Nel 1565, la ‘Platea delli beni e Rendite spettanti all’Abbadia posta nel Bosco’ o di S. Nicola a Bosco compilata da Giacomo de Vio

Gli Studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie intorno alle donazioni dei Principi Longobardi ad alcuni monasteri e cenobi italo-greci del basso Cilento, come il cenobio basiliano poi in seguito Badia benedettina di S. Nicola a Bosco.

Bosco

(Fig…) La Chiesa parrocchiale oggi di San Nicola a Bosco

Incipit

Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, in seguito all’incarico datogli dalla Curia Diocesana di Policastro di redigere un trattato storico sull’antica abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, uno degli ultimi documenti che consultò fu una ‘platea dei beni e delle rendite’ che l’ultimo Abbate dell’antica Abbazia, ………………….., nel 1565, fece redigere. Si tratta di un documento del 1565, non più esistente ma che è di grande importanza per la storia del nostro territorio in quanto la sua storia è antichissima ed i suoi beni e possedimenti arrivavano fino alla Calabria. Atraverso questi ed altri documenti, non di minore importanza, possiamo tentare la ricostruzione storiografica di altri centri come Torraca, Sapri in Campania, Majerà e Grisolia in Calabria, Trecchina e Rivello in Lucania ed altri ancora. Attraverso questa documentazione manoscritta, ci viene data conferma di alcune notizie storiche intorno ai centri che ho elencato. Si tratta della “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Nicola a Bosco”, redatta da Girolamo De Vio nel 1565. Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola a Bosco”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”.

Fonti: nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia

Dal punto di vista prettamente storiografico, il primo autore in assoluto che citò questi avvenimenti è Pietro Marcellino Di Luccia (…), di cui ha in seguito riferito Ferdinando Palazzo (…). Nel 1700, il giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia, nel suo L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’,

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a p. 39, sulla scorta del Di Luccia e del Laudisio (…), in proposito scriveva che: “Altra incursione segnalata dal Di Luccia (13) ecc..ecc..”. Il Palazzo nella sua nota (12) postillava che: “(12) Di Luccia: pag. 129, op. cit.”. Il Palazzo nella sua nota (13) postillava che: “(13) Di Luccia: pag. 129, op. cit.”. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato etc…‘, a p. 129 parlava degli eventi in questione che purtroppo interessarono anche il casale di San Giovanni Piro. In seguito e sulla scorta del Di Luccia (…) ha scritto e citato gli episodi in questione anche Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 37-38-39. Un altro autore che descrisse gli avvenimenti del 1552 fu il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Un altro autore che ha scritto molto su questi episodi da cui poi in seguito si decise la costruzione generale delle Torri Vicereali lungo le nostre coste è stato Onofrio Pasanisi, nei suoi  La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI; poi in ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’; e poi in ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, Napoli, 1964. Lo studioso locale Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicato nel 1991, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il trattato del Di Luccia riguarda la controversia sorta tra il Cenobio e l’Università di S. Giovanni a Piro e il Vescovo e il Conte di Policastro, i quali avevano usurpato i poteri spirituali e temporali sui due enti, di competenza del Baronato e della Commenda Basiliana. L’autore dedica il libro al Card. Alfonso d’Aragona, che era intervenuto nella controversia giudiziaria e rendeva noto l’intento di volersi svincolare dalla indebita ingerenza del Vescovo e del Conte di Policastro, Carafa della Spina, con l’aiuto del Sindaco Oliviero di Lianza, 1° eletto del tempo, dell’eletto Francesco di Miele e dei cittadini.”. Infatti, il Di Luccia (…), nel suo trattato dedica la IV parte a dal 1587 al 1699 alla giudizio (Causa civile) intentata dai cittadini del Casale di S. Giovanni a Piro e dell’Abbate commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi e il conte di Policastro Carafa della Spina. Fu proprio a causa della controversia sorta soprattutto contro le indebite usurpazioni del Conte Carafa che il Di Luccia fu incaricato di scrivere il dotto trattato storico e legale. E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e di S. Nicola a Bosco e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Ebner aggiunge che riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro vi sono alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina alcuni dei quali sono pubblicati dal Di Luccia: 1) Nel 1294, con il quale Re Carlo II esentò dalle tasse il villaggio soggetto al monastero di S. Giovanni; 2) Nel 1320, con il quale il re ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa; 3) re Ludovico che confermava tale dominio temporale; 4) Nel 1468, un documento (7) contenente  il consenso del re e del papa al giuramento di fedeltà da parte dei vassalli e cittadini di S. Giovanni a Piro all’abate del locale monastero; Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Dal suddetto ‘Archivio’ e processo, ff. 158 e 159.”5) la notizia dell’esclusione dalla chiamata dei cittadini per riparare i danni subiti, per la guerra, da Roccagloriosa (8). Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 13, f. 205 t = vol. VIII, p. 31, n. 18.”; 6) Il 20 novembre 1295, il vicario del Regno, Roberto, concesse agli abitanti di S. Giovanni a Piro, “quod est monasterij sancti Johannis ad pirum”, l’esenzione dalle tasse per cinque anni avendo subito dalle incursioni nemiche danni tali da obbligarli ad abbandonare il villaggio, purchè tornassero “ad lares proprios”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 66, f 229, Napoli = vol. II, p. 432, n. 321. ‘Justiciarius Principatus presenti et futuri. Ad casalem sancti Johannis ad pirum (…) propter incursus et depredatione hostium, desolatum, quod est monasterio sancti Johannis ad pirum, piùm vertentes consideracionis intuitum, casale ipsum et homines Universitati eiusdem per quinque annos, a principio anni presesentis (…) de generalibus subventionibus (…) ut interim ad fortunas deveniant pinguiores et qui eiusdem casalis deseruentur necessario incolatum propter presentem gratiam ad lares proprios eximimus (…) Presentes autem licteras restitui volumus presentandi postquam illa videritis quantum et quando fuerit oportunum’.”; 7) Il 23 aprile del 1296 il re ordinò al giustiziere del Principato (10) di pagare mensilmente il dovuto al mercenario a cavallo Pietro Mazza, “qui custos est fortellicie Cripte sancti Johannis ad Pirum, prope Policastrum”. Lo stesso Pietro Mazza venne poi inviato al fronte, agli ordini di Raimondo Malobosco, capitano comandante “in dicta fronteria” (11). Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Napoli, 21 aprile 1295. Reg. 64, f 118 t = vol. II, p. 476, n. 364. Pagamenti da effettuarsi secondo consuetudine ai mercenari a cavallo operanti ‘in frontiera hostium in partibus Principatus’.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Napoli, 16 luglio 1295, Reg. 81, f. 113 e 82 f 119 t.”; 8)  documento angioino in cui si rileva l’occultamento di sei fuochi (12), per cui l’ordine di pagamento all’università di un’oncia e 15 tarì. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Cfr. ad Agropoli.”; 9) Il 2 giugno 1300 re Carlo II scrisse al giustiziere scrisse ai fedeli che a causa dei danni subiti dai fedeli locali vassalli, esonerava “hominum casalis sancti Johannis  ad Piro, de territori Policastrensi”, dal pagamento dei residui delle tasse e dalla metà della sovvenzione che proprio in quel momento si stava esigendo (13). Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (13), postillava che: “(13) Reg. 10, f 37 = vol. II, p. 673, n. 577.”; 10) L’8 luglio 1349 il conte di Policastro con reale provisione fu incaricato di tutelare gli interessi del monastero e dell’università, da non ritenere investitura. Oltre agli anzidetti mancano altri documenti del ‘300 che ci informino della badia e del suo casale.

Bosco, carta del Cilento

(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…) (Archivio digitale Attanasio)

Il Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato etc..’, a p. 128, parlando del Territorio di San Giovanni a Piro, accenna anche al territorio ed all’Abbazia di Bosco ed in proposito scriveva che:

Di Luccia, p. 128 su Bosco e l'Abbazia di Bosco.PNG

Dunque, il Di Luccia (…), scriveva che nel 1700, l’Abbazia di S. Nicola di Bosco era unita al Capitolo di S. Pietro di Roma dalla bolla di Pio IV e dalla ‘Rocca Gloriosa Terra sotoposta al Dominio delli Signori Baroni d’Afflitto, ecc…

Nel 1669, la causa civile tra i Conti di Policastro Carafa della Spina e il casale e l’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Ferdinando Palazzo (…) che, sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei due enti.”. Dopo il 1587come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale‘. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 45, così scriveva dell’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia (…), che nel 1700, scrisse un Trattato Storico-Legale sull’antica Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’. Il Cataldo (…), in proposito scriveva che: “L’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia, nonostante i suoi interventi in favore della Cappella Sistina, contro il Vescovo di Policastro, valendosi della “Bulla in Coena Domini” di papa Gregorio XIII (1° novembre 1579) contro gli usurpatori dei diritti appartenenti ad Enti autonomi religiosi, non riuscì ad appianare la situazione.”.

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(Fig…) Cataldo Giuseppe (…), op. cit., p. 45 (dattiloscritto – Archivio Storico Attanasio)

Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, in seguito all’incarico datogli dalla Curia Romana di redigere un trattato storico sull’antica abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, uno degli ultimi documenti che consultò fu una ‘platea dei beni e delle rendite’ che l’ultimo Abbate dell’antica Abbazia, ………………….., nel 1565, fece redigere.

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas (Archivio Storico Attanasio)

Lo studioso locale Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicato nel 1991, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il trattato del Di Lùccia riguarda la controversia sorta tra il Cenobio e l’Università di S. Giovanni a Piro e il Vescovo e il Conte di Policastro, i quali avevano usurpato i poteri spirituali e temporali sui due enti, di competenza del Baronato e della Commenda Basiliana. L’autore dedica il libro al Card. Alfonso d’Aragona, che era intervenuto nella controversia giudiziaria e rendeva noto l’intento di volersi svincolare dalla indebita ingerenza del Vescovo e del Conte di Policastro, Carafa della Spina, con l’aiuto del Sindaco Oliviero di Lianza, 1° eletto del tempo, dell’eletto Francesco di Miele e dei cittadini.”. Pietro Ebner (…), riferendosi al casale di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali etemporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’ ecc.., scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio.”. Ferdinando Palazzo (…) che, sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei dueenti.”. Dopo il 1587come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”Infatti, il Di Luccia (…), nel suo trattato dedica la IV parte a dal 1587 al 1699 alla giudizio (Causa civile) intentata dai cittadini del Casale di S. Giovanni a Piro e dell’Abbate commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi e il conte di Policastro Carafa della Spina. Fu proprio a causa della controversia sorta soprattutto contro le indebite usurpazioni del Conte Carafa che il Di Luccia fu incaricato di scrivere il dotto trattato storico e legale. E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”.

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28

(Fig…) Marino Freccia, op. cit., p…..

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”. Sempre a proposito dell’interessante causa intentata nel 1669 dai cittadini di S. Giovanni a Piro, sulla scorta del Palazzo (….), a quanto ciò detto vorrei ricordare l’interessante notizia riguardante il passaggio della Commenda Basiliana di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina ricordata da Carlo Bellotta (….), in un suo studio recente che, a p. 13 riferendosi alla Causa civile intentata dai cittadini di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo di Policastro ed i Conti di Policastro Carafa della Spina di cui il Di Lùccia fu incaricato di istruire l’ampia sua memoria o “Trattato” (pubblicato nel 1700), in proposito scriveva che: “i “poteri” rivali della comunità sangiovannese non rinunciarono alle loro pressanti richieste sul territorio, dato che la causa giunse nel 1789, quasi un secolo dopo il suo inizio, all’attenzione di un tribunale. Il 12 giugno di quell’anno fu redatta una memoria, scritta per la Cappella del SS. Presepe e presentata alla Suprema Real Camera di Napoli in cui si percorrevano le vicende delle abbazie di San Giovanni a Piro, di San Leonardo in Salerno e di San Nicolò in Butramo e del loro passaggio alle dipendenze della Cappella Sistina. Purtroppo anche di questa causa non si hanno sentenze; l’unica certezza è che il Cenobio sangiovannese rimase in possesso della Cappella Sistina fino alle leggi eversive della feudalità emanate il 2 agosto 1806.”. Dunque esiste una “Memoria” scritta del 12 giugno 1789, scritta per la Cappella del SS. Presepe e redatta e presentata in una Causa tra vertente presso la Real Camera di Santa Chiara. La Real Camera di Santa Chiara era un organo del Regno di napoli nel periodo borbonico, con funzioni giurisdizionali e consultive, incaricato altresì di conservare gli atti della Cancelleria del Regno in sostituzione dell’abolito Consiglio Collaterale, di estrazione vicereale. La Real Camera fu istituita con una prammatica sanzione di Carlo di Borbone datata 8 giugno 1735, quando il sovrano era da pochissimo salito al trono ed era intenzionato ad istituire un “governo giusto, forte, uniforme e tranquillo, duraturo e incorruttibile“.

Le Baronie ecclesiastiche ed i feudi

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 167, sulla scorta di Pietro Ebner (…), e dello Schipa (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano quella del ‘vescovo-barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’igùmeno del cenobio greco di San Giovanni a Piro; e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Ecc…”. Secondo i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) pare che, Policastro fosse rimasta Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…), anche all’epoca di Federico II di Svevia. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”Pietro Ebner (…), a p. 227, vol. I, nella sua nota (54) postillava che: “(54) Nel ‘Breve chronicon monasterii cavensi’ la notizia ‘ad a.’ 1092 della concessione alla Badia del dominio feudale nel Cilento: “Serenissimo Dux Rogerius (…) Cavensem omnem ditionem etc…”. Qui Ebner cita l’interessante passo tratto da ciò che lui chiama: ‘Breve chronicon monasterii cavensi’. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perchè si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I° I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). . Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dallo Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna (…), nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555, parlando del casale di Bosco, scriveva che: “Di Bosco, il cui toponimo è senz’altro medievale (1), ho detto altrove (2) e dirò a proposito di S. Giovanni a Piro (v.). Il villaggio era attiguo alla badia di S. Nicola, con quella di S. Pietro di Licusati, ‘nullius dioecesis’ fino al 1850. Notizie che mancano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della basilica vaticana di S. Pietro.”.

La cappella di ‘Sancta Maria Laurentana‘ a Palinuro dipendente dall’Abbazia di Bosco, ancora citata in una Platea del 1666 ed in un “Inventarium bonorum” del 1579 conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana

A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: “Santo taumaturgo, S. Nicodemo esercitò il suo carisma anche a favore delle vittime delle scorrerie saracene, ecc…Cappelli sottolinea che la ‘Vita’ di S. Nicodemo, come pure quella di S. Saba, specifica che il luogo dove egli si era stabilito era una zona che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata al culto degli dei infernali. L’agiografo infatti narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con le forme più varie, mostruose e allettanti. Il riferimento sarebbe in questo caso al culto di Palinuro e alla grotta delle Ossa, perchè per le sue tremende tempeste il Capo “ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva” (3). La localizzazione dell’eremitaggio di S. Nicodemo si rende a questo punto possibile e verosimile poco più a valle dell’antica area culturale dedicata a Palinuro sulla collina di S. Paolo, posta in posizione elevata, visibile dal mare, e della quale abbiamo già fatto cenno. Nel luogo – che è quello dell’attuale chiesa intitolata nell’età moderna, in clima controriformistico, a S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, anche se ne conosciamo la ridotta superficie: appena venti metri quadrati circa) – è documentata l’esistenza di un cenobio basiliano (del quale a fine ‘700 avanzavano solo i “pedamenti di fabbrica”, cioè i muri perimetrali), che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco e al quale apparteneva tutta l’area che scendeva a valle sino all’approdo della Ficocella. Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”. Il Barra, a p. 178 scriveva che a Palinuro vi era un’antica laura basiliana dal titolo originario “S. Maria di Loreto”, poi secoli dopo, nel 1600 cambiato in “S. Maria Laurentana”, come si evince da una platea dei beni del 1666. Pare che questa interessantissima notizia il Barra l’avesse tratta dalla “Platea del feudo della Molpa del 1666”, pubblicata dal Prof. Massimino Iannone. infatti sempre il Barra (…) riguardo a questa Platea dei beni del 1666, scriveva che:  “Non ci dice molto sul paesaggio agrario di Palinuro, perchè da essa risulta che la difesa di Palinuro era stata presa nel 1636 a censo perpetuo – come si è detto – “da molti particolari cittadini di Centola”, che versavano annualmente a titolo di canone 250 ducati al feudatario.”. Dunque, secondo la Platea del 1666 dei beni di Centola e Pisciotta, a Palinuro vi era un piccolo eremo, in origine basiliano, “un’antica laura” (come scrive il Barra) che dipendeva dall’Abbazia di S. Nicola a Bosco. Il Barra (…), a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “L’Avvocato fiscale della R. Udienza di Salerno. Questi così riferì il 28 agosto 1792: …” e quindi, il Barra, a p. 182 pubblica la risposta della R. Camera di S. Chiara trasmessa al sovrano: “Che vi esiste una Cappella sotto il titolo di S. M. Lauretana eretta in un fondo della Badia del Bosco soggetta al Capitolo di S. Pietro di Roma, con due altari, senza che però vi fosse custodita per conservarsi il SS. Sacramento dell’Eucarestia, e senza che vi fosse luogo destinato per la conservazione dell’Oglio Santo, nè fonte battesimale. Che in tal Cappella nè giorni festivi si celegra una Messa, quando però la stagione e il buon tempo lo permettono, dal Cappuccino residente nel Convento di Centola, con licenza e permesso del Vicario del Bosco, dal quale niente se li corrisponde per detta celegrazione di Messa, ma quei poveri abitatori, per quanto le loro debolezze le comportano, l’uniscono ecc…” Riguardo a questa ‘Platea di Beni’ del 1666 pubblicata dal Prof. Massimino Iannone di Pisciotta, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., nella sua nota (13) a p. 67 parlando del piccolo casale di S. Nicola di Centola postillava che: “(13) La platea del feudo della Molpa del 1666 ricorda la “Chiesa di Santo Nicola nuovo” reddente alla camera feudale per la concessione enfiteutica di una terra alla “Tempa del Curcio”, da sopra via pubblica, da sotto fiume corrente”.”. Dunque, il Barra (…) a  p. 67 cita una ‘Platea di beni’ del 1666, senza dare ulteriori indicazioni, dice solo che si tratta della “Platea del feudo della Molpa”. Si tratta di una documentazione conservata all’Archivio di Stato di Salerno – Notaio Tommaso del Gaudio di Cuccaro del 1666, 25 febbraio – “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”. Riguardo questa Platea dei beni del 1666 ha scritto Massimino Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’ – Elementi documentati di storia’, pubblicato nel 2016. Proprio Massimino Iannone (…) a p. 215 parlando della Cappella di S. Antonio di Palinuro, in proposito a questa “Platea dei beni del 1666” scriveva che: “La cappella, situata in prossimità del porto di Palinuro, era stata costruita, sicuramente prima del 1666, per comodità dei naviganti e per devozione da d. Francesco Buglios, Segretario di Guerra presso la Corte del Regno di Napoli, “al tempo che capitò qui una galera, con la quale corse tempesta di mare e si ricoverò nel porto…” (197).”. Iannone a p. 215, nella sua nota (197) postillava che: “(197) ASS, Atto del notaio Tommaso del Gaudio del 25 febbraio 1666.”.

Nel 1462, l’Abbazia di S. Giovanni a Piro passò in Commenda al Cardinale Bessarione

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; ecc..ecc…”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dallo Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna a p. 262, nella sua nota (109) postillava che: “(109) D. Martire, ‘La Calabria sacra e profana’, op. cit., I, pp. 150-151; B. Cappelli, Il Monastero Basiliano di S. Maria di Pactano’, in “BBGG”, n. s., XXIV (1970), pag. 29. G. Robinson, ‘History and Chartulary, etc., op. cit., M. Spena, ‘Storia del monastero di Carbone’, Napoli, 1831.”. Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna (…), nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo “Il “Cenobio” basiliano di S. Giovanni a Piro” (si veda ultima edizione ristampa) a p. 57, nel cap. III, in proposito scriveva che: “A distanza di lunghi anni e, cioè, nel 1462, “con provvedimento fatto in Napoli”, – come scrive il Di Luccia – fu commendata anche la Chiesa Basiliana di San Giovanni a Piro, investendo del beneficio il grande umanista Cardinale Giovanni Bessarione, nato il 2 gennaio 1402 a Trebisonda, città della Grecia, detta dai Turchi “Terrabossam”, anche egli appartenente all’Ordine dei Basiliani nel Monastero di Grottaferrata, fondato da S. Nilo (906-1005) nella ridente cittadina laziale, tanto celebre per i suoi fossati, per i “torrioni” del Sangallo e del Bramante e per le pregevoli opere del Domenichino e del Carracci.”. Proseguendo il racconto il Palazzo si dilunga sulla data dell’investitura al Bessarione che secondo il Lipinsky sarebbe quella del 1473 mentre per il Di Luccia sarebbe stata 1462. Il Palazzo, sulla scorta del Di Luccia (…), a p. 59 scriveva che: “…, l’ipotesi affacciata dal Di Luccia, che, cioè, lo stesso avrebbe rinunciato al Beneficio nel 1468, in favore di Monsignor Andrea Del Nero, il quale avrebbe preso possesso dell’alto Ufficio il 17 Dicembre di detto anno (6), ecc..ecc..Il Di Luccia non esclude, inoltre, che per una confusione di nome si sia generato un equivoco in quanto detto Del Nero potrebbe essere quel Francesco Del Nero, che sostituì il Gaza nel periodo che questi fu richiamato a Roma al servizio del Cardinale Niceno, ma noi non abbiamo alcun elemento ecc..ecc..”. Il Palazzo nella sua nota (6) a p. 59 postillava che: “(6) Di Lùccia: pag. 23, op. cit.”. Sempre il Palazzo a p. 60, in proposito alla data di investitura del Cardinale Bessarione scriveva che:  “Comunque, se si pensa che gli “Statuti” del Gaza portano la data del 7 ottobre 1466, bisogna, bisogna, senza alcun dubbio, ritenere che il Cardinale Bessarione, a quell’epoca, aveva già ottenuta la nomina a Commendatore, altrimenti non avrebbe potuto nominare il Gaza suo Procuratore per mancanza del requisito giuridico che l oautorizzava ad essere suo mandante….bisogna ritenere senza alcun dubbio, che la Bolla di investitura del Bessarione fu emessa nel 1462 da Papa Pio II (Enea Piccolomini), che resse il Pontificato dal 1458 al 1464, e non da Papa Sisto IV, che fu Papa dal 1471 al 1484.”.

Nel 1556, Andrea De Vio, Abate Commendatore indisse il Sinodo dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – D. Andrea De Vio (1534-61); D. Girolamo De Vio (1561-87).”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 62-63, dopo aver detto di Teodoro Gaza, ci informa che: 6) A. Andrea De Vio, di Gaeta, ottenne la Commenda per cessione o per traslazione, fattagli dallo zio, ed ebbe per Vicario l’Abate Tommaso De Thomasijs.  Questi nel 1555 indisse il “Sinodo di S. Giovanni a Piro”. Il Sinodo consta di 19 disposizioni. 7) D. Girolamo De Vio, nipote di Andrea, ultimo Commendatore, fu investito nel 1561 da Papa Pio IV (35), dopo la rinunzia dello zio, come dimostrerebbe una lapide già esistente nella Chiesa Parrocchiale e non più ritrovata. Non si hanno documenti dell’attività di quest’ultimo Commendatore: tanto erano differenti le condizioni del Cenobio, che un solo frate risiedeva nel Convento, come attesta la stessa Bolla di Pio IV: “…in quo (convento) unicus Monacus dicti Ordinis (Basiliani) de praesente reperitur…” (36).”. Il Tancredi (…), a p. 64, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Milanese, Giovan Angelo dei Medici: 25.XII.1559, 6.I.1560 – 9.XII.1565.”. Il Tancredi, a p. 65, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Di Luccia P. M., op. cit., p. 29: “nel quale (Convento) si trova al presente un solo Monaco del detto Ordine.””. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Nel 1556, per ordine dell’abate commendatario Andrea de Vio venne tenuto un Sinodo (v. Cap. IV, 4, n. 13) di cui il Di Luccia riporta integralmente (pp. 65-69) il testo da una copia esistente ai suoi tempi “in Arca intus Sacristiam Parochialis Ecclesiae S. Petri Terrae S. Ioannis ad Pirum”. Vi è la notizia di tutti i sacerdoti del periodo. Nel 1561 nella badia vi era un solo monaco. Se ne legge nella bolla di Pio V di concessione in commenda a Gerolamo de Vio (“in quo unus Monachus dicti Ordinis de presenti reperitur”). Si ha poi notizia Nunzio Greco di Camerota, abate di S. Giovanni a Piro, segretario del Cappellano maggiore e della suprema giunta dei vescovi. Poi di Filippo Stanziola, abate commendatario di S. Giovanni a Piro e di S. Cono di Camerota, vicario generale iin spiritualibus’ dei reali eserciti e rettore della chiesa della Nunziatella di Napoli.”.

Nel 1561, la bolla di papa Pio V elesse Girolamo de Vio, Abate Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Nel 1561 nella badia vi era un solo monaco. Se ne legge nella bolla di Pio V di concessione in commenda a Gerolamo de Vio (“in quo unus Monachus dicti Ordinis de presenti reperitur”).”. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta di una bolla di papa Pio V del 1561, riteneva che la concessione a commenda (elezione ad Abate Commendatario) dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro fu di papa Pio V e non di papa Pio IV come scrisse il Di Luccia. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – …..D. Girolamo De Vio (1561-87).”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 62-63, dopo aver detto di Teodoro Gaza, ci informa che: 7) D. Girolamo De Vio, nipote di Andrea, ultimo Commendatore, fu investito nel 1561 da Papa Pio IV (35), dopo la rinunzia dello zio, come dimostrerebbe una lapide già esistente nella Chiesa Parrocchiale e non più ritrovata. Non si hanno documenti dell’attività di quest’ultimo Commendatore: tanto erano differenti le condizioni del Cenobio, che un solo frate risiedeva nel Convento, come attesta la stessa Bolla di Pio IV: “…in quo (convento) unicus Monacus dicti Ordinis (Basiliani) de praesente reperitur…” (36).”. Il Tancredi (…), a p. 64, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Milanese, Giovan Angelo dei Medici: 25.XII.1559, 6.I.1560 – 9.XII.1565.”. Il Tancredi, a p. 65, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Di Luccia P. M., op. cit., p. 29: “nel quale (Convento) si trova al presente un solo Monaco del detto Ordine.””.

Nel 1564, il Capitolo di S. Pietro in Vaticano e la bolla di papa Pio V che assegnava alcuni monasteri e abbazie al Capitolo di S. Pietro in Vaticano

Riguardo il passaggio di alcuni monasteri grangie e Abbazie della nostra area al Capitolo di S. Pietro in Vaticano è interessante quanto ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco. Stessi riferimenti bibliografici il Barra (….), a p. 62 fornisce circa un’altra notizia che riguarda S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, ecc…”, dove egli scrive che:  “che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco ecc…” e che continua e scrive che:  “Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Il riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Dunque, il Barra (…), nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579 che, si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati – possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta.

Nel 20 giugno 1564, la bolla “Insuper eminenti” di papa Pio IV (o papa Pio V ?) che aggregava le Commende delle Abbazie di Bosco, Licusati, Camerota, Cuccaro, Centola ed Eremiti alla Cappella del Presepe del Capitolo di S. Pietro in Vaticano

Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, ecc..”Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Nel 1564, Pio V (1559-1566) aggregò le Abbazie di S. Pietro di Licusati, di S. Nicola di Bosco e di S. Cecilia alla cappella vaticana del SS. Presepe.”. L’Ebner (…), in proposito scriveva che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche “S. Giovanni di Camerota”, grangia della Badia di S. Pietro di Licusati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Su “S. Giovanni di Camerota”, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo Ebner (…), dalla bolla del 1564, di papa Pio V, si rileva che il monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, possedeva alcune grangie, tra cui quella di “S. Giovanni” a Camerota. Dalla bolla del 1564 di papa Pio V si rileva che il monastero di S. Pietro di Lucusati possedeva anche le seguenti grangie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Cecilia e S. Nazario con tutte le sue notevoli dipendenze. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”Nel secolo XVI, Papa Pio IV, con la bolla “Insuper eminenti” (datata 20 giugno 1564), assegnò l’Abbazia di San Nicola al capitolo San Pietro in Vaticano. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Nel 1564, Pio V (1559-1566) aggregò le Abbazie di S. Pietro di Licusati, di S. Nicola di Bosco e di S. Cecilia alla cappella vaticana del SS. Presepe.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Nel 17…, il Giustiniani (…), scriveva su Bosco e diceva che:

Giustiniani, vol. II, p. 328

(Fig…) Giustiniani (…), vol. II, p. 328

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 559, parlando del casale di ‘Bosco’, citava “Il Giustiniani (10), ricorda poi che dopo la soppressione dei cenobi italo-greci, il monastero (di S. Nicola di Bosco), fu dato in commenda da Pio IV al Capitolo Vaticano, che Benedetto XIII, con la bolla 26 aprile 1726, concesse altre facoltà  che Benedetto XIV con bolla “ad honorem” dichiarò la badia di S. Pietro di Licusati (il Giustiniani dice “S. Pietro del Bosco”) di giurisdizione quasi episcopale.”. Ebner (…), nella sua nota (9) postillava che: “(9) Giustiniani, II, 1791, p. 328.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”.

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555, parlando del casale di Bosco, scriveva che: “Di Bosco, il cui toponimo è senz’altro medievale (1), ho detto altrove (2) e dirò a proposito di S. Giovanni a Piro (v.). Il villaggio era attiguo alla badia di S. Nicola, con quella di S. Pietro di Licusati, ‘nullius dioecesis’ fino al 1850. Notizie che mancano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della basilica vaticana di S. Pietro.”. Ebner (…), nella sua nota (1), postillava che la notizia era tratta dal Carucci (…), ‘La Provincia di Salerno ecc..’, a p. 155. A proposito del toponimo di “Bosco” ne ho parlato in un altro mio saggio ivi sul casale di Bosco.  Ebner, a p. 555, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ebner, op. cit., pp. 121 e 305.”. Dunque, Pietro Ebner parlando del casale di Bosco diceva che il villaggio o il casale era molto vicino all’Abbazia di San Nicola di Bosco che, insieme all’altra abbazia di San Pietro di Licusati, queste erano entrambe abbazie dichiarate “nullius dioecesis” e che tali rimasero fino al 1850. Certo la notizia è plausibile perchè confermerebbe il passaggio dell’Abbazia di San Nicola di Bosco (grangia o dipendente dall’antichissima Abbazia di San Giovanni a Piro che come abbiamo visto passò integralmente alla Santa Sede e dunque sua diretta dipendenza e dunque “nullius dioecesis”, ovvero non dipendente da una sede Vescovile o dal Vescovo che nel nostro caso come vedremo sarà solo Amministratore nominato dal papa stesso. Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 555, vol. I postillava che la notizia era tratta da Ughelli (…), ‘Italia Sacra’, tomo VIII, p. 726. L’Ughelli (…), nel 1659, a p. 726 del suo Tomo VIII, non parla di Bosco ma ci parla di S. Sofia ecc……Ebner (….), nel vol. I, a p. 555, parlando sempre di Bosco scriveva che: “Notizie che mancavano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della Basilica vaticana di S. Pietro. Due anni or sono (1979) l’esame di una platea del 1613, ms. rinvenuto nell’ADV, mi consentì di fornire più ampi particolari anche sulla badia predetta e sul villaggio che contava 318 abitanti (5).”. Pietro Ebne a p. 555, vol. I, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner, ‘Dimensione fondiaria, cit. p. 178 sgg.”. In questo caso Ebner postillava di un suo saggio dal titolo: ………………………………………..Ebner a p. 556 continuava a scrivere dell’Abbazia di Bosco e diceva che: “Ai primi del ‘600 l’abbazia di S. Nicola di Bosco era sempre soggetta al Capitolo e ai canonici della Basilica di S. Pietro di Roma. Oltre all’amministrazione del capitolo romano ne esercitava la giurisdizione a mezzo di un vicario dipendente da un controllore residente a Napoli. Tra i vicari Lorenso Baldi di Roccagloriosa, di cui si apprende dal di Luccia (6).”. Pietro Ebner nella sua nota (6) postillava che: “(6) Di luccia, cit., p. 76”. Dal punto di vista storiografico alcune notizie storiche sulle Abbazie del luogo ci arrivano dall’Ughelli (…), che nel 1654, nel suo tomo VII, della sua ‘Italia Sacra’, scrisse sulla Diocesi di Policastro. L’avvocato Pietro Marcellino Di Luccia, che nel 1700, scrisse un “Trattato Storico-Legale” sull’antica Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sul casale di Bosco: “L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale”. Il Di Luccia (…), citava l’Ughelli (…), dove vi erano i primi accenni ai Cenobi basiliani e benedettini dell’area e, scriveva correttamente che egli parlava del Monastero di San Nicola di Bosco, nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, a p. 759 e 760. L’Ughelli (…), parlando della ‘Policastrenses Episcopi’ (Diocesi di Policastro), scriveva del “Altera S. Nicolai de Bosco” :

Ughelli, vol. VII, p. 759

(Fig…) Ughelli (…), Italia Sacra, vol. VII, p. 759-760

Ughelli, vol. VII, p. 760, sulle abbazie

(Figg….) Ughelli (…), vol. VII – I ed., pp. 759-760

Pietro Ebner, riguardo la notizia che l’antico cenobio e poi abbazia di S. Giovanni a Piro che, la bolla n. 58 di Papa Sisto V aggregava alla Cappella del SS. Presepe  presso S. Maria Maggiore in Roma, citava l’Ughelli (…), nel suo vol. VII dell”Italia Sacra’, col. 762. L’abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, col. 762 parlando della ‘Policastrenses Episcopi’, scriveva di Bosco:  Abbatiae in hac dioecesi duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vaticanae Basilicae, altera sancti Ioannis ad Pinam unita capellae Praesepis S. Mariae Maioris de Vrbe, beneficia simplicia quam plura, virorum coenobia quatuor, Sanctimonialium septum nullum, quod enim erat in oppido Rocca gloriosa, Turca sustulerunt, hospitalia quatuor, laicorum sodalitia in singulis oppidis singula. Huius civitatis Episcoporum seriem ex actis Concistorialibus, & aliis erutam, monumementis hic ex fide subiecimus, interruptam tamen, & clumbem, cum nullum, relictum sit huius Ecclesia monumentum ab immani Turcarum direptione, miserè enim cum ciuitate omnia in cinerem redacta fuerunt. Sis monasterii Ord. S. Benedicti abitum Monachictum induit in eodem, deinde Cluniacum pergens sub disciplina S. Vgonis Abbatis per aliquot vixit annos, Restitutus est exinde suo Ganensi cenobio, vbi cum virtutibus excellere cepisset; petentibus Clero, & populo una eum Gisulpho Salerni Principe in Episcopopum Policastrensis Ecclesia ordinatus est, qui cum breve tempus illic expendisset exterioris vitae strepitum non ferens, relicta insula, ad monasterium rediit …”, che tradotto significa: “Le due abbazie della Diocesi di Policastro (in questa diocesi), sono state completamente lasciate in questa diocesi e l’abbazia, e l’altro di San Nicola di Bosco uniti al Capitolo della Basilica del Principe degli Apostoli del Vaticano, e l’altra è stata unita alla Cappella del presepe di Santa Maria Maggiore e le azioni di San Giovanni al Piro della costruzione della città, i benefici sono semplici, piuttosto che molti, degli uomini di suore appartenenti alle quattro, delle Suore del setto dell’assenza della giustizia, che nel comune di Rocca Gloriosa, perché era il glorioso, turco raccolse, gli ospedali, e quattro, e ciascuno dei laici dai loro compagni che in ogni città. Concistorio una serie di vescovi della città, sulla base delle evidenze di questo, e per gli altri, cioè, monumenti. Questo è uno della fede, è di interrompe, però, e Clumber, con l’assenza di giustizia, che è stato lasciato è la Chiesa, il memoriale di questo dal sfrenato saccheggio i turchi, sono stati ridotti in cenere misere, mentre eravamo tutti nella città di. Si prega di monastero ORD. S. outlet Monachictum lo stesso vestito, per poi tornare sotto la disciplina di Cluny abate di S. Vgonis vissuto per diversi anni dopo che è stato riportato al suo convento Ganensi, dove eccellono e la sua gente; su richiesta del clero, e alle persone in quello del principe di Salerno, l’Episcopopum Policastrensis Gisulphus la Chiesa è stato nominato da lui, che, quando rifletteva la vita esteriore, o il rumore di essere in grado di sopportare un breve periodo di tempo lì, ha lasciato l’isola, è tornato al monastero,..” :

ughelli, p. 759

(Fig….) Ughelli (…), tomo VII, p. 760

ughelli-vol-vii-ii-ed-p-543.png

(Fig….) Ughelli (…), vol. VII – II ed., pp. 542

L’Abbazia di S. Nicola di Bosco per circa 500 anni visse con giurisdizione autonoma, come “Badia Nullius Dioecesis”. Si tratta di un documento del 1565, non più esistente ma di grande importanza per la storia del nostro territorio in quanto la sua storia è antichissima ed i suoi beni e possedimenti arrivavano fino alla Calabria. Attraverso questi ed altri documenti, non di minore importanza, possiamo tentare la ricostruzione storiografica di altri centri come Torraca, Sapri in Campania, Majerà e Grisolia in Calabria, Trecchina e Rivello in Lucania ed altri ancora. Attraverso questa documentazione manoscritta, ci viene data conferma di alcune notizie storiche intorno ai centri che ho elencato. Si tratta della “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro”, redatta da Girolamo De Vio nel 1565. Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”.

Nel 2 ottobre 1565, la ‘Platea dei Beni e Rendite spettanti all’Abbadia posta nel Bosco’, compilata da Giacomo De Vio, Procuratore incaricato da Tommaso De Thomasijs, Vicario di Andrea de Vio,  Abate Commendatario di S. Giovanni a Piro

la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbadia di Bosco – come quella Basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata di un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa nell’anno 571, il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tomasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato, in apposita “PLATEA”, dal suo Procuratore GIACOMO DE VIO, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. PresepeNoi, nel corso dei nostri studi intensi a accertare la storia del nostro glorioso passato, abbiamo avuto modo di vedere, in casa dei Signori Carboni-Viviani della frazione di Bosco, antica famiglia del luogo, copia di detta “platea”, che abbiamo potuto esaminare attentamente, rendendoci perfettamente conto dell’importanza patrimoniale dell’Abbadia Benedettina. Con nostro vivo rincrescimento, però, abbiamo dovuto constatare come tale documento – che avrebbe potuto essere l’unico atto probatorio per poter dimostrare i diritti territoriali di questo Comune, di fronte ai Comuni contermini – non può avere alcuna efficacia giuridica perchè manca della firma del compilatore o, comunque, di autentica di pubblico ufficiale, per cui non ha alcun valore probatorio per poter accertare i veri confini territoriali del nostro Comune, l’incertezza dei quali fa sorgere continue e dispendiose controversie, specialmente con Camerota.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Il Palazzo (…), a p. 110, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Di Luccia: pag. 26, op. cit. “. Il Palazzo (…), a p. 110, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Di Luccia: pag. 26, op. cit.”. Ferdinando Palazzo (…), sempre a pp. 110-111, riferendosi sempre alla “Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni di Bosco”, compilata nel 1565 da Giacomo De Vio, nominato Procuratore della Badia, scriveva pure che l’avesse vista e consultata in casa della famiglia Carboni-Viviani di Bosco. Il Palazzo (…), citava la interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Il Di Luccia (…), riferendosi al monastero di S. Giovanni a Piro, detta “Badia” (Abbazia), in proposito scriveva che: “Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2 Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Il Palazzo (…), sulla ‘Platea dei beni’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. ecc…”. Delle antiche donazioni di beni alla Chiesa del basso Cilento, da parte dei principi Longobardi, abbiamo pubblicato ivi un altro nostro studio. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 64, ci informa che: 4) D. Antonio De Bacio, amministratore dell’Ente mediante il Vicario Tommaso De Tommasijs, pare che abbia avuto per Procuratore D. Girolamo Sursaja, perchè era nel luogo e conosceva gli usi della vasta zona terriera del patrimonio basiliano……...6) A. Andrea De Vio, di Gaeta, ottenne la Commenda per cessione o per traslazione, fattagli dallo zio, ed ebbe per Vicario l’Abate Tommaso De Thomasijs.  Questi nel 1555 indisse il “Sinodo di S. Giovanni a Piro”. Il Sinodo consta di 19 disposizioni.”. Pietro Ebner, nel vol. I del suo “Chiesa baroni e popoli nel Cilento”, a p. 154, nel capitolo V “Monasteri e Chiese ricettizie”, in proposito scriveva che: Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (Km. 5) a quella italo-greca di S. Giovanni a Piro, abbazia tra le più fiorenti,…”. Il Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato historico legale etc…’, a p. 26, parlando di Andrea de Vio, VI Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il sesto fù Andrea de Vio di Gaeta forsi nepote di detto Cardinale, quale hauerà hauuto l’Abbadia, o per cessione, o traslatione fattali dal medesimo, stante che nell’anno 1539. il medesimo Abbate di Tomaso esercitava il Vicariato per lui come giustificationi, che si addurranno appresso, e questo mediante Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2. Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti  all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. II. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”.

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(Fig….) P.M. Di Luccia (…), op. cit., p. 26

Dunque, secondo il Di Luccia (…), che a p. 26, ci parla di Giacomo De Vio (nipote del Cardinale De Vio), nominato Procuratore di Tommaso de Tommasjis, Vicario di D. Andrea de Vio, sesto Abate Commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Giacomo de Vio, il 2 ottobre 1565, compilò una “Platea di Beni e di Rendite” che appartenevano alle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e S. Nicola di Bosco. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro’, a p. 50-51, sulla scorta del Palazzo (…), e soprattutto di ciò che nel suo trattato, nel 1700, aveva già scritto il Di Luccia (…), parlando dei padri basiliani che fondarono il celebre cenobio, scriveva che: “I Padri Basiliani furono Baroni delle terre del Cesareto e di quelle donate dai Longobardi alla Chiesa nel 571, con giurisdizione autonoma spirituale e temporale. Di questa autonomia riferiscono non solo gli atti di ordinaria amministrazione dei Padri, ma soprattutto Mons. Angelo Oliverio, Vescovo di Acerra, quando, ordinando Diacono Antonio Ferrari della terra di S. Giovanni a Piro, con la dicitura ‘nullius dioeceseos’ (14), afferma che il territorio Basiliano, cui il Ferrari apparteneva, era fuori di ogni giurisdizione diocesana.”. La notizia era stata tratta dal Di Luccia (…). Il Vescovo di Acerra, Mons. Oliviero, ordinò Antonio Ferrari, diacono della terra di S. Giovanni a Piro, nel…….e, la notizia del documento venne poi riportata dal Di Luccia (…), nel 1700, all’epoca del suo trattato istorico-legale. Dovrebbe trattarsi dell’Istrumento col quale si confermava la “Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Giovanni a Piro” del 1565 redatta da Giacono De Vio, ad oggi non ancora reperita.

Nel 2 ottobre 1565, la Platea dei beni e delle Rendite del monastero di San Nicola di Bosco compilata Giacomo De Vio, Abate Commendatario

Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Rileggendo il Di Lùccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Dovrebbe trattarsi dell’Istrumento col quale si confermava la “Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Nicola di Bosco” del 1565 redatta da Giacono De Vio, ad oggi non ancora reperita. Dovrebbe trattarsi dell’Istrumento col quale si confermava la “Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Nicola di Bosco” del 1565 redatta da Giacono De Vio, ad oggi non ancora reperita. Dunque, riguardo il documento notarile del notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco che redasse l’Istrumento (l’Atto) con il quale la Cappella del Santo Presepe della chiesa di S. Maria Maggiore in Roma, il 13 novembre del 1587, essendo morto l’ultimo Abbate Commendatario, entrò in possesso dei beni delle due Abbazie tra cui quella di S. Nicola di Bosco, elencati in apposita platea redatta nel ……da Girolamo de Vio, il Di Luccia (…), cita il tomo VII dell’“Italia Sacra” dell’Ughelli (colonna n. 762) e dice che l’antico documento notarile (Istrumento pubblico) rogato dal notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco e legalizzato dal sig. D. Alessandro di Tomase Vicario di Policastro si trovava nell’Archivio della Cappella Sistina, “lib. II fol. 622.” e poi in altra pagina scriveva che: “….che si addurranno appresso, e questo mediante Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2. Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti  all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. II. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Dunque, si tratta del libro II, volume (fol.) n. 662 o 233 ?. Riguardo l’Ughelli (…), citato da Ebner, ovvero la col. 762 del vol. VII, è citato pure dal Di Luccia quando parla della giurisdizione spirituale di S. Giovanni a Piro ed a p. 76 parla di Bosco:

Di Luccia, p. 76.PNG

Il Di Luccia (…), sempre riguardo l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, cita la “Platea dei beni di Bosco” redatta da Girolamo de Vio nel 1565. Il Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato historico legale etc…’, a p. 26, parlando di Andrea de Vio, VI Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il sesto fù Andrea de Vio di Gaeta forsi nepote di detto Cardinale, quale hauerà hauuto l’Abbadia, o per cessione, o traslatione fattali dal medesimo, stante che nell’anno 1539. il medesimo Abbate di Tomaso esercitava il Vicariato per lui come giustificationi, che si addurranno appresso, e questo mediante Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2. Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti  all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. II. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”.

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(Fig….) P.M. Di Luccia (…), op. cit., p. 26

Nel 1585, la costruzione della Cappella Sistina o Cappella del SS. Presepe nella Basilica di S. Maria Maggiore o Basilica Liberiana a Roma fatta edificare da papa Sisto V, con i proventi del patrimonio dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro incorporate nel 1587 da papa Sisto V 

Nel 1700, in seguito ad un preciso incarico ricevuto il giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (….) pubblicò a Roma un trattato storico-legale dal titolo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita dalla sa: mem: di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico legale, nel quale si tratta di sua Baronia, Vassallaggio, Dominio e Giurisdittione del Dottore Pietro Marcellino Di Luccia di detto luogo a lui dedicato etc….”. Il titolo del trattato del Di Luccia è eloquente. Egli trattò la questione relativa alla giurisdizione dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, la cui Baronia e ampi possedimenti furono occupati dal Vescovo di Policastro. Nel trattato, il Di Luccia fornisce diversi documenti storici sull’Abbazia e ci parla anche del passaggio dei suoi beni all’Insigne Cappella del SS. Presepe eretta dentro la Basilica Vaticana di S. Maria Maggiore a Roma voluta da papa Sisto V. Come abbiamo visto, nel 1473, papa Sisto V della Rovere promulgò un breve dove ………………………  La Cappella del SS. Presepe dentro le mura della Basilica di S. Maria Maggiore o Basilica Liberiana a Roma fu chiamata anche “Cappella Sistina” da non confondere con la famosa Cappella Sistina (in latino: Sacellum Sixtinum), dedicata a Maria Assunta in Cielo, è la principale cappella del palazzo apostolico, nonché uno dei più famosi tesori culturali e artistici della Città del Vaticano, inserita nel percorso dei Musei Vaticani. Fu costruita tra il 1475 e il 1481 circa, all’epoca di papa Sisto IV della Rovere, da cui prese il nome. Da Wikipedia leggiamo che esiste anche una “Cappella Sistina” nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, edificata da Sisto V, e una nella cattedrale di Savona, fatta edificare da Sisto IV come mausoleo per i propri genitori. Sisto V, nato Felice di Peretto da Montalto e a trent’anni Felice Peretti (Grottammare, 13 dicembre 1521 – Roma, 27 agosto 1590), è stato il 227º papa della Chiesa cattolica (226º successore di Pietro) dal 1585 alla morte; apparteneva all’ordine dei frati minori conventuali. Sempre da Wikipedia leggiamo che nella Basilica Liberiana o S. Maria Maggiore a Roma, nel secolo XVI furono fatti degli interventi tra cui la “Cappella Sistina”. Sisto V, grande protagonista della trasformazione urbanistica di Roma alla fine del XVI secolo, scelse la basilica come sede di fastosa sepoltura per sé medesimo, per la propria famiglia e per il suo grande protettore papa Pio V. A questo scopo incaricò il suo architetto Domenico Fontana, nel 1585, di erigere una nuova cappella monumentale, dedicata al Santissimo Sacramento, memorabile – oltre che per gli arredi e i materiali impiegati – perché integrava in sé l’antico oratorio del Presepe, con le sculture di Arnolfo, le connesse reliquie della mangiatoia e i rilievi realizzati dallo scultore Niccolò Fiammingo. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di basilica di Santa Maria Maggiore o basilica Liberiana (perché sul suo sito si pensava ci fosse un edificio di culto fatto erigere da papa Liberio, cosa tuttavia smentita da indagini effettuate sotto la pavimentazione), è una delle quattro basiliche papali di Roma, situata in Piazza dell’Esquilino sulla sommità dell’omonimo colle, sul culmine del Cispio, tra il Rione Monti e l’Esquilino. È la sola basilica di Roma ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana, sia pure arricchita da successive aggiunte.

Nel 2 settembre 1583, la Sentenza della Real Corte che condannava il Conte e la Contessa di Policastro

Riguardo il processo “del Caro”, più volte citato dal Di Luccia (…), troviamo anche delle notizie in Pietro Ebner (…), nel suo  ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, dove, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria. Privati e autorità chiedevano a Roma di considerar bene che l’eventuale fittuario fosse persona “timorosa di Dio venga con proposito bono di governare e non opprimere e spolpare li vassalli” e di liberarli dal “Signor Conte di Policastro preteso padrone del Criminale”. Contro costui le autorità civili del paese si rivolgevano alla “Sacrae Regiae Maiestati” denunziando tutti i soprusi commessi nei confronti dei cittadini dal conte e dalla contessa di Policastro (27 aprile 1579). In data 2 settembre 1583 il Sacro Consiglio di Napoli ordinava al conte e alla contessa di Policastro di restituire a Mario de Caro le 1500 cipolle che il de Caro era andato con la barca ad acquistare in Calabria e sequestrargli dal loro “dohaniero (…) con altre gente armate in detta marina di S. Giovanni”.”. Dunque, Ebner (…), riguardo questo processo “del Caro” (come lo chiama il Di Luccia), scriveva che: “….le 1500 cipolle che il de Caro era andato con la barca ad acquistare in Calabria e sequestrargli dal loro “dohaniero (…) con altre gente armate in detta marina di S. Giovanni”.” e, aggiunge che nel 2 setembre 1583 il Sacro Consiglio di Napoli condannò il conte di Policastro e gli ordinava di restituire al de Caro le 1500 cipolle.

Nel 13 novembre 1587, l’atto stipulato davanti al Notaio Giovannantonio Molfesi di Bosco in cui la Cappella del SS. Presepe (Cappella Sistina) in S. Maria Maggiore (ex Liberiana) in Roma prende possesso dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e di altre Abbazie tra cui S. Nicola di Bosco

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1587 l’abbazia passava in dominio perpetuo (bolla “Gloriosa” di Sisto V, 1585-1590) alla Cappella del Presepe (29). Ecc..ecc…Di S. Giovanni a Piro venne preso possesso il 13 novembre 1587 (29). Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Pietro Ebner, a p. 495, del vol. II, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Istrumento per notar G. Antonio Molfesi di Bosco. Cfr. Ughelli, VII, p. 762.”. Dunque, l’Ebner, riguardo la notizia che l’antico cenobio e poi abbazia di S. Giovanni a Piro, che il 13 novembre 1587, venne preso in possesso dalla Cappella del Presepe presso S. Maria Maggiore in Roma, citava l’Atto (istrumento) del 13 novembre 1587 redatto dal Notaio Antonio Molfesi di Bosco, notizia questa tratta dall’Ughelli (…), nel suo vol. VII dell”Italia Sacra’, col. 762. Riguardo l’Atto notarile (Istrumento) del notaio di Bosco Giovanni Molfesi, rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Dunque, riguardo il documento notarile del notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco che redasse l’Istrumento (l’Atto) con il quale la Cappella del Santo Presepe della chiesa di S. Maria Maggiore in Roma, il 13 novembre del 1587, essendo morto l’ultimo Abbate Commendatario, entrò in possesso dei beni delle due Abbazie tra cui quella di S. Nicola di Bosco, elencati in apposita platea redatta nel ……da Girolamo de Vio, il Di Luccia (…), cita il tomo VII dell’“Italia Sacra” dell’Ughelli (colonna n. 762) e dice che l’antico documento notarile (Istrumento pubblico) rogato dal notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco e legalizzato dal sig. D. Alessandro di Tomase Vicario di Policastro si trovava nell’Archivio della Cappella Sistina, “lib. II fol. 622.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata  da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.  – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, furono materia di esoso sfruttamento a danno delle comunità religiose e dei cittadini del casale (si riferisce al casale di S. Giovanni a Piro), ecc…L’ingerenza dei Vescovi e dei Conti di Policastro nella predetta ‘Badia nullis Dioceseos’ fu per salvare il salvabile, poichè sarebbe lo stesso finita in mano altrui ecc…Dopo il 1587 le cose peggiorarono anche nel campo della giustizia penale, che veniva usurpata dal Conte di Policastro, che a sua volta amministrava la Giustizia mediante luogotenenti capaci di di ogni sorta di vessazioni….”. Ferdinando Palazzo (….), nel suo “Il “Cenobio” basiliano di S. Giovanni a Piro“, nel suo cap. IV ci parla del passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (Anno 1587), a pp. 84-85 in proposito scriveva che: “Intanto la Commenda Basiliana – come abbiamo detto innanzi – passava alla diretta dipendenza della Cappella Sistina, o del SS. Presepe, che ne pigliava possesso il 13 novembre 1587 e ciò avveniva in seguito ad atto pubblico stipolato dal Notaio Signor Giovannantonio Molfesi “del Bosco”, mentre la Sede Vescovile di Policastro era occupata da Monsignor Ferdinando Spinelli, ecc..”. Dunque, il Palazzo ci ricorda che la Cappella Sistina e la Santa Sede presero possesso dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro il 13 novembre 1587 secondo l’atto stipulato davanti al Notaio Giovannantonio Molfesi di Bosco. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – millennio della fondazione etc…”, a pp. 68-69 nel capitolo “III Periodo – Dal passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (1587) al giudizio contro il Vescovo e il Conte di Policastro”, sulla scorta del Palazzo, in proposito scriveva che: Della Commenda Basiliana di S. Giovanni a Piro, giunta ormai ad un grave stato di deperimento fu disposto il passaggio, nel 1587, alla diretta dipendenza della Cappella del SS. Presepe (Cappella Sistina), eretta da Papa Sisto V nella chiesa di S. Maria Maggiore o Liberiana in Roma. ………furono tutte sottoposte immediatamente alla Sede Apostolica e tutte esenti da qualsiasi giurisdizione dell’Ordinario con tutte le loro ragioni, azioni, rendite e beni, come si legge nella Costituzione adottata, in vigore della quale, correndo l’anno terzo del suo pontificato, detta Cappella il dì 13 novembre 1587, prese possesso dell’Abbadia di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Ferdinando Palazzo (….), nel suo “Il “Cenobio” basiliano di S. Giovanni a Piro“, nel suo cap. IV ci parla del passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (Anno 1587), a pp. 84-85, in proposito scriveva che: “Passata la Commenda Basiliana alla dipendenza della Cappella Sistina (o del SS. Presepe), la Santa Sede avrebbe dovuto inviare sul posto un Vicario per l’amministrazione dell’Abbadia; invece, incaricò all’uopo il Vescovo di Policastro ponendo, così – come dice il Di Lùccia – “la spada in mano all’inimico, donde poi è venuta la totale perdita della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra”, ……mentre la Sede Vescovile di Policastro era occupata da Monsignor Ferdinando Spinelli, il quale, in conformità di precedenti intercorsi accordi, assumeva l’amministrazione del “Cenobio” Basiliano, ormai decaduto da ogni sua attività. Così il vasto territorio della Commenda e quello dell’annesso “Casale”, il cui perimetro complessivo – a quanto afferma il Di Lùccia – misurava ben “quindici miglia” divenne difatto un vero feudo diocesano, con evidenti manifestazioni di indebiti arricchimenti e con oppressioni di ogni genere, degne del più oscuro medioevo. Le terre concesse dai Longobardi ecc…ecc…Data la chiarezza dei Documenti riportati dal Di Lùccia nel suo “Trattato”, non potremmo attribuire direttamente al Vescovo di Policastro, Monsigor Ferdinando Spinelli (o Ferrante) Spinelli la responsabilità dei rilevanti o deprecati abusi. Riteniamo, piuttosto, che lo stesso dovette dare segno di estrema debolezza nei confronti dei suoi “affittatori”, i quali, agendo in suo nome, non osservavano, nell’esercizio del proprio mandato, ecc…ecc…”. Proseguendo il Palazzo trascrive e cita la lettera del 25 settembre 1587 che monsignor Spinelli scriveva al Cardinale Mont’Alto ecc…Riguardo il vescovo Ferdinando Spinelli, il Palazzo a p. 90 nella sua nota (7) postillava che: “(7) Si fa presente che, mentre nel “Trattato” del Di Luccia si parla del Vescovo “Ferrante Spinello o Spinelli”, nella Sala degli Stemmi del Palazzo Vescovile di Policastro si trova “Ferdinando Spinelli”. Sempre il Palazzo a p. 94 scriveva che: “Intanto, dopo il passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina, le cose si andarono sempre più aggravando, anche nel campo della giurisdizione giudiziaria penale, la quale veniva usurpata dal Conte di Policastro, che amministrava la giustizia a mezzo di luogotenenti poco scrupolosi e capaci di ogni sorta di vessazione.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, in ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

Di Luccia

(….) Di Luccia Pietro Marcellino, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita dalla sa: mem: di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico legale, nel quale si tratta di sua Baronia, Vassallaggio, Dominio e Giurisdittione del Dottore Pietro Marcellino Di Luccia di detto luogo a lui dedicato etc….” pubblicato a Roma, nel 1700, stamperia Chracas.

(…) Fariello Antonio, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

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(…) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Campagna Orazio, Storia di Majerà, ed. Brenner, Cosenza, 1985 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

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(…) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia Marchese di Camerota, si veda: vol. I, p. 120. Riguardo la notizia del Malaterra, su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(…) Mercati Giovanni, Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p…. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli.

(…) Il ‘Liber censuum’ nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216–1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.

(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, v. pag. 479

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(…) Volpi G., Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio, ed. Riccio, Napoli, 1752, pp. 211 e 287.

I Quinternioni feudali del Regno di Napoli

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni“. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, a p….., possiamo leggere che: “……

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

(…) Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche.

Liber Focorum ...

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova

Mazzoleni

(…) Mazzoleni Jole, Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), RSS, Salerno 1951; segue il Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630) acquistate anni fa dall’ASN, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol .12, 1951, pp. 126-140 (Archivio Attanasio)

(…) Perito Enrico, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926 (Archivio Attanasio)

(…) Savaglio Antonello, ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’, ed. Orizzonti Meridionali, 2014 (Archivio Storico Attanasio)

(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, stà in “Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 32 e  sgg.. (Archivio Storico Attanasio)

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(…) AA.VV. , Pietro Ebner  – Studi sul Cilento – ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988, vol. II, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Centro Studi ‘Pietro Ebner’, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 1999 (Archivio Storico Attanasio). In questo volume, Amedeo La Greca, pubblicava nel 1999 alcuni saggi pubblicati da Pietro Ebner tra il 1949 ed il 1988, in particolare, lo citiamo in quanto in esso vi è pubblicato il saggio di Pietro Ebner: ‘Dimensione fondiaria di un’Abbazia meridionale nel XVII secolo’, si veda da pp. 217 e s.; stà in ‘Ricerche di storia sociale e religiosa’, n. 15-16, gennaio-dicembre 1979, pp. 163-194. In questo saggio Pietro Ebner, cita e pubblica per la prima volta una Platea di beni del 1613, inedita. La Platea dei beni dei Monasteri, conservata nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Questo documento del 1613, è interessantissimo, perchè oltre al fatto che si rifà ad una precedente ‘Platea di beni’ del 1480, ci parla dei monasteri italo-greci di Licusati e di Bosco.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

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(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

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