Ludovico II, Basilio I e la fine dell’emirato di Bari, in Archivio Storico Pugliese, n.s., XIX (1966), pp. 168 ss.; A.A. Vasiliev, Byzance et les Arabes, II, 1 ediz. franc. Bruxelles 1968, p. 14 ss. “. Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (92) postillava che: “(92) J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier jusqu’a la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, 1904, p. 136 ss.; V. Von Falkenhausen, op. cit., p. 20 ss.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 44 e ssg., in proposito scriveva che: Incerto è anche il ruolo da assegnare alle incursioni saracene: sebbene la tradizione storiografica, che risale agli storici eruditi del Settecento, parli di danni gravissimi arrecati dai Saraceni ad ‘Atina, Consilinum e Tegianum’ (4), non sono riuscito a trovare nelle fonti narrative del tempo altro che un accenno indiretto ad un loro passaggio per il Vallo di Diano. Riferisce infatti il ‘Chronicon Salernitanum’ che nell’anno 871 “Agarenorum rex (….), Abdila cum sexaginta duo mila pugnatorum ‘per Calabriam Salernum venit”(5), ma nell’agosto dell’anno seguente, dopo undici mesi di assedio, fu costretto a rinuncare alla conquista della città per l’arrivo dell’Imperatore Ludovico II (6). Etc…..Più valore ha il dato fornitoci da una carta cavense del giugno 1115 che, a proposito della chiesa di S. Maria ‘de Matuniano’ presso Teggiano, dice che essa ‘ab antiquis temporibus destructa fuit a barbaris’ (10), anche se non è da scartare del tutto l’ipotesi che i barbari del nostro documento possano essere i Germani del V-VI secolo (11). Tuttavia se i dati finora noti, presi singolarmente, non permettono di giungere a conclusioni sicure circa il passaggio dei Saraceni per il Vallo di Diano, nel loro insieme mi sembra che lo rendano alquanto probabile, per cui non è da escludere che anch’essi abbiano potuto avere la loro parte nel provocare la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) C. Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, 1723, p. 57; F. Lenormant, A’ travers l’Apulie et la lucanie, Paris, 1883, vol. II, p. 70.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (5) postillava che: “(5) Ed. Westembergh, Stockolm 1956, cap. 111, p. 124.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (6) postillava che: “(6) “At Agareni mutuentes adventum Francorum, ilico super suum iam dictum regem irruunt, eumque comprehendunt, manusque vinxerunt, et in navem retrudunt, et iter arripiunt. Sed prius enim quam fugam arriperet nefanda genius, huiusmodi signum de celo Redemptor multis ostendit: faculam igneam permaximam prepete cursum in medio navium iecit, quam mox secuta est tempestas, que cunctas liburnas frustatim dirrupit. Alii vero Calabriam aderunt, eamque intra se divisam repperientes, funditus depopularunt”. (ivi, cap. 118, p. 132). In verità il passo è interpretato da A. Di Meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, IV, Napoli, 1798, p. 258, nel senso che tutti i Saraceni si imbarcano, ma parte annegano e parte approdano in Calabria, il che, tra l’altro, è in contraddizione con quanto è detto nel citato cap. 111 del Chronicon Salernitanum, sulla base del quale lo stesso Di Meo afferma che i Saraceni arrivarono a Salerno risalendo dalla Calabria. Credo invece che il passo in questione vada interpretato nel senso che gli assediati costringono il loro re ad imbarcarsi su una delle navi che evidentemente avevano appoggiato dal mare la marcia dei Saraceni, mentre il grosso dell’esercito, formato secondo il cronista salernitano da ben 62.000 uomini, fa ritorno in Calabria percorrendo l’antica strada Reggio-Capuam, che nel Medioevo, come è noto, fu la strada ppercorsa dai grandi eserciti che si dirigevano verso l’estremo sud della penisola.”. Il Vitolo, a p. 45, nella nota (10) postillava che: “(10) AC XX, 30 (1115, giugno). L’espressione si ritrova anche in AC XX, 28 e 29; si tratta però di due falsi, sui quali si veda C. Carlone, I principi Guaimario e i monaci cavensi nel vallo di Diano, in “Archivi e Cultura”, X (1976), pp. 47-66.”. Il Vitolo, a p. 47, nella nota (11) postillava che: “(11) E’ da tenere presente infatti che nelle fonti documentarie del Salernitano i Saraceni non sono mai chiamati barbari, mentre invece le fonti narrative usano le espressioni: ‘Saraceni, Agareni, Hismaelitae, Poeni, Hispani, Pagani. Per quel che ne so, l’espressione ‘barbari’ è usata soltanto dall’autore della ‘Translatio’ di S. Matteo, il quale riferisce che le reliquie dell’evangelista furono ritrovate nel 954 in una chiesa presso Casalvelino ‘a barbaris destructa’ (G. Talamo Atenolfi, I testi medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100). Come aggettivo riferito ai Saraceni, barbari si ritrova in un documento del febbraio del 882, in cui si parla di un abitante di Nocera che non poteva raggiungere Salerno ‘pro ista generationes barbaras saracenorum, unde in cibitate ista salernitana circumclusi sumus’ (CDC I, 110).”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”.

Nel 875-878 (?), i Saraceni di Licosa, Agropoli e Paestum per Costantino Gatta ed il Volpi e la nuova sede Episcopale Caputaquense

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando delle Diocesi e clero dopo il mille, a p. 47, in proposito scriveva che: “Circa la data del trasferimento della sede diocesana da Paestum a Capaccio si fanno varie ipotesi, come quella ad esempio del Gatta (1) che la colloca tra l’877-882 epoca in cui visse Giovanni VIII (872-882), o il Gams quando afferma: “930 diruta Paestum, sedes traslata est (Cathedral S. Maria Maggiore)”(2).”. Ebner, a p. 47, vol. I, nella nota (1) postillava: “(1) C. Gatta, Memorie topografiche-storiche della provincia di Lucania, Napoli, 1732, p. 267.”. Ebner, a p. 47, vol. I, nella nota (2) postillava: “(2) Chronicon saler. cit., par. 42 e 94.”. Il Gatta sosteneva che la distruzione di Paestum da parte dei Saraceni avvenne durante il pontificato di papa Giovanni VIII. Da Wikipedial eggiamo che Giovanni VIII (Roma, 820 circa – Roma, 16 dicembre 882) è stato il 107º papa della Chiesa cattolica dal 14 dicembre 872 fino alla sua morte. È spesso considerato come uno dei più importanti pontefici del IX secolo, insieme a Niccolò Magno. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, a p. 267, in proposito scriveva che: “E perchè in avvenire non vi è più memoria de’ Vescovi Pestani, si può argomentare che dopo detto secolo tal Città distrutta fusse, come realmente accadde nel regnare di Basilio Macedone Imperatore di Oriente, tenendo il pontificato il suddetto Giovanni VIII. che fu negli anni 875. in circa: dopo di che i di lui Vescovi non più di Pesto, ma di Capaccio si nominarono per aver quivi fermata la sede dopo la rovina della loro Metropoli (a). E che circa tal tempo Ella distrutta fusse, oltre gli testimoni de’ Scrittori, si deduce chiaramente dall’invenzione del deposito del Glorioso di S. Matteo, che fu ritrovato nell’anno 954 fra le rovine e desolazione di detta città, come attesta’ M. Antonio Marsilio Colonna’ (b), qual Sacro Corpo immantinente fu legato nella Chiesa Cattedrale della nuova Città detta ‘Capaccio’ per opera del di lui Vescovo, etc…”. Il Gatta a p. 267, nella nota (a) postillava: “(a) Giuseppe Volpi, Cronologia de’ Vescovi di Capaccio; Michele Zappulla, nel cap. di Capaccio nella Storia di Napoli.”. Il Gatta a p. 267, nella nota (b) postillava: “(b) M. Antonio Marsilio Colonna, de Vita et gestis Matthei Apost., cap. 7.”. Di questo autore ho parlato nell’altro mio saggio sul monaco Attanasio e le sacre spoglie dell’apostolo Matteo. Il Gatta cita più volte Giuseppe Volpi (…), nel suo “Cronologia de’ Vescovi di Capaccio etc…”, parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “…………………”.

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a pp. 40-41, in proposito scriveva che: “Non lungi da Pesto, come già dissi, vittima del saracinesco furore, fioriva un tempo Capaccio-vetere. Gli storici, che di questa città scrissero, opinarono che venisse fondata distrutta che fu Pesto nel 930 secondo alcuni, oppure nel 915 come altri con più ragione credettero. Il dotto P. Mannelli, nel suo pregevolissimo manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’, che tuttora giace inedito negli scaffali della biblioteca nazionale, pel primo la volle fondata da ‘quei pestani che si ebbero la sorte di sottrarsi all’eccidio de’ saraceni agropolitani’. “Non pare, egli scrive (1), che tutti fossero concordi ove principalmente fermarsi dovessero, etc…..Così tenne M. Zappullo (2), lo stesso vollero Costantino Gatta (3), il Volpi (4) e tra i moderni il Marchesano (5) ed il professore Longobardi (6). Ma gli addotti scrittori a partito ingannaronsi nello stabilire che ciò avvenne dopo l’eccidio di Pesto; in vero, qualora Capaccio sorse distrutta che fu Pesto, ne viene conseguentemente che prima del secolo decimo non dovrebbe farsi menzione di siffatta città: or questo appunto è falso come sono per dimostrare. La cronaca cavense, anno 794, ne attesta che Guibaldo, preposito del cenobio benedettino di Salerno, otteneva dal principe Grimaldo molti doni etcc… – più chiara menzione vi è di Capaccio nell’anno 878, secondo la medesima cronaca cavense, ove leggesi: “Anno 878. Saraceni denuo Roman et Calabriam escurrunt et incendunt, et in Sal. principatum usque ad Agropoles et ‘Capaqueum’ fundibus devastant, et Lucaniam, ruptis bocheturis espugnant”.”. Dunque, per il Volpe, Capaccio esisteva già molto prima della devastazione dei Saraceni agropolitani accaduta dopo la strage del Garigliano.

Nel 879, Niceforo Foca che conquistò i ribat (“munita oppida”) di Amantea, Tropea, e S. Severina

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che loro furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”.

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Sulle incursioni Saracene sul nostro territorio ha scritto pure Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu il secolo delle più feroci devastazioni nel sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Tropea, Santa Severina e, a Nord di Policastro, Agropoli (86). Ecc..“. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86) postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse un ricordo, venera “Santo Foca”. Da Wikipedia leggiamo che nell’812 d.C. si registrò la prima incursione saracena sulle coste calabresi, che colpì Reggio, capitale del Thema; l’ultima ci sarà solo nel 1793, a danno di Pizzo e Tropea. Certo la presenza araba fu sempre limitata negli spazi e nel tempo, perlopiù consistendo, appunto, in incursioni e saccheggi. Vennero catturate in modo effimero dagli Arabi Tropea, Santa Severina e Amantea (12) dall’839 all’885. La conquista della Calabria da parte dei guerrieri normanni vassalli del papa emarginò il pericolo arabo. Wikipedia, nella nota (12) postillava: “(12) “Amantea” è tra l’altro il nome arabo dell’antica Nepezia: viene da Al Mantiah, La Rocca. Gabriele Turchi, Storia di Amantea, Cosenza 2002.”. Da Wikipedia, alla voce “Amantea” leggiamo che nel medioevo i greci bizantini, quando conquistarono la Calabria, fondarono nell’area dell’attuale Amantea vecchia una cittadella fortificata chiamata Nepetia (Νεπετία). Nepetia fu conquistata dagli arabi nel IX secolo, che la costituirono capitale di emirato e la ribattezzarono Al-Mantiah. Quando, nell’885, Niceforo Foca riconquistò la città, rimase il nome di Amantea. La cittadina fu elevata a sede vescovile finché non venne accorpata, sul finire dell’XI secolo, alla diocesi di Tropea.

Nel 882 d.C.Atanasio II, Vescovo-Duca di Napoli (877-889)

Atanasio II salito al potere, mantenne l’alleanza, fatta di intrighi e scorrerie, con i Saraceni di Agropoli. Li utilizzava per i lavori sporchi, ci faceva commerci e gli chiedeva una “tangente” per le rapine che compivano. Il Vescovo di Napoli scagliò i Saraceni di Agropoli contro Guaimario I di Salerno e dei continui attacchi a Salerno, abbiamo delle testimonianze riportate dalla“Historia Langobardorum Beneventanorum” di Erchemperto (….) e da altri documenti dell’epoca. Eccone alcune: Per acquistare il cibo, in una Salerno assediata dai Saraceni di Agropoli, una donna salernitana si lamentava perché era stata costretta ad alienare alcuni beni immobili; Un’altra donna si disperava che i suoi due figli, garanti per una vendita, non erano presenti perché, uno era stato catturato dai Saraceni e l’altro era a Nocera, città assediata dalle orde mussulmane. Quando Papa Giovanni VIII minacciò di scomunicare ed assalire Atanasio II, per la sua alleanza con i Saraceni di Agropoli, questi, per meglio difendersi, assoldò da Palermo un esercito di Mussulmani comandati dal condottiero Sicham. I Saraceni Siciliani subito giunsero a Napoli e costruirono un Ribat alle falde del Vesuvio, da dove iniziarono a razziare ferocemente l’hinterland napoletano. Atanasio II, pentendosi di averli chiamati, strinse alleanza con Salerno e Capua. Nell’autunno dell’882 assalì e scacciò dalle falde del Vesuvio i Saraceni Siciliani, che si rifugiarono, rafforzandoli, nei Ribat di Agropoli e del Garigliano. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, fu pubblicato da Michelangelo Schipa (….), ci parla dei musulmani di Camerota ma ci parla dei musulmani stabilitisi nel ribat di Agropoli, i quali, negli anni 882 e 883, al seguito del Duca di Napoli Attanasio, funestarono la Campania. Infatti, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: Per seguire tal colpo, Atanasio, compose una nuova lega: di “tutte le genti marittime” (compresovi quindi il nuovo principe di Salerno Guaimario) e di “tutti i capuani della città e dei castelli” (così Erchemperto). Assaliti da questo complesso di forze i mercenari nel loro accampamento, quelli che scamparono al macello, ritraendosi traverso il principato salernitano, etc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La  baronia del Cilento”, a pp. 29-30 (non è p. 80 come scriveva il Cantalupo che confuse con 30), parlando del casale di “Agropoli”, in proposito scriveva che: “II…..Attanasio vescovo di Napoli, che aveva usurpato anche l’ufficio ed il titolo di duca, invocò l’aiuto di quei barbari nelle sue contese col Conte di Capua, ed essi accorsero portando ovunque stragi e ruine. L’indegno vescovo, scomunicato dal papa per tale alleanza e atterrito dall’opera devastratrice degli infedeli, infranse i patti e, collegatosi invece col Principe di Salerno e con i Capuani, assalì il campo dei Saraceni nei dintorni di Napoli presso il Vesuvio e li sbaragliò. I Saraceni si diedero alla fuga e, battendo in ritirata per la limitrofa provincia di Salerno, si ricoverarono ad Agropoli (1) etc…”. Il Mazziotti, a p. 29, nella nota (1) postillava: “(1) Schipa, Storia del princ. di Salerno, pag. 210.”.

Nel 882, i Saraceni ad Agropoli ivi si stabilirono fondando un ribat

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 30, riferendosi ai Saraceni ed ad Agropoli, in proposito scriveva che: Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8).”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella sua nota (7), riferendosi agli anni precedenti al 914 postillava che: “(7) HIRSCH F., – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Ecc… Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiati neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco quanto si trova scritto in Orlando, op. cit., p. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, ecc..ec…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141. Infatti, Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, fu pubblicato da Michelangelo Schipa (….), ci parla dei musulmani di Camerota ma ci parla dei musulmani stabilitisi nel ribat di Agropoli, i quali, negli anni 882 e 883, al seguito del Duca di Napoli Attanasio, funestarono la Campania. Infatti, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Per seguire tal colpo, Atanasio, compose una nuova lega: di “tutte le genti marittime” (compresovi quindi il nuovo principe di Salerno Guaimario) e di “tutti i capuani della città e dei castelli” (così Erchemperto). Assaliti da questo complesso di forze i mercenari nel loro accampamento, quelli che scamparono al macello, ritraendosi traverso il principato salernitano, fecero sosta ad Agropoli, rimpetto a Salerno, in fondo alla curva meridionale del golfo. E, quivi fortificatisi secondo l’uso, di lì si sparsero a saccheggiare e a distruggere, disertando i campi circostanti, che si coprirono di rovi e di sterpi; pronti ad aiutare a lor modo chi li chiamasse. E una chiamata ebbero subito dall’ipato Gaetano Docibile contro il molesto vicino Pandonolfo. Il papa, per scongiurare gli effetti ecc….Poi fatto dai figli di Landonolfo, suoi alleati e congiunti di Guaimario di Salerno, spodestare e imprigionare il conte del Garigliano Landone II, nuovo conte di Capua; mosse quelli di Agropoli contro il principato di Salerno, che ne sarebbe rimasto soggiogato in tutto, se a difesa non fossero accorsi i bizantini, tornati ormai da Bari a dominare gran parte della Puglia e della Calabria.”. Sempre lo Schipa, a p. 98, in proposito scriveva pure: “Il principe Guaimario allora era lontano dal suo stato. Premuto sempre più tra i coloni di Agropoli, i napoletani e i bizantini, che, dalla Puglia avanzando nel beneventano, non celavano le loro mire d’ulteriore espansione, aveva giudicato minor pericolo riparare spontaneamente all’ombra degli augusti d’Oriente. E, tolto a compagno il giovane Landone, figlio di Landolfo di Suessula, era partito per Costantinopoli (887).”. Pietro Ebner (….), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 23-24, parlando del porto di Salerno, in proposito scriveva che: “5….E nel mondo islamico Salerno, forse più Amalfi, era nota prima dell’841, quando i Saraceni, “pestis agarena”, impresero a correre il Mezzogiorno d’Italia per trarre schiavi, donne e bottino. Annidatisi al Garigliano e ad Agropoli (55), ne partivano per frequenti razzie nei dintorni, lasciando poi tracce del loro passaggio e della loro permanenza in viventi toponimi (Novi: l’arabo bizantino ‘Gelbison’; Agropoli: ‘campo saraceno’)(56) e in non poche parole del loro vocabolario.”. Ebner, a p. 24, nella nota (55) postillava: “(55) V. Cilento, cit., p. 148 sgg., p. 163, p. 175 sgg. e p. I. Per il Cilento passarono i trentamila africani di Abd-Allah nell’871 “crudeliter dilaniabant”, dice Erchemperto, Historia, 51, p. 257, ad an. 879, risalendo la Calabria verso Salerno. Nell’882 una nuova lega campana, promossa dal papa, li costrinse dopo essersi fermati a punta Licosa (“Licosa latitabant”, dice G. Diacono), a trincerarsi ad Agropoli (“saraceni agropolitani”) dove fondarono una colonia permanente “deinde per iuga montium degebat, omniaque demoliebantur”, ricorda il ‘Chronicon salernitanum’. “. Ebner, a p. 24, nella nota (56) postillava: “(56) Mandelli, cit., f. 100: “Dell’habitazione de’ Saraceni in Agropoli, ne rimane perpetua memoria non pure presso de’ Scrittori, ma anco de’ Cittadini, poi che nel piano sotto la terra, vi si veggono vestigia di molte habitazioni et il campo saracino vien detto anco oggigiorno; segno evidente, che non essendo capace il recinto del piccolo colle di tanta moltitudine gran parte habitasse nel piano, fortificandovisi all’uso militare”.”. Pietro Ebner (….), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 275-276, parlando di Agropoli e della nascente diocesi di Capaccio, in proposito scriveva che: “2….Tuttavia, è ben difficile che i “Saraceni agropolitani” delle Cronache, e cioè quei Musulmani di Sicilia che risalendo la Calabria (a. 882) verso Salerno si erano trincerati ad Agropoli, da dove “per iuga montium – ricorda il ‘Chronicon Salernitanum – degebant ominiaque demoliebantur”, non abbiano razziato anche la pianura pestana. Per cui è da presumere che le popolazioni abbandonassero la pianura per i colli e i pianori montani certamente più sicuri. Anche perchè la pianura non era più l’ubertosa di un tempo e la città non più celebrata “città delle rose” due volte fiorenti all’anno (21). Città e pianura diventate insalubri per l’accrescersi dei pantani e degli acquitrini formatisi per il mancato defluire verso il mare del Salso (le alluvioni avevano elevato la linea di spiaggia),…..Preda dell’anofele, etc…”.

Nel 882, i Saraceni ad Agropoli ed il trasferimento della sede episcopale a Capaccio

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a p. 52, parlando di Agropoli, in proposito scriveva che: “Ma nell’anno 882 di Cristo, stabilitisi i Saraceni in Agropoli, sì degna sede venne soppressa ed aggregata a quella di Pesto-Capaccio; onde ‘Episcopus Paestanus Caputaquensis etc..’, come leggesi nelle bolle vescovili. Tali barbari, scrive il “chiaro Volpe (4), sconfitti da Pandolfo alle radici del Vesuvio, recaronsi ad occupare Agropoli nell’anno di Cristo 879 circa (5), ove per molti anni si trattennero facendo continue scorrerie per quei luoghi, sicchè acquistarono il nome di ‘Saraceni agropolitani’ (6). In questo tempo avvenne che parte di essi; richiesti in soccorso da Dicibile, duca di Gaeta, vi si recarono formando il loro accampamento presso il Garigliano. Ivi pure più tempo si trattenero, finchè Atenolfo, conte di Capua, mal soffrendo la loro condotta e le continue ruberie, che vi facevano, col soccorso di altri (7), tutti gli uccise in quel luogo medesimo. A tal funesto annunzio quel di Agropoli erano, temendo che non fosse ad essi la stessa sorte spettata, cercarono di abbandonare quel luogo, dopo di avere, nel buio della notte, saccheggiata ed incendiata Pesto”. Il loro numero era sì grande, che il recinto della città non potendoli tutti contenere, fu mestieri spiegare le tende in vasta pianura, che ancora ai nostri giorni il nome conserva di ‘Campo de’ Saraceni’ (8).”. Il Volpe, a p. 55, nella nota (5) postillava: “(5) Ciò avvenne ben tre anni dopo, cioè nell’anno 882. Imperocchè se nell’888,, seondo Erchemperto, Attanasio si unì coi figli di Pandolfo, e dopo molti avvenimenti si apporta l’andamento dei Saraceni in Agropoli, non potè questo avvenire prima dell’882. Errarono dunque l’Antonini ed il Volpe quando scrissero che i saraceni si fermarono la prima volta in Agropoli nell’autunno del 879, allorchè da Pandolfo alle radici del vesuvio furono sconfitti.”. Il Volpe, a p. 54, nella nota (6) postillava che: (6) Nel Castello di Agropoli si osserva un pezzo di marmo, ove sono intagliati alquanti caratteri arabici, ora appena intellegibili, opera certamente dei saraceni che un tempo vi abitarono.”.

Nel 882, il ribat (“munita Oppida”) dei Saraceni di Agropoli a Cetara

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…, vol. I., pp. 121-122 e ssg., riferendosi al duca di Napoli, Attanasio, in proposito scriveva che: “Per disfarsi adunque da questi dannosi nemici, Attanasio, chiamò in suo aiuto Guaimario principe di Salerno, i Capuani ed altri popoli vicini, cui riuscì poi di snidarli di là a viva forza. Vinti, ma non perduti di animo, i Saraceni volsero in Agropoli (nel Cilento), ove si afforzarono ed ebbero vita per quasi quarant’anni!; scorrendo ed infestando, non solo i paesi littorali del golfo di Salerno, ma ben anco quelli posti in sulle spiagge di Calabria. In breve gli stessi Saraceni di Agropoli spiccarono una banda loro nella terra di Cetara, dove pigliò posto, e si distese lungo quel seno di mare sino alla cala detta di Fuonti, con tartassare miseramente i luoghi vicino Salerno, senza che il principe Guaimario od altro se ne prendesse pena – etc…”. La notizia dataci dal Camera è oltremodo interessante. Il Camera scriveva che ai tempi di Guaimario, principe longobardo di Salerno e del duca di Napoli, Attanasio, i Saraceni da tempo stanziatisi ad Agropoli formarono una banda che andò a stabilirsi a Cetara nel ducato di Amalfi (nella cala detta di Fuonti) e da lì spesso partivano per incursioni violente a Salerno e nelle sue vicinanze.

Nel 882, Guaimario II sventò un assalto dei Saraceni a Salerno

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La  baronia del Cilento”, a pp. 29-30 (non è p. 80 come scriveva il Cantalupo che confuse con 30), parlando del casale di “Agropoli”, in proposito scriveva che: “II. I Saraceni si diedero alla fuga e, battendo in ritirata per la limitrofa provincia di Salerno, si ricoverarono ad Agropoli (1) fortificandosi, nell’anno 882, da prima in un campo che porta ancora il nome di campo saraceno, e poi su l’altura allora quasi inespugnabile. Da là infestarono ancora per molti anni l’intera provincia e specialmente la pianura di Salerno, spargendo ovunque la desolazione ed il terrore e tentarono con l’inganno di prendere anche Salerno. Molti di essi, simulando di essere mercanti, ed occultando le armi, vi si recarono con il divisamento di impadronirsene la notte, per sorpresa. Il loro disegno andò fallito, perchè il Principe di Salerno, Guaimario II, posto sull’avviso da un fido gastaldo, stette con i suoi in arme e, per sicurezza dei cittadini, fece accende grandi fuochi nelle piazze principali della città e vigilare i passi dei Saraceni (1). Etc…”. Il Mazziotti, a p. 29, nella nota (1) postillava: “(1) Schipa, Storia del princ. di Salerno, pag. 210.”. Il Mazziotti, a p. 30, nella nota (1) postillava: “(1) Cronaca Salernitana, c. 151-547; Schipa, op. cit., pag. 225.”. Da Wikipedia leggiamo che nell’893 aveva nominato co-reggente suo figlio Guaimario II, che tenne le sorti del principato durante la lunga assenza di suo padre. Al suo ritorno, scoppiò in città una rivolta istigata da una fazione napoletana supportata da Atanasio, ma i due Guaimari riuscirono a stroncarla. Come se la rivolta filo-napoletana non fosse già abbastanza, ad angustiare ulteriormente il popolo salernitano fu la condotta amministrativa di Guaimario I, divenuto particolarmente cattivo e dispotico, forse traumatizzato dall’accecamento e dalle vicissitudini della sua cattività avellinese: così, tra il 900 e il 901, Guaimario II persuase il padre affinché si ritirasse a vita privata (emulando suo padre Guaiferio) presso il monastero di San Massimo ove morì entro pochi mesi.

Nel 882, Camerota e la roccaforte dei Saraceni

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota,  riferendosi al Guzzo ed al Cirelli scriveva che: “Si è detto poi che i saraceni di Calabria sbarcarono alla marina di Camerota e che risalendo la collina distrussero il villaggio dove “stabilirono una rocca forte”, di cui manca ogni notizia (5). Si è scritto pure (6) che i Saraceni di Agropoli e Camerota saccheggiarono Policastro nel 915.”. Ebner (…), a p. 581, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Guzzo (cit., pp. 80 e 104) malauguratamente non cita la fonte.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, etc’, a p. 80, dopo aver detto che verso la prima metà del IX secolo, i Saraceni dell’Africa settentrionale, nell’anno 845 essi avevano stabilito il loro covo alla Punta della Licosa, ecc.., scriveva che: “Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a tal punto, da fare di questo centro una potentissima roccaforte saracena nell’anno 882 (9).”. Guzzo, nella sua nota (9), postillava che la notizia era tratta da:  “(9) Hirsch F. – Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, pagg. 96-97.”. Il Guzzo, sempre a p. 80, continuando il suo racconto, scriveva che: Qualche anno dopo, altri Saraceni, provenienti dalle coste della Calabria, sbarcavano sulla spiaggia di Camerota, raggiungevano rapidamente il centro abitato e, dopo aver saccheggiato, devastato e dato alle fiamme tutto ciò che vi si trovava, causando sgomento e terrore negli abitanti sfuggiti alla morte, vi stabilivano una nuova roccaforte.”. Il Guzzo, mentre nella prima notizia dei musulmani a Licosa citava Hirsch e Schipa, in questa notizia, invece, non fornisce alcun riferimento. Il Guzzo scrive che qualche anno dopo l’anno 882, altri “Saraceni”, provenienti dalla Calabria, sbarcarono su una spiaggia di Camerota e dopo aver raggiunto il piccolo borgo lo incendiarono e lo saccheggiarono. Il Guzzo non forniva nessun riferimento bibliografico.

Nel 884, il generale Bizantino Niceforo Foca e la riconquista dei territori, come Policastro

Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 33, in proposito scriveva che:  E, proprio per ovviare ai danni conseguenti alla perdita di Siracusa (878), si concreta di lì a poco in una campagna militare che, al comando del generale Niceforo Foca il Vecchio riconquista Amantea, Tropea e Santa Severina, occupate dai Saraceni, e ripristina l’antica unità politica dei territori lambiti dal Golfo di Taranto, congiungendo la Calabria settentrionale alla Lucania orientale e parte della Puglia, giacché in tali regioni si verifica, in pari tempo, un riflusso dei longobardi (92). Erc…”. Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (92) postillava che: “(92) J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier jusqu’a la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, 1904, p. 136 ss.; V. Von Falkenhausen, op. cit., p. 20 ss.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “Proprio in quell’anno, però, una grossa schiera ne uscì nuovamente e, unitasi ad altre provenienti dal Garigliano, assieme andarono a soccorrere i loro correligionari di Calabria, dove il generale bizantino Niceforo Foca dava l’assalto agli ultimi trinceramenti arabi: Tropea ed Amantea, sul Tirreno, e S. Severina sullo Ionio. I Bizantini tra l’884 e l’886 riconquistarono tutta la Calabria fino a Bussento, che da allora si disse Policastro (2), tutta la Puglia fino a Manfredonia e la lucania orientale, tra le valli del fiume Crati e Bradano, fino ad Acerenza, occupando così molti territori che erano o erano stati dei Longobardi. Nel frattempo il vescovo Atanasio, procacciatisi aiuti militari dai Bizantini e fatto venire un nuovo contingente di Saraceni da Agropoli, mise insieme un esercito, col quale si diede ad assaltare ora Capua ora Salerno dall’autunno dell’884 alla primavera dell’885. Sia i Capuani che i Salernitani però, ecc…ecc…“. Il Cantalupo, a p. 89, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi n. 6, p. 99.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Abbiamo già rilevato come l’ultima fase della riconquista, operata dallo stratego Niceforo Foca tra l’884 e l’886, avesse fissato i nuovi confini dell’Impero d’Oriente approssimativamente a nord della linea: Policastro (6), Lagonegro, Marsico Vetere, Viggiano, Tricarico, Acerenza (7) ed, in Puglia, a sud della linea Foggia, Manfredonia. I Greci avevano così strappato ai Longobardi di Salerno tutti i territori dei gastaldati meridionali, quali comparivano nella Divisione dell’849, cioè quelli di Taranto, Latiniano, Cassano e Cosenza, nonchè parte di quello di Laino. Questi territori, uniti a quelli già Bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, ecc…”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Novi, oggi Novi Velia, è menzionata per la prima volta nel 1005: “nobe finibus salernitanis” (Schipa, Storia…., cit., Appendice, doc. 33), ma solo nel 1103 è ricordato un Guglielmo de Mannia, signore del “castello” quod dicitur nove (ABC, D, 41).”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 17 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 15 in proposito scriveva che: “E’ difficile che gli inviati del governo percorressero l’intero territorio se l’esistenza di alcuni cenobi italo-greci ancora nel X secolo era ignota non solo all’Ordinario pestano, ma allo stesso “sacro palatio” (30). Non è da escludere, però, che anche al territorio in parola il governo  avesse preposto funzionari residenti; certamente dopo la costituzione del bizantino “tema” di Calabria, provincia riconquistata all’impero da Niceforo Foca tra l’855/6. Ecc…La riconquista bizantina si arrestò su una naturale linea di difesa di cui, come vedremo, si fruì utilmente nel XIII e XIX secolo. Confini indefinibili, che avevano indotto i principi di Salerno a dotare l’antico “gastaldato di Lucania” (32) di un assetto politico-amministrativo più consono alla sua peculiare posizione geografica. I documenti mostrano l’esistenza di due sole circoscrizioni, gli ‘actus’ che costituivano il fisco statale, su cui ancora s’indaga: dal Solofrone all’Alento (a. 963: “in finibus lucania”) e dall’altra riva di questo fiume agli indefinibili confini di cui si è detto e perciò avocato alle dirette dipendenze del “sacro palatio” (nel 947, 992, 1005 sempre “in finibus salernitanis”)(33). Del primo distretto divenne naturale sede Cilentum (34), come si rileva dalle pergamene cavensi, del secondo Novi (a. 1005: “pertinentia de Nobe”), benchè nel 1052 il gastaldato risiedesse nell’odierno Vallo (v.). Ecc..(p. 17). Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero dei nuovi ecc…Sulla (p. 18) immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’, ‘Massicelle ecc..”. I due studiosi Generoso Crisci e Angelo Campagna (…), nella loro ‘Salerno Sacra‘, nel capitolo dedicato ai Monasteri, a p. 387-388-389 parlano dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno, a cui si riferiva la citazione dell’“Annalista Salernitano”, che ci parlava di un ‘Aleprando de Busentio’ e, a p. 377, in proposito scrivevano che: Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”. Ecc…ecc..”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (6) postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (7), postillavano che: “(7) Di Meo, VIII, 9.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (8), postillavano che: “(8) Paesano, I, 58”. I due studiosi (…), a p. 389, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Chron. Casin., lib. 2, c. 69; ibid., lib. 3, c. 14; Lubin, 352; Codex Taxarum Camer. Apost.”. Il ‘Chronicon Salernitanum’ riferisce che il monastero o l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Tuttavia, sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Lubin, p. 352. – Lancellotti Hist. Olivet. p. 351 sq. – Gattula Hist. abb. Cassinen. p. 219. – Di Meo Annali VII, 96. VIII 165 et pass. – Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq. – Morcaldi una bolla di Urbano II p. 127 sq.”. Ivi riporto di seguito la p. 219 del Gattula (…), dove parla del monastero di S. Bendetto a Salerno:

Nell’885, Praja a Mare, la “PLAGA SCLAVORUM”, la spiaggia degli Schiavoni

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il cenobio di S. Nazario”, a pp. 44 e ss. parlando di Nicola da Rossano (S. Nilo), in proposito scriveva che: Il viaggio di Nicola nella sua prima parte si svolge per aspre contrade interne e tra erti e boscosi monti. Quasi certamente per evitare non grandi incontri con masnade musulmane frequenti sempre sulle coste del Tirreno dove, anzi, poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno. E se di questo ne rimane la denominazione ad una contrada a nord-ovest di Tortora, del primo se ne conserva il nome ed il ricordo nelle immediate vicinanze di ‘Praja Sclavorum’ sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Etc…”. Dunque, in questo passaggio il Cappelli scrive che le “masnade di musulmani frequenti sulle coste del Tirreno, anzi,  poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno”, aggiunge pure che: “…..‘Praja Sclavorum’ sorta al tempo di Niceforo Foca etc…”. Dunque, secondo il Cappelli, la “Plaga Sclavorum” (la spiaggia di Praia a Mare) si popolò di popolazioni Slave (egli li chiama “Sloveni”) al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31)”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (31) postillava che: “(31) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N.S. della Grotta a Praia degli Schiavoni etc.., Napoli, 1958, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria Vera”, n. s. IV (Reggio Calabria, 1923), p. 104; Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 42″. Il testo di Oreste Dito è “Calabria. Disegno storico della vita e della cultura calabrese dai tempi più antichi ai nostri giorni”.  Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a p. 59 e ss. parlando di S. Saba e di S. Nilo, in proposito scriveva che: Un’altra notevole invasione saracena si ripetè poco dopo negli anni 955-56. Ma è lecito connettere questa nuova invasione musulmana con quelle che rinnovandosi di tanto in tanto provocarono, secondo la sua Vita, l’allontanamento del beato dalla regione del Mercurion ? Sembra di no. E’ più giusto, mi pare, ricollegare quegli intermittenti fastidi che a S. Nilo oramai davano le saltuarie incursioni saracene, con quelle sporadiche apparizioni che i Musulmani fecero negli anni immediatamente seguenti al 952 in tutti i luoghi di Calabria, e più che altro, è da credere, al Mercurion prossimo a quella parte della costiera tirrenica, e cioè dall’attuale Praia a Mare a risalire verso settentrione, dove gli infedeli, anche dopo la battaglia del Garigliano, risiedevano si può dire in permanenza. Etc…”. Dunque, il Cappelli ci parla di uno stanziamento stabile e permanente di Saraceni, sulla fascia costiera e nei piccoli borghi marinari della Calabria settentrionale da Praia a Mare risalendo verso il basso Cilento.  Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, a pp. 220 e ss. parlando di Nicola da Rossano (S. Nilo), in proposito scriveva che: “Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca avevano derivato la sua arma. Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono alla persistenza della grecità nella zona intorno alla terra che svela nel nome stesso la sua origine bizantina (3).”. Il Cappelli, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, Typis, ecc., p. 250.”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Cappelli citava Vincenzo Lomonaco. Infatti, Vincenzo Lomonaco, nel suo “Monografia sul Santuario di Nostra Signora della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta e sul Comune di Aieta in Provincia di Cosenza”, a pp. 4-7, in proposito scriveva che: “I Saraceni invasero quelle contrade, e vi fondarono, pochi passi lungi dal mare un paesetto, che addimandarono Saracinello (3), di cui ora non rimangono, che le sole ruine…..Sulla frontiera del tenimento Calabro si vede una spiaggia popolata di bei casini……A cavaliere della spiaggia suddetta si scorge una montagna, nella cui cavità accorre frequente popolo diverso di abiti e di costumanze. Il nome del villaggio è ‘Praja degli Schiavi (Plaga Sclavorum), cosi detto degli Schiavi o degli Schiavoni, che molti secoli fa vi lasciarono una piccola colonia. Niuno ignora il commercio che esercitarono in quei lidi i legni Dalmatini, e precisamente Ragusei, i quali son chiamati anche oggidì Sclavi e Schiavoni. Il monte che siede a cavaliere del vasto lido e del paesetto, ed in gran parte lo domina; contiene nel so grembo un’ampia grotta incavata dal vivo sasso, divisa in più scompartimenti, ove si adora l’immagine di Maria SS. sotto il titolo di nostra Donna della grotta (1). Etc…”. Il Lomonaco, a p. 4, nella nota (3) postillava che: “(3) Vedasi la nostra nota 4 alla Canzone per S. M. Neap. 1836.”. Il Lomonaco, a p. 5, nella nota (1) postillava: “(1) Nel Poliorama Pittoresco, nel 1837 t. II, n. 5, p. 39 fu stampata in litografia la figura del suddetto santuario con una breve descrizione da noi fatta, si del villaggio che della grotta; la quale descrizione venne inserita sotto la voce di ‘Aieta’ nel dizionario geografico-storico-civile del Regno delle Due Sicilie del Sig. Mastriani, Napoli, 1838, t. 2 e dell’Omnib. di Napoli, 1856, p. 191.”. Il Lomonaco a p. 16, in proposito scriveva pure che: “Nella Praja degli Schiavi esisteva un’antichissimo monastero di Basiliani, di cui oggigiorno appena si veggono le ruine.“.  Il Lomonaco prosegue il suo racconto e a p. 7 scriveva che: “Le pie contribuzioni dei fedeli del Comune di Ajeta, nel cui perimetro è compreso nella spiaggia della ‘Praja degli Schiavi’ etc….Appartenendo il villaggio della Praja degli Schiavi al Comune di Ajeta che è sito tra una corona di montagne lungi dalla strada consolare, il santuario, di cui finora abbiam favellato, è rimasto ignoto a gran parte del nostro regno…..Per appagar la giusta curiosità dei lettori, riporteremo quì volentieri un frammento dell’opera di P. Ludovico Marafioti (1), intitolata ‘Sacra iconologia della Madonna per li Regni di Napoli e Sicilia (lib. 2, cap. 4). – “Nell’anno 1326 un bastimento Raguseo – carico di Turchi” , etc….diceva che: “passando per la Plaia degli Schiavi (così chiamano li naviganti la spiaggia di Ajeta) etc…”. Il Lomonaco cita anche un aneddoto dell’anno 1326 che dice essere stato riportato da Padre Ludovico Marafioti (….), nel suo “Sacra Iconologia della Madonna per li Regni di Napoli e Sicilia”, lib. 2, cap. 4. C’è anche Girolamo Marafioti (….) ed il suo “Calabria etc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 222, in proposito scriveva che: “PRAIA A MARE (m 5 s.l.m.) dal 1928 Comune, a cui furono aggregate Ajeta e Tortora, fino al 1937 (115). Dalle ultime propaggini occidentali del monte Vingiolo, al di sotto delle grotte, si estendeva la “Plaga Sclavorum” (116), da cui il toponimo Praia. Gli SCLAVONI, stanziati in più località della costa (117), erano giunti nel Sud della Penisola durante il ducato longobardo di Aione (118). Si erano insediati nella “Plaga” su preesistenti, ma certamente sparuti, nuclei di origine arcaica. Difatti, tutta la zona rivela manifestazioni umane antichissime, ad incominciare dal Paleolitico Inferiore, a cui sono ascrivibili le “Amigdale” rinvenute in contrada “Rosaneto” di Tortora (119).”. Il Campagna, a p. 222, nella nota (116) postillava che: “(116) Della “Plaga”, con eccezione di “piana”, “contrada”, “regione”, scrisse V. Lomonaco, Monografia, etc., op. cit., Il Lomonaco riporta Marafioti”. Il Campagna, a p. 222, nella nota (117) postillava che: “(117) “Schiavo” è contrada di Majerà, dove l’insediamento “scalvone” avvenne su piccolo agglomerato magno-greco, presso una sorgente, ora proprietà eredi Giovanni Biondi e Luigi Casella. “Castel Schiavo”, sulla sinistra di Abatemarco, m. 967 s.l.m., è il “Castellum de Sclavis” riportato in un “Privilegium” di Enrico IV, riconfermato da Costanza e da Federico II alla Congregazione Florense, in D. Martire, La Calabria sacra e profana, cit., pag. 116 e ssg. Sulla costa è molto diffusa la coltura del fico, dal frutto color marrone, dolcissimo, noto come fico “schiaviello”. Nella seconda metà del XVI secolo, nell’imporre nuove tassazioni per un più completo sistema di torri marittime, il vicerè don Parafan de Rivera, duca di Alcalà, disponeva che Schiavoni ed Albanesi delle coste venissero tassati per metà canone, in G. Valente, Le torri costiere, etc., op. cit., p. 29″. Si tratta del testo di Gustavo Valente, Le Torri costiere della Calabria. Il Campagna, a p. 222, nella nota (118) postillava che: “(118) “Aione reggeva il ducato (Benevento) da ormai un anno e cinque mesi quando con molte navi sopraggiunse un esercito di Sclavi che si attendarono non lontano da Siponto (Sipontum, presso Manfredonia) e di nascosto da tutti cominciarono a scavare delle buche intorno all’accampamento….”, P. Diacono, Storia dei Longobardi, IV, 44, Milano, 1974; Idem (sugli Sclavi), IV, 7,10, 24, 28, 37 bis, 40; V, 22-23; VI, 24-26, 45, 51-52. Aione era succeduto ad Arichis nel ducato di Benevento, intorno al 641. Gli SCLAVONI, dal latino medioevale Sclavus, erano gli abitanti della Sclavonia, detta anche Slavonia, da cui Venezia traeva il maggior profitto nel commercio degli schiavi, in A. Peronaci, Evoluzione storica dei termini e dei concetti di servus, di scalvus, etc., in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, pag. 456.”. Dunque, il Campagna cita Paolo Diacono e la sua “Storia dei Longobardi” dove spesso il cronista cita i popoli Slavi. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, a p. 63, parlando della cittadina calabrese di Scalea, in proposito scriveva che: “I Greci, tuttavia, non dovevano essere l’unica etnia del territorio di Scalea, ma da alcuni indizi emerge una situazione assai più complessa. Abbiamo visto infatti che i Bizantini insediarono nel territorio anche gruppi di etnie diverse rispetto a quella greca (Armeni, Slavi, Arabi). Di insediamenti slavi nella zona, infine, abbiamo testimonianza del toponimo Schiavo, presso Buonvicino, nella tradizione locale che vuole l’abitato di Praia originario da uno stanziamento militare slavo (Plaga Sclavorum) e nel cognome Loschiavo, molto diffuso nella zona. Della presenza araba potrebbe essere testimonianza il toponimo Fischia, etc…”.

Nel 885, la nascita di “Plaga Sclavorum” al tempo di Niceforo Foca

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il cenobio di S. Nazario”, a pp. 44 e ss. parlando di Nicola da Rossano (S. Nilo), in proposito scriveva che: “….‘Praja Sclavorum’ sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Etc…”. Dunque, il Cappelli scriveva che la “Plaga Sclavorum” (o Praia a Mare), sorse al tempo di Niceforo Foca (…..). Il Cappelli, sulla scorta del Lomonaco scriveva che la “Plaga Sclavorum” (la spiaggia di Praia a Mare) si popolò di popolazioni Slave (egli li chiama “Sloveni”) al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31)”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (31) postillava che: “(31) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N.S. della Grotta a Praia degli Schiavoni etc.., Napoli, 1958, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria Vera”, n. s. IV (Reggio Calabria, 1923), p. 104; Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 42″. Il testo di Oreste Dito è “Calabria. Disegno storico della vita e della cultura calabrese dai tempi più antichi ai nostri giorni”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: “Nell’885-886, infatti, venne investito del comando in Italia il più celebre genio militare dell’epoca: Niceforo Foca, detto il Vecchio, per distinguerlo dal più famoso nipote omonimo, l’imperatore Niceforo II Foca (963-969). Egli giunge in Italia con un poderoso esercito, composto oltre che dalle forze di tutti i themata occidentali (Tracia, Macedonia, Cefalonia e Longobardia), anche da truppe scelte di quelli orientali, a cui si aggiunsero truppe armene guidate dal famoso (o meglio famigerato) Diakonitzis. Costui un tempo era stato seguace e sostenitore di Chrysochir, capo degli ertici pauliciani, una setta che per anni aveva dato filo da torcere alle truppe imperiali in Anatolia. Solo nell’872, infatti, Cristoforo, cognato dell’imperatore Basilio I e domestikos etc….Con le forze così considerevoli, dunque, ben presto le potenti roccaforti musulmane della Calabria, una dopo l’altra sarebbero state costrette ad aprirgli le porte. Sbarcato a Taranto, Niceforo si diresse rapidamente sul teatro delle operazioni e, congiunte le sue forze a quelle di Stefano, riuscì a sconfiggere i Saraceni presso Amantea, che subito si sottomise. Dopo questo successo, probabilmente sfruttando l’effetto sorpresa e lo scoraggiamento del nemico, si diresse a sud contro Tropea, anch’essa da anni nelle mani dei Saraceni. Superata anche qui in breve tempo la resistenza musulmana, decise di sferrare il colpo risolutivo e attaccare l’inespugnabile fortezza di Santa Severina……Dopo la morte di Basilio I (29 agosto 886), venne richiamato dall’Italia dal nuovo imperatore Leone VI e nominato domestikos della Scholai, per condurre la guerra contro i Bulgari. Sembra, tuttavia, che Niceforo abbia avuto il tempo di consolidare le sue conquiste, sia calabresi che lucane, e di predisporre un  nuovo assetto politico e militare: ll fatto che questa riorganizzazione potrebbe essere stata completata dal suo successore, Teofilatto, non muta sostanzialmente la sua portata e il suo valore. Vi sono molti indizi che deporrebbero a favore di una vasta riorganizzazione politico-amministrativa della Calabria in quest’epoca, con donazioni di terre ai veterani e fondazione di nuovi insediamenti urbani (Kastra) e comunità di villaggio (chorìa). Etc….

Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, che, a pp. 55-56, in proposito scriveva che: “Nel breve tratto, in cui la Lucania è bagnata dal Tirreno, è ‘Maratea’, che gli storici locali vogliono subentrata a ‘Blanda’, anche se con scarsa attendibilità (14). La sua posizione infatti è tutt’altro che favorevole ad un’ipotesi del genere. Col tempo si è venuta a formare Maratea Inferiore, che oggi porta il nome di ‘Marina di Maratea’, alla quale sono aggregati i due casali di ‘Acquafredda’ e ‘Cersuta’. ‘Tortora’ ed ‘Aieta’ non hanno origine diversa da quella degli altri borghi medievali: furono i Saraceni che, nel secolo IX muovendo dai due emirati di Amantea e di Agropoli, costrinsero gli abitanti di Blanda a rifugiarsi in luogo più interno e sicuro, sulla montagna. Le testimonianze più antiche dell’esistenza di Tortora non vanno oltre il secolo XII. Nel suo territorio sorse più tardi ‘Tortorella’.

Nell’892 (la notte di S. Giovanni), alla mezzanotte, i Saraceni di Agropoli attaccarono e distrussero Paestum

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando delle Diocesi e clero dopo il mille, a p. 47, in proposito scriveva che: “Circa la data del trasferimento della sede diocesana da Paestum a Capaccio si fanno varie ipotesi,…..etc….Una cosa è certa, i “saraceni agropolitani” di cui parlano le Cronache avevano razziato anche la pianura pestana: “omnia denudabant (…e) per iuga moncium degebant omniaque demoliebant” e “per Beneventum Salernitanasque fines peragrant”(3). Nella notte di S. Giovanni del 892 i musulmani di Sicilia pare abbiano assalito Paestum devastandolo e incendiandolo. Essi si fermarono a Licosa, secondo Erchemperto (v. G. Diacono “Licosa latitabant”) e poi ad Agropoli, importante osservatorio geografico proiettato sul golfo salernitano (4). E’ presumibile che sotto il loro incalzare le popolazioni abbandonassero la pianura per rifugiarsi in zona più tranquilla e ciò anche in considerazione del fatto che Paestum aveva perduto la sua originaria fertilità a causa soprattutto degli acquitrini defluiti dal degrado del fiume Salso ricordato tra l’altro da Strabone (5).”. Ebner a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Carlo Carucci (….), nel suo ‘La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, a p. 124, in proposito scriveva che: “Gli Abitanti di Agropoli poi, quando il villaggio fu occupato dai Saraceni, si rifugiarono nei vicini monti, iniziando la formazione di varie piccole borgate, tra cui Ogliastro ed Eredita, che poi restarono alla dipendenza di Agropoli, quando i Saraceni andaron via (3). Nei primi anni del sec. X ance Pesto, che per altro quasi nulla più conservava dell’antica grandezza, soggiacque ai Saraceni agropolitani.”.  Il Carucci, a p. 124, nella nota (3) postillava: “(3)……

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “Era appena incominciato il X secolo dell’era volgare e sulla cattedra di pietro sedeva il pontefice Giovanni X, quando i Saraceni agropolitani (14), antichi ed audaci popoli dell’Arabia (15), etc…”. Il Volpe (….), a p. 32, nella nota (14) postillava: “(14) L’anonimo salernitano, dopo di aver detto ‘atque Acropoli morarunt, deinde per iuga montium degebant, omniaque demoliebantur’, li chiama egli pure ‘saracenos acropolitanos’.”.

Nel 903, Atenolfo ed altri contro i Saraceni del Gariglianno

Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, a pp. 104-105, in proposito scriveva che: “Scomparsa oramai, non si sa come nè quando, dal principato salernitano la colonia di Agropoli, unica infestatrice rimaneva quella del Garigliano, sciolta da ogni legame col resto della società musulmana, oltre forse ad aumenti recatile dai confratelli d’Agropoli, da altre bande prima liberamente operanti e da reliquie della recente invasione. E tocca ad Atenolfo, conte di Capua ed ora anche principe di Benevento, il merito dell’iniziativa d’un impresa intesa a liberarne il paese, come tocca a Napoli e ad Amalfi il merito d’averla secondata. Il solito interesse egoistico mantenne all’incontro nell’alleanza deg’infedeli gl’ipati di Gaeta, Docibile e Giovanni. Atenolfo I, dunque, nel giugno 903 con Gregorio IV di Napoli e con gli amalfitani ….passò il Garigliano etc…”.

Nel 909, Ibrahim-Ibhn-Abhmed, proveniente dalla Calabria occupò Camerota che diventò una sua roccaforte

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 31, in proposito scriveva che: Nell’anno 909, altri Saraceni si trovano ad Agropoli, la ran parte dei qual si era unita al gruppo di Ibraim-ibn-Abmed, provenienti dalla Calabria. I restanti saranno i pochi superstiti assoldati dalla Repubblica Napoletana (10).”. Il Vassalluzzo, a p. 31, nella nota (10) postillava: “(10) Amari M., op. cit., vol. I, pag. 344.”. Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 104, dove scriveva che: “Nell’anno 909, altri Saraceni, al seguito del potente Capo arabo Ibrahim-Ibhn-Abhmed, provenienti dalla Calabria, dopo aver saccheggiato ed incendiato Camerota, vi fondarono una nuova, munitissima roccaforte che manda nelle tenebre sinistri bagliori di fuoco, si dirigono minacciosamente su “Skarius” (20).”. Il Guzzo, a p. 105, nella sua nota (20), postillava che: “(20) F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”. Ebner, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli, cit, p. 36. Anche il Cirelli non cita la fonte.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a pp. 78-79, in proposito scriveva che: “Con l’avvento a Costantinopoli della dinastia macedone (Basilio I, 867-886), avvenne una ristrutturazione del potere bizantino nel nostro Mezzogiorno, soprattutto in Calabria, dopo la perdita della Sicilia (92). Tuttavia, le incursioni continuarono, soprattutto quando, domata la rivolta tra Arabi di Sicilia ed Agabliti d’Africa (900), assunse il potere Abu^l-Abbas ‘Abdallàh, che, l’anno seguente conquistò Reggio. Richiamato in patria Abul-Abbas, nel settembre-ottobre del 902 veniva assediata Cosenza da Ibrahim II, la cui morte naturale, 23 ottobre, salvò la città. Nel 913 furono condotte furiose incursioni lungo le coste della Calabria dal governatore arabo della Sicilia, Ahmed ben Qurhub. Dopo l’incursione contro Reggio (918), si giunse ad una pace concordata, che stabiliva il versamento d’un vergognoso tributo agli Arabi, da parte bizantina. Sanguinose scorrerie con deportazioni si susseguirono, ininterrottamente, sulle coste, in tutta la prima metà del 900; a nulla valsero i tributi, che furono, puntualmente corrisposti (93). Etc..”. Il Campagna, a p. 78, nella nota (92) postillava: “(92) Dopo il 902, il metropolita di Reggio sarebbe stato anche arcivescovo di Trinacria, formalmente, o per la protezione dei nuclei cristiani dell’Isola, non sottoposti ai Saraceni. G. Lancia Di Brolo, Storia della Chiesa in Sicilia, Palermo, 1880. Il Campagna, a p. 78, nella nota (93) postillava: “(93) M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, II, Catania, 1955”.

Nel ‘914, Blanda, secondo il Troyli fu distrutta dai Saraceni

Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; etc…”. L’identificazione di Blanda con il sito di Maratea, fu ripresa nel secolo successivo da Placido Troyli (10), dall’Antonini (27) e più tardi da Domenico Romanelli (25): « Non in altro sito adunque convien riporre Blanda, che a Maratea, un miglio distante dal mare, siccome opinò saggiamente l’Olsteino, esatto dal detto di si degno amico a credere che Maratea fusse l’antica Blanda, non potrà persuadermelo altri, per il motivo di anzi accennato ». Il Romanelli (25) ed il Troyli (10), credono il sito di Blanda sia quello di Maratea, riferendosi alla lettera del papa (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile…e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11). Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 9-10 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,….Lo storico Troilo dice che i Saraceni fierissimi nemici dei Cristiani, dopo di aver devastate le marine del regno, distrussero anche nella Lucania, Grumento, Blanda, Tebe, Pandosia nel 914 dell’Era Cristiana. Il coro di Blanda, in legno di noce, venne trasportato a Tortora ove si conservò fino a 28 anni or sono, ma attualmente si trova nel museo di Budapest, come opera preziosa venduta inconsciamente da un incompetente ecclesiastico agli stranieri.…..Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. …..(scrive a p. 12): Troilo Abate Placido libro 1 pag. 171.”. Il Curzio si riferiva all’opera dell’abate Placido Troyli (….), “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. I, parte II, dove a p. 171 ci parla dei popoli Sirini, Orsentani, Sontini e Volcentani e sempre a p. 171 parlando dei popoli “Sirini” egli scriveva che: “..( o Sirino come altri lo chiamano) abitavano e sorsi sovra Lauria, vicino alle foci del Fiume Siri detto in oggi corrottamente ‘Sinno’. Essendo ivi stata anticamente la Terra di Siruci, che in lingua del paese presentemente si addimanda ‘Siluci’. Quale poi distrutta, e gli Abitatori giti ad abitare in Lauria; in Feudo nobile il Luogo si permutò, ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.. Dunque, la citazione del Curzio non ha senso perchè il Troyli si riferisce alla distrutta e antica città di Siluci ed a Lauria non alla distruzione dei Saraceni. Il Troyli parla di Blanda a pp. 162 e ssg., ma non dice nulla della distruzione dei Saraceni. Monsignor Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934 scrisse la stessa notizia di Lauria, ed in proposito a p. 11 scriveva che: ‘’Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro.…..(scrive a p. 12): Troilo Abate Placido libro 1 pag. 171.”. L’identificazione di Blanda con il sito di Maratea, fu ripresa nel secolo successivo da Placido Troyli (10), dall’Antonini (27) e più tardi da Domenico Romanelli (25): « Non in altro sito adunque convien riporre Blanda, che a Maratea, un miglio distante dal mare, siccome opinò saggiamente l’Olsteino, esatto dal detto di si degno amico a credere che Maratea fusse l’antica Blanda, non potrà persuadermelo altri, per il motivo di anzi accennato ». Il Romanelli (25) ed il Troyli (10), credono il sito di Blanda sia quello di Maratea, riferendosi alla lettera del papa (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile…e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11).

Le devastanti incursioni Saracene nell’VIII e IX secolo d. C.

Nel 915 d.C. Papa Giovanni X riuscì a costituire una Santa Alleanza alla quale aderirono: Berengario I, Re d’Italia (888-924); il Patrizio Nicola Picingli, inviato dell’Imperatore di Bisanzio, Costantino VII; Alberigo, Marchese di Spoleto; i Principi Landolfo I e Atenolfo II, figli e successori di Atenolfo I di Benevento; Guaimario II, nuovo Principe di Salerno; Giovanni, Duca di Gaeta; Gregorio IV, Duca di Napoli. L’esercito Cristiano, con a capo Papa Giovanni X, al grido “Dio è con noi” sbaragliò e mise in fuga i Saraceni dal Garigliano. Finalmente “lo nero periglio che vien dal mare” era stato sconfitto e disperso nell’Italia Meridionale. Solo nel XIV secolo grazie ad una Crociata voluta da Papa Bonifacio VIII contro l’ultimo ribat in Sicilia, terminò la presenza Saracena in Italia. A questo punto gli Arabi vorrebbero invadere l’Italia Continentale, ma sono divisi da essa dallo Stretto di Messina. Per questo nuovo capitolo della storia ci vengono incontro le cronache latine del IX e dell’ XI secolo. Si parla di Saraceni a Brindisi, a Taranto. Soggette a scorrerie saracene furono la Sardegna e la Corsica, ma maggiormente la Calabria, la Campania e il Molise dove gli Arabi si insediarono per qualche tempo. Si ricordano il sacco del Monastero di Montecassino e quelli delle Basiliche di San Pietro e San Paolo a Roma e ancora, nel 935, erano in Liguria a Genova. Gli Arabi risalivano anche l’Adriatico verso Ancona, spingendosi fino a Cherso. Vanno considerati durevoli i due emirati di Taranto e Bari (dall’ 847 all’ 871). Nel 915 i Saraceni furono cacciati e Agropoli tornò in mano ai vescovi, che intanto si erano stabiliti a Capaccio. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a pp. 5-6-7 parlando di “Pesto”, in proposito scriveva che: “Vogliono, che questa Città fosse stata una delle quattordici colonie de’ Romani in Italia, che qui fossero vissuti Zenofonte e Parmenide celebri Filosofi, secondo il parere di Dionisio e Diodoro, che M. Tullio Cicerone vi havesse fatto una Villa, e che li suoi cittadini havessero guerreggiato con Annibale, Alarico, Gensorico, e Totila, e con gran valore havessero resistito ad Alessandro Molosso Rè degli Epiroti, & a Pirro suo figliolo. In questa città fiorì anche la Santità, mentre ebbe S. Vito Martire, che morì per la Fede di Cristo, come vuole Paolo Reggio Vescovo di Vico Equense, e dopo tante, e altre sue tralasciate glorie nell’ano 930, fu invasa da Saraceni, e da quelli abbattuta in modo che di una Città sì bella tenuta inespugnabile per molti secoli, e del suo circuito di quattro miglia, non furono lasciati, se non le mura in piedi.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”. Rocco Gaetani (…), però, nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, non parla affatto di Policastro ma, parla dell’antica Bussento (Buxentum), il cui toponimo, solo in seguito fu trasformato in Policastro. Invece, il sacerdote di Torraca, Rocco Gaetani (…), ne parlava nel suo: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli ecc..’, dove, sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…), citava la notizia della distruzione di Policastro (forse Bussento), da parte dei Saraceni nell’anno 915 d.C.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram‘”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Riguardo le notizie tratte dal ‘ms’, manoscritto, del “Marchese di S. Giovanni”, il Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. vol. VII, p. 224, ci parlava del Manoscritto di Luca Mannelli (…), che riportava alcune interessantissime notizie sulla nostra zona. Per il Manoscritto del Mannelli, si veda pure: Rocco Gaetani (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “…, ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion.

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(Figg….) Rocco Gaetani (…), pp. 22-25

Il Volpe (28), traendo alcune notizie dal manoscritto dal Mannelli (27), scriveva a riguardo Policastro: “Più tardi, nè primi del decimo secolo, come risulta da un prezioso manoscritto citato dall’Antonini (7), fu depredata e bruciata dai saraceni Agropolitani (a. 915). I due studiosi Natella e Peduto (10), citano una notizia del Volpe (23), secondo cui, nell’anno 915, gli Agareni (Saraceni), –  che si erano stabiliti ad Agropoli già dall’anno 882, creandone un loro spalto fortificato – attaccarono Bussento – per la seconda volta nella sua storia – incendiandola e distruggendola. I due studiosi (10), sulla scorta del Volpe (28), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 e, postillavano: La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferia dal Volpe (28), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (27) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (34). Non siamo del tutto daccordo con la tesi dei due studiosi Natella e Peduto (10), che non credevano a queste notizie in quanto ritenevano il manoscritto del Mannelli (27), “un falso settecentesco”. Abbiamo ritrovato e pubblicato il manoscritto di Luca Mannelli (27), a cui si rifaceva una certa bibliografia antiquaria come il Volpe (28), ed abbiamo visto che alcune notizie storiche che esso riporta sono tratte dal monaco benedettino Goffredo Malaterra (34). Tuttavia, questo periodo andrà ulteriormente indagato. Il Gaetani (22), nel suo: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli ecc..’, parlando dell’assalto dei Saraceni che Bussento aveva subito, così scriveva in proposito a p. 23: si che non potesser come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere, particolarmente havendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto il nuovo nome di Policastro. Il Gaetani (22), nel suo saggio: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto ecc..”, sulla scorta del manoscritto del Mannelli (27), scriveva: “Fece perdita del suo antico nome dopo che fu da’ Saraceni disfatta, et essendo dagli habitatori poi riedificata, acuistò quel nuovo, il che si fa manifesto da una Bolla d’Alfano ecc…(pp. 10-11). Laonde questa città maritima e tanto fuor di mano da essi (si riferiva ai Longobardi), non fu assalita ma fu posseduta da’ Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli seguenti, quando i Saraceni, vennero a danni d’Italia, perchè quasi al contrario prevalendo più di forze marittime, che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le marittime restavan esposti a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’Imperio Greco (p. 22). Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia chh’haveano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono et abbatterono quasi tutte le marittime di questo e dell’altro lido del mare Jonio, e particolarmente di questa Buxento, restandone nelle sue rovine anco sepolto il nome. Non ho ritrovato in ques’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notizia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Saraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qalche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo de’ Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiare queste riviere, particolarmente havendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro.”. Il Gaetani (22), sempre nel suo saggio sul manoscritto del Mannelli (27), a pp. 24-25, riporta il passo del Mannelli, quando l’Agostiniano analizza la notizia tratta dal libro III, Cap. VIII del Malaterra (34), in cui si parla degli Africani che distruggono la città calabrese di Nicotera: “Africani Saraceni e familia Regis Punicis ex ejus edicto navibus per naves Piratarum more vela ventis committentes maritima litora versus Siciliam, et Calabriam insidiatum vadunt; sique Junio mense in vigilia B. Petri apud Nicotrum ecc..”. Infatti, il Laudisio (6), sulla scorta di Pietro Giannone (64), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”.

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(Fig…..) La pagina originale che parla dei Saraceni tratta dal manoscritto del Mannelli (27)

Nel 915, i Saraceni del Garigliano e Atenulfo di Capua alla battaglia del Garigliano

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 riferendosi agli avvenimenti che seguirono dopo la strage del “Traetto”, una località vicino al Garigliano, in proposito scriveva che: “Chi non sa quanti danni e sciagure non ci costò il soggiorno lunghissimo dei Saraceni acquartierati nelle vicinanze del Garigliano ed in Agropoli ? I primi eran divenuti insolenti, e perniciosi a tal segno, che Atenulfo principe di Capua, per isnidarli di là, ebbe a ricorrere a Costantino IX Porfirogenito, imperatore d’Occidente. Alle truppe che egli inviò si unì un corpo considerevole di Greci; ed alle forze si riunirono le milizie del papa Giovanni X, di Guaimario principe di Salerno, di Gregorio duca di Napoli, e di Giovanni duca di Gaeta. Questi differenti corpi avendo formata tra essi una lega formidabile, vennero ad attaccare i Saraceni a tutt’oltranza; cui ne fecero un’orribile carneficina, e forzarono i pochi ch’erano scampati dalla morte, di abbandonare quel luogo (915). Ecc…”. Il Camera citava Atenulfo di Capua. Atenolfo si alleò allora con Amalfi e Gregorio IV di Napoli e attaccò senza risultati di rilievo i musulmani del Traetto nel 903. Traetto o Traietto è il nome d’una località sita sulla foce del fiume Garigliano, attiva come colonia militare musulmana nel IX-X secolo. Nel 903 un tentativo di eliminare tale colonia musulmana fallì miseramente, come pure nel 908, quando Atenolfo I, principe di Capua (887 – 910) effettuò un nuovo tentativo dopo aver ottenuto l’alleanza di Napoletani e Amalfitani.

Nel 915, la lega anti-Saraceni del Garigliano

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (51), sulla scorta del Ventimiglia (52), ha riportato alcune interessanti notizie sulla presenza Araba nelle nostre terre. Vassalluzzo, nella sua nota (12) di pag. 18, scriveva: “Ventimiglia F.A., op. cit. pagg. 104, 105. Lo storico cilentano (riferendo il Cronista Cavense all’anno 879, a proposito dei Saraceni, che vengono in Agropoli e in Capaccio, dove si scrive: et Lucaniam rupis bocheturris expugnavit) ecc…”. Scrive sempre il Vassalluzzo: “I Saraceni avevano visitato più volte la costa del Cilento. Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6). Perciò Amalfi, Napoli, Gaeta e Sorrento, allo scopo di stabilire una massiccia opposizione ai continui attacchi e alle frequenti razzie dei barbareschi, avevano stretto una Lega tra di loro. Fu proprio in forza di questa alleanza che i Saraceni poterono essere snidati a Punta Licosa, dove si erano arroccati nell’anno 845 (7).”. Il Vasalluzzo, a p. 30, nella sua nota (6) postillava: “(6) T.C.I., L’Italia storica, Milano, 1961, pag. 118. Orlando G., op. cit., pag. 309. Cilento N., op. cit., pag. 177.”. Riguardo Orlando, il Vassalluzzo, a p. 28, nella nota (4) postillava: “(4)….Orlando G., Storia di Nocera de’ Pagani, vol. I, Napoli, 1884, pag. 311 e sg.”. Il titolo completo dell’opera è Orlando Gennaro, “Storia di Nocera de’ Pagani – Dalla nascita della città moderna all’Unità d’Italia”, Napoli, 1884, vol. I-II-III. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella nota (7) postillava: “(7) HIRSCH F. – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Orlando G., op. cit., pag. 317. Lo storico nocerino parla di un’altra alleanza tra i principi di Capua e di Salerno, i duchi di Gaeta, di Napoli e di Amalfi, con l’aiuto del navglio dei Greci, alleanza che, nell’anno 914, valse a sconfiggere i Saraceni al Garigliano, la loro ordinaria dimora e, adesso, loro ultimo rifugio. Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiato neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco cosa si trova scritto in Orlando, op. cit., pag. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, in ista terra regressus fuerit, etc…(S. Massimo di Salerno).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 riferendosi agli avvenimenti che seguirono dopo la strage del “Traetto”, una località vicino al Garigliano, in proposito scriveva che: “Chi non sa quanti danni e sciagure non ci costò il soggiorno lunghissimo dei Saraceni acquartierati nelle vicinanze del Garigliano ed in Agropoli ? I primi eran divenuti insolenti, e perniciosi a tal segno, che Atenulfo principe di Capua, per isnidarli di là, ebbe a ricorrere a Costantino IX Porfirogenito, imperatore d’Occidente. Alle truppe che egli inviò si unì un corpo considerevole di Greci; ed alle forze si riunirono le milizie del papa Giovanni X, di Guaimario principe di Salerno, di Gregorio duca di Napoli, e di Giovanni duca di Gaeta. Questi differenti corpi avendo formata tra essi una lega formidabile, vennero ad attaccare i Saraceni a tutt’oltranza; cui ne fecero un’orribile carneficina, e forzarono i pochi ch’erano scampati dalla morte, di abbandonare quel luogo (915). Ecc…”. Nel 910 papa Giovanni X e Landolfo I si mossero per organizzare una Lega cristiana per liberare i territori dell’Italia centro-meridionale dai musulmani del Traetto, convincendo a unirsi a loro Zoe, quarta moglie e vedova dell’Imperatore bizantino Leone VI, oltre ad Alberico II di Spoleto, duca di Camerino (912-954) e a Berengario, duca del Friuli e re d’Italia. Le truppe così radunate marciarono nel 915 contro il Traetto, rafforzati da Pugliesi, Calabresi, forti della competenza militare dello stratega bizantino Niccolò Picingli – sostenuto da una flotta inviata dall’imperatore bizantino Costantino VII – che per parte sua aveva convinto il principe di Salerno e i duchi di Napoli e Gaeta a partecipare all’impresa. Al termine di tre mesi di assedio, i musulmani capitolarono, causando essi stessi la distruzione per incendio della colonia nell’agosto del 915. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 79, in proposito scriveva che: Oltre al tentativo di Ottone II, i cui ideali di paladino antisaraceno sono discutibili, azioni congiunte contro gli Arabi, già dai primi del secolo, erano state organizzate dal papato, che nella battaglia del Garigliano, 915, era riuscito a collegare Bizantini, aristocrazie meridionali e Alberico di Spoleto.”.

Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi etc..”, a p. 273, parlando della sede vescovile di Agropoli, in proposito scriveva: “Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltano quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tuttora noto come “Campo Saraceno” (10), abbandonato quando vennero sconfitti (20 settembre 1028) da Guaimario di Salerno e Pandolfo di Capua (11).”. Ebner, a p. 273, nella nota (10) postillava: “(10) Schipa, Storia, p. 210.”. Ebner, a p. 273, nella nota (11) postillava: “(11) Di Meo, cit., VII, ad anno 1028.”.

Nel giugno del 915 (916 ?) (nella notte di S. Giovanni), i Saraceni del ribat di Agropoli si unirono ai Saraceni del ribat di Camerota, che abbandonarono e, andarono a saccheggiare Paestum, Velia, Molpa e Policastro (secondo l’antico manoscritto del marchese di S. Giovanni pubblicato dall’Antonini)

La prima notizia della distruzione di Policastro da parte dei Saraceni, nell’anno 915, ci viene dal barone di S. Biase, il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’. leggonsi le seguenti parole: etc…”. L’Antonini, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Acropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”.

Antonini, p. 411, su Camerota

Dunque, l’Antonini riferiva queste notizie sui Saraceni che apprese leggendo il manoscritto del “Marchese di S. Giovanni Bonito” (scriveva) ed infatti, l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417, nella sua nota (2), riferendosi a “Policastro Bussentino” postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel CMXV. era stata saccheggiata Città da’ Saraceni d’Acropoli e di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915…………Cum proinde resciverint ex duedecim Ismaelitis, qui in parva navicula eruperant, occidionalem pugnam ad flumen Garelianum, timentes amplius in Agropoli permanere, Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae tacito pede venientes nocturno aggressu Civitatem sonnolentam (cioè Pesto) capium atque discripiunt, et discedentes, ignem submittunt. Inde coaduvatis fratis de Camerota, eodem filentio discedunt, et Pellicastrum capiunt, et depraedantur, eorum navigia de praeda onerando ad litora Africae consugerunt.”.”. L’Antonini, nella sua nota (2), a pp. 416-417 postillava riportando il brano tratto dal ‘manoscritto’ del Marchese di S. Giovanni, di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, queste sono le parole del manoscritto di S. Giovanni trascritte dall’Antonini nella nota (2) a p. 417, quando il marchese parla dell’incursione di Pesto nell’anno 915 da parte dei Saraceni. Secondo l’Antonini, il marchese Giovanni Bonito (….), Marchese di Calatrava, in un suo manoscritto, di cui ho già parlato, nel fol. 121, parlando della distruzione di Paestum da parte dei Saraceni, dopo la sconfitta subita sul Garigliano nel 915, riportava la seguente notizia: Nell’anno 915…..Quando i dodici Ismaeliti, fuggiti su una piccola barca, si ritirarono dalla battaglia occidentale presso il fiume Garelia, temendo di proseguire ancora ad Agropoli, nella notte più sacra di San Giovanni Battista vennero con piede silenzioso di notte assalirono e catturarono la città addormentata (cioè Pesto) e gridarono, e quando si ritirarono, si sottomisero al fuoco. Di là, unitisi ai fratelli di Camerota, partirono allo stesso modo, e preso Pellicastrum, e dopo essere stato saccheggiato, le loro barche, cariche di bottino, navigarono verso le coste dell’Africa.”. Dunque, il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni” ci racconta dei Saraceni di Agropoli, in seguito alla grave sconfitta che i Saraceni d’Africa subirono al Garigliano, si unirono a quelli che stanziavano al ribat di Camerota e, nella notte di S. Giovanni del (e qui alcuni riportano una data ed altri un altra data, ma in ogni caso si tratta dell’anno 915), fecero un’incursione a Policastro. Le parole in latino del manoscritto sono riportate anche dal Cantalupo. Dunque esiste un manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, cavaliere di Calatrava appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi e Scala. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. IV, sui Saraceni ad Agropoli, a p. 90, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Antonini (op. cit., pp. 412 e 417) riporta il brano di un manoscritto appartenuto al marchese di S. Giovanni, Marcello Bonito ( e che fu poi di M. Camera, lo storico di Amalfi; cfr. C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1922, n. 4, p. 124): “Anno 915….cum proinde resciverint ex duodecim Ismaelitis, qui in parva navicula eruperant, occidionalem pugnam ad flumen Garelianum, timentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Johannis Baptistae tacito pede venientes nocturnu aggressu Civitatem somnolentam (cioè Paestum) capiunt atque diripiunt, et discendentes, ignem submittunt. Inde coadunatis fratribus de Camerota, eodem silentio discedunt et Pellicastrum capiunt et depraedantur, eorum navigia de praeda onerando ad litora Africae confugerunt.”. Il testo, pur infiorettato di particolari fantastici, quali la distribuzione di paestum ed il sacco di Policastro, mostra una sostanziale credibilità. Il Mazziotti (op. cit., p. 80), seguendo il Di Meo ed il falso ‘Chronicon Cavense’ (Cfr. M. Schipa, Storia…., cit., n. 2, p. 185), ritarda l’uscita dei Saraceni da Agropoli al 28 sett. 1028. Nello stesso errore è caduto anche P. Ebner (Storia…., cit., p. 273).”. Credo che il Cantalupo citando lo Schipa si riferisca al testo “Storia del Principato Longobardo di Salerno”, pubblicato a Napoli, nel 1887, sebbene però lo Schipa, in questo testo, a p. 185 non riporta nessuna nota e ci parla della caduta di Gisulfo II. Carlo Carucci (….), nel suo ‘La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, a p. 124, in proposito scriveva che: “Gli Abitanti di Agropoli poi, quando il villaggio fu occupato dai Saraceni, si rifugiarono nei vicini monti, iniziando la formazione di varie piccole borgate, tra cui Ogliastro ed Eredita, che poi restarono alla dipendenza di Agropoli, quando i Saraceni andaron via (3). Nei primi anni del sec. X anche Pesto, che per altro quasi nulla più conservava dell’antica grandezza, soggiacque ai Saraceni agropolitani. Questi, saputa la sconfitta dei loro connazionali sul Garigliano, temendo l’istessa sorte, per desiderio di bottino, assalirono Pesto, la saccheggiarono e ne misero in fuga gli abitanti. In un manoscritto del tempo, pubblicato dall’Antonini (4) è detto che i Saraceni, dopo la battaglia sul Garigliano ‘nolentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Johannis Baptistae tacito pede venientes nocturnu aggressu civitatem somnolentam capiunt atque diripiunt, et discendentes, ignem submittunt’.”. Il Carucci, a p. 124, nella nota (4) postillava: “(4) Il manoscritto era del marchese di S. Giovanni, Marcello Bonito, ed era posseduto dallo scrittore amalfitano, Matteo Camera, di cui V. l’opera ‘Città e Ducato di Amalfi’, I, pag. 130. Cfr. Antonini, op. cit., X, pag. 417; Gatta, Memorie della Lucania, pag. 265; Zappullo, Storia di Napoli, cap. III, pag. 448.”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando delle Diocesi e clero dopo il mille, sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Il “Manoscritto del marchese di S. Giovanni” è appartenuto a Matteo Camera. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 scriveva che l’attacco a Paestum avvenne nella notte del 23 giugno 916. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…, vol. I., p. 130 riferendosi agli avvenimenti che seguirono dopo la strage del Garigliano, in proposito scriveva che: “Chi non sa quanti danni e sciagure non ci costò il soggiorno lunghissimo dei Saraceni acquartierati nelle vicinanze del Garigliano ed in Agropoli ?………….Tuttavolta quegl’Infedeli ch’eran rimasi in possedimento di Agropoli, spaventati dalla tremenda catastrofe provata dai loro correligionarii, risolsero di abbandonare quella stazione, e di ritirarsi in Africa. Ma prima d’eseguire tale loro progetto, essi vollero dare il sacco ed il guasto alla celebre città di Pesto, situata poco lungi da Agropoli. Di fatti, verso la mezzanotte del 23 giugno 916 giunsero defilati a sorprendere e ad impadronirsi della città; la quale, dopo aver saccheggiata, vi appiccarono il fuoco, che la consumò quasi interamente (2). Alla distruzione di Pesto, i superstiti abitatori, insieme ai coloni dei suoi dintorni si trasmutarono in gran parte nell’estremo lido occidentale di questa Costiera, dove diedero origine alla terra di Positano, dalla voce greca alterata TTAISTANO e dal fenicio …………., allusivi a ‘Nettuno’ (3).” :

Camera Matteo, Storia ducato di Amalfi, vol. I, p. 130 sui Saraceni e Bonito Marcello

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…”, vol. I., p. 130

Il Camera, a p. 130, nella sua nota (2) postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Joannis Baptistae tacito pede venientes nocturno aggressu civitatem Paestanam somnolentam copiunt, atque discripiunt, et discedentes ignem submittunt”: così in un antico ms di D. Marcello Bonito marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie) a fol. 12.”che, tradotto dovrebbe significare: I Saraceni, non volendo restare più a lungo in Agropoli, nella notte santissima di S. Giovanni Battista, venuti di notte con piede silenzioso, assalirono la sonnolenta città di Paestum, e la cinsero d’assedio; etc…”.  Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “I Longobardi, che estendono l’invasione fino all’Italia meridionale non sono tanto forti da poter sostituire i Bizantini in tutta la penisola, che resta divisa tra gli uni e gli altri. I Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantasette anni: il tempo del malessere. E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano, è orribile, nella lotta organizzata dal pontefice Giovanni X. E prima di far ritorno in Africa, depredano Paestum, Velia, Molpa e Policastro. “Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae” dell’anno 916, saccheggiano Paestum. Dopo Velia, che subirà tante altre piraterie barbaresche, da indurre gli abitanti ad un esodo continuo, anche per l’insicurezza delle coste, l’inefficienza dei porti e l’inquinamento della zona….I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464…….I saccheggi dei Saraceni, quelli del 915 terminano a Policastro Bussentino, con fatti drammatici che vanno oltre il fantastico.”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Dunque, secondo il Giustiniani in questo manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, ci parla delle incursioni dei Saraceni a p. 121. Sul “manoscritto” del marchese di S. Giovanni ho già scritto ma non è stata approfondita la notizia del Ciociano che riteneva quel passo su Camerota fosse stato tratto dall’Anonimo Salernitano. Sulle notizie tratte dall’antico manoscritto del Marchese di S. Giovanni ha scritto pure il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “Era appena incominciato il X secolo dell’era volgare e sulla cattedra di pietro sedeva il pontefice Giovanni X, quando i Saraceni agropolitani (14), antichi ed audaci popoli dell’Arabia (15), saputa l’orribile strage che era avvenuta de’ loro connazionali là sulle sponde del Garigliano, temendo toccasse egual sorte, avidi di bottino e rotti in ogni misfare, assalirono nel buio della notte l’indifesa Pesto e la saccheggiarono (anno 916, o come altri vuole 930). In un prezioso manoscritto di quel secolo, citato dall’Antonini, parlandosi della distruzione di Pesto, si legge: “Anno 915 – Cum proinde resciverint ex duodecim ismaelitis, qui in parva navicula erupetimentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Johanni Baptista tacito pede venientes nocturno aggressu Civitatem somnolentam (cioè Pesto) capiunt atque diripiunt, ed discedentes, igni submittunt, etc…”(16). I miseri cittadini sorpresi nel sonno e quasi del tutto spogli, sbandaronsi qua e colà in cerca di asilo e di salvezza, riparando principalmente nei vicini monti, ove poi, com’è tradizione, ampliarono Capaccio vecchio e Giungano, che non istimo quì descrivere di proposito, dovendone far cenno nel seguente capitolo.”. Il Volpe, a pp. 40-41, in proposito scriveva che: “Non lungi da Pesto, come già dissi, vittima del saracinesco furore, fioriva un tempo Capaccio-vetere. Gli storici, che di questa città scrissero, opinarono che venisse fondata distrutta che fu Pesto nel 930 secondo alcuni, oppure nel 915 come altri con più ragione credettero. Il dotto P. Mannelli, nel suo pregevolissimo manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’, che tuttora giace inedito negli scaffali della biblioteca nazionale, pel primo la volle fondata da ‘quei pestani che si ebbero la sorte di sottrarsi all’eccidio de’ saraceni agropolitani’. “Non pare, egli scrive (1), che tutti fossero concordi ove principalmente fermarsi dovessero, etc…..Così tenne M. Zappullo (2), lo stesso vollero Costantino Gatta (3), il Volpi (4) e tra i moderni il Marchesano (5) ed il professore Longobardi (6).”.  Il Volpe (….), a p. 32, nella nota (14) postillava: “(14) L’anonimo salernitano, dopo di aver detto ‘atque Acropoli morarunt, deinde per iuga montium degebant, omniaque demoliebantur’, li chiama egli pure ‘saracenos acropolitanos’.”. Il Volpe, a p. 32, nella nota (16) postillava: “(16) Cons. Antonini, discorsi sulla Lucania, disc. X, pag. 417”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, ci parla del manoscritto del marchese di S. Giovanni a p. 417, della sua “La Lucania – Discorsi”, cap. X, nella nota (I) di pag. 416 (vedi Antonini, ed. Gessari, 1745). Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Ecc….; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..”. Questi passaggi storici, furono poi in seguito ripetuti dal sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; etc…. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (….)“. I due studiosi nella loro nota (63) postillavano che: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio e riferendosi alla migrazione di monaci dalla Sicilia verso la Calabria e da questa regione a causa delle frequenti scorrerie dei Saraceni a p. 18 in proposito scriveva che: Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Calabria, nel corso dell’IX secolo furono costretti a spostarsi di nuovo a causa del “…succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “…………………………”.

Nel 915, i Saraceni a Centola e dintorni, nel chronicon del Monaco di S. Mercurio dell’Abbazia di S. Maria di Centola e la richiesta del dacium

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 131, in proposito scriveva che: La stima che gli Italiani di questi barbari facevano, li rese così insolenti, e superbi, che coniavano delle monete col di loro impronto etc……Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna a cagione di quel pagamento, che a loro si faceva, chiamato DACIUM dal ‘Monaco di S. Mercurio’; onde poi sorse venne l’Italiana parola Dazio, e significava presso a’ Saraceni quella contribuzione in denaro, che loro si pagava, per rendere un luogo immune dalle scorrerie, e dai saccheggiamenti; e talora anche quelle Terre, ove comunemente co’ Cristiani abitavano.”. Antonini citava un passo della cronaca di S. Mercurio, un antichissimo chronicon scritto in latino da un monaco che forse fu uno dei primi abati dell’Abbazia di S. Maria di Centola. Il monaco fornisce interessanti notizie storiche sull’abbazia e parla anche della presenza dei Saraceni a Camerota e nel circondario. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano -Etc…”. Dunque, il Ciociano riporta la stessa notizia dell’Antonini ma non l’attribuisce al monaco di S. Mercurio ma l’attribuisce all’Anonimo Salernitano, così detto il chronicon Cevense pubblicato dal Pratilli.

L’origine di alcuni centri del basso Cilento che la tradizione vuole dovuta alla fuga dei superstiti della distruzione della città di Velia, l’antica Elea che fuggirono nei luoghi interni della Lucania come Rivello

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc... Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante..

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, proseguendo il suo racconto sulla visita a Rivello, parla di antiche e numerose rovine tanto da fargli dubitare che l’antica città di Blanda non fosse a Maratea da ubicarsi ma a Rivello. l’Antonini (…), a p. 441, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ne libri dè battezzati della Parocchia di S. Maria del Poggio, dopo il fol. 13, si trova una ricevuta che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati nove, e tre tareni al Clero di Rivello per otto Preti Greci.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, (nel 1700, dunque, molto prima dell’Antonini e del Laudisio), a p. 6 parlando di Policastro ai tempi dell’antica romana Buxentum (Bussento), a p. 7, in proposito  scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 180 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Il nostro Falcone riferisce che “tuttochè siano trascorsi più di due mila anni, a questi abitatori di Nerulo è rimasta fissa la tradizione continuata e non interrotta, che i fondatori di questa patria furono alcuni fuggitivi o banditi” – che egli suppone provenienti dalla distrutta Velia, ovvero dai Coni, i quali erano pure quivi accasati assieme con gli Enotri. Noi non possiamo andare tanto oltre, poichè, fuori della sufferita ragione filologica, nessuna altra guida abbiamo nel tenebroso cammino circa la fondazione e la denominazione dell’antico Nerulo.”. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; etc…”.

Nel 929 (X sec. d. C.), Guaimario II e la riconquista dei territori Bizantini, come Policastro che fu conquistata e passò ai Longobardi

Nel 929 Guaimario ritirò la propria alleanza con Bisanzio, contro cui mosse guerra in appoggio a Landolfo I di Benevento. In base agli accordi presi, Guaimario e Landolfo attaccarono unitamente la Puglia, le cui conquiste andarono a Landolfo, e la Campania, da cui Guaimario ottenne nuovi territori. Ma l’alleanza fra i due principi si rivelò ben presto un insuccesso, al punto che Landolfo cambiò strategia e chiamò a proprio sostegno il duca Teobaldo di Spoleto. Anche quest’alleanza risultò fallimentare e fu rotta intorno al 930. Guaimario tornò allora dalla parte dei bizantini, persuaso a questo passo dal protospatario Epifanio. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 99, in proposito scriveva che: Sappiamo, però che già nel 929 il principe Guaimario II, rinunciando al titolo di patrizio imperiale, mosse all’assalto delle terre greche di Puglia e di Calabria insieme a Landolfo I, principe di Benevento, e riuscì a recuperare “molti castelli”(5), di questi ignoriamo il nome, ma fra essi doveva esserci certamente Policastro, che in seguito riappare in mano ai Longobardi di Salerno (6). Costoro, perduto per sempre Laino e scomparso l’omonimo gastaldato, riorganizzarono proprio attorno alla munita Policastro la residua regione della Bricia, che allora comprendeva le aree litoranee situate fra quella fortezza, appunto, e la foce dell’Alento, ed era limitata a Nord ed a Nord-est dalle terre appartenenti alle rocche di Novi e di Laurito (a. 947)(7), entrambe ‘in finibus salernitanis’.”. Il Cantalupo, a p. 100, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La prima notizia certa di questo possesso è del 1052 (v. p. 116).”. Il Cantalupo, a p. 116, riferendosi al nuovo ed ultimo principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, dopo la morte di Guaimario V, nel 1052, in proposito scriveva che: “Il nuovo principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella nota (5) postillava: “(5) L’identificazione del S. Severino menzionato da AMATO (v. qui p. 123) con S. Severino sul Mingardo (‘Sanctus Severinus de Camerota; a. 1291), piuttosto che con S. Severino Rota, a nord di Salerno, è sostenuta dall’Acocella (Il Cilento…., cit. I, 50) sulla scia del Lenormant. A favore di questa tesi è la maggiore vicinanza del castello del Mingardo alla città di Policastro, che era l’altro feudo di Guido.”. Dunque, da Amato di Montecassino verrebbe la notizia che nel 1052, Gisulfo II confermò al fratello Guido la contea di Policastro che quindi doveva già da tempo essere nei possessi della casa Longobarda. Anche Angelo Gentile, a p. 40, sulla scorta dell’Ebner scriveva che: “Nel 929 i Longobardi riuscirono ad occupare Policastro scacciando definitivamente i soldati di Bisanzio. Nonostante il clima di insicurezza i monaci basiliani cercarono, sempre di diffondere il rito greco ad iniziativa del patriarca Anastasio, su sollecitazione di Niceforo Foca (anno 968), infatti costituì i calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, incentivandolo anche in altri paesi, come ad esempio a Morigerati, Poderia, Roccagloriosa, a Torraca (11) dove esistevano chiese dedicate a S. Sofia e S. Fantino e così a Lentiscosa dove esiste una chiesa magnificamente affrescata, e sfuggita all’attenzione dei più (12), dedicata a S. Maria ad Martires, ecc…”. Il Gentile a p……, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Gaetani R., L’antica Bussento oggi Policastro Bussentina e la sede episcopale, Gli studi in Italia, V, p. 366 e segg. ed Ebner P., Economia e Società ecc…”.

Nel 930, l’incursione musulmana dei Saraceni a Paestum ed il trasferimento della sede diocesana a Capaccio

Pietro Ebner (….), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 275-276, parlando di Agropoli e della nascente diocesi di Capaccio, in proposito scriveva che: “2. Allo stato, è piuttosto difficile stabilire la data sicura del trasferimento della sede della diocesi da Paestum a Capaccio. Il Gatta (p. 267) collocò l’evento ai tempi di Giovanni VIII (877-882), il Gams, ricordato Florentino (a. 499) e Giovanni, che asserisce deceduto nel 649, aggiunge “930, diruta Paestum, sedes traslata est (Cathedral S. Mariae Maggiore)” a Capaccio. Tuttavia, è ben difficile che i “Saraceni agropolitani” delle Cronache, e cioè quei Musulmani di Sicilia che risalendo la Calabria (a. 882) verso Salerno si erano trincerati ad Agropoli, da dove “per iuga montium – ricorda il ‘Chronicon Salernitanum – degebant ominiaque demoliebantur”, non abbiano razziato anche la pianura pestana. Per cui è da presumere che le popolazioni abbandonassero la pianura per i colli e i pianori montani certamente più sicuri. Anche perchè la pianura non era più l’ubertosa di un tempo e la città non più celebrata “città delle rose” due volte fiorenti all’anno (21). Città e pianura diventate insalubri per l’accrescersi dei pantani e degli acquitrini formatisi per il mancato defluire verso il mare del Salso (le alluvioni avevano elevato la linea di spiaggia),…..Preda dell’anofele, la città intorno al 930 era pressoché inabitabile quando i Saraceni la raggiungessero con una più massiccia incursione. Gli annuari vaticani, infatti, non parlano della diocesi pestana benché della diocesi Caputaquen(sis) al XII secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando delle Diocesi e clero dopo il mille, a p. 47, in proposito scriveva che: “Circa la data del trasferimento della sede diocesana da Paestum a Capaccio si fanno varie ipotesi, come quella ad esempio del Gatta (1) che la colloca tra l’877-882 epoca in cui visse Giovanni VIII (872-882), o il Gams quando afferma: “930 diruta Paestum, sedes traslata est (Cathedral S. Maria Maggiore)”(2). Una cosa è certa, i “saraceni agropolitani” di cui parlano le Cronache avevano razziato anche la pianura pestana: “omnia denudabant (…e) per iuga moncium degebant omniaque demoliebant” e “per Beneventum Salernitanasque fines peragrant”(3). Nella notte di S. Giovanni del 892 i musulmani di Sicilia pare abbiano assalito Paestum devastandolo e incendiandolo. Essi si fermarono a Licosa, secondo Erchemperto (v. G. Diacono “Licosa latitabant”) e poi ad Agropoli, importante osservatorio geografico proiettato sul golfo salernitano (4). E’ presumibile che sotto il loro incalzare le popolazioni abbandonassero la pianura per rifugiarsi in zona più tranquilla e ciò anche in considerazione del fatto che Paestum aveva perduto la sua originaria fertilità a causa soprattutto degli acquitrini defluiti dal degrado del fiume Salso ricordato tra l’altro da Strabone (5).”. Ebner a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: I miseri cittadini sorpresi nel sonno e quasi del tutto spogli, sbandaronsi qua e colà in cerca di asilo e di salvezza, riparando principalmente nei vicini monti, ove poi, com’è tradizione, ampliarono Capaccio vecchio e Giungano, che non istimo quì descrivere di proposito, dovendone far cenno nel seguente capitolo.”. Il Volpe, a pp. 40-41, in proposito scriveva che: “Non lungi da Pesto, come già dissi, vittima del saracinesco furore, fioriva un tempo Capaccio-vetere. Gli storici, che di questa città scrissero, opinarono che venisse fondata distrutta che fu Pesto nel 930 secondo alcuni, oppure nel 915 come altri con più ragione credettero. Il dotto P. Mannelli, nel suo pregevolissimo manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’, che tuttora giace inedito negli scaffali della biblioteca nazionale, pel primo la volle fondata da ‘quei pestani che si ebbero la sorte di sottrarsi all’eccidio de’ saraceni agropolitani’. “Non pare, egli scrive (1), che tutti fossero concordi ove principalmente fermarsi dovessero, etc…..Così tenne M. Zappullo (2), lo stesso vollero Costantino Gatta (3), il Volpi (4) e tra i moderni il Marchesano (5) ed il professore Longobardi (6). Ma gli addotti scrittori a partito ingannaronsi nello stabilire che ciò avvenne dopo l’eccidio di Pesto; in vero, qualora Capaccio sorse distrutta che fu Pesto, ne viene conseguentemente che prima del secolo decimo non dovrebbe farsi menzione di siffatta città: or questo appunto è falso come sono per dimostrare. La cronaca cavense, anno 794, ne attesta che Guibaldo, preposito del cenobio benedettino di Salerno, otteneva dal principe Grimaldo molti doni etcc… – più chiara menzione vi è di Capaccio nell’anno 878, secondo la medesima cronaca cavense, ove leggesi: “Anno 878. Saraceni denuo Roman et Calabriam escurrunt et incendunt, et in Sal. principatum usque ad Agropoles et ‘Capaqueum’ fundibus devastant, et Lucaniam, ruptis bocheturis espugnant”.”. Dunque, per il Volpe, Capaccio esisteva già molto prima della devastazione dei Saraceni agropolitani accaduta dopo la strage del Garigliano.

Nel 942, le incursioni musulmana dei Saraceni in Calabria

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 79, in proposito scriveva che: A Frassineto, 942, intervennero Ugo di Provenza e la flotta bizantina. Ovviamente, non furono queste azioni a salvaguardare il Mezzogiorno della Penisola da un’occupazione islamica permanente. Peso decisivo ebbero le fazioni che tennero divisi gli Arabi Aglabiti dai Fatimiti; le lotte per la successione al governatorato della Sicilia; la mancanza d’intesa nelle operazioni belliche fra Saraceni di Sicilia e d’Africa. Tuttavia, le incursioni, le razzie, le deportazioni, le distruzioni furono tante e d’una tale ferocia che un’occupazione completa e duratura, forse, sarebbe stata meno grave per le popolazioni locali. Alcune delle antiche città costiere, semidistrutte nelle varie incursioni, sopravvissero, ma sfitticamente, forse perché avevano recepito fra le proprie mura nuclei islamici; altre furono rase al suolo, e i cittadini dispersi diedero vita a nuove comunità intorno a castelli, su dirupi inaccessibili: la caratteristica realtà urbana, ancora viva su ispide colline, non lontano dal mare. Anche la “Mercuria civitas” (95), la città eparchica del monachesimo basiliano, con nei pressi numerosi ed inespugnabili castelli, il capoluogo della “Regione”, fu distrutta durante le incursioni del 951.. Il Campagna, a p. 78, nella nota (93) postillava: “(93) M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, II, Catania, 1955”. Il Campagna, a p. 79, nella nota (95) postillava: “(95) Vita di S. Leoluca, Act. Martii, I (1668).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a pp. 89-90 , in proposito scriveva che: “Non dobbiamo dimenticare i numerosi insediamenti stabili. Fra i più vicini alle nostre coste, Agropoli, Amantea, Toropea, mentre toponimi, diffusi qua e là nel golfo di Policastro, ci rivelano l’entità non trascurabile di presenze saracene, che, forse, valsero ad attutire l’impeto e la ferocia dei razziatori. Se il thema di Calabria non restò a lungo sotto il dominio saraceno e se le incursioni ebbero tristi conseguenze, ma limitate nel tempo, si deve, come si è detto, ai conflitti fra Arabi Aglabiti e Fatimiti, alle discordie per la successione al governatorato della Sicilia, agli attriti fra gli Arabi della Sicilia e quelli dell’Africa del Nord. La difesa dei centri costieri, più che su coordinamento di forze, si basò sull’arroccamento su cime inaccessibili e di non facile espugnazione. Prevalse il particolarismo delle comunità calabresi anche nella difesa, che va imputato, oltre che a cause etniche di origine, alla capacità e alla debolezza degli strateghi, alla presenza stabile di mercenari saraceni incuneati sulle coste, alle non assopite mire egemoniche degli imperatori germanici (51). Per un secolo e mezzo, seconda metà IX – fine X, incursioni di “Agareni” (52) si alternarono in Calabria e alle frange del dominio longobardo (53), che o interessarono direttamente la “Regione mercuriense” o questa ne avvertì i riflessi negativi. I monaci si rifugiarono, parte nei domini longobardi di Salerno (54), parte rientrò all’Athos, vera diaspora di riflusso (55), altri restarono sulla breccia a difendere i nuclei abbarbicati su inaccessibili pietraie.”. Il Campagna, a p. 91, nella nota (52) postillava: “(52) Tali erano creduti i Saraceni, cioè discendenti da Agar, schiava di Abramo e madre di Ismaele.”. Il Campagna, a p. 90, nella nota (53) postillava: “(53) N. Cilento, I Saraceni nell’Italia Meridionale nei sec. IX e X, in “ASPN”, 1959; F. Gabrieli, Arabi e Bizantini nel Mediterraneo Centrale, in “Bull. Ist. Stor. Ital. M.E. e Arch. Mur.”, 1964; U. Rizzitano, Gli Arabi in Italia, in “Occidente e l’Islam nell’alto medioevo”, I, Spoleto, 1965.”. Il Campagna, a p. 90, nella nota (54) postillava: “(54) P. Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, Roma, 1973; B. Cappelli, I Basiliani nel Cilento Superiore, in “BBGG”, XVI, Grottaferrata, 1962; J. Cozza- Luzi, op. cit.”.

Nel 951-52, Ammar, fratello di Hasan ben Alì, metteva a ferro e a fuoco Reggio Calabria

Nel 951-52, le nostre terre subirono un’invasione musulmana e saracena guidata da Abu-l-Kasem-Ibn-Alì che si battè su tutta la Calabria settentrionale nel 951 e che ritrovatasi nella primavera dell’anno seguente  portò sotto le mura di Gerace alla morte del patrizio bizantino Melakenos, comandante dell’esercito bizantino. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a pp. 79-80, in proposito scriveva che: “La stessa Bisanzio, lottando per propria sopravvivenza, non fu in grado d’intervenire fino al 951, anche se con esito disastroso per l’impero. Nel luglio-settembre dello stesso anno, Arabi di Sicilia e d’Africa scorazzavano liberamente per le nostre contrade. Nel 952 Reggio era sotto il dominio di Hasan ben ‘Alì. Il fratello ‘Ammar, intorno al 957, insanguinava, razziando le coste della regione. Il naufragio della flotta musulmana sulla rotta della Sicilia e la morte per annegamento di ‘Ammar determinarono un periodo di tregua fino al 963, quando Manuele Foca intervenne in soccorso di Taormina e di Rametta, in rivolta. Presso quest’ultima località il Foca morì, combattendo……Alcune delle antiche città costiere, semidistrutte nelle varie incursioni, sopravvissero, ma asfitticamente, forse perché avevano recepito fra le proprie mura nuclei islamici; altre furono rase al suolo, e i cittadini dispersi diedero vita a nuove comunità intorno a castelli, su dirupi inaccessibili: la caratteristica realtà urbana, ancora viva su ispide colline, non lontano dal mare. Anche la “Mercuria civitas” (95), la città eparchica del monachesimo basiliano, con nei pressi numerosi ed inespugnabili castelli, il capoluogo della “Regione”, fu distrutta durante le incursioni del 951.. Il Campagna, a p. 79, nella nota (95) postillava: “(95) Vita di S. Leoluca, Act. Martii, I (1668).”. Un’altra notevole invasione saracena si ripetè poco dopo negli anni 955-56. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89, in proposito scriveva che: “Difatti, per un anno, 951-952, il thema di Calabria e frange del thema di Lucania furono messi a ferro e a fuoco da scatenate orde saracene. L’Impero, assente in questo periodo dall’Occidente per difendere se stesso dalle mire egemoniche bulgare (921-924), dagli attacchi arabi in Armenia (923) e contro le isole (922), intervenne solamente nel 951 con un’armata condotta dal “patrizio” Malacheno, allo scopo di portare aiuto a Pascalio, stratego del thema di Calabria. L’azione congiunta calabro-bizantina si concluse con un disastro, mentre gli Arabi, siculi ed africani, dopo la vittoria irruppero sulle nostre coste, luglio-settembre 951. Lo stesso governatore della Sicilia, Hasan ben ‘Alì, si impossessò di Reggio (48). Tra il luglio ed il settembre del 951, la “Regione mercuriense” fu devastata. A nulla valsero i muniti castelli e le fortezze di cui disponeva la difesa. Nilo, con la morte nel cuore, osservava “dall’alto della spelonca il polverio e la turba scorazzante dei Saraceni. I monasteri furono “dati alle fiamme e distrutti”; finanche l’eremo di S. Michele fu profanato. L’eremo, come dice il Bìos, era “nelle vicinanze della via dove passavano gli eserciti” (49). I predoni portarono via al Santo la pelle di ricambio che appendeva all’ingresso della spelonca; l’usarono per riempirla “di pere selvatiche”(50), di cui ancora la zona abbonda. Con la distruzione dei monasteri della “Regione mercuriense” e la fuga dei monaci, allentò il ritmo delle opere civili, le seminagioni, la mietitura; il raccolto marcì nei campi etc…. Il Campagna, a p. 89, nella nota (48) postillava: “(48) A. Pertusi, Il “thema” di Calabria, etc.., in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974.”. Il Campagna, a p. 89, nella nota (49) postillava: “(49) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, Badia di Grottaferrata, 1967”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando della grotta di S. Michele dove si ritirò in eremitaggio S. Nilo, a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “Sarebbe stata, quella nella grotta, “una vita serena, lieta e piena di spirituale diletto”(46) per Nilo, se la minaccia delle incursioni saracene non si fosse addensata all’orizzonte, tanto che il “grande Fantino” andava predicendo che “le chiese sarebbero divenute stalle di asini e di giumenti e profanate; i monasteri verrebbero dati alle fiamme e distrutti, ed i libri corrosi dalle muffe, diverrebbero inservibili ed illeggibili”(47)”. Il Campagna, a p. 88, nella nota (46) postillava: “(46) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, Badia di Grottaferrata, 1966.”. Il Campagna, a p. 89, nella nota (47) postillava: “(47) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (48), postillava che: “(48) A. Pertusi, Il Thema di Calabria, etc, in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (49), postillava che: “(49) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Idem, op.cit.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 284-285 in proposito scriveva che: “….Nel 952 non appena risuonarono al Mercurion gli echi della rapida e sanguinosa avanzata che in Calabria andavano compiendo le orde musulmane condotte dall’emiro El-Hasan (22), gli asceti viventi nella regione, colmi di terrore e di orrore, si sparsero intorno alla ricerca di altri e più sicuri rifugi. S. Fantino ed altri fratelli continuando le antiche relazioni tra i due centri ascetici si trasferirono nella regione sul Golfo di Policastro (23); S. Saba con i suoi monaci e la sua famiglia, tra cui il padre S. Cristoforo ed il fratello S. Macario, si avviarono verso una zona che non sembra abbia prima di essi avuto rapporti con il Mercurion. Infatti risalendo il corso del Mercure-Lao e discendendo quindi nell’alta valle del Sinni penetrarono nella regione del Latinianon (24).”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Historia et laudes SS Saba et Macarii etc, op. cit., p. 17, ; J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Vita di S. Nilo etc., cit., p. 42; per le relazioni del mercurion con la “regione dei principi” o con “le parti di sopra” o con “la regione superiore” che indicano sempre il Cilento meridionale, vedi ‘Vita di S. Nilo etc.’, pp. 8; 18; 42 e il mio scritto ‘S. Nilo, S. Fantino, S. Nicodemo’, in questo volume.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (24) postillava che: “(24) Historia et laudes SS. Saba et Macarii etc., op. cit., pp. 17 s. e in questo volume: ‘Alla ricerca del Latinianon’.”. Il Cappelli (5), parlando della vita di S. Nilo, scriveva in proposito: “saltuarie incursioni saracene, con quelle sporadice apparizioni che i Musulmani fecero negli anni immediatamente seguenti al 952 in tutti i luoghi della Calabria, e più che altro, è da credere, al Mercurion prossimo a quella parte della costiera tirrenica, e cioè all’attuale Praja a Mare a risalire verso settentrione, dove gli infedeli, anche dopo la battaglia del Garigliano, risiedevano si può dire in permanenza.“.  Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89 , in proposito scriveva che: “Seguirono altre feroci incursioni. Nel 957, con ‘Ammar, fratello di Hasan ben ‘Alì, le razzie resero ancora più asfittica la vita sulle coste. Tributi imposti dai Saraceni venivano esatti da sparuti castelli e da castra sottomessi.. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 79, in proposito scriveva che: Nel 952 Reggio era sotto il dominio di Hasan ben ‘Alì. Il fratello ‘Ammar, intorno al 957, insanguinava, razziando le coste della regione. Il naufragio della flotta musulmana sulla rotta della Sicilia e la morte per annegamento di ‘Ammar determinarono un periodo di tregua fino al 963, quando Manuele Foca intervenne in soccorso di Taormina e di Rametta, in rivolta. Presso quest’ultima località il Foca morì, combattendo.”.

Nel 952, l’invasione araba della Sicilia, S. Cristoforo, S. Saba, S. Macario, la migrazione di monaci in Calabria e nel Cilento e la fondazione di monasteri

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Macario Abate, o San Macario di Collesano (Collesano, … – Oliveto Citra, 1005), fu un monaco italiano; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Secondo la tradizione avvalorata da studi recenti, si ritiene che San Macario sia nato a Collesano,[senza fonte] attualmente in provincia di Palermo. Egli visse durante la dominazione araba della Sicilia, iniziata nell’827, quando Eufemio da Messina chiamò gli arabi, e terminata nel 1061 con la conquista di Roberto il Guiscardo. Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte]. Per quanto riguarda l’onomastica, il nome Macario (dal greco makarios = beato o felice) era senza dubbio un nome comunemente usato tra i cristiani del vicino Oriente, quindi il nome del nostro San Macario si inserisce nel solco della tradizione monastica orientale (vi erano stati numerosi altri San Macario), visto che la Sicilia e quasi l’intero territorio dell’Italia meridionale rimasero possedimenti dell’Impero d’oriente fino alla conquista normanna. San Macario appartenne a una famiglia singolare, in quanto tutti i componenti di questa (moglie e marito più i due figli) sono venerati come santi: San Cristoforo da Collesano e Kalì, San Saba il Giovane e Macario. Il primo a lasciare casa e beni materiali, d’accordo con la moglie, fu il padre Cristoforo, seguito, non molto tempo dopo, dai figli Saba e Macario. Essi abbracciarono la vita religiosa secondo le direttive e lo spirito ascetico di San Niceforo. Anche Kalì si ritirò in vita ascetica per formare una piccola comunità femminile. Dopo Collesano, il gruppo dei tre, Cristoforo, Saba e Macario, fu per qualche tempo a San Filippo d’Argira ove costruì anche una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Facendosi più pesante il controllo della vita religiosa da parte degli arabi e forse anche per una sopraggiunta epidemia, nel 941 i tre si allontanarono dalla Sicilia e si portarono nel Mercurion, la zona intermedia tra Calabria e Basilicata. A Laino Castello prima, e nella fortezza di San Lorenzo sul Sinni dopo, trovarono rifugio. Qui si spense Cristoforo il 17 dicembre del 990, assistito dai figli e dalla moglie. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – Nacque probabilmente nei primi due decenni del X secolo da Cristoforo e da Kale, a Collesano, in provincia di Palermo. Rispetto alle condizioni sociali della famiglia dalle fonti si desume solo che il padre Cristoforo non era indigente e possedeva dei terreni. Fu educato da maestri locali, che lo istruirono in materia di religione. In data non precisabile, ma quando Saba e suo fratello Macario erano ancora molto giovani, il padre decise di farsi monaco presso il monastero di S. Filippo di Agira (in provincia di Enna), il più importante centro di spiritualità italo-greca in Sicilia (Historia et laudes…, a cura di I. Cozza-Luzi, 1893, pp. 7, 73; anche per le notizie successive sulla vita di Saba la fonte principale è la sua agiografia). La fama della santità di Cristoforo, mandato dall’egumeno Niceforo a restaurare l’eremo di S. Michele in Ktisma, spinse numerose persone a dedicarsi alla vita monastica, tra cui i suoi due figli Saba e Macario, che si fecero tonsurare anch’essi presso S. Filippo (la madre Kale più tardi fondò un cenobio femminile). Le straordinarie virtù del giovane Saba furono presto notate da Niceforo, il quale lo pose presto a capo della comunità di S. Michele di Ktisma al posto del padre. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152). In data non precisabile Cristoforo decise di partire per un pellegrinaggio a Roma e Saba si trovò alla guida di questa rete di istituzioni religiose. Si recò poi a sua volta a visitare le tombe degli apostoli quando il padre tornò in Italia meridionale e in seguito si ritirò in una cella presso S. Lorenzo sul Sinni.”. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 47 scriveva che: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Etc…”.  Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 47-48, in proposito scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie del principato di Benevento, ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro intensissimo di vita monastica. Qui si sabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una nuova “Tebaide”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 42-43 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 43, in proposito scriveva che: “La corrente migratoria ascetica dopo la totale occupazione musulmana della Sicilia si avvia in un primo momento verso la penisola balcanica; ma appena può notare una certa sicurezza nella difesa dell’Italia meridionale risale su per il continente in due ondate principali. Una di esse fa capo e muove dalla Terra d’Otranto. L’altra che si avvia dal mare di Reggio giunta che è ad ingrossare le schiere dei penitenti già stanziati nel Mercurion (26), si irradia di qui ancora in due direzioni. La prima va verso levante nella regione del Latiniano, posta nell’alta valle del Sinni, e poi più a nord: a monte Raparo e fino al Vulture incontrandosi ad oriente di questi luoghi con gli asceti venienti dalla Terra d’Otranto o risaliti lungo le coste joniche; la seconda avanza verso settentrione: a Lagonegro e poi in pieno dominio longobardo tra i monti ed in prossimità delle coste marittime del Cilento (27). Etc…”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (26) postillava che: “(26) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, pp. 14-82”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 284-285 in proposito scriveva che: “….Nel 952 non appena risuonarono al Mercurion gli echi della rapida e sanguinosa avanzata che in Calabria andavano compiendo le orde musulmane condotte dall’emiro El-Hasan (22), gli asceti viventi nella regione, colmi di terrore e di orrore, si sparsero intorno alla ricerca di altri e più sicuri rifugi. Etc…”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Historia et laudes SS Saba et Macarii etc, op. cit., p. 17, ; J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Un’ulteriore scorreria saracena nel 951-952, legata alla disastrosa campagna in Calabria del patrizio Malakeinos, costrinse Saba a muoversi nuovamente verso nord, questa volta nella regione del Latiniano in Lucania. Anche qui il religioso si dedicò alla rifondazione di un monastero presso un’antica cappella dedicata a s. Lorenzo nelle vicinanze del fiume Sinni, la cui guida affidò in seguito al fratello Macario per alternare periodi di eremitismo a periodi di vita comunitaria. Tale alternanza, tipica di questa fase del monachesimo greco in Italia meridionale, caratterizzò tutto il resto dell’esperienza religiosa di Saba fino alla sua morte.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba.”. Riguardo la fuga di alcuni monaci dalla Sicilia, ha scritto Paolo Lamma (….), citato dal Bulgarella a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemme (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, …..Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, etc…”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Anche l’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a p. 192 in proposito scriveva che: “Anche il Monachesimo – che ebbe sempre in Lagonegro fede e favore  vi si stabilì in tempi remotissimi; e già nello stesso Cap. IX abbiamo discorso dei ‘Frati Solitari’ e di S. Macario Abate, i quali, secondo appare da un Codice della Biblioteca Vaticana che noi non abbiamo potuto consultare, cacciati dalla Sicilia dai Saraceni, verso la fine del secolo VIII ed i principi del IX, si spinsero fino a Lagonegro, dove fondarono un monastero, che vuolsi essere quello di S. Maria degli Angeli, etc…”. Sulla questione delle date di arrivo di questi monaci che il Pesce chiama “Solitari”, il Pesce, sulla scorta del Falcone, cita il Ciccone (…). Sulla cronologia proposta dal Ciccone (…), però, faccio notare che su wikipedia, alla voce ‘S. Macario’ leggiamo che: “Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte].”. Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Don Francesco Ciccone, Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra San Macario Abate e novena, 1907. Don Ciccone, nativo di Teora, era Arciprete curato di Santa Maria della Misericordia in Oliveto Citra. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89 in proposito scriveva che: In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, vissuto tra la fine dell’8° ed i principi del 9° secolo, appartenne ad un ordine monastico detto dei ‘Solitari, i quali, cacciati dalla Sicilia, loro culla, dai Saraceni, chiesero ricovero e passarono nel continente presso Reggio. “Ma i Saraceni – scrive l’agiografo – si spingono fin nella media Italia, ed i perseguitati Solitari fuggono di nuovo e fissano la loro dimora a Lagonegro, dove fondano un bel monastero, del quale, dopo la morte di S. Cristoforo, diviene capo S. Saba. In tale tempo, sedatisi alquanto gli Ismaeliti, i buoni Monaci ebbero un pò di tregua, ed il nuovo Monastero potè accogliere tanti e tanti uomini desiderosi d’abbandonare le terrene vanità per consacrarsi alla vita contemplativa. Di S. Saba ha intanto necessità di recarsi a Roma, e S. Macario viene nominato Superiore della cenobitica famiglia….Ma non andò a lungo e gli Ismaeliti continuarono a infestare quei luoghi della bassa Italia, e, spingendosi fino a Lagonegro, costrinsero quegli abitanti a fuggire atterriti. Obbligati a fuggire pur essi i poveri perseguitati Solitari trovarono ospitalità in quel di Salerno, nè lo scrittore precisa il luogo” (1). Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle – il Monastero fondato nel 9° secolo in Lagonegro dai Solitari deve appunto essere quello della Madonna degli Angeli, il quale così avrebbe origine antichissima. Certo s’è pure che nel mille vi presero stanza i Padri Benedettini sotto il titolo di S. Gerolamo, quando il succedersi dei barbari invasori, le incessanti persecuzioni e l’insidie dei tempi insicuri spingevano i più deboli, dall’animo mite ed ascetico, ad appartarsi dal mondo e porsi, fra i cilicii e le pertinenze, in più diretta comunicazione con la Divinità.”. In questi passi il Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Il Pesce, in questo suo scritto si riferisce pure al manoscritto di Falcone (…). Si tratta di un manoscritto in lingua latina che recentemente Carlo Calza (…), ne ha curato l’edizione per i tipi di Zaccara. Si tratta del manoscritto di Alessandro Falcone (…) e del suo ‘Delle notizie con discorsi istorici e riflessivi per la città di Lagonegro principiata la raccolta del dottore Alessandro Falcone’.

LA CALABRIA BIZANTINA E SARACENA

Da Wikipedia leggiamo che in Calabria, in questo periodo storico fiorì il cenobitismo, col sorgere in tutto il territorio di innumerevoli chiese, eremi e monasteri nei quali moltitudini di monaci basiliani calabro-greci si dedicarono alla trascrizione di testi classici e religiosi. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (san Nilo da Rossano, san Gregorio da Cerchiara ecc.). Sotto il dominio bizantino, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, la Calabria fu una delle prime regioni d’Italia a introdurre la produzione di seta in Europa. Secondo André Guillou, i gelsi per la produzione di seta grezza furono introdotti nell’Italia meridionale dai bizantini alla fine del IX secolo. Intorno al 1050, il tema della Calabria contava 24 000 gelsi coltivati per le loro foglie e il loro numero tendeva ad espandersi. Mentre la coltivazione del gelso muoveva i primi passi nel resto d’Italia, la seta prodotta in Calabria raggiunse il picco del 50% dell’intera produzione italo-europea. Poiché la coltivazione del gelso era difficile nell’Europa settentrionale e continentale, i commercianti acquistavano in Calabria materie prime per finire i prodotti e rivenderli a un prezzo migliore. Gli artigiani della seta genovese usavano la seta calabrese per la produzione di velluti.

NEL 952, S. SABA, I SARACENI, TORTORA E L’ORIGINE DI TORTORELLA

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carrafa della Stadera che lasciarono tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo del barone Gallotti, della chiesa più volte restaurata e dell’antica chiesa di S. Vito fuori dell’abitato.”. Ebner, a p. 678, nella nota (20) postillava: “(20) Tancredi, Il Golfo, cit., p. 72 sgg.”. Ebner si riferiva al testo di Luigi Tancredi (….), “Il Golfo di Policastro – Itinerario tra sogno e realtà”, pubblicato nel 1975 (la prima delle sue pubblicazioni). Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(21) Casaletto Spartano, ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 199, in proposito scriveva che: “Alcuni studiosi locali sostengono che vi fossero rifugiate alcune famiglie di Tortora, paese del cosentino, per sfuggire alle incursioni ed alle razzie dei pirati saraceni che infestavano, all’epoca, il litorale tirrenico inferiore. Il luogo sarebbe apparso loro naturalmente ben protetto, per cui avrebbero deciso di fermarvisi stabilmente, iniziando una nuova vita (1).”. Il Guzzo, a p. 199, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Fulco, Memorie storiche di Tortora – Napoli – pag. 18”. Si tratta di Amedeo Fulco (….), e del suo “Memorie storiche di Tortora”. Infatti, Amedeo Fulco, nel ….., a pp. 41-42-43, riferendosi a S. Saba di Collesano ed ai Saraceni nel 952, in proposito scriveva che: “Tuttavia maggiori nubi si adensavano sulla Calabria e se n’ebbe sentore nella primavera dell’anno successivo 952, quando l’Emiro musulmano ricomparve scortato da una flotta e sconfisse duramente per terra e per mare i Bizantini dopo lunga e sanguinosa battaglia, conclusasi il 7 maggio, nella quale Malacheno trovò gloriosa morte e Pascalio riuscì a stento a salvarsi. Tutta la Calabria, fino al Crati e al Lao, fu allora preda dei Mulsulmani che saccheggiarono ecc….E fu proprio dal Mercurion che San Saba sotto l’incubo dell’avanzata musulmana che minacciava, ecc…. San Saba dovete giungere con la schiera dei profughi che andava sempre più ingrossandosi lungo la dolorosa peregrinazione, a Scalea, da qui alla marina di Aieta, quindi a Blanda, e, risalendo la valle del fiume Noce, nell’amena contrada di Tortora che dal suo nome fu chiamata San Savo e vi fu eretta una cappella. Niente di più verosimile dunque che una parte dei Blandani, se non la maggior parte di essi, seguissero, atterriti, e sfiduciati come erano, il Santo monaco che si fermò in territorio di Lagonegro, dove fondò un monastero (quod et muris quasi propugnaculis munivit) e che i Balandani si stabilissero quali a Tortorella, quali a Battaglia che sono località prossime al centro lucano di Lagonegro. E’ un’ipotesi plausibile che avvalora come si può notare, la tradizione, la quale, per essere costantemente tramandata di generazione in generazione, deve necessariamente avere un fondo di verità. Altri Blandani, e forse quelli ecc…ecc…”. Dunque, il Fulco fa derivare l’origine di Tortorella, Battaglia e Casaletto dai profughi “Blandani” (la vecchia Tortora) ai tempi delle frequenti e turbolente invasioni dei Saraceni in lotta contro i Bizantini (anno 952 di cui ci parla il Porfirogenito). Il Guzzo, senza alcun fondamento, a p. 200 scriveva che: “Tale tesi, però oltre a non trovare conferma in storici più accreditati, appare poco probabile, trattandosi di ua zona molto lontana dalla terra di provenienza, quando le difficoltà per gli spostamenti erano notevolissimi. E’ più facile supporre, invece, che si sia trattato di una colonia agricolo-pastorale.”. Dunque, il Guzzo, in sostanza prima lo nega e poi la concede. In effetti, la tesi del Fulco era già stata ampiamente affermata da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Riguardo i centri del Mercurion e la tesi del Fulco, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro – lucani”, a p. 44 riferendosi al viaggio di San Nilo, in proposito scriveva che: “Tentiamo ora di rifare, sia pure a grandi linee e per quanto è possibile, l’itinerario che …..Il viaggio di Nicola nella sua prima parte si svolge per aspre strade interne e tra erti e boscosi monti. Quasi certamente per evitare non graditi incontri con masnade musulmane frequenti sempre sulle coste del Tirreno dove, anzi, poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno. E se di questo ne rimane la denominazione ad una contrada a nord-ovest di Tortora, del primo se ne conserva il nome ed il ricordo nelle immediate vicinanze di Praia a Mare la quale è la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Così dopo aver raggiunto con tutta probabilità raggiunto verso settentrione la zona che rimane tra Lauria e Lagonegro e levante Trecchina e Rivello a ponente, ecc…”. Il Cappelli, a p. 2, nella nota (31) postilava che: “(31) Vedi Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. S. della Grotta a Praia degli Schiavi, etc., Napoli, 1858, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria vera”, n. s. IV (Reggio di Clabria, 1923), p. 104; ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 66 e ss., in proposito scriveva che: Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè a S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion) di Salerno, (232) chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perché oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio, (233), etc…”. Ebner, a pp. 66, nella nota (232) postilla che: “(232) Codex Criptensis B, beta II, f 175. Anche l’odierna Praia a mare era in mano bizantina. Il Cappelli cit., p. 44 rileva che a Praia era “la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani” che si erano insediati a Saracinello e a Saraceno. Perla biografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, che, a pp. 55-56, in proposito scriveva che: “Nel breve tratto, in cui la Lucania è bagnata dal Tirreno, è ‘Maratea’, che gli storici locali vogliono subentrata a ‘Blanda’, anche se con scarsa attendibilità (14). La sua posizione infatti è tutt’altro che favorevole ad un’ipotesi del genere. Col tempo si è venuta a formare Maratea Inferiore, che oggi porta il nome di ‘Marina di Maratea’, alla quale sono aggregati i due casali di ‘Acquafredda’ e ‘Cersuta’. ‘Tortora’ ed ‘Aieta’ non hanno origine diversa da quella degli altri borghi medievali: furono i Saraceni che, nel secolo IX muovendo dai due emirati di Amantea e di Agropoli, costrinsero gli abitanti di Blanda a rifugiarsi in luogo più interno e sicuro, sulla montagna. Le testimonianze più antiche dell’esistenza di Tortora non vanno oltre il secolo XII. Nel suo territorio sorse più tardi ‘Tortorella’.

Nel 957, le incursioni dei Saraceni in Calabria di Ammar, fratello di Hassan ben Alì,

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a pp. 79-80, in proposito scriveva che: Nel 952 Reggio era sotto il dominio di Hasan ben ‘Alì. Il fratello ‘Ammar, intorno al 957, insanguinava, razziando le coste della regione. Il naufragio della flotta musulmana sulla rotta della Sicilia e la morte per annegamento di ‘Ammar determinarono un periodo di tregua fino al 963, quando Manuele Foca intervenne in soccorso di Taormina e di Rametta, in rivolta. Presso quest’ultima località il Foca morì, combattendo.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 89, in proposito scriveva che: Seguirono altre feroci incursioni. Nel 957, con ‘Ammar, fratello di Hasan ben ‘Alì, le razzie resero ancora più asfittica la vita sulle coste. Tributi imposti dai Saraceni venivano esatti da sparuti castelli e da castra sottomessi.”.

Nel 963, Manuele Foca, in soccorso di Rametta morì

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a pp. 79-80, in proposito scriveva che: Il naufragio della flotta musulmana sulla rotta della Sicilia e la morte per annegamento di ‘Ammar determinarono un periodo di tregua fino al 963, quando Manuele Foca intervenne in soccorso di Taormina e di Rametta, in rivolta. Presso quest’ultima località il Foca morì, combattendo.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Vi furono degli inutili tentativi di riconquista, nel 963 e 1038, da parte imperiale. Nel 902, anno della caduta di Taormina (83), lo stratego di Sicilia (Bisanzio non voleva rassegnarsi alla perdita dell’isola) risiede a Reggio, ma nel 918 viene già menzionato uno “strategos” di “Calabria”, segno evidente che il “thema” di Sicilia era, di nome, rappresentato dal “ducato” di Calabria, promosso, per l’occasione, a “thema” (84). Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolano (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (83), postillava che: “(83) A. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, a c. di C.A. Nallino, I-III, Catania, 1933-1939; F. Gabrieli, Arabi e Bizantini nel Mediterraneo Centrale, in “Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Arch. Muratoriano”, 76 (1964).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (84), postillava che: “(84) A. Pertusi, Il “thema” di Calabria, etc…, in “Calabria bizantina”, Reggio C., 1974″. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (85), postillava che: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Codice Cript. ……, XX (395).”. Da Wikipedia leggiamo che Manuele Foca, parlando dell’assedio di Rametta, l’assedio fu guidato dai due cugini Kalbiti Al-Hasan ibn Ammar al-Kalbi e Aḥmad b. Ḥasan Abi l-Husayn. Nel 962 Ahmad assediò e distrusse Taormina, vendendo l’intera popolazione come schiavi e colonizzando l’area con reinsediamenti musulmani[1]. Dopo la caduta di Taormina, i Kalbiti si spostarono a nord, iniziando l’assedio di Rometta l’anno successivo. La città inviò un emissario all’imperatore bizantino Niceforo II Foca, chiedendo aiuti militari e provviste. Niceforo rispose equipaggiando una flotta di circa 40.000 uomini, molti dei quali veterani della conquista bizantina di Creta, sotto il comando di Niceta Abalante, mentre la cavalleria era comandata da Manuel Foca[1]. Nell’ottobre del 964, l’assedio fu rafforzato dalle truppe berbere guidate dal governatore della Sicilia, al-Hasan ibn Ali al-Kalbi. Il 25 ottobre, i bizantini e i musulmani si scontrano: i primi ebbero inizialmente il controllo della battaglia, tuttavia i musulmani furono presto in grado di sconfiggerli, presumibilmente uccidendo più di un quarto delle forze nemiche, compreso Manuel. I bizantini sopravvissuti tentarono di tornare alla loro flotta a Messina, ma caddero in un’imboscata alla partenza nella battaglia dello Stretto e furono sconfitti. Senza rinforzi, Rometta non riuscì a difendersi dai Kalbiti e cadde nel maggio del 965[3][5].

Nel 964, il generale Niceforo Foca e la pace col califfo al-Mu’izz (966-967)

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89, in proposito scriveva che: “Tributi imposti dai Saraceni venivano esatti da sparuti castelli e da castra sottomessi. Lo stesso Niceforo Foca, dopo la sconfitta del 964 presso Rametta, fu costretto a stipulare un trattato di pace col califfo al-Mu’izz (966-967). Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni in Sicilia si spinsero nel territorio dei principati longobardi. Nel thema di Calabria e alle frange del thema di lucania, per un secolo e mezzo, si alternarono a brevi periodi di pace feroci scorrerie, con permanenze di Saraceni più o meno prolungate.”. Da Wikipedia leggiamo che Niceforo Foca, generale bizantino (sec. 9º-10º), si segnalò contro i Bulgari e gli Arabi, sotto i regni di Basilio I e di Leone VI (867-912). Nell’885 con una fortunata spedizione contro gli Arabi riconquistò la Calabria; riorganizzò poi i dominî bizantini della Puglia. Sempre da Wikipedia leggiamo che Niceforo II Foca Imperatore bizantino, è stato generale (m. 969), si distinse togliendo Creta agli Arabi (961); divenne imperatore (963) per acclamazione dell’esercito e d’intesa con l’imperatrice vedova Teofano; condusse quasi ogni anno campagne militari, fortunate sul momento ma non risolutive, a oriente contro gli Hamdanidi di Aleppo (conquista di Antiochia, 969), ad occidente contro i Bulgari, contro i quali si alleò col principe di Kiev. Sempre dalla rete scopriamo che l’Imperatore d’Oriente, Basilio II è stato figlio (957-1025) di Romano II, gli successe nel 963, sotto la reggenza della madre Teofano e avendo a fianco coimperatori prima Niceforo Foca, secondo marito della madre, e poi (969) il generale Giovanni […] Zimisce; preso in mano il governo nel 976, dopo aver consolidato il potere contro la nobiltà feudale insofferente dell’autorità imperiale, attaccò (986) i Bulgari. Sconfitto, riprese più tardi la guerra.

Il Chronicon Cavense detto anche Annalista Salernitano

L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451),…..Questi dettagli tuttavia sembra che debbano essere accettati con estrema riserva, se non totalmente rigettati. Il Chronicon Cavense di Pratilli, molto preso dal Duca d’Acquara (Tav. Cronol. Napoli, 1762, in I, passim.), portato alla luce da De Meo (Ann. Criti. Dipl. III, p. 185, ecc..), sotto il nome di ‘Annalista Salernitano’, dal luogo dove gli sembrò avesse scritto, in seguito ai numerosi dubbi sollevati dal dotto D. Salvatore Maria De Blasi (Lett. famil. Rosini, Napoli, 1786, in f., pp. 33, 47, 57, 72, 78, 94, ecc..); il Chronicon Cavense, diciamo, è stato attaccato come apocrifo e falso; etc…”. Rocco Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo della ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli, nel 1643, lo pubblicò. Alcuni autori, scrivono che questa è stata una falsificazione. Francesco Maria Pratilli (…),  lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Pratilli (…), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”, a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali, Landulphus Gastaldus sit Comes & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3).”. Il Pratilli, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemperto, n. 9, to. I, huius operis, & to. 2. ubi de hoc ‘Landulfo’ plurima.”. Sempre il Pratilli, si legge: “A. 825. Moritur Pascalis (4). Et Paulo postea obiit Adulfhus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Bussentio (5).“. Il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”, e poi nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, vediamo cosa scrisse l”Annalista Salernitano’ nel suo ‘Chronicon Cavense’. Il Chronicon, riporta la notizia citata dal Gaetani che nell’anno 825, muore il papa Pascale (4). Poi nello stesso anno morì Adolfo Paolo Preposito che fu sotituito Aliprando di Bussentio (5). Infatti, il Gaetani (…), scriveva che nell’anno 823 (e non 825), Aliprando di Bussentio, fu sollevato (fu sostituito) al governo della Badia di Salerno. Di cosa si parlava nel Chronicon ?. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710.

Nel 966, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, Ermerico, suo preposto che nel 966 fuggì per l’attacco dei Saraceni

Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna” che, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3). Etc…”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Dunque, il Carucci scriveva che queste notizie intorno al monaco Ermerico, provenivano dal chronicon medievale ‘Chronicon cavense’ che egli dice di dubbia autorità. Dunque, scondo il documento del 966, che cita il Carucci, Ermerico era stato preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Carucci riporta la notizia che, nel 966 (notizia tratta dal Chronicon Cavense), Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis (dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), fuggì e andò a fondare un monastero nella valle Metelliana. Sul monaco “Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis”, Pietro Ebner riporta una notizia. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 151, in proposito scriveva che: “Della chiesa di S. Pietro di Cannicchio, donata al monastero italo-greco di S. Magno (S. Mango) dai principi Giovanni e Guaimario, è notizia da un documento del 994 (v. oltre).”. Secondo il ‘Chronicon Cavense’ del Pratilli, il monastero di S. Mauro in Centulis, fu distrutto dai Saraceni e subito dopo, il suo preposto, Ermerico, nel 966 “ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola avanza delle ipotesi circa le origini di questo antico Monastero. Francesco Barra (…), a p. 69, riferendosi sempre all’Abbazia di S. Maria di Centola e all’antico documento dell’anno 1086 (di cui parlerò in seguito) citato dall’Antonini a p. 387, in proposito scriveva che: “Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione….etc…” e fin quì fa riferimento al documento del 1086, e proseguendo scriveva che:  ….e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Barra, sulla scorta del Chronicon Cavense credeva che nel 966 o subito dopo il monastero benedettino di Centola fu rifondato sulle rovine del precedente monastero o cenobio basiliano di “S. Benedetto in Centulis”, monastero dipendente dal monastero di S. Benedetto di Salerno e di cui fu preposto Ermerico. Dunque, il monastero di cui era preposto Ermerico erano le “Cellae” di S. Mauro in Centulis che dipendeva dal monastero di S. Benedetto di Salerno. Barra, a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16) E’ questa una questione ancora tutta da approfondire. Ricordiamo solo che sui monti tra Cava e Salerno, secondo il ‘Chronicon Cavense’ (tuttavia di dubbia autorità) si rifugiò nel 966 con i suoi monaci “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente” (A. Di Meo, ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23; etc…”. Barra, in questo passaggio riferiva la notizia tratta dal “Chronicon Cavense” (cronicon apocrifo pubblicato dal Pratilli), che riferiva che, nel 966, il preposto del monastero di “S. Mauro in Centulis” (che era una dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), Ermerico, “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”….”fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Dunque, il Chronicon Cavense riferiva la notizia che a causa delle frequenti incursioni saracene, nell’anno 966 sui monti tra Cava e Salerno, insieme ai suoi compagni, si rifugiò il monaco  “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Il Barra scrive che la notizia fu data dal Di Meo (…), nel suo  ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23. Infatti, il Di Meo, nel tomo VII a p. 23, in proposito scriveva che: “Nè questo Monistero fu edificato dal Pr. Guaimario III. come credono quei dotti, ma sibbene molto prima di lui, col consenso del Pr. Gisolfo I. e di Gregorio Abb. di S. Benedetto di Salerno, fu edificato da Ermerico. Era costui Preposito del Monistero di ‘S. Mauro in Centulis’, ed essendo stato quel suo monistero distrutto da’ Saraceni; n’ edificò un altro in Metilliano della Cava nell’anno 966. come in quell’anno si disse. Nel 987 Leucio Etc…”.

Di Meo, tomo 7, p. 23

Dunque, il Di Meo scriveva che il monastero di S. Benedetto di Salerno fu fondato da “Ermerico”, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Il Di Meo scriveva pure che il monastero di “S. Mauro in Centulis”, qualche tempo prima del 966, era stato distrutto dai Saraceni, forse Saraceni di Agropoli. Infatti, il Di Meo (….), nel vol. VI, a p. 35 in proposito scriveva che: “4. Segue a dire l’Annalista Salernitano, che Ermerico ‘Preposito del Monistero di S. Mauro’ in Centulis, distrutto da’ Saraceni, col consenso del principe Gisolfo,e del nostro Abbate, edificò etc…”. Barra, a p. 69, nella sua nota (16) continuava a postillare che: “(16) …..D. De’ Guidobaldi, ‘Affreschi della Trinità di Cava, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4; Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12). Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”. Barra postillava pure che: “Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16)…Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12).”. Infatti, Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a pp. 11-12, parlando delle origini dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava scriveva che: “L’origine dell’Abbazia della Trinità di Cava risale all’inizio dell’XI secolo. Un santo religioso nato a Salerno e formatosi a Cluny, di nome Adelferio o più comunemente ‘Alferio’ (Alferius) ne fu il vero fondatore e il primo abate (1011). Tuttavia, già prima di lui, dei pii solitari avevano abitato il luogo dove doveva fiorire il famoso monastero benedettino che ci occupa. Dell’abbazia di Montecassino, la più antica casa dell’ordine benedettino, sembrano essere partiti i primi abitanti della Cava (1), cioè la grotta di Metellianum (2).”. Il Guillaume, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451), è alle devastanti incursioni dei Saraceni che la S. Trinità di Cava dovrebbe la sua origine. Nell’incursione dell’anno 966, questi distrussero, al di là del ‘Silarus o Sele, non lontano da Paestum, il piccolo monastero di S. Mauro in Centulis (o Cellulis ?), che dipendeva da quello di S. Benedetto di Salerno. I pochi religiosi che sfuggirono al massacro si rifugiarono nei boschi e nelle montagne. Ermerico’, loro priore, col consenso dell’abate di S. Benedetto e del principe di Salerno Gisulfo I (933-77), si ritirò ai piedi del Monte Finestra, nella grotta di Metellianum e qui costruì una cella o monastero: “A. 966….Ermericus Praep. Cellae S. Mauri in Centulis a Saracenis destructae Cellam prope Salernum ad latus Fenestellae montis fecit cum Gisulfi et Abbatis nostri consensu”. (Op. cit., p. 415; cf. De Blasi, Chron., an. 966; Adinolfi, Stor. della Cava, p. 217, ecc..).”. Il Barra riporta anche la seguente notizia: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35). Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. L’ipotesi labile ma interessante del Barra sulle probabili origini dell’antico Monastero benedettino di ‘S. Maria in Centulis‘, andrebbe ulteriormente indagata. Giuseppe Pesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia della chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 73 riporta la notizia: “…fra questi Giovanni di Salerno…Fu sotto il governo di un tal Prelato, ch’ebbe la prima origine il celebre Monistero della SS. Trinità di Cava. Ermerico già Preposto del Cenobio di s. Mauro in Centulis, distrutto dalle irruzioni dei Saraceni tal sacro stabilimento, recossi in Salerno e “col consenso del Principe Gisolfo e del nostro Abbate (scrive l’Annalista Salernitano) etc…”. Dunque, il Pesano riporta la notizia sulla scorta dell’“Annalista Salernitano”, cronista dell’epoca che viene detto anche “Chronicon Cavense”, che fu pubblicato dal Pratilli. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’. Inoltre, Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), riguardo l’ipotesi che si potesse trattare del monastero di ‘S. Maria in Centulis’ postillava e ci ricorda che: Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI)….”. Infatti, Paul Guillaume (…), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. LXXXVI, in Appendice, nell’elenco troviamo scritto: “E. s. Maur in ‘Planula’, pr. Salerne, (anno)….1187 (De Meo, anno 1187, 4).”. Dunque, secondo la storia di S. Mauro, casale del Cilento, vi era un eremo Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C.”.

Nel 968, l’Imperatore Niceforo Foca ed il patriarca Attanasio e la costituzione del calogerato di S. Cono a Camerota

Nel 968, l’Imperatore d’Oriente Alessio Niceforo Foca, con il patriarca Anastasio, tenta di imporre il rito greco a quello latino. I due studiosi Natella e Peduto (….), nel loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 511, in proposito, scrivevano che: “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (64), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.”. I due studiosi, nella loro nota (64), postillavano che la notizia era tratta dal Porfirio (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Ecc…”. L’Ebner (…), nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, che pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica…….Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quella di S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, ……..Ecc…”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Il sacerdote Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Qui il Volpi, scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Il Laudisio (…), a p. 69, proseguendo il suo racconto, scriveva che: “Nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29), postillava che: “(29) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (…), nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684), citata anche al Laudisio (…), dove si raccontava che nel 968, L’Imperatore d’Oriente (bizantino) Alessio Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), ne parla nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, p……., riferisce alcune notizie circa la fondazione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, riferendo ciò che aveva già scritto il Laudisio (…). Pietro Ebner (…), scriveva che in età bizantina, venne costituito il calogerato di S. Cono, però mette fra parentesi che si trattava della Badia di S. Pietro. La Badia di S. Pietro, come vedremo e, di cui ho scritto in un altro saggio ivi, è l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Licusati è un paese che da sempre faceva parte dell’Università o Comune di Camerota a poi in seguito diventò Comune autonomo. Infatti, nel territorio di Camerota, esisteva anche la Badia di S. Giovanni, grangia dell’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Tuttavia, qualche notizia in più sull’antico cenobio basiliano di S. Cono o S. Iconio, possiamo ricavarla dalle ‘visitatio Episcopali’, eseguite dai vescovi di Policastro prima del ‘600. In ogni caso, centri monastici, come il Monastero di S. Cono a Camerota, soppresso, ed ormai scomparso e di cui forse rimangono pochi ruderi, esisteva ancora nel 1458, anno in cui fu toccato dalla visita apostolica di Atanasio Calkeopoulos. Biagio Cappelli (…), riferendosi al 1458, anno della visita apostolica ordinata da papa Callisto III, a p. 400, scriveva che: “Il che ci porta a considerare come, venuti meno quelli che furono gli importanti centri monastici arroccati intorno a Cerchiara e ad Oriolo e nella valle del Sarmento, ancora riuscivano a mantenersi i monasteri dell’asprissima regione di monte Mula, ecc…, nonchè gli altri del montuoso Cilento, S. Maria di Centola, S. Cono di Camerota, S. Giovanni a Piro e S. Maria di Pattano. Circostanza questa che non avrebbe potuto verificarsi se nei predetti luoghi il basilianesimo non avesse avuto lontane e robuste radici. E che inoltre ci indica come ancora nel quattrocento la regione di monte Mula veniva ad essere in relazione ed in contatto con l’altra del Cilento i cui monasteri estendevano le loro propaggini in terra calabrese: dato che a Majerà ed a Grisolia, le quali rimangono rimangono immediatamente alle spalle del luogo dove sorgeva il cenobio di S. Ciriaco, esistevano due grangie dipendenti dal monastero di S. Giovanni a Piro (8) dominante il luminoso golfo di Policastro.”. Il Cappelli (…), a p. 400, nella sua nota (8), postillava che la notizia era tratta dal Di Luccia (…), a p. 312, nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’, nel 1700. Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota.  Giovannelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).”. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” ( I monaci greci in Calabria ecc.., v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Dunque, nel 1760, il Rodotà (…), sulla scorta di padre Agresta (…), fra i monasteri di rito greco, non cita il monastero di S. Cono di Camerota. La feroce invasione saracena del 976 e degli anni seguenti capeggiata dall’emiro Abu-l-Kasem-Ibn-Alì, che respinse il corpo di sbarco bizantino ed inseguendo l’esercito nemico fin nella valle del Crati. Il Cappelli, scriveva in proposito: “…capo Palinuro, dove fu anche un abitato omonimo (3), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu meta di incursioni musulmane; una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario.” (5). Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 87, in proposito scriveva che: “Niceforo Foca, 963-969, aveva sottomesso, anche se per breve durata, finanche i Longobardi di Benevento (30).”. Il Campagna, a p. 87, nella nota (30) postillava: “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, Caserta, 1930; G. Schlumberger, L’Epopée Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Un Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicéphore Phocas, Paris, 1890; I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzanti, etc…., Paris, 1904”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89 , in proposito scriveva che: “Lo stesso Niceforo Foca, dopo la sconfitta del 964 presso Rametta, fu costretto a stipulare un trattato di pace col califfo al-Mu’izz (966-967).”.

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Ecc….; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..” e, proseguendo il suo racconto scriveva che: “…; nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29 di p. 10 versione Visconti). “. Infatti, per l’altra notizia, quella di Niceforo Foca, il Laudisio, a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Card. de Luc., Annot. ad Concil. Trid., disc. 8, num. 25, et disc. 14, n. 21.”. Questi passaggi storici, furono poi in seguito ripetuti dal sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (1).”. Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…). Ma come abbiamo visto la citazione del Cardinale De Luca (….), riguarda l’altro notizia, quella di Niceforo Foca e l’anno 968. La notizia del Laudisio (….), fu tratta dal Volpi (….), che a sua volta l’aveva tratta dal manoscritto di Luca Mannelli (…). Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).. I due studiosi Natella e Peduto nella loro nota (63) postillavano che: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (….), nel suo Adnotationes ad Concilium Tridentinum’disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferita dal sacerdote Giuseppe Volpe (…), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (…) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (…). Dopo il Laudisio ed il Volpe, pare che la notizia fosse stata riportata anche dal Giustiniani (….).

Nel 975, i temi Bizantini di Longobardia, Lucania e Calabria

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 100, in proposito scriveva che: Questi territori, uniti a quelli già Bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, diendenti dal catapano residente a Bari; cosicchè, prossima alla Lucania ‘Occidentale’ longobarda, si trovò per un certo tempo a coesistere una Lucania ‘Orientale’ bizantina (2). Questa comprendeva le regioni del Latiniano (3) e  del Mercurio (4), ed aveva come centro principale Tursi. Ecc…”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Novi, oggi Novi Velia, è menzionata per la prima volta nel 1005: “nobe finibus salernitanis” (Schipa, Storia…., cit., Appendice, doc. 33), ma solo nel 1103 è ricordato un Guglielmo de Mannia, signore del “castello” quod dicitur nove (ABC, D, 41).”. Piero Cantalupo (….), a p. 100, nella nota (2) postillava: “(2) La Lucania bizantina scompare in seguito alla conquista normanna della Calabria (1051-1059).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89, in proposito scriveva che: Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni in Sicilia si spinsero nel territorio dei principati longobardi. Nel thema di Calabria e alle frange del thema di lucania, per un secolo e mezzo, si alternarono a brevi periodi di pace feroci scorrerie, con permanenze di Saraceni più o meno prolungate.”.

Nel 981-982, S. Saba, nel viaggio per raggiungere l’Imperatore  Ottone II a Roma per conto del catepano bizantino di Puglia, Romano fu attaccato dai Saraceni e dovette rifugiarsi ad Amalfi

Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – In seguito Saba compì altri viaggi, motivati però da missioni diplomatiche o da nuove scorrerie arabe che lo costrinsero a cercare rifugio a settentrione. In corrispondenza della spedizione antisaracena di Ottone II (981-82), per es., il catepano d’Italia Romano, la cui identificazione risulta dubbia (Falkenhausen, 1967; trad. it. 1978, pp. 86, 188), chiese al monaco di intercedere presso l’imperatore per scongiurare una sua invasione in Calabria, che sarebbe stata motivata da sommosse delle popolazioni latinofone del Catepanato contro il governo bizantino. Tale missione diplomatica sarebbe databile alla prima metà del 981. Durante il viaggio il monaco fu però costretto dagli attacchi dei saraceni a rifugiarsi ad Amalfi, dove fondò un eremitaggio. Dovette tornare in Calabria per prendersi cura degli anziani genitori, ma, una volta spirati questi ultimi, riprese le sue peregrinazioni che lo condussero a Lagonegro, località in cui costituì un monastero dedicato all’apostolo Filippo. Successivamente ulteriori attacchi lo spinsero a trasferirsi nel territorio di Salerno, dove con i suoi discepoli diede vita a un’altra comunità religiosa. Saba si trovò così a gestire una rete di monasteri diffusi tra Calabria, Basilicata e Campania. Mantenne inoltre relazioni con altre figure oggetto di venerazione nel mondo italo-greco: nel 984 assistette, per esempio, al trapasso di s. Luca di Demenna (Vita S. Lucae Abbatis, 1794, col. 341). Oltre a ciò egli si trovò di nuovo, alla fine della sua vita, a svolgere un ruolo nelle vicende politiche dell’Italia meridionale alla fine del X secolo.”. Su San Saba e la notizia di un viaggio a Roma dall’Imperatore Ottone II e sua madre Teofano ha scritto anche Domenico Martire (…), nella sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, pubbicato a Cosenza, 1877, s. II, a pp. 320-321 parla di “38. S. Saba di Colassai” e s., in proposito scriveva che: “E perchè nuovamente ritornarono i Saraceni a devastare i paesi della nostra Calabria, S. Saba con i suoi monaci partitosi, andò a ritirarsi in una Spelonca vicino Salerno (21). Quivi unitosi il grido della sua venuta, corsero tutte quelle genti, ch’eran da varie infermità e dagli spiriti maligni vessate, e ne otennero le grazie conformi ai loro bisogni. Fra gli altri vi capitò il Principe di Salerno (22) a pregarlo che si compiacesse andare in Roma dal Re dei Latini, che più anni tenuto avea il suo figlio prigione per ostaggio. E mosso a pietà di lui, vi andò e ottenne la grazia. Ritrovandosi dello stesso modo in mani del detto Re dei Latini il figlio del Patrizio d’Amalfi (23), fu nuovamente il Santo pregato e ripregato ad ottenere la grazia della scarcerazione. Partito poi per Roma giunse al Monastero di S. Cesario (24). Recatosi dal Vescovo Giovanni (25), costui ottenne dal detto Re il giovinetto dal Patrizio desiderato.”. Il Martire (…) a pp. 324-325, nella sua nota (22) postillava che: “(22) ‘Il Principe di Salerno’ – Chi fosse costui potrassi raccapezzare dal catalogo dei Principi di detta città appo Engenio, fol. 46. E si congettura che fosse un tal Giovanni, che governò dall’anno 984 al 993, là dove fa menzione di aver ricuperato lo Stato. E nella venuta degli Imperatori Ottone II. e III. nel Regno contro i Greci e i Saraceni, sarà facile che avessero contro i Principi di Salerno e anche di Amalfi proceduto a qualche fatto.”. Dunque, il Martire, sulla scorta di Cesare d’Engenio Caracciolo (…..), nel suo “Descrizione del Regno di Napoli”, scrive il Martire, quando parla nel ‘Catalogo’ dei Principi di Salerno, pag. 46.

Nel 12 luglio 982, la battaglia di Ottone II contro i Saraceni d’Africa e di Spagna

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89 , in proposito scriveva che: “Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni di Sicilia si spinsero nel territorio dei principi longobardi. Nel thema di Calabria e alle frange del thema di Lucania, per un secolo e mezzo, si alternarono a brevi periodi di pace feroci scorrerie, con permanenze di Saraceni più o meno prolungate.. Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a pp. 78-79, in proposito scriveva che: Dal 975 al 981, Abu el Kàsem organizzò numerose incursioni dalla Sicilia, che estese financo in territorio longobardo. Per questo motivo (ma pare che abbia anche influito la rivolta di città e castelli bizantini contro lo stratega Romano) i principi longobardi chiesero l’aiuto di Ottone II. L’imperatore sassone fu sconfitto dai Saraceni di Abu el Kasem presso capo Stilo (94), il 12 luglio 982. Oltre al tentativo di Ottone II, i cui ideali di paladino antisaraceno sono discutibili,…etc…”. Il Campagna, a p. 79, nella nota (94) postillava: “(94) Il “Cocynthum promontorium” di Plinio (N.H., III, 10), presso cui scorre lo Stilaro. Nella battaglia del 12 luglio 982, Abul el Kàsem, successo nell’emirato di Palermo al fratello Ahmed (970), morì trafitto sul campo, dopo aver combattuto eroicamente. Sull’ubicazione della battaglia, Stilo o Capo Colonne (presso il tempio di Hera Lacinia), non si è raggiunta la certezza storica, per la vaga interpretazione di …………..(Aschlumberg e Gay)…..F. Gabrieli, Gli Arabi, Firenze, 1957; Anonimo Salernitano, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, t. I.; D. Leuzzi, La Calabria e i Musulmani, in “CL”, a. XIV, n. 3-4; F. Gabrieli, I Saraceni in Calabria, in “AC”, Roma. 1959, XXIV, 337-360″. Angelo Bozza (…) nel suo “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 919 e sulla scorta di Pietro Giannone (….), cita un Guaimario Principe di Salerno e scriveva che: “Landulfo e Guaimario principi di Benevento e Salerno confederati, rompono la battaglia ad Ascoli Ursileo Stradigò di Bari, il quale vi è ucciso, ed invadono la Puglia e la Lucania ritenendole sette anni. I  Greci riacquistano la puglia e la Calabria dai Principi di Benevento e di Salerno, dopo averli disfatti in battaglia presso Matera. I Saracini prendono e danno alle fiamme Cosenza (a. 965). Tornano in uso i cognomi delle famiglie lungo tempo disusati (Giannone). Ottone I fa per parecchi anni 968-871 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificata reggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia”, a p. 126, in proposito scriveva che: “Frattanto i musulmani …….

Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, a p. 267, in proposito scriveva che: “E perchè in avvenire non vi è più memoria de’ Vescovi Pestani, si può argomentare che dopo detto secolo tal Città distrutta fusse, come realmente accadde nel regnare di Basilio Macedone Imperatore di Oriente, tenendo il pontificato il suddetto Giovanni VIII. che fu negli anni 875. in circa: dopo di che i di lui Vescovi non più di Pesto, ma di Capaccio si nominarono per aver quivi fermata la sede dopo la rovina della loro Metropoli (a). E che circa tal tempo Ella distrutta fusse, oltre gli testimoni de’ Scrittori, si deduce chiaramente dall’invenzione del deposito del Glorioso di S. Matteo, che fu ritrovato nell’anno 954 fra le rovine e desolazione di detta città, come attesta’ M. Antonio Marsilio Colonna’ (b), qual Sacro Corpo immantinente fu legato nella Chiesa Cattedrale della nuova Città detta ‘Capaccio’ per opera del di lui Vescovo, etc…”. Il Gatta a p. 267, nella nota (a) postillava: “(a) Giuseppe Volpi, Cronologia de’ Vescovi di Capaccio; Michele Zappulla, nel cap. di Capaccio nella Storia di Napoli.”. Il Gatta a p. 267, nella nota (b) postillava: “(b) M. Antonio Marsilio Colonna, de Vita et gestis Matthei Apost., cap. 7.”. Di questo autore ho parlato nell’altro mio saggio sul monaco Attanasio e le sacre spoglie dell’apostolo Matteo.

Nel 1016, i Saraceni a Salerno ed Agropoli (?)

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 31, in proposito scriveva che: Quanto all’anno 1016 assediarono ancora una volta Salerno, i Saraceni scesero anche ad Agropoli e a Capaccio (11).”. Il Vassalluzzo, a p. 31, nella nota (11) postillava: “(11) Camera M., Istoria della città e della costiera di Amalfi, Napoli, 1836, vol. I, pag. 121. A Salerno i Saraceni c’erano stati dall’882 all’885 (Cfr. Chronic. Salern., c. 134, 539) nell’anno 898 (capp. 151, 547 e Amari M.; op. cit., vol. I, pagg. 463 e 464), nell’anno 1001 (Cfr. Hirsch-Schipa, op. cit.; pag. 180). Pertz, Annali del monastero di S. Sofia in Benevento, Scriptores, t. III, pag. 177, anno 1016. Ebner P., Monasteri bizantini nel Cilento, in R.S.S., anno 1967, pag. 108, nota 48 e Storia di un feudo del Mezzogiorno, Roma, 1973, pagg. 20 e sgg.”. Mons. D. Damiano (….), nel suo “Maratea nella storia, nella luce e nella fede”, a p. 31, in proposito a Blanda scriveva che: “Le altre, distrutte dalle invasioni barbariche, lasciano completamente al buio. Ma si sa dall’annalista di Cava dei Tirreni che nell’anno 1113 i Saraceni, provenienti dall’Africa, spopolarono Paestum, e gli abitanti sottrattisi dalla strage si annidarono sulla cima del vicino monte Calpazio, dove fecero sorgere un villaggio che si chiamò Capaccio e dove i Vescovi pestani, ritrovarono sicuro rifugio, trasferirono la loro sede.”. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia”, a p. 128, in proposito scriveva che: I musulmani tornati alle correrie e alle conquiste, oltre a minacciare Benevento, Capua e Napoli (1002), assaltarono Taranto (1003) e assediarono Bari (1004). La difesa che di questa importante città fece il catapano Gregorio Tracaniotis non impedì che la fame risolvesse gli assediati ad arrendersi, allorchè il doge di Venezia Pietro Orseolo II, sopraggiunto con una poderosa flotta, assalì e sconfisse gli assedianti e liberò la capitale dell’Italia greca. Ma il pericolo musulmano non fu l’ultimo ostacolo alla potenza dei bizantini.”.

Nel 28 settembre 1028, i Saraceni Agropoli furono sconfitti da Guaimario V e Pandolfo di Capua (?)

Piero Cantalupo nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, quando a p. 90, nella nota (2) postillava che: “(2)…..Il Mazziotti (op. cit., p. 80), seguendo il Di Meo ed il falso ‘Chronicon Cavense’ (Cfr. M. Schipa, Storia…., cit., n. 2, p. 185), ritarda l’uscita dei Saraceni da Agropoli al 28 sett. 1028. Nello stesso errore è caduto anche P. Ebner (Storia…., cit., p. 273).”. Dunque, secondo il Cantalupo, il Mazziotti ritarda la fuga dei Saraceni da Agropoli al 28 settembre 1028. Infatti, Matteo Mazziotti (….), nel suo “La  baronia del Cilento”, a p. 30 (non è p. 80 come scriveva il Cantalupo che confuse con 30), parlando del casale di “Agropoli”, in proposito scriveva che: “II…..Non è noto con esattezza quanto tempo essi avessero dimorato in Agropoli; alcuni autori dicono per circa 40 anni; certo è che, dall’epoca in cui vi si insediarono, la città perdette la sede vescovile che fu trasferita a Capaccio. La loro dimora in Agropoli terminò con una grave sconfitta, che vi riportarono nel 28 settembre 1028 per opera di Guaimario principe di Salerno e di Pandolfo principe di Capua, che, trionfanti e carichi di preda, tornarono a Salerno. Nel feroce combattimento fu ferito il conte Maghenolfo, il quale morì dieci giorni dopo in Pyrano di Agropoli. Dopo tale disfatta i Saraceni non si tennero più sicuri colà e si ritirarono in Sicilia e nell’Africa.”. Il Mazziotti, a p. 30, nella nota (2) postillava: “(2) Cronista Salernitano, riportato dal Di Meo  Annali, vol. 7°, anno 1028.”. Credo che il Cantalupo citando lo Schipa si riferisca al testo “Storia del Principato Longobardo di Salerno”, pubblicato a Napoli, nel 1887, sebbene però lo Schipa, in questo testo, a p. 185 non riporta nessuna nota e ci parla della caduta di Gisulfo II. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi etc..”, a p. 273, parlando della sede vescovile di Agropoli, in proposito scriveva: “Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltano quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tuttora noto come “Campo Saraceno” (10), abbandonato quando vennero sconfitti (20 settembre 1028) da Guaimario di Salerno e Pandolfo di Capua (11).”. Ebner, a p. 273, nella nota (10) postillava: “(10) Schipa, Storia, p. 210.”. E’ molto strano che Ebner, a p. 80, nella nota (8) postillasse: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169”. Ebner, a p. 273, nella nota (11) postillava: “(11) Di Meo, cit., VII, ad anno 1028.”. Dunque, Ebner, sulla scorta dello Schipa scriveva che Agropoli fu abbandonato dai Saraceni “quando vennero sconfitti (20 settembre 1028) da Guaimario di Salerno e Pandolfo di Capua (11).”. Dunque, sia Ebner che il Cantalupo riportano la notizia tratta dallo Schipa che si rifaceva al “Chronicon Cavense” del Pratilli, ci parlano del principe longobardo di Salerno, Guaimario e di Pandolfo di Capua. A quale Guaimario si riferiscono ?. I due autori a quale “Storia” dello Schipa si riferivano ?. Forse si riferivano all’opera di Michelangelo Schipa (….), “Storia del principato longobardo di Salerno”. Ma in questo testo, a p. 185 non si parla di questo avvenimento ma si parla del racconto di Amato di Montecassino circa l’assedio di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 273, nella nota (11) postillava: “(11) Di Meo, cit., VII, ad anno 1028.”. Infatti, Di Meo (….), nei suoi “Annali”, vol. VII, anno 1028, a pp. 124 e 125, in proposito scriveva che: “In quest’anno Guaimario Pr. di Salerno, e Pandolfo di Capua, diressero una terribil rocta a’ Saraceni vicino Agropoli, a’ 28 del Settembre; e trionfanti e carichi di preda fecero ritorno in Salerno. Il Conte Magenolfo vi restò ferito, e morì 10 giorni dopo in Pyrano di Agropoli. I fratelli Saliperto, Guiselgardo, ed Erimanno Conti di Malliano donarono al nostro Monistero (della Cava) più beni per la Chiesa; e per il riottoso de’ Monaci ed una corte con casaline, e quattro vigne di Pesto Nero. Così l’Annalista Salernitano.”. Dunque, la notizia ci è pervenuta dall’Annalista Salernitano o Chronista Cavense. Vediamo ora a quale Guaimario si riferiva la notizia. Sempre il Di meo a p. 123, introducendo l’anno 1028 scriveva di “Pandolfo IV Pr. di Capua” e poi anche “Guaimario IV suo figlio Pr. di Sal. XI. da 21 Settembre.”. Da Wikipedia leggiamo che nel 1028 i Saraceni furono scacciati dalla zona definitivamente dal principe Guaimario III di Salerno. Dunque, si tratterebbe di Guaimario III principe longobardo di Salerno. Sul Guaimario della notizia devo però precisare che Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia etc…”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Dell’opera sua alla restaurazione del cognato, Guaimario IV non potè vedere gli effetti, perchè cessò di vivere dopo meno d’un anno (marzo 1027), lasciando lo stato al figlio Guaimari V, quattordicenne al più: descrittoci come principe valoroso, cortese e liberale più del padre e fornito d’ogni virtù etc….Guidato nei primi passi, per quattro o cinque mesi, dalla madre Gaitelgrima, sotto l’influenza di costei ebbe amico e concorde lo zio di Capua, sicchè Amato etc…Era allora stato incoronato imperatore a Roma Corrado II (26 marzo 1027).”. Infatti, da Wikipedia leggiamo che nel 1028 i Saraceni furono scacciati dalla zona definitivamente dal principe Guaimario III di Salerno. Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) associò al trono il figlio maggiore, Giovanni III, avuto dalla prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), ma questi morì nel 1018. La co-reggenza fu affidata allora al secondogenito Guaimario, avuto dalla seconda moglie Gaitelgrima, sorella di Pandolfo di Capua. Dunque, si tratta di Guaimario V (spesso indicato come Guaimario IV). Guaimario IV, spesso indicato come Guaimario V (1013 circa – Salerno, 3 giugno 1052), fu principe di Salerno (dal 1027) e di Capua (1038-1047), duca di Amalfi (dal 1039), Gaeta (1040-1041) e Sorrento (dal 1040) e duca di Puglia e Calabria (1043-1047). Nel 1036 accadde qualcosa che avrebbe segnato l’inizio delle ostilità fra i due principi. Gli giunse infatti voce che il principe Pandolfo IV di Capua, soprannominato il Lupo degli Abruzzi, zio materno ed alleato, aveva tentato di violentare sua nipote. Nel frattempo, Guaimario si era avvicinato ai Normanni, appena comparsi nel meridione d’Italia, ricevendo l’omaggio del loro capo Rainulfo Drengot, in precedenza vassallo di Pandolfo e ora disertore. Così Guaimario ottenne il fondamentale supporto dei Normanni, potenza nascente nel Mezzogiorno. Probabilmente nel 1026 il principe di Salerno ebbe anche una figlia, Gaitelgrima, che successivamente sposò i fratelli Drogone e Umfredo d’Altavilla, conti di Puglia. L’assedio della flotta saracena ha dato origine ad una leggenda, “la Leggenda dei Due Fratelli”. Quando i Saraceni sbarcarono a Salerno scese in battaglia il più forte di loro, Rajan, che sfidò a duello il più forte tra i salernitani, Umfredo. I due combatterono valorosamente dall’alba al tramonto. A sera, esausti e morenti, scoprirono di avere al collo lo stesso simbolo, cioè di essere fratelli, separati tanti anni prima. Il cavaliere Umfredo narrato nella leggenda era in realtà un cavaliere normanno, ed è vissuto qualche anno dopo l’avvenuta battaglia, nell’anno 1010-1057. La leggenda difatti è stata creata proprio per mettere in risalto quanto i normanni prevalessero militarmente in quel periodo. Si tratta di Umfredo d’Altavilla. John Julius Norwich, I Normanni nel Sud 1016-1130. Mursia: Milano 1971 (ed. orig. The Normans in the South 1016-1130. Longmans: London, 1967).

Il Capitolo IX del Libro II del manoscritto di Luca Mannelli (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli

Si tratta di frammenti del manoscritto inedito ‘Lucania sconosciuta’, scritto dal monaco Agostiniano P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S. Agostino Cavati dall’originale che si conservava in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine. Oggi il manoscritto è conservato Napoli, alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, nella Sezione Manoscritti, con la seguente collocazione: XVIII, 24 – cc. 47-51. Il Bracco (12), op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli. Il Bracco (12), op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Il manoscritto del Mannelli, è rimasto inedito ed introvabile per molto tempo. Si tratta di un’esemplare proveniente dalla Biblioteca del Museo di San Martino, ms. S. Mart. 371. Il manoscritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto (10) che dice: “Lucania sconosciuta, (ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51).”. Arturo Didier (11), scriveva in proposito: ”la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un dianese ecc..ecc..”. Ecco la pagina 50r originale del manoscritto di Luca Mannelli (…), che riguarda Policastro e che abbiamo pubblicato ivi in un altro nostro saggio:

7 rit

(Fig….) Pagina n. 50r, tratta dal Libro II, Cap, IX del manoscritto del Mannelli (…)

Il Tancredi (18), sulla scorta dell’Ughelli (33) e anche del Cappelli (9), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita il codice Vaticano Latino 9239: ‘Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae’, 1482, conservato e consultabile sul sito digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano:  https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.9239. Il codice Vaticano Latino 9239, illustrato nell’immagine di Fig. 2, parla dell’origine di alcuni toponimi in Italia meridionale, tra cui quello antichissimo di S. Giovanni a Piro che, secondo l’antico tον απειρον dovrebbe significare (= l’infinito o il remoto).

Cod.Vat.Lat.9268, p. 1

(Fig. 9) Il codice Vaticano latino 9239, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, del 1482 – particolare della pagina che spiega l’origine del toponimo ‘ab Pyro’.

Nel ……….., i Saraceni nel Cilento

Sulla scorta del ‘Chronicon Salernitanum’, un antico manoscritto apocrifo (50), che fu pubblicato nel 1600 dal Pratilli (61), sappiamo che a Salerno i Saraceni c’erano stati dall’882 all’885, all’anno 898 (si veda cap. 151, 547 e Amari M., op. cit. (53), vol. I, p. 463 e 464), nell’anno 1001 (si veda Hirsch-Schipa, op. cit., p. 180), mentre il Pertz (…), scrive nell’anno 1016. Anche Ebner (19), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 20 e s. Il Vassalluzzo (51), sulla scorta dell’Archivio Cavense (Arca L., n. 23), scrive ancora: “Altre scorrerie essi faranno al tempo di Federico II, di Carlo d’Angiò (57), degli Aragonesi (17) e degli Spagnoli (58). Sempre dal Vassalluzzo (52), leggiamo: “Sappiamo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II d’Altavilla, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave con un tesoro ivi naufragata.“. Il Vassalluzzo, parlando di Molpa, scrive che: “Sappiamo di certo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave ivi naufragata.”.

Nel 1052, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, e Lorenzo preposto che fu ucciso in una attacco dei Saraceni

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito scriveva che: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”.

Nel 1059-60, l’origine di alcuni paesi dopo le incursioni saracene: Bosco, San Giovanni a Piro ecc…

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, prima della caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. La notizia che alcuni paesi, sono sorti in epoca Normanna, nel 1059-60, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, tratta dal Laudisio (…). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nel suo vol. II, a p. 332, parlando delle distruzioni di Policastro, scriveva che: “, ricorda quella della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera) scrive il Gay (19).. Ebner, nella sua nota (19), postillava che la notizia era tratta dal Jules Gay: “I Gay (è J. non è I) Gay, L’Italie Meridionale ecc.., ed. italiana, Firenze, 1917, op. cit., p. 491.“.

Nel 1113, un documento di Aieta

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a p. 144, in proposito scriveva che: “Segue la ‘Marina di Ogliastro’ (Ogliastrum), poco in verità frequentata, ma d’aria balsamica e salubre tra i monti e il mare. Vi chiuse i suoi giorni, nel 1748, Francesco Maria, patrizio cosentino, padre di quel Domenico, il quale sopraffatto da grave colluvie di debiti, riserbandosi il nudo titolo di marchese, vendeè, l’anno 1768, la terra di Aieta, in provincia di Cosenza, a Domenicantonio Spinelli, principe di Scalea (5). Quivi si vuole esistesse ne’ tempi andati il ‘Casale di Oliarola, di che è parola in un documento del 1113 (6).”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (5) postillava: “(5) Cons. Monografia sul Santuario di nostra Donna della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta ecc..per Vincenzo Lomonaco”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (6) postillava: “(6) Ventimiglia, Notizie ecc…, pag. 73. Appendice dei monumenti, n. VI, pag. XXVI.”.

La Torre della Petrosa a Villammare

Fu proprio a causa di queste frequenti e continue incursioni barbaresche di Saraceni che lungo le coste del Cilento, continuamente funestato da questo imprevedibile flagello, che furono costruite delle Torri di avvistamento a protezione delle umili ed indifese popolazioni. Su questo argomento, abbiamo parlato nel nostro studio ivi pubblicato: “Le Torri costiere costruite lungo il litorale Saprese”, dove però abbiamo cercato di dimostrare che alcune delle Torri costruite lungo il litorale del Cilento, in realtà esistevano già dall’epoca Angioina e poi in seguito rinforzate in epoca Aragonese. Moltissime di queste Torri d’avvistamento, furono costruite anche a causa e soprattutto della Guerra del Vespro. In occasione della Guerra che si combattè tra gli Angioini e gli Aragonesi, che per molti e lunghi anni, si contesero il Regno di Napoli proprio e soprattutto sulle nostre coste ed il nostro entroterra, il ‘basso Cilento’, rappresentò una prima linea di difesa Angioina contro le offensive Aragonesi. Una di queste era quella detta Torre del Bondormire’, che oggi non esiste più, ma che si può vedere citata in una carta d’epoca Aragonese e forse Angioina illustrata nell’immagine di Fig. 7 – ma la cui costruzione risale all’epoca Angioina. Un’altra delle Torri costruite e conosciute già in epoca Angioina e comunque più antica dell’epoca Vicereale, è la ‘Torre detta della Petrasia’, illustrata nell’immagine seguente, costruite nel luogo di Petrosa’ nei pressi di Villammare.

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(Fig. 10) ‘Torre della Petrosa’ a Villammare – torre d’avvistamento militare a difesa delle coste.

Petrasia

Infatti, andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (59), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (12-59), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche il porto di Sapri. La notizia, fu data per la prima volta dagli studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto nel loro ‘Pyxous-Policastro’ (10), che parlando del Volpe (28) e delle mura di Policastro Bussentino al tempo dei Normanni del Roberto il Guiscardo, confermavano la notizia di solide mura e fortificazioni a Policastro, nel testo scritto in arabo del Libro del Re Ruggero del 1154, che descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Il testo arabo del 1154, del geografo al-Idrisi, cita anche lo scalo marittimo di Sapri. Secondo i due studiosi Amari e Schiapparelli (59), al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, scrive: “Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” (12). Poi aggiungono: ” Da questo Capo a qast.r.k.lì (Castrocucco) tredici miglia” . Nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”.  La citazione del toponimo ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, vicinissime, in epoca Aragonese, ci fa pensare – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luogo di un porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo  ‘.tr.b.s (‘Petrosa’) – noi crediamo indichi il toponimo del luogo nei pressi di Villammare dove è stata costruita  la  Torre costiera di difesa dell’omonima località, conosciuta dal geografo arabo di Re Normanno Ruggero d’Altavilla, nel XII secolo e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – Da Policastro a Petrosa (59) (Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. La citazione del toponimo di Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”, credo si riferisca alla Località ad oriente di Sapri, dove alla fine del ‘500, fu costruita la ‘Torre di Capobianco‘, altra Torre cavallara di avvistamento – forse già esistente e chiamata Torre del Lubertino, poi fatta rinforzare verso la fine del ‘500, dai Vicerè Spagnoli.

Nel 1222, S. Francesco d’Assisi si fermò ad Agropoli

Francesco nasce ad Assisi tra il 1181 e il 1182 Morirà nella stessa città nel 1226. Fondatore di un ordine mendicante, da cui preso il nome, per le sua umiltà passa alla storia come il ‘poverello di Assisi’. La memoria si celebra il 4 ottobre. Nel 1939, papa Pio XII, insieme a Santa Caterina da Siena, lo proclama ‘patrono d’Italia’. Secondo la tradizione, San Francesco parlò alle creature del cielo e del mare. Agli uccelli ed ai pesci e lo fece nei pressi dell’abitato di Agropoli da uno scoglio che oggi ne porta il nome. Su di esso sorge una croce a perenne memoria. Sempre secondo la tradizione, pare che il mare in tempesta, nonostante la sua impetuosa potenza, mai supera con le onde questo scoglio. Sulla terraferma, invece, si trova il luogo dove è esistito il convento. Nel Cilento altre importanti testimonianze architettoniche francescane si trovano a Gioi. La presenza dei frati nel territorio ha sempre contribuito alla crescita culturale e spirituale. L’ordine dei francescani, in particolare, godeva di una grande stima in quanto seguaci del ‘Santo di Assisi’. Il luogo, inoltre, special modo in passato, era di certo animato da una discreta vitalità, tanto che nei pressi del convento hanno preso vita due importanti fiere. Una è quella di ‘San Francesco’ che un tempo si ripeteva dal 2 al 4 ottobre. L’altra è quella delle ‘Palme’ la Domenica che precede la Pasqua. Mentre la prima ravvia la memoria del Santo, la seconda ha assunto importanza per dimensioni e sacralità grazie alla collocazione primaverile che favoriva l’afflusso di mercanti e visitatori: si festeggiava l’inizio della tiepida stagione. I pellegrini provenienti anche da zone distanti, dopo aver partecipato alle funzioni si approvvigionavano tra le bancarelle allestite nelle immediate vicinanze del convento sulla via che porta a Laureana. Pietro Ebner (…) a p. 113, parlando del clero regolare nel basso Cilento, scriveva che: “Nel ‘200, quando già si cominciava ad affievolire l’espansione benedetina sorsero i quattro grandi Ordini dei Mendicanti (francescani (3), domenicani (4), carmelitani (5) e agostiniani (6) che lentamente andavano approdando nella zona con i valori evangelici e con una notevole forza aggrregante.”. Ebner a p. 113 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Erano chiamati cordiglieri in Francia, frati scalzi in Germania e frati grigi in Inghilterra. Fu nella ricostruita chiesa della Porziuncola che S. Francesco (sett. 1181/2 – 3/4 ottobre 1226, canonicato nel 1228) scoprì la sua vocazione leggendo il Vangelo di Matteo (X, 7.10) e applicandolo letteralmente con “parole che come il fuoco toccavano il cuore”. Scrisse nella Prima Regola “che i confratelli ecc..ecc..”. Orazio Campagna (…), a p. 206, in proposito scriveva che: “Ciò che ancora restava sulla costa del mondo monastico greco venne, gradualmente, sostituito dai nuovi ordini latini: il francescano e il domenicano. Fu proprio un discepolo di S. Francesco, il beato Pietro Cathin da S. Andrea, della diocesi di Faenza, che nella prima metà del XIII secolo diffuse l’Ordine dei Minori in Calabria, fondando i monasteri di Scalea, Castrovillari, Corigliano, Amantea, Crotone (36).”. Le incursioni turchesche dei secoli XV e XVI riaprirono la piaga dell’insicurezza e del terrore ecc..”. Il Campagna, a p. 206, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Il monastero di Scalea era abitato da “un sol frate Conventuale”, all’epoca del Martire (‘La Calabria Sacra e Profana, cit., II). Fu soppresso nel 1653 con la bolla di Innocenzo X, in C. Manco, ‘Scalea – prima e dopo -, op. cit., ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 273, parlando delle Diocesi Caputaquensi, scriveva che: “La tradizione narra che ad Agropoli ecc…, che nel 1222 vi sbarcasse anche S. Francesco d’Assisi cui fu dedicato poi un monastero (12).”. Ebner a p. 273 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazziotti, cit., p. 28.”. Ebner si riferiva all’opera di Matteo Mazziotti, ‘La Baronia del Cilento etc…’, p. 28. Infatti, Matteo Mazziotti (…), nella sua opera citata, a p. 28, parlando della fondazione di Agropoli e delle leggende intorno ad essa, in proposito scriveva che: Narra anche la leggenda che in Agropoli, nel 1222, predicò San Francesco d’Assisi e che nel luogo ove egli predicava fu innalzato il monastero tuttora esistente a lui dedicato. Ecc…”. Il Mazziotti, a p. 28, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Gian Nicola Del Mercato, ‘Commento a gli Statuti del Cilento’, opera inedita esistente presso i discendenti di lui.”. Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. I, a p. 362, per l’anno 1176, in proposito scriveva che: “Molti abitanti di Lagonegro sono puniti per avere insultati e derubati i Legati dell’imeratore Federico che di là transitavano per recarsi alla corte di Guglielmo. S. Francesco d’Assisi, di passaggio per Agropoli e luoghi vicini, opera molti miracoli. Guglielmo II invia la sua flotta con gran numero d’armati e di viveri in Terra Santa per aiuto dei crociati, sotto il comando di Gualtieri di Moac. Di questa spedizione fan parte i baroni Lucani, annoverati dal Borrelli nel suo catalogo generale come anche nell’altra del 1188.”. Da uno scritto sul web di Giuseppe Conte, leggiamo che secondo la tradizione il convento francescano fu fondato da San Bernardino da Siena nella prima metà del XV secolo. Situato tra le frazioni di San Martino (Laureana) e Rocca (Lustra, territorio da cui oggi dipende amministrativamente), popolarmente viene identificato anche con l’accostamento a questo piccolo centro, un tempo cuore pulsante del Cilento Antico (il convento di Rocca). Diverse sono le tracce architettoniche dei francescani nel territorio (ad Agropoli, a Gioi). Spesso tratteggiate da laboriose leggende. Ciò nonostante ad acquisire maggiore notorietà nel tempo è stato senz’altro il convento di Lustra. Non a caso è ricordato proprio come ‘San Francesco del Cilento’. Tuttavia nel corso dei secoli ha subito diversi ampliamenti. E’ variata anche la sua importanza. Strutturalmente, dalla porta centrale si accede alla chiesa, mentre sul lato sinistro si trova l’ingresso per il chiostro. All’interno si conservano bellissimi affreschi, alcuni meritevoli di restauro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 751 parla di un monastero italo-grco soppresso, quello di S. Francesco di Cuccaro Vetere. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, parla di S. Francesco d’Assisi a p. 43 e a p. 113.

Nel 1464, Camerota origina dalla scomparsa della città della Molpa secondo Scipione Mazzella

Secondo alcuni, l’origine del borgo di Camerota sia dovuta alla distruzione della città della Molpa. Infatti, nel 1601, Scipione Mazzella Napolitano (….), parlando di Camerota e di altri luoghi nel “Principato Citra”, a p. 79, del suo “Descrittione del Regno di Napoli”, in proposito scriveva che: “Scorgesi poi sopra un’alto monte Cammerota picciol terra, edificata (come dicono alcuni) dalle reliquie dell’antica città della Molpa, che poco discosto li stà.”. Sulle parole del Mazzella ha opinato Onofrio Pasanisi. Intanto questo passaggio del Mazzella è interessante perchè ci parla anche della “città” scomparsa della “Molpa” che sappiamo sia esistita. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Dunque, il Pasanisi ci fa notare e opinava che la notizia del Mazzella di una probabile origine del casale di Camerota dovuta alla fuga degli abitanti di Molpa non abbia fondamento in quanto l’ultima distruzione della Molpa avvenne nel 1464, quando le cronache registrano l’incursione barbaresca di Dragut Pascià. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”. Ciociano e prima ancora il Pasanisi facevano notare che nel 1464 Camerota contava diverse famiglie originarie del luogo e l’indagine focatica condotta su documenti anteriori al 1464 dimostra l’esistenza di Camerota da molti secoli prima. Può darsi, coe io credo che la distruzione della città di Molpa, che pure esisteva ed era fiorente, un città sorta alle falde del fiume Mingardo ed in parte sulla collina del promontorio, fece si che i casali vicini come Lentiscosa, Camerota e Licusati fossero scelti dai pochi scampati alla distruzione della Molpa. Sappiamo anche di Centola che si ingrandì proprio in seguito alle prime distruzioni della Molpa.

Nell’11 giugno 1464, una incursione dei Saraceni d’Africa e la distruzione della Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 375-376-377, in proposito scriveva che: “….sua ruina, poichè non essendo più tale, che potesse in quei confusi, scelerati tempi sicura mantenervisi la gente, cominciò pian piano a mancar di abitatori; e quei casali (I) ch’erano della Città dipendenti, pure cominciarono a fare lo stesso, in modo che nella final sua ruina del MCDLXIV pochi abitati ve ne erano. Finalmente toccolle vedere l’ultima sua desolazione, poichè essendo la notte degli undeci di Giugno MCDLXIV. sbarcati nel porto di Palinuro molti Saraceni d’Africa, sollecitamente e col dovuto silenzio s’avviarono alla Molpa….

Antonini, p. 375

Antonini, p. 375

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”. L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”Sulla distruzione della Molpa e di Pisciotta nel 1474 ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta, nella sua nota (7) postillava che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che fu saccheggiata: “…dai saraceni a più riprese (680-705-802-828-931-1113),…..ed infine dai pirati saraceni nel 1464, quando anche Pisciotta, apparteneva alla Molpa.”. Anche Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”. Su questa distruzione della Molpa, di Camerota ecc.., ha scritto anche Onofrio Pasanisi (…), nel suo saggio ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII. Questa notizia viene riportata pure dal sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, dove, a p. 165 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Alla fine, nel 1464, in occasione del saccheggio da essa subito per mano degli Arabi del Barbarossa, che nella notte dell’11 giugno l’assalirono violentemente, scacciandone gli abitanti e traendone prigionieri altri, i superstiti, dimoranti dapprima in “pagliare”, si ritirarono, come abbiamo detto innanzi, nel casale di Pisciotta (14).”. Il Vassalluzzo, a p. 165, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Silvestri A., La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956, pag. XII.”. E’ strano che il Vassalluzzo chiami questo corsaro d’Africa “Barbarossa”. Il Vassalluzzo, sempre in riferimento a questa notizia, a p. 152, parlando di Pisciotta, in proposito scriveva che: “Il suo sviluppo, questo borgo, lo ebbe verso la seconda metà del XV secolo, quando, nell’anno 1464, assalito e distrutto dai corsari musulmani il castello della Molpa, gli abitanti superstiti si rifugiarono su queste balze e ingrossarono il numero della popolazione già ivi esistente (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 152, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cirelli F., op. cit., pag. 64. Giustiniani L., op. cit., t. VII, p. 205.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, a p. 206, del vol. VII, in proposito scriveva che: “Nel territorio di ‘Pisciotta’ non vi è nessun segno di antico, e si vuole dall’accennato Antonini essere stato dapprima un picciol casale della ‘Molpa’ secondo appare da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2), ed avea pochi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della ‘Molpa’. Quando questa città si distrusse nel 1464, da corsari di Affrica accrebbe poi di popolo la suddivisata ‘Pisciotta’. Nel catalogo dè Baroni sotto Guglielmo II si fa menzione di un tal Niel de ‘Pissocta’.”. Il Giustiniani, a p. 206, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Questa Relazione è negli atti del Duca di ‘Montelione’ nel S.R.C. in banca di ‘Litto’, presso lo scrivano Santelia.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 72, in proposito scriveva che: “I Saraceni, carichi di preda e seguiti da una lunga fila di schiavi, fecero ritorno nel porto di Palinuro e, prima che la notizia della loro feroce aggressione si diffondesse nei luoghi vicini, salparono alla volta dell’Africa (17). Gli abitanti scampati alla loro rapace avidità si diedero precipitosamente alla macchia e, dopo aver dimorato dapprima in “pagliare”, si rifugiarono in vari centri del circondario. La maggior parte di essi andò ad accrescere Pisciotta; altri si stabilirono nella vicina Centola; altri ancora nel piccolo casale di Castelluccio, a Camerota ed altri luoghi ancora (18). Il Re Ferrante (Ferdinando I d’Aragona) mosse lamentele a Maometto II, in Costantinopoli, per la distruzione della Molpa, ma tutto fu inutile, in quanto Maometto si scusò adducendo a discolpa la sua insufficiente autorità a punire che egli aveva nei confronti delle popolazioni dell’Africa (quali erano appunto i Saraceni)(19).”. Il Guzzo, a p. 72, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cirelli F., Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato – Napoli – 1835- p. 64”. Il Guzzo, a p. 72, nella sua nota (19) postillava che: “(19) G. Antonini – Op. cit., Vol. I – pag. 377; Archivio di Stato di Napoli – Sommaria Partium – 21 – c. 151.”

Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 72, in proposito scriveva che: “I Saraceni, carichi di preda e seguiti da una lunga fila di schiavi, fecero ritorno nel porto di Palinuro e, prima che la notizia della loro feroce aggressione si diffondesse nei luoghi vicini, salparono alla volta dell’Africa (17). Gli abitanti scampati alla loro rapace avidità si diedero precipitosamente alla macchia e, dopo aver dimorato dapprima in “pagliare”, si rifugiarono in vari centri del circondario. La maggior parte di essi andò ad accrescere Pisciotta; altri si stabilirono nella vicina Centola; altri ancora nel piccolo casale di Castelluccio, a Camerota ed altri luoghi ancora (18). Il Re Ferrante (Ferdinando I d’Aragona) mosse lamentele a Maometto II, in Costantinopoli, per la distruzione della Molpa, ma tutto fu inutile, in quanto Maometto si scusò adducendo a discolpa la sua insufficiente autorità a punire che egli aveva nei confronti delle popolazioni dell’Africa (quali erano appunto i Saraceni)(19).”. Il Guzzo, a p. 72, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cirelli F., Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato – Napoli – 1835- p. 64”. Il Guzzo, a p. 72, nella sua nota (19) postillava che: “(19) G. Antonini – Op. cit., Vol. I – pag. 377; Archivio di Stato di Napoli – Sommaria Partium – 21 – c. 151.”.

Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”. Interessante, a questo proposito è ciò che scrisse il barone Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Altri andarono alla vicina Centola; parte n’andò in Cuccaro nove miglia lontano, e ‘l rimanente ne’ vicini altri luoghi (siccome a ciascuno meglio tornò grado) si disperde. Non dispiaccia nuovamente riferire le parole di ‘Merola’ su di questa distruzione: “Post Palinuri promontorium, in monte, qui mari imminet, ruinae conspiciuntur Oppidi Molpae a praedonibus subversi ad Melphin fluvium praeterfluentem”. Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., onde fresca era allora la memoria di sua ruina. Fece Re Ferrante alte doglianze di questo fatto in Costantinopoli con Maometto II, ma per allora gli fù risposto: che non avendo ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 319, parlando di ‘Pisciotta’ scriveva che: “Sia Cirelli (17) che il Giustiniani (18) ritengono che dopo la distruzione di Molpa ad opera dei corsari d’Africa (1464) si cercasse di rinforzare il più difendibile villaggio di Pisciotta che nel ‘400 faceva parte dei feudi dei Sanseverino, ecc..”.

Nel 1464, Pisciotta e la Molpa nella ‘Cronaca’ (o Relazione) del notaio Giovanni Antonio Ferrigno

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Ebner (…), a p. 318, nella sua nota (7) scriveva che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Riguardo l’antico documento citato da Ebner nella sua nota (7), ovvero il ms. del notaio G.A. Ferillo o Ferrigno, un cronicon sull’origine di Pisciotta, ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Il Barone Antonini (…), infatti, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”.

Antonini, p. 330

Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Due miglia poi sul mare, è la grossa Terra di Pisciotta (I), con un Monistero di Frati Francescani….ed a’ giardini danno, malamente dal Signor Gatta allogata nel ‘Vallo di Novi’ al fol. 300 della sua ‘Lucania Illustrata’. Tutte le frutta, e l’oglio sopra tutto, che in quantità grande produce, io lo ripongo fra i più belli del Regno. Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV fu da Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc... L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “L’Antonini (37) contesta al Gatta ecc…e le rovine di Molpa distrutta nel 1494 dai “Corsari d’Africa”. Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti.”. Riguardo la relazione del Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Riguardo questo manoscritto, Pietro Ebner (…), a p. 172, parafrasando l’Antonini, nella sua nota (12), postillava sulla ‘Cronaca di S. Mercurio’, scriveva che: L’Antonini (p. 375) attribuisce a Molpa tre casali (S. Serio, Boregana e Castelluccio) e forse ancora un altro (Trivento), di cui non vi è altra notizia che quella citata dall’Antonini del 1546 (tavola Valente, f. 215, del processo innanzi al SRC tra Anonio Caracciolo e i suoi Creditori).”.

Postille di Antonini, p. 375

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’

L’Antonini (…), a p. 375, riguardo questi luoghi, nella sua nota (2), postillava che: “Questi casali erano S. Serio, Busagano, Castelluccio, siccome vedesi dalla relazione che ne fa nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”. Dunque, riepilogando, se nella sua nota (2), a p. 330, l’Antonini postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”, sempre l’Antonini, a p. 375, nella sua nota (2) postillava che: nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”, ovvero che l’Antonini ci dice che il manoscritto del Notaio originario di Pisciotta Giovanni Antonio Ferrigno doveva essere allegato in un Processo del Sacro Consiglio per Don Antonio Caracciolo…….

Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, a p. 206, del vol. VII, in proposito scriveva che: “Nel territorio di ‘Pisciotta’ non vi è nessun segno di antico, e si vuole dall’accennato Antonini essere stato dapprima un picciol casale della ‘Molpa’ secondo appare da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2), ed avea pochi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della ‘Molpa’. Quando questa città si distrusse nel 1464, da corsari di Affrica accrebbe poi di popolo la suddivisata ‘Pisciotta’. Nel catalogo dè Baroni sotto Guglielmo II si fa menzione di un tal Niel de ‘Pissocta’.”. Il Giustiniani, a p. 206, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Questa Relazione è negli atti del Duca di ‘Montelione’ nel S.R.C. in banca di ‘Litto’, presso lo scrivano Santelia.”.

Incursioni Saracene sulle coste del Cilento nei secoli seguenti

Le incursioni saracene e turche, come quella del 1543, ad opera del turco Khair-Ed Din e la seconda del 1552 ad opera di Dragut Pascià, e quelle che si susseguirono lungo le nostre coste fino al XVIII secolo, depredando e devastando questi umili borghi, furono tanto funeste da indurre nel 1532, il Vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo a costruire lungo tutta la costa del Regno, una serie ininterrotta di torri vedette. Purtroppo, le costruzioni di queste torri, non solo fu deleteria per le umili finanze di queste popolazioni, ma si rivelarono inutili poichè  furono realizzate troppo tardi, quando ormai le popolazioni della costa si erano spostate all’interno. Infatti, si spiega così lo spopolamento di moltissimi centri costieri e del conseguente ripopolamento dei centri collinari limitrofi. Turghud Alì, o Dragut, Turghut Reis, Darghout Rais, Turhud Rais, Dargut è stato un ammiraglio e corsaro ottomano. Fu un comandante navale ottomano e il successore di Khayr al-Din detto il Barbarossa. Viceré di Algeri, Signore di Tripoli, si fece chiamare Spada vendicatrice dell’Islam. Policastro subì due distruzioni ad opera dei due turchi-ottomani: la prima nel 1534 e la seconda nel 1552. Nel corso di quest’ultima invasione fu distrutto il Convento di S. Francesco del XII sec., i cui ruderi sono tuttora visibili ad oriente dell’abitato.

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(Fig. 13) Convento di S. Francesco d’Assisi a Policastro Bussentino – XI secolo.

Il Vassalluzzo (51), scriveva in proposito: “In questo tempo, cioè verso la prima metà del secolo XVI, le spiagge del Cilento, e in generale tutta la costa dell’Italia meridionale, erano infestate dalle frequenti scorrerie dei Turchi, che incendiavano e depredavano tutto (24). Questi guidati da Ariadeno Barbarossa, con le loro navi corsare, facevano razzia sulle coste dei mari Ionio e Tirreno, bruciandone paesi e traendone prigionieri e schiavi gli abitanti. Nel 1544, la ciurmaglia del Barbarossa, che si trovava nel Golfo di Salerno, da una tempesta fu scacciata nel Golfo di Policastro, dove saccheggiò tutti i villaggi circostanti. Nell’anno 1552, l’armata turca, al comando di Dragut, dopo il saccheggio di Policastro, e paesi vicini, assalì anche Camerota: ne incendiò il castello e sparse dovunque terrore e paura (55).”. Il Laudisio (6), parlando di Policastro all’epoca dell’episcopato di Monsignor Massanella, scriveva in proposito: Nel 1533, per la terza volta, Policastro, fu distrutta e saccheggiata dal pirata Ariadeno Barbarossa, e per la quarta volta nel 1552 dal musulmano Dragut pascià; infatti, il 10 luglio 1552, decimo dell’indizione – era un sabato sera – una flotta musulmana di 123 navi gettò le ancore nel Golfo di Policastro, ed esattamente presso la località che è chiamata ‘Oliva’ (forse la spiaggia dell’Oliveto tra Sapri e Villammare). Il giorno dopo, domenica, verso le ore 15, i musulmani sbarcarono più veloci delle acquile e misero a ferro e a fuoco Policastro, e contemporaneamente alcuni di essi saccheggiarono e distrussero Vibonati, S. Marina e S. Giovanni a Piro, altri Bosco, Torre Orsaja, Rocca Gloriosa e Castel Ruggero, inseguendone gli abitanti sui monti e uccidendoli in luoghi deserti. Quanti furono i morti e quanti i prigionieri! Quante le sciagure! Quanti raccolti furono bruciati nei campi! Il martedì successivo, il 13 luglio, passarono a Camerota dirigendosi a Policastro, che pure distrussero. Il mercoledì si riposarono sulla spiaggia di Policastro, e di lì il giorno dopo, giovedì, salparono di sera, così come di sera erano giunti, e si diressero con le loro navi verso Napoli….I cittadini di Policastro, superstiti, divennero simili agli arieti che non ritrovano i loro pascoli. E andarono via, e alcuni si rifugiarono a S. Cristoforo, altri fondarono sulla cima di un monte il villaggio della Civita. Si legge in un antico manoscritto (27) che soltanto trenta persone rimasero a Policastro.”. Il Laudisio, nella sua nota (66), scrive: “Then., cap. IV, vers. 19 (Velociores fuerunt persecutores nostri aquilis caeli: super montes persecuti sunt nos, in deserto insidiati sunt nobis” e poi nella nota (67) dice: “Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio, pag. 1, in arch. Matr. Eccl. oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Fu proprio a causa di queste frequenti e continue incursioni barbaresche di Saraceni che i Vicerè Spagnoli, emanarono un ordine per la costruizione su tutta la costa del Cilento, di alcune nuove Torri cavallare e d’avvistamento di cui abbiamo parlato nel nostro studio: “Le Torri costiere costruite lungo il litorale Saprese”, dove però abbiamo cercato di dimostrare che alcune delle Torri costruite lungo il litorale del Cilento, quelle già preesistenti perchè costruite in epoca Angioina e forse ancora prima della Guerra del Vespro, furono rinforzate, mentre altre coma la Torre di Capobianco fu una delle Torri d’avvistamento fatte costruire dai Viverè Spagnoli. 

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ‘I Corsivi’, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(2) Gay I, L’Italie meridionale et l’Impire byzantine etc, Paris, 1904 e si veda pure:

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(3) Schipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno , sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923, pag. 96 e 97, si veda pure: a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(4) Zancani-Muntuoro P., Siri-Sirino-Pixunte, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’,  XVIII, 1949, pp. 15 e s.

(5) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996; si veda pure: Rohlfs G., Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma MCMXXXIII; si veda pure: Rohlfs G., Colonie galloitaliche sul Golfo di Policastro (Galloitalienische Sprachkolonien am Golf von Policastro (Lukanien), in Zeitschrift fur Romanische Philologie, 61, 1941, pp. 79-113, stà in Rohlfs G.,  Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento, ed. Congedo, Galatina (LE), 1988, ristampa anastatica, pp. 39 e s.

(6) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos hi- storico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 69 e p. 73 del testo di Visconti, p. 17 e s.

(7) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s.

(8) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2

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(9) Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e,  stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 295 e s.; il Cappelli, parla del Codice greco Laurenziano XI, 9, a p. 298 e p. 306 e, nelle sue note a p. 310 e 312, nota (43); sul Monastero di Centola si veda p. 398.  Il Tancredi, cita poi l’Ughelli (…) e poi nella sua nota (8), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita di nuovo il  Cappelli che per parlare dell’etimo, trae la notizia dal Codice greco Latino del 1482, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, Cod. Vaticano Latino 9239. Si tratta del codice manoscritto latino, di cui ha parlato Salvatore Gemelli, op. cit. (33).

(10) Natella P. Peduto P., ‘Pixous – Policastro’, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 508 e s. ; si veda anche Porfirio (10).

(11) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978.

(12) (Fig. 7) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, di el-Idrisi, stà in Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al-Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(13) (Fig. 11) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81. La segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (7). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (7) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.

(14) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti.

(15) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

(16) Porfirio P., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(17) Trinchera Francesco, Codice Aragonese, 1866-1874, vol. II, pp. 101-102

(18) Rodotà P., Dall’origine, progresso e stato del rito greco in Italia etc, Roma, 1758, ss. II.

(19) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medie-vale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(20) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri – itinerario costiero tra mito e storia, ed. arti Grafiche Palumbo, Cava de’ Tirreni, 1978, pp. 122-123 e s.; si veda pure: Guzzo A., Sulla rotta dei Saraceni – la difesa anticorsara sulle coste del Cilento, ed. Palladio, Salerno.

(21) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

(22) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 2000; il Gaetani, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (27) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96“. Si veda pure dello stesso autore: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21; si veda pure: Gaetani R., Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, 1914, ristampa a cura di Rossella Gaetani, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento Salerno, 2000

Tancredi Luigi

(23) Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (5). Il Tancredi, parlando di “A Pyro”, trae l’etimo dal codice greco Latino del 1482, il ‘Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae’ (Cod. Vaticano Latino 9239), di cui parlò anche Salvatore Gemelli, op. cit. (36).

(24) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Hoescher, pp. 102 e 134.

(25) Venditti Arnaldo, Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, E.S.I., Napoli, 1972.

(26) Bertaux, L’art dans l’Italie meridionale, Tomo I: De la fin de l’Empire romain à la Conquete de Charles d’Angjou, ed. A. Fontemoing, Paris, 1904.

(27) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. Il manoscritto è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata ‘la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(28) Volpe Giuseppe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117

(29) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro e cenni storici su S. Giovanni a Piro, Bosco e Scario, con prefazione di Alfonso Tesauro, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961, ristampa anastatica 2006, p. 18 e s.

(30) Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basiliane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295.

Di Luccia

(31) Di Luccia Paolo Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (8) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(32) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(33) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(34) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, Cap. XXXVII e s.; stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002. Si veda in proposito, libro III, Cap. 7.

(35) Lipinsky Angelo, La Stauroteca di Gaeta, già nel Cenobio di S. Giovanni a Piro, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, vol. XI, 1957; si veda pure dello stesso autore: Enkolpia cruciformi orientali in Italia, II, Campania, in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n. s., vol. XI, 1957, p. 91.  

(36) Gemelli S., Il sito ed il ruolo di Polsi dal sec. XII a metà del sec. XVIII, In Calabria nobilissima. Periodico di arte, storia e letteratura calabrese 1979-80.

(37) Troisi C., I monasteri di rito greco-bizantino del Cilento nell’alto medioevo, da ‘Racconti di vita Cilentana’, stà Vassalluzzo M., Cilento a occhio nudo’, a cura di, ed. Massimo Villone, Roccapiemonte, 1987, p. 179 e s.

(38) Rocco A., La vita di S. Nilo Abate, fondatore della Badia di Grottaferrata, scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, ed. Desclee Lefebre, Roma, 1904, p….

(39) Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(40) Batiffol P., L’Abbaye de Rossano etc…”L’Abbazia di Rossano, contributo alla storia della Vaticana, Paris, 1891; la notizia sul codice Laurenziano XI, 9, stà in “Inventario dei manoscritti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata”, p. 143 e s., riporta l’inventario per il Cardinale Bessarione, estratto dal codice Cryptensis Z, D, XII, pubblicata dal padre Antonio Rocchi.

(41) Devreesse R., Les manuscripts grecs de l’Italie meridionale etc., ristampa ed. Città del Vaticano, (Studi e testi 183), 1955, p. 32; si veda pure lo stesso, II le Fonds Coslin, ed. Imprimerie National, 1845

(42) Mercati G., Per la storia dei manoscritti greci etc, Città del Vaticano, 1935 (Studi e testi 68).

(43) Diacono Paolo, Historia Longobardorum, VI, 29.

(44) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377.

(45) Cardinal de Luca, Adnotationes ad Concilii Tridentini, Disc. VIII, n. 25 e disc. XIV, n. 21, stà nella nota (21) del Volpe G., op. cit. (23), p. 120 (non sappiamo a quale autore si riferisca, forse a Matteo Egizio, nipote dell’Antonini).

(….) Card. de Luca G.B., Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21; si tratta del testo: “Adnotationes ad Concilium Tridentinum”. Il Laudisio (…), ed il Porfirio, postillavano che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca, nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Nacque a Venosa nel 1614 discendente della nobile famiglia dei conti di Chieti: studiò a Salerno e all’Università di Napoli, dove si addottorò in legge; apprezzato giureconsulto e canonista, esercitò la pratica forense prima a Napoli e poi a Roma, dove abbracciò lo stato ecclesiastico e venne nominato da papa Innocenzo XI uditore del Sommo Pontefice e segretario dei Memoriali (1676). Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684)

(46) Falkenhausen Vera von, Aspetti economici dei monasteri bizantini in Calabria (sec. X-XI), stà in ‘Calabria bizantina’, aspetti sociali ed economici, ed. Parallelo 38, Grafica Meridionale, Vibo Valenzia, 1977, p. 32

(47) Palladio (Palladius Helenopolitanus), La storia Lausiaca, pp. 22, 40, 63,68; “S. Nilo, calcolava un nomisma per salterio copiato”, cit. in Falkenhausen, op. cit. (46), p. 32

(48) Vita di S. Nilo Abate etc.., ; si veda pure in proposito: Gassisi S.,  I manoscritti autografi di S. Nilo juniore etc., Roma, in «Oriens Christianus», 4 (1904), pp. 308-370. 3 e 1905, pp. 39 e ss.

(49) Erchemperto, Historia Langobardorum Beneventanorum, si veda: Storia dei Longobardi (Sec. IX), a cura di A. Carucci, ed. Ripostes, Salerno, 2003 (Archivio Attanasio)

(50)

(51) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s.

(52) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, con introduzione a cura di Francesco Volpe, Quaderni di Storia del Mezzogiorno, ristampa ed. E.S.I., Ercolano, 2003 (Archivio Storico Attanasio). Purtroppo, questo manoscritto inedito, pubblicato da Francesco Volpe, risulta per molte parti spurio. Nel Libro quinto, il Cap. I, è dedicata alla “Successione dei Baroni in ciascuna Terra della fellonia del Principe di Salerno fin oggi“, ma è pubblicata solo la prima delle sue pagine manoscritte che parla della Baronia di Rocca. Del Ventimiglia, si veda pure: ‘Delle memorie del Principato di Salerno. Parte prima dall’anno 840 fino al 1127′, ed. Raimondi, Napoli, 1788; si veda pure: Prodromo alle Memorie del Principato di Salerno, nel quale ricostruiva la storia di Salerno dalle origini fino al 840.

(53) Amari Michele, Storia dei Musulmani di Sicilia, II edizione con note di Carlo Alfonso Nallino, Vol. I-II, ed. Romeo Prampolini, Catania, 1933 – XI.; si veda anche vol. I, p. 344

(54) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141.

(55) Camera Matteo, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, vol. I, p. 121.

(56) Orlando G., Soria di Nocera de’ Pagani, vol. I, Napoli, 1884, p. 311.

(57) Santoro G., Le Torri costiere della Campania, stà in ‘Napoli Nobilissima’, anno 1967, vol. VI, pag. 38; si veda pure: Santoro G., L’Economia della Provincia di Salerno nell’opera della Camera di Commercio (1862-1962), Salerno, 1966.

(58) Coniglio G., I Vicerè di Napoli, Napoli, 1967, p. 108; si veda pure Laudisio N.M., op. cit. (6), p. 66 e Pesce C., Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1913, p. 227; si veda pure Pasanisi O., Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri, Napoli, 1964, p. 13. (3) Pasanisi O., La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926; vedi pure Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; vedi pure Vassalluzzo M., Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p. 39; vedi pure Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

(59) Amari Michele – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ com- pilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition. Il testo di Amari e Schiapparelli (2), può essere scaricato dal sito: https://ia802604.us.archive. org/16/items/litaliadescritta00idrsuoft/litaliadescritta00idrsuoft.pdf. , che resta un’ottima traduzione del testo arabo scritto da Edrisi.

(60) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.

(61) Pratilli Francesco Maria, noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo».

(…) Capasso Bartolomeo, La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Pellegrino C., Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751

(62) Troyli P. P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Daiocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto ‘Basentium’ dal Paolo Diacono, sia il nostro Bussento.

(63) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(64) Giannone Pietro, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, Tomo I, lib. 4, Cap. 4, pp. 331-332

(65) Pomponio Mela, De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (35), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV. Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione dall’originale del testo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Monaco in Austria.

(66) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40. il Del Mercato, dice a p. 39 che il Registro XXXI (Reg. 31), tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, è tratto dal Carucci, op. cit., p. 236. Il documento fu pubblicato e tratto dal Carucci C., La guerra del Vespro, p. 236, si veda pure Carucci C., Codice diplomatico salernitano del XIII secolo,  Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223. Si veda su Policastro p. 89 e pp. 147 e 252 e s.

(67) Silvestri A., ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965; si veda pure: Silvestri A., Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989; si veda pure: Silvestri A., La contrastata giurisdizione feudale del Vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana, ed. Pietro Laveglia, Salerno, n. 27 (1997)(ritampa) o LVII dalla fondazione, pp. 279 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) L‘”Annalista Salernitano”, citato dal Gaetani. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’ ): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Köpke. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo»L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29).

(…) Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. 

(…) Acocella Nicola, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, Salerno, 1954, a p. 12

(…) (dalla Treccani:) COSTANTINO VII, Porfirogenito, imperatore doriente. – Della dinastia armeno-macedonica: porfirogeniti furono detti in Bisanzio tutti i principi “nati nella porpora”, cioè da genitore regnante; ma nella comune tradizione storica quel titolo rimase legato solo al nome di lui, che, nato nel 905, successe al padre Leone VI il Filosofo nel 912 e regnò fino al 959, ma non esercitò mai un’azione personale sul governo. Questo fu tenuto prima dallo zio Alessandro (marzo 912-giugno 913); poi da un consiglio di reggenza del quale furono a capo, fino all’ottobre 913, il patriarca Nicola, dal 913 al 919, nel quale anno C. fu dichiarato maggiorenne, dall’imperatrice madre Zoe, e, infine, da Romano Lacapeno, un generale di origine armena che riuscì prima a far sposare la propria figlia Elena al giovane principe e quindi a farsi associare al trono e incoronare come imperatore. Il regno di Romano Lacapeno (v.) durò fino al 944. Per tutto questo periodo C. rimase nell’ombra, dedito esclusivamente agli studî storico-letterarî. Si riscosse dal suo torpore quando si rese evidente che Romano tendeva a soppiantare la dinastia armeno-macedonica, fondata da Basilio I. Allora con subdola abilità, C. spinse prima i figli e associati di Romano a insorgere contro il padre, che fu deposto (16 dicembre 944), poi, appoggiandosi alla famiglia dei Foca, rivali dei Lacapeno, si sbarazzò dei figli di Romano che, come il padre, furono confinati in un convento (27 gennaio 945). Da allora C. rimase solo capo dello stato, ma il governo fu retto effettivamente dall’imperatrice Elena e dal suo favorito Basilio, detto ὁ πετεινός. Morì il 9 novembre 959. Costantino VII deve la sua celebrità soprattutto alla sua attività letteraria. Le opere che noi possediamo, in parte composte da lui stesso, in parte da altri per impulso e anche in collaborazione di lui, sono, malgrado i loro difetti di contenuto e di forma, pregevolissime: le une come fonti capitali per la storia dell’Impero nella seconda metà del sec. IX e nella prima metà del X, le altre come raccolta di preziose reliquie della letteratura greca classica. Appartengono al primo gruppo: Dei temi (Περὶ ϑεμάτων) o provincie bizantine, interessante sotto il riguardo geografico ed etnografico, ma essendo compilata principalmente su fonti più antiche, l’opera deve essere confrontata con le altre liste ufficiali; Dell’amministrazione dell’Impero, d’inestimabile valore per la storia dei popoli finitimi dell’Impero; Delle cerimonie della corte bizantina (Περὶ βασιλείου τάξεως); Vita di Basilio, in tono assai elogiativo del suo avo, rappresentato come l’ideale dell’ottimo principe. È aggiunta come quinto libro alla Continuazione di Teofane, scritta, come pure la storia di Genesio, per ordine di C. Vanno considerate come compilazioni di opere più antiche fatte per ordine di C. e divise in separati manuali scientifici: Collezione agraria (Γεωπονικά) in 20 libri, condotta sui Geoponici di Anatolio e Cassiano Basso; Collezione medica (‘Ιατρικά) in 297 capitoli, fatta da Teofane Nonno principalmente su Oribasio; Collezione zoologica, tratta da Aristotele sull’epitome di Aristofane di Bisanzio, da Eliano e Timoteo di Gaza; Collezione storica, la più estesa e più importante delle enciclopedie costantiniane, che conteneva gli estratti degli storici greci da Erodoto a Teofilatto Simocatta distribuiti per materia (riguardante generalmente la corte e lo stato) in cinquantatré libri. Disgraziatamente ci sono pervenuti, e non completamente, soltanto quattro libri: Delle ambascerie, Della virtù e del vizio, Delle sentenze, Delle insidie. Anche i Basilici (Τὰ βασιλικά) furono ampliati e riveduti sotto C. che rinnovò l’università di Costantinopoli chiamandovi a insegnare i migliori professori. Cultore delle belle arti (fu pittore e musico), eresse, restaurò, abbellì numerosi edifici sacri e profani. Edizioni: Il De Thematibus e il De administrando imperio, Bonn 1840, e in Migne, Patrol. Graeca, CXIII; il De Ceremoniis aulae byzantinae, Bonn 1829-30, e in Migne, ibidem, XCII; la Vita Basilii, in ed. di Theophans contin., Bonn 1838, pp. 211-380, e in Migne, ibidem, CXC, coll. 225-369; Geoponica, ed. da H. Beckh, Lipsia 1895; Iatrica, in Theophanis Nonni, De curatione morborum, ed. J.S. Bernard, Gotha 1794-95; Historia animalium, ed. Sp. Lampros, in Supplementum Aristotelicum, I,1, Berlino 1885. Sugli Hippiatrica, probabilmente compilati per ordine di Michele III e di Costantino VIII, v. Corpus hippiatricorum graecorum, ed. Oder- Hoppe, Lipsia 1924-27; Excerpta historica iussu imp. Constantini Porphyrogeniti, ed. Boissevain-De Boor-Büttner Wobst-De Roos, I-IV, Berlino 1903-1910. Bibl.: A. Rambaud, L’empire grec au dixième siècle: Constantin Porphyrogénète, Parigi 1870; Krumbacher, Geschichte der byzantinischen Litteratur, 2ª ed., Monaco 1897, pp. 252-264; L. Cohn, in Pauly-Wissowa, Real-Encycl., IV (1901), coll. 1033-1040. Sugli scritti vedi, in particolare: J.B. Bury, in Gibbon, Decline and fall of the Roman Empire, VI, Londra 1902, appendix 3-4; id., The treatiseDe administrando imperio“, in Byzantinische Zeitschrift, XV (1906), pp. 517-577; H. Kretschmayr, in Byzant. Zeitschrift, XIII (1904), pp. 482-489 (sul De thematibus e sul De administrando imperio); J.B. Bury, in English Historical Review, XXII (1907), pp. 210-227, 417-439; J. Ebersolt, Le grand Palais de Constantinople et le Livre des cérémonies, Parigi 1910 (sul De Ceremoniis); E. Täubler, Zur Beurteilung der Konstantinischen Excerpta, in Byzant. Zeitschrift, XXV (1925), pp. 25-40 (sugli Excerpta historica).

Il manoscritto del Marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito, Principe di Casapesenna)

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87′. leggonsi le seguenti parole: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant”.”. Su questo manoscritto ha scritto Giuseppe Antonini (….), nel 1745 che, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’.”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella. Sempre l’Antonini, riporta un’altra notizia tratta dal “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”. Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”. Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915………”. E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano ecc…”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella.  Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Su un blog in rete leggiamo che Francesco Vargas-Machuca, nel 1757 sposò donna Vincenza Bonito, figlia di Francesco principe di Casapesenna e Maria Saluzzo Carafa, principessa di Lequile. Nel 1767 fu decorato da re Ferdinando IV di Borbone marchese di Vatolla, feudo ereditato da casa Rocca. Ricordiamo che i Rocca ospitarono Giambattista Vico nel loro palazzo a Vatolla. A Vatolla, nel Palazzo dei Vargas-Machuca (….), vi è il Museo Vichiano. Dunque, Francesco Vargas-Machuca, nel 1756 sposò una Bonito, figlia di Francesco Principe di Casapesenna. Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Riguardo Marcello Bonito, Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643 parlando di Casalvelino, in proposito scriveva che: “…se nel 1640 era già di proprietà della nobile famiglia amalfitana dei Bonito, tra cui Marcello (n. 16 agosto 1631)(21) e Lorenzo, signore di Torchiara. etc..”. L’Antonini cita il manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. Il manoscritto, che all’epoca dell’Antonini (a. 1745, anno della sua prima edizione) sarebbe appartenuto al nipote del marchese Marcello Bonito ovvero al Principe di “Casapisella”. Non si tratta di “Casapisella” ma di Casapesenna. Pompeo Sarnelli (….), nella sua “Guida de’ Forestieri etc…”, del 1697, a p……., in proposito scriveva che: “5. D. Marcello Bonito: Marchese di S. Giovanni, Cavaliere dell’Abito di Calatrava: La sua Libreria è molto rara per molti manoscritti, particolarmente per le cose appartenenti al Regno di Napoli da Carlo d’Angiò a quella parte; e per conseguenza difficili a ritrovarsi in un altro Museo.”. Pietro Ebner (….), a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Di questo autore, e manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I, p. 130. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del marchese Marcello Bonito. Forse l’Antonini si riferiva a Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di “Marchese di S. Giovanni di Celsito”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 332 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad anno 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ms (18).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Dunque, secondo il Giustiniani in questo manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, ci parla delle incursioni dei Saraceni a p. 121. Nel testo del ……“Della Città e, del Regno di Napoli”, a p. 57, in proposito si scriveva che: “In quest’anno corrente, che si darà alle stampe questo libro, è passato a miglior vita D. Marcello Bonito, buon Cavaliere di Calatrava, il quale oltre essere virtuosissimo Cavaliere, e di forma pontualità ornato, si era con molta fatica applicato nell’Istorie di questo Regno, e nell’intelligenza dei Reali Registri, e perciò fatta radunanza de’ libri e manoscritti di Spesa, ……se ne legge la tradizione in un altro libro dato alle stampe sotto nome d’altr Autore, nacque questo virtuoso Cavaliere da…..Marchese di San Giovanni etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Camera Matteo, cit., p. 645”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, a p. 645, dove ci parla di Marcello Bonito, Archivista della Real Zecca di Napoli e filantropo per l’opera postuma di Carlo De Lellis. Da una ricerca sulla rete ed in particolare su alcune annotazioni di un manoscritto di Giovanni d’Alife del 1760 conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla sua scheda si evince che: Il manoscritto riporta trascrizioni di documenti relativi alla storia del Regno di Napoli e della famiglia d’Alitto di Abruzzo Citra, tratti prevalentemente da manoscritti di Marcello Bonito, come si ricava da un’annotazione a c. 4r: “Da un volume grande M.S del Sig.r D. Marcello Bonito, intitolato Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Dunque secondo la scheda bibliografica di collocazione di un altro manoscritto si evince che Marcello Bonito possedeva un manoscritto di suo notamenti intitolato “Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Marcello Bonito, marchese di S. Giovanni e cavaliere di Calatrava (Napoli 1631-1711), appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi, fu archivista del Regno; incaricò Carlo De Lellis di effettuare numerosi spogli di documenti dell’Archivio della Zecca, che furono raccolti in 30 volumi contenenti i Notamenti della Cancelleria Angioina, le scritture della Cancelleria Aragonese ed altri documenti tratti dai processi del Sacro Regio Consiglio. La collezione del Bonito fu acquistata succesivamente dal Minieri Riccio ed in seguito da una libreria antiquaria di Milano che non ne conservò l’unità. Per le fonti per Marcello Bonito: C. MINIERI RICCIO, “Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori napoletani fioriti nel sec. XVII per Camillo Minieri Riccio. Milano-Napoli, 1875, II, p. 35. Infatti, il Minieri Riccio, nella sua opera sulle biografie degli scrittori a p. 35 del vol. II, in proposito scriveva di Marcello Bonito che: “3° Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido. MS.”. Dunque, il Minieri Riccio scrive che il Marcello Bonito aveva scritto questo manoscritto dal titolo: Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido”, forse proprio il manoscritto da lui acquistato tratto dai notamenti annotati dal De Lellis e citato dall’Antonini. Per le fonti per Marcello Bonito e i manoscritti di Bonito: CONSOLI FIEGO, op. cit., pp. 96-98; per Carlo de Lellis: C. DE LELLIS, “I sunti del Registro 1271 A di Carlo I. D’Angiò…” Caserta, Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893. Sulla Treccani on-line alla voce di Carlo De Lellis leggiamo che il De Lellis si avviò agli studi giuridici e alla poesia, ma presto cominciò ad applicarsi per intero alle ricerche archivistiche, stimolato e protetto da Marcello Bonito, archivario del Regno, mentre le sue amicizie con Niccolò Toppi, ecc..Dunque, Marcello Bonito era Archivista del Regno al Grande Archivio della Zecca a Napoli. Bonito ed altri facilitarono e incentivarono le ricerche di Carlo De Lellis. Nel 1670 il De Lellis aveva pubblicato un’altra opera, il Supplimento all’Historia della famiglia Blanch scritta da D. Camillo Tutini, stampata a Napoli. Tale famiglia era quella materna di Marcello Bonito. Ancora a proposito del Tutini, il De Lellis compose una Apologia contro D. Camillo Tutino per il libro dell’Origine de’ Seggi, in due volumi manoscritti (Napoli, Bibl. naz., X. B. 25 e X. B. 26). Nell’introduzione a quest’opera è inserita una biografia del Tutini, verso il quale il D. non nasconde la sua avversione, accusandolo di ignoranza, di malignità e persino di natura depravata; narra poi il De Lellis, il quale si dimostrò sempre fedelissimo al governo spagnolo, della posizione assunta dal Tutini durante i fatti del 1647, nel corso dei quali, egli afferma, fu prima partigiano del duca di Guisa, poi lo tradì con una lettera al re di Francia nella quale il duca veniva accusato di badare ai suoi interessi e non a quelli della Corona; perseguitato – continua il De Lellis – dai Francesi, che giustiziarono i suoi complici, e dagli Spagnoli, Tutini fu costretto a fuggire a Roma. Il De Lellis, “con una costanza da sbalordire” (De Laurentiis, Manoscritti…, p. 179), eseguì lo spoglio di tutti i volumi ancora reperibili al suo tempo appartenenti alle Cancellerie angioina, aragonese e vicereale, oltre ai più importanti processi trattati innanzi al Regio Consiglio, sulle orme di quanti prima di lui, nella seconda metà del ‘500 e all’inizio del’600, si erano occupati di quel materiale ricavandone genealogie (P. Vincenti, C. Tutini, B. Chioccarelli e altri) o dedicandosi come lui agli spogli dei registri (G. Bolvito, C. Pagano, C. D’Afflitto, ecc.). Per il De Laurentis si tratta di C. De Laurentiis, Manoscritti di scrittori chietini presso l’Arch. di Stato, le biblioteche e i privati in Napoli, in La Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti, XII (1897), pp. 179, 199 s.. Il De Lellis compilò ben 28 volumi di repertori, di cui undici riguardanti la Cancelleria angioina (1266-1435); i primi sette volumi erano tratti dai quattrocentotrentasei registri esistenti a quel tempo, ai quali era stato dato un ordinamento, anche se confuso, nel 1568; i due successivi volumi riguardavano i fascicoli, mentre gli ultimi due le arche in pergamena e quelle in carta; questi ultimi due repertori vennero compilati tra il 1680 e il febbraio 1682, mentre il D. era detenuto a Castel Nuovo. I repertori rimasero, insieme ad altro materiale riunito da Marcello Bonito (e cioè i notamenti compilati da C. Pagano, C. D’Afflitto e G. G. Di Transo), per oltre un secolo e mezzo in casa Bonito, e furono acquistati nel 1850 da C. Minieri Riccio che ne pubblicò parecchi (cfr. Gli atti perduti…, a cura di R. Filangieri, pp. XVIII s.). Nel 1882 li acquistò Angelo Broccoli, che iniziò la pubblicazione dei registri nell’Archivio storico campano (I, 1889), ma si limitò al registro 1271 A della Cancelleria angioina, al secondo privilegio di re Ferrante I d’Aragona (1487-1488) della Cancelleria aragonese, e al primo privilegio del gran capitano (1503) della Cancelleria spagnola. Dagli eredi del Broccoli il materiale fu acquistato dallo Stato nel 1925, e posto nell’Archivio di Stato di Napoli. Parte di esso andò distrutta durante la seconda guerra mondiale. Il De Lellis compilò un repertorio ampio e organico solo di una parte dei registri; di tutti gli altri eseguì un repertorio parziale o relativo solo a qualche documento. Dei registri presi in considerazione, ventidue riguardavano Carlo II (1285-1309), diciannove Roberto d’Angiò (1309-1343), sette Carlo d’Angiò duca di Calabria e ventidue sua figlia Giovanna I; questi ultimi ebbero un repertorio quasi completo solo da parte del De Lellis. Si può ritenere che con questi repertori venne recuperato oltre un terzo del materiale perduto nel 1701, quando, durante i tumulti che seguirono la congiura del principe di Macchia, il popolo in rivolta penetrò in Castel Capuano e incendiò sessanta registri angioini insieme ad altro materiale ivi custodito.

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’, ed. G. Caldo, Napoli, 1964, p. 7 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ITEA, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, a. XII (1951), 1-4, pp. 93-108; dello stesso autore si veda pure: ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro’, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, IV, 1934 (Archivio Attanasio).

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria, ed. ‘Centro di promozione culturale per il Cilento’, Acciaroli, 2007 (Archivio Attanasio)

(….) Gentile Angelo, Storie e tradizioni popolari del santuario di Santa Rosalia di Lentiscosa, ed. Poligraf, 1983; si veda pure dello stesso autore: Gentile Angelo, Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati, ed. Palladio 1988 (Archivio Storico Attanasio); si veda dello stesso autore: Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, ed. Palladio, Salerno, 1984 (Archivio Attanasio)

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(…) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’ (a cura di A. La Greca, A. Capano, D. Chieffallo, G. Chirichiello), ed. Cento di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2013, p. 42 (Archivio Attanasio)

 

1 Commento

  1. Avatar di ANTONIO CIRILLO ANTONIO CIRILLO ha detto:

    SPESSO PASSEGGIO TRA LE MURA DEL CASTELLO DI AGROPOLI. UN PRESTO MATTINO , MI TROVAVO ALL’INIZIO DEL FOSSATO DEL CASTELLO DI AGROPOLI, LATO SUD OVEST, IMMERSO NEI MIEI PENSIERI, RILASSATO CONTEMPLAVO LE MAESTOSE MURA, CERCAVO DI SCOPRIRE SE CI FOSSERO ANTICHE FESSURE, FERITOIE, FINESTRE O QUALCHE USCITA SECONDARIA DI FUGA. IN ALTO DELLE MURA DOVE SI TROVANO GLI ARCHI, LATO SUD , MI ACCORSI DI ALCUNE L’UCERNAIE CHE ERANO LUNGO TUTTO IL PERIMETRO DEL CASTELLO. COSI CAPII CHE SICURAMENTE SERVIVANO PER UN PASSAGGIO INTERNO, DOVE LE GUARDIE POTEVANO DARSI IL CAMBIO SENZA USCIRE ALL’ESTERNO, DA SOPRA QUESTO PASSAGGIO NON SI NOTA, PERCHE’ SOTTERRATO. DI FATTI VI E’ UN TUNNEL ALL’ENTRATA PRINCIPALE DEL CASTELLO, LATO SINISTRO, CHE UNISCE LE DUE TORRI, DI NORD OVEST E QUELLA QUADRATA A NORD, DOV’E IL PONTE ELEVATOIO. NEL TUNNEL VI SONO DELLE SCALE CHE SCENDONO FINO AL PIANO TERRA DELLE TORRI E LI CI SONO ALTRE FERITOIE SENZA USCITA, DI MODO CHE SI POTEVANO COLPIRE I NEMICI SENZA ESSERE A LORO VOLTA COLPITI. CONOSCENDO FIN DA PICCOLO QUESTO TUNNEL MI DOMANDAI SE CONTINUASSE TUTTO IN TORNO AL CASTELLO E COSI ERA. QUANDO VIDI QUELLE FERITOIE MI RESI CONTO CHE SICURAMENTE IL TUNNEL ESISTESSE E CONTINUASSE. MENTRE ERO IMMERSO IN TUTTI QUESTI PENSIERI E MISTERI, MI SEMBRO DI UDIRE DELLE VOCI, MI GUARDAI IN TORNO E NON VIDI NIENTE E NESSUNO, PENSAI FORSE E IL VENTO CHE A VOLTE TI IMBROGLIA CON IL SUO SOFFIARE TRA ALBERI E OSTACOLI, TI FA SENTIRE COSE DIVERSE DA CIO’ CHE E’. TORNAI NEI MIEI PENSIERI DI ARCHEOLOGO DILETTANTE ,MA AD UN TRATTO LE VOCI SI FECERO PIU’ INSISTENTI. E MI SEMBRO’ CHE PROVENISSERO DAL LATO SINISTRO DELLE MURA DEL FOSSATO, DOVE SORGE LA CHIESA DI SAN PIETRO E IL BORGO ANTICO. ORA SENTIVO NETTAMENTE LE URLA DI DONNE E BAMBINI, MENTRE UN FUMO NERO SI ALZAVA VERSO IL CIELO. IL FRASTUONO ERA TANTO E IN QUEL PRECISO MOMENTO INIZIARONO A SUONARE ANCHE LE CAMPANE, I RINTOCCHI ERANO COME QUELLI CHE SI USAVANO DARE QUANDO IL PAESE ERA IN PERICOLO, DOPO UN PO CESSARONO LENTAMENTE, COME SE ANNUNCIASSERO UNA MORTE IMMINENTE. INTANTO LE PERSONE DEL PAESE SI ERANO SVEGLIATE TUTTE E IL CAOS ERA ANCOR PIU’ GRANDE. UN FUMO MALE ODORANTE DI CARNE BRUCIATA SI INFILTRAVA NEL FOSSATO E MI INVASE A TAL PUNTO DA FARMI VENIR LA NAUSEA E SENTIRMI MALE. ANCHE SE UN FREMITO DI PAURA, S’IMPADRONI’ DEL MIO CORPO, LA MIA MENTE VOLEVA CAPIRE, SE TUTTO CIO’ ERA REALTA’ O UN MIRAGGIO, COSI’ MI FECI CORAGGIO E AVANZAI ANCORA. ORA TRA URLA E PIANTI, SENTIVO NETTAMENTE COLPI DI SPADE COMBATTERE, DAL RUMORE DEL FERRO, CHE SI SCONTRAVA, CAPIVO L’ENERGIA CHE I COMBATTENTI METTEVANO NELLE LORO FOCA PUR DI SOPRAFFARE L’ALTRO, IN FINE UN UDIVO UN’URLO SOFFOCANTE, DOVE IL BRACCIO PIU’ FORTE E ALLENATO AVEVA VINTO E SOPRAFFATTO L’ALTRO, STRONCANDOGLI LA VITA. SENTIVO ANCORA URLA STRAZIANTI NEL FOSSATO DEL CASTELLO, DOVE I PARENTI VEDEVANO CADERE UNO AD UNO I LORO CARI, SOTTO I COLPI MORTALI DEL NEMICO. SENTIVO QUEL VENTO ADDOSSO E BRIVIDI DI TERRORE LUNGO LA SCHIENA, MA NON CONVINTO MI AVVICINAI ANCOR DI PIU,’ FINO AD ARRIVARE ALL’ANGOLO DELLA TORRE. TANTO MI LASCIAI TRASPORTARE DALLA FANTASIA CHE MI SEMBRAVA DI SENTIRE VOCI DI POPOLO CHE DICEVANO: CON L’INGANNO AIUTATI DA UN PASTORE CHE TENEVANO SOTTO MINACCIA LUI E LA SUA FAMIGLIA, I SANGUINARI TURCHI SI SONO FATTI APRIRE LE PORTI DELLA CITTA’ E UNA VOLTA ENTRATI, HANNO SORPRESO TUTTA LA POPOLAZIONE DI AGROPOLI. SONO ENTRATI NELLE CASE SFONDANDO LE PORTI, MASSACRANDO TUTTI CHE ANCORA, PRIMA DI CAPIRE DELL’INVASIONE E DEL VILE ATTACCO A POTERSI ARMARE, ANCHE SE LA POVERA GENTE NULLA POTEVA, CONTRO I FEROCI SARACENI ASSASSINI, ABITUATI A COMBATTERE, AD UCCIDERE E DEPREDARE, VENIVANO SOPRAFFATTI E UCCISI BARBARAMENTE , A VOLTE SENZA NEANCHE ACCORGERSI, PASSANDO DAL SONNO ALLA MORTE IN UN’UNICO SONNO. UCCIDEVANO CHIUNQUE TENTASSE DI FERMARLI. IL SANGUE SCORRERE PER LE SCALE DEL DEL PAESE, COME PICCOLE SORGENTI. I VICOLI ERANO PIENE DI CADAVERI DOVE NESSUNO VENIVA LASCIATO VIVO O FERITO. MA FORTUNATAMENTE QUELLI CHE ABITAVANO NELLA ZONA DEL PALO, AVVISATI IN TEMPO DA ALCUNI PAESANI, SCAMPATI ALLA MORTE, E SOLO PER LA FRETTA CHE I SARACENI AVEVANO A VOLER CONQUISTARE AL PIU’ PRESTO IL CASTELLO E NON DARE IL TEMPO ALLE GUARDIE DEL RE DI ARMARSI E ORGANIZZARSI, LASCIARONO QUESTO TRATTO DEL BORGO, ZONA PALO, PER DARE PRIORITA’ ALLA CONQUISTA DEL MANIERO, PER POI CON CALMA DEPREDARE L’ALTRA PARTE DI BORGO. FU COSI CHE GLI ABITANTI DELLA ZONA PALO RIUSCIRONO A SCAPPARE DALLA PARTE NORD DEL PAESE ORA CHIAMATA STRADA NUOVA E PRENDERE LA VIA DI FUGA, CHE LI CONDUCEVA VERSO L’ALTO CILENTO, SPERANDO DI NON ESSERE PRESI PERCHE’ I SARACENI ERANO TUTTI CONCENTRATI A COMBATTERE DALLA ZONA MARINA E VENIRE SU DAI SCALONI E CONQUISTARE IL CASTELLO AL PIU PRESTO PRIMA DI OGNI COSA.ORA LA MIA MENTE SENTIVA RUMORI DI ZOCCOLI E IL NITRITO DI UN CAVALLO SCALCIARE SULLA STRADA DI PIETRE, CHE CONDUCE AL PONTE ELEVATOIO. ERA IL CAVALLO DEL COMANDANTE DEI TURCHI. GRIDAVA IN LINGUA ARABA AI SUOI SOLDATI, DI TRASCINARE LE DONNE E I BAMBINI VERSO IL MANIERO. ERANO STATI LEGATI CON CORDE INTORNO AL COLLO UNO DIETRO L’ALTRO FURONO CONDOTTI SOTTO LE MURA DEL CASTELLO, DOVE IL RE, CON LA SUA FAMIGLIA E I SOLDATI, SI ERANO ASSERRAGLIATI E CHE POTESSERO VEDERE I LORO POPOLANI. IL PONTE ELEVATOIO ERA STATO IMMEDIATAMENTE ALZATO, SUBITO DOPO I PRIMI SEGNI DI PERICOLO, CHE LE GUARDIE DI VEDETTA AVEVANO SENTITO E INTUITO CHE QUAL COSA NON ANDASSE, SI ERANO MESSI AL SICURO. I SARACENI, IMPADRONITISI DEL BORGO E CON LA POPOLAZIONE IN MANO LORO SI SENTIVANO PADRONI DEL PAESE. MA DI CERTO PER I TURCHI NON ERA QUELLO IL LORO OBBIETTIVO. NON ERA LA POVERA E MISERA REFURTIVA CHE IL POPOLO A INTERESSARGLI. PARTITI COME PIRATI DALLA LONTANA TURCHIA, PER SACCHEGGIARE I PAESI COSTIERI, SAPEVANO BENE COME FAR CEDERE LA POPOLAZIONE E I MONARCHI A FARSI CONSEGNARE IL TESORO E TUTTO CIO CHE AVEVANO. O COL BUONO O CON LE CATTIVE. UNO DEI TURCHI ASSASSINI, CHE CONOSCEVA NOSTRA LA LINGUA INIZIO’ CON PICCOLE MINACCE, FATTE AL RE DEL BORGO DOVE GLI INTIMO’ DI APRIRE LE PORTI DEL CASTELLO, CHE NULLA SAREBBE SUCCESSO, SIA A LORO, CHE AL POPOLO PRESO IN OSTAGGIO SE AVREBBE ACCETTATO, ALTRIMENTI SI SAREBBE PENTITO DI NON AVERLO FATTO E CHE IL SUO CAPO, ERA GIA’ ARRABBIATO, PER ALCUNI DEI SUOI UOMINI, RIMASTI UCCISI DURANTE L’ASSALTO ED ERA IMPAZIENTE DI ASPETTARE ANCORA. IL RE DALL’ALTO DELLE MURA SI PRESENTO SUBITO RESTIO A FARLO, ANCHE PERCHE’ SAPEVA CHE LA LORO SORTE COMUNQUE ERA IN PERICOLO E CHE NON SI FIDAVA DI GENTE COME LORO. AVENDO GIA’ SENTITO E SAPUTO DELLE ATROCITA’ COMMESSE NEI CONFRONTI DI ALTRI POPOLI COSTIERI CHE AVEVANO SUBITO LE LORO INCURSIONI COME ERA FINITSA. MAI, IL RE, SI SAREBBE ASPETTATO CHE ARRIVASSERO FIN QUI E TROVARSI IN QUELLA ATROCE SITUAZIONE. COSI ORDINO ALLE GUARDI DI ARMARSI E METTERSI IN POSIZIONE DI ATTACCO. PURTROPPO TRA IL POPOLO VI ERANO PARENTI, MOGLI E FIGLI DELLE GUARDIE E QUANDO UN BAMBINO CHIAMO DISPERATO E IMPAURITO IL PADRE TRA I SOLDATI DEL CASTELLO, GRIDANDO DI ANDARLO A SALVARE, IL SARACENO, CHE CAPIVA LA LINGUA LATINA, SUBITO LO PRESE PER I CAPELLI E CON UN COLPO SECCO DI SPADA GLI RECISE LA TESTA BUTTANDOLA VERSO LA DIREZIONE DEL PADRE, COSI FACENDO, FECE CAPIRE, CHE NON SCHERZAVANO E NON AVREBBERO ATTESO PIU’ A LUNGO, IN QUEL MOMENTO GLI ASSASSINI TURCHI ESULTARONO TUTTI, URLANDO E MINACCIOSI SFODERARONO LE LORO SPADE CHE DIRIGEVANO VERSO LE TESTI DEL POPOLO AGROPOLESI FERMANDOSI A POCHI CENTIMETRI DAL CAPO A FAR CREDERE CHE NON SCHERZAVANO E TRA NON MOLTO SE IL RE NON AVESSE APERTO I PORTONI, SI SAREBBE DATO INIZIO ALLA MATTANZA SOTTO GLI OCCHI DEI LORO CARI, A QUESTO PUNTO TUTTO DIVENTO MACABRO, I PRIGIONIERI ERANO QUASI IN TRANS SENTIVANO LA MORTE A DOSSO IL TERRORE LI AVVOLSE. I GENITORI, FIGLI, FRATELLI, SOLDATI AL DI LA DELLE MURA AL SICURO, AL SERVIZIO DEL RE ERANO COME IMPIETRITI E NON SAPERE COME AFFRONTARE QUEL MOMENTO DI PANICO COLLETTIVO. A QUESTO PUNTO IL RE FU MINACCIATO ANCHE DAI SUOI MILITARI, NEL DIRGLI DI CEDERE E DARE CIO’ CHE VOLEVANO GLI ASSALITORI, DI MODO CHE, UNA VOLTA PRESO IL TESORO E QUELLO CHE VOLEVANO, COME AVEVANO PROMESSO, SAREBBERO ANDATI VIA, SENZA SPARGERE PIU SANGUE, L’IMPORTANTE ERA SALVARE LA VITA AI LORO FAMILIARI. MENTRE DI QUA DELLE MURA, CERANO LE MINACCE DEI TURCHI, CHE SE NON SI SAREBBE ARRESO, AVREBBERO UCCISO TUTTI, METTENDO A FUOCO PRIMA IL BORGO DI AGROPOLI E POI SICURAMENTE AVREBBERO CONQUISTATO IL CASTELLO E A LUI E AI CASTELLANI GLI AVREBBERO RISERVATO UNA MORTE ATROCE CHE SOLO I TURCHI SAPEVANO DARE, COSI IL RE DOVETTE CEDERE CONSAPEVOLE CHE MAI I SARACENI SAREBBERO ANDATI VIA A MANI VUOTE, DOPO QUEL SANGUINOSO ATTACCO AVENDO IN MANO IL POPOLO, SENZA AVERLI PRIMA MASSACRATI E CHE LORO SAREBBERO RIMASTI PRIGIONIERI NEL CASTELLO SENZA AVERE NESSUNA POSSIBILITA’ DI LIBERARSI E NE DI SOPRAFFARE IL NEMICO. COSI DOVETTE SOLO SPERARE CHE I SARACENI AVREBBERO MANTENUTO LE LORO PROMESSE. A QUESTO PUNTO MI FECI CORAGGIO E VOLLI ATTRAVERSARE QUELLA TORRE. ASPETTANDOMI CHI SA CHE COSA DI ATROCE, MI ACCORSI SUBITO DI INCONTRARE FACCE A ME CONOSCIUTE, VESTITI ELEGANTI E SORRIDENTI I BAMBINI CHE SENTIVO GRIDARE NON ERANO ALTRO COLORO CHE DOVEVANO FARE LA CRESIMA E COMUNIONE, ME NE ACCORSI PERCHE’ AVEVANO UNA FASCIA BIANCA AL BRACCIO CON IN MANO UNA CANDELA E UN GIGLIO ATTACCATO IN TORNO. LE CAMPANE CHE SENTIVO SUONARE, NON ERA UN SUONO DI MORTE O DI ALLARME, MA DI GIOIA E FELICITA’, IN QUEL GIORNO RICADEVA LA FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO E TUTTO IL PAESE ERA IN FESTA. IL FRASTUONO CHE SENTIVO DEL POPOLO URLANTE, E MADRI CHE CHIAMAVANO I LORO FIGLI, PROVENIVA DA DI NANZI LA CHIESA PATRONALE, CHE FACEVANO CACIARA. IL FUMO DENSO E PUNGENTE NON ERANO ALTRO CHE STERPAGLIE ACCESE DA UN CONTADINO, DOPO CHE AVEVA RIPULITO IL SUO ORTO AL DI SOPRA DELLE MURA E CHI SA CHE INTRUGLI AVEVA BUTTATO NEL FUOCO PER SENTIRE QUELL’ODORE COSI PUNGENTE. D’IMPROVVISO INIZIARONO I FUOCHI D’ARTIFICIO CHE MI SCOSSERO. ERA COME RISVEGLIATOMI DA UN SONNO PAUROSO, CHE IN FINE TANTO STRANO NON MI SEMBRO’. SAPENDO CHE L’ATTACCO DEI SARACENI C’E’ STATO REALMENTE HO PENSATO A CHI SA’ QUALE SPIRITO O ANIMA VAGANTE, CHE ANCORA NON HA TROVATO PACE, GIRA TRA QUELLE MURA E TRAMITE ME CHE QUEL GIORNO ERO TANTO PRESO E CONCENTRATO NEL MEDESIMARMI IN QUELLE MURA ED EPOCHE LONTANE TANTO DA ENTRARE IN UNA DIMENSIONE PARANORMALE TORNANDO INDIETRO NEL TEMPO E FARMI ASSISTERE AD UN’EVENTO ESISTITO CENTINAIA DI ANNI A DIETRO E CHE RACCONTASSI CIO’ CHE E’ ACCADUTO DI VERO IN QUEI GIORNI TREMENDI, AI NOSTRI FUTURI AGROPOLESI E CHE NON DIMENTICASSERO MAI. IL PASSATO DEI LORO ANTENATI.
    ARRIVATO DAVANTI ALLA CHIESA DEI SANTI PIETRO E PAOLO C’ERANO ANCORA TANTE PERSONE, MENTRE PASSAVO TUTTI A RASSEGNA, TRA FESTEGGIATI, PARENTI, FEDELI, BIMBI ORGOGLIOSI E FIERI DI INDOSSARE IL VESTITO DELLA COMUNIONE, IL MIEI OCCHIO CADDERO SU DI UNA STRANA FIGURA IMPRESSA SUL MURO DELLA CASA MAINENTI, DI FRONTE LA CHIESA, DOVE SI DICE, E COME TANTE ALTRE, MA IN PARTICOLARE QUELLA CASA, ERA STATA REQUISITA E OCCUPATA DAGL’INVASORI SARACENI, RIMASTI AD AGROPOLI ANCORA PER DIVERSI ANNI, PRIMA DI ESSERE SCONFITTI E RICACCIATI DAI CILENTANI, RIORGANIZZATISI IN MASSA. QUEL VOLTO ANCORA UNA VOLTA MI RICORDAVA QUELLO DELL’ASSASSINO. BASTA, BASTA….NON C’E’ LA FACCIO PIU’ LA MIA MENTE NON RIUSCIVA A RITORNARE NEL PRESENTE, OGNI COSA MI RIPORTAVA AL MIRAGGIO AVUTO, PERSINO QUANDO I MIEI PIEDI LESTI SCENDEVANO VERSO IL MIO LOCALE, PER BERE UN BUON CAFFE, TUTTO MI RIPORTAVA IN DIETRO NEL TEMPO. VEDEVO LE CASE , LE TORRI, I VICOLI INSANGUINATI. E QUANDO BELLO, RILASSATO, SEDUTO AI MIEI TAVOLI MI GUSTAVO IL MIO MERITATO CAFFE, CHE TI VEDO ALL’ORIZZONE… UNA NAVE PIRATA CON VELE SPIANATE, AVVICINARSI VERSO AGROPOLI. MA POI MI ACCORSI CHE ERA UN VELIERO, NON CON PIRATI MINACCIOSI A BORDO, MA TURISTI CHE VENIVANO A VISITARE I BORGHI E LE NOSTRE CITTA’ ANTICHE, COSTRUITE DAI GRECI E QUELLE CONQUISTATE E DEPREDATE DAI SARACENI.

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