Nel 1020, i Codici miniati manoscritti nel monastero di S. Giovanni a Piro

Plut. XI.09, pag. 1

(Fig. 1) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001-1010 (Plut.11.09, alla BMLF), copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse.

Introduzione

Gastone Breccia (…), nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e antichi documenti greci (pergamene, privilegi, nonnula et monimenta ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, una sorte di rapida e irreversibile decadenza, che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età Angioina. Dal resoconto della vita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457), il quale,…..ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici.”. Uno di questi monasteri visitati da Atanasio fu proprio quello di S. Giovanni Battista a San Giovanni a Piro, che si presentava come scrive l’Ebner (…), con soli due monaci. “Alla fine del ‘600, di fronte alla situazione di pressochè totale abbandono in cui versavano gli Archivi monastici dell”ordo Sancti Basilii’, venne intrappreso un importante quanto isolato tentativo di salvare i fondi superstiti raccogliendoli in due Archivi centrali: il ‘San Basilio de Urbe per quanto riguardava i monasteri d’Italia meridionale e l’altro per quelli provenienti dai monasteri della Sicilia. Responsabile di questa decisione fu Pietro Menniti, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia  dal 1696 al 1718.  Le vicende storiche successive, tuttavia, ne vanificarono in gran parte l’opera: l’archivio del SS. Salvatore andò perduto in circostanze non chiare mentre quello del S. Basilio, in seguito alla soppressione del monastero durante la dominazione napoleonica (1810), venne trasferito a Parigi e quindi parzialmente disperso; quanto ne sopravvisse, restituito alla Santa Sede dopo il Congresso di Vienna, è l’oggetto principale di questo studio. Originali greci e latini, copie moderne, traduzioni: i resti di un archivio che era già, a sua volta, una raccolta di relitti. Il tentativo di recupero intrapreso dal Menniti è dunque un passaggio fondamentale nella tradizione moderna della documentazione italo-greca. È il solo sforzo compiuto per impedirne la dispersione completa, o il completo abbandono; la misura stessa della sua riuscita e del suo fallimento possono almeno in parte indicare quanto fosse ancora reperibile attorno al 1700 e quanto fosse già perduto o avesse preso strade diverse, in particolare quella delle collezioni private delle grandi famiglie romane. Il primo problema che si pone affrontando lo studio della raccolta mennitiana è quello di identificare i fondi d’archivio effettivamente raggiungibili dalla raccolta stessa; in altre parole, determinare quali monasteri basiliani sopravvivessero alla fine del XVII secolo in Italia meridionale. A questo proposito esiste una testimonianza apparentemente piuttosto precisa, anche se di circa vent’anni più antica: Apollinare Agresta, generale dell’ordine basiliano prima del Menniti, fornisce infatti nella sua Vita del protopatriarca S. Basilio Magno (pubblicata a Roma nel 1681) un elenco dettagliato dei monasteri ancora esistenti
in Italia meridionale. Questi gli estremi rappresentanti della grande tradizione cenobitica italo-greca: – in Basilicata: S. Elia di Carbone (diocesi di Anglona);
– nella Calabria Citeriore: S. Maria del Patir (presso Corigliano Calabro) e S. Adriano (presso S. Demetrio Corone, entrambi nella diocesi di Rossano);- nella Calabria Ulteriore ecc…Gli archivi di questi monasteri, ancora esistenti nel 1681, erano quindi raggiungibili dalla raccolta del Menniti; a meno che, naturalmente, qualcuno di essi non fosse stato soppresso proprio nell’ultimo ventennio del XVII secolo. Ad essi andranno eventualmente aggiunti – qualora sia dimostrabile caso per caso – altri monasteri non inclusi per errore nell’opera dell’Agresta. L’elenco ora riportato costituisce dunque una prima base utile per definire quali documenti potessero trovarsi effettivamente conservati al S. Basilio de Urbe. Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex
instrumentis monasterii S. Basilii Romae”, e quella di Pietro Menniti, il quale sia nel suo “Bullarium Basilianum” che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIIP0) dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri,
e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”
.
Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: “S. Giovanni di Piro (68) 1. VaL lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note 68 e 69 postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u , Le Liber Visitationis… (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246. Il Calceopulo trovò a S. Giovanni di Piro cinque monaci, uno dei quali espresse opinioni decisamente poco lusinghiere sul cardinale Bessarione e sui Greci in generale, per il quale motivo venne trasferito al monastero di S. Maria di Carrà. Forse distratto da questo avvenimento, il Calceopulo non si curò di stendere l’usuale inventario dei beni del monastero, per cui nulla sappiamo sulla presenza e l’eventuale consistenza di un fondo d’archivio. Il S. Giovanni di Piro non è più menzionato nell’elenco del 1551, di cui sopravvive una copia forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6; pubblicata da M o n t f a u c o n [cit. n. 18] p. 112 e ripubblicata più recentemente da Batiffol, L’abbaye [cit. n. 8] pp. 115- 116). Edizioni: 1. Di Lucia, L’abbadia (cit. n. 25) pp. 15-17; 2. M o n t f a u c on (cit. n. 18) pp. 431-432.”. Riguardo la pergamena del 1473, pubblicata dal Di Luccia (…), il Breccia (…), nelle sue note 25 e 26, postillava a riguardo che: P. M. Di Lucia, L’abbadia di S. Giovanni a Piro, Roma 1700, p. 15. La cappella citata è quella del SS. Presepe in S. Maria Maggiore, eretta e riccamente dotata da Sisto V. Di L u c i a , L’abbadia (cit. n. 25), pp. 15-17, pubblica la bolla di Sisto IV (5 novembre 1473, la stessa edita in seguito anche dal Montfaucon e oggi parte del Vat. lat. 13118, pergamena n. 12) „ex originali in carta membrana desumptum, quod asservatur Romae in archivio collegii S. Basilii Magni”. Considerando che l’opera del Di Lucia apparve nel 1700 è molto improbabile che questo documento fosse stato portato al S. Basilio dal Menniti.”. Purtroppo, il documento del 1473 (la pergamena n. 12), contenuta nel Codice Vaticano Latino 13118 e conservata alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), non è stato possibile riprodurlo in quanto esso non è stato digitalizzato. Dunque, il documento pubblicato dal Menniti (…), nel suo “Archivum Basilianum”, citato dal Breccia (…), è la Bolla di Papa Sisto IV, del 1473, con cui il papa, ………………….Il documento citato, del 1473, che riguarda il Cenobio basiliano di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro, è una copia che come dice il Breccia (…): “…forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6.”, fu rintracciato dal Menniti (…), pubblicato prima dal Di Luccia (…), e poi in seguito dal de Montfaucon (…) e dal Batifol (…), a pp. 115-116, che ripubblicò i documenti rintracciati dal Menniti e poi pubblicati dal de Montfaucon (…).  Di questo antico documento ne parla anche Salvatore Lilla (…), che ha elencato ed esaminato gli antichi documenti presenti negli Archivi Vaticani.

Montfaucon, p. 431

Montfaucon, p. 432

(Fig….) La bolla di Sisto IV, il documento del 1473, di cui si parlava riguardo al Menniti e a San Giovanni a Piro), tratta da de Montfaucon Bernard (…) ‘Palegraphia graeca’, libro VI, pp. 431-432.

Padre Marco Petta, dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che 9 furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. 

Le cittadelle ascetiche ed i cenobi basiliani del ‘Merkurion’

Nell’VIII secolo, nelle nostre terre le cose cambiano radicalmente. L’egemonia ed il controllo longobardo del Ducato di Benevento, va continuamente rafforzandosi rispetto alla precedente penetrazione greco-bizantina. Molte aree dell’Italia Meridionale continuano a restare sotto l’esclusivo controllo di Bisanzio ma, il controllo dei principi Longobardi di Benevento, Capua, Amalfi, Salerno e Puglia, con l’aiuto della curia romana, si affermeranno definitivamente sulla regione. Dal punto di vista storiografico, le vicende storiche di quel periodo s’intrecciano con la caduta del Principato Longobardo, la penetrazione del monachesimo basiliano e la nascita di Cenobi e Lauree a seguito delle continue lotte teologiche e religiose tra il Papato cristiano e gli Imperatori bizantini d’Oriente. In questo periodo vedremo la nascita delle cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’ con la venuta di monaci benedettini come S. Nilo da Rossano e S. Fantino. Sempre a questo periodo si fa ascendere il ripopolamento di alcuni centri interni alle falde del Monte Bulgheria da parte di gente e popolazioni ariane (Bulgare), giunte in queste terre desolate nel VII secolo, stanziatesi al seguito del loro Principe, il Khan Alsec e, chiamate da Grimoaldo I, del ducato Longobardo di Benevento. Le popolazioni Bulgare, sul nostro territorio, controllato dai Longobardi ma ancora ambito dai Bizantini nel VII secolo, continuarono a restare e a ripopolare centri interni anche in seguito alle prime conquiste Normanne di Roberto il Guiscardo, nell’VIII secolo fino a buona parte dell’anno mille. In quegli anni, il Principato Longobardo di Salerno, da cui queste terre dipendevano, stava definitivamente crollando, sotto la pressione dei Franchi di Carlo Magno e degli Imperatori bizantini dell’Impero romano d’Oriente. L’ultimo principe Longobardo fù Adelchi (detto anche Adalgiso o Adelgiso), figlio di Desiderio, duca longobardo di Brescia che assunse la corona nel ‘756, Adelchi fu associato al regno del padre nel 759, per assicurarne la pacifica successione. Dal racconto di un cronista dell’epoca, Teophane, traiamo alcune notizie storiche di quel periodo. Tra VIII e IX secolo, i possedimenti in Italia dell’Impero bizantino si riducono progressivamente al solo ducato di Calabria, che comprende, da una parte la Calabria a sud della valle del Crati, e dall’altra Gallipoli e Otranto sulla fascia costiera pugliese. Nel 753 infatti il sovrano dei longobardi Astolfo, annette alle proprie competenze diversi territori bizantini, mentre Reggio con buona parte della Calabria restano sotto l’amministrazione di Bisanzio. Niceforo I, è stato patriarca di Costantinopoli dall’806 all’815, assurgendo a tale dignità sotto l’impero di Niceforo I (Foca), imperatore romano d’Oriente ma, venne deposto sotto Leone V l’Armeno per essersi opposto all’Iconoclastia di questo imperatore. Niceforo I, scrisse alcune opere religiose e storiche che riguardano la controversia iconoclastica e furono composte tra l’814 e poco dopo l’820, tra cui la cronaca storica ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. In quegli anni, Anastasio fu nominato patriarca di Costantinopoli e, poiché appoggiava l’iconoclastia, la sua lettera sinodica a papa Gregorio II venne respinta dal Pontefice, che gli intimò di abbandonare l’eresia. Il successivo pontefice, papa Gregorio II, scrisse ad Anastasio e all’Imperatore, attaccando la loro politica iconoclasta: a dire del pontefice, era «invasor sedis Constantinopolitanae» (cioè, non era un patriarca legittimo, che aveva occupato illegalmente il proprio seggio). In quegli anni, il patriarca di Costantinopoli Anastasio I, convinto assertore delle politiche religiose bizantine nell’Italia Longobarda e cristiana, soppresse antichi cenobi basiliani sorti e fondati dai monaci nelle nostre terre. A quell’epoca, in un territorio ancora sotto le mire espansionistiche dei Greci-bizantini ed in piena guerra iconoclasta, ‘i frati basiliani’ che avevano contribuito a formare nelle nostre terre vere e proprie cittadelle ascetiche, scrive il Palazzo (24), sulla stregua del Di Luccia (27) cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’ Imperatore Costantino Copronimo che succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò con i- naudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove, essendo stati reinte-grati nel loro ministero dal valore della spada Normanna, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Porfirio (10), così scriveva a riguardo della Sede episcopale Bussentina di Buxentum (Bussento), in seguito ‘Paleocastro’ Ne queste calamità per la sopravvenuta signoria de’ Greci scemarono punto; imperciocchè sotto gl’ imperatori Leone Isaurico e Costantino Copronimo, acerrimi distruttori di sacre immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, dalle quali non ultime al certo fu quella con cui Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò e non ostante la fondazione di due Abbazie, addimanda una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (ab Epiro), levatevi dai Calogeri orientali, quivi dalla persecuzioni cacciati, pure la Chiesa busentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua fede alla sede di Roma (..) (.. – Anastasi. Bibl. in papa Paulo, opud Bern. hist. haer. tomo 2, seculo 8, pag. 399). Ma non ebbero quì termine i duri travagli inchè traboccò l’infelice regione Lucana, Leone detto il sapiente (ann. 887) confermò l’atto di violenza , nel secolo anteriore (VIII) dal patriarca Anatasio consumato“. Le notizie riportate dal Porfirio (10), circa le usurpazioni delle nascenti cittadelle ascetiche di monaci iconoduli, cacciati dall’Impero bizantino d’Oriente e stabilitisi nelle nostre terre, è vera. Fu proprio questo patriarca di Costantinopoli, Anastasio che al tempo di Costantino V, si comportò come un Esarca. La nascita e la diffusione del monachesimo greco sono legate innanzitutto, com’è naturale, alla presenza di popolazione di lingua e di cultura greca nelle regioni in cui il fenomeno si sviluppò. Abbiamo visto come la colonizzazione nelle nostre terre di popolazioni Bulgare (acerrimi nemici dei Bizantini), venute nel VII secolo, invitate e protette dal duca Longobardo Grimoaldo I, noi crediamo, abbiano richiamato in queste terre anche monaci basiliani. Tale presenza affonda le sue radici molto indietro nei secoli fino quasi a collegarsi alla prima colonizzazione greca dell’Italia meridionale, quando alcune regioni della nostra penisola erano divenute così floride economicamente e culturalmente vivaci, da essere a buon diritto considerate le migliori colonie della Grecia antica. Secondo alcuni studiosi la tradizione magno-greca sarebbe sopravvissuta nell’Italia meridionale, seppure tacitamente e sotto forma di substrato linguistico, per tutta la tarda antichità e fino all’alto Medioevo, quando nuove immigrazioni dall’Oriente greco-bizantino sarebbero giunte a rinsaldarla con la loro presenza, non massiccia ma culturalmente decisiva. Ricerche linguistiche sull’origine dei dialetti neogreci, parlati a lungo in aree appartenenti un tempo alla Magna Grecia, avrebbero dimostrato infatti la persistenza di alcuni termini risalenti a un greco più antico rispetto a quello bizantino. A questa ipotesi tuttavia se ne contrappongono altre che negano qualsiasi continuità linguistico-culturale nella grecità meridionale, a favore invece di una totale latinizzazione delle regioni del Sud durante i secoli della tarda antichità. Di converso, invece, il Patriarca Anastasio, fece di tutto per mortificare quelle comunità in quanto esse erano dichiaratamente anti-iconoclaste. In ogni caso, a partire dai secoli VII-VIII, sembra sia stato proprio il monachesimo a favorire l’incremento della popolazione greca, soprattutto in Sicilia e Calabria, più limitatamente in Campania e in Puglia dove la graduale e continua integrazione longobarda finì per dare a queste terre una fisionomia marcatamente latina. Già nel corso del VII secolo è attestata in Sicilia la presenza di un certo numero di igumeni (in greco bizantino: “abati”), e quindi di monasteri greci. Sembra inoltre che Calabria e Sicilia durante l’VIII secolo siano state meta di immigrazioni di profughi orientali, vittime dell’iconoclastia, come dimostra il fatto che, tra il Consiglio di Nicea del 787 e quello di Costantinopoli dell’869, i monaci di Calabria erano tutti greci. Le invasioni persiane o arabe o anche le persecuzioni che nel secolo VII seguirono il monotelismo, corrente filosofico-religiosa che vedeva nel Cristo due nature ma un’unica volontà (thélelema), potrebbero aver causato immigrazioni di elementi di lingua greca e di religione ortodossa, provenienti dalle estreme province orientali dell’Impero come Siria, Palestina o Egitto. Più tardi, nel 731, la decisione attribuita all’imperatore Leone III di aggregare le diocesi di Calabria e di Sicilia al patriarcato di Costantinopoli, staccandole dalla dipendenza e dal controllo della Chiesa di Roma, dovette dare certamente nuovi impulsi all’elemento greco e quindi allo sviluppo del monachesimo di tradizione bizantina in quelle regioni, attraverso i frequenti spostamenti di monaci e prelati da Oriente verso Occidente. Quando nella seconda metà del secolo IX i Bizantini riaffermarono il proprio dominio sull’Italia meridionale, sottraendo agli Arabi numerose cittadine costiere in Puglia, Calabria e Campania e ai Longobardi grandi porzioni di territorio interno tra Puglia e Basilicata, il monachesimo greco si espanse allora notevolmente, contribuendo anzi in maniera decisiva al processo di “bizantinizzazione”, vale a dire di integrazione e di penetrazione della lingua e della cultura greca nel tessuto sociale delle regioni poste sotto la diretta amministrazione bizantina. Piccoli ma numerosi monasteri sorsero allora nelle aree più fortemente grecizzate dal punto di vista demografico: la Sicilia orientale, rimasta più a lungo bizantina durante la conquista araba della parte centro-occidentale dell’isola; la Calabria meridionale nella zona a nord di Reggio e settentrionale al confine con la Lucania; e infine la Terra d’Otranto in Puglia. In particolare sul confine calabro-lucano, tra le montagne del cosiddetto ‘Merkourion’, erano sorte così tante unità eremitiche e piccoli monasteri, ben riparati grazie alle asperità naturali del territorio, da far assimilare questa zona ad altre aree monastiche dell’Impero bizantino, come il monte Athos o il monte Olimpo in Bitinia. L’origine di alcuni centri dell’entroterra del basso Cilento, risale a molto prima del secolo IX. Il Borsari (4), e poi in seguito il Guzzo (15) ed il Palazzo (24), che riferivano la notizia, voleva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Negli anni tra l’827 ed il 1000 d.C., essi fondarono circa 500 Cenobi sparsi un pò ovunque in tutto il Meridione, in città, borghi, campagne e contrade. Verso l’anno 990 d.C. fondarono, nella località detta ‘Cesareto’ l’Abbadia di San Giovanni Battista.. Il Palazzo (24), scriveva in proposito: “Detti Frati Basiliani, cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’Imperatore Costantino Copronimo (718-775), che, succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò, con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove essendo stati “reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna”, come dice il Di Luccia, fra  gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (Cenobi), tra i quali, quello di San Giovanni a Piro sotto il titolo di San Giovanni Battista.”. I due studiosi Natella e Peduto (5), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (23). Ma i due studiosi, alla loro nota (63 – che corrisponde alla nostra nota 23), postillavano: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferia dal Volpe (23), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (22) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (30). Non siamo del tutto daccordo con la tesi dei due studiosi Natella e Peduto, che non credevano a queste notizie in quanto ritenevano il manoscritto del Mannelli “un falso settecentesco”. Invece, come noi crediamo, vi è del vero nelle parole del monaco benedettino Goffredo Malaterra (30) da cui trasse alcune notizie il Mannelli (23), il cui manoscritto fu ritrovato ‘spurio’ dall’Antonini – e forse copiato. Il Volpe (23), traendo alcune notizie dal manoscritto dl Mannelli (22) che dice essere stato citato dall’Antonini (3), scriveva a riguardo Policastro: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso, per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli estremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (45).”. Tuttavia, questo periodo andrà ulteriormente indagato. Il Natella e Peduto scrivono: Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio (forse mio avo), si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (10), con la costituzione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e di S. Giovanni Battista a Policastro.”. Il Tancredi (18), riporta in proposito un passo del saggio del Cappelli (5-31), che nel 1957, scriveva: Nel 570 i Longobardi, chiedendo il perdono a Dio delle loro colpe, avevano donato alla Chiesa il territorio di S. Giovanni; qui i monaci Basiliani scelsero la zona del Cesareto per coltivarla, incrementando gli armenti e assicurando, così, al Cenobio una notevole risorsa economica, costituendo esso un vero Baronato, investito di poteri feudali. A tal fine sembra che siano stati individuati sul posto i coloni di Roccagloriosa e di Celle di Bulgheria, che precedevano la comunità bizantina e che, poi rimasti a S. Giovanni a Piro, avrebbero formato il primo nucleo di abitanti ecc..”Pietro Ebner (14), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (43))”. Il Laudisio (2), sulla scorta del Malaterra (30) e del Mannelli (22), scriveva che nel XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati.…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Si veda note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (2). Notizie poi in seguito, confermate dall’’Ebner (14), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Natuaralmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Il Tancredi (18), sulla scorta dell’l’Ughelli (29) e anche del Cappelli (5), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita il codice Vaticano Latino 9239: Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, 1482, conservato e consultabile sul sito digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano:  https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.9239. Il codice Vaticano Latino 9239, illustrato nell’immagine di Fig. 2, parla dell’origine di alcuni toponimi in Italia meridionale, tra cui quello antichissimo di S. Giovanni a Piro che, secondo l’antico tον απειρον dovrebbe significare (= l’infinito o il remoto).

 Cod.Vat.Lat.9268, p. 1

pag. 2

(Fig. 2) Il codice Vaticano latino 9239, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, del 1482 – particolare della pagina che spiega l’origine del toponimo ‘ab Pyro’.

Il Cenobio Basiliano di S. Giovanni Battista a San Giovanni a Piro  

cenobio

(Fig…) La Torre dell’Abazia di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro

La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020 allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9. Vi era anche il Monastero di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola. S. Nilo, in occasione della sua permanenza nel monastero lucano, essendo molto ben voluto dai regnanti Normanni dell’epoca, ricevette numerosi privilegi e diversi ne fece ricevere ai Monasteri basiliani in Calabria, prima che egli passò a vivere – come riteneva il Cappelli (…), nel Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro. E’ proprio la presenza di monaci basiliani e dei Cenobi – molti provenienti dalle Calabrie – che ipotizzano il legame all’antica pergamena (…) ed alle notizie in essa contenute. I forti legami, attestati dai continui lasciti e privilegi, con i Principi Normanni ed alcuni monaci basiliani provenienti dalle Calabrie, in seguito, stabilitisi nelle nostre terre, come S. Nilo da Rossano – forse dovuti alle incombenti minaccie nelle terre Calabre – spiega i due privilegi, in cui viene citato il nobile Normanno Oddone Bon Marchise. Il Guzzo (15), ed il Palazzo (24), sulla scorta del Borsari (4) e del Cappelli (5), fanno risalire l’origine “Verso l’anno 990 d.C. fondarono, nella località detta ‘Cesareto’ l’Abbadia di San Giovanni Battista.” e, il Borsari (4), scriveva che: “Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno.”. Pietro Ebner (14), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990, ecc..“. Soffermiamoci sulla probabile datazione dell’anno ‘990, della probabile origine del Cenobio, avanzata dal Borsari (4), in quanto non vi sono notizie certe in merito ma che dovrà essere ulteriormente indagata. La probabile datazione della venuta a S. Giovanni a Piro dei monaci basiliani, si fa risalire all’anno 915, in seguito ad una violenta incursione saracena (arabi) che subì anche questo ameno e nascosto centro dell’entroterra cilentano. La notizia fu riferita dal Volpe (23) che, sulla scorta del manoscritto del Mannelli (22) (che traeva le sue dotte notizie dal Malaterra (30)), raccontava di una feroce incursione dei Saraceni di Agropoli, avvenuta nell’anno 915. Ma come si è potuto arrivare alla datazione della fondazione del Cenobio basiliano? Innanzitutto va detto che questo periodo storico per quanto riguarda la nostra zona è stato non sufficientemente indagato, come pure non è stato sufficientemente chiarita la notizia tratta dal Porfirio (10), in seguito riferita da Natella e Peduto (5): “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio (forse mio avo), si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (10), con la costituzione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e di S. Giovanni Battista a Policastro.“. Anche la tesi sostenuta da Natella e Peduto secondo cui “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco”. Noi crediamo che la penetrazione di monaci iconoduli e basiliani nella nostra area sia avvenuta molto tempo prima dell’XI secolo, come pure, vi sono elementi che confortano la tesi secondo cui elementi di rito greco siano stati all’origine di queste aree che pur mantenendosi Longobarde e poco Bizantine, sono state da molti secoli addietro al secolo X un’enclave italo-greca, altrimenti non si spiegherebbero gli interventi papalini come la lettera del Vescovo Felice di Agropoli.

I Monasteri benedettini, S. Nilo, S. Fantino, S. Bartolomeo

Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Nel corso di questi studi e delle nostre continue ricerche sulle origini e sulle vicende storiche che hanno caratterizzato il periodo medievale dei secoli IX e X, si è visto che, nel IX secolo, nel nostro entroterra, sorsero delle vere e proprie cittadelle ascetiche e monastiche, dedite anche alla copisteria amanuense di antichi codici greci miniati. Essi, si andarono ingrandendo con l’avvicendarsi della dominazione Normanna a quella Longobarda. Con la presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, dopo la caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, le cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’ – che il Cappelli (5), credeva doversi identificare con le nostre zone, si rafforzano alcune manifatture tipiche di quei tempi, come ad esempio la manifattura dei Codici miniati e manoscritti, ovvero la copia amanuense di antichissimi codici greci, che in questo modo ci venivano tramandati prima della scoperta della stampa a caratteri mobili. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie sulle origini del monachesimo basiliano e delle cittadelle ascetiche sorte in alcuni centri del nostro entroterra intorno al X secolo e, di una scuola di copisteria di monaci amanuensi, esistita nel Monastero o Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il monachesimo Italo-greco alle falde del Monte Bulgheria” e, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (6), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (44), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (4).”. Queste terre rivestono un’importanza fondamentale per lo studio dell’anacoretismo dell’Italia meridionale tanto da indurre alcuni studiosi, a credere che quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (25) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (26).

S. Nilo, S. Bartolomeo ed i Monasteri sorti sulla nostra terra

L’Antonini (…), nel Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, a proposito di Rofrano, dopo il Muratori (…), è il secondo a parlare e, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (1), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. Pietro Ebner (…), scriveva in proposito: “Certamente l’abitato (Rofrano Vetere) riprese vita dopo l’arrivo dei religiosi italo-greci estendendosi intorno alla chiesa di S. Maria, ubicata dove poi sorse il palazzo baronale (v. nel sugello del Comune il monaco prostrato ai piedi della Vergine Maria, leggenda in esergo).”L’Ebner (…), a proposito dell’Abazia di Rofrano, scriveva: Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33 , parlando del Prinicipe longobaro Guaimario V, scriveva che: Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”. Quindi, l’Ebner, a p. 33, parlando della del principe Longobardo Guaimario V, nella sua nota (87), scriveva che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”, da cui traeva le notizie circa i precedenti rapporti avuti dal clan di S. Nilo, già ai tempi del X secolo, con i principi longobardi. Giovanelli, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo,  discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo.  Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano‘, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, egli, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)(si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che: “Il titolo col relativo feudo baronale saranno dati all’Abate di Grottaferrata per doppio motivo: cioè, e per dotare il monastero di S. Nazario dei mezzi necessari per la sua piena consistenza, ed a memoria di quel tirannello feudale, che nel ‘bios’ (23) è detto (χωμηδ), che aveva la signoria di quella regione, di cui Rofrano costituiva il centro più importante, del quale nel ‘bios’ si ricorda la tragica morte predetta dal Santo a castigo delle sue malefatte.”. Nella nota (25), il Giovanelli (…), dice che detta notizia è tratta dal suo scritto su ‘S. Bartolomeo ecc..’., dove ci parla anche di S. Nilo e del suo biografo e discepolo, Bartolomeo e, scriveva che:  “…la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo ( il loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 995)(24)…”. Con ciò scritto, padre Giovanelli, racconta che la casa dei Duchi longobardi di Gaeta, conservavano la viva memoria di S. Nilo da Rossano, allorquando, nell’anno 995, dimorò per dieci anni, insieme al suo discepolo Bartolomeo, nel Monastero di Serperi a Gaeta, per poi recarsi in seguito a fondare il Monastero di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo (odierna Frascati).  Ebner (…), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, sulla scorta di padre Giovanelli (…) e, del Fedele (vedi nota (85), Fedele, op. cit. e nella ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata dal Rocchi (…), p. 131 e s.), a p. 33, parlando del Principe longobaro Guaimario V, scriveva pure che: Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”.

tratto dalla Vita di S. Nilo.PNG

(Fig. 3) Note a tergo della pagina n. 121, tratta dalla ‘Vita di S. Nilo’ (bios), manoscritto del biografo e discepolo di S. Nilo, S. Bartolomeo di Grottaferrata, pubblicata dal Rocchi (…).

La presenza di S. Nilo nei nostri monasteri ed i feudatari Normanni

Questo argomento è stato da noi trattato in un nostro saggio ivi pubblicato, dove traendo alcune interessanti notizie su alcuni monasteri sorti nelle nostre terre e su alcuni documenti e privilegi Normanni che attestano la presenza di S. Nilo nella nostra terra ed alcune famigliedi feudatari Normanni, come la famiglia dei Marchisio. Nel nostro saggio dal titolo: “Scido (Sapri ?) in un documento d’epoca Normanna del 1097”, ci occupammo di un’antica pergamena normanna del 1097, pubblicato dal Trinchera (84) e citato dal Cappelli (…). Si tratta di un documento unico per la nostra storia, pubblicato dal Trinchera (84), nel 1865. Si tratta di un documento dell’anno 1097 – un privilegio Normanno concesso nel territorio sapresein cui si fa riferimento a ‘Scido’ ed a un monaco di Vibonati (Figg……), andato perso nelle note vicende belliche (85), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (84). Il Cappelli (…), parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (84). L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 4), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (84), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Si tratta di un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (85). Questo antichissimo documento è di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese, che facevano parte della platea dei beni (possedimenti) appartenuti all’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – di cui abbiamo già parlato in un altro nostro studio.

Odo Marchisii 1097

Cattura

(Fig. 4) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (3).

Sull’origine dell’antica pergamena (85), il Trinchera (84), scriveva che provenisse dall’Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Insomma, pare che l’antica pergamena, provenisse da un’antico monastero in Calabria. Il Trinchera (…), per l’origine di questo antichissimo privilegio Normanno, fa riferimento ad una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. Dello Studio Legale degli Avvocati ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dellavvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il Vargas-Macciuccea, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (85), pubblicata dal Trinchera (84). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Ma qual’è il collegamento storico dell’antica pergamena (membrana) medievale d’epoca Normanna dell’anno 1097 (…), con i monasteri Calabresi, dove essa era conservata ?. Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), sempre nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato: Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio illustrato nell’altra immagine.

Odonis Marchisii, i

Il legame con l’antica pergamena ed il luogo dove essa era conservata, verrà svelato da una citazione dello studioso Robinson (citato dal Cappelli nella sua nota (21) a p. 345), nella sua ‘History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone’ (81). Robinson (…), affermava che “La famiglia Marchese….fu una delle benefattrici del monastero del Carbone” e, questa notizia conferma che l”Odo Marchisius’ – di cui si parla nell’antica pergamena – fosse collegato con l’antico Monastero del Carbone in Calabria. Infatti, molte notizie storiche dell’epoca sono state tratte da pergamene d’epoca Normanna, appartenute ad organizzazioni ecclesiastiche di cui tutto il Mezzogiorno dell’epoca era disseminato – Monasteri soppressi molti secoli dopo con la venuta di Giuseppe Bonaparte. Il Cappelli (…), sulla scorta del Robinson (…) e del Rodotà (13), collega l’antica pergamena Normanna (…), all’antico monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone, in quanto, nel luogo soggiornò S. Nilo da Rossanoche in seguito passò a vivere nel monastero basiliano dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Noi crediamo che il legame tra l’antica pergamena d’epoca Normanna e le nostre terre, fosse la presenza di  S. Nilo nelle nostre terre. S. Nilo, fu discepolo di S. Fantino che viveva nel ‘Mercurion’ che, il Cappelli (…), ritiene fosse vissuto nelle nostre terre. Si narra che S. Nilo, si ritirò in un recondito eremo e in una caverna dove c’era un altare consacrato a san Michele Arcangelo, vicino ‘Mercurion’. Quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (…) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (79).

La scuola di copisteria amanuense sorta nei monasteri benedettini della nostra terra

Il Cappelli (5), riferiva che: “La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020, allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9, per Isidoro, prete e igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro” ecc... Il codice in questione, copiato nel XI secolo dal monaco Lucà per il prete Isidoro, igumeno del monastero o Cenobio Italo-greco (basiliano) di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il Cappelli (5), citando un antichissimo codice greco rintracciato dal Batiffol (40), il Laurenziano XI, 9 (il Cappelli lo chiama ‘Innocenziano’), scriveva che: “…con questo codice che ci tramanda anche il ricordo di uno dei suoi primi igumeni, viene ad inserirsi nel fermento culturale che intorno al mille pervadeva i cenobi bizantini dell’intera zona posta sugli odierni confini di Calabria, Basilicata e Campania.”. Esaminiamo cosa dice il Cappelli. Il Cappelli, sostiene che nell’anno 1020, il monaco Luca, copiava il codice greco “Innocenziano XI,9”, di cui parleremo, e lo copiava per un l’igumeno (monaco) Isidoro, dell’Abazia di S. Giovanni a Piro. Ma chi era il monaco Luca e quale è il nesso con S. Nilo da Rossano ?.  Giovanelli (…), racconta che S. Nilo, insieme al suo discepolo e biografo Bartolomeo, nell’anno 995, dimorarono circa 10 anni nel Monastero di Serperi a Gaeta, per poi recarsi in seguito a fondare il Monastero di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo (odierna Frascati). Secondo la Treccani, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano”, Bartolomeo di Grottaferrata, Santo, nacque a Rossano Calabro e come S. Nilo, da una nobile famiglia calabrese, che seguì, ritirandosi nella solitudine del Monastero di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo, insieme fondò la badia greca di Grottaferrata, ed alla morte di S. Nilo nell’anno 1004, si rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come confondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’anno 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la ‘vita di S. Nilo’ (bios), che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca o Lucà, settimo abate di Grottaferrata. Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno’, parlando della del principe Longobardo Guaimario V, nella sua nota (87), scriveva che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”. Giovanelli (…), traeva alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo,  discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo.  Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano‘, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, egli, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)(si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’. I fatti riportati dal Giovanelli, sono tratti dalla biografia o ‘bios’ o ‘vita di S. Nilo’, che fu scritta dal suo biografo e discepolo, S. Bartolomeo. Nella nota (25), il Giovanelli (…), dice che detta notizia è tratta dal suo scritto su ‘S. Bartolomeo ecc..’. Padre Giovanelli (…), sulla scorta di padre Antonio Rocchi (…), ovvero sulla scorta del ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, tradotta dal greco da padre Antonio Rocchi (…), nel 1904, scrive che “l’Egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’”, ovvero l’egumeno Luca, biografo e narratore della vita (‘bios’) di S. Bartolomeo di Grottaferrata. S. Nilo da Rossano, prima di andare a fondare l’Abbazia Italo-greca di Grottaferrata, si fermò per alcuni anni in alcuni monasteri italo-greci del basso Cilento, come quelli di S. Nazario a Cuccaro Vetere e quello di S. Giovanni a Piro (5-37). Sappiamo che il codice greco in questione, fosse appartenuto a S. Nilo da Rossano. La presenza di S. Nilo nella nostra zona e che egli avesse posseduto il codice (31), citato dal Cappelli (5), è attestato da alcune evidenze storiche, come ad esempio il fatto che egli sia vissuto nove anni a Gaeta, dove oggi si trova conservata una bellissima Stauroteca (33), già prima al Monastero di S. Giovanni a Piro (34). Lipinsky (33), dimostrò che la ‘Stauroteca’ di Gaeta, proveniva proprio da S. Giovanni a Piro ed è quindi probabile – come afferma il Cappelli (5), che S. Nilo da Rossano, visse e conobbe i monasteri italo-greci della nostra area. Il Cappelli (5), è stato uno dei maggiori fautori della tesi del passaggio di S. Nilo (37) da queste parti e che le cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’, dovessero identificarsi proprio nelle nostre zone. La presenza di S. Nilo da Rossano, nelle nostre zone, è ricordata dall’Antonini (3), che a p. 385, della sua ‘Lucania’, traendo delle notizie da “Autore greco della vita di S. Nilo, fol. 73 e 7(36), cita un episodio su S. Nilo, vicino il Monte Bulgheria. Gli studiosi – tra cui il Batiffol (40), il Devreesse (41), il Mercati (42), il Borsari (4) ed il Cappelli (5), fanno risalire l’origine di alcuni codici greci, conservati nelle maggiori Biblioteche  d’Italia, scritti proprio nell’Abazia di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro. Si tratta di codici amanuensi, manoscritti e miniati di grande interesse in quanto essi risalgono ad una scuola calligrafica ed amanuense datata all’anno 1000. Gli studi intorno a questi antichissimi codici, se confermati, attesterebbero ed avvalorerebbe l’ipotesi, di una scuola amanuense di Codici miniati a S. Giovanni a Piro che doveva avere nell’X e XI secolo, una fiorente comunità religiosa. Le cittadelle ascetiche e monastiche di origine Italo-greca, erano delle comunità religiose che vivevano in Monasteri o Cenobi (basiliani) che in seguito, nel XI secolo, con l’avvento dei Normanni, si ingrandirono e divennero sempre più prosperi, dando un valido contributo alla povera economia dei luoghi. S. Nilo, aveva iniziato da giovane l’attività di copiatore amanuense calligrafo a Rossano Calabro, dove questa attività era fiorente nei primi del medioevo e poi l’ha proseguita nei monasteri del Cilento dove si fermò dopo essere stato tonsurato monaco. Considerato il numero e la fattura, questi antichissimi codici miniati, risalenti all’anno 1000, avvalorerebbero la tesi che, nel XI secolo, e forse ancora prima, a S. Giovanni a Piro, S. Nilo, aveva dato vita ad una Scuola di monaci amanuensi che copiavano antichissimi codici greci. Nilo da Rossano, battezzato con il nome di Nicola, è detto anche Nilo il Giovane (Rossano, 910 – Tusculum, 26 Settembre 1004), è stato monaco basiliano, eremita, abate, amanuense e fondatore dell’abbazia di S. Maria di Grottaferrata. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’, riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Il Rocco (36), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini. Il testo di Rocco è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocco, scriveva: Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”La studiosa Vera von Falkenhausen (46), trando questa interessante notizia dalla ‘Storia Lausiaca’ di Palladius Helenopolitanus (47), sosteneva che “S. Nilo copiava manoscritti”. Infatti, Palladio, scriveva che S. Nilo, calcolava un nomisma per salterio copiato”. S. Nilo, quando si recò nel Monastero di S. Nazario – che il Cappelli (5), aveva individuato in un monastero a Cuccaro Vetere –  e fu tonsurato monaco: “si applicò a scrivere versi, componendo il Kondakion in onore di S. Nilo Sinaita, e alla traduzione di codici. Per il cui continuo esercizio poi nelle verdi solitudini del Mercurion, si riforniva a Rossano, dove solo poteva trovarli, della pergamena e dell’altro materiale necessario al suo lavoro (48). Notizia questa preziosa in quanto ci fornisce una ulteriore conferma che in questa città l’arte calligrafica era nel medioevo assai coltivata..

Il Codice Laurenziano o Innocenziano XI, 9.

Il Cappelli (5), riferiva di un’antico codice greco, scoperto dal Batiffol (40), il codice greco ‘Laurenziano XI, 9′. In un suo pregevole studio, Pierre Batiffol (40), pubblicò l’“Inventario dei manoscritti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata”, dove si riportano i codici miniati e manoscritti, conservati all’Abbazia di Grottaferrata, fondata da S. Nilo. Il Batiffol (40), trae l’inventario da quello che nel 1600, fu redatto per il Cardinale Bessarione, Commendatario del Vaticano, che fu estratto dal codice ‘Cryptensis Z, D, XII’ (…), da padre  Antonio Rocchi (…). In seguito, nel 1957, Biagio Cappelli (5), sulla scorta di altri studiosi tra cui il Borsari (4), il Batiffol (40), il Devreesse (41), il Mercati (42), scorrendo il detto catalogo dei codici conservati nella Badia greca di Grottaferrata, “e, l’altro di quelli in parte appartenuti al monastero del ‘Patiron’ di Rossano pubblicato dal Batiffol (40), nonchè il volume del Cardinale Mercati (42), dedicato alla storia dei codici greci  di varie abbazie basiliane (1)”, si imbattè in vari manoscritti come il: ” a) Codice Vaticano greco 2048, il b) Vaticano greco 2082, il c) Vaticano greco 1611, il d) Vaticano greco 1217 del secolo XII, il codice e) Laurenziano XI, 9, e il f) codice Criptense.”. Biagio Cappelli, in un suo pregevole studio “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci” (…), scriveva che: “La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020, allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9, per Isidoro, prete e igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro” ecc..“.  Il Cappelli (5), citava l’antichissimo codice greco rintracciato dal Batiffol (40), il ‘Laurenziano XI, 9’ e, scriveva che fu “…copiato nell’anno della fondazione del mondo 6529 (= 1020) dal monaco Luca per Isidoro prete ed igumeno del monastero di S. Giovanni  τον απειρονe poi aggiungeva la notazione: “Nel descrivere il codice laurenziano XI, 9, il Batiffol (40) annotava che il monastero di S. Giovanni τον απειρον, gli rimaneva sconosciuto. Non vi è dubbio invece che il monastero di cui l’amanuense trascriveva la denominazione allora corrente, che sicuramente deriva dalle varie forme volgari di a Pera, ad Piram, de Piro, a Piro, è proprio da identificare con quello ricco e noto di S. Giovanni a Piro (…). Il quale con questo codice che ci tramanda anche il ricordo di uno dei suoi primi igumeni, viene ad inserirsi nel fermento culturale che intorno al mille pervadeva i cenobi bizantini dell’intera zona posta sugli odierni confini di Calabria, Basilicata e Campania.”Il Cappelli (5), annotava (vedi nota 44 a p. 312), in proposito: “Avevo scritto questa parte del lavoro allorchè ho potuto vedere che anche Devreesse R., op. cit., p. 32, n. 6, ricollega il monastero cui apparteneva questo codice con l’odierno abitato di S. Giovanni a Piro. Devreesse R., op. cit., p. 11, non è però rigorosamente esatto allorchè oltre ad avvicinare cronologicamente il codice Laurenziano XI, 9, al vaticano greco 2030 (v. G. Mercati, op. cit. , pp. 209 ess.) anch’esso scritto nel 1020 da un monaco Marco chierico del monastero di S. Sozonte, nei pressi dell’attuale S. Sosti, pone questo nella medesima S. Giovanni a Piro. S. Giovanni a Piro, ora in Campania rientrava, all’epoca in cui furono scritti i codici, nei territori longobardi, S Sosti in Calabria, invece, in quelli bizantini. Su S. Sozonte v. anche ecc…”. Il Cappelli scrive che il “Codice e) Laurenziano XI, 9, contenente le Omelie di San Giovanni Crisostomo, Vite di santi ed altro. Copiato nell’anno della fondazione del mondo 6529 (= 1020) dal monaco Luca per Isidoro prete ed igumeno del monastero di S. Giovanni  τον απειρον, esso appartenne per qualche tempo ad un frate Ambrogio di Reggio che lo aveva acquistato a Messina per 13 tarì il 28 agosto del 1385, allorchè il papa Urbano VI era in visita presso quella città (6).”. Ebner (14), sulla scorta del Cappelli (5), riferiva che: “La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020, allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9, per Isidoro, prete e igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro” e, vi era anche il Monastero di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola.”. Quindi l’Ebner, lo chiama  Innocenziano XI, 9″ non “Laurenziano XI, 9“, come invece lo chiamava Cappelli (5) e prima ancora il Batiffol (40). La ricerca ci ha condotto a rintracciare alcuni codici miniati e manoscritti in greco, forse quelli rintracciati dal Cappelli (5) nell’Abbazia Italo-greca di Grottaferrata, fondata da S. Nilo di Rossano che, il Cappelli (5) segnalava chiamandolo “Laurenziano XI, 9″ (31). Nel corso della ricerca, abbiamo rintracciato ben cinque codici miniati manoscritti greci che riguardano la copia di un antichissimo codice greco scritto da San Crisostomo, dove riporta le sue omelie sull’esegesi delle antiche Scritture (lettere o Epistole) dei Santi Apostoli. Il codice Innocenziano XI, 9, è un codice greco, copia di un antichissimo codice scritto da Giovanni Crisostomo, che riportava le sue omelie sulle lettere dell’apostolo Matteo. Gli studiosi, fanno risalire l’origine dei codici da noi individuati al Santo Lucà. Il ‘monaco Lucà’, copiava il codice ‘Laurenziano XI, 9’, per il prete Isidoro, igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro. Il Cappelli, riferiva che Isidoro è stato uno dei primi igumeni dell’antica Abbazia di S. Giovanni τον απειρον e poi aggiunge che “il Laurenziano XI, 9, copiato nell’anno della fondazione del mondo 6529 (= 1020) dal monaco Luca per Isidoro prete ed igumeno del monastero di S. Giovanni  τον απειρον.”, e poi ancora, riferendosi al monaco Luca aggiunge: “Nel descrivere il codice laurenziano XI, 9, il Batiffol (40) annotava he il monastero di S. Giovanni τον απειρον, gli rimaneva sconosciuto. Non vi è dubbio invece che il monastero di cui l’amanuense trascriveva la denominazione allora corrente..”. Per il Cappelli, lo scriptorium del monaco Luca era a S. Giovanni a Piro, dove passò a vivere anche S. Nilo (37) che poi portò con se all’Abbazia di Grottaferrata, diversi manoscritti e codici miniati.  La notizia dell’esistenza di questi codici greci, copiati dal monaco Lucà, e la probabile presenza a S. Giovanni a Piro nel XI secolo, di una scuola amanuense, andrebbe ulteriormente indagata ma se le notizie sin qui fossero confermate, considerato il gran numero e la fattura, dei codici individuati in diverse Biblioteche, e considerato che essi vengono attrinuiti a questo monaco Lucà, potrebbe avvalorare la tesi che, nel XI secolo, a S. Giovanni a Piro, S. Nilo, aveva dato vita ad una scuola di copisteria di monaci amanuensi che ricopiavano antichi codici greci. Infatti,  sulla scheda bibliografica del codice ‘Vaticano greco’ 2000 (Vat.gr.2000), è scritto che si tratta di un certo monaco Lucà, Santo Teodoro sacerdote, copista del Reg.Gr.Pii.II.35″ (37). Quindi, secondo alcuni studiosi che hanno esaminato il codice ‘Vaticano greco 2000’, si tratta del monaco copista Lucà, Santo Teodoro Studita sacerdote. I codici greci, da noi rintraccati alla Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, sono una ventina. Sono tutti datati tra l’anno 1001 all’anno 1010 e, collocati nel Fondo Plutei (che è un fondo di codici appartenuto a Lorenzo dei Medici): con la seguente collocazione: ‘Plut.11.09’, come ad esempio, i codici:  XXX (Fig. 1)(31); il XXVI e il XXXII. Quasi tutti i codici del Fondo Plutei XI, 9, della BMLF (31), sono codici greci provenienti dalla Scuola amanuense di S. Giovanni a Piro. Oltre ai tre codici della Laurenziana, abbiamo individuato altri due codici greci simili, che sono il Codice Vaticano greco 2000 (37), citato dal Tancredi (18) e, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana e il codice A1, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna (32)(Figg. 3-4-6). Il codice Laurenziano XI, 9, citato dal Cappelli, è un codice miniato manoscritto, datato anno 1020, copia di un altro codice greco molto più antico che riporta alcune omelie scritte da Giovanni Crisostomo, II Patriarca di Costantinopoli, sull’esegesi delle antiche Scritture degli Apostoli, come quelle di S. Matteo. Il codice Laurenziano XI, 9, eseguito dal nell’anno 1020 (XI secolo) dal monaco Lucà per il prete Isidoro, igumeno del monastero di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro, è uno dei codici greci appartenuto nel XIII secolo a S. Nilo da Rossano. Infatti, questo antichissimo codice è stato rintracciato dal Batiffol (40) e poi in seguito citato dal Cappelli (5), tra quelli ritrovati nell’antica Abbazia Italo-greca di Grottaferrata, fondata da S. Nilo che sappiamo, visse alcuni anni della sua vita nel ‘Mercurion’, individuato proprio nelle cittadelle ascetiche del nostro entroterra. Collegandoci al sito della biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, questo codice greco si trova nel Fondo Plutei XI, 09, che si trovano tutti digitalizzati e consultabili on-line. Tra i codici segnati con Plut.XI.09, quasi tutti riguardano le omelie di Giovanni Crisostomo, sulle lettere di alcuni Apostoli, come il codice greco Innocenziano XI, 9, che parla delle lettere di S. Matteo Apostolo, è datato anno 1001 e 1010: ‘XXX. Ioannis Chrysostomi in Oziam orationes V’, di cui, nella sua scheda bibliografica è scritto: “Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S.Giovanni a Piro (sul golfo di Policastro), ecc..”,  di cui quì pubblichiamo la prima pagina illustrata nell’immagine di Fig. 1 (31).

Plut. XI.09, pag. 1

(Fig. 5) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001, copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

Pluteo

(Fig. 5) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001-1010 (Plut.11.09, alla BM-LF), copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

2 – altro Codice manoscritto alla Biblioteca Laurenziana di Firenze

Un altro codice miniato manoscritto in greco, le omelie di Giovanni Crisostomo, su alcune lettere dei Santi Apostoli, è la copia eseguita nel XI secolo dal monaco Santo Lucà di un manoscritto molto più antico, di Giovanni Crisostomo e, conservato pure questo alla Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, con identica collocazione ‘Plut.11.09’, è il codice datato anch’esso anno 1001-1010: “XXVI. Eiusdem [Ioannis Chrysostomi] De incomprehensibili sermones IX”. La scheda bibliografica dice in proposito: “Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S. Giovanni a Piro (nel Golfo di Policastro)”, che può essere consultato collegandosi al link: http://teca.bmlonline.it/ImageViewer/servlet/ImageViewer?idr=TECA0000613550&keyworks=Plut.11.09#page/55/mode/thumb

3 – altro Codice manoscritto alla Biblioteca Laurenziana di Firenze

Un altro codice miniato manoscritto in greco, eseguito nel XI secolo dal monaco Lucà, la copia di un codice greco molto più antico delle omelie di Giovanni Crisostomo e anche esso conservato alla Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, con identica collocazione Plut. 11.09, è il codice datato anch’esso anno 1001-1010: “XXXII. Eiusdem [Ioannis Chrysostomi] in salutationem S. Paschatis”. La scheda bibliografica dice in proposito: “Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S. Giovanni a Piro (nel Golfo di Policastro)”, che può essere consultato collegandosi al link: http://teca.bmlonline.it/ImageViewer/servlet/ImageViewer?idr=TECA0000613562&keyworks=Plut.11.09#page/1/mode/1up

4 – Il codice greco manoscritto Vaticano greco 2000

Un’altro codice greco manoscritto dal monaco Lucà, che nel XI secolo, copiava un codice greco molto più antico sulle omelie di S. Giovanni Crisostomo e che pare sia appartenuto a S. Nilo e forse uscito dalla scuola di Codici miniati che doveva esistere nei primi anni dell’anno mille nel monastero basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, è il Codice Vaticano greco 2000 (Vat.gr.2000). Questo codice è consultabile sul sito della biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, collegandosi al sito: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.gr.2000, la cui scheda bibliografica dice in proposito: “Citazioni bibliografiche: 1) Lucà, Santo Teodoro sacerdote, copista del Reg.Gr.Pii.II.35. Appunti su scribi e committenti di manoscritti greci, In Bollettino della Badia greca di Grottaferrata 2001.”, illustrato nell’immagine della Fig. 7 (37).

 Cod. Vat. gr. 2000

(Fig. 6) Codice Vaticano greco 2000 alla Biblioteca Apostolica Vaticana (37), probabilmente proveniente dalla scuola amanuense di S. Giovanni a Piro

Codice Vat. gr. 2000

(Fig. 6) Codice Vaticano greco 2000 alla Biblioteca Apostolica Vaticana (37), probabilmente proveniente dalla scuola amanuense di S. Giovanni a Piro

5 – Il codice alla Biblioteca dell’Arciginnasio di Bologna (32)

Da una ricerca effettuata, abbiamo individuato un altro codice simile a quello citato dal Cappelli. Il codice in questione è illustrato nelle immagini di Figg. 3-4-6 e, risale al XI secolo: Omelie di san Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo”, che oggi si conserva  alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna (32).  L’antico codice conservato a Bologna (32), è un codice membranaceo, di cc. 363, scritto su due colonne di linee 34. Il codice è legato in assi ricoperte di tutta pelle con l’intestazione sul dorso: HOMILIE / D. JO. CHRYSOSTOMI / IN D. / MATTHEUM / M. S. GRECE / IN PERGAMENA. Dalla scheda della Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, leggiamo: Nel XIII secolo appartenne ad un monaco Nilo.”. (32) (Figg. 3-4-6). Non sappiamo se il Cappelli si riferisse a questo codice quando parlava di un codice dell’anno 1020, copiato per l’igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro, ma di sicuro questo antico codice, conservato a Bologna ed il codice ‘Innocenziano XI, 9’, citato dal Cappelli, dovranno essere ulteriormente indagati.

C

(Fig. 7) Codice greco di Omelie di Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo, del sec. XI, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna; collocazione: A 1

CaCat

(Fig. 8) Codice greco dell’XI sec., copia delle omelie di Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo, del sec. XI, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ‘I Corsivi’, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio).

(Fig. 2) Il codice Vaticano Latino 9239, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, del 1482 – particolare della pagina che spiega l’origine del toponimo ‘ab Pyro’. (39) Il codice, sulla scorta dell’Ughelli (…), fu citato dal Palazzo, op. cit. (…) e, poi dal Tancredi, op. cit. (18) che, nella sua nota (8), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita di nuovo il  Cappelli (5), Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, 1482, Cod. Vaticano Latino 9239. Si tratta del codice manoscritto latino, di cui ha parlato Salvatore Gemelli, op. cit. (33).

(2) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos hi- storico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 69 e p. 73 del testo di Visconti, p. 17 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(3) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s.

(4) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2 (Archivio Storico Attanasio).

(5) Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e,  stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 295 e s. (Arcivio Storico Attanasio). Il Cappelli, parla del Codice greco Laurenziano XI, 9, a p. 298 e p. 306 e, nelle sue note a p. 310 e 312, nota (43); sul Monastero di Centola si veda p. 398.  Il Tancredi, cita poi l’Ughelli (…) e poi nella sua nota (8), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita di nuovo il  Cappelli che per parlare dell’etimo, trae la notizia dal Codice greco Latino del 1482, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, Cod. Vaticano Latino 9239. Si tratta del codice manoscritto latino, di cui ha parlato Salvatore Gemelli, op. cit. (33).

(6) Natella P. Peduto P., ‘Pixous – Policastro’, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 508 e s. ; si veda anche Porfirio (10).

(7) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978.

(8) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti.

(9) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

(10) Sac. Porfirio Gaetano, Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(11) Rohlfs G., Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma, MCMXXXIII

(12) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino (Archivio Storico Attanasio).

(13) Rodotà Pietro Pompilio., Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763 (Archivio Storico Attanasio), ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Del Monastero di Carbone, poi ne parla anche il Santoro P.E., Il monastero di Carbone, Napoli, ed. Pellizzone, 1859. Il Monastero di Carbone è stato uno dei più famosi Monasteri basiliani in Italia. Il Cappelli, collega il documento Normanno (7), con S. Nilo che abitò in questo Monastero basiliano del Carbone del Bosco e poi passò a vivere nell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – a cui è collegato il documento (7), pubblicato dal Trinchera (…).

(14) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(15) Guzzo A., Da Velia a Sapri – itinerario costiero tra mito e storia, ed. arti Grafiche Palumbo, Cava de’ Tirreni, 1978, pp. 122-123 e s.

(16) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978.

(17) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

(18) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano. Il Gaetani, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (27) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96“. Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385.

(18) Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (5). Il Tancredi, parlando di “A Pyro”, trae l’etimo dal codice greco Latino del 1482, il ‘Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae’ (Cod. Vaticano Latino 9239), di cui parlò anche Salvatore Gemelli, op. cit. (33).

(19) Racioppi G., Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Hoescher, pp. 102 e 134.

(20) Venditti A., Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, E.S.I., Napoli, 1972.

Bertaux

(21) Bertaux, L’art dans l’Italie meridionale – De la fin de l’Impire Romain a la conquete de Charles d’Anjou, Ecole de Francaise de Rome, Paris, ed. Fontemoing, 1904.

(22) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. Il manoscritto è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata ‘la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(23) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117.

(24) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro e cenni storici su S. Giovanni a Piro, Bosco e Scario, con prefazione di Alfonso Tesauro, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961, ristampa anastatica 2006, p. 18 e s.

(25) Gay I, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.

(26) Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basiliane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295.

(27) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (8) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(28) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(29) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(30) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, Cap. XXXVII e s.; stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

Innocenziano

(Fig. 5) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001-1010 (Plut.11.09, alla BMLF), copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

(31) (Figg……) Codice Laurenziano XI, 9, illustrato nell’immagine e, citato da Biagio Cappelli, nel suo saggio: “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, che stà in ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957 e, nel saggio op. cit., p……(5), pp. 295 e s.; in particolare il Cappelli, parla del Codice greco Laurenziano XI, 9, a p. 298 e p. 306 e, nelle sue note a p. 310 e 312, nota (43). Recentemente, abbiamo chiesto alla Biblioteca Medicea-Laurenziana e Palatina di Firenze ed abbiamo avuto risposta dalla Dr. Scipioni, che ha scritto: “il codice di cui lei parla è in effetti un manoscritto facente parte delle raccolte della Laurenziana: la corretta segnatura è Plut.11.9.”. Collegandoci al sito della Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, i codici greci in questione sono quelli del Fondo Plutei. La loro corretta segnatura è Plut. XI. 09, e ve ne sono tantissimi digitalizzati e quindi consultabili on-line. Tra i codici segnati con Plut.XI.09, solo alcuni riguardano alcune omelie di Giovanni Crisostomo, sulle lettere di Matteo Apostolo. Ad esempio, il Plut. XI.09, datato anno 1001 e 1010, ‘XXX. Ioannis Chrysostomi in Oziam orationes V’, di cui, nella sua scheda bibliografica è scritto: “Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S. Giovanni a Piro (sul golfo di Policastro).”. Fra le citazioni bibliografiche, segnaliamo: “Testi medici e tecnico-scientifici del mezzogiorno greco / Santo Lucà, in La produzione scritta tecnica e scientifica nel Medioevo: libro e documento tra scuole e professioni : atti del convegno internazionale di studio dell’Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti, Fisciano-Salerno (28-30 settembre 2009) / a cura di Giuseppe De Gregorio e Maria Galante ; con la collaborazione di Giuliana Capriolo e Mario D’Ambrosi , Spoleto , Fondazione Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo , 2012 (Studi e ricerche ; 5) , p. 551-605 e 3 cc. di tavv. (FI 100 C. 606 (5))”. Esso è consultabile e scaricabile, collegandosi al link: http://teca.bmlonline.it/ImageViewer/servlet/ImageViewer?idr=TECA0000613558&keyworks=Plut.11.09#page/1/mode/1up. Si veda pure: Flecchia Mario, La traduzione di Burgundio Pisano delle omelie di S. Giovanni Crisostomo sopra Matteo, ed. Università Cattolica del Sacro Cuore, 1952.

Cattura 1 

(Fig. 9) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001-1010 (Plut.11.09, alla BMLF), copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

(31) Sul codice Laurenziano XI, 9, e su Lucà, Santo, si veda pure: Testi medici e tecnico-scientifici del mezzogiorno greco / Santo Lucà, in La produzione scritta tecnica e scientifica nel Medioevo: libro e documento tra scuole e professioni : atti del convegno internazionale di studio dell’Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti, Fisciano-Salerno (28-30 settembre 2009) / a cura di Giuseppe De Gregorio e Maria Galante; con la collaborazione di Giuliana Capriolo e Mario D’Ambrosi, Spoleto, Fondazione Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, 2012, p. 551-605 e 3 cc. di tavv., Studi e ricerche ; 5 (FI 100 C. 606 (5)) Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S.Giovanni a Piro (sul golfo di Policastro); si veda pure: Baldi, Davide, Florilegio agiografico, ascetico e crisostomico : Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 11.9, in San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata : storia e immagini / a cura di Filippo Burgarella ; testi di Alessia Adriana Aletta … [et al.], Roma, 2009, p. 123-128 (FI 100 Mostre 257); Estesa descrizione codicologica, testuale e storico-artistica del manoscritto con bibliografia aggiornata. Ripr. delle cc. 200v e 282r ; Lucà, Santo, Sulla sottoscrizione in versi del Vat. gr. 2000 (ff. 1-154) / Santo Lucà, Roma, Quasar, 2009 (FI 100 MA.14.40) Codice italo-greco che contiene una sottoscrizione metrica in caratteri epigrafici; si veda pure: I palinsesti di Messina: indagine preliminare / Maria Teresa Rodriquez, in Libri palinsesti greci: conservazione, restauro digitale, studio : atti del convegno internazionale, Villa Mondragone – Monte Porzio Catone – Università di Roma “Tor Vergata” – Biblioteca del Monumento Nazionale di Grottaferrata, 21-24 aprile 2004 / a cura di Santo Lucà, Roma, Comitato nazionale per le celebrazioni del millenario della fondazione dell’Abbazia di S. Nilo a Grottaferrata, 2008, p. 201-213 (FI 100 20.3.931); Contiene una “imago clipeata” alla c. 245 del Dionigi Aeropagita  ; si veda pure: Canart, Paul; Perria, Lidia, Les écritures livresques des XIe et XIIe siècles / Paul Canart, Lidia Perria, in Études de paléographie et de codicologie. 2 / Paul Canart ; reproduites avec la collaboration de Maria Luisa Agati e Marco D’Agostino, Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, 2008, p. 933-1000, Studi e testi ; 450 (FI 100 C.338 (451)) Abstract: Nella lista dei manoscritti presi in considerazione, di origine italo-greca  ; si veda pure: Ceresa, Massimo; Lucà, Santo, Frammenti greci di un Dioscoride Pedanio e Aezio Amideno in una edizione a stampa di Francesco Zanetti (Roma, 1576) / Massimo Ceresa, Santo Lucà, in Miscellanea Bibliothecae apostolicae Vaticanae. 15 , Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, 2008, p. 191-229, Studi e testi ; 453 (FI 100 C. 338 (453)) Codice nel quale è presente l’uso dell’azzurro tipico della produzione greca dell’Italia meridionale; si veda ancora: Leroy, Julien; Delouis, Olivier; Voicu, Sever J., Études sur les Grandes catéchèses de s. Théodore Studite / Julien Leroy ; édition par Olivier Delouis ; avec la participation de Sever J. Voicu, Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, 2008 (Studi e testi ; 456) (FI 100 C.338 (456)) Esempio di decorazione di iniziali in stile italo greco frequente anche in manoscritti beneventani; Baldi Davide, Sulla storia di alcuni codici italogreci della Biblioteca Laurenziana / D. Baldi, “Nea Rhome”, 4, 2007, p. 357-381 (FI 100 P.488 (altro es. MI.94.3)) Abstract: Descrizione del manoscritto e della sua storia

(32) (Figg. 3-4-6) Questo è un codice greco che risale al XI secolo: Omelie di san Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo”, che oggi si conserva  alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna. Si tratta di  un codice membranaceo, di cc. 363, scritto su due colonne di linee 34. Il codice è legato in assi ricoperte di tutta pelle con l’intestazione sul dorso: HOMILIE / D. JO. CHRYSOSTOMI / IN D. / MATTHEUM / M. S. GRECE / IN PERGAMENA. Dalla scheda bibliografica leggiamo: “I titoli e le lettere iniziali delle omelie sono ornati e coloriti in oro, rosso e altri colori. Al testo è premesso un indice di argomenti. Allo scritto furono apposte in vari punti annotazioni in lingua latina del secolo XV e XVI e sul margine superiore della c. 70 alcune parole in lingua ebraica. Nel XIII secolo appartenne ad un monaco Nilo; reca l’ex libris Cornaro e pervenne in biblioteca attraverso il lascito dell’abate Antonio Magnani. ‘Inventario dei manoscritti della biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna’ (serie A), a cura di Carlo Lucchesi, I, Firenze, Leo S. Olschki, 1924 (Inventari dei manoscritti delle Biblioteche d’Italia, a cura di Albano Sorbelli, 1930), p. 9-10. Collocazione: A 1″. L’Abate Antonio Magnani, nel 1811, fece un lascito testamentario al Municipio di Bologna, e quindi alla Biblioteca dell’Arciginnasio che oggi conserva l’importante Fondo di libri e scritti e materiali di lavoro dell’abate Antonio Magnani, collezionista e bibliofilo, ex gesuita ed ex bibliotecario dell’Istituto delle Scienze di Bologna. Si tratta in particolare di: componimenti in poesia e in prosa (di argomento sacro e profano), appunti di storia, geografia, scienze, fisica, storia dell’arte, prediche, orazioni e conferenze, elogi, traduzioni di opere di Antonio Gallonio, Cicerone e Tertulliano, manoscritti con riflessioni sulla tragedia e sulla commedia, traduzioni di tragedie di Euripide e Sofocle. Sono inoltre presenti carte relative alla Biblioteca comunitativa Magnani, assimilabili a quelle conservate nell’archivio della Biblioteca comunale dell’Archiginnasio (sezione I), con cataloghi di manoscritti e codici, note di spese per lavori al palazzo dell’Archiginnasio, elenchi di libri, avvisi manoscritti e stampati, ed infine scritti in prosa e in versi di Lodovico Tanari databili agli anni 1716-1717. Il codice può essere consultato e catturato, collegandosi al sito:  http://badigit.comune.bologna.it/books/A01/scorri.asp?direction=first.

Codice

(Fig. 10) Omelie di San Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo, del sec. XI, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna; collocazione: A 1.

(33) Lipinsky Angelo, La Stauroteca di Gaeta, già nel Cenobio di S. Giovanni a Piro, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, vol. XI, 1957; si veda pure dello stesso autore: Enkolpia cruciformi orientali in Italia, II, Campania, in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n. s., vol. XI, 1957, p. 91.  

(34) Gemelli S., Il sito ed il ruolo di Polsi dal sec. XII a metà del sec. XVIII, In Calabria nobilissima. Periodico di arte, storia e letteratura calabrese 1979-80.

(35) Troisi C., I monasteri di rito greco-bizantino del Cilento nell’alto medioevo, da ‘Racconti di vita Cilentana’, stà Vassalluzzo M., Cilento a occhio nudo’, a cura di, ed. Massimo Villone, Roccapiemonte, 1987, p. 179 e s.

(36) Rocco A., La vita di S. Nilo Abate, fondatore della Badia di Grottaferrata, scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, ed. Desclee Lefebre, Roma, 1904, p….

(37) Codice Vaticano greco 2000 (Vat.gr.2000), la cui scheda bibliografica della Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), dove esso è conservato, dice in proposito: “Citazioni bibliografiche: 1) Lucà, Santo Teodoro sacerdote, copista del Reg.Gr.Pii.II.35. Appunti su scribi e committenti di manoscritti greci, In Bollettino della Badia greca di Grottaferrata 2001; 2) Si veda pure Breccia, Gastone, 1962- Dalla “regina delle città”. ‘I manoscritti della donazione di Alessio Comneno a Bartolomeo da Simeri’, In Bollettino della Badia greca di Grottaferrata 1997 e, Breccia, Gastone, 1962- Alle origini del Patir. Ancora sul viaggio di Bartolomeo da Simeri a Costantinopoli, In Rivista di studi bizantini e neoellenici 1998, ecc…Questo codice è consultabile sul sito della biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, collegandosi al sito: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.gr.2000

(38) Schipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno , sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002 (Archivio Storico Attanasio).

(39) Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017 (Archivio Storico Attanasio).

(40) Batiffol P., L’Abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane, “L’Abbazia di Rossano, contributo alla storia della Vaticana, Paris, 1891; la notizia sul codice ‘Laurenziano XI, 9’, stà in “Inventario dei manoscritti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata”, p. 143 e s., riporta l’inventario o Platea dei beni per il Cardinale Bessarione, estratto dal codice Cryptensis Z, D, XII (…), pubblicato dal padre Antonio Rocchi (…).

(41) Devreesse R., Les manuscripts grecs de l’Italie meridionale etc., ristampa ed. Città del Vaticano, (Studi e testi 183), 1955, p. 32; si veda pure lo stesso, II le Fonds Coslin, ed. Imprimerie National, 1845, consultabile collegandosi al link: http://www.internetculturale.it

(42) Mercati G., Per la storia dei manoscritti greci etc, Città del Vaticano, 1935 (Studi e testi 68).

(43) Diacono Paolo, Historia Longobardorum, VI, 29

(44) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377

(45) Cardinal de Luca, Adnotationes ad Concilii Tridentini, Disc. VIII, n. 25 e disc. XIV, n. 21, stà nella nota (21) del Volpe G., op. cit. (23), p. 120 (non sappiamo a quale autore si riferisca, forse a Matteo Egizio, nipote dell’Antonini.

(46) Falkenhausen Vera von, Aspetti economici dei monasteri bizantini in Calabria (sec. X-XI), stà in ‘Calabria bizantina’, aspetti sociali ed economici, ed. Parallelo 38, Grafica Meridionale, Vibo Valenzia, 1977, p. 32

(47) Palladio (Palladius Helenopolitanus), La storia Lausiaca, pp. 22, 40, 63,68; “S. Nilo, calcolava un nomisma per salterio copiato”, cit. in Falkenhausen, op. cit. (46), p. 32

(48) Vita di S. Nilo Abate etc.., ; si veda pure in proposito: Gassisi S.,  I manoscritti autografi di S. Nilo juniore etc., Roma, 1905, pp. 39 e ss.

(49) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(50) Laurent M.H. – Guillou G., Le liber ‘visitationis’ d’Athanase ChalkeopoulosContribution a listoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano, 1960.

(60) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A.; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Storico Attanasio).

(61) Menniti Pietro, Didatterio basiliano – ovvero istruzioni per la buona educazione de’ Novizi, e Professi della religione di S. Basilio Magno, ed. De Martiis, Roma, 1710.

(62) Can. Ronsini DomenicoAntonio, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69.

(63) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461.

(64) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016

(65) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703,

(66) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947

(67) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio).

(68) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004, mensile di cultura, edito dal Centro Culturale Studi Storici, Eboli, 1996-2008, anno I-XIII, nn. 1-145.

(69) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

(70) Schipa M., Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887,il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(71) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(72) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p. 359, riguardo la Bolla di Amato, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

Mai Angelo

(73) Mai Angelo, Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis, stà in ‘Nova Patrum bibliotheca’, VI, 2, Roma, 1853, pp. 514-530; che secondo la Treccani, non si tratta di S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma di un S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533.

(74) Fedele P., Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXVII, 1905, pp. 5-21.

(75) Nella sua nota (199), la Falcone scrive: “BAV, Archivio Barberini, Pergamene, I.3, edito da T. vonSickel, Documenti per la storia ecclesiastica e civile di Roma, in ‘Studi e documenti di storia e diritto, a. VII (1886), fasc. 2, pp. 105-109.”.  Per la nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), cfr. G. Breccia, Bullarium Cryptense. I documenti pontifici per il Monastero di Grottaferrata, in Le storie e la memoria. In onore di Arnold Esch, 2002, p. 29; e in ‘Santa Maria e il Cardinale Bessarione, op. cit. pp. 10 e 380.”.

(76) Il ‘Bullarium Cryptense’, il ‘Bullarium Basilium’ del Menniti.  Il codice Cryptense Crypt. Z.d. XII, oltre alla ‘platea dei beni..’, e oltre al “Regestum Bessarionis”, contiene il “Bullarium Cryptense”, un inventario di copie di antichi documenti manoscritti, trascritti da Pietro Menniti (…), su incarico di………….che raccolse ed inventariò diversi documenti manoscritti di privilegi o donazioni fatte nei secoli passati all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Fra questi documenti, contenuti nel ‘Bullarium Cryptense’, vi è anche una copia di un antico documento Normanno detto ‘Crisobollo di re Ruggero II’. L’antico documento Normanno detto “Crisobollo di re Ruggero II”, che, come ci informa la Follieri (6), è : “…e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’.. La Follieri (6), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa del codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII) (10), insieme ai ‘Nonnula’ e al ‘Bullarium’ degli antichi privilegi Normanni concessi all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata come ad esempio la copia del Menniti (8), del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, si trova legato e insieme anche il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Del ‘Crisobollo di re Ruggero II’,  abbiamo già parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Scrive la studiosa Giovanna Falcone il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (i privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523. Entrambi questi manoscritti vennero poi utilizzati da Pietro Menniti per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3). La seconda e più numerosa famiglia è rappresentata invece dai documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, rintracciati grazie allo schedario Garampi (4). Si tratta di più di 30 originali tramandati nelle varie serie dei ‘Registri’, cui ne vanno aggiunti altri tre compresi nei volumi dei ‘Diversa Cameralia’ e una copia isolata in un formulario del XV secolo (Arm. LIII): in tutto 38 documenti, soltanto 2 dei quali compaiono anche nei testimoni del ‘Bullarium Cryptense’ (5). Vengono elencati in ordine cronologico i documenti pontifici riguardanti il monastero di Grottaferrata emanati dall’epoca della sua fondazione ad opera di S. Nilo di Rossano (1004) fino alla concessione in commenda da parte di papa Pio II al cardinale Bessarione (1462)(6). Dunque vediamo cosa dice il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6): la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’; nella  nota (3), scrive: Segnatura: Congregazioni religiose maschili. Basiliani di S. Basilio, busta 297, 2. Per uno sguardo d’insieme su questa prima famiglia dei documenti pontifici per Grottaferrata, cfr, infra, Tabella 1; nella nota (4), scrive: Cfr. infra, Tabella 2; nella nota (5), scrive: si tratta infatti dei nostri nn. 34 e 48 (rispettivamente Urbano IV, 1262 marzo 17: Reg. Vat. 26, f. 15v = Z-δ. XII, n. 19, f. 87v = ms. 523, n. 16, f. 23 = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 46-48, e Clemente VI, 1347, agosto 23: Reg. Vat. 180, f. 244v =  Z. δ. XII, n. 11, ff. 79v-81r = ms. 523, n. 8, ff. 11v-14r = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 64-69) per i quali cfr. infra a suo luogo; nella sua nota (6), scrive: “Il regesto quì presentato è stato compilato essenzialmente sulla base dei vari testimoni della citata raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio Vaticano, 1989.

Regestum Bessarionis

(77) Codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII). Il codice Crypt. Z.d. XII, è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. E’ la studiosa Enrica Follieri (…), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa di questo antico codice. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…):Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…). Il testo del crisobollo fu pubblicato per la prima volta nella monografia che un benemerito erudito locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, dedicò alla storia di Rofrano (5). Il canonico Ronsini (5), utilizzò, come egli stesso dichiara (…), una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula. L’opuscolo del Ronsini, uscito nel 1873 a Salerno, ebbe limitata diffusione: lo conobbe e lo utilizzò il P. Antonio Rocchi nel 1893 (11), ma lo ignorarono sia Erich Caspar (…) sia Ferdinand Chalandon (…). Il documento fu riscoperto da Paul Fridolin Kehr (…),  fu ripubblicato, sulla base del codice Criptense, da Fedor Schneider nel 1914 (15). Esso è registrato nell’appendice al Caspar redatto da Paolo Collura (16), ed è stato uilizzato sia da Horst Enzensberger nel suo lavoro sulla cancelleria e i documenti normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia (17) sia da Carlrichard Bruhl, nella sua monografia sui documenti del Re Ruggero II (18). Recentemente lo ha ripubblicato, nelle sue preziose opere sulla storia economica ed ecclesiastica del Cilento, Pietro Ebner (3).”. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1” (Figg. 23), che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (11), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che: “Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (11), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” . Scrive la studiosa Giovanna Falcone il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (dei privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Il Codice Cryptense del Cardinale Bessarione è un codice bombicino (in seta) e manoscritto in cui si trova il cosiddetto “Regestum Bessarionis”. Una specie di Platea o inventario fatto redigere dal Cardinale Bessarione, commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), in cui venivano inventariati i beni usurpati all’Abbazia: “Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (2).. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523.”. Il testo di questo codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, fu redatto dal Perotti, di cui recentemente abbiamo ottenuto, su nostra richiesta la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini di Figg. 2-3-4, ecc..

(78) Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio).

(79) Capalbi Vito, Sugli archivi delle due Calabrie ulteriori, rapido cenno, Napoli, Tipografia di Porcelli, 1845, introduzione e p. 6 e s.

(80) Tromby Benedetto, Storia critica cronologica diplomatica del Patriarca di S. Brunone e del suo Ordine Cartusiano, Napoli, presso Vincenzo Orsino, 1877, Tomo VII.  

(81) Robinson Gertrude, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, stà in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195, è citato dal Cappelli (…), che nella sua nota (21) a p. 345, dice che secondo il Robinson: “La famiglia Marchese, fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”.

(82) Pertusi Agostino, Aspetti organizzativi e culturali dell’ambiente monacale greco dell’Italia meridionale, in ‘L’eremitismo in Occidente nei secoli XI e XII’, in Atti della seconda Settimana Internazionale di studio (Mendola 30 Agosto- 6 settembre 1962), Milano, 1963, pp. 383-417.

(83) Lubin A., Abbatiarum Italiae brevis notitia, Roma, 1693 (Archivio storico Attanasio).

(84) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli eccc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

(85) (Fig…….) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cy-riacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è sta-to citato dal Cappelli (…), p. 323 (vedi note 21 e 22) e, pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (…), pp. 80-81-82. Il Trinchera (3), trae l’antico documento da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. Il Trinchera (3), nella sua nota al testo, a p. XXV, parlando del documento ““Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XC-VIII, in qua Sichelgaita vidua digitur eiusdem Odonis, atque in Ro-gerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptiones regii diplomatis constant, signan-dam coniecimus.”, e alla nota (3) dice: “Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”. L’antico documento membranaceo è scritto in greco ed è stato tradotto in latino dal Trinchera. Riguardo l’origine dell’antica pergamena (membrana), del 1079, pubblicata dal Trinchera (…), si veda lo stesso Trinchera: ‘Archivi Napoletani, relazione per il Ministro della Pubblica Istruzione’, Napoli, Stamperia del Fibreno, 1872, pp. 241, Tav. VI, “pergamenne latine de’ monasteri soppressi”, conservati nella Sezione Diplomatica dell’Archivio di Stato di Napoli, all’epoca del Trinchera e pubblicati in 6 vol. in “Regii Neapolitani Archivi monumenta edita ac illustrata 1845-1861”. Recentemente abbiamo chiesto all’Archivio di Stato di Napoli, la fotoriproduzione del documento ed abbiamo appreso la triste notizia (sic!) dal dott. Fernando Salemme dell’ASN che ci rispondeva : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”

(86) Il Trinchera (…), citava una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. Il Trinchera (…), scriveva che l’antico privilegio del 1097, provenisse dall’Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Di ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dellavvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il ‘Vargas-Macciuccea’, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (85), pubblicata dal Trinchera (84). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Nel 2003, Francesco Volpe, nel pubblicare un manoscritto inedito di Francesco Antonio Ventimiglia (…), un antico manoscritto apocrifo dell’erudito di Vatolla. Il manoscritto, “Cilento illustrato”, è uno dei documenti posseduti dallo stesso Volpe, in quanto lui stesso scrive, consegnato alla sua moglie dai due eredi dei Ventimiglia di Vatolla, e che per questo si salvò dalla scomparsa prima della morte dei due eredi di famiglia Ventimiglia. Il Volpe (…), scrive che a Vatolla, la famiglia Ventimiglia, aveva allestito una ricca ed opulenta biblioteca ed in particolare un copioso archivio di antichissime pergamene e privilegi. La ricca biblioteca privata dei Ventimiglia di Vatolla, fu studiata ed esaminata anche Matteo Mazziotti e  da Pietro Ebner che spesso la frequentava. Il Volpe, a proposito dei Vargas-Macciuccea, scriveva in proposito: “La biblioteca di famiglia, che si era già costituita con un primo nucleo proveniente dal vicino convento francescano e che poi, proprio con Francesco Antonio, acquisì il vastissimo fondo dei Vargas Macciucca, che allora tenevano il feudo di Vatolla col munifico marchese Francesco. Questi testi figurano oggi nella biblioteca Ventimiglia della nostra Università e su taluni si può ancora rilevare qualche chiosa annotata da Francesco Antonio.”. Dunque, sui Vargas-Macciucca, il Volpe, dice che i Ventimiglia di Vatolla nel 1700, acquisirono il vasto fondo di carte e che oggi questo fondo di carte, si trova all’Università di Salerno. Infatti, il Volpe, scrive che: “Dopo la morte di Francesco Antonio, i suoi discendenti conservarono in ogni generazione la sua passione bibliofila, continuando ad ampliare la raccolta con testi pregiati, fino a portarla a consistenza dei settemila volumi donati all’Università di Salerno nel 1973.”Il duca TOMMASO Vargas Macciucca, marchese di Vatolla, Cavaliere Gerosolimitano, Grande di Spagna, Regio Consigliere, Giudice della Gran Corte della Vicaria, nel 1777 divenne confratello dell’ Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce, prima arciconfraternita laicale sorta a Napoli nel 1290 con il silenzioso auspicio del Pontefice Nicolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini (1216 † 1280), ricordato anche da Dante (Inferno, XIX, 70-72).

Vargas-Macciucca.PNG

(87) Vargas-Macciucca, Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765.

(88) Sulla Certosa di S. Bruno, prima Monastero di S. Stefano del Bosco, si veda pure l’inedito ‘Martyrologium Cartusianum singulis mensibus iuxta calendarii formam accomodatum’, tradito nel ms. cartaceo Brancacciano II C 11 (Biblioteca Nazionale di Napoli), opera di Camillo Tutini (1594-1667) a cura di Pietro De Leo per i tipi di Rubbettino, ristampa anastatica – 2008, opera strettamente connesso al Martirologio della Certosa di Santo Stefano del Bosco. Tutini, è un erudito la cui esperienza personale nella Certosa di San Martino a Napoli, legata a quella di Serra San Bruno in Calabria, dove riposano le spoglie del Santo fondatore, l’avevano spinto ad approfondire la storia di quell’ordine eremitico, del quale sembra aver fatto parte in gioventù, inserendo anche una breve cronaca del monastero calabrese nel ‘Prospectyus historiae ordinis Carthusiani. Additum est Breue chronicon Monasterij S. Stephani de Nemore eiusdem ordinis. Nec non series Carthusiarum per orbem…….Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (…), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio di Carbone.

Rodotà P.P., Dell_origine_progresso_e_stato_presente, Libro II

(89) Rodotà Pietro Pompilio, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763 (Archivio Storico Attanasio), ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”

(90) Santoro Paolo Emilio, Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”.

Spena M., Storia_del monastero di Carbone

(91) Spena Marcello, Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859 (Archivio Storico Attanasio da Google libri), che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”.

(92) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Storico Attanasio), dove troviamo una seria e completa disamina dei Codici e pergamene greche conservate negli Archivi del Vaticano.

(93) de Montfaucon Bernard, Paleographia graeca, lib. V, pp. 431-432; citato da Ventimiglia F.A., e da Breccia (16), dove si parla delle pergamene greche provenienti dagli archivi dei monasteri italo-greci. Scriveva il Breccia (16), che: “Il S. Giovanni di Piro non è più menzionato nell’elenco del 1551, di cui sopravvive una copia forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6; pubblicata da M o n t f a u c o n [cit. n. 18] p. 112 e ripubblicata più recentemente da Batiffol, L’abbaye [cit. n. 8] pp. 115- 116). Edizioni: 1. Di Lucia, L’abbadia (cit. n. 25) pp. 15-17; 2. M o n t f a u c on (cit. n. 18) pp. 431-432.”.

(94) M. H. LAURENT- A. GUILLOU, Le “Liber Visitationis” d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), Città del Vaticano 1960

4 Commenti

  1. Avatar di Francesco Sofia Francesco Sofia ha detto:

    Grazie per l’ottimo saggio e le referenze bibliografiche.

    1. Avatar di Sapri rouinata Sapri rouinata ha detto:

      Se ti servono informazioni scrivimi pure.

  2. Avatar di Francesco Abbate Francesco Abbate ha detto:

    Grazie Francesco non sapevo che avevi pubblicato questi lavori sulla cultura del territorio che ci è ormai comune. Grazie delle informazioni

    1. Avatar di Sapri rouinata Sapri rouinata ha detto:

      Caro Francesco, ti ho scritto su fb. Potresti comunicarmi su messanger il tuo numero mobile. Desidero sentirti.

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